
Fiorenza Fiorineschi
Gerardo Bianchi, membro del CLN e della DC clandestina a Pistoia, individua Fiorenza come la prima che si fosse messa a disposizione della neonata Democrazia cristiana dopo l’armistizio. Fiorineschi partecipa infatti più volte alle riunioni clandestine del CLN, che si svolgono nella parrocchia di San Rocco, e svolge principalmente la funzione di staffetta. Trasporta biglietti e ordini, venendo anche fermata più volte dai tedeschi e dai fascisti locali senza mai essere scoperta.
È a lei che il partito clandestino affida la diffusione del giornale “La Bandiera del popolo”, le cui copie, tramite un viaggio in bicicletta da via Sestini al cimitero di San Rocco, vengono nascoste in una tomba vuota per poi essere distribuite da altre persone.

Fiorenza (ultima a destra) nella sala del consiglio comunale di Pistoia (Archivio ISRECPT)
Bianchi ricorda un altro importate episodio con protagonista Fiorenza. A Vinci all’inizio dell’estate 1944 viene fucilato il partigiano Ferruccio Lelli. La vedova Amelia, consapevole della situazione pericolosa in cui si trova la sua famiglia, intende riunirsi ai suoi parenti pistoiesi, muovendosi coi due figli, il suocero e il cognato Sandro Lelli, ricercato dalla RSI perché disertore. Conoscendo bene i sentieri del Montalbano, Fiorenza giunge insieme all’amica Fiorenza Biondi da Lucciano fino a Santa Lucia a Paterno per incontrarsi con la famiglia e da lì ripartire in direzione di Pistoia.
Benché non abbia richiesto il riconoscimento della qualifica di partigiana, è ricordata dai membri della Democrazia Cristiana e da altre antifasciste pistoiesi per il suo coraggio e la sua determinazione.
Dopo la guerra Fiorenza sceglie di non sposarsi per dedicarsi alla politica, al suo lavoro di piccola imprenditrice nell’abbigliamento infantile e all’Azione cattolica. È consigliera comunale per tre legislature (1951, 1956, 1970) e delegata provinciale del Movimento femminile della DC dal 1959. Fra le altre cariche ricoperte, è delegata nazionale del Movimento artigiano femminile, presidente provinciale dell’Associazione nazionale famiglie degli emigrati e consigliera d’amministrazione della casa per gli anziani del Villone Puccini a Pistoia. Muore il 18 ottobre 1980.
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🟧 Necrologio di Gerardo Bianchi, “Qualestoria”, 1, 1981, p. 70.
Ricordo sempre quando, nel ’43, fra gli amici più fidati si parlò esplicitamente di azione politica e, a seguito di notizie giunte da Milano, di organizzazione del partito della DC. Nacque poi il CLN, con le riunioni clandestine nei luoghi più imprevisti […].
Per questo lavoro, cosi semplice e allora così importante, le varie organizzazioni politiche e partigiane si valsero in molti casi di donne, e Fiorenza Fiorineschi. insieme a Fiorenza Biondi e altre ragazze delle parrocchie vicine alla città, fu la prima a mettersi a disposizione della DC.
Si cominciava a preparare la stampa clandestina, che appariva sempre più necessaria in quel periodo così turbinoso, i viaggi a piedi o in bicicletta per diverse località della pianura pistoiese non furono pochi. Certamente, oggi non so se potremmo qualificare solo atto di coraggio o forse solo gesto un po’ incosciente, quello di una ragazzina bionda che portava, per via Sestini, fino alla Chiesa di San Rocco, dei pacchi piuttosto voluminosi della nostra “Bandiera del Popolo” per nasconderli in una tomba vuota di quel Cimitero, in attesa del momento opportuno per la distribuzione agli amici. […] Ma Fiorenza non indietreggiò mai di fronte al pericolo.

Fiorenza con Ugo La Malfa
Alla fine del giugno ’44 – era il tempo in cui veniva preparata la battaglia di Firenze e sull’Arno – a Sant’Amato di Vinci, sulla costa del Montalbano veniva fucilato Ferruccio Lelli (fratello del can[onico] Rodolfo e del prof. Santo) insieme ad altri due parenti.
