Un partigiano di Gavorrano nella Resistenza fiorentina: la vicenda di Albo Orlandi

 Se l’improvviso tracollo dell’8-9 settembre segnava la profondità del baratro in cui la nazione era precipitata, esso era pure il punto di partenza di quella meravigliosa affermazione delle recondite virtù di nostra gente che si disse la Resistenza[1].

 

La notizia dell’armistizio, il disfacimento delle strutture militari italiane e la successiva occupazione tedesca aprirono una nuova fase, nella quale l’opposizione al fascismo poté tradursi in iniziative di organizzazione politica e di lotta armata. La provincia di Grosseto fu una delle zone in cui la Resistenza cominciò a organizzarsi precocemente: a partire dall’annuncio dell’armistizio – cui seguì soltanto il 13 ottobre la dichiarazione di guerra alla Germania – giovani e meno giovani iniziarono a intravedere la possibilità di riscatto, di libertà, di emancipazione, sentendo il bisogno di organizzarsi per uno scontro che si configurava non solo nei confronti dell’occupante tedesco ma anche dei fascisti rimasti fedeli a Mussolini, che il 23 settembre avrebbe costituito la Repubblica sociale italiana (RSI).

Inoltre, la situazione nella provincia di Grosseto si presentava particolare perché controllata fin da subito dalle forze tedesche del Comando supremo del fronte sud (Oberbefehlshaber Süd, OB Süd) del feldmaresciallo Albert Kesselring che erano riuscite, con facilità, a prevalere sulla debole resistenza opposta dai reparti del Regio Esercito[2]. La presenza di questo settore ebbe una rilevanza per la storia partigiana del grossetano: il 21 settembre 1943, infatti, le autorità tedesche, con il placet del Ministero dell’Interno, stabilirono per la provincia di Grosseto – la prima in Toscana – la chiamata in servizio del lavoro obbligatorio per tutti coloro che erano nati tra il 1921 e il 1925[3]. La chiamata interessò complessivamente altre quattordici province dell’Italia centrale: chi si fosse rifiutato sarebbe stato preso e consegnato al Tribunale militare e spedito in carcere. Ma la minaccia non sortì l’effetto sperato, come dimostra il numero esiguo di uomini che si presentarono nella provincia grossetana: alla fine di settembre, appena 599 su un totale di 3.120 obbligati[4].

La chiamata al lavoro obbligatorio giungeva a pochi giorni dalla liberazione di Mussolini da Campo Imperatore, compiuta dai tedeschi, e dai primi “ordini del giorno” da lui trasmessi su Radio Monaco: il primo di questi, la sera del 15 settembre 1943, riguardava proprio la ricostituzione degli uffici del Partito Fascista e delle formazioni della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale[5]. La linea portata avanti dalla nascente Repubblica Sociale Italiana si delineava così nel segno della continuità con il regime precedente: ripristinare il progetto fascista che già dalle sue origini aveva mostrato il carattere del militarismo, dell’oppressione, del controllo. E con questo proseguire la guerra al fianco della Germania e del Giappone.

A ulteriore conferma delle difficoltà incontrate dal fascismo nel mobilitare il consenso, si collocò, nelle settimane successive, la chiamata alle armi delle classi 1923, 1924 e 1925, disposta con bando del 9 novembre, per costituire il nuovo esercito repubblicano. Il provvedimento incontrò una forte opposizione e una larga renitenza alla leva[6], dimostrando l’inefficacia delle minacce fasciste che paventavano pesanti sanzioni non soltanto nei confronti dei renitenti, ma anche dei loro familiari. La situazione risultò ancora più difficile nella provincia di Grosseto, dove le operazioni di reclutamento procedettero con grande difficoltà e il richiamo alle armi venne rinviato al mese di dicembre[7]. Il capo della Provincia, Alceo Ercolani, si mostrò intransigente nel perseguire un elevato livello di arruolamento, anche per dimostrare la propria fedeltà a Mussolini e alla RSI, ma i risultati furono assai modesti: a due mesi dalla chiamata, dei 2.176 giovani grossetani richiamati, soltanto 312 si presentarono al distretto militare[8], contro una percentuale di circa il 50% registrata in Toscana alla fine di febbraio, raggiunta anche attraverso il ricorso a minacce e ricatti. La renitenza alla leva divenne così uno dei primi terreni di scontro tra la popolazione[9] e il nuovo apparato fascista repubblicano, impegnato, attraverso la mobilitazione militare, a ricostituire il proprio esercito e a riaffermare la propria autorità sul territorio. Le autorità fasciste tendevano a ricondurre la renitenza alla leva anche all’influenza esercitata dalle formazioni partigiane sui giovani e sulle loro famiglie, considerando i due fenomeni strettamente connessi. Questa interpretazione contribuì ad alimentare una politica repressiva, nella quale la caccia a renitenti e disertori finì per intrecciarsi con il contrasto al movimento resistenziale[10].

L’andata alla macchia coinvolse numerosi giovani e meno giovani delle Colline Metallifere, nel cuore della Maremma grossetana: c’era chi si avvicinava alla lotta partigiana nella speranza di riconquistare una libertà già conosciuta e chi, soprattutto tra i più giovani, aspirava a conoscerla per la prima volta; altri ancora sceglievano la clandestinità per sottrarsi alla chiamata alle armi di un regime responsabile di anni di guerra, repressione e violenze.

Albo Orlandi

Tra coloro che presero parte alla lotta antifascista vi fu Albo Orlandi, classe 1922, riconosciuto partigiano combattente[11] per il periodo compreso tra il 21 dicembre 1943 e il 7 settembre 1944 nella divisione “Giustizia e Libertà”. Fu, inoltre, detenuto al carcere fiorentino delle Murate dal 29 febbraio al 21 giugno 1944 e, una volta riuscito ad evadere il 26 giugno, fino al 6 settembre fu membro della Brigata Garibaldi “Bruno Fanciullacci”.

Orlandi era nato a Gavorrano il 23 febbraio 1922, pochi mesi prima della marcia su Roma che avrebbe segnato l’avvento del fascismo al potere. All’epoca, Gavorrano rivestiva un ruolo di primo piano nell’economia mineraria delle Colline Metallifere e dell’intero Paese, grazie all’estrazione della pirite, dalla quale si ricavava l’acido solforico.

Come molti coetanei che scelsero la lotta antifascista, Orlandi, cresciuto in un Paese nel quale le libertà politiche e civili erano state progressivamente soffocate dal regime, non sapeva che sapore avesse la libertà: le leggi fascistissime e l’autoritarismo avevano svuotato di contenuto le garanzie statutarie, restringendo drasticamente gli spazi di dissenso e di partecipazione politica.

Ventunenne, Orlandi, pur essendo diplomato maestro elementare, insegnava Lettere presso la Scuola di Avviamento Professionale di Gavorrano, dove iniziò a maturare la propria avversione al fascismo, anche grazie ad un suo grande amico, Selenio Crocchi, anch’egli gavorranese e studente di medicina a Siena, figlio di un notabile fascista, e da tempo membro di una cellula antifascista attiva nel centro universitario.

Inizialmente Orlandi beneficiava di un regolare congedo militare rilasciato in quanto capo di una famiglia numerosa: il padre, gravemente malato e ricoverato all’ospedale di Siena, la madre, il fratello maggiore, richiamato alle armi fin dal 1940 e prigioniero in Russia dal Natale del 1941, e quattro sorelle minori, due delle quali gravemente ammalate. Tuttavia, a seguito dell’entusiasmo pubblicamente manifestato in occasione della caduta di Mussolini e dell’annuncio dell’armistizio di Cassibile, Orlandi divenne inviso ai non pochi elementi che dopo la costituzione della Repubblica Sociale Italiana avevano provveduto a ricostituire la sezione fascista a Gavorrano. Dopo una serie di richiami e minacce, Orlandi si vide improvvisamente revocare dal Provveditorato l’incarico di insegnamento e dopo Natale ricevette anche la cartolina di richiamo alle armi da parte dell’Esercito della RSI.

Per queste ragioni, il 21 gennaio del 1944 fuggì a Firenze entrando in contatto con Giancarlo (Gianni) Facca e la moglie Silvia Benedetti del Partito d’Azione[12], una delle forze politiche che componevano il già costituito Comitato Toscano di Liberazione Nazionale (CTLN), organismo di coordinamento politico della Resistenza regionale, costituitosi nell’autunno del 1943 sulla linea di quello nazionale. Il CTLN, peraltro, raccoglieva l’eredità dell’esperienza del Comitato interpartiti, costituito alla fine del 1942 su iniziativa proprio del Partito d’Azione e comprendente rappresentanti dei principali partiti antifascisti[13]. Le forze politiche antifasciste organizzate videro nell’armistizio un possibile punto di svolta, nella prospettiva di una collaborazione con le autorità in vista dell’inevitabile scontro con le truppe tedesche[14].

Gli eventi presero tuttavia una direzione diversa: gran parte dell’apparato statale e burocratico aderì alla Repubblica Sociale Italiana oppure adottò un atteggiamento attendista, evitando di assumere una posizione netta. Le difficoltà furono particolarmente evidenti in ambito militare visto che il Comando della Difesa Territoriale si rifiutò di distribuire le armi alle forze popolari e ai partiti antifascisti ricostituiti, invitando invece alla calma e al rispetto delle leggi. Una linea di condotta che non impedì l’occupazione tedesca della città, iniziata l’11 settembre 1943.

Il 17 settembre 1943, inoltre, si ricostituì a Firenze la 92ª Legione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.)[15], al cui interno venne organizzato un Ufficio politico investigativo alla cui guida si pose il centurione Mario Carità[16], destinato a diventare noto come «Banda Carità»[17]. Il reparto, che assunse poi la denominazione di Reparto Servizi Speciali (R.S.S.), si specializzò nella repressione dell’opposizione politica e della Resistenza, ricorrendo anche a interrogatori violenti e alla tortura.

Ma come riuscì Orlandi a raggiungere Firenze e a entrare in contatto con gli ambienti della Resistenza? In Maremma Orlandi aveva conosciuto Mario Feistmann[18] del quale avrebbe scoperto soltanto in seguito il legame di parentela con Max Boris, che diventerà suo cognato: appartenente a una famiglia ebrea, di origine fiorentina sostanzialmente facoltosa, Feistmann si era trasferito nella provincia di Grosseto per sfuggire alle persecuzioni razziali, nascondendosi nella sua tenuta di Santa Teresa, nei pressi della stazione di Gavorrano. Tornava comunque periodicamente a Firenze e, al rientro in Maremma, portava con sé opuscoli e pubblicazioni della stampa clandestina, compreso il giornale Non Mollare, destinati a circolare tra gli antifascisti locali, fra i quali Orlandi, sempre più perseguitato dalla polizia fascista.

Fu proprio Feistmann a suggerire a quest’ultimo di rifugiarsi a Firenze, indirizzandolo presso i coniugi Facca[19]. Dopo avergli procurato una carta d’identità falsa, i due lo accompagnarono nell’appartamento di un altro antifascista, conosciuto come Rio[20], situato in via Fanti n. 31, di fronte a uno degli ingressi dello stadio comunale. Rio, all’anagrafe Sirio Biso, era un ex volontario della Guerra di Spagna dove aveva combattuto nella Colonna italiana di Carlo Rosselli e Aldo Garosci. Inviato a Firenze da Emilio Lussu, gli venne affidato il compito di organizzare militarmente una squadra cittadina del Partito d’Azione, sul modello dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP)[21], nella quale Orlandi fu subito inserito, insieme ai Facca e a Sandro Contini Bonacossi.

In città Orlandi conobbe anche Margherita Fasolo[22] e Maria Luigia Guaita[23], entrando progressivamente in contatto con altri esponenti dell’antifascismo fiorentino. Tra gli altri, ricorda che durante le sue attività ebbe modo di conoscere anche Bruno Niccoli detto “Bicchierai”, presentato come antifascista fidatissimo[24].

Nel corso del gennaio 1944 Orlandi partecipò a diverse attività di sabotaggio e propaganda antifascista, oltre a compiti di osservazione e raccolta di informazioni sui movimenti delle truppe e dei convogli tedeschi. La testimonianza conservata nell’archivio privato descrive così le attività svolte in quel periodo: «spostare le paline direzionali scritte in tedesco in modo da confondere e disorientare gli autisti degli automezzi tedeschi diretti al fronte di Anzio; cospargere nelle vie di transito chiodi tricuspidali; affiggere nelle vie della città manifestini antitedeschi ed antifascisti che esortavano i giovani, chiamati alle armi a raggiungere nelle montagne le bande partigiane già costituitesi in molte località per iniziative del Partito Comunista e del Partito d’Azione; annotare nella stazione di Rifredi il numero di treni in transito carichi di materiale bellico (carri armati, semoventi, cannoni; ecc.;) notizie che, tramite il comando militare del C.T.L.N. venivano comunicate (…) alla stazione Radio CORA trasmittente installata in un solaio di un appartamento di piazza D’Azeglio. Ovviamente tutte queste attività venivano esercitate particolarmente di notte con tanta precauzione.»[25]

Albo Orlandi con la Brigata Fanciullacci a Firenze

L’attività clandestina in cui Orlandi si inserì si svolgeva, pertanto, nel quadro dell’organizzazione politica e militare del CTLN. Già il 2 novembre 1943, in linea con l’indirizzo assunto dal CLN centrale a Roma[26], anche il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, costituitosi all’inizio del mese di ottobre, decise di elaborare una dichiarazione con cui si assumeva la responsabilità di guidare la lotta di liberazione, rivendicando il ruolo di governo autonomo e senza vincoli di subordinazione nei confronti del governo del Sud, per il trionfo delle idealità civili che fascismo e nazismo avevano negato[27]. La decisione fu presa all’unanimità in seguito alla notizia dell’arresto del comando militare del CTLN[28], avvenuto con l’intensificarsi delle azioni di spionaggio condotte da Mario Carità e dai suoi uomini. Sebbene in quella fase la repressione non avesse ancora assunto le forme sistematiche di tortura che avrebbero successivamente caratterizzato l’operato della cosiddetta “Banda Carità”, l’arresto contribuì a far conoscere il nome del suo responsabile negli ambienti antifascisti fiorentini. Il reparto, di lì a poco, si sarebbe distinto per la brutalità dei metodi e per la violenza politica e ideologica, espressione della natura totalitaria del fascismo squadristico[29] che nella sua fase repubblichina trovava continuità. Nonostante le rimostranze sollevate anche in alcuni ambienti istituzionali e militari, Carità mantenne il proprio incarico, a dimostrazione di come la banda – e i suoi metodi – fosse inserita a pieno titolo nelle strategie dell’esercito tedesco e nella repressione della RSI.[30]

La suddetta scelta fu anche mossa dall’ancora viva speranza che gli Alleati sarebbero arrivati presto e che il conflitto era ormai alle battute finali. Ma, come sappiamo, ogni speranza svanì a fine gennaio 1944 quando le truppe alleate furono fermate a Cisterna.

A tal proposito, a Firenze, mentre era ancora viva questa speranza, il 3 gennaio 1944 fu presentato un ordine del giorno che prevedeva che il CTLN, non appena le circostanze lo avessero consentito, diventasse organo di governo provvisorio della città e della provincia, con tre delegati per ognuno dei partiti rappresentati nel Comitato, e se ne indicavano anche le principali direttive. Il documento, presentato da Enzo Enriques Agnoletti, rappresentante del Partito d’Azione all’interno del Comitato, incontrò anche il consenso dei rappresentanti del Partito Socialista e del Partito Comunista. Con questo ordine del giorno si prevedeva che il governo provvisorio concentrasse nelle sue mani tutti i poteri civili e militari, che nessuna carica del precedente regime fosse riconosciuta, che i suoi provvedimenti fossero emanati in nome della costituente italiana, da eleggere, e che tra i primi provvedimenti, anzi proprio il primo, figurasse la proclamazione del diritto del popolo italiano a scegliere liberamente, attraverso la Costituente, le proprie forme istituzionali. Il documento stabiliva, inoltre, l’uguaglianza di tutti i cittadini, il riconoscimento del diritto e del dovere di contribuire, attraverso il lavoro manuale e intellettuale, al progresso civile del Paese, le libertà di parola, stampa, associazione, culto, riunione, il diritto a libere elezioni, al lavoro, all’assistenza e all’educazione. Era infine prevista la depurazione degli apparati pubblici dagli elementi compromessi con il regime e responsabili di tradimento[31].

Nei primi mesi del 1944, tuttavia, l’idea di un comando militare unitario rimaneva in larga misura un obiettivo teorico, nonostante a febbraio si fosse ricostituito il comando militare unico alle dipendenze del CTLN, sempre su iniziativa del Partito d’Azione, coadiuvato in questo dal Partito liberale: nella pratica, almeno fino a giugno[32], le organizzazioni dei diversi partiti conducevano le proprie azioni militari in modo autonomo, nel rispetto delle direttive politiche del CLN che poi veniva informato a  operazioni già avviate o già concluse. Questo era soprattutto vero per il Partito Comunista e per il Partito d’Azione. Specificamente rispetto a quest’ultimo, le sue attività di sabotaggio comprendevano l’abbattimento di pali e il taglio di cavi telefonici e telegrafici, soprattutto delle linee di rilevanza nazionale, la disseminazione di chiodi tricuspidali[33] sulle strade, il saccheggio di magazzini fascisti di armi e vettovaglie e anche lo spostamento della segnaletica stradale per disorientare le truppe tedesche. Per gli attentati contro obiettivi individuali e per le operazioni di sabotaggio con esplosivi, svolte soprattutto fuori dall’ambiente urbano, il Partito d’Azione poteva contare sulla squadra di Biso.

Uno dei problemi più rilevanti per le formazioni partigiane era proprio il reperimento delle armi necessarie a sostenere la lotta antifascista. Le bande operanti lontano dai centri urbani e dalle grandi vie di comunicazione generalmente venivano rifornite attraverso aviolanci alleati, con una frequenza più o meno regolare; più complesso risultava, invece, il rifornimento delle bande attive nelle vicinanze della città e delle squadre clandestine urbane. Per garantire queste operazioni era imprescindibile mantenere contatti costanti con il comando alleato, preferibilmente mediante missioni radio, al fine di definire e organizzare in ogni suo dettaglio il rifornimento. A questa esigenza rispondeva il servizio CO.RA. (Commissione Radio) del Partito d’Azione fiorentino[34], nato nel settembre 1943 con compiti di collegamento, informazione e intelligence militare.

Accanto alle comunicazioni radio, un ruolo essenziale – che finirà intrecciandosi con le vicende di Orlandi – era svolto dalla raccolta di informazioni militari e dal controspionaggio. Le notizie raccolte dalla rete clandestina venivano trasmesse al CLN e, una volta verificate, potevano essere comunicate agli Alleati. In questo contesto, il servizio CO.RA. operava in stretta collaborazione con Maria Luigia Guaita, responsabile di un altro ufficio fondamentale del Partito d’Azione, ovvero quello del servizio di falsificazione documenti: Guaita si occupava di procurare documenti d’identità, permessi di circolazione, licenze e congedi militari, oltre a tessere e altri documenti relativi alle organizzazioni del lavoro tedesche (nello specifico, Todt e Spear), strumenti indispensabili per consentire ai membri della rete clandestina di spostarsi e agire senza destare sospetti.

Albo Orlandi

La rete di collegamenti del Partito d’Azione consentì inoltre di entrare in contatto con la missione radio Rutland, affidata a Domenico Azzari, agente dello Special Operations Executive britannico (SOE) paracadutato nella zona di confine tra Lunigiana e Lucchesia e successivamente impegnato nella gestione e nella distribuzione di aviolanci alleati destinati alle formazioni partigiane toscane. I contatti con Azzari furono tenuti proprio dalla Guaita, con la collaborazione anche della partigiana viareggina Vera Vassalle[35], e grazie a ciò fu possibile organizzare, sotto la responsabilità di Marx Boris, il primo aviolancio sul Monte Giovi, nella notte del 14 febbraio, dal quale vennero recuperate ingenti quantità di armi e munizioni.

E proprio al lancio di Monte Giovi prese parte anche Albo Orlandi, un lancio molto importante giacché contribuì a trasportare e suddividere il materiale nei depositi fiorentini ubicati in Via Guicciardini e in Viale dei Mille[36].

Il Monte Giovi è una montagna del Mugello di circa 1.000 metri di altezza che si trova proprio a sovrastare le città di Rufina, Dicomano e Borgo S. Lorenzo. La scelta del luogo, come racconta lo stesso Boris, era stata possibile grazie all’esame delle carte dell’Istituto Geografico Militare: «Cercammo dei posti, in montagna, dove avremmo potuto far fare dei lanci: sulle carte si prendevano le coordinate e si trasmettevano a Brindisi. Poi abbiamo convenuto delle frasi, che avrebbero dovuto essere trasmesse da Radio Londra la sera alle otto, dopo il notiziario. Radio Londra era la nostra principale, per non dire sola, fonte di notizie; tutte le sere alle otto si ascoltavano notizie e messaggi. Sempre in gran segreto.»[37] Le condizioni meteorologiche resero tuttavia particolarmente difficile l’attesa, già gravosa per chi era costretto a vivere nascosto nei boschi: le abbondanti nevicate avevano ricoperto il pianoro individuato per l’operazione.

Fu lo stesso Facca, alla fine di gennaio, a ordinare a Orlandi di raggiungere il gruppo di Boris sul Monte Giovi. Gli indicò di arrivare in treno a Rufina e di proseguire poi a piedi fino ad Acone, dove avrebbe potuto fare riferimento al parroco del paese, don Egidio Brogi. La località costituiva un punto di appoggio per chi si sottraeva alla cattura e cercava di raggiungere le formazioni resistenziali. Questo villaggio, sopra Pontassieve, era uno dei maggiori centri di raccolta e di smistamento: fondamentale fu il sostegno della comunità giacché, nonostante le condizioni di povertà, le famiglie del paese contribuirono all’accoglienza e all’assistenza dei ricercati, mentre il pievano si adoperò per procurare loro risorse e alloggio.

