Nel 10 di febbraio del 2020

È il sedicesimo anno di una data del calendario civile italiano, il 10 febbraio, non facile, come nulla è facile, nella costruzione della coscienza storica e civile, anche in presenza di leggi che fissano i giorni dell’obbligo di ricordare; rimane “passato che non passa” quello di cui non c’è solida conoscenza storica.

In Toscana si raccoglie l’eredità di un lungo e fertile impegno per la conoscenza e la disseminazione di sapere storico e la creazione di opportunità educative, partito già nel primo anno di istituzione del Giorno del Ricordo. Si sono susseguiti progetti importanti, che hanno incrociato le scelte culturali dell’ISGREC e della rete regionale di Istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea con la volontà della Regione Toscana di applicare questa ed altre leggi nazionali o europee di memoria con interventi non occasionali.

La storia del confine alto-adriatico di cui parla la legge istitutiva del Giorno del ricordo era già stata scritta, non in piccola parte, ma non era ancora compiutamente patrimonio collettivo, prima del 2004. Se ne erano assunti il compito per primi storici appartenenti o originari dell’area giuliana. Sono lontane le opere di Ernesto Sestan, o gli studi di Teodoro Sala, per citarne alcune. È vero che nell’ultimo quindicennio si è fatta lunga la lista di opere pubblicate. Né era poca la memorialistica, specchio di sofferenze vissute dai sopravvissuti alle violenze degli anni della guerra o alle precedenti, di quando erano slavi e antifascisti ad esserne vittime.

Un piccolo libro, autore lo storico Guido Crainz, aggiunse nel 2005 uno strumento prezioso, per sua ammissione destinato a offrire proprio agli insegnanti un impianto concettuale alla difficile storia del confine “laboratorio della storia del Novecento”, italiana ed europea. Fu un contributo di metodo e merito, utilissimo a dare una dimensione europea alle storie di confine, dove le guerre del Novecento hanno lasciato ferite di violenze e, nell’Europa centrale, determinato spostamenti epocali di popolazione, milioni di profughi. Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa1 costituì un breviario per molti insegnanti di storia. È una storia che guarda di qua e di là dalla linea del “confine mobile”, fino all’ultimo, definitivo tratto di penna sulla carta geografica, tirato nel 1975 dalle diplomazie italiane ed europee. Queste parlavano un linguaggio diverso da quello delle memorie della gente di confine, che racconta storie di sofferenze e di abbandoni, di spaesamenti vissuti altrove, nell’esilio. Sono stati spesso i poeti e gli scrittori a dare voce ai loro sentimenti. Anche qui potremmo comporre una lunga lista, da toscani richiamare alla memoria il legame storico fra Trieste e Firenze, alleanze fra intellettuali, che sono state evocate in opere importanti. Allo straniamento di una lunga incertezza sul futuro, che per tanti precedette il dolore dell’abbandono e dell’esilio, dava forma poetica – solo un esempio scelto fra tanti – Giani Stuparich, nel 1948:

Erano i giorni più amari di Trieste e della Venezia Giulia, quando i potenti del mondo giocavano col ostro piccolo destino. Speranze e delusioni si alternavano, si passava dall’esasperazione all’abbattimento, dall’abbattimento alla rivolta. I cittadini camminavano per le strade smarriti, avviliti, o guardando da ogni parte, se non fosse per sopraggiungere qualche sorpresa che li scotesse, o li annientasse per sempre. I fuggiaschi di Pola e dell’Istria sbarcavano come storditi, si afflosciavano sulle rive, accanto alle loro misere masserizie.2

Una gran parte di quelle masserizie è ancora ammassata nelle stanze di Padriciano, uno dei centri profughi triestini. Una delle guide di Padriciano raccontò agli studenti toscani nel viaggio di studio del 2018 il senso dello sguardo sbigottito, che ci mostrò, nella foto di una donna che stringeva una sedia, fuori dall’edificio del campo. D’improvviso aveva riconosciuto qualcosa che le apparteneva, visitando quel luogo, e dopo aver urlato: “La mia sedia!” , l’aveva afferrata, stretta come per paura di perderla di nuovo e portata via.3

copertinaQuando alla progressiva crescita di conoscenza della storiografia si aggiunse la somma fra le suggestioni della letteratura, la scoperta delle testimonianze di gente comune, l’esperienza dei luoghi, per il lavoro dell’ISGREC e di altri istituti toscani, iniziò la stagione della produzione di strumenti utili non a coprire un vuoto, ma a farsi carico della scarsità di risorse per la scuola. In pochi anni: un primo viaggio di studio, un libro di strumenti didattici, una mostra e il primo fra i documentari4. Vale la pena di ricordare – lo abbiamo fatto poche settimane fa con Raoul Pupo – un convegno grossetano che risale al 1996 (Guerre civili nell’Europa del Novecento, i cui atti furono pubblicati a cura di due insegnanti5). Nel tempo a Grosseto è nata la curiosità per una storia che ci riguardava: quanto e come la storia di quell’esilio aveva toccato la comunità grossetana?

Così ha avuto inizio l’esplorazione di archivi locali e nazionali di Laura Benedettelli, insegnante-ricercatrice, che prima e più di altri frequentò letture importanti, appassionandosi in particolare alla scrittura femminile: Marisa Madieri, Nelida Milani, Anna Maria Mori…

Le carte dell’Ufficio affari di confine, a Roma, quelle dell’Archivio di Stato e della Prefettura, a Grosseto, la ricognizione sulla stampa locale andarono per anni di pari passo con lo studio. Non è stata impresa facile per la complessità che ognuno riconosce alle vicende del Novecento giuliano-dalmata e istriano. Abbiamo imparato da subito che era un terreno complicato, a ogni passo con il rischio di malintesi e contestazioni. È accaduto e accade, ora più che mai, con le ombre del Novecento, di cui sono una rappresentazione gli accadimenti affrontati dalla ricerca di Laura Benedettelli, impossibile da racchiudere nei limiti degli anni della seconda guerra mondiale.

Sono stati trovati numeri e nomi dei profughi arrivati a Grosseto, spesso dopo viaggi in più tappe, tra cui i campi profughi disseminati in tutto il territorio nazionale. Ogni storia personale e familiare ha similitudini e singolarità, rivelate dalle interviste. La ricerca ha riportato alla luce i dibattiti, sorti nelle sedi istituzionali e testimoniati dalle cronache della stampa locale. Fino alla definitiva accoglienza, alla costruzione del “palazzo dei profughi”, dove molti trovarono infine casa.

La prima edizione è stata un e-book6, che oggi si è deciso di stampare, anche se le risorse disponibili hanno consentito solo un piccolo numero di copie. Allegati all’e-book erano documenti sulla storia generale, dai trattati alle norme di legge, alle circolari applicative emanate nel corso degli anni, che rimangono consultabili on line, nel sito web dell’ISGREC Questi dati sono utili a comprendere il contesto di questo frammento di una storia che ha messo l’Italia, in analogia con il più vasto contesto europeo, di fronte a scelte politiche. I popoli, e dunque gli individui coinvolti, sono stati messi di fronte a scelte personali. Le guerre del Novecento hanno prodotto, anche se in forme diverse, il fenomeno della profuganza, dell’esilio, della migrazione, volontaria o forzata.

esodo pola

L’esodo da Pola, 1947

È una lezione per ogni tempo, anche se per i nuovi profughi del XXI secolo il distacco dalla patria ha una fenomenologia diversa e più estesa, da quando il mondo è diventato di fatto globale e le distanze si sono accorciate. Nella “letteratura di confine” del Novecento, che abbiamo letto insieme agli studenti, il viaggio sembra il sostrato di ogni vicenda narrata, in una accezione non certo turistica. Come ne L’infinito viaggiare di Claudio Magris7, dove si parla di spaesamenti per chi si allontana dal proprio luogo e anche di ritorni. Per lo scrittore triestino, che ha dedicato gran parte della sua scrittura al tempo della guerra e alle sue conseguenze, al tema del viaggio corrisponde l’idea di frontiera. Magris evoca, richiamando i ricordi della sua infanzia, il paesaggio che gli era stato familiare, guardato dal Carso. Quello stesso paesaggio era diventato la “Cortina di Ferro, che divideva il mondo in due”, dietro alla quale c’era “…l’ignoto…il mondo dell’est, così spesso ignorato, temuto e disprezzato”8  Col tempo, altri mutamenti hanno dato altri significati agli stessi luoghi, portando alla scoperta che si è sempre sia di qua che di là dalle frontiere.

Non è stato facile decifrare fino in fondo i ricordi degli esuli ascoltati da Laura Benedettelli, capire se hanno percepito la comunità grossetana come estranea e sentito una frontiera fra loro e “gli altri”. Gli atti concreti sembrano configurare una comunità accogliente, anche se non è scontato che non ci fosse traccia di indifferenza o diffidenza. Le nuove, attuali migrazioni hanno origini e motivazioni inedite, ma hanno una similitudine con quelle degli esuli istriano-fiumano-dalmati, perché esito di viaggi analogamente tortuosi, di attraversamenti di frontiere.

Fra i caratteri originali della Maremma c’è il suo essere terra di migrazioni, di inserimento nel lunghissimo periodo di nuclei di popolazioni, che sono state indispensabili e l’hanno resa migliore. Grosseto è diventata città solo grazie a migrazioni dalle provenienze più diverse; qui si ha la consapevolezza di avere origini “oscure”. Pensando a questo dato storico, probabilmente quell’accoglienza, dal secondo dopoguerra in poi, è stata reale.

Perché conviene ricostruire un itinerario noto, più volte documentato in queste stesse pagine? Ce lo suggerisce quel che era sperato e non è avvenuto: la presa d’atto di una uscita dal silenzio della storia del “confine difficile”, della disseminazione di sapere e coscienza critica nella scuola, di un impegno finalizzato a sottrarre a diatribe politiche vicende complesse e dolorose. Il 2020 sembra essere l’annus horribilis per i tentativi di annullare l’eredità di tanto lavoro. Il presente è fotografato da lapidi in memoria di crimini razzisti imbrattate, dalle stolpersteine (le pietre d’inciampo con cui l’artista tedesco Gunter Demnig sta riportando a casa, almeno con la memoria, i deportati europei nei lager nazisti) deturpate. I segni di antisemitismo crescono con un razzismo a tutto campo. Episodi di discriminazione e rifiuto, fino alle aggressioni fisiche ai diversi, per colore della pelle, culture e credo religioso sono quasi quotidiani.

In questo clima, il racconto del dolore delle vittime delle foibe o di altre forme di violenze e di perdite – l’abbandono di luoghi della propria vita e la profuganza, che vecchie e nuove memorie testimoniano, è scagliato come un proiettile, in un dibattito pubblico che ha come protagonista la politica. Rischia di entrare in crisi il dialogo avviato da tempo fra popoli e Stati del confine – Italia, Croazia e Slovenia – se si spingono le memorie personali verso il rancore. Quanto alla memoria collettiva, è ancora in corso la faticosa elaborazione del lutto per le vicende del confine alto-Adriatico, dopo troppo lunghi silenzi. Silenzi erano seguiti anche alla persecuzioni di ebrei e alla deportazione politica, da poco si sta recuperando quella degli internati militari italiani nei campi del III Reich. La legge istitutiva della Giornata della memoria precede solo di quattro anni la fissazione del 10 febbraio per ricordare foibe ed esodo.

esodo 2

Profughi si imbarcano a Pola, 1947

Le memorie, individuali e collettive, sono situate nel tempo, del mutare del clima sociale e politico. Sono verità mutevoli, fonti accanto ad altre. Ora che l’era del testimone sta finendo, a maggior ragione dovrebbe prevalere la voce della storia, lo sguardo al passato con il filtro di domande, che servono a superare il semplice racconto con la spiegazione. È devastante, rispetto al bisogno di verità storica, la confusione fra eventi e fenomeni diversi, la frammentazione di racconti che rimangono inspiegabili cronache, se rifiutano la stratificazione dei tempi lunghi e brevi, dei diversi livelli di responsabilità individuali e collettive. Non è per sminuire le violenze di confine, opera dei partigiani titini, che si pretende di interpretare foibe ed esodo nel tempo lungo del Novecento, o di fare luce sulle responsabilità italiane per le violenze taciute dei Balcani, o ricordare che non furono solo gli italiani ad essere infoibati.

Da un esule, Predrag Matvejevich, riceviamo una lezione di cogente attualità, seppure tratta da uno scritto datato 2005, all’indomani del primo giorno del ricordo:

…esiste il pericolo che si strumentalizzino e “il crimine e la condanna” e che vengano manipolati l’uno o l’altro. Ovviamente, nessun crimine può essere ridotto o giustificato con un altro. La terribile verità sulle foibe, su cui il poeta croato Ivan Goran Kovačić ha scritto uno dei poemi più commoventi del movimento antifascista europeo, ha la sua contestualità storica, che non dobbiamo trascurare se davvero desideriamo parlare della verità e se cerchiamo che quella verità confermi e nobiliti i nostri dispiaceri. Perché le falsificazioni e le omissioni umiliano e offendono9.