La famiglia di Ferruccio Lelli era formata dalla moglie Amelia e da due figli: Giancarlo, di una decina d’anni, e Maria Luisa, di poco più d’un anno. L’uccisione del marito e l’accresciuta presenza tedesca in quella zona accentuarono la volontà della signora Amelia di riunirsi ai parenti nel pistoiese, ed altrettanto era da parte di questi, ma la cosa si presentava estremamente difficile. II padre di Ferruccio, vecchio e malandato, non avrebbe potuto essere praticamente utile; il fratello Santo […] non poteva farsi vedere essendo fra i ricercati dai repubblichini; il can. Rodolfo, che era impegnato a Pistoia come parroco ed aveva rapporti col CLN provinciale, non era nelle condizioni di dare un aiuto concreto.
La situazione drammatica fu risolta drasticamente da Fiorenza Fiorineschi: insieme alla fedele amica Fiorenza Biondi partirono a piedi da Lucciano e, passando per i sentieri che scavalcano il monte […], andarono a trovare la signora Amelia Lelli e i suoi due ragazzi a Santa Lucia a Paterno, sopra Vinci. Bisognava organizzare il ritorno. Si era a mezzo luglio. Gli alleati premevano sul fronte dell’Arno, e i tedeschi tentavano ogni forma possibile di resistenza; si trovavano dappertutto, nelle strade, nei borghi. La Fiorineschi decise: non essendo possibile valersi di mezzi di locomozione e pericoloso camminare per la via provinciale, non c’era che risalire il Montalbano e scendere nel versante pistoiese. E le tre donne


Valchiria Gattavecchi
Nasce ad Asciano, in provincia di Siena, nell’ottobre del 1921, figlia di un ferroviere socialista e di una casalinga che saltuariamente fa la sarta. La famiglia arriva a Livorno nel 1930 in seguito al trasferimento del padre. Valchiria riesce a prendere un diploma magistrale preparandosi da sola per le prime due classi e completando nel 1943 il corso di studi a Pisa. L’unico fratello è richiamato in guerra e inviato in Jugoslavia; di lui non si hanno più notizie fino al suo ritorno al seguito delle truppe alleate nei giorni della Liberazione.
Il 3 giugno 1943, a causa dei bombardamenti, Valchiria e la madre sfollano ad Asciano, mentre il padre resta a lavorare a Livorno. Nell’area opera dopo l’8 settembre la 5a Banda autonoma, facente parte del Raggruppamento patrioti Monte Amiata e comandata dall’azionista Bruno Dal Pozzo. A Valchiria è recapitato un biglietto del cugino Mario Farfarini, unitosi alla formazione; inizia dunque a collaborare coi partigiani insieme alla madre e ad altre donne del paese. Esse li riforniscono di alimenti e vestiario, raccolgono collette, curano ammalati; dato che la famiglia possiede una radio, Valchiria si occupa anche di trascrivere i messaggi emessi da Radio Londra e di recapitarli ai partigiani.

Valchiria Gattavecchi (in piedi al centro della foto) all’inaugurazione della Colonia marina “Ilio Barontini”, Livorno 1 agosto 1951.
Dopo la Liberazione non fa domanda per il riconoscimento di patriota, forse perché non ritiene di averne i requisiti. Torna a Livorno e si iscrive al PCI; per sei anni lavora nel partito come funzionaria, poi prende l’abilitazione all’insegnamento e diventa docente nelle scuole professionali. Consegue anche il diploma di assistente sociale all’Università di Firenze e nel 1970 si laurea ad Urbino in sociologia, con una tesi sui movimenti giovanili.
Continua a dedicarsi all’attività politica sia nel partito sia nell’associazionismo: nell’UDI, nell’organizzazione delle colonie estive a Livorno, nell’ANPI. Nel 1953 fonda l’associazione Studenti livornesi. Negli anni Sessanta viene eletta consigliera comunale e si interessa particolarmente del problema degli asili.
Oltre alla spinta ad arricchire il suo percorso di studi, durante tutto il corso della sua vita si dedica ad attività sociali ed educative, in particolar modo coi bambini e coi giovani. Si spegne a 91 anni.
