Andrea Devoto

Il lavoro di Andrea Devoto (fiorentino, 1927-1994), psichiatria, psicologo, ma anche storico, attraversa tutta la seconda metˆà del Novecento. Docente in psicologia sociale, fu tra i primi a occuparsi dei lager. Nel 1960 usciva La tirannia psicologica (Sansoni), seguito a un anno di distanza da Il linguaggio dei lager: annotazioni psicologiche (in «Il movimento di Liberazione in Italia», n. 65, 1961), mentre nel 1962 pubblicava Psicologia e psicopatologia del lager nazistan. 9, 1962). Giàˆ nel 1964 dava alle stampe uno strumento di orientamento, la Bibliografia dell’oppressione nazista (Olschki, a cui aggiungevaˆ un secondo volume nel 1983), dove elencava le prime opere di memorialistica, antologie e studi.

In questa prima fase, un’epoca durante la quale gli studi erano ancora pochi, Devoto, lavorava assiduamente alla ricostruzione di quanto avvenuto, ricostruendo i meccanismi di funzionamento dei campi, collezionando immagini, elaborando e confrontando le piante dei lager, delineando le differenze tra KL e VL. Al tempo stesso, iniziava a riflettere, partendo dalla propria disciplina, su quanto avvenuto alle persone, sulla loro esperienza fisica ma anche emotiva-mentale durante il trasporto e poi dentro il lager, discutendo i primi lavori usciti sul tema, come quelli di Betteleheim (giˆà del 1943), Kogon (1946), Frankl (1947) e Cohen (1952). Devoto rifletteva sui processi all’interno dei quali passava la vittima, dallo sradicamento, con la conseguente crisi d’identitàˆ e il portato di stress continuo, fino alla desocializzazione/risocializzazione dell’individuo nel nuovo contesto concentrazionario, che poteva portare a vari esiti, dalla resa completa allo sviluppo di meccanismi di autodifesa fino a forme di resistenza, sia individuali che collettive.

Il suo interesse per le istituzioni totali, seguendo Goffman, lo porta ad analizzare le esperienze della deportazione e del lager alla luce delle categorie analitiche a lui più familiari. L’oppressione nazista può˜ essere scomposta in tre aspetti: persecuzione, deportazione e sterminio, ed il lager, come sistema, un elemento fondante del nazismo, uno strumento di cui nessun regime “assolutista” potràˆ mai più fare a meno nel futuro. Devoto sostiene, anticipando molti, la necessitàˆ di smettere di considerare il nazismo, ed i suoi crimini, come un qualcosa di unico e di irripetibile. Si deve semmai capire come sia possibile giungere, in determinate situazioni, ad estremizzazioni del genere. Ritiene pertanto che si possano mutuare utili strumenti d’indagine facendo collegamenti e paragoni con situazioni, se non normali, almeno accettate, quali i disastri, le istituzioni totali, l’aggressivitàˆ e l’uso della violenza.

Da psicologo, lavorando sui testimoni, sviluppa ricerche prossime ai metodi della storia orale. Non a caso, partendo dai testimoni, arrivaˆ ad interrogarsi e ad analizzare le esperienze dei sopravvissuti dopo la liberazione. Comincia qui la seconda fase del suo lavoro, giunta a piena maturazione negli anni ′80, in collaborazione con l’Aned del Piemonte. Non solo la raccolta delle testimonianze, ma anche le forme e i modi per la loro condivisione paritaria ed empatica, che liberi i sopravvissuti dalla sindrome di diversitàˆ che trattiene ancora il lager dentro di loro.

Per Devoto non solo un’operazione psicologica e didattica, ma una vera e propria proposta di pace da rivolgere al mondo. Su questa scorta lavoraˆ con l’Aned alla raccolta di circa 70 interviste a sopravvissuti toscani tra il 1987 ed il 1989. Sono gli anni in cui, come testimonia il suo archivio recentemente riordinato, Devoto si dedica a un’opera, rimasta incompiuta, per la quale prevedeva vari titoli compresi nella dizione “dall’isolamento alla condivisione del ricordo”, e che solo parzialmente hanno visto la luce in forma stampata nell’ultimo frutto dei suoi lavori, affidato nel 1992 ad Ilda Verri Melo, dal titolo emblematico de La speranza tradita.

Stefano Bartolini è ricercatore presso l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia e coordina le attività di ricerca storica, archivistiche e bibliotecarie della Fondazione Valore Lavoro. Ha partecipato al recupero dell’archivio Andrea Devoto ed attualmente si occupa di storia sociale, del lavoro e del sindacato. Tra le sue pubblicazioni: Fascismo antislavo. Il tentativo di bonifica etnica al confine nord orientaleUna passione violenta. Storia dello squadrismo fascista a Pistoia 1919-1923Vivere nel call center, in La lotta perfetta. 102 giorni all’Answers.

Articolo pubblicato nel marzo 2014.




Un secolo ed un architetto: Giovanni Michelucci

Il 7 aprile 2014 siamo giunti alla terza presentazione del documentario, sottotitolato in inglese, Giovanni Michelucci. Elementi di vita e di città, regia di Cristiano Coppi, al Cinema Odeon di Firenze realizzato con la Provincia di Pistoia la Fondazione Giovanni Michelucci di Fiesole con il contributo della Regione Toscana e in quest’occasione con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia in collaborazione con l’Università di Firenze, Dipartimento di Architettura DIDA/Festival Internazionale di Architettura in video MEDIARC.

Le precedenti presentazioni erano state al cinema Globo di Pistoia nel dicembre 2012 e al Museo MAXXI di Roma nel maggio 2012.

Il documentario racconta i cento anni vissuti da Giovanni Michelucci e i momenti che hanno segnato la sua vita di uomo e di architetto. Attraverso filmati dell’epoca, riprese delle sue opere più importanti e interviste, il documentario vuole descrivere la complessità ed il fascino di un personaggio di cui tanto si è scritto ma che ancora oggi conserva molti aspetti da esplorare. Collaboratori, architetti e storici dell’architettura, come Claudia Conforti, Paolo Portoghesi, Corrado Marcetti, Mauro Innocenti, Marco Dezzi Bardeschi, Francesco Dal Co, solo per fare qualche nome, hanno raccontato le molteplici sfumature di uomo che ha attraversato un secolo, il secolo breve cogliendone i mutamenti. La puntuale regia di Cristiano Coppi si è avvalsa di un comitato scientifico composto da Andrea Giraldi, Matilde Montalti e Alice Vannucchi.

Nato il 31 dicembre 1890 a Pistoia in una famiglia proprietaria di un’officina per la lavorazione artigianale e artistica del ferro, si diploma all’istituto Superiore di Architettura dell’Accademia di Belle Arti, nel 1914 ottiene la licenza di professore di disegno architettonico; insegnerà presso l’istituto superiore di architettura di Firenze e sarà eletto Preside della Facoltà di Architettura nel 1944.
Durante la grande guerra Michelucci realizza una cappella sul fronte orientale vicino a Caporetto: più volte sarà costretto a confrontarsi con gli effetti della catastrofe (la ricostruzione del centro di Firenze dopo la seconda guerra mondiale, la risistemazione del quartiere popolare di S. Croce dopo l’alluvione, la chiesa a Longarone dopo la tragedia del Vajont). Dopo la guerra lascia le “Officine Michelucci”. All’ambiente artistico pistoiese, in cui svolge un ruolo importante di riferimento intellettuale, appartiene anche Eloisa Pacini, raffinata pittrice, che sposa nel 1928 conosciuta frequentando politici, intellettuali, pittori e musicisti mondanità di Roma dove vive dal 1925.
La sua adesione al regime fascista e oculate frequentazioni lo portano nel 1933 ad essere coordinatore del gruppo toscano e alla vittoria nel concorso per la Stazione di S. Maria Novella a Firenze con un’opera di valore internazionale per le qualità funzionali e per l’inserimento nel contesto storico e urbano.
3Dopo la guerra, che osserva da lontano isolandosi  nella sua casa alla Cugna, immersa nella natura della montagna pistoiese e che sarà nuova fonte di ispirazione,  crea la rivista “La Nuova Città”, espressione di un nuovo atteggiamento verso la società, dialogante e partecipativo, propone per la ricostruzione della zona attorno a Ponte Vecchio ipotesi innovatrici che s’infrangono di fronte alla tendenza conservatrice della città. Nel 1948 Michelucci lascia la presidenza della Facoltà di Architettura di Firenze passando alla facoltà d’ingegneria di Bologna; continua la ricerca di un nuovo linguaggio dell’architettura: la concezione dello spazio percorribile, la città variabile, un nuovo rapporto antico-moderno che si esprime anche nell’uso congiunto della pietra e del mattone con il cemento armato, l’acciaio e i nuovi materiali, così le idee prendono forma come  per la Chiesa di San Giovanni Battista sull’Autostrada del Sole, a Campi Bisenzio, conclusa nel 1964, trait d’union di un paese in pieno miracolo economico, nella quale Michelucci anticipa i temi di una Chiesa in mutamento come sarà sancito dal concilio Vaticano II, o con la Chiesa di Borgo Maggiore, nella Repubblica di S. Marino.

