Determinate e coraggiose: le donne versiliesi, vere protagoniste dello sfollamento

Quando le ordinanze di sfollamento colpirono la Versilia, nell’estate del 1944, le condizioni di vita della popolazione civile subirono un brusco peggioramento.

Fin dall’autunno del ’43, le autorità della RSI, desiderose di ricostituire un forte esercito nazionale, avevano avviato coscrizioni sempre più «totalitarie»: questa minaccia, sommata a quella imprevedibile dei rastrellamenti nazisti, consigliava ai maschi in età di leva di rimanere il più possibile nascosti, senza dare nell’occhio. Così, mentre per gli uomini le possibilità di movimento si restringevano ogni giorno di più, le donne, oltre a svolgere gli incarichi loro affidati dalla “tradizione”, dovettero accollarsi tutta una serie di incombenze nuove e gravose, solitamente “di competenza” maschile, come il rapporto con le autorità, il procacciamento del cibo e la difesa della famiglia in situazioni di pericolo.

Nonostante le ordinanze nazifasciste, che prevedevano l’evacuazione delle popolazioni civili verso l’Emilia, i versiliesi erano ben determinati a non abbandonare le proprie terre, per ragioni sia pratiche che affettive: correndo i rischi più gravi, cercarono rifugio nei recessi più remoti delle Apuane, presso amici, parenti, più spesso in alloggi di fortuna.

Nel corso dell’estate del ’44, con l’economia paralizzata e gli esercizi commerciali chiusi, abolite anche le già scarse razioni delle tessere annonarie di Mussolini, il problema alimentare si fece ogni giorno più pressante, fino a trasformarsi nel principale incubo degli sfollati. Ancora una volta, sfidando i gendarmi tedeschi e gli aerei alleati, spesso percorrendo a piedi distanze impensabili – giunsero perfino in Garfagnana e nel Parmense -, furono le donne ad effettuare frequenti ritorni alle proprietà abbandonate, tentando di reperire quel poco di frutta o verdura per i figli e i mariti lasciati in montagna, sempre che la fame dei soldati nazisti, dei partigiani, o, più di frequente, di altri sfollati nelle medesime condizioni, avesse risparmiato qualcosa.

Così per esempio fu per la famiglia di Mariella Barsottini, che nel 1944 aveva sette anni. Assieme ai genitori e al fratello più grande, Mario, abitava nel paesino di Strettoia, nel comune di Pietrasanta (Lu), un borgo agricolo posto proprio a ridosso delle alture dominanti la piana versiliese, in un’area di grande rilevanza strategica per i piani di fortificazione militare dell’Orgnizzazione Todt. Quando furono raggiunti dall’ordine di evacuazione, i Barsottini scelsero di dirigersi verso sud, per «andare incontro agli americani». Dopo una breve sosta nel paese di Valdicastello (Pietrasanta, Lu), in quei giorni vero e proprio crocevia per tutti gli sfollati versiliesi, la famiglia decise di seguire il consiglio di diversi compaesani e di puntare su Marina di Pisa (Pi), considerata una cittadina sufficientemente lontana dai pericoli della Linea Gotica. Nelle settimane successive, nonostante la grande distanza dal paese d’origine, la madre di Mariella, Rina, donna coraggiosa e intraprendente, pur di riuscire a recuperare qualcosa da mangiare per figli e marito, non esitò a tornare periodicamente ai propri terreni, sfidando i posti di blocco e correndo i mille pericoli del passaggio del fronte.

Ecco come Mariella rievoca oggi il ruolo delle donne nei duri mesi dello sfollamento:

Una cosa bella che facevano le donne, perché per gli uomini era troppo pericoloso, era quella di cercar di ritornare a Strettoia per prendere qualcosa da mangiare, perché là avevano lasciato tante cose, tutto! E allora, c’era chi cercava di riprendere la patata, chi recuperava il vino, l’olio, però, sempre col rischio di essere ammazzati. Anche la mia mamma lo fece, da Marina di Pisa. Due volte.

in viaggio verso la garfagnanana in cerca di ciboNei lunghi mesi dello sfollamento, poi, particolarmente complesso si rivelò il procacciamento del sale, genere indispensabile alla dieta, divenuto introvabile sul mercato già dalla primavera del ’44: agli sfollati versiliesi, non rimase altra scelta che ricavarlo dall’acqua di mare. In vista dell’avanzata alleata, tuttavia, l’Organizzazione Todt aveva provveduto a minare l’intera fascia costiera versiliese, lasciando sgombero dagli ordigni soltanto un unico, stretto corridoio di spiaggia presso la foce del fiume Versilia, vicino alle fortificazioni del Cinquale. Data la rilevanza strategica dell’area, il posto pullulava di soldati tedeschi: nessun uomo si sarebbe mai sognato di andarci. Nei mesi dello sfollamento, infatti, proprio in questo punto si snodava ogni giorno una lunga coda di donne composte e silenziose, in attesa del proprio turno per poter raccogliere in una secchia qualche litro d’acqua di mare. Una volta portatala ai monti, se fossero riuscite a passare indenni gli sbarramenti germanici, l’avrebbero fatta bollire o evaporare in un lattone, ricavandone, forse, un preziosissimo pugno di sale grezzo.

Le donne dovettero infine affrontare il difficile compito della protezione dei familiari in caso di rastrellamenti nazisti. Sui villaggi della montagna versiliese, le SS piombavano all’improvviso, rivoltando ogni centimetro degli alloggi, in cerca di uomini e ragazzi da portar via. In un clima di puro terrore, spesso con figli e mariti nascosti in soffitta o appena sotto le assi del pavimento, ancora una volta stava alle donne riuscire a dissuadere i soldati dal compiere ricerche più approfondite, ricorrendo a tutti i diversivi e le doti mimiche del caso, pur di riuscire a salvare le vite dei propri cari. Naturalmente, gli sforzi potevano benissimo risultare vani, e costare anche la vita.

Maria Antonia Quadrelli, nel 1944, aveva tredici anni. Quando giunse l’ordine di sfollamento, dovette abbandonare la sua abitazione delle Prade (Seravezza, Lu), e sfollare, assieme alla madre, alla zia e ai suoi cinque fratelli, nel villaggio montano di San Carlo Po, all’epoca nel comune di Apuania. Ancora oggi, l’anziana signora ricorda bene le drammatiche incursioni notturne delle SS, che penetravano con la forza nelle case in cerca di uomini da rastrellare (la sua vivida testimonianza è consultabile fra i “Materiali collegati”).

A buon diritto, dunque, è lecito affermare che le vere protagoniste dello sfollamento in Versilia furono le donne, che si rivelarono infatti scaltre e coraggiose, ben determinate ad “agire nel mondo” per difendere la vita e la sopravvivenza delle proprie famiglie e delle proprie comunità.

Federico Bertozzi, laureato in storia contemporanea presso l’Università di Pisa, si occupa di storia della seconda guerra mondiale, con particolare attenzione alle esperienze dei civili in guerra e alla raccolta delle loro memorie. Recentemente ha  pubblicato per Pezzini editore, “Attaccarono i fogli: si doveva sfollà!” – Indagine storico-antropologica sull’esperienza dello sfollamento in Versilia nella Seconda Guerra Mondiale. 

Articolo pubblicato nell’agosto 2014.




Il caso “Facio”, il comandante partigiano ucciso dai suoi compagni

E’ l’alba del 22 luglio 1944: ad Adelano di Zeri una scarica di colpi di fucile rompe il silenzio di queste vallate dell’alta Lunigiana fra Toscana, Liguria ed Emilia. Dante Castellucci, il comandante partigiano «Facio», comunista e garibaldino, è morto: ha solo 24 anni ma è già un eroe della lotta contro tedeschi e fascisti. Eppure a fucilarlo non sono i soldati nemici, ma un gruppetto di partigiani della IV Brigata Garibaldi della Spezia. Il suo accusatore è Antonio Cabrelli «Salvatore», di oltre vent’anni più anziano, che ha imbastito contro «Facio» un processo-farsa dalla condanna già scritta, portandolo davanti a un improvvisato tribunale di guerra per i reati di tradimento e sabotaggio.

