LE GIORNATE DI APRILE 1975

Gli anni Settanta furono anni

troppo disordinati, troppo agitati, troppo pieni

di vita perché li si ricordi solo come una pedante raffica di spari”

Michele Serra

Il 16 aprile del 1975 a Milano fu indetta una manifestazione per sensibilizzare l’opinione pubblica su temi inerenti il diritto alla casa. Una volta sciolto il corteo alcuni militanti del movimento studentesco incrociarono per strada tre ragazzi appartenenti al FUAN (organizzazione universitaria di destra) intenti a svolgere un volantinaggio. Riconosciuti dai militanti di sinistra furono aggrediti: due riuscirono a scappare mentre il terzo, Antonio Braggion di 22 anni, si rifugiò all’interno della propria auto, una mini minor che fu colpita ripetutamente con oggetti contundenti mandandone in frantumi i vetri. Braggion all’interno della vettura esplose tre colpi di rivoltella di cui uno ferì a morte lo studente diciasettenne Claudio Varalli, militante del Movimento dei lavoratori per il Socialismo. “Giace al suolo un giovane vestito di jeans e col giaccone verde”, annunciavano le agenzie di stampa del 18 aprile1. Il neofascista Braggion poi riuscì a fuggire eclissandosi nel traffico milanese e dopo una latitanza all’estero, nel 1978, sarà condannato a cinque anni di carcere per “eccesso di legittima difesa” ed altri cinque “per detenzione abusiva di arma da fuoco”, pena che poi sarà ridotta in secondo grado.

Il giorno dopo, il 17 aprile, nel capoluogo lombardo venne indetta una manifestazione di protesta per l’omicidio del Varalli: un corteo assai corposo da piazza Cavour prese la direzione verso la sede del Msi in via Mancini dove poco dopo iniziarono i tafferugli fra manifestanti da una parte e polizia e carabinieri dall’altra. Nel bel mezzo della guerriglia urbana un autocarro dei carabinieri, dopo numerosi caroselli in via XXII Marzo per disperdere i manifestanti, salito sul marciapiede travolge Giannino Zibecchi, insegnate di educazione fisica, militante del Coordinamento dei comitati antifascisti, schiacciandogli il cranio con la ruota anteriore sinistra. Lo Zibecchi rimarrà a terra con il viso orrendamente sfigurato e la materia celebrale che fuoriesce dalla sua testa2.

Alla guida dell’autocarro c’era il carabiniere diciottenne Sergio Chiarieri che al processo verrà assolto dal reato ascrittogli per insufficienza di prove.

Claudio Varalli e Giannino Zibecchi

 

Murales a Orgosolo. Per Giannino Zibecchi e Claudio Varalli, aprile 1975.

Sempre il 17 aprile, questa volta a Torino, in un quartiere operaio di periferia, un gruppo di compagni del comitato per la lotta per la casa di Falchera stava sistemando la nuova sede appena liberata, un semplice box auto che la guardia giurata Paolo Fiocco si era preso in più oltre a quello già assegnatogli dall’istituto IACP (Istituto Autonomo Case Popolari). In quel box il comitato per la casa avrebbe voluto fare una sala riunioni, e siccome a niente valsero le richieste fatte al Fiocco per liberarlo, quella sera venne deciso di riappropriarsene. E così che la guardia giurata, non condividendo quello che sentiva come un esproprio, quella stessa sera con la sua pistola di ordinanza sparò in faccia a Tonino Miccichè, ritenuto responsabile del maltolto in quanto una delle figure più importanti del comitato3.

Arriviamo al 18 aprile a Firenze dove si mobilitano diverse realtà per manifestare contro gli omicidi dei giorni precedenti4: dagli studenti medi agli universitari, dall’ANPI al PCI, e a tutti coloro rimasti indignati da questo continuo spargimento di sangue. Gli studenti si muovono in corteo durante la mattinata, mentre la manifestazione generale cittadina partirà nel tardo pomeriggio. Già dalla mattina però l’obiettivo è chiaro: raggiungere piazza Indipendenza dove si trovava la sede del Msi, ma al primo tentativo di avvicinamento seguono immediatamente le cariche della celere che disperdono i manifestanti facendoli desistere dal loro intento. Poi nel pomeriggio, dopo aver sfilato per le vie della città, quando il corteo si scioglie i manifestanti a piccoli gruppi raggiungono piazza Indipendenza. Qui stazionano già dalla mattina polizia e carabinieri in assetto antisommossa schierati a difesa della sede missina. E’ un attimo, all’improvviso parte la carica delle forze dell’ordine e iniziano i tumulti: l’aria diventa irrespirabile, nebbia di lacrimogeni, vampate di bottiglie molotov, lanci di pietre e bulloni, getti di idrante, automezzi dati alle fiamme, devastazioni, barricate… scontri violenti che si protraggono fino a tarda sera. L’intero quartiere di San Lorenzo rimase al buio senza illuminazione pubblica, non sappiamo se per un guasto o per una scelta deliberata, di fatto nelle strade si creò un clima di terrore con camionette della celere e dei carabinieri che sfrecciavano anche a fari spenti5. Inoltre più testimonianze hanno dichiarato che quella sera agenti in borghese si muovevano sul territorio in cerca di manifestanti facinorosi6

In questo clima di guerriglia urbana intorno alle ore 23.00 rimase a terra colpito alla nuca da un colpo di pistola Rodolfo Boschi, detto Foffo, operaio dell’ENEL iscritto al partito comunista, conosciuto in città come giocatore dei Bianchi di San Frediano del Calcio Storico. Dai ricordi dei suoi amici e conoscenti appare uno di quei giovani schietti dal cuore generoso e coraggioso, un cuore che quella sera del 18 aprile probabilmente l’aveva portato dove sentiva che ci sarebbe stato bisogno del suo impegno e della sua generosità per protestare e per interrompere definitivamente quella terribile catena di giovani morti ammazzati. E invece il destino fece si che Rodolfo diventasse l’ennesimo anello di quella stessa catena7.

Rodolfo Boschi colpito non ce la farà a sopravvivere e il suo cuore cesserà di battere la mattina successiva del 19 aprile alle ore 7.00. A sparare è stato uno degli agenti dell’ufficio politico della questura, Oreste Basile, che dichiarerà di aver risposto al fuoco nemico. A terra, poco distante dal Boschi, giace ferito, non in modo grave, anche Francesco Panichi, militante di Autonomia Operaia, accanto al quale viene ritrovata una pistola. Le testimonianze in merito ai fatti accaduti sono discordanti: c’è chi afferma di aver visto il Panichi impugnare una pistola, mentre altri dichiarano che a sparare è stato un altro individuo allontanatosi poi in tutta fretta su una 128 verde posteggiata in fondo a via Nazionale8. Al militante di Autonomia Operaia verrà comminata la pena di 10 anni di reclusione, mentre l’agente di polizia sarà condannato a 8 mesi con la condizionale “per eccesso colposo di legittima difesa”9.

Mentre la notizia dell’ennesimo manifestante ucciso in piazza si diffonde in tutta Italia, il PCI pubblica un documento in cui declina la responsabilità della morte del Boschi a gruppi di teppisti e provocatori che hanno fatto “versare il sangue innocente di un giovane lavoratore”10. Il partito sembra orientato ad alimentare una vera e propria campagna per l’arresto del Panichi, reo, secondo loro, di esser giunto sui luoghi degli scontri armato di pistola. Quindi si auspica che la polizia concentri il proprio operato contro i presunti provocatori in modo da “impedire che si scavi un solco profondo tra i lavoratori fiorentini e le sue forze di polizia e si crei una contrapposizione”11.

Dall’altra parte la sinistra extraparlamentare accusa il PCI di essersi inventato il mostro e di averlo indebitamente sbattuto in prima pagina.

E da questo momento in poi il rapporto fra il partito comunista e la sua ala extraparlamentare, soprattutto Autonomia Operaia, acquisterà i toni di uno scontro particolarmente virulento che avrà successivamente il suo apice qualche tempo dopo all’Università della Sapienza a Roma quando a Luciano Lama Segretario Generale della CGIL, sindacato vicino alla posizioni del PCI, verrà impedito di parlare contestandolo sonoramente con atteggiamenti di estrema violenza. “La cacciata di Lama” espressione con cui è ricordato l’avvenimento, fu uno degli eventi più rappresentativi del fermento politico poi passato alla storia come Movimento del Settantasette12.

Le giornate di aprile possono essere considerate quel punto di non ritorno per molti giovani della sinistra extraparlamentare che scelgono lo scontro violento in piazza con l’uso delle armi, o decidono di sposare la lotta armata entrando a far parte delle organizzazioni terroristiche tipo BR, Prima Linea, Nap…

13.

Durante l’anno 1977 si iniziarono a contare anche le morti degli uomini delle forze dell’ordine rimasti esamini sull’asfalto negli scontri di piazza colpiti da proiettili sparati da manifestanti. Settimio Passamonti, allievo sottufficiale di Pubblica Sicurezza, cadde ucciso a Roma il 21 aprile durante una giornata di scontri forse dei più violenti di quegli anni per il numero di colpi e per il volume di fuoco. Il giorno successivo il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga annunciò il divieto di tutte le manifestazioni nel Lazio per un mese dichiarando alla stampa: “Deve finire il tempo dei figli dei contadini meridionali uccisi dai figli della borghesia romana”.

Il 14 maggio a Milano fu la volta del vicebrigadiere del III reparto della Celere Antonio Custra, colpito a morte da un proiettile mentre prestava servizio durante una manifestazione. Quel giorno la presenza sul luogo di diversi fotografi produsse una serie di foto che furono pubblicate nei giorni successivi dai quotidiani del tempo. Una fra tutte, che mostrava un autonomo, Giuseppe Memeo, nell’atto di impugnare a due mani una pistola, puntata ad altezza d’uomo, divenne uno dei simboli della violenza di strada degli anni ‘70 e della degenerazione dello scontro politico violento che passò dalle bottiglie molotov all’uso delle armi da fuoco.

In questo clima di efferata violenza, all’interno di un calcolo cinico, le morti dei due poliziotti possono essere considerate, anche se non vi è nessuna effettiva relazione fra loro, come risposta agli omicidi per mano delle forze dell’ordine di altri due manifestanti avvenute quell’anno: Francesco Lorusso, ex militante della disciolta Lotta Continua ucciso a Bologna l’11 marzo con un colpo d’arma da fuoco da un carabiniere di leva, nei disordini scaturiti durante una manifestazione studentesca. Per Lorusso vi sarà poi una rivendicazione esplicita, una scritta lasciata sull’asfalto affianco alla chiazza di sangue dell’agente Settimio Passamonti: “Qui c’era un caramba, il compagno Lorusso è vendicato14. L’altro omicidio avvenne a Roma durante una manifestazione indetta dal partito Radicale per ricordare il terzo anniversario della vittoria sul divorzio, il 12 maggio Giorgiana Masi cade a terra colpita da un proiettile sparato da notevole distanza, un tipo di proiettile non in dotazione alle forze dell’ordine. Non è stato possibile stabilire chi ha esploso il colpo di arma da fuoco se la polizia o è partito dalla pistola di un manifestante. E la dinamica dei fatti, le testimonianze e la presenza in zona di agenti in borghese con in mano pistole non di ordinanza, immortalati dai fotoreporter, che costituivano la tesi portata avanti dal partito Radicale e dalla sinistra, era in contrasto con l’ipotesi del “fuoco amico” del Ministro dell’Interno Francesco Cossiga che riconduceva la responsabilità a frange dell’Autonomia Operaia: l’inchiesta sulla morte della Masi verrà chiusa per “impossibilità a procedere poiché rimasti ignoti i responsabili del reato”15. Del resto la legge Reale del maggio del 1975, una normativa volta a tutelare l’ordine pubblico e a contrastare il terrorismo di quegli anni, prevedeva anche l’estensione dell’uso legittimo delle armi da parte della polizia, e in tal modo veniva lasciata maggiore libertà alle forze dell’ordine di sparare con il conseguente aumento delle probabilità di morti ammazzati16. E difatti pochi mesi dopo di quell’anno, il 22 novembre a Roma, assistiamo all’ennesimo omicidio in piazza di un manifestante: Piero Bruno, diciottenne militante di Lotta Continua. “Avere diciott’anni nel paese Reale” titolo con cui “Il Manifesto” ricorderà nel giorno del cinquantesimo anniversario (1975-2025) la morte del giovane Bruno, sottolineando che “praticamente ogni circostanza poteva costituire un buon motivo per aprire il fuoco” 17.

Questa lunga scia di sangue lasciata sull’asfalto negli scontri tra manifestanti e polizia insieme alle tante persone freddate dal terrorismo rosso unite alle stragi fasciste hanno connotato gli anni Settanta con la qualifica di “anni di piombo” se non altro per conservare nella memoria quell’inaudito numero di morti che aumentava giorno dopo giorno. Ma quegli anni non furono soltanto spargimento continuo di sangue, furono anche altro.

Negli anni Settanta, dopo la rivoluzione dei costumi del sessantotto, l’Italia visse una fase di trasformazione culturale e sociale ancora più intensa. I giovani alla fine degli anni Sessanta avevano già aperto la strada a nuove forme di libertà e autonomia introducendo stili di vita, linguaggi e comportamenti alternativi. Ora queste spinte si tradussero in azioni concrete con la nascita di movimenti organizzati, rivendicazioni politiche e battaglie civili. Fu un decennio di fermento dove ogni conquista culturale si confrontava con resistenze profonde e tradizioni radicate. Un decennio ricco di conquiste nel quale presero vita significative riforme sul piano sociale, dal divorzio all’aborto, dalla riforma del diritto della famiglia – che eliminava la disparità tra i coniugi con l’abolizione della figura del capo famiglia –, alla riforma sanitaria – che garantiva l’accesso alle cure indipendentemente dalle condizioni economiche –, dalla legge Basaglia con l’abolizione dei manicomi all’obiezione di coscienza – con la possibilità di rifiutare il servizio militare per motivi di coscienza –, dallo statuto dei lavoratori – con il diritto di appellarsi al giudice in caso di licenziamento illegittimo e con la novità delle 150 ore –, ai Decreti Delegati – che promuovevano nella scuola una partecipazione democratica introducendo gli organi collegiali -. In quegli anni prese forma anche il movimento femminista con le donne che divennero protagoniste attive della vita pubblica con la consapevolezza di ridefinire la loro presenza nella società, nella famiglia e nel lavoro, portando avanti il loro obiettivo di eguaglianza ed autodeterminazione. Anni, a sentire il racconto di chi gli ha vissuti, dove si respirava un’aria nuova di possibile rinnovamento, dove si intravedeva all’orizzonte un futuro migliore, dove il dibattito sul “come saremo” era nel bel mezzo della politica, vissuta con passione non soltanto dalle avanguardie, ma da larghi strati sociali. Erano anni dove si sognava un mondo migliore e sembrava di averlo a portata di mano, quando ancora la violenza non aveva divorato tutta intera la speranza. Poi, quando ormai sparare era diventato una consuetudine comune, il sogno di cambiare il mondo si sgretolava pezzo dopo pezzo ogni qualvolta una pistola veniva puntata ad altezza d’uomo.

NOTE:

1 Era uno di questi, “Lotta continua”, 18 aprile 1975; Militante a dodici anni, “Corriere della Sera”, 18 aprile 1975.

2 Pio Zibecchi è morto investito in pieno da un gippone dei CC, “L’Unità”, 18 aprile 1975.

3 Giovanni De Luna, Le ragioni di un decennio 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, Milano 2009, pp. 16-18.

4 Il 18 aprile esplosero nuovamente le piazze italiane: in molte città si registrarono scontri durissimi tra militanti e forze dell’ordine mentre numerosi spazi considerati collusi con i fascisti o dichiaratamente tali vennero assaltati, Cfr. Emilio Mentasti, Senza Tregua, Colibrì Edizioni, Torino 2011, pp. 145-148. 

5 Gravi incidenti nel centro cittadino. Nel pomeriggio, al termine di un corteo, alcune centinaia di individui si sono diretti verso Piazza Indipendenza attraverso le strade adiacenti – Violenti scontri con la polizia – Lanci di bottiglie incendiarie, strade divelte e negozi danneggiati – Tutta la zona attorno alla stazione e al mercato di S. Lorenzo invasa dai gas lacrimogeni, “L’Unità”, 19 aprile 1975.

6 Cfr. Le interviste dei testimoni riportate da Lauro Rosso, nella sua tesi di laurea magistrale in Scienze Storiche, L’autonomia a Firenze 1973-1977, p. 195, p. 237, p. 280.

7 Per le vicende del 18 aprile 1975 a Firenze vedi il racconto di M. Cervelli e B. Paladini, Autonomi a Firenze, in Gli autonomi, le storie, le lotte, le teorie, volume 1, DeriveApprodi, Roma 2007, pp. 327-28; il giornale di area autonoma “Rosso”, giornale dentro il movimento, Milano, aprile 1975, Rivolta di classe, Roma, maggio 1975; l’articolo di Riccardo Venturi, Firenze, via Nazionale, 18 aprile 1975 in https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=3419&lang=it, e consulta la tesi di laurea magistrale in Scienze Storiche di Lauro Rosso, L’autonomia a Firenze 1973-1977 pp. 97-119, e la tesi di dottorato in Storia Contemporanea di Andrea Tanturli, La parabola di Prima linea. Violenza politica e lotta armata nella crisi italiana (1974-1979), pp. 175-185.

8 “Ma resta l’incertezza su chi abbia premuto il colpo fatale, come sulla dinamica del fatto” in Matteo Mazzoni, Politica in movimento: fasi, protagonisti, dinamiche di una stagione di impegno collettivo, in Concentramento ore 9, a cura dell’Associazione Ciclostilato in proprio, Regione Toscana, Firenze 2016, pp. 131-132.

9 Ferma e responsabile manifestazione di massa contro l’eversione fascista e le provocazioni, Gravi incidenti ieri sera in centro, “L’Unità”, 19 aprile 1975; Sdegno per l’uccisione del compagno Boschi, “L’Unità”, 20 aprile 1975.

