Armando Turinelli

Il 31 luglio del 1922, l’Alleanza per il Lavoro (una coalizione tra CGdL, USI, UIL[1], FILM)[2] proclamò lo “sciopero legalitario” contro i soprusi e le violenze dei fascisti, finanziati dagli agrari e dagli industriali (con la complicità della Chiesa e della monarchia) per contrastare “il pericolo rosso”. «La Parola dei Socialisti» del 11 giugno 1922 aveva già accusato la borghesia di avere “allevata in seno una serpe” e di non essere più in grado di gestire quel movimento che aveva incoraggiato, credendo di poterlo manovrare a suo vantaggio.[3] Anche a Livorno, come nelle altre città, le squadracce delle camice nere, si muovevano (indisturbate) per la città in cerca di cittadini da malmenare e conti da regolare[4]. Con la proclamazione dello sciopero, partì la mobilitazione fascista: centinaia di squadristi da tutta la Toscana si ritrovarono a Livorno nella sede di via Goldoni per stroncare la “città rossa”. I fascisti devastarono la Camera del Lavoro, i circoli socialisti, le sedi delle organizzazioni “sovversive”. Alcune sparatorie ci furono in via Garibaldi, in piazza Carlo Alberto (attuale piazza della Repubblica), in via della Pina d’Oro. Scontri a fuoco tra comunisti e fascisti anche in via dell’Oriolino. In via Solferino, quasi all’imboccatura di piazza XI maggio ed al quadrivio di via della Campana, furono feriti con colpi di rivoltella due fascisti. Altri scontri in via Santa Fortunata, dove un facchino che strappava i manifesti fascisti, dopo una colluttazione con un cittadino, fu aggredito da alcuni fascisti che attaccavano in zona i manifesti; ancora ad Ardenza Terra, in via ed in piazza Vittorio Emanuele (attuali via e piazza Grande), in zona Ponte Arcione[5] (Pontarcione, tra via Provinciale Pisana ed il ponte sull’Ugione), dove perse la vita Filippo Filippetti. Furono aggrediti anche rappresentanti del Consiglio e della Giunta comunale. Vennero uccisi l’assessore Luigi Gemignani e il consigliere Pietro Gigli, insieme al fratello Pilade.

Il 3 agosto, un migliaio di camice nere circondarono il palazzo comunale. Costanzo Ciano e il marchese Perrone Compagni minacciarono il sindaco Mondolfi che, costretto dalla violenza, rassegnò le dimissioni. Il Comune andò in mano ai fascisti ma in città continuano per le vie non gli scontri. Vengono devastate le sedi del Partito Socialista e quella del Partito Comunista (via Santa Fortunata). Scontri avvengono anche in via Tranquilli, sul Voltone, in via Palestro, in via San Luigi e in via Cairoli. Nel pomeriggio del 4 agosto le squadracce fasciste organizzano delle retate e tra gli arrestati, insieme al vicesindaco di Livorno Adolfo Minghi, c’è anche Armando Turinelli[6].
Con la vittoria del fascismo, insieme alle Camere del Lavoro, alle Case del popolo, alle sedi di partiti e di cooperative, vengono costrette a chiudere anche le sedi delle associazioni anticlericali compreso il Gruppo antireligioso “Pietro Gori”.
Nel 1922, a causa dell’attività politica, Turinelli viene licenziato. Non troverà più un’occupazione fissa ed inizia un periodo difficile per tutta la famiglia. Affittato un magazzino in via Provinciale Pisana[7], riprende a svolgere il vecchio mestiere di impagliatore di damigiane e fiaschi di vino.
La casa del Turinelli diventa luogo di incontro di sovversivi

di giorno vengono gli amici del babbo vestiti con i panni da lavoro, hanno sempre fretta e parlano a voce così bassa che non è facile capirli; arrivano e partono senza salutare, senza prendere mai né un bicchiere d’acqua né una tazza di cicoria.[8]

Durante il regime, Armando sarà vittima di aggressioni fisiche e di azioni punitive con irruzioni nella notte nella propria abitazione alla ricerca di materiale sovversivo. Talvolta viene prelevato con la forza e portato nei locali della Fortezza Vecchia dove viene percosso. Nonostante i soprusi, Turinelli rimane fedele ai suoi ideali: “Volete che mi vesta da fascista? Io mi vesto però l’abito è vostro ma dentro sono mio”[9]. Alle elezioni politiche, per le quali era prevista la sola possibilità di approvare o respingere un’unica lista di deputati sostenitori del fascismo Armando si presenta al seggio con la sciarpa rossa e vota no “e siccome il voto non è affatto segreto, torna a casa pesto e sanguinante”[10].
Racconta poi la figlia Lenina che ogni volta che c’è una parata o che a Livorno arrivano personaggi importanti del Regime, il padre viene prelevato e portato in caserma[11]. Una volta all’uscita trova un manipolo di fascisti intenti a purgare i dissidenti con il famigerato olio di ricino. Turinelli rientra al Commissariato e al questurino incredulo che gli chiede il perché del suo ritorno risponde seccamente: io alla purga preferisco la galera.[12]

Nel periodo della guerra, i Turinelli trovarono riparo presso una casa a “Campo al Melo” (una frazione di Livorno nell’entroterra dopo Cisternino) e si guadagnano da vivere vendendo in città il raccolto della campagna. Durante il giro in città, Armando si allontanava dai familiari per incontrarsi clandestinamente con gli antifascisti livornesi.

Finita la guerra e sconfitto il fascismo, riprendono le attività pubbliche e dall’agosto 1945, ricompare il Gruppo Antireligioso Pietro Gori. Il 21 marzo 1946, esce il primo numero de «Il Corvo», giornale anticlericale edito dallo stesso gruppo. Turinelli è confermato Presidente del Gruppo (lo sarà fino alla scomparsa[13]) e scrive articoli per il giornale.

Armando Turinelli muore il 23 gennaio 1951, il giorno dopo la scomparsa di Ilio Barontini (morto nella mattina del 22 gennaio in seguito ad un incidente stradale insieme ai compagni di partito Frangioni e Leonardi[14]), al quale era stato al fianco fin dal 1921. Al suo funerale saranno presenti i soci del Gruppo anticlericale ed un migliaio di amici e compagni con numerosi vessilli rossi[15].
Turinelli è stato tra i fondatori del PCd’I e negli anni venti, Segretario provinciale della Fiom CGdL di Livorno[16].

