La Sinagoga di Livorno

Nel cuore della città di Livorno sorge la Sinagoga nuova. Nuova perché quella vecchia, bellissima e molto grande, non c’è più. Tutti dicono che la sinagoga secentesca fosse seconda solo a quella di Amsterdam ma poiché fu pesantemente danneggiata dai bombardamenti, svuotata (come del resto il Duomo) dai cittadini alla ricerca di legno per scaldarsi in una città il cui centro era ridotto ad una maceria, fu scelto di costruirne una del tutto nuova. Le considerazioni su questa scelta sono molto discordanti ma non è questo che qui ci preme sottolineare. L’aspetto che a noi è più caro è legato alla sua collocazione, nel centro della città, alla vista di tutti, in una piazza intitolata ad uno dei più importanti rabbini e intellettuali di tutti i tempi, Elia Benamozegh. La spiegazione di questo fatto è semplice. A Livorno non è mai esistito il ghetto. Gli ebrei arrivarono a partire dal cinquecento e prosperarono in un contesto di grande tolleranza, sia religiosa che giuridica, che permise loro nel Settecento di rappresentare il 25% dell’intera popolazione labronica.

Purtroppo molto cambiò nel Novecento con le Leggi razziali e le persecuzioni. Una parte degli ebrei emigrarono all’estero, una parte cercò di trasferirsi in altri luoghi per dare meno nell’occhio. Molti sfollarono nelle campagne per salvarsi dai fascisti e dai tedeschi ma anche dalle bombe. Furono 116 i deportati e solo in 11 tornarono vivi. La comunità si raccolse attorno a quello che rimaneva dei vecchi edifici e ricominciò a vivere. Finalmente il 23 ottobre 1962 gli ebrei di Livorno riebbero il loro luogo di culto e di incontro. Ancora oggi la comunità ebraica è molto presente nelle manifestazioni culturali e civili della città e la città, nel suo complesso intrattiene un rapporto positivo con la comunità stessa al punto che non gli ebrei, oramai pochi, ma tutti i livornesi per indicarti quel luogo ti dicono: “E’ lì, alla sinagoga”.

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La Miniera e i minatori di Santa Barbara

Miniera Santa BarbaraL’escavazione della lignite nell’area di Santa Barbara ebbe inizio intorno al 1860 anche se per uso  prevalentemente artigianale. In breve però la lignite si dimostrò perfettamente adeguata anche per le esigenze della “Ferriera”, l’azienda siderurgica di San Giovanni Valdarno che decise per lo sfruttamento industriale del bacino lignitifero. Padrini dell’impresa furono Ubaldino Peruzzi e Carlo Fenzi. La miniera a fine Ottocento era già la più importante in Italia per l’estrazione della lignite, il periodo che seguì fu ancora più roseo e nel 1907 venne costituita la Società Mineraria ed Elettrica Valdarnese, o SMEV.
Le condizioni dei minatori erano però pessime, con turni di lavoro di 10/12 ore. In caso di morte sul luogo di lavoro, spettava alla direzione decidere se versare un sussidio alla famiglia. L’unica forma di tutela per i minatori e per le loro famiglie erano le sole Società di Mutuo Soccorso. Il lavoro in queste condizioni era tutt’altro che agevole, come ricorda Libero Santoni: «all’inizio delle coltivazioni una piccola parte del minerale fu estratta a cielo aperto, come si fa nelle cave di pietra […] poi si son dovute scavare gallerie sempre più profonde, fino a 120 metri […] manca l’ossigeno e si respira a fatica quel poco che c’è, mescolato alla polvere di carbone; spesso la temperatura supera i 40 gradi e l’acqua di sgrondo ti infradicia e ti costringe a torcere dieci volte al giorno i pantaloni per strizzare acqua e sudore; lo spazio per lavorare è ristretto e scarsamente illuminato dalle lampade ad acetilene; c’è il pericolo delle frane, del grisou […] è come un serpente velenoso sempre pronto a mordere […] Basta una scintilla, l’accensione di una sigaretta e la lingua di fuoco del mostro si scatena».
Nonostante ciò il numero di lavoratori impiegati nelle miniere continuava a crescere, fino ad arrivare a 5000 durante la prima guerra mondiale. Devono essere costruiti dei dormitori, come la famosa “dispensa” a Castelnuovo dei Sabbioni. Si diffonde presto una forte sindacalizzazione, prima socialista, ma presto anche anarchica e sindacalista rivoluzionaria. Le agitazioni e gli scioperi si seguirono in un crescendo che raggiunse il suo culmine nel biennio rosso del 1919-20. Dopo sessantotto giorni di sciopero la SMEV concesse  in quell’occasione una riduzione dell’orario di lavoro e aumenti salariali.
Questa per gli operai sarebbe stata però l’unica conquista per tutti i lunghi anni a venire del fascismo. Durante l’autarchia fascista a Cavriglia si giunse a produrre il 74% del prezioso combustibile nazionale. Ma, durante la seconda guerra mondiale, le popolazioni del luogo pagarono un pesante tributo di vittime con le terribili stragi naziste del 4 luglio 1944 in cui vennero fucilati 191 civili innocenti.
Con la ricostruzione postbellica e il piano Marshall l’Italia viene invasa dal carbone, più economico e con una resa migliore. Le vendite di lignite cadono a picco e per la SMEV è il crollo definitivo. I piani della direzione sono tragici. I minatori però non si rassegnano a quel destino. Per molti di loro può razionalizzare, si può selezionare qualitativamente la lignite, si può soprattutto cercare una politica concorrenziale dei prezzi. I minatori hanno bisogno di idee. Organizzano, pagandolo con i loro risparmi, un convegno nazionale delle ligniti che si svolge a Firenze il 17-18 gennaio 1948. Come relatori sono chiamati esperti da tutta Italia. I minatori, rinfrancati dal successo dell’iniziativa, propongono un loro piano per la gestione diretta alternativo a quello della Smev. Lo scontro è completo. Arriva l’amministrazione controllata statale della miniera ed è la paralisi. La situazione si sblocca solo grazie a un intervento governativo con una soluzione inaspettata: affidare la miniera direttamente ai minatori per i pochi mesi successivi, fino allo scadere dell’amministrazione controllata. Viene costituita una Cooperativa di minatori. Presidente è Priamo Bigiandi, il deputato ex minatore. La situazione dopo mesi di chiusura è difficilissima, ma i risultati sono sostanzialmente positivi. Ma la direzione della SMEV non cambia idea e lo scontro si radicalizza. I minatori hanno uno slogan ben preciso “la mineraria lavori o lasci lavorare”. Se la SMEV non ha più intenzione di gestire la miniera, lasci a loro il compito. Hanno già dimostrato di essere in grado di farlo. I minatori danno inizio a una nuova strategia. Trasferiscono la loro protesta
nel vicino centro abitato, a San Giovanni. La popolazione è con loro e acconsente ad ospitarli. Iniziano 52 giorni di scioperi, dal 3 marzo al 22 aprile 1950. Di nuovo è necessario un intervento governativo per trovare un accordo: la gestione della miniera viene affidata alla cooperativa, ma alla SMEV dovrà essere versata una quota delle vendite.
Da metà anni ’50, viene inaugurata una nuova centrale progettata da Morandi e l’estrazione ritorna a cielo aperto, come alle origini. Enormi escavatori inghiottono il paesaggio costringendo ad evacuare case e villaggi fino al definitivo esaurimento della lignite nel 1994. La centrale viene convertita prima a gasolio, poi a metano. Alcune delle aree soggette agli scavi per la miniera sono già state recuperate e re-interrate. Sembra che, grazie all’interessamento della Regione Toscana, possa costituirsi  un parco minerario, come è auspicabile per la salvaguardia della memoria del passato di questa area.




