Un catanese sulle rive dell’Arno Giuseppe Motta dalla lotta antifascista al Movimento Comunità di Adriano Olivetti.

L’avventura con Adriano Olivetti e il Movimento Comunità

L’ingresso nel governo di Romita apre nuovamente le porte di Roma a Motta, perché nella primavera del 1954 viene nominato responsabile dell’Ufficio stampa del Ministero dei lavori pubblici, incarico che ricopre fino al 1957, condividendo questo nuovo impegno con quello assunto ad Ivrea con Olivetti. La frequentazione con movimenti e organizzazioni culturali della sinistra “atipica”, federalista e laica, spesso emarginati dai grandi partiti, lo porta a incontrare e relazionarsi con personaggi come Aldo Capitini e Altiero Spinelli ed altri, arricchendo notevolmente il suo bagaglio culturale e politico. È il rapporto però con l’imprenditore Adriano Olivetti, al quale lo lega una sincera amicizia costruita su una stima reciproca, che lo segnerà definitivamente sul piano intellettuale e politico. Olivetti coinvolge Motta nel suo progetto politico-sociale fin dal 1949 e l’intellettuale catanese inizia a svolgere per conto dell’ingegnere piemontese un’intensa attività di promozione e organizzazione del Movimento Comunità, sia in Piemonte che in Toscana e Lazio. Nell’estate del 1955, la Commissione per la revisione delle strutture del Movimento Comunità composta da Franco Ferrarotti, Duccio Innocenti, Riccardo Musatti, Umberto Serafini e Giuseppe Motta conclude i suoi lavori con la proposta di modificare due articoli dello statuto del 1949, con una maggiore accentuazione delle motivazioni politiche culturali nell’azione del movimento[1].

Motta sarà sempre più preso da questo impegno, tanto che per le sue qualità in breve tempo è nominato direttore degli Uffici di Presidenza dell’industria Olivetti e contemporaneamente è chiamato a far parte dell’esecutivo nazionale del Movimento Comunità.

L’industria Olivetti in questi anni grazie alla direzione dell’ingegnere Adriano ha un impulso notevole, vantando, con circa 36.000 dipendenti di cui oltre la metà all’estero, una presenza su tutti i maggiori mercati internazionali[2]. In particolare, l’industria elettro-meccanica italiana si è fatta promotrice, grazie all’incontro tra Olivetti e Mario Tchou avvenuto negli USA nel 1955, anche di un ambizioso e innovativo progetto[3]. Enrico Fermi aveva suggerito un nuovo progetto all’Università di Pisa, che il 4 ottobre 1954 delibera un grosso finanziamento per la costruzione a Pisa della nuova calcolatrice elettronica CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana); fra le motivazioni che spingono verso la costruzione della macchina, vi è la decisione di Olivetti di collaborare con l’Università. L’ingegnere di Ivrea, infatti, si associa all’impresa stipulando, il 7 maggio 1956, una convenzione con l’Ateneo pisano che stabilisce il supporto finanziario alla struttura e ai suoi ricercatori, finalizzato alla costruzione del calcolatore e all’avvio di un progetto autonomo – il Laboratorio di Ricerche Elettroniche (LRE) – della Olivetti, volto alla realizzazione di un elaboratore elettronico di facile uso che possa essere prodotto su scala industriale per la commercializzazione.

Adriano Olivetti

Olivetti, comprendendo le capacità scientifiche e organizzative di Tchou, gli affida l’incarico di formare un gruppo di lavoro riunito in un laboratorio appositamente costruito che, in collaborazione con l’Università di Pisa, ha dunque l’obiettivo di progettare e costruire un calcolatore elettronico a valvole e transistor[4]. Così a Barbaricina, a pochi chilometri dalla città di Pisa, si insedia il Laboratorio di Ricerche Elettroniche, che sotto la direzione di Mario Tchou segna la nascita del progetto ELEA (Elaboratore Elettronico Automatico).

Motta è completamente immerso in questo ambiente culturale e scientifico, fiducioso nel progresso tecnico come portatore di benefici sociali ed economici e fondatore di una nuova comunità umana, nazionale e internazionale, di ispirazione socialista. Nel suo lavoro a fianco di Romita partecipa attivamente ai programmi statali di incremento edilizio e di programmazione urbanistica, tema questo fortemente condiviso con lo stesso Olivetti, che in questi anni promuove e sostiene lo sviluppo di una nuova concezione dell’organizzazione delle città in fase di ricostruzione postbellica. In questo periodo, Motta si integra fortemente nell’area socialdemocratica per la quale ricopre vari incarichi, tra cui quello di membro della Commissione nazionale di studi del PSDI, interessandosi in particolare dello sviluppo delle nuove aree industriali. I suoi propositi si basano su una concezione moderna dell’idea socialista, riformista e democratica, capace di far fronte all’esigenza, fortemente sentita nelle élites progressista, di un rinnovamento delle strutture economiche e statali del Paese. Impegno che si rafforza dopo la morte improvvisa di Romita, avvenuta a Roma il 15 marzo 1958, che costringe Motta a lasciare i suoi incarichi al ministero[5].

Motta è sicuramente l’artefice di molte situazioni nelle quali si costituiscono i nuovi Centri Comunitari, non solo in Piemonte e nel Lazio, ma anche in Toscana e precisamente nel Pisano. Qui l’intellettuale catanese riesce a costituire un nucleo di elementi e a editare un periodico, «L’informatore sociale della Valdera», che tra il 1955 e il 1958 diffonde il verbo del Movimento olivettiano coinvolgendo giovani e intellettuali come Francesco Bagatti, che ne diviene ben presto il coordinatore[6]. L’azione svolta da Motta nella provincia di Pisa favorisce la costituzione di nuclei e simpatizzanti anche in altre località come Terricciola, Peccioli, Casciana Terme e Volterra. La diffusione del movimento però si arresta dopo l’esito negativo delle elezioni politiche del 1958, quando in questi territorio viene raccolto solo lo 0,28% delle preferenze[7]. Precedentemente il nucleo di Casciana Terme aveva anche proposto Motta come candidato sindaco alle elezioni amministrative.

Motta si impegna strenuamente in due campagne elettorali, quelle delle amministrative della primavera del 1956 e quelle successive politiche del 1958, nel quale il Movimento Comunità tenta di fare un balzo in avanti sulla scena politica italiana. Tra il 1955 e l’inizio del 1956, il Movimento cerca di proporre un’alleanza con il Partito sardo d’azione, Unità popolare, il Partito repubblicano e il Partito radicale, al fine di costruire un fronte democratico-progressista. Difficoltà varie fanno arenare il progetto e il Movimento Comunità decide di partecipare da solo alle elezioni concorrendo nel Canavese, a Torino, nella Valdera, nel Basso Lazio e in Basilicata, dove la presenza dei Centri comunitari è già radicata da tempo. È Motta a stilare la dichiarazione politica del Movimento del 14 febbraio, in cui si delinea l’analisi del mancato accordo con le altre forze politiche e si annuncia la determinazione di presentare liste indipendenti[8].

L’11 aprile 1956, la Lista Comunità si presenta alle elezioni comunali ad Ivrea con Adriano Olivetti come candidato sindaco, l’ex sindaco Umberto Rossi e il motociclista Ermanno Ozino. La lista vince le elezioni e Olivetti è nominato sindaco dal Consiglio Comunale con 18 voti su 20[9]. Questa vittoria fa sì che il Movimento Comunità sia al centro delle attenzioni della direzione del PSI e in particolare di Pietro Nenni. Quest’ultimo, dopo la denuncia dei crimini staliniani da parte di Chruščëv al XX Congresso del PCUS del febbraio 1956, sente la necessità di abbandonare l’alleanza con il PCI, che aveva contraddistinto la politica del PSI nell’ultimo decennio, per riavviare un progetto di riunificazione delle diverse anime del socialismo italiano. Per questo ha bisogno di riallacciare i rapporti con tutte le schegge socialiste “eretiche” e tra queste anche il Movimento Comunità, che considera ispirato da un socialismo pragmatico e umanistico. A tal fine chiede un incontro ad Adriano Olivetti. Il mediatore di questo appuntamento è Motta, che in passato ha conosciuto Nenni e ha buoni rapporti con il suo entourage. L’incontro si svolge il 30 ottobre 1956 a Roma, un momento di forte tensioni internazionali con le notizie della rivolta popolare che arrivano dall’Ungheria, e insieme a Motta presenziano anche Fichera e Musatti. Nonostante il cordiale colloquio, Olivetti esce deluso dall’incontro, a causa soprattutto della mancanza di concretezza nelle posizioni del segretario socialista[10]. L’occasione persa con Nenni si ripresenta in breve tempo con il PSDI ed è ancora Motta ad essere al centro della trattativa, insieme a coloro che nel movimento sono indicati come «politici», cioè Fichera, Lunati e Serafini. Anche questo tentativo di accordo non trova sbocchi pratici dal momento in cui al successivo congresso nazionale del PSDI la vittoria del centro-destra emargina chi, come Matteo Matteotti è stato l’ispiratore del progetto all’interno del partito[11].  Certo, però, che i dodicimila potenziali voti, tanti sono gli iscritti al Movimento, fanno gola e comunque, in gran parte, confluiranno nell’area socialista, dopo la rinuncia alla politica del 1961.

In occasione delle elezioni politiche del 1958, il movimento decide di presentarsi insieme al Partito dei Contadini d’Italia e al Partito Sardo d’Azione nel cartello Comunità della Cultura, degli Operai e dei Contadini d’Italia. Motta è incaricato dell’Ufficio stampa della Concentrazione ubicato a Roma in Piazza di Spagna n. 15[12].

La lista ottiene 173.227 voti alla Camera dei deputati, pari allo 0,59%, e 142.897 voti al Senato, lo 0,55%. Olivetti con 18.923 preferenze riesce ad essere eletto alla Camera[13], ma si dimetterà poco tempo dopo per incompatibilità col suo ruolo nella giunta tecnico-consultiva dell’INA-Casa. Gli subentra il 12 novembre 1959 Franco Ferrarotti, che poi aderirà al PSDI.

La scomparsa dell’Ingegnere e la continuazione dell’impegno politico nelle file socialiste

A sconvolgere la vita di Motta arriva la notizia il 27 febbraio 1960 dell’improvvisa morte dell’ingegnere Olivetti, avvenuta sul treno mentre si reca a Losanna nei pressi della cittadina svizzera di Aigle, poco distante dal confine italo-svizzero[14]. La famiglia, divisa in cinque rami, si scontra nella gestione dell’azienda, ostacolando l’ascesa di Roberto, figlio di Adriano. A capo dell’industria di Ivrea è nominato Giuseppe Pero, che cerca di dare continuità all’impresa assicurando pieno sostegno alle attività di ricerca e sviluppo nel campo dell’elettronica.

La morte di Olivetti è seguita il 9 novembre 1961 da quella tragica dell’ingegner Tchou morto, a soli 37 anni, con il suo autista in un incidente stradale. Le morti di Olivetti e di Tchou hanno conseguenze immediate. Nel giro di pochi anni la Olivetti, in seguito a una crisi industriale, è costretta dai soci che la salvano, tra cui la FIAT e Mediobanca, a cedere, nel silenzio omertoso della politica italiana, la Divisione elettronica alla statunitense General Electric, segnando così la fine dell’avventura appena agli albori dell’informatica italiana.

La scomparsa dell’ingegnere Adriano determina anche un cambiamento repentino sul piano politico. Il 10 settembre 1961 il Comitato Centrale del Movimento Comunità, riunito a Milano, approva la «rinuncia alla lotta politica elettorale attraverso una propria organizzazione», invitando al contempo i propri iscritti a continuare a far politica «nell’ambito della tradizione socialista fabiana», cosa che, d’altra parte, Motta non aveva mai smesso di fare mantenendo la propria iscrizione al PSDI in contemporanea a quella del Movimento di Olivetti.

Motta, dopo dopo la morte di Adriano, che considerava e considerò sempre, molto di più di un datore di lavoro e di un imprenditore-intellettuale di cui condivise fino in fondo le ispirazioni, ma anche e soprattutto un padre e un Maestro, collabora attivamente con testimonianze e documenti alla ricerca già avviata da tempo dello storico Caizzi[15], tesa a ricostruire la genesi e lo sviluppo della storia familiare degli Olivetti. La collaborazione non è semplice, dal momento che Motta non condivide in toto l’impostazione che Caizzi offre alla propria ricerca, critica che muove attraverso un’argomentata lettera che invia allo storico nel luglio 1961[16]. L’anno successivo verrà alla luce l’opera di Caizzi pubblicata per i tipi della UTET nella collana «La vita sociale della nuova Italia»[17].

Motta in questi anni partecipa alla discussione sulla costituzione della Fondazione Olivetti e nei primi anni Sessanta ricopre anche l’incarico di membro dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, dell’Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni d’Europa e della Società Filosofica Italiana. Per un certo periodo, tra il 1962 e il 1963, è assistente volontario di diritto costituzionale all’Università di Firenze, presso l’Istituto per il progresso dell’amministrazione pubblica.