Dopo due giorni di cammino nella neve, Orlandi riuscì a raggiungere Boris che si trovava insieme ad altri tre compagni, “Lupo”, Radovich e Dragovic, questi ultimi due ex prigionieri slavi che avevano scelto di unirsi alla lotta contro il nazifascismo. Il gruppo di Boris era composto da uomini provenienti da diverse località del Mugello e da Firenze: «Ogni volta che c’era il messaggio – racconta Boris[38]  – ci ritrovavamo tutti in una capanna vicino al campo. Chi veniva da Borgo San Lorenzo, chi da Vicchio e chi da Ronta, il Mugello era ben rappresentato, chi da Firenze, un architetto, Riccardo Gizdulich, detto il capitano “Anselmi” che poi ha largamente contribuito alla ricostruzione del Ponte a Santa Trinità, Giuseppe Messini, operaio della Galileo, Sirio Biso, ex combattente spagnolo, Albo Orlandi, maestro maremmano, il mio futuro (ma non ci si immaginava ancora) cognato Mario Feistmann, tutti rigorosamente volontari.» A loro, ogni sera il parroco di Acone faceva arrivare un piatto di minestra calda, mentre i viveri venivano acquistati presso alcuni contadini che abitavano in due case, situate proprio sul crinale del monte[39].

Nel frattempo, l’attesa dei segnali radio continuava. I collegamenti radiofonici, del resto, seguivano una procedura rigorosa. I messaggi speciali trasmessi da Radio Londra costituivano il segnale attraverso il quale i partigiani potevano conoscere l’avvicinarsi dell’operazione. Come anche Orlandi ricorda, le parole convenute per il gruppo erano tre: «le foglie non volano», «le foglie volano» e «Dante e Petrarca».

Orlandi ricorda che per quattro o cinque giorni il gruppo rientrò al campo deluso per non aver ricevuto le parole convenute. Soltanto il 5 o il 6 febbraio[40] arrivò il messaggio «le foglie non volano», che comunicava l’impossibilità di procedere a causa delle condizioni atmosferiche contrarie. La stessa situazione si ripeté nei giorni successivi. Finalmente, la sera del 10 o dell’11 febbraio, secondo il ricordo di Orlandi, giunse il messaggio «le foglie volano», che preannunciava l’imminenza dell’operazione; ma la gioia esplose il 13 febbraio quando fu ricevuto il messaggio «Dante e Petrarca»: era giunto il momento di tenersi pronti.

Rientrati al campo, i partigiani ricevettero da Boris le istruzioni per predisporre il terreno: alcune lampade rosse dovevano essere collocate a intervalli sul pianoro, così da indicare all’aereo la direzione del lancio; Boris avrebbe inoltre utilizzato una potente lampada elettrica a pulsante per trasmettere in codice Morse la lettera F[41]. Ai lati del pianoro venne predisposto un accurato servizio di vigilanza. Le abbondanti nevicate e le difficoltà logistiche rendevano particolarmente complessa la preparazione, dalla quale dipendeva la buona riuscita dell’aviolancio.

«Ero proprio io di guardia – così racconta Orlandi – quando alle 2 precise (…)[42] udii molto in alto il caratteristico rumore dei quadrimotori americani e contemporaneamente, nel silenzio della notte, si udì anche l’ululato delle sirene di allarme dei paesi posti in basso. L’aereo cominciò a volteggiare per tre volte sempre più basso su di noi mentre noi avevamo acceso sul pianoro le lampade rosse. Improvvisamente un grosso uccellaccio passò ad una altezza di non più di cento metri dalle nostre teste ed un rumore assordante ed una folata di vento spazzò il cielo mentre dal ventre dell’aereo si aprirono nel cielo 15/16 paracaduti[43] appesi ai quali vi erano lunghi e grossi involucri che io, nell’euforia del momento, pensai fossero paracadutisti alleati. (…) I paracaduti lentamente si afflosciarono quasi tutti sul nevoso pianoro mentre tre rimasero impigliati fra i rami degli alberi vicinissimi al pianoro stesso. La raccolta dei contenitori assai pesanti durò per tutta la notte aiutati però da una ventina di giovani e robusti partigiani di una brigata garibaldina assai vicina al posto[44]. Nella capanna-seccatoio furono trasportati ed aperti contenitori abbondanti di materiale bene accatastato: “sten” smontati, esplosivo plastico simile al pongo, rotoli di miccia, bombe a pigna, tre quattro bidoncini ricolmi di proiettili, alcuni mitragliatori smontati ed anche generi di conforto come abbigliamento intimo pesante, scarponi, molta cioccolata e scatolette di carne in conserva simile alla nostra carne simmental.»[45]

Il materiale recuperato comprendeva dunque armi, munizioni, esplosivi ed equipaggiamento, oltre a generi alimentari e indumenti. Una parte venne nascosta sul monte, sotterrata insieme ai paracaduti[46], in attesa di poter essere utilizzata; una quantità minore fu invece trasferita clandestinamente a Firenze. Per il trasporto vennero impiegate automobili e camioncini camuffati, accompagnati da documenti tedeschi falsificati, nella speranza di superare i controlli senza destare sospetti.

Il materiale destinato alla città fu depositato in diversi nascondigli predisposti dal Partito d’Azione, tra cui un magazzino in via Guicciardini e uno in viale dei Mille.

L’operazione Monte Giovi si era così conclusa e Orlandi rientrò a Firenze[47].

Il ritorno in città lo riportò nel clima sempre più rischioso della clandestinità antifascista. Le attività di sabotaggio e il rafforzamento delle reti resistenziali erano contrastati dalle forze nazifasciste anche attraverso informatori e infiltrati, impiegati per individuare persone, collegamenti e luoghi utilizzati dalla Resistenza, attività in cui stava diventando sempre più specializzato il reparto guidato da Carità, sviluppando una rete investigativa particolarmente aggressiva contro gli antifascisti fiorentini.

Sirio Biso

La Banda Carità cambiò più volte sede nel corso della sua attività. Il suo insediamento più noto fu il palazzo di via Bolognese 67, passato alla memoria cittadina con il nome di “Villa Triste”, dove gli uomini di Carità svolgevano interrogatori, in modalità semplice o con torture[48]. La struttura disponeva di squadre incaricate degli interrogatori, degli arresti e dei rastrellamenti, di informatori e di uomini addetti alla custodia dei prigionieri. Tra le squadre era nota quella di Mario Perotto, chiamata anche «squadra della labbrata», per i metodi violenti impiegati contro gli arrestati.

L’azione della Banda Carità si incrociò drammaticamente con quelle di Orlandi e dei suoi compagni, colpendo direttamente la rete clandestina legata all’aviolancio di Monte Giovi. Il 26 febbraio 1944 gli uomini del reparto raggiunsero il magazzino di via Guicciardini; il 4 marzo fu coinvolto anche quello di viale dei Mille. Un ruolo determinante fu svolto da Aldo Citenni detto “Occhio”, infiltrato tra i partigiani[49], le cui informazioni avrebbero consentito agli uomini di Carità di individuare i depositi.

Nel magazzino di via Guicciardini venne sequestrato un ingente quantitativo di armi e materiale esplosivo, oltre a una linotype utilizzata per stampare il giornale clandestino La Libertà, di cui fu rinvenuta anche la tiratura del sesto numero. La scoperta dei depositi rappresentò un duro colpo per l’organizzazione resistenziale fiorentina: il materiale ottenuto con l’aviolancio, destinato a sostenere la lotta clandestina, diventò così una delle prove attraverso le quali la repressione nazifascista riuscì a colpire la rete che ne aveva organizzato il recupero e la distribuzione.

Le informazioni fornite da Citenni contribuirono a innescare una vasta operazione repressiva contro la rete clandestina fiorentina, che portò all’arresto di Max Boris e di Ottorino Orlandini, entrambi sottoposti a torture durante la detenzione[50]. Boris fu internato nel campo di Fossoli e successivamente deportato a Mauthausen, dove riuscì a sopravvivere grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca che gli consentì di svolgere mansioni di traduzione, mentre la sua robusta costituzione fisica, maturata anche attraverso l’esperienza alpinistica, gli permise di resistere alle condizioni estreme della prigionia. Ottorino Orlandini, che aveva partecipato come volontario alla guerra civile spagnola nelle formazioni antifasciste[51], era rientrato in Italia dopo l’8 settembre 1943, assumendo un ruolo di rilievo nell’organizzazione militare del Partito d’Azione. Riuscì a evadere dal carcere nel giugno 1944, approfittando della confusione provocata da un bombardamento aereo, e tornò a unirsi alla lotta partigiana.

Nonostante i colpi inferti alla rete clandestina, Orlandi continuò a partecipare alle operazioni di sabotaggio insieme al comandante Rio. Tra gli obiettivi delle azioni figuravano anche gli uomini del Reparto Speciale, in particolare il Maggiore Carità contro il quale era stato organizzato il piano per la sua eliminazione. Nella notte tra il 28 e il 29 febbraio 1944 (anno bisestile), tuttavia, fu lo stesso Orlandi a essere arrestato. Rio riuscì a fuggire gettandosi dalla finestra; per Orlandi, invece, non ci fu possibilità di scampo.

Nella dichiarazione scritta per il processo contro la Banda Carità, Orlandi ricostruì l’episodio dell’arresto: al suono del campanello, lui e Rio pensarono che potesse trattarsi di qualche compagno ricercato, in particolar modo dei coniugi Facca o Bicchierai, gli unici, insieme a loro, a conoscere il nascondiglio presso la pensione Cortese. Quando Biso aprì la porta, si trovò invece davanti tre individui in borghese con le rivoltelle puntate: «Al che Biso, con una mossa fulminea – ricorda Orlandi – puntava a sua volta la rivoltella mentre gli altri a questo gesto inaspettato fuggivano rapidamente»[52]. Solo durante l’interrogatorio Orlandi avrebbe appreso che le armi degli aggressori erano in sicura. I militi riuscirono comunque a entrare nell’appartamento, dove Orlandi era rimasto solo, non essendo riuscito a seguire Rio nella fuga perché ancora svestito. Convinti che fosse Biso, da tempo ricercato, iniziarono a colpirlo con calci e percosse, anticipando le violenze che lo avrebbero atteso nei giorni successivi. Durante la perquisizione rinvennero armi, bombe a pigna, manifestini antifascisti che esortavano i giovani a sottrarsi alla chiamata alle armi e a raggiungere le bande partigiane, nonché un cliché già composto e pronto per le rotative di una tipografia clandestina, che Orlandi aveva prelevato il giorno precedente dall’abitazione di Maria Luigia Guaita. Chiarito l’equivoco, Orlandi giustificò la propria presenza a Firenze dicendo di dover assistere la sorella malata e di essere giunto nell’appartamento su indicazione di un uomo incontrato in un ristorante. Nonostante le percosse, si rifiutò di rivelare dove fosse nascosto Biso. I militi lo ammanettarono e lo condussero in strada. Qui Orlandi vide un altro uomo, fatto chiamare dai fascisti. Temendo inizialmente che fosse Rio nel frattempo catturato, non riuscì a riconoscerlo subito a causa dell’oscurità. Notò però la confidenza con cui si muoveva insieme ai militi e l’assenza di segni di violenza o maltrattamenti, circostanze che gli fecero dubitare che fosse stato appena interrogato. Fu solo al Parterre, nonostante i suoi tentativi di nascondersi dietro ad un milite, che Orlandi riconobbe di chi si trattava: era Niccoli, detto “Bicchierai” o Baccheris”[53]. Il ricordo di quell’uomo e il sospetto del suo coinvolgimento nella repressione rimasero impressi nella memoria di Orlandi durante tutta la detenzione. Fu proprio il nome di questo delatore quello che pronunciò quando, nel carcere delle Murate, intravide Boris, per l’ultima volta.

Alle prime luci del mattino, dal Parterre Orlandi fu trasferito in via Bolognese, nella famigerata “Villa Triste”. Qui fu subito interrogato dal Maggiore Carità, interessato principalmente a ottenere informazioni su Biso. Orlandi mantenne l’alibi già fornito, senza cedere nemmeno questa volta davanti alle continue botte[54]. La giornata trascorse tra interrogatori e soste in celle nel sotterraneo e solo in serata fu condotto al carcere delle Murate, dove venne rinchiuso in una cella all’ultimo piano. Era il 29 febbraio 1944. Qui, “isolatissimo da tutti”, Orlandi aveva il solo pensiero di resistere e di non contraddirsi, ripetendo mentalmente il suo alibi in ogni singolo passaggio. Dopo due giorni, subì un nuovo interrogatorio e altre percosse. Per venti giorni non venne più interrogato, ma la tregua si interruppe nel momento in cui lo sentirono pronunciare il nome di “Bicchierai” a Boris[55], intravisto in carcere. A interrogarlo questa volta, tuttavia, fu il commissario Edmondo Zanti[56], il quale contestò il suo alibi e gli riferì che lo avevano sentito pronunciare quel nome al “Poggi”, alias Max Boris: per loro era la prova che non poteva essere estraneo all’organizzazione clandestina. Orlandi negò nuovamente ogni coinvolgimento, sostenendo che probabilmente si trattava di un altro detenuto. Di fronte a queste ferme dichiarazioni, Zanti concluse che ulteriori violenze non sarebbero servite a ottenere una confessione.

Trasferito al sesto braccio delle Murate[57], Orlandi fu rinchiuso insieme ad altri detenuti, in gran parte politici. Qui incontrò Mario Spinella, studente e militante del partito comunista, che gli confermò il tradimento di Niccoli[58], ormai divenuto uomo di fiducia delle milizie nazifasciste. Tra i detenuti vi era anche Edoardo Fallaci, rinchiuso in una cella adiacente alla sua, e Ottorino Orlandini con il quale ricordava – come a voler tenere vivi i ricordi affinché non si perdesse nessun dettaglio – il violentissimo pestaggio che aveva subito dalla Banda Carità. Inoltre, proprio nella sua cella, era rinchiuso Adriano Gozzoli, partigiano che una notte fu prelevato di cella e insieme ad altri due, loro renitenti alla leva, venne fucilato all’alba del 3 maggio a Campo di Marte.

Alle Murate Orlandi trovò anche Cesare Lipparini[59], un giovane proveniente da Massa Marittima, nel cuore della Maremma, con il quale si chiamava dalla cella, forse per sentire la sua terra più vicina.

Per Orlandi il periodo compreso tra la fine di aprile e il mese di maggio fu il più duro della sua detenzione: la tensione e la paura erano continue visto che «schiere di detenuti venivano prelevati ed inviati ad ignota destinazione»[60]. A rendere ancora più pesante il clima contribuì la notizia dell’uccisione di Giovanni Gentile, presidente dell’Accademia d’Italia, assassinato a Firenze il 15 aprile 1944 dal gappista comunista Bruno Fanciullacci, fatto che aumentò il timore di possibili rappresaglie contro i detenuti antifascisti. Alla fine di maggio, inoltre, la gestione del carcere delle Murate passò direttamente sotto il controllo delle SS tedesche.

Ai primi di giugno, secondo la testimonianza rilasciata da Orlandi all’Alto Commissariato per l’epurazione[61], nella sua cella arrivò Citenni che riferì dell’arresto di Niccoli, avvenuto lo stesso giorno della perquisizione in via Guicciardini: Orlandi manifestò perplessità rispetto al racconto dell’ex compagno e l’impressione fu che anche l’arresto si trattasse di una messinscena volta ad ingannare gli ex compagni e a occultare l’effettiva attività collaborazionista.

Intorno alla metà di giugno, mentre in Maremma l’avanzata alleata, con il supporto dei partigiani e della popolazione, metteva progressivamente in difficoltà le forze nazifasciste, i detenuti politici del sesto braccio furono prelevati dalle celle e fatti salire su tre camion, scortati da un consistente dispositivo armato[62]. Il convoglio lasciò Firenze ma, dopo circa un’ora di viaggio, i prigionieri furono fatti scendere a Prato e rinchiusi all’interno del Castello dell’Imperatore, allora sede della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR). È possibile che si trattasse soltanto di una tappa intermedia, prima del trasferimento a Fossoli e della successiva deportazione nel lager di Mauthausen.

Il 26 giugno Orlandi e altri tre compagni riuscirono a evadere, calandosi con una corda lungo il terrapieno e schivando i colpi esplosi da due soldati che si erano accorti della fuga. I quattro trovarono inizialmente riparo in un opificio abbandonato, per poi raggiungere Campi Bisenzio, territorio caratterizzato da una significativa presenza antifascista. Qui Orlandi fu accolto dai fratelli Ballerini, che avevano perso un fratello caduto sui monti della Calvana[63].

Appena tornato libero, Orlandi provò a ristabilire i contatti con i compagni di “Giustizia e Libertà”, senza successo; quindi, cercò di rimettersi in comunicazione con l’organizzazione di Max Boris, inviando un messaggio scritto ai Facca. La stessa Silvia[64], però, al timore di un tranello, sintomatico di quanto la tensione aleggiasse tra gli antifascisti alla luce dei traditori che erano circolati tra le fila del Partito d’azione, rispose al latore del messaggio di non conoscere tale Orlandi e di non aver mai avuto rapporti con lui.

Orlandi raggiunse così il Mugello, dove si unì a quella che, di lì a pochi giorni, sarebbe diventata la brigata garibaldina “Bruno Fanciullacci”, già attiva nella zona compresa tra Monte Tre Croci e Monte Morello. Per lui riprese la vita partigiana, segnata dalla necessità di sfuggire ai continui rastrellamenti nazifascisti e dalla persistente scarsità di armi: «Le azioni della banda – dichiara Orlandi – consistevano in improvvise imboscate notturne sulla via Bolognese transitata da autocarri tedeschi con le quali ci procuravano armi e viveri; Assalto alle caserme dei carabinieri sempre allo scopo di procurarci armi.»[65]

Tra gli episodi ricordati da Orlandi vi è il combattimento sulle pendici del Monte Morello, a metà luglio 1944[66]. Lo scontro, riconducibile alla battaglia della Fonte dei Seppi nota anche come battaglia degli Scollini, fu particolarmente violento e si protrasse per oltre tre ore, fino alla ritirata dei partigiani, con la perdita di alcuni compagni.

Il 14 agosto una staffetta portò alla banda la notizia della liberazione di Firenze da parte delle brigate partigiane attive nell’Oltrarno. La brigata “Bruno Fanciullacci”, di circa 150 uomini, si radunò allora sul Monte Morello e, pochi giorni dopo, scese a Sesto Fiorentino, contribuendo alla liberazione della città prima dell’arrivo delle truppe alleate, che raggiunsero la zona soltanto il 1° settembre.

Con lo scioglimento della brigata, Orlandi fece ritorno a Firenze e nella sede del Partito d’Azione, in piazza d’Azeglio n. 36, ritrovò i compagni della lotta clandestina: Tristano Codignola, Sirio Biso, Carlo Furno, Marco Ramat, Giorgio Spini, Paolo Barile, Maria Luigia Guaita, Margherita Fasolo. Fu da loro che apprese che Boris era stato trasferito al campo di concentramento di Fossoli; nessuno, tuttavia, sapeva ancora della sua successiva deportazione a Mauthausen. A Firenze Orlandi ritrovò anche Edoardo Fallaci, che lo ospitò per alcuni giorni nella propria abitazione. Fu in quell’occasione che conobbe la moglie e le figlie, tra cui Oriana, allora studentessa liceale. Nerina, la seconda figlia di Fallaci, si recò in bicicletta a prendere Licia, la sorella di Orlandi, e insieme i due fecero ritorno a Gavorrano.

Dopo mesi di assenza, Orlandi poté così fare ritorno al paese natale, dove ritrovò una comunità profondamente segnata dalla guerra e dalla Resistenza. Qui fu accolto dalla popolazione in festa e nominato presidente del CLN del paese.

_____

Note

[1] Pieri Piero, La storiografia italiana relativa al 25 luglio e all’8 settembre, Testo della relazione svolta al Convegno su «Forme e metodi dell’occupazione nazista in Italia» organizzato dall’Amministrazione provinciale di Roma (23-24 ottobre 1964), p. 4.

[2] Si veda Pera Lorenzo, «La guerra non è perduta»: la ripresa fascista tra strategie di mobilitazione e mancato consenso, in Campagna Stefano e Turbanti Adolfo (a cura di), Antifascismo, guerra e Resistenze in Maremma, ISGREC Quaderni 08, Edizioni Effigi, 2021, pp. 133-143.

[3] Cfr. Chiamata di alcune classi in varie province dell’Italia Centrale, «La Nazione» del 21 settembre 1943.

[4] Pera, La guerra non è perduta, p. 134.

[5] Cfr. Ordini del giorno, in Susmel Edoardo e Susmel Duilio (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, vol. XXXII, La Fenice, Firenze, 1960, p. 231.

[6] La repressione della renitenza si inasprì con il cosiddetto “Bando Graziani” del 18 febbraio 1944, che prevedeva la pena di morte «mediante fucilazione al petto» per i renitenti alla leva e i disertori nei casi previsti dal decreto. Tra gli studi dedicati si veda Battistelli Pier Paolo, Storia militare della Repubblica sociale italiana. Le forze armate della RSI. Nascita, sviluppo, organizzazione e la loro sorte nel dopoguerra, Amazon Italia Logistica, Torrazza Piemonte, 2020.

[7] Cfr. Ordine di chiamata alle armi, «La Maremma», 18 dicembre 1943. Si veda anche Grilli Marco, Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia, Isgrec-Effigi, Arcidosso, 2014.

[8] Archivio dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito [AUSSME], I-1, b. 10, f. 130, 49° Comando Militare Provinciale, Situazione sulla chiamata alle armi dei militari delle classi 1923-1924-1925 per conto dell’Esercito, 18 febbraio 1944.

