La liberazione di Pisa, 2 settembre 1944

«S’accompagnarono l’ameriani noi fino a Ripafratta, poi a Ripafratta si girò e si andò diretti a Pisa, a Pisa si andò a Piazza del Duomo e ameriani non c’era nessuno, i primi […] s’arrivò prima noi e poi arrivarono l’ameriani. […] A Pisa non erano ancora entrati». Questa è la testimonianza di Duilio Cordoni, allora diciassettenne partigiano della formazione “Nevilio Casarosa”, su ciò che successe il giorno della liberazione di Pisa, il 2 settembre 1944. Il brano è tratto da un colloquio che ho avuto la scorsa estate presso la sua abitazione, per la preparazione di un libro sulla guerra a San Giuliano Terme.

A distanza di tanti anni da quel periodo, il racconto di Cordoni ripropone un preciso intento polemico, che nel corso dell’intervista è emerso in maniera esplicita: smentire una versione dei fatti che vuole che furono invece gli Alleati ad arrivare per primi sotto la torre, seguiti solo in un secondo momento dalle forze organizzate della Resistenza. Dietro alla contesa sul primato dell’arrivo in città, questione che in sé rivestirebbe un interesse marginale, c’è in gioco la discussione sul ruolo che i partigiani e il CLN locale ebbero in occasione della liberazione di Pisa. Al momento dell’arrivo degli Alleati quali erano a livello locale le forze organizzate che potevano credibilmente rivendicare il ruolo di interlocutori privilegiati per la costruzione di una Pisa non più fascista?

Il problema è certamente complesso e per affrontarlo correttamente sarebbe necessaria una riflessione ben più articolata. Proviamo però a fornire rapidamente una fotografia della condizione in cui si trovavano le strutture della Resistenza nella fase finale dello stallo del fronte sul fiume Arno, nella seconda metà dell’agosto 1944, settanta anni fa.

 La “Nevilio Casarosa” si era disarticolata dopo l’attacco a sorpresa dei tedeschi al campo base, all’alba del 10 agosto 1944: i suoi componenti si erano dispersi in vari gruppi, senza più un’organizzazione paragonabile a quella avuta in precedenza. L’obiettivo immediato dei partigiani divenne la mera sopravvivenza, in primo luogo evitare di cadere nuovamente nei rastrellamenti tedeschi, come quello condotto il 24 agosto 1944 dalla 16ª Divisione SS sul monte Faeta: a partire dal versante lucchese, con l’aiuto di alcuni italiani della Brigata Nera “Mussolini” forniti di mascherine per coprire il volto e giacche mimetiche tedesche, una cinquantina di militari perlustrarono le baracche degli sfollati, fucilarono una decina di sospetti e arrestarono una sessantina di uomini. Proprio in una di quelle baracche, in località San Pantaleone, la moglie del comandante della Casarosa Ilio Cecchini stava dando alla luce una figlia, mentre intorno «si avvertivano spari e raffiche sempre più frequenti e grida»: lo stesso Cecchini «aveva lasciato la formazione partigiana nella notte sperando di poter assistere alla nascita della nostra creatura ma le urla disperate della gente terrorizzata per la cattura dei loro uomini e l’avvicinarsi degli spari lo indussero a lasciarci improvvisamente» (le citazioni sono prese da un dattiloscritto redatto dalla stessa moglie di Cecchini, Anna Maria, conservato presso l’archivio familiare).

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Addestramento della formazione “Nevilio Casarosa”. Luigi Salani detto “il Biondo” in primo piano con la pistola, a destra Uliano Martini. (Proprietà Adriana Salani)

Se sul Monte Pisano dunque la situazione era drammatica, in condizioni non migliori si trovava la cittá di Pisa, dove poche migliaia di abitanti si erano concentrate nelle case tra il Duomo e Porta a Lucca, intorno all’Ospedale Santa Chiara e all’Arcivescovado, le uniche strutture che riuscirono con enormi sforzi a offrire un minimo di assistenza a una popolazione stremata. Qui faceva quotidianamente la spola con il Comando Tedesco il responsabile dell’amministrazione comunale di Pisa, il cattolico antifascista Mario Gattai, nominato dopo la fuga del prefetto alla fine di giugno dal vice prefetto, di comune accordo con l’arcivescovo Gabriele Vettori. Mentre Gattai cercava disperatamente di organizzare un comitato di alimentazione efficiente e provava a trattare con i nazisti per permettere un minimo di agibilitá alla vita in cittá, i rapporti con l’organizzazione antifascista clandestina guidata dai comunisti non erano semplici. Nelle pagine del suo diario, Gattai scriveva il 16 agosto 1944: «non sono nemmeno in contatto con quelli del Comitato di Liberazione; non già perché io non voglia, ma perché questi illustri anonimi che vivono nelle cantine non hanno sentito la necessità di farsi avanti. […] Mi sento sempre più solo ad affrontare la situazione». Pochi giorni dopo, il 23 agosto, un giornale clandestino antifascita – probabilmente redatto dai comunisti – lo accusò di essere responsabile delle deportazioni degli uomini avvenute in quei giorni, proprio per i suoi contatti continui con il Comando tedesco. Lo sfogo di Gattai diventava qui virulento: «la redazione del foglio deve stare in una cantina, ove non batte il sole e ove i trogloditi che la abitano ignorano che i tedeschi hanno il potere di prendere uomini e donne e chi vogliono e cosa vogliono, e che se non ci fossi io – con l’aiuto di alcuni sacerdoti e dei pochi miei compagni di lavoro – ad attutire con molta politica e molta fatica le loro prepotenze e a pensare ai bisogni della popolazione, questa avrebbe dovuto soffrire ben più di quanto ha sofferto finora. Fuori dalle cantine, prendetevi il vostro lavoro e la vostra responsabilità e poi parlate!».