NOTE

  1. https://it.wikipedia.org/wiki/Unione_Italiana_del_Lavoro_(1918-1925) – (Da non confondere con il sindacato omonimo fondato nel 1950 ed esistente tutt’oggi).
  2. https://it.wikipedia.org/wiki/Alleanza_del_Lavoro.
  3. http://www.comune.livorno.it/_cn_online/index02b2.html?page=default&id=554&lang=it.
  4. Paola Ceccotti, Il Fascismo a Livorno – dalla nascita alla prima amministrazione podestarile, Empoli, Ibiskos Editrice, 2006, p. 101.
  5. Da «Il Telegrafo» del 3 agosto 1922 (i giorni precedenti il 3 agosto, il giornale non esce in edicola per l’adesione allo sciopero indetto dall’Alleanza del Lavoro).
  6. Memorie dell’Antifascismo Livornese, (a cura dell’ANPPIA di Livorno), Pisa, Industrie Grafiche d Pacini, 2000, pp. 14, 20.
  7. Marco Susini, “MILITANTI” Personaggi e Storie della sinistra livornese, Pontedera, Bandecchi &Vivaldi, 2002, p. 105.
  8. Rosalba Risaliti “Le cinque domande di Cesarina”, https://anppia.it/l-antifascista/leggi-anche-tu/ .
  9. https://www.facebook.com/anppiantifascista/photos/a.1443457072608570/2745214389099492/?type=3
    Racconto del figlio Spartaco.
  10. M. Susini “MILITANTI”… cit. 105.
  11. Ibidem.
  12. Ibidem p. 106.
  13. «Il Corvo» (anno VI n.15) 1 maggio 1951 p.4.
  14. https://archivio.unita.news/assets/main/1951/01/23/page_001.pdf.
  15. «Il Corvo» (anno VI n.15) 1 maggio 1951 p.4.
  16. https://necrologie.repubblica.it/necrologi/2004/439054-turinelli-armando?nome=turinelli+armando.



Armando Turinelli

Questo ritratto che proponiamo di un militante antifascista si colloca nella cornice della tradizione anarco-comunista di Livorno ma soprattutto in quella dell’anticlericalismo labronico. Non si tratta di un personaggio di primissimo piano ma può essere utile a rappresentare attraverso un percorso biografico sintetico, una vicenda molto più estesa e significativa.
Di origine lombarda (Milano), Armando nasce a Noceto in provincia di Parma il 16 aprile 1886. La famiglia è parte di una compagnia teatrale.
In cerca di un lavoro più redditizio, Armando abbandona l’attività teatrale e si stabilisce a Livorno, nota città anticlericale e sovversiva. Troverà occupazione presso una ditta che riveste le damigiane per il vino.
Fin dai primi anni si impegna in attività politiche e sindacali. Contrario al dogma religioso ed al potere della Chiesa, la sera del 4 agosto del 1910[1] Turinelli promuove, insieme ad un gruppo di Compagni del quartiere Stazione (Vannucci, Andreucci, Cerrai, Ficini, Giovannetti, Serri, Tucci, Falleni, Pampana, Filippetti), in antitesi alla costruzione di una nuova chiesa, la costituzione di un’associazione antireligiosa chiamata “Gruppo Antireligioso di viale Carducci” (successivamente assumerà il nome di Gruppo Antireligioso Pietro Gori[2]) del quale sarà Presidente.
Nel primo ventennio del ‘900, Turinelli scrive articoli per quotidiani politici tra i quali l’«Avanti!»[3] e ricopre ruoli di responsabilità in diversi giornali. Diviene gerente de «La Parola dei Socialisti»[4], settimanale socialista fondato da Giuseppe Emanuele Modigliani (diventato poi voce delle correnti rivoluzionarie). Nel 1913 è gerente responsabile de «Il Razionalista» – giornale quindicinale di battaglia razionalista e anticlericale fondato a Livorno[5]. Nel 1915 è gerente responsabile de «Il Fascio socialista» (organo della Federazione socialista Livorno-Elba e dei collegi di Volterra e Lari)[6].

Nel 1914 entra nel Comitato Federale del PSI[7]. Si dedica poi a studiare le opere di Lenin.
Nelle pause di lavoro, com’era tradizione dei livornesi del periodo, pranzava presso la Antica Fiaschetteria Civili (oggi conosciutissimo Bar Civili) dove conosce e poi sposa Gina, la nipote del proprietario del locale. (La coppia avrà sette figli: Comunardo, Spartaco, Lenina[8], Oreste, Eleonora, Cesarina, Glauco).
Negli anni a seguire, troverà occupazione come operaio presso la Società Metallurgica Italiana (SMI)ed entrerà a far parte della Commissione Interna.
Su posizioni massimaliste, Turinelli sosterrà l’adesione delle Organizzazioni Sindacali alla III Internazionale[9].
Con l’entrata in guerra dell’Italia nel conflitto mondiale, la situazione economica si aggrava. La linea politica della Camera del Lavoro di Livorno (CdL) era tendenzialmente quella moderata indicata dai socialisti riformisti e dai repubblicani. La FIOM invece sosteneva la necessità di una mobilitazione più radicale. Quando ci furono le prime agitazioni degli operai alla SMI, Turinelli (uno degli organizzatori della lega aderente alla FIOM) sottolineava il fatto che, anche se era difficile, occorreva tentare una mobilitazione ed era sbagliato negare pregiudizialmente ogni appoggio all’agitazione…[10] Nonostante le divergenze, la CdL e la FIOM concordarono sulla linea da seguire. Alla fine la CdL dette un parziale contributo alla risoluzione della vertenza sostenendo la lotta dei metallurgici e Turinelli acquistò e distribuì 600 copie del giornale della Confederazione tra gli operai della SMI. Per la FIOM fu un grande successo: gli operai approvarono l’operato degli organizzatori sindacali con “un voto di plauso” e circa 1.000 nuove adesioni. Gli operai iscritti alla FIOM, restarono comunque lontani dalla CdL, visto che all’interno prevaleva una linea moderata, considerata avversa[11].
Nel secondo semestre del 1919 ci furono le elezioni per il rinnovo degli organi dirigenti della CdL. Nonostante l’attacco dei repubblicani e l’intervento del deputato socialista Modigliani che suggeriva una politica più riformista, i risultati (grazie anche all’euforia per la rivoluzione in Russia) videro vincitrice la linea massimalista che aprì le porte della Segreteria a Zaverio Dalberto. Tra gli 11 eletti è presente anche Armando Turinelli[12].