Pian d’Albero

Casolare Cavicchi Pian d'AlberoQuello di Pian d’Albero è un casolare su un altipiano isolato nei boschi fra il Valdarno e il Chianti. Qui dal 1939 viveva  la famiglia Cavicchi. La loro è una famiglia numerosa di mezzadri contadini come tante in Toscana. Ma dall’ottobre del 1943, caduto il fascismo, hanno fatto una scelta: appoggiare la resistenza che iniziava ad organizzarsi.  Prima ospitano un piccolo gruppo di 12 uomini comandante partigiano Gino Garavaglia. Poi, con i mesi, il loro impegno cresce e arrivano a dar rifugio fino a un centinaio di persone. Pian d’Albero diventa una delle basi della XXII bis Brigata Garibaldi “Sinigaglia”, una formazione di matrice comunista che prende il suo nome da Alessandro Sinigaglia, “Vittorio”, il gappista fiorentino ucciso a febbraio del 1944.

A Pian d’Albero stazionano partigiani effettivi, feriti, ma soprattuto nuove reclute della brigata appena arrivate o ancora inesperte. Il quindicenne Aronne Cavicchi gli fa da sentinella. È un pastore e ad ogni movimento sospetto manda in fuga le sue pecore come segnale di pericolo. Ma con il suo carattere sveglio e loquace è anche la mascotte della brigata. Il 79enne Giuseppe Cavicchi, carattere forte e austero, è invece il “capoccia”, il vecchio che tutti temono, ed ammirano.

Il 19 giugno 1944 in seguito ad uno scontro a fuoco nei pressi di San Martino un tedesco viene ucciso e un altro riesce a fuggire, la fiat Topolino su cui viaggiavano i soldati viene sequestrata e portata a sera a Pian d’Albero. All’alba del mattino successivo, il 20 giugno, un reparto di paracadutisti tedeschi  giunge sul luogo dello scontro seguendo le tracce lasciate dalla Topolino sul terreno bagnato per le piogge dei giorni precedenti. Gli abitanti del luogo vengono sequestrati e minacciati, uno viene ucciso. Un piccolo gruppo viene obbligato ad accompagnare i tedeschi sul luogo del nascondiglio partigiano. Complice anche la nebbia, che ne nascondeva i movimenti, i soldati tedeschi riescono a salire lungo Carpignano, dividersi in due reparti e sistemarsi nei ridossi di Pian d’Albero uno alla sinistra e uno alla destra del casolare.

Quel mattino nel casolare dei Cavicchi ci sono quasi cento partigiani, ma quasi tutti sono nuove reclute. Solo quattordici fra i partigiani sono armati, ma non possono niente contro i paracadutisti tedeschi che sono in numero nettamente superiore e vengono immediatamente uccisi. Viene ucciso anche il vecchio Giuseppe Cavicchi. Sorpresi durante il sonno in pochi fra i partigiani riescono a fuggire e sono catturati. Vengono presi prigionieri anche Aronne ed il padre Norberto.  Solo le donne della famiglia Cavicchi e la piccola Giuseppina riescono a salvarsi.

