Il 1917 in Toscana

Il 1917 è stato un anno di svolta generale nella storia della prima guerra mondiale. Eventi eccezionali come la rivoluzione russa, l’ingresso nel conflitto degli Stati Uniti nel conflitto, la gravissima crisi alimentare e la rotta di Caporetto sottoposero a molteplici ansie e a notevoli sfide i “fronti interni”, intensificando il senso di stanchezza verso le condizioni sempre più dure imposte dallo stato di guerra.

L’Italia, come la Germania e la Russia, fu uno dei paesi maggiormente interessati dalla cosiddetta “crisi dei fronti interni”. Dopo quasi due anni di rassegnazione o di proteste sommesse, in tante aree del paese riesplosero tensioni che riportavano con il pensiero a due anni prima, ai momenti più caldi delle mobilitazioni che avevano preceduto il tardivo e osteggiato ingresso del Regno dei Savoia nel conflitto.

In tale contesto conflittuale, la Toscana è stata tradizionalmente percepita come un territorio assai coinvolto da quella nuova esplosione di agitazioni e proteste espressione del disagio popolare verso il conflitto. Una fama legata un po’ alla leggendaria notorietà di alcuni episodi, come la grande marcia per la pace delle donne della Valle del Bisenzio del luglio 1917 guidata da Teresa Meroni, in parte a quanto messo in luce dagli esiti di alcuni sporadici e specifici studi o ancora al vivo ricordo delle forti e spesso radicali proteste antinterventiste del periodo della neutralità che avevano agitato non poco i sonni delle autorità in tutta la regione. Questa impressione è ampiamente confermata adesso da una mappatura organica di quel ciclo di manifestazioni di rivolta, e delle variegate forme che esse assunsero, effettuata da un recente volume promosso dalla rete degli Istituti toscani della Resistenza e curato da Roberto Bianchi e da Andrea Ventura dal titolo Il 1917 in Toscana. Proteste e conflitti sociali. Il testo affronta infatti il tema in maniera ampia, grazie a un complesso di saggi di vari autori dedicati alle diverse province della regione (da Massa Carrara a Lucca, da Pisa a Livorno, dall’area pratese e pistoiese alle zone rurali del territorio fiorentino, maremmano, aretino e senese).

La geografia delle proteste finì effettivamente per abbracciare l’intera regione, e per coinvolgere, dal punto di vista ambientale e socio-economico, aree urbane e medie cittadine, ma anche borghi di campagna e realtà rurali in cui forse per la prima volta risultarono scossi i consolidati equilibri della “pace sociale” garantita dal proverbiale regime mezzadrile. Lotte operaie in grossi centri urbani come Livorno si intrecciarono dunque con grandi e piccole mobilitazioni contadine come quelle ad esempio di aree tipicamente mezzadrili quali Greve o San Casciano nel Chianti.

Teresa Meroni, fine anni ’20.

Dal punto di vista della composizione sociale, la crescente conflittualità vide assai attivi le donne e i ragazzi, che come la storiografia sul primo conflitto mondiale ha largamente messo in luce furono un po’ ovunque i soggetti privilegiati delle mobilitazioni avvenute a conflitto in corso. Nella Toscana del 1917 tali soggetti diedero vita a un’estate particolarmente «incandescente» in tante realtà del contado pisano, dove grossi opifici artigianali che impiegavano numerose operaie coabitavano con la perdurante centralità del mondo agricolo, e per intensità e durata il fenomeno della protesta femminile investì in maniera significativa e con diversi episodi di mobilitazione anche diversi comuni interni e costieri della provincia di Massa-Carrara. Un’altra zona calda di forte attivismo delle donne in piazza contro la guerra furono il circondario pistoiese e quello immediatamente confinante del pratese che si segnalarono in particolare per la diffusione e il successo delle cosiddette “marce della pace” che si svolsero nel corso dell’estate. A ruota del particolare protagonismo di queste aree, il fenomeno non mancò però di di lambire contesti per tradizione ritenuti politicamente assai più quieti come la città di Lucca, dove a distinguersi furono le agitazioni delle numerose sigaraie della grande Manifattura tabacchi cittadina, o spaccati esemplari della placida Toscana rurale come appunto il Chianti fiorentino o località della profonda campagna senese. Queste agitazioni fortemente connotate in chiave di genere e generazionale, cominciate a inizio anno con petizioni e preghiere alle autorità, presero nel corso delle settimane la forma di presidi di fronte a palazzi ed uffici delle istituzioni e si radicalizzarono nei mesi a venire con veri e propri cortei e manifestazioni contrassegnati da grida ed espliciti slogan contro la guerra, spesso animati da centinaia di popolane e fanciulli e che giunsero in molti casi a infrangere con fare minaccioso l’ordine costituito e a scontrarsi apertamente con la forza pubblica. Arresti e processi colpirono numerose partecipanti a queste azioni e con particolare durezza alcune delle leader riconosciute delle proteste; esemplare in tal senso il destino di Teresa Meroni, la sindacalista milanese attiva da un paio di anni nel pratese e postasi a capo degli scioperi e delle marce nella Valle del Bisenzio che prontamente punita con diversi mesi di carcere e una cospicua multa fu poi internata in Garfagnana fino al termine della guerra.

Laddove vi erano numerosi, grazie al vasto operare del meccanismo degli esoneri per la presenza di fabbriche di interesse bellico dichiarate “ausiliarie”, anche gli operai maschi non si astennero altesì dal prendere sempre più parte col trascorrere dei mesi a episodi di protesta. Emblematico da questo pinto di vista il caso di una delle non molte realtà a forte industrializzazione della Toscana dell’epoca come quella livornese. Negli stabilimenti militarizzati del capoluogo o del polo siderurgico di Piombino si assiste infatti a un escalation di proteste culminate nella seconda metà dell’anno in grandi e massicci scioperi, pur vietati dal regime di guerra, e in eclatanti forme di rifiuto della propaganda patriottica e antidisfattista imposta dopo Caporetto; spicca in proposito il caso delle conferenze patriottiche inaugurate a fine anno in pompa magna nei grandi stabilimenti del proprio cantiere dai fratelli Orlando e sospese nel giro di un solo mese per l’ostinata, massiccia e “imbarazzante” diserzione opposta ad esse da parte delle maestranze operaie.

Per quanto concerne le caratteristiche e le forme della protesta antico e moderno si mescolarono, consueti bisogni e nuove idealità si sovrapposero. Così a deferenti istanze verso le autorità superiori e a tumulti spontanei per il pane, ad atti di ostruzionismo e di sabotaggio che attingevano al tradizionale repertorio della protesta popolare, si associarono sempre più pratiche d’azione più avanzate quali scioperi, cortei di protesta e altre agitazioni in cui non mancarono occasionalmente di fare capolino segnali o simboli di espresso carattere politico (di intonazione pacifista e rivoluzionaria), che contribuirono a un mutamento del clima generale con cui le autorità e la società in guerra furono chiamate a fare i conti.

Del resto a lungo la storiografia è stata incline a considerare le dimostrazioni contro la guerra del primo conflitto mondiale quali espressioni di protesta frutto di un’istintiva reazione popolare a un concreto disagio economico e sociale (l’assenza di mariti e fratelli, carichi di lavori insostenibili, il carovita, l’insufficienza dei sussidi). Rivolte per il pane a cui è stata fondamentalmente negata ogni valenza politica di fondo. In realtà nei grandi stabilimenti cantieristici e metallurgici di Livorno, ma anche fra le “fabbrichine” del pisano, o fra le lavoratrici del pratese dietro i comportamenti che segnavano una presa di distanza dallo sforzo di mobilitazione interna trame e movimenti – ma finanche gesti simbolici – di natura politica, come affiora da alcune delle pagine del libro, appaiono largamente riscontrabili. Sembra peraltro di osservare nel corso dei mesi un mutamento di tono dello stato della protesta in cui il semplice rifiuto della guerra quale aspirazione al ripristino del tradizionale ordine di cose si trasforma sempre più in richiesta ed esplicito desiderio di pace, percepita quale un orizzonte ideale nuovo e alternativo rispetto al presente.

Non un’effervescenza prodotta da uno stato di bisogno dunque, ma qualcosa di più profondo e radicato pare muoversi dietro il disagio e le tensioni. Un altro aspetto di parziale novità che pare affiorare dagli spunti offerti dalle ricerche di questa recente mappatura, rispetto alle consuete conclusioni della storiografia sulla protesta, è non a caso l’emergere di una scansione temporale variegata delle agitazioni che non sempre mostrano una ciclicità lineare nei diversi territori. Dopo il picco del 1917 infatti non dappertutto si registra un rapido riflusso della conflittualità fino alla scomparsa delle lotte e delle inquietudini dell’anno precedente, ma il fenomeno conflittuale non sempre si spegne e tenderà semmai a saldarsi con le agitazioni e le rivendicazioni dell’immediato dopoguerra e più avanti ancora del “biennio rosso”.

*Marco Manfredi ha conseguito nel 2005 il titolo di Dottore di Ricerca presso l’Università di Pisa. Dal 2007 al 2009 è stato borsista postodottorato al Dipartimento di Scienze della Politica dell’Università di Pisa, mentre dall’anno accademico 2009-2010 è Professore a contratto di Storia Contemporanea. Attualmente è collaboratore dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella provincia di Livorno.

Articolo pubblicato nel settembre del 2019.




Leonardo da Vinci ‘genio italico’ del fascismo

Il 9 maggio 1939, nell’anniversario della nascita dell’Impero, si inaugurava a Milano la Mostra di Leonardo da Vinci e delle Invenzioni italiane, un evento che, nelle parole del Comitato organizzatore, avrebbe mostrato, «in forma al tempo stesso eletta e popolare, il vertice altissimo raggiunto dallo spirito italiano con Leonardo, in modo da esprimere nella mirabile opera dell’artista e dello scienziato del Rinascimento, i caratteri essenziali della spiritualità della stirpe che nel Fascismo si ricompongono ancora dopo molti secoli in forma unitaria».

Di fatto divenne uno degli show più propagandistici del regime, un’esposizione -per usare le parole di Roberto Longhi- «discutibile e discussa», che portò a una significativa strumentalizzazione e decontestualizzazione storica dell’artista.

L’ingresso alla mostra milanese su Leonardo del 1939

L’interpretazione di Leonardo quale genio della “stirpe italica”, da cui partiva una gloriosa linea di scienziati che culminava con Guglielmo Marconi, eroe dell’Italia autarchica di Mussolini, era già iniziata qualche anno prima: in questa direzione si allineò la mostra milanese, portando all’associazione della grande monografica sull’artista con una parallela esposizione, ovvero la seconda edizione della Mostra delle Invenzioni italiane, che trovò altisonante sede presso il Palazzo dell’Arte al Parco Sempione (ora della Triennale).

Già dall’inizio degli anni Trenta il fascismo aveva utilizzato sia le mostre d’arte antica italiana all’estero che le grandi esposizioni monografiche in patria, come palchi propagandistici, eventi collettivi ampiamente pubblicizzati con gli strumenti di comunicazione di massa (video dell’Istituto Luce, opuscoli turistici promozionali, comunicati radio) già sperimentati nella propaganda politica. Rispetto ad altre importanti esposizioni della seconda metà degli anni Trenta (come la mostra giottesca a Firenze del 1937), quella dedicata a Leonardo a Milano assunse tuttavia connotati ancor più particolari: Leonardo diventò l’antesignano dell’ “uomo nuovo” fascista, paragonabile allo stesso Duce.

I vari approfondimenti sugli studi di Leonardo dedicati all’architettura, all’ingegneria, all’anatomia, alla matematica diventarono tappe di un percorso espositivo incentrato sulla celebrazione del suo ruolo di pioniere nella cultura tecnico-scientifica italiana, secondo un’impostazione – cara al regime – per cui i protagonisti della storia della scienza erano visti come monumenti, isolati dal contesto in cui avevano operato. L’aspetto preponderante e più spettacolare fu la parte scientifica e tecnica dell’opera dell’artista, rappresentata da 200 modelli di macchine, talvolta anche in scala gigantesca e azionabili dal pubblico, realizzati grazie alla progressiva edizione dei manoscritti ma anche con una buona dose di interpretazione.

Tuttavia la mostra vedrà anche la presenza di numerosi dipinti e disegni originali di Leonardo, portando alla spoliazione di quasi ogni opera leonardesca presente nei musei italiani. Lo sforzo maggiore fu chiesto proprio alla soprintendenza fiorentina: il 1° maggio 1939 partirono da Firenze una trentina di casse con dipinti, disegni e sculture principalmente dalla Galleria degli Uffizi e dall’allora Regio Museo Nazionale del Bargello, comprese opere simbolo e delicatissime come l’Adorazione dei Magi e l’Annunciazione di Leonardo e il Battesimo del Verrocchio. Per quest’ultime, invano, il soprintendente Giovanni Poggi e il responsabile del Gabinetto Restauri Ugo Procacci richiesero un restauro preventivo «per poter sopportare un viaggio senza risentire danni».

In linea con la dialettica del regime, che da un lato promuoveva grandi eventi accentratori e dall’altro valorizzava le identità locali in senso di orgoglio municipalistico, anche a Vinci soffiò forte il vento della retorica fascista. Collegata alla mostra milanese, nel paese natale  fu organizzata un’esposizione di cimeli leonardeschi, inaugurata il 20 agosto 1939 dal ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai, che parlò dal balcone della casa del fascio. Pubblicizzato alla stregua di un “pellegrinaggio”, il tour vinciano prevedeva la visita ai luoghi dell’infanzia dell’artista, tra i quali la restaurata casa di Anchiano, oltre a fonte battesimale e la riproduzione di un documento di mano del nonno di Leonardo.

Una delle sale dedicate ai modelli leonardeschi nella mostra milanese del 1939

In quello stesso biennio 1938-1940 l’esaltazione di Leonardo divenne di fatto una moda e mania collettiva che fu cavalcata anche dalle frange più estreme del regime. A tal proposito ne «La Difesa della Razza» comparvero una serie di articoli a tema artistico dedicati proprio a Leonardo, dove la strumentalizzazione sciovinista si colorò anche di tinte antisemite e perversioni interpretative. Già nel 1938 era comparso il breve articolo Come Israele insudicia il genio di Leonardo, atto di accusa contro la nota interpretazione di Freud sul sogno raccontato da Leonardo riguardo al nibbio. Nel 1939, anche in riferimento alla mostra milanese, nella rubrica “la razza e l’arte” la polemica dei redattori si indirizzò verso La favola dell’europeismo e Leonardo italiano, ovvero verso la tendenza degli studi dalla seconda metà dell’Ottocento in poi, di scippare l’italianità dell’artista a discapito di una sovra-nazionalità europea. Nel 1940, in un climax ascendente di strumentalizzazione interpretativa, comparve un nuovo articolo dall’emblematico titolo Leonardo pittore razzista, dove venne presentata un’analisi del Cenacolo improntata alla presunta diligenza leonardiana nell’aver riprodotto nei volti degli apostoli caratteri somatici “biologicamente” ebraici.