Il 1 febbraio 1920 la Federazione Anarchica Livornese e la Federazione Giovanile Socialista organizzano un comizio unitario al Teatro San Marco alla presenza di Errico Malatesta, una delle più importati figure del movimento anarchico. Aderirono diverse realtà del mondo sovversivo provenienti da Pisa e Livorno: socialisti, anarchici, repubblicani, sindacalisti. Turinelli rappresenta la Camera del Lavoro di Livorno[13].
Il 5 novembre 1920, Turinelli (facente parte del Comitato di Agitazione) presiede un’assemblea per discutere la proclamazione di uno sciopero generale in seguito agli annunci degli industriali metalmeccanici livornesi di voler ridurre i salari[14].
Con la partenza di Dalberto nell’agosto del 1920, diviene Segretario Ugo Sereni, socialista riformista. In seguito ai primi licenziamenti tra il 1920 e il 1921, all’interno del movimento operaio si concretizzano due posizioni: quella guidata dal segretario della CdL confederale e quella anarco-comunista della Camera sindacale del Lavoro dell’USI (Unione Sindacale Italiana) appoggiata dall’ala comunista della CGdL (Confederazione Generale del Lavoro) nel frattempo ufficializzata con la scissione al Congresso del PSI di Livorno del 21 gennaio.
Il 15 febbraio del 1921, presso la CdL sindacale il comunista Turinelli presentò un ordine del giorno per lo sciopero generale cittadino di protesta contro i licenziamenti, da effettuarsi anche se la dirigenza della CdL (confederale) non fosse stata d’accordo. Il giorno successivo, alla adunanza del Consiglio delle Leghe alla CdL confederale, i comunisti e i sindacalisti intervennero in massa, e praticamente imposero lo sciopero[15]. Fu un successo, non solo per la massiccia adesione ma anche perché i fascisti (nonostante i rinforzi giunti da fuori Livorno) non riuscirono a contrastarlo.

NOTE:

  1. Molto probabilmente nella bottega di via del Vigna angolo viale Carducci.
  2. «Il Corvo» (anno I n.4) 31 agosto 1946 p.1.
  3. Testimonianza della figlia Lenina.
  4. http://www.fondazionemodigliani.it/node/31243.
  5. http://www.fondazionemodigliani.it/node/31675.
  6. https://www.fondazionemodigliani.it/node/31244
  7. Nicola Badaloni, Franca Pieroni Bortolotti, Movimento operaio e lotta politica a Livorno, 1900-1926, Roma, Editori Riuniti, 1977, p. 113.
  8. Comunardo, Spartaco, Lenina, saranno poi ribattezzati dal regime con nomi più graditi: Bruno, Luigi, Arnalda, tutti nomi di parenti di Benito Mussolini – vedi anche: Rosalba Risaliti “Le cinque domande di Cesarina”, https://anppia.it/l-antifascista/leggi-anche-tu/.
  9. N. Badaloni, F. Pieroni Bortolotti, Movimento operaio e …. cit., p. 113.Luigi Tomassini, Le voci del Lavoro. 90 anni di organizzazione e di lotta della Camera del Lavoro di Livorno, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1990, (a cura di Ivan Tognarini e Angelo Varni), p. 197.
  10. Ibidem p. 198.
  11. Ibidem p. 226.
  12. Tobias Abse, Sovversivi e fascisti a Livorno. Lotta politica e sociale (1918-1922), Milano, Franco Angeli editore, 1991, p. 60.
  13. Ibidem p. 194.
  14. L. Tomassini, Le voci del Lavoro. 90 anni di organizzazione…, cit, p. 261.



Cattolici e fascismo nella Toscana nord-occidentale (1920-1922)

Ritratto mons. Maffi

Grazie all’apertura graduale degli archivi vaticani, la storiografia ha chiarito ormai nelle sue linee essenziali il rapporto tra cattolicesimo e fascismo. Se per quanto riguarda i vertici la relazione è stata restituita alla storia, lo stesso non può dirsi per il piano locale, su cui disponiamo di informazioni lacunose. Il problema emerge chiaramente nel caso toscano, alla cui conoscenza questo scritto vuole contribuire concentrandosi sull’area nord-occidentale della regione prima della marcia su Roma. L’obiettivo è evidenziare, senza pretese di esaustività, i caratteri fondamentali della vicenda, a cominciare dalla preminenza di Pisa – dovuta soprattutto alla presenza del cardinale-arcivescovo Pietro Maffi, il più noto e influente esponente del cattolicesimo in quell’area e uno dei principali sul piano nazionale, al punto da risultare tra i papabili al conclave del 1922.