Cosa ne è stato di tutto il sistema difensivo partigiano acquartierato intorno a Pian d’Albero? Sicuramente tutti vennero colti di sorpresa. Il commissario politico della brigata Sirio Ungherelli racconta di come in molti temettero che quello fosse solo l’inizio di una più vasta operazione di rappresaglia. Alla sorpresa e alla paura si aggiunse quel mattino, fra le file dei partigiani, anche la mancanza di comunicazioni a far si che si tardasse ad organizzare una pronta risposta. Solo una piccola squadra riesce  ad arrivare in tempo a Pian d’Albero. Sono sovietici, ex prigionieri di guerra nazisti, che si sono uniti alla Resistenza toscana. Cercano di spezzare il cerchio nazista intorno ai prigionieri e farne fuggire il maggior numero possibile. Ma il loro tentativo non riesce. I tedeschi scendono a valle con i prigionieri. Hanno fretta, sanno che quello potrebbe essere solo il primo di altri attacchi. Infatti poco oltre vengono intercettati dalla compagnia “Faliero Pucci” detta “Stella Rossa”. Nello scontro alcuni fra i prigionieri riescono a fuggire. Altri restano immobili terrorizzati.  Gli attacchi e le imboscate da parte delle compagnie partigiane si susseguono nel tentativo di far fuggire il maggior numero di prigionieri. Alla fine in mano dei tedeschi restano diciotto uomini. Dopo un processo farsa vengono impiccati uno a uno sugli alberi all’incrocio delle strade a S. Andrea di Campiglia. Non viene risparmiato neanche Norberto Cavicchi, né il giovane Aronne che viene impiccato, sembra, di fronte agli occhi del padre.

Monumento Pian d'AlberoA testimonianza della tragedia rimane il monumento ai caduti di Pian d’Albero, lungo la strada odierna che porta a Ponte agli Stolli, ai piedi dei gelsi usati allora per l’impiccagione. Rimane il casolare di Pian d’Albero visitabile percorrendo un sentiero CAI che parte da S.Martino. Quel casolare, è stato deciso nel Marzo 2008 con una bella iniziativa della Regione Toscana, diventerà un parco della Resistenza sul modello del Museo Cervi di Reggio Emilia.




Villa Triste

Oggi elegante condominio di un’ambita e tranquilla zona residenziale cittadina, la palazzina posta al n. 67 di via Bolognese dietro l’austerità dei suoi volumi e l’essenzialità tipica del razionalismo architettonico fascista cela ancora in parte le tracce di una pagina greve della storia nazionale e cittadina. Al tempo dell’occupazione tedesca e della Repubblica Sociale Italiana, questo fabbricato situato all’angolo tra via Bolognese e via Trieste servì infatti dal marzo 1944 sino alla liberazione di Firenze come sede della temibile SS-Sicherheintdienst, la polizia politica nazista, ma anche del comando della Banda Carità, il Reparto Servizi Speciali fascista agli ordini del comandante Mario Carità passato alla storia per l’efferatezza dei suoi metodi di interrogatorio. “Villa Triste” fu per l’appunto l’epiteto che la memoria antifascista assegnò a questo luogo, tetro scenario di torture e violenze a danni di resistenti e antifascisti cittadini.

20140319_100115 defIl gruppo di aguzzini diretto dal Carità, prima, e dal suo braccio destro Giuseppe Bernasconi, poi, dal settembre 1943 aveva cambiato più volte sede: una villetta requisita a una famiglia israelita al n. 22 di via Benedetto Varchi, la villa Malatesta di via Ugo Foscolo e dal dicembre 1943 alcune stanze di Villa Loria, proprietà confiscata ad un cittadino ebreo posta al n. 88 di via Bolognese. Fu da quest’ultima sede che nel marzo 1944 il Carità trasferì il proprio reparto al vicino numero civico 67 della stessa via, prendendo possesso di due appartamenti posti al piano terreno e degli scantinati del fabbricato, trasformati in celle detentive. Fu questa tra tutte la più nota “Villa Triste” fiorentina. Nei suoi locali furono condotti e interrogati esponenti di spicco dell’antifascismo fiorentino, perseguitati politici ed ebrei. Molti tra questi subirono violenze e sevizie: percosse fisiche, umiliazioni corporali, vere e proprie torture. Nel giugno 1944 i componenti il gruppo di radio CORA, emittente clandestina antifascista sgominata dagli uomini del Carità, furono portati al n. 67 di via Bolognese dove subirono efferati supplizi. Tra questi, Enrico Bocci e Italo Piccagli resistettero coraggiosamente alle sofferenze inflitte loro da tedeschi e fascisti, assumendosi la responsabilità dell’organizzazione e non lasciando trapelare informazione alcuna. Simile destino era toccato poco prima ad Anna Maria Enriques Agnoletti, giovane antifascista fiorentina, sottoposta a Villa Triste a torture fisiche e psicologiche: fu tenuta sveglia per una settimana intera senza possibilità di dormire e costretta a stare in piedi per ore ed ore. Tradotta in seguito agli interrogatori nelle carceri di Santa Verdiana, il 12 giugno 1944 sarebbe stata fucilata dai tedeschi in località Cercina assieme ai patrioti di radio CORA.

Ma nel lungo elenco dei torturati di Villa Triste va ricordato soprattutto il nome di Bruno Fanciullacci, gappista fiorentino protagonista di ardite azioni partigiane e al centro della discussa uccisione del filosofo Giovanni Gentile. Brutalmente torturato una prima volta dagli uomini del Carità, il Fanciullacci, dopo aver riconquistato la libertà, fu però di nuovo catturato il 4 luglio 1944. Condotto a Villa Triste, nel rocambolesco tentativo di darsi alla fuga Fanciullacci si gettò da una finestra del secondo piano sulla strada antistante, morendo l’indomani a seguito dei traumi riportati nella caduta.

Al suo nome l’amministrazione comunale di Firenze nel 2003 ha intitolato lo slargo antistante Villa Triste. Già dopo la guerra, d’altra parte, una epigrafe dettata da Piero Calamandrei posta sulla facciata dell’edificio aveva elevato questo triste luogo a simbolo dell’antifascismo e della memoria resistenziale cittadina in ricordo di coloro che pur sotto tortura non tradirono la causa della Resistenza: “languire soffrire morire” ma “non tradire” secondo la dedica stessa del Calamandrei.