[9] Si ricordi, a titolo d’esempio, la protesta di Montieri mossa da più di cento donne il 20 gennaio 1944 per richiedere il rilascio dei genitori di alcuni renitenti alla leva catturati come riscatto che causò la morte di un giovane tredicenne e di un minatore colpito a morte. Per approfondire si veda Grilli Marco, Montieri, 20 gennaio 1944, in Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2276

[10] Cfr. Pera, La guerra non è perduta, p. 143.

[11] Dal Rapporto informativo del Corpo Volontari della Libertà, Divisione “Giustizia e Libertà”, nel quale è riconosciuta l’attività di Orlandi durante l’aviolancio di Monte Giovi, nel successivo trasporto delle armi ai magazzini di via Guicciardini e di viale dei Mille a Firenze, nonché negli appostamenti per la tentata eliminazione di Carità. Archivio Albo Orlandi (d’ora in poi AAO), conservato presso l’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea (ISGREC).

[12] Nel Rapporto informativo del CVL si riferisce che Giancarlo Facca facesse parte del “Comitato militare interpartiti”, in AAO.

[13] «c’erano i comunisti che erano i più compatti, seguivano gli azionisti, pochi democristiani, pochissimi i socialisti ed i liberali. In questo Comitato generalmente c’era un rappresentante politico e un rappresentante militare.», Boris Max, Al tempo del fascismo e della guerra. Racconto della vita mia e altrui, a cura di Neri Serneri Simone, Polistampa, Firenze, 2006, p. 47. Per approfondire si veda Francovich Carlo, La Resistenza a Firenze, La Nuova Italia editrice, Firenze, 1974 ed Enriques Agnoletti Enzo, La politica del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, «Il Ponte», n. 5, agosto 1945, pp. 414-429.

[14] Si veda il proclama del Comitato interpartiti all’indomani dell’armistizio: «Nell’ora grave che il popolo italiano attraversa, tutti quanti sentono l’amore del proprio paese, debbono stringersi per l’estrema salvezza di questo e per la difesa della libertà. Difesa contro coloro che – incuranti della condanna morale che il popolo italiano ha per essi inesorabilmente pronunciata – tentano impossibili e grottesche resurrezioni; Difesa contro gli attacchi da qualsiasi provenienza. Essi invitano perciò gli italiani tutti ed in particolare i lavoratori a stringersi attorno ai soldati d’Italia e cooperare con essi: restino pertanto i loro posti di lavoro; e laddove si tenti di impedire o si impedisca o si sia impedita all’opera delle autorità responsabili, resistano ed usino i mezzi a loro disposizione per contrastare la prepotenza di ogni eventuale nemico.», Francovich, La Resistenza a Firenze, p. 38

[15] Con la riorganizzazione degli apparati di sicurezza della Repubblica Sociale Italiana, la 92ª Legione confluì nella Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), annunciata nel novembre 1943 e formalmente istituita l’8 dicembre, attraverso la fusione della M.V.S.N. con l’Arma dei Carabinieri e il Corpo di Polizia dell’Africa Italiana.

[16] In realtà Carità fu trasferito a Firenze da Milano nel 1936, poi partecipò alla spedizione in Albania e in Grecia. Dopo l’esperienza fiorentina Carità fu trasferito a Padova e qui portò avanti la sua politica poliziesca repressiva. Per un approfondimento si veda Caporale Riccardo, La “Banda Carità”. Storia del Reparto Servizi Speciali (1943-45), Edizioni S. Marco Litotipo, Lucca, 2005.

[17] Lo stesso nome è utilizzato dalla Corte Straordinaria d’Assise di Padova che celebrò il primo processo nell’ottobre 1945. Cfr. Caporale Riccardo, La Banda Carità. Storia del Reparto Servizi Speciali, in www.toscananovecento.org https://www.toscananovecento.it/custom_type/la-banda-carita-storia-del-reparto-servizi-speciali-1943-1945/

[18] AAO, Lettera a Max Boris del 15 ottobre 1995.

[19] Nella lettera a Boris, Orlandi riporta il nome di Rita Facca ma sembrerebbe un refuso, confondendo probabilmente con Margherita “Rita” Fasolo.

[20] Orlandi ignorò la vera identità di Rio per molto tempo, sapeva solo che aveva combattuto come volontario nella Guerra di Spagna e che fu catturato nel 1938, trascorrendo un periodo a Ventotene.

[21] Fusi Francesco, Cospiratore in Francia, guerrigliero in Spagna, partigiano in Italia: per una biografia transnazionale dell’antifascista libertario Sirio Biso, in «Spagna contemporanea», XXXIV, n. 67, 2025, pp. 59-82, pp.76-77.

[22] Sarà la più stretta collaboratrice di Codignola nell’organizzazione politica cittadina del Partito d’Azione.

[23] Maria Luigia Guaita era un’importante “staffetta” o meglio “ufficiale di collegamento” tra i vari settori dell’organizzazione, ma svolgeva anche incarichi di carattere militare e sovrintendeva al servizio dei timbri e delle tessere false.

[24] Questo dettaglio è riportato nella dichiarazione rilasciata da Orlandi il 21 marzo 1946 all’Alto Commissariato per l’epurazione, in AAO.

[25] AAO, Testimonianza al nipote, p. 3.

[26] Il CLN, nato il 9 settembre 1943 dal Comitato centrale delle opposizioni, il 16 ottobre 1943 propose di costituire un governo straordinario composto dalle forze politiche che avevano costantemente lottato contro la dittatura fascista e che fin dal 1939 si erano schierate contro la guerra nazista. Da questo momento il CLN si assunse la responsabilità di guidare la lotta di liberazione in modo autonomo.

[27] Per l’intero testo della decisione si veda Francovich, La Resistenza a Firenze, p. 85 e Agnoletti Enriques, La politica del Comitato, p. 418.

[28] Il comando militare nacque su iniziativa del Partito d’Azione e del Partito Liberale, cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, pp. 83-86.

[29] Per un approfondimento si veda Gentile Emilio, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, Roma-Bari, 2002.

[30] Qui si riporta, a dimostrazione del legame endemico con la natura del regime, la lettera inviata da Carità a Mussolini il 14 dicembre 1943: «Le pressioni esercitate dai soliti ex massoni, dalle solite contesse nei salotti le esagerazioni portate dalla fantasia italiana, molto ricca in proposito, dalla bastonatura che diventa omicidio, agli schiaffi che diventano tortura, sono argomenti all’ordine del giorno che portano i capi delle provincie alla repressione di tutte quelle che possono essere le energie nazionali, quelle energie, Duce, che Voi non potete avere dimenticato che nel 1919, 1920, 1921, 1922 Vi hanno messo in condizione di diventare il Capo della Patria.», in Oliva Gianni, L’ombra nera. Le stragi nazifasciste che non ricordiamo più, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007, p. 160.

[31] Cfr. Enriques Agnoletti, La politica del Comitato, p. 422.

[32] Si formò così il Corpo Volontari della Libertà il 9 giugno 1944.

[33] Tali chiodi venivano fabbricati in un numero dalla Ferrero, fabbrica con cui fu avviata un’intensa attività di collaborazione sia con la maestranza sia con i dirigenti per conseguire il comune obiettivo della lotta antifascista. Cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, p. 158.

[34] Per un approfondimento si veda Fusi Francesco, Il servizio Radio CO.RA. e il suo contributo alla lotta di Liberazione, https://www.toscananovecento.it/custom_type/il-servizio-radio-co-ra-e-il-suo-contributo-alla-lotta-di-liberazione/

[35] Vassalle sarà una delle 19 donne insignite della Medaglia d’oro al Valor Militare.

[36] Cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, P. 168.

[37] Boris, Al tempo del fascismo, pp. 56-57.

[38] Boris, Al tempo del fascismo, p. 58.

[39] AAO, Lettera a Boris.

[40] Così nella testimonianza di Orlandi.

[41] AAO, Lettera a Max Boris, e Boris, Al tempo del fascismo, pp. 59-60.

[42] Si precisa che nella Testimonianza al nipote Orlandi riferisce le date del 13 e 14 febbraio, ma in realtà si trattò della notte tra il 14 e il 15 febbraio.

[43] Boris riferisce che la maggior parte dei presenti ne contò 21, in Boris, Al tempo del fascismo, p. 60.

[44] Orlandi riferisce che inizialmente erano loro cinque a provare a recuperare tutto il materiale lanciato, poi, dopo qualche ora, arrivarono in soccorso altre persone, tra cui alcuni uomini di un gruppo di partigiani comunisti che, appostati lì vicino, avevano capito quanto era avvenuto (potrebbe trattarsi del distaccamento garibaldino “Faliero Pucci” noto anche come “Stella Rossa”). Cfr. AAO, Lettera a Boris. Si vedano anche Fusi Francesco, Guerra e Resistenza nel fiorentino. La 22ª brigata Garibaldi Lanciotto Ballerini, Viella, Roma, 2021 e Tagliaferri Loriana, Monte Giovi nella Resistenza, in AA.VV., Monte Giovi: se son rose fioriranno, Polistampa, Firenze, 2012, pp. 375-433.

[45] AAO, Testimonianza, pp. 3-4. Anche Boris racconta della notte del lancio, si veda Boris, Al tempo del fascismo, pp. 59-60.

[46] Orlandi testimonia che fu sotterrato materiale bellico ben oleato, sia con i paracaduti sia con i contenitori nella abetaia adiacente al pianoro. In AAO, Testimonianza, p. 4.

[47] 20-21 febbraio 1944. Tornato in città, Orlandi passò a trovare la sorella ricoverata a Pratolino, con la quale festeggiò il suo ventiduesimo compleanno, il 23 febbraio 1944.

[48] Cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, pp. 88-89.

[49] «Aldo Citenni, che era un ragazzo giovane – debole di carattere, di spirito – che lavorava con noi, poi era stato arrestato e aveva spifferato tutto ed era passato dall’altra parte, si è messo la divisa fascista. Ha denunziato tutti quelli che poteva, poi è scappato ed è tornato con i partigiani. Io non l’avevo mai visto, ti assicuro: il giorno dell’arresto, durante il primo interrogatorio, c’è questo qui che dice: “È lui, è lui, sì, sì lo riconosco benissimo, era a Monte Giovi, c’ero anch’io…”. Io ho sempre negato di averlo mai visto, non facevo fatica, anche perché veramente non lo avevo visto, però il nome me lo sono segnato in testa. E il giorno dopo mia madre lo sapeva e, il giorno dopo ancora, lo sapeva anche Codignola. Questo ragazzo alla Liberazione è rientrato a Firenze coi partigiani, è stato riconosciuto ed è stato condannato. Condanna immediatamente eseguita. Uno dei pochi, credo, che furono passati per le armi in piazza S. Maria Novella.», Boris, Al tempo del fascismo, pp. 66-67.

Edoardo Fallaci, nella sua dichiarazione rilasciata il 10 aprile 1946 all’Alto Commissariato per l’epurazione presente in AAO, sostenne che Citenni fu introdotto da Niccoli stesso per portare avanti azioni di spionaggio.

Sulle responsabilità di Citenni si veda anche Caporale, La “Banda Carità”, pp. 105-106.

[50] Nell’AAO è presente la dichiarazione rilasciata da Ottorino Orlandini all’Alto Commissariato per l’epurazione, in data 16 aprile 1946.

[51] Orlandini aveva ricevuto una educazione seminariale tale che quando scoppiò la guerra civile in Spagna e decise di prendervi parte per combattere a fianco dei russi fu preso da una crisi di coscienza. Proprio per questa ragione espresse le sue perplessità in una lettera a Don Luigi Sturzo, il quale lo spinse a seguire la sua coscienza e a battersi per la causa dei popoli, anche a fianco di comunisti e anarchici. Fece parte prima della colonna “Giustizia e Libertà” agli ordini di Carlo Rosselli e poi del battaglione “Garibaldi” di Randolfo Pacciardi Cfr. Francovich, La Resistenza in Toscana, p. 169.

[52] Caporale, La “Banda Carità”, p. 106.

[53] La ricostruzione dell’arresto è stata possibile attraverso l’analisi della testimonianza rilasciata durante il processo Carità, in Caporale, La “Banda Carità”, p. 106, e quella all’Alto Commissariato per l’epurazione conservata in AAO.

[54] Tra i fascisti autori di queste violenze Orlandi riferisce di un giovane di bassa statura con viso un po’ butterato e accento inconfondibilmente napoletano che si distinse per crudeltà.

[55] «Guarda che il delatore è BICCHIERAI -, ricordati del bicchiere», AAO, Lettera a Boris.

[56] Zanti era l’anima nera dell’ufficio politico, già noto a tutti gli antifascisti fiorentini che avessero manifestato il loro dissenso nei confronti del regime di Mussolini ancor prima del 25 luglio 1943, mosso da una spiccata acredine, particolarmente rivolta contro i liberalsocialisti. Ora era profondamente legato a Carità, cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, pp. 57-58.

[57] Durante queste settimane Orlandi, grazie alla collaborazione di uno “scopino”, riuscì a far sapere alla madre, a Gavorrano che si trovava in carcere. Nella settimana di Pasqua la donna riuscì a fargli pervenire alcuni generi alimentari, che il figlio condivise con i compagni di cella, tutti provati dalla fame e dalle condizioni detentive. Qualche giorno dopo la madre, accompagnata da altre due figlie, riuscì ad incontrarlo grazie all’intervento dell’Ufficio Assistenziale del Partito d’Azione: e fu proprio in quella occasione che Orlandi apprese della morte del padre avvenuta il 14 febbraio.

[58] Si veda anche Boris, Al tempo del fascismo, p. 62. Nella testimonianza rilasciata all’Alto Commissariato per l’epurazione Orlandi riporta che lo stesso Spinella gli riferì di essere stato obbligato a battere a macchina il verbale dell’arresto del 26 febbraio e qui dovette proprio scrivere che «dietro informazioni fornite da Niccoli Bruno, detto Bicchierai alias Bacchelis [sic], è stata compiuta una perquisizione nel garage di proprietà di Max Boris dove venivano trovate armi ecc.», in AAO.

[59] Per le memorie di Lipparini si veda Cesare Lipparini, Partigiano portami via. Memorie di Resistenza nelle Colline Metallifere, a cura di Lipparini Maurizio, Effigi, Arcidosso, 2026.

[60] AAO, Testimonianza, p. 5.

[61] AAO, Dichiarazione all’Alto Commissariato.

[62] Si precisa che la data del 10 giugno è riportata nella Testimonianza al nipote conservata nell’AAO, ma la Direzione carceraria attesta la presenza di Orlandi presso le Murate fino al 21 giugno 1944.

[63] Il fratello caduto in combattimento cui fa riferimento Orlandi è molto probabilmente Lanciotto Ballerini, ucciso nella battaglia di Valibona, sui monti della Calvana, il 3 gennaio 1944. Nella lettera del 1995, Orlandi colloca l’episodio nel mese di novembre, in discordanza con le fonti storiche. Si veda anche

[64] Anche in questo caso, Orlandi riporta il nome di Rita, in AAO, Testimonianza.

[65] AAO, Ibidem.

[66] Nella Lettera a Boris, Orlandi riporta la data del 13 luglio, ma in realtà lo scontro avvenne il 14 luglio. Per approfondire si veda Fusi Francesco, «L’officina dei partigiani», www.toscananovecento.it https://www.toscananovecento.it/custom_type/lofficina-dei-partigiani/




Le ferite di Barberino Tavarnelle negli occhi dei cari. Interviste a Ugo Conti e Mirella Lotti

Tra Storia orale e memoria degli eccidi 

Cenni generali

Durante la Seconda Guerra mondiale, il territorio chiantigiano e la Val di Pesa subirono una violenza devastante: tra il luglio 1944 e la liberazione, si registrarono oltre 150 vittime civili. Per la resistenza tedesca, concentrata verso la Linea Gotica, l’area divenne un fronte nevralgico attraversato da 250.000 soldati della Wehrmacht.

La liberazione avvenne tramite una forza multinazionale (neozelandesi, maori, indiani e marocchini). Tavarnelle fu liberata il 23 luglio 1944 dagli alleati. Gli ultimi scontri nel territorio di Tavarnelle avvennero nel pomeriggio del 24 luglio. Dalla sera l’area era completamente liberata e non vi era più presenza di soldati tedeschi. Il 25 luglio 1944 le truppe neozelandesi uscirono da Tavarnelle ed entrarono nei territori di San Casciano e Montespertoli. Il 23 luglio venne liberata anche Barberino. Il 20 luglio 1944 le avanguardie alleate e i reparti speciali erano penetrati nel territorio comunale, occupando le prime frazioni collinari come Olena, Cortine e Petrognano.

Le truppe neozelandesi furono le vere protagoniste militare dello sfondamento della linea del fronte nel Chianti. Ne facevano parte i soldati della 2ª Divisione Neozelandese (composta sia da militari di origine europea sia da battaglioni Maori), guidati dal generale Bernard Freyberg. Pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, i neozelandesi combatterono casa per casa,  risalendo da sud, contro la tenace resistenza della Wehrmacht tedesca.

 

Le ferite del territorio, gli eccidi

L’uccisione di Desiderio Chiti e Corrado Conti. I ricordi del figlio Ugo Conti

Durante la ritirata, i tedeschi cercarono di punire e colpire, qui come altrove, anche i cittadini del territorio. La Toscana conta infatti molteplici eccidi e rappresaglie.

L’8 luglio 1944 [1] presso la casa di Gioacchino Forconi, vennero fucilati Desiderio Chiti (21/09/1889), operaio agricolo e Corrado Conti (22/07/1885), commerciante e proprietario di una tabaccheria.

Quel giorno, tre o quattro soldati tedeschi avevano infatti fatto irruzione nella casa colonica di Gioacchino Forconi nei pressi di Barberino Val d’Elsa. Qui vennero sorpresi Desiderio e Leopoldo Chiti, Pietro e Corrado Conti, i quali con la minaccia delle armi furono prelevati e fatti avviare a piedi lungo la strada. Alla distanza di circa 20 metri dall’abitazione, i tedeschi aprirono il fuoco, uccidendo Desiderio Chiti e Corrado Conti e ferendo Leopoldo Chiti. Tale uccisione fu forse programmata in relazione a un rastrellamento infruttuoso condotto pocanzi nella zona circostante allo scopo di ricercare renitenti e disertori. Ugo Conti, figlio di una delle vittime, oggi ultranovantenne, spiega la dinamica:

«Noi eravamo sfollati ad una casa colonica. Vennero dei tedeschi da Tignano. Passarono da questa casa colonica e sequestrarono tre o quattro uomini più giovani. Aspettate qui gli dissero. Si va a Barberino a cercarne altri per mandarli in Germania a lavorare. Questi si buttonno nei campi, nel granturco, dove non li vedevano. Fuggirono! Tornati i tedeschi si arrabbiarono e presero così tre vecchi (sessantenni, ndr.), che erano a sedere su una panca di legno all’ombra di una quercia. Era di luglio- come ricorda Ugo Conti-. Gli spararono.  Erano i soliti, forse, – sostiene – dell’eccidio di Pratale». A Pratale- mi ricorda Conti- li hanno trovati i responsabili[2].

Come ha scritto Fusi, la ricostruzione dell’episodio si basa prevalentemente su due denunce ai Carabinieri rese da Leopoldo Chiti il 29 marzo e il 5 aprile 1945. Nelle due testimonianze la versione dei fatti cambia però sensibilmente: nella prima Leopoldo sostiene che i militari tedeschi avevano sorpreso lui e il fratello Desiderio mentre si trovavano seduti sotto a un olivo, da dove erano stati fatti alzare e avviare sulla strada per poi essere oggetto poco dopo di mitragliamento. Nella deposizione del 5 aprile, invece, dichiara d’esser stato sorpreso dai militari mentre si trovava in compagnia del fratello Desiderio, di Corrado e Pietro Conti presso la casa colonica di Gioacchino Forconi, dalla quale erano stati fatti allontanare per essere poco dopo mitragliati.
Anche la località esatta in cui si compì l’uccisione non è precisa. Talvolta è indicata quella di “Novoli”, talaltra le testimonianze indicano un luogo detto “agli indiani”. In entrambi i casi la località si trova comunque nelle vicinanze dell’abitato di Barberino. Desiderio Chiti non morì immediatamente a seguito del mitragliamento, ma decedette poco più tardi presso l’Ospedale Naldini Torrigiani di Tavarnelle Val di Pesa. I responsabili furono individuati nella divisione Fallschirm-Jäger-Division della Luftwaffe [3].

 

Foto di Ugo Conti (classe 1932)

 

Conti ricorda le fatiche della mamma, rimasta sola, per crescerlo, tra le difficoltà della guerra e del dopoguerra. Nel 1944 anche la madre rimarrà ferita da una scheggia durante i bombardamenti: «gli indiani (esercito, ndr.) la portarono a Siena all’ospedale per curarla». Lui rimase così solo con uno zio. Ai drammi delle perdite si legano infatti le emozioni, le paure, le problematicità delle famiglie e di chi era rimasto senza un affetto e senza giustizia. Togliere un padre, un uomo, ad una famiglia nell’Italia del tempo voleva anche dire minarne la stabilità e l’autonomia.

 

Mirella Lotti e la strage di Pratale: il racconto commosso di una memoria che non si spenge

Nel luglio 1944, il 23, poche ore prima della liberazione, si consumò la strage di Pratale: un commando della 4ª Divisione Paracadutisti tedesca uccise 12 civili delle famiglie Gori, Cresti, Raspollini e Lotti. Mirella Lotti, oggi unica sopravvissuta, ricorda commossa:

«Pratale è stato quello che ci ha segnato la vita- racconta con voce rotta dall’emozione. La guerra prima, poi la miseria, poco mangiare, la paura, poi il 23 di luglio, non si può nemmeno descrivere- continua. Avevo 8 anni e mezzo[4]».

