Un catanese sulle rive dell’Arno Giuseppe Motta dalla lotta antifascista al Movimento Comunità di Adriano Olivetti.

L’avventura con Adriano Olivetti e il Movimento Comunità

L’ingresso nel governo di Romita apre nuovamente le porte di Roma a Motta, perché nella primavera del 1954 viene nominato responsabile dell’Ufficio stampa del Ministero dei lavori pubblici, incarico che ricopre fino al 1957, condividendo questo nuovo impegno con quello assunto ad Ivrea con Olivetti. La frequentazione con movimenti e organizzazioni culturali della sinistra “atipica”, federalista e laica, spesso emarginati dai grandi partiti, lo porta a incontrare e relazionarsi con personaggi come Aldo Capitini e Altiero Spinelli ed altri, arricchendo notevolmente il suo bagaglio culturale e politico. È il rapporto però con l’imprenditore Adriano Olivetti, al quale lo lega una sincera amicizia costruita su una stima reciproca, che lo segnerà definitivamente sul piano intellettuale e politico. Olivetti coinvolge Motta nel suo progetto politico-sociale fin dal 1949 e l’intellettuale catanese inizia a svolgere per conto dell’ingegnere piemontese un’intensa attività di promozione e organizzazione del Movimento Comunità, sia in Piemonte che in Toscana e Lazio. Nell’estate del 1955, la Commissione per la revisione delle strutture del Movimento Comunità composta da Franco Ferrarotti, Duccio Innocenti, Riccardo Musatti, Umberto Serafini e Giuseppe Motta conclude i suoi lavori con la proposta di modificare due articoli dello statuto del 1949, con una maggiore accentuazione delle motivazioni politiche culturali nell’azione del movimento[1].

Motta sarà sempre più preso da questo impegno, tanto che per le sue qualità in breve tempo è nominato direttore degli Uffici di Presidenza dell’industria Olivetti e contemporaneamente è chiamato a far parte dell’esecutivo nazionale del Movimento Comunità.

L’industria Olivetti in questi anni grazie alla direzione dell’ingegnere Adriano ha un impulso notevole, vantando, con circa 36.000 dipendenti di cui oltre la metà all’estero, una presenza su tutti i maggiori mercati internazionali[2]. In particolare, l’industria elettro-meccanica italiana si è fatta promotrice, grazie all’incontro tra Olivetti e Mario Tchou avvenuto negli USA nel 1955, anche di un ambizioso e innovativo progetto[3]. Enrico Fermi aveva suggerito un nuovo progetto all’Università di Pisa, che il 4 ottobre 1954 delibera un grosso finanziamento per la costruzione a Pisa della nuova calcolatrice elettronica CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana); fra le motivazioni che spingono verso la costruzione della macchina, vi è la decisione di Olivetti di collaborare con l’Università. L’ingegnere di Ivrea, infatti, si associa all’impresa stipulando, il 7 maggio 1956, una convenzione con l’Ateneo pisano che stabilisce il supporto finanziario alla struttura e ai suoi ricercatori, finalizzato alla costruzione del calcolatore e all’avvio di un progetto autonomo – il Laboratorio di Ricerche Elettroniche (LRE) – della Olivetti, volto alla realizzazione di un elaboratore elettronico di facile uso che possa essere prodotto su scala industriale per la commercializzazione.

Adriano Olivetti

Olivetti, comprendendo le capacità scientifiche e organizzative di Tchou, gli affida l’incarico di formare un gruppo di lavoro riunito in un laboratorio appositamente costruito che, in collaborazione con l’Università di Pisa, ha dunque l’obiettivo di progettare e costruire un calcolatore elettronico a valvole e transistor[4]. Così a Barbaricina, a pochi chilometri dalla città di Pisa, si insedia il Laboratorio di Ricerche Elettroniche, che sotto la direzione di Mario Tchou segna la nascita del progetto ELEA (Elaboratore Elettronico Automatico).

Motta è completamente immerso in questo ambiente culturale e scientifico, fiducioso nel progresso tecnico come portatore di benefici sociali ed economici e fondatore di una nuova comunità umana, nazionale e internazionale, di ispirazione socialista. Nel suo lavoro a fianco di Romita partecipa attivamente ai programmi statali di incremento edilizio e di programmazione urbanistica, tema questo fortemente condiviso con lo stesso Olivetti, che in questi anni promuove e sostiene lo sviluppo di una nuova concezione dell’organizzazione delle città in fase di ricostruzione postbellica. In questo periodo, Motta si integra fortemente nell’area socialdemocratica per la quale ricopre vari incarichi, tra cui quello di membro della Commissione nazionale di studi del PSDI, interessandosi in particolare dello sviluppo delle nuove aree industriali. I suoi propositi si basano su una concezione moderna dell’idea socialista, riformista e democratica, capace di far fronte all’esigenza, fortemente sentita nelle élites progressista, di un rinnovamento delle strutture economiche e statali del Paese. Impegno che si rafforza dopo la morte improvvisa di Romita, avvenuta a Roma il 15 marzo 1958, che costringe Motta a lasciare i suoi incarichi al ministero[5].

Motta è sicuramente l’artefice di molte situazioni nelle quali si costituiscono i nuovi Centri Comunitari, non solo in Piemonte e nel Lazio, ma anche in Toscana e precisamente nel Pisano. Qui l’intellettuale catanese riesce a costituire un nucleo di elementi e a editare un periodico, «L’informatore sociale della Valdera», che tra il 1955 e il 1958 diffonde il verbo del Movimento olivettiano coinvolgendo giovani e intellettuali come Francesco Bagatti, che ne diviene ben presto il coordinatore[6]. L’azione svolta da Motta nella provincia di Pisa favorisce la costituzione di nuclei e simpatizzanti anche in altre località come Terricciola, Peccioli, Casciana Terme e Volterra. La diffusione del movimento però si arresta dopo l’esito negativo delle elezioni politiche del 1958, quando in questi territorio viene raccolto solo lo 0,28% delle preferenze[7]. Precedentemente il nucleo di Casciana Terme aveva anche proposto Motta come candidato sindaco alle elezioni amministrative.

Motta si impegna strenuamente in due campagne elettorali, quelle delle amministrative della primavera del 1956 e quelle successive politiche del 1958, nel quale il Movimento Comunità tenta di fare un balzo in avanti sulla scena politica italiana. Tra il 1955 e l’inizio del 1956, il Movimento cerca di proporre un’alleanza con il Partito sardo d’azione, Unità popolare, il Partito repubblicano e il Partito radicale, al fine di costruire un fronte democratico-progressista. Difficoltà varie fanno arenare il progetto e il Movimento Comunità decide di partecipare da solo alle elezioni concorrendo nel Canavese, a Torino, nella Valdera, nel Basso Lazio e in Basilicata, dove la presenza dei Centri comunitari è già radicata da tempo. È Motta a stilare la dichiarazione politica del Movimento del 14 febbraio, in cui si delinea l’analisi del mancato accordo con le altre forze politiche e si annuncia la determinazione di presentare liste indipendenti[8].

L’11 aprile 1956, la Lista Comunità si presenta alle elezioni comunali ad Ivrea con Adriano Olivetti come candidato sindaco, l’ex sindaco Umberto Rossi e il motociclista Ermanno Ozino. La lista vince le elezioni e Olivetti è nominato sindaco dal Consiglio Comunale con 18 voti su 20[9]. Questa vittoria fa sì che il Movimento Comunità sia al centro delle attenzioni della direzione del PSI e in particolare di Pietro Nenni. Quest’ultimo, dopo la denuncia dei crimini staliniani da parte di Chruščëv al XX Congresso del PCUS del febbraio 1956, sente la necessità di abbandonare l’alleanza con il PCI, che aveva contraddistinto la politica del PSI nell’ultimo decennio, per riavviare un progetto di riunificazione delle diverse anime del socialismo italiano. Per questo ha bisogno di riallacciare i rapporti con tutte le schegge socialiste “eretiche” e tra queste anche il Movimento Comunità, che considera ispirato da un socialismo pragmatico e umanistico. A tal fine chiede un incontro ad Adriano Olivetti. Il mediatore di questo appuntamento è Motta, che in passato ha conosciuto Nenni e ha buoni rapporti con il suo entourage. L’incontro si svolge il 30 ottobre 1956 a Roma, un momento di forte tensioni internazionali con le notizie della rivolta popolare che arrivano dall’Ungheria, e insieme a Motta presenziano anche Fichera e Musatti. Nonostante il cordiale colloquio, Olivetti esce deluso dall’incontro, a causa soprattutto della mancanza di concretezza nelle posizioni del segretario socialista[10]. L’occasione persa con Nenni si ripresenta in breve tempo con il PSDI ed è ancora Motta ad essere al centro della trattativa, insieme a coloro che nel movimento sono indicati come «politici», cioè Fichera, Lunati e Serafini. Anche questo tentativo di accordo non trova sbocchi pratici dal momento in cui al successivo congresso nazionale del PSDI la vittoria del centro-destra emargina chi, come Matteo Matteotti è stato l’ispiratore del progetto all’interno del partito[11].  Certo, però, che i dodicimila potenziali voti, tanti sono gli iscritti al Movimento, fanno gola e comunque, in gran parte, confluiranno nell’area socialista, dopo la rinuncia alla politica del 1961.

In occasione delle elezioni politiche del 1958, il movimento decide di presentarsi insieme al Partito dei Contadini d’Italia e al Partito Sardo d’Azione nel cartello Comunità della Cultura, degli Operai e dei Contadini d’Italia. Motta è incaricato dell’Ufficio stampa della Concentrazione ubicato a Roma in Piazza di Spagna n. 15[12].

La lista ottiene 173.227 voti alla Camera dei deputati, pari allo 0,59%, e 142.897 voti al Senato, lo 0,55%. Olivetti con 18.923 preferenze riesce ad essere eletto alla Camera[13], ma si dimetterà poco tempo dopo per incompatibilità col suo ruolo nella giunta tecnico-consultiva dell’INA-Casa. Gli subentra il 12 novembre 1959 Franco Ferrarotti, che poi aderirà al PSDI.

La scomparsa dell’Ingegnere e la continuazione dell’impegno politico nelle file socialiste

A sconvolgere la vita di Motta arriva la notizia il 27 febbraio 1960 dell’improvvisa morte dell’ingegnere Olivetti, avvenuta sul treno mentre si reca a Losanna nei pressi della cittadina svizzera di Aigle, poco distante dal confine italo-svizzero[14]. La famiglia, divisa in cinque rami, si scontra nella gestione dell’azienda, ostacolando l’ascesa di Roberto, figlio di Adriano. A capo dell’industria di Ivrea è nominato Giuseppe Pero, che cerca di dare continuità all’impresa assicurando pieno sostegno alle attività di ricerca e sviluppo nel campo dell’elettronica.

La morte di Olivetti è seguita il 9 novembre 1961 da quella tragica dell’ingegner Tchou morto, a soli 37 anni, con il suo autista in un incidente stradale. Le morti di Olivetti e di Tchou hanno conseguenze immediate. Nel giro di pochi anni la Olivetti, in seguito a una crisi industriale, è costretta dai soci che la salvano, tra cui la FIAT e Mediobanca, a cedere, nel silenzio omertoso della politica italiana, la Divisione elettronica alla statunitense General Electric, segnando così la fine dell’avventura appena agli albori dell’informatica italiana.

La scomparsa dell’ingegnere Adriano determina anche un cambiamento repentino sul piano politico. Il 10 settembre 1961 il Comitato Centrale del Movimento Comunità, riunito a Milano, approva la «rinuncia alla lotta politica elettorale attraverso una propria organizzazione», invitando al contempo i propri iscritti a continuare a far politica «nell’ambito della tradizione socialista fabiana», cosa che, d’altra parte, Motta non aveva mai smesso di fare mantenendo la propria iscrizione al PSDI in contemporanea a quella del Movimento di Olivetti.

Motta, dopo dopo la morte di Adriano, che considerava e considerò sempre, molto di più di un datore di lavoro e di un imprenditore-intellettuale di cui condivise fino in fondo le ispirazioni, ma anche e soprattutto un padre e un Maestro, collabora attivamente con testimonianze e documenti alla ricerca già avviata da tempo dello storico Caizzi[15], tesa a ricostruire la genesi e lo sviluppo della storia familiare degli Olivetti. La collaborazione non è semplice, dal momento che Motta non condivide in toto l’impostazione che Caizzi offre alla propria ricerca, critica che muove attraverso un’argomentata lettera che invia allo storico nel luglio 1961[16]. L’anno successivo verrà alla luce l’opera di Caizzi pubblicata per i tipi della UTET nella collana «La vita sociale della nuova Italia»[17].

Motta in questi anni partecipa alla discussione sulla costituzione della Fondazione Olivetti e nei primi anni Sessanta ricopre anche l’incarico di membro dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, dell’Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni d’Europa e della Società Filosofica Italiana. Per un certo periodo, tra il 1962 e il 1963, è assistente volontario di diritto costituzionale all’Università di Firenze, presso l’Istituto per il progresso dell’amministrazione pubblica.

La sua passione per la politica non si ferma con la morte di Olivetti. Nel 1963 si presenta come candidato del PSDI nella Circoscrizione di Pisa, Lucca, Livorno e Massa Carrara alle elezioni politiche, senza però essere eletto, nonostante uno sforzo notevole sul piano personale[18]. Durante la campagna elettorale tiene 56 comizi, di cui 24 in provincia di Pisa, 13 in quelli di Massa Carrara, 10 in quella di Lucca e 9 in quella di Livorno. Complessivamente Motta raccoglie 1.954 preferenze, così distribuite: 764 a Pisa, 218 a Livorno, 210 a Lucca e 762 a Massa Carrara[19]. In questo periodo, nonostante i molteplici impegni che spesso lo portano a viaggiare, mantiene sempre un forte legame con il territorio della provincia di Pisa, occupandosi in particolar modo delle condizioni economiche e sociali delle Colline pisane, con l’obiettivo di un organico programma di trasformazione rurale, attraverso l’introduzione di nuovi tipi di colture e di nuovi rapporti di lavoro nell’organizzazione dell’azienda agraria. Le sue realizzazioni in questo settore – suggerite da un’aggiornata interpretazione delle funzioni dell’imprenditore agricolo, ai fini dell’incremento del reddito e del miglioramento sociale delle campagne – sono seguite con crescente interesse sia nell’ambito locale, sia per il loro valore esemplare, da parte delle autorità statali, soprattutto in vista dell’integrazione dell’agricoltura italiana nel Mercato comune europeo. Va qui ricordato, come esempio concreto del suo agire, il ruolo di imprenditore agricolo “illuminato” svolto insieme alla moglie, Lilia Borri, nella conduzione dell’azienda agricola di Fichino nei pressi di Casciana Terme, risollevandola dalla grave crisi in cui era caduta durante il Secondo conflitto mondiale, dotandola di impianti di coltivazione e macchinari moderni ma soprattutto superando, ben prima della legge di riforma agraria (Legge stralcio n. 841 del 21 ottobre 1950) e per primi nella Provincia di Pisa, l’arcaico istituto della mezzadria con il passaggio a quello del rapporto datore di lavoro-operaio.

Contemporaneamente Motta è uno dei più attivi militanti del PSDI della Toscana Nord-Occidentale, occupandosi non solo di propaganda ma anche di organizzazione, tanto che il partito in questi anni cresce sensibilmente in consensi e numeri di tesserati[20]. Non si contano le riunioni e i comizi tenuti da Motta in questi anni in tutte le principali località delle province di Livorno, Pisa, Lucca e Massa Carrara, in particolare durante la campagna elettorale per le amministrative del novembre 1964. La linea politiche che sostiene è quella di Giuseppe Saragat, volta a rafforzare il centro-sinistra con l’alleanza con la DC al fine di sostenere gli interessi generali dei lavoratori, dello sviluppo economico e della democrazia in Italia[21].

Il 2 febbraio 1965 il Consiglio di amministrazione della società Olivetti, presieduto da Bruno Visentini, lo nomina Segretario dello stesso Consiglio, nonché segretario del Comitato esecutivo, mantenendo nel contempo la direzione degli Uffici della Presidenza[22]. Entra poi a far parte del Consiglio direttivo della Fondazione Adriano Olivetti, costituita allo scopo di preservare e valorizzare il lascito culturale dell’ingegnere oltre agli archivi documentari della famiglia.

Al 14° congresso nazionale del PSDI che si svolge a Napoli dall’8 all’11 gennaio 1966, Motta è eletto nel Comitato centrale del partito[23]. È favorevole alla unificazione con il PSI, proposito che viene concretizzato il 30 ottobre 1966 a Roma al Palazzo dello Sport, in occasione di una grande manifestazione che battezza la nascita del Partito socialista unificato (PSU).

Gli insuccessi elettorali degli anni successivi e le forti divisioni interne del partito portano tra la fine del 1968 e l’inizio del 1969 alla nuova scissione e alla rinascita di un’area socialdemocratica indipendente. Motta nell’occasione decide di rimanere nel partito, che nel frattempo ha ripreso la vecchia denominazione di Partito socialista italiano (PSI).

Nelle elezioni amministrative del giugno del 1970 è il terzo eletto, in rappresentanza del PSI, nel Consiglio provinciale; nella nuova giunta di sinistra guidata dal comunista Renzo Moschini è nominato Assessore alla programmazione e allo sviluppo economico, incarico che mantiene per due legislature. Il nuovo impegno è portato avanti con quello dell’Olivetti che svolge nella sede romana dell’azienda, dove cura i rapporti con gli Enti locali e territoriali.

Nel 1974 è attivo nelle file socialiste nella campagna per il “fronte del no” nel referendum abrogativo della legge sul divorzio. Alla fine del 1975 assiste la moglie, afflitta da un male incurabile che la porta via nella primavera dell’anno successivo.

Epilogo

Nei primi anni Ottanta abbandona ogni impegno politico, non condividendo il nuovo corso dato al Partito dalla segreteria di Bettino Craxi.

Nei decenni successivi si dedica alle sue passioni di lettore accanito, cinefilo e assiduo frequentatore del Cine-club Arsenale, agli amici del Gorgona-Club, alla campagna, ai lavori agricoli della fattoria del Fichino e soprattutto al mare che tanto amava.

Di lui ha scritto un ritratto affettuoso Sandra Lischi:

Per me, per tutta la vita, è stato uno di casa, uno dei vice-padri che hanno contribuito alla mia formazione, in quel gruppo di amici dei miei genitori. Una presenza ruvida e tenera, sempre attenta e lucida, divertita, provocatoria. Implacabile e preciso nel sottolineare con sincerità difetti e limiti ma anche potenzialità e talenti. Senza mai fronzoli né compiacimenti. E poi antiborghese, anche nel vestire eccentrico, nel parlare senza ipocrisie, nel chiedere di conoscere – e nel valutare – felicità o frustrazioni prima ancora dei successi o degli insuccessi materiali[24].

Motta muore a Pisa all’alba del 15 febbraio 2018.

 

Nota per le immagini: tutte le illustrazioni provengono dall’Archivio personale di Giuseppe Motta

 

NOTE

[1] Cfr. G. Iglieri, Storia del Movimento Comunità, Roma, Edizioni di Comunità, 2019, pp. 119-132.

[2] Si veda il v. pubblicato in occasione del 50° anniversario della fondazione delle industrie Olivetti, Olivetti 1908-1958, a cura di R. Musatti, L. Bigiaretti, G. Soavi, Zurich, Ing. C. Olivetti & C. spa, 1958. Il volume contiene i saggi di L. Bigiaretti, Camillo Olivetti, Domenico Burzio e F. Fortini, Introduzione ai capitoli; didascalie.

[3] Cfr. J. De Tullio, Mario Tchou e l’elettronica italiana, München, GRIN, 2014.

[4] Cfr. M. Gazzarri, Elea 9003. Storia del primo calcolatore elettronico italiano, Roma, Edizioni di Comunità, 2021.

[5] L’impegno di Motta nel lavoro di responsabile dell’Ufficio stampa del Ministero del lavoro viene premiata il 2 giugno 1957 con il conferimento dell’onorificenza a Cavaliere Ufficiale al merito della Repubblica Italiana. BFS-AS, Carte Motta/Borri, Corrispondenza, Lettera di Giuseppe Romita, Roma, 5 agosto 1957.

[6] Cfr. G. Iglieri, Storia del Movimento Comunità, cit., pp. 193 e 196-197.

[7] Ib.

[8] BFS-AS, Carte Motta/Borri, Serie Comunità, fasc. Elezioni amministrative 1956 [da controllare].

[9] Ivi, pp. 187-193.

[10] Cfr. V. Ochetto, Adriano Olivetti, cit., pp. 260-261.

[11]Ivi, pp. 263-264.

[12] Cfr. G. Iglieri, Storia del Movimento Comunità, cit., p. 239.

[13] Il Movimento di Comunità aveva già tentato l’avventura parlamentare nelle elezioni del 1953 con il nome Humana Civilitas, in tre collegi del Senato (Torino centro, Biella, Ivrea) candidando Adriano Olivetti e ottenendo 39.912 voti (10,19%), insufficienti però per ottenere un seggio a palazzo Madama.

[14] Vasta all’epoca è stata l’eco della scomparsa di Adriano Olivetti. Per una sintesi delle testimonianze di affetto e riconoscimento per l’opera prestata nel campo industriale e sociale si v. Ricordo di Adriano Olivetti, a cura della rivista «Comunità», Milano, Edizioni di Comunità, 1960.

[15] Bruno Caizzi (1909-1992), storico d’origine romagnola e di cultura cattolica, laureatosi nel 1932 all’Università di Venezia in scienze economiche con Gino Luzzatto. Nel 1936, a causa delle sue scelte antifasciste, si trasferisce in Svizzera, nel Canton Ticino, dove insegna materie economiche e storia presso la Scuola Superiore di Commercio di Bellinzona. Nelle sue ricerche e nei suoi studi si occupa della questione meridionale, dei trasporti, dell’economia lombarda nella storia e dei suoi legami con quella ticinese. Nel 1963 diviene libero docente di Storia economica presso l’Università degli Studi di Milano, cattedra che mantiene fino al 1979.

[16] La lunga lettera è poi stata pubblicata in appendice al volume Fabbrica, Comunità, democrazia, a cura di F. Giuntella e A. Zucconi, Roma, Fondazione Adriano Olivetti, 1984, pp. 247-269.

[17]Cfr. B. Caizzi, Camillo e Adriano Olivetti, cit.

[18] Si v. la presentazione della sua candidatura nei periodici «Il Collocatore d’Italia», n. 3, marzo 1963, p. 2; «La Sentinella del Canavese», n. 13, 29 marzo 1963; «Corriere elbano», n. 17, 25 aprile 1963; «Il Telegrafo», 28 aprile 1963, p. 5.

[19] Il primo eletto è l’onorevole Lami Starnuti con 4.891 preferenze. Lami poi opta per il Senato lasciando il posto a Giuseppe Averardi. Le informazioni sull’andamento elettorale di Giuseppe Motta sono tratte da BFS-AS, Carte Motta/Borri, Serie Politica, fasc. PSDI, 1963-64, Lettera di G. Motta a R. Di Palma, Ivrea, 11 giugno 1963.

[20] Il PSDI nella Circoscrizione Livorno, Pisa, Lucca e Massa Carrara alle elezioni politiche del 1963 raccoglie 49.338 pari al 5,94 % risultando il quarto partito dopo DC, PCI e PSI. Nelle precedenti elezioni del 1958 aveva raccolto 28.977 preferenze (3,6%) risultando il quinto partito dopo la DC, il PCI, il PSI e il MSI.