6Nel 1967 progettò con Mauro Innocenti l’ospedale di Sarzana affrontando così il tema della degenza, ma la costruzione, avviata nel 1974 si protrasse per decenni e non poté vederla ultimata.

Nel 1972 nel saggio Brunelleschi mago,pubblicato con l’editore  ed amico pistoiese Tellini, con la postfazione di Mario Aldo Toscano. Bruno Zevi scrive su “L’Espresso” dei colloqui informali e antiaccademici di Michelucci con Brunelleschi. Il titolo è suggerito da un passo di Kafka “Perché mago? Non so, ma è capace di provocare un vivo sentimento di libertà…”. Wanda Lattes in un  intervista a Michelucci presso la sua casa al Roseto a Fiesole descrive il libro come un “volumetto elegante, raffinato senza illustrazioni, spoglio di banali concessioni alla civetteria consumistica” con chiaro intendimento pedagogico e civico, nato non ambizione filologica ma come proseguimento di quelle lezioni impartite per anni in cattedra. Mario Toscano l’ha ascoltato per anni, poi ha iniziato a registrare i suoi discorsi spontanei; uno scritto che nasce quindi come discorso socratico tra un docente e tanti non individuati discenti.

michelucciNel 1974 muore la moglie Eloisa ed inizia un nuovo decennio creativo e progettuale. Nel 1982 Giovanni Michelucci costituisce con la Regione Toscana ed i comuni di Fiesole e Pistoia la “Fondazione Michelucci”, mentre una donazione di disegni al Comune di Pistoia costituisce il “Centro di documentazione Giovanni Michelucci” di Pistoia.

Le pagine de La Nuova Città,  riflettono su temi come Carcere e città, Scuola e periferia, Città e follia, e portano all’ideazione del Giardino degli incontri nel carcere fiorentino di Sollicciano, un progetto sviluppato dal 1986 con i detenuti per creare un luogo di incontro  con i familiari, ultimato nel 2007. Il 31 dicembre 1990 muore a Fiesole.

Alice Vannucchi  è ricercatrice presso l’Istituto storico della Resistenza e della società Contemporanea di Pistoia,  è membro della redazione della rivista “Quaderni di Farestoria”, è docente nella scuola primaria dal 2007. Fra le sue pubblicazioni: Il rientro in città: il problema degli alloggi, in Pistoia fra guerra e pace a cura di M.Francini, I.S. R.Pt. Editore, 2005. Teorie di democrazia in Italia e Francia nel dopoguerra in “Quaderni di Farestoria”,anno VIII-n2 maggio –agosto 2006,pag.61-69. Le scuole di partito nel PCI di Togliatti.Il caso toscano (1945-1953) in “Quaderni di Farestoria”,anno XII-n 2- maggio –agosto 2010,pagg.33-45. Ha curato la mostra e il numero monografico Cupe Vampe: la guerra aerea a Pistoia e la memoria dei bombardamenti, ISRPt. Attualmente si occupa di storia sociale e storia dell’editoria.

Articolo pubblicato nel dicembre 2014.




La Resistenza continua…

Angiolo Gracci nacque a Livorno il primo agosto 1920, da una famiglia con radici contadine. Fu condotto presto dalla Toscana alla Sicilia a causa del mestiere del padre, ferroviere che diresse in successione le stazioni di Sciara Aliminusa e Castellammare del Golfo tra il 1926 e il 1929.

La permanenza nei centri palermitani, dove il piccolo venne inquadrato nelle strutture educative fasciste, lo colpì profondamente e lo rese poi sensibile alla questione del divario socioeconomico Nord-Sud e al disagio materiale di larga parte della popolazione meridionale. Nei suoi racconti agli studenti, durante gli ultimi decenni di vita, affiorava spesso il ricordo di esser stato l’unico ad indossare le scarpe in quella stalla riadattata che era l’aula della scuola elementare frequentata in Sicilia.

 Al termine del  liceo classico Galilei di Pisa, il giovane Gracci si spostò a Roma per frequentare l’Accademia e Scuola di applicazione della Regia Guardia di Finanza e ottenere così l’arruolamento nel Corpo il 23 ottobre 1939. Nominato sottotenente il primo settembre 1941, venne inviato in Albania nel gennaio seguente tra le truppe d’occupazione italiane, con le quali partecipò alle operazioni di guerra.

Rientrato in Italia, il 9 settembre 1943 fu assegnato al Comando della Legione di Firenze della Guardia di Finanza. Assistendo così all’invasione nazista dell’Italia, Angiolo fondò con altri studenti della sinistra del Gruppo Universitario Fascista fiorentino il Movimento giovani italiani repubblicani. Conclusa questa breve esperienza, la maggioranza degli aderenti al gruppo si schierò con la Repubblica Sociale Italiana. Gracci, preso contatto col futuro Commissario Politico della Divisione Arno Danilo Dolfi – del suo stesso quartiere – scelse invece la via della montagna.

Gracci – in alto a destra – con altri partigiani della Brigata Sinigaglia a Monte Scalari, estate 1944

Gracci – in alto a destra – con altri partigiani della Brigata Sinigaglia a Monte Scalari, estate 1944

All’inizio del giugno 1944 Angiolo, che diventava così il partigiano “Gracco”, raggiunse la Brigata Sinigaglia presso Poggio alla Croce, con l’incarico di Capo di Stato maggiore conferitogli dal Corpo volontario della libertà. Un mese più tardi, su designazione del Comando di divisone e dietro conferma dei partigiani, assunse il comando della formazione stessa, riorganizzandola dopo le gravissime perdite subite nella battaglia di Pian d’Albero del 20 giugno 1944.

Compromessa l’importanza strategica di Monte Scalari per i nazifascisti, contribuì a sottrarre all’accerchiamento e alla distruzione la Brigata raggiungendo Poggio Firenze e Fonte Santa. Dopo ulteriori combattimenti, passando alla testa delle avanguardie dell’VIIIª Armata britannica, la Sinigaglia riuscì ad entrare a Firenze il 4 agosto 1944. Soltanto grazie ad una tenace opposizione all’iniziale ordine alleato di disarmare, le formazioni partigiane garibaldine ottennero di partecipare alla liberazione cittadina. “Gracco” condusse allora il rastrellamento dei quartieri di Santo Spirito e San Frediano, che furono liberati dai franchi tiratori nazifascisti. Guidando poi una pattuglia di esplorazione sui piazzali ferroviari di San Iacopino, rimase ferito in combattimento il 13 agosto ma riprese poi il comando della Brigata fino alla smobilitazione.

Nell’aprile 1945 venne pubblicato il suo Brigata Sinigaglia, primo libro edito in Italia sulla Resistenza partigiana, a cura del Ministero dell’Italia occupata. Gracci avrebbe poi ricevuto la medaglia d’argento al valor militare nel 1954.

 Intanto, conclusa l’esperienza partigiana, Angiolo riprese servizio attivo nella Guardia di Finanza il 7 settembre 1944, al Comando della Legione di Firenze. Nell’agosto 1948 gli venne conferito per anzianità il grado di Capitano, ma la sua permanenza in Finanza si fece sempre più travagliata. Non tanto per i gravi e recidivi problemi di salute che determinarono una lunga aspettativa, quanto piuttosto per le difficoltà relazionali all’interno del Corpo.

