L’Archivio Giglioli tra passato e futuro

L’Archivio della famiglia Giglioli di Pisa, donato tra il 2020 e il 2023 da Antonio Ricci alla Biblioteca Franco Serantini, è una parte della documentazione di una famiglia italiana che prima dell’Unità d’Italia visse in esilio nel Regno Unito e che, tornata in Italia, mantenne il bilinguismo e i rapporti con i parenti d’oltremanica.

Dorso dell’App. XXIII dei Family Memorials of the Giglioli-Casella. Risorgimento I. Garibaldi e Mazzini

Domenico Giglioli, notaio di simpatie napoleoniche, nel 1821 è coinvolto nei moti carbonari. Incarcerato, negli anni successivi, insieme ai figli Luigi, Domenico Napoleone e Giuseppe, sconta l’esilio in Francia. Dopo il fallimento dei moti del 1831, il figlio Giuseppe, laureato in giurisprudenza, conosce Mazzini a Marsiglia, al quale resta legato da un’amicizia che dura anche nel periodo dell’esilio londinese. In Inghilterra, Giuseppe si laurea in medicina e nel 1844 sposa la protestante Ellen Hillyer. Dal loro matrimonio nascono Enrico, Augusto e Alfredo, questi ultimi militari di carriera. Enrico, zoologo e antropologo, partecipa ad alcune spedizioni scientifiche, come il viaggio intorno al mondo della pirocorvetta Magenta (1865-1868), sul quale pubblica una monumentale relazione. La maggior parte delle sue collezioni di reperti, documenti e volumi verrà poi donata e in parte venduta dalla famiglia a istituti culturali, tra i quali l’attuale Museo delle Civiltà di Roma. Dei figli di Enrico, Odoardo diventa storico dell’arte e direttore del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze a partire dal 1918, mentre Guido Yule è medico e docente di patologia del lavoro.

Italo Giglioli ritratto nei primi mesi del 1920 nel suo studio.

Quando Giuseppe Giglioli, dopo le alterne vicende della storia risorgimentale, torna in Italia, ricopre incarichi nell’ambito della pubblica amministrazione e svolge attività di insegnamento sulle cattedre di logica e antropologia dell’università di Pavia e di Pisa, dove muore nel 1865. Durante il soggiorno a Genova nascono anche Italo, nel 1852, ed Elena, nel 1858. Italo, formatosi in Inghilterra, diventa agronomo di fama internazionale, tra i principali innovatori delle pratiche agricole in Italia. Docente e direttore di istituti e stazioni di sperimentazione agraria (Portici e Roma), viene chiamato anche a ricoprire la cattedra di chimica agraria all’Università di Pisa dove si stabilisce con la famiglia. Dal suo matrimonio con la scrittrice Constance Hamilton Dunbar Stocker, nascono Lilia (musicologa e insegnante), Alberto morto prematuramente, Beatrice (docente di inglese), Margherita anch’essa morta in tenera età, Giorgio (medico specializzato in malattie tropicali, noto sul piano internazionale per i suoi studi sulla malaria) e Irene (pittrice e docente di lettere classiche).

L’ultima figlia di Giuseppe Giglioli, Elena, si sposa con Raffaello Casella. La loro figlia Maria Elena, grazie al suo lavoro di bibliotecaria alla Biblioteca Nazionale di Torino, alla Biblioteca Alessandrina e alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, oltre alle competenze bibliografiche affina anche quelle archivistiche. Sarà lei una delle principali artefici, insieme alla zia Constance e alle cugine Lilia, Beatrice e Irene, ad organizzare una parte consistente dell’archivio di famiglia.
I documenti e i contenuti dell’Archivio Giglioli di Pisa possono essere analizzati non solo come fonte per gli studi storici, ma anche in una prospettiva didattica perché si prestano ad essere affrontati da vari punti di vista, ponendone in rilievo l’attualità anche per chi, per ragioni anagrafiche, culturali, geografiche, ecc. è distante da quelle esperienze.

Un primo contributo alla conoscenza dell’Archivio è apparso pochi mesi fa proprio su Toscana Novecento, per raccontare la vita di Beatrice Giglioli (1892-1988) in un momento particolare della sua esistenza quando, durante l’occupazione nazifascista di Pisa tra il 1943 e 1944, tenne un diario dei fatti vissuti da lei, dalla sorella Irene e da amici e conoscenti in quel periodo. Di tale diario è stata pubblicata una traduzione annotata[1]. Si tratta di due taccuini minuti, due anni “tascabili”, fitti di rapidi appunti giornalieri che, confrontati con altri documenti dentro e fuori da quell’Archivio, restituiscono un punto di vista privilegiato per osservare ciò che avvenne attorno a una casa diventata, nel corso della guerra, centro di aggregazione e punto di passaggio nel quartiere periferico di Cisanello. Vi si legge la quotidianità che si fa storia: dalle attività giornaliere più comuni (in un’economia di guerra, Beatrice annota ad esempio il sistema per preservare dalla muffa i vasi di conserve), si passa a una drammatica sequenza di eventi in cui la casa di Cisanello vede la “grande storia” fare irruzione dal cancello del giardino, quasi demolito da un carro armato tedesco con i soldati occupanti che costringono allo sfollamento le proprietarie e i loro ospiti.

Se le agendine di Beatrice consentono di approfondire due anni di vita cruciali per lei, la sorella e lo stesso Antonio Ricci, che all’epoca era un ragazzino vissuto fin da piccolo in casa Giglioli insieme alla madre, il resto dell’Archivio Giglioli permette di ampliare lo sguardo a molte altre vicende che attraversano il periodo che va dalla metà dell’800 fino al secondo dopoguerra.
Il suo riordino è stato realizzato nel 2025 con un primo elenco analitico di consistenza che permetterà prossimamente di rendere l’archivio disponibile agli studi. Tale riordino ha permesso di scoprire come la conservazione delle carte arrivate sino ad oggi, sia stata determinata in gran parte dalla volontà della famiglia di trasmetterle da una generazione all’altra, di accrescerle nei decenni a partire dal nucleo originario del periodo risorgimentale. Nello stesso momento in cui la famiglia si preoccupa di conservare le carte, dall’altra ne seleziona alcuni nuclei, che trasferisce a diversi istituti culturali italiani conservando per sé il nucleo più strettamente privato. Beatrice, l’ultima sopravvissuta della sua generazione, alla sua morte lascerà ciò che resta dell’Archivio ad Antonio Ricci che lo ha donato alla Biblioteca Franco Serantini.
Le vicende della seconda guerra mondiale avrebbero potuto determinarne la perdita. Nel suo diario Beatrice annota infatti come durante l’occupazione di Pisa e della casa di Cisanello da parte dei tedeschi, lei e la sorella nascondano beni di prima necessità ma anche ricordi di famiglia. Attraverso di essi si trattava di salvaguardare la propria storia.

Dorso dell’App. XXII dei Family Memorials of the Giglioli-Casella. Ricordi della guerra 1914-1918

Negli anni di formazione dell’Archivio si stabilisce un patto tra generazioni in cui genitori e figli, zii e cugini, si riconoscono in una storia comune ed ognuno si sente responsabilizzato a fare la sua parte. Proprio questo dialogo tra generazioni smentisce in parte le divisioni tra le età della vita a cui si è abituati a pensare.
Nel 1917 Beatrice, che era stata anche crocerossina nel primo conflitto mondiale, si laurea in lettere all’Università di Pisa. Nell’agosto 1918 si trasferisce a Londra, dove, il 26 dello stesso mese, ottiene per esame il posto di traduttrice al War Office, con il compito di tradurre in inglese documenti e opuscoli italiani e francesi concernenti la guerra europea. Poche settimane dopo, il 21 settembre 1918, si dimette dall’incarico in seguito alla sua nomina ad assistente presso la Facoltà italiana dell’Università di Cambridge, dove dal 1919 insegna lingua e letteratura italiana fino al 1920, quando rientra in Italia per le condizioni di salute del padre Italo, professore di chimica agraria all’Università di Pisa.

Di questo soggiorno tra Londra e Cambridge è rimasta una significativa corrispondenza tra Beatrice e sua madre Constance.
Nell’Archivio della famiglia Giglioli sono conservate migliaia di lettere, la maggior parte delle quali scambiate tra i vari componenti della famiglia, come quelle, appunto, tra Beatrice e sua madre. Non si tratta di semplici comunicazioni quotidiane. Nello spazio limitato di una cartolina postale, con una grafia fitta e minuta, vengono riversate informazioni e riflessioni su incontri, attività e progetti. È intuitivo riconoscere l’attualità della storia di una ragazza di ventisei anni che, poco più di cent’anni fa, parte dall’Italia per una prima esperienza lavorativa all’estero, appoggiata dalla famiglia e in particolare dalla madre, alla quale non fa mancare dettagli della sua vita quotidiana. “I will now give you a detailed account of my movements in the last few days and of my life here”, scrive in una lettera del 29 settembre 1918 dal numero 10 di Endsleigh Street a Londra. Dal 25 novembre si trasferisce al 10 di Millmann Street. Entrambi gli alloggi sono in una zona centrale della metropoli e Beatrice disegna sulle lettere le planimetrie delle sale in cui studia, lavora, vive, arricchendole di legende intepretative che segnalano il posto dal quale sta scrivendo alla madre, la posizione delle finestre, dei tavoli, dei vasi di fiori, ecc. C’è qualcosa di molto familiare in questa esperienza di Beatrice: con i mezzi di allora (carta e penna), rende partecipe la famiglia di ogni momento della sua vita; oggi, lo avrebbe fatto probabilmente in tempo reale con una videochiamata in chat.
Sarebbe superficiale e riduttivo, tuttavia, voler ricondurre una corrispondenza famigliare di inizio Novecento a un mero confronto tra la comunicazione odierna e quella di allora. Resta comunque un esempio concreto sul valore delle testimonianze documentali che, come in questo caso, possono essere rilette e comprese per l’universalità di esperienze, aspettative, emozioni espresse da una giovane di un secolo prima. Diventa così più comprensibile richiamare l’attenzione sul ruolo degli archivi e della loro conservazione, sulla possibilità che le carte d’archivio non siano solo fonti per gli storici ma anche strumento per confrontare il vissuto delle persone e i cambiamenti della società. Gli scambi tra madre e figlie, mettono in evidenza un rapporto che punta a renderle culturalmente e professionalmente autonome. Oltre che nei confronti di Beatrice, lo si vede anche in quelli con Lilia, che sceglierà la strada dell’insegnamento musicale (e che documenterà con album di fotografie, programmi di saggi scolastici, ritagli di giornale); con Irene, incoraggiata ad esprimersi attraverso il disegno e la pittura, che la porteranno a pubblicare nel 1922, insieme alla madre, un libro per bambini (Rebecca. Not a Moral Tale, stampato a Londra da Thornton Butterworth), del quale sono conservate le tavole originali. Beatrice e le sorelle sono immerse dalla nascita in una cultura internazionale (una famiglia vissuta tra Italia e Gran Bretagna, con rapporti non occasionali con la Germania, parenti e amici negli Stati Uniti, Nuova Zelanda, Sud Africa, India) e, grazie ai documenti che hanno prodotto e conservato, si possono seguire nella loro crescita culturale e professionale, nelle relazioni che hanno saputo costruire. In definitiva, queste carte non sono arrivate per caso fino ai nostri giorni: la famiglia Giglioli ha voluto dare spazio e ordine alla propria memoria.
Probabilmente è proprio Italo il primo ad averne una chiara consapevolezza quando il 3 maggio 1896 scrive da Portici, dove era direttore della Scuola superiore di agricoltura, al fratello Alfredo, militare di carriera:
… A proposito dei figliuoli, io ho parecchie volte pensato che quelle due vite nobilissime e sante che furono le vite del nostro Padre e della nostra Madre [Giuseppe ed Ellen n.d.r.] sparirebbero dalla memoria dei loro discendenti, se non vi sarà qualcheduno che pensi a narrare loro qualche cosa sopra il significato e gl’intenti di quei due, ai quali noi tutti dobbiamo tanto. Avevo, dunque, pensato gradatamente di raccogliere ed ordinare le notizie sulla loro vita, per poi farne un racconto, che dovrebbe essere quasi come un testamento di esempi e di insegnamenti ch’essi lasciano a quelli che vengono dopo di loro… Dunque, tu pensa su questo mio progetto e, se ti pare buono ed utile, aiutami a compierlo; in modo che, prima che venga il mio tramonto, io abbia fatto il dover mio verso quelli che vennero prima di me, ed ai quali tutti noi abbiamo il debito di una eredità ricca di quanto può servire a rendere nobile ed utile ed operosa la vita”.
Nonostante la morte di Alfredo dell’anno successivo, Italo sarà sostenuto nel suo progetto dalla moglie che, aiutata anche dalle figlie e dalla nipote Maria Elena Casella, pubblicherà nel 1935 un volume sui Giglioli di Brescello, ramo originario della famiglia del marito[2].
La conservazione e il riordino delle carte si concentra inizialmente proprio sul nucleo risorgimentale. Constance si occupa ad esempio di trascrivere la corrispondenza di Giuseppe Giglioli, probabilmente anche a causa dell’estrema fragilità dei supporti cartacei, corrosi dagli inchiostri ferro-gallici.
An even greater admiration, gratitude and love for Aunt Cona [diminutivo di Constance n.d.r.], who undertook the immense work of copying the letters, which make 2 volumes of manuscript, respectively of 395 and 101 pages”, dirà di lei la nipote Maria Elena Casella per questa opera di trascrizione.
Contestualmente, dopo la morte di Italo nel 1920, la famiglia si prende cura anche di ciò che la stessa generazione di Italo e dei suoi fratelli ha prodotto. È un lascito intellettuale che non va sperperato. Constance e i figli, ad esempio, si trovano a decidere sul destino della raccolta bibliografica di opuscoli ordinati e schedati da Italo. Il 19 luglio 1925 Constance scrive a Beatrice, in quel momento a Torino:
My Dear Trice,
I think yesterday I hadn’t room to tell you I had a note from the Librarian of the
International Institute at Rome about the Schede, which he thinks would be useful in helping to build up the Library there, which he says in on the way to becoming the most important of its kind in the world”.
La madre si consiglia con la figlia sulla possibilità di donare circa 10.000 opuscoli alla Biblioteca dell’Istituto Internazionale d’Agricoltura, fondato nel 1905 dal filantropo David Lubin. L’Istituto era sorto per la cooperazione agricola internazionale e, dal suo scioglimento nel 1945, nascerà la FAO. Dal 1909, presso lo stesso Istituto, Italo era stato direttore della sezione di informazioni agricole e malattie delle piante. Grazie alla traccia fornita da questa corrispondenza è quindi possibile ricostruire le origini della donazione: se oggi gli opuscoli di Italo Giglioli costituiscono ancora uno dei fondi storici più significativi della Biblioteca della FAO, lo si deve non a una eredità casuale, ma ad una precisa pianificazione tra l’istituzione e la famiglia. Constance manifesta nella cartolina un solo desiderio, che il dono venga contrassegnato su ogni pezzo con il nome del marito:
“I should only like to ask that they should put a label on each publication, p. es. Dono Giglioli, or better, something which recalls Italo Giglioli”.
Il dono del 1925 non è il solo di quell’anno. Il 30 aprile 1925 viene rogato l’atto di donazione al costituendo Museo mazziniano di Pisa, di 17 lettere autografe di Giuseppe Mazzini a Giuseppe Giglioli (1831-1847), oltre che ritratti di Giuseppe Giglioli, una medaglia commemorativa della Giovine Italia in ricordo dei fratelli Bandiera (1844) e una fotografia di Italo Giglioli.

Come in tutti i lavori di riordino e inventariazione, anche per le carte Giglioli pervenute alla Biblioteca Franco Serantini i due primi obiettivi sono stati quelli di individuare i soggetti produttori delle carte e verificare l’esistenza di documenti che facessero emergere eventuali criteri adottati dalla famiglia nell’ordinare e conservare le carte stesse. Proprio in riferimento a questo secondo aspetto, come risulta chiaro dagli esempi precedenti, l’archivio offre una significativa quantità di documenti che parlano dell’archivio e del suo destino. Accanto a corrispondenza occasionale, appunti e note, sono presenti anche materiali maggiormente strutturati in forma di registri e indici, aspetto che rinforza l’idea che la famiglia avesse chiaro il valore del proprio archivio come testimonianza della propria storia. La terza e quarta generazione della famiglia (cioè quella di Italo e Constance e dei loro figli) ha tenuto in considerazione le intenzioni originariamente manifestate da Italo nella lettera al fratello Alfredo e le ha poi applicate in modo sistematico.
Benché corrispondenza, documenti personali, scritti per studi e pubblicazioni, fotografie, disegni, album dei componenti della famiglia si riferiscano in larga misura al ramo dei Giglioli di Pisa, cioè di Italo e dei suoi discendenti, vi è la presenza significativa di documenti riferibili anche agli altri rami parentali, cioè quelli dei fratelli e della sorella di Italo. È a quest’ultima, Elena, scrittrice a sua volta, che si deve il primo contatto con Constance Stocker nel 1884 per ragioni editoriali legate alla proposta di traduzione in italiano di un racconto della Stocker apparso sulla rivista inglese «Leisure hour». La storia d’amore tra Constance e Italo, maturata a seguito dell’amicizia di penna tra Elena e Constance, non è tanto una romantica storia ottocentesca, ma l’incontro di due culture e di due famiglie. Anche se meno documentato, infatti, non manca anche quella parte di archivio legata alla famiglia della Stocker. Le lettere che riceve dalla sorella Beatrice Alicia Ramsay Stocker, missionaria presbiteriana tra le popolazioni native degli Stati Uniti, sono interessanti da vari punti di vista: i fatti che narrano, il contesto storico a cui fanno riferimento, la relazione tra le due sorelle. Se si pensa che il loro legame famigliare si mantiene solo tramite la corrispondenza perché, data la difficoltà dei viaggi, non si sarebbero più incontrate di persona, è facile comprendere il coraggio e la determinazione di chi affrontava rischi “senza rete”. Conservare tali documenti non è quindi per i Giglioli solo una scelta determinata dagli affetti, ma la speranza di tramandare virtù ed esempio. Per questo non è un caso che Beatrice Giglioli, nata nel 1892, porti proprio il nome della zia appena partita per la missione statunitense.