La sua passione per la politica non si ferma con la morte di Olivetti. Nel 1963 si presenta come candidato del PSDI nella Circoscrizione di Pisa, Lucca, Livorno e Massa Carrara alle elezioni politiche, senza però essere eletto, nonostante uno sforzo notevole sul piano personale[18]. Durante la campagna elettorale tiene 56 comizi, di cui 24 in provincia di Pisa, 13 in quelli di Massa Carrara, 10 in quella di Lucca e 9 in quella di Livorno. Complessivamente Motta raccoglie 1.954 preferenze, così distribuite: 764 a Pisa, 218 a Livorno, 210 a Lucca e 762 a Massa Carrara[19]. In questo periodo, nonostante i molteplici impegni che spesso lo portano a viaggiare, mantiene sempre un forte legame con il territorio della provincia di Pisa, occupandosi in particolar modo delle condizioni economiche e sociali delle Colline pisane, con l’obiettivo di un organico programma di trasformazione rurale, attraverso l’introduzione di nuovi tipi di colture e di nuovi rapporti di lavoro nell’organizzazione dell’azienda agraria. Le sue realizzazioni in questo settore – suggerite da un’aggiornata interpretazione delle funzioni dell’imprenditore agricolo, ai fini dell’incremento del reddito e del miglioramento sociale delle campagne – sono seguite con crescente interesse sia nell’ambito locale, sia per il loro valore esemplare, da parte delle autorità statali, soprattutto in vista dell’integrazione dell’agricoltura italiana nel Mercato comune europeo. Va qui ricordato, come esempio concreto del suo agire, il ruolo di imprenditore agricolo “illuminato” svolto insieme alla moglie, Lilia Borri, nella conduzione dell’azienda agricola di Fichino nei pressi di Casciana Terme, risollevandola dalla grave crisi in cui era caduta durante il Secondo conflitto mondiale, dotandola di impianti di coltivazione e macchinari moderni ma soprattutto superando, ben prima della legge di riforma agraria (Legge stralcio n. 841 del 21 ottobre 1950) e per primi nella Provincia di Pisa, l’arcaico istituto della mezzadria con il passaggio a quello del rapporto datore di lavoro-operaio.

Contemporaneamente Motta è uno dei più attivi militanti del PSDI della Toscana Nord-Occidentale, occupandosi non solo di propaganda ma anche di organizzazione, tanto che il partito in questi anni cresce sensibilmente in consensi e numeri di tesserati[20]. Non si contano le riunioni e i comizi tenuti da Motta in questi anni in tutte le principali località delle province di Livorno, Pisa, Lucca e Massa Carrara, in particolare durante la campagna elettorale per le amministrative del novembre 1964. La linea politiche che sostiene è quella di Giuseppe Saragat, volta a rafforzare il centro-sinistra con l’alleanza con la DC al fine di sostenere gli interessi generali dei lavoratori, dello sviluppo economico e della democrazia in Italia[21].

Il 2 febbraio 1965 il Consiglio di amministrazione della società Olivetti, presieduto da Bruno Visentini, lo nomina Segretario dello stesso Consiglio, nonché segretario del Comitato esecutivo, mantenendo nel contempo la direzione degli Uffici della Presidenza[22]. Entra poi a far parte del Consiglio direttivo della Fondazione Adriano Olivetti, costituita allo scopo di preservare e valorizzare il lascito culturale dell’ingegnere oltre agli archivi documentari della famiglia.

Al 14° congresso nazionale del PSDI che si svolge a Napoli dall’8 all’11 gennaio 1966, Motta è eletto nel Comitato centrale del partito[23]. È favorevole alla unificazione con il PSI, proposito che viene concretizzato il 30 ottobre 1966 a Roma al Palazzo dello Sport, in occasione di una grande manifestazione che battezza la nascita del Partito socialista unificato (PSU).

Gli insuccessi elettorali degli anni successivi e le forti divisioni interne del partito portano tra la fine del 1968 e l’inizio del 1969 alla nuova scissione e alla rinascita di un’area socialdemocratica indipendente. Motta nell’occasione decide di rimanere nel partito, che nel frattempo ha ripreso la vecchia denominazione di Partito socialista italiano (PSI).

Nelle elezioni amministrative del giugno del 1970 è il terzo eletto, in rappresentanza del PSI, nel Consiglio provinciale; nella nuova giunta di sinistra guidata dal comunista Renzo Moschini è nominato Assessore alla programmazione e allo sviluppo economico, incarico che mantiene per due legislature. Il nuovo impegno è portato avanti con quello dell’Olivetti che svolge nella sede romana dell’azienda, dove cura i rapporti con gli Enti locali e territoriali.

Nel 1974 è attivo nelle file socialiste nella campagna per il “fronte del no” nel referendum abrogativo della legge sul divorzio. Alla fine del 1975 assiste la moglie, afflitta da un male incurabile che la porta via nella primavera dell’anno successivo.

Epilogo

Nei primi anni Ottanta abbandona ogni impegno politico, non condividendo il nuovo corso dato al Partito dalla segreteria di Bettino Craxi.

Nei decenni successivi si dedica alle sue passioni di lettore accanito, cinefilo e assiduo frequentatore del Cine-club Arsenale, agli amici del Gorgona-Club, alla campagna, ai lavori agricoli della fattoria del Fichino e soprattutto al mare che tanto amava.

Di lui ha scritto un ritratto affettuoso Sandra Lischi:

Per me, per tutta la vita, è stato uno di casa, uno dei vice-padri che hanno contribuito alla mia formazione, in quel gruppo di amici dei miei genitori. Una presenza ruvida e tenera, sempre attenta e lucida, divertita, provocatoria. Implacabile e preciso nel sottolineare con sincerità difetti e limiti ma anche potenzialità e talenti. Senza mai fronzoli né compiacimenti. E poi antiborghese, anche nel vestire eccentrico, nel parlare senza ipocrisie, nel chiedere di conoscere – e nel valutare – felicità o frustrazioni prima ancora dei successi o degli insuccessi materiali[24].

Motta muore a Pisa all’alba del 15 febbraio 2018.

 

Nota per le immagini: tutte le illustrazioni provengono dall’Archivio personale di Giuseppe Motta

 

NOTE

[1] Cfr. G. Iglieri, Storia del Movimento Comunità, Roma, Edizioni di Comunità, 2019, pp. 119-132.

[2] Si veda il v. pubblicato in occasione del 50° anniversario della fondazione delle industrie Olivetti, Olivetti 1908-1958, a cura di R. Musatti, L. Bigiaretti, G. Soavi, Zurich, Ing. C. Olivetti & C. spa, 1958. Il volume contiene i saggi di L. Bigiaretti, Camillo Olivetti, Domenico Burzio e F. Fortini, Introduzione ai capitoli; didascalie.

[3] Cfr. J. De Tullio, Mario Tchou e l’elettronica italiana, München, GRIN, 2014.

[4] Cfr. M. Gazzarri, Elea 9003. Storia del primo calcolatore elettronico italiano, Roma, Edizioni di Comunità, 2021.

[5] L’impegno di Motta nel lavoro di responsabile dell’Ufficio stampa del Ministero del lavoro viene premiata il 2 giugno 1957 con il conferimento dell’onorificenza a Cavaliere Ufficiale al merito della Repubblica Italiana. BFS-AS, Carte Motta/Borri, Corrispondenza, Lettera di Giuseppe Romita, Roma, 5 agosto 1957.

[6] Cfr. G. Iglieri, Storia del Movimento Comunità, cit., pp. 193 e 196-197.

[7] Ib.

[8] BFS-AS, Carte Motta/Borri, Serie Comunità, fasc. Elezioni amministrative 1956 [da controllare].

[9] Ivi, pp. 187-193.

[10] Cfr. V. Ochetto, Adriano Olivetti, cit., pp. 260-261.

[11]Ivi, pp. 263-264.

[12] Cfr. G. Iglieri, Storia del Movimento Comunità, cit., p. 239.

[13] Il Movimento di Comunità aveva già tentato l’avventura parlamentare nelle elezioni del 1953 con il nome Humana Civilitas, in tre collegi del Senato (Torino centro, Biella, Ivrea) candidando Adriano Olivetti e ottenendo 39.912 voti (10,19%), insufficienti però per ottenere un seggio a palazzo Madama.

[14] Vasta all’epoca è stata l’eco della scomparsa di Adriano Olivetti. Per una sintesi delle testimonianze di affetto e riconoscimento per l’opera prestata nel campo industriale e sociale si v. Ricordo di Adriano Olivetti, a cura della rivista «Comunità», Milano, Edizioni di Comunità, 1960.

[15] Bruno Caizzi (1909-1992), storico d’origine romagnola e di cultura cattolica, laureatosi nel 1932 all’Università di Venezia in scienze economiche con Gino Luzzatto. Nel 1936, a causa delle sue scelte antifasciste, si trasferisce in Svizzera, nel Canton Ticino, dove insegna materie economiche e storia presso la Scuola Superiore di Commercio di Bellinzona. Nelle sue ricerche e nei suoi studi si occupa della questione meridionale, dei trasporti, dell’economia lombarda nella storia e dei suoi legami con quella ticinese. Nel 1963 diviene libero docente di Storia economica presso l’Università degli Studi di Milano, cattedra che mantiene fino al 1979.

[16] La lunga lettera è poi stata pubblicata in appendice al volume Fabbrica, Comunità, democrazia, a cura di F. Giuntella e A. Zucconi, Roma, Fondazione Adriano Olivetti, 1984, pp. 247-269.

[17]Cfr. B. Caizzi, Camillo e Adriano Olivetti, cit.

[18] Si v. la presentazione della sua candidatura nei periodici «Il Collocatore d’Italia», n. 3, marzo 1963, p. 2; «La Sentinella del Canavese», n. 13, 29 marzo 1963; «Corriere elbano», n. 17, 25 aprile 1963; «Il Telegrafo», 28 aprile 1963, p. 5.

[19] Il primo eletto è l’onorevole Lami Starnuti con 4.891 preferenze. Lami poi opta per il Senato lasciando il posto a Giuseppe Averardi. Le informazioni sull’andamento elettorale di Giuseppe Motta sono tratte da BFS-AS, Carte Motta/Borri, Serie Politica, fasc. PSDI, 1963-64, Lettera di G. Motta a R. Di Palma, Ivrea, 11 giugno 1963.

[20] Il PSDI nella Circoscrizione Livorno, Pisa, Lucca e Massa Carrara alle elezioni politiche del 1963 raccoglie 49.338 pari al 5,94 % risultando il quarto partito dopo DC, PCI e PSI. Nelle precedenti elezioni del 1958 aveva raccolto 28.977 preferenze (3,6%) risultando il quinto partito dopo la DC, il PCI, il PSI e il MSI.

[21] G. Motta, Programmazione, servizio sociale e socialismo, «Socialismo democratico», organo della Federazione provinciale di Massa-Carrara del PSDI, n. 9-10, febbraio 1963, pp. 1 e 4. Si v. inoltre, G. Motta, Socialismo democratico e programmazione. 1. Il significato del Centro sinistra, e 2. Pianificazione democratica e Regioni, «Nuova politica», organo della Federazione lucchese del PSDI, a. 2, n. 2, febbraio 1963, pp. 1-2 e a. 2, n. 3 marzo 1963, pp. 1 e 4.

[22] BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Estratto di nascita del Comune di Belpasso, 17 settembre 1949.

[23] G. Averardi, I socialisti democratici. Da Palazzo Barberini alla scissione del 4 luglio 1969, Milano, SugarCo. 1977, pp. 415-418.

[24]S. Lischi, L’ultimo, in S. Lischi-A. Nannicini, Guernica a Pisa. Storie di amicizia e di impegno, Pisa, ETS, 2019, pp. 11-14.

Articolo pubblicato nel febbraio del 2026.