 Credo che si possa affermare che la fine di agosto segnò da molti punti di vista il momento più difficile nella vita della città di Pisa, non ultimo per la confusione politica in un contesto in cui i margini di azione non andavano oltre il tentativo di sopravvivere. Chi ebbe le idee più chiare a proposito furono i responsabili regionali del partito comunista in clandestinità. Il gappista fiorentino Alvo Fontani riferì ai militanti pisani le direttive impartite dal centro regionale in vista dell’arrivo degli Alleati: «fare il possibile per affermare comunque una presenza della resistenza alla liberazione di Pisa, facendo di tutto per evitare uno scontro con le truppe di copertura della ritirata tedesca». In città però non erano presenti gruppi capaci di svolgere questo compito; era necessario quindi rivolgersi ai partigiani che stavano sul Monte Pisano e «chiedere che almeno cinquanta o sessanta […] si preparino e siano pronti al momento opportuno a marciare su Pisa». Fontani si trasferì sui monti insieme a Ruggero Parenti, responsabile della federazione comunista di Pisa, «sotto una tenda, in una posizione che ci permette, per quanto possibile, di controllare almeno parzialmente la situazione» (le citazioni sono tratte dalle memorie di Fontani). I giorni seguenti furono impiegati per organizzarsi in vista del momento della liberazione.

La mattina del 2 settembre, una volta iniziato l’attraversamento dell’Arno all’altezza di Cascina da parte delle truppe angloamericane, i partigiani inquadrati da Fontani e Parenti scesero dal Monte: alcuni, tra cui Duilio Cordoni, guidarono i soldati alleati in un territorio ormai abbandonato dai tedeschi verso Ripafratta, altri proseguirono su Pisa, dove attesero con pazienza l’allontanamento delle ultime squadre di occupanti. Quando poi arrivò il grosso delle truppe alleate, nel pomeriggio del 2, la Prefettura, la Questura e il Palazzo del Comune erano già nelle mani del Cln di Pisa e dei partigiani. Molti di loro in seguito si arruolarono nelle truppe di liberazione, all’interno del Corpo di Volontari della Libertà, e continuarono la guerra verso Nord. Solo allora si poterono ricomporre le forze di chi aveva scelto il compito della organizzazione clandestina armata e chi invece si era votato alla missione di assistere la popolazione, che poco avevano comunicato nei giorni precedenti. Questo dualismo fu riconosciuto e formalizzato nella prima Giunta comunale nominata dagli Alleati, che ebbe come sindaco Italo Bargagna, comunista partigiano, e come vicesindaco proprio Mario Gattai.

Articolo pubblicato nell’agosto 2014.




Molina di Quosa e S. Anna di Stazzema, due stragi legate

Tra il maggio e il giugno del 1947, a Padova, un tribunale britannico celebra per conto delle Nazioni Unite un processo per crimini di guerra contro il generale Max Simon, comandante della 16ª Divisione Panzergrenadier «Reichsführer-SS».

Inizialmente il procedimento prevede che i capi d’accusa riguardino cinque grandi eventi di sangue, avvenuti per lo più in territorio toscano: le stragi di Sant’Anna di Stazzema (12 agosto 1944, oltre 430 vittime), di Bardine di San Terenzo Monti (19 agosto 1944, 159 vittime), eccidi vari avvenuti lungo le Alpi Apuane (23-27 agosto 1944, 171 vittime solo a Vinca), la strage di Bergiola Foscalina (16 settembre 1944, 71 vittime) e il massacro di Monte Sole (29-30 settembre 1944, quasi 800 vittime).

Nel corso dell’estate del 1944 la 16ª Divisione SS comandata da Simon aveva lasciato dietro di sé un’impressionante striscia di sangue, che dalle vette sopra la Versilia era proseguita lungo l’arco appenninico fino ad arrivare ai valichi tra Firenze e Bologna: il processo vuole ora provare la condotta criminale di Simon e dei suoi uomini a partire da questi cinque episodi luttuosi.