Gracci infatti, che sin dal 1944 aveva aderito al PCI ed era stato tra i membri costituenti del Comitato provinciale dell’ANPI fiorentino, non aveva mancato di manifestare pubblicamente il suo orientamento in varie circostanze. Si procurò così diverse sanzioni e richiami per inosservanza al «criterio assoluto di apoliticità» richiesto ai membri delle forze dell’Ordine, per «scarso senso di disciplina», «tendenza alla polemica», «particolare animosità», «presunzione». È quanto riferiscono le note caratteristiche sul suo conto compilate annualmente dai superiori, che pure gli riconoscevano notevoli capacità e competenze.

Angiolo, sposatosi nel frattempo con Margherita Aiolli, fu seguito dalla famiglia negli spostamenti che gli vennero pertanto disposti tra il 1950 e il 1956, alla volta di Palermo, Bologna ed Udine. Viste le reiterate destinazioni ad incarichi amministrativi e a seguito di un ulteriore ordine di trasferimento a Bari nel dicembre 1956, Gracci scelse di far domanda di pensionamento e congedarsi dal Corpo. Idea coltivata da oltre un anno, per il sempre più problematico permanere nell’Arma e per l’intuibile preclusione riguardo a possibili avanzamenti di carriera.

Cessato il suo servizio nella Guardia di Finanza alla fine del 1957, l’anno successivo ottenne un impiego a Roma come consulente legale alla Lega nazionale delle cooperative, con i cui responsabili aveva già avviato da tempo i contatti. Poté mettere così a frutto la laurea in giurisprudenza conseguita nel 1949, impiegata poi per riorganizzare il servizio di assistenza legale alla Camera del Lavoro di Firenze e per svolgere un’intensa attività professionale di difesa dei lavoratori e dei militanti della sinistra rivoluzionaria nel corso degli anni Sessanta.

Gracci – sulla destra – accanto a Vincenzo Misefari di Reggio Calabria e Salvatore Puglisi di Spezzano Albanese durante una manifestazione a Livorno in occasione della fondazione del Pcd’I (m-l), 16 ottobre 1966.

Gracci – sulla destra – accanto a Vincenzo Misefari di Reggio Calabria e Salvatore Puglisi di Spezzano Albanese durante una manifestazione a Livorno in occasione della fondazione del Pcd’I (m-l), 16 ottobre 1966.

Si tratta di una fase di svolta nella posizione politica di “Gracco”, come continuò ad esser chiamato per tutta la vita. Nel 1966 si dimise infatti dal PCI e fu tra i fondatori del Partito comunista d’Italia (marxista-leninista), che si poneva quale alternativa al primo, reo insieme al PCUS di aver «tradito» la «vera» politica rivoluzionaria di classe. Quella politica che il nuovo organismo, grazie anche alla dedizione assoluta richiesta agli adepti, si proponeva di perseguire per realizzare la dittatura del proletariato, la sola forma di governo in grado di instaurare il socialismo.

Nell’agosto 1968 seguì l’espulsione di Gracci dall’ANPI, con l’accusa di imporre metodi di lotta e di azione politica antidemocratici e non unitari, esclusivamente in linea con il  proprio partito. Decisione che secondo Angiolo era invece motivata dalla propria battaglia «per lo sviluppo di una lotta di massa per cacciare dal paese le basi e i comandi degli imperialisti Usa».

 Lo stesso antimperialismo si rivelò poi una componente essenziale del movimento antimperialista-antifascista La Resistenza continua (RC), che nacque nel 1974 a Milano come associazione partigiana esterna ed alternativa all’ANPI e lo vide nuovamente tra i promotori, accanto ad altri ex partigiani, giovani studenti ed operai. La responsabilità dell’organizzazione fu affidata al Comitato direttivo della rivista, che “Gracco” guidò fino agli ultimi anni di vita, a riprova del suo intenso e prolungato impegno redazionale per varie testate di area marxista-leninista. Si ritrovò così a ricoprire una posizione di primo piano nel movimento, accanto ai veterani, «compagni» marxisti-leninisti ed amici Guido Campanelli e Alberto Sartori.

Resistenza, antimperialismo e meridionalismo rappresentavano per RC componenti inscindibili di un unico programma, che faceva della prima un simbolo guida. La stessa Resistenza che, animata da un avanzato progetto politico, economico e sociale, era stata «bloccata» e «tradita» dalle forze imperialiste anglo-americane, dal «capitalismo monopolistico italiano», dal Vaticano e dall’«ala revisionista-socialriformista» del movimento operaio. Non si poteva pensare all’antifascismo senza l’antimperialismo, essendo il fascismo subordinato all’imperialismo. Antimperialismo – secondo il manifesto-programma del movimento – significava anche lotta contro la soggezione di tipo coloniale e razzista di cui era vittima il Meridione da oltre un secolo. Una subordinazione aggravata dall’imperialismo statunitense ed europeo, instaurato con l’annientamento del movimento spontaneo di Resistenza del popolo meridionale nell’immediato dopoguerra.

Gracci con l’amico Matteo Visconti, altri militanti marxisti-leninisti e alcuni operai durante l’occupazione della fabbrica Berga Sud di Salerno, luglio 1974.

Gracci con l’amico Matteo Visconti, altri militanti marxisti-leninisti e alcuni operai durante l’occupazione della fabbrica Berga Sud di Salerno, luglio 1974.

In virtù di questa rivoluzione «negata», delle ingiustizie e dell’oppressione subite dalle «masse supersfruttate del Meridione», Gracci svolse un’intensa attività di mobilitazione politica e sociale nel Sud, dove erano presenti diverse cellule del Pcd’I (m-l) Linea rossa, il primo degli innumerevoli gruppi in cui si frantumò il Pcd’I (m-l) dal 1968 in avanti e del quale Angiolo rappresentava uno dei principali esponenti. Come testimoniano le stesse immagini della sezione fotografica del fondo archivistico a lui intitolato – recentemente riordinata ed inventariata dallo scrivente – non c’era praticamente anno in cui Angiolo non si spostasse dalla sua casa fiorentina verso località meridionali, di cui abitualmente ritraeva realtà marginali e disagiate. Non mancavano trasferte in Basilicata, Molise, Sardegna, Puglia e Sicilia, ma centri calabresi e campani figuravano tra le sue principali mete. In questi luoghi Gracci sviluppò non solo legami politici, ma anche rapporti amicali e affettivi che avrebbe mantenuto per tutto il corso della sua vita. Emblematiche le relazioni con i militanti marxisti-leninisti Rosario Migale di Cutro e Matteo Visconti di Salerno.

Gracci con Rosario Migale e altri «compagni» a Roma per il I Congresso nazionale di Democrazia proletaria, aprile 1978

Gracci con Rosario Migale e altri «compagni» a Roma per il I Congresso nazionale di Democrazia proletaria, aprile 1978

Oltre che come attivista di La Resistenza continua, Angiolo continuò il suo impegno meridionalista anche in veste di promotore del Movimento leghe lavoratori italiani e quale membro di Democrazia proletaria, in cui la Linea rossa confluì nel 1978. “Gracco” proseguì poi incessantemente la difesa e l’assistenza legale dei militanti, che culminarono con il maxiprocesso alle BR del 1989. Nel 1991 aderì al nuovo Movimento della Rifondazione comunista, che alla fine dello steso anno si costituì in Partito, accogliendo tra gli altri la maggioranza dei dirigenti di Democrazia proletaria.

In questi anni seguitò costante la sua attività antimperialista. Al diretto coinvolgimento in diverse iniziative e manifestazioni pubbliche contro le basi USA e NATO in Italia – come mostrano le stesse foto del suo archivio – e alla collaborazione con varie associazioni, quali la Lega per il disarmo unilaterale e la Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli, si aggiunse il sostegno alla causa di Silvia Baraldini. Nella costituzione del Comitato per il rimpatrio di Silvia Baraldini di Firenze del 1991 e del Coordinamento nazionale dei comitati per il rimpatrio di Silvia Baraldini del 1994 Gracci si rivelò ancora una volta tra i principali animatori.