Con l’entrata in guerra dell’Italia continuò l’utilizzo politico di Leonardo, protagonista, grazie all’interessamento del ministro della Cultura Popolare Alessandro Pavolini, di una leonardesca americana, organizzata dal Rockefeller Center nel Museum of Science and Industry di New York nel luglio 1940 con i modelli della mostra del 1939. Questi stessi modelli presero poi la via di Tokio, dove furono esposti – suscitando grande stupore – nel 1942, in piena guerra mondiale. Fu il loro ultimo viaggio: la nave che che dal Giappone li riportava in Italia fu colpita e affondata, in una sinistra e simbolica fine, per mano di quel conflitto così acclamato, della strumentalizzazione retorica di Leonardo come grande “genio italico”.

Articolo pubblicato nel settembre del 2019.




Emilio Angeli: il “nonnino” della Resistenza toscana

«Chi ricorda la situazione livornese dal ’45 al ’48 sa che cosa voleva dire, allora, agire nel piano sociale per una idea cattolica apertamente professata. [Emilio Angeli] era ancora dolorante per le percosse e le fratture riportate dalla aggressione di centinaia di scalmanati e ripartiva per affrontare in altre parti il rischio di nuove aggressioni. “Non sono questi i guai” diceva sorridendo e ricominciava la sua battaglia. Erano giorni in cui solo i manifesti murali del “Fides” osavano affrontare il terrorismo comunista per far conoscere le cose vere della città. La polizia non era sufficiente per proteggere, la gente era spaventata: affiggere quei manifesti, periodicamente, tra continue minacce significava rischiare letteralmente la vita: ma il sor Emilio insieme ad Alfio e a pochi altri, sempre diversi, non mancava mai. Non si trattava di episodi ma di una lotta continua ed estremamente rischiosa condotta in difesa dei valori cristiani con l’umiltà di chi la credeva un semplice dovere»[1].

Così scriveva il 20 gennaio 1957 sul «Fides» don Renato Roberti, nel terzo anniversario della morte di Emilio Angeli, il «nonnino»[2] della Resistenza toscana.

Emilio Angeli (Archivio Centro Studi R. AngelI)

Emilio Angeli (Archivio Centro Studi R. AngelI)

Due giorni prima il vescovo coadiutore di Livorno monsignor Andrea Pangrazio inaugurava in memoria del padre di don Roberto Angeli il «Centro di Assistenza Sociale Emilio Angeli»[3], situato vicino al Cantiere Orlando tra Borgo S. Jacopo e via Micheli. Quel Centro avrebbe raggruppato il “cuore” delle attività del Comitato Livornese Assistenza (CLA) di cui nel 1948 Emilio «fu uno dei più entusiasti e preziosi iniziatori»[4]: in Borgo S. Jacopo col tempo si raggrupparono un notevole numero di attività, tra cui una Casa di educazione per adolescenti, la Scuola Tipografica «Stella del Mare», un Centro medico-psico-pedagogico, un Refettorio e ricreatorio post-scolastico oltre agli Uffici e servizi vari del CLA[5]. Per la Pontificia Commissione Assistenza (PCA) e per il CLA, Emilio Angeli aveva speso senza risparmiarsi l’ultimo decennio della sua vita, occupando il tempo che gli restava libero finito il turno di operaio alla Motofides. «Senza mio padre – affermò don Angeli – non avremmo potuto fare per i ragazzi quello che abbiamo fatto»[6]. Scrive don Roberti: «Con lo stesso impegno e la stessa generosità del periodo clandestino si dava anima e corpo al successo dell’opera, ne amava intensamente le finalità e non c’era niente che egli considerasse estraneo alle sue premure e alle sue fatiche. […] Più di una volta, per un insieme di circostanze, si è trovato praticamente solo a sostenere il peso della organizzazione di tutto il C.L.A. Allora saltava notti in bianco, pasti, conversazioni estranee, e si moltiplicava per fare tutto quello che occorreva. […] I bimbi delle colonie, dei doposcuola, dei ricreatori, li amava, li difendeva»[7].

Gli scontri coi comunisti nel dopoguerra, anche seri e gravi[8], non furono niente a confronto con le nerbate e con le torture subite da Emilio Angeli nelle carceri di via Tasso a Roma durante gli interrogatori a cui fu sottoposto dal responsabile del Massacro delle Fosse Ardeatine in persona, Herbert Kappler, il famigerato comandante del Servizio di Sicurezza  (Sicherheitsdienst-SD), e della polizia segreta nazista (Geheime Staatspolizei-Gestapo) di Roma.

Tradito da un certo Ghirelli, che operava ai margini della Resistenza romana, Angeli fu arrestato dalla Gestapo sul ponte Milvio. «Fui portato in via Tasso in Roma – ricordava Angeli nel 1945 – bella villa, finestre murate, dimora delle S.S. luogo principale di tortura di Roma. Spogliato, perquisito, privato di quanto possedevo fui portato in cella dove si trovavano altri sei disgraziati. La mia persona parve alle S.S. tedesche molto importante perché fui subito sottoposto a lunghi e estenuanti interrogatori interrotti da nerbate perfino sotto le piante dei piedi. Il mio viso serviva come esercizio di box anche al colonnello Kappler comandante delle S.S. a Roma. Il mio viso era diventato gonfio come un pallone ciò durò per cinque giorni alla fine dei quali si sentenziò: “domani sotto torchio parlerete…”»[9]. Kappler «credeva nientemeno che fosse un generale – scrive don Angeli nel capitolo dedicato a suo padre nel Vangelo nei Lager – […] Questo – disse una volta Kappler ai suoi collaboratori dopo un’estenuante seduta, mentre il detenuto a testa bassa, taceva ancora ed il pavimento era chiazzato di sangue – questo è veramente un soldato…»[10].

Nel dopoguerra il Maresciallo d’Italia generale Giovanni Messe decorò Emilio Angeli con la Medaglia d’argento al Valor Militare con la seguente motivazione: «Nel corso di un lungo periodo di attività clandestina collaborava alla attività di due nuclei informativi operanti in territorio italiano occupato dai tedeschi. Arrestato e sottoposto a lunghi ed estenuanti interrogatori, manteneva ferma e dignitosa fierezza. Condannato a morte riusciva ad evadere e a raggiungere le truppe alleate»[11]. Anche il rabbino capo di Livorno, Alfredo Toaff, riconobbe che quello di Angeli fu un «esempio fulgido di bontà, di fede e di eroismo»[12].

Sia don Angeli che Renato Orlandini descrivono il fortunato epilogo del suo arresto[13]. Emilio Angeli lo ricordava così: «Per una ventina di giorni fui lasciato in pace e me ne chiedevo la ragione quando la sera del 3 giugno fui condotto in una sala dove mi legarono le mani dietro la schiena. La stessa sorte toccò ad altri 28, a un certo momento giunse in cortile un piccolo camion dove ci fecero salire, dopo il quattordicesimo non ce ne stettero altri, io ero il quindicesimo. Il maresciallo mi respinse e il carico partì. Noi ritornammo nella sala, si prolungava di qualche ora la nostra agonia, anche allora Iddio mi protesse. La macchina non fece ritorno e alle ventiquattro fummo slegati e ricondotti in cella. La mattina del 4 giugno sentimmo gran confusione, erano i tedeschi che dal palazzo di via Tasso fuggivano perché si sentiva la mitraglia e il cannone vicino Roma. Alle sette del mattino eravamo liberi, la popolazione ci aveva aperto le porte».

Erminia Cremoni e Emilio Angeli (Archivio Centro Studi Roberto Angeli)

Erminia Cremoni e Emilio Angeli (Archivio Centro Studi Roberto Angeli)

Ma perché c’era stato tanto accanimento contro Emilio Angeli? E in cosa consistette il suo «lungo periodo di attività clandestina»?

Merlini lo sintetizza così: «Si trattava di salvare tanti ebrei perseguitati, di portare aiuti a tanti soldati italiani e a tanti prigionieri alleati braccati sui monti, di raccogliere informazioni militari, di divulgare la stampa clandestina e soprattutto di dare vita ai primi gruppi di partigiani. E il “nonnino” compariva dappertutto, con tutti i mezzi, ad aiutare ed a risolvere le più disperate situazioni»[14].

[1] R. ROBERTI, Alla generosità della sua lotta non può mancare il premio del Signore, in «Fides», 20 gennaio 1957. Emilio Angeli era nato nel 1887 e morì nel gennaio del 1954.

[2] «Lo chiamavamo così perché, a noi ventenni, un cinquantenne o poco più sembrava vecchio. E, in effetti, era il più anziano del nostro gruppo [dei cristiano-sociali]», cfr. R. ORLANDINI, Attorno al quarantatré, MCS, Livorno 1989, p.49

[3] A Emilio Angeli vennero intitolate anche la Colonia montana presso Cutigliano (Pistoia) e nel 1969 il Soggiorno montano in località Talento presso Marliana (Pistoia), cfr. 1948-1964 Gli anni e le attività, in «Il Ponte», notiziario del Comitato Livornese Assistenza, n.2, aprile 1964 e 30 anni, «Il Ponte», n.1, maggio 1976

[4] Cfr. Emilio Angeli, «Il Ponte», n. 2, aprile 1964

[5] Cfr. Il Vescovo e il Prefetto inaugurano il nuovo Centro di Assistenza Sociale “Emilio Angeli”, in «Fides», 20 gennaio 1957

[6] Cfr. Il «nonnino» che aveva per amici i bambini, in «Fides», 24 gennaio 1954

[7] Cfr. R. ROBERTI, Rischiare la vita per il bene degli altri fu la sua soddisfazione più bella, in «Fides», 21 febbraio 1954

[8] In Archivio Centro Studi don Roberto Angeli, si trova una lettera di don Angeli a Gianfranco Merli, datata 1963, in cui il sacerdote ricordando il decennio 1945-1955 e gli scontri con i comunisti afferma che «a mio padre, che scortava i nostri “attacchini” [del “Fides” edizione murale], venivano rotte due costole». In R. ROBERTI, Perché voglio parlare di don Pessina, in «Darsena Toscana», 21 settembre 1991 don Roberti sostiene che nel dopoguerra «il “nonnino”, il babbo di don Angeli, l’eroico antifascista, torturato dai nazisti a Roma in via Tasso, senza che riuscissero a farlo confessare, aggredito dai comunisti a S. Jacopo e bastonato a sangue – ricoverato all’ospedale con due costole rotte – accusato e punito come un “bieco fascista”»; concetto ribadito in Id., Delitto di leso giornalismo, in «Darsena Toscana», 21 settembre 1996: «il babbo di don Angeli, l’eroico “Nonnino” della Resistenza, lo picchiarono a sangue i comunisti».

[9] La testimonianza inedita si trova nell’Archivio ISRT, Fondo Clero, Busta n.6, Fascicolo XIII, Diocesi di Livorno.

[10] R. ANGELI, Vangelo nei lager: un prete nella Resistenza, Stella del Mare, Livorno 1985,  pp. 20-21

[11] Cfr. R. ROBERTI, Rischiare la vita per il bene degli altri fu la sua soddisfazione più bella, in «Fides», 21 febbraio 1954.

[12] ibid.

[13] R. ANGELI, Vangelo nei lager, cit.,  pp. 21-22 e R. ORLANDINI, Attorno al quarantatré, cit., pp. 48-50

[14] L. MERLINI, In memoria di Emilio Angeli, in «Il Tirreno», 20 gennaio 1954

Articolo pubblicato nel luglio del 2019.




Le mobilitazioni operaie in Toscana del 1969

Ricordare il ’69 operaio, o autunno caldo, a 50 anni dal suo svolgimento, non è una questione semplice. Prima di tutto perché si tratta di un anniversario che definire passato “in sordina” rende poco e male la situazione. Secondo perché se c’è un aspetto del presente che dimostra come la teoria delle “magnifiche sorti e progressive” sia una colossale sciocchezza, è proprio il settore del lavoro. Basta gettare uno sguardo sulle nuove precarietà, da quella dei braccianti impiegati nel nostro sud nella raccolta delle arance o dei pomodori, a quella dei rider che ci consegnano il cibo a domicilio, o a quella delle donne italiane e straniere che accudiscono i nostri anziani, o ancora ai lavoratori delle partite Iva, per capire che quel ciclo di mobilitazione che aprì speranze, realizzò diritti, spinse la società tutta intera in avanti, è lontano anni luce da questo presente che ci circonda.

Ricordare poi la mobilitazione operaia da un punto di osservazione come quello della Toscana è una complessità in più. Non c’era e non c’è in questo territorio una concentrazione operaia simile a quella delle fabbriche del nord, in primis Fiat. Anche i grandi stabilimenti, come il siderurgico di Piombino o il metalmeccanico Piaggio di Pontedera non sono mai arrivati ad avere quei numeri di addetti, né quella rilevanza nazionale. Né abbiamo avuto concentrazioni così massicce nel settore del tessile-abbigliamento, della conceria, o dell’industria energetica o cantieristica. Di sicuro, però, la fine degli anni Settanta vedeva l’attività industriale toscana ancora in primo piano sotto tutti i punti di vista. Per addetti, per fatturato, per diffusione territoriale. E sicuramenti negli stabilimenti di Santa Croce sull’Arno, così come all’Italsider di Piombino, o nei Cantieri Orlando di Livorno, alla Lebole di Arezzo, così come nelle altre centinaia di aggregazioni industriali diffuse nella regione, il ’69 ci fu, portò trasformazioni e impresse mutazioni sia con i risultati contrattuali diffusi, sia con il cambiamento di linguaggio, delle strategie di alleanza, delle modalità conflittuali. Pensiamo ad esempio, alla mobilitazione interna ai reparti, a gatto selvaggio, o a singhiozzo, di cui tutte le testimonianze rivendicano la paternità.

Queste memorie raccontate con orgoglio, non sono di per sé né false, né vere. Ogni luogo di produzione cercò, in quell’autunno lontano, di darsi anche delle soluzioni originali, di inventarsi una strategia capace di generare alleanze, e non solo quelle con gli altri lavoratori, ma anche quelle con settori ritenuti tradizionalmente più lontani, come quella tra i cattolici della piana di Pontedera e i lavoratori della Piaggio.[1]

Ci furono mobilitazioni assai significative nel settore, amplissimo, del lavoro a domicilio, che portarono a risultati interessanti, ci furono battaglie per la salute nei posti di lavoro, salute che non riguardava solo gli addetti ma tutti gli abitanti del comprensorio coinvolto, come nelle zone del cuoio di Santa Croce e Ponte a Egola.

