Contestazione cattolica: Pistoia 1968

Dopo il Concilio Vaticano II, dal 1965, nacquero in molte città, soprattutto del centro Italia, numerosi gruppi di giovani cattolici che legarono la propria fede ad un impegno attivo nella società e che si trasformarono progressivamente in quello che sarebbe stato il dissenso cattolico. Così avvenne anche a Pistoia.
La contestazione cattolica a Pistoia crebbe all’interno della Gioventù dell’Azione cattolica, con il gruppo del Cineforum, e all’interno delle Acli, con il gruppo del Ventiquattro. Due casi non isolati nella città, ma certamente emblematici di una parabola del dissenso cattolico italiano.
I due gruppi infatti, sebbene diversi per provenienza ed età, condivisero analoghi temi di impegno: la non violenza e l’obiezione di coscienza al servizio militare, la volontà di informarsi ed informare sui problemi dei paesi in via di sviluppo e dei poveri di tutto il mondo. E furono proprio l’attenzione alla povertà, condivisa con una cospicua parte della Chiesa cattolica di quegli anni, e ai paesi del Sud del mondo a spingere molti cattolici su riflessioni vicine a quelle della sinistra. Una parte del mondo cattolico giunse perciò alle contestazioni dell’autunno del ’68 con posizioni molto vicine a quelle della sinistra e dei movimenti studenteschi. Il ’68 tuttavia segnò, se non la fine del dissenso cattolico, sicuramente un anno di svolta.
A Pistoia il 4 ottobre del 1968 alcuni giovani pistoiesi cercarono con la forza di impedire la proiezione del film Berretti verdi, diretto e interpretato da John Wayne, considerato un’apologia del militarismo americano in quegli anni di fortissima opposizione alla guerra degli Stati Uniti nel Vietnam. Un gruppo di ragazzi cercò di impedire l’ingresso del pubblico una prima volta per lo spettacolo pomeridiano; l’impresa riuscì al secondo tentativo, per quello serale. Ai primi sforzi pacifici di boicottare la proiezione, con la diffusione di volantini anti americani e un sit-in di fronte all’ingresso della sala, seguirono atti di violenza contro l’edificio del cinema Lux: furono spaccati alcuni vetri e fu divelta una saracinesca. Fu necessario l’intervento delle forze dell’ordine e il sindaco comunista Corrado Gelli decise di sospendere la proiezione serale. Il quotidiano «La Nazione» riportò ampiamente la notizia titolando: Per i «Berretti verdi» tafferugli al cinema Lux. Gremita la sala alla proiezione pomeridiana i «contestatori» sono tornati all’attacco la sera – Vetri rotti ed un’inferriata divelta – Fortunatamente nessun ferito. Venne aperta un’inchiesta che si concluse con la denuncia di alcuni con l’accusa di adunata sediziosa, oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, violenza privata e danneggiamento doloso.
EPSON scanner ImageFu un’agitazione a cui parteciparono un migliaio di manifestanti e, sebbene di per sé non troppo originale, può essere assunta come spartiacque nella storia del dissenso cattolico pistoiese. Se infatti fino ad allora tutti i gruppi riconducibili alla contestazione cattolica si erano mantenuti su posizioni analoghe, di fronte ai tafferugli le posizioni si divaricarono irrimediabilmente.

Il gruppo del Ventiquattro partecipò al boicottaggio del film, e insieme a personaggi della sinistra pistoiese non si tirò più indietro negli anni a venire di fronte alle lotte sul territorio, a fianco degli studenti come degli operai. Abbandonò la Chiesa e assunse una nuova fisionomia per poi fondare insieme ad altri, nel ‘69, il gruppo di Lotta Continua a Pistoia.
Il gruppo del Cineforum, forse anche per l’età più adulta, assunse invece un atteggiamento critico di fronte alla contestazione. Avanzò le proprie valutazioni negative sia nei confronti della strumentalizzazione politica da parte di rappresentanti della Dc; sia contro le modalità di manifestazione di fronte al cinema. I dirigenti democristiani che gridarono alla violazione della libertà furono ironicamente invitati a scrivere una lettera agli organi di censura che, senza rompere vetri, impedivano al cittadino di vedere altri film come Teorema di Pasolini o Galileo di Liliana Cavani, entrambi censurati dal governo democristiano in Italia. Mentre agli organizzatori di quella “fetta di rivoluzione” fu contestata la sterilità dei metodi adottati. Secondo il Cineforum quella contro i Berretti verdi era stata infatti: «una rivoluzione anche un po’ comoda perché a “dialogare” con il padrone stavolta c’erano anche alti esponenti del PCI e in fondo una masturbazione collettiva dal godimento fine a se stesso perché, nella ricerca del fine immediato, è stato dimenticato proprio colui che avrebbe dovuto essere stato il beneficiario della dimostrazione; lo spettatore medio […] che avrebbe avuto per una volta l’occasione di guardare il film con occhio critico, se solo una volta la rivoluzione gli avesse offerto uno spunto per una riflessione». Il gruppo del Cineforum dopo il ’68 abbandonò le posizioni contestative per inserirsi nella dialettica istituzionale della città.
Così entrambi i gruppi con il ’68 conclusero la comune esperienza del dissenso cattolico, ma il Cineforum rimase cattolico e moderato, mentre il Ventiquattro abbandonò la Chiesa ed entrò a pieno titolo nella sinistra extraparlamentare pistoiese.

Francesca Perugi ha conseguito la laurea in storia contemporanea all’Università degli Studi di Firenze con la prof.ssa Bocchini Camaiani e ad oggi conduce un dottorato di ricerca all’Università Cattolica di Milano nell’ambito della storia del cristianesimo contemporaneo.
Collabora assiduamente con l’Istituto storico della Resistenza di Pistoia e coltiva un vivo interesse per la storia orale. Tra le sue pubblicazioni citiamo:
“Si può essere buoni cattolici e disubbidire apertamente ai vescovi?” Il mondo cattolico pistoiese di fronte al referendum per l’abrogazione del divorzio, in «Quaderni di Farestoria», dicembre 2014 .

Articolo pubblicato nel febbraio del 2017.