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Intervista a VALCHIRIA GATTAVECCHI, in L. Antonelli, “Voci dalla storia. Le donne della Resistenza in Toscana tra storie di vita e percorsi di emancipazione”, Pentalinea, 2006, p. 687
Io dico che questo si deve sottolineare, se non c’era questo aiuto, questa solidarietà, è stata determinante la solidarietà delle donne e la chiamano la Resistenza taciuta e si deve cercare di metterla in luce. E noi poi che per la prima volta si metteva la testa fuori, per noi era più difficile capire queste cose, se si faceva si faceva per istinto, dice per istinto materno che poi si organizzava questo istinto, si cambiava, si trasformava e diventava forza insomma ecco. Perché chi c’aveva il fratello, chi c’aveva il marito, chi c’aveva il babbo per cui tutti eravamo coinvolti e poi quando le donne si accorsero che non solo la guerra gli prendeva i mariti, i figlioli, ma le coinvolgeva e per i bombardamenti e per il mangiare, quando non avevano da dare da mangiare ai ragazzini che piangevano, cosa gli davano. Fu una cosa spontanea che aderirono, ecco perché anche tante donne pur non avendo…chiesero di andare a combattere anche con le armi e c’andarono e fecero tutto come potevano fare gli uomini, questa è stata la cosa… Secondo me la cosa più grande che ci sia stata è stata questa solidarietà di tutti, di tutti quanti…
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Stralci dell’intervista in Tiziana Noce, Nella città degli uomini. Donne e pratica della politica a Livorno fra guerra e ricostruzione, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, pp. 107, 134.
Il nostro gruppo era nominato la V banda autonoma. Faceva capo al raggruppamento Amiata, però era autonoma perché l’aveva formata un ufficiale dell’esercito del Partito d’azione, che era stato buttato fuori dall’esercito. Si chiamava Bruno Dal Pozzo, era del Partito d’azione e io ho avuto i primi opuscoli dal Partito d’azione e mi piaceva il Partito d’azione, mi piaceva moltissimo, mi piaceva in particolare la rigidezza, la questione morale, di dire si fa così, si segue una via, il disinteresse, soprattutto. […]
Innanzitutto abbiamo avuto la cobelligeranza e quest’è stata, perché se non ce la meritavamo non ce la davano, e poi perché abbiamo combattuto a fianco degli Alleati.1 La Resistenza è stata una scelta, decisa, ragionata, e sudata, con tanti sacrifici. E poi mi piace sottolineare, te che fai storia,2 perché non è mai stata detta una cosa del genere, le donne sono sempre state sottovalutate. In quell’epoca non ci si faceva caso, in quell’epoca c’era proprio la parità, senza le pari opportunità, nell’epoca della Resistenza eravamo piombati nella parità uomo donna. Perché? Perché i rischi erano uguali. Le donne non soltanto facevano attività di assistenza, di staffette per portare i messaggi, eccetera, ma anche perché avevano gli stessi compiti degli uomini, hanno combattuto con le armi […]. Perché checché ne dicano gli uomini, e cominciano un pochino a capirlo ora, senza il movimento femminile nella Resistenza non si poteva avere quella vittoria che s’è avuto, questo diciamolo sempre.

Valchiria Gattavecchi (Credits: (R)esistenze. Le immagini,
di Giovanna Bernardini e Ippolita Franciosi, Bandecchi & Vivaldi, 2006)
Ora lo hanno capito, anche attraverso le pari opportunità, perché guarda tutta l’assistenza, tutte le comunicazioni, le famose staffette, che ora, dice, si poteva dire che erano ufficiali di collegamento, però l’avete buttato via, il riconoscimento ufficiale non c’è stato, per gli uomini c’è stato, per noi non c’è stato. Quindi noi c’eravamo poste questa questione: noi siamo convinte che serve a qualche cosa, siamo convinte che diamo il nostro contributo, perché se no non si può andare avanti e non si vincerà la nostra battaglia. Eravamo convinte di questo e, d’altra parte, eravamo accettate nelle brigate, con le armi, senza le armi, convinte che si sarebbe continuato, invece poi hanno messo il veto, eh.


Ritratto di Tosca Martini, anni Trenta (©️Archivio famiglia Maullu Martini)
Nata a Cantagallo nel 1914 in una numerosa famiglia contadina della zona, a dodici anni Tosca va a lavorare nella fabbrica tessile di La Briglia, di proprietà della famiglia ebrea Forti. Proviene da un ambiente antifascista, come pure l’amato fratello minore Lido, che nel dopoguerra sarà dirigente sindacale della Val di Bisenzio e di Prato. Sotto il regime, Tosca diviene un punto di riferimento per le rivendicazioni operaie e per la propaganda antifascista.

