Firenze in Guerra, 1940-1944

Il 23 ottobre, alle ore 17.00, si aprirà a Palazzo Medici Riccardi la mostra storica Firenze in guerra, 1940-1944; l’evento è promosso dall’Istituto storico della Resistenza in Toscana col sostegno della Regione Toscana, della Provincia e del Comune di Firenze. Documenti, immagini, voci, filmati, nonché fotografie provenienti dall’Archivio Foto Locchi animeranno un ampio percorso espositivo ideato dagli architetti Giacomo Pirazzoli e Francesco Collotti. Intrecciando storie individuali e esperienze collettive, la narrazione attraverserà i primi anni di guerra fino agli ultimi mesi dell’occupazione tedesca, quando la città e la provincia furono violentemente investite dal conflitto.

Uno spazio di condivisione interattiva sarà garantito dal progetto Memory Sharing, che ha l’obiettivo di raccogliere e valorizzare documenti, fotografie, storie di vita relative agli anni del conflitto. Tutti possono contribuire al progetto, rivolgendosi alla postazione allestita all’interno della mostra oppure partecipando online, attraverso il sito www.firenzeinguerra.com (in costruzione).

Al Rondò di Bacco, nel complesso monumentale di Palazzo Pitti, un film sonoro e la serie completa delle fotografie scattate dall’architetto Nello Baroni permetteranno di immergersi nell’esperienza dei “giorni dell’emergenza”, quando migliaia di fiorentini furono costretti a lasciare le case del centro storico per rifugiarsi nelle sale di Palazzo Pitti.

La mostra, curata da Valeria Galimi e Francesca Cavarocchi – con la supervisione scientifica di Enzo Collotti – si snoderà attraverso tre scenari: la città della guerra (1940-1943), la città dell’occupazione (1943-1944) e la città della Liberazione.

Fin dagli anni ’20 il regime assegna al capoluogo toscano un ruolo chiave nel progetto di fascistizzazione della cultura: importante polo accademico e editoriale, Firenze ospita una serie di riviste e istituzioni di rilievo nazionale, dal “Selvaggio” al “Bargello”, fino al Maggio musicale. Nella seconda metà degli anni ’30 la città diviene una delle sedi privilegiate nella produzione e diffusione della pubblicistica antisemita.

I primi tre anni di guerra hanno un impatto crescente sulla vita quotidiana dei fiorentini. Mentre migliaia di cittadini partono per i vari fronti, l’intera popolazione è chiamata a mobilitarsi per sostenere lo sforzo bellico, ad esempio attraverso le periodiche raccolte di ferro, metalli e vettovaglie destinate ai soldati. Il razionamento dei beni alimentari si fa sempre più severo, affiancato dalla rapida crescita del mercato nero. Gli stessi spazi pubblici si trasformano progressivamente, in seguito alle misure di protezione antiaerea sui monumenti o alla creazione degli ‘orti di guerra’ nei giardini e nelle piazze.

La seconda visita di Hitler alla città, il 28 ottobre 1940, si tiene in un’atmosfera cupa e spettrale, molto diversa dai festeggiamenti inscenati nel 1938, quando era stato celebrato il rafforzamento del patto fra i due regimi. Nei primi anni di guerra Firenze diventa una delle ambientazioni privilegiate degli incontri volti a rinsaldare l’alleanza con Berlino e gli altri paesi dell’Asse; frequenti sono gli eventi culturali e le manifestazioni giovanili interalleate, con l’obiettivo di sottolineare il contributo della civiltà italiana al Nuovo ordine europeo perseguito dal Reich tedesco.

Dall’8 settembre 1943 gli occupanti e la Repubblica Sociale Italiana (RSI) tentano di attuare uno stretto controllo del territorio, mentre iniziano i bombardamenti e le condizioni di vita della popolazione si fanno sempre più difficili. L’area metropolitana di Firenze spicca nel quadro regionale sia per la complessità del suo tessuto economico e sociale sia per la concentrazione di strutture tedesche e repubblichine; una circostanza che contribuisce a spiegare l’intensità della persecuzione antiebraica, nonché più in generale l’efficacia degli apparati repressivi (ad esempio in seguito agli scioperi del marzo 1944). In città e nei dintorni si va nel frattempo riorganizzando un esteso tessuto antifascista, che trova la sua specificità nell’ampia articolazione delle posizioni culturali e politiche e nel coinvolgimento di settori sociali differenziati; il capoluogo, sede del Comitato toscano di liberazione nazionale, si distingue per la pluralità e la ricchezza delle reti resistenziali, che affiancano all’iniziativa più propriamente militare (specie nell’arco collinare e appenninico) un ampio spettro di attività, dalla raccolta di informazioni fino al soccorso ad ebrei, renitenti, ex prigionieri alleati.

Gli angloamericani raggiungono la Toscana a metà giugno del 1944, dopo la liberazione di Roma. A partire dalla metà di luglio la provincia di Firenze è teatro di intensi e lunghi combattimenti, prima sulle colline a Sud del capoluogo e poi in città: attuando la chiamata all’insurrezione da parte del CTLN, i partigiani sono protagonisti della battaglia per la liberazione del capoluogo, anticipando di alcune ore l’entrata degli Alleati e sostenendo per circa un mese lo scontro coi tedeschi e i “franchi tiratori”. Fallite definitivamente le trattative per la “città aperta”, il 30 luglio le forze tedesche impongono l’evacuazione del settore circostante i Lungarni, a cui fa seguito fra il 3 e il 4 agosto la distruzione dei ponti e di un’ampia area attorno al Ponte Vecchio. Nel mese di agosto la linea del fronte si assesta per lunghi tratti attorno alla linea dell’Arno, mentre le propaggini settentrionali della provincia saranno liberate solo nella seconda metà di settembre, quando le forze alleate raggiungeranno la linea Gotica. In provincia la ritirata dell’esercito tedesco ha come effetto notevoli distruzioni di fabbricati e vie di comunicazione ed è accompagnata da diffuse violenze e spoliazioni.

Il periodo dell’emergenza e del passaggio del fronte è certo quello che maggiormente si staglia nella memoria dei fiorentini. Per comprendere a pieno l’impatto sulla vita quotidiana delle popolazioni e le trasformazioni sociali e culturali innescate dal conflitto è necessario tuttavia allargare lo sguardo agli anni precedenti, perché è nei primi anni di guerra che si accumulano processi e trasformazioni destinati ad esplodere nell’estate del ’44 e nei mesi successivi alla liberazione, quando si inizierà un lento ma decisivo processo di ricostruzione e democratizzazione della vita pubblica.