Quella di «Facio» è una storia di vita, per quanto breve, capace di attraversare e vivere da protagonista grandi temi ed eventi del Novecento italiano. Calabrese, nato nel 1920 a Sant’Agata di Esaro, con la famiglia emigra ancora bambino nel Nord-Pas de Calais, nella stessa città in cui vivono grandi antifascisti italiani come Ermindo Andreoli e i fratelli Gino ed Eusebio Ferrari. I Castellucci rientrano in patria all’alba della Seconda Guerra mondiale e Dante viene chiamato alle armi nell’esercito italiano: spedito sul fronte prima in Francia e poi in Unione Sovietica, il 25 luglio del 1943 si trovava in permesso per convalescenza. Da intellettuale autodidatta scrive, dipinge, suona il violino. Entra in contatto con le famiglie antifasciste emiliane dei Sarzi e dei Cervi, organizzando con esse le prime forme di Resistenza. Divenuto il braccio destro di Aldo Cervi, nel dicembre del 1943 viene arrestato assieme ai sette fratelli ma, fingendosi un soldato straniero, viene rinchiuso nel carcere parmense della Cittadella dal quale riesce ad evadere pochi giorni prima della fucilazione dei compagni a Reggio Emilia. I sospetti del Pci reggiano, che emette una circolare di arresto nei confronti di Castellucci, lo spingono a entrare in contatto col Cln di Parma, dove il dirigente comunista Luigi Porcari lo manda alle dipendenze del Battaglione garibaldino «Picelli» comandato da Fermo Ognibene «Alberto». In Lunigiana, «Facio» si rende protagonista di ripetuti attacchi alle postazioni nemiche, guadagnandosi in breve tempo la fiducia dei compagni e la stima delle popolazioni civili ancora oggi riscontrabile presso i testimoni dell’epoca, fino a divenire Comandante del battaglione dopo la morte di Ognibene. Il 17 marzo 1944 «Facio» fa il suo ingresso nel mito resistenziale con la battaglia del Lago Santo: chiuso in un rifugio con otto uomini male armati, resiste oltre ventiquattr’ore, senza perdite, all’accerchiamento di oltre cento soldati nazifascisti; alla fine i nemici contano decine di morti e feriti e sono costretti alla ritirata ordinata. La battaglia di Lago Santo ricopre il «Picelli» di un alone di leggenda e «Facio», con Fermo Ognibene caduto in battaglia due giorni prima, ne diventa il comandante.

Dante Castellucci Facio in un'immagine di scena nel periodo in cui recita col teatro dei Sarzi

Dante Castellucci in un’immagine di scena nel periodo in cui recita col teatro dei Sarzi

Il battaglione interpreta benissimo le tattiche della guerriglia, compiendo attacchi fulminei e spostando continuamente la propria posizione. Disorienta i comandi nazifascisti, convinti di trovarsi di fronte a una formazione composta da centinaia di uomini. Tutela l’incolumità della popolazione civile, perché senza fornire un punto di riferimento territoriale, non concede la possibilità della rappresaglia nazista. Il «Picelli» è anche un esperimento politico e sociale, come nei dettami della lotta partigiana che ha il fine di rovesciare ruoli e costumi della società fascista. Il comandante vive e agisce alla pari dei suoi uomini, li guida in azione, siede a mensa con loro e si serve sempre per ultimo, rinunciando spesso alla propria razione, ed è l’ultimo a usufruire del vestiario ricevuto da un lancio o sottratto al nemico. Quando Laura Seghettini, pontremolese appena uscita dal carcere fascista, entra a far parte del battaglione, non viene destinata al ruolo di staffetta o di aiutante, ma diventa partigiana combattente fino ad assumere il ruolo di vice-comandante. Per poche settimane, Laura sarà anche la compagna di «Facio»: i due già progettano una sorta di «matrimonio in brigata», ma la vita in quei mesi corre troppo veloce.

foto segnaletica di antonio cabrelli_da Archivio centrle dello Stato_Casellario politico centraleAntonio Cabrelli «Salvatore», nominato da «Facio» commissario politico di un distaccamento del «Picelli», intende proseguire la sua scalata ai vertici del movimento partigiano spezzino: ha progettato la costituzione di una brigata garibaldina che faccia capo alla federazione comunista della Spezia e ai comandi liguri, ma il «Picelli» dipende ancora da Parma, cui «Facio» deve tutto. «Salvatore», così, sottrae il distaccamento «Gramsci» dalle dipendenze del «Picelli», lo trasforma in brigata e se ne autoproclama commissario politico. Per portare a termine il suo piano, deve sbarazzarsi dell’ostacolo più grande, rappresentato dal «brigante calabrese», come lo chiama lui: tra i due corrono lettere infuocate con accuse e minacce reciproche; Dante Castellucci sfugge a un agguato tesogli a tradimento; «Salvatore», allora, agisce con l’inganno.

La mattina del 21 luglio 1944 «Facio» viene chiamato al comando della brigata appena fondata da «Salvatore», con la scusa di chiarire la questione di alcuni materiali sottratti a un aviolancio. Convinto di dover affrontare solo un’accesa discussione, si fa accompagnare da due uomini fidati. Appena giunto nella sede del comando, il comandante del «Picelli» viene disarmato, aggradito e picchiato da Cabrelli, che ha imbastito un tribunale di guerra nel quale è, al contempo, accusatore e giudice. Poche ore dopo «Facio» viene condannato a morte per i reati di furto, sabotaggio e tradimento.

L’ultima notte la passa con «Laura», che nel frattempo lo ha raggiunto, sorvegliato da uomini della IV Brigata che a un certo momento gli offrono la via di fuga: «non sono scappato dai fascisti, non scapperò dai compagni» sono le parole di Dante Castellucci. Verga alcune lettere alla famiglia e agli amici emiliani. Scherza, com’è nel suo carattere, racconta qualche barzelletta e riesce pure a dormire un poco, come racconta «Laura».

Alle prime luci del 22 luglio viene prelevato e portato davanti al plotone d’esecuzione: è lui stesso a esortare i partigiani che non trovano il coraggio di sparargli addosso. Con «Facio» muore una delle più interessanti ed efficienti espressioni che il movimento partigiano aveva espresso fino ad allora.

Luca Madrignani (Carrara, 1977), dottore di ricerca presso l’Università di Siena, assegnista presso l’Insmli, collabora con l’Istituto Storico per la Resistenza e l’Età Contemporanea Apuana; si occupa di Didattica della Storia nella scuola. Ha pubblicato saggi e articoli sul primo dopoguerra italiano e le origini del fascismo; l’ordine pubblico e la violenza politica; la Storia della Resistenza e il movimento partigiano. E’ in corso di stampa per Il Mulino il volume Il Caso-Facio. Eroi e traditori della Resistenza.

Articolo pubblicato nel luglio 2014.




Partigiani, principesse, maghi e generali

“Tutti contenti, è finita; andiamo a casa!”, scrive l’8 settembre 1943 Sante Pelosin sul suo diario di guerra. Quanti dei nostri soldati hanno reagito nello stesso modo. Almeno metà non sono tornati a casa che due anni dopo, molti non sono tornati affatto. Sante è tra i fortunati, rimpatriato con la sua divisione l’8 marzo 1945. Ma quante sofferenze, in quei 18 mesi!

2La sua storia, e quella dei suoi commilitoni, è unica e straordinaria. Due divisioni italiane, la Venezia e la Taurinense, sono di presidio nell’interno del Montenegro. È forse la zona più periferica e inaccessibile dell’intero schieramento italiano all’8 settembre. Infatti i tedeschi arrivano qui tardi, verso fine mese, quando i comandanti sono già riusciti a organizzarsi, hanno chiarito l’equivoco iniziale (contro chi bisogna combattere ora?) e hanno preso una decisione storica. Dopo due anni e mezzo di lotta senza quartiere, di violenze da ambo le parti e crimini contro le popolazioni civili, ora due divisioni dell’esercito occupante, con generali e stato maggiore, si alleano con i partigiani jugoslavi comunisti e costituiscono la divisione Garibaldi.

Sembra incredibile eppure è vero. L’odissea dei partigiani italiani in Jugoslavia è testimoniata addirittura da un filmato. Anche questo è straordinario: ben poche unità dell’esercito avevano a disposizione una macchina da presa. Si vede il vecchio generale Oxilia, uno dei più intelligenti di tutto il Regio Esercito, mentre sottoscrive l’accordo con Peko Dapčević, appena trentenne ma già generale anche lui. Seguono mesi di fatica e sofferenza, di fame e freddo. “Vivere e combattere senza soldi, senza pane, senza carne, senza scarpe, malvestiti è impossibile”, scrive Oxilia nel novembre 1943 agli alti comandi italiani nell’Italia già liberata dagli angloamericani. “Aiutateci, e continueremo a fare l’impossibile!”. E tuttavia gli aiuti arrivano col contagocce. D’altronde i partigiani combattono anche così, soprattutto così. Lo stesso Oxilia, stanco e malato, viene rimpatriato, e nel luglio del 1944 viene nominato un nuovo comandante: Carlo Ravnich. Minatore di Albona, vicino a Fiume, ha cominciato la guerra come maggiore, la termina da generale. Istriano, parla bene il serbocroato, ed è un interlocutore perfetto per i comandi dell’esercito partigiano jugoslavo. Nonostante le origini slave del cognome, Ravnich è un italiano monarchico e, come gran parte dei suoi uomini, ha scelto di unirsi ai partigiani di Tito per seguire le indicazioni del suo Re, non certo per adesione ideologica al comunismo.