A Pratale, piccolo podere del comune di Tavarnelle Val di Pesa situato a circa metà strada tra l’Abbazia vallombrosana di San Michele a Passignano e l’abitato di Fabbrica, fin dalla mattina del 23 luglio 1944 erano in corso il ripiegamento tedesco verso la collina di Fabbrica e la contemporanea avanzata della 2ª Divisione Neozelandese verso Passignano. La zona era al centro di serrati combattimenti, rivelandosi un’area cruciale per la strategia tedesca di ritirata aggressiva. Nel podere di Pratale abitavano da giorni le famiglie contadine dei Gori, dei Cresti e dei Raspollini, alle quali si era aggiunta quella dei Lotti, sfollati dalla vicina località di Fabbrica.

La sera del 23 luglio, un gruppetto di tedeschi appartenenti alla 4ª Divisione Paracadutisti fece irruzione nell’abitazione, sorprendendo le quattro famiglie a cena. Vennero quindi separati gli uomini dalle donne e dai bambini. Mentre il gruppo delle donne veniva fatto allontanare in direzione di Fabbrica, gli uomini furono invece fatti entrare in un piccolo boschetto nelle vicinanze. Fu fatta eccezione però per Maurizio Raspollini e suo figlio Rino, che il padre teneva in braccio, perché malato, che i tedeschi fecero allontanare probabilmente nella stessa direzione presa dal gruppo delle donne. I dodici uomini introdotti nel boschetto vennero quindi fatti allineare e uccisi con ripetute raffiche di mitra. Un istante prima che i militari aprissero il fuoco, Giovanni Raspollini si gettò nella vegetazione, riuscendo in un primo momento a sfuggire all’esecuzione. Durante la fuga si imbatté però in altri soldati tedeschi che lo freddarono all’istante, a breve distanza dal luogo in cui si stava consumando la fucilazione degli altri contadini.

Giovanni Baldini, Cippo dell’eccidio di Pratale, in ResistenzaToscana, 12-12-2007, https://resistenzatoscana.org/monumenti/tavarnelle_val_di_pesa/cippo_dell_eccidio_di_pratale/

Ada Vermigli, madre di Mirella e moglie della vittima Giuliano Lotti, dichiarò in una deposizione rilasciata il 28 marzo 1944 alla stazione dei Carabinieri di Mercatale Val di Pesa che dopo la strage i tedeschi avevano prelevato tutto quello che avevano potuto dal podere di Pratale. Inoltre, sembra che ai fucilati di Pratale fossero stati sottratti anche i portafogli. Nel campo dove i corpi esangui erano stati trucidati, per anni, «l’erba crebbe più alta- ricorda Mirella Lotti. I tedeschi avevano infatti mirato verso le teste degli uomini- come tristemente ricorda Lotti- barbaramente uccisi- forse per lasciare incolumi i corpi, per poi rubarne quei pochi soldi che avevano nelle tasche e, per spregio-come se non bastasse- buttarli sui corpi quei pochi spiccioli[5]».

Giovanni Baldini, Cippo dell’eccidio di Pratale, in ResistenzaToscana.it https://resistenzatoscana.org/monumenti/tavarnelle_val_di_pesa/cippo_dell_eccidio_di_pratale/

«La mia mamma- all’epoca ventottenne-  non voleva lasciare il mi babbo. Ricordo quando il tedesco mi buttò in terra». Lei, bambina, era infatti in collo al padre, quando venne catturato. Donne, bambini e vecchi furono portati via. La zia Sandrina- sorella del babbo- la raccattò di terra, dopo che il tedesco l’aveva separata bruscamente dal padre. Passarono la notte in un rifugio. C’era anche un ragazzo malato di tifo che stava molto male-ricorda. Poi furono condotti in una cantina a Badia a Passignano.

«Ti manca un affetto che te ne ricordi per tutta la vita, non ce ne si può scordare», mi ripete, commossa.

 

Mirella Lotti, classe 1935 con la foto del padre. Immagine tratta dall’articolo, Stragi nazifasciste, 20 comuni contro il ricorso dell’Avvocatura, Rai News, 12 gennaio 2024, https://www.rainews.it/tgr/toscana/articoli/2024/01/stragi-nazifasciste-20-comuni-contro-il-ricorso-dellavvocatura-dcea4824-da21-4c69-af55-174db35122d1.html

 

Il dibattito storico oscilla tra l’ipotesi della delazione e quella della rappresaglia per il ferimento di un soldato tedesco. I familiari delle vittime sin dalla liberazione accreditarono l’ipotesi che la strage fosse avvenuta a seguito della delazione fatta ai tedeschi da Pasquale Lunghi, detto “il farinaio”, uno sfollato di Tavarnelle che era stato visto fraternizzare con i tedeschi e che nei giorni precedenti aveva litigato con gli uomini della famiglia Gori per una questione di bestiame. In realtà la responsabilità di Lunghi nell’episodio non è mai stata provata, giocano anzi a favore della sua innocenza alcuni certificati rilasciati al Lunghi dal CLN di San Casciano e comprovanti la sua buona condotta politica e morale. Lei stessa sulla questione sorvola, come a non voler dar colpe o rivangare verità scomode.

Testimonianze orali italiane e fonti militari riferiscono del ferimento di un soldato tedesco a opera di partigiani verificatosi qualche ora prima della strage nella zona tra Fabbrica e Passignano, che avrebbe potuto innescare un meccanismo di rappresaglia. Tuttavia, dell’episodio nelle relazioni delle formazioni partigiane operanti nella zona (la banda garibaldina “Faliero Pucci” e la III Brigata “Rosselli”) non se ne fa menzione.

Lo stesso eccidio è stato spesso confuso negli anni con quello di Fabbrica. Perfino la località di Pratale viene talvolta confusa con Passignano o Fabbrica stessa. Questo perché sin dalla denuncia presentata il 19 maggio 1945 dalle vedove della strage ai Carabinieri è riportato erroneamente Fabbrica come luogo della fucilazione; come scrive Fusi, il boschetto nel quale vennero fucilati gli uomini prelevati dal podere di Pratale è detto anche “della Fornace di Fabbrica”; alcuni atti notori rilasciati dal comune di San Casciano dopo la strage, relativamente all’uccisione dei Lotti, riportano come luogo di morte quello di Fabbrica (in effetti i Lotti erano sfollati a Pratale da Fabbrica); il giorno dopo la strage di Pratale, si registrò nella vicina località di Fabbrica la fucilazione di altri 4 uomini ad opera dei tedeschi.

Nei bollettini della Commissione regionale toscana per il riconoscimento della qualifica di partigiani, undici delle vittime furono dichiarate partigiani combattenti in forza alla III Brigata Rosselli, mentre Oreste Cresti fu dichiarato caduto per la lotta di liberazione. Emilio Galli, comandante della brigata, indicò in un proprio rapporto le vittime di Pratale come informatori e coadiuvanti della sua unità. Nel dopoguerra, tuttavia, da parte di alcuni parenti fu messa in discussione l’effettiva appartenenza delle vittime al partigianato: il riconoscimento sarebbe in realtà giunto grazie alla mediazione del Galli per consentire ai familiari un trattamento economico e assistenziale migliore.

Anche Nazzareno Papini (1933, Sambuca), allora sfollato a Sardella, località sopra Sambuca, ha raccontato che suo padre fu tra coloro che, nei giorni successivi alla strage, recuperarono i corpi degli uomini deceduti, ancora abbracciati, per caricarli su «due carri dei bovi» verso il cimitero [6]. I tedeschi avevano infatti impedito inizialmente una degna sepoltura alle vittime. Mirella Lotti aggiunge dettagli sulle lunghe trafile per i risarcimenti:

«La mi mamma era una donna forte. […] tutti i giorni la rammentava il suo Giuliano: io molte cose l’ho sapute stando con lei. Era una donna battagliera[7]. Ha lavorato tanto». Nel raccontare la vicenda, ben nota, Mirella si emoziona.

Nel dopoguerra si trovarono sole: Mirella e la madre Ada. Per ottenere più rapidamente gli aiuti e i sussidi alcuni partigiani avevano chiesto alla vedova Lotti di far passare Giuliano come partigiano. Mirella ricorda che la mamma «non voleva la roba degli altri». Ma ci vollero anni per ottenerlo.

Il sacrificio di suo babbo e degli altri uomini è valso la Medaglia d’Oro al Valore Civile al Comune. Come anche suo marito, sono consci che molto è stato fatto negli anni recenti: prima non c’era quasi nulla, racconta. Mirella stessa, assieme al marito Francesco Vermigli, hanno ricevuto la Cittadinanza Onoraria di Tavarnelle nel 2014. Il Comune di San Casciano in Val di Pesa con l’allora sindaco Remo Ciappi nel XX anniversario della sua liberazione concesse invece la Medaglia d’Oro alla memoria di Lotti Giuliano “che inerme cadde sotto il piombo nazista per feroce ed inumana rappresaglia nei giorni della liberazione del Comune” (26 luglio 1964). Hanno lottato una vita per avere giustizia.

«Il Comune ha aspettato troppo per fare qualcosa- dice- fossero state vive le mogli delle vittime sarebbe stato più facile ricostruire l’accaduto. Perché questo silenzio?» si è chiesta a lungo. Forse sono prevalse motivazioni politiche, le rispondo.

Anche a seguito di una nuova e rinnovata sensibilità verso gli eccidi perpetrati dai tedeschi, grazie all’apertura dell’Armadio della vergogna a Roma[8], è emersa una parziale verità, con i responsabili dell’eccidio. È stato fatto il processo -non senza spese che non tutti hanno sostenuto- ma lei sì, motivata dalla verità. Quella della memoria degli eccidi è stato un lungo cammino tra oblio, falsi ricordi, assenza di giustizia.

Nel 2011, l’Amministrazione comunale di Tavarnelle Val di Pesa ha presentato una formale denuncia alla procura Militare della Repubblica con la quale è stata avviata un’indagine che ha permesso l’identificazione di sei militari, quattro tedeschi, uno austriaco e uno polacco, i cui nomi sono stati iscritti nel registro degli indagati. Il 20 maggio 2013 il GIP ha dichiarato il non luogo a procedere per estinzione del reato e per morte dei rei.

A inizio gennaio 2024, oltre venti sindaci di Comuni colpiti dalle stragi nazifasciste dell’estate 1944 si sono riuniti a Firenze per creare un coordinamento nazionale. La protesta è nata a seguito delle sentenze del Tribunale di Firenze del novembre 2023, contro le quali l’Avvocatura dello Stato ha presentato ricorso in appello, bloccando i risarcimenti destinati ai familiari delle vittime. Poiché, infatti, la Germania rifiuta di pagare, l’Italia ha istituito con il Decreto-Legge del 30 aprile 2022 un Fondo statale per risarcire direttamente le vittime. Il ricorso dell’Avvocatura ha allungato enormemente i tempi, ma la mobilitazione dei sindaci e la sentenza n. 159 della Corte costituzionale del 21 luglio 2023 hanno dato ragione alle vittime[9].

In questo caso, come suddetto, i responsabili sono stati individuati. Si trattò della Compagnia del 12° Reggimento della 4ª Fallschirmjäger Division (4ª Divisione paracadutisti), squadra composta da quattro tedeschi, Wittenauer Bruno, (1919) di Gernsbach, tenente comandante; Kurz Rudolf, (1916) di Kiel, sottufficiale aspirante ufficiale, comandante di squadra; Schulze-Holtenhausen Bernhard (1922) di Reken, caporalmaggiore; Flessenkemper Herbert, (1918) di Wuppertal; un austriaco, Moser Rudolf (1919) di Alpbach e di un polacco Ogorek Georg (1917) di Breslavia (dal 1945 Polonia).

La Storia non è fatta solo di date sui libri o di aule di tribunale; è fatta soprattutto di volti, di sguardi e di storie familiari che si intersecano con la Grande Storia. Nelle parole commosse di Ugo Conti e di Mirella Lotti, i ricordi personali smettono di essere un dolore privato per diventare memoria collettiva. Ricordare chi ci è stato strappato non è un semplice esercizio del passato, ma un atto di resistenza presente: significa restituire dignità a quelle vite spezzate e riaffermare che la ricerca della verità non scade mai.

 

Note

[1] Francesco Fusi, a cura di, BARBERINO VAL D’ELSA 08.07.1944 (Firenze – Toscana), https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2304  [consultato nel mese di luglio 2026]

[2] Testimonianza di Ugo Conti, raccolta dall’autrice il 18 marzo 2026 nell’ambito del progetto sul 1946 promosso in collaborazione con il Comune di Barberino Tavarnelle.

[3] Cfr. Claudio Biscarini, Quando piovevano le cannonate. 1944. Violenza e guerra ai civili tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, Effigi, Arcidosso, 2012, pp. 123-124; Gabriella Congedo, Come se fosse ora. La comunità di Barberino Val d’Elsa e la memoria dell’ultima guerra, Sarnus, Firenze, 2013, pp. 144-145. Matteo Mazzoni, Il passaggio del fronte tra Val di Pesa e Val d’Elsa. Civili e violenze di guerra nell’estate del 1944, Polistampa, Firenze, 2014, p. 150.

[4] Testimonianza di Mirella Lotti, raccolta dall’autrice il 12 marzo 2026 nell’ambito del progetto sul 1946 promosso in collaborazione con il Comune di Barberino Tavarnelle.

[5] Si vedano Franco Bartalesi, Memorie del passaggio del fronte a Fabbrica e a Montefiridolfi, Comune di San Casciano Val di Pesa, 1994; Claudio Biscarini, Quando piovevano le cannonate. 1944. Violenza e guerra ai civili tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, Effigi, Arcidosso, 2012, pp. 87-103; Franco Catastini, Fabrizio Silei, La strage di Pratale. Storia e memoria di una strage dimenticata 23 luglio 1944, Pagnini e Martinelli Editore, Firenze, 2004; Comune di Tavarnelle Val di Pesa, Storia e memoria 1940-1945. La guerra, l’occupazione, la liberazione di Tavarnelle, Pagnini Editore, Firenze, 2005; Giovanni Contini, La memoria dopo le stragi del 1944 in Toscana, in Leonardo Paggi (a cura di), Le memorie della Repubblica, La Nuova Italia, Scandicci, 1999, p. 197; Gian Luca Corradi, Lotte politiche e trasformazioni sociali nel secondo dopoguerra, in Zeffiro Ciuffoletti e Fulvio Conti (a cura di), Tavarnelle Val di Pesa. Storia e memoria (1893-1993), Centro Editoriale Toscano, Firenze, 1993; Gianluca Fulvetti, Uccidere i civili. Le stragi nazifasciste in Toscana (1943-1945), Carocci, Roma, 2009, pp. 129-130; Matteo Mazzoni, Il passaggio del fronte tra Val di Pesa e Val d’Elsa. Civili e violenze di guerra nell’estate del 1944, Polistampa, Firenze, 2014, pp. 153-156; Pro Loco Sambuca Val di Pesa, Per non dimenticare. 23 luglio 1944. Eccidio nazista a Pratale, Tavarnelle, 1996; Carlo Salvianti, Remo Ciapetti, Lotte politiche e sociali in Val di Pesa dal primo dopoguerra alla Liberazione (1919-1944), Nuove Edizioni Vallecchi, Firenze, 1979, p. 251-52.

[6] Testimonianza di Nazzareno Papini, raccolta dall’autrice il 12 marzo 2026 nell’ambito del suddetto progetto sul 1946.

[7] Su Pratale, cfr. Francesco Fusi, a cura di, PRATALE TAVARNELLE VAL DI PESA 23.07.1944 (Firenze – Toscana) in Atlante delle stragi Nazifasciste, https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2414 [consultato nel mese di luglio 2026].

[8] L’espressione Armadio della vergogna racchiude una delle pagine più dolorose e oscure della storia giudiziaria e politica dell’Italia del Dopoguerra: un insabbiamento di Stato durato oltre mezzo secolo che ha negato verità e giustizia a migliaia di vittime delle stragi nazifasciste.

La vicenda è emersa nel 1994, durante le indagini contro l’ex ufficiale SS Erich Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine. Nei sotterranei di Palazzo Cesi-Gaddi a Roma, allora sede della Procura generale militare, il magistrato Antonino Intelisano rinvenne un armadio di legno sigillato con un lucchetto e posizionato con le ante rivolte verso il muro. Al suo interno giacevano 695 fascicoli d’inchiesta e un registro con 2.274 notizie di reato, tutti archiviati provvisoriamente in modo del tutto illegittimo nel 1960 dalla Procura generale militare. Quei documenti contenevano denunce dettagliate, mappe, testimonianze e i nomi dei responsabili dei più atroci crimini di guerra commessi dalle truppe occupanti tedesche e dai collaborazionisti italiani tra il 1943 e il 1945. Soltanto dopo il fortuito ritrovamento del 1994 le carte sono state finalmente trasmesse alle procure militari competenti, permettendo l’avvio di una stagione di processi storici. Sebbene giunti tardivamente tali procedimenti hanno consentito di accertare le responsabilità penali ed esecutive.

[9] Stragi nazifasciste, nasce nuovo coordinamento nazionale per denunciare l’atteggiamento dell’Avvocatura dello Stato, https://www.gonews.it/2024/01/09/stragi-nazifasciste-nasce-nuovo-coordinamento-nazionale-per-denunciare-latteggiamento-dellavvocatura-dello-stato/, 9 gennaio 2024 [consultato nel mese di luglio 2026]

 




Un eurocomunista livornese

Bruno Bernini, comandante del X distaccamento O. Chiesa (1944)

Bruno Bernini nasce a Livorno nel 1919, e, dopo essersi avvicinato all’antifascismo, partecipa alla Resistenza. Nel dopoguerra rimane coinvolto su più livelli con il Partito Comunista Italiano: membro della segreteria della Federazione giovanile comunista italiana (FGCI) dal 1948 al 1953, presidente della Federazione Mondiale della Gioventù democratica (FMGD) dal 1953 al 1959,  segretario della Federazione provinciale del PCI di Livorno dal 1963 al 1972, deputato alla Camera dal 1972 al 1983, dove fa parte prima della Commissione Bilancio e Programmazione e poi della Commissione Difesa e Armamenti e, a seguito dell’ingresso dei comunisti italiani nel Consiglio d’Europa nel 1976, rappresentante della Camera dei deputati nel Consiglio d’Europa e nell’Assemblea Parlamentare dell’Unione dell’Europa occidentale (UEO).

Questo aspetto della biografia di Bernini risulta estremamente affascinante: la

svolta del PCI di Berlinguer verso un europeismo sempre più convinto, con la partecipazione diretta dei rappresentanti comunisti alle assemblee europee, vide la convinta adesione di Bernini, che avrebbe ricoperto, tra il 1976 e il 1984, l’incarico prima di segretario e poi di vicepresidente del Gruppo comunista presso le Assemblee del Consiglio d’Europa e dell’UEO.

Bernini al Consiglio d’Europa a Bruxelles (1976-1983)

L’esperienza «gratificante» presso le due assemblee avrebbe permesso a Bernini di approcciare tematiche fondamentali per l’evoluzione della posizione internazionale del partito: nel Consiglio d’Europa Bernini entrò a far parte della Commissione economia e sviluppo, dove ebbe modo di partecipare a dibattiti riguardanti lo sviluppo di nuove tecnologie, la cooperazione con il Terzo Mondo e i negoziati commerciali multilaterali internazionali[1]. Intervenne inoltre su questioni politiche come la protezione dei diritti umani in casi di violazioni trasversali ai due blocchi della Guerra Fredda, come dimostrato in occasione delle sue iniziative contro le violazioni commesse dai nuovi governi militari di Turchia e Polonia a seguito dei colpi di stato del 1980-81[2].

Bernini (al centro) a Mosca (s.d.)

Ancor più importante, per Bernini, fu l’esperienza come membro dell’Assemblea dell’Unione Europea Occidentale: l’UEO era infatti, all’epoca, l’unico organismo europeo abilitato a discutere di questioni di difesa, e la partecipazione dei comunisti italiani all’assemblea «apriva …le porte fino ad allora … chiuse della Nato» permettendo al PCI una «valutazione … meno ideologica dell’Alleanza Atlantica»[3]. Bernini, inizialmente membro della Commissione scienza, tecnologia e aerospaziale, divenne, dal 1979 al 1984, membro della Commissione armamenti, la più importante dell’Assemblea. Con questo incarico, ebbe modo di interessarsi alla problematica della difesa europea in un periodo particolarmente complesso, caratterizzato dal rinnovarsi delle tensioni della Guerra Fredda e dalla crisi degli euromissili. I suoi interventi all’Assemblea si contraddistinsero per un impegno sempre coerente in favore della distensione tra i due blocchi, della progressiva riduzione degli armamenti nucleari e dell’acquisizione di una maggior autonomia dell’Europa Occidentale all’interno della Nato, senza però attribuire compiti di difesa alla Comunità Europea[4]. Tra i contributi più importanti di Bernini nella sua esperienza all’UEO va sicuramente annoverata la proposta sua e di un altro rappresentante del PCI, Ugo Pecchioli, di analizzare il possibile ruolo delle Forze Armate in caso di calamità naturali. Bernini collaborò con Pecchioli alla stesura della Relazione, svolgendo le consultazioni presso i Ministeri della Difesa di vari Paesi europei, come Francia, Belgio, Lussemburgo, Italia, Germania Ovest, Norvegia, Danimarca, Regno Unito, Olanda, Portogallo, Grecia e Turchia[5]. La relazione e la risoluzione, presentate all’Assemblea nel novembre del 1983 da Pecchioli, vennero adottate all’unanimità: nella risoluzione veniva menzionata l’importanza della collaborazione internazionale in caso di disastri naturali nel nome della solidarietà tra nazioni, e si richiedeva ai paesi membri dell’UEO di promuovere la cooperazione tra gli stati membri attraverso scambi di informazione e la preparazione di esercizi di protezione civile transfrontalieri[6].