Lido, fratello di Tosca Martini (©️Archivio Fondazione CDSE)
Dopo l’8 settembre 1943 agisce da staffetta nella formazione “Orlando Storai” di stanza sul Monte Javello; aiuta i renitenti a raggiungere i partigiani diventando anche punto di riferimento per le loro famiglie e fidanzate.
Nel suo percorso è cruciale la decisione di far cucire in segno di protesta una bandiera rossa per la festa dei lavoratori del 1944. La mattina del 1° maggio il paese di Usella, nel fondovalle, si sveglia con una bandiera rossa che sventola su un alto cipresso, sopra la strada provinciale (oggi SR 325), e con manifesti che tappezzano i muri delle case (“morte ai fascisti, fuori i tedeschi e viva il 1° maggio”). Di nascosto dalle famiglie, infatti, nei giorni precedenti Tosca e altre donne di Usella (Giulia Lavati, Martina Martini, Nigella Catani, Fernanda Ferrantini, Rosa “la merciaia”) hanno confezionato il drappo con un nastrino tricolore. I militi della Guardia nazionale repubblicana accorrono immediatamente per togliere la bandiera e per arrestare Tosca, ritenuta autrice della protesta. Già il 2 maggio è nel carcere femminile di Santa Verdiana a Firenze, dove conosce la partigiana fiorentina Tosca Bucarelli, che di lei racconterà: “insieme a me era la più torturata di tutte”.

Tosca Martini, al centro, con una sorella e un’amica di Usella, anni Trenta (©️Archivio Fondazione CDSE)
Viene interrogata numerose volte dalla Banda Carità presso Villa Triste e torturata per circa due mesi, ma non rivela mai informazioni sulla Resistenza. Secondo la sua testimonianza è salvata dalla possibile deportazione grazie all’intervento, tra giugno e luglio, di un noto avvocato pratese su insistenza dei compagni partigiani.
Tornata a casa, benché debilitata dalle sevizie e dal carcere, continua a dare il proprio contributo all’organizzazione della Resistenza fino al passaggio del fronte in Val di Bisenzio nel settembre 1944. Il 23 aprile 1951 si aprirà a Lucca il processo alla Banda Carità e Tosca Martini verrà chiamata più volte a testimoniare.
Nel Dopoguerra riprende a lavorare nel tessile, impegnandosi nel sindacato con il fervore che sempre l’ha contraddistinta; è riconosciuta partigiana combattente il 12 marzo 1947.
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🟪Stralci dall’intervista realizzata da Laura Landi il 10 settembre 1988, pubblicata in Alessia Cecconi, Francesco Venuti (a cura di), Sul cipresso più alto. La storia di Tosca Martini e altre vicende di guerra e Resistenza, Montemurlo, Fondazione CDSE, 2013, pp. 66-69.
Io entrai al Forti alla briglia appena finito dodici anni, sono nata di gennaio, a marzo ero già a lavorare nel reparto orditura. Si lavorava tante ore e ho imparato alle macchine di ritorto, sempre in orditura. Poi c’era il magazzino e poi si andava alla grande tessitura, perché il Forti è sempre stata una grande ditta, lì siamo cresciuti. […]
In fabbrica ci andavo in bicicletta, dopo parecchio tempo hanno messo un autobus. Noi donne non si prendeva la stessa paga degli uomini, per carità, e allora ho dovuto fare la sindacalista.
Nel 1943 morì la mia povera sorella Duilia di malattia e lasciò due bambine. Succede il patatrac di Badoglio, a questo punto mi venne chiesto di iscrivermi al sindacato di Badoglio, ma io non volevo assolutamente accettare, perché dovevo badare alle bambine ed ero troppo occupata, gli dissi “sentite, non ho proprio punta voglia di mettermi a fare la sindacalista perché ho altre cose, m’hanno lasciato due bambine”, non volevo accettare. Allora cosa hanno fatto? Hanno fermato tutte le macchine, i magazzinieri, 14 orditoi, tutte le macchine da ritorto, poi tutte quelle che facevano le rocche e i fusi, tutta la tessitura, era una grande ditta e io mi son trovata in mezzo a tutti gli operai in quella maniera, “lo devi far te, lo devi far te”, e alla fine ho accettato.