 




Resistenze, femminile plurale – 50 partigiane toscane

 

 

🔸Batazzi Messina

Messina Batazzi

🔸Benetti Osmana

Osmana Benetti

🔸Benveduti Turziani Eleonora (detta Noretta)

Eleonora Benveduti Turziani

🔸Borghigiani Aida

Aida Borghigiani

🔸Cecchi Lina

Lina Cecchi

🔸Cecchi Liliana

Liliana Cecchi

🔸Cerquetti Virginia

Virginia Cerquetti

🔸Cipolli Primetta

Primetta Cipolli

🔸Cremoni Erminia

Erminia Cremoni

🔸Crociani Angiola“Giangia”

Angiola Crociani

🔸Cutini Lea

Lea Cutini

🔸de Jacquier de Rosée Gabrielle-Marie

Gabriella de Rosée

🔸Del Freo Assunta

Assunta Del Freo

🔸Enriques Agnoletti Anna Maria

Anna Maria Enriques Agnoletti

🔸Fantini Alberta

Alberta Fantini

🔸Fiorineschi Fiorenza

Fiorenza Fiorineschi

🔸Fondi Anna

Anna Fonti

🔸Gattavecchi Valchiria

Valchiria Gattavecchi

🔸Gereschi Livia

Livia Gereschi

🔸Giugni Ofelia

Giugni Ofelia

🔸Gori Mariella

Mariella Gori

🔸Guaita Maria Luigia

Maria Luigia Guaita

🔸Lenzini Cristina

Cristina Lenzini

Cristina Lenzini

🔸Lorenzoni Maria Assunta (detta Tina)

Tina Lorenzoni

🔸Machetti Cordara “Lucciola”

Cordara Machetti

🔸Marchetti Nara

Nara Marchetti

🔸Maria Moriconi

Maria Moriconi

🔸Marrocchesi Natalina

Natalina Marrocchesi

🔸Martini Anna

Anna Martini

🔸Martini Tosca

Tosca Martini

🔸Mattei Teresa

Teresa Mattei

🔸Menconi Mercede

Mercede Menconi

🔸Modesti Rossana

Rossana Modesti

🔸Montemaggi Walma

Walma Montemaggi

🔸Pannocchia Ubaldina

Ubaldina Pannocchia

🔸Parenti Norma

Norma Parenti

🔸Parracciani Wanda

Wanda Parracciani

🔸Pelliccia Walkiria

Walkiria Pelliccia

🔸Pillitteri Guelfi Giuseppina (detta Unica)

Giuseppina Pillitteri

🔸Rola Francesca

Francesca Rola

🔸Rossi Modesta

Modesta Rossi

🔸Sandroni Bruna

Bruna Sandroni

🔸Seghettini Laura

Laura Seghettini

🔸Talluri Bruna

Bruna Talluri

🔸Toniolo Teresa

Teresa Toniolo

🔸Tozzi Lina

Lina Tozzi

🔸Valsuani Emilia

Emilia Valsuani

🔸Vannucchi Suor Cecilia

Suor Cecilia Vannucchi

🔸Vassalle Vera

Vera Vassalle




Cattolici e RSI in Toscana (1943-1944)

Il rapporto tra Chiesa cattolica e fascismo è oggetto di una lunga stagione di studi che, culminata nella monografia di L. Ceci (L’interesse superiore, 2013), ha gettato luce sui momenti, i protagonisti e i caratteri essenziali di quella relazione; ciò detto, perfino a ottant’anni dalla Liberazione le conoscenze restano a tratti lacunose.

Uno dei problemi principali concerne quella parte – esigua sul piano numerico ma assai attiva, rumorosa e influente – del laicato e soprattutto del clero che, lungi dal limitarsi all’obbedienza nei confronti delle autorità civili, militari e religiose, aderì con entusiasmo alla RSI. Alcuni esempi sono noti: pensiamo ai cappellani militari, oggetto di un volume fondamentale di M. Franzinelli (1991); oppure a quanti animarono periodici come «Italia e civiltà» (Firenze), «L’Italia cattolica» (Venezia) e soprattutto «Crociata italica» (Cremona), diretta da don Tullio Calcagno e studiata già negli anni Settanta da A. Dordoni. Nel complesso, però, la storiografia, inclusa quella di matrice cattolica, ha mostrato un interesse assai limitato e i contorni del gruppo restano vaghi, rendendo opportune indagini più approfondite.

Per quanto concerne l’area toscana, teatro di episodi tra i più violenti e drammatici della guerra di Liberazione, il caso più eclatante ebbe per protagonista il vescovo di Massa C.A. Terzi, che dopo la Liberazione fu accusato di acquiescenza eccessiva ai tedeschi e finì – unico nell’episcopato italiano – per dimettersi. Che dire però di altri attori, scivolati in parte o del tutto nell’oblio? Al fine di evidenziare il carattere trasversale del consenso alla RSI, capace di interessare le diverse componenti della compagine ecclesiale, questo intervento si soffermerà brevemente su quattro figure di diversa natura: un cappellano militare, un delatore, un parroco di campagna e un intellettuale.

Il cappellano militare

Originario di Bologna, Sergio Baccolini (1913-1997) entrò nell’ordine benedettino vallombrosano con il nome di Gregorio. La notizia della belligeranza lo colse a Roma, nel monastero di S. Prassede, da dove – animato da fervente patriottismo e da profonda ammirazione nei confronti del Duce e del Führer – chiese invano di essere nominato cappellano militare. Trasferito a Pescia e quindi a Firenze, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 funse da collegamento tra le SS e la famigerata Banda Carità e quindi, nell’aprile 1944, ottenne l’agognata nomina a cappellano. Forte della nuova posizione, Baccolini avviò un’intensa opera propagandistica sui fogli della RSI, culminata in un violentissimo articolo contro i chierici “traditori” apparso nel giugno 1944 su «Repubblica» (l’organo del Partito fascista repubblicano a Firenze). All’inizio del luglio 1944, quando la battaglia per la liberazione della città era ormai imminente, l’autore fu assegnato alla Polizia repubblicana di Toscolano Maderno (Brescia), dove continuò a dispiegare lo zelo politico abituale, collaborando con i fogli farinacciani «Crociata italica» e «Il Regime fascista» e riuscendo a farsi ricevere da Mussolini. Baccolini rimase nelle fila della Polizia repubblicana fino alla fine del gennaio 1945, quando a seguito di una denuncia anonima rassegnò le dimissioni da cappellano. La sua vicenda durante gli ultimi, concitatissimi mesi di guerra resta poco chiara; certo è che dopo l’insurrezione generale fu arrestato e internato nel campo di Bresso (Milano), da dove fu liberato nel 1946 grazie anche all’intervento del cardinale-arcivescovo di Milano A.I. Schuster. Sospeso a divinis ed espulso dall’ordine, visse a Milano, aderì alla massoneria e in seguito si convertì all’ortodossia, contribuendo alla realizzazione del primo viaggio di La Pira in URSS (1959). Dopo una serie di spostamenti si stabilì infine a Torino, divenendo una figura di riferimento per la comunità ortodossa locale e nazionale. Nel 1984, a Lisbona, fu consacrato vescovo del capoluogo piemontese dal metropolita Gabriele, della Chiesa ortodossa autonoma del Portogallo, e mantenne l’incarico fino alla morte.

Il delatore

Un altro esponente dell’ordine vallombrosano a Firenze fu il romano Epaminonda Troya, in religione Ildefonso (1915-1984). Da vicario cooperatore della parrocchia di S. Trinita, collaborò per un breve periodo con gli azionisti fiorentini ma nel novembre 1943 fu arrestato dalla Banda Carità e decise di passare dalla parte dei fascisti. La sua carriera di delatore e “confessore” al servizio della Banda Carità fu breve ma le sue azioni restarono impresse nella memoria delle vittime, turbate dalla freddezza, dal sadismo e dal cinismo del frate. Pienamente soddisfatte, nel gennaio 1944 le autorità fasciste gli consentirono di operare a Roma, dove il mese successivo il religioso svolse un ruolo essenziale nell’irruzione della Banda Koch nell’abbazia benedettina di San Paolo fuori le mura, rifugio di decine di ebrei e antifascisti. Sospeso a divinis dai superiori, egli si recò a Milano e quindi a Cremona, con l’incarico di spiare Farinacci e il suo entourage per conto del ministro degli Interni Buffarini Guidi. La missione ebbe successo, al punto che Troya pubblicò su «Crociata italica» diversi articoli in cui difendeva apertamente la delazione come strumento legittimo di lotta politica e religiosa da parte di chierici e laici. Benché screditato agli occhi della S. Sede, egli sfruttò la confusione generale e i contrasti ai vertici dell’Ordinariato militare per divenire, nonostante la sospensione a divinis, tenente cappellano della GNR prima a Trieste (dove ebbe diversi scontri con il vescovo A. Santin) e quindi a Verona. Al termine delle ostilità fu arrestato, processato e condannato insieme ai superstiti della Banda Koch, restando in carcere fino al maggio 1953. Il carcere non ne mutò le idee, come attestano le lettere di protesta scritte ancor dopo la liberazione per protestare contro l’iscrizione al Casellario politico centrale. Dopo il 1962, le tracce dell’ex delatore si perdono: sappiamo solo che visse nel paese natale, in provincia di Roma, e che poco prima di morire fu riammesso al sacerdozio.

Il parroco di campagna

Uomo di pensiero più che d’azione, il parroco della chiesa di S. Lucia a Terzano (una frazione di Bagno a Ripoli) Leone Frosali (1892-1972) è una figura diversa e decisamente meno nota rispetto a Baccolini e Troya. La mancanza di documenti impedisce di gettare luce sulla sua condotta tra l’entrata in guerra dell’Italia e l’armistizio di Cassibile; dopo l’8 settembre, però, egli aderì con convinzione alla repubblica di Mussolini, destando una certa sorpresa tra la popolazione. Tale adesione prese la forma di un’intensa campagna giornalistica, che lo portò a divenire una firma familiare ai lettori di «Repubblica» e «Crociata italica». Nei suoi scritti si ritrovano i capisaldi del discorso portato avanti dall’area ecclesiale incarnata da don T. Calcagno: l’opposizione irriducibile a ebrei, comunisti, protestanti, massoni e “traditori”; lo sprezzo per l’ignavia della maggioranza del clero; il connubio tra fede e patria; la lettura del conflitto in termini apocalittici, come una lotta tra bene e male; e naturalmente la netta scelta di campo in favore della RSI. A colpire è soprattutto la polemica nemmeno tanto implicita con il cardinale-arcivescovo di Firenze E. Dalla Costa, che sul piano pubblico si fece promotore di riconciliazione e su quello riservato si impegnò a fondo nel soccorso agli ebrei perseguitati. Pur senza nominarlo, infatti, Frosali rigettò come insufficienti se non ambigui gli appelli alla concordia lanciati dall’episcopato, stigmatizzando l’anglofilia di larga parte del clero italiano e spingendo tutti a cooperare al successo dell’Asse. La curia vescovile tollerò queste dichiarazioni fino all’aprile 1944, quando (anche per scongiurare ritorsioni partigiane) sollevò Frosali dall’incarico e in seguito gli impedì di pubblicare alcunché senza l’esplicita approvazione dei superiori. Il sacerdote, che nell’ultimo articolo aveva esortato la GNR a incidere il «bubbone cancrenoso» della Resistenza, si dovette rassegnare. A questo punto, le sue tracce si perdono quasi del tutto. Non pare che egli sia stato processato per il sostegno alla RSI, ma esigenze di sicurezza personale indussero i superiori ad allontanarlo dalla regione. Ancora nel 1959, infatti, Frosali era cappellano presso l’ospedale-ricovero “Anacleto Bonora” di S. Pietro in Casale (Bologna). Tornò in Toscana solo più tardi per essere ricoverato presso la Casa cardinale Maffi a Cecina (Pisa) e morì a Firenze.

L’intellettuale

Rampollo di una famiglia nobile e benestante di origine veneta, il fiorentino Antonio Marzotto Caotorta (1917-2011) si laureò in Giurisprudenza e combatté con gli Alpini sul fronte greco, restando gravemente ferito e ottenendo una medaglia d’argento al v.m. Congedato dal R. Esercito in quanto mutilato di guerra, tornò all’Università, militando nelle fila dei GUF e laureandosi in Scienze politiche nel 1942. Il profilo intellettuale lo portò a concentrarsi anzitutto sulla scrittura di articoli che, apparsi principalmente sugli organi dei GUF di Forlì («Pattuglia») e Firenze («Rivoluzione»), spiegavano come i principi corporativi avrebbero strutturato la comunità nazionale e internazionale dopo la vittoria dell’Asse. All’indomani dell’8 settembre, egli scelse la RSI, pubblicando una serie di articoli su «Italia e civiltà» – la rivista fiorentina fondata e diretta da Barna Occhini che, sia pure con toni meno virulenti e un taglio più intellettuale rispetto a «Crociata italica», prese nettamente le distanze dalla monarchia sabauda. Qui Marzotto continuò a sviluppare le sue riflessioni sul corporativismo, confermando di ritenerlo uno dei portati essenziali del fascismo. Rispetto al passato, però, il suo discorso si allargò alla difesa del papa e del cattolicesimo da posizioni non solo conservatrici ma intransigenti, rivelate da cenni a De Maistre e soprattutto alla catena degli errori moderni (Riforma protestante, illuminismo, Rivoluzione francese, ecc.) che avrebbero portato all’apostasia del mondo contemporaneo. Alla fine del conflitto, Marzotto non subì arresti né processi ma il clima politico-culturale della Firenze del dopoguerra lo indusse a tenere un profilo basso e a concentrarsi sulla ditta di famiglia fino alla fine degli anni Cinquanta, quando si trasferì a Milano per occuparsi del servizio personale di aziende come la Compagnia generale di elettricità o la Finanziaria Ernesto Breda. Nel capoluogo lombardo egli intraprese una carriera pubblica di grande successo, che lo portò a divenire, tra le altre cose, presidente nazionale di Federtrasporti (1968-1992) e deputato nelle fila della DC (1972-1983). Negli ultimi anni della sua vita tornò a dedicarsi alla scrittura, pubblicando diversi volumi. Morì a Milano in età molto avanzata.

 

Giovanni Cavagnini si è addottorato alla Scuola normale superiore di Pisa e all’École pratique des hautes études di Parigi, ed è attualmente assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Economia e finanza dell’Università di Roma Tor Vergata ed è tra i collaboratori della Biblioteca F. Serantini. I suoi lavori si sono concentrati sul cattolicesimo europeo, la Grande guerra, il colonialismo e, più recentemente, la storia della fisica nel Novecento. 