Informazioni sulla mostra:

Palazzo Medici-Riccardi 24 ottobre 2014 – 6 gennaio 2015

10:00 – 18:00 (chiuso il mercoledì)

Rondò di Bacco 24 ottobre 2014 – 4 gennaio 2015

 Venerdì 15:00 – 17:30 / sabato e domenica: 11:00 – 17:30

 Ingresso libero

 Per Informazioni, prenotazioni e visite guidate tel. 055.284296 dal lunedì al venerdì 10:00 – 15:00

Articolo pubblicato nell’ottobre 2014.

 




La protezione del patrimonio artistico tra propaganda e dedizione 1940-1943

Il 5 giugno 1940 il soprintendente alle Gallerie fiorentine Giovanni Poggi si trovò nelle mani una circolare “urgente e riservatissima” del ministero, con la quale si ordinava l’immediata attuazione di tutti i provvedimenti predisposti per la tutela del patrimonio artistico in caso di conflitto. Cinque giorni dopo l’Italia sarebbe entrata ufficialmente in guerra.

Con una serie di pubblicazioni, convegni, interventi legislativi iniziati negli anni della Iª Guerra Mondiale e culminati con la legge 1089/1939 (‘Tutela delle cose d’interesse artistico e storico’), l’Italia aveva già da tempo predisposto norme e piani da far attuare alle varie soprintendenze in caso di guerra. Cosicché, già dall’11 giugno 1940, la macchina propagandistica fascista poté mostrare la perfetta efficienza del governo nella protezione in loco di palazzi, chiese, portali e facciate scolpite, efficienza ampiamente documentata da una capillare campagna fotografica e dai cinegiornali dell’Istituto Luce.

Ospedale degli Innocenti. Armature per la protezione dei tondi di Luca della Robbia e la loggia a lavori di protezione ultimata, daNella fasi iniziali della guerra non si individuava il possibile pericolo nei bombardamenti dei centri storici, quanto piuttosto nelle eventuali schegge di proiettili della contraerea e nelle vibrazioni che potevano portare a distacchi degli affreschi. Per questo si iniziò a incastellare con legname e sacchetti di sabbia le statue e coprirle con tettoie di eternit (come avvenne per le statue davanti a Palazzo Vecchio), a rinforzare le fondamenta degli edifici (come nella Basilica di San Lorenzo a Firenze), a rivestire le superfici delle opere con carta e tessuto o costruire delle vere e proprie pareti in mattoni per le cappelle affrescate all’interno delle chiese (come per gli affreschi di Piero della Francesca ad Arezzo).

Quando, il 28 ottobre 1940, Adolf Hitler visitò Firenze per la seconda volta, la città apparve sotto un nuovo, inedito e lugubre scenario: torrette, gabbiotti, eternit ricoprivano i simboli artistici della culla del Rinascimento, garantendo in realtà una protezione estremamente superficiale contro i bombardamenti.

Tali misure protettive, enfatizzate dalla propaganda di regime come una “blindatura” totale, si rivelarono ben presto non idonee anche per la reale mancanza di mezzi a disposizione, nonostante la commovente e costante dedizione di tutto il personale delle soprintendenze toscane.

Protezioni in muratura alle cappella di Giotto in Santa Croce a Firenze, daL’inadeguatezza delle operazioni di protezione messe in atto fino a quel momento apparve chiara già dall’autunno del 1942, quando iniziarono i bombardamenti aerei sui centri storici italiani e si dovettero sostituire tutte le protezioni in legname e sacchetti di rena con coperture in muratura.

Rimaneva ancora il problema della tutela delle opere d’arte mobili, per le quali si mostrava necessario ormai un definitivo e totale allontanamento dai centri urbani.

Lo sfollamento più imponente e delicato riguardava ovviamente la soprintendenza fiorentina, e le migliaia e migliaia di opere dei musei, delle chiese e delle collezioni private cittadine. Secondo quanto registrato direttamente da Poggi nelle sue relazioni dell’ottobre 1944 e del luglio 1945 (conservate presso il Fondo Poggi in deposito presso l’archivio storico della Soprintendenza Speciale per il patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze), già nel giugno del 1940 la Soprintendenza fiorentina riuscì a trasferire nella Villa di Poggio a Caiano il nucleo più prezioso degli Uffizi, mentre in tutto il 1940 arrivarono nel palazzo Pretorio di Scarperia e di Poppi e nel convento di Camaldoli altri importanti capolavori.
Piazza della Signoria. Particolari della rimozione della Giuditta di Donatello, daCon il sopraggiungere dell’autunno del 1942, l’aggravarsi della situazione impose una repentina ed energica azione di trasloco totale e smistamento in decine di rifugi fuori dalle città. In dieci mesi e con scarsissimi mezzi a disposizione (sei camion e carburante razionato) Firenze si svuotò completamente.

Allo scoppio della guerra anche la soprintendenza di Siena e Grosseto iniziò le grandi manovre di protezione. Il personaggio chiave nella difesa del patrimonio fu il giovane Enzo Carli, che affiancò come ispettore e direttore della Regia Pinacoteca i soprintendenti Pèleo Bacci prima e Raffaello Niccoli dopo. Carli (che sarebbe poi diventato soprintendente e tra i massimi esperti di arte senese), poco più che trentenne e con un congedo provvisorio rinnovatogli di sei mesi in sei mesi dallo Spedale militare di Firenze, dal giugno 1940 coordinò con limitate maestranze tutti i lavori. Fece ricoprire con una cupola di sacchetti di sabbia sostenuti da una impalcatura di legname il pergamo di Nicola Pisano in Duomo, e si occupò della delicata rimozione della grande vetrata di Duccio e della serie di sculture di Giovanni Pisano che decoravano la facciata della cattedrale.

Tra l’autunno del 1942 e la primavera del 1943 anche Siena iniziò un nuovo piano di misure protettive, non più dai risvolti propagandistici ma di disperata necessità. Se da un lato furono consolidati e incapsulati con armature di mattoni gli oggetti inamovibili come il pergamo di Nicola Pisano, dall’altro fu attuato lo sfollamento pressoché totale delle opere d’arte mobili presenti in città. La tavola più importante di Siena, la Maestà di Duccio di Buoninsegna, fu allora trasferita nella fattoria di Mensanello di proprietà del Seminario, costantemente sorvegliata; le grandi tavole della Regia Pinacoteca furono collocate a Villa Arceno, di proprietà dei conti Gamba Castelli, mentre gli altri dipinti partirono per l’abbazia di Monteoliveto Maggiore, dove furono nascosti al termine di un corridoio al pian terreno, a chiusura del quale fu eretta una paretina provvisoria con davanti un piccolo altare. Nel 1943 Carli prese la moglie, il figlio di 4 anni e la figlia di pochi mesi e andò ad abitare a Villa Arceno, per sorvegliare con i propri occhi tutti i capolavori: nei mesi successivi più di una volta avrebbe rischiato la vita per difendere dalle requisizioni gran parte del patrimonio artistico senese.