Bernini ebbe inoltre occasione di partecipare ai viaggi delle delegazioni dell’Assemblea dell’UEO presso i paesi membri dell’Alleanza Atlantica al fine di intrattenere contatti con i vertici militari, tra gli altri, di Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Portogallo, Spagna, Grecia e Turchia[7]. Nel 1984 l’esperienza di Bernini presso l’UEO e il Consiglio d’Europa si concludeva, lasciandogli nuove competenze acquisite nel campo della difesa e della politica internazionale. Avrebbe infatti fornito il suo contributo alla definizione della politica del PCI sul tema della difesa nella seconda metà degli anni Ottanta, posizionandosi contro una riconversione dell’industria bellica italiana indiscriminata, che avrebbe finito per produrre «la totale dipendenza dall’industria estera – europea e americana per l’approvvigionamento degli armamenti per le nostre F.A» e una «rinuncia alla autonomia, alla sovranità e alla piena partecipazione dell’Italia alla soluzione dei problemi della difesa e della sicurezza europea»[8]. In questo senso, Bernini contribuì in maniera originale alla definizione delle politiche del PCI negli ambiti di difesa e integrazione europea tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta.

Bernini in Cina per la FGMD

Note

[1] B. Bernini, Ricordi, riflessioni, momenti significativi, della mia non comune esperienza nazionale e internazionale di comunista italiano, in Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza di Livorno (ISTORECO), Fondo Bernini, 200/1-212.

[2] “La Turchia, nota del signor Bernini”, in ISTORECO, Fondo Bernini, Busta 13, 1.

[3] B. Bernini, Ricordi, riflessioni, cit., 219.

[4] “Note per una discussione sulla politica militare e sul modello di difesa dell’Italia, Bruno Bernini, 25 giugno 1982”, in ISTORECO, Fondo Bernini, Busta 20, 9-10.

[5] B. Bernini, Ricordi, riflessioni, cit., 222/1.

[6]“Draft Recommendation on the role and contribution of the armed forces in the event of natural or other disasters in peacetime”, in Archivi Storici dell’Unione Europa, Western European Union, Busta 29, 1983, 213.

[7] B. Bernini, Ricordi, riflessioni, cit., 223-234.

[8] “Note per il compagno A. Rubbi, 23 novembre 1988” in ISTORECO, Fondo Bernini, Busta 23, 1.

Articolo pubblicato nell’ottobre 2026




UN VOLTERRANO NELL’INSURREZIONE DI NAPOLI (SETTEMBRE 1943)

A Genova, presso il Campo dei Partigiani nel Cimitero monumentale di Staglieno, si trova la tomba di Giacomo Morosini, nato a Volterra (Pi) il 14 ottobre 1922 e morto a Napoli l’11 settembre 1943. Nell’ovale, posto sulla lapide mortuaria, vi è la sua foto dove appare sorridente, in divisa da marinaio.
Quella che segue è quindi la ricostruzione – per quanto possibile in base alla documentazione reperita soprattutto presso l’Archivio dell’ANPI di Genova e l’Ufficio Anagrafe di Volterra – della sua vicenda rimasta sino ad oggi pressoché sconosciuta a Volterra, come a Genova ed anche a Napoli.

LA RESISTENZA ARMATA A CASTEL DELL’OVO
Nella storiografia ufficiale l’insurrezione napoletana contro l’occupazione tedesca, nota come le Quattro giornate di Napoli, prevale una precisa delimitazione cronologica di questa, fra il 27 e il 30 settembre 1943; ma In realtà, dal 9 settembre sino al 12 settembre si può parlare di una «prima sollevazione popolare nella città ai piedi del Vesuvio» (Schreiber, 2000), seguita sino al 17 settembre da una relativa pausa.
Ventiquattro ore dopo l’armistizio e le festanti manifestazioni per la presunta fine della guerra, a Napoli città e provincia erano iniziati i conflitti fra militari italiani e e truppe tedesche, rispettivamente affiancati da civili insorti e fascisti italiani, prefigurando la dimensione della guerra civile[1].
A riguardo, va annotato come, anche nei più recenti e circostanziati saggi sulle Quattro giornate, la ricostruzione degli scontri e delle rappresaglie che le precedettero appare ancora basata su memorie, per lo più tramandate oralmente, e pubblicazioni datate, avvalorando fraintendimenti e sovrapposizioni, ma anche dimenticanze ed errori cronologici.
Dopo l’8 settembre, mentre anche a Napoli i comandi militari italiani tergiversavano, si dileguavano o cercavano intese con il “Comando superiore germanico”, era scattata rapidamente l’occupazione militare tedesca, con conseguenti disarmi dei reparti italiani, cattura di singoli militari sbandati, la presa delle caserme e delle postazioni italiane, nonché fucilazioni sommarie dei resistenti, saccheggi, demolizioni, rastrellamenti di ostaggi e scontri a fuoco, con numerose vittime, sia civili che militari[2].
Infatti, senza ricevere direttive né armi, militari e civili, incluse donne e ragazzi, già la mattina del 9 settembre furono protagonisti di atti di ostilità e guerriglia nei confronti dei militari tedeschi, con la cattura di camion e prigionieri, il taglio dei collegamenti telefonici e alcune sparatorie in cui si contarono almeno sette morti e quasi trenta feriti, molti dei quali deceduti nei giorni successivi (Paolo De Marco, 2025). Il giorno seguente – 10 settembre – gli scontri a fuoco risultarono ancora più estesi e intensi, con perdite significative da entrambe le parti, soprattutto attorno a batterie contraeree, installazioni militari e caserme. Assieme a soldati, marinai, popolani e “vecchi” antifascisti, in alcune situazioni si schierarono anche agenti di PS e carabinieri, mentre dei militari italiani scelsero di collaborare con le forze armate naziste che disponevano di carri armati, cannoni e armi pesanti, sotto il comando del colonnello Walter Scholl.
Il giorno successivo, sabato 11 settembre, quello in cui Giacomo Morosini avrebbe incontrato la morte, seguirono altri numerosi combattimenti seguiti da nuove rappresaglie tedesche, la cui memoria appare sovente confusa con analoghi episodi avvenuti il 10 e il 12 settembre.
In particolare, la truppe tedesche furono impegnate nell’assedio dello storico Castel dell’Ovo[3]. La prima – approssimata – ricostruzione disponibile fu pubblicata ad un anno di distanza: «Meritevole di rilievo, per la speciale condizione militare di coloro che ne furono protagonisti, la resistenza dei soldati e degli ufficiali addetti al Comando della Contraerea, il quale aveva sede in Castel dell’Ovo. Questo corpo era formato da militari anziani, appartenenti alla Milizia Volontaria fascista; eppure in un primo momento esso resistette con fermezza e con successo alla intimidazione tedesca di arrendersi; poi si rassegnò ad abbandonare i locali, quando fu esposto ad una vigorosa ripresa dell’offensiva nemica, ma dopo che ebbe distrutto tutti gli apparecchi elettrici e radiofonici, e strappato gli otturatori ai cannoni» (Barbagallo, 1944, p. 19).
Più precisamente, durante la guerra, Castel dell’Ovo era stato sede del Comando della XIX Legione della Milizia per la difesa contraerea territoriale (DICAT). A seguito della caduta del regime fascista il 25 luglio 1943, il maresciallo Badoglio si era limitato a disporre la sostituzione degli ufficiali della Milizia con quelli dell’Esercito e la rimozione dei fasci dal bavero della giubba per sostituirli con le stellette del Regio esercito. Presso il Castel dell’Ovo era rimasto operativo il 21° Centro di avvistamento antiaereo, mentre la città continuava ad essere pesantemente bombardata dagli Alleati. Una ventina fra graduati e militi dell’Artiglieria Contraerei – per lo più “anziani” o ex riformati – di tale Centro, «nei giorni precedenti erano più volte intervenuti contro i saccheggiatori tedeschi, l’ultima volta, il giorno prima, avevano impedito il passo a sei automezzi italiani che, carichi di stoffe e vestiti depredati in qualche negozio, si allontanavano con al volante dei tedeschi e scortati da altri militari nazisti» (De Jaco, 1956).
Nel breve scontro, i tedeschi avevano avuto la peggio, anche se le notizie sulle loro perdite – morti o prigionieri – sono discordanti; comunque l’11 settembre seguì la reazione: «ora i tedeschi attaccavano il forte; sparavano dalla via con le mitragliatrici pesanti e col cannoncino di un carro armato che avevano appostato all’imbocco del ponte. Dietro il carro armato e dietro gli automezzi guastatori tedeschi aspettavano» (De Jaco, 1956).
A difendere la struttura, con armi leggere, oltre ai circa venti ex militi dell’Antiaerea, rimasti senza ufficiali, vi erano anche «quattro marinai appena arrivati da Ischia e che dovevano raggiungere le loro case, congedati» e almeno un aviere, forse distaccato presso il Centro d’avvistamento, mentre nei sotterranei si trovavano al riparo alcune decine di civili, fra le famiglie dei sottufficiali di stanza nel forte e di alcuni pescatori del borgo.
Dopo un prolungato conflitto a fuoco che causò anche un incendio all’interno del fortilizio, gli attaccanti ebbero la meglio, grazie alla superiorità dell’armamento, mentre i difensori erano rimasti con poche munizioni; inoltre, i tedeschi avrebbero minacciato di massacrare i civili, per lo più donne e bambini, se i resistenti non si fossero arresi (De Jaco, 2000). Fra quest’ultimi, alcuni riuscirono a porsi in salvo gettandosi in mare prima che i tedeschi occupassero il forte.
Il presunto bilancio finale delle vittime sarebbe stato di 4 morti fra i tedeschi e un milite-artigliere, a cui i tedeschi fecero seguire la rappresaglia contro i prigionieri.
I militari e i civili (circa una quarantina in totale) catturati all’interno del fortilizio furono inquadrati e, sotto la minaccia dei mitra, condotti incolonnati sul lungomare, da via Partenope sino a via Cesario Console, sino a davanti al Palazzo, deserto, dell’Ammiragliato. Secondo alcune fonti, sarebbero transitati da via Nazario Sauro, ma più verosimilmente passarono dalla parallela via Generale Giordano Orsini.
Davanti all’Ammiragliato, dal gruppo degli ostaggi, furono separati otto uomini in divisa e, posti con le spalle al palazzo, vennero abbattuti con una raffica di mitragliatrice, «due, il sergente maggiore Cappuccio [Alfonso, originario di Voghera] e l’artigliere Micheletti, tentarono di rialzarsi e ricaddero, un altro, un marinaio, piegato col volto in terra, si lamentava fievolmente. Un sergente tedesco ripassò la strada e scaricò la pistola sui morenti. Poi l’ufficiale che aveva ordinato il massacro fece un discorso ai rimasti, spiegò la legge tedesca della rappresaglia. I tedeschi si allontanarono subito portando ancora con loro i prigionieri borghesi» (De Jaco, 1956), mentre i cadaveri furono lasciati sul posto finché la pietà popolare non provvide a raccoglierli e trasportarli al cimitero.
Secondo, invece, il memoriale del brigadiere dei carabinieri Francesco Pavone i fucilati davanti all’Ammiragliato furono sette: quattro marinai, un soldato, un sergente maggiore, un aviere. Tra le vittime, tre non poterono essere identificate, per mancanza di documenti personali: tutti sui venticinque anni, erano un artigliere, un marinaio e un aviere, i cui corpi furono anonimamente sepolti nel Cimitero di Santa Maria della Pietà.
In base a questo memoriale e alla documentazione dell’Anpi di Genova riguardante la morte di Giacomo Morosini da cui si apprende che «fu fucilato dai Tedeschi l’11 Settembre 1943 in seguito a cattura avvenuta nel Castello dell’Ovo a Napoli», precisando che l’esecuzione era avvenuta «in via Generale Orsini insieme ad altri 11 colleghi», si possono avanzare due ipotesi.
La prima è che Morosini sarebbe stato fucilato poco prima in via Generale Orsini (distante pochi minuti da via Cesario Console) durante il tragitto fra Castel dell’Ovo e l’Ammiragliato, a seguito di un gesto di ribellione o di un tentativo di fuga. La seconda riguarda il conteggio delle vittime, dodici, che potrebbe essere la somma delle vittime dell’11 settembre (Morosini + 7) e dell’analoga fucilazione del giorno seguente (2 marinai e 2 guardie della Finanza) eseguita in piazza G. Bovio davanti al Palazzo della Borsa e ancora ricordata da una lapide.
In ogni caso, la salma di Morosini, subito identificata, fu sepolta lo stesso giorno presso il Cimitero di Santa Maria della Pietà; successivamente, allo scadere della sepoltura provvisoria, il 25 settembre 1946, fu trasferita nel loculo n. 149 di proprietà della Famiglia Brancaccio (o, secondo diversa notizia, della Famiglia Duraccio) nello stesso cimitero, dove rimase sino al 1950.

GIACOMO MOROSINI, COMBATTENTE PER LA LIBERTÁ

Giacomo Morosini (talvolta erroneamente trascritto Morosino), era nato a Volterra il 14 ottobre 1922 in via Cesare Battisti n. 8, figlio dell’operaio argentiere Angelo Morosini e della casalinga Clorinda Cecchini, entrambi residenti a Genova, coniugati con rito civile dal giugno precedente a Firenze. La nascita di Giacomo (stesso nome del nonno paterno) a Volterra non appare però una mera casualità, dato che la madre era nata a Volterra tanto che in occasione del parto di Giacomo fu ospitata in casa dai suoi genitori[4]. Inoltre, dai documenti conservati presso il Comune di Volterra, risulta che, proveniente da Genova, Giacomo risiedette di nuovo a Volterra fra il 1930 e il 1934 – quindi fra gli 8 e i 12 anni – in Borgo San Lazzero 17, quasi sicuramente presso i nonni materni, per poi fare ritorno a Genova, dove abitò con i genitori e una sorella minore nel popolarissimo Vico degli Indoratori 15.
Dopo aver studiato sino alla V classe elementare, trovò occupazione come marinaio e diciottenne, nel 1940, fu chiamato alle armi nella Leva di Mare, assegnato al Porto militare di Taranto – non si sa se imbarcato o a terra – dove rimase almeno sino al maggio 1942, per poi essere trasferito – fra la seconda metà del 1942 e i primi mesi del 1943 – presso il Distretto militare della Marina di Napoli (Maridist)[5].
Su richiesta dell’Anpi di Genova, per conto della madre Clorinda e della sorella, in data 28 luglio 1948 Morosini ebbe il riconoscimento ufficiale di “partigiano combattente” caduto nella lotta per la liberazione della città di Napoli, valido anche per fini pensionistici[6]. Tale riconoscimento fu decretato dal Ministero della Difesa, su parere positivo dalla Commissione Accertamenti titoli partigiani della Campania.
Espletate le formalità burocratiche, il 7 luglio 1950 la salma di Morosini fu traslata da Napoli a Genova e domenica 9 settembre vi fu una cerimonia organizzata dall’Anpi di Genova con solenni onoranze presso la Cattedrale di S. Lorenzo e corteo sino al Cimitero comunale di Staglieno, dove fu sepolto nel campo “Gloria dei Caduti per la Libertà”, dove ancora si trova, assieme a 271 partigiane e partigiani, italiani e internazionali.
Infine, un interrogativo e una suggestione. Secondo quanto riportato da Giacomo de Antonellis, nel «ricordo popolare» il marinaio fucilato davanti all’Università il 12 settembre 1943 venne indicato per il suo accento come “il livornese”, ma è stato accertato che Andrea Mansi – questo il suo nome – era nato a Ravello (Sa) e, d’altro canto, fra i marinai fucilati fra l’11 e il 12 settembre l’unico “toscano” noto è Morosini.

(Un particolare ringraziamento agli amici Marco Genzone di Genova e Antonio Maielli di Volterra per la complice collaborazione nella ricerca)

NOTE

1 La documentata partecipazione diretta dei fascisti napoletani, a fianco delle truppe tedesche, nei conflitti, anche come guide, delatori e franchi tiratori, resta uno degli aspetti meno affrontati e conosciuti. Essi non compaiono neppure nell’epico film Le quattro giornate di Napoli (1962), nell’evidente tentativo di far prevalere una più rassicurante visione “nazionale” dell’insurrezione che non fu soltanto anti-tedesca, ma anche contro il collaborazionismo fascista. Da parte sua, infatti, lo scrittore Carlo Bernari si dissociò dalla sceneggiatura originaria a cui avevo collaborato proprio perché erano stati tolti gli episodi contro i fascisti.

2 Il numero delle vittime sia civili che militari nei giorni della prima insorgenza è incerto, come peraltro quello delle Quattro Giornate che, secondo le ricerche più circostanziate, furono almeno 663, contraddicendo talune minimizzazioni di carattere politico. Secondo le stime più diffuse, fra l’11 e il 12 settembre i soldati tedeschi uccisero per le strade della città, oltre a decine di militari italiani, almeno 27 civili, mentre altre 185 persone furono ricoverate negli ospedali e oltre quattromila militari e cittadini vennero catturati; ma secondo i registri comunali, fra il 9 e il 14 settembre, le vittime per mano tedesca ammonterebbero almeno a 61, tra civili e militari (De Jaco, 2000; Gribaudi, 2005).

3 Castel dell’Ovo – il più antico castello della città di Napoli, costruito sull’isolotto di Megaride – è collegato al Lungomare Caracciolo attraverso un ponte sul mare, lungo circa 200 metri, ed è circondato dal pittoresco Borgo Marinari.

4 Clorinda Ada Adele Cecchini, figlia di Giuseppe e Annunziata Campinoti, entrambi braccianti, era nata a Volterra il 12 agosto 1900 e risulta deceduta a Genova il 16 dicembre 1975 (da documentazione d’archivio dell’Ufficio Anagrafe del Comune di Volterra). Il padre Angelo, di Giacomo e Francesca Gasparini, era nato nel 1898 a Martinengo (Bg), ma residente a Genova (Sampierdarena).

5 La presenza di Morosini a Taranto e Napoli è desumibile da alcuni suoi lievi “precedenti” giudiziari per presunti reati compiuti sotto le armi, per furto e ricettazione, che si erano conclusi con due assoluzioni e una condanna, sospesa, a 6 mesi (Archivio di Stato di Pisa, Fondo Questura, Fascicolo 189; ringrazio Stefano Gallo per segnalazione).

6 A seguire le pratiche per il riconoscimento di “partigiano” e ad accompagnare la traslazione della salma di Giacomo furono solo la madre Clorinda con la figlia, mentre il padre – stando alla documentazione acquisita – risulterebbe come deceduto sin dal 1946.




Valchiria Gattavecchi: un’educatrice nell’Italia repubblicana

Dolci sorelle, siate benedette: nelle prove che avete dato avete superato gli uomini, perché, fino all’ultimo, il vostro eroismo non è stato disgiunto dalla carità.
(parole di Piero Calamandrei negli appunti di Valchiria Gattavecchi)1

Le parole riportate da Valchiria Gattavecchi, citando Piero Calamandrei sul tema delle donne nella Resistenza, nei suoi appunti manoscritti sembrano identificare un filo rosso che ha contraddistinto la sua intera vita. Gli elementi chiave sono la Resistenza, l’impegno per far sì che alle donne venisse riconosciuto il ruolo svolto nella stessa e l’assistenza, soprattutto dei più giovani, fin dalla necessità di ricostruzione che si presenta al momento della Liberazione di una città distrutta dai bombardamenti.

Valchiria Gattavecchi

Nata ad Asciano nel 1921, in provincia di Siena, Valchiria e la sua famiglia si trasferiscono dapprima a Venezia per poi stabilirsi nel 1930 a Livorno.

Gattavecchi cresce in un ambiente familiare in cui il volto del regime fascista era sempre emerso, certamente anche perché la sua stessa famiglia ne era stata toccata. I fratelli della madre vengono licenziati dalla ferrovia perché comunisti e il padre retrocesso da macchinista a fuochista perché aveva svolto attività sindacale. Il nonno poi, presidente della società operaia del suo paese, anche quando gravemente malato di tubercolosi e costretto a letto, subisce poco prima di morire una perquisizione dai fascisti, come ricorda Valchiria nei suoi appunti.

In tale contesto, in cui il libro di testo a scuola era Il balilla Vittorio e in cui la maestra osannava la fine degli scioperi in Italia e la Festa dei lavoratori in concomitanza con quella del Natale di Roma, Valchiria ricorda la nostalgia del padre nel rievocare il primo maggio, la Festa dei Lavoratori e l’inno, sull’aria del Nabucco, rimasto impresso nella sua memoria: «Vieni o maggio ti aspettan le genti, ti salutano i liberi cuori dolce Pasqua dei lavoratori, vieni e splendi alla luce del sole».

Dopo il bombardamento del 28 maggio del 1943 e quando ormai «la vita nelle città si fa improponibile»2, Valchiria sfolla insieme alla madre ad Asciano, mentre il padre rimane a Livorno per lavoro.

Nelle sue note ricorda di come presero parte, lei e le donne della sua famiglia, alla Resistenza:

[…] In uno di questi giorni subito dopo l’8 settembre venne in casa nostra la cugina di mio padre che ci disse: Mario (cioè suo figlio) è andato coi ribelli[,] poi rivolgendosi a me[:] e ti manda questi: erano 2 volantini di Giustizia e Libertà di propaganda antifascista che invitavano i giovani a non presentarsi alla chiamata militare. […]

Così iniziò la mia collaborazione alla resistenza ma si può dire non solo la mia ma di tutte le donne della mia famiglia essendo rimaste solo mia madre e mia zia.3

Appunti manoscritti di Valchiria Gattavecchi

Nonostante non farà mai domanda per il riconoscimento di Patriota dopo la Liberazione4 infatti, il suo contributo fu prezioso, e allo stesso tempo caratterizzato dalla consapevolezza dei rischi in cui incorreva. Oltre al reperimento dei vettovagliamenti e dei medicinali, fu determinante il fatto che la sua famiglia aveva tenuto con sé una radio, grazie alla quale Valchiria trascriveva le notizie di Radio Londra da far avere ai partigiani: «La radio, lo sapevi, non si poteva avere e noi ce l’avevamo a rischio di esser fucilati come minimo»5.