Il riscatto della bellezza

ll 6 novembre 1966, appena due giorni dopo l’Alluvione, pochi trattennero le lacrime davanti all’imponente Crocifisso di Cimabue sfigurato nella sua quasi totalità.
Sicuramente non le trattennero Ugo Procacci, allora soprintendente di Firenze ed eroico monument man civile durante la II Guerra Mondiale, e Umberto Baldini, direttore del Gabinetto dei Restauri. Accorso in Santa Croce all’alba del 6, dopo una segnalazione dei gravi danni che avevano colpito la Basilica e il suo Museo, Procacci registrò che “la rovina della grande opera d’arte era ancora maggiore di ogni più infausta previsione; e fu questo forse per me il più tragico di questi tragici giorni”. Non un’ora ancora poteva essere ancora rimandata per tentare di salvare l’enorme tavola, capolavoro di ebanisteria e di pittura, opera simbolo di tutta l’arte medievale italiana. Fu così che, come come continuò a registrare Procacci nella relazione stilata per il Ministero della Pubblica Istruzione il 30 novembre 1966, “chiesto invano l’intervento e l’aiuto dei vigili del fuoco, la cui opera era invocata ovunque, si dové operare da soli”, come lo “smontaggio della smisurata croce dal supporto, eseguito in condizioni veramente disastrose, tra il fango altissimo con il solo aiuto di alcuni operai delle ditta Mugelli”.
il-crocifisso-di-cimabue-irrimediabilmente-danneggiatoIl Crocifisso di Cimabue fu sicuramente uno dei simboli della devastazione che colpì una quantità incredibile di opere d’arte, danneggiate sia dalla violenza dell’acqua che travolse oggetti anche pesantissimi, sia dall’azione chimica dovuta alla prolungata immersione e al conseguente deposito di fango, detriti, nafta, olio combustibile. Secondo i dati riportati da “Il Corriere UNESCO” del 1967 15 furono i musei colpiti, fra cui il Museo Nazionale del Bargello, il Museo dell’Opera del Duomo, il Museo dell’Opera di Santa Croce, i Chiostri monumentali di Santa Maria Novella, il Museo Horne, il Museo Bardini, il Museo Mediceo, Casa Buonarroti, il Museo di San Salvi, il Museo di Storia della Scienza; 18 le chiese monumentali invase dalle acque con conseguente danneggiamento di tutti gli oggetti artistici ivi conservati; un migliaio circa le opere d’arte complessivamente colpite, tra le quali 321 dipinti su tavola, 413 dipinti su tela, 3000 metri quadri di cicli di affreschi, 14 complessi di sculture, 144 sculture singole. Un complesso imponente, tra cui si ricordano la porte bronzee del Battistero, con le cornici spezzate e le formelle cadute, e la Maddalena lignea di Donatello.
Gli stessi Uffizi, così vicini all’Arno e fin da subito assediati dalle acque, avevano vissuto momenti di grande drammaticità; solo la presenza in loco del personale e la repentina messa in sicurezza delle opere collocate al piano terra impedì perdite ancora più ingenti. Verso le nove e mezzo di mattina del 4 novembre il museo era già diventato irraggiungibile da parte di chiunque; rimasero isolati e arroccati tra la furia delle acque Procacci e una quindicina di dipendenti, tra cui la direttrice degli Uffizi Luisa Becherucci e Umberto Baldini, “tagliati fuori da ogni comunicazione anche telefonica, e uniti solo attraverso il soprapassaggio con Palazzo Vecchio, dove erano assediati come noi il Sindaco e diverse altre persone”, ricorda il Soprintendente. Fin dalle prime ore della mattina si cercò di contrastare i danni della velocissima inondazione dei locali posti al piano terra degli Uffizi, adibiti a deposito di opere in attesa di restauro, per cui “senza perdere neanche un minuto furono incominciati a trasportare subito ai piani superiori numerosissimi quadri che si trovavano al piano terreno della Vecchia Posta. Questo intervento, fatto affannosamente, mentre l’acqua già invadeva i locali, crescendo poi con notevole velocità, valse la salvezza di un gran numero di dipinti di eccezionale importanza, ed evitò quindi una catastrofe di immense proporzioni: basti citare tra i tanti quadri posti in salvo il polittico di Giotto della Badia, la Incoronazione di Filippino Lippi degli Uffizi, la tavola centrale del trittico di Masaccio della Chiesa di San Giovenale a Cascia”. Mentre alcuni uomini trasportavano a mano, per le scale, tali opere (in alcuni casi di ingenti dimensioni), altri si precipitarono nel Corridoio Vasariano per rimuovere, in una lotta contro il tempo, tutta la collezione -unica al mondo- degli Autoritratti di artista. Il terrore di quei momenti fu infatti che la furia delle acque potesse travolgere, da un momento all’altro, il Ponte Vecchio e il loggiato. Solo nel tardo pomeriggio del 4 novembre, con il defluire delle acque, i colleghi della soprintendenza da Palazzo Pitti si avventurarono con coraggio lungo il Corridoio Vasariano per portare i primi viveri a coloro che erano rimasti agli Uffizi.
Alla devastazione delle opere d’arte si era quindi aggiunto il danneggiamento dei luoghi della conservazione: il Laboratorio della Vecchia Posta presso gli Uffizi era stato inondato e oramai impraticabile e i relativi macchinari completamente fuori uso.
5-13-gli-angeli-del-fango-alla-biblioteca-nazionaleNonostante la mancanza di luoghi e strumenti, Procacci decise con repentina lucidità che il grande cantiere per il salvataggio delle opere d’arte dovesse essere allestito a Firenze e non altrove. In una Firenze che, già moralmente colpita, non avrebbe visto la partenza di tutte le opere d’arte alluvionate, con l’ulteriore rischio di danneggiamenti dovuti ai trasferimenti in laboratori di restauro italiani ed europei. I luoghi di ricovero allestiti in tempi record furono Villa Petraia e alcuni ambienti di Palazzo Pitti per i mobili, il salone grande della Galleria dell’Accademia per le tele, il Forte Belvedere per la maggioranza dei libri, Palazzo Davanzati per le sculture e le arti minori e la Limonaia di Boboli per le tavole. Quest’ultime, appena conclusa la prima fase di deumidificazione, furono trasferite nel nuovo Laboratorio di restauro costruito appositamente alla Fortezza in un capannone militare in disuso.
Superati i primissimi giorni di emergenza, arrivarono immediatamente contributi economici e scientifici dai più importanti centri e istituti italiani e mondiali. Fu così, che, come auspicato da Ugo Procacci, la città riuscì, grazie anche agli uomini e agli strumenti messi a disposizione da pioneristici istituti e laboratori- a curare i propri malati e sfruttare la grande tragedia da cui era stata colpita per risollevarsi e crescere, per diventare un polo d’avanguardia del restauro e della cultura, per riscattarsi nuovamente in nome della bellezza e di un patrimonio artistico amato e aiutato da tutta la comunità internazionale.

Le immagini qui sono tratte da M. Carniani, P. Paoletti, Firenze. Guerra e Alluvione, Firenze, Becocci Editore, 1991.

Articolo pubblicato nel novembre del 2016.




A fronte alta davanti al padrone.

Il 7 novembre 2016 abbiamo avuto un interessante colloquio con Gennaro Meli, responsabile della Federterra di Carmignano negli anni Cinquanta-Sessanta. Proponiamo il testo dell’intervista ai lettori di ToscanaNovecento.

Quando e dove sei nato? Che ricordi conservi della tua infanzia?
Sono nato a Carmignano il 31 gennaio 1922, in una famiglia di mezzadri. I miei genitori lavoravano in un podere che era di proprietà di diversi padroni. La Carmignano di quand’ero ragazzo era un paese che si reggeva sull’agricoltura, dove i rapporti interpersonali erano diversi, molto diversi, da come sono oggi. Rammento ancora quando ci si riuniva, per esempio in occasione della vendemmia: c’era quello che cantava di poesia, quello che suonava, ed il clima era festoso, riuscivamo a scordare, per un momento, le difficoltà della vita. Non c’era, allora, l’individualismo che c’è oggi, la solidarietà, anche quella di classe, non era una parola vuota e questo rappresentava un punto di forza per gli organizzatori, per il movimento contadino.

Come ti sei avvicinato al sindacato e quali cariche hai coperto al suo interno?
Tornato dal servizio militare, fui colpito dall’impegno che, tanto a livello locale quanto a livello nazionale, i dirigenti del Partito comunista e della CGIL mettevano per migliorare le condizioni di vita dei contadini. Fu così che decisi di impegnarmi a mia volta, di cercare di dare il mio contributo. Si trattò di una scelta non facile e non priva di conseguenze perché, allora, chi militava attivamente nel sindacato veniva boicottato dai padroni e spesso non riusciva a trovare lavoro: io ho provato questo sulla mia pelle. In seguito sono diventato responsabile della Federmezzadri di Carmignano che, almeno fino alla fine degli anni Cinquanta, gravitava su Firenze più che su Prato. Io avevo rapporti diretti con Vittorio Magni, segretario della Federmezzadri provinciale, e spesso mi recavo in via dei Servi, dove avevano sede il partito e la Camera del lavoro. Ho pubblicato anche diversi articoli sui problemi dei contadini della mia zona sull’Unità e su Toscana nuova.

Puoi dirci qualcosa sulle condizioni dei contadini del Carmignanese negli anni Cinquanta-Sessanta?
Molto dipendeva dal tipo di podere che il mezzadro coltivava: se il podere dava olio, vino, frutta il contadino stava meglio, ma, in generale, si può parlare di condizioni di vita difficili: in tanti dovevano tirare la cinghia. I carichi di lavoro erano pesantissimi, la meccanizzazione insufficiente, le condizioni delle abitazioni pessime. In molte case i servizi igienici mancavano od erano cattivi, non c’era la corrente elettrica, non c’era l’acqua. Dove abitavo io, ad esempio, per procurarsi l’acqua bisognava fare un chilometro a piedi per arrivare ad una sorgente, portandosi dietro le mezzine. Nella fattoria di proprietà della contessa Lepri, nella zona di Artimino, le case dei contadini erano dei veri tuguri. Ricordo che quando andai a parlare con la contessa per chiederle di far eseguire dei lavori di miglioramento, mi voleva denunciare. “Non vedo l’ora – le dissi –, mi denunci, così poi ci facciamo due risate insieme”.