[21] G. Motta, Programmazione, servizio sociale e socialismo, «Socialismo democratico», organo della Federazione provinciale di Massa-Carrara del PSDI, n. 9-10, febbraio 1963, pp. 1 e 4. Si v. inoltre, G. Motta, Socialismo democratico e programmazione. 1. Il significato del Centro sinistra, e 2. Pianificazione democratica e Regioni, «Nuova politica», organo della Federazione lucchese del PSDI, a. 2, n. 2, febbraio 1963, pp. 1-2 e a. 2, n. 3 marzo 1963, pp. 1 e 4.

[22] BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Estratto di nascita del Comune di Belpasso, 17 settembre 1949.

[23] G. Averardi, I socialisti democratici. Da Palazzo Barberini alla scissione del 4 luglio 1969, Milano, SugarCo. 1977, pp. 415-418.

[24]S. Lischi, L’ultimo, in S. Lischi-A. Nannicini, Guernica a Pisa. Storie di amicizia e di impegno, Pisa, ETS, 2019, pp. 11-14.

Articolo pubblicato nel febbraio del 2026.

 




Un catanese sulle rive dell’Arno Giuseppe Motta dalla lotta antifascista al Movimento Comunità di Adriano Olivetti

La formazione e la scelta antifascista

Giuseppe Motta nasce a Belpasso in provincia di Catania il 10 agosto 1923 da Rosario e Filippa Grazia Serafica[1]. Dopo la maturità classica – conseguita nell’anno scolastico 1939-1940 al Liceo “M. Cutelli” di Catania – decide di continuare gli studi all’Università di Pisa, dove si iscrive al corso di laurea di Lettere e filosofia. Durante il primo anno frequenta, tra i diversi insegnamenti, le lezioni di letteratura italiana di Augusto Sainati[2], quelle di storia della filosofia e pedagogia di Guido Calogero[3], nonché quelle di storia del Risorgimento di Walter Maturi[4]. È uno studente modello che frequenta con assiduità le lezioni e la sua media di voti è alta. Tra il maggio del 1941 e il giugno 1943 sostiene dieci esami, l’ultimo dei quali in dottrine politiche è premiato con la lode[5].

Negli anni giovanili dell’Università conosce Lilia Borri[6], con la quale si sposerà alla fine della guerra e con lei sceglie di abbracciare gli ideali liberalsocialisti, condividendone la militanza nel Partito d’azione, formazione che a Pisa raccoglie consensi soprattutto nella élite intellettuale e studentesca. Sono suoi compagni di lotta gli avvocati Vittorio Galluzzi, Antonio Tozzi e Roberto Supino, l’insegnante e avvocato Piero Zerboglio, gli studenti universitari Giovanni Cottone e Iris Capitani, gli insegnanti Nora Giacobini, Gianna Donetti, Ugo Gimmelli e i medici Dino Martelli e Giulio Tito Sicca[7]. Risale a questi anni probabilmente anche il rapporto con Geno Pampaloni, anche lui laureatosi a suo tempo con il professor Luigi Russo e azionista convinto.

Dopo l’emissione del Bando Graziani per il reclutamento militare obbligatorio nel nuovo esercito della Repubblica Sociale delle classi 1923-1924-1925, emesso il 9 novembre 1943, Motta si rifugia, grazie all’aiuto di Lilia, nella fattoria della famiglia Borri, al Fichino, nei pressi di Casciana Terme, dove rimane fino al passaggio del fronte nell’estate del 1944.

Dopo la pausa del tragico attraversamento del fronte dalla città della Torre pendente, riprende gli esami nel dicembre del 1944, per concludere il suo iter di studi con la laurea, conquistata a pieni voti e con lode il 5 dicembre 1947, discutendo una ricerca sulla poesia di Pompeo Bettini, relatore della quale è il professor Luigi Russo[8].

Nel 1946, prima delle elezioni amministrative, è membro della Consulta comunale di Pisa e in questo periodo, con la propria compagna di vita, vive intensamente la stagione della nascita della democrazia nel Paese. Fra le varie iniziative che lo vedono impegnato, c’è anche quella della condivisione insieme a Piero Zerboglio, Francesco Tropeano e Oreste Lupi della redazione del «Corriere dell’Arno». In città il giovane siciliano, ormai pisano d’adozione, è protagonista di diverse iniziative culturali, animatore del Cine-club e collaboratore assiduo della casa editrice Nistri-Lischi, guidata in quel momento da Luciano Lischi con cui condividerà una sincera amicizia e un lungo sodalizio intellettuale[9].

Dopo la fine dell’esperienza del Pd’A, decide di aderire al PSI e si iscrive alla sezione “C. Cammeo” di Pisa, iniziando a collaborare a riviste e giornali di tendenza socialista e federalista, come «La Nuova Europa», diretta da Luigi Salvatorelli e Guido De Ruggiero, e «L’Italia socialista», diretta da Aldo Garosci[10].

In questi anni di ripresa dopo la guerra, Motta intraprende la carriera di insegnante alle Scuole medie, iscrivendosi anche alla CGIL nel sindacato di categoria. L’attività di insegnante negli anni 1946-47 non si limita solo alla Scuola dell’obbligo, ma si estende anche ai corsi di italiano e storia per geometri e ragionieri, organizzati dall’Associazione Reduci e Partigiani in collaborazione con la sezione dell’Unione Donne Italiane[11].

Giuseppe Romita

All’interno del PSI conosce e condivide la scelta socialista democratica di Giuseppe Romita e fa parte della corrente autonomista contraria ad un’alleanza stretta con il PCI. Non segue il gruppo di Saragat nella scissione di Palazzo Barberini del 1947, sperando di contribuire a mantenere l’unità dei socialisti all’interno del PSI. Quando però, nel maggio del 1949, la convivenza all’interno del partito diviene insostenibile e la corrente di Romita è messa all’angolo e lo stesso leader sospeso dall’organizzazione per sei mesi, nasce l’esigenza nei gruppi autonomisti di staccarsi definitivamente dal tronco del partito di Nenni, per lavorare ad un progetto di unione dei socialdemocratici. Motta, cui Romita guarda con fiducia, è eletto il 13 luglio 1949 nell’esecutivo nazionale del Movimento dei Gruppi socialisti autonomisti[12]. In questi mesi il gruppo di Romita lancia l’idea della riunificazione dei vari spezzoni socialdemocratici, come l’Unione dei Socialisti di Ivan Matteo Lombardo e Ignazio Silone, e la componente di sinistra fuoriuscita dallo stesso PSLI. Il progetto di Romita, condiviso da Motta, si concretizza con il Congresso di Firenze, che si svolge dal 4 all’8 dicembre 1949 e stabilisce la nascita del PSU (Partito socialista unitario)[13]. Motta è presente come delegato al Congresso nazionale, subito dopo è chiamato a Roma a ricoprire l’incarico di capo dell’Ufficio Propaganda e Segretario Generale della Consulta tecnica del Partito socialista unitario.

Trasferitosi a Roma con la moglie e il figlio, Filippo[14], nato da poco, abbandona l’insegnamento per avviarsi alla carriera di giornalista. È redattore di «Panorama socialista», giornale diretto da Giuseppe Romita, con il quale mantiene un forte legame di amicizia e collaborazione. L’impegno di lavoro negli uffici del PSU ha però termine in breve tempo. All’inizio della primavera del 1951, a causa della nuova fusione con il PSLI, che dà vita al Partito socialista sezione italiana dell’Internazionale socialista (PS-SIIS), che con il successivo congresso di Bologna del 3 gennaio 1952 prenderà il nome definitivo di PSDI, Motta è costretto, a causa degli scarsi mezzi finanziari del partito, a lasciare l’incarico e rimettersi alla ricerca di una nuova occupazione.

Accanto all’impegno politico nelle file del socialismo democratico, Motta – chiamato comunemente dagli amici Pippo – dal 1949 ha iniziato a collaborare con il neonato Movimento Comunità di Adriano Olivetti e con il Movimento federalista europeo di Altiero Spinelli, di cui diviene in breve tempo, per entrambe le organizzazioni, un abile tessitore di relazioni tra esponenti della cultura e della politica. Il mentore di questo rapporto è il suo professore e amico Guido Calogero, che lo presenta all’ingegnere di Ivrea. Nell’ambiente del Movimento Comunità conosce e stringe nuove amicizie, come quelle con Mario Caglieris[15], Riccardo Musatti[16], Umberto Serafini[17], Paolo Volponi[18], Stelio Zerbini, Bruno Zevi[19], Renzo Zorzi[20], e ritrova Geno Pampaloni quale responsabile dei servizi culturali e segretario generale del Movimento Comunità. Nel Movimento Comunità sono attratti diversi esponenti provenienti dalle file azioniste e socialiste, come lo stesso Motta, poi ritrovati intorno al giornale «Italia socialista», diretto da Aldo Garosci e uscito a Roma tra il 1947 e il 1949[21].

Il movimento politico ispirato da Olivetti si differenzia dalle altre correnti politiche allora in voga, non nascondendosi dietro un «astratto democraticismo», ma dichiarando e praticando una prassi politica imperniata, come ricorda lo stesso Motta, «in una nuova concezione istituzionale e sociale, che non può prescindere né dalla libertà né dalla giustizia, che pone come fine la persona umana, che non accetta lo Stato accentratore e burocratico, che riconosce come ente fondamentale di mediazione fra cittadino e Stato la Comunità concreta, che non giudica possibile la lotta per la democrazia locale disgiunta, quanto meno, da un assenso ideale alla lotta per la creazione di uno Stato federale supernazionale, contro il feudalesimo economico e il totalitarismo»[22].

Partecipa attivamente alla prima campagna politica del movimento per le elezioni del 1953, quella nota come “campagna contro la legge truffa”, che non risulta positiva dal momento che nessun rappresentante di Comunità viene eletto. La campagna è intensa e la DC, che teme la concorrenza nelle zone del canavese, si scatena contro il movimento anche perché Giuseppe Pella mal sopporta la presenza di Olivetti nel suo feudo di Biella. Valerio Ochetto, nella sua biografia dell’ingegnere, racconta un simpatico aneddoto relativo a Motta:

Per «vendicare» la copertura dei manifesti comunitari da parte degli attacchini DC, nottetempo, complici gli attivisti del PCI, trasforma lo slogan «Vota Pella-Mello» (segretario notabile DC) in «Vota Palle Molle»[23].

L’azione politica di Motta non è limitata solo al Canavese e al Piemonte, ma si dipana per gran parte della Penisola, giungendo fino alla terra natia. Il 23 maggio 1954 svolge una conferenza pubblica a Catania, nel salone del Palazzo Bruca, su La Sicilia e l’europeismo, nella quale oltre che proclamare la propria fede europeista, auspica la costituzione anche nella regione siciliana di sezioni del movimento federalista al fine di diffondere, anche nelle lande abbandonate da tutti i partiti politici, l’idea di un’Europa unita che sappia garantire la libertà e il progresso per tutti i popoli[24].

Nel frattempo, Romita – d’intesa con Saragat –  riesce a riportare il PSDI nell’area di governo, per evitare una deriva a destra di stampo monarchico-conservatore e nelle elezioni di giugno del 1953 ritorna con il PSDI alla Camera dei deputati. Il rientro dei socialdemocratici nella maggioranza di governo permette a Romita, nel 1954, dopo la prima esperienza dall’epoca dei governi Parri e De Gasperi (1945-47), di assumere un nuovo incarico governativo ricoprendo nei tre anni successivi la carica di ministro dei lavori pubblici nei due governi di Mario Scelba e Antonio Segni.

*** Nota alle immagini: tutte le illustrazioni provengono dall’Archivio personale di Giuseppe Motta

NOTE

[1] Biblioteca F. Serantini, Archivio storico [d’ora in poi BFS-AS], Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Estratto di nascita del Comune di Belpasso, 17 settembre 1949.

[2] Augusto Sainati (1886-1974), insegnante al Liceo scientifico di Pisa, nell’anno accademico 1940-41 sostituisce Luigi Russo alla cattedra di letteratura italiana nella Facoltà di Lettere tenendo un corso su “Il Rinascimento e i suoi problemi nella storiografia contemporanea”. È stato libero docente all’Università di Pisa dall’a.a. 1929-30 all’a.a. 1959-60, svolgendo anche incarichi di docente di Filologia romanza e di Storia della letteratura latina.

[3] Il rapporto dell’allievo con il professore rimarrà forte anche nei decenni successivi, lo testimonia la ricca corrispondenza ancora presente nell’archivio di Giuseppe Motta. Guido Calogero (1904-1986) è stato uno dei più importanti filosofi e intellettuali italiani del Novecento. Propugnatore della «filosofia del dialogo» e profondo conoscitore del pensiero greco, ha tenuto insieme per tutta la vita le due vocazioni della riflessione filosofica e dell’impegno civile. Educatore, inizia la sua militanza antifascista nel 1936, teorico del liberalsocialismo, esponente e tra i fondatori del Partito d’azione, è stato tra i promotori, nel 1955, del Partito radicale. La sua presenza nel dibattito pubblico, come difensore di una «visione laica della vita», trova espressione in una ricca attività pubblicistica. Tra le sue opere, La scuola dell’uomo (1939), Difesa del liberalsocialismo (1945), Logo e dialogo (1950), Filosofia del dialogo (1962). Calogero, nell’anno di arrivo a Pisa del giovane Motta, svolge una serie di lezioni dal titolo «Intorno al materialismo storico», inizialmente pubblicate in forma di dispense dal libraio Vallerini nel 1941 e poi raccolte nel volume La critica dell’economia e il marxismo, edito da La nuova Italia nell’aprile del 1944.

[4] Walter Maturi (1902-1961), storico e bibliotecario, giunge a Pisa nell’ottobre nel 1939 come docente incaricato di storia del Risorgimento della facoltà di Lettere, succedendo all’amico Carlo Morandi, trasferitosi a Firenze.

[5] BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Libretto di iscrizione all’Università degli studi di Pisa, 1941-1947.

[6] Lilia, Maria, Assunta, Livia, Giuseppina, Mercedes Borri nasce a Pisa il 9 maggio 1922 da Celso ed Elvira Pacchi. Le nozze vengono celebrate l’8 gennaio 1948. BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Certificato di matrimonio, Comune di Pisa, Ufficio di Stato civile, 8 gennaio 1948. Livia Borri, laureata in Lettere e filosofia all’Università di Pisa, è stata docente di materie letterarie presso istituti di educazione secondaria di Roma e Pisa. Sono a sua cura alcuni volumi come L’insurrezione di Milano e la successiva guerra di Carlo Cattaneo (Loescher, 1968) e I socialisti. Memorie, Lettere e Documenti del primo Socialismo italiano (Loescher 1970). Dopo l’adesione giovanile al Partito d’azione è stata iscritta fino alla sua morte al PCI, dove ha ricoperto diversi incarichi nella Federazione di Pisa, fra i quali membro del Comitato federale e responsabile della Commissione culturale. È stata assessore alla cultura del Comune di Pisa tra il 1970 e il 1975 e Presidente del Teatro Verdi. Muore prematuramente per un male incurabile a Pisa il 13 maggio 1976.

[7] Il Partito d’azione a Pisa può annoverare tra le sue file Cesare Salvestroni, uno degli eroi della Resistenza locale. Nato a Pisa nel 1897, Salvestroni si è diplomato agrimensore e si è iscritto alla Scuola superiore di medicina veterinaria dell’Università di Pisa. Sottotenente del Genio guastatori nella Prima guerra mondiale, dopo la rotta di Caporetto cade prigioniero degli austriaci. Dal 25 ottobre 1917 al 28 novembre 1918 è rinchiuso nel campo di concentramento militare di Mauthausen. Per il suo comportamento durante il Primo conflitto mondiale è decorato con Croce al Merito. Dopo la laurea in medicina veterinaria, nel 1921 è nominato assistente di ruolo della cattedra di zootecnia, ma il 31 dicembre 1927 è costretto alle dimissioni per aver rifiutato la tessera del PNF. Animatore dell’antifascismo clandestino, diviene responsabile della Giunta militare del Comitato di liberazione nazionale provinciale, dove rappresenta il Partito d’azione. Catturato una prima volta è recluso nel carcere di San Matteo dal 22 al 31 ottobre 1943. Nel maggio 1944 è nuovamente arrestato da una pattuglia tedesca iniziando così il suo calvario: torturato perché si rifiuta di fare i nomi dei suoi compagni, all’inizio è rinchiuso nel carcere di Firenze delle Murate, poi nel campo di concentramento di Fossoli-Carpi fino a quando viene trasferito nel campo di concentramento di Mauthausen e poi nel sottocampo di sterminio di Ebensee/Mauthausen, dove trova la morte il 2 marzo 1945.

[8] Pompeo Bettini, poeta e scrittore, drammaturgo, poeta e traduttore italiano di idee socialiste, nasce a Verona il 1° maggio 1862 e muore a Milano il 15 dicembre 1896. La sua opera poetica (Versi ed acquerelli, 1887; Poesie, 1897) venne rivalutata dal Croce e resta a indicare un itinerario senza salti dal gusto della scapigliatura a quello del crepuscolarismo. Nell’archivio Motta sono conservate sull’argomento uno scambio di lettere, risalenti al 1945, tra il giovane studente e il grande filosofo italiano. BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Pompeo Bettini, G. Motta, La poesia del Bettini, tesi di laurea, Università degli studi di Pisa, Facoltà di lettere, a.a. 1946-47, Relatore, prof Luigi Russi. Cfr. Le poesie di Pompeo Bettini, a cura e con introduzione di Benedetto Croce, Bari, Laterza, 1942. Inoltre, G. Baroni Palli, La poesia di Pompeo Bettini, in «Convivium», vol. 35, n. 1, 1967.

[9] Luciano Lischi (1925-2010) dopo l’esperienza della guerra si laurea in giurisprudenza nell’Ateneo pisano nel 1948. Giornalista, istruttore e fotografo subacqueo – con cui Motta condivide la passione per il mare –, viaggiatore, ha ricoperto incarichi legati all’attività editoriale e alle battaglie in difesa dei diritti dell’ambiente e dei beni culturali, partecipando a numerosi congressi e iniziative culturali in Italia e all’estero. La storica casa editrice pisana, fondata alla fine del 18. secolo, conquistò la notorietà nei primi anni del dopoguerra grazie non solo al gruppo di intellettuali e scrittori, come Carlo Cassola, Giorgio Bassani e Giuseppe Dessì, che riuscì ad attrarre intorno alle proprie attività ma anche per alcune scelte editoriali originali come la pubblicazione del Dizionario della paura, curato da Ruggero Zangrandi e Marcello Venturoli, che ebbe due edizioni in poco tempo, vinse il Premio Viareggio nel 1951 e riscosse un notevole successo negli ambienti laici e antifascisti. In quegli anni Luciano Lischi, grazie proprio alla collaborazione con Motta, rilancia la rivista letteraria della casa editrice modificandole il nome in «La Rassegna: mensile di arte, letteratura, bibliografia» dall’originale prima serie di «…E chi non sa su danno: rassegna bibliografica», pubblicata tra il 1932 e il 1950. Lischi sempre grazie alla amicizia con Motta negli anni a cavallo del decennio 1950/60 lancia la collana “Il Castelletto”, diretta da Niccolò Gallo, conosciuto tramite l’amico siciliano. Sulla storia della famiglia Lischi si v. L. Lischi, Nonne e zie in Abissina. Storie di famiglia, Pisa, Natale 2009.

[10] Motta collabora saltuariamente anche con i periodici «La Voce repubblicana» di Roma – usando lo pseudonimo “Il segnalinee”, «Il Giornale» di Napoli, «Il Nuovo corriere» di Firenze, «La Gazzetta» di Livorno, «Lotta socialista», settimanale del PSU, e alle riviste «Delta, «Paesaggio», «Lo Spettatore italiano» e «Paragone». Successivamente collabora, con lo pseudonimo di Renzo Sabrato, al periodico «Il Risorgimento socialista» pubblicato a Roma dal giugno 1951 da Aldo Cucchi e Valdo Magnani, ex comunisti fuorusciti dal PCI, con il supporto di Carlo Andreoni, Riccardo Cocconi, Lucio Libertini, Vera Lombardi, Giuliano Pischel e altri socialisti raccolti nel MLI (Movimento dei lavoratori italiani) che poi nel 1953 si trasformerà in USI (Unione socialista indipendente).

[11] BFS-AS, Carte Motta/Borri, Dichiarazione della Sez. provinciale di Pisa dell’UDI, 15 giugno 1948.

[12] Cfr. L’Esecutivo nazionale, «Panorama socialista», n. s., 5 ottobre 1949, p. 1.

[13] Cfr. G. Averardi, I socialisti democratici: da Palazzo Barberini alla scissione del 4 luglio 1969, Milano, SugarCo, 1977.

[14] Filippo, Celso, Rosario, Matteo nasce il 17 maggio 1950. BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Certificato di nascita del Comune di Pisa, 18 settembre 1950. Il 22 settembre 1954 nascerà Rosaria, la secondogenita della famiglia Motta/Borri.

[15] Mario Caglieris (1927-2010), figlio di un ferroviere piemontese socialista ed idealista e di una maestra d’origine toscana, dopo gli studi proficui in materie letterarie incontra Adriano Olivetti con cui condividerà sia l’impegno del Movimento Comunità sia quello culturale e d’impresa ricoprendo incarichi di responsabilità. Lascia l’Olivetti dopo l’entrata di Carlo De Benedetti non condividendo la nuova politica aziendale.

[16] Riccardo Musatti (1920-1965) è stato militante nel Partito d’Azione, giornalista e storico dell’architettura moderna, nonché membro dell’Istituto nazionale di Urbanistica, e collaboratore di diversi periodici, tra cui «L’Italia libera» e «L’Italia socialista». Negli anni cinquanta, Musatti ha concentrato i suoi studi sulla situazione dell’Italia meridionale, con particolare attenzione alla Basilicata e alla città di Matera. Tra i più stretti e fidati collaboratori di Adriano Olivetti, ha fatto parte del comitato esecutivo del Movimento di Comunità. La via del Sud, che rimane il suo libro più importante, venne pubblicato dalle Edizioni di Comunità nel 1955 e ristampato nel 1958 con l’aggiunta del capitolo «Postilla e conclusione».

[17] Umberto Serafini (1916-2005) è stato uno tra i principali protagonisti del federalismo italiano. Laureato in Filosofia a Roma, è stato tra i fondatori, con Altiero Spinelli e altri, dell’Istituto Affari Internazionali. A fianco di Adriano Olivetti ricoprì un ruolo direttivo per il Movimento Comunità e, dopo il 1962, è stato a lungo Presidente della Fondazione dedicata all’opera dell’imprenditore, e politico, di Ivrea. Cfr. U. Serafini, Adriano Olivetti e il Movimento Comunità, Roma, Edizioni di Comunità, 2015.

[18] Paolo Volponi (1924-1994), si laurea in legge e nel 1948 pubblica il suo primo libro di poesie, Il ramarro. Nel 1950 conosce Adriano Olivetti, collaborando al Movimento Comunità e nel 1956 entrerà nell’azienda di Ivrea dove in pochi anni raggiunge i massimi livelli dirigenziali.