Quello scritto metteva in guardia da strumentalizzazioni e storie monche, generatrici di rivendicazioni rancorose, se fondate su fissazioni identitarie di tipo nazionalista e rigide ideologizzazioni. Se ne comprende meglio il senso pensando alla sua storia di vita. Padre ucraino, madre croata, eredità linguistiche plurime, che lo spingono a un destino di cosmopolita, a lui congeniale, ma duro da sostenere, “peccato originale” che, dice “non sarebbe piaciuto né ai nazionalisti né ai comunisti [e] ha avvelenato la [sua] infanzia”, fin quando ha scelto l’esilio10.

Scrive Walter Barberis a proposito della Shoàh che “l’abuso della memoria non è meno dannoso del cattivo uso della storia”11. Non è l’oblio la soluzione, ma l’uso critico delle memorie, un ripensamento alla luce del tempo presente degli appuntamenti con il passato, nei giorni stabiliti per legge. Il rumore di orazioni pubbliche celebrative, spesso retoriche, se non strumentali, non dovrebbe coprire i discorsi della storia, che procedono con lentezza e a voce più bassa.

Se sarà così, scrive in questi giorni lo storico Luca Bravi, non tutto sarà perduto.

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NOTE:

1 G. Crainz, Il dolore e l’esilio. Le memorie divise d’Europa, Donzelli, Roma 2005.

2 G Stuparich, Trieste nei miei ricordi, Grazanti, Milano 1948, cit. ivi, p. 78-79.

3 L’episodio è avvenuto a Padriciano, nel febbraio 2018, durante il viaggio di studio degli studenti toscani. È stato il primo dei due progetti educativi promossi dalla Regione Toscana (Storia di un confine difficile. L’alto Adriatico nel Novecento) ed attuati grazie agli Istituti storici toscani sopra citati, giunti come impegno sistematico, dopo numerosi progetti minori, sostenuti fin dal 2007. Il prossimo 11 febbraio partiranno nuovi studenti, accompagnati da nuovi insegnanti, resi esperti da una formazione intensiva sulla storia del confine nel Novecento, con la summer school di Rispescia (Grosseto, agosto 2019).

4 Al primo documentario del 2010 – La nostra storia e la storia degli altri – , è seguito La conoscenza scaccia la paura, ambedue produzione Regione Toscana-ISGREC, regia di Luigi Zannetti.

5 C. Albana, P. Carmignani (a cura di), Guerre civili nell’Europa del Novecento, Editrice Il mio amico, Roccastrada (GR), 1999. Contiene il saggio di Raoul Pupo: Guerra civile e conflitto etnico: italiani, croati e sloveni.

6 In www.isgrec.it

7 C. Magris, L’infinito viaggiare, Grazanti, Milano 2005.

8 Ivi, p. XIII.

9 P. Matvejevic, in “Novi list”, 14 febbraio 2005 (traduzione di L. Zanoni per “Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa”) in https://www.balcanicaucaso.org/aree/Italia/Predrag-Matvejevic-le-foibe-e-i-crimini-che-le-hanno-precedute

10 P. Matvejevic, Mondo “ex”. Confessioni, identità, nazioni nell’una e nell’altra Europa, Garzanti, Milano 1996, p. 24.

11 W. Barberis, Storia senza perdono, Einaudi, Torino 2019.

Articolo pubblicato nel febbraio del 2020.




“Affinché la memoria diventi coscienza”. In ricordo di Vera Michelin Salomon

Lo scorso 27 ottobre 2019, a quasi 97 anni, è mancata Vera Michelin Salomon, una grande persona, un’importante testimone della deportazione politica. Era presidente onoraria dell’ANED nazionale. Per ricordarla pubblichiamo un suo breve profilo biografico

Di origini valdesi, Vera nasce il 4 novembre 1923 a Carema, in Piemonte. I genitori fanno parte dell’Esercito della Salvezza e la educano ad un assoluto rigore morale.  Per un periodo la famiglia vive a Milano ma Vera, nel 1941, si trasferisce a Roma, per lavorare nella segreteria di una scuola.

famiglia Michelin Salomon

La famiglia Michelin-Salomon

Entra presto in contatto con l’antifascismo capitolino e dopo l’8 settembre 1943 inizia a collaborare attivamente con i gruppi studenteschi che si prodigano nella distribuzione di materiale di propaganda contro l’occupante nazista. Infatti, Vera fu una dei “ragazzi di Via Buonarroti”, dove iniziò la sua maturazione etica, culturale e politica. Ricorderà più tardi Vera di quel periodo romano:

Ero abbastanza giovane e non avevo idee precise. Del fascismo sapevo quello di cui ci avevano imbottito sui banchi di scuola, dell’antifascismo non sapevo niente. Ero venuta a diciotto anni a Roma perché avevo voglia di uscire dalla famiglia, una famiglia molto rigida: non direi fascista, anche se la mamma, per qualche ricordo contro i comunisti in sciopero, li tollerava, ma era una famiglia sicuramente rigida. Sa che non ero mai andata al cinema? A Roma c’erano alcune cugine e mi fu offerto di lavorare come segretaria in una scuola. Ne approfittai. Finii improvvisamente in un ambiente completamente diverso. Cugini e amici appartenevano già ad un gruppo di amicizia e militanza a cui partecipavano Lucio Lombardo Radice, Aldo Natoli ed altri antifascisti che già erano stati in carcere.[1]

La vicenda di Vera e dei giovani compagni e compagne di lotta antifascista viene spesso accostata a quella della “Rosa bianca” dei fratelli Scholl a Monaco di Baviera, anche se non è così che viene ricordata nella memoria italiana.

Vera Michelin Salomon a 19 anni

Il 14 febbraio 1944 Vera viene arrestata insieme agli altri componenti del gruppo clandestino di giovani attivisti di cui fa parte: la cugina Enrica Filippini-Lera, il fratello Cornelio, il cugino Paolo Buffa e Paolo Petrucci che sarà poi ucciso alle Fosse Ardeatine. Vera viene condotta con gli altri a Via Tasso, sede del comando e delle carceri tedesche, poi a Regina Coeli e messa sotto processo da un tribunale militare tedesco. Vera ed Enrica sono condannate a tre anni di carcere duro da scontarsi in Germania nel Frauenzuchthaus di Aichach.  Tradotta in Germania, prima di giungere ad Aichach, conosce l’orrore di Dachau dove è  trattenuta per qualche tempo. Ricorderà Vera:

Siamo arrivati a Monaco la mattina e fino a sera siamo stati in stazione. Per fortuna era un po’ prima dei grandi bombardamenti. A Dachau abbiamo dormito nelle docce. Lì ho visti i cani con la gualdrappa nera e l’SS ricamata sopra. E poi c’era questo urlare continuo in tedesco. Urlavano se dovevi uscire, urlavano se dovevi entrare. E noi non sapevamo il tedesco. Ci hanno dato una zuppa. C’erano anche altri prigionieri. Poi con un mezzo pubblico siamo stati spostati fino a Stadelheim, un carcere dove ancora funzionava la ghigliottina. Le italiane erano poche. C’erano polacche e francesi: anche loro penso deportate politiche.

Quindi, infine, ad Aichach:

[era] un carcere duro dove c’erano anche tra le ergastolane moltissime tedesche finite in prigione per reati comuni. E poi altre straniere, trecento almeno: greche, jugoslave, altre dall’Alsazia. Le celle erano per una persona ma le dividevamo in tre. C’erano anche altre italiane. E c’erano anche alcuni soldati americani, forse paracadutisti. Non so come erano finiti lì. Quando passavamo, la guardia copriva con il suo corpo la grata per non farci parlare. La domenica non si lavorava e rimanevamo chiuse dentro con un pasto solo. Dopo un po’ di mesi ci fu data la possibilità di avere un libro […] lavoravamo ad un piccolo tavolino che la sera dovevano ripiegare e mettevamo fibbie alle ghette. Allora non c’erano stivali contro la neve. Il vitto era quello dei lager, veramente schifoso. Ma almeno lavoravamo al riparo di quattro mura e questo ci aiutò a preservare il nostro fisico.

Vera ed Enrica, saranno liberate dalle truppe statunitensi da Aichach il 29 aprile 1945, lo stesso giorno della liberazione di Dachau. Ricorderà Vera di quel momento:

Facemmo una festa con i fiori di lilla. Ogni prigioniera parlava nella sua lingua, senza magari capirci granché se non il francese che sapevamo. Poi abbiamo cantato l’Internazionale, l’unico canto che tutti conoscevamo…

Vera Michelin Salomon durante l’intervista per il Treno della Memoria 2015

Rientrata in Italia, nel dopoguerra Vera ha lavorato come bibliotecaria e ha trasmesso a chi le è stato vicino il grande amore per la lettura. E’ stata una donna sempre lucida fino ad età avanzata, di esempio a molti nel trasmettere la memoria storica con rigore scevro da ogni retorica. Questo il suo insegnamento e il suo lascito per le generazioni future:

Ora è importante che la memoria diventi coscienza. Le testimonianze dirette stanno finendo, ma ci sono molti libri. Che vanno letti e conosciuti. Coscienza vuol dire sapere, conoscere e indagare, coscienza vuol dire andare indietro nel tempo e soprattutto vedere le ragioni di quello che accade.

[1] Estratto dalla video intervista di Walter Fortini a Vera Michelin Salomon rilasciata in occasione del Treno della Memoria 2015. Da qui si traggono anche le successive citazioni. (https://www.toscana-notizie.it/-/vera-dopo-la-liberazione-cantammo-tutti-insieme-l-internazionale-?redirect=http%3A%2F%2Fwww.toscana-notizie.it%2Fspeciali%2Ftreno-della-memoria-2015%3Fp_p_id%3D101_INSTANCE_wfEhCnYinG94%26p_p_lifecycle%3D0%26p_p_state%3Dnormal%26p_p_mode%3Dview%26p_p_col_id%3D_118_INSTANCE_hB6kjIrDte54__column-2%26p_p_col_pos%3D4%26p_p_col_count%3D7)

Articolo pubblicato nel gennaio del 2020.




La “CASA DELLA CULTURA E DELLA MEMORIA”: la nuova sede della BIBLIOTECA F. SERANTINI

La Biblioteca Franco Serantini nel 2019 è entrata nel suo 40° anno di vita e attraverso una sottoscrizione nazionale molto partecipata è riuscita a festeggiare il compleanno con l’acquisizione di una nuova sede ubicata in una frazione, Ghezzano, del comune di S. Giuliano Terme al confine con la città di Pisa.

Un anniversario speciale da molti punti di vista, infatti non è comune che una struttura culturale nata dalla società civile, autofinanziata e autogestita riesca a raggiungere una tale età! La Biblioteca in questi anni, oltre a svolgere un’attiva e intensa promozione culturale e editoriale, è cresciuta nel suo patrimonio bibliografico e archivistico, raggiungendo una consistenza di tutto rispetto, in gran parte inerente la storia politica e sociale dell’Ottocento e del Novecento e ottenendo riconoscimenti sul piano non solo nazionale ma anche internazionale: oltre 50.000 monografie; quasi 6.000 testate di giornali, riviste e numeri unici; 87 fondi archivistici con migliaia di documenti, fotografie, dischi, opere artistiche, carteggi, registrazioni di testimonianze orali, bandiere, manifesti, volantini e cimeli).

Oggi la biblioteca fa parte, come ente collegato, della rete nazionale degli Istituti della Resistenza e dell’età contemporanea e dell’International Association of Labour History Institutions (IALHI). Nel 1997 la Biblioteca è stata censita dal Ministero dei Beni culturali, che le ha attribuito un codice identificativo ufficiale (PI 0368), fa parte della Rete regionale bibliotecaria e del portale ToscanaNovecento. Nel 1998 l’archivio della Biblioteca è stato dichiarato di «notevole interesse storico» nazionale dalla Soprintendenza archivistica della Toscana con notifica n. 717 del 12 marzo 1998.

Interno_3La nuova “casa della cultura e della memoria” che ospita la Biblioteca nasce con l’intento di raccontare, conservare e condividere la memoria e la storia del Novecento con particolare attenzione alle vicende del territorio della provincia di Pisa in relazione ai territori contigui. Si è consapevoli, infatti, che la storia della provincia di Pisa è parte integrante di un vasto territorio, con caratteristiche storiche peculiari, che è racchiuso nell’area della Toscana Nord-Occidentale, una zona da sempre caratterizzata da flussi migratori in entrata e in uscita che l’hanno proiettata nella più vasta area del bacino del Mediterraneo e dei paesi che vi si affacciano – in particolare quelli, ma non solamente, di lingue neolatine come la Francia e la Spagna.

All’attività e gestione della “casa della cultura e della memoria” parteciperanno associazioni che rappresentano la memoria storica dell’antifascismo, della Resistenza, della guerra di Liberazione, delle vicende sociali e politiche del Ventesimo secolo.