La difficoltà di ragionare sulle lotte del ’69 da un luogo come la Toscana è legata anche alla miopia della storiografia italiana che ha concentrato tutta la sua attenzione sulla Fiat e su Torino con qualche incursione verso Milano e poco altro.

Manifestazione primi anni Settanta, Lebole, Arezzo (fondo: Repek)

Manifestazione primi anni Settanta, Lebole, Arezzo (fondo: Repek)

Come scrivevo alcuni anni fa: “Eppure studi, anche approfonditi, su altre realtà non sono mancati. Ma non si capisce se per pigrizia, o per una coazione a ripetere, si torna sempre lì. Eppure tutti noi che ci occupiamo o ci siamo occupati di storia del movimento operaio, siamo tutti consapevoli che l’Italia, l’Italia operaia, quella che lottava e costruiva quegli anni straordinari di lotte e di rivendicazioni realizzate, si concretizzava a Torino ma anche a Piombino, a Gioia Tauro ma anche a Marghera, nelle fabbriche di Santa Croce in Toscana, così come nei calzaturifici delle Marche, alla Max Mara dell’Emilia così come alla Lebole di Arezzo e in cento altre località, in parte uguali ma in parte anche profondamente diverse dal grande agglomerato piemontese.”[2]

Di sicuro poi occorrerebbe tornare indietro, all’anno degli studenti, il ’68, e poi alle lotte per le pensioni, come insegnava Bruno Trentin,[3] per capire in profondità l’argomento di cui ci dobbiamo occupare. E ricordare che con l’ingresso degli operai sulla scena pubblica, il sindacato “..recuperò… fra gli studenti medi e quelli degli istituti tecnici; o fra gli ‘studenti-lavoratori’, i quali, in molte realtà, come in Piemonte, diventarono attori a pieno titolo della lotta sindacale.”[4] Sempre seguendo il ragionamento di uno dei più grandi leader storici del sindacalismo confederale, si può sostenere che il sindacato riuscì, a differenza dei partiti storici della sinistra, a dialogare e anche a farsi permeare dalla cultura proveniente dal mondo giovanile. E come dichiarò lo stesso dirigente: “..non fu una passeggiata”.[5]

Ma torniamo alle realizzazioni più significative e più connotanti il territorio della nostra regione, trascurandone altre, non perché poco importanti ma perché stanno dentro un quadro di relazioni sindacali e industriali di livello nazionale ed oltre. Penso ad esempio alla mobilitazione dell’Acciaierie di Piombino all’interno del gruppo delle Partecipazioni Statali e dentro il quadro conflittuale diretto dal sindacato metalmeccanico, il più importante di quegli anni.

Spesso i risultati migliori si ebbero nei luoghi non deputati in senso tradizionale del lavoro operaio ma nel settore dei servizi. Pensiamo a quello che accadde nel settore dell’assistenza psichiatrica, dove, alla “fabbrica dei matti” come chiamavano a Volterra il manicomio, si sostituì l’assistenza domiciliare. Con la chiusura di quel centro di reclusione, si sovvertirono le tradizioni culturali che fino a quel momento avevano governato quel luogo oltre a realizzare una profonda conversione dell’organizzazione del lavoro di assistenza.

La vicenda della chiusura dell’ospedale psichiatrico di Volterra era stata resa possibile anche dalla nascita del sindacato degli ospedalieri che nella provincia pisana diventò subito fortemente significativo a causa del peso che aveva, ed ha, il polo ospedaliero di Santa Chiara insieme a quello di Cisanello e alla stessa facoltà di Medicina, come punto di riferimento non solo regionale.[6]

C’è un episodio, piccolo in sé ma altamente significativo, per il forte valore simbolico, quando nel ’69, un malato psichiatrico derubato da un infermiere, venne risarcito e il responsabile fu sospeso per un mese dal lavoro senza assegno.[7]  Si cominciava a respirare un’altra atmosfera. Il dibattito sulla riforma della psichiatria si era allargato da Trieste a Gorizia, a Arezzo, a Lucca fino a Volterra, la città dell’alabastro e dei matti. Quella battaglia che non fu solo operaia, sindacale, ma fu anche culturale e politica, che si scontrò anche con consolidati atteggiamenti di chiusura verso qualsiasi forma di “diversità”, cominciò negli anni Sessanta e si protrasse per un lungo periodo. Ma la trasformazione del manicomio e la sua chiusura sono successive al ’69. Arrivano infatti due anni dopo, con la battaglia per la riforma Basaglia[8]. Un biennio, in quel caso, non poteva bastare. Dal punto di vista strettamene sindacale la trasformazione si era però intravista già dal ’67 quando c’era stato il superamento della Cisl da parte della Cgil che aveva una maggioranza di iscritti nella manodopera femminile e nei lavoratori manuali.[9] Ricordava Annibale Fanali, psichiatra arrivato a Volterra nel 1971:

 “..a Volterra c’erano due fonti fondamentali di lavoro: l’alabastro e l’ospedale psichiatrico. Io sono entrato nel ’71 e c’erano 1800 ricoverati all’incirca. Questo era un mondo. Non c’erano solo gli infermieri. C’erano quelli della cucina, gli operai. C’erano le aziende agricole perché c’erano dei reparti dislocati nella campagna. Quindi era un mondo…. La contraddizione grossa di Volterra rispetto ad altre esperienze era che qui c’era un grande manicomio ed una piccola città, non come Perugia, o anzitutto Trieste.”[10]

E ancora:

“A Volterra tutto girava attorno al manicomio, ma il manicomio era considerato come una fabbrica. I pazienti erano la pietra….. C’era gente dalla Liguria, dalla Sardegna, c’erano anche stranieri: c’era un casino di gente. Gente di tutti i tipi.. Era la legge del 1904, di “cura e custodia”. La custodia era grossa, la cura era piccina. Quando si è detto: ‘facciamo diventare grande la parola cura’, sono nate le contraddizioni. E la città, soprattutto politicamente, è riuscita a metabolizzare.”[11]

 Fu una vicenda che coinvolse e trasformò l’intera città, le sue componenti, sia quelle più aperte che quelle più chiuse, che trasformò nel profondo il senso comune del sentire collettivo nei confronti dei “matti”. Fece crescere tutti, in meglio.  Per quanto è stato possibile verificare, questa è una delle storie più belle e più durature, fino a qui, dell’Italia di quegli anni.

Ma accanto a questa narrazione se ne possono affiancare molte altre, apparentemente minori ma altamente significative come quella che coinvolse le maestranze della Fiat di Marina di Pisa, già dal ’67, l’anno delle Tesi della Sapienza[12], che anticipò il biennio seguente, anche in una fabbrica classica, quella della Fiat di Marina, dove accadde qualcosa di insolito. Ricordava un vecchio sindacalista, isolato in fabbrica e nelle lotte perché iscritto Fiom:

“A Pisa quando si fece il corteo dei licenziati, la gente si allontanava, se ne andava per conto suo. All’opposto, nel 1967, per la prima volta che si riuscì a scioperare dopo dieci anni, si scioperò una mattina di febbraio. Era nevicato. Uscii io insieme a tre o quattro convinti che rimanessero tutti dentro perché tre volte avevo scioperato anche da solo. Difatti quella mattina eravamo in dieci e poi ad un certo momento si sentì il silenzio… Cosa sta succedendo dentro? Comincio’ a sorti’ gli operai. Sortirono tutti e quella fu la più grande soddisfazione perché dopo dieci anni ero riuscito a creare le condizioni per scioperare perché c’ero solo io. Però ero diventato un po’ un esempio. La Fiat non aveva dimostrato una grande intelligenza. Colpiva me.. e lo sapevano che io ero una persona ragionevole, che tenevo legami, che cucivo in continuità, che sopportavo angherie..”[13]

Anche qui c’è l’anticipazione di un anno rispetto alla rottura epocale del ’68. Perché sia il ’68 studentesco che quello operaio sono date simboliche più che periodizzazioni fra un prima e un dopo. Il dopo si è venuto costruendo solo poco alla volta ma i suoi effetti sono stati poi così deflagranti e così sintetici che, correttamente noi rinviamo a quella data e non ad una trasformazione di lunga durata. Perché il tempo e i cambiamenti si concentrarono moltissimo lasciando l’impronta di una accelerazione dirompente. Ma dentro una realtà così differenziata, come quella della Toscana produttiva e della Toscana dei servizi, sia per concentrazioni operaie che per tipologie di lavoro, ci furono anche settori dove il ’69 operaio entrò pochissimo e anzi cominciò, proprio a partire da quell’anno, una stagione di licenziamenti e sconfitte. Come fu per il caso della Marzotto di Pisa. Una fabbrica con una schiacciante presenza di manodopera femminile, gestita con piglio patriarcale e con l’ausilio delle suore che si occupavano della formazione delle rammendatrici in un clima di intimidazione durissima e di violenza discriminatoria spaventosa. Dove si realizzò una vicenda opposta a quella di Valdagno. Quando arriva il ’69 la Marzotto di Pisa aveva già perso oltre 600 addette anche se vi lavoravano ancora 850 addetti, si respirava un’aria di dismissione. Si giunse al 7 giugno 1968 quando la direzione annunciò la chiusura dello stabilimento. Cominciò una gara di solidarietà attorno alla fabbrica ma alla fine, dopo decine di manifestazioni, di sit-in davanti ai cancelli, di iniziative politiche e sindacali, Marzotto uscì di scena e gli subentrò un’altra proprietà. Era il 24 gennaio 1969. Il nuovo proprietario riprese circa la metà delle vecchie maestranze. Di sicuro, per quell’insediamento industriale, l’autunno di quell’anno non fu molto caldo.[14]

Manifestazione a Lucca, anni '70

Manifestazione a Lucca, anni ’70

In una realtà simile ma non uguale, quella delle confezioni della Lebole, ad Arezzo, le cose andarono assai diversamente. In quel caso la mobilitazione nel biennio ’68-’69 realizzò molti risultati: dalla mensa al sabato libero, dalla riduzione d’orario senza diminuzione di salario, dall’abolizione delle zone salariali al superamento della commissione interna con il riconoscimento del consiglio di fabbrica. Anche qui le maestranze erano quasi per intero femminili e anche qui la loro volontà si incontrò con un tessuto cittadino, sociale e politico solidale.[15] Ma anche qui come ovunque si consumò la contrapposizione tra chi voleva aumenti uguali per tutti, come Vittorio Foa o Emilio Pugno, e chi invece come Bruno Trentin era contrario.[16] Vinsero la battaglia, che fu anche e forse soprattutto culturale, Foa e Pugno.

In una intervista dell’autrice a Foa, il vecchio ex sindacalista diceva:

 “..mi è accaduto di ripensare a tante battaglie egualitarie: parità uomo-donna, parità nord-sud, parità tra operai comuni e operai specializzati, parità operai-impiegati. Sono tutte le battaglie dei primi anni Sessanta e di tutti gli anni Settanta. Tutte queste battaglie possono essere viste come puro tentativo di ‘essere come quell’altro’ oppure essere viste in modo diverso. Cioè come uscita da una condizione di inferiorità generale e come affermazione di me stesso e delle mie possibilità. Cioè come un problema anziché di uguaglianza materiale, di libertà. “[17]

Ma il 1969 fu anche l’anno nel quale la Fiom pubblicò una dispensa in cui veniva illustrato il modello sindacale di “lotta per la salute” che divenne il testo base di riferimento per ogni mobilitazione legata all’ambiente di lavoro.[18] Anche in questo caso la vicenda era cominciata molto prima, in particolare nel 1961 con la costituzione della Commissione medica nella Camera del Lavoro di Torino e grazie ai risultati di lavori di ricerca e di denuncia di Giovanni Berlinguer[19] e di Giulio Alfredo Maccacaro[20].

Nella realtà toscana scegliamo due casi sui quali poter collocare l’attenzione, quello delle concerie di Santa Croce e quello della lavorazione a domicilio delle calzature. Per Santa Croce l’anno 1969 cominciò con la firma di un ottimo accordo contrattuale: aumenti uguali per tutti, contrattazione del premio di produzione, passaggi di categoria per le donne che svolgevano lavori superiori alla loro mansione, comitati e delegati per la prevenzione e la sicurezza in ogni azienda, diritto di assemblea dei lavoratori dentro l’azienda con la presenza dei sindacati. Non erano risultati di poco conto ma il delegato per la prevenzione e la sicurezza fu un risultato che rimase ancora per molto tempo sulla carta.  Dagli inizi del ‘900, da quelle parti era stata fatta l’abitudine al cattivo odore e a condizioni di lavoro durissime che tuttavia assicuravano a tutti una relativa pace sociale e un buon ritorno economico. Il problema “ambiente e salute” a Santa Croce emerse con grande ritardo grazie alla denuncia prima di “Paese Sera” nel 1974, e poi con l’”Espresso” con un’inchiesta di Sergio Saviane nel 1978.  Fino a lì, da quelle parti la parola d’ordine: “la salute non si vende” non aveva trovato diritto di cittadinanza.[21]

“Il Grande Vetro” scriveva: “Per la sete di guadagno tutti si erano improvvisati conciari, anche dentro le cascine di campagna.”[22] Occorre comunque riconoscere che, anche se in ritardo, la situazione fu poi gestita con la collaborazione delle istituzioni, degli imprenditori e dei sindacati, e a tutt’oggi si sperimentano di continuo soluzioni concertate per migliorare l’organizzazione del lavoro e l’ambiente.[23]

Discorso simile ma non uguale quello è che possiamo fare per le lavoranti a domicilio. E per questo settore mi permetto di rinviare ad un mio saggio[24] da quale si evince la frammentarietà del problema, la compresenza al suo interno di modernità e di arcaismo, di spinte alla conservazione e di spinte al rinnovamento, spesso però non inteso in senso tradizionale. Per realizzare l’importanza di questo segmento vale la pena ricordare che ancora agli inizi degli anni Settanta il settore coinvolgeva oltre 1.600.000 addetti.[25]

Un settore di sicuro importante per quantità di prodotto e per reddito ma poco compreso dalle stesse organizzazioni sindacali che puntando tutta la battaglia per l’ingresso in fabbrica delle lavoranti, alla fine ottennero solo il risultato di costringere le medesime a diventare, ob torto, delle artigiane con partita iva. Soprattutto per un settore delicato e importante nell’economia toscana come quello dell’aggiuntatura delle scarpe. Un settore dove la femminilizzazione della manodopera era pressoché totale. E dove giocava un ruolo attivo la convivenza con la famiglia d’origine e soprattutto avere una stanza da adibire a laboratorio, come ricordava una testimone da me intervistata, Patrizia Cerri:

“E meno male che avevo questa stanza! Te pensa chi lavorava in un ambiente così, che poi ci doveva mangiare, che sul tavolo ci doveva lavorare e poi sparecchia’ tutto, e poi ci doveva mangiare. Pensa un po’ te!”[26]

In quelle condizioni la battaglia più importante fu quella di dare visibilità a queste lavoratrici. Ma quando accadeva che queste lavoratrici emergessero era sempre per pochi giorni, su una pagina di giornale e niente più, come accadde nel 1973 a Cascina in una Conferenza provinciale.[27]

Ed in questo settore, quando, dopo un accordo raggiunto proprio nel ’69 con il quale si ottenne che il lavoro venisse portato a domicilio alle lavoranti, la situazione peggiorò perché:

Questo fatto crea divisione tra le donne. Ognuna sta a casa sua e vede poca gente: il portantino ti impaurisce e minaccia di non portarti più il lavoro.[28]

 Se il ’69 fu l’anno degli operai, fu molto meno quello delle operaie. Come scrivevo nello stesso saggio:

“Le donne impegnate nel lavoro a domicilio lavorano sole, dentro una cornice familiare e di relazioni che resta uguale nel tempo, a parte i mutamenti naturali che subiscono pure loro, come l’invecchiamento.”[29]

Anche in quel contesto, quello di quegli anni così vivaci sul piano delle rivendicazioni e dei risultati contrattuali, non riuscirono ad attivare azioni di difesa collettiva perché come ha scritto Christophe Dejours:

lavorare non è solo avere un’attività, ma è anche vivere; vivere il rapporto con la costrizione, vivere insieme, affrontare la resistenza opposta del reale, costruire il senso del lavoro, della situazione e della sofferenza.[30]

Se poi passiamo a guardare il discorso sulla tutela della salute, proprio nel 1969, Luigi Frey analizzò il caso di San Giovanni in Persiceto e il quadro ottenuto (era una zona di lavoro a domicilio delle confezioni) fu sconfortante. Disturbi alla funzionalità epatica, ai muscoli, alla vista. Risultati pubblicati poi alcuni anni dopo[31] Nel calzaturiero la situazione era anche peggiore perché a causa dei “mastici forti” le lavoranti si potevano prendere malattie terribili come la nevrite e arrivare alla morte. Ma praticamente nessuno se ne accorgeva e fino a che certe sostanze non furono escluse per legge, il controllo ricadeva sulle loro spalle e la loro sorte era spesso solo un fatto di fortuna.

Sicuramente il settore del lavoro a domicilio era il più fragile dell’intero settore produttivo nazionale e pertanto aveva ragione Trentin a scrivere:

 “Si comprende… come nella memoria politica della maggior parte dei gruppi dirigenti della sinistra, non sia rimasta traccia degli obiettivi e dei risultati più significativi delle lotte dell’autunno caldo’, come il controllo sulla salute e le condizioni di lavoro, la conquista di nuovi diritti individuali e collettivi, il diritto all’assemblea. E come sia rimasto soltanto il ricordo di una grande lotta salariale, forse eccessiva nei suoi obiettivi e nei suoi risultati. Si comprende come, con tali lenti da miopi, alcuni si siano dilettati a irridere l’obbiettivo di conseguire un nuovo modo di lavorare e, perché no? un ‘nuovo modo di fare l’automobile’ superando le catene di montaggio. Mentre altri, come il gruppo parlamentare comunista, non ebbero alcuna reticenza ad astenersi nella votazione dello Statuto dei lavoratori”…… E come, nel momento più aspro della lotta dei metalmeccanici per il diritto di informazione sui piani di investimento delle grandi imprese e per una svolta delle politiche industriali delle aziende di Stato, in direzione del Mezzogiorno, una parte rilevante del gruppo dirigente del Pci cercherà di scongiurare ‘l’avventura’ dei sindacati a Reggio Calabria. E si schiererà, senza esitare a sostegno delle ragioni delle baronie che dominavano l’Iri e si opponevano strenuamente a discutere con i sindacati, alla luce del giorno, i loro programmi di investimenti e le ragioni degli sperperi inauditi che il loro clientelismo e la loro incompetenza avevano accumulato.”[32]

Possono sembrare amare considerazioni ma forse ci possono essere utili anche per capire i ritardi attuali della politica e la debolezza dei partiti storici della sinistra. E come anche il sindacato non gode proprio di un’ottima salute.

[1] Catia Sonetti, Dentro la mutazione. La complessità delle storie del sindacato in provincia di Pisa, Einaudi, Torino, 2006, p.67.

[2] C. Sonetti, Sì anche il diritto di suonare il clavicembalo! Intervento dattiloscritto presentato al Convegno di Firenze sui due bienni rossi nel 1998.

[3] Bruno Trentin, Autunno caldo. Il secondo biennio rosso 1968-1969.Intervista di Guido Liguori, Editori Riuniti, Roma, 1999, p. 79.

[4] Ibidem, p. 97.

[5] Ibidem, p.114

[6] C. Sonetti, La rottura: lavoro e società nella provincia di Pisa, 1960-1980, in La Camera del Lavoro di Pisa (1896-1980). Storia di un caso, a cura di Gigliola Dinucci, Ets, Pisa, 2006, pp.483-484.

[7] Ibidem, p. 525.

[8] Cfr. John Foot, La “Repubblica dei matti”: Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 19611968, Feltrinelli, Milano, 2014; Vinzia Fiorino (a cura di), Rivoltare il mondo, abolire la miseria. Un itinerario dentro l’utopia di Franco Basaglia, Ets, Pisa, 1994.

[9] Ibidem, p, 526.

[10] C. Sonetti, Dentro la mutazione… cit., p. 128.

[11] Ibidem, pp. 134-135.

[12] Cfr., Luciano Ghelli, ’68 e dintorni. Il movimento, gli operai, il Pci e i gruppi a Pisa dalle tesi della Sapienza alla giunta Lazzeri, Edizioni Progetto, Ponsacco, 1988.

[13] Ibidem, p. 32.

[14] C. Sonetti, Dentro la mutazione..cit., p 44.

[15] Claudio Repek, La confezione di un sogno. La storia delle donne della Lebole, Ediesse, Roma, 2003.

[16] Aris Accornero, La parabola del sindacato. Ascesa e declino di una cultura, Il Mulino, Bologna, 1992, p. 30.

[17] C. Sonetti, La rottura: lavoro e società nella provincia di Pisa. 1960-1980 in, La Camera del Lavoro di Pisa (1896-1980), a cura di Gigliola Dinucci, Ets, Pisa, 2006, p. 490.

[18] Patrizio Tonelli, “La salute non si vende”. Ambiente di lavoro e lotte di fabbrica tra anni ’60 e ’70, in I due bienni rossi del Novecento 1919-1920 e 1968-1969. Studi e interpretazioni a confronto,  Ediesse, Roma, 2006, p.345.

[19] Giovanni Berlinguer, Medicina e politica, De Donato, Bari, 1973.

[20] Giulio Alfredo Maccacaro, Per una medicina da rinnovare. Scritti 1966-1976, Feltrinelli, Milano, 1979.

[21] Cfr, anche “Il Grande Vetro”,  n.9, anno 2, settembre 1978.

[22] C. Sonetti, La rottura.. cit., p. 532

[23] Vd. la trasmissione di Rai3, Leonardo del 6 maggio 2019.

[24] C. Sonetti, Il lavoro nascosto. Lavoranti a domicilio nella seconda metà del Novecento, in Fuori dall’ombra. Studi di storia delle donne nella provincia di Pisa (secoli XIX e XX), Plus university press, Pisa, 2006, pp.371-416.

[25] Sebastiano Brusco, Prime note per uno studio del lavoro a domicilio in Italia, in “Inchiesta”, III, 10, (1973), riproposto poi in, Decentramento, costi di produzione, e condizione operaia nel settore della maglieria, in Piccole imprese e distretti industriali. Una raccolta di saggi, Il Mulino, Bologna, 1989.

[26] C. Sonetti, Il lavoro nascosto… cit., p 387.

[27] Ibidem, p. 394.

[28] Ibidem, p. 401.

[29] Ibidem, p. 401.

[30] Christophe Dejours, L’ingranaggio siamo noi. La sofferenza economica nella vita di ogni giorno, Il Saggiatore, Milano, 2000, p. 146, citato in C. Sonetti, Il lavoro nascosto…. p. 401.

[31] Cfr., Lavoro a domicilio e decentramento produttivo nei settori tessili e dell’abbigliamento in Italia, a cura di Luigi Frey

[32] B. Trentin, Autunno caldo.., cit., p. 130.

Articolo pubblicato nel giugno del 2019.




Il servizio Radio CO.RA. e il suo contributo alla lotta di Liberazione

A partire dai primi di settembre del 1943, i dirigenti del Partito d’Azione fiorentino, allo scopo di dotare la nascente organizzazione resistenziale cittadina di un adeguato strumento di informazione e di intelligence militare, disposero la creazione di un servizio clandestino di radiocomunicazioni sotto la sigla Co.Ra, abbreviazione di Commissione Radio. Come ebbe a ricordare successivamente uno dei suoi proponenti, il servizio – in linea peraltro con quanto di analogo stavano facendo altrove altri gruppi del partito – oltre a ricercare un ponte radio col quartier generale alleato ad Algeri rispondeva all’intento di collegare più «organicamente la resistenza armata in Italia»[1], mettendo meglio in comunicazione tra loro i principali centri clandestini operanti in territorio occupato e i comandi delle nascenti formazioni partigiane. Quest’ultimo aspetto nel contesto fiorentino implicava creare un più diretto coordinamento tra il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale (CTLN), nel quale gli azionisti detenevano un ruolo chiave, e le bande operanti in provincia. In tal senso, ai responsabili il costituendo servizio radiocomunicazioni del Partito d’Azione fiorentino, vennero sottoposti sin da subito due obiettivi in particolare:

1) [creare] Collegamenti con i centri radio del Partito nell’Alta Italia per facilitare l’attività politica e militare clandestina e dare la possibilità di comunicare via Svizzera con Algeri o direttamente col Comando militare dell’Italia liberata per l’invio di notizie militari e per la richiesta di armamento ed approvvigionamento delle bande partigiane.

2) Collegare le bande stesse col Comando militare di Firenze.[2]

A capo del comitato tecnico del nascente servizio furono poste le figure del capitano dell’aeronautica Italo Piccagli, del fisico Carlo Ballario e dello studente di ingegneria Luigi Morandi, nessuna delle tre formalmente iscritte al partito, ma già impegnate a sostegno del movimento clandestino antifascista cittadino.

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Il capitano Italo Piccagli (ISRT, Fondo Italo Piccagli e Ruth, fasc. 2)

Italo Piccagli, classe 1909, dopo una prima formazione militare ricevuta presso l’Accademia Navale di Livorno, era passato all’Aeronautica, dove si era presto distinto in azioni militari (ottenne la medaglia d’argento al valor militare per un’azione di salvataggio in mare che gli costò una cronica malattia polmonare) e per gli studi nel campo dell’ottica, della meteorologia e della navigazione aerea. Militare in servizio permanente, nel 1943 dirigeva a Firenze il Gabinetto di Navigazione Aerea e di Meteorologia della Scuola di Guerra Aerea delle Cascine. Di sentimenti antifascisti, benché senza mai aderire formalmente ad alcun partito, dopo l’8 settembre 1943 Piccagli si era avvicinato al movimento clandestino. Lasciata di conseguenza la Scuola delle Cascine era riuscito a mettere in salvo presso l’Istituto di Fisica di Arcetri il materiale tecnico-scientifico del Gabinetto da lui diretto e sottratto casse di munizioni e materiale radio vario[3]. Di radio Co.Ra Piccagli divenne una delle figure chiave grazie alle sue conoscenze in campo aeronautico e alla sua personale rete di contatti in campo militare che gli permisero di organizzare un efficiente servizio di informazioni.

Oltre a Piccagli, con ruolo di consulente tecnico e scientifico, fu posto nel comitato Co.Ra Carlo Ballario, classe 1915, assistente di Fisica all’Università di Firenze e poi di Bologna. A lui, nella seconda metà del settembre 1943, gli azionisti Giovanni Turziani e Carlo Furno avevano chiesto di interessarsi per il partito del problema delle comunicazioni radio con l’Alta Italia, ragion per cui Ballario era entrato in contatto ai primi di ottobre con Piccagli. A questi due venne ad affiancarsi anche Luigi Morandi, giovane studente di ingegneria classe 1920, il quale accettò di buon grado di porre a servizio le sue pregresse conoscenze tecniche già note al Ballario e oramai «decuplicate da lunga esperienza»[4]. In effetti, appassionato sin da giovane di radio-trasmittenti grazie all’attività del padre (un esperto radiotecnico e proprietario di un negozio radio) Morandi, dopo alcune esperienze lavorative prima in un’azienda radio milanese (la Geloso) e poi a Bologna presso il reparto ricerche della Ducati, nel 1941 era stato chiamato sotto le armi e dislocato in Albania con compiti di radio-operatore, venendo poi destinato nel 1942 col grado di sottotenente al 7° Reggimento Genio Radiotelegrafisti di Firenze[5]. Piccagli, Ballario e Morandi poterono costituire così nel seno del servizio Co.Ra «un’équipe di grandissimo valore scientifico e tecnico»[6].

Il primo tentativo di stabilire un contatto radio con altri centri dell’Alta Italia da parte del gruppo Co.Ra si ebbe con l’acquisto a Bologna di una ricetrasmittente (denominata «la bolognina») della potenza di circa 60 watt che fu consegnata a Firenze a Carlo Lodovico Ragghianti per tramite di Antonio Rinaldi e Paolo Bassani (fratello dello scrittore Giorgio Bassani e impiegato del laboratorio nel quale l’apparato era stato costruito) e occultata a cura di Enzo Tardini “Doria”. Numerose difficoltà tecniche, tra cui la mancanza dei quarzi stabilizzatori di frequenza e l’approntamento delle basi di trasmissione con l’installazione di antenne sufficientemente potenti, vanificarono però i tentativi del gruppo di stabilire in tempi rapidi un collegamento costante con Milano. A poco valse in tal senso anche un viaggio informativo lì compiuto da Morandi. Si dovette attendere il marzo del 1944 perché il gruppo riuscisse a far funzionare adeguatamente l’apparato radio, entrando in contatti continuativi con i centri radio clandestini di Milano, Genova e Bologna. A quella data, tuttavia, il progetto originario di una rete di comunicazioni interna che collegasse i principali centri dirigenti della Resistenza italiana aveva perso di rilevanza. Ciò, anche a causa dello smantellamento a opera del Sicherheitsdienst tedesco dell’Organizzazione radio “Otto”, la missione dello Special Operation Executive britannico organizzata dal medico genovese Ottorino Balduzzi alla quale, col tramite del radiotelegrafista della Marina Giuseppe Cirillo, aveva fatto riferimento il sistema informativo organizzato da Ferruccio Parri per il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia e che aveva offerto inizialmente un appoggio per una rete di comunicazioni interna alla Resistenza italiana [7].