E così la rischiarono anche molti dei funzionari della soprintendenza fiorentina e lo stesso Poggi, che con sangue freddo, indipendenza e autorità sul finire del 1943 intrecciò audaci e trasversali trame diplomatiche, non più solo per proteggere, ma soprattutto per difendere il patrimonio cittadino.

Lo sbarco degli Americani, le mutate alleanze, l’invasione tedesca e la coesistenza di governi e poteri paralleli avrebbero infatti alterato completamente la politica ‘centralizzata’ e celebrativa di protezione al patrimonio: nella tragicità ed emergenza del momento, soprintendenti, ispettori, restauratori o semplici custodi di rifugi dimostrarono non solo efficienza e sincera dedizione, ma anche e soprattutto un grande coraggio, spirito critico e generosa umanità.

Articolo pubblicato nel settembre del 2014.




“Donne e Guerra”: un progetto didattico nelle scuole del Valdarno

Negli anni Novanta la scuola italiana aprì la programmazione di Storia al Novecento e, rinnovando l’interesse per le vicende più recenti e l’importanza della ricerca a partire dai testimoni, scelse di farlo partendo dalla storia famigliare, locale per facilitare la comprensione del contesto globale. A questo periodo risale “Donne e guerra”, lavoro di ricerca che nasce da un progetto del Ministero chiamato appunto “Novencento”.

La scuola secondaria di primo grado di Matassino (Figline Valdarno- Firenze) divenne sede di un “Laboratorio storico-ambientale” coordinato da Gabriele Olmi che aveva come scopo la formazione degli insegnanti e l’avvio di progetti, come il nostro “Donne e guerra” degl’anni scolastici 1997/98 e 1998/99 che fu diretto da Carla Mugnai con la collaborazione di Mario Mantovani. Si tratta di una raccolta di testimonianze che gli alunni hanno recuperato dalle proprie nonne con la metodologia dell’intervista.

Le domande rivolte sono state:

  • Cosa ti ricordi della guerra?
  • Ti ricordi di qualche episodio particolare?
  • Come trascorrevi la giornata?
  • Cosa mangiavi e come te lo procuravi?
  • Facevi mai festa? Dove, quando, racconta …
  • Quali erano i luoghi di ritrovo?
  • Dove vi rifugiavate quando c’erano i bombardamenti?
  • Ti ricordi di un episodio del rifugio?
  • Come avevate le notizie e da chi?
  • Cosa ti ricordi dei tedeschi?
  • E degli americani?
  • Hai mai sentito parlare di episodi di maltrattamenti nei confronti delle donne?
  • Conosci episodi nei quali sono state protagoniste le donne?
  • Hai mai aiutato, dato ospitalità a qualcuno in difficoltà?

I risultati del lavoro furono organizzati secondo la provenienza geografica delle testimoni e pubblicate, assieme a delle foto d’epoca sul portale www.valdarnoscuola.net

Gli alunni interessati dal progetto furono:

  • Scuola Media di Incisa Valdarno: Classe 2°A e 3°C
  • Scuola Media di Matassino (Figline Valdarno): Classe 2°H, 2°I, 3°G, 3°H, 3°I
  • Scuola Elementare di Cascia (Reggello): Classe 5° A
  • Scuola Elementare di Vaggio (Reggello): Classe 5° A

Il lavoro fu organizzato e coordinato dagli insegnanti: Sonia Cirri, Gianna Ermini, Cristina Fontanella,  Monica Giuliani, Leontina Mascagni, Sandra Mazzoni,  Anna Mori, Carla Mugnai, Enrica Mugnai e  Ivana Righi.

“Donne e guerra” confluì nel 2009 nel Centro Documentazione Donna di Figline Valdarno grazie all’attenzione della professoressa Mazzoni e rifluisce ora in ToscanaNovecento per tornare alla sua vocazione originaria: rotella del grande ingranaggio della Storia.

Articolo pubblicato nel settembre 2014.




La strage della famiglia Einstein

Il 3 agosto 1944 la famiglia di Robert Einstein, cugino del più famoso Albert, fu oggetto di un atroce massacro ad opera di soldati della Wehrmacht presso Villa il Focardo a Rignano Valdarno. Robert e Albert Einstein erano cugini per parte paterna; i due ragazzi avevano trascorso l’infanzia insieme prima in Germania e poi in Italia. Le loro strade si separeranno poi. Albert  diventerà un fisico di fama mondiale, Robert inizierà gli studi di ingegneria.

Robert Einstein aveva sposato Cesarina (Nina) nel  1913. La coppia aveva due figli: Luce nata nel 1917 e Annamaria nel 1927. Dopo una parentesi a Roma la famiglia si era trasferita a Villa il  Focardo fra Rignano e San Donato. La loro è una famiglia relativamente benestante. Possiedono anche un’abitazione in Corso Tintori a Firenze, dove risiedono nel periodo invernale. Annamaria e le cugine frequentano il liceo Michelangiolo, mentre Luce è iscritta alla facoltà di medicina. La villa del Focardo è meta di frequenti visite. Gli Einstein sono molto conosciuti e al Focardo sono spesso ospiti personalità eminenti : il pastore valdese Vinay, e poi pittori, docenti universitari, ma anche personalità legate alla resistenza.

Strage FocardoEppure questa vita serena e agiata viene ben presto sconvolta dall’8 settembre 1943 e dall’occupazione tedesca. Il piano superiore della villa viene sequestrato per gli ufficiali della Wehrmacht mentre le truppe si sistemano intorno alla fattoria. Ancora nessuno sembra in pericolo, ma il pastore Vinay inizia a preoccuparsi per Robert, di note origini ebree. Robert non solo è ebreo. Ma è anche il cugino di Albert che all’insorgere del nazismo ha lasciato la Germania e che con la sua fama e il suo prestigio mondiale è la smentita più evidente alle teorie razziste di Hitler. Alla fine Robert si convince anch’egli del pericolo e decide di rifugiarsi nei boschi. Riesce così a salvarsi da quel tragico 3 agosto 1944 in cui un comando nazista si reca al Focardo. Sembra chieda di Robert senza trovarlo. Viene inscenato un processo farsa e i in pochi attimi i mitra tedeschi si abbattono sulla moglie e le due figlie. Vengono risparmiate  due gemelle e una terza cugina loro ospiti in quei giorni. A salvarle sono i cognomi diversi: Mazzetti e Bellavite. Come scriverà poi una di queste, Lorenza Mazzetti, nella dedica al suo racconto autobiografico “Il cielo cade”: Questo libro vuole descrivere la gioia e l’allegria che quella famiglia mi ha dato nella mia infanzia, accogliendomi come “uguale”, mentre sono stata “uguale” a loro nella gioia e “diversa” al momento della morte. Nel giardino esterno viene lasciato un biglietto. Recita “Abbiamo giustiziato i componenti della famiglia Einstein, rei di tradimento e giudei”. La villa viene data alle fiamme. Robert dal suo rifugio fra i boschi vede alzarsi una colonna di fumo proveniente dal Focardo. Corre verso il luogo della strage, ma ormai non può fare più niente.