Quali erano le principali rivendicazioni dei mezzadri di Carmignano?
Oltre al miglioramento delle coloniche, le richieste più importanti riguardavano, come altrove, i contributi unificati, l’imponibile di manodopera, la meccanizzazione ed una modifica del riparto dei prodotti che, tenendo conto degli apporti reali, assegnasse al mezzadro una quota superiore al 50%.
Io avevo organizzato in modo capillare la Federterra, creando più gruppi di dieci-quindici contadini, ognuno con un suo capogruppo, per un totale di circa cinquecento mezzadri. Quando si trattava di fare una riunione, portavo l’avviso ai capigruppo e nelle case di campagna. Per parlare con la controparte, si formava una delegazione. I proprietari, spesso, non si presentavano e le trattative si svolgevano coi fattori, che adottavano una tattica dilatoria, sostenendo di dover riferire al padrone perché non potevano prendere determinate decisioni e così via. Con alcuni proprietari ci furono scontri molto duri, in specie col conte Contini Bonacossi, proprietario della Fattoria di Capezzana, la più grande della zona. Il conte aveva incaricato il fattore, un certo Del Giallo, di discutere con noi la questione dell’addebito ai mezzadri dei contributi unificati. I contadini erano stati costretti a firmare un documento in cui accettavano di pagare i contributi. Io però riuscii a convincerli a ritirare la firma. Si costituì poi una delegazione composta di una ventina di mezzadri e si andò da Del Giallo che, con fare altezzoso, rifiutò di riceverci. Io gli risposi a tono ed alla fine la battaglia fu vinta.

Il sindacato cattolico era forte tra i contadini della zona?
La CISL era forte dove c’erano molti coltivatori diretti, ma fra i mezzadri la sua presenza era una presenza minoritaria. Nel Carmignanese il sindacato cattolico era radicato in certe zone di tradizione bianca, moderata, Era questo il caso di Artimino: rammento che una volta io e Vieri Bongini, responsabile del movimento contadino pratese, giunti ad Artimino per un comizio, ci trovammo di fronte alla piazza completamente vuota. Il comizio però andava fatto perché i contadini conoscessero le nostre idee, le nostre proposte: “Non ti preoccupare – dissi a Vieri –, tanto nelle case ci sentono”. E parlammo lo stesso.

Che giudizio dai oggi della mezzadria e come hai vissuto la sua crisi?
L’istituto mezzadrile era un istituto superato perché non riusciva a soddisfare i bisogni della famiglia colonica, perché non garantiva un reddito soddisfacente ai contadini. Questo è sicuro. Però alla fine della mezzadria non è seguito qualcosa di meglio, è seguito il nulla. Occorreva una riforma agraria strutturale, che desse ai contadini la terra ed i mezzi per lavorarla. Ma questo non è mai avvenuto a causa delle resistenze dei proprietari. Come risultato abbiamo avuto lo spopolamento delle campagne, e questo, certamente, è stato un male.

Articolo pubblicato nell’ottobre del 2016.




Reagire alla crisi, progettare il futuro.

Anni addietro ebbi modo di intervistare la professoressa Gabi Dei Ottati, collaboratrice del professor Giacomo Becattini, sul problema della nascita del distretto industriale a Prato. L’intervista apparve su Azione sindacale. Periodico della CGIL di Prato nel numero del 1° marzo 1992. Oggi che la struttura socioeconomica della città ha subìto profonde trasformazioni, ci sembra utile riproporre il testo dell’intervista ai lettori di ToscanaNovecento.

 Superata la fase della ricostruzione, il sistema produttivo pratese conobbe un periodo di intenso sviluppo e fu quindi investito, alla fine degli anni Quaranta, da una crisi molto grave che durò, all’incirca, sino al ’52. Quali ne furono le cause?

 A Prato la ricostruzione fu molto rapida: la città venne liberata nel settembre ’44 ed un anno dopo la capacità produttiva dell’industria locale era già tornata ai livelli prebellici. Successivamente, l’elevata domanda di prodotti tessili e le commesse dell’UNRRA favorirono un processo di sviluppo che, fra il ’45 ed il ’48, portò quasi al raddoppio del numero degli addetti. Il gruppo dei lanifici a ciclo completo era ancora l’asse portante del sistema, disponendo di più della metà dei macchinari esistenti nell’area ed occupando circa i 3/5 della manodopera, anche se le aziende impannatrici e terziste si erano moltiplicate nel periodo precedente alla crisi. I lanifici a ciclo integrato producevano essenzialmente per l’esportazione, mentre le ditte più piccole lavoravano soprattutto per il mercato interno. Per conseguenza, in fase di alta congiuntura, questi due modi diversi di organizzare la produzione potevano convivere senza problemi. La crisi colpì dapprima le imprese minori che, verso la fine del ’47, cominciarono a risentire del calo della domanda interna (un fenomeno in parte fisiologico, dopo una fase di forte espansione della domanda stessa, ed in parte attribuibile ai provvedimenti deflazionistici varati dal governo ed alla concorrenza delle aziende del Nord), e si estese poi alle imprese più grandi. Queste ultime collocavano tradizionalmente gran parte della loro produzione in India ed in Sudafrica. Prima della guerra, esse operavano in quei paesi in regime di oligopolio e, applicando la strategia dell’intesa, avevano stretto degli accordi per trarre il massimo vantaggio da tale situazione. Ma la nascita di un’industria tessile locale spinse l’India ed il Sudafrica ad adottare delle misure protezionistiche che ne favorissero la crescita. L’adozione di queste misure ebbe per Prato conseguenze gravissime in quanto si tradusse nella perdita dei suoi principali mercati esteri. Altri mercati (Est europeo e Cina) furono perduti per motivi politici. La crisi fu poi acutizzata dagli oneri fiscali gravanti sulle imprese, dall’esaurirsi delle commesse dell’UNRRA, dal mancato rimborso dei danni di guerra e, soprattutto, dalla svalutazione della sterlina (settembre ’49) che causò ai lanifici maggiori un danno consistente, sia in termini di riduzione dei crediti sia in termini di ordinazioni annullate.

 La risposta degli industriali alla crisi consistette nella smobilitazione delle fabbriche. Perché venne imboccata questa via?

 La crisi pose ai grandi industriali il problema della sottoutilizzazione degli impianti cui essi reagirono prendendo come modello l’impannatore e quindi affidando ad imprese terziste alcune lavorazioni che in precedenza si svolgevano all’interno dei loro stabilimenti. Senza dubbio gli imprenditori percepirono i vantaggi immediati che la smobilitazione assicurava loro (riduzione dei costi, aumento della flessibilità della produzione). Più difficile è stabilire se da parte padronale vi fosse la volontà di attuare un disegno che antivedeva gli elementi positivi di più lungo periodo insiti nella dis-integrazione dei lanifici a ciclo completo. Certo è che allora la cosa fu vista da tutti come un ripiego.

 Quella della smobilitazione era una scelta obbligata?

 Diciamo che, nelle condizioni date, la smobilitazione fu per gli industriali pratesi la scelta più logica, in quanto una parte del sistema produttivo locale era già organizzata sulla base di aziende medio-piccole e nell’area esisteva una vocazione all’imprenditorialità che era congrua ad una ulteriore polverizzazione del sistema stesso. Fu questa trasformazione che, accrescendone la flessibilità, permise poi alle industrie pratesi di rivolgersi a mercati che richiedevano prodotti di qualità migliore.

 Il sindacato avanzò delle proposte concrete per risolvere la crisi? Elaborò al riguardo una strategia realistica o si limitò a polemizzare contro i licenziamenti?