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Max Simon

A pochi giorni dall’inizio del dibattimento, il 15 maggio 1947, la Procura militare inglese chiede ed ottiene di aggiungere anche un sesto evento, avvenuto prima degli altri: la strage della Romagna, località montuosa sopra Molina di Quosa, frazione del comune di San Giuliano Terme (Pisa), che aveva contato 69 vittime. Per ragioni di precedenza cronologica (l’episodio è avvenuto l’11 agosto 1944), diventa il primo capo d’accusa nei confronti del generale Simon.

Al processo di Padova vengono quindi ascoltati due sopravvissuti alla strage, Oscar Grassini e Generoso Giaconi, che raccontano di un rastrellamento avvenuto la notte tra il 6 e il 7 agosto 1944 in località Romagna, dove si erano rifugiate centinaia di famiglie. I tedeschi avevano emanato un bando di sfollamento che obbligava gli uomini adulti a evacuare la zona entro i primi del mese; nella zona inoltre erano stati avvistati dei partigiani. Queste le cause di un’operazione che terminò con la cattura di 300 uomini e di una donna, Livia Gereschi, insegnante di tedesco che si era offerta di mediare con i tedeschi.

Il gruppo era stato diviso in due, tra chi si era dichiarato abile al lavoro e chi no: i primi erano stati inviati a Lucca, per essere smistati nei campi di lavoro; i secondi rinchiusi nella scuola-prigione di Nozzano, poco distante. Dopo alcuni giorni di prigionia, l’11 agosto, i reclusi della Romagna erano stati caricati quattro alla volta su delle camionette e portati in diverse località a qualche chilometro di distanza, verso sud oppure nord-ovest, quindi fucilati. Alla fine furono 69 i morti, uccisi probabilmente per fare posto nelle carceri di Nozzano ai prigionieri dei rastrellamenti che i tedeschi stavano conducendo intorno a S. Anna di Stazzema.

La formulazione del giudizio finale del processo di Padova del 1947 non prende però in considerazione l’episodio della Romagna, forse a causa della povertà dei materiali documentari raccolti in fretta e furia. Più di 60 anni più tardi, il 10 ottobre 2011, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale militare di Roma riapre il procedimento penale a carico della 16ª Divisione Panzer-Grenadier «Reichsführer-SS» per la strage perpetrata l’11 agosto 1944, nella persona del maresciallo Josef Exner. Rovesciando la richiesta di archiviazione presentata dal pubblico ministero, il Gip restituisce alla strage della Romagna la dignità di un percorso giuridico, grazie anche all’Amministrazione comunale di San Giuliano Terme, costituita parte civile.

Il processo si conclude con un’archiviazione, per l’accertato decesso dell’imputato. Intanto però è stato dato un segnale forte e inequivocabile: la storia della guerra non è materia inerte e dimenticata, ma è un periodo che interessa ancora ai cittadini del terzo millennio, da interrogare e sollecitare. È una storia che riguarda il nostro presente.

*Stefano Gallo è assegnista di ricerca presso l’ISSM-CNR di Napoli. Il suo principale campo di ricerca è la storia delle migrazioni e del lavoro, ma si dedica anche alle vicende della Seconda guerra mondiale e della Resistenza. Collabora con l’Istoreco di Livorno ed è socio fondatore della SISLav (Società Italiana di Storia del Lavoro), di cui copre attualmente il ruolo di segretario coordinatore.

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Articolo pubblicato nell’aprile 2014.



Teresa Mattei (1921-2013)

Teresa Mattei

 

Nasce in provincia di Genova nel 1921, in una numerosa famiglia borghese cattolica e di tradizione liberale. Cresce a Firenze in un clima culturalmente vivace e anticonformista; i suoi famigliari condividono una precoce attività antifascista, dal boicottaggio alla propaganda. Durante gli anni della guerra civile in Spagna a Teresa, allora sedicenne, viene affidato il compito di trasportare in Francia una colletta per i fratelli Rosselli.

Teresa Mattei

Fin dall’infanzia si mostra capace di svolgere un’analisi critica del fascismo, con un’attitudine al ribellismo verso le ingiustizie e alla disobbedienza nei confronti delle istituzioni del regime. Ne paga le conseguenze in prima persona: emblematico è l’episodio in cui si esprime con fermezza contro le leggi razziali, che le costa l’espulsione immediata dal Liceo Michelangiolo e da tutte le scuole del Regno; consegue il diploma da privatista e si iscrive a Filosofia all’Università di Firenze, laureandosi nel 1944.

La sua attività antifascista ha un crescendo con l’inizio della guerra, a cui si oppone organizzando una manifestazione, e successivamente con la propaganda antifascista e antinazista e il sabotaggio dei macchinari nelle fabbriche destinate alla produzione bellica. Nel 1942 insieme al fratello Gianfranco si iscrive al PCI e partecipa alle prime riunioni che seguono il 25 luglio 1943. Dall’8 settembre partecipa alla Resistenza col nome di battaglia “Chicchi”, entrando in clandestinità e lavorando con i Gruppi di difesa della donna, col Fronte della gioventù comunista e coi Gruppi di azione patriottica (GAP), con attività di assistenza, di organizzatrice e di staffetta; contribuisce inoltre all’organizzazione degli scioperi del marzo 1944 a Firenze e a Empoli.