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Carlo Ballario (ISRT, fondo Carlo Ballario, ins. 25)

Nel frattempo, anche il secondo proposito originario del servizio Co.Ra., di creare cioè un collegamento tra le bande armate toscane e i vertici militari del CTLN, si era scontrato con difficoltà di natura tecnica. Mentre infatti sin dai mesi finali del 1943 erano state costruite e testate con la supervisione di Ballario e Morandi piccole radio da campo alimentate a pile che avrebbero dovuto essere distribuite alle bande, la difficoltà di collegarsi con queste ultime e la mancanza di personale radiotelegrafista ritardò l’avvio delle prime sperimentazioni, le quali, d’altro canto, una volta iniziate non ebbero l’effetto sperato[8]. Fu anche per questo, che l’attività del gruppo Co.Ra a partire dalla primavera del 1944 si orientò prevalentemente a ricercare un collegamento diretto con gli Alleati, così anche da rendersi autonoma dall’appoggio sin lì fornito da altre missioni radio cui il Partito d’Azione fiorentino era dovuto ricorrere in precedenza, sia per l’ottenimento di informazioni che per la richiesta di supporto militare. In tal senso, già nel febbraio 1944 l’organizzazione azionista fiorentina era riuscita a ottenere dagli Alleati un aviolancio su Monte Giovi tramite la missione radio “Rutland”di Domenico Azzari, agente dello Special Operation Executive paracadutato al confine tra Lunigiana e Lucchesia, il quale, dopo essersi unito alla banda partigiana di Angiolino Marini “Diavolo Nero”, si trovò a gestire e smistare dalle Apuane diversi aviolanci alleati a favore di varie formazioni toscane. In quel caso, per il partito azionista fiorentino i contatti con la missione Azzari erano stati tenuti tramite accordi stabiliti tra la partigiana viareggina Vera Vassalle e la staffetta fiorentina Maria Luigia Guaita – responsabile del servizio di falsificazione documenti del Partito d’Azione fiorentino che lavorava in stretta collaborazione col gruppo Co.Ra – e il lancio, raccolto su Monte Giovi a cura di Max Boris, aveva avuto buon esito[9]. Più o meno negli stessi mesi anche il maggiore dell’aeronautica Giuseppe Cusumano in relazione col gruppo azionista fiorentino era stato inserito in una missione alleata incaricata di rilevare le fortificazioni sul tratto occidentale della Gotica e di trasmetterne via radio le informazioni ad Algeri[10].

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Attestato di Partigiano Combattente di Carlo Ballario (ISRT, Fondo Carlo Ballario, ins. 22)

L’occasione per dotare il gruppo Co.Ra dell’equipaggiamento necessario a contattare autonomamente i comandi alleati giunse per mezzo della figura dell’avvocato Enrico Bocci, un antifascista di lungo corso, amico fraterno dei fratelli Rosselli, già membro in passato del Circolo di Cultura Salvemini di Firenze e collaboratore assieme a Ernesto Rossi, Piero Calamandrei e Nello Traquandi di «Italia Libera» e del «Non Mollare». Alla fine di gennaio 1944 Bocci era stato messo in comunicazione tramite il signor Oscar Fontanella con l’ufficiale Nicola Pasqualin, capo di una missione alleata sbarcata nei paraggi di Porto Corsini, sulle coste adriatiche, e giunta a Firenze per stabilire un ponte radio tra il movimento resistente e il comando alleato. Le presentazioni tra Bocci e Pasqualin erano state fatte nello studio dell’industriale Vasco Petrelli, personalità in contatto con esponenti del movimento clandestino comunista, cui sovente passava informazioni. Il Pasqualin, in possesso del cifrario per le trasmissioni, assieme al radiotelegrafista Renato Levi – un ebreo sfuggito alle persecuzioni razziali e conosciuto col soprannome di «Pomero» o «Rossino» – furono affidati così alle cure del Bocci. Quest’ultimo, chiamato il Ballario per affidargli la riparazione della ricetrasmittente in dotazione della missione alleata danneggiatasi durante lo sbarco, sì unì di fatto col gruppo di Piccagli nella direzione del servizio Co.Ra. La ricetrasmittente messa a disposizione dal Pasqualin fu portata in un primo tempo nello studio dello stesso Bocci, al piano terra di via Ricasoli n. 26, dalla sua segretaria Gilda Larocca, preziosa collaboratrice del servizio clandestino. La prima trasmissione, tuttavia, venne effettuata nei locali della Casa Editrice Bemporad, in via dei Pucci, messi a disposizione da Renato Giuntini, amico di Bocci. Come primo tentativo fu deciso di trasmettere al centro radio alleato di Bari-Monopoli il messaggio convenzionale L’Arno scorre a Firenze il quale, a prova dell’avvenuto contatto, venne poi ritrasmesso in chiaro dagli Alleati sulla frequenza di Radio Bari.

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Luigi Morandi (da A. Morandi Michelozzi,”Le foglie volano…”)

Stabilito un contatto oltre le linee, l’attività del gruppo Co.Ra, oltre a richiedere l’intervento alleato in operazioni di appoggio alle bande partigiane o l’invio di armamenti e rifornimenti a mezzo aviolanci, si indirizzò prevalentemente nella raccolta e trasmissione agli Alleati di informazioni riguardanti le linee difensive appenniniche, i presidi e i depositi tedeschi, il traffico merce diretto in Germania, i movimenti ferroviari e lo spostamento delle truppe germaniche, così da rendere possibile adeguate contromisure. Le informazioni provenivano dalla rete d’intelligence del partito o altrimenti erano raccolte tramite i più vari canali dai collaboratori del servizio. La stessa moglie di Bocci, Mitzi, d’origini austriache, approfittava della sua madre lingua per carpire eventuali notizie che ufficiai tedeschi inavvertitamente potevano lasciar trapelare nel corso dei ricevimenti organizzati dall’industriale Vasco Petrelli e ai quali i coniugi Bocci erano spesso invitati[11].

Sul piano militare uno dei successi più eclatanti conseguiti dal servizio Co.Ra fu, nel maggio 1944, la raccolta e l’invio al comando alleato di circostanziate informazioni inerenti lo spostamento della divisione Herman Goering da Firenze verso il fronte meridionale, comunicazione che permise all’aviazione alleata di intercettare nel grossetano il grosso della formazione, provocandole perdite sostanziose[12].

Le modalità con le quali avvenivano le trasmissioni da parte del gruppo erano grossomodo le seguenti:

Di tutte le informazioni che Bocci e Piccagli sceglievano, setacciavano, vagliavano, venivano poi fatti tanti fogliolini – i chiari – che venivano portati, dalla Gilda [Larocca], per la traduzione in codice, dal Pasqualin. Questi era l’unico che avesse il cifrario. Stava in via Tornabuoni. E di lì i bigliettini ripartivano per la casa dove in quel giorno era installata la radio e dove il R.T. [radiotelegrafista] li trasmetteva all’VIII Armata. Ogni volta, in cifrato, al R.T. veniva trasmessa dagli Alleati l’ora della trasmissione successiva. Decifrato il messaggio (mai dal R.T. che non conosceva il codice) si preparavano le notizie «tradotte» per l’ora stabilita. C’era però sempre un appuntamento di emergenza se, per una ragione qualsiasi, nell’ora pattuita la trasmissione non avesse potuto aver luogo.[13]

Per quanto riguardava invece gli accurati rilievi topografici connessi  a obiettivi militari sensibili che il gruppo otteneva dal servizio informazione del partito, essi venivano riportati dettagliatamente su carte in scala variabile cedute dietro sollecitazione di Piccagli dal colonnello Lari dell’Istituto Geografico Militare e ordinate nella ricca cartoteca dell’archivio Co.Ra a cura di Ballario e con l’assistenza di Piccagli e di Lodovico De Renzis-Sonnino, dal cui palazzo familiare di via del Prato venivano talvolta effettuate le trasmissioni radio e ove erano altresì confezionate da Piccagli le copie microfilmate delle stesse carte[14].

Quella di via del Prato non era che una delle molteplici basi logistiche del servizio da cui erano dirette le comunicazioni radio, le quali, per regola generale di sicurezza, oltre ad essere sempre brevi per non dare il tempo ai radiogoniometri tedeschi di intercettare la fonte, non dovevano partire mai due volte di seguito dallo stesso luogo. Le principali basi di trasmissione del gruppo, oltre allo studio del Bocci – per la verità poco adatto allo scopo – furono: l’abitazione di questo a Ponte a Mensola; la casa di Piccagli in via Repetti; la già citata casa editrice Bemporad; l’Istituto Fotocromatico Italiano in via La Farina di proprietà di Vincenzo Balocchi, un parente di Bocci; l’abitazione del medico e professore Piero Pieraccini in via Salvestrina e la clinica ove questi operava in Viale Mazzini; l’abitazione in viale Michelangelo di Gianni Banti, un compagno di Bocci dei tempi del «Non Mollare»; alcuni quartieri presi in affitto in viale Corsica e in via Brunetto Latini; la centrale Rifredi della Società Elettrica Valdarno; l’Istituto di Fisica di Arcetri e la già citata abitazione del De Renzis.

Ai primi di maggio del 1944, con l’aumento dell’attività e dell’organico del gruppo (entro il quale fecero ingresso in particolare Luciano Tamburini, come informatore militare, Guido Focacci, come responsabile dei campi di lancio alleati, e Gianfranco Gilardini), si rese necessaria la ricerca di un’ulteriore sede da cui trasmettere. Tramite la mediazione del Tamburini si riuscì a ottenere dal conte Carlo Cotta, vicino al Partito d’Azione, un appartamento situato al terzo e ultimo piano di un palazzo posto al civico 12 di Piazza d’Azeglio che fu regolarmente affittato a nome del Gilardini[15]. Si trattava di un ampio appartamento ammobiliato, dai cui quartieri di servizio, posti nelle soffitte, potevano essere effettuate con relativa sicurezza le trasmissioni, sempre affidate al «Pomero». Quest’ultimo, però, tendenzialmente restio per ragioni di prudenza ad accondiscendere a sessioni radio ripetute e continuative, con l’aumentare del ritmo delle trasmissioni in vista del progressivo avvicinarsi del fronte di guerra alla Toscana, lasciò che fosse Luigi Morandi a sostituirlo come radiooperatore.

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Enrico Bocci (da A. Morandi Michelozzi,”Le foglie volano…”)

Tra la fine di maggio e i primi di giugno l’attività del servizio crebbe in effetti di intensità. Una missione aviolanciata alleata di dodici paracadutisti (missione “Nicky”) che avrebbero dovuto integrare la precedente missione di Pasqualin fu organizzata dal gruppo Co.Ra in collaborazione col maggiore Mario Martini (Capitano Niccolai) comandante delle forze partigiane della provincia di Prato. Il lancio avvenne con successo la sera del 2 giugno ai Faggi di Javello nelle vicinanze del monte Calvana. Cinque dei paracadutati vennero avviati a Firenze e qui alloggiati per interesse di Bocci in alcuni appartamenti di via Tripoli e XXVII Aprile. In conseguenza della liberazione di Roma del 4 giugno e dello sbarco alleato in Normandia del 6, un’importante riunione dei componenti il gruppo venne inoltre convocata per il giorno 7 nella nuova sede di Piazza d’Azeglio allo scopo di trasmettere le informazioni di ordine militare inerenti lo stato delle forze tedesche e l’entità delle formazioni partigiane che il comando alleato aveva richiesto con un questionario cifrato appositamente radiotrasmesso. Tra i convenuti all’incontro – in numero superiore al consueto, data la circostanza – vi erano Bocci, Piccagli, Morandi, Focacci, Gilardini, Tamburini, la segretaria Larocca e anche Carlo Campolmi, responsabile militare del Partito d’Azione. Erano assenti invece Ballario, recatosi ad assistere la moglie ricoverata in ospedale per una setticemia, e Maria Luigia Guaita, partita lo stesso giorno per una missione di collegamento col gruppo viareggino di Radio “Rosa”[16]. Tra i convenuti alla riunione, Tamburini dopo un certo tempo se ne andò, seguito da Piccagli in ragione di un abboccamento già fissato in precedenza. Verso l’ora di cena, circa, tre uomini in borghese e armati si presentarono alla porta dell’appartamento nel quale fecero irruzione, seguiti nell’immediato da SS e fascisti del reparto di Mario Carità. Tutti gli adunati, senza che potessero reagire, furono fermati e fatti allineare su di una parete. Luigi Morandi, intento già a trasmettere dai locali della soffitta, non si accorse in tempo dell’irruzione. Sorpreso e disarmato, approfittando di una distrazione riuscì comunque a impossessarsi fulmineamente dell’arma di un tedesco uccidendolo, prima di venir fatto segno di una raffica di mitra sparata da un commilitone. Trasportato successivamente presso l’ospedale di via Giusti sarebbe deceduto tre giorni dopo a causa delle ferite riportare. Gli altri componenti del gruppo, percossi e malmenati, furono condotti in arresto presso i locali di Villa Triste, sede della polizia tedesca (Sicherheitsdienst) e del Reparto Servizi Speciali della 92° Legione della MVSN al comando di Mario Carità. Tra gli arrestati, oltre ai presenti alla riunione, cadde anche Piccagli, il quale, rientrando dall’abboccamento venne fermato da un milite lasciato a presidio della sede di Piazza d’Azeglio e trasportato con gli altri a Villa Triste[17].