10 Cfr. il Comunicato della Federazione del PCI, “L’Unità”, 19 aprile 1975, da cui è tratta la citazione, Documento della federazione del PCI subito dopo il tragico episodio, “L’Unità”, 20 aprile 1975.

11 Ibidem.

12 Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 2006, p. 515.

13 Ivi, p. 514.

14 Cfr. Franca Menneas, Omicidio Francesco Lorusso, una storia di giustizia negata, Pendragon, Bologna 2015.

15 G. De Luna, Le ragioni di un decennio, cit., p. 26.

16 Ivi, p. 115-17.

17 Mario Di Vito, Avere 18 anni nel paese Reale, “Il Manifesto”, 22 novembre 2025.

 

Articolo pubblicato nell’aprile 2026.




Una provincia in armi: la Resistenza pistoiese. Origini, sviluppo e caratteristiche

La Resistenza italiana rappresenta uno degli episodi più significativi e complessi della storia del nostro paese durante la Seconda guerra mondiale. Tra il 1943 e il 1945 il movimento di Resistenza si oppose alla Repubblica Sociale Italiana e all’occupazione tedesca, lasciando un’impronta indelebile sulla società, sulla politica e sulla cultura dell’Italia Repubblicana.

Nel contesto della Resistenza italiana, la provincia di Pistoia, pur di dimensioni relativamente contenute, divenne un punto di riferimento strategico, teatro di scontri, lotte e resistenze che segnarono indelebilmente il destino delle comunità locali.

La Resistenza pistoiese s’inserisce nel quadro di quella toscana: in parte ebbe origini autoctone e in parte fu promossa, coordinata e supportata dai partiti. In tutta la regione furono i partiti comunista e azionista ad avviare un’azione incisiva per lo sviluppo del partigianato, sebbene non mancassero forti spinte autonomiste. La lotta armata fu una scelta di pochi e l’adesione fu varia sia per estrazione sociale, sia per ideologia politica, sia per le motivazioni di tale scelta, che furono complesse. Si intrecciarono frequentazioni amicali o scolastiche, fattori ambientali, appartenenze familiari, retroterra personali. Ai vertici delle formazioni partigiane troviamo uomini che avevano subito arresti, pestaggi, confino o esilio volontario nell’Italia fascista fin dalla metà degli anni ‘20, come Gino Bozzi o Natale Tamburini. Oltre a questi componenti dell’antifascismo storico, una forte novità fu rappresentata dalla presenza a capo delle bande partigiane di giovani nati e cresciuti nel ventennio mussoliniano – come Manrico Ducceschi, Silvano Fedi, Giovanni La Loggia – di cui alcuni già perseguitati dal Regime.

Il Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale (CPLN) ebbe una genesi tormentata. Non registriamo una data ufficiale di fondazione, come per quello Toscano, ma una serie di riunioni clandestine – già dopo la caduta di Mussolini – svolte in città e in campagna, spesso nelle canoniche, dove partecipavano i membri dei principali partiti (Comunista, Azionista, Democristiano, Libertari). Il Comitato si assunse il compito di coordinare le attività partigiane e di difendere la popolazione, anche se non fu sempre possibile per le difficoltà logistiche e strutturali di un progetto su larga scala. Una delle attività più complesse fu proprio quella di tenere i rapporti con la campagna pistoiese, la montagna e tutta la Valdinievole. L’unità di intenti accomunava i partiti antifascisti, ma ognuno cercò di mantenere le proprie specificità. Le problematiche locali si unirono a quelle del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, i cui membri furono in gran parte catturati i primi di novembre. Lo stesso CLN pistoiese, già colpito dallo sfollamento seguito al primo bombardamento aereo alleato, fu scosso da retate e arresti a fine 1943. Fino alla primavera il contributo del CPLN fu limitato e concorse a rendere difficile l’organizzazione dei primi gruppi resistenziali, in balia unicamente delle direttive partitiche e delle iniziative di singoli uomini.

Nella Resistenza pistoiese è possibile, infatti, osservare tre fasi. La prima, iniziata dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, di scarsa presenza e minime azioni militari, di difficoltà organizzative, di forti misure di vigilanza e repressione. I partigiani della prima ora furono pochi, limitatamente supportati dall’esterno e malamente armati. Furono occupati principalmente in attività logistiche, in azioni di saccheggio e di assalto a depositi, nella diffusione di stampa antifascista, nel reclutamento di uomini, nell’aiuto ai prigionieri alleati in fuga, in qualche atto di sabotaggio a mezzi tedeschi o alla segnaletica stradale lungo le vie di comunicazione. In questo periodo nasce anche un’organizzazione partigiana femminile (denominata Gruppo di Difesa).

La seconda fase prese avvio nel febbraio 1944 e si sviluppò nel corso della primavera. È un momento di ricostituzione, di crescita e di rafforzamento militare e politico delle formazioni partigiane, sia in montagna che in pianura, supportato dall’afflusso di giovani. L’arrivo di numerosi uomini è incentivato dalle condizioni ambientali, dall’accettazione da parte delle forze antifasciste della prospettiva della guerra di lunga durata, dall’atteggiamento ostile della popolazione nei confronti dei nazifascisti, dal bando di leva repubblicano per le classi 1923-1924-1925. A rinforzare le fila della Resistenza si aggiunsero anche sovietici, disertori della Wehrmacht ed ebrei. Il numero dei partigiani crebbe esponenzialmente ed emersero nuove figure dirigenziali, mentre la Repubblica Sociale Italiana si indeboliva. In alcuni casi i comandanti partigiani rinvigorirono i gruppi che avevano contribuito a creare nei mesi precedenti, basti esaminare la storia delle Squadre Franche Libertarie o dell’XI Zona. In altri casi, dalla crisi invernale emersero nuovi dirigenti politici e militari che parteciparono sia alla nascita di nuove squadre sia al rinforzo di quelle superstiti.

La terza e ultima fase, avviata nel giugno 1944 e conclusasi con la liberazione di parte del territorio pistoiese, fu favorita sia dall’avanzata alleata in Toscana, sia da altri fattori, come la nascita del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (CVL), la ritirata tedesca verso la Linea Gotica nell’Appennino e lo sfaldamento degli organi locali della Repubblica Sociale Italiana. È il periodo dell’estate di sangue e delle violenze dei tedeschi sulla popolazione civile. In questo contesto occorre inserire il nuovo assetto della lotta armata pistoiese che, dopo mesi di crescita, fu finalmente guidata e coordinata da un forte e organizzato Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale. Il 12 giugno 1944, il CPLN sotto la guida del suo presidente promosse la realizzazione di un unico «Comando» che raggruppasse tutte le formazioni che operavano nella XIIª Zona del CVL. Nel corso dell’estate, si moltiplicarono gli attacchi armati, i sabotaggi, le azioni di guerriglia contro i tedeschi. Non mancarono operazioni di ampio raggio, come l’uccisione del contrammiraglio della marina giapponese Tōyō Mitsunobu e la liberazione dei prigionieri politici e razziali dal carcere delle Ville Sbertoli.

La liberazione dal nazifascismo ricalcò in molte zone lo stesso schema. Può essere applicato in maniera appropriata alla maggior parte della provincia pistoiese e suddiviso in quattro fasi: i tedeschi si ritiravano dall’area e arretravano verso nord; gli angloamericani prendevano contatto con le formazioni partigiane e avanzavano prudentemente; i partigiani assumevano il possesso della città; gli alleati giungevano con le proprie truppe e imponevano il controllo sul territorio. Pistoia e gran parte della provincia vennero liberate dai partigiani nel settembre 1944. Le più recenti ricerche stimano la presenza in provincia di 67 formazioni partigiane e tre comandi (comunista, azionista, CLN Pescia) per un totale di 1381 partigiani combattenti e 937 patrioti.

La guerra per molti partigiani proseguì anche dopo settembre 1944. Da una parte, la provincia di Pistoia non fu liberata interamente prima dell’avanzata finale alleata nell’aprile 1945; dall’altra, oltre cinquecento partigiani risposero all’appello per arruolarsi nei sei Gruppi di Combattimento italiani che affiancarono le truppe alleate e l’esercito italiano del Regno del Sud durante le fasi finali della guerra.

 

 

Matteo Grasso (Pescia, 1990), è impegnato attivamente in vari enti culturali: Istituto storico della Resistenza di Pistoia – di cui è stato Direttore dal 2016 al 2024 -, Istituto Ernesto de Martino, Liberation Route Italia, Associazione Culturale Orizzonti.

I suoi ambiti di ricerca vertono sulla Resistenza, sulle stragi naziste e fasciste, sull’internamento militare. È stato curatore scientifico di mostre e progetti, tra cui quelli internazionali On the run. Helpers and Allied servicemen in the Pistoia area e Guerra aerea a Pistoia. Le fonti orali per lo studio dei bombardamenti alleati svolti in sinergia con l’University of Lincoln (UK).

Autore di numerose monografie, ha coordinato opere collettanee e redatto saggi su rivista. Tra le sue pubblicazioni: Tesori in guerra. L’arte di Pistoia tra salvezza e distruzione (con Alessia Cecconi), Pacini Editore, 2017; Guerra totale in Valdinievole. Monsummano Terme tra occupazione nazista, Resistenza e Liberazione. 1943-1944, ISRPT Editore, 2021; Erano giorni bigi allora. Guerra, Shoah, Resistenza: Lamporecchio 1943-1944, ETS, 2023; Le stragi naziste e fasciste in provincia di Pistoia. Un’analisi storica e storiografica, in Le rappresaglie nazifasciste sulle popolazioni toscane, Edizioni ANFIM, 2024; Una storia incompiuta? Rassegna storiografica sulla Resistenza pistoiese dal dopoguerra ad oggi, in La Resistenza armata nell’Italia centrale, Carocci, 2026.




Il volontariato sanitario nelle Brigate Internazionali in Spagna (1936-1939), aspetto minore del grande contributo dell’antifascismo italiano

Premessa

L’impulso principale alla creazione di una sanità internazionale nella Guerra civile spagnola venne dal Comintern e trovò sbocco concreto nella Centrale Sanitaria Internazionale (CSI), che iniziò a funzionare tardivamente, dal gennaio 1937, nella sua sede parigina di Rue René Boulanger e negli uffici di Rue Lafayette[1]. Inizialmente al fianco dei Servicios de Sanidad dell’esercito spagnolo, in seguito i medici e infermieri furono inquadrati in un servizio sanitario autonomo. Nacquero così équipes mediche e centri chirurgici esclusivamente internazionali, attrezzate con sale operatorie e centri di recupero mobili, adatte a seguire le unità combattenti nei punti di azione, con speciali Grupos de Evacuación. L’autonomia non precludeva l’estensione di un mutuo soccorso e della cura ai combattenti repubblicani spagnoli. Tra i sanitari arrivati in Spagna non pochi scelsero di rimanere ai margini del sistema delle Brigate Internazionali, come nel caso delle unità anarchiche e di quelle filo trockijste facenti capo al POUM[2], organizzatesi autonomamente anche dal punto di vista sanitario.

Come anticipato, il Servicio de Sanidad fu completamente operativo ad Albacete, base delle Brigate Internazionali, solo a partire dal febbraio 1937, grazie al lavoro organizzativo e logistico coordinato dal medico francese Pierre Rouqués. Precarietà e carenze di materiale a parte, uno dei problemi iniziali fu il dover vagliare l’offerta di un volontariato privo di titoli e spesso dovuto a una vocazione di circostanza, pur sincera, intrapreso anche come alternativa alle ristrettezze derivanti da una vita da perseguitati politici o esiliati e, nel caso di molta parte del volontariato spagnolo, alla vera e propria fame che ogni guerra si porta dietro. Oltre a eminenti clinici come il francese Henri Chrétien (alias Jacques Beaussart), il belga Albert Marteux, l’inglese Alex Tudor-Hart, il neozelandese Douglas Jolly o il bulgaro Dimitar Simeonov Grozev, caduto con altri medici e paramedici nel bombardamento del Pronto Soccorso di Brunete (luglio 1937)[3], tanto per citarne alcuni, si erano presentate figure assai generiche e addirittura qualche millantatore, che non mancherà neanche tra gli italiani, oltre a numerosi studenti di medicina che non avevano terminato il percorso di studi. Per superare l’alto grado d’inesperienza clinica, si dovette così attendere l’ultima mandata di volontari giunti a maggioranza dalla Cecoslovacchia e dal resto dell’Europa orientale, con medici di età maggiore, in buona parte rifugiati politici in fuga dall’occupazione nazista e riparati in Urss o altrove, persuasi a restituire la solidarietà e l’asilo politico ricevuti. Nella primavera del 1937, il Servicio Sanitario Internacional (SSI) poteva contare su un organico che comprendeva 241 medici, 487 infermiere/i e 650 barellieri. Come mezzi a supporto si contavano 123 ambulanze, 20 camion, 10 automobili, 9 auto chirurgiche, 7 auto per docce e disinfezioni, un’ambulanza con squadra odontoiatrica. Tra ospedali e centri di convalescenza i posti letto a disposizione, destinati a crescere, erano 600, ma c’era anche il supporto di un asilo e giardino infantile per i figli dei disertori e dei compagni caduti, di una farmacia centrale e di due sezioni speciali, quella di Igiene e Disinfezione e quella di Difesa Chimica[4].

Oltre a quelle, preminenti, della Centrale Sanitaria parigina, le risorse finanziarie destinate alla Sanità provenivano da Comitati di Aiuto sparsi in tutto il mondo, dalla Jefatura de Sanidad dell’Esercito repubblicano spagnolo e da un aiuto non meno importante e allo stesso tempo rivelatore dello spirito con cui si stava e si combatteva in Spagna: il contributo derivante dalla paga che percepivano gli interbrigatisti, ammontante, nel periodo tra il dicembre 1936 e la metà del 1937, a 4 milioni di pesetas[5]. Ad inizio anno 1938, nonostante il numero di medici fosse rimasto pressoché invariato, la Sanità internazionale poteva contare su circa 1.500 tra infermieri e ausiliari e i posti letto erano stimabili tra i 5000 e i 6000[6].

A fine marzo 1938, i nazionalisti della IV Divisione Navarra giunsero in prossimità delle coste mediterranee, riuscendo presto a separare Valenza dalla Catalogna, tagliando letteralmente in due la Spagna repubblicana. Le conseguenze pesarono anche sulle Brigate Internazionali, costrette a spostare la propria base da Albacete a Barcellona e a rifondarsi ancora, a partire dai massimi dirigenti medici che vedevano adesso una vistosa presenza di quadri nordamericani come Edward K. Barsky, Irving Busch e William Pike, tutti legati al PCUSA. Tra di loro spiccava l’italoamericana Ave Bruzzichesi, giovane ma già esperta, non legata ad alcun partito, che diveniva Jefe de Enfermeras[7].

I frutti dell’ennesima rifondazione sanitaria si vedranno solo per breve tempo. In autunno, il governo spagnolo deciderà di fare a meno dell’apporto dei volontari internazionali, confidando invano in un analogo provvedimento da parte dei franchisti, ormai padroni del campo. Anche il personale sanitario internazionale lascerà il paese; per coloro che provenivano da paesi in mano a dittature o a governi reazionari, si apriva un interminabile calvario nei campi di internamento francesi e, per molti, in quelli di sterminio nazisti. In ogni caso, in condizioni estreme, la professionalità sanitaria di questi volontari sarà ancora utile a salvare vite umane.

 

Le motivazioni dei volontari in campo sanitario

Un manifesto di propaganda a sostegno del rispetto del lavoro delle infermiere

Il volontariato internazionale in campo sanitario non fu una scelta motivata dal solo forte antifascismo[8]. Certamente influirono sulla scelta di molti volontari anche motivazioni umanitarie e solidaristiche. Il loro fu un compito rischioso quanto quello dei combattenti, costretti ad adattarsi ai diversi tipi di combattimento, allorché si passò dall’estemporaneità dei primi scontri in Catalogna e della guerriglia in Andalusia, agli assedi di varie città (Oviedo, Huesca, Teruel, Belchite, Toledo), alla guerra di trincea su fronti stabilizzati come a Madrid, a quella di movimento, fino alle grandi battaglie e offensive, come quelle sull’Ebro e sul Jarama, Brunete, Guadalajara, durate per settimane[9]. Medici e infermieri erano inoltre sottoposti a un discreto ma costante controllo da parte del controspionaggio. La loro, infatti, era una figura particolarmente appetibile per l’intelligence per via della fiducia che godevano presso le cariche gerarchiche, delle confidenze ricevute dalla truppa, del poter usufruire prioritariamente dei mezzi di trasporto, tanto che «Por todo esto el espia en Sanidad se encuentra como pez en el agua», per cui il medico è una figura da trattare «con el maximo cariño y con la mayor vigilancia»[10]. Diversi sono i casi di medici accusati di attività di collaborazionismo con il nemico, quasi sempre fucilati, talvolta sul posto[11]. Il compito principale dei sanitari assoldati dall’intelligence nemica non era soltanto quello di passare informazioni, ma anche di sabotare la funzionalità dell’ingranaggio sanitario e, nel caso dei chirurghi, quello di compromettere il futuro del paese apportando quante più mutilazioni possibili, giudicando inguaribili anche ferite di non estrema gravità[12].

La vita del volontariato sanitario si svolgeva tra due estremi: un lavoro già faticoso di sua natura che diveniva spasmodico per le punte di stress durante le battaglie più cruente, per poi alternarsi a periodi d’interminabile tedio, una disarmonia che indusse alcuni a ricorrere all’alcol. Tra i punti di debolezza, va segnalata l’ambizione che aveva motivato alcuni giovani medici, ai quali la guerra civile offrì l’opportunità di imparare velocemente sul campo i primi rudimenti di medicina militare; inoltre le infermiere erano in buona parte apolitiche e ispirate più da considerazioni umanitarie, tanto che in tante «had no idea which side they were on»[13].