Ampio è il ventaglio delle iniziative in programma per il 2020, ne daremo puntualmente notizia ai lettori di ToscanaNovecento, nel frattempo con l’occasione si ringraziano tutti coloro che non hanno fatto mancare il proprio sostegno alla biblioteca contribuendo alla realizzazione di un sogno quella di dare una nuova casa alla Serantini.

 

 

Questi sono i nuovi recapiti della Biblioteca:
Biblioteca Franco Serantini
archivio e centro di documentazione di storia sociale e contemporanea
via G. Carducci n.13, loc. La Fontina
56017 GHEZZANO (PI) – Italia –
Tel. ++39 3311179799 ++39 0503199402
e.mail: segreteria@bfs.it

Articolo pubblicato nel gennaio del 2020.




«E si divisero il pane che non c’era»*

[*Riprendo il titolo da quello dal volume: R. Borri Marinucci, M. L. Fabiilli Faraglia, M. Setta (a cura di), E si divisero il pane che non c’era, ricerca interdisciplinare del Liceo Scientifico ‘E. Fermi’ di Sulmona, Edizioni Qualevita, Torre dei Nolfi, 2009.]

Vissuto dall’intero Paese con incredulità-stupore-gioia-preoccupazione-smarrimento, l’annuncio dell’armistizio si era propagato rapidamente anche all’interno dei circa 62 campi per internati militari –in  Toscana ne esistevano cinque: PG 12 Candeli (Bagno a Ripoli), PG 27 San Romano (Pisa), PG 38 Poppi, PG 60 Colle Compito (Lucca), PG 82 Laterina, assieme a quelli di Gavorrano, Niccioleta e Ribolla, classificati come campi di lavoro, ma di cui non si hanno notizie certe circa il reale funzionamento- divenendo per gli oltre 70.000 prigionieri inglesi e americani, trattenuti per mesi o anni dietro il filo spinato, la concreta speranza di una rapida riconquista della libertà.

Manca un numero certo che dia conto di quanti fossero complessivamente i soldati alleati allora detenuti in Italia. La cifra oscilla tra i 75.000 uomini – secondo il Basic Document  – e quanto riportato da Winston Churchill, che parla di circa 85.000 militari.

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Campi e ospedali per prigionieri di guerra in Italia. (Fonte: R. Absalom, L’Alleanza inattesa)

Come testimoniato dalle meticolose annotazione prodotte dall’Ufficio Prigionieri dello Stato Maggiore dell’Esercito, il numero di internati anglo-americani in mano italiana – per lo più britannici della madrepatria, “altri sudditi di sua Maestà” soprattutto sud-africani e oltre un migliaio di americani – era cresciuto in modo esiguo nel corso dei primi sei mesi del 1942 (dai 15.179 censiti in data 1° aprile, ai 15.495 del 1° giugno) aumentando, poi, rapidamente in seguito alla vittoriosa battaglia di Rommel a Tobruk del 21 giugno 1942; dopo quella data il numero di prigionieri era rapidamente triplicato, arrivando a toccare, alla fine di ottobre, i 75.529; un incremento così cospicuo da richiedere sia lavori di ampliamento nei campi già operativi, sia la messa a punto, ex novo, di altre soluzioni.

Fonti alleate raccontano che, nei giorni successivi alla resa, nelle ore antecedenti l’arrivo delle truppe tedesche, circa 30.000 militari ebbero la possibilità di abbandonare i luoghi di detenzione. Sebbene migliaia di uomini tornarono ben presto a essere prigionieri, questa volta in Germania – secondo il War Office, al 20 dicembre 1943, circa 50.000 internati detenuti in precedenza in Italia erano stati trasferiti oltre confine- circa 12.000, riuscì a mettersi in salvo, rifugiandosi nelle campagne, il paesaggio più comune al di là del filo spinato.

Mentre a Nord, ma pure in Toscana ed Emilia Romagna, l’assistenza agli evasi si avvalse anche dell’opera di vere e proprie organizzazioni gestite dagli Alleati, dai partiti politici nazionali (A Firenze, ad esempio, il Partito d’Azione aveva costituito la Commissione di Assistenza ai Prigionieri) o da gruppi di religiosi (ne era esempio la Rome Organization sorta tra le mura dei palazzi vaticani); più a Sud, nelle Marche, in Abruzzo, Molise e nel Lazio, la sopravvivenza di migliaia di prigionieri si legò essenzialmente alla libera iniziativa dei singoli e all’azione di gruppi locali auto-gestiti. E fu questa, in generale, la tendenza dominante: isolato e di portata minore, il soccorso in forma organizzata finì, ben presto, con l’essere l’eccezione piuttosto che la regola e i fuggitivi si trovarono, assai più di frequente, a dover fare affidamento sulle capacità d’improvvisazione dei contadini.

In modo del tutto inatteso e con dinamiche che spesso si ripetevano di villaggio in villaggio, di casa in casa, uno spicchio della popolazione rurale italiana accolse e assorbì all’interno del proprio universo i fuggiaschi, rendendoli parte integrante della quotidianità di singole famiglie o di intere comunità. Il soccorso offerto a ogni prigioniero fu il risultato di giorni o mesi caratterizzati dal costante impegno per sfamarlo, vestirlo, nasconderlo.

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Esempio di volantino diffuso dal Comando Militare Tedesco in Italia per incoraggiare la consegna di prigionieri alleati (Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea di Modena)

In tal senso, né la minaccia del «chiunque presti aiuto in qualsiasi modo ai prigionieri di guerra evasi […] sarà punito con la pena di morte» – secondo l’Art. 1 del decreto ministeriale 9 ottobre 1943 «Norme penali di guerra relative alla disciplina dei cittadini» della Repubblica Sociale Italiana- né le lusinghe dell’«a coloro che riconsegnino i prigionieri di guerra inglesi e americani fuggiti verrà immediatamente corrisposta una ricompensa di 1.800 lire» -del Comando Militare Tedesco in Italia- ebbero l’effetto di dissuadere molti dall’intervenire in sostegno dei fuggitivi.

Era la fame, più forte della paura, a indurre gli evasi, ignari del come sarebbero stati accolti, a bussare alle porte di masserie e di piccoli poderi o, al contrario, erano proprio i locali, che li scoprivano malconci e affamati a vagabondare tra gli orti e le vigne, a invitarli nelle case affinché potessero rifocillarsi con un pasto caldo o un bicchiere di vino.

Tra le colline toscane, lasciatosi alle spalle il campo di Laterina, Frank, soldato della Royal Artillery, catturato a Tobruk nel giugno 1942 e poi trasferito in Italia, aveva trovato rifugio a Montebenichi (Bucine, Arezzo) fino al maggio 1944, quando aveva deciso di raggiungere il fronte a Sud venendo però ricatturato dai Tedeschi nella zona di Sinalunga.

Il vino era stato immediatamente messo a disposizione di tutti i commensali, mentre la moglie Rosa e le due figlie preparavano la cena: minestra con fagioli, patate e spinaci, ingredienti tipici della cucina contadina:

un pasto semplice, ma a noi quattro era sembrato un banchetto. Era una famiglia di contadini molto povera e la volontà di condividere il loro cibo con quattro estranei è stata encomiabile […] Una bella dimostrazione di quanto la moglie di un contadino toscano possa fare con pochissimo (F. Unwin, Roll on Stalag)

Case, fienili, grotte, capanne fagocitarono i prigionieri e, in molte occasioni, l’ospitalità richiesta per una notte divenne offerta di accoglienza per settimane o anche mesi. Non era cosa rara che i padroni di casa cedessero ai prigionieri i propri letti, preparati con la biancheria migliore; e, tuttavia, quando la permanenza si prolungava, diveniva necessario trovare loro nascondigli più sicuri, all’interno dell’abitazione o nella stalla; oppure all’esterno, nelle baracche che sorgevano tra i campi circostanti o in buche e anfratti naturali, occupandosi, poi, di rifornirli, con regolarità, del cibo necessario.

Mentre coloro che si erano nascosti in città erano essenzialmente rimasti isolati e anonimi, dal momento che le loro vere identità erano note ai soli coadiuvanti e alle organizzazioni che se ne prendevano cura, la situazione era del tutto diversa nei villaggi, dove i fuggitivi divennero presto personaggi locali ben noti, conosciuti da tutti con il nuovo nome italiano. Quando non costretti all’immobilismo e all’isolamento per ragioni di sicurezza, questi partecipavano attivamente alla vita della casa: lavoravano nei campi, davano una mano nelle faccende domestiche e alla sera si ritrovavano con il resto della famiglia nella stalla o di fronte al camino a chiacchierare, pregare o a giocare a carte.

Così Frank, “adottato” dagli abitanti di Montebenichi, era stato invitato a partecipare all’annuale uccisione del maiale: un momento importante per l’intera comunità, uno “spettacolo disgustoso” per chi era chiamato ad assistervi ma che metteva, tuttavia, in evidenza la capacità contadina di saper sfruttare al massimo tutto ciò che l’animale poteva offrire:

Gli abitanti del villaggio uccidevano due o tre maiali ogni anno, a gennaio. […] Un uomo di nome Lello era l’addetto all’operazione. […] Sebbene sia stata una visione scioccante ho ammirato la velocità e l’efficienza con cui tutto era stato fatto. Una volta che l’animale era stato ucciso da Lello la famiglia lo raggiungeva. Le due gambe posteriori erano legati a ganci affissi alla parete e la carcassa veniva fatta penzolare. Il maiale era squarciato da un taglio che andava dalla coda alla gola e le interiora e le frattaglie erano rimosse. I bambini della famiglia arrivavano a tagliare tutti i frammenti di carne magra: quei piccoli pezzi, cotti con olio d’oliva, vino, aglio in un pentola di piccole dimensioni adagiata su una brace, erano parte della cena di quella sera. La carcassa era quindi pronta: Lello e gli uomini di famiglia preparavano vari tagli di prosciutto, carne, salsicce, braciole, lonza, salame, spiedini, trippa e varie altre delizie. Perfino la testa era cucinata e portata in tavola. […] Fui sorpreso nello scoprire che pure il sangue era utilizzato  (F. Unwin, Roll on stalag, cit. p. 15, cap. 3)

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Esempio di ‘chitties’: i biglietti lasciati dagli ex prigionieri ai propri soccorritori, affinché questi potessero usarli come prova dell’aiuto offerto (NARA, Allied Screening Commission)

Sono migliaia le storie di assistenza e in tutte c’è memoria di una pietanza o di un bicchiere di vino; di un pantalone “da contadino” indossato in sostituzione dei vecchi abiti militari, troppo corto o pieno di toppe; di una stalla o di un sotto-tetto in cui si era trovato rifugio per la notte; di un viso rugoso di donna o di un bimbo magro e chiassoso. La «solidarietà» fu per chi ne aveva beneficiato, non un concetto astratto, ma un ricordo toccato con mano: aveva il nome di persone, di luoghi, di oggetti.

E non è un caso che molti soldati, nel raccontare su carta o a voce di quei giorni, scelgano di non tradurre in inglese, ma di riportare direttamente in italiano tutti quei termini che avevano scandito e accompagnato la loro vita nei campi: non peasants, ma «contadini»; non mummy, ma «mamma». E così per tante altre parole.

Articolo pubblicato nel gennaio del 2020.




«…tutto era cambiato, ma come fosse cambiato era tutto assolutamente da vedere…»

Con questa intervista a Giuseppe Matulli, Presidente dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea di Firenze, si apre su Toscana Novecento la nuova rubrica dedicata alla Storia e alla Memoria della “caduta del Muro” (https://www.toscananovecento.it/custom_type/una-nuova-rubrica-di-toscananovecento/). Un percorso di approfondimento e riflessione pensato in occasione del trentesimo anniversario del crollo del Muro di Berlino che proseguirà nei prossimi mesi con la pubblicazione di altre interviste a personalità politiche, sindacali, culturali toscane che di quell’evento furono testimoni e, nei loro contesti di riferimento, a loro modo protagonisti.

 

[Avvertenza: nel trascrivere l’intervista si è cercato di mantenere il più possibile inalterato nei suoi aspetti formali ed espressivi il discorso parlato. Ove necessario, a scopo di chiarificazione si sono inseriti fra parentesi quadre brevi indicazioni e aggiunte al testo, rinviando invece ulteriori interventi di commento o spiegazione nelle note a piè di pagina. L’intervista è stata registrata il giorno 26 novembre 2019 presso l’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea di Firenze]

D. Presidente Matulli, può dirci intanto brevemente, lei che ruolo aveva nel 1989? Quali attività professionali e politiche svolgeva o aveva svolto sino ad allora?

R. Io mi sono occupato di politica fin da giovanissimo, militando nelle file della Democrazia Cristiana. Ero già stato vicesindaco del mio comune, Marradi, e consigliere regionale, eletto nel 1970 nella prima legislatura regionale. Fui poi eletto in Parlamento, nel 1987, dove sono rimasto fino al 1994. Dunque, nel 1989 ero parlamentare della DC[1].