Tra l’8 e il 9 giugno, le forze di polizia nazifasciste riuscirono a catturare anche quattro dei cinque paracadutisti della missione “Nicky”, ma non Pasqualin e «Pomero», i quali riuscirono a salvarsi. Negli stessi giorni, con l’intento di arrestarlo, tedeschi e fascisti si recarono a Montemurlo presso l’abitazione del capitano Mario Martini (che aveva collaborato all’aviolancio dei dodici agenti paracadutati ai Faggi di Javello), il quale però riuscì fortunosamente a sottrarsi alla cattura ma non a evitare l’arresto del figlio quattordicenne, Marcello, condotto a Villa Triste e successivamente deportato a Mauthausen. Stessa sorte toccò anche a Ruth Weidenreich, moglie di Piccagli e anch’essa attivamente impegnata nel movimento di Liberazione fiorentino. Ebrea tedesca, Ruth fu infatti arrestata dopo la retata del 7 giugno e quindi tradotta a Villa Triste, dove ebbe la possibilità di rivedere per l’ultima volta il marito, prima di essere deportata ad Auschwitz. Tutti gli arrestati del gruppo Co.Ra, nessuno escluso, a Villa Triste subirono per giorni incessanti interrogatori e brutali torture, i cui particolari raccapriccianti emersero nel corso dei procedimenti giudiziari cui nel dopoguerra furono sottoposti i membri della banda Carità presso le Corti straordinarie di Bologna e Lucca. I più martoriati, in tal senso, furono certamente Bocci e Piccagli, che con coraggio si assunsero tutta la responsabilità dell’attività di radio Co.Ra nel tentativo di scagionare i propri compagni. Oltre alle sevizie della tortura entrambi condivisero la stessa tragica sorte. Il 12 giugno, Piccagli venne infatti trasportato assieme ai quattro paracadutisti della missione “Nicky” (Fiorenzo Franco, Pietro Ghergo, Dante Romagnoli e Ferdinando Panerai) a Cercina, sulle pendici di Monte Morello, e qui fucilato sulle sponde del torrente Terzolle assieme ai primi, ad Anna Maria Enriquez Agnoletti (attivista cristiano sociale e sorella dell’azionista Enzo prelevata poco prima dalle carceri di Santa Verdiana) e a un partigiano cecoslovacco. L’agonia di Enrico Bocci in mano ai suoi carnefici si protrasse invece fino al 18 giugno, giorno in cui venne probabilmente finito a Villa Triste o altrimenti fucilato nei dintorni di Firenze, benché il suo corpo non fu mai ritrovato. I rimanenti del gruppo (Gilda Larocca, Ruth Weidenreich, Carlo Campolmi, Guido Focacci, Gianfranco Gilardini, Marcello Martini) dopo le torture subite vennero trasferiti a Fossoli di Carpi e da qui deportati in Germania: alcuni di essi riuscirono a fuggire durante il viaggio, gli altri fecero ritorno a casa solo a guerra finita.

Nonostante il duro colpo inflitto all’organizzazione Co.Ra dalla retata del 7 giugno – la cui portata aprì molti dubbi e sospetti sulla possibile delazione di una spia infiltratasi entro l’organizzazione clandestina del Partito d’Azione[18] – il servizio non cessò comunque di esistere e l’attività di radiocomunicazioni riprese con sorprendente rapidità. L’ufficiale Pasqualin, sfuggito alla cattura e rifugiatosi per qualche tempo in provincia di Arezzo, fatto ritorno a Firenze con «Pomero» attorno al 20 di giugno riprese subito i contatti col movimento clandestino incontrandosi con Carlo Lodovico Ragghianti, Presidente del CTLN. A quest’ultimo venne consegnato un apparecchio ricetrasmittente occultato dal «Pomero» prima della fuga che consentì di riprendere le trasmissioni, affidate stavolta al nuovo telegrafista indicato da Ragghianti: il capitano del Genio Giuseppe Campolmi “Spartaco”. Quest’ultimo, dopo diversi tentativi andati a vuoto, riuscì a stabilire un nuovo ponte radio col centro alleato di Bari-Monopoli trasmettendo dalla soffitta della clinica privata di via della Robbia, messa a disposizione dal dottor Bruno Gherardi. Al nuovo servizio radio Co.Ra coadiuvarono anche Ludovico De Renzis-Sonnino, il giovane studente d’ingegneria Lorenzo Rigutini – chiamato a collaborare alla rete informativa dal Ballario sin dalla fine di giugno[19] – e Adriano Milani Comparetti, membro delle squadre d’assalto del Partito d’Azione, fratello di don Lorenzo Milani e in seguito tra i più famosi neuropsichiatri infantili italiani[20]. Tra le sedi clandestine che ospitarono la rinnovata attività di trasmissione vi furono i locali della Società di cremazione al Mercato Nuovo, una soffitta in via del Pratellino, l’Istituto del Rinascimento in Palazzo Strozzi, la Villa Vittoria e l’abitazione dei Rigutini a Bellosguardo[21]. Con l’avvio dell’emergenza ai primi di luglio del 1944 e il distacco della rete elettrica cittadina, la possibilità di utilizzare gli apparati ricetrasmittenti venne garantita dall’impiego di alcuni accumulatori in dotazione della facoltà di Chimica messi a disposizione dal professor Giovanni Speroni per tramite di Carlo Ballario[22]. A questo modo, le trasmissioni del servizio Co.Ra poterono proseguire, di fatto spingendosi sino alle fasi imminenti la liberazione della città, l’11 agosto.

[1] Carlo Lodovico Ragghianti, Ecco che cosa fu «Radio Cora», «La Nazione», 11 agosto 1979, p. 3.

[2] Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea di Firenze (d’ora n poi ISRT), fondo Carlo Ballario, inserto 1, relazione dattiloscritta sull’attività della Commissione Radio del Partito d’Azione; l’originale manoscritto di Carlo Ballario della relazione è in: ivi, inserti 31-36. La relazione di Ballario è citata parzialmente anche in L. Tumiati Barbieri (a cura di), Enrico Bocci. Una vita per la libertà, G. Barbera Editore, Firenze 1969, p. 61.

[3] ISRT, fondo Piccagli Italo & Ruth, fasc. 1 Servizio radio Co.Ra, Relazione sull’attività svolta dal Capitano Italo Piccagli, Firenze 20 agosto 1944; Italo Piccagli: una scelta di libertà, a cura del Comitato regionale toscano per il 30° Anniversario della Resistenza e della Liberazione, Parretti, Firenze 1974.

[4] ISRT, fondo Carlo Ballario, inserto 1, relazione dattiloscritta sull’attività della Commissione Radio del Partito d’Azione; ivi, ins. 31, appunto manoscritto di Ballario.

[5] Andreina Morandi Michelozzi, Le foglie volano. Appunti per una storia di libertà, La Nuova Europa Editrice, Firenze 1984, pp. 31-33.

[6] Gilda La Rocca, La “Radio Cora” di Piazza d’Azzeglio e le altre due stazioni radio, Giuntina, Firenze 1985, p. 46.

[7] Carlo Lodovico Ragghianti, Ecco che cosa fu «Radio Cora», cit. Sull’Organizzazione “Otto”, cfr. Peter Tompkins, L’Altra Resistenza. Servizi segreti, partigiani e guerra di liberazione nel racconto di un protagonista, Il Saggiatore, Milano 2009, pp. 151-152.

[8] ISRT, fondo Carlo Ballario, inserto 1, relazione dattiloscritta sull’attività della Commissione Radio del Partito d’Azione;

[9] Carlo Lodovico Ragghianti, Ecco che cosa fu «Radio Cora», cit.; L. Tumiati Barbieri (a cura di), Enrico Bocci, cit., p. 80. Sulla missione Azzari cfr. Maurizio Fiorillo, Uomini alla macchia. Bande partigiane e guerra civile. Lunigiana 1943-1945, Laterza, Roma-Bari 2010, pp. 48-49. Sul lancio procurato su Monte Giovi cfr. Max Boris, Al tempo del fascismo e della guerra. racconto della vita mia e altrui, a cura di Simone Neri Serneri, Polistampa, Firenze 2006, pp. 56-61.

[10] Testimonianza di Giuseppe Cusmano citata in L. Tumiati Barbieri (a cura di), Enrico Bocci cit., p. 64.

[11] Gilda La Rocca, La “Radio Cora” di Piazza d’Azzeglio, cit., p. 50.

[12] Carlo Francovich, La Resistenza a Firenze, La Nuova Italia, Firenze 1975, pp. 155-157; Gilda La Rocca, La “Radio Cora” di Piazza d’Azzeglio, cit., pp. 59-60; Andreina Morandi Michelozzi, Le foglie volano, cit., pp. 41-43.

[13] L. Tumiati Barbieri (a cura di), Enrico Bocci cit., pp. 82-83.

[14] Gilda La Rocca, La “Radio Cora” di Piazza d’Azzeglio, cit., p. 52.

[15] ISRT, fondo Piccagli Italo & Ruth, fasc. 1 Servizio radio Co.Ra, deposizione di Gianfranco Gilardini, p. 1.

[16] Maria Luisa Guaita, Storie di un anno grande. Settembre 1943-agosto 944, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1975, pp. 56-58.

[17] Per una ricostruzione dell’irruzione e degli arresti, oltre alla bibliografia citata nelle note precedenti, si veda anche: ISRT, fondo Piccagli Italo & Ruth, fasc. 1 Servizio radio Co.Ra, deposizione di Gianfranco Gilardini, pp. 5 e sgg.

[18] ISRT, fondo Piccagli Italo & Ruth, fasc. 1 Servizio radio Co.Ra,, Partito d’Azione, Sezione di Firenze, Servizio Informazioni, Indagine intesa ad accertare come le SS abbiano scoperto la radio clandestina di Piazza d’Azeglio n. 12..

[19] Ivi, fondo Carlo Ballario, inserto 23, Relazione sull’attività Cora di Lorenzo Rigutini.

[20] Carlo Lodovico Ragghianti, Ecco che cosa fu «Radio Cora», cit.

[21] Ibidem. Per il riferimento delle trasmissioni effettuate presso l’abitazione dei Rigutini, cfr. Archivio Diaristico Nazionale di Pieve S Stefano, Diario di Beatrice Rigutini, a cura di Silvia Rigutini.

[22] Carlo Lodovico Ragghianti, Ecco che cosa fu «Radio Cora», cit.; Gilda La Rocca, La “Radio Cora” di Piazza d’Azzeglio, cit., pp. 97-98.

Articolo pubblicato nel giugno del 2019.




“Scoprire” Auschwitz. Il Treno della Memoria 2019

Sono alle 8:30 di mattina del 22 gennaio quando arriviamo ad Auschwitz, al campo madre, costruito fuori dalla città per cercare di nascondere ciò che vi accadeva. Esso si estende per 7 ettari e contiene 28 blocchi, creato nel giugno del ‘40 nel luogo dove già esisteva una caserma dell’esercito polacco alla confluenza della Vistola. Dopo aver superato i controlli di sicurezza, degni di un aeroporto internazionale che ti danno subito l’idea di quanto questo luogo di memoria sia ancora sotto pericolo, entriamo dal cancello principale, famigerato per la cinica scritta “Arbeit macht Frei”. Infatti  Auschwitz era un campo di lavoro, dove i deportati venivano usati per faticare nelle miniere di carbone circostanti o nei campi. Così inizia la nostra visita. Ovunque silenzio, solo i nostri passi attutiti dalla suola di gomma dei nostri scarponcini. All’ingresso la temperatura è -9, percepita -12, ma sentiamo meno freddo anche perché forse ormai fa parte di noi o forse perché un pallido sole dà l’illusione della vita sul gelo della morte. Ci avviamo, superando il luogo dove si trovava l’orchestra che suonava delle marce allegre all’entrata e all’uscita dei lavoratori schiavi. Ci avviamo fra i vialetti di quello che oggi è un museo. Esso è stato creato già nel 1947, 2 anni soli dopo la liberazione del campo.

Il lager conteneva fra i 1200 e i 1500 prigionieri alloggiati in blocchi di muratura a due piani, sfruttati dalle cantine fino al sottotetto. La nostra prima tappa è il blocco 4 recante all’ingresso la scritta “sterminio”. A destra, una grande mappa con Auschwitz al centro, nel cuore dell’Europa, un grande snodo ferroviario; puntini neri invece segnano i ghetti e i campi di transito da cui sono partiti i treni diretti qui. Dal 1940 al 1945 sono stati deportati qua 1.300.000 persone,  prevalentemente ebrei, ma anche 55.000 prigionieri politici e altrettanti prigionieri di guerra russi (infatti la Russia non aveva firmato la convenzione di Ginevra) e 23.000 “zingari”. In quella stessa stanza si trova una urna con ceneri umane. I primi a fare ingresso nel lager furono 728 membri della intellighenzia polacca seguiti da alcuni ecclesiastici. Nella stanza successiva ci sono delle foto tratte dall’album Auschwitz che rappresentano l’arrivo di deportati dopo la sua sommossa del ghetto di Varsavia e alcune baracche dello Zigeunerlager, cioè la zona destinata agli zingari. La terza stanza prende il nome di strada della morte, infatti alle pareti campeggiano delle foto rappresentanti l’arrivo nel lager alla Judenrampe. Oltre alle SS vediamo raffigurati anche alcuni prigionieri. Essi cercavano di aiutare i nuovi arrivati suggerendo di non dire che facevano lavori da intellighenzia né che avevano meno di 14 anni,  (ciò li avrebbe condannati a una morte sicura ma questo non lo potevano rivelare). Accanto una foto rappresenta la divisione tra uomini da una parte, donne e bambini dall’altra, seguita da un’altra che raffigura le valigie ed altri oggetti ammucchiati sulla rampa mentre il convoglio se ne va, vuoto. Dall’altra parte della stanza c’è una copia dei biglietti ferroviari perché i deportati si devono pure pagare il viaggio! In fondo una grande mappa che rappresenta tutto il complesso concentrazionario di Auschwitz comprendente Birkenau e Monowitz, piccolo sottocampo importante per l’economia tedesca grazie alla presenza della Buna, una fabbrica di plastica, e della IG Farben, una fabbrica di vernici. Saliamo al primo piano, dove ci troviamo di fronte la stanza 4, intitolata “tecniche di sterminio”. Qui alle pareti ci sono le foto scattate di nascosto da membri del sonderkommando che rappresentano, sfocate per la fretta, donne nude che corrono e fosse di cadaveri che ardono. Al centro della stanza un plastico che riproduce una camera a gas e un forno crematorio, mentre in una teca sono contenute latte di zyklon b. Nella stanza 5, intitolata alla spoliazione dei corpi, ci troviamo di fronte ai resti più impressionanti di tutto il campo: 7 tonnellate di capelli umani (qui ne sono esposte due). Nella stanza 6, una immagina rappresenta l’incendio del Kanada durato 4 giorni. Infatti i Tedeschi, man mano che L’ Armata Rossa si avvicinava,  non solo avevano fatto saltare in aria i forni crematori, ma avevano cercato di distruggere altre prove come il Kanada.