La prima linea era dura per tutti, medici compresi, e nessuno poteva sentirsi al riparo nemmeno dentro le ambulanze della Croce Rossa, bersagliate senza ritegno da quella che, a detta di molti, era una deliberata strategia dei nazionalisti, per i quali «the red cross meant anything […] A hospital was an easy target»[14]. Ma fu la categoria dei barellieri a pagare il più alto tasso di vittime (in molte occasioni raggiunse il 70% circa degli effettivi, tanto che in concreto nessuno accorreva ad arruolarsi per questa funzione).

Il cardiologo canadese dr. Norman Bethune in Spagna (1937)

Se si guarda alle biografie di alcuni sanitari, si ha la conferma che le motivazioni alla base della scelta di arruolarsi nel sistema sanitario interbrigatista furono composite[15]. Ad esempio, per il chirurgo toracico canadese Norman Bethune, forse il primo dei Médecins Sans Frontières, un borghese, le preoccupazioni personali, la voglia di approfondire sperimentando e le idee politiche andavano di pari passo. Chirurgo innovativo e apprezzato anche negli Usa, infaticabile nell’affiancare alla professione il lavoro volontario in ambulatori autofinanziati tra migranti e proletari marginalizzati, fu colui che per primo mise in pratica l’idea delle emo-ambulanze, con le quali percorse vari fronti di battaglia. In Spagna, per troppa indipendenza e intraprendenza, subì l’emarginazione del suo stesso Partito comunista, che lo destinò a compiti di propaganda in Nord America. Il doloroso provvedimento non bastò a fargli cambiare idea, mutando solo la destinazione – la Cina, al seguito di Mao Zedong – del suo volontariato. Inquadrato nell’Esercito Popolare cinese trovò la morte per setticemia, contratta in conseguenza di un banale taglio da uno dei bisturi che, con l’abilità artigianale che gli era propria, amava costruirsi da solo[16].

Salaria Kea in Spagna durante una medicazione ad un bambino ferito

Assai diverso è il percorso dell’afroamericana Salaria Kea, come diversa la sua umile origine sociale. Kea si approcciò alla Guerra civile da una prospettiva razziale e sociale, usando come riferimento la sua condizione di donna nera, da subito notando i parallelismi tra il razzismo americano, l’antisemitismo europeo e il fascismo spagnolo. In terra iberica fu letteralmente inebriata della promiscuità razziale interna al mondo delle Brigate Internazionali, capì che era il suo mondo. Le esperienze pregresse nelle campagne contro la segregazione, nelle vertenze sindacali di discriminazione salariale così come, nel 1935, nell’organizzazione di una raccolta per l’assistenza medica in Etiopia dopo l’invasione italiana, sono unite a quelle professionali al servizio del must politico del momento, fermare il fascismo[17].

Per l’australiana Agnes Hodgson, invece, i fattori alla base della partenza furono di altra natura. Al momento del levantamiento militare, aveva già visitato l’Europa lavorandovi per anni, da poliglotta aveva ovunque padronanza linguistica, voglia d’avventura e, soprattutto, era estranea ad ogni influenza politica. Nel suo diario tutto è appuntato con effetti dissonanti tra la drammaticità quotidiana della vita di una Spagna in tempo di guerra e uno sguardo turistico cui non rinuncia, ma non si trova nessuna traccia rilevante di interrogativi politici. Partita con la missione sanitaria organizzata dal PC d’Australia, quando le contrapposizioni politiche, che probabilmente non comprendeva, si fecero più forti, non esitò a lasciare l’incarico[18].

Indipendentemente dalle differenze motivazionali, tutte e tutti i volontari erano legati da uno spirito altruistico e proattivo che li aveva spinti ad abbandonare case, affetti e carriere, affrontando restrizioni di ogni genere e giocando la propria esistenza per assistere persone con cui l’unico legame certo era la comune appartenenza all’umanità.

 

I volontari sanitari italiani

Quello del volontariato sanitario è, almeno in Italia, uno degli aspetti meno conosciuti della Guerra Civile spagnola, privo di un’indagine esaustiva, probabilmente dovuta alla non estesa partecipazione al conflitto di personale medico e infermieristico italiano, dovuto innanzitutto alla possibilità negata dalla dittatura fascista di poter organizzare e coordinare in patria una qualsiasi missione sanitaria. Mentre i partiti antifascisti di paesi come Belgio, Svizzera, Olanda, Svezia, Gran Bretagna riuscivano a inviare ambulanze e ospedali da campo con medicinali e personale al seguito, la comunità sanitaria italiana poteva aderire soltanto a partire dalle proprie singole condizioni di esuli, stemperandosi all’interno della vasta organizzazione sanitaria gestita dal Soccorso Rosso Internazionale a Parigi.

Ad incidere sullo scarso numero fu anche la bassa estrazione sociale media e il livello scolastico dei nostri connazionali, soprattutto di coloro che andarono a formare il Battaglione Garibaldi, tra i quali, ad esempio, gli studenti rappresentavano solo lo 0,49% e gli avvocati lo 0,2%[19].

Quando il 18 luglio 1936 iniziò il sollevamento militare che segnava l’avvio della Guerra civile spagnola, in Italia il regime fascista era all’apice del suo consenso interno. Per i volontari italiani la Spagna era il terreno di scontro definitivo individuato per sconfiggere il fascismo e per «dare al conflitto una soluzione conforme alle proprie finalità», cioè non un ritorno a uno Stato liberale ma, per la maggioranza dei volontari, la possibilità di costruire il socialismo in uno Stato occidentale[20]. Animati dalla parola d’ordine coniata da Carlo Rosselli, «Oggi in Spagna, domani in Italia!», di là dai Pirenei tutti loro andavano cercando lo scontro con i mercenari fascisti inviati da Mussolini[21].

Batteria A. Gramsci del Gruppo Artiglieria Internazionale con un cannone da 155 preso ai fascisti a Guadalajara. In piedi sotto al cannone, Vittorio Bardini di Sovicille (SI).

Dopo una prima precoce partecipazione alle centurie delle milizie organizzate dagli anarchici e dal fuoriuscitismo giellista, gli italiani riuscirono a formare un proprio battaglione, il Garibaldi, combattente all’interno della XII Brigata Internazionale dal novembre 1936 fino al 1° maggio 1937, quando divenne una Brigata a sé stante. Il suo effettivo iniziale era di soli 520 uomini ma, accogliendo italiani provenienti da diversi paesi del mondo, raggiunse un organico di oltre 3.000 uomini, su un totale di 4.000/5.500 nostri connazionali volontari[22]. La loro età media, notevolmente superiore a quella dei volontari di altri paesi, si attestava sui 35 anni, molto oltre quella di 23-25 degli statunitensi, con la fascia 36-40 che risultava la più rappresentata raggiungendo il 29,9% del totale, seguiti a corta distanza dai tedeschi[23]. Il dato anagrafico ci fa capire di come fossero molti coloro che avevano avuto già un’esperienza bellica nella Prima guerra mondiale e ne avessero vissuta anche un’altra, quella contro lo squadrismo fascista, un particolare sottolineato dall’alta presenza di volontari originari delle zone rurali padane o toscane che più avevano conosciuto le violenze fasciste al soldo degli agrari[24]. Non ultima, è rilevabile la precocità della condizione di esule, poiché il 47% di chi lasciò l’Italia per sfuggire al regime fascista lo fece prima del 1926: tale precocità portò 300 antifascisti italiani in Spagna entro il settembre 1936, ancor prima della nascita della struttura interbrigatista di Albacete.

L’antifascismo italiano può quindi considerarsi sicuramente tra i più maturi, non solo anagraficamente, ma anche per il bagaglio esperienziale che porta sui fronti di battaglia e per la veloce presa di coscienza che il fascismo non fosse un problema circoscritto all’Italia e che bisognasse fermarlo nella sua espansione in Spagna[25].

Alla libera spontaneità dell’atto di partire sfuggirono solo quelle poche decine di quadri comandati dai vertici del Comintern, ma la motivazione politica non fu l’unica molla che indusse alla partenza, si sovrapponevano considerazioni di natura emotiva e filantropica, molto presente nel settore sanitario.

Per quanto riguarda l’apporto italiano al Servizio Sanitario nelle Brigate Internazionali, non disponendo di fonti che possano tracciarne un quadro completo e approfondito, si è cercato di ricostruirlo partendo da singole biografie e da quanto indicato nelle tabelle redatte da autori stranieri riguardo agli organici sanitari; se ne rileva che il contributo italiano non fu certo trascurabile: complessivamente, si può parlare di 7 medici, almeno 30 tra infermieri e infermiere, alle quali se ne possono aggiungere altre 5 di origine spagnola e francese, assimilate per aver contratto matrimonio con garibaldini italiani che stavano curando o con i quali collaboravano nei reparti sanitari.

 

I toscani

Per quanti riguarda i toscani, sono almeno 5 i volontari e le volontarie all’interno di questo complesso universo sanitario delle Brigate Internazionali[26].

Marietta Bibbi (Credits: https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/13088-bibbi-marietta)

Marietta Bibbi, conosciuta come Maria, nata il 2 aprile 1895 a Carrara, era un’anarchica e insegnante elementare. Cugina di Gino Lucetti, che l’11 settembre 1926 aveva attentato alla vita di Mussolini, fu arrestata per presunta complicità, poi prosciolta «per non aver partecipato al delitto»; i fascisti riaprirono successivamente il caso, condannandola per favoreggiamento al «mancato tirannicida», accusa decaduta in appello. Maria andò volontariamente a Ustica per assistere il fratello minore, Gino Bibbi, confinato sull’isola dal Tribunale Speciale fino alla fuga, avvenuta nel luglio 1930. Sospettata di collaborazione e ormai «ritenuta avversa al Regime e pericolosa per l’ordine Nazionale», nel luglio successivo fu condannata al confino a Ponza per cinque anni, ridotti poi a tre e infine liberata per l’amnistia del decennale della Marcia su Roma. Espatriò in Francia e frequentò le famiglie Berneri e Rosselli, per poi passare in Spagna nel maggio 1936 e stabilirsi a Gandía, dove raggiunse il fratello. Vicina al movimento libertario iberico, nella Guerra civile la troviamo come infermiera a Valencia nella Columna Benedicto (81ª Brigada Mixta, 4° Battaglione) sul fronte di Teruel e poi impiegata come corriere fra la Francia e la Spagna. Qui le fonti si dividono tra chi la ritiene trasferita in Francia al momento del crollo della Repubblica e chi ritiene sia rimasta in Spagna sotto il nome di Maria Del Carmen Rodriguez e rientrata a Carrara solo nel 1945, dove morirà a 98 anni, l’11 aprile 1993.

Fosca Corsinovi (Credits: https://militants-anarchistes.info/spip.php?article969)

Era nativa di Casellina e Torri, l’odierna Scandicci, dove vide la luce il 24 settembre 1897, l’anarchica Fosca Corsinovi. Compagna di un altro volontario in Spagna, Dario Castellani, con lui condivise la condizione di esule a Marsiglia, a Grenoble e a Ginevra. In Svizzera, si legò sentimentalmente all’anarchico Francesco Barbieri e continuò a occuparsi, come ormai faceva da anni, di assistenza ai profughi politici meno abbienti. In Spagna dal luglio 1936, il mese successivo era già operante in Aragona come infermiera nella Columna Ascaso (Sezione Italiana). Nell’ottobre 1936 tornò in Svizzera e, con cinque medici elvetici, portò verso la Spagna un’ambulanza attrezzata per le operazioni chirurgiche, donata dai lavoratori svizzeri al sindacato anarchico CNT. Tornata a Barcellona, assistette di persona all’arresto del compagno Barbieri e di Camillo Berneri, assassinati dagli stalinisti dello PSUC. Nonostante questo, restò nella capitale catalana come animatrice della colonia infantile «Adunata dei refrattari»[27]; in seguito operò come infermiera a Vicién, abbandonando la città solo poche ore prima dell’arrivo dei franchisti, per riparare in Francia. Internata più volte con la figlia Luce Castellani, nell’autunno 1942 fu consegnata ai fascisti dalle autorità di Vichy e subì una condanna al confino per cinque anni alle Tremiti. Dopo la Liberazione, si stabilì a Firenze dove ritrovò Dario Castellani e la figlia e partecipò alla riorganizzazione del movimento anarchico fiorentino, nel quale rimane attiva per tutto il dopoguerra. Morì a Firenze il 4 gennaio 1972.

Meno particolari si hanno sul conto di Marino Fornaroli, pisano di S. Maria a Monte, dove era nato il 12 aprile 1908, accorpato alle Brigate Internazionali ma impiegato nel reparto sanitario solo incidentalmente. Operaio antifascista emigrato in Francia nel 1925, dal 12 dicembre 1936 fu arruolato nel reparto mitraglieri del Battaglione Garibaldi e combatté nella difesa di Madrid e in Andalusia, dove rimase ferito il 4 marzo 1937. Guarito, fu spostato pro tempore nei Servizi sanitari; la salute precaria lo condurrà al rimpatrio in Francia nell’ottobre 1938. Qui, le autorità consolari fasciste, pur registrando che «non frequent[asse] più gli ambienti antifascisti ed evit[asse] di parlare di politica e della guerra civile di Spagna, a causa dei disagi patiti»[28], non allentarono la vigilanza.

Vittore Marcucci (Credits: https://parridigit.istitutoparri.eu/fondi.aspx?key=dettaglio&fondo=7&rec_id=688&gallery=true&from=ricerca&cp=227)

Vittore (o Vittorio) Marcucci, era nato a Lucca il 19 settembre 1893 e aveva frequentato Medicina a Pisa. Perseguitato dal fascismo, dopo una breve carcerazione per denigrazione del regime, era espatriato in Francia, frequentando gli ambienti della Concentrazione antifascista e collaborando come vignettista per il periodico comunista La Difesa. Nel 1936-1937 è in Spagna nella Sezione Italiana aggregata alla Colonna Ascaso e, in seguito, nella Brigata Garibaldi; rimase ferito combattendo sull’Ebro nell’estate del 1938. Nonostante le conoscenze mediche, non sembra che abbia ricevuto alcun incarico sanitario. A seguito del ritiro dei volontari internazionali, uscì dalla Spagna il 9 febbraio 1939 senza documenti e scontò un lungo internamento nei campi francesi dal 1939, ad Argelés, a Gurs, infine al Vernet nel 1943, nella baracca degli anarchici e degli estremisti. Negatagli l’autorizzazione a rientrare in patria dal console italiano di Tolosa perché privo della carta d’identità, non poté sottrarsi alla deportazione a Dachau, a Mauthausen, poi ancora nel sottocampo di Gusen, dove morì il 19 gennaio 1945.

Chiudiamo con Anna Launaro, nata il 9 aprile 1890 a Livorno. Avviata ad un’esistenza borghese, si separò dal marito per legarsi a Ettore Quaglierini, responsabile della Federazione locale del Partito Comunista d’Italia. Dopo un periodo in Piemonte e Lombardia, emigrò clandestinamente in Germania alla fine del 1922 e svolse attività rivoluzionaria a Berlino, Lipsia e Parigi, usando vari nomi di battaglia (Luigia Mira, Marthe Tesson, Nona Lorenzini, Anna Pacinotti). In Francia lavorò per L’Humanitè, organo del PCF, poi si trasferì a Bruxelles dopo l’arresto del compagno; fu a sua volta fermata e processata ma vide presto la libertà grazie alla difesa dell’avvocato Paul Henry Spaak, futuro Primo Ministro belga. Fu però espulsa dal Belgio nel 1929, ancora verso Parigi, dove si ricongiunse a Quaglierini e dette alla luce il secondo figlio, Percyval.

Anna Launaro (Credits: https://www.cfbtoscana.com/oberdan-chiesa-anna-launaro/)

I tre si trasferirono prima a Buenos Aires e poi in Bolivia per svolgere attività ancora per il Segretariato del Comintern poi, nel 1931, tornarono a Parigi. Due anni dopo, la coppia era a Barcellona, mantenendosi con una grande libreria sulla Rambla de las Flores. Qui, Anna Launaro, non potrà che unirsi naturalmente all’insurrezione contro i militari insorti nel luglio 1936, interessandosi di opere assistenziali anche a Madrid; ancora nel 1938 è la direttrice di una casa infantile. Ricongiuntasi a Quaglierini alla fine della guerra, si imbarcarono fortunosamente il 29 marzo 1939 sul piroscafo African Trader verso Orano, in Algeria. Dalla Francia occupata dai nazisti, si spostarono nuovamente in America Latina, sempre per conto del Comintern, facendo ritorno in Italia solo nel 1946.

 

 

 

 

Note

[1] Come testimonia Luigi Longo, «[i]l servizio sanitario internazionale incominciò in ottobre, su scala molto ridotta. Comprendeva sei medici in tutto: due francesi, due tedeschi, due polacchi. Dei sei, uno solo aveva l’esperienza medica di guerra. Per contro, c’erano uno specialista pediatra, un ginecologo e uno psichiatra». L. Longo, Le Brigate Internazionali in Spagna, Editori Riuniti, Roma, 1972, p. 159.

[2] Il Partido Obrero de Unificaciòn Marxista (POUM) derivava dall’unione di alcune componenti dei c.d. «comunisti dissidenti», in particolare il Blocco Operaio e Contadino di Joaquin Maurin e la «sinistra comunista» di Andrès Nin e di Juan Andrade, inizialmente sulle posizioni dell’opposizione di sinistra trockijsta, con la quale rompono per divergenze più strategiche che teoriche. La nuova formazione, quindi, nasce in una difficile situazione di schiacciamento tra le accuse di trockijsmo da parte degli avversari, la scomunica dello stesso Lev Trockij e la non simpatia degli anarchici (sia Maurin che Nin erano stati dirigenti anarcosindacalisti poi convertiti al comunismo) che espellono molti suoi militanti dalla C.N.T., ma riesce a mettere solide radici grazie allo spessore dei propri leader, tra i quali vanno aggiunti Julian Gòmez detto Gorkin e Luis Portela. Si veda P. Broué, E. Témime, La rivoluzione e la guerra di Spagna 1936-1939, Res Gestae, Milano, 2020.cit., p. 50 e pp. 68-70.