 Il sindacato fece il suo mestiere lottando contro i licenziamenti, ma non seppe elaborare delle proposte originali per uscire dalla crisi. Da questo punto di vista esso palesò senz’altro dei limiti, riconducibili ad una cultura ancora legata a vecchi schemi. Piuttosto va sottolineato che un programma per risolvere la crisi fu approvato dalle categorie economiche cittadine e dal consiglio comunale di Prato. Questo programma (alla cui elaborazione prese inizialmente parte anche la locale Unione industriale, che però ritirò poi la sua adesione) consisteva in una serie di proposte da presentare ai ministeri competenti. L’iniziativa del comune fallì, nel senso che le proposte formulate non vennero accolte dal governo, ma servì a compattare, in nome della difesa degli interessi di tutta la città, le forze sociali, politiche ed economiche in un momento particolarmente grave. L’iniziativa non fu quindi inutile: essa rappresentò, al contrario, un fatto importante per il nascente distretto industriale pratese.

 Che cosa si deve intendere per distretto industriale?

 Molto succintamente, si può definire il distretto industriale, di cui ha parlato per primo Alfred Marshall riferendosi ad alcune zone dell’Inghilterra vittoriana, come una forma di organizzazione economica che (ove ricorrano in una stessa località determinate circostanze, concernenti la tecnologia, la natura della domanda e l’ambiente socio-culturale) permette ad una molteplicità di imprese specializzate di modeste dimensioni di raggiungere un alto grado di flessibilità produttiva, realizzando economie di scala e di varietà a livello di area anziché di singola azienda.

 La smobilitazione fu un fenomeno locale o nazionale? In particolare, essa interessò gli altri centri tessili del Paese?

 In linea generale è certo che, se fenomeni analoghi si verificarono in altre parti del Paese, essi non ebbero la stessa rilevanza che assunsero a Prato. Ciò posto, si può osservare che un distretto industriale molto simile a quello pratese si formò, negli anni Cinquanta, nel Carpigiano, dove esistono numerose piccole aziende che operano nel settore della maglieria.

 Quali sono le ragioni dell’efficienza economica del modello produttivo nato dalla smobilitazione?

 Poiché tale modello è un esempio tipico di distretto industriale marshalliano (DIM), esse sono quelle che garantiscono l’efficienza economica del distretto stesso. Già abbiamo detto che esso consente di godere di economie di scala e di varietà a livello di sistema. E questo si deve alla divisione del lavoro fra tante piccole imprese complementari. A ciò si deve aggiungere un alto tasso di diffusione della professionalità (che nel DIM non è dunque patrimonio di pochi) e la realizzazione di forti economie nei costi di transazione.

 Tale modello è ancora valido oppure si deve pensare a qualcosa di diverso?

 Innanzitutto va detto che, in quanto modello di organizzazione economica, il DIM ha in sé elementi di razionalità riconosciuta che permangono al di là delle specifiche vicende di questo o di quel distretto. Se poi si guarda al caso pratese, il problema consiste nello stabilire se le condizioni che hanno consentito la formazione e la crescita del distretto industriale sussistono ancora. A me non sembra che tali condizioni siano venute meno e quindi la strada da percorrere non è quella di uno stravolgimento dell’attuale modello produttivo (verso cui continuano fra l’altro ad essere orientate le preferenze della maggioranza degli imprenditori locali), ma quella di un suo aggiustamento volto a contenere le diseconomie interne del sistema.

Articolo pubblicato nell’ottobre del 2016.




Quando i mezzadri “sognarono” di diventare padroni della più grande fattoria del pratese…

Verso la metà del secolo scorso, contrariamente a quanto si è soliti pensare, l’agricoltura aveva ancora un peso non trascurabile a Prato e nei comuni vicini: le famiglie coloniche erano più di mille (nel Pratese una famiglia colonica era all’epoca formata in media da una diecina di persone: si parla quindi di circa diecimila addetti all’agricoltura) e nella zona esistevano alcune grandi fattorie nelle quali lavorava un consistente numero di mezzadri (le fattorie più importanti erano quelle del Mulinaccio e di Spranger qui in Val di Bisenzio, di Gonfienti e della Rugea nel territorio del comune di Prato, di Capezzana e di Artimino nel territorio del comune di Carmignano e del Parugiano nel territorio del comune di Montemurlo).
Le condizioni dei lavoratori agricoli erano però estremamente critiche. Nella primavera del 1953 La guida, il settimanale della Zona del PCI di Prato, pubblicò un’interessantissima inchiesta, realizzata da Gino Melani, segretario della Confederterra locale, sulle condizioni di vita e di lavoro dei mezzadri nelle campagne pratesi. Essa rivelava che i guadagni giornalieri dei contadini erano bassissimi (spesso insufficienti a far fronte ai bisogni della vita), che le condizioni delle abitazioni erano spaventose (basti pensare che talora nei giorni di pioggia era necessario mettere sui letti ombrelli e catinelle per impedire che l’acqua li bagnasse filtrando dal tetto), che la meccanizzazione era ancora insufficiente (in molti casi le macchine continuavano ad essere le braccia dei contadini), che il prezzo dei concimi chimici era elevatissimo (a causa del monopolio esercitato dalla Montecatini) e via di questo passo.
Stando così le cose, è facile comprendere perché il tratto più caratteristico dell’agricoltura locale fosse la commistione tra fabbrica e campagna: il fatto era che l’alto costo della vita costringeva chi lavorava nei campi ad integrare i proventi derivanti dall’agricoltura con quelli che provenivano da varie prestazioni di lavoro nell’industria (lo squilibrio fra redditi agricoli e redditi industriali, calcolato in termini monetari, arrivava a rapporti medi di 1 a 3,7 per unità di lavoro).
La fabbrica esercitava il suo fascino soprattutto sui giovani, che ambivano ad un lavoro meno massacrante e più redditizio di quello dei contadini, ad una vita più libera, a maggiori possibilità di socializzazione e di divertimento.
La tendenza all’abbandono delle campagne – in assenza di una politica volta a favorire davvero la formazione della piccola proprietà contadina con una seria riforma agraria ed a sostenerla poi adeguatamente sul piano tecnico e finanziario – assunse nel giro di alcuni anni un andamento a valanga, determinando il collasso del secolare istituto della mezzadria. Tutto ciò fu sanzionato sul piano giuridico nel 1964 da una legge che vietò il contratto di mezzadria, trasformandolo in contratto d’affitto.
È in questo quadro che si situa la vicenda della Cooperativa agricola del Mulinaccio, una vicenda complessa, che cercheremo di riassumere in estrema sintesi per tirare poi delle conclusioni.