Gli studi più accurati hanno individuato nel 1921 l’inizio del confronto tra cattolici e fascisti. Se, infatti, in precedenza le due parti si erano sostanzialmente ignorate, dalla primavera del 1921 s’intensificò l’azione squadrista contro le sinistre e, in misura molto più ridotta, i popolari, suscitando proteste e commenti nel mondo cattolico. Reazioni che, è bene sottolinearlo, non giunsero mai a una piena equiparazione tra socialismo (oggetto di una condanna inappellabile) e fascismo (di cui si deplorarono gli eccessi, cioè le violenze contro i cattolici).
Uno sguardo gettato sulla Toscana nord-occidentale conferma la validità sostanziale di questa cronologia, nonostante differenze significative tra le varie diocesi. Il caso Ritratto Gronchipisano spicca per la presenza di due personalità di rilievo nazionale: il deputato e futuro presidente della Repubblica Giovanni Gronchi che, membro dell’ala sinistra del PPI, sarebbe stato sottosegretario di Stato al ministero dell’Industria e del commercio nel governo Mussolini (1922-1923); e il già citato Maffi che, alfiere dell’ala conciliatorista dell’episcopato italiano e in ottimi rapporti con i Savoia, nel 1915-1918 si era distinto per l’appoggio entusiastico allo sforzo bellico, fino a divenire il simbolo dell’unione tra fede e patria. Sotto l’impulso del cardinale, il movimento cattolico raggiunse uno sviluppo considerevole, attestato tra le altre cose dal successo del giornale «Il Messaggero toscano» (l’unico quotidiano della città). A Pisa, inoltre, la solida presenza dei movimenti e partiti “sovversivi” fu contrastata da uno squadrismo assai violento, animato da autentici assassini come Alessandro Carosi e dilaniato da faide interne. Nell’insieme, questi elementi fanno di Pisa un osservatorio di prim’ordine per studiare i rapporti tra cattolici e fascismo nel primo dopoguerra – rapporti tesi, perché agli occhi della cittadinanza Maffi incarnava quel patriottismo di cui le camicie nere rivendicavano l’esclusiva. A dire il vero, da parte cattolica non mancò la volontà di trovare un terreno d’incontro con i fascisti, sulla base dell’antisocialismo e del culto dei caduti: caduti della Grande Guerra, come si vide in occasione delle onoranze al Milite Ignoto, il 4 novembre 1921, cui il cardinale partecipò; e caduti della rivoluzione fascista, come si vide invece durante le esequie degli squadristi Zoccoli e Menichetti nel 1921, legittimate dalla presenza rispettivamente di Maffi e del suo segretario, mons. Calandra. Tuttavia, queste aperture non ebbero l’esito sperato, come emerse nel 1922. In giugno, a Pisa, le camicie nere si piazzarono all’esterno della cattedrale impedendo il regolare svolgimento della tradizionale processione del Corpus Domini e sollevando le proteste del cardinale. In settembre, a Buti, il pievano Cascioni Poli (reduce della guerra e sostenitore del PPI) sparò un colpo di pistola in aria per attirare l’attenzione delle forze dell’ordine e mettere in fuga i fascisti che nottetempo stavano tentando di irrompere nella canonica, allontanandosi poi dal paese per ragioni di sicurezza. Si tratta, com’è evidente, di episodi limitati ma utili a comprendere gli attriti che a Pisa caratterizzano i rapporti tra cattolici e fascisti fino al termine della faida Santini-Morghen e per qualche verso anche dopo.

Ricostruire le vicende delle altre diocesi risulta più complesso, date la mancanza tanto tra il clero quanto tra i laici delle personalità di rilievo nazionale e la debolezza del movimento cattolico nelle zone dove le sinistre erano più radicate. A Livorno, ad esempio, la voce cattolica più autorevole era rappresentata dal «Fides» – un bisettimanale che, cessato al termine del 1921, nella veste grafica e nelle idee (rigidamente integriste, in linea con il pensiero del suo direttore don Giovanni Casini) rivelava una posizione non certo all’avanguardia, preoccupata dalle trame di massoni, ebrei e socialisti più che dal fascismo[1].
Nemmeno a Massa la situazione era favorevole al movimento cattolico, che però si mostrò più battagliero. Ai contrasti tra la curia vescovile e i popolari si sommavano infatti le vivaci polemiche tra il settimanale fascista «Giovinezza» e il corrispettivo cattolico «La Difesa popolare» che, diretto dall’avv. Carlo Perfetti, aveva come motto: «Lavoratori di tutto il mondo, unitevi in Cristo». Lo scontro culminò nel marzo-aprile 1922, quando i fascisti parlarono di «pericolo clerico bolscevico», accusando il PPI di essere una «forza antinazionale» sostenuta da sacerdoti «traditori della nostra fede». Parole respinte con sdegno dalla controparte, secondo cui se i principi cristiani fossero rimasti confinati nelle chiese per timore della violenza, le «masse sfruttate» non avrebbero mai ottenuto la «giusta mercede» né l’Italia avrebbe ritrovato la pace[2].
Ancora diversa l’atmosfera a Lucca, dove la Chiesa esercitava un’influenza considerevole sulla vita politica e sociale. Qui, non a caso, i fascisti capeggiati da Carlo Scorza agirono con cautela. Il loro obiettivo era chiaro (separare i cattolici dal PPI) ma di difficile realizzazione, perché il foglio cattolico di riferimento (il settimanale «L’Esare») respinse con fermezza qualsiasi ipotesi di doppia militanza; inoltre, nel maggio 1921 il bollettino diocesano precisò che i cattolici potevano esercitare attività politica ma non militare nei partiti liberali né accettare i principi del socialismo, lasciando come unica opzione il PPI. Pur a fronte di un’opposizione ferma, prima della marcia su Roma le camicie nere evitarono di avviare una vasta campagna di violenze contro i cattolici, limitandosi a rare aggressioni e qualche scritta sui muri. In questo senso, il caso lucchese risulta emblematico del livello di violenza nei rapporti tra cattolici e fascisti, che a queste date restava ancora contenuto.

Ritratto mons. Simonetti

Ritratto mons. Simonetti

L’eccezione maggiore è costituita dal delitto di Collodi, frazione di Pescia, che a conoscenza di chi scrive costituisce l’episodio più grave occorso nell’area in questione. Qui nell’ottobre 1921 i fratelli Lamberti, militanti fascisti e proprietari di una cartiera chiusa a causa di uno sciopero, uccisero a colpi di pistola Ubaldo Ciomei, consigliere comunale di Pescia e attivista dell’Unione del lavoro di Lucca, dandosi poi alla latitanza. Il settimanale cattolico locale, «Il Popolo di Valdinievole», condannò con fermezza i responsabili e presentò la vittima nelle vesti di «martire», senza che si giungesse peraltro a una vera e propria rottura con il fascismo. Al risultato contribuì il vescovo di Pescia Angelo Simonetti, i cui inviti alla pace e alla fratellanza favorivano di fatto il partito più forte; inoltre, fin dal dicembre 1920 egli aveva dichiarato in una lettera a «Il Popolo di Valdinievole» che «la vera azione cattolica non è né deve essere per sé e per i suoi fini politica, né deve perciò confondersi affatto con quella di un partito» – una sconfessione del PPI che certo non aiutò ad arginare l’ascesa del fascismo nella diocesi .