[3] Sull’attività di questi medici in Spagna si veda J. Bescós Torres, La Sanidad en el Ejercito Republicano, in «Medicina Militar. Revista de sanidad de las Fuerzas Armadas de España», volume 43, nr 1, 1987, pp.88- 96.

[4] I dati sono tratti da J. R. Navarro Carballo, La sanidad en las Brigadas Internacionales, EME, Madrid. 1989, p. 98.

[5] Ivi, p. 99. Per rendere concretamente l’idea dell’impatto di queste libere donazioni offerte dagli stessi brigatisti, basti pensare che l’entità complessiva con cui al tempo era stimato il valore dei mezzi mobili a disposizione delle Brigate Internazionali era di 13-15 milioni di pesetas. Cfr. F. Fuster Ruiz, El servicio de sanidad de las Brigadas Internacionales, Ed. Universidad de Castilla-La Mancha, Albacete, 2018, p. 52.

[6] D. Sirkow, Bulgaria en La Solidaridad de los pueblos con la República Española 1936-1939, Editorial Progreso, Mosca, 1974, p. 89, come riportato in E. González López, R. Ríos Cortés, cit., pp. 423-424.

[7] Ave Bruzzichesi (1913-1999) ebbe la sua formazione infermieristica a Newark, nel New Jersey. Non faceva parte di alcun partito politico, ma si unì al 10° Gruppo AMB, noto anche come West Coast Medical Unit, sotto la guida del dr. Leo Eloesser, con il quale andò in Spagna nel novembre 1937, dove prestò servizio presso l’Istituto di Neurologia del Servizio Medico Repubblicano, poi sul fronte di Teruel e quindi a Barcellona, dal gennaio 1938 fino al rimpatrio. https://alba-valb.org/volunteers/avelinobruzzichesi/ (consultazione del 22.12.2025).

[8] Sulla varietà e la differenziazione motivazionale che spinse gli italiani in Spagna, a fianco dei due bandos contendenti, si veda anche Gabriele Ranzato, Volontari italiani in Spagna. In Spagna per l’Idea Fascista, 2008.

[9] Inoltre, per lo specifico intervento sanitario all’interno delle Brigate Internazionali, si doveva tenere conto che queste, molto spesso, erano usate come tropas de choque, cioè truppe d’assalto, che richiedevano una particolare celerità di allestimento e smontaggio delle infrastrutture mediche.

[10] Si veda l’articolo El Espionaje y la Sanidad, pubblicato sul primo numero della rivista dell’Esercito repubblicano «Nuestra Sanidad», Anno 1, N. 1, 15 febbraio 1937, p. 3.

[11] S. Tuytens, Las mamas belgas. La lucha de un grupo de enfermeras contra Franco y Hitler, El Mono Libre, Spagna, 2019, p. 120.

[12] Nell’ospedale di Tarancòn, ad esempio, un chirurgo che da tempo era sotto osservazione per le numerose e innecessarie amputazioni, fu freddato in sala operatoria al momento di una sbrigativa diagnosi di amputazione del brigatista belga Armand Frères, ferito non gravemente ad un ginocchio e precedentemente visitato da altri. Tra gli infiltrati che invece la fecero franca, il caso più famoso è quello della spia Fernanda Jacobsen, interprete e ufficiale di collegamento del Servizio Ambulanze Scozzese, in realtà agente incaricata di favorire la fuga delle persone filo franchiste dalla zona repubblicana. Jacobsen agiva per conto del Comitato di Salvezza organizzato da Edwin Christopher Lance, definito «El Pimpinela [la Primula Rossa, ndr.] de la Guerra de España». Su di lei, si veda la scheda in https://sidbrint.ub.edu/en/node/13989 (consultazione del 23.12.2025).

[13] R. Baxell, Unlikely warriors. The extraordinary story of the Britons who fought for Spain, Aurum Press, London, 2014, pp. 203-204.

[14] Ivi, p. 216.

[15] Questa comparazione occupa uno dei capitoli della mia tesi di Laurea Magistrale presso l’Università di Pisa, anno accademico 2025-2025. A. Montalti, Il bisturi e la Mauser. Il volontariato sanitario nelle Brigate Internazionali durante la Guerra Civile spagnola (1936-1939). Della stessa, sono stati relatore il professor Mauro Capocci e correlatore il professor Gianluca Fulvetti.

[16] Su Norman Bethune (Gravenhurst, Ontario, 3 marzo 1890 – Cina, 12 novembre 1939) si veda la biografia datata ma valida di S. Gordon, T. Allan, Il bisturi e la spada. La storia di Norman Bethune, Feltrinelli, Milano, 1959.

[17] Su Salaria Kea (Milledgeville, Georgia, 13 luglio 1911 – Ohio, 18 maggio 1991), ai numerosi articoli scientifici e citazioni storiche, si può accoppiare la più narrativa autobiografia: S. Kea, A negro nurse in Republican Spain, The Negro Comittee to aid Spain, New York, 1938.

[18] Sull’esperienza spagnola di Agnes Hodgson si veda ancora un lavoro autobiografico: A. Hodgson, A una milla de Huesca. Diario de una enfermera australiana en la guerra civil española, Rolde de Estudios Aragoneses, Zaragoza, 2005.

[19] Questi dati sono tratti da due liste conservate negli archivi del Comintern, liste relative a un totale di circa 3.000 arruolati tra i Garibaldini, dunque non la loro totalità. Cfr. E. Acciai, Il contributo italiano al volontariato internazionale in Spagna. Una storia plurale (1936-1939), in I. Cansella, F. Cecchetti (a cura di), Volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola, Effigi, Arcidosso, 2012, p. 108.

[20] C. Ghini, A. Dal Pont, Gli antifascisti al confino, Editori Riuniti, Roma, 1971, p. 135.

[21] Anche il CTV (Corpo Truppe Volontarie) mussoliniano aveva un proprio servizio sanitario al seguito. In esso spiccava l’Unità Sanitaria Chiurco, diretta appunto da quel Giorgio A. Chiurco primario dell’ospedale di Siena. Su questa unità si veda il lavoro di Michelangelo Borri, Giorgio Alberto Chiurco. Biografia di un fascista integrale, Unicopli, 2022.

[22] V. Catelan, Incontro tra fascisti e antifascisti italiani durante il conflitto spagnolo: la battaglia di Guadalajara, «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea», Spagna Anno Zero: la guerra come soluzione, 29 luglio 2011.

[23] E. Acciai, Il contributo italiano al volontariato internazionale in Spagna. Una storia plurale, in I. Cansella, F. Cecchetti (a cura di), Volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola, cit., pp. 101-102.

[24] Questa provenienza dai luoghi dello squadrismo contro i braccianti e dalle aree di maggiore politicizzazione operaia evidentemente aveva sedimentato una memoria familiare che in qualche modo influenzò le future scelte degli internazionalisti italiani.

[25] Ivi, pp. 103-104.

[26] Per maggiori approfondimenti sui nominativi toscani, rimandiamo al CD allegato al volume I. Cansella, F. Cecchetti (a cura di), Volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola ed alle relative voci in http://gestionale.isgrec.it/sito_spagna/ita/toscani_ita._intro.asp e in https://www.antifascistispagna.it/.

[27] Il nome della colonia rimanda direttamente a «L’Adunata dei Refrattari» («Call of the refractaries»), il giornale anarchico in lingua italiana pubblicato a New York dal 15 aprile 1922 al 24 aprile 1971, fondato tra gli altri, da Luigi Galleani. https://archivesautonomies.org/ (consultazione del 28.2.2025).

[28] https://www.antifascistispagna.it/ (consultazione del 7.1.2026).

 




L’Archivio Giglioli tra passato e futuro

L’Archivio della famiglia Giglioli di Pisa, donato tra il 2020 e il 2023 da Antonio Ricci alla Biblioteca Franco Serantini, è una parte della documentazione di una famiglia italiana che prima dell’Unità d’Italia visse in esilio nel Regno Unito e che, tornata in Italia, mantenne il bilinguismo e i rapporti con i parenti d’oltremanica.

Dorso dell’App. XXIII dei Family Memorials of the Giglioli-Casella. Risorgimento I. Garibaldi e Mazzini

Domenico Giglioli, notaio di simpatie napoleoniche, nel 1821 è coinvolto nei moti carbonari. Incarcerato, negli anni successivi, insieme ai figli Luigi, Domenico Napoleone e Giuseppe, sconta l’esilio in Francia. Dopo il fallimento dei moti del 1831, il figlio Giuseppe, laureato in giurisprudenza, conosce Mazzini a Marsiglia, al quale resta legato da un’amicizia che dura anche nel periodo dell’esilio londinese. In Inghilterra, Giuseppe si laurea in medicina e nel 1844 sposa la protestante Ellen Hillyer. Dal loro matrimonio nascono Enrico, Augusto e Alfredo, questi ultimi militari di carriera. Enrico, zoologo e antropologo, partecipa ad alcune spedizioni scientifiche, come il viaggio intorno al mondo della pirocorvetta Magenta (1865-1868), sul quale pubblica una monumentale relazione. La maggior parte delle sue collezioni di reperti, documenti e volumi verrà poi donata e in parte venduta dalla famiglia a istituti culturali, tra i quali l’attuale Museo delle Civiltà di Roma. Dei figli di Enrico, Odoardo diventa storico dell’arte e direttore del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze a partire dal 1918, mentre Guido Yule è medico e docente di patologia del lavoro.

Italo Giglioli ritratto nei primi mesi del 1920 nel suo studio.

Quando Giuseppe Giglioli, dopo le alterne vicende della storia risorgimentale, torna in Italia, ricopre incarichi nell’ambito della pubblica amministrazione e svolge attività di insegnamento sulle cattedre di logica e antropologia dell’università di Pavia e di Pisa, dove muore nel 1865. Durante il soggiorno a Genova nascono anche Italo, nel 1852, ed Elena, nel 1858. Italo, formatosi in Inghilterra, diventa agronomo di fama internazionale, tra i principali innovatori delle pratiche agricole in Italia. Docente e direttore di istituti e stazioni di sperimentazione agraria (Portici e Roma), viene chiamato anche a ricoprire la cattedra di chimica agraria all’Università di Pisa dove si stabilisce con la famiglia. Dal suo matrimonio con la scrittrice Constance Hamilton Dunbar Stocker, nascono Lilia (musicologa e insegnante), Alberto morto prematuramente, Beatrice (docente di inglese), Margherita anch’essa morta in tenera età, Giorgio (medico specializzato in malattie tropicali, noto sul piano internazionale per i suoi studi sulla malaria) e Irene (pittrice e docente di lettere classiche).

L’ultima figlia di Giuseppe Giglioli, Elena, si sposa con Raffaello Casella. La loro figlia Maria Elena, grazie al suo lavoro di bibliotecaria alla Biblioteca Nazionale di Torino, alla Biblioteca Alessandrina e alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, oltre alle competenze bibliografiche affina anche quelle archivistiche. Sarà lei una delle principali artefici, insieme alla zia Constance e alle cugine Lilia, Beatrice e Irene, ad organizzare una parte consistente dell’archivio di famiglia.
I documenti e i contenuti dell’Archivio Giglioli di Pisa possono essere analizzati non solo come fonte per gli studi storici, ma anche in una prospettiva didattica perché si prestano ad essere affrontati da vari punti di vista, ponendone in rilievo l’attualità anche per chi, per ragioni anagrafiche, culturali, geografiche, ecc. è distante da quelle esperienze.

Un primo contributo alla conoscenza dell’Archivio è apparso pochi mesi fa proprio su Toscana Novecento, per raccontare la vita di Beatrice Giglioli (1892-1988) in un momento particolare della sua esistenza quando, durante l’occupazione nazifascista di Pisa tra il 1943 e 1944, tenne un diario dei fatti vissuti da lei, dalla sorella Irene e da amici e conoscenti in quel periodo. Di tale diario è stata pubblicata una traduzione annotata[1]. Si tratta di due taccuini minuti, due anni “tascabili”, fitti di rapidi appunti giornalieri che, confrontati con altri documenti dentro e fuori da quell’Archivio, restituiscono un punto di vista privilegiato per osservare ciò che avvenne attorno a una casa diventata, nel corso della guerra, centro di aggregazione e punto di passaggio nel quartiere periferico di Cisanello. Vi si legge la quotidianità che si fa storia: dalle attività giornaliere più comuni (in un’economia di guerra, Beatrice annota ad esempio il sistema per preservare dalla muffa i vasi di conserve), si passa a una drammatica sequenza di eventi in cui la casa di Cisanello vede la “grande storia” fare irruzione dal cancello del giardino, quasi demolito da un carro armato tedesco con i soldati occupanti che costringono allo sfollamento le proprietarie e i loro ospiti.

Se le agendine di Beatrice consentono di approfondire due anni di vita cruciali per lei, la sorella e lo stesso Antonio Ricci, che all’epoca era un ragazzino vissuto fin da piccolo in casa Giglioli insieme alla madre, il resto dell’Archivio Giglioli permette di ampliare lo sguardo a molte altre vicende che attraversano il periodo che va dalla metà dell’800 fino al secondo dopoguerra.
Il suo riordino è stato realizzato nel 2025 con un primo elenco analitico di consistenza che permetterà prossimamente di rendere l’archivio disponibile agli studi. Tale riordino ha permesso di scoprire come la conservazione delle carte arrivate sino ad oggi, sia stata determinata in gran parte dalla volontà della famiglia di trasmetterle da una generazione all’altra, di accrescerle nei decenni a partire dal nucleo originario del periodo risorgimentale. Nello stesso momento in cui la famiglia si preoccupa di conservare le carte, dall’altra ne seleziona alcuni nuclei, che trasferisce a diversi istituti culturali italiani conservando per sé il nucleo più strettamente privato. Beatrice, l’ultima sopravvissuta della sua generazione, alla sua morte lascerà ciò che resta dell’Archivio ad Antonio Ricci che lo ha donato alla Biblioteca Franco Serantini.
Le vicende della seconda guerra mondiale avrebbero potuto determinarne la perdita. Nel suo diario Beatrice annota infatti come durante l’occupazione di Pisa e della casa di Cisanello da parte dei tedeschi, lei e la sorella nascondano beni di prima necessità ma anche ricordi di famiglia. Attraverso di essi si trattava di salvaguardare la propria storia.

Dorso dell’App. XXII dei Family Memorials of the Giglioli-Casella. Ricordi della guerra 1914-1918

Negli anni di formazione dell’Archivio si stabilisce un patto tra generazioni in cui genitori e figli, zii e cugini, si riconoscono in una storia comune ed ognuno si sente responsabilizzato a fare la sua parte. Proprio questo dialogo tra generazioni smentisce in parte le divisioni tra le età della vita a cui si è abituati a pensare.
Nel 1917 Beatrice, che era stata anche crocerossina nel primo conflitto mondiale, si laurea in lettere all’Università di Pisa. Nell’agosto 1918 si trasferisce a Londra, dove, il 26 dello stesso mese, ottiene per esame il posto di traduttrice al War Office, con il compito di tradurre in inglese documenti e opuscoli italiani e francesi concernenti la guerra europea. Poche settimane dopo, il 21 settembre 1918, si dimette dall’incarico in seguito alla sua nomina ad assistente presso la Facoltà italiana dell’Università di Cambridge, dove dal 1919 insegna lingua e letteratura italiana fino al 1920, quando rientra in Italia per le condizioni di salute del padre Italo, professore di chimica agraria all’Università di Pisa.