Articolo pubblicato nel gennaio 2025.




Gaetano Bresci

La sera del 29 luglio 1900, a Monza, il re d’Italia Umberto I si allontanava, a bordo di una carrozza scoperta, dalla palestra della società ginnica “Forti e liberi”, dove aveva premiato alcuni atleti. Ad un tratto, gli si avvicinò un giovane il quale, armato di una rivoltella, lo colpì a morte. Il giovane attentatore fu subito arrestato e identificato. Il suo nome era Gaetano Bresci, 31 anni, anarchico di Prato, della frazione di Coiano, di professione tessitore. Tornato da Paterson, negli Stati Uniti, dove era emigrato nel 1897, il Bresci aveva compiuto il gesto a seguito dei fatti del maggio 1898, quando il generale Bava Beccaris aprì il fuoco dei cannoni sulla folla che protestava per il rincaro del prezzo del pane, provocando 80 morti e 450 feriti e il monarca aveva premiato l’autore con la Gran Croce dell’ordine di Savoia, cercando di instaurare lo stato militare attraverso il governo del generale Luigi Pelloux. Era una cosa che l’anarchico pratese aveva ribadito più volte durante gli interrogatori: egli intese il gesto estremo per rendere giustizia alle vittime della strage di Milano e per opporsi a possibili regimi autoritari. Se il gesto in sé poteva dirsi esecrabile, rimaneva indubbio l’intento in funzione democratica che il suo autore aveva in mente. In quest’ottica, il Comune di Prato intese intitolare al Bresci una strada il 1 luglio 1976.

Il punto d’interesse diviene allora l’inquadramento della figura del tessitore anarchico, di quale fosse il suo contesto di formazione politico-sociale, delle inevitabili ricadute che su di esso vi furono dopo la morte del monarca, sull’inversa influenza che l’eco e il mito del Bresci hanno profuso negli ambienti libertari e cittadini (del suo paese natale) ed attraverso epoche e scuole politiche tra loro diverse. Gaetano Carlo Salvatore Bresci era nato a Prato il 10 novembre 1869 da Gaspare e da Maddalena Godi. Tessitore, come tanti cittadini della città del telaio, Bresci aveva passato una gioventù di lavoro tra spole ed orditi, al Fabbricone, la più grande industria tessile pratese e, successivamente, in imprese più piccole, lungo tutto un peregrinare tra Firenze, Compiobbi e Ponte all’Agna. Era in questo misto di laboriosità operaia e continui spostamenti che Bresci aveva visto la povertà delle campagne e maturò una l’insofferenza per l’ingiustizia contro gl’indifesi.

Ma l’esperienza personale si intrecciava ad una tradizione democratica e libertaria che a Prato aveva un senso comune di emancipazione popolare sin dai primi anni postunitari. Già da allora, i locali patrioti risorgimentali, guidati da Piero Cironi e, ben più a lungo, da Giuseppe Mazzoni erano i stati i padri fondatori di Società Popolari i cui statuti rovesciavano il rapporto mazziniano tra unità e libertà, facendo della prima un epifenomeno della seconda. La democrazia ebbe un suo primo punto di tangenza con l’anarchismo quando lo stesso Mazzoni conobbe personalmente Bakunin e ne divenne, per breve tempo, uno dei suoi principali referenti politici in Toscana. La stagione di contatto tra anarchia e democrazia laica fu di breve durata, si consumò tra la seconda metà degli anni Sessanta  e il 1871 e non corrispose ad un’evoluzione in senso libertario della sociabilità mazzoniana. Nondimeno l’avvicinamento tra le due sfere d’interesse dovette gettare i suoi semi. Meno di due anni dopo una prima sezione dell’Internazionale anarchica sorse anche a Prato. Sciolta dopo il tentativo insurrezionale organizzato dagli anarchici nel 1874, che dall’Emilia avrebbe dovuto irradiarsi a tutta la Penisola, si ricostituì alla fine del 1876. Insomma, il primo movimento anarchico pratese andò incontro ad una ridda di costituzioni e successivi scioglimenti di sezione che non ebbe soluzione di continuità sino almeno al 1892, quando, tramontata anche la quadriennale esperienza (1885-1889) del Nucleo Socialista Anarchico Amilcare Cipriani, fu il controverso personaggio di Giovanni Domanico a dare uno spessore più consistente al nucleo libertario cittadino. Era questo un gruppo che  rispecchiava la vocazione industriale di Prato non tralasciando gli antichi mestieri della città. In una lista stilata dalle autorità prefettizie di quegli anni, figuravano quaranta individui ritenuti anarchici attivi a Prato. Di essi, quasi la metà era impiegata nel settore tessile. La compenetrazione tra l’industria pratese e gli ambienti anarchici era quantomeno palpabile.

Fu in questo periodo e a tale ambiente che Bresci andò formando la propria personalità politica. Non a caso, il 2 ottobre 1892 si verificò un episodio che ebbe come protagonista il ventitreenne Gaetano Bresci, denunciato insieme ad altre quattro persone per aver preso le difese del garzone di un macellaio e condannato dal pretore a quindici giorni di reclusione. L’episodio è interessante perché dimostra che all’epoca – e quindi ben prima di emigrare negli Stati Uniti e di frequentare l’ambiente di Paterson – Bresci aveva già fatto proprie le idee anarchiche e conosceva esponenti del movimento libertario assai noti a livello cittadino: degli altri quattro imputati, infatti, tre (Artamante Beccani, Antonio Fiorelli ed Augusto Nardini) erano anarchici. Fu dunque il Bresci ad arricchire con le proprie idee il movimento negli Stati Uniti e non (o quanto meno non solo) l’anarchismo di Paterson a formare le idee di Bresci.

Stabilita la formazione di Bresci, è necessario comprendere le conseguenze avute dal suo gesto. Nel periodo che seguì il regicidio gli anarchici pratesi furono ovviamente esposti ad un intensificarsi della vigilanza e della repressione. Bresci morì (presumibilmente ucciso) nel carcere di Santo Stefano sulle isole Pontine, il 22 maggio 1901. Subito dopo l’attentato, a Prato furono operati diversi arresti, ma non per questo i libertari interruppero la loro attività, impegnandosi a fondo, negli anni successivi, nella campagna contro il domicilio coatto, nell’agitazione pro Acciarito e nei moti pro Ferrer. Più concretamente, come dimostrato in recenti pubblicazioni, il gesto di Bresci fu l’atto più eclatante dell’anarchismo pratese che, seppur presente fino almeno alla Liberazione, andò incontro ad una lenta ma costante discesa tanto da far affermare ad Anchise Ciulli, uno dei suoi più importanti esponenti, nel 1946 : « oggi questa città segue pochissimo le orme del suo grande figlio Gaetano». Molto più duraturo fu il mito di Bresci e la fascinazione avuta da più sponde.  Ed ancora nel secondo dopoguerra poteva essere letto non solo di celebrazioni anarchiche che accostavano Bresci a Malatesta e Pietro Gori, alla Comune di Parigi e alla Guerra di Spagna, ma anche di alcuni timori prefettizi per manifestazioni in ricordo all’attentatore pratese. Di forte impatto e grande eco fu l’iniziativa che nel 1986 vide erigere a Carrara un monumento dedicato a Gaetano Bresci. Iniziative in ricordo del tessitore anarchico, per quanto in maniera sempre più episodica e onomastica, si sono svolte anche a Prato. A tal proposito è per lo meno da segnalare il ritrovo che portò nuclei anarchici a ricordare Bresci nella via a lui intitolata e a segnalare secondo quanto riportato da un volantino di allora che «Bresci rivive […] in ogni azione di chi si oppone all’arroganza e alla violenza del potere». Ed è in quest’ottica che la figura di Gaetano Bresci va ancora oggi intesa: uno sguardo che dia conto tanto allo studioso esperto quanto al curioso appassionato sia dei numerosi spunti e temi dei quali il mito dell’“anarchico venuto dall’America” è divenuto parte integrante sia della tensione sociale alla quale la sua figura sia stata soggetta con il passare il tempo.

 




“Una svolta verso il nulla”.

Nota biografica.

Riccardo_Margheriti

Riccardo Margheriti (Wikipedia)

Riccardo Margheriti nasce a Chiusi (Siena) il 4 gennaio 1938, da una famiglia di umili origini ma dalla forte identità antifascista. Si iscrive alla Federazione giovanile comunista italiana (Fgci) nel 1953, ancora giovanissimo, divenendo segretario della sezione di Chiusi già l’anno seguente. La sua principale attività si svolge tuttavia inizialmente nell’ambito sindacale, nella Cgil, prima nella Camera del lavoro di Chiusi, poi nella Valdichiana e infine a Siena quale direttore provinciale dell’Inca, l’Istituto nazionale confederale di assistenza. Vicesegretario e poi dal 1975 segretario della Federazione senese del Partito comunista, è consigliere comunale a Siena dal 1968 al 1983. È senatore della Repubblica dal 1983 al 1992, ricoprendo la carica di vicepresidente della Commissione agricoltura e produzione agroalimentare. Prosegue poi la propria attività nel settore agroalimentare, come presidente dell’Ente nazionale mostra mercato dei vini doc e vicepresidente, e poi presidente, del Comitato nazionale per la tutela e valorizzazione dei vini doc presso il ministero delle Politiche Agricole e Forestali.

Avvertenza: Nella trascrizione dell’intervista si è cercato di conservare inalterati gli aspetti peculiari del parlato, limitando gli interventi correttivi sul testo al minimo indispensabile e inserendo eventualmente nelle note a piè di pagina ulteriori informazioni o chiarimenti. L’intervista è stata realizzata il giorno 11 luglio 2020 da Riccardo Bardotti e Michelangelo Borri, presso la segreteria dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia – Sezione di Siena; la versione integrale è conservata presso l’Istituto storico della Resistenza senese e dell’età contemporanea.

Per informazioni su letture preliminari ed approfondimenti, rimandiamo a QUESTO articolo della nostra Redazione.

 

D. Senatore Margheriti, può dirci brevemente in che modo ricorda la caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989? Quali furono le prime riflessioni che formulò di fronte a tale evento?

R. Io ero ancora in Parlamento in quel periodo; io rimasi un po’ sconcertato, francamente, non tanto dal crollo del Muro di Berlino, ma dal modo in cui avvenne e dal fatto che non ci fosse stata reazione; e quindi mi fece capire che, fortunatamente, anche da parte di chi sarebbe potuto, come aveva fatto in precedenza, intervenire anche in modo armato, non lo aveva fatto; e quindi si apriva davvero una possibilità di autonomia anche del Partito comunista italiano – dell’ex Partito comunista italiano a quel punto –, per una strada nuova che io vedevo e continuo a vedere, di tutte le forze che attorno alle forze ideali del socialismo possono raggrupparsi…

D. E quali conseguenze produsse questo avvenimento all’interno del Partito comunista italiano, che già stava attraversando una fase complessa della propria storia politica?

R. Intanto era matura una consapevolezza con le discussioni che si erano avute dopo le diverse invasioni che c’erano state da parte dell’esercito sovietico, o comunque del patto di Varsavia, in altri paesi prima ancora dell’‘89 e la discussione che si è sviluppata all’interno del partito aveva, ripeto, maturato una consapevolezza che le cose non potevano continuare e che era indispensabile, nelle forme che sarebbero state possibili, cambiare e cambiare tutto in quel paese e nei paesi dell’Est europeo. In qualche modo dà ragione a questa convinzione il fatto che non c’è un intervento, neanche della polizia oltre che dell’esercito, al crollo del Muro di Berlino e all’uscita dalla Germania dell’Est di tanti cittadini che vanno a riabbracciare parenti, amici e così via, ma comunque che guardano alla libertà che si era costituita e realizzata nella Germania Ovest dopo la guerra e fino a quel momento. Quindi un fatto molto positivo, che imponeva ulteriore riflessione anche a noi e imponeva anche a noi di cambiare rotta, in primo luogo non solo riducendo ma azzerando i rapporti col Partito comunista dell’Unione Sovietica – del quale si diceva quel punto peste e corna, devo dire, anche all’interno del nostro del nostro partito – nonostante le speranze che aveva sollevato l’elezione di [Michail] Gorbačëv [1] e l’inizio, vero, della destalinizzazione in quel paese… Quindi una cosa, un momento di grandissimo rilievo, che imponeva, ripeto, scelte nuove anche a noi; scelte che non dovevano portare al superamento dei caratteri fondamentali del Partito comunista italiano, perché di fatto, in Italia, il Partito comunista era davvero il partito del socialismo europeo, cosa che non era il partito di [Bettino] Craxi [2]; era un partito riformatore e allo stesso tempo un partito di governo, capace quindi di affrontare i problemi dei cittadini e di tentare di dare risposte. Gli enti locali amministrati dal Partito comunista italiano e le regioni – che erano nate da non molto tempo, nel 1970 – amministrate dal Partito comunista italiano, avevano costruito lo Stato sociale, avevano costruito gli asili nido, le scuole materne e così via, nonostante l’indebitamento degli enti locali – ai quali venivano trasferiti pochi finanziamenti – ma che venivano incoraggiati, i nostri sindaci, a indebitarsi ulteriormente, purché l’indebitamento andasse verso la costruzione di uno Stato sociale vero, che consentisse, ad esempio, anche alle donne di non dover rimanere in casa ma di poter lavorare nonostante la presenza dei figli che dovevano essere curati; e doveva dare risposte sul piano del lavoro, dei diritti dei lavoratori nel luogo di lavoro e all’esterno, doveva dare risposte sulla partecipazione – prevista dalla Costituzione della Repubblica del popolo italiano – a scegliere liberamente chi doveva governarlo e a far rispondere chi lo governava ai problemi che gli venivano posti.