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Giuseppe Matulli al tempo della sua deputazione parlamentare per la DC nella X e XI Legislatura (fonte:Wikipedia)

D. Presidente, come ha vissuto gli eventi che hanno portato alla caduta del Muro, il 9 novembre 1989? Aveva la percezione che qualcosa di quella portata potesse accadere? O invece è stato qualcosa di inatteso? Che emozioni e riflessioni le ha suscitato quell’evento? E inoltre, che tipo di impatto quei fatti ebbero sul piano politico, rispetto al suo ruolo e al partito cui apparteneva, ma anche nel suo contesto territoriale di riferimento?

R. La caduta del muro…quell’evento in realtà ci prese di sorpresa. Cioè, si capiva benissimo in quel periodo che la situazione si andava trasformando…sotto gli effetti della Glasnost’ e della Perestrojka avviate da Michail Gorbačëv[2]…ma il tipo di evento, per la sua portata e significato, lasciò scioccati tutti…c’è un episodio a tal riguardo particolarmente rivelatorio, che mi ricordo…quando De Mita era Presidente del Consiglio e fece un viaggio in Russia[3] prima della caduta del muro, si ebbero alcuni cenni di tensione con il nostro ambasciatore a Mosca, Sergio Romano, perché – almeno così pare – questi non ravvisava concretamente il segno di una radicale trasformazione in corso…riteneva che si trattasse [in riferimento alle politiche di ristrutturazione di Gorbačëv] prevalentemente di propaganda, senza nulla di sostanziale sotto…e quando De Mita gli chiese da cosa traeva queste conclusioni gli rispose che era la storia della Russia che gli faceva capire queste cose qui…evidentemente non aveva capito granché…le cose poi avrebbero rivelato tutt’altro…ma ciò è significativo del fatto che allora c’era questo processo difficile da decifrare…quali sarebbero state le conseguenze…

…certo qualcosa di nuovo c’era rispetto…non dico a Brežnev, ma anche rispetto ad Andropov o al suo successore[4]…ma non si riusciva a capire come si sarebbe risolto…quindi, la caduta del muro fu una sorpresa…che fu una sorpresa allora poi lo si vede anche nelle ricostruzioni del tempo…si pensi alla famosa domanda che il giornalista dell’Ansa rivolse alle autorità di Berlino est: “se è possibile [attraversare la frontiera], ma allora da quando è possibile?”…la risposta data dalle autorità fu addirittura sorprendente: “ci risulterebbe fin da questo momento”[5]…fu lì che esplose tutto, di fronte alle autorità tedesche dell’Est che praticamente dichiaravano il muro non più esistente, comunque non più una frontiera…

Ma come la vivemmo noi, in Italia…come un fatto che, in parte, era la conseguenza logica di quello che stava avvenendo con la presidenza di Gorbačëv…ma era una conseguenza logica difficile da prevedere, perché se era logico il movimento che veniva fuori…era difficile prevedere che le cose andassero così…erano movimenti, come dire, misteriosi, in un mondo altrettanto misterioso in cui si era visto di tutto…si era visto la Primavera di Praga, poi si era visto l’invasione…eran tutti colpi di scena che non consentivano, o almeno a noi, non consentivano di fare una valutazione…e quindi…si rimase così…sicuramente però fu un fatto enorme.

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12 novembre 1989. Achille Occhetto, segretario generale del PCI, intervenendo al rione Bolognina annuncia la “svolta” del partito che porterà poi nel febbraio 1991 al suo scioglimento (fonte: Wikipedia)

Naturalmente, cosa significava qui da noi, a livello locale, la caduta del muro…a livello locale, allora, il rapporto fra parlamentare e territorio era molto stretto, era difficilissimo passare un fine settimana senza avere un paio di incontri…ed era molto interessante andare a riflettere con la gente di questi avvenimenti, con tutte le incertezze…era sicuramente un fatto molto importante, talmente importante che poi qualche giorno dopo arrivò la Bolognina[6]….e ricordo che in Parlamento, una volta, mentre partecipavo ai lavori di una commissione, mentre si stava organizzando il calendario, dissi rivolgendomi a un collega: “voi del gruppo comunista…”. “Ma come” [mi sentii rispondere] “ma ci chiami ancora comunisti?!”…ma erano passati appena pochi giorni [dalla Bolognina]!!…[ilarità]…ecco c’era questa sensazione stranissima, ma non era una sensazione, che so io, che avesse dei connotati precisi…era una sensazione che tutto era cambiato, ma come fosse cambiato era assolutamente tutto da vedere…naturalmente, in periferia e in questi incontri, appunto…era molto interessante seguire i dibattiti, non solo per quanto mi riguarda nelle sezioni locali della DC, ma io ricordo di aver dibattuto molto con il segretario [regionale toscano del Partito Comunista Italiano], anche lui deputato, [Giulio] Quercini[7]…e gli dissi “d’accordo avete cambiato nome, ma avete aspettato che crollasse l’Unione Sovietica, o almeno che crollasse il muro”…sì, è vero…c’era questa sensazione di grande cambiamento…

Le conseguenze erano sicuramente rilevanti…io ricordo, come una mia impressione…non so se in occasione di una qualche ricorrenza della caduta del muro o di lì a poco nei primi anni Novanta…a me fece in qualche modo sorridere che la DC tirò fuori in quella particolare occasione un manifesto, facendo riferimento alla battaglia politica del 1948, un manifesto titolato “18 aprile 1948 dalla parte giusta” che era il modo più stupido di fare una cosa di questo genere[8]…che nel 1948 tu fossi stato dalla parte giusta lo dimostra ancora il fatto che ai primi anni Novanta eri ancora lì…ma non è che nei primi anni Novanta puoi avere vantaggio da una scelta fatta cinquant’anni prima…dà la sensazione di gente che pensava a una continuità che non ci poteva più essere…ma ecco, a parte questo, la percezione che non poteva più esserci la continuità, nel 1989, c’era…al punto tale che io qualche anno dopo partecipai a un seminario che fece a Berlino la Fondazione Adenauer sul processo di unificazione tedesca… qui siamo già successivamente al 1989, quando prese corpo il processo di unificazione tedesca….ma anche la partecipazione a questo seminario mi fece toccare con mano cose imprevedibili…

mi ricordo, a parte l’interesse di andare a vedere cosa accadeva là……ci portarono a vedere le vecchie zone della Germania dell’Est, Berlino Est…ma la cosa che mi fece più impressione, e che credo sia un fatto piuttosto significativo, è che…intanto la sensazione che si dice anche adesso, ma che non poteva essere che così…è stata un’unificazione o è stata un’annessione? Non poteva che essere un’annessione, perché la forza di quell’altra parte era crollata e quindi era inevitabile che succedesse questo…ma, tipico dei tedeschi – [perché] noi non saremmo mai riusciti a fare una cosa di questo genere – noi andammo a vedere l’esercito…l’unificazione dell’esercito era emblematica del sistema…tutti i corpi avevano il doppio comando…dall’inizio fu fatto così…un battaglione, una divisione eccetera era governato non da uno ma da due generali, uno di qua e uno di là [uno della Germania Ovest e uno della Germania Est]…due colonnelli…era tutto doppio, io rimasi allibito…è proprio la razionalità tedesca, per un certo periodo…non si fa la rivoluzione ma si fa l’unione, così si mettono tutti e due…vanno avanti alcuni mesi, dopodiché quelli della Germania dell’Est, ovviamente, vengono mandati in pensione, non è che vengono degradati o puniti…ecco…il fatto di vedere queste cose, in cui si vedevano due colonnelli che parlavano dell’unificazione delle forze armate era un fatto…che faceva un certo effetto.

Io per come la ricordo ora, almeno, fu proprio la sensazione di un enorme cambiamento, di questa vicenda incredibile dell’unificazione tedesca…anche un certo entusiasmo, il fatto che lo si considerava un fatto molto positivo…era la fine della guerra…la vera fine del dopoguerra…peraltro metteva in luce…la famosa battuta di Andreotti “ho tanta simpatia per la Germania che ne preferisco vedere due”[9]…che è una battuta…ma questo è un discorso che faccio ora naturalmente, e che non facevo allora…ma è una battuta significativa…a me viene in mente [per contrasto] Alcide De Gasperi…parlo di lui perché, per l’appunto, ho avuto recentemente la possibilità di studiarne aspetti di questo tipo[10]…quando De Gasperi è Presidente del Consiglio in Italia nel 1945…naturalmente il paese allora era del tutto isolato…lui approfitta immediatamente del fatto che i francesi, i quali erano e si consideravano – per certi aspetti anche meritoriamente nonostante il fatto che [nel 1940] fossero stati spazzati via immediatamente dai tedeschi – loro si consideravano gli unici vincitori continentali…e cosa succede, quando gli americani si organizzano con la cortina di ferro, si organizzano nel punto che loro ritenevano più delicato, cioè la barriera tedesca, e quindi…allora i francesi avevano tutto l’interesse per dire…guardate che la cortina di ferro arriva fino all’Italia…e quindi avere un fronte meridionale che fosse un po’ più importante…dunque dicevo, agevolato anche dal fatto che De Gasperi era persona stimata, peraltro era molto amico di Bidault[11] sul piano personale, e allora fecero subito…perché il primo uomo di stato che venne in Italia nel 1948 fu Bidault, il primo accordo internazionale che fece l’Italia fu l’unione doganale con la Francia, che non era cosa banale per rimettersi in moto…però…De Gasperi aveva anche questa caratteristica, un po’ perché era realista e sapeva che l’Italia non poteva andare a dettar legge in Europa…e quindi quando i francesi lo cercavano non gli pareva il vero…ma quando però i francesi gli dicono “si può fare tutto quel che si vuole [dell’Europa] ma i tedeschi vanno tenuti fuori”…e lui [De Gasperi] ha il coraggio di dire fin dall’inizio “finché i tedeschi non avranno riacquistato la sovranità piena il dopoguerra non sarà finito”…e il dopoguerra finiva di fatto, appunto, con l’unificazione tedesca…come dicevo prima, il dopoguerra finiva con il crollo del muro…e da lì in poi infatti cambia tutta la politica…

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Il diario di Giuseppe Matulli dei suoi due viaggi compiuti a Praga nel marzo 1989 e nel gennaio 1990, prima e dopo la caduta del Muro di Berlino.

…quanto ci fosse la consapevolezza allora di questo cambio di paradigma, io dubito molto…devo dire a livello personale…dopo che il  Partito Comunista Italiano era diventato PDS…[anche] la DC si trasformò…ritornò ad assumere il nome di Partito Popolare…ecco, quella era una finzione, perché le forze politiche rimanevano le stesse, ma si sentivano talmente inadeguate al loro tempo che cambiavano nome, però era una presa in giro…di se stessi, della storia, dell’opinione pubblica…perché rimanevano sempre quelli…io non partecipai, nonostante allora fossi sottosegretario alla pubblica istruzione, quando durante questo periodo ci fu la formazione del Partito Popolare Italiano, perché la cosa non mi convinceva per due motivi…il primo perché, nonostante il processo fosse guidato da un personaggio che godeva di stima universale quale Martinazzoli[12], il fatto di scegliere il 18 gennaio [1994] come data di fondazione, la stessa data in cui nel 1919 era stato fondato il Partito Popolare, era una cosa ridicola…il fatto poi che il partito era nato nel 1919 dall’appello agli “uomini liberi e forti” di Sturzo[13]….Martinazzoli aveva fatto un appello simile….cioè era uno scimmiottamento di una cosa avvenuta settant’anni prima che aveva del ridicolo, non aveva il senso della storia…naturalmente guardavano al passato…non aveva senso…e questo valeva anche per le trasformazioni del PCI…nelle sue varie metamorfosi…PDS, DS ecc. ecc…sia nell’uno che nell’altro caso, tutto fu fatto sulla base della caduta delle ragioni di contrapposizione fra due formazioni politiche che avevano cambiato nome…fu un processo tutto rivolto a guardare al passato, nel senso però di come rimediare al passato, senza però avere il coraggio di guardare al futuro…c’era quindi sempre questa sensazione che tutto era cambiato, ma che si faceva fatica a capire il cambiamento…

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La delegazione italiana a Praga è ricevuta dal dissidente ceco Jiří Hájek (al centro). Matulli è il primo sulla sinistra (fonte: G. Matulli, Praga prima e dopo…p.8)