Di questo soggiorno tra Londra e Cambridge è rimasta una significativa corrispondenza tra Beatrice e sua madre Constance.
Nell’Archivio della famiglia Giglioli sono conservate migliaia di lettere, la maggior parte delle quali scambiate tra i vari componenti della famiglia, come quelle, appunto, tra Beatrice e sua madre. Non si tratta di semplici comunicazioni quotidiane. Nello spazio limitato di una cartolina postale, con una grafia fitta e minuta, vengono riversate informazioni e riflessioni su incontri, attività e progetti. È intuitivo riconoscere l’attualità della storia di una ragazza di ventisei anni che, poco più di cent’anni fa, parte dall’Italia per una prima esperienza lavorativa all’estero, appoggiata dalla famiglia e in particolare dalla madre, alla quale non fa mancare dettagli della sua vita quotidiana. “I will now give you a detailed account of my movements in the last few days and of my life here”, scrive in una lettera del 29 settembre 1918 dal numero 10 di Endsleigh Street a Londra. Dal 25 novembre si trasferisce al 10 di Millmann Street. Entrambi gli alloggi sono in una zona centrale della metropoli e Beatrice disegna sulle lettere le planimetrie delle sale in cui studia, lavora, vive, arricchendole di legende intepretative che segnalano il posto dal quale sta scrivendo alla madre, la posizione delle finestre, dei tavoli, dei vasi di fiori, ecc. C’è qualcosa di molto familiare in questa esperienza di Beatrice: con i mezzi di allora (carta e penna), rende partecipe la famiglia di ogni momento della sua vita; oggi, lo avrebbe fatto probabilmente in tempo reale con una videochiamata in chat.
Sarebbe superficiale e riduttivo, tuttavia, voler ricondurre una corrispondenza famigliare di inizio Novecento a un mero confronto tra la comunicazione odierna e quella di allora. Resta comunque un esempio concreto sul valore delle testimonianze documentali che, come in questo caso, possono essere rilette e comprese per l’universalità di esperienze, aspettative, emozioni espresse da una giovane di un secolo prima. Diventa così più comprensibile richiamare l’attenzione sul ruolo degli archivi e della loro conservazione, sulla possibilità che le carte d’archivio non siano solo fonti per gli storici ma anche strumento per confrontare il vissuto delle persone e i cambiamenti della società. Gli scambi tra madre e figlie, mettono in evidenza un rapporto che punta a renderle culturalmente e professionalmente autonome. Oltre che nei confronti di Beatrice, lo si vede anche in quelli con Lilia, che sceglierà la strada dell’insegnamento musicale (e che documenterà con album di fotografie, programmi di saggi scolastici, ritagli di giornale); con Irene, incoraggiata ad esprimersi attraverso il disegno e la pittura, che la porteranno a pubblicare nel 1922, insieme alla madre, un libro per bambini (Rebecca. Not a Moral Tale, stampato a Londra da Thornton Butterworth), del quale sono conservate le tavole originali. Beatrice e le sorelle sono immerse dalla nascita in una cultura internazionale (una famiglia vissuta tra Italia e Gran Bretagna, con rapporti non occasionali con la Germania, parenti e amici negli Stati Uniti, Nuova Zelanda, Sud Africa, India) e, grazie ai documenti che hanno prodotto e conservato, si possono seguire nella loro crescita culturale e professionale, nelle relazioni che hanno saputo costruire. In definitiva, queste carte non sono arrivate per caso fino ai nostri giorni: la famiglia Giglioli ha voluto dare spazio e ordine alla propria memoria.
Probabilmente è proprio Italo il primo ad averne una chiara consapevolezza quando il 3 maggio 1896 scrive da Portici, dove era direttore della Scuola superiore di agricoltura, al fratello Alfredo, militare di carriera:
… A proposito dei figliuoli, io ho parecchie volte pensato che quelle due vite nobilissime e sante che furono le vite del nostro Padre e della nostra Madre [Giuseppe ed Ellen n.d.r.] sparirebbero dalla memoria dei loro discendenti, se non vi sarà qualcheduno che pensi a narrare loro qualche cosa sopra il significato e gl’intenti di quei due, ai quali noi tutti dobbiamo tanto. Avevo, dunque, pensato gradatamente di raccogliere ed ordinare le notizie sulla loro vita, per poi farne un racconto, che dovrebbe essere quasi come un testamento di esempi e di insegnamenti ch’essi lasciano a quelli che vengono dopo di loro… Dunque, tu pensa su questo mio progetto e, se ti pare buono ed utile, aiutami a compierlo; in modo che, prima che venga il mio tramonto, io abbia fatto il dover mio verso quelli che vennero prima di me, ed ai quali tutti noi abbiamo il debito di una eredità ricca di quanto può servire a rendere nobile ed utile ed operosa la vita”.
Nonostante la morte di Alfredo dell’anno successivo, Italo sarà sostenuto nel suo progetto dalla moglie che, aiutata anche dalle figlie e dalla nipote Maria Elena Casella, pubblicherà nel 1935 un volume sui Giglioli di Brescello, ramo originario della famiglia del marito[2].
La conservazione e il riordino delle carte si concentra inizialmente proprio sul nucleo risorgimentale. Constance si occupa ad esempio di trascrivere la corrispondenza di Giuseppe Giglioli, probabilmente anche a causa dell’estrema fragilità dei supporti cartacei, corrosi dagli inchiostri ferro-gallici.
An even greater admiration, gratitude and love for Aunt Cona [diminutivo di Constance n.d.r.], who undertook the immense work of copying the letters, which make 2 volumes of manuscript, respectively of 395 and 101 pages”, dirà di lei la nipote Maria Elena Casella per questa opera di trascrizione.
Contestualmente, dopo la morte di Italo nel 1920, la famiglia si prende cura anche di ciò che la stessa generazione di Italo e dei suoi fratelli ha prodotto. È un lascito intellettuale che non va sperperato. Constance e i figli, ad esempio, si trovano a decidere sul destino della raccolta bibliografica di opuscoli ordinati e schedati da Italo. Il 19 luglio 1925 Constance scrive a Beatrice, in quel momento a Torino:
My Dear Trice,
I think yesterday I hadn’t room to tell you I had a note from the Librarian of the
International Institute at Rome about the Schede, which he thinks would be useful in helping to build up the Library there, which he says in on the way to becoming the most important of its kind in the world”.
La madre si consiglia con la figlia sulla possibilità di donare circa 10.000 opuscoli alla Biblioteca dell’Istituto Internazionale d’Agricoltura, fondato nel 1905 dal filantropo David Lubin. L’Istituto era sorto per la cooperazione agricola internazionale e, dal suo scioglimento nel 1945, nascerà la FAO. Dal 1909, presso lo stesso Istituto, Italo era stato direttore della sezione di informazioni agricole e malattie delle piante. Grazie alla traccia fornita da questa corrispondenza è quindi possibile ricostruire le origini della donazione: se oggi gli opuscoli di Italo Giglioli costituiscono ancora uno dei fondi storici più significativi della Biblioteca della FAO, lo si deve non a una eredità casuale, ma ad una precisa pianificazione tra l’istituzione e la famiglia. Constance manifesta nella cartolina un solo desiderio, che il dono venga contrassegnato su ogni pezzo con il nome del marito:
“I should only like to ask that they should put a label on each publication, p. es. Dono Giglioli, or better, something which recalls Italo Giglioli”.
Il dono del 1925 non è il solo di quell’anno. Il 30 aprile 1925 viene rogato l’atto di donazione al costituendo Museo mazziniano di Pisa, di 17 lettere autografe di Giuseppe Mazzini a Giuseppe Giglioli (1831-1847), oltre che ritratti di Giuseppe Giglioli, una medaglia commemorativa della Giovine Italia in ricordo dei fratelli Bandiera (1844) e una fotografia di Italo Giglioli.

Come in tutti i lavori di riordino e inventariazione, anche per le carte Giglioli pervenute alla Biblioteca Franco Serantini i due primi obiettivi sono stati quelli di individuare i soggetti produttori delle carte e verificare l’esistenza di documenti che facessero emergere eventuali criteri adottati dalla famiglia nell’ordinare e conservare le carte stesse. Proprio in riferimento a questo secondo aspetto, come risulta chiaro dagli esempi precedenti, l’archivio offre una significativa quantità di documenti che parlano dell’archivio e del suo destino. Accanto a corrispondenza occasionale, appunti e note, sono presenti anche materiali maggiormente strutturati in forma di registri e indici, aspetto che rinforza l’idea che la famiglia avesse chiaro il valore del proprio archivio come testimonianza della propria storia. La terza e quarta generazione della famiglia (cioè quella di Italo e Constance e dei loro figli) ha tenuto in considerazione le intenzioni originariamente manifestate da Italo nella lettera al fratello Alfredo e le ha poi applicate in modo sistematico.
Benché corrispondenza, documenti personali, scritti per studi e pubblicazioni, fotografie, disegni, album dei componenti della famiglia si riferiscano in larga misura al ramo dei Giglioli di Pisa, cioè di Italo e dei suoi discendenti, vi è la presenza significativa di documenti riferibili anche agli altri rami parentali, cioè quelli dei fratelli e della sorella di Italo. È a quest’ultima, Elena, scrittrice a sua volta, che si deve il primo contatto con Constance Stocker nel 1884 per ragioni editoriali legate alla proposta di traduzione in italiano di un racconto della Stocker apparso sulla rivista inglese «Leisure hour». La storia d’amore tra Constance e Italo, maturata a seguito dell’amicizia di penna tra Elena e Constance, non è tanto una romantica storia ottocentesca, ma l’incontro di due culture e di due famiglie. Anche se meno documentato, infatti, non manca anche quella parte di archivio legata alla famiglia della Stocker. Le lettere che riceve dalla sorella Beatrice Alicia Ramsay Stocker, missionaria presbiteriana tra le popolazioni native degli Stati Uniti, sono interessanti da vari punti di vista: i fatti che narrano, il contesto storico a cui fanno riferimento, la relazione tra le due sorelle. Se si pensa che il loro legame famigliare si mantiene solo tramite la corrispondenza perché, data la difficoltà dei viaggi, non si sarebbero più incontrate di persona, è facile comprendere il coraggio e la determinazione di chi affrontava rischi “senza rete”. Conservare tali documenti non è quindi per i Giglioli solo una scelta determinata dagli affetti, ma la speranza di tramandare virtù ed esempio. Per questo non è un caso che Beatrice Giglioli, nata nel 1892, porti proprio il nome della zia appena partita per la missione statunitense.

Copertina del quaderno “I Giglioli di Brescello. Recensioni e Lettere”

La generazione di Beatrice Giglioli e della cugina Maria Elena Casella è l’ultima che si fa carico della trasmissione di ciò che resta dell’Archivio dopo i diversi lasciti. Maria Elena, rimasta presto orfana di padre, troverà negli zii Italo e Constance e nelle cugine un punto di riferimento. La professione di bibliotecaria, come accennato, la porterà ad acquisire anche una particolare sensibilità archivistica. Lo ricorda sua cugina Lilia scrivendo che la pubblicazione dei Giglioli di Brescello era avvenuta “quando mia madre aveva 79 anni! Le mancarono le forze per raccogliere, per la famiglia, ricordi e corrispondenze dei figli di Giuseppe e Ellen Giglioli. Lo ha fatto ora Maria Casella”.
La Casella, in realtà, non si limita semplicemente a “raccogliere” i materiali appartenuti a genitori e zii, ma li organizza e arricchisce con annotazioni, etichette, inserti fotografici, interventi di rilegatura che rendono anche semplici opuscoli a stampa dei veri e propri “pezzi unici”. Indicizza documenti per temi e per autori, li riporta su rubriche. Crea, in definitiva, mappe di riferimento così da potersi orientare nella molteplicità delle carte. Alla fine di questo immenso lavoro, scrive quelli che intitola i Family Memorials of the Giglioli-Casella. Si tratta di quaderni, poi riprodotti in ciclostilato, che dedica ad ognuno dei figli di Giuseppe Giglioli e alla loro discendenza.

Frontespizio del dattiloscritto “Italo Giglioli. Family Memorials of the Giglioli-Casella. Book IV.1

I Family Memorials si dipanano come un racconto che, tuttavia, a differenza della maggior parte della memorialistica di famiglia, affidata molto spesso ai soli ricordi, si basa anche sulle fonti per certificarne l’attendibilità. In questo, probabilmente, Maria Elena Casella oltre che alla sua formazione di bibliotecaria, deve molto anche all’esempio della zia Constance, non solo scrittrice, ma anche storica attenta, già a partire dalla pubblicazione del volume Naples in 1799, an account of the revolution of 1799 and of the rise and fall of the Parthenopean republic, pubblicato a Londra nel 1903 presso l’editore Murray. L’attenzione sull’uso delle fonti dei Family Memorials si comprende anche dalla loro organizzazione secondo un doppio binario: da un lato i Books, cioè i racconti storicamente documentati dei membri della famiglia, dove le fonti vengono citate in nota o nel testo;
dall’altro le Appendix, appendici di testi e documenti per la maggior parte a stampa quali fonti di contesto e di riferimento alle vicende narrate nei Books.
In un documento del 1962 lasciato alle cugine, la Casella scrive:
La prima copia dei ‘Ricordi’ (scritti in Inglese), con gli Album, le Appendici e gl’Indici resta a me. Alla mia morte, tutto passerà ai Giglioli di Pisa. Se mi sarà possibile, farò una copia dei Libri (senza fotografie) per i varii rami dei Giglioli. I Casella si estinguono con me. Ho scritto i “Ricordi” per la Famiglia, e non ne desidero la pubblicazione, almeno finché sono in vita. Dopo, la Famiglia deciderà. Dovendoli pubblicare, andrebbero però rifusi e completati, giacché restano ancora molte ricerche da fare”.
Mentre i Family Memorials costituiscono una serie archivistica organica, frutto di una rielaborazione di materiali d’archivio, nel lavoro attuale di riordino, il resto dell’Archivio Giglioli è stato descritto in altre 16 serie: una di esse è dedicata ai documenti “comuni” di famiglia (come album fotografici e fotografie, materiali relativi alle donazioni decise collegialmente, ecc.), le altre 15 serie descrivono le carte di singole figure dei diversi rami famigliari.

Le carte dell’Archivio Giglioli presentano quindi almeno tre motivi di interesse: per i loro contenuti; per come sono giunte fino a noi e per come sono state organizzate dalla famiglia; per il modo in cui possono essere utilizzate anche in chiave didattica.
Da ciò che è stato delineato fin qui, c’è una domanda che occorre porsi pensando al ruolo delle generazioni odierne: fra una settantina d’anni, quando agli adolescenti e ai giovani di oggi subentreranno i loro discendenti, nelle case ci saranno ancora scatoloni di fotografie, documenti, lettere? Cosa erediteranno i nipoti della memoria di vite vissute dai propri famigliari?
Non si tratta solo del noto processo in corso che riguarda la dematerializzazione della documentazione in tutti gli ambiti delle attività umane, ma anche del fatto che ricade sulla sensibilità dei singoli la lungimiranza o meno nel conservare racconti, descrizioni, fotografie e video che viaggiano su messaggi in chat tra famigliari e amici, nelle e-mail, negli album condivisi via social, ecc. Se sul fronte pubblico è importante per il singolo potersi appellare al diritto all’oblio, su quello privato tutto è lasciato all’iniziativa individuale: conservare su cloud o sull’hardware di casa i propri ricordi, preoccuparsi che in futuro siano accessibili ai propri congiunti, eventualmente stamparli, ordinarli, ecc., sono operazioni che presuppongono una consapevolezza del futuro che rischia di passare in secondo piano, pressati dalle sollecitazioni esterne del “qui e ora” della società contemporanea.
Il discorso è troppo ampio e da tempo al centro del dibattito su aspetti tecnologici, sociologici, giuridici, ecc. perché se ne possa anche solo minimamente far cenno qui. Per lo stesso motivo, nel porre la domanda sulle generazioni di oggi fra settant’anni, le etichette “generazione Z”, “millennials”, ecc., comunemente utilizzate nella conversazione quotidiana, non hanno valore dal punto di vista degli studi sociali, i quali hanno reso evidente che le persone non si comportano in modo diverso solo perché appartengono a gruppi di età diversa5.
Le domande delle righe precedenti e la riflessione su quello che potranno essere un domani gli archivi di singole persone o di famiglie, si basano su ciò che oggi si intende per archivi, vale a dire raccolte più o meno organizzate di documenti, corrispondenza, fotografie, ecc. Oltre che essere una fonte per gli studi storici, possono avere anche una funzione culturale in senso lato. I giovani che, per il progressivo cambiamento delle pratiche e delle abitudini sociali, potrebbero già percepire un archivio di famiglia come qualcosa di lontano dalla loro esperienza, nell’avvicinarsi ad un archivio come quello della
famiglia Giglioli potrebbero essere indotti a porre maggiore attenzione a ciò che essi stessi producono con altri mezzi e con altre possibilità di trasmissione futura, rispetto a ciò che si faceva nel passato.

NOTE

1 B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1945, a cura di F. Bertolucci, B. Cattaneo e G. Mangini, BFS edizioni, Pisa, 2025. Il diario di Beatrice è scritto in inglese ed è stato tradotto in italiano.

2 C. Giglioli Stocker, Una famiglia di patrioti emiliani. I Giglioli di Brescello, Società anonima editrice Dante Alighieri, Milano-Genova-Roma-Napoli, 1935 (Biblioteca storica del Risorgimento italiano, 3).

3 Cfr. M. G., Perennials, Società e lavoro dopo la fine delle generazioni, Luiss University Press, Roma, 2024.

L’Autrice è libera professionista impegnata nella valorizzazione di archivi iconografici e documentari come fonte e
strumento per la ricerca storica e la didattica collaboratrice della Biblioteca F. Serantini

Tutte le fotografie appartengono all’archivio della famiglia Giglioli (Biblioteca Franco Serantini) e vengono concesse al sito di ToscanaNovecento in relazione all’articolo ma non è concessa l’autorizzazione alla riproduzione.

Articolo pubblicato nel marzo 2026

 




Un laboratorio civile, educativo e identitario di una città nel Novecento: la Casa della Cultura di Livorno

All’indomani della liberazione, Livorno si presentava come una delle città italiane più colpite dai bombardamenti alleati. Il centro storico era ridotto in macerie, gran parte della popolazione era sfollata e le attività produttive stentavano a riprendere. In questo contesto di profonda crisi materiale, il Comitato provinciale di liberazione nazionale, nella seduta del 20 gennaio 1945, riconobbe la necessità di un intervento culturale immediato. La decisione, sorprendente per l’urgenza delle necessità abitative e infrastrutturali, esprimeva tuttavia la convinzione che la cultura fosse parte integrante della rinascita democratica della città, un provvedimento che sottolineava la voglia di rinascita, e l’attesa per il futuro, che contraddistingueva la nuova classe politica. La cultura, dunque, non era considerata un lusso, ma un bisogno vitale al pari delle infrastrutture materiali, un investimento capace di restituire dignità e prospettiva alla cittadinanza.
Negli anni della ricostruzione maturò l’idea di destinare all’uso culturale un edificio storico della città. La scelta di collocare la nuova istituzione nel Cisternino di città, progettato da Pasquale Poccianti tra il 1837 e il 1846 come terminale dell’acquedotto di Colognole, ebbe un valore altamente simbolico. L’edificio, mai entrato in funzione come vera e propria cisterna e sopravvissuto ai bombardamenti, fu individuato dal Comune come sede privilegiata per la realizzazione di diverse attività culturali. L’utilizzo del Cisternino rappresentava una metafora potente, che prevedeva la trasformazione di un serbatoio d’acqua in una cisterna di cultura, destinata a contenere libri, mostre e dibattiti. L’edificio fu restaurato e riaperto al pubblico nel 1951 con il nome di Casa comunale della Cultura, sull’esempio di iniziative prese in altre città italiane. L’inaugurazione fu accompagnata dal convegno La Cultura come vita, titolo che ribadiva la centralità del sapere nella sopravvivenza e nel futuro collettivo di una città e di un territorio in uscita dalle temperie di una guerra mondiale.