Questa consapevolezza e questo impegno si riscontrano nella riflessione di Gattavecchi in merito alla partecipazione delle donne alla lotta antifascista. In un’intervista rilasciata a Tiziana Noce, Valchiria Gattavecchi dice che «[…] le donne sono sempre state sottovalutate. In quell’epoca non ci si faceva caso, in quell’epoca c’era proprio la parità, senza le pari opportunità, nell’epoca della Resistenza eravamo piombati nella parità uomo donna. Perché? Perché i rischi erano uguali. […] il riconoscimento ufficiale non c’è stato, per gli uomini c’è stato, per noi non c’è stato»6.

È proprio nell’ambito di un contesto in cui sono protagoniste le donne, quello dell’UDI, che Valchiria si adopera fin da subito per l’assistenza di bambini e ragazzi che erano sopravvissuti ai bombardamenti.

Quello della ricostruzione è un impegno immediato e percepito come urgente, ma allo stesso tempo normale e spontaneo; come racconta a Tiziana Noce: «è stato normale ricostruire, era stato tutto buttato giù, demolito, dovevamo ricostruire e non ci sembrava giusto restare al di fuori di questa ricostruzione. Le associazioni sono rinate, i partiti sono rinati, per cui mettiamoci in queste associazioni, mettiamoci in questi partiti.»7

È quello che fa Valchiria, iscrivendosi al PCI ed essendo attiva nell’UDI. Nel PCI Gattavecchi lavorerà per sei anni come funzionaria e nel 1965 verrà eletta in Consiglio comunale, occupandosi in particolare del problema degli asili.

Per quanto riguarda l’attività all’interno dell’UDI invece, sarà fin da subito coinvolta nell’organizzazione delle colonie, essendone direttrice. Come ricorda lei stessa nella medesima intervista a Tiziana Noce: «[…] io fui subito proposta per fare la direttrice di colonia, non so per quanti anni ho fatto la direttrice di colonia, tu non ne hai idea, che ho visto tutto, proprio tutto. Anche lì ritorna la solidarietà»8.

La ricostruzione implica quindi certamente un impegno di carattere, Valchiria e le altre donne si occupano di prendere bambini lasciati soli la mattina e se ne occupano vestendoli e nutrendoli; ma è anche una ricostruzione di valori umani quali la solidarietà e l’assistenza. Le disponibilità non sono infatti sufficienti, il cibo viene reperito grazie alla medesima solidarietà che i venditori al mercato o in altri luoghi dimostrano.

Valchiria Gattavecchi (Credits: (R)esistenze. Le immagini, di Giovanna Bernardini e Ippolita Franciosi, Bandecchi & Vivaldi, 2006)

Si tratta di valori che contraddistinguono la vita di Gattavecchi, che fonda l’Associazione Ragazze Italiane (ARI) divenendone responsabile, e nel 1953 dà vita all’organizzazione degli Studenti Livornesi. Nella vita di Valchiria infatti, l’assistenza è sempre stata legata all’insegnamento. Non è un caso che i titoli che consegue siano strettamente legati a quest’attività; dapprima consegue il diploma di assistente sociale presso l’Università di Firenze l’abilitazione all’insegnamento; nel 1970 poi, si laurea in sociologia a Urbino con una tesi sui movimenti giovanili.

Negli anni dell’insegnamento sono numerosissimi gli spettacoli e le iniziative che organizza con al centro il tema della Resistenza.

Iniziata la pensione dalla scuola Gattavecchi consegue la sua terza laurea, in Giurisprudenza, con il medesimo scopo di poter continuare ad aiutare giovani svantaggiati, cosa che fa lavorando come volontaria presso il Tribunale dei minori di Livorno.

Nei suoi appunti si legge una frase: «La donna nella Resistenza porta sempre il calore di un sentimento»9. Questo calore Valchiria sembra averlo portato in tutte le attività svolte anche nell’Italia repubblicana.

 

NOTE

1 Le parole di Piero Calamandrei sono rivolte alle due partigiane fiorentine Tina Lorenzoni e Anna Maria Enriques in occasione del discorso Agli studenti dell’Università di Firenze caduti per la Libertà che tiene in qualità di rettore per l’inaugurazione dell’anno accademico il 16 novembre 1945. Si veda P. Calamandrei, Uomini e città della Resistenza. Discorsi, Scritti ed epigrafi, (a cura di) Sergio Luzzatto, Bari, Laterza, ed. 2006, p. 167.

2 Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella provincia di Livorno (ISTORECO) – ETS, Fondo Valchiria Gattavecchi, busta 9, fasc. 5, p. 4.

3 Ibidem.

4 F. Cavarocchi (a cura di), Resistenze, femminile plurale. Storie di donne in Toscana, Consiglio regionale della Toscana, Commissione regionale pari opportunità, Quaderno n. 68, p. 82

5 T. Noce, Nella città degli uomini: Donne e pratica della politica a Livorno fra guerra e ricostruzione, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, p. 105.

6 Ivi, p. 107.

7 Ivi, p. 157.

8 Ivi, p. 221.

9Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella provincia di Livorno (ISTORECO) – ETS, Fondo Valchiria Gattavecchi, busta 9, fasc. 5.

Articolo pubblicato nel maggio 2026.




Eusebio Nepi, il “sindaco carraio”

  1. Ideazione, struttura e fonti del lavoro

Ideazione

L’idea di realizzare questo lavoro risale a parecchi anni addietro quando, nello scrivere un volume sul sovversivismo e l’antifascismo nel Carmignanese, ebbi occasione di dedicare qualche pagina alla giunta socialista presieduta da Eusebio Nepi.

Fin da allora, anche se ragioni di spazio non mi permisero di approfondire l’argomento, ebbi la netta sensazione che l’attività di quell’amministrazione – per quanto limitata nel tempo, dalla fine di novembre del 1920 alla fine di marzo dell’anno successivo – era stata tale da lasciare un segno nella storia politico-amministrativa del paese.

Forte di questa convinzione, anni dopo ho presentato un progetto di ricerca al Comune di Carmignano il quale, con la sensibilità culturale che lo contraddistingue (non a caso gli si deve la realizzazione di una collana come Carmignano archeologia e storia, che, per quantità e qualità dei contributi in essa pubblicati, pochi comuni possono vantare), ha accolto la mia proposta.

Struttura. Copertina

Il volume cerca di contestualizzare l’argomento specifico, delineando la realtà politica e sociale del Carmignanese fra Otto e Novecento ed accennando agli anni del primo dopoguerra, quando, anche nella zona, si assisté alla crescita dei partiti di massa (socialisti e popolari), per poi dare conto dell’operato della giunta e concludersi con la ricostruzione delle vicende che portarono all’avvento del fascismo.

Al testo fanno seguito due appendici. Nella prima sono riportati alcuni documenti che mi sono sembrati meritevoli di essere fatti conoscere al lettore nella loro interezza, nella seconda si fornisce un quadro riassuntivo delle persone nate e/o residenti a Carmignano che figurano nel Casellario politico centrale (uno schedario degli elementi giudicati pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica creato in età crispina – nel 1894 – e rimasto in funzione fino al 1968, assai dopo la proclamazione della Repubblica).

Fonti: documentarie, a stampa, orali

La ricerca è stata in primo luogo condotta sui protocolli delle sedute del consiglio comunale e della giunta, consultabili presso l’Archivio del Comune di Carmignano.

Altri documenti sono stati visionati presso l’Archivio centrale dello Stato di Roma e presso l’Archivio di Stato di Firenze.

Al Centro di documentazione 11 giugno di Poggio alla Malva ho infine avuto la possibilità di visionare in copia una lettera della figlia di Eusebio Nepi, contenente notizie utilissime per tracciare un profilo biografico del padre.

Fondamentale è stata poi la lettura delle raccolte di alcuni periodici: due di Prato (Il lavoro e L’amico del popolo), quattro di Firenze (La nazione, Il nuovo giornale, La difesa e L’azione comunista), uno di Campi Bisenzio (La riscossa), uno di Pistoia (La bandiera del popolo) e poi  La cooperazione italiana (Milano) e  l’Avanti! (Roma).

Quanto alle fonti orali, ho riutilizzato alcune interviste fatte in passato (alcune con persone che, purtroppo, non sono più fra noi).

In copertina figura un disegno di Marco Perna, realizzato a partire da una foto di Eusebio Nepi. L’autore del disegno ha giustamente scelto di far risaltare lo sguardo risoluto e inflessibile di Nepi, uno sguardo che tradisce la tempra di un uomo animato da saldi principi.

 

  1. La realtà del Carmignanese

Carmignano fra Otto e Novecento: economia

Fra Otto e Novecento nel Carmignanese l’agricoltura era l’attività più importante. La produzione era essenzialmente destinata all’autoconsumo[1], se si fa eccezione per il vino e per l’olio, entrambi di ottima qualità, che già allora  venivano collocati tanto sul mercato interno quanto su quello estero.

Il settore secondario annoverava fabbriche di trecce e cappelli di paglia, fornaci di laterizi, mulini ad acqua e pastifici, ma era imperniato sull’escavazione della pietra (basti pensare alle cave della Gonfolina, agli scalpellini ed ai cavatori di Comeana).

Carmignano fra Otto e Novecento: politica

Sul piano politico, in regime di suffragio ristretto (che abbinava il censo alla capacità: subito dopo l’Unità votava alle amministrative all’incirca il 2% della popolazione, dopo la riforma crispina del 1888-1889 all’incirca il 10%)[2] i contadini e gli operai erano esclusi dal voto ed il Comune era di fatto controllato dai proprietari delle grandi fattorie della zona (Capezzana, Artimino, Bacchereto) che lo utilizzavano come uno strumento per tutelare i loro interessi.

Memorabili sono rimasti gli scontri fra il marchese Ippolito Niccolini ed il marchese Antonio Ricci – giolittiano il primo, ascrivibile all’area della destra liberale il secondo –, scontri dettati, più che da profonde divergenze politiche, dalla rivalità commerciale che li divideva in quanto entrambi produttori di vino.

Il primo dopoguerra

Le cose cambiarono nel primo dopoguerra, quando anche a Carmignano, come nel resto d’Italia, l’insoddisfazione e la rabbia dei contadini e degli operai tornati dal fronte – i primi senza la terra che era stata loro promessa nella fase più difficile del conflitto, i secondi, che scontavano la conversione dall’industria bellica a quella di pace, spesso senza lavoro e senza prospettive – si tradusse nella clamorosa affermazione dei partiti di massa alle politiche del 16 novembre 1919 (primi i socialisti, secondi i popolari, le varie correnti liberali e radicali, pur conservando la maggioranza dei voti, persero quella dei seggi).

 

  1. Le amministrative del 1920. Il comune socialista

Risultato delle elezioni

L’anno dopo quella che i giornali definirono “Caporetto liberale”, le amministrative del 31 ottobre 1920 videro anche nel comune mediceo il successo del PSI  (che, con diciassette eletti su un totale di trenta consiglieri, ottenne la maggioranza assoluta nell’assemblea) e del PPI.

In conseguenza di questo risultato si insediò una giunta monocolore socialista guidata dal poggese Eusebio Nepi (1870-1946, figlio di Romualdo e di Annunziata Nuti), carradore, una figura molto nota perché da anni attivo nel partito, nel sindacato ed in consiglio comunale (dove era entrato nel 1908, battendosi, fra l’altro, per l’esenzione dei contadini dal pagamento dei medicinali e della retta ospedaliera). I cattolici, che lo giudicavano non all’altezza del compito, ignorante e maleducato, lo definirono per scherno il “sindaco carraio”.

La giunta rossa come elemento di novità

Interrompendo la lunga serie di amministrazioni moderate, la giunta Nepi costituì una novità assoluta: con essa i rappresentanti delle classi subalterne giunsero per la prima volta al potere ed ebbero l’occasione di dimostrare, smentendo vieti luoghi comuni, di essere all’altezza della situazione, cioè di essere capaci di affrontare e di cercare di risolvere i problemi sul tappeto, in larga parte ereditati dai rappresentanti delle classi alte che li avevano preceduti (quando Nepi si insediò, il Comune registrava un passivo di mezzo milione di lire dell’epoca).

 

L’attività della giunta rossa

La giunta si fece carico delle esigenze delle classi popolari, erogando numerosi sussidi caritativi ed impegnandosi sul fronte del contenimento dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità: nel 1921 il prezzo medio di un chilo di pane era 1,41 lire in Italia, 1,10 a Carmignano.

L’amministrazione socialista cercò di attenuare anche la gravità del fenomeno della disoccupazione, deliberando vari lavori pubblici (di cui vi era assoluta necessità: strade, cimiteri, macelli, lavatoi ecc.) per un importo complessivo di oltre tredicimila lire.

Ma l’azione più qualificante si ebbe in materia di politica impositiva, col tentativo di spostare il carico fiscale verso una maggiore tassazione della ricchezza attraverso la rimodulazione dell’imposta di famiglia e della tassa sul bestiame, ma soprattutto grazie all’applicazione della tassa di esercizio e rivendita anche alle aziende agrarie, che – a differenza di quelle del settore secondario – fino ad allora non l’avevano mai pagata (et pour cause!). Il principio della tassabilità delle aziende agrarie fissato dalla giunta venne dichiarato valido dalla GPA: l’amministrazione socialista prese dunque una decisione che, in una realtà come quella locale, dominata dalle grandi fattorie, non è eccessivo definire rivoluzionaria.

Il riparto delle imposte dopo la caduta della giunta rossa

Non per nulla chi resse il municipio subito dopo Nepi (cioè il commissario prefettizio Ferruccio Carrara e poi il commissario regio Giuseppe Rognoni) fece seguire ad una politica di perequazione fiscale una finanza attenta soprattutto alle esigenze di bilancio ed a quelle dei ceti più abbienti (raddoppio della tassa sul bestiame, riduzione delle aliquote della tassa di famiglia stabilite per i redditi maggiori, diminuzione della tassa di esercizio e rivendita).

 

  1. La fascistizzazione del paese (1921-1923)

Colpiti direttamente nei loro interessi vitali, i “poteri forti” locali non tardarono a reinsediarsi nel palazzo comunale dopo l’abbattimento della giunta Nepi ad opera dei fascisti: la parte finale del volume è appunto dedicata al processo di fascistizzazione del Carmignanese che si compì fra il 1921 ed il 1923.

 

L’uccisione di Pucci e Verdini. Verità processuale e verità storica

Tutto cominciò il 28 marzo 1921 con l’uccisione di due carabinieri (Giuseppe Verdini e Vittorio Pucci), che la stampa e le autorità attribuirono senz’altro ai “sovversivi”, anche se in paese corse subito la voce che ad organizzare l’agguato erano stati i fascisti, alla ricerca di un pretesto per scatenare la violenza ed abbattere l’amministrazione socialista democraticamente.

Nel 1925 tre comunisti seanesi (Utinio Borchi, Anchise Spinelli e Addùe Torrini) vennero condannati in contumacia all’ergastolo per l’omicidio.

Esiste dunque una verità processuale, ma sostenere, come pure qualcuno ha fatto, che essa coincida con la verità storica denota un’assoluta ignoranza delle  norme più elementari di critica delle fonti. Per stabilire la veridicità di un documento (anche se autentico, come nel caso della sentenza in questione, che però denota la parzialità dei giudici fosse solo per il linguaggio utilizzato) bisogna infatti considerare almeno quando, da chi e perché esso è stato redatto e quindi chiedersi – nella fattispecie – quale attendibilità può avere una pronunzia emessa nel 1925 da un tribunale che operava in un periodo in cui la magistratura era soggetta all’esecutivo.

D’altronde, non essendo possibile verificare la fondatezza della voce popolare che attribuì il delitto ai fascisti, la conclusione più corretta è che le fonti a disposizione non permettono di dire con certezza come siano realmente andate le cose.

La sorte di Nepi e le amministrative del 1923

Certo è che l’accaduto fornì ai fascisti il destro per defenestrare l’amministrazione socialista e ripristinare i vecchi equilibri di potere: Nepi dovette lasciare il suo paese perché minacciato di morte, quando vi tornò venne costantemente sorvegliato dai carabinieri e si trovò in ristrettezze economiche perché molti si tenevano prudentemente alla larga dalla sua bottega. Come se ciò non bastasse, nel 1925 fu selvaggiamente bastonato dai fascisti.

Il consiglio comunale venne sciolto ed a Carmignano si tornò a votare solo nel 1923, in una tornata elettorale che servì ad avallare la cacciata delle amministrazioni comunali sgradite ai fascisti avvenute nei mesi precedenti[3]: a Carmignano (dove votò il 75,16% degli aventi diritto) i fascisti ottennero il 100% dei voti.

 

  1. Conclusioni

Quella della prima giunta socialista carmignanese fu insomma un’esperienza breve, ma di notevole interesse, che finora non era mai stata analizzata in modo approfondito. Questo volume tenta di colmare tale lacuna: saranno i lettori a giudicare se l’obiettivo sia stato o meno raggiunto.

In ogni caso, lo storico non può fare a meno di sottolineare quanto giusta, feconda e ricca di insegnamenti sia stata la vita di uomini come Nepi, cioè di tutti quei militanti, di genuina estrazione popolare, profondamente convinti della bontà dei loro ideali e pronti ad affrontare per essi persecuzioni e difficoltà materiali di ogni genere.

La Carmignano antifascista che si ricorda l’11 giugno, quella di Alighiero Buricchi e dei suoi compagni, non sarebbe forse esistita se non avesse avuto alle spalle una solida tradizione di lotte e di conquiste popolari.

Di quella tradizione l’esperienza della giunta Nepi ha rappresentato un momento centrale ed è quindi giusto che non ne vada perduta la memoria.

 

NOTE

[1] Consumo da parte dei produttori (spec. agricoli) di un’aliquota del prodotto a scopo di sostentamento.

[2] Crispi estese il diritto di voto amministrativo a tutti i cittadini maschi di maggiorenni (21 anni di età) che sapessero leggere e scrivere o che pagassero un censo molto ridotto. La riforma stabilì inoltre che nei capoluoghi di provincia e nei comuni con più di 10.000 abitanti il sindaco fosse eletto dal consiglio comunale, mentre in precedenza era nominato dal governo (nel 1881 Carmignano aveva 11.001 abitanti).

[3] Alle elezioni amministrative parziali del gennaio 1923, le prime dopo la marcia su Roma, parteciparono principalmente il PNF, spesso in alleanza con il PPI, ed il PLI, mentre i partiti di sinistra (PSI e Pcd’I) subirono forti boicottaggi o scelsero l’astensione. La legge Acerbo fu applicata solo per le politiche del 1924.




Piero Zerboglio (1907-1991): dalla Resistenza alla Repubblica

Piero Zerboglio nasce a Pisa il 19 luglio 1907 da Adolfo[1] e Maria Badoglio. La sua è una famiglia numerosa: ha due sorelle, Vera Carolina Laura Vincenza (Pisa, 21 aprile 1896-18 marzo 1977) e Carolina, detta Lina (Pisa, 8 febbraio 1903-29 maggio 1992), e un fratello, Vincenzo, detto Enzo. Quest’ultimo, nato a Pisa il 10 agosto 1898, parte per il fronte nel 1917 e muore il 26 ottobre 1918 a causa delle ferite riportate in combattimento sul Monte Solarolo; per il suo sacrificio viene insignito della medaglia d’oro al valor militare[2].

Il fratello Enzo è compagno di scuola, negli anni del liceo, di Giorgio Giglioli. Quest’ultimo, figlio di Italo e Constance Stocker, appartiene a una famiglia dalla solida tradizione patriottica risorgimentale; il padre, professore di chimica agraria all’Università di Pisa, è inoltre amico intimo e sodale di Adolfo[3]. A partire dal primo decennio del Novecento, le vicende delle due famiglie si intrecciano profondamente, segnando in modo determinante la formazione culturale di Piero.

Piero frequenta il liceo classico “G. Galilei”, seguendo il percorso del fratello, delle sorelle e dei figli dei Giglioli. Proprio con alcuni di loro, il 13 febbraio 1926, contribuisce alla fondazione della sezione di Pisa del Club Alpino Italiano (CAI)[4]. La passione per la montagna gli viene trasmessa dal padre, grande escursionista: quest’ultimo è originario del Piemonte, ma risiede a Pisa dove insegna Diritto penale sin dalla fine dell’Ottocento. La famiglia Zerboglio trascorre regolarmente le vacanze estive a Barga, in provincia di Lucca; anno dopo anno, il legame con il territorio si fa così profondo che il giurista, alle soglie dei sessant’anni, vi dedica un affettuoso ricordo attraverso un libro – una guida storico-culturale – intriso di stima e amore per la comunità barghigiana[5]. Spesso il padre – accompagnato dai figli o dagli amici, o talvolta in solitaria – approfitta delle pause dalle sue molteplici attività per inerpicarsi lungo le pendici dei monti e dei colli della zona. In queste lunghe e avventurose escursioni emerge un tratto distintivo della sua personalità, tanto che egli stesso scrive, con una punta di arguzia:

se si chiedesse a più d’uno, del professor Zerboglio, credo che nove su dieci ne esalterebbero la valentia “podistica” tacendo dei suoi volumi di diritto penale. Ed io, non sarei scontento perché tutti possono apprezzare benignamente l’energia delle mie gambe, e rari, invece, son coloro che sieno atti o propensi a giudicare, con coscienza ed equità, i prodotti del mio cervello!![6]

Barga è un piccolo comune della media Valle del Serchio, in provincia di Lucca, incastonato in una posizione suggestiva e strategica: il borgo appare infatti racchiuso tra l’imponente catena dell’Appennino Tosco-Emiliano e il profilo frastagliato delle Alpi Apuane. Situato a 410 metri sul livello del mare, l’abitato si adagia sulle alture delle ultime pendici occidentali del Monte Rondinaio, a circa quattro chilometri dalla riva sinistra del fiume Serchio.