Fu più o meno in contemporanea a questo processo che feci l’esperienza di un viaggio oltrecortina, a Praga[14]… l’idea del viaggio fu di Agrusti[15] di approfittare della vacanza del Parlamento per il congresso del PCI[16], siamo nel marzo del 1989, per andare a Praga al processo di appello al drammaturgo Havel[17] e prendere contatto con gli esponenti del movimento di “Charta 77”[18]. Jiří Pelikán che era in Italia[19] e Gilberto Bonalumi[20], un nostro amico ci davano una mano molto preziosa nella preparazione. Andiamo là e…mi ricordo cosa ci disse Hájek[21] che ci ricevette a Praga…ancora non era crollato il muro di Berlino ma era successo quello che era successo anche in tutti gli altri paesi del blocco sovietico…e Hájek ci disse; “certo che avverrà anche qui…[Matulli legge un passo del suo diario]…”sui marciapiedi della via lungo la Moldava dove abitava Havel, Hájek ci dice di non essere pessimista, ma, aggiunge: nei tempi della storia non in quelli della cronaca”…e questo in risposta alle nostre domande che gli chiedevamo cosa stesse succedendo….era significativo…dopo quando lo ritrovammo per il nostro secondo viaggio a Praga [vedi nota a piè di pagina numero 14] e gli ricordammo “ma lei ci aveva detto così…” [alludendo alla previsione rivelatasi sbagliata di  Hájek]…risultò chiaro che era perché nessuno, neppure Hájek poteva immaginare che lo Stato fosse praticamente un castello di carta e che bastasse dire “si vorrebbe” perché crollasse…quindi…io ho vissuto  questa esperienza…

…tutte queste novità, sì, ma si viveva in un’atmosfera talmente diversa che non si riusciva a dire che cosa sarebbe successo…c’era questa grande sorpresa e questa grande difficoltà che ancora oggi stiamo pagando…della incapacità di capire cos’era successo…forse oggi si ha la sensazione che buona parte…anzi…addirittura…noi lo capimmo solo quando si stava per andar via da Praga, per tornare in Italia… persino Jiří Pelikán e il nostro ambasciatore a Praga [Giovanni Castellani Pastoris], che pure tenevano rapporti con Dubček[22] e con Hájek, avevano cioè rapporti col movimento di dissenso al regime…nemmeno loro lo capivano, solo alla fine…cioè che i dissenzienti, che noi nel nostro viaggio a Praga andavamo a trovare nascosti nelle loro case, facendo finta di niente e non dicendo nulla a nessuno [per timore del regime]…e invece noi ci dimostrammo fuori dal mondo, dei “deficienti”…perché loro avrebbero voluto che noi…tre parlamentari italiani, certo non chissà quali autorità, ma comunque…loro avrebbero voluto che noi che si arrivava nella Praga di allora (prima cioè della caduta del muro) avessimo fatto una conferenza stampa con loro…perché questo significava dare forza a loro, far vedere che non erano dimenticati…e invece noi…non avevamo capito assolutamente niente di quello che succedeva là…è una riflessione che ho fatto dopo naturalmente[23]. Al punto tale che poi, al ritorno in Italia, qualcuno che si occupava di politica estera ci aveva detto che questi dissidenti erano velleitari, tanto che si ventilava la possibilità di accordi col regime di Husák, perché questi dissidenti erano dei velleitari…li chiamavano poi infatti “i poeti”…dopodiché, dopo tornati in Italia, i “poeti” invece avevano fatto la rivoluzione e avevano vinto…in questa rivoluzione….che però loro non volevano, giustamente, che si chiamasse “di velluto”…lo sapevano loro che cosa essa aveva significato…sacrifici…in tal senso ci sono anche molti aneddoti che ci raccontarono alcuni intellettuali…ci sono episodi anche carini, simpatici per così dire…ce ne è uno in particolare favoloso…[Matulli si prodiga a ritrovare l’esempio che vuol raccontare nelle pagine del suo diario del viaggio]…c’erano intellettuali che venivano posti [dal regime] a fare lavori non intellettuali perché sennò potevano essere pericolosi…e sicché, c’è il racconto…ecco…[Matulli cerca di ritrovare nel proprio diario il punto in cui si rievocano i casi dei due dissidenti Voclav Benda e Martin Paulosh, entrambi laureati in scienze e filosofia, ma costretti dal regime comunista cecoslovacco a lavorare come fuochisti di una caldaia, non trovandolo cerca di rievocare a mente le parole di Paulosh]: “…per mandare avanti una caldaia eravamo in tre ed avevamo cinque lauree”[24]…è bellissima questa…

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23 marzo 1989: Alexander Dubček (al centro) incontra la delegazione italiana. Matulli è alla sinistra di Dubček mentre alla destra vi sono Agrusti e Castagnetti (fonte: G. Matulli, Praga prima e dopo…p.31)

D. Presidente Matulli, so che lei ha fatto altri viaggi oltrecortina, in Polonia se non erro. Che ricordo ne ha, anche rispetto al ruolo che ebbe in quel contesto il cattolicesimo rispetto ai movimenti dissidenti?

R. Questo è un discorso a mio avviso molto difficile…perché, dunque io sono stato due volte in Polonia, la prima volta mi pare nel 1966 o 1967, poi dopo ci sono tornato qualche anno dopo…e in Polonia, intanto c’è un dato pacifico…la Polonia era un paese cattolico per un fatto nazionale…la religione era più importante della lingua, di tutto, perché si distingueva dagli ortodossi russi e dai protestanti tedeschi…un polacco non poteva che essere cattolico…questo dato identitario ha un’importanza enorme nella gestione del mondo comunista, perché il partito comunista anche nel periodo del potere stalinista non poteva fare a meno di tenere rapporti di un certo tipo con la Chiesa. La cosa singolare è che nella società polacca, e forse non solo nella società polacca, ma almeno lì il dato era evidente, c’erano divisioni…tre gruppi almeno di cattolici polacchi…io ne ricordo almeno due di posizioni più radicali…un gruppo che era praticamente collaborazionista col partito comunista e l’altro, che si chiamava Znac, “Il segno” in polacco…questo gruppo, associazione, pubblicava una rivista dal titolo Tygodnika Powszechnego, in italiano “Settimanale Universale” con sede a Cracovia…a Cracovia io incontrai il direttore Jerzy Turowicz[25] un intellettuale non da ridere, il quale, pur non avendo mai studiato l’italiano ma avendo studiato il francese e lo spagnolo parlava correttamente anche l’italiano…Turowicz, ci diceva che…la censura allora non scherzava…Turowicz…ecco purtroppo questa è una cosa che non si può più accertare…ma Turowicz era molto amico di Papa Wojtyla [Giovanni Paolo II] che allora era arcivescovo di Cracovia…ma Turowicz era un uomo di una laicità straordinaria, tanto è vero che durante il Concilio [Concilio Vaticano II, 1962-65] lui venne a Roma e io lo portai a Firenze, dove fece una conferenza…poi andò a parlare con La Pira [Giorgio La Pira] e quando lo riportai a Roma in macchina lui mi parlò dell’integralismo di La Pira, in termini…cioè, con molto rispetto perché La Pira è La Pira…ma La Pira aveva una visione che era più profetica che politica e quindi…poi La Pira lo dice addirittura nell’intervento alla Costituente, che lo Stato laico non ha nessun senso…e lui invece [Turowicz] era profondamente laico e quindi da questo punto di vista era abbastanza diverso anche da Wojtyla…

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Giiovanni Paolo II durante il suo primo viaggio in Polonia nel 1979 (foto di Barbara Bartkowiak, via Wikipedia Commons – CC)

…io non lo so, l’ho sempre sentito dire…tutti celebrano il peso determinante del papato di Wojtyla [nella caduta del comunismo]…dunque, però io, lo dico molto sinceramente, confesso di non averlo capito questo tipo di meccanismo…certo capisco benissimo che uno va…poi va in Polonia…in Polonia succede quel che succede[26]…ma Solidarnoś[27] succede per effetto del Papa oppure succede per effetto della Storia che crea questo…questa specie di bolla per cui si può essere al massimo cattolici e comunisti, ma non si può essere comunisti…?…cioè…la posizione del comunista anticattolico [in Polonia] è una minoranza estrema, insomma…per cui non lo so…io vedo più il crollo della capacità di [tenuta dell’Unione Sovietica]…

…perché l’Unione Sovietica secondo me…c’è una continuità storica impressionante nella storia della Russia…recentemente ho letto uno studio sui Gulag…i Gulag non sono niente di nuovo, cioè sono quelli che c’erano ai tempi dello Zar…la politica estera, al di là di tutte le affermazioni della Russia come stato guida del comunismo internazionale eccetera…ma anche nella diatriba interna al comunismo sovietico tra Stalin e Trockij… Trockij voleva predicare il comunismo in tutti i paesi del mondo e Stalin fa la politica di potenza, fin da quel momento, e la fa…e tutti gli avvenimenti gli consentono di fare esattamente quello che avrebbe fatto lo Zar…ed è esattamente quello che sta facendo ora Putin…cioè c’è una continuità impressionante…ed è in questa continuità che fallisce…cioè fallisce…ha fatto anche troppo devo dire [Stalin]…ha fatto anche troppo a reggere fin quanto ha retto…però alla fine, gli si è disgregato in mano tutto quanto….quindi in conclusione io credo che sia molto più la inconsistenza delle politiche sovietiche [la ragione del crollo del muro]…anche perché, la Russia è un paese ricco e il comunismo era riuscito a impoverirlo…

…ma forse anche questo è un elemento di continuità…un paese ricco, lo Zar lo gestiva con una mano di ferro da far paura, violentissima…tutta la gestione precedente della storia russa è violentissima…e quindi, cosa faceva [Stalin]…faceva quello che avevano fatto gli altri prima di lui…quel che facevano prima, lui [Stalin] lo faceva in nome del popolo invece che in nome della nazione, dello Stato ecc.…dopodiché, vedere in questo quadro un paese [la Polonia] che emerge all’attenzione mondiale, perché, prima il Papa…e questo Papa che ha anche un suo successo…certo, che si tratta di un fatto psicologicamente, simbolicamente enorme…ma insomma, quando va in Polonia…è un fatto che sicuramente contribuisce, ma contribuisce in una situazione che era già pregiudicata…ma comunque, tornando a Turowicz, questo intellettuale molto avanzato…lui diceva molto chiaramente, il cattolicesimo polacco è stato rinforzato dal comunismo…ma comunque il cattolicesimo polacco è anzitutto un fatto identitario nazionale…lo si vede anche oggi, come si è saldato di nuovo al nazionalismo in quel paese…ma io credo che le ragioni del crollo [del comunismo] siano assai più complesse di quelle legate a questo solo aspetto religioso…

[…]

………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….

[1] Giuseppe Matulli (Marradi, 5 dicembre 1938), laureato in economia e commercio presso l’Università degli Studi di Firenze, ha svolto per lunghi anni attività amministrativa e politica, rivestendo importanti incarichi sia a livello locale che nazionale. Assessore e vicesindaco del proprio comune di nascita (Marradi) e Presidente della Comunità Montana dell’Alto Mugello, è stato consigliere regionale della Toscana dal 1970 sino al 1987. Sindaco di Marradi dal 1985 al 2002 è stato anche vicesindaco di Firenze dal 2002 al 2009. Esponente della Democrazia Cristiana, ne è stato segretario regionale per la Toscana dal 1983 al 1987. Eletto alla Camera dei Deputati nel 1987 per la X Legislatura e poi riconfermato sempre nelle file della DC alle successive elezioni del 1992, ha rivestito l’incarico di sottosegretario della Pubblica Istruzione nei governi Amato e Ciampi. Nel marzo 2019 è stato eletto Presidente dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea di Firenze.

[2] Glasnost’ (convenzionalmente, “trasparenza”) e Perestrojka (“ricostruzione”) indicano come noto l’insieme di riforme che caratterizzarono il nuovo corso politico di Mikhail Gorbačëv, ultimo segretario generale del Partito Comunista Sovietico, e che innescarono la catena di eventi che portò alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

[3] Ciriaco De Mita, politico, segretario nazionale della DC e Presidente del Consiglio dal 13 aprile 1988 al 22 luglio 1989. Nell’ottobre del 1988 De Mita, assieme al Ministro degli Esteri italiano Giulio Andreotti, si recò a Mosca in visita ufficiale a Michail Gorbačëv.

[4] Leonid Brežnev, Jurij Andropov e Konstantin Ustinovič Ĉernenko, in ordine i tre segretari generali del Partito Comunista Sovietico prima di Mikhail Gorbačëv.

[5] Matulli si riferisce qui alla famosa domanda che il giornalista italiano dell’ANSA Riccardo Ehrman pose il 9 novembre 1989 nel corso di una conferenza stampa a Berlino Est a Günter Schabowski, portavoce del governo della DDR circa l’entrata in vigore del nuovo regolamento di transito tra le due Germanie; regolamento dibattuto nei giorni precedenti dalle autorità tedesche orientali e nel quale erano contemplate graduali aperture nella legge che impediva l’espatrio ai cittadini della DDR. Al quesito di Ehrman, se cioè il regolamento valesse anche per il transito da Berlino Est a Berlino Ovest e se sì da quando, Schabowski rispose inavvertitamente “a quanto ne so, da subito”. La notizia, rilanciata da tutta la stampa, fu letta come il preavviso della decisione delle autorità della Germania dell’Est di aprire il confine tedesco e spinse un ingente numero di persone a radunarsi presso il muro

[6] Il 12 novembre 1989, il segretario del Partito Comunista Italiano Achille Occhetto durante la commemorazione del 45° anniversario della battaglia di Porta Lame tenutasi a Bologna nella sala comunale di via Pellegrino Tibaldi, nel rione della Bolognina del quartiere Navile, annunciò l’apertura (da cui, la “svolta della Bolognina”) del processo politico che porterà il 3 febbraio 1991 allo scioglimento del Partito.