Ora succede che Badoglio sta poco, liberano il Duce e ritorna il sindacato fascista. Noi tutti in fabbrica si era d’accordo che questa cosa non si poteva assolutamente accettare. E allora vengono in tessitura a sparare con le rivoltelle, allora quel pover’uomo del mio zio di Vaiano, fratello della mia mamma, disse che accettava lui di essere delegato del sindacato fascista, mentre tutti urlavano e scappavano come pazzi. Poi [dopo l’8 settembre] successe la ribalta un’altra volta e allora io sono rimasta lì al sindacato mio, che non era più il sindacato di Badoglio, ma era il nostro. Sono sempre rimasta all’avanguardia della briglia fino a quando il 1° maggio non sono stata arrestata e portata via.
Dall’8 settembre al maggio ’44 si lavorava con le formazioni partigiane. Io avevo tutta l’organizzazione: quando venivano gli aerei americani o inglesi a portare la roba sulle colline, informavo le formazioni sugli arrivi: s’aveva il nostro ordine del giorno. […]
Salivo anche ai Faggi personalmente a portare le notizie e si vede che il Barellini l’hanno messo a fare la spia e mi ha visto. io e la povera Teresa moglie del mio povero fratello [Lido] si fece finta di andare a lavorare perché mi seguivano. Si aveva il segretario del partito fascista che stava lì a dormire nell’ultima casa in fondo, era di Prato, era un gobbino e diceva “benedetto il Dio, quella donna ci va la mia padrona di casa a veglia la sera e vado a chiamarla delle volte, ci resto anche io, l’è tutta casa e lavoro, possibile che lei la faccia codeste cose?”.
Insomma, mi presero il 1° maggio del ’44, qui [facendo riferimento a un libro] è un po’ raccontato, un po’ tralasciato, ’un possono mica dire tutto. Si capisce quanto è importante, c’è fatti per fare un libro. Mi arrestarono per cosa si è fatto con il mio cognato che era ferroviere di Vaiano.
Al mio cognato dissi: te la metti, e io preparo la bandiera, e vai per il 1° maggio a metterla proprio in cima al cipresso, quello che va al cimitero gl’era bello alto. Proprio in cima in cima aveva messo questa bandiera rossa, l’aveva legata con una maniera che lui figurati gl’ha avuto il primo premio che ha in casa, andava a allacciare i fili quando va il treno. L’aveva messa in un modo che non c’era modo nemmeno levarla, mandarono a levarla e non lo sapevano fare. La vedevano proprio bene dalla ferrovia, la si vedeva proprio bene, tutti la vedevano. La sera prima gli si dette la botta, si mise tre manifesti “morte ai fascisti”, ma grandissimi, tre di qua e tre di là, rivolti alla chiesa, e la mattina tutti li leggevano: “morte ai fascisti, fuori i tedeschi, viva il 1° maggio”, grandi così, io e la povera Fernanda sia andò a metterli. Non mi avevano visto, era notte.
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🟥Amiche per la libertà – Tosca Martini, Tosca Bucarelli e le altre – Corto realizzato dalla Scuola di Cinema “Anna Magnani” di Prato con regia di Massimo Smuraglia, ispirato alla vicenda della partigiana Tosca Martini di Usella, alla cui sceneggiatura ha collaborato la Fondazione CDSE (il film è liberamente ispirato al libro “Sul cipresso più alto”, edizioni CDSE). Con Francesca Cellini e Doriana Clemente. Musica Originale di Samuele Luca.
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🟪ISRT, Fondo Calamandrei, Processo alla Banda Carità, Busta 4.1.3. Stralcio della sentenza della Corte di Assise di Lucca del 28 luglio 19512, 25esimo episodio – Martini Tosca – (imputazione n. 27) – Il documento integrale è pubblicato in pubblicata in Alessia Cecconi, Francesco Venuti (a cura di), Sul cipresso più alto. La storia di Tosca Martini e altre vicende di guerra e Resistenza, Montemurlo, Fondazione CDSE, 2013
[…] Questi come primo atto la prese per il petto nonostante le proteste della donna che irritarono maggiormente il Bellesi, quindi cominciò a coprirla con pugni e ceffoni al viso così violenti da farle uscire copioso il sangue dalle orecchie e dal naso. Dicendo poi che non voleva farsi male alle mani, si tolse la cinghia dei pantaloni e con questa prese a colpire la ragazza, in maniera che la placca di metallo piuttosto grossa la colpiva sulla carne che in tal modo veniva a lacerarsi avendole sollevato all’uopo anche le vesti e riducendola tutta pesta. Le cinghiate sempre più violente si protrassero per lungo tempo e la Martini per il dolore continuava ad urlare in modo tale che alcuni funzionari della Questura, che si trovavano nella stanza vicina, si affacciarono alla porta per protestare contro quel trattamento inumano. […]

Walma (a sinistra) nel 1946 con le sorelle Clara e Fulvia
Nasce nel 1926 a Pontorme, sobborgo operaio di Empoli, da una famiglia composta dal padre, vetraio soffiatore, dalla madre sarta e da sei figli, di cui Walma è la più piccola. Frequenta le scuole elementari dalle suore, perché la famiglia antifascista non vuole che partecipi ai rituali della scuola di regime. Successivamente inizia a lavorare come operaia in una piccola ditta che produce vestiario militare.