Piero Zerboglio, alla fine degli anni Venti, frequenta la facoltà di Giurisprudenza all’Università di Pisa, dove si laurea il 4 luglio 1931[7]. In questo periodo conosce Gianna Donetti, figlia dell’avvocato Ettore: quest’ultimo, titolare di uno studio professionale a Genova, è solito trascorrere le vacanze estive con la famiglia a Barga, proprio come gli Zerboglio. Gianna e Piero si sposano il 19 settembre 1934; dalla loro unione nasce a Genova, il 28 agosto 1935, la figlia Piera che, seguendo le orme del padre e dei due nonni, si laureerà a sua volta in Giurisprudenza[8].

Dopo una breve esperienza a Genova presso lo studio del suocero, Piero Zerboglio abbandona la professione di avvocato per dedicarsi all’insegnamento. Tuttavia, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, viene arruolato come ufficiale nel 22° Reggimento di fanteria, di stanza nel territorio pisano.

Pisa, Lungarno Pacinotti, Palazzo Timpano, Casa Zerboglio prima del 1940. Foto dell’Archivio BFS

Piero matura la propria scelta liberal-socialista e antifascista proprio nei primi anni della Seconda guerra mondiale. Il punto di svolta, come ricorda Antonio Tozzi[9], va collocato nella primavera del 1942, in seguito agli incontri con Antonio D’Andrea, Mario Frezza ed Enrico De Negri e, in particolare, con Tancredi “Duccio” Galimberti – tra i fondatori del PdA nel cuneese, nonché ispiratore delle formazioni di “Giustizia e Libertà” e figura di spicco della Resistenza piemontese[10].

Così, nell’autunno del 1942, sotto la supervisione del professor Guido Calogero, nasce il “Comitato direttivo pisano” del partito. Il nucleo, composto da Piero Zerboglio, Antonio D’Andrea, Antonio Tozzi, Raffaele Micheletti, Ferruccio Michelazzi e Roberto Supino, allaccia rapidamente rapporti con le cellule azioniste di Lucca, Viareggio e Firenze. Piero Zerboglio descrive così quei momenti nelle memorie scritte per la famiglia e i nipoti:

Nel 1942 viene a trovarci a Pisa Duccio Galimberti, un avvocato studioso di diritto penale che si considera, in certo senso, allievo del nonno Adolfo, perché il nonno lo ha consigliato, ha recensito favorevolmente le sue pubblicazioni. Si sono incontrati più volte anche con la nonna Maria a dei congressi e hanno fatto tanta amicizia. Galimberti – che sarà poi un valoroso partigiano e morirà eroicamente, ucciso barbaramente dai fascisti – viene a Pisa per avere la nostra partecipazione a una forza antifascista che aveva origine da “Giustizia e libertà”: un movimento dei più significativi nella lotta contro il fascismo, del quale avevano fatto parte uomini come Rosselli, Parri, Ernesto Rossi.

Il nonno Adolfo è già molto anziano e Galimberti si rivolge soprattutto a me perché organizzi a Pisa il partito d’azione e prenda parte alla lotta antifascista. Io sono entusiasta, condivido pienamente gli ideali del partito d’azione: le forme istituzionali, i contenuti economici e sociali, i principi di giustizia e libertà, che sono da sempre i miei ideali politici, gli ideali liberal-socialisti[11].

Nella primavera del 1943, il Comitato del Partito d’Azione pisano contribuisce alla nascita del “Fronte antifascista” insieme ad alcuni esponenti comunisti e cattolici. Durante il periodo dell’occupazione tedesca, il gruppo svolge delicati compiti di collegamento tra il movimento clandestino cittadino e le formazioni partigiane attive sull’Appennino tosco-emiliano.

Il 31 agosto 1943, Piero e la sua famiglia assistono, dalla propria abitazione, al disastroso bombardamento della città, che colpisce con inaudita violenza la zona della stazione ferroviaria e il quartiere di Porta a Mare.

Nelle sue memorie, Piero ricorda come quel giorno la moglie si trovasse a Pisa con la figlia, nonostante fosse già sfollata a Barga proprio per sfuggire alle incursioni aeree. Intorno all’ora di pranzo, la città viene investita da quello che l’autore definisce «uno dei bombardamenti più forti e con più vittime» mai subiti dal capoluogo pisano.

Ci mettemmo abbracciati sotto gli archi di una porta mentre nonna gridava. “Mio dio, il terremoto!”. Gridava così perché anni prima, a Barga, era stata terrorizzata da un forte terremoto. Finito il bombardamento ci affacciammo a una finestra che dava sul Lungarno davanti alla Chiesa della Spina.

Da Porta a Mare si sentivano grida paurose; la Chiesa della Spina, quel piccolo capolavoro gotico proteso sulle spallette dell’Arno, non si vedeva più; a un tratto, avemmo la sensazione di una nube che si apriva e vedemmo riapparire la piccola chiesa; voi sapete che, purtroppo, il nonno non è un credente, ma se una volta, nella vita, ho avuto la sensazione di un miracolo è stata quella. Dopo gli scoppi delle bombe, le tragiche urla della gente, i nonni vivi, abbracciati, rividero come risorgere nel cielo, in mezzo alle macerie, la piccola e bella casa del Signore.

Con la nonna uscimmo e in bicicletta ci allontanammo fuori città. C’era tanta gente che correva disorientata, senza sapere dove andare. C’erano soldati, ufficiali senza giacca, senza cappello, senza armi. Si può dire che c’era solo il nonno con la divisa, le giberne, il fucile.

L’indomani mi toccò andare, al comando di un drappello di soldati, nella zona più colpita dal bombardamento: “Porta a Mare”, per il riconoscimento e il trasporto dei morti[12].

L’8 settembre Piero assiste al disfacimento dell’esercito: è uno dei pochi ufficiali ancora presenti nella caserma ormai semivuota, dalla quale tutti i superiori sono fuggiti. Poiché Pisa nei giorni seguenti viene interamente occupata dai reparti della Wehrmacht, decide di raggiungere la famiglia a Barga. Si reca a casa dei Giglioli per un cambio d’abiti civile e, in sella a una bicicletta, raggiunge la cittadina lucchese dopo dieci ore di viaggio, evitando con cura i posti di blocco tedeschi[13].

Una volta rassicurato sulle condizioni dei propri cari e dopo aver tentato invano di stabilire un contatto con i primi nuclei partigiani saliti in quota, Piero decide di rientrare a Pisa. Al suo ritorno, si riunisce clandestinamente con gli altri membri del Partito d’Azione, tra cui Cesare Salvestroni; quest’ultimo, forte della sua esperienza di ex combattente, assume la responsabilità del Comitato militare del CLN insieme a Fosco Dinucci, Alberto Bargagna e Severino Macci.

Una delle prime priorità del Comitato è il reperimento di armi da inviare ai gruppi clandestini che si stanno organizzando sulle alture, in particolare nella zona di Volterra. Proprio Salvestroni, l’anno successivo, verrà catturato dai tedeschi e deportato: morirà in prigionia il 2 marzo 1945.

Piero decide di utilizzare la casa dei Giglioli come punto d’appoggio per i suoi spostamenti: le sorelle Beatrice e Irene si mostrano ampiamente disponibili a ospitarlo, dimostrando piena solidarietà verso la sua azione. Proprio in quelle settimane, un altro azionista, Carlo Alberto Ricci, fa la spola tra Firenze, Pisa e il Piemonte per mantenere vivi i contatti del partito, trovando anch’egli rifugio e supporto in quella stessa rete di ospitalità clandestina.

Il 24 settembre 1943, la residenza degli Zerboglio, situata ai piani superiori di Palazzo Timpano sul Lungarno Regio, viene completamente distrutta durante un violento bombardamento. L’esplosione travolge la vasta biblioteca e l’archivio del padre Adolfo, un patrimonio documentario di immenso valore[14]. Tra le macerie, grazie al coraggioso intervento delle sorelle Giglioli e di Antonio Ricci, si riescono a trarre in salvo soltanto alcune centinaia di volumi e pochi fascicoli d’archivio. La sventura bellica colpirà nuovamente la famiglia l’anno successivo: anche la casa di Barga, luogo di rifugio e protezione, andrà incontro alla medesima sorte, venendo rasa al suolo da un altro bombardamento.

In questo periodo, Piero e la sua famiglia si occupano attivamente anche dell’assistenza ai De Cori, una famiglia di origine ebraica. Grazie al supporto coordinato degli Zerboglio e dei Giglioli, l’avvocato Guido De Cori e la moglie Piera Pontecorvo – la cui abitazione era andata distrutta nel bombardamento del 31 agosto 1943 – riescono a porsi in salvo e a raggiungere la Svizzera.

Volantino del Partito d’Azione distribuito durante la lotta clandestina (1943-44)

Nei mesi successivi, facendo sempre capo alla villa dei Giglioli, Piero si sposta tra Pisa e Barga per mantenere i contatti con le diverse formazioni operanti nell’Appennino tosco-modenese. In questo periodo ha modo di constatare personalmente la ferocia della repressione antipartigiana condotta dai tedeschi, come nel caso delle stragi perpetrate tra la primavera e la fine del giugno 1944.

Piandelagotti, frazione del comune di Frassinoro, sorge a oltre 1200 metri sul livello del mare, al confine tra l’Emilia-Romagna e la Toscana. Il 28 giugno 1944, i nazisti circondano l’abitato e colgono di sorpresa i partigiani che vi stazionano: questi ultimi, tuttavia, riescono a mettersi in salvo, lasciando il borgo nelle mani dei reparti tedeschi. I militari catturano circa quaranta civili: dieci ostaggi vengono trucidati sul posto, mentre gli altri trenta sono condotti a Pievepelago.

Il successivo 30 giugno 1944, per rappresaglia, i tedeschi impiccano quattro patrioti a Cerreta di Pievepelago. È molto probabile che Piero Zerboglio, nell’ambito delle attività connesse alla militanza clandestina, si sia recato in queste località in più occasioni. Ne è preziosa testimonianza una lettera di Irene Giglioli alla sorella Lilia, nella quale si legge:

Piero mi ha detto che a Piandelagotti la guerra tra tedeschi e partigiani è stata orribilmente selvaggia e che i tedeschi hanno fatto cose di una crudeltà inaudita. Interi paesi sono stati incendiati, molte case arse con gli abitanti ancora dentro. Di Piandelagotti stesso parrebbe che non resti che la sola chiesa e che tutto il resto sia stato incendiato o distrutto. Spero ancora che non sia vero fino a questo punto, ma purtroppo fin dall’anno scorso [recte primavera scorsa, N.d.C.] Piero ci diceva di aver visto personalmente il paese di Civago [frazione di Villa Minozzo, N.d.C.], a pochi km da Piandelagotti, tutto distrutto dagli incendi tedeschi[15].

Piero Zerboglio si riferisce, con ogni probabilità, ai fatti accaduti il 20 marzo 1944: in quella data, il reparto esplorante della divisione corazzata paracadutisti “Hermann Göring”, coadiuvato dai militi della Guardia nazionale repubblicana (GNR) di Reggio Emilia, scatena un attacco brutale contro le comunità di Civago e Cervarolo. L’operazione antipartigiana si trasforma rapidamente in un eccidio sistematico, caratterizzato da violenze efferate e uccisioni indiscriminate tra la popolazione civile[16].

Dopo che Pisa e i suoi dintorni sono stati teatro del violento scontro tra la retroguardia tedesca e l’esercito anglo-americano nei mesi di luglio e agosto 1944 – subendo costanti bombardamenti e cannoneggiamenti – tra il 31 agosto e il 1° settembre i reparti tedeschi si ritirano definitivamente dalla città e dalle zone limitrofe. La ritirata avviene verso Ripafratta e successivamente Lucca, lasciando alle spalle un territorio segnato dalle feroci stragi compiute nelle settimane precedenti tra i comuni di San Giuliano Terme e Vecchiano.

Prima pagina della Relazione di Antonio Tozzi sulle attività del Partito d’Azione a Pisa e provincia [1945]. Foto dell’Archivio BFS

Il 1° settembre, su indicazione dei comandi alleati, una squadra partigiana di Coltano effettua una prima perlustrazione nella zona nord della città, rilevando l’assenza delle truppe occupanti.

Il giorno successivo, le avanguardie alleate fanno il loro ingresso in città, provenendo da Colignola e Mezzana (lungo la direttrice Calci-Cascina). Entrando da Porta a Lucca, le truppe incontrano due distinti gruppi di partigiani che, seguendo le direttive dei comandi alleati, hanno preceduto l’arrivo delle pattuglie: si tratta di alcuni elementi di Coltano e di un nucleo di patrioti della formazione “Nevilio Casarosa”, scesi appositamente dai monti per partecipare alla liberazione del centro urbano.

Secondo la testimonianza di Antonio Ricci – figlio della cuoca della famiglia e residente nella Villa Giglioli – alcune pattuglie di soldati americani penetrano in città, sempre il 2 settembre, utilizzando il ponte subacqueo del Viale delle Piagge, all’altezza del Tondo. Percorrendo buona parte del viale, i reparti raggiungono il centro cittadino attraverso via Maccatella[17].

Pochi giorni dopo, il 5 settembre, le autorità militari alleate confermano l’avvocato Mario Gattai nel ruolo di commissario prefettizio, affiancato da Italo Bargagna in qualità di commissario politico. Sarà proprio quest’ultimo a essere successivamente nominato dal CLN locale come primo sindaco della Pisa liberata[18].

Una bozza dettagliata della Relazione del Partito d’Azione, conservata tra le carte di Antonio Tozzi, riporta una testimonianza cruciale su quei momenti:

Allorché le truppe della V/a Armata, dopo 45 giorni di sosta, passarono l’Arno, vari elementi delle squadre servirono di guida alle pattuglie di avanguardia alleate. Al loro primo entrare nella città di Pisa, avvenuto dal sobborgo di Cisanello, ebbero appunto per guida appartenenti alle squadre del Partito d’Azione: per primo Benelli Nello, e quindi Bacci Fosco ed altri componenti della sua squadra, fra cui Orsolini Mario, il quale alle ore 10,10 del giorno 2 settembre 1944, accompagnò una pattuglia americana sulla torre pendente per issarvi la bandiera stellata[19].

All’indomani della liberazione di Pisa, l’impegno di Piero Zerboglio si sposta sul piano della riorganizzazione politica e civile. Entra a far parte del Comitato direttivo del Partito d’Azione per la città e la provincia insieme ad Antonio D’Andrea, assumendo l’incarico di segretario provinciale e ricoprendo diverse responsabilità all’interno del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN)[20].

In occasione del congresso regionale del Partito d’Azione, tenutosi nella primavera del 1945, Piero viene eletto nel Comitato regionale toscano, assumendo la rappresentanza ufficiale della provincia di Pisa in seno all’organismo dirigente[21].

Il 31 marzo 1946, Piero figura nelle liste dei candidati del Partito d’Azione per le elezioni amministrative di Pisa, insieme alla moglie Gianna Donetti. Nonostante il ruolo di assoluto rilievo ricoperto dal partito durante la clandestinità, l’esito delle urne è amaro: la formazione raccoglie appena 675 voti (l’1,7%), un risultato modesto che non consente a Piero l’elezione e che contribuisce ad aggravare la crisi identitaria del movimento azionista.

Piero prosegue con dedizione la propria attività di insegnante e, dopo lo scioglimento del Partito d’Azione nel 1947, si avvicina all’area socialista, seguendo la traiettoria intrapresa dalla maggioranza degli ex azionisti. Nel 1949, con la costituzione della FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane), vi aderisce prontamente: il suo obiettivo è preservare l’autonomia delle associazioni dei partigiani, mantenendole indipendenti dalle logiche e dai compromessi del sistema politico dell’epoca.

Nell’aprile del 1953 prende vita un nuovo soggetto politico, Unità Popolare (UP), che aggrega diverse formazioni di area liberal-socialista con l’obiettivo di contrastare la riforma elettorale maggioritaria, nota polemicamente come “legge truffa”. Dopo la battaglia elettorale del giugno 1953, UP avvia un percorso di progressivo avvicinamento al PSI. In occasione del convegno nazionale di Firenze (29-30 giugno 1957), Piero Zerboglio viene eletto nel Comitato Centrale del movimento, sedendo accanto a figure di primo piano della Resistenza e del socialismo italiano come Ferruccio Parri, Tristano Codignola, Pietro Caleffi e Riccardo Levi[22],

In questa veste, Piero partecipa attivamente alla fase conclusiva del movimento, che avvia le trattative per la confluenza definitiva nel Partito Socialista Italiano (PSI). Tale unione viene ufficialmente deliberata il 26 ottobre 1957, segnando la fine dell’esperienza organizzativa autonoma di Unità Popolare e il rientro della componente azionista e liberal-socialista nell’alveo del socialismo democratico[23].

Nel 1958, Piero assume la presidenza dell’Istituto di cure marine di Tirrenia[24], un incarico che manterrà per lungo tempo: sotto la sua gestione, il 16 febbraio 1971, l’istituto verrà ufficialmente elevato al rango di ente ospedaliero con apposito Decreto del Presidente della Repubblica.

Sul piano culturale e civile, la sua attività non viene meno: fin dal primo numero, collabora a «Lettera ai compagni», la rivista mensile della FIAP fondata da Ferruccio Parri nel febbraio 1969. In questi decenni complessi per la storia d’Italia e di Pisa, la sua figura, rimasta sempre ancorata ai principi democratici e socialisti, si consolida come un punto di riferimento imprescindibile per la difesa della memoria della Resistenza e dei valori dell’antifascismo.

Infine, nel 1973, Piero ripercorre le orme paterne: come già era accaduto ad Adolfo nel 1923, diventa socio della Cassa di Risparmio di Pisa, il principale istituto bancario cittadino, a testimonianza del prestigio e del radicamento sociale che la sua famiglia ha saputo mantenere nel tessuto civile della città attraverso le generazioni[25].

Il 21 maggio 1985, di fronte alla proposta dell’Università di Pisa e della Scuola Normale Superiore di realizzare una lapide commemorativa con l’elenco dei caduti della Seconda guerra mondiale, Piero interviene in prima persona. In qualità di esponente della FIAP, e insieme ai rappresentanti delle altre associazioni antifasciste, firma una lettera aperta indirizzata al Rettore: nel documento viene espressa una ferma opposizione all’inserimento del nome del filosofo e fascista Giovanni Gentile accanto a quello degli altri caduti.

Piero Zerboglio si spegne a Pisa il 5 febbraio 1991[26]. È sepolto nel cimitero di Barga, la cittadina che aveva dato rifugio e protezione a lui e alla sua famiglia nei drammatici anni 1943-’44. Lì riposa accanto al padre Adolfo, alla madre e agli altri componenti della famiglia, suggellando in quel luogo di memoria il legame profondo e grato con una terra che, pur non avendogli dato i natali, era diventata per lui una seconda patria elettiva.

Franco Bertolucci

9 aprile 2026

 

NOTE:

[1]Su Adolfo Zerboglio (1866-1952), giurista, deputato e senatore cfr. R. Gilardenghi, Zerboglio Adolfo, in Movimento operaio italiano Dizionario biografico, a cura di F. Andreucci e T. Detti, Roma, Editori riuniti, 1978, v. 5, pp. 294-297; C. Latini, Zerboglio Adolfo (1866-1952), in Dizionario biografico dei giuristi italiani (secc. XI-XX) [d’ora in poi DBGI], Bologna, 2013, v. 2, pp. 2088-2089; G. Marra, Zerboglio Adolfo, in Maestri d’Ateneo. I docenti dell’Università di Urbino nel Novecento, a cura di A. Tonelli, Urbino, Università degli studi di Urbino «Carlo Bo», 2013, pp. 599-600.

[2]Medaglie d’oro: Enzo Zerboglio, Enrico Toti, [a cura di[ A. Zerboglio, Milano, Imperia, 1923.

[3]Notizie sulla storia della famiglia Giglioli si possono leggere in  B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1944, a cura di F. Bertolucci, B. Cattaneo, G. Mangini, Ghezzano (PI), BFS, 2025, pp. 26-37. Cfr., inoltre, C. Giglioli-Stocker, Una famiglia di patrioti emiliani. I Giglioli di Brescello. Con appendice di 26 lettere inedite di patrioti del tempo, Milano, Società anonima editrice Date Alighieri, 1935.

[4]Soci promotori e fondatori, «Notiziario del Club Alpino Italiano sezione di Pisa», a. 37, n. 1, 2017, p. 6.

[5]A. Zerboglio, Barga: memorie e note vagabonde, con xilografie di Balduini, Barga, Sighieri & Gasperetti, 1929.

[6]Ivi, p. 48.

[7]Archivio generale dell’Università di Pisa, Fasc. studente Zerboglio Piero.

[8]P. Zerboglio, [Memorie familiari], dattiloscritto [1982], in Carte di A. Ricci, Archivio della Biblioteca F. Serantini, p. 35.

[9]Carte famiglia Tozzi, fasc. [Partito d’azione e guerra], doc. 1944-1964, [Appunti], s.d.

[10]Cfr. R. Vanni, La Resistenza dalla Maremma alle Apuane, Pisa, Giardini, 1972 p. 70, e G. De Luna, Storia del Partito d’azione 1942-1947, Milano, Feltrinelli, 1982, pp. 50-51.