È un periodo segnato da ferite profonde e perdite incolmabili, come quella del fratello Gianfranco, che, arrestato a Roma a causa di una delazione per cui era stato individuato come artificiere dei GAP, sceglie di suicidarsi nel luogo di detenzione di Via Tasso, dopo atroci torture. Nei giorni della Liberazione di Firenze è attiva come staffetta tra il fuoco incrociato e al comando della compagnia “Gianfranco Mattei” del Fronte della gioventù.

Teresa Mattei, la più giovane delle madri costituenti, nel giorno della firma della Costituzione

Nel dopoguerra è la più giovane eletta nell’Assemblea costituente e ne diviene segretaria di Presidenza. Espulsa dal PCI nel 1955 perché non condivide la linea del partito, si impegna per tutta la vita sul piano politico, sociale e culturale nell’affermare l’uguaglianza sostanziale, i diritti delle donne, delle bambine e dei bambini. La sua figura è legata all’articolo 3 della Costituzione, che contribuisce a scrivere, e alla mimosa, perché proprio lei lo propone come fiore simbolo per la festa dell’8 marzo. Negli ultimi decenni risiede vicino Lari, in provincia di Pisa, dove muore nel 2013.

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 🟥 Intervista di Bruno Enriotti e Ibio Paolucci, Dall’antifascismo attivo all’Assemblea Costituente, “Triangolo rosso”, maggio 2004, pp. 11-3.

Mio padre ha sostenuto sempre la necessità di un impegno diretto, soprattutto di noi giovani, nei confronti di un regime che – lui lo aveva capito – avrebbe portato l’Italia al disastro. Diceva che per essere antifascisti non ci si può limitare a raccontare barzellette contro il regime.
Per questo, quando avevo poco più di 16 anni, venni mandata in Costa Azzurra, per portare dei soldi ai fratelli Rosselli, capi di Giustizia e Libertà. Al ritorno venni arrestata, mentre mi trovavo a Mantova da don Primo Mazzolari. Sapevano che ero stata in Francia e quel mio incontro con un prete antifascista li insospettì, ma riuscii a cavarmela dicendo che mi occupavo di problemi religiosi. In quegli anni l’attività antifascista di tutta la nostra famiglia era notevole. In casa stampavamo in modo rudimentale dei volantini che poi con mio fratello Nino andavamo a mettere nelle buche delle lettere, all’ufficio postale o a quello dei telefoni. […]
Qualche giorno dopo il 25 luglio, credo fosse il 30, vi fu una grande riunione antifascista al Politecnico di Milano. Mio fratello Gianfranco era allora assistente di Natta, insignito in seguito del premio Nobel. Mio fratello era un chimico molto promettente, tanto è vero che dopo la Liberazione, Natta disse a mia madre che buona parte di quel premio se lo meritava Gianfranco, per le sue ricerche. Io vivevo a Firenze e Gianfranco mi avvertì di venire a Milano per partecipare a quella riunione. Cosa che feci e partecipai così ad un incontro di alto significato politico: gli intellettuali milanesi che si impegnavano a lottare contro il fascismo.
Poi tornai a Firenze, entusiasmata; e mi impegnai con gli antifascisti di quella Università dove frequentavo la Facoltà di Lettere. Ricordo Adriana Fabbri e Adriano Seroni che poi si sposarono e lei con il nome del marito divenne responsabile delle donne del Pci, ricordo Aldo Braibanti e molti altri giovani di allora. Facemmo una sorta di associazione degli studenti antifascisti e pochi giorni dopo, l’8 settembre, mentre eravamo riuniti, udimmo i carri armati tedeschi che passavano per piazza San Marco. Riunimmo le nostre forze e capimmo che dovevamo passare alla clandestinità. Con noi c’erano anche Mario Spinella ed Emanuele Rocco, ci riunivamo in casa sua. Io tenevo i collegamenti tra i diversi gruppi partigiani, ero una staffetta, ma facevo anche azioni molto più impegnative. Come quella del 3 giugno 1944. […]
Ricordo molto bene la data perché il giorno dopo mi sono laureata in modo rocambolesco.
Dunque avevamo saputo che in una galleria, i tedeschi avevano nascosto dei vagoni carichi di esplosivo, soprattutto dinamite. Io e un altro ragazzo, Dante, dovevamo farli saltare. Ci siamo inoltrati nel tunnel, io da una imboccatura lui dall’altra e siamo riusciti ad accendere una miccia, fuggendo da parti diverse prima dell’esplosione.
Quando essa avvenne io ero fuori dal tunnel; Dante, invece, era inciampato e l’esplosione lo ha travolto. È stata una cosa orribile. Sono fuggita in bicicletta e capivo che i tedeschi mi stavano inseguendo. Mi sono rifugiata nell’Università e sono entrata in una stanza dove Garin teneva una riunione di professori.1 Proprio con Garin in quei mesi stavo preparando la tesi. Gli ho detto: “professore, i tedeschi mi stanno inseguendo, dica che sono qui per discutere la tesi”. Così fecero e quando i tedeschi entrarono Garin disse: “questa ragazza sta discutendo la sua tesi, è sempre stata qui”. Con questo stratagemma non solo mi sono salvata, ma i professori hanno considerato valida la discussione della mia tesi e mi hanno laureato.