Copertina del quaderno “I Giglioli di Brescello. Recensioni e Lettere”

La generazione di Beatrice Giglioli e della cugina Maria Elena Casella è l’ultima che si fa carico della trasmissione di ciò che resta dell’Archivio dopo i diversi lasciti. Maria Elena, rimasta presto orfana di padre, troverà negli zii Italo e Constance e nelle cugine un punto di riferimento. La professione di bibliotecaria, come accennato, la porterà ad acquisire anche una particolare sensibilità archivistica. Lo ricorda sua cugina Lilia scrivendo che la pubblicazione dei Giglioli di Brescello era avvenuta “quando mia madre aveva 79 anni! Le mancarono le forze per raccogliere, per la famiglia, ricordi e corrispondenze dei figli di Giuseppe e Ellen Giglioli. Lo ha fatto ora Maria Casella”.
La Casella, in realtà, non si limita semplicemente a “raccogliere” i materiali appartenuti a genitori e zii, ma li organizza e arricchisce con annotazioni, etichette, inserti fotografici, interventi di rilegatura che rendono anche semplici opuscoli a stampa dei veri e propri “pezzi unici”. Indicizza documenti per temi e per autori, li riporta su rubriche. Crea, in definitiva, mappe di riferimento così da potersi orientare nella molteplicità delle carte. Alla fine di questo immenso lavoro, scrive quelli che intitola i Family Memorials of the Giglioli-Casella. Si tratta di quaderni, poi riprodotti in ciclostilato, che dedica ad ognuno dei figli di Giuseppe Giglioli e alla loro discendenza.

Frontespizio del dattiloscritto “Italo Giglioli. Family Memorials of the Giglioli-Casella. Book IV.1

I Family Memorials si dipanano come un racconto che, tuttavia, a differenza della maggior parte della memorialistica di famiglia, affidata molto spesso ai soli ricordi, si basa anche sulle fonti per certificarne l’attendibilità. In questo, probabilmente, Maria Elena Casella oltre che alla sua formazione di bibliotecaria, deve molto anche all’esempio della zia Constance, non solo scrittrice, ma anche storica attenta, già a partire dalla pubblicazione del volume Naples in 1799, an account of the revolution of 1799 and of the rise and fall of the Parthenopean republic, pubblicato a Londra nel 1903 presso l’editore Murray. L’attenzione sull’uso delle fonti dei Family Memorials si comprende anche dalla loro organizzazione secondo un doppio binario: da un lato i Books, cioè i racconti storicamente documentati dei membri della famiglia, dove le fonti vengono citate in nota o nel testo;
dall’altro le Appendix, appendici di testi e documenti per la maggior parte a stampa quali fonti di contesto e di riferimento alle vicende narrate nei Books.
In un documento del 1962 lasciato alle cugine, la Casella scrive:
La prima copia dei ‘Ricordi’ (scritti in Inglese), con gli Album, le Appendici e gl’Indici resta a me. Alla mia morte, tutto passerà ai Giglioli di Pisa. Se mi sarà possibile, farò una copia dei Libri (senza fotografie) per i varii rami dei Giglioli. I Casella si estinguono con me. Ho scritto i “Ricordi” per la Famiglia, e non ne desidero la pubblicazione, almeno finché sono in vita. Dopo, la Famiglia deciderà. Dovendoli pubblicare, andrebbero però rifusi e completati, giacché restano ancora molte ricerche da fare”.
Mentre i Family Memorials costituiscono una serie archivistica organica, frutto di una rielaborazione di materiali d’archivio, nel lavoro attuale di riordino, il resto dell’Archivio Giglioli è stato descritto in altre 16 serie: una di esse è dedicata ai documenti “comuni” di famiglia (come album fotografici e fotografie, materiali relativi alle donazioni decise collegialmente, ecc.), le altre 15 serie descrivono le carte di singole figure dei diversi rami famigliari.

Le carte dell’Archivio Giglioli presentano quindi almeno tre motivi di interesse: per i loro contenuti; per come sono giunte fino a noi e per come sono state organizzate dalla famiglia; per il modo in cui possono essere utilizzate anche in chiave didattica.
Da ciò che è stato delineato fin qui, c’è una domanda che occorre porsi pensando al ruolo delle generazioni odierne: fra una settantina d’anni, quando agli adolescenti e ai giovani di oggi subentreranno i loro discendenti, nelle case ci saranno ancora scatoloni di fotografie, documenti, lettere? Cosa erediteranno i nipoti della memoria di vite vissute dai propri famigliari?
Non si tratta solo del noto processo in corso che riguarda la dematerializzazione della documentazione in tutti gli ambiti delle attività umane, ma anche del fatto che ricade sulla sensibilità dei singoli la lungimiranza o meno nel conservare racconti, descrizioni, fotografie e video che viaggiano su messaggi in chat tra famigliari e amici, nelle e-mail, negli album condivisi via social, ecc. Se sul fronte pubblico è importante per il singolo potersi appellare al diritto all’oblio, su quello privato tutto è lasciato all’iniziativa individuale: conservare su cloud o sull’hardware di casa i propri ricordi, preoccuparsi che in futuro siano accessibili ai propri congiunti, eventualmente stamparli, ordinarli, ecc., sono operazioni che presuppongono una consapevolezza del futuro che rischia di passare in secondo piano, pressati dalle sollecitazioni esterne del “qui e ora” della società contemporanea.
Il discorso è troppo ampio e da tempo al centro del dibattito su aspetti tecnologici, sociologici, giuridici, ecc. perché se ne possa anche solo minimamente far cenno qui. Per lo stesso motivo, nel porre la domanda sulle generazioni di oggi fra settant’anni, le etichette “generazione Z”, “millennials”, ecc., comunemente utilizzate nella conversazione quotidiana, non hanno valore dal punto di vista degli studi sociali, i quali hanno reso evidente che le persone non si comportano in modo diverso solo perché appartengono a gruppi di età diversa5.
Le domande delle righe precedenti e la riflessione su quello che potranno essere un domani gli archivi di singole persone o di famiglie, si basano su ciò che oggi si intende per archivi, vale a dire raccolte più o meno organizzate di documenti, corrispondenza, fotografie, ecc. Oltre che essere una fonte per gli studi storici, possono avere anche una funzione culturale in senso lato. I giovani che, per il progressivo cambiamento delle pratiche e delle abitudini sociali, potrebbero già percepire un archivio di famiglia come qualcosa di lontano dalla loro esperienza, nell’avvicinarsi ad un archivio come quello della
famiglia Giglioli potrebbero essere indotti a porre maggiore attenzione a ciò che essi stessi producono con altri mezzi e con altre possibilità di trasmissione futura, rispetto a ciò che si faceva nel passato.

NOTE

1 B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1945, a cura di F. Bertolucci, B. Cattaneo e G. Mangini, BFS edizioni, Pisa, 2025. Il diario di Beatrice è scritto in inglese ed è stato tradotto in italiano.

2 C. Giglioli Stocker, Una famiglia di patrioti emiliani. I Giglioli di Brescello, Società anonima editrice Dante Alighieri, Milano-Genova-Roma-Napoli, 1935 (Biblioteca storica del Risorgimento italiano, 3).

3 Cfr. M. G., Perennials, Società e lavoro dopo la fine delle generazioni, Luiss University Press, Roma, 2024.

L’Autrice è libera professionista impegnata nella valorizzazione di archivi iconografici e documentari come fonte e
strumento per la ricerca storica e la didattica collaboratrice della Biblioteca F. Serantini

Tutte le fotografie appartengono all’archivio della famiglia Giglioli (Biblioteca Franco Serantini) e vengono concesse al sito di ToscanaNovecento in relazione all’articolo ma non è concessa l’autorizzazione alla riproduzione.

Articolo pubblicato nel marzo 2026

 




Un laboratorio civile, educativo e identitario di una città nel Novecento: la Casa della Cultura di Livorno

All’indomani della liberazione, Livorno si presentava come una delle città italiane più colpite dai bombardamenti alleati. Il centro storico era ridotto in macerie, gran parte della popolazione era sfollata e le attività produttive stentavano a riprendere. In questo contesto di profonda crisi materiale, il Comitato provinciale di liberazione nazionale, nella seduta del 20 gennaio 1945, riconobbe la necessità di un intervento culturale immediato. La decisione, sorprendente per l’urgenza delle necessità abitative e infrastrutturali, esprimeva tuttavia la convinzione che la cultura fosse parte integrante della rinascita democratica della città, un provvedimento che sottolineava la voglia di rinascita, e l’attesa per il futuro, che contraddistingueva la nuova classe politica. La cultura, dunque, non era considerata un lusso, ma un bisogno vitale al pari delle infrastrutture materiali, un investimento capace di restituire dignità e prospettiva alla cittadinanza.
Negli anni della ricostruzione maturò l’idea di destinare all’uso culturale un edificio storico della città. La scelta di collocare la nuova istituzione nel Cisternino di città, progettato da Pasquale Poccianti tra il 1837 e il 1846 come terminale dell’acquedotto di Colognole, ebbe un valore altamente simbolico. L’edificio, mai entrato in funzione come vera e propria cisterna e sopravvissuto ai bombardamenti, fu individuato dal Comune come sede privilegiata per la realizzazione di diverse attività culturali. L’utilizzo del Cisternino rappresentava una metafora potente, che prevedeva la trasformazione di un serbatoio d’acqua in una cisterna di cultura, destinata a contenere libri, mostre e dibattiti. L’edificio fu restaurato e riaperto al pubblico nel 1951 con il nome di Casa comunale della Cultura, sull’esempio di iniziative prese in altre città italiane. L’inaugurazione fu accompagnata dal convegno La Cultura come vita, titolo che ribadiva la centralità del sapere nella sopravvivenza e nel futuro collettivo di una città e di un territorio in uscita dalle temperie di una guerra mondiale.

La gestione pubblica come tratto distintivo

A differenza delle esperienze di Roma e Milano, dove le Case della Cultura nacquero da associazioni o da iniziative di partito, l’istituzione livornese si caratterizzò per una peculiare gestione direttamente pubblica. Il Comune di Livorno si assunse l’onere di programmare e sostenere economicamente la nuova istituzione, mettendo a disposizione i locali e il denaro per il sostentamento. Ciò rivelava una concezione della cultura come bene pubblico, accessibile a tutti e non riservato a particolari élite. Ciò seguiva l’esperienza, sorta all’inizio del secolo, dell’Università Popolare. Tale impostazione trasformò la Casa della Cultura in un fiore all’occhiello per l’attività amministrativa del sindaco della ricostruzione Furio Diaz e della sua giunta ormai alla fine dell’esperienza di collaborazione tra tutti i partiti antifascisti. La scelta amministrativa aveva un valore politico forte, nella quale la cultura diventava strumento di cittadinanza e di legittimazione democratica, integrata nei piani di ricostruzione della città.
La Casa della Cultura svolse fin da subito un ruolo eminentemente educativo. Nei suoi locali erano disponibili radio, un’emeroteca, una biblioteca circolante di letteratura contemporanea, dotata di circa 1500 volumi, selezionati tra le novità editoriali e, più tardi, televisione e apparecchi per l’ascolto di musica. La differenza rispetto alla Biblioteca comunale “Labronica”, più orientata alla conservazione del patrimonio erudita, era netta, così come la salvaguardia della rivista storico-letteraria comunale «Liburni Civitas». La Casa della Cultura rispondeva al bisogno di accedere a una cultura moderna, legata all’attualità e avulsa dagli schemi classici di stampo fascista.
Non bisogna dimenticare come l’esperimento si collocasse all’interno di un più ampio progetto di educazione popolare, promosso anche dal Partito comunista italiano, che vedeva nella diffusione dei saperi uno strumento di emancipazione sociale. In questo senso, la Casa rappresentò un’inedita forma di scuola civica parallela alle forme tradizionali di istruzione, aperta a giovani e adulti, capace di anticipare i modelli di educazione permanente che sarebbero emersi negli anni Sessanta e Settanta. A tenerla a battesimo fu, non a caso, l’assessore all’Istruzione e futuro sindaco Nicola Badaloni, storico della filosofia di impronta marxista.

Un laboratorio di pluralismo politico e culturale

Pur inserita nel clima della Guerra fredda, la Casa della Cultura riuscì a mantenere una notevole apertura al pluralismo ideologico e partitico. Le cronache di quegli anni ricordano come nello stesso edificio convivessero associazioni di stampo politico differente, mostre di arte d’avanguardia e iniziative di taglio più tradizionale. Erano in grado di confrontarsi non solo modelli e ideologie artistiche diametralmente opposte, ma anche partiti politici e associazioni di orientamento diverso. Ciò era reso possibile dalla struttura organizzativa del Circolo livornese della Casa della Cultura, animato da figure come Vittorio Marchi, pedagogista socialista, e Luca Badaloni, segretario instancabile, capace di coinvolgere amministratori di maggioranza e opposizione. La Casa divenne così uno spazio di confronto, un laboratorio di convivenza civile e politica che rispecchiava le contraddizioni e le ricchezze della società livornese nel dopoguerra.
Il culmine dell’attività culturale si ebbe tra il 1955 e il 1967 con l’istituzione del Premio “Modigliani”, che proiettò Livorno su un piano nazionale e internazionale. Nelle sale del Cisternino passarono artisti e critici di fama, tra cui Renato Guttuso, Giuseppe Sassu, Giulio Carlo Argan, Carlo Ludovico Ragghianti, Emilio Vedova, Enrico Baj, Giò e Arnaldo Pomodoro. Negli stessi anni, la Casa della Cultura ospitò mostre e importanti dibattiti sull’arte contemporanea, rendendo la città un punto di riferimento per le avanguardie artistiche italiane. Come sottolineano gli studiosi di storia dell’arte contemporanea, fu proprio in questo periodo che Livorno riuscì a sottrarsi al rischio di provincialismo insito nella pittura post-macchiaiola e a inserirsi nei circuiti più avanzati della cultura nazionale.

Crisi, continuità e metamorfosi

Dalla fine degli anni Cinquanta si manifestarono i primi segni di difficoltà, dovuti sia alla crescente “lottizzazione” partitica degli spazi pubblici, sia al mutamento dei modelli culturali nel quadro del boom economico. Negli anni Settanta la Casa della Cultura perse progressivamente centralità a favore di nuove istituzioni, come il Museo Progressivo d’Arte Contemporanea inaugurato nel 1974. Tuttavia, essa continuò a ospitare mostre, assemblee studentesche e attività associative, rimanendo un punto di riferimento per la cittadinanza, in particolare negli anni della contestazione studentesca.
La peculiarità della Casa della Cultura di Livorno stava nella sua duplice natura: istituzione culturale da un lato, e luogo identitario dall’altro. Essa fu non solo contenitore di iniziative artistiche ed educative, ma anche una sorta di genius loci della città, spazio simbolico in cui si condensavano i desideri di rinascita, i conflitti politici, le passioni artistiche e le memorie condivise. Non rinnegando le sue origini di “serbatoio” per la città, il Cisternino ha incarnato l’idea che la cultura fosse linfa vitale, necessità primaria della comunità, strumento di emancipazione e, insieme, custode di memorie vive. Non sorprende che ogni progetto di recupero – ad oggi parzialmente risolto con la destinazione a quei locali della Fondazione Livorno Euro Mediterranea (LEM) e dell’Informagiovani – richiami ancora la storia nella seconda metà del Novecento di quel bene.

Nota bene: le foto sono della Biblioteca Labronica F. D. Guerrazzi.

Articolo pubblicato nel febbraio 2026.




La vita di Idalberto Targioni: una ricostruzione attraverso le carte d’archivio

Il fondo Idalberto Targioni viene depositato nel 2019 presso l’archivio dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea da Simonetta Chiappini, erede delle carte familiari. Si tratta di un archivio di persona composto da materiali prodotti dal soggetto e da documentazione raccolta e conservata postuma dagli eredi.

Il fondo Targioni consente di ricostruire la vicenda di una figura insieme affascinante e contraddittoria. Nato trovatello, Targioni porta con sé per tutta la vita lo stigma delle origini, sintetizzato nell’epiteto con cui veniva appellato da ragazzino, “il Bastardo”. Contadino autodidatta, si costruisce uno spazio di riconoscimento pubblico grazie alla parola: diventa un abile poeta estemporaneo, capace di imporsi nelle gare di improvvisazione e di conquistare il soprannome di “Usignolo”.

Militante socialista e acceso anticlericale, diventa protagonista della vita politica locale, ottenendo il soprannome di “Diavolo Rosso” e arrivando a ricoprire la carica di sindaco di Lamporecchio. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, inizialmente schierato su posizioni neutraliste, si converte all’interventismo e successivamente al fascismo, fino a diventarne uno dei principali esponenti nel territorio pistoiese. Questo passaggio segna una frattura profonda nella sua vita, nonché nella memoria pubblica del personaggio: Targioni diventa “il Convertito”, e la sua parabola politica e personale conosce una progressiva marginalizzazione, fino a cadere nell’oblio.

Una prima restituzione complessiva della figura di Targioni è offerta dal lavoro del Prof. Roberto Bianchi, che nel 2018 pubblica Una storia, un archivio. Idalberto Targioni nell’Italia tra Ottocento e Novecento[1], volume che rappresenta un primo punto di riferimento per la ricostruzione biografica del personaggio. Nell’appendice del libro trovano spazio l’elenco di consistenza dell’archivio, curato da Daniele Lovito, e una significativa testimonianza dell’erede Simonetta Chiappini.