D. E invece con la cosiddetta svolta della Bolognina, la direzione intrapresa è quella di un superamento dell’esperienza politica e culturale del Partito comunista italiano. Come reagiscono da una parte la base e dall’altra i quadri intermedi del partito?

R. Con la svolta della Bolognina [3] intanto c’è sconcerto, nessunoavrebbe mai pensato di punto in bianco di dire: “ora si cambia nome, simbolo e il Pci non ci sarà più”. Perché naturalmente la vicenda del Pci è una vicenda non soltanto politica e culturale, è una vicenda anche umana, di formazione della persona dall’interno e nel rapporto con gli altri; era stato costruito un pezzo di società, non era soltanto un partito. La paura del crollo vinse non nella gente ma in chi fece quel tipo di svolta, vinse la paura che col Muro di Berlino finisse il Pci, e sbagliando valutazione su cosa fosse il Partito comunista italiano rispetto ai partiti al potere nell’Est… Naturalmente, far digerire la svolta alle sezioni del Pci, iscritti e così via fu una cosa non terribile, impossibile. E quindi avemmo una parte, che erano i gruppetti dirigenti, che essendo stati educati un po’ al mito anche della personalità del segretario nazionale del partito, continuavano ad avere questa visione anche nei confronti di Achille Occhetto [sorride] [4], dopo [Enrico] Berlinguer, dopo [Palmiro] Togliatti, dopo [Luigi] Longo e quindi seguivano la linea di Occhetto; e la base che se ne andava… E infatti noi perdemmo tanti voti, una parte andarono in Rifondazione [comunista]… Ma gran parte degli elettori e degli iscritti al Partito comunista prima della svolta non passò da un’altra parte, passò all’astensione, rimase a casa…Vivemmo una vicenda terribile, terribile, terribile.

L'Unità del 14 novembre 1989

L’Unità del 14 novembre 1989

D. Più in generale, quale fu l’atteggiamento delle altre forze politiche in quel frangente?

R. Naturalmente la paura del comunismo, che aveva consentito di escludere il Partito comunista dal Governo fino all’uccisione di [Aldo] Moro [5] – che poteva rappresentare invece, assieme a Berlinguer, la possibilità di mettere insieme le forze sane del paese per risolvere le questioni gravissime che stavamo attraversando – viene vissuta come una vittoria nei confronti dei comunisti e quindi come se il Partito comunista italiano, pur realizzando una svolta, dovesse in qualche modo e potesse scomparire perché non aveva più, diciamo così, il piedistallo sul quale appoggiarsi per rimanere in piedi e per continuare la propria funzione. Il partito della Democrazia cristiana quindi ha questo orientamento, il Partito socialista – sbagliando grossolanamente – con la proposta dell’Unità socialista, con Craxi ancora segretario, cerca di annettere il Partito comunista nel proprio partito… Poi matura ancora di più la vicenda della questione morale, che esplode proprio nel ‘92 con Tangentopoli, per cui la Democrazia cristiana viene azzerato nel gruppo dirigente; il Partito socialista viene azzerato nel gruppo dirigente o quasi; Craxi si dimette da presidente del Consiglio, aggredito dai soldi che gli vengono gettati contro – dai soldini, le lire – quando esce dall’ albergo per andare a Palazzo Chigi [6] ; si dimette e quindi, ecco, si va verso in qualche modo lo sfarinamento dei partiti di massa, che erano i partiti che avevano fatto la guerra di Liberazione, la Costituzione e ricostruito in qualche modo il paese nel dopoguerra, e si va verso, verso il nulla… E si sostituisce tutto questo, a quel punto, con le singole personalità e i comitati elettorali che devono tenerle in piedi, eleggerle e dalle quali dipendere.

D. Come è cambiato il modo di fare politica in Italia negli ultimi decenni e quali sono, a suo avviso, le principali cause dell’attuale situazione di crisi che stanno attraversando il sistema politico e la classe politica nel nostro paese?

R. [Oggi] ci si mobilita soltanto attorno alle persone e alle elezioni, naturalmente non essendo in campo invece tutti i giorni, sui problemi concreti all’interno dei luoghi di lavoro, nella scuola, nella sanità, ovunque; e senza avere questo tipo di presenza continua naturalmente, non racimola più voti, lascia anzi, spesso continuano ad astenersi anche quelli che hanno in fiducia – magari anche non del tutto condivisa ma in fiducia –, votato fino a ieri. Non c’è la ricerca, anche perché la scelta del partito “all’americana”, del partito che deve raggiungere la maggioranza da solo, rispetto alle diversità culturali, politiche esistenti in questo paese, storicamente, non funziona, perché è sempre legato al voto per qualcuno, non per qualcosa ma per qualcuno, il quale ci risolverà tutti i problemi… Personalizzi il tutto e attorno alla persona fai il comitato elettorale, ma non un partito politico che ha l’ambizione di essere di nuovo un partito di massa; diventa un partito d’élite che cerca di imbonire la massa e di chiedere alla massa fiducia e voti, e la massa si allontana… [l’elettorato] non ha fiducia in questo tipo di politica, in questo tipo di partiti, in questo tipo di personaggi, perché non gli offre un qualcosa in cui credere e per il quale lottare, e ottenere un qualche cambiamento…

Note al testo

[1] Michail Gorbačëv (1931), segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica dal 1985 al 1991, promotore di una serie di riforme che condussero alla fine della Guerra fredda e alla fine dell’esperienza di governo sovietico nell’Europa dell’Est.

[2] Bettino Craxi (1934-2000), segretario del Partito socialista italiano dal 1976 al 1993 e presidente del Consiglio dei Ministri dal 1983 al 1987.

[3] Si indica comunemente con tale espressione il processo politico avviatosi nel novembre 1989 nell’omonimo rione di Bologna e conclusosi nel febbraio 1991 con lo scioglimento del Partito comunista italiano e la conseguente nascita del Partito democratico della sinistra.

[4] Achille Leone Occhetto (1936), è stato l’ultimo segretario del Partito comunista italiano.

[5] Aldo Moro (1916-1978), fondatore, poi segretario e presidente della Democrazia cristiana, più volte presidente del Consiglio dei Ministri tra il 1963 e il 1976. Fu rapito e ucciso dalle Brigate rosse nel 1978.

[6] L’episodio ebbe luogo nell’aprile 1993, quando Craxi venne fortemente contestato a Roma, all’uscita dall’hotel Raphael, da un gruppo di manifestanti che gli lanciò contro delle monetine, come risposta alle accuse di corruzione formulate a carico del leader socialista.




“Affinché la memoria diventi coscienza”. In ricordo di Vera Michelin Salomon

Lo scorso 27 ottobre 2019, a quasi 97 anni, è mancata Vera Michelin Salomon, una grande persona, un’importante testimone della deportazione politica. Era presidente onoraria dell’ANED nazionale. Per ricordarla pubblichiamo un suo breve profilo biografico

Di origini valdesi, Vera nasce il 4 novembre 1923 a Carema, in Piemonte. I genitori fanno parte dell’Esercito della Salvezza e la educano ad un assoluto rigore morale.  Per un periodo la famiglia vive a Milano ma Vera, nel 1941, si trasferisce a Roma, per lavorare nella segreteria di una scuola.

famiglia Michelin Salomon

La famiglia Michelin-Salomon

Entra presto in contatto con l’antifascismo capitolino e dopo l’8 settembre 1943 inizia a collaborare attivamente con i gruppi studenteschi che si prodigano nella distribuzione di materiale di propaganda contro l’occupante nazista. Infatti, Vera fu una dei “ragazzi di Via Buonarroti”, dove iniziò la sua maturazione etica, culturale e politica. Ricorderà più tardi Vera di quel periodo romano:

Ero abbastanza giovane e non avevo idee precise. Del fascismo sapevo quello di cui ci avevano imbottito sui banchi di scuola, dell’antifascismo non sapevo niente. Ero venuta a diciotto anni a Roma perché avevo voglia di uscire dalla famiglia, una famiglia molto rigida: non direi fascista, anche se la mamma, per qualche ricordo contro i comunisti in sciopero, li tollerava, ma era una famiglia sicuramente rigida. Sa che non ero mai andata al cinema? A Roma c’erano alcune cugine e mi fu offerto di lavorare come segretaria in una scuola. Ne approfittai. Finii improvvisamente in un ambiente completamente diverso. Cugini e amici appartenevano già ad un gruppo di amicizia e militanza a cui partecipavano Lucio Lombardo Radice, Aldo Natoli ed altri antifascisti che già erano stati in carcere.[1]

La vicenda di Vera e dei giovani compagni e compagne di lotta antifascista viene spesso accostata a quella della “Rosa bianca” dei fratelli Scholl a Monaco di Baviera, anche se non è così che viene ricordata nella memoria italiana.

Vera Michelin Salomon a 19 anni

Il 14 febbraio 1944 Vera viene arrestata insieme agli altri componenti del gruppo clandestino di giovani attivisti di cui fa parte: la cugina Enrica Filippini-Lera, il fratello Cornelio, il cugino Paolo Buffa e Paolo Petrucci che sarà poi ucciso alle Fosse Ardeatine. Vera viene condotta con gli altri a Via Tasso, sede del comando e delle carceri tedesche, poi a Regina Coeli e messa sotto processo da un tribunale militare tedesco. Vera ed Enrica sono condannate a tre anni di carcere duro da scontarsi in Germania nel Frauenzuchthaus di Aichach.  Tradotta in Germania, prima di giungere ad Aichach, conosce l’orrore di Dachau dove è  trattenuta per qualche tempo. Ricorderà Vera:

Siamo arrivati a Monaco la mattina e fino a sera siamo stati in stazione. Per fortuna era un po’ prima dei grandi bombardamenti. A Dachau abbiamo dormito nelle docce. Lì ho visti i cani con la gualdrappa nera e l’SS ricamata sopra. E poi c’era questo urlare continuo in tedesco. Urlavano se dovevi uscire, urlavano se dovevi entrare. E noi non sapevamo il tedesco. Ci hanno dato una zuppa. C’erano anche altri prigionieri. Poi con un mezzo pubblico siamo stati spostati fino a Stadelheim, un carcere dove ancora funzionava la ghigliottina. Le italiane erano poche. C’erano polacche e francesi: anche loro penso deportate politiche.

Quindi, infine, ad Aichach:

[era] un carcere duro dove c’erano anche tra le ergastolane moltissime tedesche finite in prigione per reati comuni. E poi altre straniere, trecento almeno: greche, jugoslave, altre dall’Alsazia. Le celle erano per una persona ma le dividevamo in tre. C’erano anche altre italiane. E c’erano anche alcuni soldati americani, forse paracadutisti. Non so come erano finiti lì. Quando passavamo, la guardia copriva con il suo corpo la grata per non farci parlare. La domenica non si lavorava e rimanevamo chiuse dentro con un pasto solo. Dopo un po’ di mesi ci fu data la possibilità di avere un libro […] lavoravamo ad un piccolo tavolino che la sera dovevano ripiegare e mettevamo fibbie alle ghette. Allora non c’erano stivali contro la neve. Il vitto era quello dei lager, veramente schifoso. Ma almeno lavoravamo al riparo di quattro mura e questo ci aiutò a preservare il nostro fisico.

Vera ed Enrica, saranno liberate dalle truppe statunitensi da Aichach il 29 aprile 1945, lo stesso giorno della liberazione di Dachau. Ricorderà Vera di quel momento:

Facemmo una festa con i fiori di lilla. Ogni prigioniera parlava nella sua lingua, senza magari capirci granché se non il francese che sapevamo. Poi abbiamo cantato l’Internazionale, l’unico canto che tutti conoscevamo…

Vera Michelin Salomon durante l’intervista per il Treno della Memoria 2015

Rientrata in Italia, nel dopoguerra Vera ha lavorato come bibliotecaria e ha trasmesso a chi le è stato vicino il grande amore per la lettura. E’ stata una donna sempre lucida fino ad età avanzata, di esempio a molti nel trasmettere la memoria storica con rigore scevro da ogni retorica. Questo il suo insegnamento e il suo lascito per le generazioni future:

Ora è importante che la memoria diventi coscienza. Le testimonianze dirette stanno finendo, ma ci sono molti libri. Che vanno letti e conosciuti. Coscienza vuol dire sapere, conoscere e indagare, coscienza vuol dire andare indietro nel tempo e soprattutto vedere le ragioni di quello che accade.