 




Teatro San Marco di Livorno. Qui nacque il Partito comunista d’Italia

A Livorno c’è una via nel cuore del vecchio quartiere della Venezia che si chiama via San Marco. Prima della guerra lungo il suo percorso sorgeva un teatro, il Teatro San Marco. Ora in quello che resta, dopo la guerra e i bombardamenti, c’è la sede di un asilo. C’è una lapide in quel luogo dove spesso qualcuno, un nostalgico, mette qualche fiore. Tutti però in città sono affezionati a quel luogo e a quella lapide, anche quelli che, e sono tanti, non hanno mai avuto niente a che fare con il comunismo e con il Partito comunista. Ma tutti ne riconoscono il valore storico e testimoniale perché in quei locali si riunirono dopo essersi separati dal Partito socialista, un gruppo minoritario di persone, tra cui Armando Bordiga, Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Angelo Tasca, Palmiro Togliatti, e per i livornesi illustri, Ilio Barontini. Era il 21 gennaio 1921 e lì nacque il Partito comunista d’Italia che di lì a poco entrerà in clandestinità a causa della vittoria del fascismo.

Quel gruppo che si staccò voleva ribadire la sua volontà di restare legato a Mosca e alle direttive del Comintern. I giudizi che gli storici e pure le memorie dei protagonisti di quegli anni e del periodo successivo giunte a noi, sono molto cambiate nel tempo, si sono in qualche modo aggiornate, come è naturale che accada. Le trasformazioni del mondo e le conoscenze sempre più precise e aberranti che sono pervenute sulla realtà sovietica hanno tolto tutto l’alone che la parola “comunismo” poteva suscitare. Resta certo il fatto però che quel gruppo minoritario di militanti seppe poi costruire una resistenza antifascista tra le meglio organizzate e radicate e che riuscì a sopportare il peso del carcere, del confino e dell’esilio tra sofferenze e difficoltà di grande spessore. Fu sia nel suo insieme che singolarmente, nella stragrande maggioranza dei casi, buon esempio per gli altri, in Italia e fuori dall’Italia. E poiché questo non riguarda la città di Livorno ma riguarda tutta la storia politica occidentale, noi pensiamo che quel luogo vada segnalato, difeso e conservato anche se sicuramente oggi, a distanza di così tanti anni da quel lontano1921, l’eredità migliore che si è mantenuta, e che ancora ci può aiutare a capire, viene dai Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, testo analizzato, studiato, tradotto e ristampato ovunque e in particolar modo nel mondo anglosassone.

La lapide sulla facciata di quel che resta del Teatro San Marco fu affissa dai comunisti livornesi nel 1949 e reca questa scritta: “Tra queste mura il 21 gennaio 1921 nacque il Partito comunista italiano avanguardia della classe operaia. Alla testa della democrazia nella trentennale battaglia contro il fascismo popolò dei suoi migliori le carceri e i campi di guerra. Sorretto dalla ideologia di Marx di Engels di Lenin di Stalin dall’esempio di Gramsci sotto la guida di Togliatti prosegue la lotta per rompere le catene di un duro servaggio per la pace e l’indipendenza d’Italia nella realtà del socialismo. I comunisti livornesi”.

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La Fortezza di Santa Barbara

Il_ponte_d'accesso_alla_Fortezza_e_la_torre.La Fortezza di Santa Barbara viene costruita nel 1331 da parte dei fiorentini, ampliata per volontà della famiglia dei Medici e su progetto di Nanni Ughero. Nel 1571 Bernardo Buontalenti la collegò alle mura cittadine.
Nel 1734 viene disarmata dal Granduca Pietro Leopoldo per poi essere utilizzata come caserma, carcere militare e distretto.
Il 29 giugno 1849 Attilio Frosini sarà fucilato dagli austriaci. A quasi un secolo di distanza, il 31 marzo 1944 vi saranno fucilati quattro ragazzi rei di essere renitenti alla leva e antifascisti.




Le ferite di Barberino Tavarnelle negli occhi dei cari. Interviste a Ugo Conti e Mirella Lotti

Tra Storia orale e memoria degli eccidi 

Cenni generali

Durante la Seconda Guerra mondiale, il territorio chiantigiano e la Val di Pesa subirono una violenza devastante: tra il luglio 1944 e la liberazione, si registrarono oltre 150 vittime civili. Per la resistenza tedesca, concentrata verso la Linea Gotica, l’area divenne un fronte nevralgico attraversato da 250.000 soldati della Wehrmacht.

La liberazione avvenne tramite una forza multinazionale (neozelandesi, maori, indiani e marocchini). Tavarnelle fu liberata il 23 luglio 1944 dagli alleati. Gli ultimi scontri nel territorio di Tavarnelle avvennero nel pomeriggio del 24 luglio. Dalla sera l’area era completamente liberata e non vi era più presenza di soldati tedeschi. Il 25 luglio 1944 le truppe neozelandesi uscirono da Tavarnelle ed entrarono nei territori di San Casciano e Montespertoli. Il 23 luglio venne liberata anche Barberino. Il 20 luglio 1944 le avanguardie alleate e i reparti speciali erano penetrati nel territorio comunale, occupando le prime frazioni collinari come Olena, Cortine e Petrognano.

Le truppe neozelandesi furono le vere protagoniste militare dello sfondamento della linea del fronte nel Chianti. Ne facevano parte i soldati della 2ª Divisione Neozelandese (composta sia da militari di origine europea sia da battaglioni Maori), guidati dal generale Bernard Freyberg. Pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, i neozelandesi combatterono casa per casa,  risalendo da sud, contro la tenace resistenza della Wehrmacht tedesca.