[19] Bruno Zevi (1918-2000), dopo aver studiato alla Sapienza di Roma e all’Architectural Association di Londra, si è laureato in architettura presso la Harvard Graduate School of Design, presieduta da Walter Gropius. Tornato in Europa, ha partecipato alla lotta antifascista nelle file del Partito d’azione. Nel dopoguerra ha promosso l’Associazione per l’Architettura Organica (Apao) e «Metron. Rivista internazionale di architettura». Negli anni cinquanta è tra i più stretti collaboratori di Olivetti sulle questioni legate alla nuova urbanistica. È stato professore ordinario di Storia dell’architettura a Venezia e a Roma, vicepresidente – sin dalla fondazione nel 1959 – dell’Istituto Nazionale di Architettura (Inarch) e presidente del Partito Radicale. È stato inoltre segretario generale dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (Inu) e deputato al Parlamento.

[20] Renzo Zorzi (1921-2010), partecipa alla Resistenza nelle file del Partito d’azione del basso veronese e per il suo valore verrà insignito della medaglia d’argento. Nel secondo dopoguerra si laurea in letteratura francese con Diego Valeri e nel 1947 si trasferisce a Torino dove conosce molti intellettuali, fra cui Giacomo Noventa, Cesare Pavese, Alessandro Galante Garrone e Adriano Olivetti. Quest’ultimo incontro sarà per lui decisivo. Accetta l’offerta di Olivetti e si trasferisce a Milano per curare la rivista «Comunità», cui Olivetti desidera dare un’impronta più politica e meno letteraria. Dal 1956 avrà anche la responsabilità delle Edizioni di Comunità, la casa editrice fondata da Olivetti. Dopo la morte improvvisa e prematura di Olivetti nel 1960, Zorzi assumerà la direzione della rivista «Comunità» e dell’omonima casa editrice che manterrà fino agli anni ’80.

[21]Cfr. V. Ochetto, Adriano Olivetti, Milano, A. Mondadori, 1985, pp. 163-164.

[22] Cfr. B. Caizzi, Camillo e Adriano Olivetti, Torino, UTET, 1962, p. 347. Sulla sua esperienza nel Movimento comunità e i suoi rapporti con Olivetti Motta ha rilasciato un’intervista a un gruppo di studenti torinesi il 30 ottobre 1995. Copia dell’intervista è conservata nell’archivio digitale della Biblioteca F. Serantini.

[23] Cfr. V. Ochetto, Adriano Olivetti, cit., p. 245.

[24] G. Motta, La Sicilia e l’europeismo, Catania, Movimento federalista europeo, Centro regionale siciliano, 1954.

 




«Perciò coraggio, continuando la giusta, spinosa strada…». Giuseppe Petacchi: antifascista, fuoriuscito in Francia, guerrigliero in Spagna e partigiano in Italia.

Nella notte tra il 23 e il 24 settembre del 1943, un aereo della Royal Air Force decollato dal Nord Africa, dopo aver raggiunto la dorsale del Montalbano, al confine tra il Valdarno superiore e la piana di Firenze-Prato-Pistoia, paracadutò con un blind jump un agente dello Special Operations Executive (SOE) l’intelligence britannica. Toccato terra senza incidenti in una imprecisata località a nord di Empoli, quest’ultimo raccolse il proprio paracadute e, dopo averlo occultato, si dileguò nella notte. La sua missione, nome in codice Jaw, era diretta a stabilire contatti con le formazioni partigiane che dopo l’8 settembre si stavano costituendo un po’ ovunque sui rilievi della regione. Si trattava, di fatto, di una delle prime – se non forse la prima – tra le missioni paracadutate in ordine di tempo dagli Alleati sul territorio toscano. L’agente, privo di radiotrasmittente, ancorché addestrato dai britannici, era in realtà italiano. Nei documenti in dotazione, rispondeva al nome di Giuseppe Caruana, ma la sua vera identità era in realtà un’altra. Toscano di nascita, Giuseppe Petacchi – questo il vero nome – era un cavatore di marmo originario di Avenza, frazione del comune di Carrara, che aveva alle spalle una lunga attività di antifascista e di cospiratore in Italia e all’estero.

Fuoriuscito in Francia agli inizi degli anni Trenta, Petacchi nel 1936 aveva servito come volontario in armi nella Guerra civile spagnola, riprendendo in seguito l’attività antifascista di nuovo in Francia e poi in Belgio. Rifugiatosi allo scoppio del secondo conflitto mondiale prima in Nord Africa e poi in Messico, nel 1943 era rientrato in Europa al servizio degli Alleati per dare il proprio contributo alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Paracadutato, come si è visto, in Toscana aveva contribuito alla formazione di vari gruppi partigiani, combattendo alfine in prima linea per la liberazione del capoluogo regionale. La sua parabola di vita, in sostanza, si era svolta per buona parte all’insegna della lotta al fascismo, da lui combattuta tanto con gli strumenti della cospirazione che della lotta armata. Una lotta caratterizzata oltretutto da una marcata mobilità transnazionale che, senza soluzione di continuità, aveva saldato la sua esperienza di oppositore al fascismo a quella di combattente in armi nella Resistenza europea: prima in Spagna, nel 1936, quindi in Italia, dal 1943. Ciò, seguendo di fatto una traiettoria comune ad altri combattenti internazionali e transnazionali, sulla cui rilevanza la storiografia sta recentemente ritornando con rinnovata sensibilità[1].

Classe 1907, primo di quattro figli (Enzo, 1912; Vera, 1914; Aldo, 1916), Giuseppe, o più semplicemente “Beppe”, era cresciuto ad Avenza in una famiglia di modesta estrazione sociale[2]. Da piccolo, si era dato da fare come garzone presso la bottega della nonna, pare ereditando il soprannome di “Copeta” dalla “coppetta” usata allora come misura del sale[3]. Dal padre Elia – un vecchio ferroviere mazziniano – Giuseppe, al pari dei fratelli, aveva ricevuto una formazione laica e rivoluzionaria, corroborata dalle numerose personalità che negli anni del primo dopoguerra avevano frequentato la casa della famiglia, tra cui, l’anarchico Gino Lucetti – autore nel 1926 di un noto e sfortunato tentativo di attentare alla vita del Duce – e il repubblicano, poi comunista, Gino Menconi, divenuto dirigente delle Brigate Garibaldi toscane durante la guerra di Liberazione. Giuseppe, anch’esso originariamente di tendenze repubblicane, si era pian piano spostato verso posizioni libertarie, facendosi non per nulla notare spesso dalle autorità di pubblica sicurezza in compagnia di acclarati anarchici del luogo, quali Andrea Lucetti, fratello del citato Gino, e Domenico Bibbi, padre di Bruno e zio di Gino, entrambi sovversivi fuoriusciti all’estero. Con l’avvento del fascismo al potere, le proprie idee politiche avevano provocato a Giuseppe vari problemi, facendolo divenire presto oggetto di angherie e violenze da parte degli squadristi locali. Diffidato per la prima volta nell’aprile del 1932, il 26 dello stesso mese, in occasione di uno sciopero dei locali cavatori di marmo, Giuseppe era stato «sorpreso ed arrestato mentre capeggiava una squadra di giovani presso i quali svolgeva opera di sobillazione»[4]. Nel giugno seguente, la polizia lo aveva quindi notato mentre tentava di avvicinare, per salutarlo, l’amico di famiglia e mentore Gino Menconi, allora in transito dalla stazione ferroviaria di Carrara in stato di arresto. Alla fine del mese era stato quindi condannato a tre mesi per contravvenzione a una precedente ammonizione comminatagli per via delle sue frequentazioni politiche. Scontata la pena presso le carceri di Carrara, era stato posto in libertà vigilata.

Nel maggio del 1934, licenziato dal laboratorio di marmi della ditta fratelli Tosi di Avenza, aveva deciso quindi di emigrare clandestinamente in Francia assieme ai compagni Ivo Pieruccini e Pilade Menconi, già altre volte recatisi oltre confine. La moglie Gina Pantani, con la quale si era sposato nell’aprile 1933, e che allora si trovava in dolce attesa del figlio, Roberto, rimase invece ad Avenza. In Francia, Giuseppe si stabilì a Marsiglia, dove strinse contatti con la rete dell’anarchico bolognese Celso Persici, tra i più attivi esuli libertari e punto di riferimento in città per i compagni fuoriusciti in stato di difficoltà. Impiegatosi come lavapiatti presso un ristorante della zona – una sistemazione buona, per quanto dalla paga misera – Giuseppe dovette presto abituarsi a una vita di miserie materiali e difficoltà affettive, segnate su tutte dalla lontananza della moglie e del piccolo Roberto, alla cui nascita egli non aveva potuto assistere. Il suo carattere, d’altro canto, si mostrava risoluto e ferreo, tanto nel fisico che nello spirito: «la mia vita credimi è [sic] un atroce tormento, se non possedessi quella grande fiducia nell’avvenire», scrive alla moglie da Marsiglia nel novembre 1935. E indirizzando alla madre ad Avenza nel gennaio 1936 la rassicura asserendo di poter contare su «una salute di ferro e una volontà da iena»[5].

Giunto a Marsiglia, Giuseppe si rese subito attivo nei principali ritrovi della locale comunità di esuli antifascisti. Lo vediamo partecipare, ad esempio, alle attività della Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo (LIDU), associazione nata per assolvere a compiti di natura assistenziale e di difesa dei diritti degli emigrati, ma in grado anche di svolgere un’intensa e capillare attività di propaganda antifascista. Nel giugno del 1934 subisce invece una condanna per aggressione a mano armata, mentre nel settembre si vede iscrivere dalla polizia fascista nel Bollettino delle ricerche in qualità di repubblicano ammonito. In ottobre, le autorità consiliari fasciste lo segnalano in attesa di formalizzare la sua iscrizione al partito comunista. Un anno più tardi, nell’ottobre del 1935, lo troviamo ancora tra i partecipanti al congresso antifascista “degli italiani”, che si tiene a Bruxelles nella sala Matteotti della Maison du Peuple. Nei primi mesi del 1936, Petacchi risulta anche far parte di Azione repubblicana socialista, il gruppo politico di dissidenti di sinistra del Partito repubblicano diretto da Ferdinando Schiavetti che poi confluirà nel 1937 in Giustizia e Libertà. Sin dall’estate del 1936, per la verità, Petacchi risulta già affiliato a Marsiglia al movimento dei fratelli Rosselli per il quale «mantiene corrispondenza con elementi di Carrara e di Avenza»[6]. Nel luglio, a seguito di uno sciopero, Giuseppe viene licenziato dal suo impiego e agli inizi di agosto la polizia lo segnala lasciare Marsiglia per Perpignan, sui Pirenei, dove conta di passare in Spagna per arruolarsi volontario con le forze repubblicane.

Ritratto di gruppo di sei volontari combattenti in Spagna, alcuni in uniforme altri in borghese. Giuseppe Petacchi e l’ultimo a destra (Archivio dell’Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna, www.antifascistispagna.it)

Dal settembre, in effetti, Giuseppe si arruola nella Sezione Italiana della Colonna Francisco Ascaso, inquadrata nelle milizie della Confederaciòn Nacional del Trabajo-Federaciòn Anarquista Ibérica, dove si è raggiunta un’intesa unitaria tra i giellisti di Carlo Rosselli e gli anarchici di Camillo Berneri. Destinata sul fronte aragonese nella zona di Huesca e dislocata sull’altipiano della Galocha, la sezione italiana di Rosselli e Berneri si scontrerà con le forze franchiste nel difendere con successo un’altura strategica, ribattezzata per l’occasione in forza della sua conformazione brulla e spoglia Monte Pelato. Petacchi, durante il combattimento – si legge in un resoconto coevo –  «spostò sotto il fuoco una mitragliatrice inceppata, la fece funzionare e la riportò in azione»[7]. Qualche giorno dopo, assieme a Giuseppe Gabbani e Giuseppe Barberis, Petacchi si trovava a transitare sulla strada di Huesca a bordo di un’autoblinda quando il mezzo, colpito da un obice, andò in fiamme. Rimasto fortemente ustionato, Petacchi diede comunque prova di coraggio e resistenza: «bruciato al volto e alle braccia, si fece medicare col suo eterno puerile sorriso e con la sigaretta in bocca, tanto che il medico spagnolo al posto di soccorso espresse la sua meraviglia per tanto sangue freddo»[8]. Ricoverato temporaneamente a Barcellona, da Parigi avrebbe poi scritto sardonicamente il 29 settembre in Italia al fratello Aldo di esser rimasto ferito «in un piccolo incidente di caccia»[9].

Nel febbraio 1937, la polizia lo segnala in Francia attivo nel reclutamento di volontari per la Spagna. In particolare, si pensa che stia per raggiungere a Mentone il locale responsabile di Giustizia e Libertà, Onorio Biso, e Aldo Garosci – entrambi reduci come lui dalla Sezione Italiana della Colonna Ascaso – per «concordare il lavoro ch’egli potrebbe svolgere portandosi personalmente a Carrara per arruolare volontari per la Spagna»[10]. In realtà, di lì a poco Giuseppe passa di nuovo il fronte iberico e si arruola nella compagnia mitraglieri del 1° battaglione Matteotti, unità antifascista sorta per iniziativa di Rosselli dopo lo scioglimento della sezione italiana della Ascaso. Nel luglio 1937 però, torna definitivamente in Francia per stabilirsi a Parigi. Secondo alcuni, l’esperienza spagnola avrebbe fatto di lui definitivamente un anarchico, distinguendolo così dai fratelli che, nel comune percorso di opposizione al fascismo, strinsero invece legami interessati con l’organizzazione comunista.[11] Ad ogni modo, a Parigi, Giuseppe continua a rimanere in contatto con gli ambienti giellisti, stringendo in particolare rapporti con Emilio Lussu.

Nel febbraio del 1938, dopo molti tentativi, finalmente riescono a raggiungere Giuseppe a Parigi anche la moglie e il figlioletto Roberto, che il primo non aveva mai visto. Alla vigilia di quel ricongiungimento, Giuseppe non aveva trattenuto in lettera alla moglie la propria felicità, né un cenno di tenerezza paterna agli indirizzi del figlio: «carissimo figlio ti attendo quanto prima con cuore di padre, però ricordati di venire bravo […] cari affettuosi bacioni e quanto prima un bel morsino»[12]. Nel settembre 1938, le autorità francesi gli comminarono tuttavia un provvedimento di espulsione dal paese, che Petacchi riuscì inizialmente a prorogare di un mese grazie all’intervento di Alberto Cianca, del conte Carlo Sforza e della LIDU. In ottobre, tuttavia, fu costretto a riparare clandestinamente con la moglie e il figlio in Belgio, ospite di amici e compagni di cospirazione a Bruxelles. Nel febbraio 1939, dalla capitale belga scrisse all’anziana madre in Italia dichiarando non spenta, dopotutto, «la speranza di giorni migliori»: «Nulla di male abbiamo mai fatto, il solo torto, che siamo orgogliosi, è quello di non chinare la testa […] perciò coraggio, continuando la giusta, spinosa, strada»[13]. Da Bruxelles, i Petacchi si trasferiscono poi a Tailfer, piccola frazione del comune di Lustin, nella provincia vallona di Namur dove Giuseppe ha trovato un impiego come cavatore.  Nel maggio 1940, tuttavia, a seguito dell’invasione tedesca del Belgio, i coniugi sono costretti di nuovo a fuggire. Raggiungono dopo varie peripezie San Nazaire, a est di Nantes, e quindi Bordeaux e Tolosa. Da lì, passano a Marsiglia dove Petacchi, trovato impiego come manovale e sguattero, viene di nuovo raggiunto da un ordine di espulsione che lo costringe a entrare in clandestinità col nome falso di Pisani, non prima però di aver organizzato il rientro della moglie e del figlio in Italia. In questo periodo che anticipa l’occupazione tedesca della Francia, va forse collocata anche una breve detenzione di Petacchi nel campo di prigionia del Vernet, che trascorre come sovversivo ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale. Riguadagnata la libertà, nel marzo del 1941 Emilio Lussu, artefice di un piano di fuga per esuli italiani in Nord Africa, riesce a farlo imbarcare su di una nave diretta in Algeria. Da lì, Petacchi raggiunge, via Oran, Casablanca dove grazie all’aiuto di un ebreo triestino può mettersi in regola con la documentazione richiesta. Poco dopo, si propone però come volontario per fare da guida nel tragitto Algeri-Casablanca a un altro rifugiato italiano giunto dalla Francia. Rientrato nella città marocchina, Petacchi visse i mesi seguenti senza possibilità di lavorare e con un sussidio procuratogli dallo stesso Lussu. In novembre, Petacchi, grazie a un passaporto rilasciatogli dal console messicano di Marsiglia e ai visti necessari ottenuti ancora tramite Lussu, poté al fine imbarcarsi assieme ad altri rifugiati sulla nave “Serpa Pinto” diretta in Messico.

Il 22 dicembre del 1941 lo troviamo infatti a Città del Messico dove assieme all’amico ed ex combattente di Spagna Pino Turroni, Petacchi riuscì a farsi impiegare da alcune imprese edili. Nel febbraio 1943, Petacchi viene avvicinato da Max Salvadori, suo vecchio conoscente e allora agente incaricato per conto del SOE di fare in Messico arruolamenti di esuli italiani. Petacchi, assieme ad altri fuoriusciti giellisti passati nel paese centro-americano, come Bruno e Renato Pierleoni e Leo Valiani, decide di offrirsi volontario per il SOE.[14] Inviato così in Gran Bretagna il 1° luglio 1943, in seguito viene destinato all’addestramento in Nord Africa. Il caporale Hodson, che ne esaminò l’attitudine, oltre al genuino antifascismo, ne constatò il carattere riservato e taciturno, rimanendo colpito per essere egli «persona onesta e per nulla presuntuosa»[15].

Fototessera di Giuseppe Petacchi nel sul fascicolo come agente del SOE

Terminato il training, come si è visto, Petacchi fu destinato a esser paracadutato in Toscana dietro le linee nemiche col compito di stabilire contatti con la nascente Resistenza in armi. Il lancio, tuttavia, – un blind jump – probabilmente lo scaricò assai lontano dalla destinazione designata in origine, la zona delle Apuane, facendolo finire a nord di Empoli[16]. Da lì, ad ogni modo, Petacchi raggiunse Pisa dove, acquistata una bicicletta, si portò a Usigliano di Lari dove risiedevano i genitori della moglie e dove rimase nascosto per i due giorni successivi. Dopodiché, cercò di raggiungere Carrara per mettersi in contatto col fratello Enzo , entrato nel frattempo nella locale organizzazione resistenziale. Non riuscitoci, dopo circa quattro giorni, fece ritorno di nuovo a Usigliano dove cominciò a organizzare un primo gruppo di resistenti attorno ad alcuni sfollati provenienti da Livorno presenti in zona. Nel frattempo, a Firenze, Carlo Ludovico Ragghianti, uno dei vertici dell’organizzazione azionista cittadina, messo al corrente tramite Emilio Lussu dell’arrivo di Petacchi in Toscana, mandò sulle sue tracce, con lo scopo di stabilire un contatto e di condurlo seco a Firenze, l’anarchico spezzino Sirio Biso – ex combattente di Spagna e vecchia conoscenza di Petacchi – che dopo l’8 settembre ancora lo stesso Lussu aveva inviato nel capoluogo toscano con sue credenziali perché si mettesse al servizio dell’organizzazione azionista[17]. Non è chiaro se Biso riuscisse nell’intento. Fatto sta che Petacchi raggiunse Firenze agli inizi di gennaio del 1944 accompagnando da Carrara il fratello Enzo, parte dell’entourage di Gino Menconi, chiamato allora nel capoluogo regionale per assumere la carica di membro del comando toscano delle Brigate Garibaldi.

Da allora, Giuseppe entrò a far parte ufficialmente dell’organizzazione azionista fiorentina che, tra le altre cose, gli affidò importanti compiti di recupero di armi e di organizzazione di lanci alleati tra le province di Firenze e Arezzo, nonché di svolgere da tramite con le bande azioniste del volterrano e della provincia apuana dove Petacchi, tra febbraio e maggio del 1944, si recò in effetti più volte, divenendo di fatto una sorta di ufficiale di collegamento per  conto del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale di Firenze. Dal maggio, oltretutto, Petacchi collaborò a Firenze alla creazione delle Squadre d’assalto azioniste, rendendosi protagonista di audaci colpi di mano contro tedeschi e fascisti e di ardite operazioni di recupero armi presso vari presidi cittadini delle forze di polizia repubblichine. Quindi, ai primi di agosto del 1944, Petacchi combatté in prima linea durante la battaglia per la Liberazione di Firenze, trovandosi – come certificherà in un suo report del 26 agosto lo stesso Carlo Ludovico Ragghianti in veste di Presidente del CTLN – «sempre dove la situazione era più grave e comportandosi eroicamente […] durante i contrattacchi delle retroguardie tedesche».[18]

Non fu il solo, della famiglia, a impegnarsi attivamente nella lotta di Liberazione nazionale. Il fratello Enzo, infatti, combatté con la formazione “Aldo Cartolari” nel settore apuano della Gotica, rimanendo gravemente ferito a seguito di uno scontro avvenuto il 18 settembre 1944, il quale gli costò prima l’amputazione di una gamba e poi la sua stessa vita, per via delle complicazioni in seguito sopraggiunte. Anche Vera, la terzogenita, entrò nell’organizzazione resistenziale, passando con il PCI a Milano in qualità di segretaria di Pietro Secchia e Luigi Longo divenendo altresì instancabile staffetta tra il capoluogo lombardo e le formazioni partigiane della Valsesia. Infine, anche il più giovane dei fratelli Petacchi, Aldo, detto “Aldino”, contribuì alla causa della Liberazione del paese, unendosi alla Resistenza a Genova e poi a Milano. Collaboratore in Alta Italia di Secchia e di Giovanni Roveda, Aldo fu protagonista nel luglio 1944 della spettacolare liberazione di quest’ultimo dal carcere degli Scalzi nel quale riuscì a penetrare con un commando partigiano mettendo fuori combattimento il corpo di guardia[19].

Ufficialmente, Giuseppe Petacchi rimase al servizio del SOE fino al 29 agosto 1944. Come si evince dal suo successivo report di congedo del luglio 1945, inizialmente egli si dichiarò intenzionato a rientrare in Messico una volta sistemati i propri affari in Italia, ragion per cui chiese che gli venissero coperti da Londra i costi del viaggio di ritorno[20]. Successivamente, tuttavia, dovette cambiare intenzioni. Rimasto in Toscana, Petacchi rimase in contatto con gli ambienti libertari, partecipando almeno al terzo Congresso anarchico nazionale che si tenne a Livorno nell’aprile 1949. Tornato a risiedere a Carrara, vi sarebbe morto il 2 giugno 1961.

 

 

[1] R. Gildea, I. Tames (ed.), Fighters across frontiers: Transnational resistance in Europe, 1936-48, Manchester, Manchester University Press, 2020; E. Acciai, I guerriglieri «spagnoli», in C. Colombini, C. Greppi (a cura di), Storia internazionale della Resistenza italiana, Bari-Roma, Laterza, 2024.

[2] Per un breve profilo biografico dei quattro fratelli Petacchi cfr. P. di Perro, I fratelli Petacchi. Una famiglia avenzina nella resistenza, in «Trentadue. Mensile di politica e cultura», 8 (2009), numero speciale a cura di Anpi Carrara, pp. 21-22.

[3] Ivi, p. 21.

[4] Archivio di Stato di Massa, Questura, versamento II, Casellario politico 1920-1940, (d’ora in poi ASM, Q, VII, CP 1920-1940)b. 118, fasc. “Giuseppe Petacchi”, il Questore di Massa-Carrara al Prefetto, trasmissione n. 04462, 4 giugno 1932.