[1] Estratto dalla video intervista di Walter Fortini a Vera Michelin Salomon rilasciata in occasione del Treno della Memoria 2015. Da qui si traggono anche le successive citazioni. (https://www.toscana-notizie.it/-/vera-dopo-la-liberazione-cantammo-tutti-insieme-l-internazionale-?redirect=http%3A%2F%2Fwww.toscana-notizie.it%2Fspeciali%2Ftreno-della-memoria-2015%3Fp_p_id%3D101_INSTANCE_wfEhCnYinG94%26p_p_lifecycle%3D0%26p_p_state%3Dnormal%26p_p_mode%3Dview%26p_p_col_id%3D_118_INSTANCE_hB6kjIrDte54__column-2%26p_p_col_pos%3D4%26p_p_col_count%3D7)

Articolo pubblicato nel gennaio del 2020.




«…tutto era cambiato, ma come fosse cambiato era tutto assolutamente da vedere…»

Con questa intervista a Giuseppe Matulli, Presidente dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea di Firenze, si apre su Toscana Novecento la nuova rubrica dedicata alla Storia e alla Memoria della “caduta del Muro” (https://www.toscananovecento.it/custom_type/una-nuova-rubrica-di-toscananovecento/). Un percorso di approfondimento e riflessione pensato in occasione del trentesimo anniversario del crollo del Muro di Berlino che proseguirà nei prossimi mesi con la pubblicazione di altre interviste a personalità politiche, sindacali, culturali toscane che di quell’evento furono testimoni e, nei loro contesti di riferimento, a loro modo protagonisti.

 

[Avvertenza: nel trascrivere l’intervista si è cercato di mantenere il più possibile inalterato nei suoi aspetti formali ed espressivi il discorso parlato. Ove necessario, a scopo di chiarificazione si sono inseriti fra parentesi quadre brevi indicazioni e aggiunte al testo, rinviando invece ulteriori interventi di commento o spiegazione nelle note a piè di pagina. L’intervista è stata registrata il giorno 26 novembre 2019 presso l’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea di Firenze]

D. Presidente Matulli, può dirci intanto brevemente, lei che ruolo aveva nel 1989? Quali attività professionali e politiche svolgeva o aveva svolto sino ad allora?

R. Io mi sono occupato di politica fin da giovanissimo, militando nelle file della Democrazia Cristiana. Ero già stato vicesindaco del mio comune, Marradi, e consigliere regionale, eletto nel 1970 nella prima legislatura regionale. Fui poi eletto in Parlamento, nel 1987, dove sono rimasto fino al 1994. Dunque, nel 1989 ero parlamentare della DC[1].

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Giuseppe Matulli al tempo della sua deputazione parlamentare per la DC nella X e XI Legislatura (fonte:Wikipedia)

D. Presidente, come ha vissuto gli eventi che hanno portato alla caduta del Muro, il 9 novembre 1989? Aveva la percezione che qualcosa di quella portata potesse accadere? O invece è stato qualcosa di inatteso? Che emozioni e riflessioni le ha suscitato quell’evento? E inoltre, che tipo di impatto quei fatti ebbero sul piano politico, rispetto al suo ruolo e al partito cui apparteneva, ma anche nel suo contesto territoriale di riferimento?

R. La caduta del muro…quell’evento in realtà ci prese di sorpresa. Cioè, si capiva benissimo in quel periodo che la situazione si andava trasformando…sotto gli effetti della Glasnost’ e della Perestrojka avviate da Michail Gorbačëv[2]…ma il tipo di evento, per la sua portata e significato, lasciò scioccati tutti…c’è un episodio a tal riguardo particolarmente rivelatorio, che mi ricordo…quando De Mita era Presidente del Consiglio e fece un viaggio in Russia[3] prima della caduta del muro, si ebbero alcuni cenni di tensione con il nostro ambasciatore a Mosca, Sergio Romano, perché – almeno così pare – questi non ravvisava concretamente il segno di una radicale trasformazione in corso…riteneva che si trattasse [in riferimento alle politiche di ristrutturazione di Gorbačëv] prevalentemente di propaganda, senza nulla di sostanziale sotto…e quando De Mita gli chiese da cosa traeva queste conclusioni gli rispose che era la storia della Russia che gli faceva capire queste cose qui…evidentemente non aveva capito granché…le cose poi avrebbero rivelato tutt’altro…ma ciò è significativo del fatto che allora c’era questo processo difficile da decifrare…quali sarebbero state le conseguenze…

…certo qualcosa di nuovo c’era rispetto…non dico a Brežnev, ma anche rispetto ad Andropov o al suo successore[4]…ma non si riusciva a capire come si sarebbe risolto…quindi, la caduta del muro fu una sorpresa…che fu una sorpresa allora poi lo si vede anche nelle ricostruzioni del tempo…si pensi alla famosa domanda che il giornalista dell’Ansa rivolse alle autorità di Berlino est: “se è possibile [attraversare la frontiera], ma allora da quando è possibile?”…la risposta data dalle autorità fu addirittura sorprendente: “ci risulterebbe fin da questo momento”[5]…fu lì che esplose tutto, di fronte alle autorità tedesche dell’Est che praticamente dichiaravano il muro non più esistente, comunque non più una frontiera…

Ma come la vivemmo noi, in Italia…come un fatto che, in parte, era la conseguenza logica di quello che stava avvenendo con la presidenza di Gorbačëv…ma era una conseguenza logica difficile da prevedere, perché se era logico il movimento che veniva fuori…era difficile prevedere che le cose andassero così…erano movimenti, come dire, misteriosi, in un mondo altrettanto misterioso in cui si era visto di tutto…si era visto la Primavera di Praga, poi si era visto l’invasione…eran tutti colpi di scena che non consentivano, o almeno a noi, non consentivano di fare una valutazione…e quindi…si rimase così…sicuramente però fu un fatto enorme.

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12 novembre 1989. Achille Occhetto, segretario generale del PCI, intervenendo al rione Bolognina annuncia la “svolta” del partito che porterà poi nel febbraio 1991 al suo scioglimento (fonte: Wikipedia)

Naturalmente, cosa significava qui da noi, a livello locale, la caduta del muro…a livello locale, allora, il rapporto fra parlamentare e territorio era molto stretto, era difficilissimo passare un fine settimana senza avere un paio di incontri…ed era molto interessante andare a riflettere con la gente di questi avvenimenti, con tutte le incertezze…era sicuramente un fatto molto importante, talmente importante che poi qualche giorno dopo arrivò la Bolognina[6]….e ricordo che in Parlamento, una volta, mentre partecipavo ai lavori di una commissione, mentre si stava organizzando il calendario, dissi rivolgendomi a un collega: “voi del gruppo comunista…”. “Ma come” [mi sentii rispondere] “ma ci chiami ancora comunisti?!”…ma erano passati appena pochi giorni [dalla Bolognina]!!…[ilarità]…ecco c’era questa sensazione stranissima, ma non era una sensazione, che so io, che avesse dei connotati precisi…era una sensazione che tutto era cambiato, ma come fosse cambiato era assolutamente tutto da vedere…naturalmente, in periferia e in questi incontri, appunto…era molto interessante seguire i dibattiti, non solo per quanto mi riguarda nelle sezioni locali della DC, ma io ricordo di aver dibattuto molto con il segretario [regionale toscano del Partito Comunista Italiano], anche lui deputato, [Giulio] Quercini[7]…e gli dissi “d’accordo avete cambiato nome, ma avete aspettato che crollasse l’Unione Sovietica, o almeno che crollasse il muro”…sì, è vero…c’era questa sensazione di grande cambiamento…

Le conseguenze erano sicuramente rilevanti…io ricordo, come una mia impressione…non so se in occasione di una qualche ricorrenza della caduta del muro o di lì a poco nei primi anni Novanta…a me fece in qualche modo sorridere che la DC tirò fuori in quella particolare occasione un manifesto, facendo riferimento alla battaglia politica del 1948, un manifesto titolato “18 aprile 1948 dalla parte giusta” che era il modo più stupido di fare una cosa di questo genere[8]…che nel 1948 tu fossi stato dalla parte giusta lo dimostra ancora il fatto che ai primi anni Novanta eri ancora lì…ma non è che nei primi anni Novanta puoi avere vantaggio da una scelta fatta cinquant’anni prima…dà la sensazione di gente che pensava a una continuità che non ci poteva più essere…ma ecco, a parte questo, la percezione che non poteva più esserci la continuità, nel 1989, c’era…al punto tale che io qualche anno dopo partecipai a un seminario che fece a Berlino la Fondazione Adenauer sul processo di unificazione tedesca… qui siamo già successivamente al 1989, quando prese corpo il processo di unificazione tedesca….ma anche la partecipazione a questo seminario mi fece toccare con mano cose imprevedibili…

mi ricordo, a parte l’interesse di andare a vedere cosa accadeva là……ci portarono a vedere le vecchie zone della Germania dell’Est, Berlino Est…ma la cosa che mi fece più impressione, e che credo sia un fatto piuttosto significativo, è che…intanto la sensazione che si dice anche adesso, ma che non poteva essere che così…è stata un’unificazione o è stata un’annessione? Non poteva che essere un’annessione, perché la forza di quell’altra parte era crollata e quindi era inevitabile che succedesse questo…ma, tipico dei tedeschi – [perché] noi non saremmo mai riusciti a fare una cosa di questo genere – noi andammo a vedere l’esercito…l’unificazione dell’esercito era emblematica del sistema…tutti i corpi avevano il doppio comando…dall’inizio fu fatto così…un battaglione, una divisione eccetera era governato non da uno ma da due generali, uno di qua e uno di là [uno della Germania Ovest e uno della Germania Est]…due colonnelli…era tutto doppio, io rimasi allibito…è proprio la razionalità tedesca, per un certo periodo…non si fa la rivoluzione ma si fa l’unione, così si mettono tutti e due…vanno avanti alcuni mesi, dopodiché quelli della Germania dell’Est, ovviamente, vengono mandati in pensione, non è che vengono degradati o puniti…ecco…il fatto di vedere queste cose, in cui si vedevano due colonnelli che parlavano dell’unificazione delle forze armate era un fatto…che faceva un certo effetto.

Io per come la ricordo ora, almeno, fu proprio la sensazione di un enorme cambiamento, di questa vicenda incredibile dell’unificazione tedesca…anche un certo entusiasmo, il fatto che lo si considerava un fatto molto positivo…era la fine della guerra…la vera fine del dopoguerra…peraltro metteva in luce…la famosa battuta di Andreotti “ho tanta simpatia per la Germania che ne preferisco vedere due”[9]…che è una battuta…ma questo è un discorso che faccio ora naturalmente, e che non facevo allora…ma è una battuta significativa…a me viene in mente [per contrasto] Alcide De Gasperi…parlo di lui perché, per l’appunto, ho avuto recentemente la possibilità di studiarne aspetti di questo tipo[10]…quando De Gasperi è Presidente del Consiglio in Italia nel 1945…naturalmente il paese allora era del tutto isolato…lui approfitta immediatamente del fatto che i francesi, i quali erano e si consideravano – per certi aspetti anche meritoriamente nonostante il fatto che [nel 1940] fossero stati spazzati via immediatamente dai tedeschi – loro si consideravano gli unici vincitori continentali…e cosa succede, quando gli americani si organizzano con la cortina di ferro, si organizzano nel punto che loro ritenevano più delicato, cioè la barriera tedesca, e quindi…allora i francesi avevano tutto l’interesse per dire…guardate che la cortina di ferro arriva fino all’Italia…e quindi avere un fronte meridionale che fosse un po’ più importante…dunque dicevo, agevolato anche dal fatto che De Gasperi era persona stimata, peraltro era molto amico di Bidault[11] sul piano personale, e allora fecero subito…perché il primo uomo di stato che venne in Italia nel 1948 fu Bidault, il primo accordo internazionale che fece l’Italia fu l’unione doganale con la Francia, che non era cosa banale per rimettersi in moto…però…De Gasperi aveva anche questa caratteristica, un po’ perché era realista e sapeva che l’Italia non poteva andare a dettar legge in Europa…e quindi quando i francesi lo cercavano non gli pareva il vero…ma quando però i francesi gli dicono “si può fare tutto quel che si vuole [dell’Europa] ma i tedeschi vanno tenuti fuori”…e lui [De Gasperi] ha il coraggio di dire fin dall’inizio “finché i tedeschi non avranno riacquistato la sovranità piena il dopoguerra non sarà finito”…e il dopoguerra finiva di fatto, appunto, con l’unificazione tedesca…come dicevo prima, il dopoguerra finiva con il crollo del muro…e da lì in poi infatti cambia tutta la politica…

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Il diario di Giuseppe Matulli dei suoi due viaggi compiuti a Praga nel marzo 1989 e nel gennaio 1990, prima e dopo la caduta del Muro di Berlino.