A volte, non sempre, rintracciare i documenti per una ricerca storica è quanto di più noioso si possa immaginare. In quei casi lo storico sembra il classico e stereotipato “topo da biblioteca”. In altre circostanze invece le fonti sono sfuggevoli, i documenti vanno cercati con cura e fatica, frugando non solo nei fondi meno frequentati degli archivi ma anche in case, biblioteche private, o nei ricordi dei protagonisti. In quelle occasioni il lavoro dello storico assomiglia più a quello di un detective impegnato a risolvere un caso, anche se di cinquanta, cento o mille anni fa. È quel che è capitato a me, studiando la storia della divisione Garibaldi in Jugoslavia nella seconda guerra mondiale.

Ma torniamo all’inizio. O meglio alla fine della guerra.

lapide commemorativa dei caduti garibaldini, Berane, Montenegro 1945. La divisione Garibaldi è tornata a casa decimata. Ha avuto almeno 10.000 vittime, tra morti e dispersi. Una percentuale doppia o tripla rispetto a chi si è lasciato catturare ed è finito internato dai nazisti. Tuttavia i nostri partigiani ottengono ben pochi riconoscimenti in patria. Considerati comunisti, perché hanno combattuto con Tito, non vengono nemmeno ammessi all’Anpi, non essendo partigiani italiani. Qualche piccola lapide o stele in Italia; un grande monumento in Jugoslavia, inaugurato nel 1983 a Pljevlja alla presenza del presidente Pertini.

Gli stessi documenti della divisione, il cosiddetto “Diario Storico”, non trovano una collocazione in nessun archivio, né italiano né jugoslavo. Seguono il comandante Ravnich fino alla morte, avvenuta nel 1996. Pochi giorni dopo il soldato Sante Pelosin riceve una chiamata dalla moglie: “C’è qui l’archivio del generale, venite a prenderlo”. Due commilitoni caricano la macchina con 16 casse di documenti, tra cui i famosi filmati. L’archivio rimane a casa Pelosin per poco. Alcuni giorni dopo si presentano alla porta due personaggi: la contessa Anna Provana di Collegno, amica e finanziatrice del famoso sensitivo torinese Gustavo Rol, e un suo collaboratore, il professor Cesare Bertana. Impugnano il testamento di Ravnich, che aveva promesso di lasciare in eredità il suo archivio a Maria Gabriella di Savoia, terza figlia di Umberto II, l’ultimo re d’Italia. La principessa ha costituito in Svizzera una fondazione per conservare documenti e materiale vario di interesse storico per la famiglia, tra cui diversi fondi che il padre avrebbe voluto lasciare in eredità allo Stato italiano. I documenti di Ravnich vengono caricati sulla macchina della contessa, poi consegnati a un intermediario, Domenico Orsi, che li trasferisce in Svizzera. Dell’archivio fanno parte anche “n° 22 scatole metalliche contenenti Film”. Documenti e pellicole originali dovrebbero dunque trovarsi presso la fondazione “Umberto II e Maria Josè”, anche se la principessa non ha mai risposto alle richieste di consultazione del materiale presentate da me e dall’associazione reducistica della divisione (Anvrg).

La maggior parte dei circa 25.000 italiani che si schierano contro i tedeschi in Montenegro sono piemontesi e toscani. Sia la Taurinense che la Venezia erano divisioni speciali, caratterizzate, a differenza della normale fanteria, da un reclutamento regionale. Sono passati 70 anni e pochi sono i sopravvissuti. Nel 2013 ho viaggiato tra Toscana e Piemonte, intervistando alcuni di quei ragazzi di allora, uomini ancora combattivi, orgogliosi di raccontare le loro incredibili avventure, di difenderne la memoria. Devo ringraziare gli Istituti storici della Resistenza di queste due regioni, che mi hanno permesso di effettuare queste videointerviste, oltre a RaiStoria, che ha creduto nel progetto e ha realizzato con me un documentario in tre puntate.

Ma più di tutti devo ringraziare il reduce Gino Bindi, di Castiglioncello (LI), ora purtroppo scomparso, che mi ha fornito una copia in dvd di alcuni dei filmati originali della Divisione Garibaldi. Il documentario della Rai si chiude con un’intervista al direttore dell’Archivio Centrale dello Stato, il dottor Attanasio, il quale ribadisce ufficialmente, a nome dello Stato italiano, la richiesta di consultazione dei documenti della fondazione svizzera. Ancora una volta la principessa Maria Gabriella di Savoia risponde evasivamente.  

Dove sono dunque finite le pellicole originali? Che fine hanno fatto i documenti? Quanto ancora dovranno aspettare gli storici per poter analizzare in maniera neutra e scevra da pregiudizi la straordinaria vicenda di quegli uomini che hanno combattuto una violentissima guerra partigiana fuori dalla patria, ma pur sempre per riscattare l’Italia?

Domenico Orsi è morto, Sante Pelosin è molto anziano e così la contessa Provana di Collegno. Anche Gustavo Rol è morto; peccato, con le sue straordinarie doti di veggente avrebbe potuto darci qualche risposta.

Partigiani, generali, maghi, sono scomparsi. Rimane solo la principessa; è l’unica che può aiutarci a ricostruire questa storia. Restiamo in attesa. Se ci sei batti un colpo.

Articolo pubblicato nel maggio 2014.




“Non fare giustizia significa rendersi complici dell’ingiustizia”

Benché la Linea Gotica attraversi la Garfagnana, la valle – al contrario di quanto avviene in altre zone dell’Italia centro-settentrionale occupate dai nazifascisti – già prima del proclama Alexander (13 novembre 1944) non è al centro di attività belliche o partigiane particolarmente importanti. Resta un fronte tutto sommato secondario fino alla Liberazione, che avverrà il 20 aprile 1945.

Nonostante ciò, negli ultimi mesi del 1944 la guerra civile raggiunge da queste parti livelli impensabili soltanto pochi mesi prima. La 36° Legione Brigate Nere “Benito Mussolini”, comandata da Idreno Utimpergher, nelle poche settimane in cui è rimasta di stanza in Garfagnana ha contribuito parecchio a surriscaldare il clima, con soprusi, razzie, rappresaglie contro i civili (il 23 settembre vengono uccise otto persone e saccheggiate diverse abitazioni, in risposta a un attentato nel quale è rimasta ferita una donna, cognata di un ufficiale fascista) e atti di barbarie contro i partigiani catturati e uccisi. Luigi Berni per esempio viene legato con una corda a un autocarro e trascinato sulla strada fino alla sua morte. Racconta in una testimonianza inedita un partigiano garfagnino, Franco Bravi:

«Di eroi tra noi non ce n’era. Però si era presi da questo sistema: “…altrimenti ci portano in Germania, altrimenti ci distruggono, bisogna combattere questa gente”. Non che avessimo idee politiche. L’odio venne dopo i fatti del Berni. A quel punto, triste a chi capitava. Si era saputo di questo fatto, le voci giravano, si sapevano più o meno le cose, si sapeva che avevano trascinato questo Berni sulla strada e quindi l’idea “se si chiappa un fascista gli si fa uguale” c’era».