Si avvicina all’attività politica aiutando il fratello Alfiero, comunista, nella distribuzione di volantini e nella raccolta di fondi per il Soccorso rosso. L’arresto di Alfiero nel 1936 segna anche per lei una tappa significativa, dato che a scuola è additata come sovversiva. Nella sua formazione svolgono inoltre un ruolo i legami con la famiglia allargata: è cugina per parte di madre di Giuseppina e Ateo Garemi, entrambi emigrati in Francia; Ateo aderirà ai GAP e sarà ucciso a Torino nel dicembre 1943.[1] Durante la guerra approfondisce i legami con gli ambienti clandestini empolesi e contribuisce già alla preparazione dello sciopero del marzo 1943.
Subito dopo l’8 settembre si impegna col fratello nel soccorso a militari fuggiaschi e renitenti alla leva, che vengono messi in contatto con i gruppi partigiani. Svolge il ruolo di staffetta e partecipa all’organizzazione dello sciopero del 4 marzo 1944; l’agitazione è infatti appoggiata da un corteo di donne verso il centro cittadino, alla quale si uniscono contadini dalle vicine frazioni, artigiani e bottegai e gli operai che escono dalle officine.[2] Per queste attività sarà riconosciuta patriota.
Dopo la Liberazione è assunta in una fabbrica di fiammiferi, diventando un’operaia specializzata. Il PCI le propone di frequentare un corso di formazione rivolto alle donne; Walma accetta e in seguito decide di abbandonare l’impiego per dedicarsi all’attività politica. Svolge prima un ruolo nella Federazione giovanile e poi diventa segretaria provinciale dell’UDI. Nel 1953 partecipa alla vertenza della fabbrica Pignone di Firenze, divenendo la portavoce delle famiglie degli operai presso il sindaco Giorgio La Pira, che riuscirà a evitare la chiusura dello stabilimento.

Walma Montemaggi
Nel 1955 si sposa con Ilio Bastianoni, anche lui aderente al PCI. La coppia successivamente si allontana dalla politica attiva; Walma decide nel 1963 di lasciare il ruolo di funzionaria, nel 1964 ha un figlio. Non abbandona però l’impegno pubblico, in specie nel sindacato e nell’ANPI, e nell’ultima fase della sua vita si dedica alla scrittura di racconti e memorie. Muore ad Empoli nel 2017.
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🟥Stralci dell’intervista a Walma Montemaggi in Laura Antonelli, Voci dalla storia. Le donne della resistenza in Toscana tra storie di vita e percorsi di emancipazione, Prato, Pentalinea, 2006, pp. 155-7 e 168-169
L’anno successivo, il 1944, preparammo lo sciopero del quattro marzo con una riunione preparatoria nel bosco di Corniola, facendola sembrare una scampagnata di ragazze e ragazzi.
Lì ci fu detto il giorno e l’ora (il 4 marzo appunto, ad Empoli in Comune alle ore 10-11). Così iniziammo a formare piccoli gruppi che camminavano per il “giro” di Empoli, poi si fecero dei capannelli iniziando a parlare fra noi donne, in seguito diffondemmo la voce: “Andiamo in Comune dal podestà”. Eravamo un centinaio, tutte affollate al portone del palazzo comunale, entrammo. Fummo ricevute dalle autorità di allora: il podestà appunto, il segretario del Fascio repubblichino, il commissario di polizia, il maresciallo dei carabinieri e alcuni responsabili dei servizi comunali. Noi avanzammo le nostre richieste, erano mesi che con la tessera non ci veniva dato neppure ciò che toccava di diritto. Chiedevamo pane, un po’ di carne, vedevamo i tedeschi che stavano portando via tutto. Facemmo le nostre rimostranze. Le autorità ci calmarono, dicendo che in qualche modo avrebbero provveduto e così andammo via con queste promesse verbali. Appena fuori dal Comune, le donne e gli uomini ormai erano divenuti una folla che andava via via aumentando. La strada era piena di gente che ci domandava come fosse andata, cosa ci avessero risposto.