[5] Ivi, lettera di Giuseppe a Gina pantani, Marsiglia, 10 novembre 1935; ivi, lettera di Giuseppe ad Aldegonda petacchi, Marsiglia, 9 gennaio 1936.

[6] Ivi, il Ministero dell’Interno, DGPS, DAGR, Sez I CPC al Prefetto di Massa-Carrara, n. 52230/110277, 13 agosto 1936.

[7] La Sigla marciante. Verbale della prima seduta, corrispondenza dal fronte spagnolo, 11 settembre in «Giustizia e Libertà», Parigi, 25 settembre 1936, p. 4.

[8] Ibidem.

[9] ASM, Q, VII, CP 1920-1940, b. 118, fasc. “Giuseppe Petacchi”, Giuseppe al fratello Aldo, Parigi, 26 settembre 1936.

[10] Ivi, il Ministero dell’Interno, DGPS, DAGR, Sez I CPC ai Consolati di Italia di Nizza e Marsiglia e al Prefetto di Massa-Carrara, n. 3542/110277, Roma, 7 febbraio 1937. Si veda anche Archivio Centrale dello Stato, Roma, MI, DGPS, DAGR, CPC, b. 3896, fasc. “Giuseppe Petacchi,” appunto n. 500/2007 della DPP, 20 gennaio 1937; ivi, nota della DGPS n. 441/037194, Roma 30 luglio 1937.

[11] Antonio Bernieri, Gino Menconi nella rivoluzione italiana, Carrara, Società Editrice Apuana, 1978, p. 140 (n. 130).

[12] ASM, Q, VII, CP 1920-1940, b. 118, fasc. “Giuseppe Petacchi”, Petacchi a Gina Pantani, Parigi, 30 dicembre 1937.

[13] Ivi, Giuseppe Petacchi ad Aldegonda Petacchi, Bruxelles, 2 febbraio 1939.

[14] La precedente descrizione della fuga di Petacchi in Nord Africa e in Messico, così come quella del suo reclutamento nel SOE si basa su: The National Archives, Kew-London (d’ora in poi TNA) HS9/1173/5, scheda storica su Petacchi dell’MI6, del 13 luglio 1943, redatta dal capitano S. Cole. Per il contesto relativo alla missione di arruolamento per conto del SOE svolta in Messico da Max Salvadori cfr. R. Bailey, Target: Italy. I servzi segreti inglesi contro Mussolini. Le operazioni in Italia 1940-1943, Utet, Torino 2014, p. 232. Per il caso dei fratelli Pierleoni, e più in generale per l’arruolamento nel SOE di militanti giellisti, cfr. P. Bagnoli, Bruno e Renato Pierleoni. Una storia  sconosciuta dell’antifascismo italiano, Biblion, Milano 2023; E. Di Rienzo, Sotto altra bandiera. Antifascisti italiani al servizio di Churchill, Neri Pozza, Vicenza 2023.

[15] TNA HS9/1173/5, report del cpl. Hodson, 4 agosto 1943.

[16] La descrizione dell’attività svolta da Petacchi in seguito al suo invio dietro le linee nemiche per conto dell’organizzazione resistenziale toscana si basa prevalentemente su TNA, HS 6/810, fasc. “Petacchi, Giuseppe”, Interrogation report, 29 agosto 1944. Per un cenno alla missione di Petacchi cfr. anche C. Woods, La partecipazione del SOE alla campagna militare in Italia. Settore tirrenico della Linea Gotica, in Eserciti, popolazione, Resistenza sulle Alpi Apuane, a cura di Gino Briglia, Pietro Del Giudice, Massimo Michelucci, Massa, Ceccotti, 1995, p. 133.

[17] Una lotta nel suo corso. Lettere e documenti politici e militari della Resistenza e della Liberazione, a cura di Sandro Contini Bonaccorsi e Licia Ragghianti Collobi, Venezia, Neri Pozza, 1954, p. 348; C. Ludovico Ragghianti, Introduzione a B. Piancastelli, “Giustizia e Libertà” nel Mugello: la 2a Brigata Carlo Rosselli, Quaderni della Fiap, Roma, 1985, p. VIII. Sull’attività di Biso con la Resistenza fiorentina cfr. F. Fusi, Cospiratore in Francia, guerrigliero in Spagna, partigiano in Italia: per una biografia transnazionale dell’antifascista libertario Sirio Biso, in «Spagna Contemporanea», 34, n. 67, 2025, pp. 59-82.

[18] TNA, HS 6/810, fasc. “Petacchi, Giuseppe”, copia di dichiarazione di servizio di Petacchi per conto del Partito d’azione fiorentino a firma di Carlo Lodovico Ragghianti, Firenze 26 agosto 1944 (da cui si cita nel testo).

[19] Per alcuni cenni all’attività resistenziale dei fratelli Petacchi cfr. P. di Perro, I fratelli Petacchi, cit.; C. Moscatelli, P. Secchia, Il Monte Rosa è sceso a Milano, Edizioni Pgreco, Milano, 2017, pp. 320-323, 641.

[20] TNA, HS 6/810, fasc. “Petacchi, Giuseppe”, Record Sheet, 26 Luglio 1945.




«Ecco ancora una volta la voce solenne dell’Etruria antica nella Maremma». Note sull’uso politico della storia antica nella Grosseto fascista [1]

«I nostri localisti sparirebbero, come gruppo organico,

se fosse possibile dimostrare, ciò che è augurabile,

che gli Etruschi non sono mai esistiti»[2]

 

La colonna romana collocata nel 1938 sul Bastione Mulino a vento,, oggi collocata nel Giardino dell’Archeologia

Il 24 maggio 1938 il prefetto di Grosseto, Enrico Trotta, su sollecitazione del R. Provveditore agli studi Niccolò Piccinni, inviò una lettera alla Presidenza del Consiglio dei ministri per invitare ufficialmente il ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai a presenziare ad alcune cerimonie organizzate in diversi centri della provincia. Con ogni probabilità, l’invito mirava a richiamare l’attenzione del ministro su una grave anomalia: a Grosseto mancava una sede autorizzata a svolgere gli esami di abilitazione magistrale e di maturità classica, circostanza che la rendeva l’unico capoluogo di provincia in Italia in tale condizione. Si trattava, come si sottolineava, di una «questione di prestigio» per una città in rapida crescita demografica, ormai avviata verso la trasformazione da borgo rurale a moderno centro di servizi, nonché di un «riconoscimento di una legittima aspettativa dei cittadini, delle autorità e delle gerarchie fasciste»[3].

Il viaggio, previsto «possibilmente verso la metà del prossimo giugno», avrebbe visto la partecipazione del ministro all’«inaugurazione di oltre duecento gagliardetti delle scuole elementari» e alla «posa della prima pietra dell’Istituto tecnico minerario di Massa Marittima» che coronava «un’annosa aspirazione di quella città» a dotarsi di un istituto che formasse i quadri della maggiore industria del territorio. Tra le due iniziative, era poi stata programmata una cerimonia dall’alto valore simbolico: «l’inaugurazione di una colonna romana sulle mura medicee del capoluogo, in ricordo della celebrazione del bimillenario di Augusto»[4].

La mancata partecipazione del Ministro – impossibilitato a raggiungere la provincia per i «troppi impegni per l’anno in corso»[5] – non impedì tuttavia il regolare svolgimento della celebrazione augustea, il 17 di giugno, che si aprì con un’orazione pubblica del prof. Francesco Moggio del R. Liceo ginnasio “Carducci-Ricasoli” e vide la consegna «da parte delle scuole di una colonna romana, tratta dagli scavi dell’antica Roselle ed eretta sui bastioni della città, per significare la continuità dell’idea di Roma da Augusto a Mussolini», accompagnata dall’esecuzione, da parte del coro dell’Istituto magistrale, «dell’inno a Roma e degli altri della Patria fascista»[6].

Espressione di quella tendenza all’occupazione del tempo sociale, all’imposizione di un nuovo senso della Storia e alla riorganizzazione del calendario civile precocemente espressa dal regime[7], la celebrazione del bimillenario della nascita di Augusto costituì «l’apice dell’identificazione del fascismo con la romanità»[8]. A seguito della conquista dell’Etiopia, il regime aveva infatti accentuato la propria identificazione con un immaginario di tipo imperiale, elaborato e diffuso anche grazie all’opera di storici e intellettuali militanti, che contribuirono a trasformare Mussolini in «un vero e proprio alter ego di Augusto»[9].

Diversamente da altri anniversari legati a personaggi della res publica, come quelli dedicati alla nascita di Orazio (1930) e di Virgilio (1935), il bimillenario augusteo fu accompagnato da un articolato programma di celebrazioni. Sul piano nazionale esso trovò la sua espressione più evidente nell’inaugurazione della Mostra Augustea della Romanità, aperta a Roma il 23 settembre 1937 in concomitanza con la riapertura della Mostra della Rivoluzione fascista[10]. Parallelamente, a livello locale furono promosse iniziative di varia natura, nelle quali si realizzarono le più disparate pratiche di «appropriazione/reinvenzione della storia di Roma» in funzione propagandistica[11].

Area degli scavi archeologici di Roselle (Credits: https://museitoscana.cultura.gov.it)

A Grosseto, come si è visto, le celebrazioni assunsero la forma di una vera e propria riconsacrazione di un reperto archeologico elevato a simbolo della romanità. Ciò serviva a richiamare la filiazione diretta del capoluogo della Maremma dall’antica Roselle, oggetto di scavi nella seconda metà degli anni Venti sull’onda di un crescente interesse storico e identitario. Importante centro della dodecapoli etrusca, poi conquistata dai Romani e ulteriormente sviluppatasi a cavallo tra il III e il II secolo a.C. – quando fornì grano e legname per la flotta di Publio Cornelio Scipione diretta sulle coste cartaginesi – Roselle era divenuta sede vescovile tra il IV e il V secolo d.C. Fu progressivamente abbandonata dai suoi abitanti nei secoli successivi, e nel 1138 la cattedra vescovile venne trasferita nel borgo di Grosseto, sorto lungo la via Aurelia in una posizione più facilmente difendibile dagli attacchi provenienti dal mare[12].

Tra il 1937 e il 1938, parallelamente alle iniziative promosse in occasione del bimillenario augusteo, videro la luce alcuni contributi storico-archeologici dedicati al capoluogo e a diversi centri della provincia di Grosseto. Si trattava di lavori generalmente di modesto valore scientifico e poco inclini a confrontarsi con la ricerca accademica, ma che ben si prestavano a essere utilizzati come strumenti di celebrazione della romanità fascista[13]. Gli autori appartenevano ai diversi filoni della cultura erudita locale e avevano aderito con anticipo e convinzione alle politiche culturali del regime; la loro attenzione era orientata – per usare un’espressione di Luciano Bianciardi – verso il «problema delle origini»[14], in contrasto con l’approccio degli intellettuali più giovani, impegnati invece a costruire, attraverso la letteratura e le arti figurative, l’immagine di una provincia “redenta” dalla bonifica integrale e destinata ad assumere un ruolo di rilievo nella cultura nazionale[15].

A. Salvetti, 1929, Ritratto di Monsignor Antonio Cappelli, olio su tela, conservato nel Museo di arte sacra della Diocesi di Grosseto

Tra le figure più rilevanti di questo gruppo spiccava Antonio Cappelli – il «canonico dottissimo e sordo» ricordato da Geno Pampaloni[16] – punto di riferimento della cultura grossetana. Cappelli dirigeva il Museo civico, il Museo diocesano e la Biblioteca Chelliana, oltre al “Bollettino della Società storica maremmana”, rivista che nei primi anni aveva ospitato contributi di Gioacchino Volpe e del giovane Ranuccio Bianchi Bandinelli, prima di trasformarsi, nel 1931, nell’organo del locale Istituto fascista di cultura[17]. Fu proprio Cappelli a impegnarsi con particolare costanza nella costruzione di una mitologia storica fondativa del capoluogo, incentrata soprattutto sul periodo medievale[18].

Assai più attento agli studi e alla divulgazione delle più recenti scoperte archeologiche era il pubblicista Pietro Raveggi, fondatore del Civicum antiquarium annesso alla biblioteca di Orbetello e, dal 1936, membro della locale Commissione propaganda. A lui si devono ricerche sulla città lagunare, su Ansedonia-Cosa, Talamone e sull’area meridionale della provincia, caratterizzate da un livello scientifico più rigoroso rispetto alla produzione coeva[19]. Come Cappelli, Raveggi ricopriva da molti anni l’incarico di Regio ispettore onorario per le antichità e l’arte nella provincia, funzione che gli fu confermata proprio nell’anno del bimillenario augusteo[20].

Lo studioso che nel biennio 1937-1938 si impegnò più sistematicamente nella valorizzazione della romanità in chiave fascista – espressione di quel «filone erudito più attento alla retorica di campanile che al rigore della ricerca»[21] – fu tuttavia Adone Innocenti, autore di due contributi dedicati a Roselle. In un breve articolo, L’antica via Aurelia attraverso il territorio rosellano, egli ripercorreva la genesi di «una delle più famose e magnifiche strade romane», insistendo sulla sovrapposizione di parte del suo tracciato con un’arteria più antica che collegava Roselle e Vetulonia: «Ecco ancora una volta la voce solenne dell’Etruria antica nella Maremma, che vide le legioni romane marciare sulle strade consolari al cospetto del “Mare nostrum” solcato dalla potenza marinara di Roma»[22].

Come si evince da questo testo, anche per gli intellettuali locali più allineati all’ideologia fascista appariva molto complesso celebrare la presunta romanità di Grosseto senza far riferimento alla persistenza di un radicato “sostrato etrusco” che, fin dalla metà dell’Ottocento, era divenuto un elemento costitutivo dell’identità maremmana[23] inizialmente condivisa dalle élites cittadine e, in seguito, grazie al crescente numero di scoperte archeologiche, divenuto patrimonio della cittadinanza intera[24].

Il canonico Giovanni Chelli

A conferma di ciò – e riproponendo una polemica, di ascendenza sette-ottocentesca, nei confronti di Roma e della sua eredità storica – alcuni intellettuali cittadini, ancora alla fine degli anni Venti, continuavano a contrapporre etruschi e romani, richiamandosi alla narrazione codificata dal canonico Giovanni Chelli nel 1849, fondatore del museo e della biblioteca cittadini, il quale accusava i Romani di aver sfruttato in modo irrazionale le risorse naturali e di aver compromesso l’equilibrio ambientale della regione[25].

Un esempio significativo di tali frizioni, che ostacolarono sul piano locale la completa assimilazione degli Etruschi all’interno del «mito unitario della romanità»[26], è offerto dal fascicolo dedicato a Grosseto della collana Cento città d’Italia illustrate, pubblicato sul finire degli anni Venti da Sonzogno. Riflettendo sulla decadenza delle città etrusche e, più in generale, della Maremma, l’autore del saggio, il preside del R. Liceo-ginnasio “Carducci Ricasoli” Enrico Fatini, scriveva:

Cento città d’Italia illustrate, numero dedicato a Grosseto

Forse giova pensare che i Romani abbiano incontrata accanita resistenza nell’assoggettare questo popolo generoso e fiero, e però si siano mostrati inesorabili con esso, sino a disperderne la memoria per poterne soffocare con questa ogni anelito di libertà. Sotto i Romani, il paese, trascurato e disertato, iniziò il suo disfacimento[27].

Queste dinamiche legate all’identità etrusca non si spiegano soltanto in termini di continuità culturale. Dal canto suo, il regime fascista aveva promosso, a partire dal 1925, «un processo di istituzionalizzazione dello studio degli Etruschi» sul piano nazionale: dalla creazione della prima cattedra di Etruscologia all’Università di Roma, alla convocazione dei primi convegni nazionali, fino all’organizzazione dell’Istituto di studi etruschi[28]. Il fascismo mirava a individuare nel popolo etrusco l’origine di un primigenio laboratorio dell’italianità, che avrebbe trovato pieno compimento nella civiltà romana; dal punto di vista “razziale”, gli Etruschi venivano inoltre considerati l’anello iniziale di una continuità di sangue e di stirpe che, attraverso Roma, conduceva linearmente all’Italia di Mussolini, respingendo ogni ipotesi relativa a una loro presunta origine non autoctona.

Ascia bipenne rinvenuta nella c.d. Tomba del Littore a Vetulonia nel 1898

A sostegno di tale genealogia veniva spesso richiamata l’origine etrusca del simbolo stesso del regime: il fascio littorio, la cui legittimazione archeologica era affidata al ritrovamento, avvenuto a Vetulonia nel 1898, di un’ascia bipenne racchiusa da lamine in metallo rinvenuta nella cosiddetta Tomba del Littore[29].

Sul piano locale, l’idea di una filiazione diretta tra l’Etruria e la “Terza Roma” mussoliniana trovò terreno fertile tra gli intellettuali coinvolti nell’organizzazione della cultura e della propaganda. Come scriveva Pietro Raveggi a proposito della città di Heba, «il problema etrusco si confonde con quello delle origini stesse della civiltà italica» e solo grazie al fascismo e al Duce era stato possibile «dar vita e forma a questo rifiorente culto verso la nostra antica tradizione»[30].

Nel 1943 si ebbe invece un intervento culturale di più ampio respiro, promosso direttamente dal provveditorato agli studi. In quell’anno venne infatti avviata la pubblicazione, a cura dello stesso provveditorato, di una collana di monografie sugli etruschi da distribuire nelle scuole medie della provincia. Nella Premessa del primo volume, ristampa di una ricerca dell’etruscologo Pericle Ducati del 1933, il provveditore Ernesto Lama sottolineava il ruolo primigenio della civiltà etrusca nella genealogia italica:

gli Etruschi potrebbero rivendicare una precisa funzione, oltre che nell’etnogenesi italiana, anche nella formazione storica di Roma, che dalla cultura e dalla potenza degli Etruschi trasse efficaci elementi, specie nel primo periodo, per la sua grandiosa costruzione[31]

Successivamente Lama si rivolgeva agli alunni della Maremma, motivando le ragioni dell’iniziativa editoriale con queste parole, che richiamavano la necessità di integrare il piano dell’identità locale e di quella nazional-patriottica:

Il fascino e l’ansia che sospingono l’odierna Maremma a ricercare l’origine della sua gente nel proprio sottosuolo, disseminato di tombe e di avanzi gloriosi, sembra perpetuare una volontà di potenza giammai estinta, oltre che costituire una nobile rivendicazione dello spirito severo degli antichissimi padri, della loro vita operosa ed espansiva, delle loro molteplici e gloriose attività. Portare un qualche contributo a questa nobile aspirazione dei Maremmani e, nello stesso tempo, chiarire, precisare e divulgare problemi di cultura che valgano ad illuminare la perenne gloria legata in ogni epoca, sin dalle antichissime età, alla storia d’Italia, sono i motivi e le finalità che hanno ispirato questa raccolta di brevi monografie, la cui pubblicazione si inizia in un momento fatidico ed augurale della nostra Italia, come per trarre dal profondo della storia gli auspici per l’avvenire[32].

In conclusione, appare evidente come già in epoca fascista il culto della romanità fascista non avesse trovato, nel marginale contesto sociale e culturale grossetano, un terreno realmente fertile. Da questa discrepanza, si avviò così una dinamica destinata a emergere con particolare nettezza nel secondo dopoguerra, quando, tanto nell’ambito archeologico quanto nell’opinione pubblica locale, si sarebbe progressivamente consolidata una tradizione filoetrusca, mentre il disinteresse per l’eredità romana sarebbe risultato sempre più evidente, nonostante la presenza sul territorio di scavi di grande rilievo[33]. La forte identità etrusca della Maremma, costruita dalle élite intellettuali cittadine fin dall’Ottocento, non solo resistette alle pressioni ideologiche del regime, ma finì anzi per rimodulare almeno in parte e secondo una logica di continuità locale, la stessa ricezione della politica culturale fascista.

Note

[1] L’autore ringrazia Michele Gandolfi, Adolfo Turbanti ed Elena Vellati per aver letto e commentato la prima stesura di questo contributo.

[2] Luciano Bianciardi, I localisti in «La Gazzetta», 13 settembre 1952 ora in Id., Tutto sommato. Scritti giornalistici 1952-1971, vol. 1, ExCogita, Milano 2022, pp. 101-102.

[3] Archivio di Stato di Grosseto (ASG), R. Prefettura, Gabinetto, b. 690, lettera del prefetto Trotta alla Direzione generale dell’Istruzione media classica del ministero dell’Educazione nazionale, 26 aprile 1938. Sul peculiare sviluppo sociale e urbanistico di Grosseto si veda Gian Franco Elia, Città malgrado. Profilo dello sviluppo urbano, in Simone Neri Serneri, Luciana Rocchi (a cura di), Società locale e sviluppo locale. Grosseto e il suo territorio, Carocci, Roma 2003, pp. 105 e ss.

[4] ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 691, lettera del prefetto Trotta alla Presidenza del Consiglio dei ministri, 24 maggio 1938.

[5] ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 691, lettera del Ministro Bottai al prefetto Trotta, 10 giugno 1938.

[6] ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 691, invito per la celebrazione del bimillenario augusteo, 14 giugno 1938.

[7] Cfr. Piergiorgio Zunino, L’ideologia del fascismo. Miti, credenze e valori nella stabilizzazione del regime, Il Mulino, Bologna 1985, pp. 63-129; Claudio Fogu, The Historic Imaginary: Politics of History in Fascist Italy, Toronto University Press, Toronto 2016; Paola S. Salvatori (a cura di), Il fascismo e la storia, Edizioni della Normale, Pisa 2020.

[8] Aristotle Kallis, “Framing” Romanità: The Celebrations for the Bimillenario Augusteo and the Augusteo-Ara Pacis Project, in “Journal of Contemporary History”, vol. 46, n. 4, 2011, pp. 809-831 [traduzione mia].

[9] Andrea Giardina, André Vauchez, Il mito di Roma. Da Carlo Magno a Mussolini, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 248.

[10] Cfr. Alessandro Cavagna, Il «benefico impulso di Roma»: la Mostra augustea della romanità e le province, in Paola S. Salvatori (a cura di), Il fascismo e la storia, cit., pp. 51-72.

[11] Cfr. Piergiovanni Genovesi, Propaganda di regime tra centro e periferia. Una celebrazione “locale” della romanità fascista, in “SPES”, n. 9, 2019, pp. 71-91

[12] Doro Levi, Il Museo di Grosseto e gli scavi di Roselle, “Maremma. Bollettino della società storica maremmana”, n. 3, 1926-1927, pp. 81-87.

[13] Cfr. ad esempio Adone Innocenti, Roselle e il suo territorio, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1938; Ildebrandino Rosso, Saturnia, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1938; Pietro Raveggi, Ansedonia, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1937; Id., Sull’identificazione di Talamone etrusco-romano, Bollettino di Statistica del Comune di Grosseto, aprile 1938, pp. 1-8

[14] Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale, Feltrinelli, Milano 2009 [1957], pp. 5-12. Per una panoramica su queste figure si rimanda a Carlo Citter, Il progresso degli studi fra’800 e ‘900: la nascita dell’archeologia e i primi studiosi locali in Id., Antonia Arnoldus-Huyzendveld (a cura di), Archeologia urbana a Grosseto. Vol. I: La città nel contesto geografico della bassa valle dell’Ombrone. Origine e sviluppo di una città medievale nella “Toscana delle città deboli”, All’insegna del giglio, Firenze 2007, pp. 5-6.