Alla fine della seconda guerra mondiale, con una storia di più di quattro secoli alle spalle, la fattoria del Mulinaccio era la più grande del Pratese. In quel torno di tempo essa contava ben trentasei poderi per un totale di diverse centinaia di ettari di estensione (all’incirca la metà del territorio dell’attuale comune di Vaiano) e nella sua orbita si muovevano quasi trecento persone (i mezzadri erano più di duecentocinquanta).
Il proprietario, Ferdinando Vaj, era morto nel 1941 e, non avendo figli, aveva lasciato tutti i suoi beni, fattoria compresa, al Cottolengo di Torino o, se il Cottolengo avesse rinunciato, all’Istituto San Niccolò di Prato. Gli eredi designati erano tenuti a creare una casa di riposo. La contessa Caterina Guicciardini, moglie di Ferdinando, figurava nel testamento come usufruttuaria.
La fattoria aveva però seri problemi di ordine finanziario. La guerra aveva infatti causato al Mulinaccio danni gravissimi (a cominciare da quelli, mai rimborsati, arrecati al patrimonio zootecnico dalle razzie dei tedeschi), la fattoria di Luicciana, portata in dote dalla contessa, era in passivo e, nel 1946-47, l’applicazione del “lodo De Gasperi” – il quale prevedeva fra l’altro che i concedenti risarcissero i mezzadri per i danni subìti nel periodo bellico – aveva comportato per l’amministrazione un esborso superiore a due milioni dell’epoca, costringendola ad indebitarsi e rendendo drammatica una situazione già precaria.
La crisi della fattoria precipitò con la morte della contessa Caterina, avvenuta nel 1956. Gli eredi designati (il Cottolengo di Torino e l’Istituto San Niccolò di Prato, come si è detto) rinunciarono all’eredità a causa della condizione fortemente deficitaria dell’azienda e dell’obbligo, cui avrebbero dovuto sottostare, di costruire una casa di riposo. Gli eredi legittimi (cioè i parenti della contessa) fecero altrettanto e l’eredità, non essendo stata assegnata a nessuno, fu dichiarata eredità giacente.
In questo modo al Mulinaccio si produssero le condizioni ideali per l’accesso alla terra da parte dei contadini, alcuni dei quali pensarono di dar vita ad una cooperativa per rilevare la proprietà della fattoria.
Nel 1959 essi ebbero un colloquio col curatore, l’avvocato Manlio Maglioni, del foro di Firenze, il quale disse loro che l’azienda era effettivamente in vendita e che l’amministrazione avrebbe valutato con piacere eventuali proposte avanzate dai mezzadri.
Fidandosi della parola del curatore, i contadini lavorarono di buona lena alla realizzazione del loro progetto: la Cooperativa agricola Mulinaccio venne costituita a Vaiano il 28 aprile 1962 con rogito del notaio Lapo Lapi. I soci fondatori erano dodici. Il mezzadro del podere Il Frullino, Marino Mengoni, fu scelto come presidente.
I mezzadri formularono subito una proposta di acquisto. Essi richiedevano dodici poderi (l’idea di acquistare l’intera fattoria era stata abbandonata in seguito al ripensamento di alcuni coloni), al prezzo di stima di circa trentotto milioni. Erano inoltre interessati all’acquisto della villa, valutata nove milioni.
La proposta di acquisto comportava dunque un esborso di quarantasette milioni di lire. Nel valutarne la fattibilità, bisogna considerare che i contadini non erano tenuti al rispetto dei vincoli che gravavano sugli eredi testamentari (cioè non avevano l’obbligo di costruire la casa di riposo), che il bestiame in conto capitale era già loro per metà e che quasi tutti i potenziali acquirenti risultavano creditori dell’azienda. In complesso non si trattava dunque di un piano irrealistico, anche se il suo successo poteva essere pienamente garantito solo dalla concessione di un finanziamento per l’acquisto da parte dello stato o di un altro ente pubblico.
Nell’autunno del 1962 si ebbe però un colpo di scena: il 27 settembre il curatore (che con ogni verosimiglianza era il terminale di forze e di interessi privati ostili all’acquisto della fattoria da parte dei contadini) convocò all’improvviso la gara d’asta per il 29, ed a stento i rappresentanti della Cooperativa riuscirono ad ottenere dal magistrato competente un rinvio al 30 ottobre.
Nelle settimane che seguirono i mezzadri moltiplicarono gli sforzi per trovare un finanziamento, ma senza successo. Solo il comune di Vaiano, di cui era allora sindaco il comunista Fiorenzo Fiondi, si dimostrò sensibile nei confronti dei contadini: l’8 ottobre il consiglio comunale, rilevata l’importanza che i terreni del Mulinaccio avevano per la collettività (nell’intenzione dell’amministrazione vi dovevano infatti sorgere infrastrutture di primaria importanza, case popolari e così via), deliberò infatti di autorizzare il sindaco a presentare domanda d’acquisto dell’eredità giacente insieme con la Cooperativa, contraendo a tal fine un mutuo passivo.
Con questo voto il Comune di Vaiano si schierò dalla parte dei mezzadri, assumendo dei precisi impegni di carattere finanziario, ma il 9 novembre la giunta provinciale amministrativa ordinò il rinvio della deliberazione comunale perché, a suo parere, in tale atto non erano stati né sufficientemente chiariti i motivi per i quali il comune era interessato all’acquisto né indicati i riferimenti necessari per poter valutare se il comune stesso era in grado di far fronte alla spesa mediante la contrattazione di un mutuo. Il Comune di Vaiano rinunciò ad inoltrare le controdeduzioni entro i sessanta giorni previsti dalla legge, dato che l’asta si sarebbe comunque svolta prima che fosse possibile conoscere l’esito del ricorso.
La Cooperativa era ormai tagliata fuori dai giochi, e non stupisce che essa decidesse di non presentarsi neppure all’asta indetta il 3 dicembre, vinta facilmente dagli industriali pratesi Befani e Franchi che si aggiudicarono la fattoria per duecentonovanta milioni dell’epoca. I nuovi proprietari non erano affatto interessati al rilancio dell’azienda: essi non si recarono nemmeno a conoscere i mezzadri e cominciarono subito a vendere i poderi in maniera indiscriminata. Per la vecchia, gloriosa, fattoria fu la fine.
Gli interessi speculativi prevalsero dunque su quelli dei contadini. In questo senso la vicenda della Cooperativa agricola del Mulinaccio può dirsi una vicenda esemplare: come, sul piano generale, mancò la volontà di realizzare un’organica riforma agraria, così, nel caso specifico, mancò la volontà di ascoltare davvero le ragioni dei mezzadri e di dare loro un aiuto concreto.
La Cooperativa continuò ad esistere come cooperativa di servizi agricoli fino al 2003, quando ne venne decretato lo scioglimento senza nomina di commissario liquidatore.
Quello dei contadini del Mulinaccio si rivelò dunque un sogno. Eppure proprio l’essersi impegnati senza riserve per realizzare quel sogno dà un particolare valore alla loro testimonianza. Nel 1962 i contadini del Mulinaccio erano sì dei vinti, ma appartenevano ad una specie particolarissima di vinti: quelli a cui la storia non darà mai torto.

Articolo pubblicato nell’agosto del 2016.




La federazione lucchese del PCI e la Cantoni

Le proteste che avevano avuto luogo alla Cucirini Cantoni Coats verso la metà degli anni Cinquanta si erano fondamentalmente risolte in un nulla di fatto. La repressione, decisamente dura, aveva invece recato conseguenze spesso pesanti, riscontrabili tanto nei licenziamenti degli attivisti sindacali quanto nel trasferimento degli stessi nei reparti più duri, come la battitura e la filatura. A. G., ex impiegato della Cantoni, ha raccontato esemplificamene che, durante gli anni Cinquanta, la madre – operaia dello stabilimento – «aveva un collega malato gravemente ai polmoni, che la Direzione costringeva però a lavorare fuori, spesso al freddo, cercando di isolarlo perché tesserato alla Camera del Lavoro».

Strettamente connessa alle distorsioni introdotte dal sistema delle “gabbie salariali”, era comunque la questione salariale – tra le più esigue nella già bassa graduatoria delle retribuzioni industriali – ad occupare una posizione predominante nelle rivendicazioni sindacali. Condizione che “l’Unità” non aveva tardato a denunciare, puntando il dito contro un misero compenso quindicinale – oscillante tra le 11 e le 13mila lire – che impallidiva dinnanzi a profitti aziendali capaci di raggiungere – nel 1958, sempre secondo le stime riportate dal quotidiano comunista – quota 2 miliari e 220 milioni. I dipendenti oltretutto erano scesi approssimativamente da 4.600 a 3.000, nel mentre che di straordinaria attualità restava la battaglia condotta in prima linea dalla Filta-Cgil per garantire la parità retributiva di genere. A gravare sui lavoratori – nella lettura di Antonio Perria – persistevano soprattutto condizioni deficitarie, segnalate al giornalista da alcune maestranze in un’intervista (comunque politicizzata) effettuata pochi giorni dopo lo sciopero generale del 12 marzo 1959: «Vuol sapere come ci trattano? […] è una vergogna. Cinque anni fa dovevo badare a 25 rocchetti e oggi me ne sono stati assegnati cinquanta. Quando lascio lo stabilimento non ho più voglia di muovermi, di pensare, di leggere, di andare al cinema. A volte mi sveglio durante la notte e ripeto istintivamente lo stesso gesto che compio dinnanzi alla macchina, per otto ore e tre quarti, tutti i giorni»; «almeno ci pagassero con salari decenti», riferiva una lavoratrice più anziana: «una donna che lavora a giornata prende ogni quindicina dalle undici alle tredici mila lire. Chi si sottopone al cottimo riesce a guadagnare qualcosa di più, mai però più di mille lire al giorno».