Nelle settimane successive a questi episodi, nonostante le Brigate Nere abbiano lasciato la Garfagnana, i partigiani della Divisione Garibaldi Lunense, operante nella zona ancora occupata, iniziano una sorta di epurazione. A farne le spese sono alcuni uomini segnalati dai locali CLN comunali come collaborazionisti nazifascisti e accusati di aver organizzato i fasci repubblicani, denunciato i renitenti alla leva fascista, fornito notizie alle truppe nazifasciste o, infine, esser stati dirigenti in aziende impiegate ai fini bellici del nemico. La corte marziale è guidata dal comandante Anthony John Oldham e dal commissario di guerra Roberto Battaglia. Si tratta ovviamente di processi sommari, la cui tragicità è aumentata dall’impossibilità di infliggere pene detentive: chi viene giudicato colpevole viene ucciso (e un errore giudiziario sarebbe irrimediabile), chi viene giudicato innocente viene rilasciato (e anche in questo caso, la rimessa in libertà di un collaborazionista potrebbe rivelarsi esiziale per la formazione partigiana). Lo spirito di queste settimane e di questi processi è ben riassunto in un’ordinanza del 28 ottobre 1944, firmata da Oldham e Battaglia:

“Epurazione

Chiedere ai CLN comunali elenchi di spie e favoreggiatori del nemico tenendo però presente che il giudizio definitivo spetta solo al Tribunale militare di guerra regolarmente costituito presso ogni comando di Brigata. Arrestare solo quando si è sicuri della colpevolezza in modo da poter procedere con la necessaria rapidità al giudizio. Conservare documentazione dell’istruttoria e della sentenza sottoscritta dai membri del Tribunale. Nel caso che una denuncia risulti falsa punire il delatore con la stessa pena che sarebbe stata inflitta al denunciato se riconosciuto colpevole. In ogni caso nessuna pietà, nessun compromesso, nessuna via di scampo per il nemico. Non fare giustizia significa rendersi complici dell’ingiustizia.”

In calce all’ordinanza, un appello del Corpo Volontari della Libertà Comando Settore Garfagnino, che avverte la popolazione dell’arrivo nella zona della Divisione Italiana Monterosa, diffidandola dall’aver qualsiasi rapporto con elementi della suddetta divisione, pena la fucilazione. (Si veda trascrizione del documento allegato).

Questa è la situazione in Garfagnana ai primi di novembre. Il 4 di quel mese, a Foce di Careggine, dove ha sede il comando partigiano, viene fucilato Saul Grandini, accusato di aver collaborato con la Guardia Nazionale Repubblicana.

Due giorni dopo i tedeschi prelevano dalle carceri di Castelnuovo tre uomini, Antonio Bargigli, Ferruccio Marroni, Telmo Simoni, e una donna, Natalina Peranzi: l’accusa è di far parte della Resistenza e di avere istigato alla diserzione soldati repubblicani. I quattro vengono uccisi al cimitero di Castelnuovo Garfagnana.

Il 7 novembre i partigiani uccidono tre uomini, sempre a Foce di Careggine. Uno è un tenente abruzzese della Monterosa, catturato pochi giorni prima, Paolo Carlo Broggi. Gli altri due sono uomini del posto: Aristide Contadini, segretario del fascio di Careggine, e Fedele Bianchi, medico condotto del paese. In questi ultimi due casi, le accuse sono controverse e la loro effettiva attività antipartigiana è più presunta che acclarata. Contadini ha assunto la carica mesi prima forzatamente per ordine dell’ispettore di zona del fascio repubblicano, il medico pare abbia addirittura aiutato qualche partigiano.

Ma, come detto, la guerra civile è all’apice in questa zona d’Italia e un sospetto sottovalutato può risultare decisivo per la vita di una intera formazione partigiana. E anche per Contadini e Bianchi non c’è speranza di salvezza. Sono in totale sedici (quindici civili e il militare Broggi) in poco più di un mese i condannati a morte fascisti dalla Corte marziale della Garibaldi Lunense nella sola Garfagnana.

Oldham, Battaglia e i partigiani che eseguono le sentenze verranno processati negli anni successivi: le esecuzioni verranno considerate azioni di guerra e gli imputati assolti in virtù del Decreto Luogotenenziale 194 del 12 aprile 1945.

 

Feliciano Bechelli si è laureato in Scienze politiche presso l’Università di Pisa e collabora con l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Lucca. Giornalista pubblicista, è direttore responsabile della rivista dell’Istituto “Documenti e studi”.

Articolo pubblicato nell’aprile 2014.




Guerra e sfollamento in Versilia.

Il 18 maggio 1944, mentre le truppe alleate riuscivano a sfondare la Linea Gustav, cadevano le prime bombe americane sulla Versilia storica, dirette a colpire il ganglio stradale e ferroviario di Ponterosso, a metà strada fra Pietrasanta (Lu) e Querceta (Seravezza, Lu), allo scopo di ostacolare i movimenti dei reparti tedeschi destinati al fronte sud. I versiliesi, già stremati da quasi quattro anni di lutti e sofferenze, si ritrovarono così direttamente coinvolti nella “guerra guerreggiata”: dopo quel giorno, infatti, le incursioni aeronavali sull’entroterra si sarebbero moltiplicate. Fu allora che le prime famiglie decisero volontariamente di sfollare: uomini, donne, vecchi e bambini, raccolte le poche cose che riuscivano a portare in spalla o su un semplice carrettino, scelsero di lasciare la propria abitazione, divenuta ormai troppo pericolosa per rimanere. Nella maggior parte dei casi, ritenendole più sicure, gli sfollati s’incamminarono verso le montagne, cercando rifugio presso amici e parenti. Più spesso, tuttavia, dovettero accontentarsi di una sistemazione di fortuna: un materasso in una stanza sfitta, un giaciglio di paglia in un metato diroccato, un tetto sotto cui passar la notte, in attesa di tempi migliori.

Nell’estate del ’44, mentre gli attacchi partigiani riuscivano efficacemente a rallentare i lavori di fortificazione della Linea Gotica portati avanti dall’Organizzazione Todt, le SS prendevano il controllo dell’area versiliese, compiendo rastrellamenti e violenze contro la popolazione, al fine di reciderne i legami con le formazioni. Per potersi muovere più liberamente ed isolare le sacche di resistenza, i nazifascisti decisero infine di evacuare completamente il territorio: a partire dal 30 giugno 1944, giorno in cui fu sgomberato il Comune di Forte dei Marmi, gli occupanti emanarono una serie di ordinanze di “sfollamento totalitario”, con le quali, spesso lasciandole soltanto poche ore a disposizione, si costringeva tutta la popolazione ad abbandonare le proprie case. Nel giro di qualche settimana, la medesima sorte toccò ai Comuni di Seravezza, Pietrasanta e Stazzema. Secondo i manifesti, la popolazione avrebbe dovuto incolonnarsi a piedi verso il Passo della Cisa, fino a Sala Baganza (Pr), dove sarebbe stata alloggiata provvisoriamente, in attesa di passare il Po: chiunque fosse stato sorpreso a circolare in zona di evacuazione dopo il termine ultimo senza valido motivo, sarebbe stato arrestato e passato per le armi. Nel frattempo, squadre di genieri nazisti procedevano alla sistematica distruzione di tutte le infrastrutture che ostacolavano la linea di vista dalle alture retrostanti la piana.

Nonostante le minacce, la stragrande maggioranza dei civili decise di rimanere in Versilia, impegnandosi in una dura, massacrante lotta per la sopravvivenza, in condizioni di fame, angoscia, scarsissima igiene e sovraffollamento, in trepidante attesa degli Alleati. Gli anglo-americani arrivarono nell’autunno del ’44, ma gli sfollati versiliesi non poterono subito far ritorno alle proprie case: fino all’aprile del 1945, infatti, l’avanzata alleata restò impantanata ai piedi della Gotica, e tutta la zona rimase terra di battaglia, costantemente battuta dalle opposte artiglierie. Quando i cannoni tacquero, la popolazione poté gradualmente rientrare: di fronte a lei, un paesaggio irriconoscibile, completamente devastato dalle bombe, tutto da ricostruire.

La storiografia ufficiale del Dopoguerra riservò scarsissima attenzione alla tragedia dei civili nel corso del conflitto. Proprio per questo, oggi, ricostruire lo sfollamento con l’ausilio delle fonti orali permette di conoscere quella sofferenza direttamente dalla voce di chi la visse sulla propria pelle: attraverso i racconti dei testimoni, in altre parole, diviene possibile conferire dignità e valore alla quotidiana battaglia per la vita che i civili della Versilia combatterono nei lunghi mesi della Gotica, in nome della solidarietà umana e dell’amore per la propria terra.