[15] Centrale fu l’esperienza della rivista di arti e letteratura Ansedonia diretta da Antonio Meocci. Cfr. Simone Giusti, «Ansedonia» e «Mal’aria», due riviste di letteratura e arte in Maremma in Enrico Crispolti, Anna Mazzanti, Luca Quattrocchi (a cura di), Arte in Maremma nella prima metà del Novecento, Silvana, Milano, 2006, pp. 305-309. Sul contesto generale mi permetto di rimandare a Stefano Campagna, «Dobbiamo aver coscienza del nostro provincialismo culturale». Intellettuali, politica e cultura a Grosseto dal fascismo al miracolo economico di prossima pubblicazione nel Quaderno n. 20 della Fondazione Luciano Bianciardi.

[16] Geno Pampaloni, Prefazione in Antonio Meocci, Maramad, Barulli, Roma 1969, p. 12. Su Antonio Cappelli si veda Mariagrazia Celuzza, Il canonico Antonio Cappelli (1868-1939) in Cristina Gnoni Mavarelli, Laura Martini (a cura di), La cattedrale di San Lorenzo a Grosseto. Arte e storia dal XIII al XIX secolo, Silvana, Milano 1996, pp. 105-116.

[17] Fondato nel 1923 da un comitato promotore composto da studiosi locali e di rilevanza nazionale, il Bollettino della società storica maremmana cessò definitivamente le sue pubblicazioni nel 1936. Sarà poi rifondato negli anni Sessanta. Cfr. Mariagrazia Celuzza, Etruschi per forza: l’archeologia della Maremma e l’identità del territorio in Ead., Elena Vellati (a cura di), La grande trasformazione. Maremma tra epoca lorenese e tempo presente, Isgrec-Effigi, Arcidosso 2019, p. 156.

[18] A questo proposito si veda Antonio Cappelli, La signoria degli Abati del Malia e la repubblica senese in Grosseto, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1931.

[19] Cfr. ad esempio Pietro Raveggi, La Sub-Cosa e il Vico Cosano: contributo allo studio dei suburbii e vichi etruschi in Alcune comunicazioni presentate al 1. Convegno nazionale etrusco, Stabilimento tipografia sociale, Cortona, 1926. Su Raveggi si veda Giovanni Damiani, Pietro Raveggi. La vita e le opere, Effigi, Arcidosso, 2015.

[20] Cfr. ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 690, lettere della R. Sovraintendenza all’arte medievale e moderna per la Toscana al prefetto Trotta, 13 gennaio 1938.

[21] Carlo Citter, Il progresso degli studi fra’800 e ‘900, cit., p. 5.

[22] Adone Innocenti, L’antica Via Aurelia attraverso il territorio Rosellano, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1938, p. 6.

[23] Sulla lunga durata di questo fenomeno identitario cfr. Mariagrazia Celuzza, Luciano Bianciardi, gli etruschi, il medioevo e Grosseto: una questione di identità? in Valentino Nizzo, Antonio Pizzo (a cura di), Antico e non antico. Scritti multidisciplinari offerti a Giuseppe Pucci, Milano, Mimesis 2018, pp. 105-106.

[24] Cfr. Ead, Etruschi per forza, cit. pp. 146-155.

[25] «Sì, questi crudeli dominatori […] non furono lenti a rapire quanto nel mio seno si conteneva di bello e raro, ad arrogarsi il godimento di ciò che non potevano rapirmi, cioè la fecondità prodigiosa del mio suolo, le miniere inesauribili, le immense foreste necessarie un tempo alla costruzione navigli […]. Ma costoro ricambiarono tanti miei benefizi colla più nera ingratitudine; perché è da essi che io ripeto la prima cagione della insalubrità del mio clima» (Giovanni Chelli, La Maremma personificata che narra le sue passate e presenti vicende, Stamperia sulle logge del grano, Firenze 1846, pp. 54-55, cit. in ivi, p. 147)

[26] Andrea Avalli, Il mito della prima Italia. L’uso politico degli Etruschi tra fascismo e dopoguerra, Viella, Roma 2024, p. 6 [versione ebook].

[27] Le cento città d’Italia illustrate. Grosseto, la Maremma risanata, Sonzogno, Milano, s.d. [1926-1929], pp. 3-4.

[28] Cfr. Andrea Avalli, Il mito della prima Italia, cit., pp. 51-87 [versione ebook].

[29] Cfr. Paola S. Salvatori, Romanità e fascismo: il fascio littorio in “Forma Urbis”, n. 6, 2013, pp. 34-52.

[30] Pietro Raveggi, Heba e la sua necropoli, in “Maremma. Bollettino della società storica maremmana”, n. 3, 1934, p. 3.

[31] Ernesto Lama, Introduzione in Pericle Ducati, La formazione del popolo etrusco, R. provveditorato agli studi di Grosseto, Grosseto 1943 [1933], p. VII.

[32] Ivi, p. VIII.

[33] Cfr. Mariagrazia Celuzza, Etruschi per forza, cit. pp. 158.




Giuseppe Piccinetti, un socialista “di carattere ardito”.

Nel centenario della sua drammatica uccisione, la popolare figura di Giuseppe Piccinetti appare di assoluto rilievo nella storia del socialismo livornese, anche se del tutto trascurata dalla storiografia locale[1].
Nato a Livorno il 12 febbraio 1876, figlio di Silvestro ed Eufemia Terzetti, la sua vita e la sua militanza risultano strettamente legate al quartiere di S. Jacopo, abitato soprattutto da operai e qualche pescatore, a ridosso del lungomare, dove all’epoca vi erano concentrate alcune vetrerie e una fonderia.
Dal fascicolo del Casellario Politico Centrale a lui intestato – da non confondersi con l’omonimo militante comunista, suo nipote[2] – è possibile desumere varie informazioni biografiche[3].
Dopo aver frequentato le prime classi elementari, iniziò a lavorare da muratore, venendo poi assunto come cantoniere comunale (stradino). «Anarchico di nascita, ma socialista fin da gioventù», assunse ruoli politici e sindacali di primo piano.
Nell’aprile del 1906 venne eletto, con il maggior numero dei voti (892, due più di Russardo Capocchi, segretario della FIOM), nella giunta esecutiva della Camera del Lavoro nonché nominato segretario della Camera stessa. Nel maggio seguente anno, «unico renitente al crumiraggio», fu punito con una sanzione disciplinare dall’Amministrazione municipale per essersi rifiutato di sostituire i netturbini comunali in sciopero[4]. Nel 1909, risultò confermato nella giunta camerale con 1040 voti, così come nel giugno 1919.
Inoltre, dal 1904 al 1910, fece parte del consiglio della Cooperativa di Consumo “Avanti” con sede presso la Vetreria Operaia Federale, in piazza delle Isole (dal 1903 p.za Brin), in S. Jacopo.
Già nel gennaio 1914, «accusato di reato ideologico, come impiegato comunale e dirigente sindacale», era stato oggetto di una denuncia per aver sostenuto lo sciopero dei dazieri, venendo difeso da un comitato d’agitazione, promosso dai socialisti in sua solidarietà («Corriere di Livorno», 30 gennaio 1914); ma risale all’ottobre seguente

Via dell’Eremo n. 1

la sua “schedatura” da parte degli organi di polizia, quale socialista, abitante in via dell’Eremo 1, coniugato con Maria Lubrano (1883-1967) e, dal 1906, padre di Bruno (futuro militante comunista[5]).
Nello stilarne il “profilo biografico”, vennero annotati i suoi “precedenti” giudiziari, per lo più legati a reati inerenti la stampa, in quanto oltre che collaboratore fu per diversi anni gerente responsabile de «La Parola dei Socialisti», il giornale della sezione livornese, fondato nel 1901.
Sempre secondo la polizia, inoltre, era in relazione con i socialisti livornesi Francesco Ulivelli, Umberto Cei, Riccardo Pierotti, Guido Tognetti, Italo Della Croce e, ovviamente, Giuseppe Emanuele Modigliani.
«Nel 1909, la sera del 12 ottobre fu Giuseppe Piccinetti che in sede di Consiglio dei Delegati delle Leghe adunate alla Camera del Lavoro chiese ed ottenne l’immediata proclamazione dello sciopero generale di protesta per l’assassinio di Francisco Ferrer. Si formarono le squadre e il Piccinetti fu tra i migliori organizzatori. La notizia dello sciopero venne subito portata dal Piccinetti stesso in Consiglio Comunale, adunato in sessione ordinaria e Modigliani Consigliere di minoranza dell’Amministrazione Malenchini prese la parola e commemorò in un religioso silenzio il fondatore della Scuola Moderna Francisco Ferrer. Il movimento riuscì in pieno e fiera fu la protesta della Livorno anticlericale».
Durante la Settimana rossa, il 10 giugno 1914, Piccinetti cercò «di fare opera pacificatrice, quando elementi facinorosi tentano con forza di invadere la Camera del Lavoro, devastandola, perché non soddisfatti dell’ordine di cessazione dello sciopero dato dalla Confederazione Generale del Lavoro».
Nonostante che nell’opinione questurina fosse ritenuto «di mediocre intelligenza» e «alcuna coltura», ebbe a dimostrarsi un efficace oratore, tenendo numerosi comizi e conferenze socialiste, partecipando anche al comizio anticlericale del 22 maggio 1913[6] e all’inaugurazione del Circolo di studi sociali l’8 dicembre dello stesso anno, assieme all’anarchico Virgilio Mazzoni di Pisa.
Ma fu soprattutto, fra il novembre 1914 e il maggio del 1915, che si mise in evidenza tenendo almeno una decina di conferenze contro la guerra, quasi tutte presso la sezione socialista di S. Jacopo, in p.za Benedetto Brin 2 (dal 1948 p.za G. E. Modigliani)[7].
Dalla relazione prefettizia riguardante la riunione svoltasi il pomeriggio del 9 maggio 1915, alla presenza di 150 persone, si apprende che Piccinetti, segretario della sezione, aveva aperto l’incontro, «annunziando che lo scopo della riunione era di discutere sulle eventualità molto prossime dell’intervento dell’Italia alla guerra Europea, che i socialisti non sono riusciti a scongiurare»; poi il socialista «si dilungò a dimostrare come l’intervento sia voluto più che altro dai capitalisti borghesi, che hanno interesse, e quindi premono sul governo come tentano di premere sulle masse per trascinarlo al macello. Disse che non spetta a loro difendere la sorella latina e che il proletariato risentirebbe gravissimo danno, se si lasciasse affascinare dagli interventisti al momento della mobilitazione. Concluse: “abbasso la guerra borghese – abbasso gli interventisti di ogni partito”»[8].
Pochi giorni dopo, con l’Italia ormai prossima ad entrare nel conflitto, il 14 maggio Piccinetti fu tra gli “antinterventisti” fermati per gli incidenti avvenuti in piazza Vittorio Emanuele[9] e l’indomani guidò in piazza Mazzini un’ultima manifestazione non autorizzata, subito sciolta dalle forze dell’ordine, di un centinaio di anarchici e socialisti[10]. In tale occasione Piccinetti venne indicato dalla polizia come socialista rivoluzionario ed arrestato, assieme ad altri sette antinterventisti, nonché incriminato per un grande cartello con «scritte sediziose» subito sequestrato.
A seguito della dichiarazione di guerra, venne subito richiamato alle armi e, dopo un primo ricovero presso l’Ospedale militare, fu inviato al fronte sul Piave, a Cavazuccherina (Ve), inquadrato quale caporale nel 199° Battaglione di Milizia territoriale, previa segnalazione alle autorità militari per vigilanza in quanto pericoloso antimilitarista.
Dopo un nuovo ricovero ospedaliero – per malattia venerea – di tre mesi in Sardegna, nel dicembre 1917 fu rinviato in zona di guerra, sempre a Cavazuccherina, venendo quasi subito denunciato al Tribunale militare di Venezia che lo condannò soltanto ad un anno e sette mesi di carcere militare (da scontare alla fine della guerra) e Lire 1000 di multa per «vilipendio dell’Esercito», grazie alla difesa assicurata dall’avvocato G. E. Modigliani, ma fu degradato ed assegnato ad una Compagnia di disciplina[11].
Tornato a Livorno a seguito dell’armistizio, Piccinetti continuò il suo impegno contro il militarismo e già il 29 dicembre 1918, quando «Mussolini venne a Livorno per un comizio al Politeama Livornese. Dopo il comizio inaugurò alla sede della Banca Commerciale una lapide e cogli applausi volarono anche i fischi. Piccinetti, presente alla cerimonia, coraggiosamente domandò la parola, ma un nugolo di poliziotti lo circondò e glielo impedì, facendolo immediatamente allontanare»[12].
Poche settimane dopo, il 2 febbraio 1919, Piccinetti potè invece intervenire in contraddittorio alla conferenza “Ai combattenti”

San Jacopo

tenuta dal tenente vicentino Michelangelo Zimolo (di lì a poco promotore del movimento fascista e in seguito gerarca di regime) sempre al Politeama, obbiettando che «la guerra ha ribadito le catene» tanto da essere interrotto dal funzionario di PS presente, a cui fecero seguito l’accompagnamento in Questura e relativa ammonizione.
Il 12 marzo seguente, secondo rapporto di polizia, Piccinetti avrebbe costituito a S. Jacopo il Circolo ricreativo socialista “Carlo Liebknecht” e, nel giugno successivo, venne ancora eletto nella giunta esecutiva della Camera del Lavoro. Nello stesso periodo, faceva parte anche del direttivo della sezione livornese della Lega proletaria MIROV (Mutilati Invalidi Reduci Orfani Vedove di guerra) e ne fu anche segretario[13].
Con tale ruolo nella Lega proletaria degli ex-combattenti di sinistra contribuì alla formazione delle strutture di difesa proletaria. La costituzione delle Guardie rosse fece infatti seguito alla decisione di organizzare una quarantina di aderenti alla Lega proletaria, scelti fra i circa duemila iscritti, per sostenere gli scioperi e difendere le agitazioni proletarie, così come era stato concordato dal socialista Piccinetti e dall’anarchico Augusto Consani che rappresentavano le rispettive componenti all’interno della Lega stessa[14].
Piccinetti partecipò quindi ai lavori del cruciale XVII Congresso socialista come componente di commissione, confermando la propria adesione al Partito socialista.
Per contrastare lo squadrismo fascista, nell’estate dello stesso anno, dopo la costituzione anche a Livorno degli Arditi del popolo, Piccinetti nel suo quartiere «ne fu l’animatore. Lo vedemmo sempre in testa indrappellato per le vie di S. Jacopo con la borraccia e il tascapane a tracolla contro le invadenti orde fasciste […] pronto a tutto»; infatti, le cronache confermano che nel rione operò una combattiva struttura ardito-popolare.
Il 27 ottobre 1925, attorno alle 13.30, in via del Camposanto (l’attuale via F. Pera), mentre Piccinetti si avviava al lavoro leggendo l’«Avanti!», gli furono esplose cinque rivoltellate, delle quali due andate a segno.
Ricoverato all’Ospedale civile in condizioni disperate, l’indomani fu operato da una equipe medica che gli estrasse un proiettile conficcato nella regione lombo sacrale – evidentemente sparato alle spalle – ma cessò di vivere nella stessa giornata, assistito da familiari e compagni, dopo aver confermato la fedeltà ai propri ideali. Il 28 ottobre ricorreva il terzo anniversario della Marcia su Roma e sulla stampa locale la sua uccisione fu derubricata come un delitto compiuto da un collega di lavoro – tale Ivo Spagnoli – ritenuto squilibrato di mente («Il Telegrafo», 29 e 30 ottobre 1925). Sconcertante la conclusione delle autorità di polizia secondo cui era deceduto: «non per motivi politici, ma perché fanatico seguace delle idee socialiste, e fu uno dei maggiori esponenti del partito in questa città». Tra i socialisti rimase infatti il dubbio che le ragioni dell’omicidio non fossero soltanto private (questioni di lavoro o gelosia, secondo le insinuazioni giornalistiche) e «profondo fu lo sdegno particolarmente contro i sicari più che per la persona scelta per il delitto».
Dopo il funerale con rito civile e la cremazione, i suoi resti furono accolti presso il Tempio cinerario del Cimitero della Cigna, ma vennero poi traslati nella tomba della moglie, deceduta nel 1967, presso lo stesso Cimitero (Blocco 1, gruppo 11).
Dopo la Liberazione, l’8 luglio 1945, era stato commemorato da socialisti e comunisti presso la Sezione socialista di S. Jacopo («Il Tirreno», 8 luglio 1945) che però sarebbe stata intitolata a R. Capocchi – F. Turati, e su «La Parola dei Socialisti» del 3 novembre 1946 fu ricordato con un articolo scritto da Gino Mannucci, suo compagno dai tempi dell’opposizione alla guerra[15].

NOTE

1 Basti dire che nel fondamentale testo di Nicola Badaloni e Franca Pieroni Bortolotti, Movimento operaio e lotta politica a Livorno 1900-1926 (Roma, Editori Riuniti, 1977); Piccinetti appare citato soltanto per la sua morte violenta. La figura e il ruolo di Piccinetti emergono invece nel saggio collettaneo Le voci del lavoro. 90 anni di organizzazione e di lotta della Camera del Lavoro di Livorno, Napoli-Roma, Edizioni Scientifiche Italiane, 1990.
2 Giuseppe Vito Egisto Piccinetti, di Antonio e Corinna Celati, nato a Livorno il 2 settembre 1902, trapanista meccanico presso il Cantiere navale Orlando, abitante in via S. Jacopo Acquaviva 38. Nel 1935 fu denunciato al Tribunale Speciale per associazione comunista e poi condannato ad un anno di carcere, scontato in attesa di giudizio (Sentenza n. 23 del 1936). Si veda Mario Tredici, L’inchiesta, la spia, il compromesso. Livorno 1935: processo ai comunisti, Livorno, Media Print, 2020, passim.
3 Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, Busta 3941.
4 «Prima di tutto io ritenni, e ritengo ancora, di non essere obbligato ad assumere, sia pure in via straordinaria, il servizio di nettezza urbana […] al secondo ordine di ragioni […] ho rifiutato perché era mio diritto rifiutare, e mi sono valso di questo diritto per una manifestazione di solidarietà operaia» (Lettera di Piccinetti al Sindaco del 18 maggio 1906, Archivio storico del Comune di Livorno).
5 Bruno Piccinetti nato a Livorno il 28 agosto 1906, occupato come cameriere e scalpellino, abitante in via dell’Eremo 2, fu arrestato nel novembre 1926 per organizzazione comunista a Venezia mentre prestava servizio militare in Marina, poi prosciolto dal Tribunale Speciale ma confinato a Ponza e Lipari per 3 anni, dove venne ripetutamente condannato per agitazioni collettive. Liberato nel gennaio 1932, subì un nuovo arresto, assieme al cugino Giuseppe, sempre per organizzazione comunista, nel gennaio 1935 e condannato dal Tribunale Speciale a 3 anni di reclusione a Civitavecchia. Liberato per amnistia nel marzo 1937, era ancora vigilato nel 1941 (CPC). Cfr. M. Tredici, L’inchiesta, la spia, il compromesso…, cit., passim.
6 Il comizio, promosso dal circolo “F. Ferrer”, si svolse in p.za B. Brin, in contrapposizione con la processione del Corpus Domini, e vi intervennero come oratori, oltre a Piccinetti, l’anarchico Virgilio Mazzoni e l’on. socialista G. E. Modigliani («Gazzetta livornese», 23-24 maggio 1913).
7 Si rimanda a Marco Rossi, Livorno antimilitarista. Cronache dell’opposizione alla guerra (1911-19119), Ghezzano, BFS, 2025.
Comunicazione del Prefetto di Livorno al Ministero dell’Interno del 10 maggio 1915 (Archivio Centrale di Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali Riservati, B. 101, F. 219, Sf. 1 “Livorno. Comizi e conferenze varie pro e contro la guerra”).
8 Complessivamente, vennero eseguiti 38 fermi di polizia. Secondo il rapporto del Prefetto, «fu dato ordine di arrestare, senz’altro, quelli già noti come pericolosi per l’ordine pubblico»: ben nove erano facchini ed almeno sei risultavano anarchici schedati (Armando Campolmi, Alfredo Cozzi, Gino Moretti, Natale Moretti, Oreste Piazzi e il diciassettenne Maceo Del Guerra).
9 Nella piazza si stava radunando un centinaio di dimostranti, per lo più anarchici e socialisti rivoluzionari, appoggiati da «un gran numero di donne», con alcuni cartelli quando l’assembramento fu sciolto con la forza; furono arrestate 8 persone che, secondo l’autorità di polizia, avevano reagito con una violenta sassaiola. Tra i fermati, rilasciati l’indomani, vi erano gli anarchici Ezio Guantini e Dino Bartolini, i socialisti Giovanni Cerri, Giulio Lucarelli ed ancora Giuseppe Piccinetti quale principale organizzatore. («Gazzetta livornese», 16-17, maggio 1915).
11 La circostanza è ricordata da Giuseppe Funaro nell’articolo Vita livornese di G. E. Modigliani, pubblicato su «La Rivista di Livorno», n. 5, sett.- ott.. 1952 (poi in «CN – Comune Notizie», n. 82 gen – mar. 2013).
12 Alla manifestazione, promossa dalla Associazioni patriottiche e tenutasi presso il Politeama, il discorso di Mussolini fu improntato all’antisocialismo e all’antibolscevismo, contrapposti alla «aristocrazia delle trincee» e di nuovo questi intervenne al momento dello scoprimento della lapide posta sulla facciata esterna della Banca Commerciale in p.za Cavour (il testo completo del discorso di Mussolini e la cronaca della commemorazione si trovano sulla «Gazzetta livornese» del 30-31 dicembre 1918).
13 La sezione livornese della Lega MIROV aveva sede presso la Camera del Lavoro, in via Vittorio Emanuele (ora via Grande), nei pressi di piazza Colonnella, e vi erano associati ex combattenti socialisti, repubblicani di sinistra e anarchici. Nel 1922, oltre a Piccinetti, del consiglio facevano parte Corrado Pagliai (segretario); il repubblicano Ezio Pini (cassiere); Virgilio, Angelo, Volpi; Guglielmo Bartolini; Werner Carlo Marquardt; Angelo Pagani; Dante Quaglierini; Antonio Ramacciotti ed Armando Tellini, mentre Giuseppe Barontini, Omero Catarsi e Sante Mattei erano incaricati per la Commissione per l’ammissione dei soci («La Parola dei Socialisti», 5 gennaio 1922; «Avanti!», 8 febbraio 1922). Cfr. Gianni Isola, Guerra al regno della guerra! Storia della Lega proletaria mutilati, invalidi, reduci, orfani e vedove di guerra (1918-1924), Firenze Lettere, 1990.
14 Successivamente, le Guardie rosse si sarebbero attivate nel settembre 1920 durante l’Occupazione delle fabbriche, poi nel gennaio del 1921 assicurando la protezione antifascista del XVII Congresso nazionale del Partito socialista e, sei mesi dopo, sarebbero in gran parte confluite negli Arditi del popolo.
15 Gino Mannucci, nato nel 1895, tipografo, era stato un attivo militante della Federazione giovanile socialista e suoi interventi risultano segnalati in vari rapporti della Questura che lo riteneva un socialista rivoluzionario. Il 23 dicembre 1914, in occasione di una riunione presso il Circolo repubblicano “Italo Possenti” in via Provinciale pisana, intervenne, in contraddittorio, sostenendo le ragioni della neutralità e l’11 aprile 1915 fu arrestato per aver distribuito volantini riproducenti le vignette antibelliciste di Scalarini pubblicate sull’«Avanti!». Nell’importante riunione della Federazione socialista livornese del 15 settembre 1917, appoggiò la mozione maggioritaria presentata da Russardo Capocchi, a favore dello sciopero generale rivoluzionario; mentre, il 23 febbraio 1918, parlò alla riunione di una trentina di giovani socialisti di S. Jacopo, ospitata presso il Circolo socialista d’Ardenza, «sull’attuale momento politico e la rivoluzione russa».