…quanto ci fosse la consapevolezza allora di questo cambio di paradigma, io dubito molto…devo dire a livello personale…dopo che il  Partito Comunista Italiano era diventato PDS…[anche] la DC si trasformò…ritornò ad assumere il nome di Partito Popolare…ecco, quella era una finzione, perché le forze politiche rimanevano le stesse, ma si sentivano talmente inadeguate al loro tempo che cambiavano nome, però era una presa in giro…di se stessi, della storia, dell’opinione pubblica…perché rimanevano sempre quelli…io non partecipai, nonostante allora fossi sottosegretario alla pubblica istruzione, quando durante questo periodo ci fu la formazione del Partito Popolare Italiano, perché la cosa non mi convinceva per due motivi…il primo perché, nonostante il processo fosse guidato da un personaggio che godeva di stima universale quale Martinazzoli[12], il fatto di scegliere il 18 gennaio [1994] come data di fondazione, la stessa data in cui nel 1919 era stato fondato il Partito Popolare, era una cosa ridicola…il fatto poi che il partito era nato nel 1919 dall’appello agli “uomini liberi e forti” di Sturzo[13]….Martinazzoli aveva fatto un appello simile….cioè era uno scimmiottamento di una cosa avvenuta settant’anni prima che aveva del ridicolo, non aveva il senso della storia…naturalmente guardavano al passato…non aveva senso…e questo valeva anche per le trasformazioni del PCI…nelle sue varie metamorfosi…PDS, DS ecc. ecc…sia nell’uno che nell’altro caso, tutto fu fatto sulla base della caduta delle ragioni di contrapposizione fra due formazioni politiche che avevano cambiato nome…fu un processo tutto rivolto a guardare al passato, nel senso però di come rimediare al passato, senza però avere il coraggio di guardare al futuro…c’era quindi sempre questa sensazione che tutto era cambiato, ma che si faceva fatica a capire il cambiamento…

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La delegazione italiana a Praga è ricevuta dal dissidente ceco Jiří Hájek (al centro). Matulli è il primo sulla sinistra (fonte: G. Matulli, Praga prima e dopo…p.8)

Fu più o meno in contemporanea a questo processo che feci l’esperienza di un viaggio oltrecortina, a Praga[14]… l’idea del viaggio fu di Agrusti[15] di approfittare della vacanza del Parlamento per il congresso del PCI[16], siamo nel marzo del 1989, per andare a Praga al processo di appello al drammaturgo Havel[17] e prendere contatto con gli esponenti del movimento di “Charta 77”[18]. Jiří Pelikán che era in Italia[19] e Gilberto Bonalumi[20], un nostro amico ci davano una mano molto preziosa nella preparazione. Andiamo là e…mi ricordo cosa ci disse Hájek[21] che ci ricevette a Praga…ancora non era crollato il muro di Berlino ma era successo quello che era successo anche in tutti gli altri paesi del blocco sovietico…e Hájek ci disse; “certo che avverrà anche qui…[Matulli legge un passo del suo diario]…”sui marciapiedi della via lungo la Moldava dove abitava Havel, Hájek ci dice di non essere pessimista, ma, aggiunge: nei tempi della storia non in quelli della cronaca”…e questo in risposta alle nostre domande che gli chiedevamo cosa stesse succedendo….era significativo…dopo quando lo ritrovammo per il nostro secondo viaggio a Praga [vedi nota a piè di pagina numero 14] e gli ricordammo “ma lei ci aveva detto così…” [alludendo alla previsione rivelatasi sbagliata di  Hájek]…risultò chiaro che era perché nessuno, neppure Hájek poteva immaginare che lo Stato fosse praticamente un castello di carta e che bastasse dire “si vorrebbe” perché crollasse…quindi…io ho vissuto  questa esperienza…

…tutte queste novità, sì, ma si viveva in un’atmosfera talmente diversa che non si riusciva a dire che cosa sarebbe successo…c’era questa grande sorpresa e questa grande difficoltà che ancora oggi stiamo pagando…della incapacità di capire cos’era successo…forse oggi si ha la sensazione che buona parte…anzi…addirittura…noi lo capimmo solo quando si stava per andar via da Praga, per tornare in Italia… persino Jiří Pelikán e il nostro ambasciatore a Praga [Giovanni Castellani Pastoris], che pure tenevano rapporti con Dubček[22] e con Hájek, avevano cioè rapporti col movimento di dissenso al regime…nemmeno loro lo capivano, solo alla fine…cioè che i dissenzienti, che noi nel nostro viaggio a Praga andavamo a trovare nascosti nelle loro case, facendo finta di niente e non dicendo nulla a nessuno [per timore del regime]…e invece noi ci dimostrammo fuori dal mondo, dei “deficienti”…perché loro avrebbero voluto che noi…tre parlamentari italiani, certo non chissà quali autorità, ma comunque…loro avrebbero voluto che noi che si arrivava nella Praga di allora (prima cioè della caduta del muro) avessimo fatto una conferenza stampa con loro…perché questo significava dare forza a loro, far vedere che non erano dimenticati…e invece noi…non avevamo capito assolutamente niente di quello che succedeva là…è una riflessione che ho fatto dopo naturalmente[23]. Al punto tale che poi, al ritorno in Italia, qualcuno che si occupava di politica estera ci aveva detto che questi dissidenti erano velleitari, tanto che si ventilava la possibilità di accordi col regime di Husák, perché questi dissidenti erano dei velleitari…li chiamavano poi infatti “i poeti”…dopodiché, dopo tornati in Italia, i “poeti” invece avevano fatto la rivoluzione e avevano vinto…in questa rivoluzione….che però loro non volevano, giustamente, che si chiamasse “di velluto”…lo sapevano loro che cosa essa aveva significato…sacrifici…in tal senso ci sono anche molti aneddoti che ci raccontarono alcuni intellettuali…ci sono episodi anche carini, simpatici per così dire…ce ne è uno in particolare favoloso…[Matulli si prodiga a ritrovare l’esempio che vuol raccontare nelle pagine del suo diario del viaggio]…c’erano intellettuali che venivano posti [dal regime] a fare lavori non intellettuali perché sennò potevano essere pericolosi…e sicché, c’è il racconto…ecco…[Matulli cerca di ritrovare nel proprio diario il punto in cui si rievocano i casi dei due dissidenti Voclav Benda e Martin Paulosh, entrambi laureati in scienze e filosofia, ma costretti dal regime comunista cecoslovacco a lavorare come fuochisti di una caldaia, non trovandolo cerca di rievocare a mente le parole di Paulosh]: “…per mandare avanti una caldaia eravamo in tre ed avevamo cinque lauree”[24]…è bellissima questa…

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23 marzo 1989: Alexander Dubček (al centro) incontra la delegazione italiana. Matulli è alla sinistra di Dubček mentre alla destra vi sono Agrusti e Castagnetti (fonte: G. Matulli, Praga prima e dopo…p.31)

D. Presidente Matulli, so che lei ha fatto altri viaggi oltrecortina, in Polonia se non erro. Che ricordo ne ha, anche rispetto al ruolo che ebbe in quel contesto il cattolicesimo rispetto ai movimenti dissidenti?

R. Questo è un discorso a mio avviso molto difficile…perché, dunque io sono stato due volte in Polonia, la prima volta mi pare nel 1966 o 1967, poi dopo ci sono tornato qualche anno dopo…e in Polonia, intanto c’è un dato pacifico…la Polonia era un paese cattolico per un fatto nazionale…la religione era più importante della lingua, di tutto, perché si distingueva dagli ortodossi russi e dai protestanti tedeschi…un polacco non poteva che essere cattolico…questo dato identitario ha un’importanza enorme nella gestione del mondo comunista, perché il partito comunista anche nel periodo del potere stalinista non poteva fare a meno di tenere rapporti di un certo tipo con la Chiesa. La cosa singolare è che nella società polacca, e forse non solo nella società polacca, ma almeno lì il dato era evidente, c’erano divisioni…tre gruppi almeno di cattolici polacchi…io ne ricordo almeno due di posizioni più radicali…un gruppo che era praticamente collaborazionista col partito comunista e l’altro, che si chiamava Znac, “Il segno” in polacco…questo gruppo, associazione, pubblicava una rivista dal titolo Tygodnika Powszechnego, in italiano “Settimanale Universale” con sede a Cracovia…a Cracovia io incontrai il direttore Jerzy Turowicz[25] un intellettuale non da ridere, il quale, pur non avendo mai studiato l’italiano ma avendo studiato il francese e lo spagnolo parlava correttamente anche l’italiano…Turowicz, ci diceva che…la censura allora non scherzava…Turowicz…ecco purtroppo questa è una cosa che non si può più accertare…ma Turowicz era molto amico di Papa Wojtyla [Giovanni Paolo II] che allora era arcivescovo di Cracovia…ma Turowicz era un uomo di una laicità straordinaria, tanto è vero che durante il Concilio [Concilio Vaticano II, 1962-65] lui venne a Roma e io lo portai a Firenze, dove fece una conferenza…poi andò a parlare con La Pira [Giorgio La Pira] e quando lo riportai a Roma in macchina lui mi parlò dell’integralismo di La Pira, in termini…cioè, con molto rispetto perché La Pira è La Pira…ma La Pira aveva una visione che era più profetica che politica e quindi…poi La Pira lo dice addirittura nell’intervento alla Costituente, che lo Stato laico non ha nessun senso…e lui invece [Turowicz] era profondamente laico e quindi da questo punto di vista era abbastanza diverso anche da Wojtyla…

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Giiovanni Paolo II durante il suo primo viaggio in Polonia nel 1979 (foto di Barbara Bartkowiak, via Wikipedia Commons – CC)

…io non lo so, l’ho sempre sentito dire…tutti celebrano il peso determinante del papato di Wojtyla [nella caduta del comunismo]…dunque, però io, lo dico molto sinceramente, confesso di non averlo capito questo tipo di meccanismo…certo capisco benissimo che uno va…poi va in Polonia…in Polonia succede quel che succede[26]…ma Solidarnoś[27] succede per effetto del Papa oppure succede per effetto della Storia che crea questo…questa specie di bolla per cui si può essere al massimo cattolici e comunisti, ma non si può essere comunisti…?…cioè…la posizione del comunista anticattolico [in Polonia] è una minoranza estrema, insomma…per cui non lo so…io vedo più il crollo della capacità di [tenuta dell’Unione Sovietica]…

…perché l’Unione Sovietica secondo me…c’è una continuità storica impressionante nella storia della Russia…recentemente ho letto uno studio sui Gulag…i Gulag non sono niente di nuovo, cioè sono quelli che c’erano ai tempi dello Zar…la politica estera, al di là di tutte le affermazioni della Russia come stato guida del comunismo internazionale eccetera…ma anche nella diatriba interna al comunismo sovietico tra Stalin e Trockij… Trockij voleva predicare il comunismo in tutti i paesi del mondo e Stalin fa la politica di potenza, fin da quel momento, e la fa…e tutti gli avvenimenti gli consentono di fare esattamente quello che avrebbe fatto lo Zar…ed è esattamente quello che sta facendo ora Putin…cioè c’è una continuità impressionante…ed è in questa continuità che fallisce…cioè fallisce…ha fatto anche troppo devo dire [Stalin]…ha fatto anche troppo a reggere fin quanto ha retto…però alla fine, gli si è disgregato in mano tutto quanto….quindi in conclusione io credo che sia molto più la inconsistenza delle politiche sovietiche [la ragione del crollo del muro]…anche perché, la Russia è un paese ricco e il comunismo era riuscito a impoverirlo…

…ma forse anche questo è un elemento di continuità…un paese ricco, lo Zar lo gestiva con una mano di ferro da far paura, violentissima…tutta la gestione precedente della storia russa è violentissima…e quindi, cosa faceva [Stalin]…faceva quello che avevano fatto gli altri prima di lui…quel che facevano prima, lui [Stalin] lo faceva in nome del popolo invece che in nome della nazione, dello Stato ecc.…dopodiché, vedere in questo quadro un paese [la Polonia] che emerge all’attenzione mondiale, perché, prima il Papa…e questo Papa che ha anche un suo successo…certo, che si tratta di un fatto psicologicamente, simbolicamente enorme…ma insomma, quando va in Polonia…è un fatto che sicuramente contribuisce, ma contribuisce in una situazione che era già pregiudicata…ma comunque, tornando a Turowicz, questo intellettuale molto avanzato…lui diceva molto chiaramente, il cattolicesimo polacco è stato rinforzato dal comunismo…ma comunque il cattolicesimo polacco è anzitutto un fatto identitario nazionale…lo si vede anche oggi, come si è saldato di nuovo al nazionalismo in quel paese…ma io credo che le ragioni del crollo [del comunismo] siano assai più complesse di quelle legate a questo solo aspetto religioso…

[…]

………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….

[1] Giuseppe Matulli (Marradi, 5 dicembre 1938), laureato in economia e commercio presso l’Università degli Studi di Firenze, ha svolto per lunghi anni attività amministrativa e politica, rivestendo importanti incarichi sia a livello locale che nazionale. Assessore e vicesindaco del proprio comune di nascita (Marradi) e Presidente della Comunità Montana dell’Alto Mugello, è stato consigliere regionale della Toscana dal 1970 sino al 1987. Sindaco di Marradi dal 1985 al 2002 è stato anche vicesindaco di Firenze dal 2002 al 2009. Esponente della Democrazia Cristiana, ne è stato segretario regionale per la Toscana dal 1983 al 1987. Eletto alla Camera dei Deputati nel 1987 per la X Legislatura e poi riconfermato sempre nelle file della DC alle successive elezioni del 1992, ha rivestito l’incarico di sottosegretario della Pubblica Istruzione nei governi Amato e Ciampi. Nel marzo 2019 è stato eletto Presidente dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea di Firenze.