Gli stessi anni Novanta, nel corso dei quali “Gracco” si prodigò anche per la diffusione dei valori della Resistenza e della Costituzione repubblicana tra i giovani, videro poi il suo ritorno nel Comitato provinciale dell’ANPI fiorentino. Il rapporto restò comunque travagliato: è del 25 giugno 2000 un provvedimento disciplinare a suo carico, adottato dai dirigenti provinciali dell’ANPI per l’intervento contro gli USA e la NATO durante la celebrazione del 56° anniversario della battaglia di Pian d’Albero presso Figline Valdarno. Tuttavia Angiolo proseguì fino alla fine la sua militanza nell’organizzazione, rimanendo sempre coerente con le proprie posizioni. Dopo una grave malattia, è venuto a mancare a Firenze il 9 marzo 2004.

Articolo pubblicato nel dicembre del 2014.




Parlare di Norma, settant’anni dopo

Può stupire che siano occorsi settant’anni prima del tentativo di ricostruire compiutamente un episodio eclatante, come l’ uccisione di una donna medaglia d’oro al valor militare della Resistenza, il 23 giugno 1944 a Massa Marittima, alla vigilia della Liberazione. Ma non più di tanto, in ragione di un contesto complicato da capire e narrare, e di una lotta resistenziale tra le più aspre del territorio.

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Norma Parenti con il marito, Mario Pratelli, s.d.

Era una giovane donna di ventitre anni Norma Parenti, nata a Monterotondo Marittimo, presso Massa Marittima. Fu “prelevata” dalla trattoria di famiglia insieme alla madre, trascinata via, lei sola trattenuta e barbaramente uccisa. L’arresto fu opera di soldati tedeschi, le sevizie e l’uccisione videro con certezza la partecipazione di fascisti. Le ragioni dell’arresto e della condanna a morte: l’aiuto offerto alle bande partigiane, l’audacia, percepita come sfrontata provocazione dalle autorità della Repubblica Sociale.

Ma non è stata scritta una biografia di Norma, né quando si cominciarono a scrivere storie di Resistenza, meno che mai quando le ondate revisioniste tesero a ribaltare stereotipi, sminuirla o reinterpretarla. Il primo e a lungo unico testo pubblico in memoria di Norma è un opuscolo dell’UDI, in cui è “giovane sposa e madre”, “avviata al suo doloroso calvario”. La richiesta della medaglia d’oro al valor militare indirizzata al Ministro della guerra il 12 gennaio 1945 dalla “Commissione dell’UDI per la Guerra” e le carte allegate danno conto di un impegno forte dell’UDI, del Partito Comunista massetano e del Comune fino a quella data. C’è tra i documenti una scarna relazione del comandante della banda Camicia rossa, Mario Chirici; null’altro finora è emerso dalle carte del Comitato di Liberazione Nazionale.

Di Norma in un intenso, breve richiamo parla Wanda Parracciani, staffetta sull’Amiata, fra le fondatrici dell’UDI, alla Conferenza organizzativa del PCI a Grosseto nell’agosto del 1944. Quella di Wanda è una relazione tutta politica sul ruolo delle donne nella ricostruzione; della loro Resistenza parla per legittimarne il ruolo in tempo di pace, perché, sostiene, “la donna non intende fermarsi a quello che ha fatto in circostanze eccezionali”. Norma è definita martire, eroina e “compagna”. In realtà è il marito a comparire nei documenti “rappresentante del P.C.I. nella Commissione epurazione” di Massa Marittima.

Frammenti della vicenda e qualche tratto della personalità si leggono negli anni Settanta, nel volume Donne e Resistenza in Toscana e nello studio di Marcella Vignali Clero e Resistenza nella Provincia di Grosseto. Si devono attendere i Duemila per trovare nella letteratura locale dati, testimonianze, ma non un organico studio. È così che si arriva a un risveglio di interesse nei dintorni di un appuntamento imposto dal calendario civile: il settantesimo. Il 2014 è l’anno della pubblicazione di un volume di testimonianze inedite, della produzione di un documentario, di due spettacoli teatrali. Si racconta del fortunoso ritrovamento di una scatola di fotografie di Norma, ora in mostra nel Palazzo del Comune, fonti per gli scritti e le rappresentazioni.

Un progetto in attesa di essere realizzato dall’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea e dal Comune di Massa Marittima – Norma e le altre – pone domande su questa e altre figure femminili, per scavare nel tessuto della cultura civile e politica locale. Qui la tradizione mazziniana si era radicata nell’Ottocento con esiti importanti: un forte partito repubblicano, la nascita precoce del movimento sindacale, una presenza che attraversa un secolo di quella particolarissima cultura operaia, patrimonio dei lavoratori delle miniere. Ma Massa Marittima è anche luogo di lacerazioni forti: allo scontro consumatosi tra fascismo e antifascismo si sommerà già durante la Resistenza e nel dopoguerra il conflitto tra le due anime dell’antifascismo, la repubblicana e la comunista. Le donne danno prova di una maturità politica che le inserisce nella vita dei partiti e nelle istituzioni: consigliere, assessori nel tempo della ricostruzione. Ma anche testimoni dolenti e vittime di lutti – enorme quello della strage di Niccioleta, seguito da un processo che squassò le famiglie del villaggio minerario, ma con echi profondi nella stessa vicinissima Massa Marittima. Furono condannati non gli esecutori del massacro degli 83 minatori e i responsabili tedeschi della strategia del terrore, ma i fascisti, accusati di aver sollecitato e indirizzato i carnefici. Testimonianze raccolte in tempi diversi restituiscono una narrazione toccante, che disegna il clima di quello che doveva essere il tempo del superamento delle devastazioni della guerra totale, mentre più che altrove ne conservava profonde ferite.

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Norma Parenti con il marito, Mario Pratelli, s.d.

È stata scritta la storia della strage della Niccioleta e tuttora si continua a scavare. Della Resistenza, con una certa continuità si è parlato, anche polemicamente, e si è scritto. Su Norma il tempo dei silenzi è stato più lungo delle fasi di memoria. La distanza ha accresciuto la difficoltà di raggiungere un’interpretazione. Rigida e ferma nel suo essersi schierata a fianco delle bande partigiane e contro i fascisti e i loro alleati occupanti, quanto indefinibile rispetto alle categorie delle appartenenze politiche. Cattolica fervente, moglie di un comunista, sempre presente dove c’era da aiutare, nutrire, nascondere, convincere gli indecisi a raggiungere le bande alla macchia, seppellire morti partigiani. Scrisse Marcella Vignali che Norma era attiva nel Circolo Giovanna d’Arco dell’Azione Cattolica, distribuiva volantini con la falce e il martello e dopo la Liberazione “una delle più belle e attendibili testimonianze sulla personalità di Norma” fu offerta al Teatro Mazzini dal Vescovo di Massa Marittima.

La memoria recente di una massetana, bambina all’epoca, trasmette il pensiero della madre: “era un po’ impulsiva, la sua era una scelta dettata da una vitalità estrema, non una scelta politica”. Il suo racconto dei giorni dell’uccisione, del ritrovamento del cadavere e del funerale, raccolti dalla madre e dalle altre tocca i contorni umani: la disobbedienza di Norma al divieto di dare sepoltura al corpo del partigiano Guido Radi evoca l’archetipo femminile della legge del cuore – il sacrificio di Antigone. Tuttavia quella pietas è al confine tra pubblico e privato: la trasgressione all’ordine imposto dal potere nazifascista invia un messaggio che è anche politico a chi assiste al suo gesto.

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Norma Parenti con un bambino, probabilmente il figlio Alberto, s.d.

Così, dall’incerta definizione delle ragioni dell’agire di Norma emerge uno dei nodi più difficili da sciogliere per la Resistenza, sempre, a maggior ragione per la Resistenza femminile: la scelta. Gli scatti che la ritraggono descrivono una ragazza vivace, forse trasgressiva, certo molto bella. La retorica della “sposa e madre” e di una “eroina del secondo Risorgimento” – il linguaggio delle prime celebrazioni – si confonde con un’immagine di modernità che vediamo oggi, ma in tutta evidenza era presente anche allora. Forse è stato così che, passato il momento della compassione e dell’esaltazione del sacrificio necessario per la rinascita politica del paese, non è stato facile per nessuna delle parti assumersi, dandole una appartenenza, la memoria di Norma. C’è poi l’atrocità di quell’uccisione, delle sevizie che il corpo rivelò. La domanda sulla scelta di Norma è insieme domanda sulla scelta di lei come vittima, capro espiatorio, il più adatto a imporre uno sfregio tanto profondo da essere insopportabile a una città che aveva espresso un’opposizione tenacissima al nazifascismo: una ragione in più per spiegare la difficoltà a cimentarsi con una ricostruzione storica puntuale.