La vicenda di Idalberto Targioni permette di interrogare, attraverso una prospettiva microstorica, alcuni nodi centrali della storia italiana tra Ottocento e Novecento: la formazione politica dei ceti popolari, il rapporto tra autodidattismo e militanza, le fratture prodotte dalla guerra e il passaggio di una parte del socialismo al fascismo. In questo senso, lo studio del fondo Targioni offre un osservatorio privilegiato sugli intrecci tra esperienza individuale e processi storici più ampi.

Idalberto Targioni nasce a Firenze il 19 ottobre del 1868, quando la città era capitale del Regno d’Italia. A poche ore dalla nascita viene portato dalla levatrice Irene Gragnani allo Spedale degli Innocenti insieme al segno di riconoscimento (un pezzo di tela verde ricamata) destinato a consentire un eventuale riscatto del bambino, ancora oggi conservato presso l’archivio dell’istituzione.

Battezzato col nome di Edelberto, inizia subito l’iter riservato agli esposti. I tenutari cui viene affidato sono contadini, in linea con le politiche dello Spedale degli Innocenti che, in accordo con l’Accademia dei Georgofili, individuano nel mondo mezzadrile l’unico sbocco lavorativo, sociale ed economico per i trovatelli. Questo sistema orienta da subito il destino sociale dei gettatelli toscani, inscrivendoli in un orizzonte di lavoro agricolo e di subalternità che Targioni cercherà sempre di oltrepassare.

Nella sua autobiografia inedita e dattiloscritta – Cinquant’anni della mia vita – Targioni racconta della sua infanzia e adolescenza, di come siano state segnate dalla costrizione del mondo rurale e da episodi di sfruttamento, dalla volontà di emanciparsi, dalle punizioni, nonché da un costante senso di impotenza che traduce in una aggressività difficile da contenere[2].

Dopo vari passaggi presso famiglie affidatarie, i tenutari dai quali si stabilizza sono Domenico e Giuditta Capecchi, del Popolo di San Baronto, nel comune di Lamporecchio a Pistoia. Pur impiegato come forza lavoro, impara a leggere e scrivere da autodidatta. Insofferente alla disciplina e profondamente ostile al lavoro dei campi, Targioni non sopporta di ubbidire ai comandi del padre. In più occasioni si allontana da San Baronto; una delle sue fughe più significative riguarda il periodo, tra il 1885 e il 1887, quando lavora alle Caldine, nel comune di Fiesole, alla costruzione della linea ferroviaria Firenze–Cecina. Qui si rende conto che le ingiustizie non dominano solo nelle campagne, ma anche tra gli operai nelle città. Il contatto col mondo del lavoro operaio favorisce l’incontro con la politica e col socialismo: sono gli anni della Seconda Internazionale e per Targioni la moderna tendenza del socialismo si innesta sul suo persistente desidero di riscatto, dando avvio a un impegno politico che nasce dal basso e si fa progressivamente più ambizioso.

Parallelamente, Targioni non smette mai di lavorare alla sua formazione. Racimola libri come può, impara molti classici a memoria e costruisce un patrimonio di letture che eccede di molto rispetto a quello tipico del mondo contadino. In linea con la tradizione della poesia estemporanea, diventa un eccezionale esempio di prontezza nell’improvvisare ottave cantando. Partecipa a molte gare di poesia – contrasti o contraddittori – alcune delle quali sono state da lui riscritte a mano o a macchina e sono oggi conservate nel fondo Targioni. I temi spaziano dalle donne, alla natura, alla politica. Alcuni dei suoi canti conobbero una notevole fortuna, diffondendosi oralmente tra Pistoia e Firenze e mantenendosi vivi nella memoria locale.[3]

Accanto all’attività estemporanea, Targioni pubblica diversi componimenti. Tra questi, il Canzoniere di poesie popolari (1895) e il Canzoniere di poesie sociali (1912). Il primo, tratta prevalentemente di temi bucolici e idilliaci, sebbene nelle poesie coeve rimaste manoscritte emerga già un deciso interesse per la cosa pubblica e la giustizia sociale. Il secondo, è invece dedicato interamente a temi socialisti. Un socialismo che risulta di stampo umanitario e risorgimentale, povero di basi teoriche marxiste che dimostra di conoscere solo in modo superficiale.

Stabilizzatosi di nuovo a Lamporecchio nel 1891, Targioni si sposa e diventa padre della sua prima figlia, Velia. Tuttavia, la vita matrimoniale entra in crisi: Idalberto intrattiene diverse relazioni extraconiugali, la più rilevante con Sofia Bacarelli, dalla quale ha una figlia, Idalberta.; la convivenza con Sofia dura fino alla morte di lui, come attestano le lettere tra Sofia e Velia.

Nel 1895 si iscrive al Partito Socialista Italiano e inizia una costante e impegnata militanza politica. È affascinato dalla prospettiva offerta dall’ideologia socialista da lui descritta come «la migliore, la più giusta, l’unicamente vera, […], fulgidamente bella»[4].

Nel 1901, in un contesto locale privo di organizzazioni socialiste strutturate, Targioni contribuisce alla fondazione di un circolo di Studi Sociali a Lamporecchio. Nel 1898 affida il manifesto del proprio credo politico al componimento Un colloquio con la mia musa, scritto durante la detenzione nel carcere delle Stinche di Pistoia in occasione dei moti del maggio ‘98. Attraverso la personificazione della musa-socialismo, il testo restituisce l’adesione ideale e militante a una causa percepita come strumento di emancipazione degli “infelici” [5].

L’impegno per la propaganda socialista continua assiduamente in giro per la Toscana e anche all’estero. Il primo riconoscimento che Targioni ottiene arriva nel 1901, quando viene eletto consigliere comunale a Lamporecchio. Insieme a lui, venne scelto anche l’amico Domizio Torrigiani[6], un avvocato che avrebbe fatto carriera nel Grande Oriente, una delle più strutturate logge massoniche d’Italia. Targioni in questo periodo scrisse su vari periodici, quali: «La Martinella» di Colle Val d’Elsa dal 1899 al 1901, «l’Avvenire» di Pistoia dal 1901 al 1915 – ne fu direttore dal 1908 al 1913 –, «Vita nuova di Empoli» dal 1901 al 1915.

Nel biennio 1911-1912, Targioni si distingue come protagonista della campagna socialista contraria alla guerra in Libia: le sue conferenze in versi e i suoi articoli su «l’Avvenire» gli valgono un elogiativo articolo in prima pagina sull’ «Avanti!», dove viene definito «uno dei nostri più ferventi e modesti propagandisti del socialismo»[7].

Tra il 1913 e il 1914 inizia per Targioni una fitta campagna elettorale: si candida per il PSI alle elezioni politiche del 1913 per il Collegio di Pistoia I. Anche se non viene eletto, per Targioni si sta avvicinando l’opportunità più importante della sua carriera politica da socialista. Il momento che segna l’apogeo del suo percorso politico, è l’elezione a sindaco di Lamporecchio nel 1914, unitamente alla nomina di consigliere comunale a Cerreto Guidi (FI). L’amministrazione Targioni è la prima socialista del circondario di Pistoia.

Tuttavia, la sua posizione di sindaco si incrina ben presto: la riforma tributaria varata da Targioni per finanziare un ambizioso programma riformatore incontra l’ostilità di una ristretta cerchia di notabili locali, verosimilmente timorosi che il nuovo sistema fiscale possa intaccare le loro ricchezze; questi trovano un alleato nel segretario comunale, entrato in contrasto con il sindaco per motivi apparentemente marginali. A ciò si aggiunge l’attenzione delle autorità prefettizie, che sottopongono l’operato dell’amministrazione a continui controlli, ufficialmente motivati da presunti favoritismi in materia fiscale ma sostanzialmente volti a colpire uno dei principali esponenti del neutralismo pistoiese.

Con l’approssimarsi dell’entrata in guerra dell’Italia, Targioni viene arrestato con l’accusa di aver fomentato manifestazioni antibelliciste a Empoli. L’episodio segna un punto di svolta decisivo: sentendosi abbandonato dai compagni di partito e percependo l’inevitabilità del conflitto, si sposta su posizioni interventiste e decide di uscire dal Partito Socialista Italiano; per coerenza rassegna le dimissioni da consigliere comunale a Cerreto Guidi e da sindaco di Lamporecchio, ma queste ultime non vengono accettate e Targioni continua a guidare il Comune nel pieno del conflitto.

Nel primo dopoguerra, ormai orientato verso posizioni sempre più nazionalistiche e bollato dai suoi ex compagni come traditore, viene duramente contestato dai socialisti durante un comizio al teatro Berni di Lamporecchio in occasione delle festività pasquali; il 14 giugno viene infine costretto a lasciare la carica di primo cittadino[8]. Si avvicina progressivamente al fascismo, diventando uno dei principali animatori nel Montalbano e nei territori limitrofi. Nel 1921 fonda il Fascio di combattimento di Lamporecchio e si afferma come attivo propagandista nelle provincia fiorentina, affiancando all’azione politica un’intensa attività giornalistica: collabora con periodici fascisti — tra cui «Giovinezza» (1921-1923), «La Riscossa» (1921-1922), «L’Azione fascista» (1922-1923) e «Battaglia fascista» (1924-1926) — e fonda due testate proprie, «L’Alleanza» (1921) e «L’Ordine» (1922).

Nel 1923 viene nominato segretario dei sindacati fascisti per l’agricoltura della provincia di Firenze e nel 1924 è eletto consigliere provinciale. Nonostante questi incarichi, i suoi rapporti con gli apparati del Partito nazionale fascista si deteriorano progressivamente: deluso dallo scarso riconoscimento ottenuto per il lavoro svolto, Targioni si ritira gradualmente dalla vita pubblica. Minato da cattive condizioni di salute e da ristrettezze economiche, muore a Lamporecchio il 25 maggio 1930.

Il fondo Idalberto Targioni consta di quattordici buste archivistiche e di circa duecento volumi a stampa; al termine del lavoro di inventariazione, curato da Marta Bonsanti, la documentazione viene organizzata in sette serie, restituendo una struttura coerente a un corpus documentario ampio e articolato. La prima serie raccoglie la corrispondenza di Targioni, familiare e non; la seconda e la terza comprendono la produzione edita e inedita di carattere letterario e politico; la quarta è dedicata alla documentazione relativa al fascio di Lamporecchio e alle organizzazioni sindacali fasciste; la quinta conserva i documenti personali, tra cui atti giuridici e materiali fotografici; la sesta riunisce materiali a stampa, in parte riconducibili alla biblioteca privata del soggetto produttore; l’ultima serie è composta da documentazione prodotta o raccolta dai familiari, in larga misura postuma.

Per ricostruire la sua vita sono stati altresì consultati: l’Archivio dell’Ospedale degli Innocenti di Firenze, il Casellario Politico Centrale, l’Archivio del Comune di Lamporecchio, l’ Archivio di Gabinetto della Sottoprefettura di Pistoia e l’Archivio della Questura di Firenze.

Il fondo Targioni non è solo un insieme di documenti ma una finestra aperta su una vita immersa nelle grandi trasformazioni politiche e sociali a cavallo tra Ottocento e Novecento. È una memoria viva, che continua a parlare a chi la interroga, offrendoci la possibilità di ripensare il passato e di scoprire nuove sfumature di una figura complessa come quella di Idalberto Targioni.

Nel solco del lavoro del Prof. Roberto Bianchi, la figura di Targioni è stata indagata e approfondita dalle ricerche di Giulia Bruni – confluite nella sua tesi magistrale Idalberto Targioni. L’uomo, il poeta e il politico. Una biografia dalla nascita alla Grande Guerra, Università di Firenze, 2024 – e di Andrea Cerofolini che, nella sua tesi magistrale attualmente in fase di stesura, ha proseguito l’indagine concentrandosi sulla seconda parte della vita di Targioni, segnata dall’adesione al fascismo.

[1] Roberto Bianchi, Una storia, un archivio. Idalberto Targioni nell’Italia tra Ottocento e Novecento, Firenze, Firenze University Press, 2018

[2] Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea (ISRT), fondo Idalberto Targioni, S.II Manoscritti di Targioni, B.6, Segnatura II.5.1, Cinquant’anni della mia vita (ricordi e memorie), 1920, pagine non numerate.

[3] Su questo si può consultare l’intervista a Florio Londi, Carmignano (PO) del 14/02/1993. Testimonianza orale rilasciata a Giovanni Contini e Doriano Cirri, conservata presso Archivio della cultura contadina, Comune di Carmignano. L’intervista completa si trova alla pagina web: https://www.comune.carmignano.po.it/output_allegato.php?id=409448 consultata il 16/05/2024.

[4] Cinquant’anni, cit., pp. nn.

[5] «La Martinella», I.Targioni, Un colloquio con la mia musa, 1° maggio 1899.

[6] Il fondo Domizio Torrigiani è stato donato dagli eredi all’Isrt nel 2010.

[7] «Avanti!», T.Tosi, Un poeta socialista improvvisatore, 26 settembre 1911.

[8] L’intera vicenda è ricostruita dal punto di vista del protagonista in I.Targioni, Vent’anni di propaganda e cinque anni d’Amministrazione Socialista nel Comune di Lamporecchio, Tipografia Grazzini, Pistoia, 1920.




«Ecco ancora una volta la voce solenne dell’Etruria antica nella Maremma». Note sull’uso politico della storia antica nella Grosseto fascista [1]

«I nostri localisti sparirebbero, come gruppo organico,

se fosse possibile dimostrare, ciò che è augurabile,

che gli Etruschi non sono mai esistiti»[2]

 

La colonna romana collocata nel 1938 sul Bastione Mulino a vento,, oggi collocata nel Giardino dell’Archeologia

Il 24 maggio 1938 il prefetto di Grosseto, Enrico Trotta, su sollecitazione del R. Provveditore agli studi Niccolò Piccinni, inviò una lettera alla Presidenza del Consiglio dei ministri per invitare ufficialmente il ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai a presenziare ad alcune cerimonie organizzate in diversi centri della provincia. Con ogni probabilità, l’invito mirava a richiamare l’attenzione del ministro su una grave anomalia: a Grosseto mancava una sede autorizzata a svolgere gli esami di abilitazione magistrale e di maturità classica, circostanza che la rendeva l’unico capoluogo di provincia in Italia in tale condizione. Si trattava, come si sottolineava, di una «questione di prestigio» per una città in rapida crescita demografica, ormai avviata verso la trasformazione da borgo rurale a moderno centro di servizi, nonché di un «riconoscimento di una legittima aspettativa dei cittadini, delle autorità e delle gerarchie fasciste»[3].

Il viaggio, previsto «possibilmente verso la metà del prossimo giugno», avrebbe visto la partecipazione del ministro all’«inaugurazione di oltre duecento gagliardetti delle scuole elementari» e alla «posa della prima pietra dell’Istituto tecnico minerario di Massa Marittima» che coronava «un’annosa aspirazione di quella città» a dotarsi di un istituto che formasse i quadri della maggiore industria del territorio. Tra le due iniziative, era poi stata programmata una cerimonia dall’alto valore simbolico: «l’inaugurazione di una colonna romana sulle mura medicee del capoluogo, in ricordo della celebrazione del bimillenario di Augusto»[4].

La mancata partecipazione del Ministro – impossibilitato a raggiungere la provincia per i «troppi impegni per l’anno in corso»[5] – non impedì tuttavia il regolare svolgimento della celebrazione augustea, il 17 di giugno, che si aprì con un’orazione pubblica del prof. Francesco Moggio del R. Liceo ginnasio “Carducci-Ricasoli” e vide la consegna «da parte delle scuole di una colonna romana, tratta dagli scavi dell’antica Roselle ed eretta sui bastioni della città, per significare la continuità dell’idea di Roma da Augusto a Mussolini», accompagnata dall’esecuzione, da parte del coro dell’Istituto magistrale, «dell’inno a Roma e degli altri della Patria fascista»[6].

Espressione di quella tendenza all’occupazione del tempo sociale, all’imposizione di un nuovo senso della Storia e alla riorganizzazione del calendario civile precocemente espressa dal regime[7], la celebrazione del bimillenario della nascita di Augusto costituì «l’apice dell’identificazione del fascismo con la romanità»[8]. A seguito della conquista dell’Etiopia, il regime aveva infatti accentuato la propria identificazione con un immaginario di tipo imperiale, elaborato e diffuso anche grazie all’opera di storici e intellettuali militanti, che contribuirono a trasformare Mussolini in «un vero e proprio alter ego di Augusto»[9].

Diversamente da altri anniversari legati a personaggi della res publica, come quelli dedicati alla nascita di Orazio (1930) e di Virgilio (1935), il bimillenario augusteo fu accompagnato da un articolato programma di celebrazioni. Sul piano nazionale esso trovò la sua espressione più evidente nell’inaugurazione della Mostra Augustea della Romanità, aperta a Roma il 23 settembre 1937 in concomitanza con la riapertura della Mostra della Rivoluzione fascista[10]. Parallelamente, a livello locale furono promosse iniziative di varia natura, nelle quali si realizzarono le più disparate pratiche di «appropriazione/reinvenzione della storia di Roma» in funzione propagandistica[11].

Area degli scavi archeologici di Roselle (Credits: https://museitoscana.cultura.gov.it)

A Grosseto, come si è visto, le celebrazioni assunsero la forma di una vera e propria riconsacrazione di un reperto archeologico elevato a simbolo della romanità. Ciò serviva a richiamare la filiazione diretta del capoluogo della Maremma dall’antica Roselle, oggetto di scavi nella seconda metà degli anni Venti sull’onda di un crescente interesse storico e identitario. Importante centro della dodecapoli etrusca, poi conquistata dai Romani e ulteriormente sviluppatasi a cavallo tra il III e il II secolo a.C. – quando fornì grano e legname per la flotta di Publio Cornelio Scipione diretta sulle coste cartaginesi – Roselle era divenuta sede vescovile tra il IV e il V secolo d.C. Fu progressivamente abbandonata dai suoi abitanti nei secoli successivi, e nel 1138 la cattedra vescovile venne trasferita nel borgo di Grosseto, sorto lungo la via Aurelia in una posizione più facilmente difendibile dagli attacchi provenienti dal mare[12].