Federico Bertozzi si è laureato in storia contemporanea, presso l’Università di Pisa, nel novembre 2013, con una tesi dal titolo “Attaccarono i fogli: si doveva sfolla’!” dedicata alla ricostruzione dello sfollamento in Versilia con l’ausilio delle fonti orali. Attualmente si sta occupando di raccogliere le memorie del passaggio della guerra in Versilia. 

var cpm_language = {"lng":"it"};var cpm_api_key = 'AIzaSyAHjg5suc3vfzhzld7higm6YGueAwyhGZc'; var cpm_global = cpm_global || {}; cpm_global['cpm_8EaOXg'] = {}; cpm_global['cpm_8EaOXg']['zoom'] = 10; cpm_global['cpm_8EaOXg']['dynamic_zoom'] = true; cpm_global['cpm_8EaOXg']['markers'] = new Array(); cpm_global['cpm_8EaOXg']['shapes'] = {}; cpm_global['cpm_8EaOXg']['display'] = 'map'; cpm_global['cpm_8EaOXg']['drag_map'] = true; cpm_global['cpm_8EaOXg']['route'] = false; cpm_global['cpm_8EaOXg']['polyline'] = false; cpm_global['cpm_8EaOXg']['show_window'] = true; cpm_global['cpm_8EaOXg']['show_default'] = true; cpm_global['cpm_8EaOXg']['MarkerClusterer'] = false; cpm_global['cpm_8EaOXg']['marker_title'] = 'title'; cpm_global['cpm_8EaOXg']['mode'] = 'DRIVING'; cpm_global['cpm_8EaOXg']['highlight_class'] = ''; cpm_global['cpm_8EaOXg']['legend'] = false; cpm_global['cpm_8EaOXg']['legend_title'] = ''; cpm_global['cpm_8EaOXg']['legend_class'] = ''; cpm_global['cpm_8EaOXg']['search_box'] = false; cpm_global['cpm_8EaOXg']['kml'] = ''; cpm_global['cpm_8EaOXg']['highlight'] = true; cpm_global['cpm_8EaOXg']['type'] = 'ROADMAP'; cpm_global['cpm_8EaOXg']['mousewheel'] = true; cpm_global['cpm_8EaOXg']['zoompancontrol'] = true; cpm_global['cpm_8EaOXg']['fullscreencontrol'] = false; cpm_global['cpm_8EaOXg']['typecontrol'] = true; cpm_global['cpm_8EaOXg']['streetviewcontrol'] = false; cpm_global['cpm_8EaOXg']['trafficlayer'] = false; codepeople-post-map require JavaScript

Articolo pubblicato nell’aprile 2014.




Morire sotto le mura di Santa Barbara

CalugiE’ la sera dell’otto settembre 1943 quando dagli apparecchi radio il popolo italiano apprende della firma dell’armistizio tra l’Italia e gli alleati. Ciò che potrebbe significare la conclusione del conflitto per il nostro Paese e il nostro malcapitato esercito si rivela l’opposto poiché nei venti mesi successivi una durissima e pesantissima occupazione militare da parte delle truppe nazifasciste condurrà a stragi di civili, danni ingentissimi al patrimonio architettonico, artistico e storico ma anche alle stesse infrastrutture.

La quasi contestuale nascita della RSI portò, proprio per contrastare le nascenti formazioni partigiane, all’emanazione di bandi di leva per le classi 1924 e 1925, anche se vi risponderà soltanto il 40% dei richiamati e tra gli arruolati sono in tanti a disertare.

Proprio dai bandi della RSI ha origine la storia di Aldo, Alvaro, Lando Vinicio e Valoris ciascuno con una propria storia personale, con vicende di vita diverse e anche con formazione culturale differente anche se in realtà solo Valoris aveva terminato gli studi elementari. I quattro provenivano da famiglie con un tenore di vita non particolarmente elevato e aiutavano i propri cari a “sbarcare il lavoro”, chi operaio, chi calzolaio, chi chiamato alle armi e inviato nell’ARMIR sul fronte orientale.

L’aver rifiutato di aderire ai bandi della RSI fa si che siano arrestati dalla GNR e rinchiusi nelle carceri mandamentali delle Ville Sbertoli in attesa del processo, presso il Tribunale Militare di Guerra che si sarebbe insediato di lì a pochi giorni. Il processo si concluderà con una sentenza già scritta: la condanna a morte per i 4 ragazzi e la reclusione a 24 anni per Vannino Urati, e a 10 e 12 anni di carcere per Secondo Fibucchi e Salvatore Crescione.

All’alba del 31 marzo 1944, i quattro saranno fucilati presso la Fortezza S. Barbara dove saranno schierati appena fuori della piazza interna, nello stessa dove un secolo prima, Attilio Frosini era stato fucilato dalle truppe austriache. Nessuno dei condannati vuole essere bendato, i quattro vogliono vedere in faccia i loro aguzzini fisicamente finiti da una raffica di mitra da un fascista di Larciano.

Questo delitto compiuto dai fascisti cittadini come altri avvenuti nello stesso periodo contribuirono ad accelerare il distacco del popolo italiano da un regime sempre più in agonia, sempre meno credibile, che aveva condotto il paese ad una tragedia dalle incalcolabili proporzioni, mentre all’opposto si erano rafforzate le formazioni partigiane, il cui ruolo insieme a quello degli alleati si rivelerà decisivo per la liberazione della città di Pistoia e del Paese dal nemico tedesco.

Ogni 31 marzo, alla presenza delle autorità cittadine, di studenti e cittadini comuni viene celebrata alla Fortezza la commemorazione dei quattro ragazzi, evento che desta ancora oggi una emozione particolare poiché vide il coinvolgimento di giovani vite che si erano battute per la costruzione di una societˆ libera e democratica.

Il sacrificio di questi quattro eroi  stato riconosciuto nel 2007 dal Presidente della Repubblica con la concessione della medaglia d’oro al merito civile ad Aldo,Alvaro, Lando Vinicio e Valoris.celebrazione 31 marzo Pistoia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo pubblicato nel marzo 2014.




Report di una strage: il 24 luglio 1944 a Empoli

Luglio 1944.

I tedeschi si muovono verso Firenze, incalzati dall’avvicinarsi delle truppe alleate impegnate nell’opera di liberazione.
E’ lunedì, il 24 per la precisione, e alcuni soldati tedeschi si avvicinano ad un casupola alla periferia di Empoli, in una zona conosciuta come Pratovecchio. Probabilmente cercano informazioni, ma si scontrano con i partigiani che sono riuniti proprio lì. Ne nasce uno scontro a fuoco e diversi soldati muoiono. Scatta la rappresaglia e molti uomini vengono rastrellati a forza nel circondario e senza spiegazioni costretti a spengere un incendio appiccato dai tedeschi. Qualcuno riesce a fuggire, ma in trenta vengono condotti verso il centro di Empoli e fucilati.

Solo uno si salva, dandosi alla fuga poco prima dell’esecuzione. Ventinove persone rimangono a terra nella piazza F. Ferrucci, ventinove nomi sono ricordati nella stessa piazza che ora commemora il “XXIV luglio”. Arturo Passerotti è l’unico superstite alla strage.

Muoiono Luigi Bagnoli (61 anni), Mario Bargigli (22 a.), Guido Bartolini (28 a.), Arduino Bitossi (60 a.), Orlando Boldrini (60 a.), Pietro Capecchi (50 a.), Bruno, Francesco e Giulio Cerbioni (18, 66 e 28 a.), Gaspero e Gino Chelini (46 e 52 a.), Giuseppe, Pietro e Virgilio Ciampi (55, 48 e 51 a.), Giulio Cianti (55 a.), Pasquale Gimignani (55 a.), Corrado Gori (64 a.), Giulio e Pietro Martini (66 e 59 a.), Gino Morelli (56 a.), Palmiro Nucci (56 a.), Gaspero Padovani (78 a.), Alfredo Parri (34 a.), Antonio Parrini (56 a.), Carlo Peruzzi (62 a.), Gino Piccini (48 a.), Alfredo Pucci (51 a.), Gino Taddei (38 a.) e Domenico Vizzone (45 a.).
Quello stesso giorno il comando tedesco mina i campanili del Duomo e degli Agostiniani e la porta Pisana.