Finora, è l’intuito dell’artista – la regista e attrice Irene Paoletti – quello che forse ha saputo meglio restituire il clima cupo di terrore che fu preludio dell’orribile morte di Norma e la rabbiosa e meditata offesa con cui, ormai alla vigilia della rotta, il fascismo volle imprimere un marchio duraturo sulla città. È un caso, non unico, in cui l’arte aiuta la storia.

Articolo pubblicato nel dicembre del 2014.




Il caso “Facio”, il comandante partigiano ucciso dai suoi compagni

E’ l’alba del 22 luglio 1944: ad Adelano di Zeri una scarica di colpi di fucile rompe il silenzio di queste vallate dell’alta Lunigiana fra Toscana, Liguria ed Emilia. Dante Castellucci, il comandante partigiano «Facio», comunista e garibaldino, è morto: ha solo 24 anni ma è già un eroe della lotta contro tedeschi e fascisti. Eppure a fucilarlo non sono i soldati nemici, ma un gruppetto di partigiani della IV Brigata Garibaldi della Spezia. Il suo accusatore è Antonio Cabrelli «Salvatore», di oltre vent’anni più anziano, che ha imbastito contro «Facio» un processo-farsa dalla condanna già scritta, portandolo davanti a un improvvisato tribunale di guerra per i reati di tradimento e sabotaggio.

Quella di «Facio» è una storia di vita, per quanto breve, capace di attraversare e vivere da protagonista grandi temi ed eventi del Novecento italiano. Calabrese, nato nel 1920 a Sant’Agata di Esaro, con la famiglia emigra ancora bambino nel Nord-Pas de Calais, nella stessa città in cui vivono grandi antifascisti italiani come Ermindo Andreoli e i fratelli Gino ed Eusebio Ferrari. I Castellucci rientrano in patria all’alba della Seconda Guerra mondiale e Dante viene chiamato alle armi nell’esercito italiano: spedito sul fronte prima in Francia e poi in Unione Sovietica, il 25 luglio del 1943 si trovava in permesso per convalescenza. Da intellettuale autodidatta scrive, dipinge, suona il violino. Entra in contatto con le famiglie antifasciste emiliane dei Sarzi e dei Cervi, organizzando con esse le prime forme di Resistenza. Divenuto il braccio destro di Aldo Cervi, nel dicembre del 1943 viene arrestato assieme ai sette fratelli ma, fingendosi un soldato straniero, viene rinchiuso nel carcere parmense della Cittadella dal quale riesce ad evadere pochi giorni prima della fucilazione dei compagni a Reggio Emilia. I sospetti del Pci reggiano, che emette una circolare di arresto nei confronti di Castellucci, lo spingono a entrare in contatto col Cln di Parma, dove il dirigente comunista Luigi Porcari lo manda alle dipendenze del Battaglione garibaldino «Picelli» comandato da Fermo Ognibene «Alberto». In Lunigiana, «Facio» si rende protagonista di ripetuti attacchi alle postazioni nemiche, guadagnandosi in breve tempo la fiducia dei compagni e la stima delle popolazioni civili ancora oggi riscontrabile presso i testimoni dell’epoca, fino a divenire Comandante del battaglione dopo la morte di Ognibene. Il 17 marzo 1944 «Facio» fa il suo ingresso nel mito resistenziale con la battaglia del Lago Santo: chiuso in un rifugio con otto uomini male armati, resiste oltre ventiquattr’ore, senza perdite, all’accerchiamento di oltre cento soldati nazifascisti; alla fine i nemici contano decine di morti e feriti e sono costretti alla ritirata ordinata. La battaglia di Lago Santo ricopre il «Picelli» di un alone di leggenda e «Facio», con Fermo Ognibene caduto in battaglia due giorni prima, ne diventa il comandante.

Dante Castellucci Facio in un'immagine di scena nel periodo in cui recita col teatro dei Sarzi

Dante Castellucci in un’immagine di scena nel periodo in cui recita col teatro dei Sarzi

Il battaglione interpreta benissimo le tattiche della guerriglia, compiendo attacchi fulminei e spostando continuamente la propria posizione. Disorienta i comandi nazifascisti, convinti di trovarsi di fronte a una formazione composta da centinaia di uomini. Tutela l’incolumità della popolazione civile, perché senza fornire un punto di riferimento territoriale, non concede la possibilità della rappresaglia nazista. Il «Picelli» è anche un esperimento politico e sociale, come nei dettami della lotta partigiana che ha il fine di rovesciare ruoli e costumi della società fascista. Il comandante vive e agisce alla pari dei suoi uomini, li guida in azione, siede a mensa con loro e si serve sempre per ultimo, rinunciando spesso alla propria razione, ed è l’ultimo a usufruire del vestiario ricevuto da un lancio o sottratto al nemico. Quando Laura Seghettini, pontremolese appena uscita dal carcere fascista, entra a far parte del battaglione, non viene destinata al ruolo di staffetta o di aiutante, ma diventa partigiana combattente fino ad assumere il ruolo di vice-comandante. Per poche settimane, Laura sarà anche la compagna di «Facio»: i due già progettano una sorta di «matrimonio in brigata», ma la vita in quei mesi corre troppo veloce.

foto segnaletica di antonio cabrelli_da Archivio centrle dello Stato_Casellario politico centraleAntonio Cabrelli «Salvatore», nominato da «Facio» commissario politico di un distaccamento del «Picelli», intende proseguire la sua scalata ai vertici del movimento partigiano spezzino: ha progettato la costituzione di una brigata garibaldina che faccia capo alla federazione comunista della Spezia e ai comandi liguri, ma il «Picelli» dipende ancora da Parma, cui «Facio» deve tutto. «Salvatore», così, sottrae il distaccamento «Gramsci» dalle dipendenze del «Picelli», lo trasforma in brigata e se ne autoproclama commissario politico. Per portare a termine il suo piano, deve sbarazzarsi dell’ostacolo più grande, rappresentato dal «brigante calabrese», come lo chiama lui: tra i due corrono lettere infuocate con accuse e minacce reciproche; Dante Castellucci sfugge a un agguato tesogli a tradimento; «Salvatore», allora, agisce con l’inganno.

La mattina del 21 luglio 1944 «Facio» viene chiamato al comando della brigata appena fondata da «Salvatore», con la scusa di chiarire la questione di alcuni materiali sottratti a un aviolancio. Convinto di dover affrontare solo un’accesa discussione, si fa accompagnare da due uomini fidati. Appena giunto nella sede del comando, il comandante del «Picelli» viene disarmato, aggradito e picchiato da Cabrelli, che ha imbastito un tribunale di guerra nel quale è, al contempo, accusatore e giudice. Poche ore dopo «Facio» viene condannato a morte per i reati di furto, sabotaggio e tradimento.

L’ultima notte la passa con «Laura», che nel frattempo lo ha raggiunto, sorvegliato da uomini della IV Brigata che a un certo momento gli offrono la via di fuga: «non sono scappato dai fascisti, non scapperò dai compagni» sono le parole di Dante Castellucci. Verga alcune lettere alla famiglia e agli amici emiliani. Scherza, com’è nel suo carattere, racconta qualche barzelletta e riesce pure a dormire un poco, come racconta «Laura».

Alle prime luci del 22 luglio viene prelevato e portato davanti al plotone d’esecuzione: è lui stesso a esortare i partigiani che non trovano il coraggio di sparargli addosso. Con «Facio» muore una delle più interessanti ed efficienti espressioni che il movimento partigiano aveva espresso fino ad allora.