Entriamo poi, ordinatamente e sempre silentemente, nel blocco attiguo, il 5, quello contenente gli oggetti, forse il più impressionante. Ci accolgono montagne di occhiali, 80.000 scarpe, anche di bambini, (e persino il lucido da scarpe), scialli degli ebrei ortodossi, oggetti di igiene quotidiana come spazzole e pennelli da barba. L’enormità della quantità e il pensiero che ad ognuno di quei reperti corrisponde una vita umana passata nel vento, lasciano sgomenti, senza fiato né parole. La stanza 3 contiene stoviglie e posate, insomma tutto ciò che avrebbe dovuto servire alla nuova vita che ai prigionieri era stata promessa dell’Europa orientale, come coloni. Saliamo al primo piano: valigie segnate con nome, cognome, data di nascita e indirizzo per poterle poi ritrovare. Passiamo poi nel blocco limitrofo, il 7, che ci parla della vita quotidiana dei prigionieri attraverso i disegni fatti da un sopravvissuto: Wladyslaw Siwek. In fondo alla sala, in una teca sono esposti i vestiti originali del campo, i cosiddetti pigiama a strisce con i numeri (gli stessi che prigionieri portavano tatuaggi sul braccio) e i triangoli di vari colori: rosso per i politici, rosa per gli omosessuali, viola per i testimoni di Geova, nero per gli asociali, verde per i criminali comuni, l’acronimo SU per i prigionieri sovietici e infine la stella di Davide gialla ovviamente per gli ebrei.  Triangoli, stelle, colori si potevano anche sommare perché poteva capitare, come ad esempio a Primo Levi, di essere sia ebreo sia deportato politico. La stanza successiva ci pone di fronte al volto terrorizzato e sgomento di bambini di 2, 10 e 14 anni scattate alla liberazione del campo. Il bambino di 2 anni sembra un neonato, gli altri sono scheletrici così come scheletriche sono le donne: abbiamo le foto di due di loro, una di 35 anni, l’altra di 37 che il giorno della liberazione pesavano rispettivamente 25 e 23 kg. Nei lager, infatti, si moriva letteralmente di fame: al mattino veniva distribuito ai prigionieri solo del latte con un caffè molto allungato, a pranzo pane duro diluito con sabbia e un po’ di margarina o marmellata, la sera una zuppa di erbe. Passiamo alla stanza numero 3 che contiene i disegni del prigioniero Mieczyslaw Kościelniak sulla vita quotidiana nei lager. Nel corridoio ci assalgono su entrambe le pareti i volti, gli occhi e gli sguardi silenziosi dei deportati. Infatti, quando si entrava nel campo, i nazisti facevano una foto con il prigioniero in tre posizioni: davanti, di profilo e di tre quarti. Le foto qui esposte sono tutte di persone uccise rappresentante di fronte e sotto ogni foto ci sono tre date: quella di nascita, quella di deportazione e quella di morte. Ci guardano spettrali, le donne rasate non si distinguono dagli uomini. La stanza 4 è dedicata al destino delle donne e dei bambini. Le prime, private dei loro figli, perdevano la voglia di vivere e morivano più in fretta degli uomini, nell’arco di un paio di mesi; talvolta si suicidavano gettandosi sul filo spinato. Quelle incinte venivano uccise direttamente all’arrivo. I bambini deportati ad Auschwitz furono 332.000 di cui si salvarono solo 650.

La sensazione di orrore continua in climax ascendente quando arriviamo al blocco 11, il cosiddetto blocco della morte, dove venivano incarcerati, torturati, uccisi i deportati. Si veniva condotti qui anche solo per aver rubato una mela da un albero o fatto i propri bisogni senza il permesso del Kapó. Per i reati più gravi vi si riuniva un tribunale fantoccio con due membri della Gestapo. Inutile specificare l’esito del processo. Scendiamo smarriti nel sotterraneo di questo blocco costituito da varie celle che venivano usate per la tortura e per la morte. Qui è stata fatta anche la prima prova di utilizzo dello zyklon b per tre giorni consecutivi ma è stata poi ripetuta perché non era andata a buon fine. In fondo al corridoio sulla destra c’è una stanza che contiene delle microcelle di 90 x 90 cm. per la punizione di 4 prigionieri per volta che devono passare là dentro da 1 a 10 giorni. Entravano da un piccolo pertugio ubicato in basso, strisciando sul proprio ventre e spesso non ne uscivano vivi. Dall’altro lato del corridoio c’è la cella numero 20 che veniva chiamata “cella segreta” perché qui si moriva per soffocamento. Vi venivano infatti rinchiuse 30-40 persone lasciate senza aria. Nel sotterraneo dovunque il senso di soffocamento attanaglia anche noi. Adiacente ad essa c’è la cella 18, in cui prigionieri venivano lasciati morire di fame. Qui è morto anche Padre Kolbe, poi santificato, per aver dato la propria vita in cambio di quella di un padre di famiglia. C’è poi la stanza per i fuggiaschi ma non veniva rinchiusa qui sono questa categoria di persone ma anche, per rappresaglia,  per ogni fuggiasco 15 membri della sua baracca.

Adiacente a questo blocco c’è il cortile con il muro della morte. Qui non si può parlare, per rispetto. In fondo ad esso il muro della morte in cui i prigionieri, nudi, venivano condotti a coppie e poi uccisi con un colpo alla nuca. In questo cortile avvenivano anche le punizioni e le torture: possiamo vedere i pilastri usati per legare i prigionieri con i piedi sollevati da terra, in modo tale da spezzare loro le braccia, renderli dunque inabili al lavoro e quindi da gassare. Altre punizioni avvenivano attraverso frustrate e bastonate che spesso i prigionieri si dovevano infliggere da soli contando in tedesco. Se perdevi il conto,  ricominciavi da capo. Sull’altro lato di questo cortile sorge un edificio con le finestre oscurate. È il blocco 10 e le finestre sono chiuse da nere assi di legno affinché non si vedesse ciò che accadeva all’interno, cioè esperimenti di sterilizzazione delle donne e mutilazioni genitali. È vero, non si vedeva,àa ma si sentivano le urla di dolore. Angosciati, ci dirigiamo verso la piazza dell’appello passando accanto all’edificio ospedaliero che di ospedaliero in realtà aveva solo il nome perché veniva chiamato anticamera della morte. Nel reparto di chirurgia varie ditte, tra cui la Bayer, facevano esperimenti sui prigionieri cavie, ad esempio sul tifo petecchiale. Di fronte, c’è una baracca di legno che era utilizzata come lavanderia delle SS;  ovviamente solo di quest’ultime, perché ai prigionieri non era mai consentito di cambiarsi il pigiama a strisce. Passiamo l’edificio fotografico e quello che latrine e arriviamo alla Appelplatz. Qui, come dice il nome stesso, ogni mattina all’alba e ogni sera dopo il lavoro avveniva l’appello dei prigionieri, ovviamente non nominativo ma urlando in tedesco il numero che aveva sostituito non solo la dignità ma anche l’identità umana. I nazisti erano precisi e i conti dovevano tornare: se mancava qualche prigioniero (anche solo perché deceduto) l’appello veniva prolungato. Il più lungo durò per 19 ore. Qui avvenivano anche appelli punitivi, in cui i prigionieri dovevano rimanete immobili, con le braccia in alto oppure fare inutili esercizi ginnici, insostenibili per uomini così pesantemente provati. Durante l’appello avveniva anche l’uccisione dei fuggitivi precedentemente torturati. Veniva messo al loro collo un cartello con la scritta “urrà, urrà, urrà, di nuovo sono qua”  e poi impiccati. Da Auschwitz vi furono 900 tentativi di fuga, di cui 160 ebbero successo (4 prigionieri addirittura fuggirono travestiti da SS dopo averne rubato l’automobile).

Usciamo dalla zona del campo destinata ai prigionieri ed entriamo in quella dedicata alle SS e ci troviamo di fronte alla forca dove fu impiccato il capo del campo, Rudolf Hoess, dopo il processo a Varsavia. La forca sorge a metà strada fra la casa di Hoess, fatta da lui costruita nel ’43, e il crematorio, usato dal 1941 fino alla fine del 1942, quando entrarono in funzione quelli di Birkenau. Dopo divenne un bunker per le SS, mai utilizzato però, perché il campo non venne mai bombardato. Ad Auschwitz la camera a gas si è conservata. Non è lecito parlare, ma a tutti noi manca il fiato quando vediamo le 4 fessure da cui era introdotto lo Zyklon B e percepiamo odore di cenere di fronte ai forni crematori. Scioccati e ancora in silenzio andiamo al blocco 18, il memoriale degli Ebrei ungheresi, in cui, al piano terra, è proiettato un filmato originale sulla deportazione, mentre al primo piano è collocata una esposizione multimediale (in linea con le nuove direttive per gli allestimenti) di foto. C’è anche una ricostruzione in plexiglass di un vagone ferroviario. E l’allestimento di questo memoriale mi porta a parlare agli studenti dello smantellamento del memoriale italiano, il blocco 21. Inaugurato nel 1980, è costituito in forma di un’ossessiva spirale, ideata da personalità importanti del Novecento, tra cui alcuni ex prigionieri nei lager: da Lodovico Belgiojoso a Primo Levi, da Pupino Samonà a Renato Guttuso. E verosimilmente sono proprio le immagini dipinte da Guttuso che, percorrendo la storia della Resistenza partendo da Marx, Gramsci e rappresentano anche una falce e martello, ad aver dato fastidio al precedente direttore del Campo, che ne ha ordinato lo smantellamento, con la scusa che non era in linea con le tendenze di modernità e multimedialità a cui si dovevano attenere i vari memoriali. Dopo essere stato in magazzino per anni, lo ha “adottato” la Toscana e troverà sistemazione a Gavinana, presso Firenze, in piazza Gino Bartali, il ciclista italiano “giusto tra le nazioni”, dove riprenderà la sua funzione museale. Guido poi il gruppo ad un altro blocco, il 13, anch’esso poco frequentato, perché costituisce il memoriale del Popolo romanés. È questa l’occasione per parlare del porrajmos, che nella loro lingua vuol dire inghiottimento, alludendo allo sterminio di questo popolo. Usando il censimento fatto dal prefetto di Monaco Dillmann nel 1905, il regime nazista inizia a deportare gli zingari in campi di concentramento, perché considerati, inferiori, con il quoziente intellettuale più basso e l’istinto al nomadismo. Segue poi la sterilizzazione forzata ed infine il lager. Gli zingari vengono portati a Birkenau e collocati in un settore speciale del campo, chiamato appunto Zigeunerlager , che viene liquidato la notte tra il primo e il due di agosto 1944. Nel porrajmos trovano la morte 23.000 persone. L’ultima parte del nostro percorso è costituita dal blocco 27, a destra delle forche per le impiccagioni comuni. Esso è intitolato all’olocausto e ripercorre la storia del popolo ebraico attraverso immagini e sottofondo musicale. La canzone, infatti, intona che non c’è posto né luogo in tutta la terra dove non si trova un uomo che prega. Entriamo nel buio di una stanza alle cui pareti vengono proiettate scene di vita di famiglie ebraiche mentre il piano superiore è dedicato al nazifascismo: video proiettano discorsi di Hitler, folle che inneggiano a lui, estratti di Mein Kampf, immagini di roghi di libri. In una stanza delle grandi pareti bianche si trovano piccole riproduzioni a matita di disegni fatti da bambini nel lager. Commoventi. Infine alle ore 12:30 ci riuniamo tutti di fronte al cortile della morte e la delegazione della Regione Toscana, gonfaloni in testa, deposita una corona di fronte al muro della morte. Poi il nostro corteo si snoda, sempre più silenzioso e toccato, per i vialetti di Auschwitz, ed usciamo, pieni di commozione e interrogativi irrisolti, da quello stesso cancello che i prigionieri avrebbero tanto voluto varcare da uomini liberi.

Articolo pubblicato nel gennaio del 2019.




Camminare nel lager. Il Treno della Memoria 2019

Lunedì 21 gennaio. Siamo scesi con l’autobus a Birkenau, il freddo dei sette gradi sotto zero ci entrava nelle vene, la nebbia contribuiva a conferire un senso spettrale all’ambiente, così come i rami congelati degli alberi, o come il nevischio che cadeva su di noi. Giunti dinanzi al cancello della morte, siamo entrati. Il nome “Birkenau” significa “betulla”, all’apparenza rassicurante, vi sorgeva davvero un bosco di betulle, in parte abbattuto, così come le case, i cui abitanti sono stati fatti sgombrare in sole tre ore. La realtà vuole che Auschwitz 2 si estenda per 145 ettari, su un terreno malsano, alla confluenza della Vistola. La costruzione del campo di concentramento iniziò nell’ottobre del ’41 ed esso era diviso in tre parti: B1 (baracche in muratura), B2 (baracche in legno), Mexico (un terzo settore mai finito). Delle baracche tutt’ora conservate, quelle in muratura corrispondevano agli alloggi femminili, comunque senza fondamenta. Successivamente, dal ’45 furono portate dalla Germania delle baracche prefabbricate in legno che servivano come stalla per 42 cavalli, ma che qui contenevano i prigionieri, il cui numero sarebbe dovuto essere di 400 per baracca, ma il sovraffollamento portò a contenerne fino a 700.

Facciamo il nostro ingresso, in silenzio, in una delle 22 in legno rimaste in piedi, la guida ci racconta l’indicibile condizione di vita, mostrandoci le brande a castello su cui i prigionieri dormivano accatastati tra malattie, sporcizia, parassiti, sudore; talvolta chi era stanco non riusciva ad arrampicarsi al proprio tavolaccio, allora dormiva per terra e si svegliava durante la notte a causa dei morsi dei topi. Nottetempo non si poteva uscire dalle baracche, per cui i bisogni fisiologici erano espletati in dei secchi alla fine della stessa baracca. Infatti l’accesso ai bagni era consentito esclusivamente al mattino, prima del lavoro, e la sera, prima di rientrare. Durante la giornata si potevano fare bisogni solamente con il permesso del kapó. E così entriamo nella baracca con le latrine, la cui prima parte conteneva lavabi non conservati e la seconda delle cavità da usare a mo’ di water. La baracca con le latrine fu costruita solo in seguito. In precedenza veniva utilizzato un fosso ubicato fra la zona maschile e quella femminile, nel quale, spesso, per la stanchezza, i prigionieri cadevano. Persino la defecazione veniva controllata, infatti i kapó concedevano massimo 6 secondi per essa. Le latrine erano senza scarico, perciò c’era un kommando addetto a pulirle. Rimaniamo stupiti dalle parole della guida che ci spiega che questo era un lavoro da privilegiati, dato che gli escrementi producono calore, le SS non ti toccavano per il puzzo e talvolta, uscendo a buttare gli escrementi, si potevano consegnare lettere alla resistenza locale.