var cpm_language = {"lng":"it"};var cpm_api_key = 'AIzaSyAHjg5suc3vfzhzld7higm6YGueAwyhGZc'; var cpm_global = cpm_global || {}; cpm_global['cpm_tZwSHc'] = {}; cpm_global['cpm_tZwSHc']['zoom'] = 10; cpm_global['cpm_tZwSHc']['dynamic_zoom'] = true; cpm_global['cpm_tZwSHc']['markers'] = new Array(); cpm_global['cpm_tZwSHc']['shapes'] = {}; cpm_global['cpm_tZwSHc']['display'] = 'map'; cpm_global['cpm_tZwSHc']['drag_map'] = true; cpm_global['cpm_tZwSHc']['route'] = false; cpm_global['cpm_tZwSHc']['polyline'] = false; cpm_global['cpm_tZwSHc']['show_window'] = true; cpm_global['cpm_tZwSHc']['show_default'] = true; cpm_global['cpm_tZwSHc']['MarkerClusterer'] = false; cpm_global['cpm_tZwSHc']['marker_title'] = 'title'; cpm_global['cpm_tZwSHc']['mode'] = 'DRIVING'; cpm_global['cpm_tZwSHc']['highlight_class'] = ''; cpm_global['cpm_tZwSHc']['legend'] = false; cpm_global['cpm_tZwSHc']['legend_title'] = ''; cpm_global['cpm_tZwSHc']['legend_class'] = ''; cpm_global['cpm_tZwSHc']['search_box'] = false; cpm_global['cpm_tZwSHc']['kml'] = ''; cpm_global['cpm_tZwSHc']['highlight'] = true; cpm_global['cpm_tZwSHc']['type'] = 'ROADMAP'; cpm_global['cpm_tZwSHc']['mousewheel'] = true; cpm_global['cpm_tZwSHc']['zoompancontrol'] = true; cpm_global['cpm_tZwSHc']['fullscreencontrol'] = false; cpm_global['cpm_tZwSHc']['typecontrol'] = true; cpm_global['cpm_tZwSHc']['streetviewcontrol'] = false; cpm_global['cpm_tZwSHc']['trafficlayer'] = false; codepeople-post-map require JavaScript

Articolo pubblicato nel gennaio 2014




Le ferite di Barberino Tavarnelle negli occhi dei cari. Interviste a Ugo Conti e Mirella Lotti

Tra Storia orale e memoria degli eccidi 

Cenni generali

Durante la Seconda Guerra mondiale, il territorio chiantigiano e la Val di Pesa subirono una violenza devastante: tra il luglio 1944 e la liberazione, si registrarono oltre 150 vittime civili. Per la resistenza tedesca, concentrata verso la Linea Gotica, l’area divenne un fronte nevralgico attraversato da 250.000 soldati della Wehrmacht.

La liberazione avvenne tramite una forza multinazionale (neozelandesi, maori, indiani e marocchini). Tavarnelle fu liberata il 23 luglio 1944 dagli alleati. Gli ultimi scontri nel territorio di Tavarnelle avvennero nel pomeriggio del 24 luglio. Dalla sera l’area era completamente liberata e non vi era più presenza di soldati tedeschi. Il 25 luglio 1944 le truppe neozelandesi uscirono da Tavarnelle ed entrarono nei territori di San Casciano e Montespertoli. Il 23 luglio venne liberata anche Barberino. Il 20 luglio 1944 le avanguardie alleate e i reparti speciali erano penetrati nel territorio comunale, occupando le prime frazioni collinari come Olena, Cortine e Petrognano.

Le truppe neozelandesi furono le vere protagoniste militare dello sfondamento della linea del fronte nel Chianti. Ne facevano parte i soldati della 2ª Divisione Neozelandese (composta sia da militari di origine europea sia da battaglioni Maori), guidati dal generale Bernard Freyberg. Pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, i neozelandesi combatterono casa per casa,  risalendo da sud, contro la tenace resistenza della Wehrmacht tedesca.

 

Le ferite del territorio, gli eccidi

L’uccisione di Desiderio Chiti e Corrado Conti. I ricordi del figlio Ugo Conti

Durante la ritirata, i tedeschi cercarono di punire e colpire, qui come altrove, anche i cittadini del territorio. La Toscana conta infatti molteplici eccidi e rappresaglie.

L’8 luglio 1944 [1] presso la casa di Gioacchino Forconi, vennero fucilati Desiderio Chiti (21/09/1889), operaio agricolo e Corrado Conti (22/07/1885), commerciante e proprietario di una tabaccheria.

Quel giorno, tre o quattro soldati tedeschi avevano infatti fatto irruzione nella casa colonica di Gioacchino Forconi nei pressi di Barberino Val d’Elsa. Qui vennero sorpresi Desiderio e Leopoldo Chiti, Pietro e Corrado Conti, i quali con la minaccia delle armi furono prelevati e fatti avviare a piedi lungo la strada. Alla distanza di circa 20 metri dall’abitazione, i tedeschi aprirono il fuoco, uccidendo Desiderio Chiti e Corrado Conti e ferendo Leopoldo Chiti. Tale uccisione fu forse programmata in relazione a un rastrellamento infruttuoso condotto pocanzi nella zona circostante allo scopo di ricercare renitenti e disertori. Ugo Conti, figlio di una delle vittime, oggi ultranovantenne, spiega la dinamica:

«Noi eravamo sfollati ad una casa colonica. Vennero dei tedeschi da Tignano. Passarono da questa casa colonica e sequestrarono tre o quattro uomini più giovani. Aspettate qui gli dissero. Si va a Barberino a cercarne altri per mandarli in Germania a lavorare. Questi si buttonno nei campi, nel granturco, dove non li vedevano. Fuggirono! Tornati i tedeschi si arrabbiarono e presero così tre vecchi (sessantenni, ndr.), che erano a sedere su una panca di legno all’ombra di una quercia. Era di luglio- come ricorda Ugo Conti-. Gli spararono.  Erano i soliti, forse, – sostiene – dell’eccidio di Pratale». A Pratale- mi ricorda Conti- li hanno trovati i responsabili[2].

Come ha scritto Fusi, la ricostruzione dell’episodio si basa prevalentemente su due denunce ai Carabinieri rese da Leopoldo Chiti il 29 marzo e il 5 aprile 1945. Nelle due testimonianze la versione dei fatti cambia però sensibilmente: nella prima Leopoldo sostiene che i militari tedeschi avevano sorpreso lui e il fratello Desiderio mentre si trovavano seduti sotto a un olivo, da dove erano stati fatti alzare e avviare sulla strada per poi essere oggetto poco dopo di mitragliamento. Nella deposizione del 5 aprile, invece, dichiara d’esser stato sorpreso dai militari mentre si trovava in compagnia del fratello Desiderio, di Corrado e Pietro Conti presso la casa colonica di Gioacchino Forconi, dalla quale erano stati fatti allontanare per essere poco dopo mitragliati.
Anche la località esatta in cui si compì l’uccisione non è precisa. Talvolta è indicata quella di “Novoli”, talaltra le testimonianze indicano un luogo detto “agli indiani”. In entrambi i casi la località si trova comunque nelle vicinanze dell’abitato di Barberino. Desiderio Chiti non morì immediatamente a seguito del mitragliamento, ma decedette poco più tardi presso l’Ospedale Naldini Torrigiani di Tavarnelle Val di Pesa. I responsabili furono individuati nella divisione Fallschirm-Jäger-Division della Luftwaffe [3].

 

Foto di Ugo Conti (classe 1932)

 

Conti ricorda le fatiche della mamma, rimasta sola, per crescerlo, tra le difficoltà della guerra e del dopoguerra. Nel 1944 anche la madre rimarrà ferita da una scheggia durante i bombardamenti: «gli indiani (esercito, ndr.) la portarono a Siena all’ospedale per curarla». Lui rimase così solo con uno zio. Ai drammi delle perdite si legano infatti le emozioni, le paure, le problematicità delle famiglie e di chi era rimasto senza un affetto e senza giustizia. Togliere un padre, un uomo, ad una famiglia nell’Italia del tempo voleva anche dire minarne la stabilità e l’autonomia.

 

Mirella Lotti e la strage di Pratale: il racconto commosso di una memoria che non si spenge

Nel luglio 1944, il 23, poche ore prima della liberazione, si consumò la strage di Pratale: un commando della 4ª Divisione Paracadutisti tedesca uccise 12 civili delle famiglie Gori, Cresti, Raspollini e Lotti. Mirella Lotti, oggi unica sopravvissuta, ricorda commossa:

«Pratale è stato quello che ci ha segnato la vita- racconta con voce rotta dall’emozione. La guerra prima, poi la miseria, poco mangiare, la paura, poi il 23 di luglio, non si può nemmeno descrivere- continua. Avevo 8 anni e mezzo[4]».

A Pratale, piccolo podere del comune di Tavarnelle Val di Pesa situato a circa metà strada tra l’Abbazia vallombrosana di San Michele a Passignano e l’abitato di Fabbrica, fin dalla mattina del 23 luglio 1944 erano in corso il ripiegamento tedesco verso la collina di Fabbrica e la contemporanea avanzata della 2ª Divisione Neozelandese verso Passignano. La zona era al centro di serrati combattimenti, rivelandosi un’area cruciale per la strategia tedesca di ritirata aggressiva. Nel podere di Pratale abitavano da giorni le famiglie contadine dei Gori, dei Cresti e dei Raspollini, alle quali si era aggiunta quella dei Lotti, sfollati dalla vicina località di Fabbrica.