Nell’interpretazione sindacale, la Direzione aveva risposto a questa impennata di malcontento con disinteresse, operando ulteriori tentativi di divisione che si andavano a riflettere sia nell’introduzione di premi di “buon servizio” (legati a criteri disciplinari), sia nel tentativo del proprietario Henderson di distogliere l’attenzione dai problemi di fabbrica, legando il proprio nome ad associazioni sportive e sociali sul modello dello Sporting Club scozzese. In questa dimensione, ancora sulle pagine de “l’Unità” trovava progressivamente spazio lo sguardo acuto e competente del sociologo Aris Accornero: egli vi definiva Henderson «un riformista in casa ed un reazionario in colonia», segnalando la presenza di un paternalismo ancora diffuso nel sistema di fabbrica italiano, capace di resistere sottoforma di “riverenza al padrone”; a conferma di ciò, si legga quanto testimoniatomi da due ex-delegati Cgil alla Cantoni. Il primo, parlando del padre, ha raccontato:

“Mio padre tornava a casa e piangeva per quel che gli facevano in fabbrica. Poi lui era un intagliatore molto bravo, un giorno fece un cofano, tutto scolpito, con tutti i simboli di Lucca e glielo regalò (a Henderson). Ma lui, veramente io l’ho visto più di una volta piangere perché lavorava in battitura, aveva il mal di stomaco. Era una situazione strana: da una parte queste condizioni frustravano i lavoratori, ma dall’altra con il paternalismo tenevano tutto sotto controllo”.

Così invece il secondo, sulla stessa linea:

“Quando arrivava Henderson, con gli altri capi, gli operai si mettevano in riga lungo il viale, lui passava con la macchina o a piedi e noi si applaudiva. C’era un paternalismo profondo. Avevano inserito un ragionamento che era questo, di sudditanza. Le donne, ad esempio, si sentivano così responsabili della loro macchina considerandola quasi qualcosa che loro portavano anche a casa. Non c’era l’idea di quello accanto: la fabbrica era divisa in reparti, ogni reparto in sezione, ogni sezione in piccoli gruppi e c’era un caporeparto che agiva sulla testa delle persone, dando l’idea che quella era la famiglia, era il mondo”.

Nel volere rendere un’immagine ancora più chiara, ecco come nel 1955 Oreste Marcelli introduceva un suo pezzo su “l’Unità”:

“La visita del signor Henderson al suo stabilimento […] veniva sempre annunciata molto tempo prima, e tutti si mobilitavano per riceverlo: i dirigenti della fabbrica, le autorità, i parroci. Il suo ingresso nello stabilimento era trionfale: fiori e tappeti in tutti i reparti, discorsi e regali, come per il matrimonio di un principe ereditario. Molte lavoratrici gli si gettavano ai piedi e gli baciavano le mani.[…]. Così gli era stato sempre insegnato, e loro gli manifestavano riconoscenza. Sullo avvenimento si stampava persino una rivista che raccontava la cronaca minuta di ogni passo fatto dal padrone e riportava ogni frase ch’egli si degnava di pronunciare”.

cucirini cantoni 1930-1940Alla metà degli anni Cinquanta, emergeva così un quadro ancora fortemente limitato in prospettiva rivendicativa: «nessuno – ricorda ancora A. G. – voleva perdere il posto di lavoro; la vita di fabbrica non era facile, ma il pane bisognava pur portarlo a casa». Era dunque in questa cornice che la Cgil si trovava a cercare la sua dimensione di rilancio, tra persistenti dissidi organizzativi e programmi operativi ambiziosi ma difficilmente attuabili. Non a caso Sergio Gigli (secondo quanto appuntato da Merano Bernacchi nella sua agenda), futuro leader della Camera del Lavoro lucchese, in occasione del V Congresso provinciale del Pci, aveva posto al centro della questione il fatto che «la burocrazia della Federazione» non avesse consentito «di fare nulla verso le fabbriche. La perdita di voti alla Cantoni – continuava – è il segno della mancanza di dirigenti sul posto e del sindacato» (Documento 1). Alla base di una simile riflessione si collocava principalmente un’eccessiva politicizzazione dei conflitti sindacali che troppo spesso era andata incentrandosi sul verticismo contrattuale piuttosto che sulle condizioni di fabbrica; pesava oltretutto la mancanza di unità settoriale, condizione messa in risalto già nel corso di una riunione del Comitato Federale della Federazione comunista della Versilia (Documento 2):

In alcuni settori, come a Viareggio, dove è presente un forte e combattivo nucleo di classe operaia, pesa ancora in modo assai negativo nello sviluppo delle lotte una visione ristretta, di tipo economicistico e sindacalista. Le lotte operaie sono concepite, nei fatti, come staccate dalle lotte generali e completamente isolate nell’ambito aziendale. Questi limiti settari e il permanere di una insufficiente chiarezza sui problemi dell’autonomia sindacale sono i motivi principali che hanno impedito di dare ai grandi scioperi unitari per il rinnovo dei contratti […] un più ampio respiro ed un carattere nuovo, popolare, di massa.

Certe problematiche assumevano forme ancor più complesse all’interno di uno stabilimento in costante mutamento come la Cantoni, intento ad assorbire nuova manodopera che, giovane e proveniente nella maggior parte dal contado lucchese, non aveva vissuto il clima più teso della guerra fredda e la scissione del 1948, restando sostanzialmente distante da qualsiasi parvenza di sindacalizzazione. Condizioni che tuttavia avrebbero contribuito al riemergere di una nuova conflittualità nelle sale della Cantoni, destinata a sfociare nella grande vertenza del 1963.

Articolo pubblicato nel novembre del 2015.




L’esodo dalla campagna.

Il territorio pistoiese, a differenza delle aree centrali della regione, conosceva da sempre una distribuzione della proprietà terriera peculiare, estremamente polverizzata, con una prevalenza numerica della piccola e piccolissima proprietà, spesso addirittura inferiore a un ettaro, a fronte di pochi grandi proprietà terriere. I grandi proprietari concentravano nelle loro mani la maggioranza della superficie agricola e del reddito imponibile, pur rappresentando una quota intorno al 4% del totale dei proprietari. I piccoli proprietari però solo in parte erano costituiti da coltivatori diretti. Più spesso si trattava di ceti urbani in possesso di terreni che davano a mezzadria, per ottenere in questo modo una rendita in prodotti agricoli. Queste due caratteristiche avevano da sempre frammentato e reso differenziato il movimento mezzadrile pistoiese, che infatti durante la sua storia fu afflitto da una continua debolezza nelle forme rivendicative, a cui corrispondeva però una grande forza organizzativa, pari a circa il 50% dei mezzadri durante tutta l’epoca repubblicana. Alla vigilia degli anni ’60, il movimento sindacale dei mezzadri pistoiesi era ancora una grande forza, strutturata principalmente intorno alla Federmezzadri. Ma di lì a poco le cose sarebbero radicalmente cambiate.

L’abbandono delle campagne, come fenomeno generale, era già in corso fin dall’inizio del secolo, con una significativa battuta dì arresto durante il Regime fascista. Ma dagli anni ’60 divenne un esodo vero e proprio. Giocavano vari fattori: il confronto con i salariati si era ribaltato e gli operai usufruivano di condizioni di lavoro e di vita migliori; l’esclusione dai comfort moderni delle aree urbanizzate; lo sviluppo economico che creava lavoro; la fine del patriarcato, che metteva in crisi la famiglia azienda.
I giovani non volevano più lavorare sul podere e le donne si rifiutavano di sposare i contadini. Si diffondeva il modello unifamiliare. Stanchi di non ottenere cambiamenti radicali e dell’intransigenza dei proprietari ad applicare le varie leggi dello Stato che si erano susseguite, i mezzadri iniziarono a guardarsi intorno ed a vedere vie d’uscita.