 

Le ferite del territorio, gli eccidi

L’uccisione di Desiderio Chiti e Corrado Conti. I ricordi del figlio Ugo Conti

Durante la ritirata, i tedeschi cercarono di punire e colpire, qui come altrove, anche i cittadini del territorio. La Toscana conta infatti molteplici eccidi e rappresaglie.

L’8 luglio 1944 [1] presso la casa di Gioacchino Forconi, vennero fucilati Desiderio Chiti (21/09/1889), operaio agricolo e Corrado Conti (22/07/1885), commerciante e proprietario di una tabaccheria.

Quel giorno, tre o quattro soldati tedeschi avevano infatti fatto irruzione nella casa colonica di Gioacchino Forconi nei pressi di Barberino Val d’Elsa. Qui vennero sorpresi Desiderio e Leopoldo Chiti, Pietro e Corrado Conti, i quali con la minaccia delle armi furono prelevati e fatti avviare a piedi lungo la strada. Alla distanza di circa 20 metri dall’abitazione, i tedeschi aprirono il fuoco, uccidendo Desiderio Chiti e Corrado Conti e ferendo Leopoldo Chiti. Tale uccisione fu forse programmata in relazione a un rastrellamento infruttuoso condotto pocanzi nella zona circostante allo scopo di ricercare renitenti e disertori. Ugo Conti, figlio di una delle vittime, oggi ultranovantenne, spiega la dinamica:

«Noi eravamo sfollati ad una casa colonica. Vennero dei tedeschi da Tignano. Passarono da questa casa colonica e sequestrarono tre o quattro uomini più giovani. Aspettate qui gli dissero. Si va a Barberino a cercarne altri per mandarli in Germania a lavorare. Questi si buttonno nei campi, nel granturco, dove non li vedevano. Fuggirono! Tornati i tedeschi si arrabbiarono e presero così tre vecchi (sessantenni, ndr.), che erano a sedere su una panca di legno all’ombra di una quercia. Era di luglio- come ricorda Ugo Conti-. Gli spararono.  Erano i soliti, forse, – sostiene – dell’eccidio di Pratale». A Pratale- mi ricorda Conti- li hanno trovati i responsabili[2].

Come ha scritto Fusi, la ricostruzione dell’episodio si basa prevalentemente su due denunce ai Carabinieri rese da Leopoldo Chiti il 29 marzo e il 5 aprile 1945. Nelle due testimonianze la versione dei fatti cambia però sensibilmente: nella prima Leopoldo sostiene che i militari tedeschi avevano sorpreso lui e il fratello Desiderio mentre si trovavano seduti sotto a un olivo, da dove erano stati fatti alzare e avviare sulla strada per poi essere oggetto poco dopo di mitragliamento. Nella deposizione del 5 aprile, invece, dichiara d’esser stato sorpreso dai militari mentre si trovava in compagnia del fratello Desiderio, di Corrado e Pietro Conti presso la casa colonica di Gioacchino Forconi, dalla quale erano stati fatti allontanare per essere poco dopo mitragliati.
Anche la località esatta in cui si compì l’uccisione non è precisa. Talvolta è indicata quella di “Novoli”, talaltra le testimonianze indicano un luogo detto “agli indiani”. In entrambi i casi la località si trova comunque nelle vicinanze dell’abitato di Barberino. Desiderio Chiti non morì immediatamente a seguito del mitragliamento, ma decedette poco più tardi presso l’Ospedale Naldini Torrigiani di Tavarnelle Val di Pesa. I responsabili furono individuati nella divisione Fallschirm-Jäger-Division della Luftwaffe [3].

 

Foto di Ugo Conti (classe 1932)

 

Conti ricorda le fatiche della mamma, rimasta sola, per crescerlo, tra le difficoltà della guerra e del dopoguerra. Nel 1944 anche la madre rimarrà ferita da una scheggia durante i bombardamenti: «gli indiani (esercito, ndr.) la portarono a Siena all’ospedale per curarla». Lui rimase così solo con uno zio. Ai drammi delle perdite si legano infatti le emozioni, le paure, le problematicità delle famiglie e di chi era rimasto senza un affetto e senza giustizia. Togliere un padre, un uomo, ad una famiglia nell’Italia del tempo voleva anche dire minarne la stabilità e l’autonomia.

 

Mirella Lotti e la strage di Pratale: il racconto commosso di una memoria che non si spenge

Nel luglio 1944, il 23, poche ore prima della liberazione, si consumò la strage di Pratale: un commando della 4ª Divisione Paracadutisti tedesca uccise 12 civili delle famiglie Gori, Cresti, Raspollini e Lotti. Mirella Lotti, oggi unica sopravvissuta, ricorda commossa:

«Pratale è stato quello che ci ha segnato la vita- racconta con voce rotta dall’emozione. La guerra prima, poi la miseria, poco mangiare, la paura, poi il 23 di luglio, non si può nemmeno descrivere- continua. Avevo 8 anni e mezzo[4]».

A Pratale, piccolo podere del comune di Tavarnelle Val di Pesa situato a circa metà strada tra l’Abbazia vallombrosana di San Michele a Passignano e l’abitato di Fabbrica, fin dalla mattina del 23 luglio 1944 erano in corso il ripiegamento tedesco verso la collina di Fabbrica e la contemporanea avanzata della 2ª Divisione Neozelandese verso Passignano. La zona era al centro di serrati combattimenti, rivelandosi un’area cruciale per la strategia tedesca di ritirata aggressiva. Nel podere di Pratale abitavano da giorni le famiglie contadine dei Gori, dei Cresti e dei Raspollini, alle quali si era aggiunta quella dei Lotti, sfollati dalla vicina località di Fabbrica.