La sera del 23 luglio, un gruppetto di tedeschi appartenenti alla 4ª Divisione Paracadutisti fece irruzione nell’abitazione, sorprendendo le quattro famiglie a cena. Vennero quindi separati gli uomini dalle donne e dai bambini. Mentre il gruppo delle donne veniva fatto allontanare in direzione di Fabbrica, gli uomini furono invece fatti entrare in un piccolo boschetto nelle vicinanze. Fu fatta eccezione però per Maurizio Raspollini e suo figlio Rino, che il padre teneva in braccio, perché malato, che i tedeschi fecero allontanare probabilmente nella stessa direzione presa dal gruppo delle donne. I dodici uomini introdotti nel boschetto vennero quindi fatti allineare e uccisi con ripetute raffiche di mitra. Un istante prima che i militari aprissero il fuoco, Giovanni Raspollini si gettò nella vegetazione, riuscendo in un primo momento a sfuggire all’esecuzione. Durante la fuga si imbatté però in altri soldati tedeschi che lo freddarono all’istante, a breve distanza dal luogo in cui si stava consumando la fucilazione degli altri contadini.

Giovanni Baldini, Cippo dell’eccidio di Pratale, in ResistenzaToscana, 12-12-2007, https://resistenzatoscana.org/monumenti/tavarnelle_val_di_pesa/cippo_dell_eccidio_di_pratale/

Ada Vermigli, madre di Mirella e moglie della vittima Giuliano Lotti, dichiarò in una deposizione rilasciata il 28 marzo 1944 alla stazione dei Carabinieri di Mercatale Val di Pesa che dopo la strage i tedeschi avevano prelevato tutto quello che avevano potuto dal podere di Pratale. Inoltre, sembra che ai fucilati di Pratale fossero stati sottratti anche i portafogli. Nel campo dove i corpi esangui erano stati trucidati, per anni, «l’erba crebbe più alta- ricorda Mirella Lotti. I tedeschi avevano infatti mirato verso le teste degli uomini- come tristemente ricorda Lotti- barbaramente uccisi- forse per lasciare incolumi i corpi, per poi rubarne quei pochi soldi che avevano nelle tasche e, per spregio-come se non bastasse- buttarli sui corpi quei pochi spiccioli[5]».

Giovanni Baldini, Cippo dell’eccidio di Pratale, in ResistenzaToscana.it https://resistenzatoscana.org/monumenti/tavarnelle_val_di_pesa/cippo_dell_eccidio_di_pratale/

«La mia mamma- all’epoca ventottenne-  non voleva lasciare il mi babbo. Ricordo quando il tedesco mi buttò in terra». Lei, bambina, era infatti in collo al padre, quando venne catturato. Donne, bambini e vecchi furono portati via. La zia Sandrina- sorella del babbo- la raccattò di terra, dopo che il tedesco l’aveva separata bruscamente dal padre. Passarono la notte in un rifugio. C’era anche un ragazzo malato di tifo che stava molto male-ricorda. Poi furono condotti in una cantina a Badia a Passignano.

«Ti manca un affetto che te ne ricordi per tutta la vita, non ce ne si può scordare», mi ripete, commossa.

 

Mirella Lotti, classe 1935 con la foto del padre. Immagine tratta dall’articolo, Stragi nazifasciste, 20 comuni contro il ricorso dell’Avvocatura, Rai News, 12 gennaio 2024, https://www.rainews.it/tgr/toscana/articoli/2024/01/stragi-nazifasciste-20-comuni-contro-il-ricorso-dellavvocatura-dcea4824-da21-4c69-af55-174db35122d1.html

 

Il dibattito storico oscilla tra l’ipotesi della delazione e quella della rappresaglia per il ferimento di un soldato tedesco. I familiari delle vittime sin dalla liberazione accreditarono l’ipotesi che la strage fosse avvenuta a seguito della delazione fatta ai tedeschi da Pasquale Lunghi, detto “il farinaio”, uno sfollato di Tavarnelle che era stato visto fraternizzare con i tedeschi e che nei giorni precedenti aveva litigato con gli uomini della famiglia Gori per una questione di bestiame. In realtà la responsabilità di Lunghi nell’episodio non è mai stata provata, giocano anzi a favore della sua innocenza alcuni certificati rilasciati al Lunghi dal CLN di San Casciano e comprovanti la sua buona condotta politica e morale. Lei stessa sulla questione sorvola, come a non voler dar colpe o rivangare verità scomode.

Testimonianze orali italiane e fonti militari riferiscono del ferimento di un soldato tedesco a opera di partigiani verificatosi qualche ora prima della strage nella zona tra Fabbrica e Passignano, che avrebbe potuto innescare un meccanismo di rappresaglia. Tuttavia, dell’episodio nelle relazioni delle formazioni partigiane operanti nella zona (la banda garibaldina “Faliero Pucci” e la III Brigata “Rosselli”) non se ne fa menzione.

Lo stesso eccidio è stato spesso confuso negli anni con quello di Fabbrica. Perfino la località di Pratale viene talvolta confusa con Passignano o Fabbrica stessa. Questo perché sin dalla denuncia presentata il 19 maggio 1945 dalle vedove della strage ai Carabinieri è riportato erroneamente Fabbrica come luogo della fucilazione; come scrive Fusi, il boschetto nel quale vennero fucilati gli uomini prelevati dal podere di Pratale è detto anche “della Fornace di Fabbrica”; alcuni atti notori rilasciati dal comune di San Casciano dopo la strage, relativamente all’uccisione dei Lotti, riportano come luogo di morte quello di Fabbrica (in effetti i Lotti erano sfollati a Pratale da Fabbrica); il giorno dopo la strage di Pratale, si registrò nella vicina località di Fabbrica la fucilazione di altri 4 uomini ad opera dei tedeschi.

Nei bollettini della Commissione regionale toscana per il riconoscimento della qualifica di partigiani, undici delle vittime furono dichiarate partigiani combattenti in forza alla III Brigata Rosselli, mentre Oreste Cresti fu dichiarato caduto per la lotta di liberazione. Emilio Galli, comandante della brigata, indicò in un proprio rapporto le vittime di Pratale come informatori e coadiuvanti della sua unità. Nel dopoguerra, tuttavia, da parte di alcuni parenti fu messa in discussione l’effettiva appartenenza delle vittime al partigianato: il riconoscimento sarebbe in realtà giunto grazie alla mediazione del Galli per consentire ai familiari un trattamento economico e assistenziale migliore.

Anche Nazzareno Papini (1933, Sambuca), allora sfollato a Sardella, località sopra Sambuca, ha raccontato che suo padre fu tra coloro che, nei giorni successivi alla strage, recuperarono i corpi degli uomini deceduti, ancora abbracciati, per caricarli su «due carri dei bovi» verso il cimitero [6]. I tedeschi avevano infatti impedito inizialmente una degna sepoltura alle vittime. Mirella Lotti aggiunge dettagli sulle lunghe trafile per i risarcimenti:

«La mi mamma era una donna forte. […] tutti i giorni la rammentava il suo Giuliano: io molte cose l’ho sapute stando con lei. Era una donna battagliera[7]. Ha lavorato tanto». Nel raccontare la vicenda, ben nota, Mirella si emoziona.

Nel dopoguerra si trovarono sole: Mirella e la madre Ada. Per ottenere più rapidamente gli aiuti e i sussidi alcuni partigiani avevano chiesto alla vedova Lotti di far passare Giuliano come partigiano. Mirella ricorda che la mamma «non voleva la roba degli altri». Ma ci vollero anni per ottenerlo.

Il sacrificio di suo babbo e degli altri uomini è valso la Medaglia d’Oro al Valore Civile al Comune. Come anche suo marito, sono consci che molto è stato fatto negli anni recenti: prima non c’era quasi nulla, racconta. Mirella stessa, assieme al marito Francesco Vermigli, hanno ricevuto la Cittadinanza Onoraria di Tavarnelle nel 2014. Il Comune di San Casciano in Val di Pesa con l’allora sindaco Remo Ciappi nel XX anniversario della sua liberazione concesse invece la Medaglia d’Oro alla memoria di Lotti Giuliano “che inerme cadde sotto il piombo nazista per feroce ed inumana rappresaglia nei giorni della liberazione del Comune” (26 luglio 1964). Hanno lottato una vita per avere giustizia.