[11]P. Zerboglio, [Memorie familiari], dattiloscritto [1982], cit., pp. 37-38.

[12]Ivi, p. 39.

[13]Ivi, p. 40.

[14]Ivi, p. 45.

[15]Lettera di Irene a Lilia Giglioli, Pisa, 26 ottobre 1944 in Archivio della Biblioteca F. Serantini, Carte famiglia Giglioli. Su queste stragi cfr. M. Storchi, Reggio Emilia, in La politica del terrore: stragi e violenze naziste e fasciste in Emilia Romagna: per un atlante delle stragi naziste in Italia, a cura di L. Casali e D. Gagliani, Napoli, L’Ancora, 2008, pp. 95-113.

[16]Di questo episodio ne fa cenno anche Beatrice Giglioli in una lettera alla sorella Lilia, Pisa, 12 aprile 1944 in Archivio della Biblioteca F. Serantini, Carte famiglia Giglioli.

[17] A. Ricci, Ricordi dell’estate 1944 in  B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1944, cit., pp. 298-310.

[18]Cfr. G. Bertini [a cura di], Pisa nella bufera: note dell’avvocato Mario Gattai commissario del Comune di Pisa. Giugno-settembre 1944, Pisa, Circoscrizione 6, 2001, inoltre S. Gallo, Pisa in guerra, 1943-1944, in G. Fulvetti [a cura di], Dalla guerra alla Liberazione. Pisa 1940-1945, Pisa-Bologna, Fondazione Palazzo Blu-Whitebook, 2024, pp. 67-77.

[19]Cfr. Carte famiglia Tozzi, [Partito d’Azione e guerra], 1944-1964, [Relazione al Patriot Branch. dattiloscritta sulle attività del PdAz nella primavera estate del 1944], s. d. ma presumibilmente dell’autunno del 1944.

[20]A. Tozzi, La Costituzione del Partito d’azione in provincia di Pisa, in Resistenza ai nostri giorni, a cura dell’ANPI di Pisa, 2005, pp. 59-61. Cfr. Il Partito d’azione in Toscana. Il congresso regionale dell’ottobre 1945, a cura di L. Menconi, Ospedaletto (Pisa), Pacini, 2024.

[21]La ricostruzione in Toscana dal CLN ai partiti. 2. I partiti politici, a cura di E. Rotelli, Bologna, Il Mulino, 1981, p. 327.

[22]Bologna. Comitato centrale, elezione della direzione nazionale, «Il Piccolo, a. 76, n. s., n. 3316, 9 luglio 1957.

[23] Cfr. ebook formato EPUB2, F. Leonzio, Segretari e leader del socialismo italiano, Catania, ZeroBook, 2018, p. 137.

[24]«Gazzetta Ufficiale», n. 261, 28 ottobre 1958, p. 4093.

[25]A. Cecchella e R. Bernardini, Oltre… il 150°. Un secolo e mezzo nella vita socio-economica della provincia, Pisa, Cassa di Risparmio di Pisa e Pacini, 1984, vol. 1, pp. 185 e sgg.

[26]L. M. [L. Mercuri], Ricordiamo Dolci e Zerboglio, «Lettera ai compagni», n. 4, aprile 1991.

 




LE GIORNATE DI APRILE 1975

”Gli anni Settanta furono anni

troppo disordinati, troppo agitati, troppo pieni

di vita perché li si ricordi solo come una pedante raffica di spari”

Michele Serra

Il 16 aprile del 1975 a Milano fu indetta una manifestazione per sensibilizzare l’opinione pubblica su temi inerenti il diritto alla casa. Una volta sciolto il corteo alcuni militanti del movimento studentesco incrociarono per strada tre ragazzi appartenenti al FUAN (organizzazione universitaria di destra) intenti a svolgere un volantinaggio. Riconosciuti dai militanti di sinistra furono aggrediti: due riuscirono a scappare mentre il terzo, Antonio Braggion di 22 anni, si rifugiò all’interno della propria auto, una mini minor che fu colpita ripetutamente con oggetti contundenti mandandone in frantumi i vetri. Braggion all’interno della vettura esplose tre colpi di rivoltella di cui uno ferì a morte lo studente diciasettenne Claudio Varalli, militante del Movimento dei lavoratori per il Socialismo. “Giace al suolo un giovane vestito di jeans e col giaccone verde”, annunciavano le agenzie di stampa del 18 aprile1. Il neofascista Braggion poi riuscì a fuggire eclissandosi nel traffico milanese e dopo una latitanza all’estero, nel 1978, sarà condannato a cinque anni di carcere per “eccesso di legittima difesa” ed altri cinque “per detenzione abusiva di arma da fuoco”, pena che poi sarà ridotta in secondo grado.

Il giorno dopo, il 17 aprile, nel capoluogo lombardo venne indetta una manifestazione di protesta per l’omicidio del Varalli: un corteo assai corposo da piazza Cavour prese la direzione verso la sede del Msi in via Mancini dove poco dopo iniziarono i tafferugli fra manifestanti da una parte e polizia e carabinieri dall’altra. Nel bel mezzo della guerriglia urbana un autocarro dei carabinieri, dopo numerosi caroselli in via XXII Marzo per disperdere i manifestanti, salito sul marciapiede travolge Giannino Zibecchi, insegnate di educazione fisica, militante del Coordinamento dei comitati antifascisti, schiacciandogli il cranio con la ruota anteriore sinistra. Lo Zibecchi rimarrà a terra con il viso orrendamente sfigurato e la materia celebrale che fuoriesce dalla sua testa2.

Alla guida dell’autocarro c’era il carabiniere diciottenne Sergio Chiarieri che al processo verrà assolto dal reato ascrittogli per insufficienza di prove.

Claudio Varalli e Giannino Zibecchi

 

Murales a Orgosolo. Per Giannino Zibecchi e Claudio Varalli, aprile 1975.

Sempre il 17 aprile, questa volta a Torino, in un quartiere operaio di periferia, un gruppo di compagni del comitato per la lotta per la casa di Falchera stava sistemando la nuova sede appena liberata, un semplice box auto che la guardia giurata Paolo Fiocco si era preso in più oltre a quello già assegnatogli dall’istituto IACP (Istituto Autonomo Case Popolari). In quel box il comitato per la casa avrebbe voluto fare una sala riunioni, e siccome a niente valsero le richieste fatte al Fiocco per liberarlo, quella sera venne deciso di riappropriarsene. E così che la guardia giurata, non condividendo quello che sentiva come un esproprio, quella stessa sera con la sua pistola di ordinanza sparò in faccia a Tonino Miccichè, ritenuto responsabile del maltolto in quanto una delle figure più importanti del comitato3.

Arriviamo al 18 aprile a Firenze dove si mobilitano diverse realtà per manifestare contro gli omicidi dei giorni precedenti4: dagli studenti medi agli universitari, dall’ANPI al PCI, e a tutti coloro rimasti indignati da questo continuo spargimento di sangue. Gli studenti si muovono in corteo durante la mattinata, mentre la manifestazione generale cittadina partirà nel tardo pomeriggio. Già dalla mattina però l’obiettivo è chiaro: raggiungere piazza Indipendenza dove si trovava la sede del Msi, ma al primo tentativo di avvicinamento seguono immediatamente le cariche della celere che disperdono i manifestanti facendoli desistere dal loro intento. Poi nel pomeriggio, dopo aver sfilato per le vie della città, quando il corteo si scioglie i manifestanti a piccoli gruppi raggiungono piazza Indipendenza. Qui stazionano già dalla mattina polizia e carabinieri in assetto antisommossa schierati a difesa della sede missina. E’ un attimo, all’improvviso parte la carica delle forze dell’ordine e iniziano i tumulti: l’aria diventa irrespirabile, nebbia di lacrimogeni, vampate di bottiglie molotov, lanci di pietre e bulloni, getti di idrante, automezzi dati alle fiamme, devastazioni, barricate… scontri violenti che si protraggono fino a tarda sera. L’intero quartiere di San Lorenzo rimase al buio senza illuminazione pubblica, non sappiamo se per un guasto o per una scelta deliberata, di fatto nelle strade si creò un clima di terrore con camionette della celere e dei carabinieri che sfrecciavano anche a fari spenti5. Inoltre più testimonianze hanno dichiarato che quella sera agenti in borghese si muovevano sul territorio in cerca di manifestanti facinorosi6…

In questo clima di guerriglia urbana intorno alle ore 23.00 rimase a terra colpito alla nuca da un colpo di pistola Rodolfo Boschi, detto Foffo, operaio dell’ENEL iscritto al partito comunista, conosciuto in città come giocatore dei Bianchi di San Frediano del Calcio Storico. Dai ricordi dei suoi amici e conoscenti appare uno di quei giovani schietti dal cuore generoso e coraggioso, un cuore che quella sera del 18 aprile probabilmente l’aveva portato dove sentiva che ci sarebbe stato bisogno del suo impegno e della sua generosità per protestare e per interrompere definitivamente quella terribile catena di giovani morti ammazzati. E invece il destino fece si che Rodolfo diventasse l’ennesimo anello di quella stessa catena7.

Rodolfo Boschi colpito non ce la farà a sopravvivere e il suo cuore cesserà di battere la mattina successiva del 19 aprile alle ore 7.00. A sparare è stato uno degli agenti dell’ufficio politico della questura, Oreste Basile, che dichiarerà di aver risposto al fuoco nemico. A terra, poco distante dal Boschi, giace ferito, non in modo grave, anche Francesco Panichi, militante di Autonomia Operaia, accanto al quale viene ritrovata una pistola. Le testimonianze in merito ai fatti accaduti sono discordanti: c’è chi afferma di aver visto il Panichi impugnare una pistola, mentre altri dichiarano che a sparare è stato un altro individuo allontanatosi poi in tutta fretta su una 128 verde posteggiata in fondo a via Nazionale8. Al militante di Autonomia Operaia verrà comminata la pena di 10 anni di reclusione, mentre l’agente di polizia sarà condannato a 8 mesi con la condizionale “per eccesso colposo di legittima difesa”9.

Mentre la notizia dell’ennesimo manifestante ucciso in piazza si diffonde in tutta Italia, il PCI pubblica un documento in cui declina la responsabilità della morte del Boschi a gruppi di teppisti e provocatori che hanno fatto “versare il sangue innocente di un giovane lavoratore”10. Il partito sembra orientato ad alimentare una vera e propria campagna per l’arresto del Panichi, reo, secondo loro, di esser giunto sui luoghi degli scontri armato di pistola. Quindi si auspica che la polizia concentri il proprio operato contro i presunti provocatori in modo da “impedire che si scavi un solco profondo tra i lavoratori fiorentini e le sue forze di polizia e si crei una contrapposizione”11.

Dall’altra parte la sinistra extraparlamentare accusa il PCI di essersi inventato il mostro e di averlo indebitamente sbattuto in prima pagina.

E da questo momento in poi il rapporto fra il partito comunista e la sua ala extraparlamentare, soprattutto Autonomia Operaia, acquisterà i toni di uno scontro particolarmente virulento che avrà successivamente il suo apice qualche tempo dopo all’Università della Sapienza a Roma quando a Luciano Lama Segretario Generale della CGIL, sindacato vicino alla posizioni del PCI, verrà impedito di parlare contestandolo sonoramente con atteggiamenti di estrema violenza. “La cacciata di Lama” espressione con cui è ricordato l’avvenimento, fu uno degli eventi più rappresentativi del fermento politico poi passato alla storia come Movimento del Settantasette12.

Le giornate di aprile possono essere considerate quel punto di non ritorno per molti giovani della sinistra extraparlamentare che scelgono lo scontro violento in piazza con l’uso delle armi, o decidono di sposare la lotta armata entrando a far parte delle organizzazioni terroristiche tipo BR, Prima Linea, Nap…

13.

Durante l’anno 1977 si iniziarono a contare anche le morti degli uomini delle forze dell’ordine rimasti esamini sull’asfalto negli scontri di piazza colpiti da proiettili sparati da manifestanti. Settimio Passamonti, allievo sottufficiale di Pubblica Sicurezza, cadde ucciso a Roma il 21 aprile durante una giornata di scontri forse dei più violenti di quegli anni per il numero di colpi e per il volume di fuoco. Il giorno successivo il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga annunciò il divieto di tutte le manifestazioni nel Lazio per un mese dichiarando alla stampa: “Deve finire il tempo dei figli dei contadini meridionali uccisi dai figli della borghesia romana”.

Il 14 maggio a Milano fu la volta del vicebrigadiere del III reparto della Celere Antonio Custra, colpito a morte da un proiettile mentre prestava servizio durante una manifestazione. Quel giorno la presenza sul luogo di diversi fotografi produsse una serie di foto che furono pubblicate nei giorni successivi dai quotidiani del tempo. Una fra tutte, che mostrava un autonomo, Giuseppe Memeo, nell’atto di impugnare a due mani una pistola, puntata ad altezza d’uomo, divenne uno dei simboli della violenza di strada degli anni ‘70 e della degenerazione dello scontro politico violento che passò dalle bottiglie molotov all’uso delle armi da fuoco.

In questo clima di efferata violenza, all’interno di un calcolo cinico, le morti dei due poliziotti possono essere considerate, anche se non vi è nessuna effettiva relazione fra loro, come risposta agli omicidi per mano delle forze dell’ordine di altri due manifestanti avvenute quell’anno: Francesco Lorusso, ex militante della disciolta Lotta Continua ucciso a Bologna l’11 marzo con un colpo d’arma da fuoco da un carabiniere di leva, nei disordini scaturiti durante una manifestazione studentesca. Per Lorusso vi sarà poi una rivendicazione esplicita, una scritta lasciata sull’asfalto affianco alla chiazza di sangue dell’agente Settimio Passamonti: “Qui c’era un caramba, il compagno Lorusso è vendicato”14. L’altro omicidio avvenne a Roma durante una manifestazione indetta dal partito Radicale per ricordare il terzo anniversario della vittoria sul divorzio, il 12 maggio Giorgiana Masi cade a terra colpita da un proiettile sparato da notevole distanza, un tipo di proiettile non in dotazione alle forze dell’ordine. Non è stato possibile stabilire chi ha esploso il colpo di arma da fuoco se la polizia o è partito dalla pistola di un manifestante. E la dinamica dei fatti, le testimonianze e la presenza in zona di agenti in borghese con in mano pistole non di ordinanza, immortalati dai fotoreporter, che costituivano la tesi portata avanti dal partito Radicale e dalla sinistra, era in contrasto con l’ipotesi del “fuoco amico” del Ministro dell’Interno Francesco Cossiga che riconduceva la responsabilità a frange dell’Autonomia Operaia: l’inchiesta sulla morte della Masi verrà chiusa per “impossibilità a procedere poiché rimasti ignoti i responsabili del reato”15. Del resto la legge Reale del maggio del 1975, una normativa volta a tutelare l’ordine pubblico e a contrastare il terrorismo di quegli anni, prevedeva anche l’estensione dell’uso legittimo delle armi da parte della polizia, e in tal modo veniva lasciata maggiore libertà alle forze dell’ordine di sparare con il conseguente aumento delle probabilità di morti ammazzati16. E difatti pochi mesi dopo di quell’anno, il 22 novembre a Roma, assistiamo all’ennesimo omicidio in piazza di un manifestante: Piero Bruno, diciottenne militante di Lotta Continua. “Avere diciott’anni nel paese Reale” titolo con cui “Il Manifesto” ricorderà nel giorno del cinquantesimo anniversario (1975-2025) la morte del giovane Bruno, sottolineando che “praticamente ogni circostanza poteva costituire un buon motivo per aprire il fuoco” 17.

Questa lunga scia di sangue lasciata sull’asfalto negli scontri tra manifestanti e polizia insieme alle tante persone freddate dal terrorismo rosso unite alle stragi fasciste hanno connotato gli anni Settanta con la qualifica di “anni di piombo” se non altro per conservare nella memoria quell’inaudito numero di morti che aumentava giorno dopo giorno. Ma quegli anni non furono soltanto spargimento continuo di sangue, furono anche altro.

Negli anni Settanta, dopo la rivoluzione dei costumi del sessantotto, l’Italia visse una fase di trasformazione culturale e sociale ancora più intensa. I giovani alla fine degli anni Sessanta avevano già aperto la strada a nuove forme di libertà e autonomia introducendo stili di vita, linguaggi e comportamenti alternativi. Ora queste spinte si tradussero in azioni concrete con la nascita di movimenti organizzati, rivendicazioni politiche e battaglie civili. Fu un decennio di fermento dove ogni conquista culturale si confrontava con resistenze profonde e tradizioni radicate. Un decennio ricco di conquiste nel quale presero vita significative riforme sul piano sociale, dal divorzio all’aborto, dalla riforma del diritto della famiglia – che eliminava la disparità tra i coniugi con l’abolizione della figura del capo famiglia –, alla riforma sanitaria – che garantiva l’accesso alle cure indipendentemente dalle condizioni economiche –, dalla legge Basaglia con l’abolizione dei manicomi all’obiezione di coscienza – con la possibilità di rifiutare il servizio militare per motivi di coscienza –, dallo statuto dei lavoratori – con il diritto di appellarsi al giudice in caso di licenziamento illegittimo e con la novità delle 150 ore –, ai Decreti Delegati – che promuovevano nella scuola una partecipazione democratica introducendo gli organi collegiali -. In quegli anni prese forma anche il movimento femminista con le donne che divennero protagoniste attive della vita pubblica con la consapevolezza di ridefinire la loro presenza nella società, nella famiglia e nel lavoro, portando avanti il loro obiettivo di eguaglianza ed autodeterminazione. Anni, a sentire il racconto di chi gli ha vissuti, dove si respirava un’aria nuova di possibile rinnovamento, dove si intravedeva all’orizzonte un futuro migliore, dove il dibattito sul “come saremo” era nel bel mezzo della politica, vissuta con passione non soltanto dalle avanguardie, ma da larghi strati sociali. Erano anni dove si sognava un mondo migliore e sembrava di averlo a portata di mano, quando ancora la violenza non aveva divorato tutta intera la speranza. Poi, quando ormai sparare era diventato una consuetudine comune, il sogno di cambiare il mondo si sgretolava pezzo dopo pezzo ogni qualvolta una pistola veniva puntata ad altezza d’uomo.

NOTE:

1 Era uno di questi, “Lotta continua”, 18 aprile 1975; Militante a dodici anni, “Corriere della Sera”, 18 aprile 1975.

2 Pio Zibecchi è morto investito in pieno da un gippone dei CC, “L’Unità”, 18 aprile 1975.

3 Giovanni De Luna, Le ragioni di un decennio 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, Milano 2009, pp. 16-18.

4 Il 18 aprile esplosero nuovamente le piazze italiane: in molte città si registrarono scontri durissimi tra militanti e forze dell’ordine mentre numerosi spazi considerati collusi con i fascisti o dichiaratamente tali vennero assaltati, Cfr. Emilio Mentasti, Senza Tregua, Colibrì Edizioni, Torino 2011, pp. 145-148. 

5 Gravi incidenti nel centro cittadino. Nel pomeriggio, al termine di un corteo, alcune centinaia di individui si sono diretti verso Piazza Indipendenza attraverso le strade adiacenti – Violenti scontri con la polizia – Lanci di bottiglie incendiarie, strade divelte e negozi danneggiati – Tutta la zona attorno alla stazione e al mercato di S. Lorenzo invasa dai gas lacrimogeni, “L’Unità”, 19 aprile 1975.

6 Cfr. Le interviste dei testimoni riportate da Lauro Rosso, nella sua tesi di laurea magistrale in Scienze Storiche, L’autonomia a Firenze 1973-1977, p. 195, p. 237, p. 280.

7 Per le vicende del 18 aprile 1975 a Firenze vedi il racconto di M. Cervelli e B. Paladini, Autonomi a Firenze, in Gli autonomi, le storie, le lotte, le teorie, volume 1, DeriveApprodi, Roma 2007, pp. 327-28; il giornale di area autonoma “Rosso”, giornale dentro il movimento, Milano, aprile 1975, Rivolta di classe, Roma, maggio 1975; l’articolo di Riccardo Venturi, Firenze, via Nazionale, 18 aprile 1975 in https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=3419&lang=it, e consulta la tesi di laurea magistrale in Scienze Storiche di Lauro Rosso, L’autonomia a Firenze 1973-1977 pp. 97-119, e la tesi di dottorato in Storia Contemporanea di Andrea Tanturli, La parabola di Prima linea. Violenza politica e lotta armata nella crisi italiana (1974-1979), pp. 175-185.

8 “Ma resta l’incertezza su chi abbia premuto il colpo fatale, come sulla dinamica del fatto” in Matteo Mazzoni, Politica in movimento: fasi, protagonisti, dinamiche di una stagione di impegno collettivo, in Concentramento ore 9, a cura dell’Associazione Ciclostilato in proprio, Regione Toscana, Firenze 2016, pp. 131-132.

9 Ferma e responsabile manifestazione di massa contro l’eversione fascista e le provocazioni, Gravi incidenti ieri sera in centro, “L’Unità”, 19 aprile 1975; Sdegno per l’uccisione del compagno Boschi, “L’Unità”, 20 aprile 1975.

10 Cfr. il Comunicato della Federazione del PCI, “L’Unità”, 19 aprile 1975, da cui è tratta la citazione, Documento della federazione del PCI subito dopo il tragico episodio, “L’Unità”, 20 aprile 1975.

11 Ibidem.

12 Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 2006, p. 515.

13 Ivi, p. 514.

14 Cfr. Franca Menneas, Omicidio Francesco Lorusso, una storia di giustizia negata, Pendragon, Bologna 2015.

15 G. De Luna, Le ragioni di un decennio, cit., p. 26.

16 Ivi, p. 115-17.

17 Mario Di Vito, Avere 18 anni nel paese Reale, “Il Manifesto”, 22 novembre 2025.

 

Articolo pubblicato nell’aprile 2026.