Luca Madrignani (Carrara, 1977), dottore di ricerca presso l’Università di Siena, assegnista presso l’Insmli, collabora con l’Istituto Storico per la Resistenza e l’Età Contemporanea Apuana; si occupa di Didattica della Storia nella scuola. Ha pubblicato saggi e articoli sul primo dopoguerra italiano e le origini del fascismo; l’ordine pubblico e la violenza politica; la Storia della Resistenza e il movimento partigiano. E’ in corso di stampa per Il Mulino il volume Il Caso-Facio. Eroi e traditori della Resistenza.

Articolo pubblicato nel luglio 2014.




Le ferite di Barberino Tavarnelle negli occhi dei cari. Interviste a Ugo Conti e Mirella Lotti

Tra Storia orale e memoria degli eccidi 

Cenni generali

Durante la Seconda Guerra mondiale, il territorio chiantigiano e la Val di Pesa subirono una violenza devastante: tra il luglio 1944 e la liberazione, si registrarono oltre 150 vittime civili. Per la resistenza tedesca, concentrata verso la Linea Gotica, l’area divenne un fronte nevralgico attraversato da 250.000 soldati della Wehrmacht.

La liberazione avvenne tramite una forza multinazionale (neozelandesi, maori, indiani e marocchini). Tavarnelle fu liberata il 23 luglio 1944 dagli alleati. Gli ultimi scontri nel territorio di Tavarnelle avvennero nel pomeriggio del 24 luglio. Dalla sera l’area era completamente liberata e non vi era più presenza di soldati tedeschi. Il 25 luglio 1944 le truppe neozelandesi uscirono da Tavarnelle ed entrarono nei territori di San Casciano e Montespertoli. Il 23 luglio venne liberata anche Barberino. Il 20 luglio 1944 le avanguardie alleate e i reparti speciali erano penetrati nel territorio comunale, occupando le prime frazioni collinari come Olena, Cortine e Petrognano.

Le truppe neozelandesi furono le vere protagoniste militare dello sfondamento della linea del fronte nel Chianti. Ne facevano parte i soldati della 2ª Divisione Neozelandese (composta sia da militari di origine europea sia da battaglioni Maori), guidati dal generale Bernard Freyberg. Pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, i neozelandesi combatterono casa per casa,  risalendo da sud, contro la tenace resistenza della Wehrmacht tedesca.

 

Le ferite del territorio, gli eccidi

L’uccisione di Desiderio Chiti e Corrado Conti. I ricordi del figlio Ugo Conti

Durante la ritirata, i tedeschi cercarono di punire e colpire, qui come altrove, anche i cittadini del territorio. La Toscana conta infatti molteplici eccidi e rappresaglie.

L’8 luglio 1944 [1] presso la casa di Gioacchino Forconi, vennero fucilati Desiderio Chiti (21/09/1889), operaio agricolo e Corrado Conti (22/07/1885), commerciante e proprietario di una tabaccheria.

Quel giorno, tre o quattro soldati tedeschi avevano infatti fatto irruzione nella casa colonica di Gioacchino Forconi nei pressi di Barberino Val d’Elsa. Qui vennero sorpresi Desiderio e Leopoldo Chiti, Pietro e Corrado Conti, i quali con la minaccia delle armi furono prelevati e fatti avviare a piedi lungo la strada. Alla distanza di circa 20 metri dall’abitazione, i tedeschi aprirono il fuoco, uccidendo Desiderio Chiti e Corrado Conti e ferendo Leopoldo Chiti. Tale uccisione fu forse programmata in relazione a un rastrellamento infruttuoso condotto pocanzi nella zona circostante allo scopo di ricercare renitenti e disertori. Ugo Conti, figlio di una delle vittime, oggi ultranovantenne, spiega la dinamica:

«Noi eravamo sfollati ad una casa colonica. Vennero dei tedeschi da Tignano. Passarono da questa casa colonica e sequestrarono tre o quattro uomini più giovani. Aspettate qui gli dissero. Si va a Barberino a cercarne altri per mandarli in Germania a lavorare. Questi si buttonno nei campi, nel granturco, dove non li vedevano. Fuggirono! Tornati i tedeschi si arrabbiarono e presero così tre vecchi (sessantenni, ndr.), che erano a sedere su una panca di legno all’ombra di una quercia. Era di luglio- come ricorda Ugo Conti-. Gli spararono.  Erano i soliti, forse, – sostiene – dell’eccidio di Pratale». A Pratale- mi ricorda Conti- li hanno trovati i responsabili[2].

Come ha scritto Fusi, la ricostruzione dell’episodio si basa prevalentemente su due denunce ai Carabinieri rese da Leopoldo Chiti il 29 marzo e il 5 aprile 1945. Nelle due testimonianze la versione dei fatti cambia però sensibilmente: nella prima Leopoldo sostiene che i militari tedeschi avevano sorpreso lui e il fratello Desiderio mentre si trovavano seduti sotto a un olivo, da dove erano stati fatti alzare e avviare sulla strada per poi essere oggetto poco dopo di mitragliamento. Nella deposizione del 5 aprile, invece, dichiara d’esser stato sorpreso dai militari mentre si trovava in compagnia del fratello Desiderio, di Corrado e Pietro Conti presso la casa colonica di Gioacchino Forconi, dalla quale erano stati fatti allontanare per essere poco dopo mitragliati.
Anche la località esatta in cui si compì l’uccisione non è precisa. Talvolta è indicata quella di “Novoli”, talaltra le testimonianze indicano un luogo detto “agli indiani”. In entrambi i casi la località si trova comunque nelle vicinanze dell’abitato di Barberino. Desiderio Chiti non morì immediatamente a seguito del mitragliamento, ma decedette poco più tardi presso l’Ospedale Naldini Torrigiani di Tavarnelle Val di Pesa. I responsabili furono individuati nella divisione Fallschirm-Jäger-Division della Luftwaffe [3].

 

Foto di Ugo Conti (classe 1932)

 

Conti ricorda le fatiche della mamma, rimasta sola, per crescerlo, tra le difficoltà della guerra e del dopoguerra. Nel 1944 anche la madre rimarrà ferita da una scheggia durante i bombardamenti: «gli indiani (esercito, ndr.) la portarono a Siena all’ospedale per curarla». Lui rimase così solo con uno zio. Ai drammi delle perdite si legano infatti le emozioni, le paure, le problematicità delle famiglie e di chi era rimasto senza un affetto e senza giustizia. Togliere un padre, un uomo, ad una famiglia nell’Italia del tempo voleva anche dire minarne la stabilità e l’autonomia.

 

Mirella Lotti e la strage di Pratale: il racconto commosso di una memoria che non si spenge

Nel luglio 1944, il 23, poche ore prima della liberazione, si consumò la strage di Pratale: un commando della 4ª Divisione Paracadutisti tedesca uccise 12 civili delle famiglie Gori, Cresti, Raspollini e Lotti. Mirella Lotti, oggi unica sopravvissuta, ricorda commossa:

«Pratale è stato quello che ci ha segnato la vita- racconta con voce rotta dall’emozione. La guerra prima, poi la miseria, poco mangiare, la paura, poi il 23 di luglio, non si può nemmeno descrivere- continua. Avevo 8 anni e mezzo[4]».

A Pratale, piccolo podere del comune di Tavarnelle Val di Pesa situato a circa metà strada tra l’Abbazia vallombrosana di San Michele a Passignano e l’abitato di Fabbrica, fin dalla mattina del 23 luglio 1944 erano in corso il ripiegamento tedesco verso la collina di Fabbrica e la contemporanea avanzata della 2ª Divisione Neozelandese verso Passignano. La zona era al centro di serrati combattimenti, rivelandosi un’area cruciale per la strategia tedesca di ritirata aggressiva. Nel podere di Pratale abitavano da giorni le famiglie contadine dei Gori, dei Cresti e dei Raspollini, alle quali si era aggiunta quella dei Lotti, sfollati dalla vicina località di Fabbrica.