[7] Giulio Quercini (Siena, 16 dicembre 1941), consigliere regionale dal 1980 al 1987, segretario federale toscano del Partito Comunista italiano e deputato alla X Legislatura.

[8] Matulli qui allude al cartello-manifesto che aprì il Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana del 18 aprile 1990 nel quale campeggiava accanto alla foto di De Gasperi e sopra lo scudo crociato la scritta: “18  APRILE 1948 18 APRILE 1990 DALLA PARTE GIUSTA”

[9] Matulli allude alla famosa frase pronunciata in occasione della riunificazione tedesca da Andreotti: “Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due”

[10] Giuseppe Matulli, Alcide De Gasperi: quando la politica credeva nell’Europa e nella democrazia, Prefazione di Enrico Letta, Clichy, Firenze 2018.

[11] Georges Bidault, Presidente del Governo provvisorio della Repubblica francese dal giugno 1946 al dicembre 1946 e poi Presidente del Consiglio francese dall’ottobre 1949 al giugno 1950

[12] Mino Martinazzoli, l’ultimo segretario nazionale della Democrazia Cristiana e promotore della fondazione, il 18 gennaio 1994, del nuovo Partito Popolare Italiano di cui divenne Segretario generale.

[13] Si allude al manifesto (L’Appello ai liberi e forti) redatto nel 1919 dalla Commissione provvisoria guidata da Don Luigi Sturzo al momento della fondazione del Partito Popolare Italiano

[14] Tra il 19 e il 24 marzo 1989, Matulli, assieme ai colleghi parlamentari Luigi Castagnetti e Michelangelo Agrusti, compì un viaggio oltrecortina a Praga, dove ebbe la possibilità di entrare in contatto con alcuni dei principali dissidenti storici del regime comunista cecoslovacco, tra i quali Alexander Dubček, Václav Havel e Jiří Hájek. Successivamente, compì un secondo viaggio a Praga tra il 2 e il 5 gennaio 1990, dopo cioè la caduta del Muro di Berlino, incontrando nuovamente i dissidenti, protagonisti nel frattempo della “Rivoluzione di velluto” che tra il novembre e il dicembre 1989 aveva portato alla dissoluzione del regime comunista cecoslovacco. Di entrambi questi viaggi, Matulli pubblicò un breve diario, cfr. G. Matulli, Praga prima e dopo. Diario di un viaggio in due stagioni, Centro Toscano di Documentazione Politica, supplemento gratuito, A. IV, n. 3, marzo 1990.

[15] Michelangelo Agrusti, politico e parlamentare DC

[16] XVIII Congresso nazionale del PCI che si svolse a Roma tra il 12 e il 22 marzo 1989.

[17] Václav Havel, politico e drammaturgo ceco, dissidente e perseguitato politico sotto il governo comunista della Cecoslovacchia. Dopo la “Rivoluzione di velluto” fu tra il 1989 e il 1992 l’ultimo Presidente della Cecoslovacchia e nel 1993 primo Presidente della neocostituita Repubblica Ceca.

[18] Movimento di dissenso  costituito in Cecoslovacchia nel 1977 da alcuni eminenti esponenti dell’intellettualità e della cultura, tra cui lo stesso Václav Havel, il diplomatico Jiří Hájek, il filosofo Jan Patočka, il drammaturgo e poeta Pavel Kohout

[19] Jiří Pelikán attivista cecoslovacco, tra i sostenitori e promotori della “Primavera di Praga”, dopo la repressione sovietica del governo di Dubček trovò riparo in Italia.

[20] Gilberto Bonalumi, giornalista e parlamentare DC

[21] Jiří Hájek, diplomatico ceco e ministro degli Esteri di Dubček durante la Primavera di Praga, denuciò all’ONU l’invasione sovietica del paese e per questo fu arrestato e incarcerato. Tra i fondatori del movimento di dissenso “Charta 77”, Hájek nel marzo 1989 ricevette la delegazione italiana di cui faceva parte Matulli, facendo loro da interprete. Come appuntò nel suo diario lo stesso Matulli, Hájek, professore di storia contemporanea e di diritto internazionale “parla correttamente russo, francese, inglese, tedesco, italiano, spagnolo”, cfr. B. Matulli, Praga prima e dopo, cit., p. 7.

[22] Alexander Dubček, segretario del Partito Comunista cecoslovacco e artefice all’inizio del 1968 del tentativo di riforma e di liberalizzazione del sistema politico cecoslovacco (“Primavera di Praga”) poi brutalmente represso nell’agosto successivo dall’intervento delle forze armate sovietiche.

[23] Ma già nel suo diario Matulli aveva però annotato la delusione del dissidente Voclav Benda, raggiunto nel suo piccolo appartamento praghese, che gli aveva confessato: “sentiamo l’Italia lontana, la più lontana fra tutti i paesi europei. Vi siamo grati per questa visita ma l’incontro sarebbe stato più significativo se si fosse svolto nella ufficialità dell’ambasciata (come ha fatto Mitterand)”, cfr. G. Matulli, Praga prima e dopo, cit., p. 20.

[24] “Attorno alla stessa caldaia eravamo tre ed avevamo cinque lauree”, si può leggere in effetti nel diario di Matulli, cfr. Id., Praga prima e dopo, cit., p. 20. Rafforza il concetto anche un’ulteriore annotazione dell’incontro col dissidente Benda al quale – ricorda Matulli – “attualmente gli è impedito anche il lavoro manuale, per cui dice, sorridente e ironico, che la sua attuale professione è quella di “donna di casa”, ibidem.

[25] (1912-1999) Giornalista cattolico polacco, editore di numerose testate polacche, in particolare diresse dal 1945 sino alla sua morte nel 1999 il settimanale di cultura cattolica Tygodnika Powszechnego. Il periodico era stato sospeso nel 1953 per non aver voluto pubblicare il necrologio di Stalin, riprendendo le pubblicazioni a partire dal 1956.

[26] Matulli allude al primo viaggio in Polonia compiuto nel giugno 1979 da Giovanni Paolo II, il cui successo parve assestare un colpo durissimo al governo comunista polacco.

[27] Il sindacato autonomo nato nel settembre 1980 in seguito agli scioperi dei lavoratori dei cantieri navali di Danzica e guidato dal futuro Premio Nobel per la Pace Lech Wałsa, artefice del processo di dissoluzione del regime comunista in Polonia.

Articolo pubblicato nel dicembre del 2019.




Letteratura e lavoro di cura

Mentre seguivo la ricerca promossa dall’Istoreco sulle badanti nella provincia di Livorno e finanziata dallo Spi-Cgil e terminata con un bel volume pubblicato con l’Ediesse[1], mi sono volontariamente imbattuta in tre romanzi, fortemente autobiografici che mi hanno suggerito riflessioni e suggestioni assai significative. Si tratta di opere apparentemente molto lontane l’una dall’altra, scritte da donne di età diversa e anche di nazionalità diversa, ma che in qualche modo cercano, attraverso la scrittura, di elaborare un pensiero che riesca a mettere ordine nel loro difficile rapporto, in due casi con le altre donne che entrano nelle loro case per prendersi cura di loro stesse, o dei loro genitori, e in un caso, quella della scrittrice più giovane, la statunitense Stephanie Land, a dare senso al lavoro durissimo, di pulizie, nelle case degli altri, per riuscire a sopravvivere con la piccola figlia alla situazione di indigenza nella quale era precipitata[2].

Ma proviamo a procedere libro per libro, ovviamente in maniera molto sintetica e anche approssimativa perché non si tratta qui di proporre nessuna analisi testuale, né tanto meno una lettura critica comparata. Il mio intervento parte dalla constatazione della grande capacità ermeneutica che traspare dalla scrittura letteraria che può divenire, uno strumento in più, una lente in più, da accostare alla lettura storica o sociologica che i nostri istituti sono in grado di mettere in atto. In qualche modo, il mio, è un invito ad uno sguardo multidisciplinare.

1Infatti mentre Sandra Burchi e Caterina Satta stavano costruendo i loro due saggi sul lavoro delle badanti, questi romanzi sul mio tavolo mi hanno consentito di apprezzare di più i risultati delle stesse sociologhe e mi hanno suggerito alcune riflessioni che qui provo a proporre. Sia nel primo romanzo, che noi lettori sappiamo fortemente autobiografico, della grande scrittrice ungherese, Magda Szabò[3], così come in quello della nostra autrice e giornalista Tutti Marrone, siamo di fronte ad un rapporto fortemente conflittuale, le cui radici stanno nella ammissione, ob torto collo, della loro assoluta necessità di un aiuto domestico per dedicare, nel primo caso, le energie alla ricerca e alla scrittura creativa, nel secondo caso per non vedere sconvolta completamente la propria esistenza dalla malattia della madre. Eppure in entrambi i casi questa scelta di ricorrere ad un’altra donna per portare avanti le incombenze quotidiane, risulta pesante e anche disadattante. É come se agisse nelle scrittrici e anche in noi donne che ci troviamo immerse nella lettura, una specie di abito mentale ancestrale che ci vorrebbe all’altezza di far fronte a tutto. Come se quella necessità segnasse anche il confine delle nostre capacità. O, meglio, mettesse a nudo i nostri limiti. Come se quell’aiuto ci ricordasse che non riusciamo ad “essere all’altezza” dei nostri compiti, perché accudire il padre e la madre è una forma di rispetto antichissimo che ci coinvolge anche se non credenti. Non riusciamo a osservare uno dei comandamenti: “onora il padre e la madre”.

Nel primo caso, quello di Szabò, il marito della protagonista, anche lui scrittore, si chiude nel suo spazio e non si lascia coinvolgere, o così perlomeno sembra, dalla presenza di questa estranea. La casa è più pulita, il cibo è migliorato, la moglie meno stanca fisicamente. Ma la donna in questione che si occupa dentro il quartiere dove la coppia abita anche di tenere pulite altre case, che lavora con una resistenza disumana, costringe tutti i suoi interlocutori ad un rapporto che non può essere quello di una routine anonima. Emerenc, così si chiama, entra nella loro vita, occupa un territorio e lo gestisce di testa sua e il datore di lavoro si trova così costretto a non essere solo il soggetto neutro che elargisce una paga a fine lavoro. Quel rapporto comporta una continua rinegoziazione, la costruzione di una trama che non è indolore, né insignificante. In questo caso il libro è qualcosa di più di un libro sul rapporto fra una signora borghese e istruita finalmente giunta alla notorietà e una donna delle pulizie. Nel testo entrano avvenimenti lontani e recenti di un paese, l’Ungheria, con un passato difficile e complesso, un percorso di storie che si dipanano nella loro unicità e che generano anche molte difficoltà per riconoscersi. Di sicuro il romanzo è un romanzo dalla scrittura finissima che impropriamente, in questa occasione, sto utilizzando al suo livello più basso.

E poi abbiamo il racconto molto autobiografico di Titti Marrone[4]. Il contesto qui è più familiare. Siamo in Italia, siamo a Napoli. La nostra protagonista è una donna impegnata, di sinistra, un intellettuale che quando si trova a gestire l’improvvisa malattia della madre ricorre quasi subito ad un aiuto esterno. La donna che assume, una giovane donna moldava è una signora che – si scoprirà avanti nel testo – è laureata e parla benissimo l’italiano ma finge di non saperlo per adattarsi alle aspettative della sua committente. Il libro procede con i capitoli contrapposti, dove il soggetto che parla è ora la badante, ora la signora italiana. Questa modalità di procedere che risulta anche un po’ spiazzante è estremamente utile per entrare nelle letture capovolte che le due protagoniste danno degli stessi episodi. La scrittrice-autrice entra quasi subito in conflitto con la signora dell’est che gestisce sua madre e in automatico anche suo padre, perché è lei che ci vive insieme. Occupa degli spazi anche affettivi con i due vecchi genitori, spazi che vengono avvertiti sia come liberazione che come usurpazione e innescano sensi di colpa. La nostra intellettuale è come se cominciasse a rimproverarsi della sua impotenza ad occuparsi della vecchia madre, ad aver trasferito questo compito su una estranea, e per di più straniera. Questo nucleo duro con il quale tutte le donne fanno i conti, quello che ti comanda di pensare ai tuoi cari, questo “dover essere” che giace dentro la nostra cultura della famiglia e dalla quale non è facile uscire, bussa alla porta. Non basta la consapevolezza che il quadro di riferimento è cambiato; che la vecchia famiglia patriarcale è scomparsa, che viviamo in piccoli appartamenti dove non ci possiamo inserire nessun estraneo, che le nostre abitudini lavorative, relazionali, affettive sono cambiate.