La sera del 23 luglio, un gruppetto di tedeschi appartenenti alla 4ª Divisione Paracadutisti fece irruzione nell’abitazione, sorprendendo le quattro famiglie a cena. Vennero quindi separati gli uomini dalle donne e dai bambini. Mentre il gruppo delle donne veniva fatto allontanare in direzione di Fabbrica, gli uomini furono invece fatti entrare in un piccolo boschetto nelle vicinanze. Fu fatta eccezione però per Maurizio Raspollini e suo figlio Rino, che il padre teneva in braccio, perché malato, che i tedeschi fecero allontanare probabilmente nella stessa direzione presa dal gruppo delle donne. I dodici uomini introdotti nel boschetto vennero quindi fatti allineare e uccisi con ripetute raffiche di mitra. Un istante prima che i militari aprissero il fuoco, Giovanni Raspollini si gettò nella vegetazione, riuscendo in un primo momento a sfuggire all’esecuzione. Durante la fuga si imbatté però in altri soldati tedeschi che lo freddarono all’istante, a breve distanza dal luogo in cui si stava consumando la fucilazione degli altri contadini.

Giovanni Baldini, Cippo dell’eccidio di Pratale, in ResistenzaToscana, 12-12-2007, https://resistenzatoscana.org/monumenti/tavarnelle_val_di_pesa/cippo_dell_eccidio_di_pratale/

Ada Vermigli, madre di Mirella e moglie della vittima Giuliano Lotti, dichiarò in una deposizione rilasciata il 28 marzo 1944 alla stazione dei Carabinieri di Mercatale Val di Pesa che dopo la strage i tedeschi avevano prelevato tutto quello che avevano potuto dal podere di Pratale. Inoltre, sembra che ai fucilati di Pratale fossero stati sottratti anche i portafogli. Nel campo dove i corpi esangui erano stati trucidati, per anni, «l’erba crebbe più alta- ricorda Mirella Lotti. I tedeschi avevano infatti mirato verso le teste degli uomini- come tristemente ricorda Lotti- barbaramente uccisi- forse per lasciare incolumi i corpi, per poi rubarne quei pochi soldi che avevano nelle tasche e, per spregio-come se non bastasse- buttarli sui corpi quei pochi spiccioli[5]».

Giovanni Baldini, Cippo dell’eccidio di Pratale, in ResistenzaToscana.it https://resistenzatoscana.org/monumenti/tavarnelle_val_di_pesa/cippo_dell_eccidio_di_pratale/

«La mia mamma- all’epoca ventottenne-  non voleva lasciare il mi babbo. Ricordo quando il tedesco mi buttò in terra». Lei, bambina, era infatti in collo al padre, quando venne catturato. Donne, bambini e vecchi furono portati via. La zia Sandrina- sorella del babbo- la raccattò di terra, dopo che il tedesco l’aveva separata bruscamente dal padre. Passarono la notte in un rifugio. C’era anche un ragazzo malato di tifo che stava molto male-ricorda. Poi furono condotti in una cantina a Badia a Passignano.

«Ti manca un affetto che te ne ricordi per tutta la vita, non ce ne si può scordare», mi ripete, commossa.

 

Mirella Lotti, classe 1935 con la foto del padre. Immagine tratta dall’articolo, Stragi nazifasciste, 20 comuni contro il ricorso dell’Avvocatura, Rai News, 12 gennaio 2024, https://www.rainews.it/tgr/toscana/articoli/2024/01/stragi-nazifasciste-20-comuni-contro-il-ricorso-dellavvocatura-dcea4824-da21-4c69-af55-174db35122d1.html

 

Il dibattito storico oscilla tra l’ipotesi della delazione e quella della rappresaglia per il ferimento di un soldato tedesco. I familiari delle vittime sin dalla liberazione accreditarono l’ipotesi che la strage fosse avvenuta a seguito della delazione fatta ai tedeschi da Pasquale Lunghi, detto “il farinaio”, uno sfollato di Tavarnelle che era stato visto fraternizzare con i tedeschi e che nei giorni precedenti aveva litigato con gli uomini della famiglia Gori per una questione di bestiame. In realtà la responsabilità di Lunghi nell’episodio non è mai stata provata, giocano anzi a favore della sua innocenza alcuni certificati rilasciati al Lunghi dal CLN di San Casciano e comprovanti la sua buona condotta politica e morale. Lei stessa sulla questione sorvola, come a non voler dar colpe o rivangare verità scomode.

Testimonianze orali italiane e fonti militari riferiscono del ferimento di un soldato tedesco a opera di partigiani verificatosi qualche ora prima della strage nella zona tra Fabbrica e Passignano, che avrebbe potuto innescare un meccanismo di rappresaglia. Tuttavia, dell’episodio nelle relazioni delle formazioni partigiane operanti nella zona (la banda garibaldina “Faliero Pucci” e la III Brigata “Rosselli”) non se ne fa menzione.

Lo stesso eccidio è stato spesso confuso negli anni con quello di Fabbrica. Perfino la località di Pratale viene talvolta confusa con Passignano o Fabbrica stessa. Questo perché sin dalla denuncia presentata il 19 maggio 1945 dalle vedove della strage ai Carabinieri è riportato erroneamente Fabbrica come luogo della fucilazione; come scrive Fusi, il boschetto nel quale vennero fucilati gli uomini prelevati dal podere di Pratale è detto anche “della Fornace di Fabbrica”; alcuni atti notori rilasciati dal comune di San Casciano dopo la strage, relativamente all’uccisione dei Lotti, riportano come luogo di morte quello di Fabbrica (in effetti i Lotti erano sfollati a Pratale da Fabbrica); il giorno dopo la strage di Pratale, si registrò nella vicina località di Fabbrica la fucilazione di altri 4 uomini ad opera dei tedeschi.