La sera del 23 luglio, un gruppetto di tedeschi appartenenti alla 4ª Divisione Paracadutisti fece irruzione nell’abitazione, sorprendendo le quattro famiglie a cena. Vennero quindi separati gli uomini dalle donne e dai bambini. Mentre il gruppo delle donne veniva fatto allontanare in direzione di Fabbrica, gli uomini furono invece fatti entrare in un piccolo boschetto nelle vicinanze. Fu fatta eccezione però per Maurizio Raspollini e suo figlio Rino, che il padre teneva in braccio, perché malato, che i tedeschi fecero allontanare probabilmente nella stessa direzione presa dal gruppo delle donne. I dodici uomini introdotti nel boschetto vennero quindi fatti allineare e uccisi con ripetute raffiche di mitra. Un istante prima che i militari aprissero il fuoco, Giovanni Raspollini si gettò nella vegetazione, riuscendo in un primo momento a sfuggire all’esecuzione. Durante la fuga si imbatté però in altri soldati tedeschi che lo freddarono all’istante, a breve distanza dal luogo in cui si stava consumando la fucilazione degli altri contadini.

Giovanni Baldini, Cippo dell’eccidio di Pratale, in ResistenzaToscana, 12-12-2007, https://resistenzatoscana.org/monumenti/tavarnelle_val_di_pesa/cippo_dell_eccidio_di_pratale/

Ada Vermigli, madre di Mirella e moglie della vittima Giuliano Lotti, dichiarò in una deposizione rilasciata il 28 marzo 1944 alla stazione dei Carabinieri di Mercatale Val di Pesa che dopo la strage i tedeschi avevano prelevato tutto quello che avevano potuto dal podere di Pratale. Inoltre, sembra che ai fucilati di Pratale fossero stati sottratti anche i portafogli. Nel campo dove i corpi esangui erano stati trucidati, per anni, «l’erba crebbe più alta- ricorda Mirella Lotti. I tedeschi avevano infatti mirato verso le teste degli uomini- come tristemente ricorda Lotti- barbaramente uccisi- forse per lasciare incolumi i corpi, per poi rubarne quei pochi soldi che avevano nelle tasche e, per spregio-come se non bastasse- buttarli sui corpi quei pochi spiccioli[5]».

Giovanni Baldini, Cippo dell’eccidio di Pratale, in ResistenzaToscana.it https://resistenzatoscana.org/monumenti/tavarnelle_val_di_pesa/cippo_dell_eccidio_di_pratale/

«La mia mamma- all’epoca ventottenne-  non voleva lasciare il mi babbo. Ricordo quando il tedesco mi buttò in terra». Lei, bambina, era infatti in collo al padre, quando venne catturato. Donne, bambini e vecchi furono portati via. La zia Sandrina- sorella del babbo- la raccattò di terra, dopo che il tedesco l’aveva separata bruscamente dal padre. Passarono la notte in un rifugio. C’era anche un ragazzo malato di tifo che stava molto male-ricorda. Poi furono condotti in una cantina a Badia a Passignano.

«Ti manca un affetto che te ne ricordi per tutta la vita, non ce ne si può scordare», mi ripete, commossa.

 

Mirella Lotti, classe 1935 con la foto del padre. Immagine tratta dall’articolo, Stragi nazifasciste, 20 comuni contro il ricorso dell’Avvocatura, Rai News, 12 gennaio 2024, https://www.rainews.it/tgr/toscana/articoli/2024/01/stragi-nazifasciste-20-comuni-contro-il-ricorso-dellavvocatura-dcea4824-da21-4c69-af55-174db35122d1.html

 

Il dibattito storico oscilla tra l’ipotesi della delazione e quella della rappresaglia per il ferimento di un soldato tedesco. I familiari delle vittime sin dalla liberazione accreditarono l’ipotesi che la strage fosse avvenuta a seguito della delazione fatta ai tedeschi da Pasquale Lunghi, detto “il farinaio”, uno sfollato di Tavarnelle che era stato visto fraternizzare con i tedeschi e che nei giorni precedenti aveva litigato con gli uomini della famiglia Gori per una questione di bestiame. In realtà la responsabilità di Lunghi nell’episodio non è mai stata provata, giocano anzi a favore della sua innocenza alcuni certificati rilasciati al Lunghi dal CLN di San Casciano e comprovanti la sua buona condotta politica e morale. Lei stessa sulla questione sorvola, come a non voler dar colpe o rivangare verità scomode.

Testimonianze orali italiane e fonti militari riferiscono del ferimento di un soldato tedesco a opera di partigiani verificatosi qualche ora prima della strage nella zona tra Fabbrica e Passignano, che avrebbe potuto innescare un meccanismo di rappresaglia. Tuttavia, dell’episodio nelle relazioni delle formazioni partigiane operanti nella zona (la banda garibaldina “Faliero Pucci” e la III Brigata “Rosselli”) non se ne fa menzione.

Lo stesso eccidio è stato spesso confuso negli anni con quello di Fabbrica. Perfino la località di Pratale viene talvolta confusa con Passignano o Fabbrica stessa. Questo perché sin dalla denuncia presentata il 19 maggio 1945 dalle vedove della strage ai Carabinieri è riportato erroneamente Fabbrica come luogo della fucilazione; come scrive Fusi, il boschetto nel quale vennero fucilati gli uomini prelevati dal podere di Pratale è detto anche “della Fornace di Fabbrica”; alcuni atti notori rilasciati dal comune di San Casciano dopo la strage, relativamente all’uccisione dei Lotti, riportano come luogo di morte quello di Fabbrica (in effetti i Lotti erano sfollati a Pratale da Fabbrica); il giorno dopo la strage di Pratale, si registrò nella vicina località di Fabbrica la fucilazione di altri 4 uomini ad opera dei tedeschi.

Nei bollettini della Commissione regionale toscana per il riconoscimento della qualifica di partigiani, undici delle vittime furono dichiarate partigiani combattenti in forza alla III Brigata Rosselli, mentre Oreste Cresti fu dichiarato caduto per la lotta di liberazione. Emilio Galli, comandante della brigata, indicò in un proprio rapporto le vittime di Pratale come informatori e coadiuvanti della sua unità. Nel dopoguerra, tuttavia, da parte di alcuni parenti fu messa in discussione l’effettiva appartenenza delle vittime al partigianato: il riconoscimento sarebbe in realtà giunto grazie alla mediazione del Galli per consentire ai familiari un trattamento economico e assistenziale migliore.

Anche Nazzareno Papini (1933, Sambuca), allora sfollato a Sardella, località sopra Sambuca, ha raccontato che suo padre fu tra coloro che, nei giorni successivi alla strage, recuperarono i corpi degli uomini deceduti, ancora abbracciati, per caricarli su «due carri dei bovi» verso il cimitero [6]. I tedeschi avevano infatti impedito inizialmente una degna sepoltura alle vittime. Mirella Lotti aggiunge dettagli sulle lunghe trafile per i risarcimenti:

«La mi mamma era una donna forte. […] tutti i giorni la rammentava il suo Giuliano: io molte cose l’ho sapute stando con lei. Era una donna battagliera[7]. Ha lavorato tanto». Nel raccontare la vicenda, ben nota, Mirella si emoziona.

Nel dopoguerra si trovarono sole: Mirella e la madre Ada. Per ottenere più rapidamente gli aiuti e i sussidi alcuni partigiani avevano chiesto alla vedova Lotti di far passare Giuliano come partigiano. Mirella ricorda che la mamma «non voleva la roba degli altri». Ma ci vollero anni per ottenerlo.

Il sacrificio di suo babbo e degli altri uomini è valso la Medaglia d’Oro al Valore Civile al Comune. Come anche suo marito, sono consci che molto è stato fatto negli anni recenti: prima non c’era quasi nulla, racconta. Mirella stessa, assieme al marito Francesco Vermigli, hanno ricevuto la Cittadinanza Onoraria di Tavarnelle nel 2014. Il Comune di San Casciano in Val di Pesa con l’allora sindaco Remo Ciappi nel XX anniversario della sua liberazione concesse invece la Medaglia d’Oro alla memoria di Lotti Giuliano “che inerme cadde sotto il piombo nazista per feroce ed inumana rappresaglia nei giorni della liberazione del Comune” (26 luglio 1964). Hanno lottato una vita per avere giustizia.

«Il Comune ha aspettato troppo per fare qualcosa- dice- fossero state vive le mogli delle vittime sarebbe stato più facile ricostruire l’accaduto. Perché questo silenzio?» si è chiesta a lungo. Forse sono prevalse motivazioni politiche, le rispondo.