La gestione pubblica come tratto distintivo

A differenza delle esperienze di Roma e Milano, dove le Case della Cultura nacquero da associazioni o da iniziative di partito, l’istituzione livornese si caratterizzò per una peculiare gestione direttamente pubblica. Il Comune di Livorno si assunse l’onere di programmare e sostenere economicamente la nuova istituzione, mettendo a disposizione i locali e il denaro per il sostentamento. Ciò rivelava una concezione della cultura come bene pubblico, accessibile a tutti e non riservato a particolari élite. Ciò seguiva l’esperienza, sorta all’inizio del secolo, dell’Università Popolare. Tale impostazione trasformò la Casa della Cultura in un fiore all’occhiello per l’attività amministrativa del sindaco della ricostruzione Furio Diaz e della sua giunta ormai alla fine dell’esperienza di collaborazione tra tutti i partiti antifascisti. La scelta amministrativa aveva un valore politico forte, nella quale la cultura diventava strumento di cittadinanza e di legittimazione democratica, integrata nei piani di ricostruzione della città.
La Casa della Cultura svolse fin da subito un ruolo eminentemente educativo. Nei suoi locali erano disponibili radio, un’emeroteca, una biblioteca circolante di letteratura contemporanea, dotata di circa 1500 volumi, selezionati tra le novità editoriali e, più tardi, televisione e apparecchi per l’ascolto di musica. La differenza rispetto alla Biblioteca comunale “Labronica”, più orientata alla conservazione del patrimonio erudita, era netta, così come la salvaguardia della rivista storico-letteraria comunale «Liburni Civitas». La Casa della Cultura rispondeva al bisogno di accedere a una cultura moderna, legata all’attualità e avulsa dagli schemi classici di stampo fascista.
Non bisogna dimenticare come l’esperimento si collocasse all’interno di un più ampio progetto di educazione popolare, promosso anche dal Partito comunista italiano, che vedeva nella diffusione dei saperi uno strumento di emancipazione sociale. In questo senso, la Casa rappresentò un’inedita forma di scuola civica parallela alle forme tradizionali di istruzione, aperta a giovani e adulti, capace di anticipare i modelli di educazione permanente che sarebbero emersi negli anni Sessanta e Settanta. A tenerla a battesimo fu, non a caso, l’assessore all’Istruzione e futuro sindaco Nicola Badaloni, storico della filosofia di impronta marxista.

Un laboratorio di pluralismo politico e culturale

Pur inserita nel clima della Guerra fredda, la Casa della Cultura riuscì a mantenere una notevole apertura al pluralismo ideologico e partitico. Le cronache di quegli anni ricordano come nello stesso edificio convivessero associazioni di stampo politico differente, mostre di arte d’avanguardia e iniziative di taglio più tradizionale. Erano in grado di confrontarsi non solo modelli e ideologie artistiche diametralmente opposte, ma anche partiti politici e associazioni di orientamento diverso. Ciò era reso possibile dalla struttura organizzativa del Circolo livornese della Casa della Cultura, animato da figure come Vittorio Marchi, pedagogista socialista, e Luca Badaloni, segretario instancabile, capace di coinvolgere amministratori di maggioranza e opposizione. La Casa divenne così uno spazio di confronto, un laboratorio di convivenza civile e politica che rispecchiava le contraddizioni e le ricchezze della società livornese nel dopoguerra.
Il culmine dell’attività culturale si ebbe tra il 1955 e il 1967 con l’istituzione del Premio “Modigliani”, che proiettò Livorno su un piano nazionale e internazionale. Nelle sale del Cisternino passarono artisti e critici di fama, tra cui Renato Guttuso, Giuseppe Sassu, Giulio Carlo Argan, Carlo Ludovico Ragghianti, Emilio Vedova, Enrico Baj, Giò e Arnaldo Pomodoro. Negli stessi anni, la Casa della Cultura ospitò mostre e importanti dibattiti sull’arte contemporanea, rendendo la città un punto di riferimento per le avanguardie artistiche italiane. Come sottolineano gli studiosi di storia dell’arte contemporanea, fu proprio in questo periodo che Livorno riuscì a sottrarsi al rischio di provincialismo insito nella pittura post-macchiaiola e a inserirsi nei circuiti più avanzati della cultura nazionale.

Crisi, continuità e metamorfosi

Dalla fine degli anni Cinquanta si manifestarono i primi segni di difficoltà, dovuti sia alla crescente “lottizzazione” partitica degli spazi pubblici, sia al mutamento dei modelli culturali nel quadro del boom economico. Negli anni Settanta la Casa della Cultura perse progressivamente centralità a favore di nuove istituzioni, come il Museo Progressivo d’Arte Contemporanea inaugurato nel 1974. Tuttavia, essa continuò a ospitare mostre, assemblee studentesche e attività associative, rimanendo un punto di riferimento per la cittadinanza, in particolare negli anni della contestazione studentesca.
La peculiarità della Casa della Cultura di Livorno stava nella sua duplice natura: istituzione culturale da un lato, e luogo identitario dall’altro. Essa fu non solo contenitore di iniziative artistiche ed educative, ma anche una sorta di genius loci della città, spazio simbolico in cui si condensavano i desideri di rinascita, i conflitti politici, le passioni artistiche e le memorie condivise. Non rinnegando le sue origini di “serbatoio” per la città, il Cisternino ha incarnato l’idea che la cultura fosse linfa vitale, necessità primaria della comunità, strumento di emancipazione e, insieme, custode di memorie vive. Non sorprende che ogni progetto di recupero – ad oggi parzialmente risolto con la destinazione a quei locali della Fondazione Livorno Euro Mediterranea (LEM) e dell’Informagiovani – richiami ancora la storia nella seconda metà del Novecento di quel bene.

Nota bene: le foto sono della Biblioteca Labronica F. D. Guerrazzi.

Articolo pubblicato nel febbraio 2026.




La vita di Idalberto Targioni: una ricostruzione attraverso le carte d’archivio

Il fondo Idalberto Targioni viene depositato nel 2019 presso l’archivio dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea da Simonetta Chiappini, erede delle carte familiari. Si tratta di un archivio di persona composto da materiali prodotti dal soggetto e da documentazione raccolta e conservata postuma dagli eredi.

Il fondo Targioni consente di ricostruire la vicenda di una figura insieme affascinante e contraddittoria. Nato trovatello, Targioni porta con sé per tutta la vita lo stigma delle origini, sintetizzato nell’epiteto con cui veniva appellato da ragazzino, “il Bastardo”. Contadino autodidatta, si costruisce uno spazio di riconoscimento pubblico grazie alla parola: diventa un abile poeta estemporaneo, capace di imporsi nelle gare di improvvisazione e di conquistare il soprannome di “Usignolo”.

Militante socialista e acceso anticlericale, diventa protagonista della vita politica locale, ottenendo il soprannome di “Diavolo Rosso” e arrivando a ricoprire la carica di sindaco di Lamporecchio. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, inizialmente schierato su posizioni neutraliste, si converte all’interventismo e successivamente al fascismo, fino a diventarne uno dei principali esponenti nel territorio pistoiese. Questo passaggio segna una frattura profonda nella sua vita, nonché nella memoria pubblica del personaggio: Targioni diventa “il Convertito”, e la sua parabola politica e personale conosce una progressiva marginalizzazione, fino a cadere nell’oblio.

Una prima restituzione complessiva della figura di Targioni è offerta dal lavoro del Prof. Roberto Bianchi, che nel 2018 pubblica Una storia, un archivio. Idalberto Targioni nell’Italia tra Ottocento e Novecento[1], volume che rappresenta un primo punto di riferimento per la ricostruzione biografica del personaggio. Nell’appendice del libro trovano spazio l’elenco di consistenza dell’archivio, curato da Daniele Lovito, e una significativa testimonianza dell’erede Simonetta Chiappini.

La vicenda di Idalberto Targioni permette di interrogare, attraverso una prospettiva microstorica, alcuni nodi centrali della storia italiana tra Ottocento e Novecento: la formazione politica dei ceti popolari, il rapporto tra autodidattismo e militanza, le fratture prodotte dalla guerra e il passaggio di una parte del socialismo al fascismo. In questo senso, lo studio del fondo Targioni offre un osservatorio privilegiato sugli intrecci tra esperienza individuale e processi storici più ampi.

Idalberto Targioni nasce a Firenze il 19 ottobre del 1868, quando la città era capitale del Regno d’Italia. A poche ore dalla nascita viene portato dalla levatrice Irene Gragnani allo Spedale degli Innocenti insieme al segno di riconoscimento (un pezzo di tela verde ricamata) destinato a consentire un eventuale riscatto del bambino, ancora oggi conservato presso l’archivio dell’istituzione.

Battezzato col nome di Edelberto, inizia subito l’iter riservato agli esposti. I tenutari cui viene affidato sono contadini, in linea con le politiche dello Spedale degli Innocenti che, in accordo con l’Accademia dei Georgofili, individuano nel mondo mezzadrile l’unico sbocco lavorativo, sociale ed economico per i trovatelli. Questo sistema orienta da subito il destino sociale dei gettatelli toscani, inscrivendoli in un orizzonte di lavoro agricolo e di subalternità che Targioni cercherà sempre di oltrepassare.

Nella sua autobiografia inedita e dattiloscritta – Cinquant’anni della mia vita – Targioni racconta della sua infanzia e adolescenza, di come siano state segnate dalla costrizione del mondo rurale e da episodi di sfruttamento, dalla volontà di emanciparsi, dalle punizioni, nonché da un costante senso di impotenza che traduce in una aggressività difficile da contenere[2].

Dopo vari passaggi presso famiglie affidatarie, i tenutari dai quali si stabilizza sono Domenico e Giuditta Capecchi, del Popolo di San Baronto, nel comune di Lamporecchio a Pistoia. Pur impiegato come forza lavoro, impara a leggere e scrivere da autodidatta. Insofferente alla disciplina e profondamente ostile al lavoro dei campi, Targioni non sopporta di ubbidire ai comandi del padre. In più occasioni si allontana da San Baronto; una delle sue fughe più significative riguarda il periodo, tra il 1885 e il 1887, quando lavora alle Caldine, nel comune di Fiesole, alla costruzione della linea ferroviaria Firenze–Cecina. Qui si rende conto che le ingiustizie non dominano solo nelle campagne, ma anche tra gli operai nelle città. Il contatto col mondo del lavoro operaio favorisce l’incontro con la politica e col socialismo: sono gli anni della Seconda Internazionale e per Targioni la moderna tendenza del socialismo si innesta sul suo persistente desidero di riscatto, dando avvio a un impegno politico che nasce dal basso e si fa progressivamente più ambizioso.

Parallelamente, Targioni non smette mai di lavorare alla sua formazione. Racimola libri come può, impara molti classici a memoria e costruisce un patrimonio di letture che eccede di molto rispetto a quello tipico del mondo contadino. In linea con la tradizione della poesia estemporanea, diventa un eccezionale esempio di prontezza nell’improvvisare ottave cantando. Partecipa a molte gare di poesia – contrasti o contraddittori – alcune delle quali sono state da lui riscritte a mano o a macchina e sono oggi conservate nel fondo Targioni. I temi spaziano dalle donne, alla natura, alla politica. Alcuni dei suoi canti conobbero una notevole fortuna, diffondendosi oralmente tra Pistoia e Firenze e mantenendosi vivi nella memoria locale.[3]

Accanto all’attività estemporanea, Targioni pubblica diversi componimenti. Tra questi, il Canzoniere di poesie popolari (1895) e il Canzoniere di poesie sociali (1912). Il primo, tratta prevalentemente di temi bucolici e idilliaci, sebbene nelle poesie coeve rimaste manoscritte emerga già un deciso interesse per la cosa pubblica e la giustizia sociale. Il secondo, è invece dedicato interamente a temi socialisti. Un socialismo che risulta di stampo umanitario e risorgimentale, povero di basi teoriche marxiste che dimostra di conoscere solo in modo superficiale.

Stabilizzatosi di nuovo a Lamporecchio nel 1891, Targioni si sposa e diventa padre della sua prima figlia, Velia. Tuttavia, la vita matrimoniale entra in crisi: Idalberto intrattiene diverse relazioni extraconiugali, la più rilevante con Sofia Bacarelli, dalla quale ha una figlia, Idalberta.; la convivenza con Sofia dura fino alla morte di lui, come attestano le lettere tra Sofia e Velia.

Nel 1895 si iscrive al Partito Socialista Italiano e inizia una costante e impegnata militanza politica. È affascinato dalla prospettiva offerta dall’ideologia socialista da lui descritta come «la migliore, la più giusta, l’unicamente vera, […], fulgidamente bella»[4].

Nel 1901, in un contesto locale privo di organizzazioni socialiste strutturate, Targioni contribuisce alla fondazione di un circolo di Studi Sociali a Lamporecchio. Nel 1898 affida il manifesto del proprio credo politico al componimento Un colloquio con la mia musa, scritto durante la detenzione nel carcere delle Stinche di Pistoia in occasione dei moti del maggio ‘98. Attraverso la personificazione della musa-socialismo, il testo restituisce l’adesione ideale e militante a una causa percepita come strumento di emancipazione degli “infelici” [5].

L’impegno per la propaganda socialista continua assiduamente in giro per la Toscana e anche all’estero. Il primo riconoscimento che Targioni ottiene arriva nel 1901, quando viene eletto consigliere comunale a Lamporecchio. Insieme a lui, venne scelto anche l’amico Domizio Torrigiani[6], un avvocato che avrebbe fatto carriera nel Grande Oriente, una delle più strutturate logge massoniche d’Italia. Targioni in questo periodo scrisse su vari periodici, quali: «La Martinella» di Colle Val d’Elsa dal 1899 al 1901, «l’Avvenire» di Pistoia dal 1901 al 1915 – ne fu direttore dal 1908 al 1913 –, «Vita nuova di Empoli» dal 1901 al 1915.

Nel biennio 1911-1912, Targioni si distingue come protagonista della campagna socialista contraria alla guerra in Libia: le sue conferenze in versi e i suoi articoli su «l’Avvenire» gli valgono un elogiativo articolo in prima pagina sull’ «Avanti!», dove viene definito «uno dei nostri più ferventi e modesti propagandisti del socialismo»[7].

Tra il 1913 e il 1914 inizia per Targioni una fitta campagna elettorale: si candida per il PSI alle elezioni politiche del 1913 per il Collegio di Pistoia I. Anche se non viene eletto, per Targioni si sta avvicinando l’opportunità più importante della sua carriera politica da socialista. Il momento che segna l’apogeo del suo percorso politico, è l’elezione a sindaco di Lamporecchio nel 1914, unitamente alla nomina di consigliere comunale a Cerreto Guidi (FI). L’amministrazione Targioni è la prima socialista del circondario di Pistoia.

Tuttavia, la sua posizione di sindaco si incrina ben presto: la riforma tributaria varata da Targioni per finanziare un ambizioso programma riformatore incontra l’ostilità di una ristretta cerchia di notabili locali, verosimilmente timorosi che il nuovo sistema fiscale possa intaccare le loro ricchezze; questi trovano un alleato nel segretario comunale, entrato in contrasto con il sindaco per motivi apparentemente marginali. A ciò si aggiunge l’attenzione delle autorità prefettizie, che sottopongono l’operato dell’amministrazione a continui controlli, ufficialmente motivati da presunti favoritismi in materia fiscale ma sostanzialmente volti a colpire uno dei principali esponenti del neutralismo pistoiese.

Con l’approssimarsi dell’entrata in guerra dell’Italia, Targioni viene arrestato con l’accusa di aver fomentato manifestazioni antibelliciste a Empoli. L’episodio segna un punto di svolta decisivo: sentendosi abbandonato dai compagni di partito e percependo l’inevitabilità del conflitto, si sposta su posizioni interventiste e decide di uscire dal Partito Socialista Italiano; per coerenza rassegna le dimissioni da consigliere comunale a Cerreto Guidi e da sindaco di Lamporecchio, ma queste ultime non vengono accettate e Targioni continua a guidare il Comune nel pieno del conflitto.

Nel primo dopoguerra, ormai orientato verso posizioni sempre più nazionalistiche e bollato dai suoi ex compagni come traditore, viene duramente contestato dai socialisti durante un comizio al teatro Berni di Lamporecchio in occasione delle festività pasquali; il 14 giugno viene infine costretto a lasciare la carica di primo cittadino[8]. Si avvicina progressivamente al fascismo, diventando uno dei principali animatori nel Montalbano e nei territori limitrofi. Nel 1921 fonda il Fascio di combattimento di Lamporecchio e si afferma come attivo propagandista nelle provincia fiorentina, affiancando all’azione politica un’intensa attività giornalistica: collabora con periodici fascisti — tra cui «Giovinezza» (1921-1923), «La Riscossa» (1921-1922), «L’Azione fascista» (1922-1923) e «Battaglia fascista» (1924-1926) — e fonda due testate proprie, «L’Alleanza» (1921) e «L’Ordine» (1922).

Nel 1923 viene nominato segretario dei sindacati fascisti per l’agricoltura della provincia di Firenze e nel 1924 è eletto consigliere provinciale. Nonostante questi incarichi, i suoi rapporti con gli apparati del Partito nazionale fascista si deteriorano progressivamente: deluso dallo scarso riconoscimento ottenuto per il lavoro svolto, Targioni si ritira gradualmente dalla vita pubblica. Minato da cattive condizioni di salute e da ristrettezze economiche, muore a Lamporecchio il 25 maggio 1930.

Il fondo Idalberto Targioni consta di quattordici buste archivistiche e di circa duecento volumi a stampa; al termine del lavoro di inventariazione, curato da Marta Bonsanti, la documentazione viene organizzata in sette serie, restituendo una struttura coerente a un corpus documentario ampio e articolato. La prima serie raccoglie la corrispondenza di Targioni, familiare e non; la seconda e la terza comprendono la produzione edita e inedita di carattere letterario e politico; la quarta è dedicata alla documentazione relativa al fascio di Lamporecchio e alle organizzazioni sindacali fasciste; la quinta conserva i documenti personali, tra cui atti giuridici e materiali fotografici; la sesta riunisce materiali a stampa, in parte riconducibili alla biblioteca privata del soggetto produttore; l’ultima serie è composta da documentazione prodotta o raccolta dai familiari, in larga misura postuma.

Per ricostruire la sua vita sono stati altresì consultati: l’Archivio dell’Ospedale degli Innocenti di Firenze, il Casellario Politico Centrale, l’Archivio del Comune di Lamporecchio, l’ Archivio di Gabinetto della Sottoprefettura di Pistoia e l’Archivio della Questura di Firenze.