Nei bollettini della Commissione regionale toscana per il riconoscimento della qualifica di partigiani, undici delle vittime furono dichiarate partigiani combattenti in forza alla III Brigata Rosselli, mentre Oreste Cresti fu dichiarato caduto per la lotta di liberazione. Emilio Galli, comandante della brigata, indicò in un proprio rapporto le vittime di Pratale come informatori e coadiuvanti della sua unità. Nel dopoguerra, tuttavia, da parte di alcuni parenti fu messa in discussione l’effettiva appartenenza delle vittime al partigianato: il riconoscimento sarebbe in realtà giunto grazie alla mediazione del Galli per consentire ai familiari un trattamento economico e assistenziale migliore.

Anche Nazzareno Papini (1933, Sambuca), allora sfollato a Sardella, località sopra Sambuca, ha raccontato che suo padre fu tra coloro che, nei giorni successivi alla strage, recuperarono i corpi degli uomini deceduti, ancora abbracciati, per caricarli su «due carri dei bovi» verso il cimitero [6]. I tedeschi avevano infatti impedito inizialmente una degna sepoltura alle vittime. Mirella Lotti aggiunge dettagli sulle lunghe trafile per i risarcimenti:

«La mi mamma era una donna forte. […] tutti i giorni la rammentava il suo Giuliano: io molte cose l’ho sapute stando con lei. Era una donna battagliera[7]. Ha lavorato tanto». Nel raccontare la vicenda, ben nota, Mirella si emoziona.

Nel dopoguerra si trovarono sole: Mirella e la madre Ada. Per ottenere più rapidamente gli aiuti e i sussidi alcuni partigiani avevano chiesto alla vedova Lotti di far passare Giuliano come partigiano. Mirella ricorda che la mamma «non voleva la roba degli altri». Ma ci vollero anni per ottenerlo.

Il sacrificio di suo babbo e degli altri uomini è valso la Medaglia d’Oro al Valore Civile al Comune. Come anche suo marito, sono consci che molto è stato fatto negli anni recenti: prima non c’era quasi nulla, racconta. Mirella stessa, assieme al marito Francesco Vermigli, hanno ricevuto la Cittadinanza Onoraria di Tavarnelle nel 2014. Il Comune di San Casciano in Val di Pesa con l’allora sindaco Remo Ciappi nel XX anniversario della sua liberazione concesse invece la Medaglia d’Oro alla memoria di Lotti Giuliano “che inerme cadde sotto il piombo nazista per feroce ed inumana rappresaglia nei giorni della liberazione del Comune” (26 luglio 1964). Hanno lottato una vita per avere giustizia.

«Il Comune ha aspettato troppo per fare qualcosa- dice- fossero state vive le mogli delle vittime sarebbe stato più facile ricostruire l’accaduto. Perché questo silenzio?» si è chiesta a lungo. Forse sono prevalse motivazioni politiche, le rispondo.

Anche a seguito di una nuova e rinnovata sensibilità verso gli eccidi perpetrati dai tedeschi, grazie all’apertura dell’Armadio della vergogna a Roma[8], è emersa una parziale verità, con i responsabili dell’eccidio. È stato fatto il processo -non senza spese che non tutti hanno sostenuto- ma lei sì, motivata dalla verità. Quella della memoria degli eccidi è stato un lungo cammino tra oblio, falsi ricordi, assenza di giustizia.

Nel 2011, l’Amministrazione comunale di Tavarnelle Val di Pesa ha presentato una formale denuncia alla procura Militare della Repubblica con la quale è stata avviata un’indagine che ha permesso l’identificazione di sei militari, quattro tedeschi, uno austriaco e uno polacco, i cui nomi sono stati iscritti nel registro degli indagati. Il 20 maggio 2013 il GIP ha dichiarato il non luogo a procedere per estinzione del reato e per morte dei rei.

A inizio gennaio 2024, oltre venti sindaci di Comuni colpiti dalle stragi nazifasciste dell’estate 1944 si sono riuniti a Firenze per creare un coordinamento nazionale. La protesta è nata a seguito delle sentenze del Tribunale di Firenze del novembre 2023, contro le quali l’Avvocatura dello Stato ha presentato ricorso in appello, bloccando i risarcimenti destinati ai familiari delle vittime. Poiché, infatti, la Germania rifiuta di pagare, l’Italia ha istituito con il Decreto-Legge del 30 aprile 2022 un Fondo statale per risarcire direttamente le vittime. Il ricorso dell’Avvocatura ha allungato enormemente i tempi, ma la mobilitazione dei sindaci e la sentenza n. 159 della Corte costituzionale del 21 luglio 2023 hanno dato ragione alle vittime[9].

In questo caso, come suddetto, i responsabili sono stati individuati. Si trattò della Compagnia del 12° Reggimento della 4ª Fallschirmjäger Division (4ª Divisione paracadutisti), squadra composta da quattro tedeschi, Wittenauer Bruno, (1919) di Gernsbach, tenente comandante; Kurz Rudolf, (1916) di Kiel, sottufficiale aspirante ufficiale, comandante di squadra; Schulze-Holtenhausen Bernhard (1922) di Reken, caporalmaggiore; Flessenkemper Herbert, (1918) di Wuppertal; un austriaco, Moser Rudolf (1919) di Alpbach e di un polacco Ogorek Georg (1917) di Breslavia (dal 1945 Polonia).