Tra il 1937 e il 1938, parallelamente alle iniziative promosse in occasione del bimillenario augusteo, videro la luce alcuni contributi storico-archeologici dedicati al capoluogo e a diversi centri della provincia di Grosseto. Si trattava di lavori generalmente di modesto valore scientifico e poco inclini a confrontarsi con la ricerca accademica, ma che ben si prestavano a essere utilizzati come strumenti di celebrazione della romanità fascista[13]. Gli autori appartenevano ai diversi filoni della cultura erudita locale e avevano aderito con anticipo e convinzione alle politiche culturali del regime; la loro attenzione era orientata – per usare un’espressione di Luciano Bianciardi – verso il «problema delle origini»[14], in contrasto con l’approccio degli intellettuali più giovani, impegnati invece a costruire, attraverso la letteratura e le arti figurative, l’immagine di una provincia “redenta” dalla bonifica integrale e destinata ad assumere un ruolo di rilievo nella cultura nazionale[15].

A. Salvetti, 1929, Ritratto di Monsignor Antonio Cappelli, olio su tela, conservato nel Museo di arte sacra della Diocesi di Grosseto

Tra le figure più rilevanti di questo gruppo spiccava Antonio Cappelli – il «canonico dottissimo e sordo» ricordato da Geno Pampaloni[16] – punto di riferimento della cultura grossetana. Cappelli dirigeva il Museo civico, il Museo diocesano e la Biblioteca Chelliana, oltre al “Bollettino della Società storica maremmana”, rivista che nei primi anni aveva ospitato contributi di Gioacchino Volpe e del giovane Ranuccio Bianchi Bandinelli, prima di trasformarsi, nel 1931, nell’organo del locale Istituto fascista di cultura[17]. Fu proprio Cappelli a impegnarsi con particolare costanza nella costruzione di una mitologia storica fondativa del capoluogo, incentrata soprattutto sul periodo medievale[18].

Assai più attento agli studi e alla divulgazione delle più recenti scoperte archeologiche era il pubblicista Pietro Raveggi, fondatore del Civicum antiquarium annesso alla biblioteca di Orbetello e, dal 1936, membro della locale Commissione propaganda. A lui si devono ricerche sulla città lagunare, su Ansedonia-Cosa, Talamone e sull’area meridionale della provincia, caratterizzate da un livello scientifico più rigoroso rispetto alla produzione coeva[19]. Come Cappelli, Raveggi ricopriva da molti anni l’incarico di Regio ispettore onorario per le antichità e l’arte nella provincia, funzione che gli fu confermata proprio nell’anno del bimillenario augusteo[20].

Lo studioso che nel biennio 1937-1938 si impegnò più sistematicamente nella valorizzazione della romanità in chiave fascista – espressione di quel «filone erudito più attento alla retorica di campanile che al rigore della ricerca»[21] – fu tuttavia Adone Innocenti, autore di due contributi dedicati a Roselle. In un breve articolo, L’antica via Aurelia attraverso il territorio rosellano, egli ripercorreva la genesi di «una delle più famose e magnifiche strade romane», insistendo sulla sovrapposizione di parte del suo tracciato con un’arteria più antica che collegava Roselle e Vetulonia: «Ecco ancora una volta la voce solenne dell’Etruria antica nella Maremma, che vide le legioni romane marciare sulle strade consolari al cospetto del “Mare nostrum” solcato dalla potenza marinara di Roma»[22].

Come si evince da questo testo, anche per gli intellettuali locali più allineati all’ideologia fascista appariva molto complesso celebrare la presunta romanità di Grosseto senza far riferimento alla persistenza di un radicato “sostrato etrusco” che, fin dalla metà dell’Ottocento, era divenuto un elemento costitutivo dell’identità maremmana[23] inizialmente condivisa dalle élites cittadine e, in seguito, grazie al crescente numero di scoperte archeologiche, divenuto patrimonio della cittadinanza intera[24].

Il canonico Giovanni Chelli

A conferma di ciò – e riproponendo una polemica, di ascendenza sette-ottocentesca, nei confronti di Roma e della sua eredità storica – alcuni intellettuali cittadini, ancora alla fine degli anni Venti, continuavano a contrapporre etruschi e romani, richiamandosi alla narrazione codificata dal canonico Giovanni Chelli nel 1849, fondatore del museo e della biblioteca cittadini, il quale accusava i Romani di aver sfruttato in modo irrazionale le risorse naturali e di aver compromesso l’equilibrio ambientale della regione[25].

Un esempio significativo di tali frizioni, che ostacolarono sul piano locale la completa assimilazione degli Etruschi all’interno del «mito unitario della romanità»[26], è offerto dal fascicolo dedicato a Grosseto della collana Cento città d’Italia illustrate, pubblicato sul finire degli anni Venti da Sonzogno. Riflettendo sulla decadenza delle città etrusche e, più in generale, della Maremma, l’autore del saggio, il preside del R. Liceo-ginnasio “Carducci Ricasoli” Enrico Fatini, scriveva:

Cento città d’Italia illustrate, numero dedicato a Grosseto

Forse giova pensare che i Romani abbiano incontrata accanita resistenza nell’assoggettare questo popolo generoso e fiero, e però si siano mostrati inesorabili con esso, sino a disperderne la memoria per poterne soffocare con questa ogni anelito di libertà. Sotto i Romani, il paese, trascurato e disertato, iniziò il suo disfacimento[27].

Queste dinamiche legate all’identità etrusca non si spiegano soltanto in termini di continuità culturale. Dal canto suo, il regime fascista aveva promosso, a partire dal 1925, «un processo di istituzionalizzazione dello studio degli Etruschi» sul piano nazionale: dalla creazione della prima cattedra di Etruscologia all’Università di Roma, alla convocazione dei primi convegni nazionali, fino all’organizzazione dell’Istituto di studi etruschi[28]. Il fascismo mirava a individuare nel popolo etrusco l’origine di un primigenio laboratorio dell’italianità, che avrebbe trovato pieno compimento nella civiltà romana; dal punto di vista “razziale”, gli Etruschi venivano inoltre considerati l’anello iniziale di una continuità di sangue e di stirpe che, attraverso Roma, conduceva linearmente all’Italia di Mussolini, respingendo ogni ipotesi relativa a una loro presunta origine non autoctona.

Ascia bipenne rinvenuta nella c.d. Tomba del Littore a Vetulonia nel 1898

A sostegno di tale genealogia veniva spesso richiamata l’origine etrusca del simbolo stesso del regime: il fascio littorio, la cui legittimazione archeologica era affidata al ritrovamento, avvenuto a Vetulonia nel 1898, di un’ascia bipenne racchiusa da lamine in metallo rinvenuta nella cosiddetta Tomba del Littore[29].

Sul piano locale, l’idea di una filiazione diretta tra l’Etruria e la “Terza Roma” mussoliniana trovò terreno fertile tra gli intellettuali coinvolti nell’organizzazione della cultura e della propaganda. Come scriveva Pietro Raveggi a proposito della città di Heba, «il problema etrusco si confonde con quello delle origini stesse della civiltà italica» e solo grazie al fascismo e al Duce era stato possibile «dar vita e forma a questo rifiorente culto verso la nostra antica tradizione»[30].

Nel 1943 si ebbe invece un intervento culturale di più ampio respiro, promosso direttamente dal provveditorato agli studi. In quell’anno venne infatti avviata la pubblicazione, a cura dello stesso provveditorato, di una collana di monografie sugli etruschi da distribuire nelle scuole medie della provincia. Nella Premessa del primo volume, ristampa di una ricerca dell’etruscologo Pericle Ducati del 1933, il provveditore Ernesto Lama sottolineava il ruolo primigenio della civiltà etrusca nella genealogia italica:

gli Etruschi potrebbero rivendicare una precisa funzione, oltre che nell’etnogenesi italiana, anche nella formazione storica di Roma, che dalla cultura e dalla potenza degli Etruschi trasse efficaci elementi, specie nel primo periodo, per la sua grandiosa costruzione[31]

Successivamente Lama si rivolgeva agli alunni della Maremma, motivando le ragioni dell’iniziativa editoriale con queste parole, che richiamavano la necessità di integrare il piano dell’identità locale e di quella nazional-patriottica:

Il fascino e l’ansia che sospingono l’odierna Maremma a ricercare l’origine della sua gente nel proprio sottosuolo, disseminato di tombe e di avanzi gloriosi, sembra perpetuare una volontà di potenza giammai estinta, oltre che costituire una nobile rivendicazione dello spirito severo degli antichissimi padri, della loro vita operosa ed espansiva, delle loro molteplici e gloriose attività. Portare un qualche contributo a questa nobile aspirazione dei Maremmani e, nello stesso tempo, chiarire, precisare e divulgare problemi di cultura che valgano ad illuminare la perenne gloria legata in ogni epoca, sin dalle antichissime età, alla storia d’Italia, sono i motivi e le finalità che hanno ispirato questa raccolta di brevi monografie, la cui pubblicazione si inizia in un momento fatidico ed augurale della nostra Italia, come per trarre dal profondo della storia gli auspici per l’avvenire[32].

In conclusione, appare evidente come già in epoca fascista il culto della romanità fascista non avesse trovato, nel marginale contesto sociale e culturale grossetano, un terreno realmente fertile. Da questa discrepanza, si avviò così una dinamica destinata a emergere con particolare nettezza nel secondo dopoguerra, quando, tanto nell’ambito archeologico quanto nell’opinione pubblica locale, si sarebbe progressivamente consolidata una tradizione filoetrusca, mentre il disinteresse per l’eredità romana sarebbe risultato sempre più evidente, nonostante la presenza sul territorio di scavi di grande rilievo[33]. La forte identità etrusca della Maremma, costruita dalle élite intellettuali cittadine fin dall’Ottocento, non solo resistette alle pressioni ideologiche del regime, ma finì anzi per rimodulare almeno in parte e secondo una logica di continuità locale, la stessa ricezione della politica culturale fascista.

Note

[1] L’autore ringrazia Michele Gandolfi, Adolfo Turbanti ed Elena Vellati per aver letto e commentato la prima stesura di questo contributo.

[2] Luciano Bianciardi, I localisti in «La Gazzetta», 13 settembre 1952 ora in Id., Tutto sommato. Scritti giornalistici 1952-1971, vol. 1, ExCogita, Milano 2022, pp. 101-102.

[3] Archivio di Stato di Grosseto (ASG), R. Prefettura, Gabinetto, b. 690, lettera del prefetto Trotta alla Direzione generale dell’Istruzione media classica del ministero dell’Educazione nazionale, 26 aprile 1938. Sul peculiare sviluppo sociale e urbanistico di Grosseto si veda Gian Franco Elia, Città malgrado. Profilo dello sviluppo urbano, in Simone Neri Serneri, Luciana Rocchi (a cura di), Società locale e sviluppo locale. Grosseto e il suo territorio, Carocci, Roma 2003, pp. 105 e ss.

[4] ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 691, lettera del prefetto Trotta alla Presidenza del Consiglio dei ministri, 24 maggio 1938.

[5] ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 691, lettera del Ministro Bottai al prefetto Trotta, 10 giugno 1938.

[6] ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 691, invito per la celebrazione del bimillenario augusteo, 14 giugno 1938.

[7] Cfr. Piergiorgio Zunino, L’ideologia del fascismo. Miti, credenze e valori nella stabilizzazione del regime, Il Mulino, Bologna 1985, pp. 63-129; Claudio Fogu, The Historic Imaginary: Politics of History in Fascist Italy, Toronto University Press, Toronto 2016; Paola S. Salvatori (a cura di), Il fascismo e la storia, Edizioni della Normale, Pisa 2020.

[8] Aristotle Kallis, “Framing” Romanità: The Celebrations for the Bimillenario Augusteo and the Augusteo-Ara Pacis Project, in “Journal of Contemporary History”, vol. 46, n. 4, 2011, pp. 809-831 [traduzione mia].

[9] Andrea Giardina, André Vauchez, Il mito di Roma. Da Carlo Magno a Mussolini, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 248.

[10] Cfr. Alessandro Cavagna, Il «benefico impulso di Roma»: la Mostra augustea della romanità e le province, in Paola S. Salvatori (a cura di), Il fascismo e la storia, cit., pp. 51-72.

[11] Cfr. Piergiovanni Genovesi, Propaganda di regime tra centro e periferia. Una celebrazione “locale” della romanità fascista, in “SPES”, n. 9, 2019, pp. 71-91

[12] Doro Levi, Il Museo di Grosseto e gli scavi di Roselle, “Maremma. Bollettino della società storica maremmana”, n. 3, 1926-1927, pp. 81-87.

[13] Cfr. ad esempio Adone Innocenti, Roselle e il suo territorio, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1938; Ildebrandino Rosso, Saturnia, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1938; Pietro Raveggi, Ansedonia, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1937; Id., Sull’identificazione di Talamone etrusco-romano, Bollettino di Statistica del Comune di Grosseto, aprile 1938, pp. 1-8

[14] Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale, Feltrinelli, Milano 2009 [1957], pp. 5-12. Per una panoramica su queste figure si rimanda a Carlo Citter, Il progresso degli studi fra’800 e ‘900: la nascita dell’archeologia e i primi studiosi locali in Id., Antonia Arnoldus-Huyzendveld (a cura di), Archeologia urbana a Grosseto. Vol. I: La città nel contesto geografico della bassa valle dell’Ombrone. Origine e sviluppo di una città medievale nella “Toscana delle città deboli”, All’insegna del giglio, Firenze 2007, pp. 5-6.

[15] Centrale fu l’esperienza della rivista di arti e letteratura Ansedonia diretta da Antonio Meocci. Cfr. Simone Giusti, «Ansedonia» e «Mal’aria», due riviste di letteratura e arte in Maremma in Enrico Crispolti, Anna Mazzanti, Luca Quattrocchi (a cura di), Arte in Maremma nella prima metà del Novecento, Silvana, Milano, 2006, pp. 305-309. Sul contesto generale mi permetto di rimandare a Stefano Campagna, «Dobbiamo aver coscienza del nostro provincialismo culturale». Intellettuali, politica e cultura a Grosseto dal fascismo al miracolo economico di prossima pubblicazione nel Quaderno n. 20 della Fondazione Luciano Bianciardi.

[16] Geno Pampaloni, Prefazione in Antonio Meocci, Maramad, Barulli, Roma 1969, p. 12. Su Antonio Cappelli si veda Mariagrazia Celuzza, Il canonico Antonio Cappelli (1868-1939) in Cristina Gnoni Mavarelli, Laura Martini (a cura di), La cattedrale di San Lorenzo a Grosseto. Arte e storia dal XIII al XIX secolo, Silvana, Milano 1996, pp. 105-116.

[17] Fondato nel 1923 da un comitato promotore composto da studiosi locali e di rilevanza nazionale, il Bollettino della società storica maremmana cessò definitivamente le sue pubblicazioni nel 1936. Sarà poi rifondato negli anni Sessanta. Cfr. Mariagrazia Celuzza, Etruschi per forza: l’archeologia della Maremma e l’identità del territorio in Ead., Elena Vellati (a cura di), La grande trasformazione. Maremma tra epoca lorenese e tempo presente, Isgrec-Effigi, Arcidosso 2019, p. 156.

[18] A questo proposito si veda Antonio Cappelli, La signoria degli Abati del Malia e la repubblica senese in Grosseto, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1931.

[19] Cfr. ad esempio Pietro Raveggi, La Sub-Cosa e il Vico Cosano: contributo allo studio dei suburbii e vichi etruschi in Alcune comunicazioni presentate al 1. Convegno nazionale etrusco, Stabilimento tipografia sociale, Cortona, 1926. Su Raveggi si veda Giovanni Damiani, Pietro Raveggi. La vita e le opere, Effigi, Arcidosso, 2015.

[20] Cfr. ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 690, lettere della R. Sovraintendenza all’arte medievale e moderna per la Toscana al prefetto Trotta, 13 gennaio 1938.

[21] Carlo Citter, Il progresso degli studi fra’800 e ‘900, cit., p. 5.

[22] Adone Innocenti, L’antica Via Aurelia attraverso il territorio Rosellano, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1938, p. 6.

[23] Sulla lunga durata di questo fenomeno identitario cfr. Mariagrazia Celuzza, Luciano Bianciardi, gli etruschi, il medioevo e Grosseto: una questione di identità? in Valentino Nizzo, Antonio Pizzo (a cura di), Antico e non antico. Scritti multidisciplinari offerti a Giuseppe Pucci, Milano, Mimesis 2018, pp. 105-106.

[24] Cfr. Ead, Etruschi per forza, cit. pp. 146-155.

[25] «Sì, questi crudeli dominatori […] non furono lenti a rapire quanto nel mio seno si conteneva di bello e raro, ad arrogarsi il godimento di ciò che non potevano rapirmi, cioè la fecondità prodigiosa del mio suolo, le miniere inesauribili, le immense foreste necessarie un tempo alla costruzione navigli […]. Ma costoro ricambiarono tanti miei benefizi colla più nera ingratitudine; perché è da essi che io ripeto la prima cagione della insalubrità del mio clima» (Giovanni Chelli, La Maremma personificata che narra le sue passate e presenti vicende, Stamperia sulle logge del grano, Firenze 1846, pp. 54-55, cit. in ivi, p. 147)

[26] Andrea Avalli, Il mito della prima Italia. L’uso politico degli Etruschi tra fascismo e dopoguerra, Viella, Roma 2024, p. 6 [versione ebook].

[27] Le cento città d’Italia illustrate. Grosseto, la Maremma risanata, Sonzogno, Milano, s.d. [1926-1929], pp. 3-4.

[28] Cfr. Andrea Avalli, Il mito della prima Italia, cit., pp. 51-87 [versione ebook].

[29] Cfr. Paola S. Salvatori, Romanità e fascismo: il fascio littorio in “Forma Urbis”, n. 6, 2013, pp. 34-52.