«Il Comune ha aspettato troppo per fare qualcosa- dice- fossero state vive le mogli delle vittime sarebbe stato più facile ricostruire l’accaduto. Perché questo silenzio?» si è chiesta a lungo. Forse sono prevalse motivazioni politiche, le rispondo.

Anche a seguito di una nuova e rinnovata sensibilità verso gli eccidi perpetrati dai tedeschi, grazie all’apertura dell’Armadio della vergogna a Roma[8], è emersa una parziale verità, con i responsabili dell’eccidio. È stato fatto il processo -non senza spese che non tutti hanno sostenuto- ma lei sì, motivata dalla verità. Quella della memoria degli eccidi è stato un lungo cammino tra oblio, falsi ricordi, assenza di giustizia.

Nel 2011, l’Amministrazione comunale di Tavarnelle Val di Pesa ha presentato una formale denuncia alla procura Militare della Repubblica con la quale è stata avviata un’indagine che ha permesso l’identificazione di sei militari, quattro tedeschi, uno austriaco e uno polacco, i cui nomi sono stati iscritti nel registro degli indagati. Il 20 maggio 2013 il GIP ha dichiarato il non luogo a procedere per estinzione del reato e per morte dei rei.

A inizio gennaio 2024, oltre venti sindaci di Comuni colpiti dalle stragi nazifasciste dell’estate 1944 si sono riuniti a Firenze per creare un coordinamento nazionale. La protesta è nata a seguito delle sentenze del Tribunale di Firenze del novembre 2023, contro le quali l’Avvocatura dello Stato ha presentato ricorso in appello, bloccando i risarcimenti destinati ai familiari delle vittime. Poiché, infatti, la Germania rifiuta di pagare, l’Italia ha istituito con il Decreto-Legge del 30 aprile 2022 un Fondo statale per risarcire direttamente le vittime. Il ricorso dell’Avvocatura ha allungato enormemente i tempi, ma la mobilitazione dei sindaci e la sentenza n. 159 della Corte costituzionale del 21 luglio 2023 hanno dato ragione alle vittime[9].

In questo caso, come suddetto, i responsabili sono stati individuati. Si trattò della Compagnia del 12° Reggimento della 4ª Fallschirmjäger Division (4ª Divisione paracadutisti), squadra composta da quattro tedeschi, Wittenauer Bruno, (1919) di Gernsbach, tenente comandante; Kurz Rudolf, (1916) di Kiel, sottufficiale aspirante ufficiale, comandante di squadra; Schulze-Holtenhausen Bernhard (1922) di Reken, caporalmaggiore; Flessenkemper Herbert, (1918) di Wuppertal; un austriaco, Moser Rudolf (1919) di Alpbach e di un polacco Ogorek Georg (1917) di Breslavia (dal 1945 Polonia).

La Storia non è fatta solo di date sui libri o di aule di tribunale; è fatta soprattutto di volti, di sguardi e di storie familiari che si intersecano con la Grande Storia. Nelle parole commosse di Ugo Conti e di Mirella Lotti, i ricordi personali smettono di essere un dolore privato per diventare memoria collettiva. Ricordare chi ci è stato strappato non è un semplice esercizio del passato, ma un atto di resistenza presente: significa restituire dignità a quelle vite spezzate e riaffermare che la ricerca della verità non scade mai.

 

Note

[1] Francesco Fusi, a cura di, BARBERINO VAL D’ELSA 08.07.1944 (Firenze – Toscana), https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2304  [consultato nel mese di luglio 2026]

[2] Testimonianza di Ugo Conti, raccolta dall’autrice il 18 marzo 2026 nell’ambito del progetto sul 1946 promosso in collaborazione con il Comune di Barberino Tavarnelle.

[3] Cfr. Claudio Biscarini, Quando piovevano le cannonate. 1944. Violenza e guerra ai civili tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, Effigi, Arcidosso, 2012, pp. 123-124; Gabriella Congedo, Come se fosse ora. La comunità di Barberino Val d’Elsa e la memoria dell’ultima guerra, Sarnus, Firenze, 2013, pp. 144-145. Matteo Mazzoni, Il passaggio del fronte tra Val di Pesa e Val d’Elsa. Civili e violenze di guerra nell’estate del 1944, Polistampa, Firenze, 2014, p. 150.

[4] Testimonianza di Mirella Lotti, raccolta dall’autrice il 12 marzo 2026 nell’ambito del progetto sul 1946 promosso in collaborazione con il Comune di Barberino Tavarnelle.

[5] Si vedano Franco Bartalesi, Memorie del passaggio del fronte a Fabbrica e a Montefiridolfi, Comune di San Casciano Val di Pesa, 1994; Claudio Biscarini, Quando piovevano le cannonate. 1944. Violenza e guerra ai civili tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, Effigi, Arcidosso, 2012, pp. 87-103; Franco Catastini, Fabrizio Silei, La strage di Pratale. Storia e memoria di una strage dimenticata 23 luglio 1944, Pagnini e Martinelli Editore, Firenze, 2004; Comune di Tavarnelle Val di Pesa, Storia e memoria 1940-1945. La guerra, l’occupazione, la liberazione di Tavarnelle, Pagnini Editore, Firenze, 2005; Giovanni Contini, La memoria dopo le stragi del 1944 in Toscana, in Leonardo Paggi (a cura di), Le memorie della Repubblica, La Nuova Italia, Scandicci, 1999, p. 197; Gian Luca Corradi, Lotte politiche e trasformazioni sociali nel secondo dopoguerra, in Zeffiro Ciuffoletti e Fulvio Conti (a cura di), Tavarnelle Val di Pesa. Storia e memoria (1893-1993), Centro Editoriale Toscano, Firenze, 1993; Gianluca Fulvetti, Uccidere i civili. Le stragi nazifasciste in Toscana (1943-1945), Carocci, Roma, 2009, pp. 129-130; Matteo Mazzoni, Il passaggio del fronte tra Val di Pesa e Val d’Elsa. Civili e violenze di guerra nell’estate del 1944, Polistampa, Firenze, 2014, pp. 153-156; Pro Loco Sambuca Val di Pesa, Per non dimenticare. 23 luglio 1944. Eccidio nazista a Pratale, Tavarnelle, 1996; Carlo Salvianti, Remo Ciapetti, Lotte politiche e sociali in Val di Pesa dal primo dopoguerra alla Liberazione (1919-1944), Nuove Edizioni Vallecchi, Firenze, 1979, p. 251-52.

[6] Testimonianza di Nazzareno Papini, raccolta dall’autrice il 12 marzo 2026 nell’ambito del suddetto progetto sul 1946.

[7] Su Pratale, cfr. Francesco Fusi, a cura di, PRATALE TAVARNELLE VAL DI PESA 23.07.1944 (Firenze – Toscana) in Atlante delle stragi Nazifasciste, https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2414 [consultato nel mese di luglio 2026].

[8] L’espressione Armadio della vergogna racchiude una delle pagine più dolorose e oscure della storia giudiziaria e politica dell’Italia del Dopoguerra: un insabbiamento di Stato durato oltre mezzo secolo che ha negato verità e giustizia a migliaia di vittime delle stragi nazifasciste.

La vicenda è emersa nel 1994, durante le indagini contro l’ex ufficiale SS Erich Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine. Nei sotterranei di Palazzo Cesi-Gaddi a Roma, allora sede della Procura generale militare, il magistrato Antonino Intelisano rinvenne un armadio di legno sigillato con un lucchetto e posizionato con le ante rivolte verso il muro. Al suo interno giacevano 695 fascicoli d’inchiesta e un registro con 2.274 notizie di reato, tutti archiviati provvisoriamente in modo del tutto illegittimo nel 1960 dalla Procura generale militare. Quei documenti contenevano denunce dettagliate, mappe, testimonianze e i nomi dei responsabili dei più atroci crimini di guerra commessi dalle truppe occupanti tedesche e dai collaborazionisti italiani tra il 1943 e il 1945. Soltanto dopo il fortuito ritrovamento del 1994 le carte sono state finalmente trasmesse alle procure militari competenti, permettendo l’avvio di una stagione di processi storici. Sebbene giunti tardivamente tali procedimenti hanno consentito di accertare le responsabilità penali ed esecutive.

[9] Stragi nazifasciste, nasce nuovo coordinamento nazionale per denunciare l’atteggiamento dell’Avvocatura dello Stato, https://www.gonews.it/2024/01/09/stragi-nazifasciste-nasce-nuovo-coordinamento-nazionale-per-denunciare-latteggiamento-dellavvocatura-dello-stato/, 9 gennaio 2024 [consultato nel mese di luglio 2026]