Ci spostiamo poi alla banchina ferroviaria dalla quale venivano fatti scendere i deportati, costruita nel ’44 nel momento di massima affluenza di prigionieri al campo, in particolare in seguito agli arrivi di convogli dall’Ungheria. Inizialmente, Birkenau era un campo di concentramento per 100.000 prigionieri, ma successivamente fu uno dei principali strumenti di sterminio nel contesto della soluzione finale della questione ebraica, per cui dall’aprile del ’43 vennero effettuate, all’arrivo di ogni convoglio, delle selezioni, fra chi, considerato ad occhio abile al lavoro, si salvava per qualche mese e per chi, invece, era destinato subito al crematorio. Era l’occhiata di uno pseudomedico nazista e un pollice volto a destra o a sinistra a significare la vita o la morte di un deportato e solo tra il 15% il 20% di essi non venivano condotti direttamente alle camere a gas. Vicino alla banchina ferroviaria costruita nel ’44 è ora collocato un vagone originale trovato al confine tra la Germania e l’Olanda e comprato dal figlio di un prigioniero ucciso direttamente sulla Judenrampe per aver disobbedito agli ordini non consegnando gli oggetti religiosi. Ognuno di questi vagoni, nati come vagoni merci o per cavalli e che viaggiavano piombati per giorni e giorni, conteneva circa 80 persone. C’è una foto dell’album Auschwitz (una serie di circa 200 fotografie scattate da un militare SS nel maggio-giugno ’44, oggi conservate allo Yad Vashem di Gerusalemme) che ritrae proprio il momento della selezione. Essa mostra anche un’ambulanza della Croce Rossa, bieco inganno dall’aspetto rassicurante per chi scendeva dal treno, perché, anziché essere usata da personale medico, conteneva le latte con lo Ziklon B, la sostanza nata come insetticida a base di acido cianidrico o acido prussico, utilizzato come agente tossico nelle camere a gas. Infatti Birkenau aveva all’inizio 2 camere a gas provvisorie in 2 edifici collocati nel bosco di betulle, chiamati “la casetta bianca” e “la casetta rossa”, in cui, murate le finestre, veniva introdotto quest’agente letale. I corpi, allora, venivano seppelliti, ma dopo una visita di Himmler, si decise nel ’43 la costruzione di 4 camere a gas con relativi crematori. Tutti fatti saltare in aria dalle SS per tentare di celare le mostruosità che vi avevano luogo. Solo un crematorio, quello numero 4, fu oggetto di un tentativo di distruzione da parte di una rivolta interna del Sonderkommando, cioè, di coloro che erano addetti al lavoro di ripulitura delle camere a gas. La rivolta fallì e 4 donne che vi avevano collaborato furono impiccate proprio la settimana prima della liberazione di Auschwitz, avvenuta il 27 gennaio 1945 ad opera dell’armata rossa.

Dei crematori possiamo solamente intuire la forma: una costruzione a L costituita da uno spogliatoio, di circa 280 metri quadrati, dotato di panchine e attaccapanni per far credere ai deportati che avrebbero ripreso, all’uscita della doccia, i loro vestiti; addirittura venivano dati loro sapone e asciugamano, per far credere di entrare in una vera e propria doccia, che in realtà era una camera a gas ubicata nel sotterraneo di circa 10 metri quadri, dove entravano circa 1500 persone, ingannate dal fatto che dal soffitto pendessero delle docce, dalle quali però, anziché acqua, usciva lo Ziklon B, introdotto da feritoie e comignoli sul tetto. Dopo venti minuti tutto era finito ed entrava il Sonderkommando alla cui vista si apriva un aspetto terrificante: la lotta spaventosa che si scatenava in quelle camere, perché, quando il gas cominciava ad agire, si propagava dal basso verso l’alto, al buio non si vedeva e i più forti volevano salire più in alto schiacciando i più deboli, scatenando una battaglia. È per questo che i bambini, i malati e gli anziani si trovavano sotto gli altri. Talvolta le madri erano così avvinghiate ai loro figli, che non si riuscivano a separarne i corpi. Il lavoro nel Sonderkommando era terribile: gli ebrei con quest’incarico dovevano tagliare i capelli, strappare i denti d’oro e sfilare i gioielli: tutto serviva all’economia del Reich. Venivano cremate circa 1500 persone al giorno ma alcuni dei crematori contenevano tre camere a gas, per una capacità globale che poteva raggiungere le 1800 persone. Ci dirigiamo poi in silenzio verso il bosco di betulle, costeggiando tre cisterne dell’acqua che venivano usate per filtrare acqua ed escrementi, nel tentativo di produrre biogas.

Attraversando delle vasche, adesso ghiacciate, che in realtà contenevano (e probabilmente contengono ancora) le ceneri dei cremati, arriviamo nella zona chiamata “Kanada”, nome dato dai prigionieri stessi, alludendo alla ricchezza di quel paese. Infatti i deportati, ingannati alla partenza, dicendo loro che sarebbero andati ad abitare nella Polonia orientale, o che avrebbero trovato ad accoglierli un nuovo lavoro, potevano portare con sé 25 o 30 kg di bagaglio a testa; ovvio che, preparando una valigia per un cambio radicale di vita, non si prenda solo ciò che è più caro, come fotografie, ma anche oggetti preziosi. In realtà, di tutto venivano spogliati già all’arrivo e le valigie portate al Kanada, dove veniva smistata la roba. Da qui tutto veniva poi spedito in Germania, per contribuire all’economia di guerra. Gli oggetti migliori, venivano distribuiti al popolo tedesco, i capelli o i vestiti più logori servivano invece per l’industria tessile. Anche il lavoro al Kanada era considerato buono, non solo perché avveniva al chiuso, ma perché ci si poteva anche procurare qualcosa, portandolo via di nascosto. Entriamo in quest’edificio, accolti in silenzio da migliaia di fotografie trovate nelle valigie e da un carrello sulla sinistra, che serviva – ci spiega la guida – a portare via le ceneri umane quando i laghetti erano pieni. In quel caso, le ceneri servivano per concimare i campi limitrofi o, d’inverno, per essere sparse nel campo di concentramento stesso, per non scivolare. Quelle in eccesso, buttate nel fiume.

È dal Kanada che si forma il nostro commosso e silenzioso corteo che dà inizio alla cerimonia commemorativa. Seguendo i gonfaloni della Toscana, ci dirigiamo verso la parte centrale del campo, dove vi è un monumento costruito negli anni ’60 da artisti italiani e polacchi vincitori di un concorso, che commemora in maniera allusiva le vittime. Infatti esso rappresenta varie tipologie di tombe, un comignolo e una coppia che si abbraccia prima della morte. Ci sono poi 23 targhe metalliche quadrate di dimensioni uguali, che nelle 22 lingue delle vittime, più in inglese recitano: “Grido di disperazione ed ammonimento all’umanità, sia per sempre questo luogo, dove i nazisti uccisero circa un milione e mezzo di uomini, donne e bambini, principalmente ebrei, da vari paesi d’Europa. Auschwitz-Birkenau 1940-1945”. Apre la cerimonia Ugo Caffaz, l’ideatore del treno della memoria, colui che ha speso tutta la sua vita per combattere l’entropia del razzismo e per cercare di affermare un concetto: l’unicità del genere umano. È stato lui a riportare Primo Levi ad Auschwitz nel 1982 e da allora, come consigliere per le politiche della memoria della regione Toscana, ha organizzato la più grande forma di partecipazione di giovani studenti a regolari e preparati viaggi della memoria nei capi di sterminio nazisti, alternandoli a una grande giornata su questo tema al Mandela Forum di Firenze. Egli inizia il suo breve discorso citando Primo Levi, a cui quest’edizione del treno è dedicata: “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate: anche le nostre”. Poi cita una frase che Primo Levi aveva concepito per il memoriale del blocco 21, quello italiano, di Auschwitz: “Fa’ che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia inutile la nostra morte. Per te e per i tuoi figli, le ceneri di Auschwitz valgano di ammonimento. Fa’ che il frutto orrendo dell’odio, di cui qui hai visto le tracce, non dia nuovo seme né domani né mai”. E Caffaz conclude imperando: “Non voltate mai la faccia di fronte alla discriminazione e all’odio”. Interviene poi Monica Barni, vicepresidente della Regione Toscana e assessore alla cultura. Ella ha sottolineato che ad ogni viaggio cresce la comunità di coloro che portano avanti la memoria nel presente. La commemorazione non deve essere fredda né strumentale, ma monito di tolleranza e accoglienza, soprattutto in un periodo di nuova radicalizzazione dell’odio e della violenza, sia in Italia che all’estero. A tale proposito cita l’uccisione del sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz, accoltellato il 14 gennaio di quest’anno da un giovane di 27 anni, durante una manifestazione di beneficenza. L’assassino è sì uno squilibrato, ma fomentato dall’estrema destra, quindi possiamo dire che il primo cittadino di Danzica è stato ucciso dall’odio ultranazionalista, poiché egli era un uomo di solidarietà e di libertà, un europeo. La Barni cita poi Amos Oz, scrittore e giornalista israeliano scomparso il 28 gennaio scorso: “Ritengo che l’essenza del fanatismo stia nel desiderio di costringere gli altri a cambiare, […] piuttosto che lasciarli liberi. Il fanatismo è praticamente dappertutto, nelle sue forme più silenziose e civili, è presente tutt’intorno a noi e forse anche dentro di noi. Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita […] il contrario di compromesso è fanatismo, morte”. E il lager è forse la massima espressione del fanatismo omicida. E di citazione in citazione si arriva a Zygmunt Bauman, che nel suo saggio dal titolo “Modernità e olocausto”, lega la creazione dei campi di sterminio alla modernità attraverso l’economia, la burocrazia e la tecnica. Bauman dice anche che siamo condannati a scegliere e la nostra vicepresidente regionale invita infatti a scegliere, ad uscire dalla zona grigia e a ricordare che ogni tempo ha il suo fascismo. Il senso del nostro viaggio è la conoscenza, quella che ci deve guidare nel presente. La commemorazione si conclude con la lettura di tre preghiere. La prima è cristiana ed è una poesia di David Maria Turoldo, sacerdote antifascista. Uno stralcio di essa recita: “Perciò ti chiediamo che si sollevi da questi lager il coro immenso delle loro voci, soffocate dal pianto prima e ora dall’indifferenza di molti, si sollevi a riempire l’Europa come un vento di primavera. Si sollevino a dire la verità specialmente i giovani, a dire alle nuove generazioni di cosa è stato capace il nostro tempo, cosa è accaduto sotto i nostri occhi, nel cuore di quest’Europa che doveva essere cristiana. A dire che per quelle vie non c’è nessun futuro […] Signore, abbi pietà dell’Europa, di questa costellazione, di ossari, di lager e di cattedrali, che almeno dalle ceneri dei morti, fuse ora in unità più che il cemento delle nostre costruzioni orgogliose, sorga con l’Europa che loro hanno sognato e, nella sofferenza comune, avevano cominciato a realizzare […] affinché sorga un mondo una vita che loro hanno invocato per noi con il loro sacrificio. E così non avvenga mai, mai pi ciò che è avvenuto, ciò che purtroppo è potuto accadere”. Si passa poi alla “preghiera per Auschwitz” in lingua romanés per ricordare i 23.000 sinti e rom, vittime dell’olocausto: “In nome del Signore, Dio di tutti e dei nostri rom e sinti uccisi, sterminati dalla mano del nazifascismo. Dona il riposo alle loro anime, ai loro corpi, ai loro spiriti, a tutti coloro di cui ci ricordiamo e a quelli che non ricordiamo e che hanno lasciato questo mondo giovani, vecchi e piccoli e a quelli ancora che non erano nati dal grembo delle loro madri. Signore, perdona le anime innocenti finite in tutti i lager e dona la consapevolezza a tutta l’umanità che le guerre portano solo ad annientamento e morte. In nome di Dio, il compassionevole, il misericordioso, guidaci sulla retta via”. Poi il rappresentante della comunità rom invita tutti a dire la parola che unisce tutte le religioni: Amen. Il momento più toccante è stato quando Enrico Fink ha cantato con la sua voce commossa la preghiera ebraica Kavanàh “Signore della misericordia”, scritta per ricordare gli stermini avvenuti già dall’anno Mille e susseguitisi per tutto il millennio fino ad Auschwitz. È una preghiera che commemora i morti di morte violenta, la cui vita è stata troncata ingiustamente, prematuramente. Questo canto è diventato, dopo lo sterminio nazista, l’emblema di quella tragica esperienza. A perenne memoria, ricorda i nomi di tre lager tristemente celebri, Auschwitz, Mauthausen e Treblinka. Il corteo poi si scioglie e torniamo taciti e attoniti ai nostri autobus, sapendo che, varcando l’uscita del cancello della morte, non saremmo più state le stesse persone di 4 ore prima.

Articolo pubblicato nel gennaio del 2019.




Conoscere, viaggiando: il Treno della Memoria 2019

Rivelando una grande ed organizzazione, che mostra chiaramente il grande dispendio di energie – morali, organizzative ed economiche – dedicate dalla Regione Toscana e dalla Fondazione Museo della Deportazione e della Resistenza di Prato, la mattina del 20 gennaio alle 12:30 circa, dalla stazione di Firenze, ha avuto inizio l’ XI edizione del Treno della Memoria, dedicato questo anno a Primo Levi, di cui ricorre il centenario della nascita (avvenuta il 31 Luglio 1919).

Il treno porta oltre 600 persone a visitare i campi di Auschwitz e di Birkenau (Auschwitz 2), di cui 555 studenti del triennio delle scuole superiori (ogni docente ne accompagna 8) e 3 del Parlamento Regionale che hanno l’occasione unica di fare questo percorso di formazione etica, ancor prima che storica, insieme a studiosi, rappresentanti delle associazioni (Aned, Anei, Anpi, Arcigay, Sinti e Rom) ed ex deportati. Infatti partecipano al viaggio Andra e Tatiana Bucci, deportate ancora bambine (a 4 e 6 anni); Silva Rusich, figlia di Sergio, deportato politico a Flossenbuerg ed esule istriano; a Cracovia ci raggiungerà Vera Vigevani Jarach, testimone di due storie: esule in Argentina per le leggi razziste del fascismo e madre di Franca, una desaparecida durante la dittatura di Videla.

Il lungo viaggio in treno, circa 22 ore, è stato esso stesso un’importante occasione di conoscenza, perché nel vagone ristorante si sono tenuti 5 workshop – organizzati in particolare dal dott. Luca Bravi del Museo della deportazione – con i portavoce delle varie comunità, nei quali i ragazzi hanno avuto occasione di incontrare, dialogare, ascoltare e porre domande alle varie categorie di vittime della Shoah. Stessa dinamica si svolgerà nel corso del viaggio di ritorno.

[In allegato sono riportate le sintesi dei 5 workshop]

Articolo pubblicato nel gennaio del 2019.