[30] Pietro Raveggi, Heba e la sua necropoli, in “Maremma. Bollettino della società storica maremmana”, n. 3, 1934, p. 3.

[31] Ernesto Lama, Introduzione in Pericle Ducati, La formazione del popolo etrusco, R. provveditorato agli studi di Grosseto, Grosseto 1943 [1933], p. VII.

[32] Ivi, p. VIII.

[33] Cfr. Mariagrazia Celuzza, Etruschi per forza, cit. pp. 158.




Giulio Guelfi, un sovversivo sullo scranno più alto del Comune di Cascina.

Tra le varie biografie di personaggi appartenenti al mondo socialista e comunista che hanno animato la vita sociale e politica della provincia pisana nel periodo che va dal 1919 fino all’avvento del fascismo, quella di Giulio Guelfi è tra le più significative ai fini della ricostruzione dell’immaginario collettivo dell’epoca, sia per i diversi ruoli che il personaggio ha assunto durante la sua militanza politica e sindacale, sia per gli incarichi istituzionali e la sua puntuale azione nella lotta antifascista in patria e poi in esilio. Ad un impegno militante e una fervente convinzione sul valore delle proprie idee, che manifesta nell’arco di tutta la sua vita, in Guelfi si evidenzia – elemento assolutamente non secondario – uno spirito ribelle, sovversivo, indomito, che ben racconta del carattere del popolano pisano di questi anni. È questa un’inclinazione che trova profonde radici nella storia popolare e sovversiva della provincia sin dai tempi della costituzione delle prime sezioni della Società democratica Internazionale[1].
Giulio Guelfi nasce a Cascina il 14 settembre 1888 da Riccardo e Liberata Bracci, di professione impiegato, poi commerciante. Vive la sua formazione umana e politica nei paesi di Casciavola e Navacchio (borgate ancora oggi nel Comune di Cascina) dove presumibilmente abbraccia gli ideali socialisti che sono particolarmente diffusi nella zona. Negli anni precedenti alla Prima guerra mondiale viene assunto come impiegato all’Ospedale di Piombino, rientrato a Cascina diventa ben presto uno dei promotori della sezione socialista di Casciavola e uno dei principali organizzatori della Camera confederale del Lavoro[2]. L’attività politica e sindacale di Guelfi è ricostruibile attraverso la lettura de «L’Ora nostra», il periodico della Federazione pisana del partito socialista che, tra il 1919 e il 1921 nelle cronache provinciali, riporta notizia di suoi numerosi comizi a supporto delle agitazioni contadine, bracciantili e operaie. Nello stesso periodo, secondo un profilo biografico della Prefettura pisana, Guelfi «aveva iniziata l’organizzazione delle squadre rosse e già aveva messo in funzione diverse squadre cicliste. Organizzò e fu sempre a capo di tutti i movimenti operai e sovversivi verificatisi dai primi del 1919 al 1922 nel Comune di Cascina»[3]. Lo stesso documento lo descrive «dotato di facilità di parola tanto che era riuscito ad acquistare tanto ascendente tra le masse operaie che lo seguivano ciecamente in qualsiasi violenza».
Le elezioni politiche del 1919 avevano premiato i partiti neutralisti, il PSI aveva superato il 41% dei voti ed era diventato il primo partito del collegio Livorno-Pisa e della provincia pisana[4]. Vanno nella stessa direzione le elezioni amministrative dell’autunno del 1920 che consegnano ai socialisti ben 26 comuni dei 42 della provincia, con punte di consenso straordinario a Pontedera dove ottengono il 78% dei voti[5]; l’eccezionale risultato elettorale dei socialisti si completa con l’assegnazione di 23 seggi sui 40 disponibili nel Consiglio provinciale.
Nelle elezioni amministrative dell’autunno del 1920 il PSI cascinese punta su Guelfi, che viene eletto consigliere comunale e poi Sindaco di Cascina. Il suo mandato, che dura dall’ottobre del 1920 al settembre del 1921, è un’esperienza breve ma particolarmente intensa e nella quale Guelfi riversa tutto il proprio portato umano, politico, sindacale[6] e non in ultimo il proprio carattere impulsivo e non incline alla sottomissione. Il ruolo istituzionale assunto esalta la sua figura di militante rivoluzionario e dallo scranno più alto del Comune detta la linea politica con la convinzione di preparare la strada ad un’imminente rivoluzione[7].
Il 16 ottobre è convocato il primo Consiglio comunale e i toni della seduta di insediamento ci aiutano a cogliere il clima di queste giornate; così come avviene in altri enti locali, anche nel Comune di Cascina si inneggia alla dittatura del proletariato e si propone come primo atto l’approvazione di un Ordine del giorno a favore della Russia rivoluzionaria e «pro condannati politici». L’ordine del giorno viene presentato dall’assessore Adolfo Mannocci che annuncia: «Noi percorriamo la strada che ci conduce verso il socialismo che affratella le genti pertanto la bandiera che qui abbiamo issato non l’ammaineremo giammai né per l’ambizione di un Re, né per la violenza dei governanti»[8]. Il Consiglio comunale chiede al Governo italiano l’immediato riconoscimento ufficiale della Russia dei Soviet e chiude la discussione di questo punto al grido di «Fuori dalle galere tutti condannati politici!». Nella stessa seduta, stimolato dagli interventi della minoranza che invitano la Giunta a «compiere atti di saggia e sana amministrazione», prende la parola anche il Sindaco Guelfi che annuncia e rivendica il ruolo politico della sua Amministrazione e, in risposta alla richiesta di illustrare il programma, replica: «La Direzione del Partito socialista impartirà le direzioni e noi le seguiremo […] Pel il bilancio 1921 […] colpiremo profondamente i proprietari […] governeremo e agiremo non curandoci delle pastoie delle leggi esistenti che muovono ingiustizia, faremo in odio e a dispetto della legge quello che riterremo giusto»[9]. Il Consiglio si scioglie con le conclusioni del Sindaco che ritorna sulla questione: «di programmi non ne abbiamo, so solo che abbiamo lottato, battuto e vinto in nome del Socialismo e legiferemo per il Socialismo e in nome di questo e del Popolo, che è il nostro re, dichiaro chiusa la discussione al grido di: Viva il Socialismo! Viva l’Internazionale!»[10].
Con le nuove giunte socialiste rivoluzionarie elette nell’autunno del 1920 arriva anche nella provincia pisana un nuovo cerimoniale che ha l’obiettivo di sostituire, anche nell’immaginario popolare, i simboli delle istituzioni: in alcuni Comuni viene rimossa la targa che riporta il Bollettino della Vittoria di Armando Diaz[11], il saluto alla Russia rivoluzionaria sostituisce il saluto al re e sulle facciate dei Comuni la bandiera rossa prende il posto del tricolore. Pratiche che scateneranno la reazione dello squadrismo fascista, dell’esercito[12] e i provvedimenti delle Prefetture. A Cascina la bandiera rossa sventola sulla Torre civica[13], Guelfi ha dato mandato di acquistarne una «con lo stemma dei Soviet e di quello del Comune medesimo»[14] e la spesa di £ 100,00, non prevista in bilancio, viene finanziata con un prelievo dal fondo di riserva del Sindaco.
Ad un massimalismo del linguaggio che inneggia ad una prossima insurrezione, Guelfi e i socialisti cascinesi fanno seguire un’attività amministrativa che mette in pratica le parole d’ordine che avevano animato la campagna elettorale: come primo atto la Giunta comunale incontra simbolicamente un gruppo di lavoratori fornai che chiedono un aumento del compenso giornaliero per raggiungere quello dei vicini colleghi pisani, senza che questo, sostengono durante l’incontro i lavoratori all’unisono con la Giunta, comporti un aumento del prezzo del pane[15].
Il Sindaco Guelfi caratterizza il suo mandato per interventi sociali ed economici volti ad una politica di redistribuzione delle ricchezze e al controllo dei prezzi dei beni di prima necessità e dà mandato agli uffici comunali di predisporre una «severa, precisa e improvvisa verifica»[16] sulla vendita dello zucchero alle persone ammalate e, per evitare speculazioni e lucri impropri, un attento riscontro dei buoni comunali emessi a favore degli indigenti. Si autorizza poi la vendita della carne agli ammalati anche nei giorni di chiusura dei negozi e si dà mandato all’Ente autonomo dei consumi del Comune di acquistare olio, baccalà e formaggio da rimettere in vendita a prezzo di acquisto per calmierare il mercato. Nella seduta consiliare del 9 dicembre il Sindaco Guelfi, nel valutare la situazione finanziaria dell’Ente e il disavanzo ereditato dalla precedente amministrazione[17], annuncia che non ricorrerà ad ulteriore indebitamento e dichiara che «i soldi dovranno darli coloro che li hanno» e che le tasse per l’anno 1921 saranno raddoppiate. Nella stesso consesso il Sindaco propone l’adesione alla Lega dei Comuni socialisti[18], motivando che questo percorso consentirà all’Ente di inserirsi in un progetto nazionale più ampio che porterà ad «ottenere l’applicazione dei principi socialisti, come ad esempio la progressività delle tasse superando il vecchio concetto dei massimi fiscali»[19].
Con la fine del 1920 si manifestano anche nella provincia pisana le prime violenze fasciste[20], siamo in un territorio che si inserisce a pieno titolo in quell’«Italia mediana» che ha visto sviluppare importanti laboratori politici ed ha assunto un ruolo centrale nell’affermazione della violenza fascista[21]. Nel dicembre 1920 gli squadristi pisani, con l’aiuto di squadre provenienti da tutta la regione, per ben due volte, impediscono l’insediamento del nuovo consiglio provinciale[22] che, una volta insediato, eleggerà presidente Ersilio Ambrogi[23] e vice presidente proprio Giulio Guelfi.
Nei mesi successivi le violenze fasciste arrivano anche nel piano cascinese e il primo omicidio politico avviene nel borgo di San Frediano a settimo, quando il 4 marzo Enrico Ciampi, segretario della prima sezione comunista costituitasi nel pisano[24], viene ucciso dal Marchese Serlupi, uno dei ras fascisti della zona[25]. Pochi mesi dopo, il 23 luglio, i fascisti fanno visita ad una casa colonica nella zona di Arnaccio, dove vive il consigliere socialista Oreste Bartoli e uccidono il figlio Archimede che reagisce alla bastonatura del padre.
Le parole di Guelfi all’insediamento, con le quali imprudentemente aveva annunciato che avrebbe governato non curandosi «delle pastoie delle leggi esistenti», incitano i controlli della Prefettura che già nei primi mesi di governo della giunta cascinese impugna e annulla una serie di delibere, tra questa anche quella che autorizza l’acquisto della bandiera con lo stemma comunale e la falce e martello in quanto, sostiene il Prefetto, «trattasi di spesa ispirata a criteri politici, mentre i consigli comunali non hanno dalla legge nessuna attribuzione a questo riguardo, ma devono limitarsi ad amministrare il Comune e provvedere ai servizi pubblici che dal Comune dipendono»[26].
La Giunta Guelfi continua a governare tra delibere annullate e proclami rivoluzionari basati su un marcato radicalismo verbale. Nei primi mesi del 1921 l’Amministrazione tratta l’acquisto del nuovo Teatro comunale, un’operazione sostenuta da una chiara scelta politica, afferma Guelfi in merito: «L’operaio, il lavoratore in genere deve progredire, istruirsi ed elevarsi e non essere più la macchina bruta che lavora e mangia per vivere e nelle ore di riposo gioca a carte nel proprio Circolo. Esso deve invece essere posto nelle condizioni di ricrearsi lo spirito andando a Teatro, giacché non è giusto che a Teatro possa andare il ricco che non lavora e l’operaio non possa permettersi neppure il cinematografo»[27].
L’esperienza da Sindaco di Guelfi si chiude presto, con i fatti del 18 settembre 1921. Per la giornata viene convocato, nel borgo cascinese di San Benedetto, un comizio tra le leghe confederate per organizzare la reazione sindacale ai licenziamenti e alla riduzione del salario dei lavoratori del piano di Cascina. I fascisti radunano oltre 400 squadristi, provenienti da varie parti della Toscana, con l’intento di impedire la manifestazione, intanto nel pomeriggio un folto gruppo di antifascisti parte in tram da Pontedera per raggiungere San Benedetto ma, passato l’aggregato urbano di Cascina, il convoglio viene aggredito da una scarica di colpi di rivoltella sparati da un piccolo gruppo di fascisti che, commesso il fatto, si dà alla fuga. Nell’aggressione rimangono uccisi Paris Profeti[28], segretario della sezione socialista di Pontedera, e Corrado Bellucci[29] di idee libertarie, mentre il comunista Medardo Cecconi[30] ferito viene portato all’Ospedale di Pontedera[31]. Le autorità, vista la tensione della giornata, vietano la manifestazione, nel contempo Guelfi ed altri socialisti cascinesi, non ancora a conoscenza del fatto, mentre si dirigono verso il luogo del comizio vengono assaliti a colpi di rivoltella da un gruppo di fascisti. I socialisti rispondono, ne scaturisce uno scontro a fuoco e l’unico arrestato della giornata è proprio Giulio Guelfi, con l’accusa di aver sparato un colpo di rivoltella contro i fascisti, e rinchiuso nelle Carceri di San Matteo a Pisa. Il Comune viene immediatamente commissariato e il 13 ottobre si svolge il primo consiglio comunale senza il sindaco Guelfi.
Intanto tra settembre e novembre le pressioni e le violenze fasciste nei confronti dei consiglieri socialisti e comunisti danno i propri risultati e al protocollo del Comune di Cascina giungono le dimissioni irrevocabili di gran parte degli eletti. Si tratta di comunicazioni che naturalmente non denunciano pressioni o violenza e adducono principalmente motivi personali, tra questi l’assessore Alfredo Vanni scrive che non ritiene «più opportuno ricoprire tale carica»[32], mentre solamente il consigliere comunale Modesto Marrucchi motiva le proprie dimissioni dichiarando di aver maturato la propria distanza dal Partito comunista. A queste dichiarazioni dei consiglieri comunali segue però un ultimo atto di resistenza istituzionale, una lettera di protesta inviata al Commissario prefettizio, che vede come primo firmatario Giulio Guelfi e di seguito tutti i consiglieri comunali socialisti e comunisti dimissionari. Nella nota i consiglieri comunali denunciano coraggiosamente le violenze fasciste subite: «Il fatto di aver alcuni di noi […] rassegnato le dimissioni non vuole significare la rinuncia ad amministrare, ma dette dimissioni devono essere la vibrata protesta contro chi minaccia le nostre persone e le nostre idealità […] Nel nostro Comune certo regna ancora il terrore e tutto si può commettere sotto gli occhi dell’autorità»[33].
Il 19 gennaio 1922 il re, che per lo Statuto Albertino è il garante delle istituzioni, firma il decreto di scioglimento del Consiglio comunale di Cascina[34].
Dopo la caduta dell’amministrazione da lui guidata Guelfi si trasferisce a Livorno dove assume compiti di direzione della locale Camera del lavoro. Nel febbraio del 1922 la moglie, Corinna Noccioli, è oggetto di un’imboscata a colpi di pistola nei pressi della stazione ferroviaria di Navacchio per mano di un gruppo di fascisti e la casa della famiglia è spesso oggetto di violazioni da parte degli squadristi locali. Nel marzo del 1922 Guelfi interviene al funerale di Comasco Comaschi[35], anarchico e ardito del popolo ucciso in un agguato da alcuni fascisti il 19 marzo 1922, denunciando il crimine fascista e pronunciando le seguenti parole: «Noi proletari siamo coloro che lavorano e che producono e non quelli che uccidono»[36]. La frase scatena l’ira degli squadristi locali che rispondono minacciosi dal settimanale «L’Idea fascista» facendo intendere che faranno pagare a Guelfi il suo ardimento: «Giulio Guelfi […] responsabile dell’assassinio di Zoccoli e Serlupi […] i Fascisti del comune di Cascina si impegnano pubblicamente, di fronte all’Autorità e ai cittadini, di ficcarlo in un sacco pieno di sterco»[37]. Guelfi nel suo ruolo di Sindaco subisce varie denunce e una violenta campagna stampa di denigrazione da parte dei fascisti locali e della stampa liberale che lo accusano di concussione nell’esercizio della sua funzione[38]. Per queste denunce subirà un processo che lo vedrà poi assolto dalla Corte di appello di Lucca insieme agli assessori Angelo Pasqualetti e Alfredo Vanni[39].
A Giulio Guelfi, come a gran parte dei primi antifascisti, non rimane che la strada dell’esilio, dopo un breve soggiorno a Genova si trasferisce con la famiglia a Parigi dove secondo la polizia fascista, in una nota dell’Ambasciata del 3 giugno 1926, è un membro attivo del «Comitato centrale antifascista»[40] e a seguito dell’espatrio è segnalato alla «Rubrica di frontiera» con indicazione di fermare e arrestare in caso di rimpatrio. Non è noto quando Guelfi aderisce al Partito comunista, ma già dalla metà degli anni Venti, durante appunto la sua permanenza in Francia, è segnalato come «comunista» e iscrive i propri figli alla scuola del partito a Ivry-sur-Seine: probabilmente la sua scelta matura nel 1924, a seguito dell’adesione al partito di Giacinto Menotti Serrati, faro del massimalismo socialista, che aveva illuminato la sua gioventù.
Nel 1929 Guelfi con l’intera famiglia si trasferisce a Vitry-sur-Seine, comune della Valle della Marna nella regione dell’Île-de-France, dove gestisce un piccolo albergo frequentato da noti sovversivi italiani e poco dopo si trasferisce definitivamente ad Arles dove rileva da un comunista cascinese, Giovanni Baroni, un locale che, secondo le carte di polizia, in breve tempo diventa un luogo di incontro di antifascisti. Guelfi è poi attivo nella propaganda a favore della Spagna repubblicana e nell’azione di ricerca di volontari da arruolare nelle Brigate internazionale, nelle cui file combatteranno i figli Ideale[41] e Silvano[42].
La polizia fascista mantiene un preciso controllo sulla vita di Guelfi e in un telespresso del Consolato generale di Marsiglia dell’agosto del 1937 lo definisce «il capo del movimento comunista e del soccorso rosso della regione»[43]. Giulio Guelfi muore improvvisamente ad Arles, poco dopo aver compiuto i cinquant’anni, il 7 febbraio 1939.
Dopo la Liberazione, una strada del borgo di Casciavola viene intestata al Sindaco “sovversivo” e antifascista, con la motivazione: «ex Sindaco del Comune di Cascina morto all’estero ove dovette fuggire per persecuzione politica da parte dei fascisti»[44]. La Giunta, si legge però nella delibera, si limita a prendere atto che l’intestazione è già avvenuta «per volontà popolare». All’interno del Comune di Cascina un lapide ancora oggi ricorda l’ultimo Sindaco eletto prima dell’avvento del fascismo: «I cittadini a ricordo di / Giulio Guelfi / Sindaco di Cascina (1920 -1921) / Combattente antifascista / Esule ad Arles (Francia) / Cascina 24 Ottobre 1971».