Il fondo Targioni non è solo un insieme di documenti ma una finestra aperta su una vita immersa nelle grandi trasformazioni politiche e sociali a cavallo tra Ottocento e Novecento. È una memoria viva, che continua a parlare a chi la interroga, offrendoci la possibilità di ripensare il passato e di scoprire nuove sfumature di una figura complessa come quella di Idalberto Targioni.

Nel solco del lavoro del Prof. Roberto Bianchi, la figura di Targioni è stata indagata e approfondita dalle ricerche di Giulia Bruni – confluite nella sua tesi magistrale Idalberto Targioni. L’uomo, il poeta e il politico. Una biografia dalla nascita alla Grande Guerra, Università di Firenze, 2024 – e di Andrea Cerofolini che, nella sua tesi magistrale attualmente in fase di stesura, ha proseguito l’indagine concentrandosi sulla seconda parte della vita di Targioni, segnata dall’adesione al fascismo.

[1] Roberto Bianchi, Una storia, un archivio. Idalberto Targioni nell’Italia tra Ottocento e Novecento, Firenze, Firenze University Press, 2018

[2] Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea (ISRT), fondo Idalberto Targioni, S.II Manoscritti di Targioni, B.6, Segnatura II.5.1, Cinquant’anni della mia vita (ricordi e memorie), 1920, pagine non numerate.

[3] Su questo si può consultare l’intervista a Florio Londi, Carmignano (PO) del 14/02/1993. Testimonianza orale rilasciata a Giovanni Contini e Doriano Cirri, conservata presso Archivio della cultura contadina, Comune di Carmignano. L’intervista completa si trova alla pagina web: https://www.comune.carmignano.po.it/output_allegato.php?id=409448 consultata il 16/05/2024.

[4] Cinquant’anni, cit., pp. nn.

[5] «La Martinella», I.Targioni, Un colloquio con la mia musa, 1° maggio 1899.

[6] Il fondo Domizio Torrigiani è stato donato dagli eredi all’Isrt nel 2010.

[7] «Avanti!», T.Tosi, Un poeta socialista improvvisatore, 26 settembre 1911.

[8] L’intera vicenda è ricostruita dal punto di vista del protagonista in I.Targioni, Vent’anni di propaganda e cinque anni d’Amministrazione Socialista nel Comune di Lamporecchio, Tipografia Grazzini, Pistoia, 1920.




Note su le “Resistenze al femminile”, per rileggere la Resistenza come tappa verso l’emancipazione

L’80esimo della Liberazione dal nazifascismo è stato costellato di iniziative, pubblicazioni, convegni caratterizzati sul tema delle Resistenze al femminile. Anche la Rete Toscana degli istituti storici della Resistenza si è inserito in questo filone con una prima sperimentazione di campagna social condivisa e una pubblicazione Resistenza, femminile plurale. Storie di donne in Toscana curata da Francesca Cavarocchi, che ha visto la partecipazione in sinergia di molte volontarie e molti volontari degli istituti locali. Il progetto, sviluppato sulla base della documentazione conservata e raccolta negli archivi della Rete, ha dato vita alla ricostruzione e all’analisi di cinquanta biografie di donne che hanno partecipato al processo resistenziale in Toscana; permettendo, inoltre, di riflettere anche sullo stato dell’arte delle conoscenze e degli studi relativi al tema.

Si è trattato di un primo passo nel nostro approccio collettivo al tema, a cui abbiamo affiancato l’organizzazione di una tavola rotonda promossa dalla Biblioteca Franco Serantini, dedicata alla presentazione e alla discussione critica dei risultati, in previsione della continuazione di un lavoro di rete, insieme a Matteo Mazzoni, Ilaria Cansella e Francesca Cavarocchi. Nell’analisi delle Resistenze al femminile come un processo storico di lungo periodo dell’emancipazione femminile, riteniamo fondamentali come metodo interpretativo i seguenti quattro assi:

– la Resistenza come un tassello nel percorso lungo di agency femminile nello spazio pubblico e di incontro/scontro dei rapporti di genere;

– le pratiche all’interno di un gioco di tradizioni e di cesure;

– il metodo, il linguaggio, le narrazioni delle biografie tra fonti e letteratura secondaria;

– il nostro sguardo critico filtrato dal presente sulla Resistenza come momento del passato in cui la concretizzazione di una parità fra i sessi sembrava possibile.

Leggere la Resistenza in una prospettiva di genere significa collocarla all’interno di un processo storico di lunga durata, che affonda le proprie radici nell’Italia postunitaria e nel primo femminismo, con le sue rivendicazioni emancipazioniste e suffragiste. Un movimento composito, attraversato da culture politiche e traiettorie diverse, che ha legato strettamente l’emancipazione femminile alla trasformazione dei rapporti di genere. Un nodo centrale di questo percorso è rappresentato di fatto dalla Prima guerra mondiale: la mobilitazione bellica e la conseguente diversificazione economica produssero un ampliamento dell’accesso femminile al lavoro extradomestico, soprattutto nelle fabbriche e nelle industrie belliche, generando una visibilità pubblica inedita per molte donne. La partecipazione al sacrificio della guerra sul fronte interno – inteso come spazio di organizzazione della produzione e della vita quotidiana – contribuì così a ridefinire le forme di agency femminile e a legittimare istanze di cittadinanza politica, come il suffragio.

Quell’esperienza, ambivalente e contraddittoria, costituì tuttavia un precedente storico significativo per comprendere le forme di partecipazione femminile nel Secondo conflitto mondiale e nella Resistenza. In un contesto bellico divenuto “totale” e civile, le donne attraversarono nuovamente lo spazio della guerra, condividendolo in promiscuità – anche in maniera conflittuale – con gli uomini. Non si trattò solo di una presenza nella lotta armata partigiana, ma anche di una partecipazione attiva all’interno di luoghi da sempre connotati in termini di genere: non solo la casa, ma anche spazi collettivi come i mercati, le piazze, le vie dei rifornimenti. Questo sconfinamento tra pubblico e privato aprì nuovi margini di azione politica e simbolica, mettendo radicalmente in discussione i ruoli di genere consolidati, come dimostra l’esempio di Francesca Rolla e delle donne della rivolta di piazza delle Erbe del luglio 1944.

Ragionare dunque sulle pratiche di Resistenza in una prospettiva di genere significa compiere un passo ulteriore nell’interpretazione storica, sottraendosi a ogni lettura che isoli l’esperienza femminile come eccezionale o straordinaria. Al contrario, molte delle forme di agencysviluppate dalle donne durante la Resistenza, come le cosiddette pratiche di cura, affondano le loro radici in una cultura materiale e simbolica sedimentata nel tempo, lungo percorsi di genere storicamente strutturati.

Fin dal XIX secolo, nell’ambito dei processi di nation building, alle donne furono assegnati infatti ruoli centrali nell’educazione, nell’assistenza e nel mutualismo, spesso in ambiti promossi da movimenti cattolici e socialisti e, in assenza di diritti politici, fu proprio in questi spazi che molte donne poterono esercitare una forma di azione politica concreta. È qui che il primo femminismo, nella sua varietà, sviluppò una pratica politica quotidiana, fondata su attività filantropiche e associative. Il femminismo “maternalista” si basava pertanto sulla valorizzazione della differenza tra i sessi: le virtù tradizionalmente attribuite al femminile – cura, responsabilità morale, relazionalità – venivano rivendicate come risorse civili e politiche. Una cultura del materno che riconosceva il valore sociale della maternità, ma che contribuiva anche a rafforzare la divisione di genere nei compiti e nei ruoli.

Questo modello fu interiorizzato e strumentalizzato dal ventennio fascista, in un contesto educativo e culturale che insisteva sul duplice ruolo produttivo e riproduttivo delle donne, mantenendole però invisibili all’interno dello spazio domestico. È proprio tale interiorizzazione – paternalistica e patriarcale – che, in epoca resistenziale, venne in parte risignificata e messa a frutto in contesti nuovi: le competenze legate alla cura, alla protezione e all’assistenza, apprese nel quotidiano, furono rielaborate e trasferite nei luoghi della lotta.

La scelta della resistenza in armi per le donne, ad esempio, è stata spesso interpretata come un sovvertimento radicale dei ruoli di genere, in quanto infrangeva un modello educativo fondato su un rigido binarismo sessuale. Tuttavia, occorre interrogare anche la categoria stessa di “straordinarietà” con cui tale gesto viene frequentemente descritto. Imbracciare le armi rappresenta un atto straordinario non solo per le donne, ma anche per molti uomini. In questo senso, la scelta resistenziale e l’assunzione del gesto bellico costituisce una rottura per entrambi i generi, e non può essere letta esclusivamente come sovversione femminile, ma come una più ampia frattura nei modelli educativi e nei codici culturali dell’epoca.

All’interno delle riflessioni sul “fare storia” delle Resistenze al femminile è utile fare ricorso alla costruzione di narrazioni biografiche, poiché si tratta di una forma di restituzione duplice delle traiettorie individuali e delle pratiche di resistenza, a cui possiamo così (ri)dare luce e dignità, e al tempo stesso perché ci consente di socializzare gli avvenimenti storici attraverso la concretezza delle condizioni esistenziali reali delle attrici attive e trarre interpretazioni sul fenomeno generale. La storiografia femminista dagli anni Settanta ha permesso un allargamento del concetto stesso di resistenz(e), con la messa al centro del racconto storico delle soggettività, delle voci delle donne che hanno vissuto in prima persona e poi rielaborato nel corso degli anni della prima Repubblica la propria esperienza durante il biennio 1943-1945. Assunti tali dibattiti storiografici, dopo la stagione degli anni Novanta non abbiamo avuto nuovi impulsi metodologici né si è verificata un’ampia raccolta di nuove fonti e biografie, anche a causa della progressiva scomparsa delle protagoniste. Facciamo perciò ricorso alla storiografica, alla memorialistica, alla diaristica, a carte e ricerche di seconda mano che sappiamo restituirci dei frammenti, delle pratiche, dei nomi e delle biografie (quando siamo fortunate e forse soprattutto per i casi più noti). Un rigoroso approccio di metodo oggi ci interroga, quindi, sull’uso delle fonti primarie e secondarie con uno sguardo critico, capace di cogliere le distorsioni dei giudizi emessi nel corso di questi ottant’anni, comprese le categorie “stereotipate” e la rigida divisione delle pratiche armate e “disarmate”. Di fronte al reiterare dell’utilizzo di termini quali eroine, martiri, “poche feroci” in armi, “staffette”, abbiamo l’obbligo di procedere secondo una riflessione e una scrittura del racconto storico che non le riproponga assorbendone la forma acriticamente.

Per andare “oltre” i percorsi biografici più noti, abbiamo la necessità di riguardare la documentazione “classica” disponibile come le relazioni partigiane, il fondo sui riconoscimenti partigiani (Ricompart) e la storiografia con occhi nuovi, con la consapevolezza che spesso ne emergono frammenti di storie. Il taglio di genere deve spingerci a guardare in controluce le fonti, a osservare i vuoti non come assenze ma anzi come presenze non ancora scoperte e raccontate, alla ricerca di documentazioni inedite, ad esempio, provenienti da archivi privati.

Nella recente riedizione di Compagne di Bianca Guidetti Serra, Benedetta Tobagi firma l’introduzione e scrive riguardo le biografie politiche contenute nel volume:

Rappresentano, ieri come oggi, un modello di impegno generoso, coraggioso, disinteressato. E non solo per affrontare le tante questioni di genere ancora dolorosamente aperte, dalle perduranti disparità salariali alle molestie, dalla violenza vera e propria all’iniqua ripartizione del carico domestico e del lavoro di cura, al fatto che – la stagione del Covid insegna – le prime a essere lasciate a casa dal lavoro nelle stagioni difficili restano sempre le donne[1].

Crediamo che sia questo lo sguardo con cui noi oggi guardiamo a quel frangente storico: alle biografie, alle pratiche e alle scelte delle donne, per rileggere la Resistenza come tappa verso l’emancipazione, come quel momento del passato in cui i sessi si sono incontrati nella lotta comune fondante per la parità che ancora non sembra pienamente giunta a compimento.

Pertanto siamo convinte che il terreno sia fertile per studiare la Resistenza con un approccio di genere che superi una visione ghettizzante delle “donne nella resistenza” e avvii una nuova fase di ricerche che sappiano introdurre lenti di analisi che valorizzino le specificità di un’esperienza che è però collettiva.

 

[1]     B. Guidetti Serra [a cura di], Compagne: testimonianze di partecipazione politica femminile, introduzione di B.Tobagi, postfazione di S. Mobiglia, Torino, Einaudi, 2025.

 

Articolo pubblicato nel dicembre del 2025.




«Ecco ancora una volta la voce solenne dell’Etruria antica nella Maremma». Note sull’uso politico della storia antica nella Grosseto fascista [1]

«I nostri localisti sparirebbero, come gruppo organico,

se fosse possibile dimostrare, ciò che è augurabile,

che gli Etruschi non sono mai esistiti»[2]

 

La colonna romana collocata nel 1938 sul Bastione Mulino a vento,, oggi collocata nel Giardino dell’Archeologia

Il 24 maggio 1938 il prefetto di Grosseto, Enrico Trotta, su sollecitazione del R. Provveditore agli studi Niccolò Piccinni, inviò una lettera alla Presidenza del Consiglio dei ministri per invitare ufficialmente il ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai a presenziare ad alcune cerimonie organizzate in diversi centri della provincia. Con ogni probabilità, l’invito mirava a richiamare l’attenzione del ministro su una grave anomalia: a Grosseto mancava una sede autorizzata a svolgere gli esami di abilitazione magistrale e di maturità classica, circostanza che la rendeva l’unico capoluogo di provincia in Italia in tale condizione. Si trattava, come si sottolineava, di una «questione di prestigio» per una città in rapida crescita demografica, ormai avviata verso la trasformazione da borgo rurale a moderno centro di servizi, nonché di un «riconoscimento di una legittima aspettativa dei cittadini, delle autorità e delle gerarchie fasciste»[3].

Il viaggio, previsto «possibilmente verso la metà del prossimo giugno», avrebbe visto la partecipazione del ministro all’«inaugurazione di oltre duecento gagliardetti delle scuole elementari» e alla «posa della prima pietra dell’Istituto tecnico minerario di Massa Marittima» che coronava «un’annosa aspirazione di quella città» a dotarsi di un istituto che formasse i quadri della maggiore industria del territorio. Tra le due iniziative, era poi stata programmata una cerimonia dall’alto valore simbolico: «l’inaugurazione di una colonna romana sulle mura medicee del capoluogo, in ricordo della celebrazione del bimillenario di Augusto»[4].

La mancata partecipazione del Ministro – impossibilitato a raggiungere la provincia per i «troppi impegni per l’anno in corso»[5] – non impedì tuttavia il regolare svolgimento della celebrazione augustea, il 17 di giugno, che si aprì con un’orazione pubblica del prof. Francesco Moggio del R. Liceo ginnasio “Carducci-Ricasoli” e vide la consegna «da parte delle scuole di una colonna romana, tratta dagli scavi dell’antica Roselle ed eretta sui bastioni della città, per significare la continuità dell’idea di Roma da Augusto a Mussolini», accompagnata dall’esecuzione, da parte del coro dell’Istituto magistrale, «dell’inno a Roma e degli altri della Patria fascista»[6].

Espressione di quella tendenza all’occupazione del tempo sociale, all’imposizione di un nuovo senso della Storia e alla riorganizzazione del calendario civile precocemente espressa dal regime[7], la celebrazione del bimillenario della nascita di Augusto costituì «l’apice dell’identificazione del fascismo con la romanità»[8]. A seguito della conquista dell’Etiopia, il regime aveva infatti accentuato la propria identificazione con un immaginario di tipo imperiale, elaborato e diffuso anche grazie all’opera di storici e intellettuali militanti, che contribuirono a trasformare Mussolini in «un vero e proprio alter ego di Augusto»[9].

Diversamente da altri anniversari legati a personaggi della res publica, come quelli dedicati alla nascita di Orazio (1930) e di Virgilio (1935), il bimillenario augusteo fu accompagnato da un articolato programma di celebrazioni. Sul piano nazionale esso trovò la sua espressione più evidente nell’inaugurazione della Mostra Augustea della Romanità, aperta a Roma il 23 settembre 1937 in concomitanza con la riapertura della Mostra della Rivoluzione fascista[10]. Parallelamente, a livello locale furono promosse iniziative di varia natura, nelle quali si realizzarono le più disparate pratiche di «appropriazione/reinvenzione della storia di Roma» in funzione propagandistica[11].

Area degli scavi archeologici di Roselle (Credits: https://museitoscana.cultura.gov.it)

A Grosseto, come si è visto, le celebrazioni assunsero la forma di una vera e propria riconsacrazione di un reperto archeologico elevato a simbolo della romanità. Ciò serviva a richiamare la filiazione diretta del capoluogo della Maremma dall’antica Roselle, oggetto di scavi nella seconda metà degli anni Venti sull’onda di un crescente interesse storico e identitario. Importante centro della dodecapoli etrusca, poi conquistata dai Romani e ulteriormente sviluppatasi a cavallo tra il III e il II secolo a.C. – quando fornì grano e legname per la flotta di Publio Cornelio Scipione diretta sulle coste cartaginesi – Roselle era divenuta sede vescovile tra il IV e il V secolo d.C. Fu progressivamente abbandonata dai suoi abitanti nei secoli successivi, e nel 1138 la cattedra vescovile venne trasferita nel borgo di Grosseto, sorto lungo la via Aurelia in una posizione più facilmente difendibile dagli attacchi provenienti dal mare[12].