Anna Videschi, “morta per ferite di guerra”

Anna Videschi, in primo piano sulla destra, con in braccio un bambino. La foto è stata scattata a Pratovalle, in particolare all’incrocio dello sdrucciolo della Iole e della Sìlice, la strada principale del borgo, a poca distanza dall’abitazione della famiglia Videschi

Le guerre, ovunque siano, rappresentano delle esperienze drammatiche sia per gli adulti che per i bambini. Questi ultimi, in particolare, sono una categoria di persone a cui, spesso, non viene data adeguata attenzione e che la società tende a non considerare ma che, in realtà, sono le vittime più innocenti. Per capire quanto sia ampio e significativo il coinvolgimento dei bambini nelle guerre basta considerare che nel mondo più di 473 milioni di bambini vivono in una zona di conflitto e che, nel 2023, si è registrata una media di 31 minori al giorno mutilati o morti. Nelle guerre i bambini possono essere soggetti a diversi rischi sia emotivi che fisici, tra cui la possibilità di morire o rimanere feriti. Il dramma del coinvolgimento dei bambini nei conflitti purtroppo non è solo un problema moderno ma lo era anche nel passato. In particolare i bambini sono morti anche durante la Seconda guerra mondiale.
Una testimonianza di tale dramma è rappresentata dalla storia di Anna Videschi, che era una dei numerosi bambini che popolavano il borgo di Pratovalle (Loro Ciuffenna) e che animavano le sue case, le sue piazze e le sue vie ma che, purtroppo, è stata travolta dal secondo conflitto mondiale. Infatti lei morì, nel 1944, a soli 12 anni, quando meno se lo aspettava.[1]

Casa natale di Anna Videschi a Pratovalle (civico 17D)

Anna Videschi, figlia di Petronilla Mori (Roveraia, Loro Ciuffenna, 1901 – Firenze, 1989) e Pietro Videschi (Pratovalle, 1902 – Firenze, 1961), nacque a Pratovalle il 15 novembre 1931, nella casa corrispondente al civico 17D, dove lei viveva, che si trova lungo la Sìlice, la strada principale di Pratovalle, e morì, a soli 12 anni, il 21 luglio 1944[2]. Proveniva da una famiglia semplice e umile e anche la sua vita è stata di questo tipo.

Nel luglio 1944 il paese di Pratovalle fu bombardato e la casa prima citata, dove Anna Videschi viveva con i suoi genitori, i suoi fratelli e le sue sorelle, fu parzialmente distrutta. Per tale motivo Pietro Videschi e alcuni suoi figli, Giuseppe e Pasquale Videschi, insieme agli altri uomini di Pratovalle, si rifugiarono nel bosco, in prossimità dell’Anciolina (Loro Ciuffenna), mentre Petronilla Mori, Anna, Assunta, Luigina, Marcella e Pier Luigi Videschi, Aurelia Righeschi, Emilietta, Giorgio e Iolanda Fini e Rosa Castellucci si rifugiarono nell’abitazione in cui vivevano Andrea Neri e Maria Videschi (civico 23). La casa si trovava e si trova ancora oggi all’esterno del paese, sopra via Poggio a Ronco, all’altezza della panchina della Carola.

La sera del 20 luglio 1944 una motocarrozzetta con tre soldati tedeschi a bordo passò per le vie di Pratovalle, chiedendo indicazioni ad alcune donne su quale strada seguire per raggiungere il Mulinaccio, che è un antico mulino ad acqua che si trova fra Pratovalle e Sercognano (Loro Ciuffenna). Ottennero le informazioni e ripartirono ma, appena prima di oltrepassare il ponte sul torrente Agna di Pratovalle che si trova lungo la Strada della Cortona, appena fuori Pratovalle, in direzione Faeto (Loro Ciuffenna), alcuni partigiani gli tesero un agguato e due di loro furono uccisi. Il terzo, che rimase ferito, riuscì a fuggire attraversando l’Agna di Pratovalle e rientrò, molto probabilmente, alla base tedesca a Campogialli (Terranuova Bracciolini), dove c’era una stazione di comando. A causa di tali fatti, il 21 luglio 1944, il paese di Pratovalle fu nuovamente bombardato.
Lo stesso giorno, visto che era una bella giornata di sole, all’abitazione corrispondente al civico 23, le bambine più grandi, cioè Anna e Marcella Videschi e Iolanda Fini, furono mandate da Aurelia Righeschi a raccogliere i fagioli che erano stati seminati nei pianelli sotto la casa. Per comprendere come avvennero i fatti è importante tenere presente che, nel 1944, era presente solo la Strada comunale di Sercognano, che passava e passa tutt’oggi appena sotto la casa, e che non c’era via Poggio a Ronco, motivo per cui i terreni sottostanti non erano divisi in due dalla strada prima citata ma uniti e quindi era possibile arrivare direttamente alle sponde dell’Agna di Pratovalle[3]. Mentre stavano raccogliendo i legumi, iniziarono a sentire le bombe degli aerei che colpivano San Giustino Valdarno (Loro Ciuffenna) e che si stavano avvicinando nella loro direzione. Anna Videschi, la più grande, disse alle altre due di cercare riparo sotto un greppo alto nelle vicinanze del torrente Agna di Pratovalle. Lei si mise nel mezzo e con le sue braccia le teneva strette. Anna Videschi, essendo la più alta e la più grande di tutte e tre, fu colpita alla testa da una scheggia di una bomba e morì all’istante. Le altre due presenti, sporche di sangue e spaventate, d’istinto corsero via e arrivarono nel bosco ad avvertire Pietro Videschi.
Nonostante Petronilla Mori non volesse che Anna e Marcella Videschi si esponessero nei campi, rischiando di farsi individuare dai soldati, Anna Videschi, canticchiando, attività che le piaceva fare, disse alla mamma, Petronilla Mori: ”Oh, quante storie, quanta paura, mamma! Ma che vuoi che ci succeda? Si raccoglie i fagioli e si torna!”. Queste furono le sue ultime parole.
Poco dopo, il corpo di Anna Videschi fu trovato da due persone di Pratovalle, Itolino Giustini e Vasco Nucci, i quali lo avvolsero in una camicia, lo sollevarono e lo portarono alla casa in cui viveva la famiglia Videschi (civico 17D).
Il 22 luglio 1944, il corpo di Anna Videschi fu inserito nella cassetta di legno dei ceri dell’ex chiesa della Vecchia Compagnia, luogo di culto che ai tempi era ancora tale me che oggi è sconsacrato che si trova all’interno del borgo di Pratovalle, a mo’ di bara e fu tumulato nel cimitero di Pratovalle e Roveraia, che si trova all’esterno dell’abitato di Pratovalle, senza funerale. La fossa fu scavata da Petronilla Mori e da Sabino o Savino Fiacchini[4].
Dopo un po’ di tempo, nel luogo in cui Anna Videschi morì, fu posizionato un cippo a ricordo del tragico evento. L’incisione del testo sopra di esso è stata realizzata da Giuseppe Videschi.

Per una migliore comprensione di quanto scritto nel testo, sono indicate, di seguito, le relazioni familiari fra le persone citate: 1) famiglia Videschi: 1. Petronilla Mori era la moglie di Pietro Videschi; 2. Anna, Assunta, Giuseppe, Luigina, Marcella, Pasquale e Pier Luigi Videschi erano i figli di Petronilla Mori e Pietro Videschi; 3. Maria Videschi era la sorella di Pietro Videschi; 4. Andrea Neri era il figlio di Maria Videschi; 2) famiglia Fini: 1. Rosa Castellucci era la mamma di Emilietta e Iolanda Fini; 2. Giorgio Fini era il nipote di Rosa Castellucci; 3. Aurelia Righeschi era la suocera di Rosa Castellucci.

Posizione originale del cippo ad Anna Videschi prima dello spostamento del 2022

Sabino o Savino Fiacchini, che aiutò nella sepoltura di Anna Videschi nel cimitero di Pratovalle e Roveraia, era il bisnonno del cantautore Renato Zero, il cui vero nome è Renato Fiacchini. Quando Anna Videschi morì, nel 1944, viveva da solo, poiché la moglie era già deceduta. L’abitazione della famiglia Fiacchini, che era presente a Pratovalle fin dal XIX secolo, di cui Sabino o Savino Fiacchini fu l’ultimo discendente a vivere nel paese, fu gravemente danneggiata, durante la Seconda guerra mondiale, da un bombardamento tedesco e si trovava all’interno del borgo. In particolare era affacciata sull’attuale largo Videschi. Dopo il conflitto rimasero solo dei ruderi e, su di essi, furono edificate due case, che corrispondono ai civici 2A e 3. Attualmente la casa della famiglia Fiacchini si troverebbe nel punto in cui i civici 2A e 3 confinano[5].

Anna Videschi venne così ricordata nel santino di morte del 1945, un anno dopo la sua morte, con delle parole che, meglio di ogni altro commento, riescono a trasmettere il dolore vissuto dalla famiglia Videschi e dalla comunità di Pratovalle: “Anna/fosti degna di morire/come muoiono i forti/perchè desti il tuo sangue/come soldato in guerra./Consoli Iddio/lo strazio/di quanti ti piangono/e perenni nel cielo/la bellezza/dei tuoi tredici anni“.

Posizione originale del cippo ad Anna Videschi a seguito dello spostamento del 2022

Fino agli anni Ottanta del XX secolo il cippo era posizionato fra due alberi, di cui è rimasto

Cippo ad Anna Videschi nella sua collocazione attuale, al cimitero di Pratovalle e Roveraia

solo quello che, fino al 2022, si trovava alla sua destra e, da tale anno al 2024, sul retro, poiché quello alla sua sinistra è franato insieme al terreno circostante.

Il 22 agosto 2022 il cippo, nella sua posizione originale, è stato leggermente spostato, poiché si trovava sul ciglio del burrone in cui scorre il torrente Agna di Pratovalle e stava quasi per cadere nel corso d’acqua prima citato, allo scopo di metterlo in sicurezza.
Il 10 novembre 2024, a distanza di 80 anni dalla morte di Anna Videschi, il cippo, a causa dell’azione erosiva del torrente Agna di Pratovalle e della conseguente significativa perdita di terreno del luogo originario in cui esso si trovava, è stato spostato all’interno del cimitero di Pratovalle e Roveraia, vicino all’ossario che ospita i suoi resti mortali.

NOTE

1 Save the Children Italia, Bambini vittime della guerra: i 5 principali pericoli che corrono, 22 febbraio 2024

2 Antonio Curina, Fuochi sui monti dell’Appennino Toscano, tipografia D. Badiali, 1957

3 Per vedere un’immagine di quanto scritto si rimanda alla foto aerea del 1954 sul portale La Toscana attraverso le foto aeree della Regione Toscana

4 A seguito dell’esumazione della tomba originale di Anna Videschi, che si trovava nel cimitero di Pratovalle e Roveraia, avvenuta nel 2019, questa è stata sostituita dall’ossario che si trova nei forni del cimitero prima citato che sono rivolti verso via Poggio a Ronco (Comune di Loro Ciuffenna, Ordinanza numero 10, Ordinanza relativa alla pubblicizzazione dell’espletamento delle operazioni di esumazione/estumulazione salme nei cimiteri di Casale e Pratovalle nel Comune di Loro Ciuffenna, 22 febbraio 2019)

5 Informazioni storiche attestate da documenti dell’autore dell’articolo e del Portale Antenati. In particolare, in quest’ultimo, il riferimento è ad alcuni documenti relativi all’ex Comunità di Loro e all’ex parrocchia di Santa Lucia a Pratovalle

 




Costanzo Ciano e il controverso affondamento della “Viribus unitis” (1° novembre 1918)

Tra le numerose onorificenze conferite a Costanzo Ciano (Livorno 1875 – Ponte a Moriano 1939), “eroe navale” nonché ricchissimo armatore e gerarca ministeriale del regime fascista, è annoverata quella di Commendatore dell’Ordine Militare di Savoia, attribuitagli il 19 gennaio 1919; tale riconoscimento rimane però il più controverso ed anche il meno conosciuto fra quelli ricordati nelle biografie – sia agiografiche che critiche – del noto esponente militare, politico e imprenditoriale livornese.
L’attribuzione onorifica della “commenda” era infatti legata ad un episodio bellico, costato la vita a circa trecento marinai (le stime a riguardo oscillano fra 250 e 350) quando ormai il conflitto si era virtualmente concluso; inoltre, poneva non poche ombre sull’atteggiamento morale e la fama dell’intrepido “violatore” di porti nemici[1].
L’azione di guerra in questione avvenne nella notte fra il 31 ottobre e il 1° novembre 1918, nel porto adriatico di Pola (Pula), base strategica della Marina austro-ungarica, dove furono affondate la corazzata “Viribus unitis” e la nave passeggeri “Wien” del Lloyd Austriaco ad opera di due ufficiali della Regia Marina italiana, mentre a Padova erano in corso i negoziati per stipulare l’armistizio fra Italia e Austria-Ungheria, poi formalizzato il 3 novembre con la firma delle rispettive delegazioni che, il giorno seguente, mise fine alle ostilità.
L’imperatore Karl I d’Asburgo, fin dal 16 ottobre 1918, aveva emanato un proclama che offriva la trasformazione della Duplice Monarchia in uno stato federale. Tra i provvedimenti connessi, era prevista la cessione della flotta imperial-regia alla nuova, ipotetica, federazione jugoslava, ossia dei Croati e degli Sloveni.
Di fatto, dunque, fin dal 17 ottobre era da ritenersi conclusa per l’Austria la guerra sul fronte navale.
Il 29 ottobre, il Comando supremo delle forze armate austriache aveva quindi accettato le condizioni per la resa imposte dalle forze alleate, fra cui la consegna dell’intera flotta alle nazioni vincitrici e il 30 ottobre, venerdì, l’imperatore Karl I aveva preventivamente disposto la consegna della flotta al Consiglio nazionale degli Sloveni, Croati e Serbi[2].
Infatti, fin dal pomeriggio del 30, sulle unità navali ancorate nel porto di Pola erano state ammainate le bandiere austriache, per essere sostituite da quelle croato-slovene. Sulla “Viribus unitis”, prontamente ribattezzata “Jugoslavija”, la bandiera imperiale venne ammainata alle ore 16.45 del 31 ottobre e, poco dopo, furono issate le bandiere croato-slovene sui due alberi principali della nave, così come altrettante bandiere rosse, salutate da 21 salve di cannone. Molti marinai avevano già cucito sui berretti i distintivi jugoslavi, mentre il comando della flotta era stato trasferito, su decisione del Consiglio nazionale jugoslavo, al capitano di fregata, croato, Janko Vukovič von Podkapelski che sarebbe perito nell’affondamento.
A terra, come a bordo delle navi ormeggiate, marinai, soldati e operai dell’Arsenale militare, oltre a festeggiare la fine della guerra, avevano formato comitati dei soldati e dei marinai, alla stregua di soviet, secondo le rispettive nazionalità (austriaci, boemi, cecoslovacchi, polacchi, ucraini, ungheresi e romeni), reclamando l’immediato congedo ed issando bandiere coi colori nazionali ma anche rosse. Anche la città era in tumulto e ovunque erano apparse bandiere italiane.
L’equipaggio effettivo della corazzata – 1.087 uomini tra marinai, sottufficiali e ufficiali – era assolutamente composito: 47% slavi (croati, sloveni, serbi…), 20% ungheresi, 16% austriaci, 15% italiani. Alcuni marinai di nazionalità austriaca ed ungherese erano già sbarcati, altri (inclusi gli italiani) sarebbero partiti l’indomani; il restante equipaggio era formato solo da sloveni e croati. Nessuno avrebbe più obbedito e combattuto e, nell’illusione della pace ormai venuta, sia in città che sulle navi, si era rinunciato alle misure d’oscuramento e la vigilanza era stata allentata.
L’obiettivo dell’incursione subacquea, la “Viribus unitis”, varata il 24 giugno 1911 a Trieste ed entrata in servizio nel 1912, assumeva una valenza simbolica in quanto ammiraglia della flotta imperiale. Inoltre, a fine giugno 1914 aveva riportato a Trieste le salme dell’erede al trono Franz Ferdinand e della consorte Sofia, uccisi nel fatidico attentato di Sarajevo e, il 24 maggio 1915, aveva partecipato al bombardamento navale di Ancona. Costata 67 milioni di corone, dal punto di vista militare, era risultata inadatta alla guerra marittima nell’Adriatico ed infatti, nel corso del conflitto, la “dreadnought” rimase quasi sempre alla fonda nel porto di Pola.

LA MISSIONE IN EXTREMIS

La missione di guerra subacquea, a lungo progettata, divenne operativa il 29 ottobre quando giunse a Venezia il telegramma con l’ordine di esecuzione immediata, da parte dell’ammiraglio Paolo Thaon di Revel, Capo di Stato maggiore della Marina italiana, impartito al capitano Costanzo Ciano, capo dell’Ispettorato dei Motoscafi Antisommergibili[3].
Alle due pomeridiane del 31 ottobre 1918, due torpediniere (65-PN e 66-PN) e due Mas (94 e 95), a traino di queste, lasciarono dunque il porto di Venezia, al comando di Ciano, imbarcato sulla torpediniera 65-PN[4].
Verso sera, secondo il piano prestabilito, il Mas 95, su cui prese posto Ciano, fu “mollato” dalla torpediniera e fece rotta verso Pola, trasportando a bordo la “mignatta” S2, ossia un siluro modificato e munito, a prua, di due cariche esplosive magnetiche con 175 kg di tritolo ciascuna. Giunto nei pressi delle Isole Brioni, a circa tre miglia da Pola, il Mas 95, alle 22.13, mollò la “mignatta” lasciandola alla guida dei due “incursori” subacquei che, dopo circa quattro ore di navigazione semi-sommersa, riuscirono a superare gli ultimi sbarramenti del porto e raggiungere l’obiettivo. Non senza difficoltà, una delle due cariche fu

Mignatta (Museo navale La Spezia)

assicurata allo scafo della ex “Viribus unitis”, mentre l’altra, innescata e trasportata dalla “mignatta” abbandonata alla deriva, sarebbe finita nei pressi del piroscafo “Wien” affondandolo, senza causare altre vittime. I due «motonauti», scoperti e condotti a bordo della corazzata, avvisarono il comandante che la nave stava per saltare in aria, ma a causa di un ritardo del meccanismo ad orologeria, l’equipaggio tornato a bordo, dopo un primo abbandono, fu tragicamente coinvolto dell’esplosione e nel rapido naufragio della nave da battaglia, ormai non più “belligerante”.
Le ragioni di tale affondamento restano controverse; se forse i due “incursori” erano all’oscuro che ormai la “Viribus unitis” non poteva più essere ritenuta un’unità nemica, gli alti Comandi italiani ne erano verosimilmente al corrente. Innanzi tutto, a Pola, oltre al Consiglio nazionale degli jugoslavi si era costituito anche un Consiglio nazionale degli italiani in contatto con l’Italia così come, sicuramente, in città operavano agenti dell’intelligence militare italiana. Inoltre i servizi di informazione della Marina italiana sin dalla mattina del 31 ottobre avevano intercettato messaggi che riferivano dell’avvenuto passaggio di poteri. La notizia della cessione della flotta era peraltro già di dominio pubblico ed aveva raggiunto le redazioni dei giornali.
Nonostante ciò, alle torpediniere in navigazione non fu trasmesso via radio alcun contrordine da parte dell’Ammiragliato e su tale circostanza si possono fare almeno due ipotesi: i vertici della Marina italiana intendevano concludere il conflitto con una propria clamorosa affermazione, volta a bilanciare l’ultima “gloriosa” offensiva dell’Esercito italiano a Vittorio Veneto, oppure gli stessi comandi – d’intesa con il Ministero della guerra – miravano a indebolire la flotta del nascente stato jugoslavo, per assicurarsi il controllo navale dell’Adriatico nel dopoguerra[5].
Di fatto, circa trecento marinai di varie nazionalità morirono, assurdamente, ormai convinti d’essere sopravvissuti a quattro anni di guerra.
I due ufficiali italiani, protagonisti dell’incursione, rimasero prigionieri a bordo di due unità sino al 5 novembre quando vennero liberati all’arrivo della navi italiane che presero possesso del porto di Pola; i due ardimentosi, decorati entrambi con Medaglia d’oro al valor militare e promossi di grado, erano il maggiore Raffaele Rossetti[6] e il sottotenente Raffaele Paolucci[7].
La tragica vicenda però non si concluse con tali riconoscimenti; come ha scritto Pietro Spirito: «dall’oscuro fondo del mare, in quel remoto punto dell’Adriatico, dal relitto capovolto e silenzioso della corazzata adagiata nel fango, escono un po’ alla volta i fantasmi dei marinai morti nel naufragio, e chiedono conto».

Raffaele Rossetti

Nel marzo-aprile 1919, Raffaele Rossetti scoprì casualmente i provvedimenti che la Marina italiana aveva decretato a tutto favore di Costanzo Ciano, al quale era attribuito il merito principale dell’impresa di Pola e persino dell’invenzione della “mignatta”, ossia della “Torpedine semovente Rossetti”, per cui a Ciano veniva assegnato anche un terzo del premio in denaro previsto per l’affondamento, «in ragione del tipo della nave distrutta di L. 1.300.000, secondo la percentuale del 2 per cento sul costo della nave stessa»[8] che, teoricamente, doveva spettare ai soli Rossetti e Paolucci, secondo quanto previsto dal Decreto luogotenenziale n. 615 del 21 aprile 1918.
Di fronte a quella che riteneva un’ingiustizia si rivoltò Rossetti che, a tutti gli effetti, era stato l’ideatore, il sostenitore, il progettista, il collaudatore ed infine il pilota dell’ordigno subacqueo, mentre Ciano era intervenuto quale “supervisore” solo nella fase sperimentale con alcuni suggerimenti tecnici (qualcuno accolto e qualcuno errato). Le rimostranze di Rossetti peraltro si collegavano all’analoga partecipazione di altri 14, fra ufficiali e marinai, imbarcati sui due Mas dell’impresa di Pola, che potevano avere simili diritti[9].
Rossetti, dopo aver dato le proprie dimissioni dalla Marina, intraprese ricorsi legali, proteste e rimostranze di vario genere, comprese due lettere dirette a Ciano, il quale – pur riconoscendo in privato – il diritto reclamato da Rossetti, non si sarebbe attivato conseguentemente presso i vertici della Marina, dando adito al sospetto che fosse stato proprio Ciano ad avanzare la pretesa “tripartizione”. Il dubbio si rafforzò dopo che Rossetti apprese dall’ammiraglio Eugenio Cento che nel dicembre 1918 Ciano era andato a Parigi, in occasione delle consultazioni per il Trattato di Versailles, per incontrare l’ammiraglio Thaon di Revel allo scopo di esigere una parte del premio d’affondamento tanto che, in effetti, l’ammiraglio, accogliendo l’istanza di Ciano, inoltrò al ministro della Marina, Alberto del Bono, e al Consiglio superiore della Marina l’indicazione di dividere il compenso fra Rossetti, Paolucci ed appunto Ciano.
La vertenza aperta da Rossetti durò un anno, concludendosi con un parziale riconoscimento delle sue motivazioni; mentre a Ciano, al quale era stato negato pure l’avanzamento di grado, venne concessa la “commenda”, a titolo di consolazione. Per sottolineare la sua rivendicazione, nel 1924 Rossetti ritenne opportuno dare alle stampe un documentato quanto polemico libro sull’intera vicenda. Il libro, intitolato Contro la “Viribus Unitis” (sottotitolo: Le vicende di un’invenzione di guerra), fu edito all’inizio del 1925 dalla Libreria Politica Moderna di Roma, ma, appena stampato, un’incursione fascista incendiò la tipografia e quasi tutte le copie. Fortunatamente, il piombo dei caratteri e parte dei clichés delle fotografie si erano salvati permettendo una seconda edizione, stampata presso la Società anonima poligrafica italiana, nel settembre 1925[10].
Significativamente, il libro era dedicato alla memoria di Janko Vukovič, il capitano della “Viribus unitis”, «avversario di guerra che mi lasciò, morendo, esempio indimenticabile di generosa umanità».
A dimostrazione del suo disinteresse economico, Rossetti nel 1919 devolse l’intero importo del premio e, in particolare, destinò centinaia di migliaia di lire alla vedova e al figlio undicenne del capitano Vukovič, a favore dei quali s’aggiunse un analogo ingente contributo da parte di Paolucci.
Successivamente, le strade dei due protagonisti dell’impresa si sarebbero divise, anche politicamente.