NOTE

1 Il 20 gennaio del 1871 viene approvato in Pisa lo statuto della Società Democratica Internazionale in Archivio di Stato di Pisa, Ufficio centrale della Pubblica Sicurezza b. 920. Sul periodo si v. A. Marianelli, Eppur si muove! Movimento operaio a Pisa e provincia dall’Unità d’Italia alla dittatura, Pisa, BFS, 2016; U. Sereni, Nel segno del liberato mondo. Vicende, culture, uomini e donne nel movimento operaio a Pisa tra Otto e Novecento, in La Camera del Lavoro di Pisa (1896-1980). Storia di un caso, a cura di G. Dinucci, Pisa, ETS, 2006, pp. 83-200; F. Bertolucci, Anarchismo e lotte sociali a Pisa 1871-1901. Dalla nascita dell’Internazionale alla Camera del Lavoro, Pisa, BFS, 1988; M. Bacchiet, Malfattori e birri nel fosco fin del secolo morente. Pisa 1872-1900, Pisa, BFS, 2023.

2 ACS, MI, Casellario politico centrale, ad nomen. Una biografia di Giulio Guelfi in Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa, in https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16235-guelfi-giulio?i=12 (consultato il 25/1/2025).

3 Profilo biografico della Prefettura di Pisa del 1927 in CPC, ad nomen.

4 Cfr. Il risultato delle elezioni, «Il Ponte di Pisa» 22-23 novembre 1919; F. Bertolucci, Alle radici della guerra civile a Pisa e nella provincia. Il nodo delle elezioni amministrative dell’autunno del 1920 e l’assassinio di Carlo Cammeo 13 aprile 1921, in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/alle-radici-della-guerra-civile-a-pisa-e-nella-provincia/ (consultato il 27/1/2025).

5 In questa tornata elettorale l’affluenza a Pontedera è inferiore al 50% degli aventi diritto. R. Cerri, Pontedera tra cronaca e storia. 1859-1922, Pontedera, Bandecchi e Vivaldi, 1982, p. 256.

6 Intanto nel luglio del 1920 presso il Teatro Verdi di Pisa si tiene il congresso provinciale della Camera del Lavoro confederale, Guelfi relazione sui nuovi Patti coloniali e nella stessa sessione viene eletto membro della Commissione esecutiva camerale. Il Congresso provinciale della Camera del Lavoro Confederale, «L’Ora nostra», 31 Luglio 1920.

7 Sulle vicende amministrative della giunta Guelfi cfr. anche D. Sassetti, Tra storia e memoria. Il Comune di Cascina tra ventennio e Liberazione, Pisa, Pacini, 2025, pp. 9-17.

8 Archivio storico del Comune di Cascina (d’ora in poi ASC Cascina), Verbale seduta Consiglio Comunale del 16 ottobre 1920.

9 ASC Cascina,Verbale seduta Consiglio Comunale del 16 ottobre 1920.

10 ASC Cascina,Verbale seduta Consiglio Comunale del 16 ottobre 1920.

11 Sulla questione si rimanda ai fatti di Cecina del gennaio 1921, cfr. T. Barsotti, Il conflitto di Cecina in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/il-conflitto-di-cecina/ (consultato il 30/1/2025).

12 Il 10 novembre 1920 a Livorno un gruppo di carabinieri e ufficiali dell’esercito entrano nel palazzo comunale e sostituiscono la bandiera rossa issata dopo la vittoria elettorale socialista, col tricolore. A seguito del fatto la Camera del Lavoro proclama lo sciopero generale, si registrano vari incidenti e una folla di lavoratori dei quartieri popolari riconquista il centro della città, ammaina il tricolore e al termine della giornata sul balcone del Comune rimane issata la sola parte rossa della bandiera. M. Rossi, La battaglia di Livorno, Pisa, BFS, 2021, p. 21.

13 La bandiera sventolerà sulla torre fino al 19 maggio 1921. Cfr. M. Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano 1919-1920, Roma, Bonacci, 1980, p. 163.

14 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 22 ottobre 1920.

15 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 22 ottobre 1920.

16 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 22 ottobre 1920.

17 La precedente Amministrazione era stata guidata, dal 1915, dal primo sindaco socialista, Massimo Palla (di professione calzolaio), in gioventù anarchico e tra i primi pisani a partire per il domicilio coatto, prima a Porto Ercole poi alle Tremiti, dove sconta due anni a seguito del processo avuto nel 1894 per «apologia dell’assassinio Caserio». La Giunta Palla non marca però il proprio mandato in termini socialisti rivoluzionali. Per una biografia di Massimo Palla si rimanda a M. Bacchiet, Riglione. Questa centrale e laboriosa borgata. Vita sociale e politica. 1861 – 1948, Pisa, BFS edizioni, 2017, pp. 70-71.

18 La Lega nasce nel 1910 su iniziativa della direzione del PSI per dare un indirizzo unitario alle amministrazioni comunali socialiste. Dopo le amministrative del 1920 alla Lega dei comuni socialisti, della quale dal 1916 è segretario nazionale Giacomo Matteotti, aderiscono oltre 2 mila amministrazioni delle 8 mila e ben 25 dei 75 Consigli provinciali.

19 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 9 dicembre 1920.

20 Cfr. tra gli altri F. Fabbri, Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al Fascismo, 1918-1921, Torino, Utet libreria, 2009 e M. Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista. 1919-1922, Milano, A. Mondadori, 2003. Per un inquadramento locale anche F. Bertolucci, Stato fascismo e antifascismo in provincia di Pisa 1920-1922, in Atti della giornata di studi su L’antifascismo rivoluzionario tra passato e presente. Pisa, 25 aprile 1992, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 1993, pp. 99-127; P. Nello, Liberalismo, democrazia e fascismo. Il caso di Pisa (1919-1925), Pisa, Giardini, 1995; M. Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano. 1919-1922, Roma, Bonacci, 1980; R. Vanni, Fascismo e antifascismo in Provincia di Pisa dal 1920 al 1944, Pisa, Giardini, 1967.

21 Cfr. A. Baravelli, Riflessioni sullo squadrismo, la comparazione regionale e l’Italia mediana, in 1921. Squadrismo e violenza politica in Toscana, a cura di Roberto Bianchi, Firenze, Leo S. Olschki, 2022, pp. 21-33.

22 Sulle violenze fasciste di questo periodo si vedano anche 1921. Squadrismo e violenza politica; Il biennio nero in Toscana. Crisi e dissoluzione del ceto politico liberale. Atti del convegno di studi. Sala del Gonfalone, Palazzo del Pegaso. 2-3 dicembre 2021, a cura di S. Rogari, Firenze, Consiglio Regionale della Toscana, 2022; «Piombo col piombo». Il 1921 e la guerra civile italiana, a cura di G. Sacchetti, Roma, Carocci, 2023. Per la zona pisana si rimanda anche a Emanuela Minuto, Squadrismo e violenza politica nella provincia di Pisa, in 1921. Squadrismo e violenza politica in Toscana, a cura di R. Bianchi, Firenze, Leo S. Olschki, 2022, pp. 66-68 e F. Bertolucci, Alle radici della guerra civile a Pisa e nella provincia. Il nodo delle elezioni amministrative dell’autunno del 1920 e l’assassinio di Carlo Cammeo 13 aprile 1921, in «Toscana Novecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/alle-radici-della-guerra-civile-a-pisa-e-nella-provincia/ (consultato il 27/1/2025).

23 Per il profilo biografico di Ersilio Ambrogi, cfr. F. Bertolucci, Dizionario Biografico degli anarchici italiani, vol. I, BFS Edizioni, Pisa, 2002, p. 32-33 e il Dizionario Biografico delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa in
https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/12902-ambrogi-ersilio (consultato il 28/1/2025). Su profilo biografico si rimanda anche a Federico Creatini, Ersilio Ambrogi: antifascista o informatore dell’OVRA? Il Partito comunista italiano e la clandestinità, in «Toscana Novecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/ersilio-ambrogi-antifascista-o-informatore-dellovra/#:~:text=Certo%2C%20le%20due%20parti%20in%20causa%20cercarono%20in,dei%20%C2%ABsovversivi%20attentatori%20o%20capaci%20di%20atti%20terroristici%C2%BB (consultato il 28/1/2025).

24 La Federazione pisana del partito comunista si costituisce a Pisa il 27 febbraio 1921. Pisa, «L’Ordine Nuovo», 20 febbraio 1921. Sull’argomento cfr. M. Bacchiet, Le origini del Partito Comunista d’Italia nella provincia pisana, in «Toscana Novecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/le-origini-del-partito-comunista-ditalia-nella-provincia-pisana/ (consultato il 29/1/2025) e M. Bacchiet, I primi comunisti. Per un dizionario biografico della provincia di Pisa (1921-1940), in Antifasciste e antifascisti. Storie, culture politiche e memorie dal fascismo alla Repubblica, a cura di G. Fulvetti e A. Ventura, Roma, Viella, 2024, pp. 229-242.

25 Per Ciampi Enrico, «L’Ora nostra», 11 marzo 1921. Per una biografia di Ciampi si rimanda al Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa in https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16079-ciampi-enrico (consultato il 29/1/2025).

26 Decreto del Prefetto della Provincia di Pisa del 14 dicembre 1920.

27 ASC Cascina, Verbale seduta di Consiglio Comunale del 13 febbraio 1921.

28 https://www.bfscollezionidigitali.org/oggetti/19415-paris-profeti-segretario-della-sezione-giovanile-socialista-di-pontedera-assassinato-dai-fascisti-nei-pressi-di-cascina-il-19-settembre-1921 (consultato il 30/1/2025).

29 https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/15073-bellucci-corrado (consultato il 30/1/2025).

30 Per una biografia di Metardo Cecconi si rimanda al Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa in https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/13748-cecconi-medardo (consultato il 30/1/2025).

31 Alla notizia dell’omicidio dei due antifascisti la Camera del Lavoro di Pontedera proclama lo sciopero generale fino al termine dei funerali. Il giorno delle esequie la camera ardente viene allestita all’interno della locale «istituzione operaia» e alla testa dell’imponente corteo funebre, per volontà delle varie organizzazioni, un solo gonfalone, quello del Comune di Pontedera del quale Profeti era consigliere. La bara di Profeti, riporta «L’Avanti!», è avvolta nella bandiera socialista, mentre il drappo rosso-nero del locale gruppo anarchico abbraccia il feretro di Bellucci. Gli imponenti funerali alle vittime dell’eccidio di Cascina, «L’Avanti!», 25 settembre 1921.

32 ASC Cascina, Elezioni amministrative 1920.

33 Ib.

34 Il decreto di scioglimento viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 6 aprile 1922.

35 Sul caso Comaschi, tra gli altri, si rimanda a F. Gori, 1922-2022. L’affaire Comaschi in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/1922-2022-laffaire-comaschi/ (consultato il 28/1/2025)

36 Il fascismo in Provincia spezza e travolge gli ultimi avanzi della tirannide rossa. Da San Frediano. La solita sfacciataggine, «L’Idea fascista», 9 aprile 1922.

37 I segretari dei Fasci di Cascina, Ogni promessa è debito, «L’Idea fascista», 4 giugno 1922.

38 Nel 1924, nei mesi immediatamente precedenti le elezioni politiche, per motivare e favorire la propria candidatura nel Listone, Arnaldo Dello Sbarba, in una bozza di promemoria per dimostrare la sua vicinanza e adesione al primo fascismo, rivendica il ruolo assunto per destituire i “sindaci rossi”, tra questi Giulio Guelfi. Cfr. R. Dello Sbarba, Arnaldo Dello Sbarba, autonomia d’una caduta in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/arnaldo-dello-sbarba-anatomia-duna-caduta/ (consultato il 20/3/2025)

39 Gli amministratori di Cascina. Assolti, «L’Avanti!», 3 luglio 1923.

40 ACS, MI, CPC, ad nomen.

41 Ideale Guelfi, Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16129-guelfi-ideale (consultato il 25/1/2025)

42 Silvano Guelfi, Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16128-guelfi-silvano (consultato il 25/1/2025)

43 ACS, MI, CPC, ad nomen.

44 ASC Cascina, Delibera della Giunta Comunale n. 287 del 15 novembre 1945. L’amministrazione comunale assume la proposta del CLN locale e prende atto che l’intestazione è «di fatto già avvenuta» per volontà popolare. La stessa strada durante il regime era stata intestata a Gino Salvadori, fascista pisano morto a Marina di Pisa durante uno scontro a fuoco tra la fazione “dissidente” di Bruno Santini e i sostenitori di Filippo Morghen. Sui fatti di Marina di Pisa cfr. Conflitto tra fascisti a Pisa, «Il Popolo», 20 settembre 1924 e Giudici, Giudizi e Giudicati, «Il Ponte di Pisa», 5-6 settembre 1925.




Firenze 1975 : “… bandiera rossa la trionferà”

 “Voto comunista perché ricordo la primavera del 1945,

e poi anche quella del 1946 e del 1947.

Voto comunista perché ricordo la primavera del 1965

e anche quella del 1966 e del 1967.

Voto comunista , perché nel momento del voto,

Sono trascorsi cinquant’anni da quel 15 giugno, giorno in cui nella politica italiana ciò che si era sempre cercato di tenere a freno, di contenere, di contrastare con ogni mezzo, avvenne con le elezioni amministrative del 1975: la più grande avanzata comunista di tutta la storia elettorale del dopoguerra, un’avanzata tale da modificare profondamente i rapporti di forza di molte città e in ogni regione. Il PCI balzava dal 28,3 delle politiche del 1972 al 33,5, mentre la DC scendeva da 38,4 a 35,2. Era stata una nuova sconfitta del segretario democristiano Amintore Fanfani e della sua politica di scontro frontale con i comunisti dopo la batosta avvenuta nel Referendum sul divorzio del 1974. Le conseguenze del 15 giugno si fecero sentire in fretta con la sinistra che andò al potere in cinque regioni, quarantuno province, trentasette capoluogo di provincia, oltre ad una miriade di centri minori. E naturalmente il risultato di queste elezioni provocò reazioni oltre che nazionali a livello internazionale: il Segretario di Stato americano Henry Kissinger ammoniva che gravi problemi sarebbero sorti con i comunisti al governo in un’Italia che faceva parte della NATO e che era al centro del mediterraneo già turbato dall’annosa questione del Medio Oriente e dai recenti avvenimenti sia in Portogallo, dove sembrava prendere il sopravvento anche lì la tendenza comunista e “comunisteggiante”, sia in Spagna dove il regime di Franco era agli sgoccioli. E non c’era molto da meravigliarsi se l’Economist a quell’epoca definì il Mediterraneo come il ventre molle della NATO.

Nella DC in mezzo allo smarrimento, al caos e ai ripensamenti dopo le elezioni, il consiglio democristiano con 103 voti contrari e 69 favorevoli, respinse la mozione di fiducia chiesta da Fanfani cosicché il 23 luglio il segretario democristiano fu costretto a rinunciare all’incarico. Il partito profondamente diviso dalle varie correnti decise di nominare segretario Benigno Zaccagnini, un uomo notoriamente al di fuori dei gruppi di potere, e a lui si consegnava il delicato compito di rassettare le file democristiane. Inoltre non mancò neanche l’esternazione del Papa Paolo VI che ricordava quanto cristianesimo e marxismo fossero inconciliabili.

Dall’altra parte il PCI confermava di non avere fretta, di non voler forzare i tempi. Il suo segretario Enrico Berlinguer vedeva il successo elettorale delle Amministrative dare ragione alla sua “tattica” del compromesso storico. Di fronte agli avvenimenti internazionali, alla politica americana, alla crisi economica, all’offensiva terroristica sia di destra che di sinistra ma convergente nella lotta alle istituzioni, Berlinguer auspicava un incontro tra le masse cattoliche e quelle comuniste grazie all’impegno del PCI nella maggioranza parlamentare e nel governo a livello nazionale oltre che locale: «La gravità dei problemi del Paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande “compromesso storico”, nel senso di accordo politico in cui ciascuno rinuncia a qualcosa per il bene comune, tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano»1.

Lo scossone provocato dalla massiccia avanzata del PCI causò una situazione forse senza via di uscita se non le elezioni anticipate (non desiderate da alcun grande schieramento) e il governo Moro, in carica dal novembre 1974, che già andava avanti in un mare di difficoltà fra crisi economica, disoccupazione, prezzi crescenti, bilancio dello Stato passivo galoppante, fu aiutato a non cadere anche e proprio dai comunisti con astensioni al momento di insidiose votazioni in parlamento e a moderare le richieste sindacali di aumenti salariali. E infatti Aldo Moro, che aveva traghettato la DC nel centrosinistra, era quell’uomo politico dell’altra parte sensibile a quel ragionamento del compromesso storico per uscire dalla crisi e far fare un passo avanti al sistema politico italiano in modo da preparare le condizioni di una futura alternanza. Sappiamo che ciò non poté realizzarsi per il rapimento dello statista democristiano e la sua uccisione da parte delle Brigate Rosse… ma questa è un’altra storia.