Nei giorni immediatamente successivi sul luogo del delitto arriva, incaricato delle indagini, il maggiore della V armata statunitense Milton Wexler. È stato un allievo del grande fisico Albert Einstein che è molto preoccupato per la famiglia del cugino. Vorrebbe poterlo rincuorare. A lui invece tocca informare il suo ex professore della tragedia. Dei risultati delle indagini americane si è persa ogni traccia. Così come sono rimasti ignoti gli esecutori del delitto. Solo nei primi anni 2000, dopo le ricerche dello storico Carlo Gentile sulle truppe di stanza nella zona in quei giorni, si è iniziato ad avere un’idea più precisa sui possibili responsabili della strage. Le ultime ricerche di Gentile hanno capovolto quanto si era creduto circa le responsabilità della strage:  ad uccidere non furono reparti delle SS, ma uomini appartenenti al comando di un’unità della Wehrmacht, l’esercito regolare tedesco, verosimilmente la quindicesima divisione del 104° Reggimento di granatieri corazzati.  Al momento non è emersa nessuna prova definitiva per capire se l’omicidio delle tre donne abbia a che vedere con una vendetta personale nei confronti di Albert Einstein o sia stato un delitto a sfondo razzista. Anche il biglietto lasciato sul luogo della tragedia “Abbiamo giustiziato i componenti della famiglia Einstein, rei di tradimento e giudei” lascia aperti più dubbi. È scritto in perfetto italiano. I tedeschi avevano con loro un interprete o qualcuno che conosceva bene l’italiano? Oppure quel biglietto non è stato scritto dai soldati tedeschi?

Tomba EinsteinAltrettanto tragico è purtroppo l’epilogo di Robert Einstein. L’anno successivo,distrutto dal dolore, ritorna sui resti del Focardo e si suicida inghiottendo del veleno. Decide di farlo un giorno particolare: il 13 luglio 1945, la data del suo anniversario di matrimonio. Riposa adesso nel cimitero della Badiuzza di Rignano insieme ai suoi cari. Ai piedi della stele funebre in  tubi  di acciaio disegnata dagli allievi della Scuola d’ Arte di Porta Romana a Firenze che il comune di Rignano ha loro dedicato.

 

Articolo pubblicato nell’agosto 2014.




Antifascisti e perseguitati politici nel Chianti

ANTIFASCISTI_5Che cosa hanno rappresentato, per le popolazioni del Chianti, la dittatura e il regime fascista? Domanda non facile a cui la storiografia non ha ancora dato, a tutt’oggi, una risposta soddisfacente. La memoria delle violenze, delle sopraffazioni, delle tragedie provocate dalla dittatura con la suapolitica razzista, imperialista, aggressiva e guerrafondaia nel ventennio, ha sicuramente lasciato una traccia nella memoria della gente ma non ha prodotto ancora risultati significativi sul piano della conoscenza storica.

I dati che si propongono nelle tabelle seguenti sono il risultato di lunghe ricerche effettuate su documenti finora poco studiati ma di grande importanza. Si tratta dei fascicoli del Casellario politico centrale, dipendente dal Ministero degli Interni, direzione generale di pubblica sicurezza, conservate presso l’Archivio centrale dello Stato a Roma. Dallo studio e dall’analisi delle migliaia e migliaia di fascicoli intestati ad altrettanti antifascisti, sovversivi o anche semplici cittadini sottoposti alle misure poliziesche del regime fascista, emerge un universo dolorante e represso, un intreccio di storie e di peripezie che hanno caratterizzato il ventennio nel nostro paese e nella nostra regione, ma che finora raramente sono affiorate nelle ricostruzioni di uno dei periodi più drammatici della storia.

I dati che si forniscono richiederebbero una spiegazione ampia e approfondita, ma già nella loro crudezza e immediatezza offrono ampia materia di riflessione. Basti pensare che, in un territorio come il Chianti, popolato da non più di 70-80.000 persone ma con un tessuto urbano rarefatto e diffuso in un’area più ampia a forte connotazione agricola, sono oltre 200 gli schedati come antifascisti, sovversivi e perseguitati politici da tenere sotto sorveglianza e da sottoporre a misure repressive e restrittive della libertà, a provvedimenti che possono privare del lavoro e ridurre in miseria intere famiglie. Già, perché in realtà non si tratta solo di 205 individui, ma di 205 nuclei familiari, ciascuno con le sue reti di parentela e di amicizie. Sono dunque 205 storie di vita, 205 itinerari biografici che si snodano attraverso violenze subite, angherie, miserie, tragedie di vita quotidiana.

ANTIFASCISITI_628 persone saranno deferite al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, quel famigerato tribunale da cui sono passati i Gramsci, i Pertini e tanti altri grandi della nostra storia. Anche una donna nata a Montespertoli, Preziosa Borri, casalinga e comunista, finita sotto le grinfie degli sbirri nel 1929, quando aveva già 65 anni, veniva deferita al tribunale speciale; 19 persone finiranno al confino di polizia, costrette ad abbandonare famiglia, casa, lavoro, amicizie, abitudini, libertà; 18 emigreranno all’estero per motivi politici e finiranno iscritti nella rubrica di frontiera, con la minaccia incombente di venire arrestati non appena si fossero avvicinati a una frontiera nazionale; 14 finiranno nelle maglie della cosiddetta giustizia ordinaria, processati per reati classificati comuni, anche se di natura politica; 45 infine verranno sottoposti a diffida o ad ammonimento, che non erano provvedimenti innocui e senza conseguenze, soprattutto per quel che concerneva la conservazione del lavoro.

Venivano colpite persone delle più diverse appartenenze sociali e di livello culturale assai differenziato: si potevano trovare due possidenti accanto a 5 contadini, 14 coloni e 20 braccianti; o una dozzina di commercianti di vario livello: gestori di ristoranti, vinai, negozianti, salumieri, pizzicagnoli e perfino rappresentanti di commercio; o una settantina di artigiani, 17 calzolai, 11 falegnami, 7 meccanici, 3 fabbri, 3 parrucchieri e tanti altri come scalpellini, sarti, barrocciai, boscaioli, lattai, fornai, legatori di libri e tanti altri. Vi erano anche operai di industria, tipografi, ma anche un industriale e anche rappresentanti delle professioni, un veterinario, un geometra, un pubblicista, maestri e insegnanti e perfino un artista di varietà. Numerosi i ferrovieri, una decina e anche un carabiniere condannato, nel 1941, al confino di polizia. Naturalmente queste poche righe e questi pochi dati danno solo un’idea molto limitata e sommaria di quelle che furono le caratteristiche e le vicende dell’universo, del popolo degli antifascisti, dei perseguitati politici del regime. Ma il filone che si prospetta è particolarmente ricco e, per ognuno dei 205 nominativi è possibile andare a riscoprire e ristudiare, attraverso i fascicoli personali e con un lavoro di ricerca sulle fonti orali, attraverso le testimonianze, storie di vita vissuta e vissuta intensamente, drammaticamente.