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🟩L’Italia è libera! Protagonisti della Resistenza – Nell’ambito del webdoc di RaiCultura ‘25 Aprile: il giorno della Liberazione’



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🟧 Belle storie. Donne e uomini nella Resistenza – Radio Rai3 – Michela Ponzani racconta la vita di Teresa Mattei, partigiana comunista, Firenze e Roma. Per la trasmissione di Rai Radio3 ‘Belle storie. Donne e uomini nella Resistenza’.



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🟦 Teresa Mattei raccontata da Simonetta Soldani, Puntata di Wikiradio del 08/03/2017






Livia Gereschi (1910-1944)

Livia Gereschi

Nasce a Pisa nel gennaio del 1910 dall’insegnante Giuseppina Gucci e dal commercialista Giuseppe Gereschi. Dopo la laurea intraprende la carriera di insegnante di lingue straniere nei corsi di avviamento professionale, seguendo così le orme materne. Si dedica inoltre al volontariato come infermiera della Croce rossa italiana, prestando servizio presso l’ospedale Santa Chiara di Pisa e l’ambulatorio di pronto soccorso.

Nel 1944, a seguito dei bombardamenti su Pisa, è costretta a sfollare insieme alla madre a Pugnano, una frazione del Comune di San Giuliano Terme situata nella valle del Serchio, trovando ricovero in una stalla abbandonata adibita a rifugio, insieme a molti altri civili provenienti principalmente da Pisa e Livorno. La conoscenza del tedesco rende Livia un prezioso tramite tra le forze di occupazione naziste e le autorità locali: presta infatti servizio come interprete.

L’area dei Monti Pisani, dove sfollano le Gereschi, è zona di azione della formazione partigiana “Nevilio Casarosa”, attiva su quel territorio tra la fine di luglio e i primi di agosto 1944. Dall’altra parte i tedeschi stanno attuando anche in questo settore della Toscana una “ritirata aggressiva” che include l’uso estensivo della violenza contro i civili, non solo come forma di ritorsione indiscriminata nei confronti dei partigiani, ma anche per vendetta contro popolazioni considerate ostili e per procurarsi manodopera forzata.

Durante la notte tra il 6 e il 7 agosto le truppe della 16ª SS-Panzergrenadier-Division “Reichsführer-SS” e della 65ª Infanterie-Division della Wehrmacht effettuano un rastrellamento nella località La Romagna, presso Molina di Quosa, catturando circa 300 civili. L’intento è quello di ottenere informazioni sull’organizzazione partigiana, minacciando la popolazione di gravi rappresaglie.

In questo contesto, Livia diviene l’unico tramite tra i prigionieri e i nazisti e, dopo lunghe trattative, riesce a ottenere il rilascio di donne e bambini. Ciononostante, l’insegnante viene trattenuta con il gruppo degli uomini considerati inabili al lavoro e trasferita nella scuola media di Nozzano, in provincia di Lucca, dove la 16ª Divisione ha la propria base operativa. Qui rimane prigioniera in condizioni durissime per diversi giorni, subendo violenze e maltrattamenti. L’11 agosto 1944, insieme ad altri prigionieri, viene condotta in località La Sassaia, presso Massarosa, in provincia di Lucca, e fucilata.

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Deposizione della madre Giuseppina Gucci, 1947, in: Michele Battini, Paolo Pezzino, “Guerra ai civili. Occupazione tedesca e politica del massacro. Toscana 1944“, Venezia, Marsilio, 1997, p. 508. La deposizione fu resa durante il processo contro il generale della Wehrmacht Max Simon, che si tenne a Padova nel 1947.