La formazione del governo Mussolini, che includeva esponenti popolari, fu accolta dai cattolici se non con gioia almeno con fiducia in un avvenire più ordinato. I mesi e gli anni seguenti videro in realtà un aumento sensibile degli attacchi contro di loro, senza che per questo si verificasse un ripensamento. Anzi, com’è noto il rappresentante principale dell’antifascismo cattolico, don Sturzo, fu costretto all’esilio dai superiori; il PPI fu sciolto; e sulla memoria di don Minzoni, il parroco ferrarese ucciso dagli squadristi nell’agosto 1923, calarono censura e oblio. Sull’esito incise la minaccia del manganello, certo, ma anche elementi di più lungo periodo, sedimentati a fondo nella mentalità cattolica, come l’insistenza sui doveri più che sui diritti e la convinzione che in mancanza di un accordo con l’autorità politica la missione della chiesa sarebbe fallita. Per queste ragioni, benché consapevoli del carattere agnostico e violento del fascismo, nella grande maggioranza dei casi i cattolici lo ritennero un male minore rispetto al nemico tradizionale: il socialismo. Questa prospettiva caratterizzò tutto il pontificato di Pio XI, che solo negli ultimi mesi di regno cominciò a distaccarsene, con una scelta che peraltro il successore si guardò bene dal sottoscrivere. Solo le sconfitte patite nel corso della Seconda guerra mondiale convinsero il papato e i cattolici italiani a voltare definitivamente le spalle a Mussolini.

Nota:
1. Cfr. ad es. La mala bestia, in «Fides», 16 gennaio 1921.
2. Il cinquantenario della morte di Giuseppe Mazzini ha visto Dio ridotto a portabandiera del P.P. e il popolo insidiato dalla coppia Sturzo-Lenin, in «Giovinezza!», 19 marzo 1922; «Giovinezza» sulle furie!, in «La Difesa popolare», 1° aprile 1922, p. 2.

L’articolo è la relazione presentata in occasione del seminario organizzato il 20 ottobre 2022 dalla Biblioteca F. Serantini dal titolo 1922: Pisa e la Toscana tra fascismo e antifascismo.




Il caso di Shangai a Livorno, 1930-2017.

Shangai dal secondo dopoguerra ad oggi

Shangai, nonostante le sue origini, e forse proprio per via di esse, era un quartiere caratterizzato da una forte solidarietà e da un grande senso di appartenenza dei suoi abitanti, fin dai primissimi anni. [1]

In particolare, a partire dagli anni ’70, una marcata coesione sociale ha caratterizzato la sua storia. Le ragioni di questo sono da ricercarsi nelle attività svolte dalla sezione del PCI della zona, dalle suore di San Giuseppe dell’Apparizione, dal parroco locale, Don Biondi: si tratta di realtà che erano riuscite a promuovere attività culturali e ricreative, anche di stampo politico, incentivando cooperazione, una buona convivenza e un senso di comunità tra gli abitanti del quartiere. [2]

Shangai negli anni Sessanta-Settanta

Shangai negli anni Sessanta-Settanta

Una delle esperienze che ha fatto vivere a Shangai uno dei suoi periodi più positivi è stata la creazione del “Punto incontro donna”, voluto dalle donne di quartiere, su proposta della sezione locale del Pci, per avere un luogo dove ritrovarsi. [3] Dalla sua nascita, nel 1985, il quartiere tutto è stato altamente coinvolto in numerosissime iniziative come rassegne teatrali, concerti, corsi di cucito, sfilate di quartiere, feste di carnevale, mercatini, gite di gruppo e molto altro. Nel video prodotto dall’ISTORECO di Livorno[4], in collaborazione con le Scuole Fermi di Shanghai, nel 2020, sono state raccolte le testimonianze di abitanti del luogo che hanno vissuto e gestito in prima persona queste attività. Anche le foto donate da Luana di Dio, anima del “Punto incontro donna”, raccontano una vita di quartiere vivace e culturalmente attiva. Anche nelle due interviste rilasciate, tra il 2020 e il 2022, alla prof.ssa Catia Sonetti, Direttrice dell’ISTORECO di Livorno, Luana di Dio e Manuela Alfaroli hanno rievocato proprio questa storia. A giugno 2022 l’ISTORECO ha organizzato, insieme all’ARCI di Livorno, un’iniziativa molto toccante, in cui sono state esposte diverse fotografie delle varie iniziative portate avanti dal Punto Incontro Donna, e durante cui hanno preso la parola alcune delle donne che sono state, tra il 1985 e il 2017, coinvolte personalmente nella gestione di tali attività. La passione e l’impegno che queste hanno investito per portare avanti idee di cooperazione sociale e solidarietà in un quartiere tra i più poveri di Livorno erano tangibili nei loro ricordi e nelle loro parole. E’ stato molto interessante anche il collegamento online con la scrittrice Claire Hunter, dalla Scozia, che ha illustrato i molti punti in comune tra alcune delle storie raccontate nel suo libro “I fili della vita. Una storia del mondo attraverso la cruna dell’ago” (2020, Bollati Boringhieri) in cui riflette sulla straordinaria importanza del cucito e della sua diffusione e trasversalità a livello sociale, in tutto il mondo e in tutte le culture.