L’articolo era stato pubblicato sulla rivista “InChianti” n. 10, 2004.

Ivano Tognarini, docente di Storia moderna all’Università di Siena, è stato Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana dal 2000 fino alla sua recente scomparsa il 15 marzo 2014. Questo piccolo contributo ne vuol ricordare il vasto impegno nello studio della presenza antifascista nell’Italia del Ventennio attraverso l’analisi della documentazione del Casellario politico centrale dello Stato.

Articolo pubblicato nel maggio 2014.




Report di una strage: il 24 luglio 1944 a Empoli

Luglio 1944.

I tedeschi si muovono verso Firenze, incalzati dall’avvicinarsi delle truppe alleate impegnate nell’opera di liberazione.
E’ lunedì, il 24 per la precisione, e alcuni soldati tedeschi si avvicinano ad un casupola alla periferia di Empoli, in una zona conosciuta come Pratovecchio. Probabilmente cercano informazioni, ma si scontrano con i partigiani che sono riuniti proprio lì. Ne nasce uno scontro a fuoco e diversi soldati muoiono. Scatta la rappresaglia e molti uomini vengono rastrellati a forza nel circondario e senza spiegazioni costretti a spengere un incendio appiccato dai tedeschi. Qualcuno riesce a fuggire, ma in trenta vengono condotti verso il centro di Empoli e fucilati.

Solo uno si salva, dandosi alla fuga poco prima dell’esecuzione. Ventinove persone rimangono a terra nella piazza F. Ferrucci, ventinove nomi sono ricordati nella stessa piazza che ora commemora il “XXIV luglio”. Arturo Passerotti è l’unico superstite alla strage.

Muoiono Luigi Bagnoli (61 anni), Mario Bargigli (22 a.), Guido Bartolini (28 a.), Arduino Bitossi (60 a.), Orlando Boldrini (60 a.), Pietro Capecchi (50 a.), Bruno, Francesco e Giulio Cerbioni (18, 66 e 28 a.), Gaspero e Gino Chelini (46 e 52 a.), Giuseppe, Pietro e Virgilio Ciampi (55, 48 e 51 a.), Giulio Cianti (55 a.), Pasquale Gimignani (55 a.), Corrado Gori (64 a.), Giulio e Pietro Martini (66 e 59 a.), Gino Morelli (56 a.), Palmiro Nucci (56 a.), Gaspero Padovani (78 a.), Alfredo Parri (34 a.), Antonio Parrini (56 a.), Carlo Peruzzi (62 a.), Gino Piccini (48 a.), Alfredo Pucci (51 a.), Gino Taddei (38 a.) e Domenico Vizzone (45 a.).
Quello stesso giorno il comando tedesco mina i campanili del Duomo e degli Agostiniani e la porta Pisana.

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Articolo pubblicato nel gennaio 2014




Le ferite di Barberino Tavarnelle negli occhi dei cari. Interviste a Ugo Conti e Mirella Lotti

Tra Storia orale e memoria degli eccidi 

Cenni generali

Durante la Seconda Guerra mondiale, il territorio chiantigiano e la Val di Pesa subirono una violenza devastante: tra il luglio 1944 e la liberazione, si registrarono oltre 150 vittime civili. Per la resistenza tedesca, concentrata verso la Linea Gotica, l’area divenne un fronte nevralgico attraversato da 250.000 soldati della Wehrmacht.

La liberazione avvenne tramite una forza multinazionale (neozelandesi, maori, indiani e marocchini). Tavarnelle fu liberata il 23 luglio 1944 dagli alleati. Gli ultimi scontri nel territorio di Tavarnelle avvennero nel pomeriggio del 24 luglio. Dalla sera l’area era completamente liberata e non vi era più presenza di soldati tedeschi. Il 25 luglio 1944 le truppe neozelandesi uscirono da Tavarnelle ed entrarono nei territori di San Casciano e Montespertoli. Il 23 luglio venne liberata anche Barberino. Il 20 luglio 1944 le avanguardie alleate e i reparti speciali erano penetrati nel territorio comunale, occupando le prime frazioni collinari come Olena, Cortine e Petrognano.

Le truppe neozelandesi furono le vere protagoniste militare dello sfondamento della linea del fronte nel Chianti. Ne facevano parte i soldati della 2ª Divisione Neozelandese (composta sia da militari di origine europea sia da battaglioni Maori), guidati dal generale Bernard Freyberg. Pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, i neozelandesi combatterono casa per casa,  risalendo da sud, contro la tenace resistenza della Wehrmacht tedesca.

 

Le ferite del territorio, gli eccidi

L’uccisione di Desiderio Chiti e Corrado Conti. I ricordi del figlio Ugo Conti

Durante la ritirata, i tedeschi cercarono di punire e colpire, qui come altrove, anche i cittadini del territorio. La Toscana conta infatti molteplici eccidi e rappresaglie.

L’8 luglio 1944 [1] presso la casa di Gioacchino Forconi, vennero fucilati Desiderio Chiti (21/09/1889), operaio agricolo e Corrado Conti (22/07/1885), commerciante e proprietario di una tabaccheria.

Quel giorno, tre o quattro soldati tedeschi avevano infatti fatto irruzione nella casa colonica di Gioacchino Forconi nei pressi di Barberino Val d’Elsa. Qui vennero sorpresi Desiderio e Leopoldo Chiti, Pietro e Corrado Conti, i quali con la minaccia delle armi furono prelevati e fatti avviare a piedi lungo la strada. Alla distanza di circa 20 metri dall’abitazione, i tedeschi aprirono il fuoco, uccidendo Desiderio Chiti e Corrado Conti e ferendo Leopoldo Chiti. Tale uccisione fu forse programmata in relazione a un rastrellamento infruttuoso condotto pocanzi nella zona circostante allo scopo di ricercare renitenti e disertori. Ugo Conti, figlio di una delle vittime, oggi ultranovantenne, spiega la dinamica:

«Noi eravamo sfollati ad una casa colonica. Vennero dei tedeschi da Tignano. Passarono da questa casa colonica e sequestrarono tre o quattro uomini più giovani. Aspettate qui gli dissero. Si va a Barberino a cercarne altri per mandarli in Germania a lavorare. Questi si buttonno nei campi, nel granturco, dove non li vedevano. Fuggirono! Tornati i tedeschi si arrabbiarono e presero così tre vecchi (sessantenni, ndr.), che erano a sedere su una panca di legno all’ombra di una quercia. Era di luglio- come ricorda Ugo Conti-. Gli spararono.  Erano i soliti, forse, – sostiene – dell’eccidio di Pratale». A Pratale- mi ricorda Conti- li hanno trovati i responsabili[2].