Tra il 1937 e il 1938, parallelamente alle iniziative promosse in occasione del bimillenario augusteo, videro la luce alcuni contributi storico-archeologici dedicati al capoluogo e a diversi centri della provincia di Grosseto. Si trattava di lavori generalmente di modesto valore scientifico e poco inclini a confrontarsi con la ricerca accademica, ma che ben si prestavano a essere utilizzati come strumenti di celebrazione della romanità fascista[13]. Gli autori appartenevano ai diversi filoni della cultura erudita locale e avevano aderito con anticipo e convinzione alle politiche culturali del regime; la loro attenzione era orientata – per usare un’espressione di Luciano Bianciardi – verso il «problema delle origini»[14], in contrasto con l’approccio degli intellettuali più giovani, impegnati invece a costruire, attraverso la letteratura e le arti figurative, l’immagine di una provincia “redenta” dalla bonifica integrale e destinata ad assumere un ruolo di rilievo nella cultura nazionale[15].

A. Salvetti, 1929, Ritratto di Monsignor Antonio Cappelli, olio su tela, conservato nel Museo di arte sacra della Diocesi di Grosseto

Tra le figure più rilevanti di questo gruppo spiccava Antonio Cappelli – il «canonico dottissimo e sordo» ricordato da Geno Pampaloni[16] – punto di riferimento della cultura grossetana. Cappelli dirigeva il Museo civico, il Museo diocesano e la Biblioteca Chelliana, oltre al “Bollettino della Società storica maremmana”, rivista che nei primi anni aveva ospitato contributi di Gioacchino Volpe e del giovane Ranuccio Bianchi Bandinelli, prima di trasformarsi, nel 1931, nell’organo del locale Istituto fascista di cultura[17]. Fu proprio Cappelli a impegnarsi con particolare costanza nella costruzione di una mitologia storica fondativa del capoluogo, incentrata soprattutto sul periodo medievale[18].

Assai più attento agli studi e alla divulgazione delle più recenti scoperte archeologiche era il pubblicista Pietro Raveggi, fondatore del Civicum antiquarium annesso alla biblioteca di Orbetello e, dal 1936, membro della locale Commissione propaganda. A lui si devono ricerche sulla città lagunare, su Ansedonia-Cosa, Talamone e sull’area meridionale della provincia, caratterizzate da un livello scientifico più rigoroso rispetto alla produzione coeva[19]. Come Cappelli, Raveggi ricopriva da molti anni l’incarico di Regio ispettore onorario per le antichità e l’arte nella provincia, funzione che gli fu confermata proprio nell’anno del bimillenario augusteo[20].

Lo studioso che nel biennio 1937-1938 si impegnò più sistematicamente nella valorizzazione della romanità in chiave fascista – espressione di quel «filone erudito più attento alla retorica di campanile che al rigore della ricerca»[21] – fu tuttavia Adone Innocenti, autore di due contributi dedicati a Roselle. In un breve articolo, L’antica via Aurelia attraverso il territorio rosellano, egli ripercorreva la genesi di «una delle più famose e magnifiche strade romane», insistendo sulla sovrapposizione di parte del suo tracciato con un’arteria più antica che collegava Roselle e Vetulonia: «Ecco ancora una volta la voce solenne dell’Etruria antica nella Maremma, che vide le legioni romane marciare sulle strade consolari al cospetto del “Mare nostrum” solcato dalla potenza marinara di Roma»[22].

Come si evince da questo testo, anche per gli intellettuali locali più allineati all’ideologia fascista appariva molto complesso celebrare la presunta romanità di Grosseto senza far riferimento alla persistenza di un radicato “sostrato etrusco” che, fin dalla metà dell’Ottocento, era divenuto un elemento costitutivo dell’identità maremmana[23] inizialmente condivisa dalle élites cittadine e, in seguito, grazie al crescente numero di scoperte archeologiche, divenuto patrimonio della cittadinanza intera[24].

Il canonico Giovanni Chelli

A conferma di ciò – e riproponendo una polemica, di ascendenza sette-ottocentesca, nei confronti di Roma e della sua eredità storica – alcuni intellettuali cittadini, ancora alla fine degli anni Venti, continuavano a contrapporre etruschi e romani, richiamandosi alla narrazione codificata dal canonico Giovanni Chelli nel 1849, fondatore del museo e della biblioteca cittadini, il quale accusava i Romani di aver sfruttato in modo irrazionale le risorse naturali e di aver compromesso l’equilibrio ambientale della regione[25].

Un esempio significativo di tali frizioni, che ostacolarono sul piano locale la completa assimilazione degli Etruschi all’interno del «mito unitario della romanità»[26], è offerto dal fascicolo dedicato a Grosseto della collana Cento città d’Italia illustrate, pubblicato sul finire degli anni Venti da Sonzogno. Riflettendo sulla decadenza delle città etrusche e, più in generale, della Maremma, l’autore del saggio, il preside del R. Liceo-ginnasio “Carducci Ricasoli” Enrico Fatini, scriveva:

Cento città d’Italia illustrate, numero dedicato a Grosseto

Forse giova pensare che i Romani abbiano incontrata accanita resistenza nell’assoggettare questo popolo generoso e fiero, e però si siano mostrati inesorabili con esso, sino a disperderne la memoria per poterne soffocare con questa ogni anelito di libertà. Sotto i Romani, il paese, trascurato e disertato, iniziò il suo disfacimento[27].

Queste dinamiche legate all’identità etrusca non si spiegano soltanto in termini di continuità culturale. Dal canto suo, il regime fascista aveva promosso, a partire dal 1925, «un processo di istituzionalizzazione dello studio degli Etruschi» sul piano nazionale: dalla creazione della prima cattedra di Etruscologia all’Università di Roma, alla convocazione dei primi convegni nazionali, fino all’organizzazione dell’Istituto di studi etruschi[28]. Il fascismo mirava a individuare nel popolo etrusco l’origine di un primigenio laboratorio dell’italianità, che avrebbe trovato pieno compimento nella civiltà romana; dal punto di vista “razziale”, gli Etruschi venivano inoltre considerati l’anello iniziale di una continuità di sangue e di stirpe che, attraverso Roma, conduceva linearmente all’Italia di Mussolini, respingendo ogni ipotesi relativa a una loro presunta origine non autoctona.

Ascia bipenne rinvenuta nella c.d. Tomba del Littore a Vetulonia nel 1898

A sostegno di tale genealogia veniva spesso richiamata l’origine etrusca del simbolo stesso del regime: il fascio littorio, la cui legittimazione archeologica era affidata al ritrovamento, avvenuto a Vetulonia nel 1898, di un’ascia bipenne racchiusa da lamine in metallo rinvenuta nella cosiddetta Tomba del Littore[29].

Sul piano locale, l’idea di una filiazione diretta tra l’Etruria e la “Terza Roma” mussoliniana trovò terreno fertile tra gli intellettuali coinvolti nell’organizzazione della cultura e della propaganda. Come scriveva Pietro Raveggi a proposito della città di Heba, «il problema etrusco si confonde con quello delle origini stesse della civiltà italica» e solo grazie al fascismo e al Duce era stato possibile «dar vita e forma a questo rifiorente culto verso la nostra antica tradizione»[30].

Nel 1943 si ebbe invece un intervento culturale di più ampio respiro, promosso direttamente dal provveditorato agli studi. In quell’anno venne infatti avviata la pubblicazione, a cura dello stesso provveditorato, di una collana di monografie sugli etruschi da distribuire nelle scuole medie della provincia. Nella Premessa del primo volume, ristampa di una ricerca dell’etruscologo Pericle Ducati del 1933, il provveditore Ernesto Lama sottolineava il ruolo primigenio della civiltà etrusca nella genealogia italica:

gli Etruschi potrebbero rivendicare una precisa funzione, oltre che nell’etnogenesi italiana, anche nella formazione storica di Roma, che dalla cultura e dalla potenza degli Etruschi trasse efficaci elementi, specie nel primo periodo, per la sua grandiosa costruzione[31]

Successivamente Lama si rivolgeva agli alunni della Maremma, motivando le ragioni dell’iniziativa editoriale con queste parole, che richiamavano la necessità di integrare il piano dell’identità locale e di quella nazional-patriottica:

Il fascino e l’ansia che sospingono l’odierna Maremma a ricercare l’origine della sua gente nel proprio sottosuolo, disseminato di tombe e di avanzi gloriosi, sembra perpetuare una volontà di potenza giammai estinta, oltre che costituire una nobile rivendicazione dello spirito severo degli antichissimi padri, della loro vita operosa ed espansiva, delle loro molteplici e gloriose attività. Portare un qualche contributo a questa nobile aspirazione dei Maremmani e, nello stesso tempo, chiarire, precisare e divulgare problemi di cultura che valgano ad illuminare la perenne gloria legata in ogni epoca, sin dalle antichissime età, alla storia d’Italia, sono i motivi e le finalità che hanno ispirato questa raccolta di brevi monografie, la cui pubblicazione si inizia in un momento fatidico ed augurale della nostra Italia, come per trarre dal profondo della storia gli auspici per l’avvenire[32].

In conclusione, appare evidente come già in epoca fascista il culto della romanità fascista non avesse trovato, nel marginale contesto sociale e culturale grossetano, un terreno realmente fertile. Da questa discrepanza, si avviò così una dinamica destinata a emergere con particolare nettezza nel secondo dopoguerra, quando, tanto nell’ambito archeologico quanto nell’opinione pubblica locale, si sarebbe progressivamente consolidata una tradizione filoetrusca, mentre il disinteresse per l’eredità romana sarebbe risultato sempre più evidente, nonostante la presenza sul territorio di scavi di grande rilievo[33]. La forte identità etrusca della Maremma, costruita dalle élite intellettuali cittadine fin dall’Ottocento, non solo resistette alle pressioni ideologiche del regime, ma finì anzi per rimodulare almeno in parte e secondo una logica di continuità locale, la stessa ricezione della politica culturale fascista.

Note

[1] L’autore ringrazia Michele Gandolfi, Adolfo Turbanti ed Elena Vellati per aver letto e commentato la prima stesura di questo contributo.

[2] Luciano Bianciardi, I localisti in «La Gazzetta», 13 settembre 1952 ora in Id., Tutto sommato. Scritti giornalistici 1952-1971, vol. 1, ExCogita, Milano 2022, pp. 101-102.

[3] Archivio di Stato di Grosseto (ASG), R. Prefettura, Gabinetto, b. 690, lettera del prefetto Trotta alla Direzione generale dell’Istruzione media classica del ministero dell’Educazione nazionale, 26 aprile 1938. Sul peculiare sviluppo sociale e urbanistico di Grosseto si veda Gian Franco Elia, Città malgrado. Profilo dello sviluppo urbano, in Simone Neri Serneri, Luciana Rocchi (a cura di), Società locale e sviluppo locale. Grosseto e il suo territorio, Carocci, Roma 2003, pp. 105 e ss.

[4] ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 691, lettera del prefetto Trotta alla Presidenza del Consiglio dei ministri, 24 maggio 1938.

[5] ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 691, lettera del Ministro Bottai al prefetto Trotta, 10 giugno 1938.

[6] ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 691, invito per la celebrazione del bimillenario augusteo, 14 giugno 1938.

[7] Cfr. Piergiorgio Zunino, L’ideologia del fascismo. Miti, credenze e valori nella stabilizzazione del regime, Il Mulino, Bologna 1985, pp. 63-129; Claudio Fogu, The Historic Imaginary: Politics of History in Fascist Italy, Toronto University Press, Toronto 2016; Paola S. Salvatori (a cura di), Il fascismo e la storia, Edizioni della Normale, Pisa 2020.

[8] Aristotle Kallis, “Framing” Romanità: The Celebrations for the Bimillenario Augusteo and the Augusteo-Ara Pacis Project, in “Journal of Contemporary History”, vol. 46, n. 4, 2011, pp. 809-831 [traduzione mia].

[9] Andrea Giardina, André Vauchez, Il mito di Roma. Da Carlo Magno a Mussolini, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 248.

[10] Cfr. Alessandro Cavagna, Il «benefico impulso di Roma»: la Mostra augustea della romanità e le province, in Paola S. Salvatori (a cura di), Il fascismo e la storia, cit., pp. 51-72.

[11] Cfr. Piergiovanni Genovesi, Propaganda di regime tra centro e periferia. Una celebrazione “locale” della romanità fascista, in “SPES”, n. 9, 2019, pp. 71-91

[12] Doro Levi, Il Museo di Grosseto e gli scavi di Roselle, “Maremma. Bollettino della società storica maremmana”, n. 3, 1926-1927, pp. 81-87.

[13] Cfr. ad esempio Adone Innocenti, Roselle e il suo territorio, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1938; Ildebrandino Rosso, Saturnia, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1938; Pietro Raveggi, Ansedonia, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1937; Id., Sull’identificazione di Talamone etrusco-romano, Bollettino di Statistica del Comune di Grosseto, aprile 1938, pp. 1-8

[14] Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale, Feltrinelli, Milano 2009 [1957], pp. 5-12. Per una panoramica su queste figure si rimanda a Carlo Citter, Il progresso degli studi fra’800 e ‘900: la nascita dell’archeologia e i primi studiosi locali in Id., Antonia Arnoldus-Huyzendveld (a cura di), Archeologia urbana a Grosseto. Vol. I: La città nel contesto geografico della bassa valle dell’Ombrone. Origine e sviluppo di una città medievale nella “Toscana delle città deboli”, All’insegna del giglio, Firenze 2007, pp. 5-6.

[15] Centrale fu l’esperienza della rivista di arti e letteratura Ansedonia diretta da Antonio Meocci. Cfr. Simone Giusti, «Ansedonia» e «Mal’aria», due riviste di letteratura e arte in Maremma in Enrico Crispolti, Anna Mazzanti, Luca Quattrocchi (a cura di), Arte in Maremma nella prima metà del Novecento, Silvana, Milano, 2006, pp. 305-309. Sul contesto generale mi permetto di rimandare a Stefano Campagna, «Dobbiamo aver coscienza del nostro provincialismo culturale». Intellettuali, politica e cultura a Grosseto dal fascismo al miracolo economico di prossima pubblicazione nel Quaderno n. 20 della Fondazione Luciano Bianciardi.

[16] Geno Pampaloni, Prefazione in Antonio Meocci, Maramad, Barulli, Roma 1969, p. 12. Su Antonio Cappelli si veda Mariagrazia Celuzza, Il canonico Antonio Cappelli (1868-1939) in Cristina Gnoni Mavarelli, Laura Martini (a cura di), La cattedrale di San Lorenzo a Grosseto. Arte e storia dal XIII al XIX secolo, Silvana, Milano 1996, pp. 105-116.

[17] Fondato nel 1923 da un comitato promotore composto da studiosi locali e di rilevanza nazionale, il Bollettino della società storica maremmana cessò definitivamente le sue pubblicazioni nel 1936. Sarà poi rifondato negli anni Sessanta. Cfr. Mariagrazia Celuzza, Etruschi per forza: l’archeologia della Maremma e l’identità del territorio in Ead., Elena Vellati (a cura di), La grande trasformazione. Maremma tra epoca lorenese e tempo presente, Isgrec-Effigi, Arcidosso 2019, p. 156.

[18] A questo proposito si veda Antonio Cappelli, La signoria degli Abati del Malia e la repubblica senese in Grosseto, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1931.

[19] Cfr. ad esempio Pietro Raveggi, La Sub-Cosa e il Vico Cosano: contributo allo studio dei suburbii e vichi etruschi in Alcune comunicazioni presentate al 1. Convegno nazionale etrusco, Stabilimento tipografia sociale, Cortona, 1926. Su Raveggi si veda Giovanni Damiani, Pietro Raveggi. La vita e le opere, Effigi, Arcidosso, 2015.

[20] Cfr. ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 690, lettere della R. Sovraintendenza all’arte medievale e moderna per la Toscana al prefetto Trotta, 13 gennaio 1938.

[21] Carlo Citter, Il progresso degli studi fra’800 e ‘900, cit., p. 5.

[22] Adone Innocenti, L’antica Via Aurelia attraverso il territorio Rosellano, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1938, p. 6.

[23] Sulla lunga durata di questo fenomeno identitario cfr. Mariagrazia Celuzza, Luciano Bianciardi, gli etruschi, il medioevo e Grosseto: una questione di identità? in Valentino Nizzo, Antonio Pizzo (a cura di), Antico e non antico. Scritti multidisciplinari offerti a Giuseppe Pucci, Milano, Mimesis 2018, pp. 105-106.

[24] Cfr. Ead, Etruschi per forza, cit. pp. 146-155.

[25] «Sì, questi crudeli dominatori […] non furono lenti a rapire quanto nel mio seno si conteneva di bello e raro, ad arrogarsi il godimento di ciò che non potevano rapirmi, cioè la fecondità prodigiosa del mio suolo, le miniere inesauribili, le immense foreste necessarie un tempo alla costruzione navigli […]. Ma costoro ricambiarono tanti miei benefizi colla più nera ingratitudine; perché è da essi che io ripeto la prima cagione della insalubrità del mio clima» (Giovanni Chelli, La Maremma personificata che narra le sue passate e presenti vicende, Stamperia sulle logge del grano, Firenze 1846, pp. 54-55, cit. in ivi, p. 147)

[26] Andrea Avalli, Il mito della prima Italia. L’uso politico degli Etruschi tra fascismo e dopoguerra, Viella, Roma 2024, p. 6 [versione ebook].

[27] Le cento città d’Italia illustrate. Grosseto, la Maremma risanata, Sonzogno, Milano, s.d. [1926-1929], pp. 3-4.

[28] Cfr. Andrea Avalli, Il mito della prima Italia, cit., pp. 51-87 [versione ebook].

[29] Cfr. Paola S. Salvatori, Romanità e fascismo: il fascio littorio in “Forma Urbis”, n. 6, 2013, pp. 34-52.

[30] Pietro Raveggi, Heba e la sua necropoli, in “Maremma. Bollettino della società storica maremmana”, n. 3, 1934, p. 3.

[31] Ernesto Lama, Introduzione in Pericle Ducati, La formazione del popolo etrusco, R. provveditorato agli studi di Grosseto, Grosseto 1943 [1933], p. VII.

[32] Ivi, p. VIII.

[33] Cfr. Mariagrazia Celuzza, Etruschi per forza, cit. pp. 158.