Purtroppo la chiusura del centro donna, avvenuta nel 2017, ha provocato una regressione sociale del rione. I molti, ripetuti, tentativi da parte dell’amministrazione comunale di integrare Shangai col resto della città tramite progetti rigenerativi[5], Bandi ministeriali[6], demolizioni di alcuni dei vecchi blocchi e ricostruzioni di nuovi appartamenti e scuole pubbliche (progetto ancora in corso)[7] si sono rivelati poco risolutivi sia a breve che a lungo termine. Oggi infatti, con la mancanza di associazioni ed altre realtà di quartiere come quelle che hanno operato a Shangai tra il 1970 e il 2017, gli investimenti comunali e i tentativi di de-ghettizzare il quartiere e di reintegrazione dello stesso con il resto della città sono riusciti a raggiungere solo scarsi risultati perché il rione ha via via perso quella coesione sociale interna che lo ha sempre caratterizzato, tramutandosi in parte in una zona di spaccio di droga e di marcato degrado sociale. [8]

Conclusioni

La storia di Shangai dalla sua nascita ad oggi, la traiettoria che ha percorso il quartiere, rispecchia molto bene quanto espresso da David Forgacs in Margini d’Italia. L’esclusione sociale dall’Unità a oggi (2015): si tratta di una delle molte storie di periferie ai margini sociali e geografici delle città italiane, nate, osservate e rappresentate attraverso uno sguardo “esterno”, come un luogo in totale antitesi alla raffinatezza, la ricchezza, la bellezza che invece rappresenta il centro cittadino. E’ interessante vedere come, grazie ad attività, progetti, associazionismo proattivo come quello del “Punto incontro donna” per esempio, si possa quantomeno tentare di ribaltare lo sguardo da cui si osserva il quartiere, insieme alle sue sorti. Anche le immagini che raccontano da dentro quella che era la vita di Shangai e degli “shangaini” in quegli anni sembrano narrare una storia diversa da quella classica di quartiere periferico, popolare, povero e ghettizzato. Esse infatti mostrano storie di persone che partecipavano attivamente alla vita del proprio rione, che contribuivano per quello che era loro possibile al senso di comunità e di sostegno reciproco. Il “Punto Incontro Donna”, così come altre realtà del secondo dopoguerra, volute e dirette dagli abitanti stessi del rione, sono riusciti a creare una vera e propria comunità, a dare vita, a livello culturale e sociale, a uno dei quartieri più popolari e poveri della città.

 La prima parte dell’articolo.

nota:

[1] Susini M., Shangai…,cit., p.23.

[2] Susini M., Shangai…,cit., pp.25-79.

[3] https://iltirreno.gelocal.it/livorno/foto-e-video/2015/03/06/fotogalleria/il-punto-incontro-donna-dishangai- compie-30-anni-1.10992853

[4] Video prodotto da ISTORECO, intitolato “Shangai. Storie e memorie di quartiere” all’interno del progetto “La città dei libri sognanti” della Biblioteca Comunale di Livorno https://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2021/06/03/news/la-citta-dei-libri-sognanti-alla-biblioteca- stenone-1.40349850

[5] https://www.comune.livorno.it/_livo/uploads/CdQ%20II%20estratto.pdf

[6] Vedi progetto “La città dei libri sognanti” della Biblioteca Comunale di Livorno https://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2021/06/03/news/la-citta-dei-libri-sognanti-alla-biblioteca- stenone-1.40349850

[7] Vedi progetto di riqualificazione anche dei poli scolastici di Shangai https://2017.gonews.it/2015/01/17/quartiere-shangay-inaugurata-la-nuova-scuola-materna-in-via-stenone/

[8] Vedi progetto ISTORECO Livorno “Storie e memorie di Shangai” in

https://www.facebook.com/istitutostorico.livorno/videos/3641411932582974




Il caso di Shangai a Livorno, 1930-2017.

Introduzione

L’obiettivo di questo breve articolo è quello di ripercorrere la storia del quartiere di Shangai di Livorno, partendo dalla sua nascita, alla fine degli anni ’20 del ‘900, per arrivare ai giorni nostri.
Il focus sarà quello di determinare le ragioni che hanno portato alla nascita di un quartiere problematico, e riflettere su quelle azioni, quelle scelte che, nel tempo, sono riuscite ad offrire nuove opportunità e possibilità per i suoi abitanti. In particolare emergerà che il periodo più positivo vissuto dagli abitanti del quartiere corrisponde a quello che va dagli anni ’70, con l’inaugurazione della sezione del PCI di Shangai[1] fino al primo decennio degli anni 2000. Durante questi anni, infatti, diverse associazioni e realtà religiose e politiche, portate avanti dagli stessi abitanti di Shangai, hanno risollevato le sorti di un quartiere difficile sotto molti punti vista, promuovendo senso di comunità, cooperazione e coesione sociale. Nel 2017 è stato chiuso il “Punto Incontro Donna” di Shangai, uno degli ultimi e più saldi pilastri sociali del quartiere, e la situazione già precaria del popolare e degradato rione, ha iniziato a peggiorare gradualmente nonostante i molti investimenti e tentativi di miglioramento da parte dell’amministrazione comunale.

Prima delle origini

Nell’area che corrisponde oggi al quartiere, fino all’inizio del ‘900 si trovavano “solo orti, campi, acquitrini, e rovi”[2]. Era una zona conosciuta dai livornesi soprattutto per la strada che portava al cimitero cittadino, la via del Camposanto. Vi abitavano poche persone, e vi erano insediate alcune fabbriche come la Parodi dove si lavorava l’olio, la Gallinari che produceva coloranti e bitume e la famosa fabbrica della Richard Ginori. Era quasi un’area verde di campagna, perfino con un corso d’acqua, il Rio Cigna[3].