Come ha scritto Fusi, la ricostruzione dell’episodio si basa prevalentemente su due denunce ai Carabinieri rese da Leopoldo Chiti il 29 marzo e il 5 aprile 1945. Nelle due testimonianze la versione dei fatti cambia però sensibilmente: nella prima Leopoldo sostiene che i militari tedeschi avevano sorpreso lui e il fratello Desiderio mentre si trovavano seduti sotto a un olivo, da dove erano stati fatti alzare e avviare sulla strada per poi essere oggetto poco dopo di mitragliamento. Nella deposizione del 5 aprile, invece, dichiara d’esser stato sorpreso dai militari mentre si trovava in compagnia del fratello Desiderio, di Corrado e Pietro Conti presso la casa colonica di Gioacchino Forconi, dalla quale erano stati fatti allontanare per essere poco dopo mitragliati.
Anche la località esatta in cui si compì l’uccisione non è precisa. Talvolta è indicata quella di “Novoli”, talaltra le testimonianze indicano un luogo detto “agli indiani”. In entrambi i casi la località si trova comunque nelle vicinanze dell’abitato di Barberino. Desiderio Chiti non morì immediatamente a seguito del mitragliamento, ma decedette poco più tardi presso l’Ospedale Naldini Torrigiani di Tavarnelle Val di Pesa. I responsabili furono individuati nella divisione Fallschirm-Jäger-Division della Luftwaffe [3].

 

Foto di Ugo Conti (classe 1932)

 

Conti ricorda le fatiche della mamma, rimasta sola, per crescerlo, tra le difficoltà della guerra e del dopoguerra. Nel 1944 anche la madre rimarrà ferita da una scheggia durante i bombardamenti: «gli indiani (esercito, ndr.) la portarono a Siena all’ospedale per curarla». Lui rimase così solo con uno zio. Ai drammi delle perdite si legano infatti le emozioni, le paure, le problematicità delle famiglie e di chi era rimasto senza un affetto e senza giustizia. Togliere un padre, un uomo, ad una famiglia nell’Italia del tempo voleva anche dire minarne la stabilità e l’autonomia.

 

Mirella Lotti e la strage di Pratale: il racconto commosso di una memoria che non si spenge

Nel luglio 1944, il 23, poche ore prima della liberazione, si consumò la strage di Pratale: un commando della 4ª Divisione Paracadutisti tedesca uccise 12 civili delle famiglie Gori, Cresti, Raspollini e Lotti. Mirella Lotti, oggi unica sopravvissuta, ricorda commossa:

«Pratale è stato quello che ci ha segnato la vita- racconta con voce rotta dall’emozione. La guerra prima, poi la miseria, poco mangiare, la paura, poi il 23 di luglio, non si può nemmeno descrivere- continua. Avevo 8 anni e mezzo[4]».

A Pratale, piccolo podere del comune di Tavarnelle Val di Pesa situato a circa metà strada tra l’Abbazia vallombrosana di San Michele a Passignano e l’abitato di Fabbrica, fin dalla mattina del 23 luglio 1944 erano in corso il ripiegamento tedesco verso la collina di Fabbrica e la contemporanea avanzata della 2ª Divisione Neozelandese verso Passignano. La zona era al centro di serrati combattimenti, rivelandosi un’area cruciale per la strategia tedesca di ritirata aggressiva. Nel podere di Pratale abitavano da giorni le famiglie contadine dei Gori, dei Cresti e dei Raspollini, alle quali si era aggiunta quella dei Lotti, sfollati dalla vicina località di Fabbrica.

La sera del 23 luglio, un gruppetto di tedeschi appartenenti alla 4ª Divisione Paracadutisti fece irruzione nell’abitazione, sorprendendo le quattro famiglie a cena. Vennero quindi separati gli uomini dalle donne e dai bambini. Mentre il gruppo delle donne veniva fatto allontanare in direzione di Fabbrica, gli uomini furono invece fatti entrare in un piccolo boschetto nelle vicinanze. Fu fatta eccezione però per Maurizio Raspollini e suo figlio Rino, che il padre teneva in braccio, perché malato, che i tedeschi fecero allontanare probabilmente nella stessa direzione presa dal gruppo delle donne. I dodici uomini introdotti nel boschetto vennero quindi fatti allineare e uccisi con ripetute raffiche di mitra. Un istante prima che i militari aprissero il fuoco, Giovanni Raspollini si gettò nella vegetazione, riuscendo in un primo momento a sfuggire all’esecuzione. Durante la fuga si imbatté però in altri soldati tedeschi che lo freddarono all’istante, a breve distanza dal luogo in cui si stava consumando la fucilazione degli altri contadini.

Giovanni Baldini, Cippo dell’eccidio di Pratale, in ResistenzaToscana, 12-12-2007, https://resistenzatoscana.org/monumenti/tavarnelle_val_di_pesa/cippo_dell_eccidio_di_pratale/

Ada Vermigli, madre di Mirella e moglie della vittima Giuliano Lotti, dichiarò in una deposizione rilasciata il 28 marzo 1944 alla stazione dei Carabinieri di Mercatale Val di Pesa che dopo la strage i tedeschi avevano prelevato tutto quello che avevano potuto dal podere di Pratale. Inoltre, sembra che ai fucilati di Pratale fossero stati sottratti anche i portafogli. Nel campo dove i corpi esangui erano stati trucidati, per anni, «l’erba crebbe più alta- ricorda Mirella Lotti. I tedeschi avevano infatti mirato verso le teste degli uomini- come tristemente ricorda Lotti- barbaramente uccisi- forse per lasciare incolumi i corpi, per poi rubarne quei pochi soldi che avevano nelle tasche e, per spregio-come se non bastasse- buttarli sui corpi quei pochi spiccioli[5]».

Giovanni Baldini, Cippo dell’eccidio di Pratale, in ResistenzaToscana.it https://resistenzatoscana.org/monumenti/tavarnelle_val_di_pesa/cippo_dell_eccidio_di_pratale/

«La mia mamma- all’epoca ventottenne-  non voleva lasciare il mi babbo. Ricordo quando il tedesco mi buttò in terra». Lei, bambina, era infatti in collo al padre, quando venne catturato. Donne, bambini e vecchi furono portati via. La zia Sandrina- sorella del babbo- la raccattò di terra, dopo che il tedesco l’aveva separata bruscamente dal padre. Passarono la notte in un rifugio. C’era anche un ragazzo malato di tifo che stava molto male-ricorda. Poi furono condotti in una cantina a Badia a Passignano.

«Ti manca un affetto che te ne ricordi per tutta la vita, non ce ne si può scordare», mi ripete, commossa.