Dal 1948 al 1966 la superficie condotta a mezzadria in provincia si era più che dimezzata, passando da 34.200 ettari a 16.000. La proprietà coltivatrice diretta non era cresciuta in proporzione, anzi la sua estensione era stata modestissima, da 34.200 a 38.000 ettari. Anche l’affittanza era cresciuta poco, passando da 2.100 a 2.300. Il balzo in avanti invece l’aveva fatto la conduzione capitalista in economia con salariati, che quasi raddoppiava, passando da 18.400 a 33.000. Nel ’67 esistevano ancora 4.200 nuclei mezzadrili e 12.500 unità, dai 33.558 del 1948. Il calo continuava anche se il ritmo era meno accelerato. Nel 1964 i nuclei erano 5.656 con 19.518 addetti, nel ’65 4.840 e 15.647 unità. Tra il ’48 e il ’67 la mezzadria si era dimezzata come nuclei e aveva perso il 60% delle unità lavorative superiori ai 12 anni, anche se i dati andavano presi per difetto. L’esodo maggiore si era verificato dal 1961 in avanti Tra il 1962 e il 1965 i braccianti salariati erano più che raddoppiati, passando da 590 a 1.257, ed erano diminuiti gli occasionali e gli eccezionali, aumentando la stabilità lavorativa.

Si diffusero in quegli anni figure ibride, i “metalmezzadri”, che svolgevano attività lavorative sia nelle fabbriche che sui campi, a volte alternandole. Era il preludio all’abbandono delle campagne. Le famiglie abbandonavano i poderi in un colpo solo oppure per gradi, con i figli che se ne andavano progressivamente ed i vecchi che restavano. I proprietari iniziavano a faticare a trovare persone disposte a lavorare a mezzadria. Gli ex contadini diventarono dipendenti, artigiani, commercianti, vivaisti, non mancando esperienze imprenditoriali di successo. Le loro destinazioni erano spesso le città e i paesi vicini.

Con la legge 756 del 1964 si vietò la stipula di nuovi contratti di mezzadria. Rimanevano validi quegli già in essere. Il movimento sindacale continuò le sue battaglie per una riforma, ma venivano a mancare le forze. Dagli anni ’60 la nuova parole d’ordine fu la proprietà associata, senza tralasciare la tutela delle questioni quotidiane. Tuttavia le campagne si spopolavano e la dinamica politica non lasciava intravedere possibilità di successo. L’accento si spostava sempre più sulla caratterizzazione del mezzadro come potenziale “imprenditore” agricolo, socio dell’azienda, coltivatore diretto o socio di cooperativa, in funzione di uno sviluppo dell’agricoltura alternativo al capitalismo e basato sulla piccola proprietà contadina. Dagli anni ’70 si iniziò a chiedere la trasformazione della mezzadria in affitto. Ma ormai le campagne erano spopolate, e il movimento mezzadrile uscì silenziosamente di scena.

Stefano Bartolini è ricercatore presso l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia e coordina le attività di ricerca storica, archivistiche e bibliotecarie della Fondazione Valore Lavoro. Ha partecipato al recupero dell’archivio Andrea Devoto ed attualmente si occupa di storia sociale, del lavoro e del sindacato. Tra le sue pubblicazioni: Fascismo antislavo. Il tentativo di bonifica etnica al confine nord orientale; Una passione violenta. Storia dello squadrismo fascista a Pistoia 1919-1923; Vivere nel call center, in La lotta perfetta. 102 giorni all’Answers.

Articolo pubblicato nel novembre del 2015.




La Resistenza continua…

Angiolo Gracci nacque a Livorno il primo agosto 1920, da una famiglia con radici contadine. Fu condotto presto dalla Toscana alla Sicilia a causa del mestiere del padre, ferroviere che diresse in successione le stazioni di Sciara Aliminusa e Castellammare del Golfo tra il 1926 e il 1929.

La permanenza nei centri palermitani, dove il piccolo venne inquadrato nelle strutture educative fasciste, lo colpì profondamente e lo rese poi sensibile alla questione del divario socioeconomico Nord-Sud e al disagio materiale di larga parte della popolazione meridionale. Nei suoi racconti agli studenti, durante gli ultimi decenni di vita, affiorava spesso il ricordo di esser stato l’unico ad indossare le scarpe in quella stalla riadattata che era l’aula della scuola elementare frequentata in Sicilia.

 Al termine del  liceo classico Galilei di Pisa, il giovane Gracci si spostò a Roma per frequentare l’Accademia e Scuola di applicazione della Regia Guardia di Finanza e ottenere così l’arruolamento nel Corpo il 23 ottobre 1939. Nominato sottotenente il primo settembre 1941, venne inviato in Albania nel gennaio seguente tra le truppe d’occupazione italiane, con le quali partecipò alle operazioni di guerra.

Rientrato in Italia, il 9 settembre 1943 fu assegnato al Comando della Legione di Firenze della Guardia di Finanza. Assistendo così all’invasione nazista dell’Italia, Angiolo fondò con altri studenti della sinistra del Gruppo Universitario Fascista fiorentino il Movimento giovani italiani repubblicani. Conclusa questa breve esperienza, la maggioranza degli aderenti al gruppo si schierò con la Repubblica Sociale Italiana. Gracci, preso contatto col futuro Commissario Politico della Divisione Arno Danilo Dolfi – del suo stesso quartiere – scelse invece la via della montagna.

Gracci – in alto a destra – con altri partigiani della Brigata Sinigaglia a Monte Scalari, estate 1944

Gracci – in alto a destra – con altri partigiani della Brigata Sinigaglia a Monte Scalari, estate 1944

All’inizio del giugno 1944 Angiolo, che diventava così il partigiano “Gracco”, raggiunse la Brigata Sinigaglia presso Poggio alla Croce, con l’incarico di Capo di Stato maggiore conferitogli dal Corpo volontario della libertà. Un mese più tardi, su designazione del Comando di divisone e dietro conferma dei partigiani, assunse il comando della formazione stessa, riorganizzandola dopo le gravissime perdite subite nella battaglia di Pian d’Albero del 20 giugno 1944.

Compromessa l’importanza strategica di Monte Scalari per i nazifascisti, contribuì a sottrarre all’accerchiamento e alla distruzione la Brigata raggiungendo Poggio Firenze e Fonte Santa. Dopo ulteriori combattimenti, passando alla testa delle avanguardie dell’VIIIª Armata britannica, la Sinigaglia riuscì ad entrare a Firenze il 4 agosto 1944. Soltanto grazie ad una tenace opposizione all’iniziale ordine alleato di disarmare, le formazioni partigiane garibaldine ottennero di partecipare alla liberazione cittadina. “Gracco” condusse allora il rastrellamento dei quartieri di Santo Spirito e San Frediano, che furono liberati dai franchi tiratori nazifascisti. Guidando poi una pattuglia di esplorazione sui piazzali ferroviari di San Iacopino, rimase ferito in combattimento il 13 agosto ma riprese poi il comando della Brigata fino alla smobilitazione.

Nell’aprile 1945 venne pubblicato il suo Brigata Sinigaglia, primo libro edito in Italia sulla Resistenza partigiana, a cura del Ministero dell’Italia occupata. Gracci avrebbe poi ricevuto la medaglia d’argento al valor militare nel 1954.

 Intanto, conclusa l’esperienza partigiana, Angiolo riprese servizio attivo nella Guardia di Finanza il 7 settembre 1944, al Comando della Legione di Firenze. Nell’agosto 1948 gli venne conferito per anzianità il grado di Capitano, ma la sua permanenza in Finanza si fece sempre più travagliata. Non tanto per i gravi e recidivi problemi di salute che determinarono una lunga aspettativa, quanto piuttosto per le difficoltà relazionali all’interno del Corpo.

Gracci infatti, che sin dal 1944 aveva aderito al PCI ed era stato tra i membri costituenti del Comitato provinciale dell’ANPI fiorentino, non aveva mancato di manifestare pubblicamente il suo orientamento in varie circostanze. Si procurò così diverse sanzioni e richiami per inosservanza al «criterio assoluto di apoliticità» richiesto ai membri delle forze dell’Ordine, per «scarso senso di disciplina», «tendenza alla polemica», «particolare animosità», «presunzione». È quanto riferiscono le note caratteristiche sul suo conto compilate annualmente dai superiori, che pure gli riconoscevano notevoli capacità e competenze.