Origini

La nascita del quartiere risale al 1930, quando l’Istituto Case Popolari di Livorno iniziò la costruzione di blocchi abitativi detti “popolarissimi”[4].
La decisione di costruire questo nuovo quartiere a nord della città, che sembra prendere il nome proprio da quanto lontano, disagiato e sovraffollato fosse, in richiamo anche alla città cinese, mancante di tutto quello che invece era presente nel centro, è da ricollegarsi addirittura alla fine dell’800. Fu allora infatti che la questione dei fabbisogni abitativi iniziò ad assumere sempre maggiore importanza. La Livorno postunitaria infatti era in espansione, con un numero crescente di iniziative imprenditoriali. Il commercio portuale fioriva, ma soprattutto la città necessitava un “riassetto organico edilizio del degradato centro cittadino”[5]. Le epidemie di colera nei blocchi del centro (intorno alla centralissima attuale via Grande) erano estremamente comuni, a cavallo tra ‘800 e ‘900, proprio in questi “fatiscenti e insalubri edifici del centro… occupati da miserabili che non possono certamente permettersi di procurarsi una casa in buone condizioni”[6].
In realtà questa necessità di alleggerire il centro abitato da “miserabili” aveva anche delle motivazioni di tipo politico. Nel 1922 i fascisti conquistarono violentemente il Municipio, costringendo il sindaco Mondolfi e l’intera giunta a dimettersi[7]. Solo tre anni prima, nel 1919, vi erano state proteste e saccheggi nel centro cittadino per il caroviveri. Quindi per evitare il ripetersi di tali eventi, il nuovo governo cittadino nel ’26 decise di cedere a titolo gratuito terreni per case popolari da costruire in vista dello sventramento dei blocchi “insalubri”, abitati da persone difficili da tenere sotto controllo, del centro. Questi appezzamenti di terreno comunale erano stati prima (nel 1923 circa) cedute ad associazioni di combattenti, di madri o vedove di guerra che tuttavia non riuscirono ad utilizzarli e dovettero restituirli al Comune, che a sua volta li cedette all’Istituto Case Popolari[8]. Inoltre le case “popolarissime” di Shangai nacquero all’interno della politica di disurbanizzazione, ovvero quella che l’architetto Calza-Bini, presidente dell’I.C.P. di Roma aveva esposto in un’intervista al “Giornale d’Italia” nel 1928 in cui affermò che tutti coloro che non avevano necessità di stare in città dovevano essere trasferiti in periferia tramite la costruzione, da parte dei vari istituti di case popolari, di nuove case in parti periferiche, agricole e/o industriali, delle città. In particolare Calza-Bini nominò in quegli anni una commissione che pubblicò nel 1926 un testo intitolato “Per la costruzione di case popolari rapide ed economiche”, che descriveva i casamenti a cortile chiuso di Shangai[9].
Costanzo Ciano, mano destra di Mussolini, e livornese, spese molte energie per dare l’avvio ad un’edilizia popolare per quei ceti costretti a lasciare il centro e andare nelle nuove abitazioni[10], soprattutto per soddisfare i suoi interessi economici personali[11].
Dallo sventramento dei palazzi insalubri del centro, le famiglie furono traferite nelle abitazioni che iniziarono ad essere costruite a Shangai, caratterizzate dalle “stimmate del degrado e della bassissima qualità abitativa”[12]. È un fenomeno molto comune nelle vicende abitative dei poveri: i bassifondi scompaiono in un posto e riappaiono in un altro[13]. Si trattava di caserme, costruite con materiali scadenti, dove andarono ad abitare famiglie molto povere e numerose. Non solo i materiali delle costruzioni erano di pessima qualità, anche l’impianto delle stesse era di basso livello (quasi sempre l’unico servizio igienico si trovava direttamente in cucina, le abitazioni erano mono affaccio).
I blocchi continuarono ad essere costruiti negli anni successivi, senza però un piano di sviluppo di servizi, infrastrutture e stradario adeguato al popoloso nuovo quartiere che rimase quindi isolato dal resto della città[14]. I bambini inoltre non avevano nemmeno un oratorio dove andare a giocare, anche se almeno la prima scuola del quartiere, le “Campana”, fu costruita pochi anni dopo il primo blocco abitativo, sempre negli anni ’30. Dopo la seconda guerra mondiale, infine, venne terminato il cosiddetto blocco delle “signorine” perché’ subito occupato da prostitute, attirate dalla presenza di una grande base di soldati americani nelle vicinanze[15].

[prosegue]

NOTE: 1. Susini Marco, Shangai:
un quartiere e la sua gente, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera, 2004. p.31.
2. Ibidem, p.17.
3. Ibidem, p.18.
4. Ibidem, p.19.
5. Ulivieri Denise, “Primato livornese: edilizia popolare d’autore”, in Nuovi Studi Livornesi, Vol. XIX- 2012, Debatte editore, Livorno. pp.99-101.
6. Ibidem, pp.97-120.
7. Mazzoni Matteo, Costanzo Ciano, il fascismo a Livorno, in Quaderni di Fare storia, Anno XIII – N.2-3 maggio –
dicembre 2011, I.S.R.Pt Editore, Pistoia. p.22.
8. Bartolotti Lando, Livorno dal 1748 al 1958. Profilo storico urbanistico, Di Lando Bortolotti, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 1977, p.327.
9. Ibidem, p.349.
10) Ulivieri D., Primato…,cit., p.102.
11. Mazzoni M., Costanzo Ciano…,cit., pp.21,22.
12) Susini M., Shangai…,cit., p.19.
13. Forgacs David, Margini d’Italia. L’esclusione sociale dall’Unità a oggi, Ed. Laterza, Roma-Bari, 2015. p.41.
14. Pia Margherita, La riqualificazione dei quartieri nord in I programmi per i quartieri nord di Livorno. Il contratto di quartiere “Corea”, in Qualità e Città/1, a cura di Landini Franco, ALINEA editrice, Firenze, 1999, p.11.
15) Susini M., Shangai…,cit., pp.19-22.




Alla conquista della “piccola Russia”

oltre mille fascisti, inquadrati militarmente, sono sboccati in piazza Vittorio Emanuele, fermandosi dinanzi al Palazzo Comunale. Il marchese Dino Perrone Compagni, dopo aver salutato il tricolore che sventola dalla sommità del Palazzo civico, ha intimato a gran voce all’amministrazione comunale socialista di dimettersi entro le ore 12. La folla ha vivamente applaudito. [«Il Telegrafo», 3 agosto 1922.]