Livia Gereschi

Nell’agosto 1944 ero sfollata con mia figlia Livia Gereschi al paese di Romagna, sulle montagne di Molina di Quosa. All’alba del 7 agosto 1944 un’unità di ss tedesche fece irruzione in paese con il pretesto di dare la caccia ai partigiani. Le case e le baracche furono circondate dai tedeschi e uomini e donne senza distinzione furono costretti ad uscire e radunati in un grande prato.
Gli uomini furono separati dalle donne, gli ufficiali delle ss si rivolsero alle donne, minacciandole di morte se non avessero rivelato i nomi e il domicilio dei partigiani. Siccome le donne non dissero nulla i tedeschi decisero di ricorrere alla deportazione di tutte le persone rastrellate.
Gli uomini furono divisi in due gruppi; il primo gruppo era formato da uomini che accettarono di lavorare, il secondo gruppo era costituito da coloro che, avendo una qualche infermità, avevano chiesto di essere portati da un dottore per la visita medica.
Tra le donne c’era mia figlia, un’infermiera volontaria della Croce rossa che, parlando il tedesco correntemente, funse da interprete, ottenendo dopo molte ore il rilascio di tutte le donne, ma lei, senza un motivo, venne trattenuta e dovette raggiungere il gruppo dei disabili (circa 70 uomini), insieme ai quali camminò fino a Nozzano, dove poi furono rinchiusi nei locali della scuola. In questa scuola mia figlia funse ancora da interprete, ciononostante venne trattata sempre con modi brutali.
L’11 agosto i tedeschi iniziarono a portar via a piccoli gruppi gli sventurati, che credevano di essere portati a Lucca per la visita medica come gli era stato assicurato. Invece furono portati in aperta campagna ed uccisi a colpi di mitra.
Verso le 17.00 dello stesso giorno, le 29 persone che erano rimaste, tra le quali si trovava anche mia figlia, furono fatte salire su di un camion e condotte a “La Sassaia” una piccola borgata nel Comune di Corsanovo. Là furono radunati in un luogo solitario e al cenno di un ufficiale furono uccisi a colpi di mitraglia. L’ufficiale li finì sparando loro con la pistola. I tedeschi delle ss non vollero seppellire i corpi quella stessa sera. Il giorno dopo giunsero altri giovani rastrellati dalle ss e furono costretti a scavare una fossa comune. I tedeschi non permisero che mia figlia – l’unica donna – fosse sepolta in una tomba separata.




Giuseppina Pillitteri Garemi, detta Unica (1909-2001)

Giuseppina Pillitteri

Nasce a Genova nel 1909 da una famiglia di tradizioni anarchiche e sovversive. Antifascista della prima ora, insieme al marito emigra per motivi di lavoro e politici in Francia, dove risiede fino al 1943. Rimasta vedova, prosegue la sua attività politica in clandestinità frequentando gli ambienti degli esuli antifascisti nell’Île-de-France e iscrivendosi nel 1941 al PCd’I. Conosce Ideale Guelfi, che diverrà suo marito, anch’egli comunista, combattente volontario in Spagna, partigiano e primo sindaco di Cascina dopo la Liberazione.

Il 25 luglio 1943, rientrata in Italia, rischia di essere fucilata a Genova durante una manifestazione antifascista. Nel settembre dello stesso anno arriva a Pisa, dove partecipa attivamente alle attività cospirative e alla nascita della Resistenza. Con il nome di battaglia “Unica”, lavora soprattutto come staffetta, tenendo i contatti con la direzione del PCI di Firenze. Trasporta e trasmette materiali di propaganda, stampa e direttive in quasi tutta la Toscana, rischiando più volte la vita nel corso di questa attività.

Nei primi mesi del 1944 segue il gruppo dei primi partigiani che salgono sul Monte Pisano per organizzare azioni di disturbo. Funge da dattilografa, segretaria e anche infermiera del gruppo, continuando la sua attività di staffetta e tenendo i collegamenti con il CLN. È l’unica donna di Pisa stabilmente in formazione con la 23a Brigata Garibaldi, distaccamento “Nevilio Casarosa”.

Ai primi di agosto del 1944, presso l’accampamento del Monte Pruno (sopra Calci), viene sorpresa, insieme a un nutrito gruppo di partigiani della Casarosa, da una compagnia tedesca guidata da una spia fascista; nel combattimento trovano la morte due partigiani ed il resto del gruppo è costretto a fuggire e riparare sul versante lucchese del monte. La mattina del 2 settembre entra a Pisa con i compagni del suo distaccamento andando incontro alle truppe alleate.

Giuseppina Pillitteri

Dopo la Liberazione prosegue la sua attività nei Gruppi di difesa della donna, di cui è stata una delle responsabili in clandestinità. Riconosciuta patriota, è tra le fondatrici dell’UDI pisana e dal 1946 entra nella segreteria provinciale del PCI con l’incarico di responsabile della Commissione femminile della federazione. Muore a Pisa nel 2001.

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Testimonianza raccolta da Annamaria Galoppini in Donne e resistenza. Atti del convegno, Pisa, 19 giugno 1978, Pisa, Tipografia comunale, 1979, pp. 121-4; riedita in Laura Fantone, Ippolita Franciosi (a cura di), (R)esistenze. Il passaggio della staffetta, Napoli, Scriptaweb, 2009, pp. 27-9.