Angiolo, sposatosi nel frattempo con Margherita Aiolli, fu seguito dalla famiglia negli spostamenti che gli vennero pertanto disposti tra il 1950 e il 1956, alla volta di Palermo, Bologna ed Udine. Viste le reiterate destinazioni ad incarichi amministrativi e a seguito di un ulteriore ordine di trasferimento a Bari nel dicembre 1956, Gracci scelse di far domanda di pensionamento e congedarsi dal Corpo. Idea coltivata da oltre un anno, per il sempre più problematico permanere nell’Arma e per l’intuibile preclusione riguardo a possibili avanzamenti di carriera.

Cessato il suo servizio nella Guardia di Finanza alla fine del 1957, l’anno successivo ottenne un impiego a Roma come consulente legale alla Lega nazionale delle cooperative, con i cui responsabili aveva già avviato da tempo i contatti. Poté mettere così a frutto la laurea in giurisprudenza conseguita nel 1949, impiegata poi per riorganizzare il servizio di assistenza legale alla Camera del Lavoro di Firenze e per svolgere un’intensa attività professionale di difesa dei lavoratori e dei militanti della sinistra rivoluzionaria nel corso degli anni Sessanta.

Gracci – sulla destra – accanto a Vincenzo Misefari di Reggio Calabria e Salvatore Puglisi di Spezzano Albanese durante una manifestazione a Livorno in occasione della fondazione del Pcd’I (m-l), 16 ottobre 1966.

Gracci – sulla destra – accanto a Vincenzo Misefari di Reggio Calabria e Salvatore Puglisi di Spezzano Albanese durante una manifestazione a Livorno in occasione della fondazione del Pcd’I (m-l), 16 ottobre 1966.

Si tratta di una fase di svolta nella posizione politica di “Gracco”, come continuò ad esser chiamato per tutta la vita. Nel 1966 si dimise infatti dal PCI e fu tra i fondatori del Partito comunista d’Italia (marxista-leninista), che si poneva quale alternativa al primo, reo insieme al PCUS di aver «tradito» la «vera» politica rivoluzionaria di classe. Quella politica che il nuovo organismo, grazie anche alla dedizione assoluta richiesta agli adepti, si proponeva di perseguire per realizzare la dittatura del proletariato, la sola forma di governo in grado di instaurare il socialismo.

Nell’agosto 1968 seguì l’espulsione di Gracci dall’ANPI, con l’accusa di imporre metodi di lotta e di azione politica antidemocratici e non unitari, esclusivamente in linea con il  proprio partito. Decisione che secondo Angiolo era invece motivata dalla propria battaglia «per lo sviluppo di una lotta di massa per cacciare dal paese le basi e i comandi degli imperialisti Usa».

 Lo stesso antimperialismo si rivelò poi una componente essenziale del movimento antimperialista-antifascista La Resistenza continua (RC), che nacque nel 1974 a Milano come associazione partigiana esterna ed alternativa all’ANPI e lo vide nuovamente tra i promotori, accanto ad altri ex partigiani, giovani studenti ed operai. La responsabilità dell’organizzazione fu affidata al Comitato direttivo della rivista, che “Gracco” guidò fino agli ultimi anni di vita, a riprova del suo intenso e prolungato impegno redazionale per varie testate di area marxista-leninista. Si ritrovò così a ricoprire una posizione di primo piano nel movimento, accanto ai veterani, «compagni» marxisti-leninisti ed amici Guido Campanelli e Alberto Sartori.

Resistenza, antimperialismo e meridionalismo rappresentavano per RC componenti inscindibili di un unico programma, che faceva della prima un simbolo guida. La stessa Resistenza che, animata da un avanzato progetto politico, economico e sociale, era stata «bloccata» e «tradita» dalle forze imperialiste anglo-americane, dal «capitalismo monopolistico italiano», dal Vaticano e dall’«ala revisionista-socialriformista» del movimento operaio. Non si poteva pensare all’antifascismo senza l’antimperialismo, essendo il fascismo subordinato all’imperialismo. Antimperialismo – secondo il manifesto-programma del movimento – significava anche lotta contro la soggezione di tipo coloniale e razzista di cui era vittima il Meridione da oltre un secolo. Una subordinazione aggravata dall’imperialismo statunitense ed europeo, instaurato con l’annientamento del movimento spontaneo di Resistenza del popolo meridionale nell’immediato dopoguerra.

Gracci con l’amico Matteo Visconti, altri militanti marxisti-leninisti e alcuni operai durante l’occupazione della fabbrica Berga Sud di Salerno, luglio 1974.

Gracci con l’amico Matteo Visconti, altri militanti marxisti-leninisti e alcuni operai durante l’occupazione della fabbrica Berga Sud di Salerno, luglio 1974.

In virtù di questa rivoluzione «negata», delle ingiustizie e dell’oppressione subite dalle «masse supersfruttate del Meridione», Gracci svolse un’intensa attività di mobilitazione politica e sociale nel Sud, dove erano presenti diverse cellule del Pcd’I (m-l) Linea rossa, il primo degli innumerevoli gruppi in cui si frantumò il Pcd’I (m-l) dal 1968 in avanti e del quale Angiolo rappresentava uno dei principali esponenti. Come testimoniano le stesse immagini della sezione fotografica del fondo archivistico a lui intitolato – recentemente riordinata ed inventariata dallo scrivente – non c’era praticamente anno in cui Angiolo non si spostasse dalla sua casa fiorentina verso località meridionali, di cui abitualmente ritraeva realtà marginali e disagiate. Non mancavano trasferte in Basilicata, Molise, Sardegna, Puglia e Sicilia, ma centri calabresi e campani figuravano tra le sue principali mete. In questi luoghi Gracci sviluppò non solo legami politici, ma anche rapporti amicali e affettivi che avrebbe mantenuto per tutto il corso della sua vita. Emblematiche le relazioni con i militanti marxisti-leninisti Rosario Migale di Cutro e Matteo Visconti di Salerno.

Gracci con Rosario Migale e altri «compagni» a Roma per il I Congresso nazionale di Democrazia proletaria, aprile 1978

Gracci con Rosario Migale e altri «compagni» a Roma per il I Congresso nazionale di Democrazia proletaria, aprile 1978

Oltre che come attivista di La Resistenza continua, Angiolo continuò il suo impegno meridionalista anche in veste di promotore del Movimento leghe lavoratori italiani e quale membro di Democrazia proletaria, in cui la Linea rossa confluì nel 1978. “Gracco” proseguì poi incessantemente la difesa e l’assistenza legale dei militanti, che culminarono con il maxiprocesso alle BR del 1989. Nel 1991 aderì al nuovo Movimento della Rifondazione comunista, che alla fine dello steso anno si costituì in Partito, accogliendo tra gli altri la maggioranza dei dirigenti di Democrazia proletaria.

In questi anni seguitò costante la sua attività antimperialista. Al diretto coinvolgimento in diverse iniziative e manifestazioni pubbliche contro le basi USA e NATO in Italia – come mostrano le stesse foto del suo archivio – e alla collaborazione con varie associazioni, quali la Lega per il disarmo unilaterale e la Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli, si aggiunse il sostegno alla causa di Silvia Baraldini. Nella costituzione del Comitato per il rimpatrio di Silvia Baraldini di Firenze del 1991 e del Coordinamento nazionale dei comitati per il rimpatrio di Silvia Baraldini del 1994 Gracci si rivelò ancora una volta tra i principali animatori.

Gli stessi anni Novanta, nel corso dei quali “Gracco” si prodigò anche per la diffusione dei valori della Resistenza e della Costituzione repubblicana tra i giovani, videro poi il suo ritorno nel Comitato provinciale dell’ANPI fiorentino. Il rapporto restò comunque travagliato: è del 25 giugno 2000 un provvedimento disciplinare a suo carico, adottato dai dirigenti provinciali dell’ANPI per l’intervento contro gli USA e la NATO durante la celebrazione del 56° anniversario della battaglia di Pian d’Albero presso Figline Valdarno. Tuttavia Angiolo proseguì fino alla fine la sua militanza nell’organizzazione, rimanendo sempre coerente con le proprie posizioni. Dopo una grave malattia, è venuto a mancare a Firenze il 9 marzo 2004.

Articolo pubblicato nel dicembre del 2014.