2È come se anche in noi, donne europee emancipate, parlasse una voce sotterranea quella che, nel mio percorso mi giunse tramite una donna originaria del Marocco la quale, in un incontro al Centro Donna di Pisa, disse che dopo poco che era approdata in Spagna prima, e poi in Italia, era rimasta sconcertata dal fatto che noi, inteso come ”noi europei”, affidassimo i nostri vecchi alle badanti. Da loro, raccontava, sarebbe stato impensabile.[5]

E credo non sia assolutamente casuale che quelle parole mi ritornino alla mente mentre sto scrivendo queste pagine. Tutte le nostre acquisizioni non bastano a sedare un sottile ma onnipresente senso di colpa. Questo sembrano raccontare insieme a tante altre cose, questi romanzi, in gran parte autobiografici.

Il romanzo di Land, invece vede la prospettiva del lavoro di cura dalla parte opposta, dalla parte di colei che è costretta per necessità, in un’America divenuta un paese per soli ricchi, a pulire i cessi per dare qualcosa da mangiare ad uua figlia piccola nella quasi totale assenza di strutture di welfare. Per le famiglie per le quali lavora, spedita attraverso una agenzia oggi da una parte e domani da un’altra, lei e il suo lavoro sembrano non esistere. É come se il suo corpo, la sua fatica, diventassero trasparenti. La propria condizione non interessa a nessuno. Del resto l’incipit del libro lascia poche illusioni: “Mia figlia imparò a camminare in un rifugio per senzatetto.”.[6] Così come lascia poche speranze sulla condizione del vuoto contemporaneo che la maggior parte degli abitanti delle case dove lei si reca a pulire, cercano di riempire con oggetti e con corse allo shopping. Sempre nel suo testo troviamo:

Molte volte mi ci voleva un’ora solo per guadagnare i soldi che spendevo in carburante per arrivare al primo lavoro della giornata. Invece i miei clienti lavoravano fino a tardi per comprarsi auto di lusso, barche, divani, che tenevano coperti con un lenzuolo.[7]

In Italia affidiamo i nostri anziani e ci affidiamo per le cure domestiche, anche al di fuori dei ceti alto borghesi, ad aiuti esterni, da diversi decenni. Questo atteggiamento ci ha messo in contatto con un universo quasi per intero femminile, che proviene soprattutto, ma non solo, dai cosiddetti paesi dell’est. Come raccontano sia Tiziano Distefano[8] con la sua indagine statistica che Sandra Burchi nel suo intervento[9] e Caterina Satta[10], con un approccio sociologico, e come in parte era stato messo in luce anche in un’altra ricerca che si concentrava sul territorio di Lucca di Liliana Da Ponte e Daniela Simi,[11] il rapporto con queste figure è un rapporto complesso e per niente lineare.

Scrive S. Burchi:

Trovare un punto di equilibrio fa parte del lavoro stesso e si gioca nello spazio di tensione e negoziazione che le lavoratrici riescono ad aprire con i datori (più spesso le datrici) di lavoro. In queste vite domestiche globalizzate, le differenze culturali si annullano e la maggior parte dei casi sono prese in carico dalle lavoratrici, che si preoccupano di imparare una lingua, di adeguarsi alle abitudini dei loro assistiti, di assumere i codici, anche della cura, che il contesto si aspetta da loro.[12]

Ma trovare un punto di equilibrio costa fatica e dolore e quando alcune di loro vengono intervistate, come scrive C. Satta:

… sembrano accettare con rassegnazione il loro lavoro di badanti come se fosse un destino contro il quale si può fare poco. Non si arrabbiano, al massimo si commuovono e fanno dei sospiri molto lunghi che dicono più di tante parole. Poi ti guardano di traverso per coprire leggermente gli occhi lucidi e dicono “è andata così”.[13]

Vi si scontrano differenze di atteggiamenti, di culture dell’abitare e dell’alimentazione, di sensibilità verso gli anziani che non sono né peggiori, né migliori ma sono diverse. Mentre il lavoro degli storici e dei sociologhi cerca un approccio neutro e scientifico al tema, l’approccio letterario ovviamente cala dentro la problematica tutta la soggettività della scrivente. Notare che i testi dei quali mi sono occupata sono tutte scritture femminili, sia quelli di finzione che quelli scientifici. Ma nella tradizione dei testi di invenzione potremo, volendo risalire molto indietro, a veri e propri capolavori del passato, tutte opere maschili. Non a caso.  Anche se un capolavoro, non possiamo rinviare, per questa nostra disamina, al rapporto tra Robinson e Venerdì,[14] inventato da Daniel Defoe la cui prima uscita si colloca nel lontano 1719, così come possiamo rinviare al racconto di Denis Diderot, Jacques le fataliste, comparso in Francia nel 1796. Possiamo anche ricordare come molti secoli dopo un autore francese, scomparso da poco, Michel Tournier provò a rovesciare l’ottica di Defoe con il suo, azzeccatissimo, Venerdì o il limbo del Pacifico[15].  Posso citare anche il caso, assai positivo della scrittura di Valerie Martin[16] che racconta del dottor Jekyll e di mister Hyde dalla prospettiva della sua cameriera. Una scrittura femminile che prova a destrutturare il punto di vista del capolavoro di Stevenson comparso nel 1886 a Londra. Posso concludere che mentre le scritture maschili stanno dentro una visione del mondo che si rapporta alla antica tematica: servo-padrone, che rinvia alle concettualizzazioni di Diderot e di Hegel, quelle femminili sono meno duali, le autrici dei testi sui quali ho cercato di soffermarmi, sono pienamente coinvolte nella trama, sono loro stesse parte della trama. Questo anche nel caso delle ricerche scientifiche perché l’angolo di lettura è sempre quello di una donna. E questo ci rinvia a prendere atto di contraddizioni che non si possono risolvere, di oscillazioni di punti di vista che stanno dentro la trama del vissuto di ciascuna di noi, perché la specificità della scrittura femminile e dello sguardo femminile costituisce, per fortuna, una differenza irriducibile.

[1] Il mondo in casa. Indagine sulle badanti in provincia di Livorno, (a cura di Catia Sonetti), Ediesse, Roma, 2019

[2] Stephanie Land, Donna delle pulizie. Lavoro duro, paga bassa e la volontà di sopravvivere di una madre, astoriaedizioni, Milano, 2019.

[3] Magda Szabò, La porta, Einaudi, Torino, 2016

[4] Titti Marrone, La donna capovolta, iacobellieditore, Roma, 2019

[5] Raccolsi questa testimonianza durante un corso sulle fonti orali che svolsi alla Casa della Donna di Pisa, nel marzo 1998.

[6] S. Land, Donna delle pulizie.., cit., p.3

[7] Ibidem, p 167.

[8] Tiziano Distefano, Il mondo in casa. Indagine sulle badanti in provincia di Livorno, in Il mondo in casa, cit., pp. 19-52.

[9] Sandra Burchi, Vite domestiche globalizzate. Percorsi migratori, cura e lavoro nei racconti di alcune badanti a Livorno, in Il mondo in casa, cit., pp. 53-129.

[10] Caterina Satta, Le lavoratrici domestiche e di cura migranti tra percorsi migratori, senso di casa e “capacità di aspirare”. Il caso di Livorno, in Il mondo in casa, cit., pp.131-188.

[11] Liliana Da Ponte, Daniela Simi, “Il mio paese adesso sono due”. Storie di badanti, Ets, Pisa, 2017.

[12] S. Burchi, Vite domestiche.. cit., p. 57.

[13] C. Satta, Le lavoratrici domestiche.., cit. p. 157.

[14] Faccio riferimento all’edizione del 1992 di Daniel Defoe, Robinson Crusoe, Garzanti, Milano, 1992.

[15] Michel Tournier, Venerdì o il limbo del Pacifico, Einaudi, Torino, 2010.

[16] Valerie Martin, La governante del dottor Jekyll, Bompiani, Milano, 1990.

Articolo pubblicato nel dicembre del 2019.




Una nuova rubrica di ToscanaNovecento

È la sera del 9 novembre 1989; Günter Schabowski, funzionario del partito di unità socialista della Germania, durante una conferenza stampa in diretta Tv, incalzato dal corrispondente dell’ANSA, Riccardo Ehrman, sui tempi della concessione dei permessi di viaggio ai tedeschi dell’Est, risponde con solo due parole: “Ab sofort”: da subito.Ci si è interrogati sulle ragioni di queste parole: sfuggite in un clima di incertezza e confusione o scelta consapevole?L’effetto è, prevedibilmente, immediato: i berlinesi si riversano in massa nei pressi del muro; le guardie, spiazzate e senza chiari ordini in merito, aprono i varchi per evitare episodi di disordine.

(Fonte: ansa it - copyright Ansa/Epa)

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Dalla tv entrano nelle case di tutto il mondo le immagini festanti dei tedeschi di entrambe le parti, ora di nuovo insieme, degli abbracci e della commozione di un popolo separato per 28 anni, delle prime picconate al muro.

(Fonte: ansa it - copyright Ansa/Epa)

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La caduta del muro di Berlino ha una carica e un valore simbolico tali da essere indiscutibilmente collocata tra i grandi eventi del Novecento. Barbara icona della Guerra Fredda, emblema della contrapposizione politica, ideologica, economica e militare tra Usa e Urss, ma anche garanzia di stabilità e di equilibrio tra i due blocchi in Europa, in una notte il muro diventa, con la sua caduta, simbolo dell’implosione di regimi fondati sull’ideologia comunista. Con il muro viene giù un mondo. Il processo è iniziato da tempo e non si concluderà la sera del 9 novembre ma quell’evento resta nell’immaginario collettivo quale simbolo visibile e tangibile del fallimento della via sovietica al socialismo. Di lì a poco inizierà lo smottamento degli altri regimi comunisti e la crisi di quei partiti che, pur con distinguo, criticità e declinazioni diverse, erano parte della galassia del comunismo europeo. Tutto ciò, non senza contraccolpi su tutto l’universo della sinistra.

A trent’anni di distanza il rumore del crollo del muro, prima, e dell’Unione Sovietica, poi, arriva fino a noi, riecheggia nella ritrovata unità della Germania, nei nuovi assetti geopolitici che l’Europa si è data a partire dagli anni Novanta con l’accelerazione del processo dell’integrazione europea e l’allargamento dell’Unione ai paesi dell’Est; ma risuona anche nei conflitti che hanno squarciato l’ormai ex Jugoslavia, nell’attacco russo in Georgia del 2008, nell’ostilità, ora aperta, ora celata, fra Stati Uniti e Russia dal 2014 in Ucraina.

(Fonte: ansa.it – copyright Ansa/Epa)

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La redazione di ToscanaNovecento ritiene utile aprire uno spazio di riflessione e conoscenza sulle trasformazioni che l’evento simbolico “caduta del muro” ha prodotto, sulle conseguenze che esso ha avuto non solo da un punto di vista geopolitico ma anche sul modo di pensarsi e (auto)rappresentarsi della politica e del potere in Italia: lutto per alcuni, liberazione per altri, la fine della contrapposizione tra blocchi ha messo in discussione i riferimenti di chi, nato e vissuto in un mondo bipolare, forse fatica ancora oggi ad elaborarne la portata e il significato. Quello che proponiamo, e che andrà avanti con almeno un appuntamento al mese per l’ultimo scorcio del 2019 e per tutto il 2020, è un esperimento per questo portale: non articoli su singoli episodi storici di rilevanza locale o generale, ma una serie di interviste a personalità politiche, sindacali, culturali toscane sulle conseguenze della caduta del muro, sui significati di questo evento epocale, sia su un piano strettamente personale, sia sul piano pubblico dei rapporti e degli schieramenti politici.

Ci muoveremo in un “terreno accidentato tra memorie individuali e ricordi collettivi” (Passerini, 2003), ben consapevoli della differenza tra storia e memoria, quest’ultima “permanentemente in evoluzione, aperta alla dialettica del ricordo e dell’amnesia, inconsapevole delle sue deformazioni successive, soggetta a tutte le utilizzazioni e manipolazioni, suscettibile di lunghe latenze e improvvisi risvegli” (Nora, 1984). Ma ci sembra un percorso necessario per comprendere il recente passato e il presente.

Il primo appuntamento con la nuova rubrica del portale è per il mese di dicembre.

Articolo pubblicato nel novembre del 2019.




Sui luoghi della memoria o la memoria dei luoghi

L’espressione ripresa da Pierre Nora, e subito fraintesa, come ebbe a scrivere lo stesso autore, doveva facilitare un approccio critico al problema dei luoghi, ma si trasformò da subito in una espressione autocelebrativa.