II 9 settembre 1943 sono venuta a Pisa dove ho cominciato il lavoro di staffetta da una parte all’altra. In questo periodo ho avuto due avventure eccezionali: io avevo il compito di preparare il materiale dattilografato che veniva poi distribuito, nelle chiese e nelle cassette delle lettere. Sono stata l’unica donna di Pisa che è andata stabilmente in formazione (ero con la 23a Brigata Garibaldi, formazione Nevilio Casarosa). In quel momento mi chiesero da Firenze di andare là a portare questa stampa. Avevo contatti con la direzione del PCI a Firenze e trasmettevo la stampa e portavo le direttive a quasi tutta la Toscana. La tipografia si trovava a Empoli, dove passavo le nottate sotto i bombardamenti alla stazione. Da Firenze andavo poi a Empoli presso la tipografia. Per arrivare a questa tipografia dovevo passare davanti alla caserma della Milizia perché non c’era modo di fare altrimenti. Riprendevo poi la stampa e la portavo a Firenze da dove veniva distribuita ad Arezzo, a Pisa e in altre località. Mi trovai alla stazione di Firenze quando i gappisti uccisero Gobbi,[1] un centurione della milizia repubblichina. Quella volta arrivai a Firenze con due valigie piene di materiale, che invece dovevo far credere leggere perché c’era il pericolo che le prendessero per merce a mercato nero. Rimasi bloccata in stazione e si sparse la voce dell’uccisione di Gobbi. Alla porta c’erano i fascisti, i tedeschi, le guardie e i ferrovieri – i quali mi hanno aiutato tanto. Nella sala d’aspetto venivano a guardare cosa portavamo nelle borse, in tutte le maniere si doveva passare alla visita dei bagagli, non si poteva andare al caffè perché non c’era la porta d’uscita e anche lì venivano a guardare le valigie. Mi sono allora recata all’uscita, la gente passava, ho cominciato ad allacciarmi le scarpe, a tirare su le calze, tanto per guadagnar tempo. Ad un certo punto un ferroviere mi ha detto di passare, viste le difficoltà in cui mi trovavo di proposito. Pian piano le guardie si sono dileguate e sono passata, come si suol dire, per il rotto della cuffia. In quei momenti conviene abbandonare tutto e scappare, ma avevamo tanta preoccupazione perché per fare del materiale ci volevano soldi, tempo, elementi adatti, sicché il materiale per noi era prezioso e ci andava giù male buttarlo via. Doveva arrivare a destinazione con assoluta puntualità perché altrimenti si metteva a repentaglio la vita della persona che doveva dare il cambio. Infine, sono riuscita a passare, ma sempre con la paura, strada facendo, che mi fermassero. […] Un’altra volta, sempre alla stazione di Firenze, si aprì completamente il fagotto che avevo messo nel bagagliaio. Nell’andare a riprenderlo mi cascò tutto il materiale, il ferroviere se ne accorse, ma mi richiuse lui il pacco e mi lasciò andare. I ferrovieri mi hanno sempre aiutato, addirittura mi portavano i bagagli. […] Questa vita di postina l’ho fatta fino alla Liberazione di Pisa nel settembre 1944.




Teresa Toniolo (1890-1970)

Teresa Toniolo (a destra) al convegno provinciale del CIF nel 1966.

Teresa Toniolo nasce a Pisa nel 1890, ultima di sette figli, da Giuseppe Toniolo, professore di Economia nel locale ateneo e importante intellettuale cattolico, e Maria Schiratti.

E’ attiva politicamente già nel primo dopoguerra per la campagna di estensione del voto alle donne e come vicesegretaria nazionale della Sezione femminile del Partito popolare; negli stessi anni si fa portavoce della denuncia delle violenze fasciste. Bibliotecaria all’Università, si impegna nell’associazionismo cattolico, in contatto con numerose figure che frequentano la cerchia paterna.

Proprio in quel 31 agosto 1943 in cui i bombardamenti devastano la città, in casa Toniolo è in corso la prima riunione della Democrazia cristiana a Pisa. E sempre in casa sua dopo l’8 settembre 1943 si tengono inizialmente le riunioni del CLN provinciale. Grazie ad un avvertimento di Toniolo riguardo una possibile spia, il CLN dell’Alta Italia (CLNAI), riunito a Genova, riesce a scampare ad un’imboscata alla fine del 1943.

Teresa Toniolo permette di tenere stretti collegamenti fra il CLN e i vari gruppi partigiani; svolge attività di assistenza, tra gli altri, ad ebrei, prigionieri inglesi e renitenti alla leva fascista; finge di operare come crocerossina in una “casa di cura” improvvisata, in cui sostanzialmente nasconde alcuni di essi come “malati”. Inoltre si adopera affinché, dopo l’eccidio nazista avvenuto il 1° agosto 1944 nella casa del presidente della Comunità ebraica cittadina Giuseppe Pardo Roques, i corpi delle 12 persone trucidate vengano seppelliti.