 

Mirella Lotti, classe 1935 con la foto del padre. Immagine tratta dall’articolo, Stragi nazifasciste, 20 comuni contro il ricorso dell’Avvocatura, Rai News, 12 gennaio 2024, https://www.rainews.it/tgr/toscana/articoli/2024/01/stragi-nazifasciste-20-comuni-contro-il-ricorso-dellavvocatura-dcea4824-da21-4c69-af55-174db35122d1.html

 

Il dibattito storico oscilla tra l’ipotesi della delazione e quella della rappresaglia per il ferimento di un soldato tedesco. I familiari delle vittime sin dalla liberazione accreditarono l’ipotesi che la strage fosse avvenuta a seguito della delazione fatta ai tedeschi da Pasquale Lunghi, detto “il farinaio”, uno sfollato di Tavarnelle che era stato visto fraternizzare con i tedeschi e che nei giorni precedenti aveva litigato con gli uomini della famiglia Gori per una questione di bestiame. In realtà la responsabilità di Lunghi nell’episodio non è mai stata provata, giocano anzi a favore della sua innocenza alcuni certificati rilasciati al Lunghi dal CLN di San Casciano e comprovanti la sua buona condotta politica e morale. Lei stessa sulla questione sorvola, come a non voler dar colpe o rivangare verità scomode.

Testimonianze orali italiane e fonti militari riferiscono del ferimento di un soldato tedesco a opera di partigiani verificatosi qualche ora prima della strage nella zona tra Fabbrica e Passignano, che avrebbe potuto innescare un meccanismo di rappresaglia. Tuttavia, dell’episodio nelle relazioni delle formazioni partigiane operanti nella zona (la banda garibaldina “Faliero Pucci” e la III Brigata “Rosselli”) non se ne fa menzione.

Lo stesso eccidio è stato spesso confuso negli anni con quello di Fabbrica. Perfino la località di Pratale viene talvolta confusa con Passignano o Fabbrica stessa. Questo perché sin dalla denuncia presentata il 19 maggio 1945 dalle vedove della strage ai Carabinieri è riportato erroneamente Fabbrica come luogo della fucilazione; come scrive Fusi, il boschetto nel quale vennero fucilati gli uomini prelevati dal podere di Pratale è detto anche “della Fornace di Fabbrica”; alcuni atti notori rilasciati dal comune di San Casciano dopo la strage, relativamente all’uccisione dei Lotti, riportano come luogo di morte quello di Fabbrica (in effetti i Lotti erano sfollati a Pratale da Fabbrica); il giorno dopo la strage di Pratale, si registrò nella vicina località di Fabbrica la fucilazione di altri 4 uomini ad opera dei tedeschi.

Nei bollettini della Commissione regionale toscana per il riconoscimento della qualifica di partigiani, undici delle vittime furono dichiarate partigiani combattenti in forza alla III Brigata Rosselli, mentre Oreste Cresti fu dichiarato caduto per la lotta di liberazione. Emilio Galli, comandante della brigata, indicò in un proprio rapporto le vittime di Pratale come informatori e coadiuvanti della sua unità. Nel dopoguerra, tuttavia, da parte di alcuni parenti fu messa in discussione l’effettiva appartenenza delle vittime al partigianato: il riconoscimento sarebbe in realtà giunto grazie alla mediazione del Galli per consentire ai familiari un trattamento economico e assistenziale migliore.

Anche Nazzareno Papini (1933, Sambuca), allora sfollato a Sardella, località sopra Sambuca, ha raccontato che suo padre fu tra coloro che, nei giorni successivi alla strage, recuperarono i corpi degli uomini deceduti, ancora abbracciati, per caricarli su «due carri dei bovi» verso il cimitero [6]. I tedeschi avevano infatti impedito inizialmente una degna sepoltura alle vittime. Mirella Lotti aggiunge dettagli sulle lunghe trafile per i risarcimenti:

«La mi mamma era una donna forte. […] tutti i giorni la rammentava il suo Giuliano: io molte cose l’ho sapute stando con lei. Era una donna battagliera[7]. Ha lavorato tanto». Nel raccontare la vicenda, ben nota, Mirella si emoziona.

Nel dopoguerra si trovarono sole: Mirella e la madre Ada. Per ottenere più rapidamente gli aiuti e i sussidi alcuni partigiani avevano chiesto alla vedova Lotti di far passare Giuliano come partigiano. Mirella ricorda che la mamma «non voleva la roba degli altri». Ma ci vollero anni per ottenerlo.

Il sacrificio di suo babbo e degli altri uomini è valso la Medaglia d’Oro al Valore Civile al Comune. Come anche suo marito, sono consci che molto è stato fatto negli anni recenti: prima non c’era quasi nulla, racconta. Mirella stessa, assieme al marito Francesco Vermigli, hanno ricevuto la Cittadinanza Onoraria di Tavarnelle nel 2014. Il Comune di San Casciano in Val di Pesa con l’allora sindaco Remo Ciappi nel XX anniversario della sua liberazione concesse invece la Medaglia d’Oro alla memoria di Lotti Giuliano “che inerme cadde sotto il piombo nazista per feroce ed inumana rappresaglia nei giorni della liberazione del Comune” (26 luglio 1964). Hanno lottato una vita per avere giustizia.

«Il Comune ha aspettato troppo per fare qualcosa- dice- fossero state vive le mogli delle vittime sarebbe stato più facile ricostruire l’accaduto. Perché questo silenzio?» si è chiesta a lungo. Forse sono prevalse motivazioni politiche, le rispondo.

Anche a seguito di una nuova e rinnovata sensibilità verso gli eccidi perpetrati dai tedeschi, grazie all’apertura dell’Armadio della vergogna a Roma[8], è emersa una parziale verità, con i responsabili dell’eccidio. È stato fatto il processo -non senza spese che non tutti hanno sostenuto- ma lei sì, motivata dalla verità. Quella della memoria degli eccidi è stato un lungo cammino tra oblio, falsi ricordi, assenza di giustizia.

Nel 2011, l’Amministrazione comunale di Tavarnelle Val di Pesa ha presentato una formale denuncia alla procura Militare della Repubblica con la quale è stata avviata un’indagine che ha permesso l’identificazione di sei militari, quattro tedeschi, uno austriaco e uno polacco, i cui nomi sono stati iscritti nel registro degli indagati. Il 20 maggio 2013 il GIP ha dichiarato il non luogo a procedere per estinzione del reato e per morte dei rei.

A inizio gennaio 2024, oltre venti sindaci di Comuni colpiti dalle stragi nazifasciste dell’estate 1944 si sono riuniti a Firenze per creare un coordinamento nazionale. La protesta è nata a seguito delle sentenze del Tribunale di Firenze del novembre 2023, contro le quali l’Avvocatura dello Stato ha presentato ricorso in appello, bloccando i risarcimenti destinati ai familiari delle vittime. Poiché, infatti, la Germania rifiuta di pagare, l’Italia ha istituito con il Decreto-Legge del 30 aprile 2022 un Fondo statale per risarcire direttamente le vittime. Il ricorso dell’Avvocatura ha allungato enormemente i tempi, ma la mobilitazione dei sindaci e la sentenza n. 159 della Corte costituzionale del 21 luglio 2023 hanno dato ragione alle vittime[9].