La campagna elettorale che precedette il voto amministrativo fu caratterizzata da un clima di diffusa violenza. I neofascisti che non avevano abbandonato la strategia della tensione il 28 maggio 1974 appena due settimane dopo il referendum sul divorzio, fecero esplodere una bomba in Piazza della Loggia a Brescia durante un comizio uccidendo otto persone. Il 4 agosto dello stesso anno esplose un’altra bomba su un treno nel tratto tra Bologna e Firenze provocando altri dodici morti. A partire dai primi mesi del 1975 si moltiplicarono gli scontri durante le manifestazioni: a Roma venne ucciso Giorgio Mantekas, uno studente greco simpatizzante dell’MSI, poi a Milano il 15 aprile dello stesso anno un neofascista assassinò Claudio Varalli del Movimento studentesco, e il giorno seguente durante una manifestazione di protesta per l’assassinio del giovane di sinistra, sempre a Milano, un automezzo della polizia investì e uccise Giannino Zibecchi dei comitati antifascisti. Il 18 aprile a Firenze durante una manifestazione di protesta per l’uccisione dei due compagni Vassalli e Zibecchi, Rodolfo Boschi, iscritto al PCI, rimase a terra colpito da un proiettile sparato probabilmente da un poliziotto al termine di cruenti scontri con le forze dell’ordine2.

In questo clima Amintore Fanfani presentò il suo partito come l’unico in grado di assicurare “legge e ordine”, facendo affidamento alla legge Reale, una nuova normativa per l’ordine pubblico, di cui la DC aveva caldeggiato con forza la sua approvazione. Ma la campagna elettorale di Fanfani, che aveva rispolverato i logori strumenti dell’anticomunismo delle politiche del 1948, non fu premiata alle urne, mentre il PCI dal canto suo puntando il dito sulla corruzione, sul clientelismo e sul caos che regnavano nelle giunte locali controllate dai democristiani, riuscì ad ottenere la fiducia dell’elettorato3.

«La sconfitta della DC è senza attenuanti, il disegno integralista del gruppo dirigente fanfaniano si è frantumato. La DC infatti non solo si è presentata senza un programma organico ma ha rafforzato solo le faide personalistiche, rivelando così il reale livello morale e politico della sua battaglia»4.

Fu una vittoria laica e progressista, che aprì la strada a un’Italia più moderna, pluralista e meno legata ai dettami religiosi. L’Italia mostrò di essere un “Paese in movimento” attraversato da una robusta mobilitazione civile, tutta proiettata all’allargamento del perimetro democratico.

Il giornale L’Unità sottolineò il contributo fornito in tutta la penisola, dalle regioni industriali ai centri operai, dalle metropoli alla campagne. «Il voto dimostra la grande maturità delle masse lavoratrici e popolari italiane, la presa di coscienza nuova di stati intermedi della popolazione, la profonda aspirazione delle masse giovanili ad un avvenire diverso, la crescente consapevolezza che è necessario per uscire dalla crisi, superare il distacco esistente tra la grande maturazione avutasi nel paese e le classi dirigenti che hanno sin qui governato»5.

A questo spirito di rinnovamento democratico si legò anche una significativa riforma del sistema elettorale che abbassava l’età minima per votare da 21 a 18 anni, ampliando la base democratica e dando voce ad una generazione politicamente attiva, spesso incline a posizioni di sinistra: «Il voto giovanile, dei ragazzi e delle ragazze che sono andati a votare alle urne per la prima volta, è stato un voto di sinistra e in forte e prevalente percentuale un voto comunista»6. E infatti da più parti si attribuì a questi giovani neo votanti lo “slittamento” a sinistra che si era registrato nel paese. Con la legge del 8 marzo 1975 circa tre milioni e mezzo di giovani ebbero così la possibilità, per la prima volta, di esercitare il diritto di voto, facendo un ingresso deciso sulla scena politica italiana. Le elezioni regionali e amministrative di quell’anno segnarono un vero e proprio piccolo “terremoto” elettorale, in un contesto in cui le variazioni nei consensi ai partiti erano solitamente minime, spesso limitate a pochi decimali di punto. Se non fosse stato per la diffidenza, i timori e i sospetti (che poi si rivelarono reali) dei gruppi dirigenti della Democrazia Cristiana che nutrivano nei confronti delle nuove generazioni — diffidenza acuita dall’esplosione del movimento di contestazione giovanile — i diciottenni avrebbero potuto accedere al voto già nelle consultazioni regionali e amministrative del 1970 e in quelle politiche del 19727. Del resto, non si trattava solo di una questione anagrafica, ma di una sfida più ampia ai meccanismi di rappresentanza tradizionali: l’ingresso dei giovani nell’elettorato segnava anche una rottura simbolica con un sistema politico percepito come statico, poco incline al rinnovamento. L’estensione del diritto di voto ai diciottenni non fu quindi soltanto una conquista giuridica, ma un evento che contribuì a ridisegnare gli equilibri della democrazia italiana, aprendo nuovi spazi di partecipazione e di conflitto. Senza l’ondata di contestazione e la massiccia partecipazione giovanile alla vita politica e sindacale, senza l’impegno nelle lotte sociali e nella difesa dei valori dell’antifascismo e della Resistenza, questo diritto probabilmente non sarebbe stato ottenuto in quel periodo. Fu il frutto di una mobilitazione collettiva che trasformò la rivendicazione di diritti in un processo di maturazione civile e politica per un’intera generazione.

Oltre al voto dei giovani che avevano contribuito a una spinta verso sinistra non si può non rilevare che si verificò uno spostamento, e le cifre delle elezioni lo dimostrano, di grande dimensioni di votanti cattolici, di elettori ex democristiani che sembrerebbe abbiano trasferito direttamente il loro voto sul Partito Comunista. E d’altra parte taluni elettori che alla vigilia del voto avevano auspicato uno spostamento a sinistra per scuotere la DC dall’inerzia, ora si mostravano preoccupati, quasi pentiti, per il troppo consistente successo del PCI.

Firenze volta pagina

Nel giugno del 1975 Firenze visse uno dei momenti più significativi della sua storia repubblicana: le sinistre guidate dal Partito Comunista Italiano riconquistarono dopo ventiquattro anni la guida di Palazzo Vecchio. Fu il coronamento di un lungo percorso di radicamento e mobilitazione popolare che trovò espressione in una vittoria ampia e netta. La città celebrò l’esito delle urne con entusiasmo diffuso e partecipazione di massa, in una sorta di rito collettivo che confermava l’orientamento che era emerso alle elezioni regionali8. La tornata elettorale segnò una cesura simbolica e politica e come scrisse L’Unità, “Firenze ha voltato pagina9.

A Firenze il PCI promosse una campagna elettorale capillare, fondata sul radicamento nei quartieri, sul ruolo delle Case del Popolo e sulla partecipazione diretta dei cittadini. Assemblee popolari, incontri pubblici, dibattiti nei circoli e nei mercati diedero forma a un vero e proprio “laboratorio democratico” diffuso, come evidenziavano anche le cronache del giornale l’Unità. Oltre 357.000 elettori erano attesi alle urne, inclusi quasi 15.000 diciottenni alla loro prima esperienza elettorale. I seggi, 640 in tutto, furono allestiti anche negli ospedali a testimonianza della cura con cui si cercava di garantire la partecipazione di tutti. L’obiettivo era chiaro: voltare pagina dopo anni di amministrazione centrista, aprire una stagione nuova improntata al decentramento, all’efficienza dei servizi e al controllo popolare.

Disegno di Vinicio Berti, pittore ed ideatore del personaggio di “Atomino”, apparso sul “Pioniere” dell’ “Unità” dal 1953 in poi. Con questo disegno V. Berti conclude il proprio impegno per la campagna elettorale del PCI.

A guidare la nuova giunta di Palazzo Vecchio, all’indomani delle elezioni del 1975, fu scelto Elio Gabbuggiani, unico sindaco comunista di Firenze insieme a Mario Fabiani che aveva ricoperto la carica tra il 1946 e il 1951. Figura autorevole e al tempo stesso vicina al mondo del lavoro, Gabbuggiani rispondeva all’esigenza di un profilo esperto e rispettato.

Attivo fin da giovane nella Resistenza, Gabbuggiani ha rappresentato per decenni un punto di riferimento delle istituzioni pubbliche toscane. Dal 1962 al 1970 fu presidente della Provincia di Firenze contribuendo in modo decisivo alla fase preparatoria che portò all’istituzione della Regione Toscana, le cui assemblee furono ufficialmente insediate nel 1970 e fu proprio Gabbuggiani il primo presidente del Consiglio Regionale Toscano. Durante gli anni del suo mandato seppe distinguersi per la capacità di mediazione e per l’equilibrio politico, riuscendo a garantire alla città una fase di stabilità amministrativa10.

Il 15 giugno 1975 le urne diedero un responso inequivocabile: il PCI ottenne il 41,46% dei voti (migliorando il già eccellente 41,03% delle regionali) e conquistò 26 seggi. A questi si aggiunsero i 6 seggi del PSI e 1 del PDUP, garantendo una maggioranza assoluta al fronte delle sinistre. La Democrazia Cristiana, principale forza di governo uscente, subì una sconfitta pesante, confermata anche a livello nazionale. Dopo ventiquattro anni, la sinistra tornava al governo della città con una legittimazione popolare forte e diffusa11.

Già nella notte dello spoglio Firenze fu attraversata da una straordinaria ondata di entusiasmo: cortei spontanei percorsero le vie, bandiere rosse spuntarono alle finestre dei quartieri popolari, si cantarono inni e cori politici fino a tarda notte: “una notte rossa di gioia e speranza”. La sede della Federazione comunista in via Alamanni fu circondata da una folla festante «di cittadini, di compagni, di democratici: vogliono colmare insieme il “tempo vuoto” che intercorre fra il lavoro incessante di propaganda, di convincimento, di sensibilizzazione svolto nelle sezioni casa per casa, di vigilanza attuato nei seggi, e la conoscenza dei risultati»12.

 

In tutte le città toscane grandi folle di compagni, lavoratori, cittadini hanno sostato davanti alle Federazioni del PCI in attesa dei risultati elettorali. 

Una grande folla saluta l’annuncio dei dati elettorali davanti alla federazione comunista fiorentina che segnano il clamoroso successo del PCI.

Il culmine si ebbe il 19 giugno, quando decine di migliaia di persone si ritrovarono in piazza Santa Croce per una manifestazione pubblica, con la presenza di Giorgio Napolitano della direzione del PCI e di altri dirigenti del partito comunista di Firenze e della Toscana. Non era solo una festa, era una dichiarazione collettiva di fiducia e cambiamento. Mentre nella piazza risuonavano gli inni del movimento operaio decine e decine di cortei con bandiere rosse giungevano dai quartieri della città e dai comuni vicini, che ritrovavano il loro naturale legame con Firenze. Sul palco erano presenti anche i familiari di Rodolfo Boschi, quel ragazzo ucciso dai colpi sparati da un agente di polizia in borghese durante quell’oscuro e grave episodio verificatosi in città il 18 aprile.

La grande folla in piazza Santa Croce che saluta la vittoria del PCI con il pugno alzato.

Nel comizio di chiusura, il segretario della Federazione comunista fiorentina Michele Ventura sottolineò il significato nazionale della vittoria: «La Toscana e anche Firenze, ora che avrà un’amministrazione di sinistra, si costituiranno come punti di riferimento essenziali dell’unità di tutte le forze democratiche e popolari»13. Elio Gabbuggiani, consapevole delle aspettative altissime, dichiarò: «Non è tempo di trionfalismi: anni di cattivo governo non si recuperano in breve tempo»14. Entrambi rivendicarono una nuova concezione della politica locale, fondata su trasparenza, partecipazione e rapporto diretto con i quartieri.

La vittoria del 1975 segnò un punto di svolta per la città. Firenze tornava nelle mani di quelle forze che, nel dopoguerra, ne avevano guidato la ricostruzione. Ma era una nuova sinistra, più giovane, più aperta, più attenta ai temi dell’ambiente, del lavoro, della cultura e dei diritti civili. Come testimoniarono le settimane successive, la sfida era ora di trasformare quella spinta popolare in buona amministrazione, in un governo capace di ascoltare e agire. Una stagione nuova era cominciata.

I risultati elettorali del giugno 1975 smantellarono senza dubbio quelle posizioni che considerano le elezioni come inutili esercitazioni ingannatrici perché in ogni caso il potere resta sempre nelle stesse mani, e dimostrarono quindi che le elezioni servono, che incidono nella vita e nell’azione degli organi elettivi modificandone la composizione e che possono pure cambiare radicalmente la situazione politica generale15.

NOTE

1 Discorso di Enrico Berlinguer in Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 2006, p. 480.

2 Andrea Tanturli, Prima linea. L’altra lotta armata (1974-1981), DeriveApprodi, Roma 2018, pp. 57-62.

3 P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., p. 501.

4 Discorso di Michele Ventura, segretario della Federazione Comunista fiorentina, in «L’Unità», 19 giugno 1975.

5 Dichiarazione del compagno Ventura. Una grande forza politica unitaria, «L’Unità», 18 giugno 1975.

6 Ghini Celso, Il terremoto del 15 giugno, Feltrinelli, Milano 1976, p. 230.

7 Ibid, p. 232.

8 Cfr. Le elezioni del 15-16 giugno 1975 in Toscana. Un primo commento, Regione Toscana/ Giunta regionale. Dipartimento statistica, elaborazione dati, documentazione, Firenze, luglio 1975.

9 Firenze ha voltato pagina. Grande entusiasmo per la vittoria delle sinistre che ritornano a Palazzo vecchio dopo 24 anni, «L’Unità», 19 giugno 1975.

10 Gabbuggiani si occupò del decentramento del potere locale attraverso la costituzione e il potenziamento dell’autonomia dei consigli di quartiere e diede un forte impulso alla gestione del patrimonio culturale cittadino, in Maria Sechi (a cura di), Elio Gabbuggiani: un uomo al servizio delle istituzioni toscane: 12-13 luglio 2019, Palazzo del Pegaso, Firenze, Consiglio Regionale della Toscana, 2019.

11 Entusiasmo in tutta la Toscana per la meravigliosa affermazione delle liste comuniste. Il PCI avanza di oltre il 4%. Gli eletti nel Consiglio regionale passano da 23 a 26 seggi, quelli del PSI da 3 a 6, mentre il PDUP mantiene il suo seggio. La DC e il PSDI perdono 2 seggi ciascuno, mentre scompare il PLI. Il successo del PCI è stato generale, nei piccoli centri come nei grandi, nelle zone operaie e in quelle contadine, «L’Unità», 17 giugno 1975, p. 9.

12 Splendida vittoria comunista. PCI e PSI più forti in tutta la regione. Sconfitto nettamente il centro sinistra si delinea una maggioranza di sinistra a Palazzo Vecchio,

13 Firenze ha voltato pagina, «L’Unità», 19 giugno 1975, cit.

14 Ibidem.

15G. Celso, Il terremoto del 15 giugno, cit., p. 269.

 

Articolo pubblicato nel settembre 2025




IL CANDIDATO DEL FASCISMO AGRARIO MAREMMANO

Profilandosi ormai chiaramente la minaccia fascista, i socialisti, non solo non presero nessuna misura per fronteggiarla, ma col loro atteggiamento tendevano a impedire che ci si organizzasse a difesa. Il fascismo era infatti considerato dai dirigenti socialisti come un fenomeno di mera provocazione, tendente a far intervenire, contro le masse, le forze repressive dello stato borghese. «Non accettare la provocazione» fu fino all’ultimo la parola d’ordine dei dirigenti socialisti. Come se di fronte a bande armate che bastonavano e uccidevano, bruciavano le sedi delle organizzazioni operaie e scioglievano con la forza le amministrazioni socialiste, fosse possibile restarsene passivi, per non fare il gioco dei «provocatori». Istintivamente le masse sentivano che bisognava far qualcosa…”.
(L. Bianciardi, C. Cassola, I minatori della Maremma)

La recentissima pubblicazione del libro di Franco Dominici e Silvio Antonini, Gino Aldi Mai. Il Candidato agrario. Tra il Biennio rosso e l’avvento del Fascismo nella Maremma e nella Tuscia (1919-1924), edito da Effigi, col patrocinio dell’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea, conferma la rilevanza del cosiddetto squadrismo agrario nella genesi politico-militare dei Fasci di combattimento e, in seguito, nella restaurazione economica-sociale delle campagne durante il regime fascista.
Dalla Lomellina al Molinellese, dal Polesine di Matteotti alle Puglie di Di Vittorio, il fascismo mussoliniano potè insediarsi, trovare finanziamenti e svilupparsi in territori in cui il padronato agrario, per lo più latifondista, aveva già una lunga “tradizione” di controllo e dominio della manodopera bracciantile e, più in generale, delle lavoratrici e dei lavoratori agricoli subordinati, attraverso l’impiego di propri “uomini” a cui erano demandati quei metodi violenti che non sempre potevano essere assicurati dai pur zelanti Carabinieri.
Secondo le zone, si trattava di piccoli eserciti privati formati occasionalmente da “guardie campestri”, sovrastanti, fattori, “caporali”, “factotum”, braccianti ingaggiati come crumiri, disoccupati assoldati alla giornata… che richiamavano i “bravi” di manzoniana memoria.
A loro era demandato il compito di fronteggiare proteste, scioperi ed occupazioni di terre, ma sovente erano anche la “longa manus” dei proprietari terrieri per “regolare conti” ed intimidazioni fuori dall’ambito lavorativo.

Foto della Squadra d’azione laziale, 1920, tratta da “Squadristi” di Franzinelli.