La sua figura è infine legata all’organizzazione nell’aprile 1944 della sezione cittadina del Centro italiano femminile (CIF), tramite la quale fornisce assistenza ai bisognosi nella zona urbana, pesantemente provata dalla fame, dai bombardamenti e dall’occupazione. Teresa, che non farà domanda di riconoscimento dell’attività clandestina, continuerà nel dopoguerra a svolgere il ruolo di dirigente del CIF e sarà consigliera comunale della Democrazia cristiana dal 1950 al 1955.

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🟦Paolo Emilio Taviani, Politica a memoria d’uomo, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 46. Il genovese Paolo Emilio Taviani (1912-2001) fu tra i massimi esponenti della Resistenza cattolica e poi importante personalità della Democrazia cristiana. Conosceva Teresa Toniolo e la sua famiglia anche perché aveva studiato negli anni Trenta alla Scuola normale superiore di Pisa. Oltre a Teresa Toniolo, nel testo si fa riferimento a fratel Arturo Paoli di Lucca, riconosciuto nel 1999 Giusto fra le Nazioni, e all’esponente del movimento cattolico livornese Palmiro Foresi.

Martedì, 3 ottobre [1943], Pisa

Camicie nere sul Lungarno di Pisa. Dovremo combattere anche contro italiani. Maledizione.

Tutto bene con zia Teresa, don Paoli a Lucca, Foresi a Livorno. Triangolo perfetto per realizzare il contatto fra Nord e Sud.

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🟥Scheda biografica elaborata sulla base delle memorie di Maria Clotilde Picotti e monsignor Antonio Landi, in Donne e resistenza, pp. 114-5.

31 agosto 1943 – A casa Toniolo, in piazza Ceci (ora piazza Giuseppe Toniolo) alle ore 12, si tenne la prima riunione per costituire la Democrazia cristiana a Pisa; lì i partecipanti furono colti dal terribile bombardamento.

Dopo l’8 settembre, ritornati al potere i fascisti con i tedeschi, Paolo Emilio Taviani, ex normalista e professore allora nel Liceo scientifico U. Dini, partendo per Genova, lasciò a Teresa Toniolo e a don Antonio Landi la parola d’ordine per collegamenti segreti.

Teresa invitò il nipote Giuseppe Toniolo a formare il Comitato di liberazione, come rappresentante democratico cristiano. Le riunioni avvennero in casa Toniolo, nella parrocchia di San Martino, cioè presso don Landi, e poi regolarmente presso l’Istituto di radiologia dell’Ospedale di Santa Chiara, dove il prof. Toniolo era aiuto.

Teresa Toniolo con i genitori

Verso la fine del 1943 (ottobre o novembre) venne da Genova un tale che si diceva inviato da Taviani per “fare studi sulla storia del Risorgimento”: aiutato e ospitato da Teresa, dal prof. Bozzoni e da don Landi, sparì improvvisamente. Con molta probabilità era una spia. Teresa inviò don Landi, con un rischioso viaggio, a Genova, per avvertire Taviani: così fu possibile salvare il Comitato di liberazione Alta Italia (CLNAI). Dopo pochi giorni, infatti, i tedeschi irruppero nel Convento dei Carmelitani a Genova, dove esso si riuniva; ma non trovarono nulla e nessuno; deportarono il priore a Verona.

Teresa continuò a partecipare al Comitato di liberazione, contribuendo a mantenere i contatti tra i gruppi (quello dell’ospedale, di Enzo Meucci, di Leopoldo Testoni, ecc.).

Regolarmente, durante tutta la guerra, Teresa, con l’amica Maria Tizzoni in Dardi, tenne corrispondenza con i soldati della parrocchia, confortandoli con parole di speranza e di pace. Prigionieri inglesi fuggiti furono da lei aiutati con cibo, denaro, vestiti. Ebrei furono da lei salvati e inviati in zone remote della diocesi (colline, Barga, ecc.).

Prestò la sua opera dopo l’eccidio dei Pardo Roques, in via Sant’Andrea, perché fossero seppelliti, temporaneamente, nel Chiostro di San Francesco. Trasferitasi in casa Cella, in via San Giuseppe, nascose in uno stanzino della soffitta cinque giovani, due dei quali, Landolino Giuliano e Renato Giovannozzi, facevano parte del Comitato di liberazione, gli altri tre, Paolo Cella, Antonio Mossa, Marco Picotti, della classe 1925, si erano sottratti alla chiamata alle armi: passibili tutti della pena di morte. Vestita da crocerossina, riuscì a rinviare più volte i tedeschi, che si presentavano alla porta, per perquisire la casa. Una notte, cadde una bomba sulla soffitta, ed ella accorse immediatamente, col lume, per aiutare i rifugiati a uscire dallo stanzino e trovare altri precari nascondigli. Per le commissioni fuori casa mandava Renzino Mossa, quindicenne, ma ancora quasi bambino di aspetto, e perciò meno in pericolo di essere preso dai tedeschi. Purtroppo il caro, coraggioso ragazzo, il giorno stesso della Liberazione fu dilaniato da una mina antiuomo, lasciata dai tedeschi in una casa in rovina, in piazza Carrara