In questo caso, come suddetto, i responsabili sono stati individuati. Si trattò della Compagnia del 12° Reggimento della 4ª Fallschirmjäger Division (4ª Divisione paracadutisti), squadra composta da quattro tedeschi, Wittenauer Bruno, (1919) di Gernsbach, tenente comandante; Kurz Rudolf, (1916) di Kiel, sottufficiale aspirante ufficiale, comandante di squadra; Schulze-Holtenhausen Bernhard (1922) di Reken, caporalmaggiore; Flessenkemper Herbert, (1918) di Wuppertal; un austriaco, Moser Rudolf (1919) di Alpbach e di un polacco Ogorek Georg (1917) di Breslavia (dal 1945 Polonia).

La Storia non è fatta solo di date sui libri o di aule di tribunale; è fatta soprattutto di volti, di sguardi e di storie familiari che si intersecano con la Grande Storia. Nelle parole commosse di Ugo Conti e di Mirella Lotti, i ricordi personali smettono di essere un dolore privato per diventare memoria collettiva. Ricordare chi ci è stato strappato non è un semplice esercizio del passato, ma un atto di resistenza presente: significa restituire dignità a quelle vite spezzate e riaffermare che la ricerca della verità non scade mai.

 

Note

[1] Francesco Fusi, a cura di, BARBERINO VAL D’ELSA 08.07.1944 (Firenze – Toscana), https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2304  [consultato nel mese di luglio 2026]

[2] Testimonianza di Ugo Conti, raccolta dall’autrice il 18 marzo 2026 nell’ambito del progetto sul 1946 promosso in collaborazione con il Comune di Barberino Tavarnelle.

[3] Cfr. Claudio Biscarini, Quando piovevano le cannonate. 1944. Violenza e guerra ai civili tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, Effigi, Arcidosso, 2012, pp. 123-124; Gabriella Congedo, Come se fosse ora. La comunità di Barberino Val d’Elsa e la memoria dell’ultima guerra, Sarnus, Firenze, 2013, pp. 144-145. Matteo Mazzoni, Il passaggio del fronte tra Val di Pesa e Val d’Elsa. Civili e violenze di guerra nell’estate del 1944, Polistampa, Firenze, 2014, p. 150.

[4] Testimonianza di Mirella Lotti, raccolta dall’autrice il 12 marzo 2026 nell’ambito del progetto sul 1946 promosso in collaborazione con il Comune di Barberino Tavarnelle.

[5] Si vedano Franco Bartalesi, Memorie del passaggio del fronte a Fabbrica e a Montefiridolfi, Comune di San Casciano Val di Pesa, 1994; Claudio Biscarini, Quando piovevano le cannonate. 1944. Violenza e guerra ai civili tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, Effigi, Arcidosso, 2012, pp. 87-103; Franco Catastini, Fabrizio Silei, La strage di Pratale. Storia e memoria di una strage dimenticata 23 luglio 1944, Pagnini e Martinelli Editore, Firenze, 2004; Comune di Tavarnelle Val di Pesa, Storia e memoria 1940-1945. La guerra, l’occupazione, la liberazione di Tavarnelle, Pagnini Editore, Firenze, 2005; Giovanni Contini, La memoria dopo le stragi del 1944 in Toscana, in Leonardo Paggi (a cura di), Le memorie della Repubblica, La Nuova Italia, Scandicci, 1999, p. 197; Gian Luca Corradi, Lotte politiche e trasformazioni sociali nel secondo dopoguerra, in Zeffiro Ciuffoletti e Fulvio Conti (a cura di), Tavarnelle Val di Pesa. Storia e memoria (1893-1993), Centro Editoriale Toscano, Firenze, 1993; Gianluca Fulvetti, Uccidere i civili. Le stragi nazifasciste in Toscana (1943-1945), Carocci, Roma, 2009, pp. 129-130; Matteo Mazzoni, Il passaggio del fronte tra Val di Pesa e Val d’Elsa. Civili e violenze di guerra nell’estate del 1944, Polistampa, Firenze, 2014, pp. 153-156; Pro Loco Sambuca Val di Pesa, Per non dimenticare. 23 luglio 1944. Eccidio nazista a Pratale, Tavarnelle, 1996; Carlo Salvianti, Remo Ciapetti, Lotte politiche e sociali in Val di Pesa dal primo dopoguerra alla Liberazione (1919-1944), Nuove Edizioni Vallecchi, Firenze, 1979, p. 251-52.

[6] Testimonianza di Nazzareno Papini, raccolta dall’autrice il 12 marzo 2026 nell’ambito del suddetto progetto sul 1946.

[7] Su Pratale, cfr. Francesco Fusi, a cura di, PRATALE TAVARNELLE VAL DI PESA 23.07.1944 (Firenze – Toscana) in Atlante delle stragi Nazifasciste, https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2414 [consultato nel mese di luglio 2026].

[8] L’espressione Armadio della vergogna racchiude una delle pagine più dolorose e oscure della storia giudiziaria e politica dell’Italia del Dopoguerra: un insabbiamento di Stato durato oltre mezzo secolo che ha negato verità e giustizia a migliaia di vittime delle stragi nazifasciste.

La vicenda è emersa nel 1994, durante le indagini contro l’ex ufficiale SS Erich Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine. Nei sotterranei di Palazzo Cesi-Gaddi a Roma, allora sede della Procura generale militare, il magistrato Antonino Intelisano rinvenne un armadio di legno sigillato con un lucchetto e posizionato con le ante rivolte verso il muro. Al suo interno giacevano 695 fascicoli d’inchiesta e un registro con 2.274 notizie di reato, tutti archiviati provvisoriamente in modo del tutto illegittimo nel 1960 dalla Procura generale militare. Quei documenti contenevano denunce dettagliate, mappe, testimonianze e i nomi dei responsabili dei più atroci crimini di guerra commessi dalle truppe occupanti tedesche e dai collaborazionisti italiani tra il 1943 e il 1945. Soltanto dopo il fortuito ritrovamento del 1994 le carte sono state finalmente trasmesse alle procure militari competenti, permettendo l’avvio di una stagione di processi storici. Sebbene giunti tardivamente tali procedimenti hanno consentito di accertare le responsabilità penali ed esecutive.

[9] Stragi nazifasciste, nasce nuovo coordinamento nazionale per denunciare l’atteggiamento dell’Avvocatura dello Stato, https://www.gonews.it/2024/01/09/stragi-nazifasciste-nasce-nuovo-coordinamento-nazionale-per-denunciare-latteggiamento-dellavvocatura-dello-stato/, 9 gennaio 2024 [consultato nel mese di luglio 2026]