Le prime squadre fasciste s’inserirono quindi su questo terreno conflittuale, fornendo giovani votati alla violenza ed ex-combattenti per contrastare le Leghe – sia “rosse” che “bianche” – dei lavoratori della terra, compiere spedizioni punitive nei paesi non sottomessi, perpetrare persecuzioni individuali ed esecuzioni “mirate”.
L’intesa era nel reciproco interesse delle parti: i possidenti terrieri, per la tutela dei propri interessi e privilegi, potevano contare su una più efficiente guardia privata, operante come una forza politica, mentre i Fasci usufruivano di legittimazione e ingente sostegno economico, estendendo così la loro influenza, a spese del sindacalismo di classe e dell’associazionismo popolare.
Grazie alla disponibilità di camion e altri veicoli – ma in alcune zone anche di cavalli – lo squadrismo “tricolorato introdusse la tattica della “guerra di movimento”, ma risulta evidente la continuità funzionale con i pre-esistenti “mazzieri dell’Agraria”, così come appare evidente in alcune foto delle prime squadre fasciste nella campagne. Ai bastoni e alle doppiette da caccia si aggiungevano le armi da guerra, ma non vi erano ancora divise paramilitari ed elmetti e le rare camicie nere erano quelle “da fatica” allora normalmente usate dai contadini nel lavoro dei campi.
La situazione della Maremma, sia Toscana che Laziale, conferma perfettamente tale dinamica, seppure a fianco dell’importante realtà agricola vi erano non meno importanti insediamenti industriali e minerari che talvolta – come in Val di Cecina – vedevano un analogo “feudalesimo industriale”.

Non di meno, lo squadrismo «tricolorato» dovette fare i conti col forte radicamento socialista, anarchico e sindacalista, ricorrendo – con la connivenza delle forze dell’ordine e dei comandi militari – a metodi terroristici; basti pensare alla Strage di Roccastrada che nel luglio 1921 anticipò le rappresaglie nazi-fasciste “10 per 1”.
La compiacenza della forza pubblica anche nell’assalto fascista a Grosseto venne confermata da una testimonianza, pubblicata sul quotidiano anarchico «Umanità nova» del 6 luglio 1921, che riferì «dei reali carabinieri allineati fare il presentatarm allo stato maggiore fascista».
La biografia di Gino Aldi Mai, ricco proprietario terriero grossetano, prima liberale e poi decisamente fascista, che rivestì importanti cariche pubbliche e istituzionali (sindaco, podestà, senatore…), al centro del saggio degli storici Dominici e Antonini, appare in effetti paradigmatica per comprendere l’involuzione, dal paternalismo alla reazione, della borghesia agraria non solo in in Maremma, ma simile nel resto della Toscana e del Lazio, così come nella Valle Padana e nel Meridione.
Le “patriottiche motivazioni ideali” di tale passaggio al Fascismo, ebbero il loro riscontro durante il regime quando, come scrive Franco Dominici: «Il padrone tornava a essere tale a tutti gli effetti e delegava il fattore, o agente agrario. I vecchi usi e prestazioni di tipo medievale erano adesso codificati dalla legge; i mezzadri dovevano consegnare nuovamente al padrone gli animali da cortile, le uova, la legna e quelle che diventeranno le “massaie rurali” saranno obbligate a prestarsi ai servizi padronali. Le leggi sugli infortuni agrari vennero abrogate, così come la mutua dei “rossi” il patronato dei “bianchi”; la divisione degli utili dei dei diversi prodotti (latte, suini, monta, castagne, ma anche prodotti come tabacco, barbabietola e pomodori), precedentemente a favore dei mezzadri, fu riportata dalle leggi fasciste al 50% fra le due parti. Il colono tornava a condizioni di vita più misere, a un lavoro con minori certezza, alle angherie dei fattori ed a una dieta alimentare più povera».
La lettura del libro offre anche l’occasione di riflettere su come, prima sui giornali di destra e nei rapporti di polizia e in seguito nella narrazione epica dello squadrismo, il clima di guerra civile instaurato dagli «schiavisti agrari» (seconda una nota definizione dannunziana) venne mistificato come un’eroica e disinteressata battaglia per salvare l’Italia dal bolscevismo e dall’anarchia, con la conseguente glorificazione dei pochi “martiri fascisti” a fronte di migliaia di vittime, perlopiù inermi, della classe lavoratrice e la criminalizzazione di quanti impugnarono le armi per la difesa delle libertà sociali.
I necrologi commemorativi dei fascisti rimasti uccisi nel grossetano e nel viterbese, citati nel libro, forniscono un esempio dello stilema retorico utilizzato per trasformare gli aggressori in vittime e gli oppositori in criminali.
Lo squadrista ventunenne Rino Daus che, da Siena, era giunto a Grosseto per espugnare militarmente il rosso capoluogo maremmano, veniva quindi definito come un «giovinetto» che morendo avrebbe invocato «Italia! Mamma!», mentre Giovanni Migliori, «tutto dedito alla casa e la lavoro», fu ucciso in un’imboscata da «una bieca figura di comunista» a Giuncarico. Giovanni Dessy, fondatore del Fascio di Orbetello, cadde in una sparatoria con alcuni malviventi, ma la sua morte fu il pretesto per rappresaglie contro i “rossi”. Il fascista grossetano Ivo Saletti rimase ucciso al ritorno da una spedizione punitiva a Roccastrada, probabilmente colpito da un colpo partito accidentalmente da un camerata che si trovava a bordo del medesimo camion, causando per ritorsione l’eccidio indiscriminato di dieci inermi paesani. Invece, lo squadrista grossetano Andrea Agnelli, mortalmente accoltellato da uno sconosciuto e la cui uccisione fu subito attribuita «a odio di parte», a distanza di tempo fu escluso dal martirologio fascista. Nello stigmatizzare l’uccisione del fascista viterbese Amoroso Melito venne invece sottolineato il fatto che era un mutilato, ma tale condizione non gli aveva impedito di «prendere parte a parecchie spedizioni punitive».
Un ventennio dopo lo stesso schema sarebbe stato ripreso dalla propaganda della Repubblica sociale contro i partigiani: i «ragazzi di Salò», vittime dei «banditi», ed ancora oggi viene riproposto nel tentativo di riscrivere la storia, dimenticando anche Roccastrada.




LA COPPA MONTENERO-CIANO

La prima edizione della Coppa Montenero si svolse il 25 settembre 1921. La manifestazione, che nel proprio comitato organizzativo non contava ancora personalità politiche, nacque dall’intuizione di un gruppo di circa quindici livornesi legati al mondo giornalistico e all’aristocrazia cittadina[1]. L’esito di questa prima edizione fu alquanto modesto, con la partecipazione alla gara di sole otto auto[2].
Nel 1922 la gara fu anticipata di un mese, a fine agosto, per cercare di aumentare l’adesione dei piloti e il prestigio della competizione. La mossa non portò al risultato sperato e l’evento rimase una manifestazione dalla valenza prettamente regionale. Una differenza in questo secondo anno, rispetto alla prima edizione, fu comunque il notevole aumento di interesse da parte di alcune delle maggiori personalità del mondo politico e industriale cittadino[3]. Come membri del comitato d’onore figurarono infatti Salvatore Orlando, Guido Donegani e Costanzo Ciano, capitani d’industria locali che avevano agevolato e sostenuto nei mesi precedenti l’ascesa politica del Fascio livornese, completatasi proprio ad inizio agosto del 1922, a poche settimane dalla gara, con la conquista violenta del comune e il conseguente allontanamento del sindaco socialista Mondolfi[4].
Fu a partire da questa edizione che Costanzo Ciano, dall’anno successivo presidente del Comitato d’onore, intuì le potenzialità propagandistiche dell’evento e capì quanto avrebbe potuto giovare in termini di rilevanza se avesse fatto “sua” la competizione aumentandone il prestigio nazionale e divenendone l’uomo copertina.
Un cambiamento importante si concretizzò proprio nel 1923, in seguito alla costituzione, in primavera, della sezione livornese dell’Auto Moto Club[5]. Quest’ultima, a causa delle problematiche economiche riscontrate dal comitato esecutivo nelle prime due edizioni, assunse le redini organizzative dell’evento[6]. Vi fu così un miglioramento dell’intero complesso organizzativo e un conseguente primo interessamento da parte delle principali testate sportive italiane.
La svolta definitiva della Coppa Montenero si ebbe con la quinta edizione, quella del 1925, evento che riuscì ad attirare il doppio dei piloti rispetto alle quattro edizioni precedenti e ad ottenere contestualmente una maggiore copertura giornalistica sulla stampa nazionale e locale. In particolar modo proprio le due principali testate locali, «Il Telegrafo» e «La Gazzetta Livornese», controllate da Costanzo Ciano[7], seguirono con un minuzioso coinvolgimento quotidiano tutte le giornate d’avvicinamento e quelle successive di celebrazione dell’evento con articoli e approfondimenti[8].
Questo importante cambiamento fu dettato in primo luogo dal ruolo centrale che Emanuele Tron assunse nell’organizzazione. Tron fu prima membro di primaria importanza dell’Auto Moto Club Livorno (sin dalla sua prima fondazione), poi ne divenne presidente e, successivamente, con il pieno sostegno di Costanzo Ciano, fu scelto per gestire in solitaria il coordinamento dell’evento motoristico[9]. Oltre alle funzioni esercitate nel mondo dei motori, sin dall’avvento del fascismo a Livorno si ritagliò un ruolo di primo ordine anche all’interno della vita politica cittadina. Membro del direttorio del Fascio locale dal maggio 1921[10], non si limitò ad una mera rappresentanza politica, partecipando attivamente ai mesi di violenze e tensioni che culminarono con gli eventi dell’agosto 1922[11] . Nel dicembre del 1925, a pochi mesi dal gran successo dalla quinta edizione della Coppa Montenero, fu nominato inoltre segretario politico del Fascio di Livorno. Anche grazie ai risultati ottenuti nel mondo dei motori, nel 1932 venne chiamato inoltre a presiedere l’U.S. Livorno[12]. Durante gli anni della sua presidenza fu edificato il nuovo stadio intitolato ad Edda Ciano Mussolini[14].
Un importante cambiamento che mutò parzialmente la formula delle gare sul circuito del Montenero avvenne a ridosso della settima edizione dell’evento, quando fu introdotta la Coppa Ciano dedicata proprio al presidente del comitato d’onore Costanzo[15]. Per i primi due anni la Coppa Ciano fu assegnata da una corsa separata, organizzata in concomitanza a quella con cui si conferiva la Coppa Montenero. Le cose cambiarono a partire dal 1929, quando la Coppa Ciano e la Coppa Montenero divennero un’unica gara. Il trofeo del vincitore della Montenero continuò poi ad essere conferito come Coppa Ciano fino all’ultima edizione della manifestazione, svoltasi prima dello scoppio della guerra. Con la trasformazione della Coppa Montenero in Coppa Ciano si completò definitivamente quel progetto di controllo sulla kermesse che Costanzo Ciano aveva iniziato a plasmare sin dalle prime edizioni della competizione.
Di edizione in edizione si susseguirono numerosi ospiti illustri, tra i quali spiccarono autorità politiche di primaria importanza e illustri uomini di sport, che affiancavano pubblicamente Ciano e i suoi familiari durante l’intera giornata della manifestazione. Ciano non si fece però mai rubare la scena, muovendosi sempre con estrema accortezza per restare negli anni il volto dell’evento. Ogni quotidiano, locale e non, impegnato a seguire la parte sportiva della competizione riservò infatti sempre, parallelamente alla cronaca delle gare, un ampio spazio di approfondimento a Ciano e al suo ruolo. «Il Telegrafo», che era ancora sotto il suo controllo, offrì quasi ad ogni edizione della Montenero un resoconto specifico di ogni spostamento in città di Ciano nei giorni di svolgimento delle varie gare, come se le azioni compiute in quelle ore dal “Ganascia” fossero di pari importanza agli esiti sportivi di quello che avveniva tra le monoposto in pista. L’associazione diretta del nome Ciano con l’evento, il più importante della città non solo in ambito sportivo e capace di attirare già da diverse edizioni l’interesse di tutta Italia, fu quindi fondamentale nel sublimare ulteriormente il potere dell’ex militare su Livorno, suo feudo personale, e nell’alimentare di conseguenza nella popolazione livornese il culto della sua personalità.
Dopo quasi un decennio in cui la competizione si consolidò come uno degli appuntamenti motoristici più importanti dell’intero panorama nazionale, nel 1937 vi fu un cambiamento che rese l’evento ancora più rilevante. Questa edizione fu la più importante della storia della competizione, segnata dallo spostamento del Gran Premio d’Italia dal circuito di Monza al tracciato livornese[16]. La decisione di trasferire la gara automobilistica più importante d’Italia a Livorno, un riconoscimento per il comitato organizzativo con ancora a capo Emanuele Tron, arrivò grazie alla forte influenza della famiglia Ciano, estremamente volenterosa di esibire all’interno delle proprie mura cittadine un evento di estrema importanza, ma soprattutto grazie alla decisione delle principali autorità del mondo automobilistico italiano di allontanarsi dal circuito di Monza che era ormai divenuto territorio di totale dominio delle auto tedesche. Ciononostante la competizione non perse i legami con la sua storia recente e le precedenti edizioni, mantenendo anche per questa edizione speciale il titolo di Coppa Ciano. La gara non portò però il risultato atteso: a vincere fu una monoposto Mercedes-Benz, ragione per cui a partire dall’anno seguente il Gran Premio d’Italia fu trasferito nuovamente a Monza.
L’ultima edizione del Gran Premio del Montenero-Coppa Ciano, negli anni del fascismo, si svolse nell’estate del 1939, a pochi giorni dallo scoppio della guerra, che negli anni successivi impedì l’organizzazione delle più importanti gare in tutta Europa. A caratterizzare quest’ultima edizione fu il fatto che ebbe luogo a poche settimane dalla dipartita di Costanzo Ciano e fu quindi dedicata alla sua memoria[17]. La gara automobilistica, il cui prestigio era cresciuto enormemente nel corso del Ventennio fascista, nel dopoguerra non avrebbe più raggiunto i fasti delle edizioni degli anni Venti e Trenta. La sua rilevanza si affievolì dunque in modo simbolico con la morte della principale figura legata alla competizione.
Ciò che ci restituisce l’evoluzione della manifestazione, nel corso di nemmeno due decenni, è principalmente l’utilizzo strumentale che ne fece Ciano. Egli si servì dell’evento, con l’aiuto di uomini a lui fedeli come Tron, come strumento di promozione politica e per accrescere la propria autorevolezza a livello locale e nazionale.

 

Questo articolo è un estratto della tesi dell’Autore Livorno e il mondo dello sport durante il fascismo. Il caso labronico negli anni del regime (relatore prof. Gianluca Fulvetti), discussa presso il Dipartimento di Civiltà Forme del Sapere dell’Università di Pisa nell’Anno Accademico 2023/2024.

 

Note

  1. Cfr. M. Mazzoni, Lampi sul Tirreno. Le moto e l’auto sul Circuito di Montenero a Livorno, Consiglio regionale della Toscana. Comune di Livorno, Livorno 2006, p. 37; Le gare automobilistiche per la Coppa Montenero, “Gazzetta Livornese”, 22 settembre 1921.
  2. Cfr. La corsa automobilistica per la Coppa Montenero. La vittoria di Corrado Lotti, “Gazzetta Livornese”, 26 settembre 1921.
  3. Cfr. http://www.circuitodelmontenero.it/2/images/1922_pub_004.jpg.
  4. Cfr. T. Abse, Sovversivi e fascisti a Livorno (1918-1922): la lotta politica e sociale in una città industriale della Toscana, Franco Angeli, Milano 1991, p. 225-245; M. Tredici, Umberto Mondolfi, il sindaco rosso. L’amministrazione socialista a Livorno 1920-1922), Media Print Editore, Livorno 2022.
  5. Secondo tempo della “Montenero”, Rivista ufficiale del Reale Automobile Club d’Italia, 29 agosto 1937; La prima marcia turistica auto-moto-ciclistica, “Il Telegrafo”, 15 giugno 1923.
  6. I preparativi per la terza Coppa Montenero, “Gazzetta Livornese”, 3 luglio 1923.
  7. A. Viani, Il Telegrafo di Giovanni Ansaldo 1936-1943, Belforte, Livorno 1998, pp. 24-25.
  8. La V Coppa Montenero, “Il Telegrafo”, 3 agosto 1925; Il meraviglioso successo della V Coppa Montenero, ivi, 11 agosto 1925; La V Coppa Montenero. Il successo della competizione organizzata dall’Auto Moto Club Livorno, ivi, 12 agosto 1925; Al fiorentino Emilio Materassi su Itala la V Coppa Montenero, ivi, 17 agosto 1925; L’attività dell’Auto Moto Club Livorno. Per lo sport e per Livorno, ivi, 31 agosto 1925.
  9. L’indiscutibile successo della IV Coppa Montenero, ivi, 21 agosto 1924; Un’altra bella affermazione dell’Auto Moto Club Livorno, ivi, 26 agosto 1924.
  10. R. Cecchini, Livorno nel ventennio fascista, Editrice l’informazione, Livorno 2005, p. 20.
  11. N. Badaloni, F. Pieroni Bortolotti, Movimento operaio e lotta politica a Livorno: 1900-1926, Editori Riuniti, Roma 1977, pp. 138-139.
  12. P. Ceccotti, Il fascismo a Livorno: dalla nascita alla prima amministrazione podestarile, Ibiskos Editrice, Empoli 2006, p. 166.
  13. Il comm. Tron nominato Presidente della Sezione calcistica della “Livorno Sportiva, “Il Telegrafo”, 1° luglio 1932.
  14. I. Bianchi, Lo stadio di Livorno, in «Liburni Civitas», A. VIII, N. I, Belforte, 1935, pp. 4-18.
  15. Le grandi manifestazioni dell’Automobile Club di Livorno, ivi, 3 marzo 1927.
  16. Il XV Gran Premio d’Italia a Livorno, ivi, 26 agosto 1937.
  17. In memoria dell’eroe, ivi, 31 luglio 1939.

Articolo pubblicato nel giugno 2025.