[2] Glasnost’ (convenzionalmente, “trasparenza”) e Perestrojka (“ricostruzione”) indicano come noto l’insieme di riforme che caratterizzarono il nuovo corso politico di Mikhail Gorbačëv, ultimo segretario generale del Partito Comunista Sovietico, e che innescarono la catena di eventi che portò alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

[3] Ciriaco De Mita, politico, segretario nazionale della DC e Presidente del Consiglio dal 13 aprile 1988 al 22 luglio 1989. Nell’ottobre del 1988 De Mita, assieme al Ministro degli Esteri italiano Giulio Andreotti, si recò a Mosca in visita ufficiale a Michail Gorbačëv.

[4] Leonid Brežnev, Jurij Andropov e Konstantin Ustinovič Ĉernenko, in ordine i tre segretari generali del Partito Comunista Sovietico prima di Mikhail Gorbačëv.

[5] Matulli si riferisce qui alla famosa domanda che il giornalista italiano dell’ANSA Riccardo Ehrman pose il 9 novembre 1989 nel corso di una conferenza stampa a Berlino Est a Günter Schabowski, portavoce del governo della DDR circa l’entrata in vigore del nuovo regolamento di transito tra le due Germanie; regolamento dibattuto nei giorni precedenti dalle autorità tedesche orientali e nel quale erano contemplate graduali aperture nella legge che impediva l’espatrio ai cittadini della DDR. Al quesito di Ehrman, se cioè il regolamento valesse anche per il transito da Berlino Est a Berlino Ovest e se sì da quando, Schabowski rispose inavvertitamente “a quanto ne so, da subito”. La notizia, rilanciata da tutta la stampa, fu letta come il preavviso della decisione delle autorità della Germania dell’Est di aprire il confine tedesco e spinse un ingente numero di persone a radunarsi presso il muro

[6] Il 12 novembre 1989, il segretario del Partito Comunista Italiano Achille Occhetto durante la commemorazione del 45° anniversario della battaglia di Porta Lame tenutasi a Bologna nella sala comunale di via Pellegrino Tibaldi, nel rione della Bolognina del quartiere Navile, annunciò l’apertura (da cui, la “svolta della Bolognina”) del processo politico che porterà il 3 febbraio 1991 allo scioglimento del Partito.

[7] Giulio Quercini (Siena, 16 dicembre 1941), consigliere regionale dal 1980 al 1987, segretario federale toscano del Partito Comunista italiano e deputato alla X Legislatura.

[8] Matulli qui allude al cartello-manifesto che aprì il Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana del 18 aprile 1990 nel quale campeggiava accanto alla foto di De Gasperi e sopra lo scudo crociato la scritta: “18  APRILE 1948 18 APRILE 1990 DALLA PARTE GIUSTA”

[9] Matulli allude alla famosa frase pronunciata in occasione della riunificazione tedesca da Andreotti: “Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due”

[10] Giuseppe Matulli, Alcide De Gasperi: quando la politica credeva nell’Europa e nella democrazia, Prefazione di Enrico Letta, Clichy, Firenze 2018.

[11] Georges Bidault, Presidente del Governo provvisorio della Repubblica francese dal giugno 1946 al dicembre 1946 e poi Presidente del Consiglio francese dall’ottobre 1949 al giugno 1950

[12] Mino Martinazzoli, l’ultimo segretario nazionale della Democrazia Cristiana e promotore della fondazione, il 18 gennaio 1994, del nuovo Partito Popolare Italiano di cui divenne Segretario generale.

[13] Si allude al manifesto (L’Appello ai liberi e forti) redatto nel 1919 dalla Commissione provvisoria guidata da Don Luigi Sturzo al momento della fondazione del Partito Popolare Italiano

[14] Tra il 19 e il 24 marzo 1989, Matulli, assieme ai colleghi parlamentari Luigi Castagnetti e Michelangelo Agrusti, compì un viaggio oltrecortina a Praga, dove ebbe la possibilità di entrare in contatto con alcuni dei principali dissidenti storici del regime comunista cecoslovacco, tra i quali Alexander Dubček, Václav Havel e Jiří Hájek. Successivamente, compì un secondo viaggio a Praga tra il 2 e il 5 gennaio 1990, dopo cioè la caduta del Muro di Berlino, incontrando nuovamente i dissidenti, protagonisti nel frattempo della “Rivoluzione di velluto” che tra il novembre e il dicembre 1989 aveva portato alla dissoluzione del regime comunista cecoslovacco. Di entrambi questi viaggi, Matulli pubblicò un breve diario, cfr. G. Matulli, Praga prima e dopo. Diario di un viaggio in due stagioni, Centro Toscano di Documentazione Politica, supplemento gratuito, A. IV, n. 3, marzo 1990.

[15] Michelangelo Agrusti, politico e parlamentare DC

[16] XVIII Congresso nazionale del PCI che si svolse a Roma tra il 12 e il 22 marzo 1989.

[17] Václav Havel, politico e drammaturgo ceco, dissidente e perseguitato politico sotto il governo comunista della Cecoslovacchia. Dopo la “Rivoluzione di velluto” fu tra il 1989 e il 1992 l’ultimo Presidente della Cecoslovacchia e nel 1993 primo Presidente della neocostituita Repubblica Ceca.

[18] Movimento di dissenso  costituito in Cecoslovacchia nel 1977 da alcuni eminenti esponenti dell’intellettualità e della cultura, tra cui lo stesso Václav Havel, il diplomatico Jiří Hájek, il filosofo Jan Patočka, il drammaturgo e poeta Pavel Kohout

[19] Jiří Pelikán attivista cecoslovacco, tra i sostenitori e promotori della “Primavera di Praga”, dopo la repressione sovietica del governo di Dubček trovò riparo in Italia.

[20] Gilberto Bonalumi, giornalista e parlamentare DC

[21] Jiří Hájek, diplomatico ceco e ministro degli Esteri di Dubček durante la Primavera di Praga, denuciò all’ONU l’invasione sovietica del paese e per questo fu arrestato e incarcerato. Tra i fondatori del movimento di dissenso “Charta 77”, Hájek nel marzo 1989 ricevette la delegazione italiana di cui faceva parte Matulli, facendo loro da interprete. Come appuntò nel suo diario lo stesso Matulli, Hájek, professore di storia contemporanea e di diritto internazionale “parla correttamente russo, francese, inglese, tedesco, italiano, spagnolo”, cfr. B. Matulli, Praga prima e dopo, cit., p. 7.

[22] Alexander Dubček, segretario del Partito Comunista cecoslovacco e artefice all’inizio del 1968 del tentativo di riforma e di liberalizzazione del sistema politico cecoslovacco (“Primavera di Praga”) poi brutalmente represso nell’agosto successivo dall’intervento delle forze armate sovietiche.

[23] Ma già nel suo diario Matulli aveva però annotato la delusione del dissidente Voclav Benda, raggiunto nel suo piccolo appartamento praghese, che gli aveva confessato: “sentiamo l’Italia lontana, la più lontana fra tutti i paesi europei. Vi siamo grati per questa visita ma l’incontro sarebbe stato più significativo se si fosse svolto nella ufficialità dell’ambasciata (come ha fatto Mitterand)”, cfr. G. Matulli, Praga prima e dopo, cit., p. 20.

[24] “Attorno alla stessa caldaia eravamo tre ed avevamo cinque lauree”, si può leggere in effetti nel diario di Matulli, cfr. Id., Praga prima e dopo, cit., p. 20. Rafforza il concetto anche un’ulteriore annotazione dell’incontro col dissidente Benda al quale – ricorda Matulli – “attualmente gli è impedito anche il lavoro manuale, per cui dice, sorridente e ironico, che la sua attuale professione è quella di “donna di casa”, ibidem.

[25] (1912-1999) Giornalista cattolico polacco, editore di numerose testate polacche, in particolare diresse dal 1945 sino alla sua morte nel 1999 il settimanale di cultura cattolica Tygodnika Powszechnego. Il periodico era stato sospeso nel 1953 per non aver voluto pubblicare il necrologio di Stalin, riprendendo le pubblicazioni a partire dal 1956.

[26] Matulli allude al primo viaggio in Polonia compiuto nel giugno 1979 da Giovanni Paolo II, il cui successo parve assestare un colpo durissimo al governo comunista polacco.

[27] Il sindacato autonomo nato nel settembre 1980 in seguito agli scioperi dei lavoratori dei cantieri navali di Danzica e guidato dal futuro Premio Nobel per la Pace Lech Wałsa, artefice del processo di dissoluzione del regime comunista in Polonia.

Articolo pubblicato nel dicembre del 2019.




Una nuova rubrica di ToscanaNovecento

È la sera del 9 novembre 1989; Günter Schabowski, funzionario del partito di unità socialista della Germania, durante una conferenza stampa in diretta Tv, incalzato dal corrispondente dell’ANSA, Riccardo Ehrman, sui tempi della concessione dei permessi di viaggio ai tedeschi dell’Est, risponde con solo due parole: “Ab sofort”: da subito.Ci si è interrogati sulle ragioni di queste parole: sfuggite in un clima di incertezza e confusione o scelta consapevole?L’effetto è, prevedibilmente, immediato: i berlinesi si riversano in massa nei pressi del muro; le guardie, spiazzate e senza chiari ordini in merito, aprono i varchi per evitare episodi di disordine.

(Fonte: ansa it - copyright Ansa/Epa)

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Dalla tv entrano nelle case di tutto il mondo le immagini festanti dei tedeschi di entrambe le parti, ora di nuovo insieme, degli abbracci e della commozione di un popolo separato per 28 anni, delle prime picconate al muro.

(Fonte: ansa it - copyright Ansa/Epa)

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La caduta del muro di Berlino ha una carica e un valore simbolico tali da essere indiscutibilmente collocata tra i grandi eventi del Novecento. Barbara icona della Guerra Fredda, emblema della contrapposizione politica, ideologica, economica e militare tra Usa e Urss, ma anche garanzia di stabilità e di equilibrio tra i due blocchi in Europa, in una notte il muro diventa, con la sua caduta, simbolo dell’implosione di regimi fondati sull’ideologia comunista. Con il muro viene giù un mondo. Il processo è iniziato da tempo e non si concluderà la sera del 9 novembre ma quell’evento resta nell’immaginario collettivo quale simbolo visibile e tangibile del fallimento della via sovietica al socialismo. Di lì a poco inizierà lo smottamento degli altri regimi comunisti e la crisi di quei partiti che, pur con distinguo, criticità e declinazioni diverse, erano parte della galassia del comunismo europeo. Tutto ciò, non senza contraccolpi su tutto l’universo della sinistra.

A trent’anni di distanza il rumore del crollo del muro, prima, e dell’Unione Sovietica, poi, arriva fino a noi, riecheggia nella ritrovata unità della Germania, nei nuovi assetti geopolitici che l’Europa si è data a partire dagli anni Novanta con l’accelerazione del processo dell’integrazione europea e l’allargamento dell’Unione ai paesi dell’Est; ma risuona anche nei conflitti che hanno squarciato l’ormai ex Jugoslavia, nell’attacco russo in Georgia del 2008, nell’ostilità, ora aperta, ora celata, fra Stati Uniti e Russia dal 2014 in Ucraina.

(Fonte: ansa.it – copyright Ansa/Epa)

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La redazione di ToscanaNovecento ritiene utile aprire uno spazio di riflessione e conoscenza sulle trasformazioni che l’evento simbolico “caduta del muro” ha prodotto, sulle conseguenze che esso ha avuto non solo da un punto di vista geopolitico ma anche sul modo di pensarsi e (auto)rappresentarsi della politica e del potere in Italia: lutto per alcuni, liberazione per altri, la fine della contrapposizione tra blocchi ha messo in discussione i riferimenti di chi, nato e vissuto in un mondo bipolare, forse fatica ancora oggi ad elaborarne la portata e il significato. Quello che proponiamo, e che andrà avanti con almeno un appuntamento al mese per l’ultimo scorcio del 2019 e per tutto il 2020, è un esperimento per questo portale: non articoli su singoli episodi storici di rilevanza locale o generale, ma una serie di interviste a personalità politiche, sindacali, culturali toscane sulle conseguenze della caduta del muro, sui significati di questo evento epocale, sia su un piano strettamente personale, sia sul piano pubblico dei rapporti e degli schieramenti politici.

Ci muoveremo in un “terreno accidentato tra memorie individuali e ricordi collettivi” (Passerini, 2003), ben consapevoli della differenza tra storia e memoria, quest’ultima “permanentemente in evoluzione, aperta alla dialettica del ricordo e dell’amnesia, inconsapevole delle sue deformazioni successive, soggetta a tutte le utilizzazioni e manipolazioni, suscettibile di lunghe latenze e improvvisi risvegli” (Nora, 1984). Ma ci sembra un percorso necessario per comprendere il recente passato e il presente.

Il primo appuntamento con la nuova rubrica del portale è per il mese di dicembre.

Articolo pubblicato nel novembre del 2019.