SU OPPOSTI FRONTI

Terminato il conflitto, con decreto dell’11 novembre 1919 Rossetti fu dispensato, su sua richiesta, dal servizio attivo permanente e inserito nel ruolo degli ufficiali di complemento; l’anno successivo rinunciò al grado e venne posto in congedo a decorrere dal 1° settembre 1920. Rossetti, dopo aver appoggiato l’impresa dannunziana di Fiume di Gabriele D’Annunzio, con l’ascesa del fascismo si iscrisse al Partito repubblicano italiano, entrando in rotta di collisione col regime, in conseguenza anche dello sdegno suscitato dal comportamento di Ciano che nel 1921 era stato eletto deputato per i Fasci di combattimento (del cui Consiglio nazionale era membro) nella lista del Blocco nazionale e poi, nel primo governo Mussolini, divenuto sottosegretario di Stato per la Regia Marina, nonché commissario per la Marina Mercantile.
Sin dal 1922, Rossetti fu invece posto sotto sorveglianza poliziesca e schedato, come sovversivo repubblicano, nel Casellario politico centrale[11]. Nel marzo del 1923, riteneva governo e partito fascista «entrambi ripugnanti», soprattutto per i metodi violenti e corrotti. Il 4 aprile 1923, a Santa Margherita Ligure subì quindi un’aggressione squadristica per aver gridato «Viva la libertà, abbasso il fascismo, viva l’Italia libera!» durante un comizio fascista e, dopo essere stato oggetto di un pestaggio, fu arrestato e tradotto a Genova, prima in Questura e poi in una caserma dei carabinieri.
Nel giugno del 1923 fu tra i fondatori del movimento Italia Libera che raccoglieva ex-combattenti di tendenza repubblicana ed ex-legionari fiumani su posizioni antifasciste e, proprio il grido di Rossetti, fu assunto come nome dell’organizzazione, divenendone una sorta di “padre spirituale”.
Il 13 giugno 1925, mentre era impegnato a testimoniare solidarietà nei confronti di Gaetano Salvemini, arrestato per reati d’opinione, fu nuovamente aggredito da alcuni fascisti dovendo essere ricoverato in ospedale per le lesioni subite. Dopo questo episodio lasciò l’Italia stabilendosi a Parigi, dove trovò lavoro come tipografo. Nel 1930 aderì prima al movimento antifascista Giustizia e Libertà. Nel 1932, su posizioni di sinistra, fu eletto segretario del Partito repubblicano, carica passando, successivamente, a quello de La Giovine Italia. che mantenne sino al 1933 quando venne soppiantato da Randolfo Pacciardi. Nel gennaio 1935, assieme all’ex legionario fiumano Silvio Bettini, fondò, su posizioni antifasciste, l’Association franco-italien des Ancient combattants.

Durante la guerra di Spagna partecipò ad alcune trasmissioni di Radio Barcellona lanciando proclami antifascisti e, per questo “tradimento” il regime fascista annullò la sua Medaglia d’oro al valor militare (confermata dopo la Liberazione) ma, soprattutto, la sua figura fu emarginata dalla storia ufficiale[12].
Nel 1939, in occasione della morte di Costanzo Ciano, si giunse a sostenere che «a lui, al suo inesauribile talento, si dovettero poi i sagaci studi e il perfezionamento degli ordigni necessari per forzare i porti di Trieste e Pola e colpire le grandi unità austriache; geniali fatiche che nell’ottobre 1918 si conclusero con l’affondamento della Viribus Unitis»[13].
Dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, nel dicembre del 1939 Rossetti fu espulso dalle autorità francesi e a Modane consegnato alla polizia italiana che gli concesse di ritirarsi nella sua residenza a Rapallo. Nella primavera del 1941 trovò lavoro come linotipista presso l’editore Pirola di Milano; in tale periodo, pur vivendo in modeste condizioni economiche, accettò una somma di denaro dalla Marina, a patto però che fosse versata sul conto corrente di un orfanotrofio.
Dopo la Liberazione divenne membro del Consiglio comunale di Santa Margherita Ligure come consigliere indipendente in una lista comunista e capo dell’opposizione e, alle elezioni del 18 aprile 1948, fu candidato del Fronte popolare al Senato nella circoscrizione di Lucca.

Raffaele Paolucci

Al contrario, una volta tornato alla vita civile, l’ex-capitano Paolucci intraprese una rilevante attività medico-scientifica unitamente alla carriera accademica e politica all’ombra della monarchia e del regime fascista[14]. Nel 1921, assunse la guida dello squadrismo nazionalista quale comandante generale dei “Sempre Pronti per la Patria e per il Re” e fu eletto deputato al Parlamento per il Blocco Nazionale e poi del PNF, carica mantenuta sino al 1943. Nel 1935 era tornato ad indossare l’uniforme durante la guerra d’Etiopia, quando fu richiamato alle armi alla direzione di una Ambulanza Speciale Chirurgica della C.R.I. raggiungendo il grado di Maggiore generale medico. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia fascista, fu richiamato in servizio dal 5 settembre 1940, anno nel quale venne nominato dal re conte di Valmaggiore, una località nei pressi di Pola. Destinato a Roma presso il Ministero della Marina, il 22 marzo 1943 fu promosso tenente generale, per poi essere esonerato dal richiamo in servizio dal 5 agosto 1944. Nel secondo dopoguerra, Paolucci sarebbe tornato in Parlamento (1953) come presidente e senatore del Partito Nazionale Monarchico, in rappresentanza dell’Abruzzo e Molise.
Ben diverso il percorso di Costanzo Ciano, figura di primo piano del sistema di potere fascista, legato a Mussolini anche dall’acquisita parentela a seguito delle nozze fra il figlio Galeazzo e Edda Mussolini, nonché “padrone” di Livorno.
Nel 1925, nell’ambito della tendenza invalsa dopo il conflitto e incrementata durante il fascismo di creare una nuova nobiltà per meriti guerreschi, Ciano venne anche insignito, in onore dell’episodio del novembre 1917[15], del titolo nobiliare di conte di Cortellazzo che, di certo, a Livorno deve essere stato motivo di popolaresca ironia.

 

 

 

NOTE

  1. La motivazione venne riportata, con scarso rilievo, su «Il Telegrafo» del 6 marzo 1919: «Con regio decreto al capitano di vascello Costanzo Ciano, di Livorno, è stata conferita la commenda dell’ordine militare di Savoia, perché ispettore dei M.A.S. con intelligenza e perizia attendeva sino all’inizio al loro miglioramento, mentre nello stesso tempo preparava con grande fede ed amore i comandanti che dovevano portare alla vittoria le piccole unità. Nell’ultima spedizione di Pola studiò dapprima il congegno con il quale due eroi riuscirono ad affondare la nave ammiraglia della flotta nemica e accompagnò la spedizione sino sotto la diga di Pola, attendendo fino all’alba il ritorno».
  2. Il 6 ottobre 1918, a Zagabria, era stato fondato il Consiglio Nazionale degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi (della Croazia). Il 29 ottobre il Consiglio interruppe tutte le relazioni politiche e diplomatiche tra Croazia e Austria, e tra Croazia e Ungheria. In seguito, Croazia, Slovenia e Bosnia si unirono nello Stato di Slovenia, Croazia a Serbia (SHS), poi Regno di Jugoslavia.
  3. Dopo essere entrato all’Accademia Navale di Livorno nel 1891, Ciano era stato nominato guardiamarina nel 1896, sottotenente di vascello nel 1898, tenente di vascello nel 1901. Partecipò alla guerra di Libia (1911-’12), ricevendo nel 1913 un encomio solenne per aver compiuto missioni speciali di polizia coloniale al comando del piroscafo Siracusa, requisito durante le azioni di guerra. All’entrata in guerra dell’Italia, nel 1915, venne destinato alla direzione del silurificio di Venezia della Regia Marina, ottenendo il grado di Capitano di corvetta nell’agosto del 1915 e nel 1916 sostituì il fratello Arturo al comando del cacciatorpediniere “Zeffiro”. Nel giugno 1917 venne promosso capitano di fregata e, dal luglio 1917 al maggio 1919, quale comandante di unità siluranti di superficie (Mas e torpediniere), venendo decorato con medaglia d’oro al valor militare per la famosa “beffa di Buccari” (febbraio 1918), operazione militarmente fallimentare ma che ebbe grande risonanza propagandistica grazie alla partecipazione di D’Annunzio. Nell’agosto del 1918, era stato quindi promosso capitano di vascello per meriti di guerra.
  4.  Entrambi i Mas (94 e 95) erano stati costruiti a Livorno, presso il Cantiere Navale “F.lli Orlando”, e consegnati alla Marina italiana nel 1917.
  5. L’ordine impartito era, secondo quanto riportato dallo storico Giacomo Scotti, di entrare in azione «prima che fosse inalberata la bandiera jugoslava sulla nave ammiraglia ex austriaca, per impedire che ciò avvenisse. Se fossero arrivati dopo, avrebbero dovuto distruggere la bandiera insieme alla nave».
  6. Raffaele Rossetti (Genova 1881 – Milano 1951). Laureato in ingegneria industriale nel 1904; dopo aver ha frequentato la regia Accademia Navale di Livorno, divenne tenente del Genio navale;. Nel dicembre del 1906 dopo aver conseguito la laurea in ingegneria navale e meccanica presso il politecnico di Milano fu destinato presso la Direzione delle Costruzioni Navali dell’Arsenale Militare marittimo di Taranto quale capitano del Genio navale. Nel 1912, imbarcato sull’incrociatore “Pisa” prese parte alla Guerra di Libia. Dall’aprile del 1915 al maggio del 1917 prestò servizio presso l’Ufficio Tecnico della Regia Marina a Genova, passando poi alla Direzione delle Costruzioni Navali dell’Arsenale di La Spezia col grado di maggiore del Genio navale, impegnandosi nella realizzazione di “mezzi insidiosi” per incursioni nei porti nemici. Promosso al grado superiore per merito di guerra, il 16 novembre 1919, a domanda, venne posto in congedo e promosso Tenente colonnello nella Riserva Navale.
  7. Giovanni Raffaele Paolucci (Roma 1892 – 1958). Dopo il servizio militare nel 1913 nella 10ª compagnia di sanità militare dell’Esercito, col grado di caporale e poi di sergente, allo scoppio della guerra venne richiamato e assegnato ad un lazzaretto per colerosi sul Carso. Laureatosi in medicina nel luglio del 1916, fu promosso sottotenente medico di complemento in forza all’8° Rgt. bersaglieri in Cadore. Successivamente divenne tenente e, su sua richiesta, passò in Marina, prestando servizio presso l’ospedale militare marittimo di Piedigrotta e successivamente presso il Forte San Felice a Chioggia (Ve). Imbarcato sulla “Emanuele Filiberto” come secondo medico di bordo, aveva iniziato ad interessarsi alle armi subacquee per colpire unità nemiche, entrando in contatto nel luglio del 1918 col capitano Rossetti.
  8. Il valore della “Viribus unitis” era stato stimato in Lire 65.000.000. Secondo il contatore de «Il Sole-24 Ore», l’importo di Lire 1.300.000 nel 1919 corrisponderebbero attualmente a quasi 2 miliardi di Euro (1.959.778,19).
  9.  Infatti, un ricorso in tal senso venne presentato anche dal capitano di fregata Giovanni Battista Scapin che, a bordo del Mas 95, era stato il comandante di entrambi i Mas impegnati nella missione.
  10.  Una copia originale della seconda edizione del libro è conservata presso al Biblioteca “F. Serantini” di Pisa ed è possibile riscontrarvi la mancanza di buona parte dell’apparato fotografico andato distrutto. Il libro è stato riedito dall’Associazione Culturale Sarasota (Massa, 2014).
  11. Secondo Sergio Benvenuti avrebbe invece militato nelle file del Partito Socialista Unitario (Il fascismo nella Venezia Tridentina (1919-1924), Trento, Società di studi trentini di scienze storiche, 1976, p. 114); tale affermazione appare però derivare dal fatto che nel 1922 Rossetti sostenne economicamente e collaborò, con alcuni suoi articoli contro il fascismo, a «La Giustizia», organo del Partito Socialista Unitario, oltre ad intrattenere rapporti di stima ed amicizia con Turati, Kuliscioff e Treves.
  12. Già nel 1934, nel capitolo L’affondamento della «Viribus Unitis», nel libro di Corrado Rossi Corrado, Gli Arditi del Mare, l’autore aveva preferito utilizzare le memorie di Paolucci, piuttosto che quelle scomode di Rossetti, dando rilievo alla partecipazione di Ciano e definendo «grottesca favola» e «ignobili calunnie» ad opera degli ex-alleati le obiezioni in merito all’opportunità dell’affondamento.
  13.  La risibile affermazione citata era all’interno di un articolo commemorativo pubblicato su «Il Legionario», riproposto nella raccolta di scritti necrologici (Costanzo Ciano, Roma, Pinciana, 1939), curata da Angelo Chiarini, avente come prefazione il discorso celebrativo pronunciato alla Camera da Raffaele Paolucci il 15 luglio 1939.
  14. Libero Docente di Patologia Chirurgica nel 1924, meritò la fama quale “chirurgo dei poveri” fin dal 1925, quando diresse l’Ospedale di Lanciano. Fu incaricato di Patologia Chirurgica all’Università di Bari dal 1926 al 1930, direttore della Clinica Chirurgica a Parma dal 1930 al 1932, a Bologna dal 1933 al 1938 e a Roma dal 1939 in poi come direttore dell’Istituto di Chirurgia Generale dell’Università degli Studi di Roma ”La Sapienza”. Dopo un anno di “epurazione”, nel 1946 riprese l’insegnamento all’Ateneo di Roma. Nel campo medico fu un pioniere della chirurgia polmonare, pubblicando numerosi lavori scientifici oltre a diversi volumi di tecnica chirurgica.
  15.  Il 16 novembre 1917, due corazzate austriache, scortate da 14 unità minori, bombardarono per circa quattro ore la batteria costiera della Marina italiana a Cortellazzo (Ve), venendo invano attaccate da due Mas, uno dei quali comandato da Ciano.



Giulio Guelfi, un sovversivo sullo scranno più alto del Comune di Cascina.