In quel momento fummo affiancate dalla polizia dell’OVRA[3] che ci provocò, dicendo: “Penerone![4] Andate a casa”. A queste parole venne fuori da parte di tutte le donne un abbaione di risposta: “Andate voi a casa!” e li rincorremmo. Uno si dileguò andando verso la stazione, un altro si diresse in piazza della Vittoria presso un albergo, quando fu arrivato ci mostrò la pistola e una bomba a mano. Allora presero in mano la situazione i compagni partigiani che erano scesi dalla montagna per scortarci ed il poliziotto fascista, vista la malaparata, si rifugiò nell’albergo. Di lì a pochi minuti arrivò un camion tedesco con una mitragliatrice innestata con due soldati che ci intimarono di sciogliere il raduno non autorizzato altrimenti avrebbero fatto fuoco. Noi non ci lasciammo intimorire, tenemmo ancora per un po’ la piazza, alcuni proposero di andare ad assaltare il silos del grano, ma ci fu detto di non andare che il grano se l’erano già preso i tedeschi. In quegli istanti di paura ma anche di coraggio ricordo che accanto a me avevo mamma “Palmira”, un’anziana compagna madre di un giovane che era stato condannato a tanti anni di carcere dal Tribunale Speciale perché comunista. Questa donna mi diceva: “Abbracciami Walma, stringiti a me e non aver paura, tanto non sparano. Lo fanno per impaurirci” […].
– Aveva paura?
– Sarei stata un’incosciente a non averne. Anzi ne ho avuta tanta. Quando andavo a prendere la stampa clandestina ad Avane, e la sistemavo nella borsa a doppiofondo fatta da mia madre, ti dirò che facevo in un lampo a distribuirla a tutti, così quando c’erano i libri, li diffondevo il pomeriggio nascondendo il fatto con la giratina in bicicletta oppure che andavo a Empoli a comprare i bottoni per i vestiti delle clienti di mamma. Poi c’erano i giorni nei quali venivano ammazzate le bestie comprate dai contadini, per mandare un po’ di carne ai ragazzi che erano in montagna e per noi. Vendevamo le frattaglie e le parti meno nobili da fare il lesso e lo spezzatino; a volte compravo anche per casa, ma la carne anche la meno nobile, costava molto e non sempre potevamo permettercela. Poi passare un posto di blocco dove c’erano i tedeschi, quelli della Wehrmacht, quando dovevo portare qualcuno in formazione: giovani renitenti alla leva militare che non volevano andare al fronte a morire o disertori dell’esercito che non volevano più combattere. Questi erano i pericoli che si correvano ogni giorno. Le prime volte, tremavo ma poi riuscivo sempre a cavarmela; non ti ho detto che ero piuttosto bellina e allora a volte tiravo un po’ più su del dovere la gonna andando in bicicletta e così passavo. Però passavo più volentieri dai posti di blocco tenuti dai tedeschi che da quelli dei repubblichini: avevo paura di incontrarci qualcuno che mi conosceva.[…]
Nel 1943 iniziò la nostra Resistenza in Toscana. Con mio fratello Alfiero portammo tanti ragazzi sia in montagna, specialmente i renitenti alla leva, ma anche ufficiali badogliani che andarono nelle formazioni partigiane che come sai, si aggregarono agli alleati per compiere azioni di disturbo ai tedeschi allora invasori ed ai repubblichini fascisti visto che Mussolini aveva formato la Repubblica di Salò. Io feci scappare in montana un maresciallo della finanza che doveva andare sul fronte russo ed anche un ufficiale dell’esercito che era ricercato come disertore: episodi che ho descritto nei miei racconti. È proprio vero che più difficile diventa la vita, più si lotta. Il coraggio a me veniva dalla consapevolezza del rischio che era anche paura. Ma nei momenti più acuti io mi vedevo la fine di tutto questo patimento e la morte mi sembrava liberazione e rinascita ad una vita più giusta, migliore e degna di essere vissuta.