La Storia non è fatta solo di date sui libri o di aule di tribunale; è fatta soprattutto di volti, di sguardi e di storie familiari che si intersecano con la Grande Storia. Nelle parole commosse di Ugo Conti e di Mirella Lotti, i ricordi personali smettono di essere un dolore privato per diventare memoria collettiva. Ricordare chi ci è stato strappato non è un semplice esercizio del passato, ma un atto di resistenza presente: significa restituire dignità a quelle vite spezzate e riaffermare che la ricerca della verità non scade mai.

 

Note

[1] Francesco Fusi, a cura di, BARBERINO VAL D’ELSA 08.07.1944 (Firenze – Toscana), https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2304  [consultato nel mese di luglio 2026]

[2] Testimonianza di Ugo Conti, raccolta dall’autrice il 18 marzo 2026 nell’ambito del progetto sul 1946 promosso in collaborazione con il Comune di Barberino Tavarnelle.

[3] Cfr. Claudio Biscarini, Quando piovevano le cannonate. 1944. Violenza e guerra ai civili tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, Effigi, Arcidosso, 2012, pp. 123-124; Gabriella Congedo, Come se fosse ora. La comunità di Barberino Val d’Elsa e la memoria dell’ultima guerra, Sarnus, Firenze, 2013, pp. 144-145. Matteo Mazzoni, Il passaggio del fronte tra Val di Pesa e Val d’Elsa. Civili e violenze di guerra nell’estate del 1944, Polistampa, Firenze, 2014, p. 150.

[4] Testimonianza di Mirella Lotti, raccolta dall’autrice il 12 marzo 2026 nell’ambito del progetto sul 1946 promosso in collaborazione con il Comune di Barberino Tavarnelle.

[5] Si vedano Franco Bartalesi, Memorie del passaggio del fronte a Fabbrica e a Montefiridolfi, Comune di San Casciano Val di Pesa, 1994; Claudio Biscarini, Quando piovevano le cannonate. 1944. Violenza e guerra ai civili tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, Effigi, Arcidosso, 2012, pp. 87-103; Franco Catastini, Fabrizio Silei, La strage di Pratale. Storia e memoria di una strage dimenticata 23 luglio 1944, Pagnini e Martinelli Editore, Firenze, 2004; Comune di Tavarnelle Val di Pesa, Storia e memoria 1940-1945. La guerra, l’occupazione, la liberazione di Tavarnelle, Pagnini Editore, Firenze, 2005; Giovanni Contini, La memoria dopo le stragi del 1944 in Toscana, in Leonardo Paggi (a cura di), Le memorie della Repubblica, La Nuova Italia, Scandicci, 1999, p. 197; Gian Luca Corradi, Lotte politiche e trasformazioni sociali nel secondo dopoguerra, in Zeffiro Ciuffoletti e Fulvio Conti (a cura di), Tavarnelle Val di Pesa. Storia e memoria (1893-1993), Centro Editoriale Toscano, Firenze, 1993; Gianluca Fulvetti, Uccidere i civili. Le stragi nazifasciste in Toscana (1943-1945), Carocci, Roma, 2009, pp. 129-130; Matteo Mazzoni, Il passaggio del fronte tra Val di Pesa e Val d’Elsa. Civili e violenze di guerra nell’estate del 1944, Polistampa, Firenze, 2014, pp. 153-156; Pro Loco Sambuca Val di Pesa, Per non dimenticare. 23 luglio 1944. Eccidio nazista a Pratale, Tavarnelle, 1996; Carlo Salvianti, Remo Ciapetti, Lotte politiche e sociali in Val di Pesa dal primo dopoguerra alla Liberazione (1919-1944), Nuove Edizioni Vallecchi, Firenze, 1979, p. 251-52.

[6] Testimonianza di Nazzareno Papini, raccolta dall’autrice il 12 marzo 2026 nell’ambito del suddetto progetto sul 1946.

[7] Su Pratale, cfr. Francesco Fusi, a cura di, PRATALE TAVARNELLE VAL DI PESA 23.07.1944 (Firenze – Toscana) in Atlante delle stragi Nazifasciste, https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2414 [consultato nel mese di luglio 2026].

[8] L’espressione Armadio della vergogna racchiude una delle pagine più dolorose e oscure della storia giudiziaria e politica dell’Italia del Dopoguerra: un insabbiamento di Stato durato oltre mezzo secolo che ha negato verità e giustizia a migliaia di vittime delle stragi nazifasciste.

La vicenda è emersa nel 1994, durante le indagini contro l’ex ufficiale SS Erich Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine. Nei sotterranei di Palazzo Cesi-Gaddi a Roma, allora sede della Procura generale militare, il magistrato Antonino Intelisano rinvenne un armadio di legno sigillato con un lucchetto e posizionato con le ante rivolte verso il muro. Al suo interno giacevano 695 fascicoli d’inchiesta e un registro con 2.274 notizie di reato, tutti archiviati provvisoriamente in modo del tutto illegittimo nel 1960 dalla Procura generale militare. Quei documenti contenevano denunce dettagliate, mappe, testimonianze e i nomi dei responsabili dei più atroci crimini di guerra commessi dalle truppe occupanti tedesche e dai collaborazionisti italiani tra il 1943 e il 1945. Soltanto dopo il fortuito ritrovamento del 1994 le carte sono state finalmente trasmesse alle procure militari competenti, permettendo l’avvio di una stagione di processi storici. Sebbene giunti tardivamente tali procedimenti hanno consentito di accertare le responsabilità penali ed esecutive.

[9] Stragi nazifasciste, nasce nuovo coordinamento nazionale per denunciare l’atteggiamento dell’Avvocatura dello Stato, https://www.gonews.it/2024/01/09/stragi-nazifasciste-nasce-nuovo-coordinamento-nazionale-per-denunciare-latteggiamento-dellavvocatura-dello-stato/, 9 gennaio 2024 [consultato nel mese di luglio 2026]