Tra le varie biografie di personaggi appartenenti al mondo socialista e comunista che hanno animato la vita sociale e politica della provincia pisana nel periodo che va dal 1919 fino all’avvento del fascismo, quella di Giulio Guelfi è tra le più significative ai fini della ricostruzione dell’immaginario collettivo dell’epoca, sia per i diversi ruoli che il personaggio ha assunto durante la sua militanza politica e sindacale, sia per gli incarichi istituzionali e la sua puntuale azione nella lotta antifascista in patria e poi in esilio. Ad un impegno militante e una fervente convinzione sul valore delle proprie idee, che manifesta nell’arco di tutta la sua vita, in Guelfi si evidenzia – elemento assolutamente non secondario – uno spirito ribelle, sovversivo, indomito, che ben racconta del carattere del popolano pisano di questi anni. È questa un’inclinazione che trova profonde radici nella storia popolare e sovversiva della provincia sin dai tempi della costituzione delle prime sezioni della Società democratica Internazionale[1].
Giulio Guelfi nasce a Cascina il 14 settembre 1888 da Riccardo e Liberata Bracci, di professione impiegato, poi commerciante. Vive la sua formazione umana e politica nei paesi di Casciavola e Navacchio (borgate ancora oggi nel Comune di Cascina) dove presumibilmente abbraccia gli ideali socialisti che sono particolarmente diffusi nella zona. Negli anni precedenti alla Prima guerra mondiale viene assunto come impiegato all’Ospedale di Piombino, rientrato a Cascina diventa ben presto uno dei promotori della sezione socialista di Casciavola e uno dei principali organizzatori della Camera confederale del Lavoro[2]. L’attività politica e sindacale di Guelfi è ricostruibile attraverso la lettura de «L’Ora nostra», il periodico della Federazione pisana del partito socialista che, tra il 1919 e il 1921 nelle cronache provinciali, riporta notizia di suoi numerosi comizi a supporto delle agitazioni contadine, bracciantili e operaie. Nello stesso periodo, secondo un profilo biografico della Prefettura pisana, Guelfi «aveva iniziata l’organizzazione delle squadre rosse e già aveva messo in funzione diverse squadre cicliste. Organizzò e fu sempre a capo di tutti i movimenti operai e sovversivi verificatisi dai primi del 1919 al 1922 nel Comune di Cascina»[3]. Lo stesso documento lo descrive «dotato di facilità di parola tanto che era riuscito ad acquistare tanto ascendente tra le masse operaie che lo seguivano ciecamente in qualsiasi violenza».
Le elezioni politiche del 1919 avevano premiato i partiti neutralisti, il PSI aveva superato il 41% dei voti ed era diventato il primo partito del collegio Livorno-Pisa e della provincia pisana[4]. Vanno nella stessa direzione le elezioni amministrative dell’autunno del 1920 che consegnano ai socialisti ben 26 comuni dei 42 della provincia, con punte di consenso straordinario a Pontedera dove ottengono il 78% dei voti[5]; l’eccezionale risultato elettorale dei socialisti si completa con l’assegnazione di 23 seggi sui 40 disponibili nel Consiglio provinciale.
Nelle elezioni amministrative dell’autunno del 1920 il PSI cascinese punta su Guelfi, che viene eletto consigliere comunale e poi Sindaco di Cascina. Il suo mandato, che dura dall’ottobre del 1920 al settembre del 1921, è un’esperienza breve ma particolarmente intensa e nella quale Guelfi riversa tutto il proprio portato umano, politico, sindacale[6] e non in ultimo il proprio carattere impulsivo e non incline alla sottomissione. Il ruolo istituzionale assunto esalta la sua figura di militante rivoluzionario e dallo scranno più alto del Comune detta la linea politica con la convinzione di preparare la strada ad un’imminente rivoluzione[7].
Il 16 ottobre è convocato il primo Consiglio comunale e i toni della seduta di insediamento ci aiutano a cogliere il clima di queste giornate; così come avviene in altri enti locali, anche nel Comune di Cascina si inneggia alla dittatura del proletariato e si propone come primo atto l’approvazione di un Ordine del giorno a favore della Russia rivoluzionaria e «pro condannati politici». L’ordine del giorno viene presentato dall’assessore Adolfo Mannocci che annuncia: «Noi percorriamo la strada che ci conduce verso il socialismo che affratella le genti pertanto la bandiera che qui abbiamo issato non l’ammaineremo giammai né per l’ambizione di un Re, né per la violenza dei governanti»[8]. Il Consiglio comunale chiede al Governo italiano l’immediato riconoscimento ufficiale della Russia dei Soviet e chiude la discussione di questo punto al grido di «Fuori dalle galere tutti condannati politici!». Nella stessa seduta, stimolato dagli interventi della minoranza che invitano la Giunta a «compiere atti di saggia e sana amministrazione», prende la parola anche il Sindaco Guelfi che annuncia e rivendica il ruolo politico della sua Amministrazione e, in risposta alla richiesta di illustrare il programma, replica: «La Direzione del Partito socialista impartirà le direzioni e noi le seguiremo […] Pel il bilancio 1921 […] colpiremo profondamente i proprietari […] governeremo e agiremo non curandoci delle pastoie delle leggi esistenti che muovono ingiustizia, faremo in odio e a dispetto della legge quello che riterremo giusto»[9]. Il Consiglio si scioglie con le conclusioni del Sindaco che ritorna sulla questione: «di programmi non ne abbiamo, so solo che abbiamo lottato, battuto e vinto in nome del Socialismo e legiferemo per il Socialismo e in nome di questo e del Popolo, che è il nostro re, dichiaro chiusa la discussione al grido di: Viva il Socialismo! Viva l’Internazionale!»[10].
Con le nuove giunte socialiste rivoluzionarie elette nell’autunno del 1920 arriva anche nella provincia pisana un nuovo cerimoniale che ha l’obiettivo di sostituire, anche nell’immaginario popolare, i simboli delle istituzioni: in alcuni Comuni viene rimossa la targa che riporta il Bollettino della Vittoria di Armando Diaz[11], il saluto alla Russia rivoluzionaria sostituisce il saluto al re e sulle facciate dei Comuni la bandiera rossa prende il posto del tricolore. Pratiche che scateneranno la reazione dello squadrismo fascista, dell’esercito[12] e i provvedimenti delle Prefetture. A Cascina la bandiera rossa sventola sulla Torre civica[13], Guelfi ha dato mandato di acquistarne una «con lo stemma dei Soviet e di quello del Comune medesimo»[14] e la spesa di £ 100,00, non prevista in bilancio, viene finanziata con un prelievo dal fondo di riserva del Sindaco.
Ad un massimalismo del linguaggio che inneggia ad una prossima insurrezione, Guelfi e i socialisti cascinesi fanno seguire un’attività amministrativa che mette in pratica le parole d’ordine che avevano animato la campagna elettorale: come primo atto la Giunta comunale incontra simbolicamente un gruppo di lavoratori fornai che chiedono un aumento del compenso giornaliero per raggiungere quello dei vicini colleghi pisani, senza che questo, sostengono durante l’incontro i lavoratori all’unisono con la Giunta, comporti un aumento del prezzo del pane[15].
Il Sindaco Guelfi caratterizza il suo mandato per interventi sociali ed economici volti ad una politica di redistribuzione delle ricchezze e al controllo dei prezzi dei beni di prima necessità e dà mandato agli uffici comunali di predisporre una «severa, precisa e improvvisa verifica»[16] sulla vendita dello zucchero alle persone ammalate e, per evitare speculazioni e lucri impropri, un attento riscontro dei buoni comunali emessi a favore degli indigenti. Si autorizza poi la vendita della carne agli ammalati anche nei giorni di chiusura dei negozi e si dà mandato all’Ente autonomo dei consumi del Comune di acquistare olio, baccalà e formaggio da rimettere in vendita a prezzo di acquisto per calmierare il mercato. Nella seduta consiliare del 9 dicembre il Sindaco Guelfi, nel valutare la situazione finanziaria dell’Ente e il disavanzo ereditato dalla precedente amministrazione[17], annuncia che non ricorrerà ad ulteriore indebitamento e dichiara che «i soldi dovranno darli coloro che li hanno» e che le tasse per l’anno 1921 saranno raddoppiate. Nella stesso consesso il Sindaco propone l’adesione alla Lega dei Comuni socialisti[18], motivando che questo percorso consentirà all’Ente di inserirsi in un progetto nazionale più ampio che porterà ad «ottenere l’applicazione dei principi socialisti, come ad esempio la progressività delle tasse superando il vecchio concetto dei massimi fiscali»[19].
Con la fine del 1920 si manifestano anche nella provincia pisana le prime violenze fasciste[20], siamo in un territorio che si inserisce a pieno titolo in quell’«Italia mediana» che ha visto sviluppare importanti laboratori politici ed ha assunto un ruolo centrale nell’affermazione della violenza fascista[21]. Nel dicembre 1920 gli squadristi pisani, con l’aiuto di squadre provenienti da tutta la regione, per ben due volte, impediscono l’insediamento del nuovo consiglio provinciale[22] che, una volta insediato, eleggerà presidente Ersilio Ambrogi[23] e vice presidente proprio Giulio Guelfi.
Nei mesi successivi le violenze fasciste arrivano anche nel piano cascinese e il primo omicidio politico avviene nel borgo di San Frediano a settimo, quando il 4 marzo Enrico Ciampi, segretario della prima sezione comunista costituitasi nel pisano[24], viene ucciso dal Marchese Serlupi, uno dei ras fascisti della zona[25]. Pochi mesi dopo, il 23 luglio, i fascisti fanno visita ad una casa colonica nella zona di Arnaccio, dove vive il consigliere socialista Oreste Bartoli e uccidono il figlio Archimede che reagisce alla bastonatura del padre.
Le parole di Guelfi all’insediamento, con le quali imprudentemente aveva annunciato che avrebbe governato non curandosi «delle pastoie delle leggi esistenti», incitano i controlli della Prefettura che già nei primi mesi di governo della giunta cascinese impugna e annulla una serie di delibere, tra questa anche quella che autorizza l’acquisto della bandiera con lo stemma comunale e la falce e martello in quanto, sostiene il Prefetto, «trattasi di spesa ispirata a criteri politici, mentre i consigli comunali non hanno dalla legge nessuna attribuzione a questo riguardo, ma devono limitarsi ad amministrare il Comune e provvedere ai servizi pubblici che dal Comune dipendono»[26].
La Giunta Guelfi continua a governare tra delibere annullate e proclami rivoluzionari basati su un marcato radicalismo verbale. Nei primi mesi del 1921 l’Amministrazione tratta l’acquisto del nuovo Teatro comunale, un’operazione sostenuta da una chiara scelta politica, afferma Guelfi in merito: «L’operaio, il lavoratore in genere deve progredire, istruirsi ed elevarsi e non essere più la macchina bruta che lavora e mangia per vivere e nelle ore di riposo gioca a carte nel proprio Circolo. Esso deve invece essere posto nelle condizioni di ricrearsi lo spirito andando a Teatro, giacché non è giusto che a Teatro possa andare il ricco che non lavora e l’operaio non possa permettersi neppure il cinematografo»[27].
L’esperienza da Sindaco di Guelfi si chiude presto, con i fatti del 18 settembre 1921. Per la giornata viene convocato, nel borgo cascinese di San Benedetto, un comizio tra le leghe confederate per organizzare la reazione sindacale ai licenziamenti e alla riduzione del salario dei lavoratori del piano di Cascina. I fascisti radunano oltre 400 squadristi, provenienti da varie parti della Toscana, con l’intento di impedire la manifestazione, intanto nel pomeriggio un folto gruppo di antifascisti parte in tram da Pontedera per raggiungere San Benedetto ma, passato l’aggregato urbano di Cascina, il convoglio viene aggredito da una scarica di colpi di rivoltella sparati da un piccolo gruppo di fascisti che, commesso il fatto, si dà alla fuga. Nell’aggressione rimangono uccisi Paris Profeti[28], segretario della sezione socialista di Pontedera, e Corrado Bellucci[29] di idee libertarie, mentre il comunista Medardo Cecconi[30] ferito viene portato all’Ospedale di Pontedera[31]. Le autorità, vista la tensione della giornata, vietano la manifestazione, nel contempo Guelfi ed altri socialisti cascinesi, non ancora a conoscenza del fatto, mentre si dirigono verso il luogo del comizio vengono assaliti a colpi di rivoltella da un gruppo di fascisti. I socialisti rispondono, ne scaturisce uno scontro a fuoco e l’unico arrestato della giornata è proprio Giulio Guelfi, con l’accusa di aver sparato un colpo di rivoltella contro i fascisti, e rinchiuso nelle Carceri di San Matteo a Pisa. Il Comune viene immediatamente commissariato e il 13 ottobre si svolge il primo consiglio comunale senza il sindaco Guelfi.
Intanto tra settembre e novembre le pressioni e le violenze fasciste nei confronti dei consiglieri socialisti e comunisti danno i propri risultati e al protocollo del Comune di Cascina giungono le dimissioni irrevocabili di gran parte degli eletti. Si tratta di comunicazioni che naturalmente non denunciano pressioni o violenza e adducono principalmente motivi personali, tra questi l’assessore Alfredo Vanni scrive che non ritiene «più opportuno ricoprire tale carica»[32], mentre solamente il consigliere comunale Modesto Marrucchi motiva le proprie dimissioni dichiarando di aver maturato la propria distanza dal Partito comunista. A queste dichiarazioni dei consiglieri comunali segue però un ultimo atto di resistenza istituzionale, una lettera di protesta inviata al Commissario prefettizio, che vede come primo firmatario Giulio Guelfi e di seguito tutti i consiglieri comunali socialisti e comunisti dimissionari. Nella nota i consiglieri comunali denunciano coraggiosamente le violenze fasciste subite: «Il fatto di aver alcuni di noi […] rassegnato le dimissioni non vuole significare la rinuncia ad amministrare, ma dette dimissioni devono essere la vibrata protesta contro chi minaccia le nostre persone e le nostre idealità […] Nel nostro Comune certo regna ancora il terrore e tutto si può commettere sotto gli occhi dell’autorità»[33].
Il 19 gennaio 1922 il re, che per lo Statuto Albertino è il garante delle istituzioni, firma il decreto di scioglimento del Consiglio comunale di Cascina[34].
Dopo la caduta dell’amministrazione da lui guidata Guelfi si trasferisce a Livorno dove assume compiti di direzione della locale Camera del lavoro. Nel febbraio del 1922 la moglie, Corinna Noccioli, è oggetto di un’imboscata a colpi di pistola nei pressi della stazione ferroviaria di Navacchio per mano di un gruppo di fascisti e la casa della famiglia è spesso oggetto di violazioni da parte degli squadristi locali. Nel marzo del 1922 Guelfi interviene al funerale di Comasco Comaschi[35], anarchico e ardito del popolo ucciso in un agguato da alcuni fascisti il 19 marzo 1922, denunciando il crimine fascista e pronunciando le seguenti parole: «Noi proletari siamo coloro che lavorano e che producono e non quelli che uccidono»[36]. La frase scatena l’ira degli squadristi locali che rispondono minacciosi dal settimanale «L’Idea fascista» facendo intendere che faranno pagare a Guelfi il suo ardimento: «Giulio Guelfi […] responsabile dell’assassinio di Zoccoli e Serlupi […] i Fascisti del comune di Cascina si impegnano pubblicamente, di fronte all’Autorità e ai cittadini, di ficcarlo in un sacco pieno di sterco»[37]. Guelfi nel suo ruolo di Sindaco subisce varie denunce e una violenta campagna stampa di denigrazione da parte dei fascisti locali e della stampa liberale che lo accusano di concussione nell’esercizio della sua funzione[38]. Per queste denunce subirà un processo che lo vedrà poi assolto dalla Corte di appello di Lucca insieme agli assessori Angelo Pasqualetti e Alfredo Vanni[39].
A Giulio Guelfi, come a gran parte dei primi antifascisti, non rimane che la strada dell’esilio, dopo un breve soggiorno a Genova si trasferisce con la famiglia a Parigi dove secondo la polizia fascista, in una nota dell’Ambasciata del 3 giugno 1926, è un membro attivo del «Comitato centrale antifascista»[40] e a seguito dell’espatrio è segnalato alla «Rubrica di frontiera» con indicazione di fermare e arrestare in caso di rimpatrio. Non è noto quando Guelfi aderisce al Partito comunista, ma già dalla metà degli anni Venti, durante appunto la sua permanenza in Francia, è segnalato come «comunista» e iscrive i propri figli alla scuola del partito a Ivry-sur-Seine: probabilmente la sua scelta matura nel 1924, a seguito dell’adesione al partito di Giacinto Menotti Serrati, faro del massimalismo socialista, che aveva illuminato la sua gioventù.
Nel 1929 Guelfi con l’intera famiglia si trasferisce a Vitry-sur-Seine, comune della Valle della Marna nella regione dell’Île-de-France, dove gestisce un piccolo albergo frequentato da noti sovversivi italiani e poco dopo si trasferisce definitivamente ad Arles dove rileva da un comunista cascinese, Giovanni Baroni, un locale che, secondo le carte di polizia, in breve tempo diventa un luogo di incontro di antifascisti. Guelfi è poi attivo nella propaganda a favore della Spagna repubblicana e nell’azione di ricerca di volontari da arruolare nelle Brigate internazionale, nelle cui file combatteranno i figli Ideale[41] e Silvano[42].
La polizia fascista mantiene un preciso controllo sulla vita di Guelfi e in un telespresso del Consolato generale di Marsiglia dell’agosto del 1937 lo definisce «il capo del movimento comunista e del soccorso rosso della regione»[43]. Giulio Guelfi muore improvvisamente ad Arles, poco dopo aver compiuto i cinquant’anni, il 7 febbraio 1939.
Dopo la Liberazione, una strada del borgo di Casciavola viene intestata al Sindaco “sovversivo” e antifascista, con la motivazione: «ex Sindaco del Comune di Cascina morto all’estero ove dovette fuggire per persecuzione politica da parte dei fascisti»[44]. La Giunta, si legge però nella delibera, si limita a prendere atto che l’intestazione è già avvenuta «per volontà popolare». All’interno del Comune di Cascina un lapide ancora oggi ricorda l’ultimo Sindaco eletto prima dell’avvento del fascismo: «I cittadini a ricordo di / Giulio Guelfi / Sindaco di Cascina (1920 -1921) / Combattente antifascista / Esule ad Arles (Francia) / Cascina 24 Ottobre 1971».

NOTE

1 Il 20 gennaio del 1871 viene approvato in Pisa lo statuto della Società Democratica Internazionale in Archivio di Stato di Pisa, Ufficio centrale della Pubblica Sicurezza b. 920. Sul periodo si v. A. Marianelli, Eppur si muove! Movimento operaio a Pisa e provincia dall’Unità d’Italia alla dittatura, Pisa, BFS, 2016; U. Sereni, Nel segno del liberato mondo. Vicende, culture, uomini e donne nel movimento operaio a Pisa tra Otto e Novecento, in La Camera del Lavoro di Pisa (1896-1980). Storia di un caso, a cura di G. Dinucci, Pisa, ETS, 2006, pp. 83-200; F. Bertolucci, Anarchismo e lotte sociali a Pisa 1871-1901. Dalla nascita dell’Internazionale alla Camera del Lavoro, Pisa, BFS, 1988; M. Bacchiet, Malfattori e birri nel fosco fin del secolo morente. Pisa 1872-1900, Pisa, BFS, 2023.

2 ACS, MI, Casellario politico centrale, ad nomen. Una biografia di Giulio Guelfi in Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa, in https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16235-guelfi-giulio?i=12 (consultato il 25/1/2025).

3 Profilo biografico della Prefettura di Pisa del 1927 in CPC, ad nomen.

4 Cfr. Il risultato delle elezioni, «Il Ponte di Pisa» 22-23 novembre 1919; F. Bertolucci, Alle radici della guerra civile a Pisa e nella provincia. Il nodo delle elezioni amministrative dell’autunno del 1920 e l’assassinio di Carlo Cammeo 13 aprile 1921, in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/alle-radici-della-guerra-civile-a-pisa-e-nella-provincia/ (consultato il 27/1/2025).

5 In questa tornata elettorale l’affluenza a Pontedera è inferiore al 50% degli aventi diritto. R. Cerri, Pontedera tra cronaca e storia. 1859-1922, Pontedera, Bandecchi e Vivaldi, 1982, p. 256.

6 Intanto nel luglio del 1920 presso il Teatro Verdi di Pisa si tiene il congresso provinciale della Camera del Lavoro confederale, Guelfi relazione sui nuovi Patti coloniali e nella stessa sessione viene eletto membro della Commissione esecutiva camerale. Il Congresso provinciale della Camera del Lavoro Confederale, «L’Ora nostra», 31 Luglio 1920.

7 Sulle vicende amministrative della giunta Guelfi cfr. anche D. Sassetti, Tra storia e memoria. Il Comune di Cascina tra ventennio e Liberazione, Pisa, Pacini, 2025, pp. 9-17.

8 Archivio storico del Comune di Cascina (d’ora in poi ASC Cascina), Verbale seduta Consiglio Comunale del 16 ottobre 1920.

9 ASC Cascina,Verbale seduta Consiglio Comunale del 16 ottobre 1920.

10 ASC Cascina,Verbale seduta Consiglio Comunale del 16 ottobre 1920.

11 Sulla questione si rimanda ai fatti di Cecina del gennaio 1921, cfr. T. Barsotti, Il conflitto di Cecina in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/il-conflitto-di-cecina/ (consultato il 30/1/2025).

12 Il 10 novembre 1920 a Livorno un gruppo di carabinieri e ufficiali dell’esercito entrano nel palazzo comunale e sostituiscono la bandiera rossa issata dopo la vittoria elettorale socialista, col tricolore. A seguito del fatto la Camera del Lavoro proclama lo sciopero generale, si registrano vari incidenti e una folla di lavoratori dei quartieri popolari riconquista il centro della città, ammaina il tricolore e al termine della giornata sul balcone del Comune rimane issata la sola parte rossa della bandiera. M. Rossi, La battaglia di Livorno, Pisa, BFS, 2021, p. 21.

13 La bandiera sventolerà sulla torre fino al 19 maggio 1921. Cfr. M. Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano 1919-1920, Roma, Bonacci, 1980, p. 163.

14 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 22 ottobre 1920.

15 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 22 ottobre 1920.

16 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 22 ottobre 1920.

17 La precedente Amministrazione era stata guidata, dal 1915, dal primo sindaco socialista, Massimo Palla (di professione calzolaio), in gioventù anarchico e tra i primi pisani a partire per il domicilio coatto, prima a Porto Ercole poi alle Tremiti, dove sconta due anni a seguito del processo avuto nel 1894 per «apologia dell’assassinio Caserio». La Giunta Palla non marca però il proprio mandato in termini socialisti rivoluzionali. Per una biografia di Massimo Palla si rimanda a M. Bacchiet, Riglione. Questa centrale e laboriosa borgata. Vita sociale e politica. 1861 – 1948, Pisa, BFS edizioni, 2017, pp. 70-71.

18 La Lega nasce nel 1910 su iniziativa della direzione del PSI per dare un indirizzo unitario alle amministrazioni comunali socialiste. Dopo le amministrative del 1920 alla Lega dei comuni socialisti, della quale dal 1916 è segretario nazionale Giacomo Matteotti, aderiscono oltre 2 mila amministrazioni delle 8 mila e ben 25 dei 75 Consigli provinciali.

19 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 9 dicembre 1920.

20 Cfr. tra gli altri F. Fabbri, Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al Fascismo, 1918-1921, Torino, Utet libreria, 2009 e M. Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista. 1919-1922, Milano, A. Mondadori, 2003. Per un inquadramento locale anche F. Bertolucci, Stato fascismo e antifascismo in provincia di Pisa 1920-1922, in Atti della giornata di studi su L’antifascismo rivoluzionario tra passato e presente. Pisa, 25 aprile 1992, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 1993, pp. 99-127; P. Nello, Liberalismo, democrazia e fascismo. Il caso di Pisa (1919-1925), Pisa, Giardini, 1995; M. Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano. 1919-1922, Roma, Bonacci, 1980; R. Vanni, Fascismo e antifascismo in Provincia di Pisa dal 1920 al 1944, Pisa, Giardini, 1967.

21 Cfr. A. Baravelli, Riflessioni sullo squadrismo, la comparazione regionale e l’Italia mediana, in 1921. Squadrismo e violenza politica in Toscana, a cura di Roberto Bianchi, Firenze, Leo S. Olschki, 2022, pp. 21-33.

22 Sulle violenze fasciste di questo periodo si vedano anche 1921. Squadrismo e violenza politica; Il biennio nero in Toscana. Crisi e dissoluzione del ceto politico liberale. Atti del convegno di studi. Sala del Gonfalone, Palazzo del Pegaso. 2-3 dicembre 2021, a cura di S. Rogari, Firenze, Consiglio Regionale della Toscana, 2022; «Piombo col piombo». Il 1921 e la guerra civile italiana, a cura di G. Sacchetti, Roma, Carocci, 2023. Per la zona pisana si rimanda anche a Emanuela Minuto, Squadrismo e violenza politica nella provincia di Pisa, in 1921. Squadrismo e violenza politica in Toscana, a cura di R. Bianchi, Firenze, Leo S. Olschki, 2022, pp. 66-68 e F. Bertolucci, Alle radici della guerra civile a Pisa e nella provincia. Il nodo delle elezioni amministrative dell’autunno del 1920 e l’assassinio di Carlo Cammeo 13 aprile 1921, in «Toscana Novecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/alle-radici-della-guerra-civile-a-pisa-e-nella-provincia/ (consultato il 27/1/2025).

23 Per il profilo biografico di Ersilio Ambrogi, cfr. F. Bertolucci, Dizionario Biografico degli anarchici italiani, vol. I, BFS Edizioni, Pisa, 2002, p. 32-33 e il Dizionario Biografico delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa in
https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/12902-ambrogi-ersilio (consultato il 28/1/2025). Su profilo biografico si rimanda anche a Federico Creatini, Ersilio Ambrogi: antifascista o informatore dell’OVRA? Il Partito comunista italiano e la clandestinità, in «Toscana Novecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/ersilio-ambrogi-antifascista-o-informatore-dellovra/#:~:text=Certo%2C%20le%20due%20parti%20in%20causa%20cercarono%20in,dei%20%C2%ABsovversivi%20attentatori%20o%20capaci%20di%20atti%20terroristici%C2%BB (consultato il 28/1/2025).

24 La Federazione pisana del partito comunista si costituisce a Pisa il 27 febbraio 1921. Pisa, «L’Ordine Nuovo», 20 febbraio 1921. Sull’argomento cfr. M. Bacchiet, Le origini del Partito Comunista d’Italia nella provincia pisana, in «Toscana Novecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/le-origini-del-partito-comunista-ditalia-nella-provincia-pisana/ (consultato il 29/1/2025) e M. Bacchiet, I primi comunisti. Per un dizionario biografico della provincia di Pisa (1921-1940), in Antifasciste e antifascisti. Storie, culture politiche e memorie dal fascismo alla Repubblica, a cura di G. Fulvetti e A. Ventura, Roma, Viella, 2024, pp. 229-242.

25 Per Ciampi Enrico, «L’Ora nostra», 11 marzo 1921. Per una biografia di Ciampi si rimanda al Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa in https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16079-ciampi-enrico (consultato il 29/1/2025).

26 Decreto del Prefetto della Provincia di Pisa del 14 dicembre 1920.

27 ASC Cascina, Verbale seduta di Consiglio Comunale del 13 febbraio 1921.

28 https://www.bfscollezionidigitali.org/oggetti/19415-paris-profeti-segretario-della-sezione-giovanile-socialista-di-pontedera-assassinato-dai-fascisti-nei-pressi-di-cascina-il-19-settembre-1921 (consultato il 30/1/2025).

29 https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/15073-bellucci-corrado (consultato il 30/1/2025).

30 Per una biografia di Metardo Cecconi si rimanda al Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa in https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/13748-cecconi-medardo (consultato il 30/1/2025).

31 Alla notizia dell’omicidio dei due antifascisti la Camera del Lavoro di Pontedera proclama lo sciopero generale fino al termine dei funerali. Il giorno delle esequie la camera ardente viene allestita all’interno della locale «istituzione operaia» e alla testa dell’imponente corteo funebre, per volontà delle varie organizzazioni, un solo gonfalone, quello del Comune di Pontedera del quale Profeti era consigliere. La bara di Profeti, riporta «L’Avanti!», è avvolta nella bandiera socialista, mentre il drappo rosso-nero del locale gruppo anarchico abbraccia il feretro di Bellucci. Gli imponenti funerali alle vittime dell’eccidio di Cascina, «L’Avanti!», 25 settembre 1921.

32 ASC Cascina, Elezioni amministrative 1920.

33 Ib.

34 Il decreto di scioglimento viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 6 aprile 1922.

35 Sul caso Comaschi, tra gli altri, si rimanda a F. Gori, 1922-2022. L’affaire Comaschi in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/1922-2022-laffaire-comaschi/ (consultato il 28/1/2025)

36 Il fascismo in Provincia spezza e travolge gli ultimi avanzi della tirannide rossa. Da San Frediano. La solita sfacciataggine, «L’Idea fascista», 9 aprile 1922.

37 I segretari dei Fasci di Cascina, Ogni promessa è debito, «L’Idea fascista», 4 giugno 1922.

38 Nel 1924, nei mesi immediatamente precedenti le elezioni politiche, per motivare e favorire la propria candidatura nel Listone, Arnaldo Dello Sbarba, in una bozza di promemoria per dimostrare la sua vicinanza e adesione al primo fascismo, rivendica il ruolo assunto per destituire i “sindaci rossi”, tra questi Giulio Guelfi. Cfr. R. Dello Sbarba, Arnaldo Dello Sbarba, autonomia d’una caduta in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/arnaldo-dello-sbarba-anatomia-duna-caduta/ (consultato il 20/3/2025)

39 Gli amministratori di Cascina. Assolti, «L’Avanti!», 3 luglio 1923.

40 ACS, MI, CPC, ad nomen.

41 Ideale Guelfi, Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16129-guelfi-ideale (consultato il 25/1/2025)

42 Silvano Guelfi, Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16128-guelfi-silvano (consultato il 25/1/2025)

43 ACS, MI, CPC, ad nomen.

44 ASC Cascina, Delibera della Giunta Comunale n. 287 del 15 novembre 1945. L’amministrazione comunale assume la proposta del CLN locale e prende atto che l’intestazione è «di fatto già avvenuta» per volontà popolare. La stessa strada durante il regime era stata intestata a Gino Salvadori, fascista pisano morto a Marina di Pisa durante uno scontro a fuoco tra la fazione “dissidente” di Bruno Santini e i sostenitori di Filippo Morghen. Sui fatti di Marina di Pisa cfr. Conflitto tra fascisti a Pisa, «Il Popolo», 20 settembre 1924 e Giudici, Giudizi e Giudicati, «Il Ponte di Pisa», 5-6 settembre 1925.