Anche a seguito di una nuova e rinnovata sensibilità verso gli eccidi perpetrati dai tedeschi, grazie all’apertura dell’Armadio della vergogna a Roma[8], è emersa una parziale verità, con i responsabili dell’eccidio. È stato fatto il processo -non senza spese che non tutti hanno sostenuto- ma lei sì, motivata dalla verità. Quella della memoria degli eccidi è stato un lungo cammino tra oblio, falsi ricordi, assenza di giustizia.

Nel 2011, l’Amministrazione comunale di Tavarnelle Val di Pesa ha presentato una formale denuncia alla procura Militare della Repubblica con la quale è stata avviata un’indagine che ha permesso l’identificazione di sei militari, quattro tedeschi, uno austriaco e uno polacco, i cui nomi sono stati iscritti nel registro degli indagati. Il 20 maggio 2013 il GIP ha dichiarato il non luogo a procedere per estinzione del reato e per morte dei rei.

A inizio gennaio 2024, oltre venti sindaci di Comuni colpiti dalle stragi nazifasciste dell’estate 1944 si sono riuniti a Firenze per creare un coordinamento nazionale. La protesta è nata a seguito delle sentenze del Tribunale di Firenze del novembre 2023, contro le quali l’Avvocatura dello Stato ha presentato ricorso in appello, bloccando i risarcimenti destinati ai familiari delle vittime. Poiché, infatti, la Germania rifiuta di pagare, l’Italia ha istituito con il Decreto-Legge del 30 aprile 2022 un Fondo statale per risarcire direttamente le vittime. Il ricorso dell’Avvocatura ha allungato enormemente i tempi, ma la mobilitazione dei sindaci e la sentenza n. 159 della Corte costituzionale del 21 luglio 2023 hanno dato ragione alle vittime[9].

In questo caso, come suddetto, i responsabili sono stati individuati. Si trattò della Compagnia del 12° Reggimento della 4ª Fallschirmjäger Division (4ª Divisione paracadutisti), squadra composta da quattro tedeschi, Wittenauer Bruno, (1919) di Gernsbach, tenente comandante; Kurz Rudolf, (1916) di Kiel, sottufficiale aspirante ufficiale, comandante di squadra; Schulze-Holtenhausen Bernhard (1922) di Reken, caporalmaggiore; Flessenkemper Herbert, (1918) di Wuppertal; un austriaco, Moser Rudolf (1919) di Alpbach e di un polacco Ogorek Georg (1917) di Breslavia (dal 1945 Polonia).

La Storia non è fatta solo di date sui libri o di aule di tribunale; è fatta soprattutto di volti, di sguardi e di storie familiari che si intersecano con la Grande Storia. Nelle parole commosse di Ugo Conti e di Mirella Lotti, i ricordi personali smettono di essere un dolore privato per diventare memoria collettiva. Ricordare chi ci è stato strappato non è un semplice esercizio del passato, ma un atto di resistenza presente: significa restituire dignità a quelle vite spezzate e riaffermare che la ricerca della verità non scade mai.

 

Note

[1] Francesco Fusi, a cura di, BARBERINO VAL D’ELSA 08.07.1944 (Firenze – Toscana), https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2304  [consultato nel mese di luglio 2026]

[2] Testimonianza di Ugo Conti, raccolta dall’autrice il 18 marzo 2026 nell’ambito del progetto sul 1946 promosso in collaborazione con il Comune di Barberino Tavarnelle.

[3] Cfr. Claudio Biscarini, Quando piovevano le cannonate. 1944. Violenza e guerra ai civili tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, Effigi, Arcidosso, 2012, pp. 123-124; Gabriella Congedo, Come se fosse ora. La comunità di Barberino Val d’Elsa e la memoria dell’ultima guerra, Sarnus, Firenze, 2013, pp. 144-145. Matteo Mazzoni, Il passaggio del fronte tra Val di Pesa e Val d’Elsa. Civili e violenze di guerra nell’estate del 1944, Polistampa, Firenze, 2014, p. 150.

[4] Testimonianza di Mirella Lotti, raccolta dall’autrice il 12 marzo 2026 nell’ambito del progetto sul 1946 promosso in collaborazione con il Comune di Barberino Tavarnelle.

[5] Si vedano Franco Bartalesi, Memorie del passaggio del fronte a Fabbrica e a Montefiridolfi, Comune di San Casciano Val di Pesa, 1994; Claudio Biscarini, Quando piovevano le cannonate. 1944. Violenza e guerra ai civili tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, Effigi, Arcidosso, 2012, pp. 87-103; Franco Catastini, Fabrizio Silei, La strage di Pratale. Storia e memoria di una strage dimenticata 23 luglio 1944, Pagnini e Martinelli Editore, Firenze, 2004; Comune di Tavarnelle Val di Pesa, Storia e memoria 1940-1945. La guerra, l’occupazione, la liberazione di Tavarnelle, Pagnini Editore, Firenze, 2005; Giovanni Contini, La memoria dopo le stragi del 1944 in Toscana, in Leonardo Paggi (a cura di), Le memorie della Repubblica, La Nuova Italia, Scandicci, 1999, p. 197; Gian Luca Corradi, Lotte politiche e trasformazioni sociali nel secondo dopoguerra, in Zeffiro Ciuffoletti e Fulvio Conti (a cura di), Tavarnelle Val di Pesa. Storia e memoria (1893-1993), Centro Editoriale Toscano, Firenze, 1993; Gianluca Fulvetti, Uccidere i civili. Le stragi nazifasciste in Toscana (1943-1945), Carocci, Roma, 2009, pp. 129-130; Matteo Mazzoni, Il passaggio del fronte tra Val di Pesa e Val d’Elsa. Civili e violenze di guerra nell’estate del 1944, Polistampa, Firenze, 2014, pp. 153-156; Pro Loco Sambuca Val di Pesa, Per non dimenticare. 23 luglio 1944. Eccidio nazista a Pratale, Tavarnelle, 1996; Carlo Salvianti, Remo Ciapetti, Lotte politiche e sociali in Val di Pesa dal primo dopoguerra alla Liberazione (1919-1944), Nuove Edizioni Vallecchi, Firenze, 1979, p. 251-52.

[6] Testimonianza di Nazzareno Papini, raccolta dall’autrice il 12 marzo 2026 nell’ambito del suddetto progetto sul 1946.

[7] Su Pratale, cfr. Francesco Fusi, a cura di, PRATALE TAVARNELLE VAL DI PESA 23.07.1944 (Firenze – Toscana) in Atlante delle stragi Nazifasciste, https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2414 [consultato nel mese di luglio 2026].

[8] L’espressione Armadio della vergogna racchiude una delle pagine più dolorose e oscure della storia giudiziaria e politica dell’Italia del Dopoguerra: un insabbiamento di Stato durato oltre mezzo secolo che ha negato verità e giustizia a migliaia di vittime delle stragi nazifasciste.

La vicenda è emersa nel 1994, durante le indagini contro l’ex ufficiale SS Erich Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine. Nei sotterranei di Palazzo Cesi-Gaddi a Roma, allora sede della Procura generale militare, il magistrato Antonino Intelisano rinvenne un armadio di legno sigillato con un lucchetto e posizionato con le ante rivolte verso il muro. Al suo interno giacevano 695 fascicoli d’inchiesta e un registro con 2.274 notizie di reato, tutti archiviati provvisoriamente in modo del tutto illegittimo nel 1960 dalla Procura generale militare. Quei documenti contenevano denunce dettagliate, mappe, testimonianze e i nomi dei responsabili dei più atroci crimini di guerra commessi dalle truppe occupanti tedesche e dai collaborazionisti italiani tra il 1943 e il 1945. Soltanto dopo il fortuito ritrovamento del 1994 le carte sono state finalmente trasmesse alle procure militari competenti, permettendo l’avvio di una stagione di processi storici. Sebbene giunti tardivamente tali procedimenti hanno consentito di accertare le responsabilità penali ed esecutive.

[9] Stragi nazifasciste, nasce nuovo coordinamento nazionale per denunciare l’atteggiamento dell’Avvocatura dello Stato, https://www.gonews.it/2024/01/09/stragi-nazifasciste-nasce-nuovo-coordinamento-nazionale-per-denunciare-latteggiamento-dellavvocatura-dello-stato/, 9 gennaio 2024 [consultato nel mese di luglio 2026]