A distanza di molti anni dall’opera di Nora, la situazione non è migliorata, anzi è profondamente peggiorata. Prima però di fare alcune riflessioni legate soprattutto, come mi pare corretto, all’esperienza maturata all’interno delle attività dell’Istoreco di Livorno e del territorio della sua provincia e, in parte, della provincia di Pisa, vorrei fissare l’attenzione sul titolo che dichiara da subito come si debba dividere la problematica in due diverse concettualizzazioni. Un conto è ragionare sui “luoghi della memoria” e un conto è ragionare sulla “memoria dei luoghi”. Mentre i secondi, a mio parere sono quelli che, con maggiore spontaneità, attraverso gli anni, sono diventati dei veri e propri topos che condensano alcuni significati importanti per gli abitanti che vivono su quello spazio o nei suoi pressi, o, forse è più corretto ipotizzare, per una parte dei suoi abitanti. Faccio un esempio chiaro per la consapevolezza di un italiano medio, perlomeno lo spero. Il luogo dell’attentato a Falcone, alla moglie e alla scorta sulla strada che dall’aeroporto di Palermo arriva nel capoluogo siciliano.

Ci passai molti anni fa, perlomeno 18-20 anni fa (era quindi l’anno 2001 o 1999). A ricordare cosa era accaduto lì, il 23 maggio 1992, c’era solo la vernice rossa che una qualche mano pietosa ed onesta (penso qualcuno dei lavoratori che rifecero il guard rail) aveva steso per attirare l’attenzione degli autisti che si trovavano a passare di lì. Lì era accaduto qualcosa di grosso, di veramente esorbitante, cosa nostra aveva fatto saltare uno dei simboli alla lotta alla mafia, e l’aveva fatto provocando un cratere degno di una guerra. Erano passati già diversi anni da quell’attentato ma l’erezione di un cippo commemorativo avvenne solo nel 2004. Dodici anni dopo la strage! Siamo sempre stati un Paese lento nel prendere coscienza, e qualche volta manco la prendiamo.

Ma dal punto di vista del significato, quella semplice rudimentale mano di vernice, suscitava un grande impatto e segnalava l’accaduto e nello stesso tempo denunciava la negligenza dello Stato. Quella poca vernice aveva assunto il valore di prendere su di sé la responsabilità e la scelta di dichiarare quel luogo, un luogo della memoria civile e democratica del nostro paese. La politica e lo Stato arrivarono dopo, molto dopo. Quel segno costituiva come un codice per la comprensione e la lettura, era un invito a schierarsi contro i mafiosi e chi li proteggeva. Un invito che non portava firma, anonimo. Occorre però aggiungere che nessuno aveva osato cancellare quella vernice. Quindi per genesi spontanea la coscienza di una parte degli italiani aveva decretato che quel punto dell’autostrada doveva essere sottolineato a ricordo del sacrificio di Falcone, della moglie e della scorta, trucidati da una quantità di tritolo spaventosa.

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La lapide che ricorda la nascita del PCI a Livorno

Qualcosa di simile è accaduto ed accade per altri luoghi della nostra storia democratica. Altre volte si sviluppano dei percorsi più tortuosi come quello che ha riguardato la città labronica. A Livorno, c’è un luogo, in via Borra, dove prima si ergeva il teatro San Marco, il teatro dove si riunirono gli scissionisti del Congresso del Psi nel 1921 per fondare il Partito comunista, e a ricordarlo era stata collocata nel dopoguerra una lapide. Con gli anni sia il luogo che la lapide avevano perso parte del loro smalto, del resto la lapide è posta in alto e occorre alzare gli occhi per vederla e il testo appare oggi per i giovani praticamente incomprensibile. Il profilo dell’edificio dell’ex teatro, oggi sede di un asilo, è profondamente cambiato e al di là di pochi fiori collocati da mani sconosciute per gli anniversari della nascita del Pci, mani forse cariche di nostalgia e di mitologia, pareva un luogo dimenticato. Ma quella lapide subì spontaneamente una nuova semantizzazione quando la ministra Gelmini dell’allora governo Berlusconi, dopo le proteste per il simbolo della Lega in una scuola del nord del paese, inviò un ispettore ministeriale per verificare se i bambini dell’asilo erano sottoposti alla fascinazione della falce e martello.

L’ispezione ci fu e non poté scattare nessuna reprimenda per il Comune di Livorno perché quel luogo storico, che tale è, e come tale va preservato, non esercitava nessuna persuasione occulta nei confronti dell’infanzia, anche perché, semplicemente, i bambini dell’asilo entrano dalla parte opposta. Una parte degli abitanti di città però non gradì questa minaccia e, immediatamente, la lapide che ricorda la nascita del Partito comunista, beneficiò per un periodo, anche abbastanza lungo, di attenzioni particolari: fiori freschi, scritte di solidarietà. Così la lapide e quello che vi è inciso ripresero vivacità e attenzione, e molti di quelli che si trovavano a passare da quelle parti, alzarono gli occhi alla segnalazione marmorea. L’Istoreco di Livorno l’ha sempre inserita nel percorso del trekking urbano che rivolge alle scolaresche sul Novecento, e alla spiegazione del significato del testo e della sua comprensione storica, adesso aggiunge la nuova vita che quella lapide ha assunto nello scontro politico attuale. Come si comprende bene due episodi molto diversi nelle dinamiche e nel significato ma che vedono entrambi scattare una specie di presa in carico da parte di cittadini sconosciuti di un luogo che viene letto come luogo deputato a rappresentare qualcosa che ci appartiene, che in qualche modo sta dentro la costruzione della nostra identità.

Ma la risemantizzazione di un luogo indica che si è potuto ricostruire la condivisione di un’emozione e questo ha permesso di rivitalizzarlo attraverso una ri-narrazione. Come scrive Antonella Tarpino la memoria come traccia “non è più un atto diretto, come nel caso del testimone, ma un atto vicario: un osservare davvero, si potrebbe dire, per conto terzi.“

L'ossario di S. Anna di Stazzema

L’ossario di S. Anna di Stazzema

E quando soggetti come gli Istituti storici accompagnati e sostenuti in questa operazione dalle amministrazioni pubbliche anche perché l’intervento è quasi sempre sopra uno spazio pubblico, decidono di segnare uno spazio, di riperimetrarlo, decidono cioè di proporre per quello spazio una narrazione che lo indichi come luogo, luogo di memoria fanno su una base solida di conoscenze, una operazione di narrazione, che è anche una ri-narrazione, una aggiunta, un addendum segnalato con una qualche modalità visiva. Ma affinché l’operazione funzioni occorre che ci sia qualcuno pronta ad accoglierla. Ed è qui che si rivelano spesso le fragilità. Mentre tutti i segni che contraddistinguono un luogo come Monte Sole così come Sant’Anna di Stazzema, sono quasi immediatamente percepiti e compresi perché luoghi di pellegrinaggi, perché luoghi diventati mete scolastiche, altre emergenze pur raffinate e pur dense di significato, non riescono a condensare senso e memoria condivisa, o se lo fanno, ciò accade in modo diverso e spesso opposto a quello auspicato.

Rinvio ad esempio all’esperienza del progetto Luoghi della memoria del mio istituto che, a pochi anni dalla sua realizzazione, risulta molto meno efficace e meno ricco di quella che i suoi ideatori ed io stessa auspicavamo. La novità del QRcode quando fu adottata sembrò ricca di potenzialità ma poiché adesso il rinvio ad altro, di solito un approfondimento, tramite il QRcode è anche sulle confezioni dei fazzoletti, la forza comunicativa si è persa. Non solo. Il sito ha bisogno di manutenzione mentre il pannello in materiale non biodegradabile alle intemperie ha retto negli anni. Questo alla fine è quello che è rimasto. Una tappa in un trekking urbano sulla memoria del Novecento. Un appiglio visivo per un passante poco distratto, una percezione momentanea e forse stimolante. Credo niente di più. Può darsi comunque che non sia poco.

Ma c’è un altro problema con i luoghi della memoria, specialmente quelli più affardellati dagli anni e dai trascorsi. Proviamo a ragionare sul campo-monumento di Fossoli. Fossoli è un luogo simbolico assai importante nella nostra storia di italiani e di democratici. Immediatamente il campo ci fa scattare la memoria Primo Levi e, subito dopo, specialmente se abitiamo un luogo sede di comunità ebraica, altri nomi di ebrei passati di lì (per Livorno sicuramente Frida Misul della quale ricorre l’anniversario della nascita), ma anche il nome di molti politici. Eppure quel campo, campo di concentramento a pochi chilometri da Carpi, è stato campo di concentramento non solo nel senso legato agli eventi della seconda guerra mondiale. É stato anche molto altro. É un luogo della memoria nel quale è possibile leggere, anche grazie alla cura che ne ha la Fondazione Fossoli, una stratigrafia semantica di significati. Campo per prigionieri di guerra dal 1942 all’ 8 settembre 1943, campo per profughi stranieri, campo della Repubblica sociale italiana per ebrei e politici destinati all’azione di persecuzione delle truppe nazifasciste, campo di prigionia di manodopera coatta per la Germania, centro di raccolta profughi stranieri, campo per i i bambini di don Zeno Saltini fino a quando lui con i suoi ragazzi furono allontanati da Fossoli e don Zeno fu accusato di praticare quello che si chiamava “comunismo evangelico” dal ministro degli Interni Scelba. La sua comunità divenne famosa come la comunità di Nomadelfia. Non furono però gli ultimi ospiti del campo, che si aprì di nuovo per i profughi giuliano-dalmati con il cosiddetto Villaggio San Marco.  Dopo quella data, il campo fu abbandonato all’incuria fino a quando finalmente arrivò una legge ad hoc nel 1984 che solo dopo un periodo lunghissimo di passaggi burocratici portò alla costruzione di Fossoli come luogo di memoria pubblica. Ci sono stata poco tempo fa e ho visto grazie anche a Silvano, un volontario che la lavora con la Fondazione Fossoli che ha sede a Carpi, che ci ha fatto da guida fuori dall’orario di apertura. Insieme a lui abbiamo osservato due mazzolini di fiori collocati lì al cancello di ingresso e sopra un pannello da mani sconosciute, perlomeno per me. Silvano ci ha spiegato che sono alcune donne dell’est che si trovano in zona come badanti, ad aver messo quei mazzolini. Probabilmente qualche loro parente è passato di lì come prigioniero di guerra. E questa è l’ultima ri-semantizzazione di quel posto. Ed è una ri-semantizzazione che rende, a mio parere, quel luogo anche un po’ più europeo di prima, serve ad avvicinare e non a costruire barriere, a rafforzare l’idea di un’Europa unita come unica cornice di pace.

Ma i luoghi, tutti, questo come il mausoleo di Sant’Anna di Stazzema o il monumento su Monte Sole, godono oggi di molta più attenzione rispetto anche ad un passato abbastanza recente perché il “guardare” è diventato preponderante rispetto all’”ascoltare”. Anche per questo credo che occorra da parte nostra manipolare con molta cura questa situazione per non avallare conoscenze frettolose, superficiali, da turismo dell’horror. Per avvicinarsi a questi deposi memoriali occorre sempre utilizzare una guida preparata, fare delle soste lontano dagli stessi prima di entrare dentro a spazi che, nel bene e nel male, risultano comunque monumentalizzati. Proporre per le scolaresche percorsi che abbiano solo come ultima tappa la visita. Quello che si fa ad esempio con il viaggio ad Auschwitz, o nei luoghi del “confine orientale”, con la Regione Toscana.

Il mauseleo a Costanzo Ciano sulle colline di Livorno

Il mauseleo a Costanzo Ciano sulle colline di Livorno

Altrettanta attenzione e sensibilità occorre nell’affrontare i luoghi della memoria della destra. O i luoghi a doppia lettura. Uno per tutti: Piazzale Loreto. Luogo dell’uccisione di 15 partigiani, con un’esecuzione fra le più feroci della guerra. Poco meno di un anno dopo, il 29 aprile 1945 nella stessa piazza forno esposti i corpi di Mussolini, Claretta Petacci, Pavolini ed altri.

Questo luogo è come comprendiamo facilmente, un luogo a doppia valenza. Le nostre ricerche sulle dinamiche di entrambi gli episodi possono essere utilizzati a seconda del vento che tira. E di questo occorre essere consapevoli.

O pensiamo a luoghi come il cimitero di Predappio invaso sempre più spudoratamente da folle inneggianti al Duce. In questo caso forse occorrerebbe domandarsi cosa è stato fatto dalla Repubblica perché questo, nei decenni passati, prima che il partito della Lega di Salvini prendesse il potere in quel municipio, per impedire questa manifestazione di ossequio e riverenza ad un passato tragico e colpevole, quello del ventennio fascista.

Esistono risposte di fronte a queste difficoltà, alla impossibilità di costruire una grammatica narrativa non penso condivisa, ma rispettosa, credo di sì, ma non dentro questo presente dove sempre il sindaco di Predappio ha negato per la prima volta un contributo per il viaggio ad Auschwitz degli studenti affermando che questi viaggi sono sempre a senso unico. Dove pensa che vada costruita la coscienza europea, nei Gulag? O che la storia del “confine orientale” comprensiva della tragedia delle foibe, possa pareggiare con quella dei campi di sterminio e di concentramento? Certo quello che domina è l’ignoranza che insieme alla tracotanza, diventa una miscela molto esplosiva. Proviamo a resistere a questa deriva che ci può far naufragare in un mare molto scuro.

Articolo pubblicato nel novembre del 2019.