Dopo un colloquio con il prefetto Eduardo Verdinois e l’on. Costanzo Ciano esponente emergente della classe dirigente livornese, forte della sua fama di eroe della Grande Guerra e degli stretti rapporti con i vecchi ceti dominanti (a partire dalla famiglia Orlando) e con il fascio urbano, il sindaco socialista Umberto Mondolfi decide di dimettersi, cedendo alle minacce di Dino Perrone Compagni, ras del fascismo toscano, alla guida dell’offensiva squadrista contro la città labronica e regista delle spedizioni squadriste dirette da Firenze nelle altre province della regione.
Questi era stato inviato a Livorno a luglio dal Comitato centrale del PNF sia per riportare ordine all’interno del fascio locale scosso da gravi tensioni interne e dalla minaccia di scissione della componente più estremista vicina all’ex segretario Marcello Vaccari sia per attuare l’ultimo atto dello scontro con le forze “sovversive”: la conquista violenta del municipio.
Dati i precedenti personali di Perrone Compagni, figura carismatica all’interno di quel fascismo toscano che da mesi guardava con odio al sopravvivere della giunta socialista di Mondolfi in un contesto regionale già fortemente fascistizzato, il prefetto Verdinois, in una relazione al Ministero degli Interni di quello stesso mese di luce, si fa facile profeta di una spedizione fascista contro la città, vista anche come occasione perfetta per ricompattare gli sforzi e gli interessi delle diverse anime del fascio e degli ambienti collaterali come gli ex combattenti, rinsaldando una rinnovata unità.
Livorno del resto non era solo uno degli ultimi municipi a guida socialista ma una città simbolo, sede del congresso fondativo del partito comunità, città di consolidate tradizioni “sovversive”, teatro di importanti scioperi e manifestazioni negli anni del primo dopoguerra fra miti rivoluzionari e crescenti timori nei ceti medi e borghesi e nei tradizionali gruppi dirigenti di una città, provata dalle forti divisioni politiche suscitate dal primo conflitto mondiale e provata dalle difficoltà economiche e dalle conseguenze sociali determinate dai processi di riconversione economica postbellica.

Nella notte tra il 2 e il 3 agosto le squadre fasciste erano arrivate con i treni da tutta la Toscana. Un gruppo era riuscito a penetrare nel Municipio e ad issare sulla torre un grande vessillo tricolore. La mattina del 3 agosto Perrone Compagni, sia con una lettera, sia con una telefonata in municipio, lo aveva chiaramente ammonito: «dopo il tramonto non avremo più alcun sentimentalismo verso nessuno come voi non avete mai alcun sentimentalismo per la Patria e l’onestà». [Testo della conversazione telefonica fra Perrone Compagni e Mondolfi, secondo quanto riportato da «Il Telegrafo», 4 agosto 1922.]

Già nelle ore precedenti la città aveva conosciuto la violenza degli squadristi. Appena si era sparsa la notizia dell’adesione della Camera di Lavoro confederale e di quella sindacale allo sciopero generale proclamato dall’Alleanza del lavoro, gli squadristi erano stati mobilitati da Perrone Compagni. La mattina del 2 agosto due squadre erano state inviate nei vari stabilimenti e alla stazione dei tramvai; gruppi in auto e camion carichi di camice nere avevano iniziato a pattugliare le vie della città. I fascisti avevano ordinato di appendere le bandiere nazionali alle finestre delle case e il tricolore veniva issato anche sul Duomo.
Subito dopo il suo arrivo in città, Costanzo Ciano aveva fatto affiggere un manifesto in cui esprimeva il suo pieno sostegno all’azione dei fascisti, in quanto «l’attentato alla Nazione compiuto dai dirigenti delle organizzazioni sovversive, impone agli italiani di difendere la Patria, la libertà, la famiglia! Contro i matricidi insorge il fascismo. Concittadini, nella calma, nella serenità più perfetta attendete la vittoria».
Il ferimento di due militi aveva provocato le prime spedizioni punitive contro i circoli ´sovversivi`: Il Cigno, Il Germoglio all’Ardenza, e quello dei ferrovieri. La violenza fascista aveva colpito in particolare la famiglia Gigli:
appena è stato loro aperto, hanno iniziata una scarica di revolverate nella stanza d’ingresso, ferendo mortalmente il tranviere avventizio Pilade Gigli, di anni 30, il fratello Pietro Gigli, di anni 35, consigliere comunale comunista, parrucchiere, e la loro madre, la vecchia settantacinquenne Giulia Cantini nei Gigli. Un figlio di Pietro, Armando, noto anche lui come comunista, insieme allo zio Manlio Gigli, riuscirono a dileguarsi calandosi da una finestra. [«Il Telegrafo», 3 agosto 1922]

Nella giornata del 3 le dimissioni della giunta, che sanciscono la vittoria di Perrone Compagni, non segnano la fine degli scontri, che anzi riprendono con maggiore intensità in seguito al ferimento dell’ex segretario del fascio Marcello Vaccari. Gli squadristi attaccano e devastano la Camera del lavoro e le abitazioni di vari esponenti socialisti:
sfondata la porta dell’assessore Bacci hanno fatto irruzione nell’appartamento devastandolo. I mobili, i quadri e quanto altro vi si trovava ed era asportabile è stato gettato sulla strada ove n’è stato fatto un immenso falò. La cronaca registra inoltre un tentativo d’invasione del quartiere abitato dall’assessore Urbani, in piazza Magenta, dove la porta, solidissima ha resistito. […] Un altro gruppo di fascisti in Corso Amedeo ha fatto irruzione, devastandola, nella casa del consigliere comunale Luigi Gemignani che è rimasto ferito alla guancia sinistra. [«Il Telegrafo», 4 agosto 1922]
Stessa sorte tocca alla sede dei comunisti in via Santa Fortunata, alla casa dell’assessore Giuseppe Cardon, la cartoleria dell’assessore Giuseppe Bacci, il banco di commercio dell’assessore Giorgio Urbani, la sede della Federazione socialista: «dopo non pochi sforzi la porta ha ceduto e gli assalitori sono penetrati nell’interno. I fascisti si sono impossessati dei mobili, delle carte, hanno staccati dai muri i numerosi quadri e hanno gettato ogni cosa nella strada. Tutto è stato devastato». Al termine della giornata il bilancio degli scontri riportato da «Il Telegrafo» è di 18 feriti, fra cui un ragazzo di 18 anni, due donne e un vecchio di 71 anni, e di 4 morti: Gilberto Catarsi, operaio del Cantiere Parodi e Del Pino, ucciso da un colpo di arma da fuoco partito da un camion, Oreste Romanacci di 73 anni, il muratore Filippo Filippetti, Bruno Giacobini di 14 anni casualmente ferito durante degli scontri in via Palestro, dove si era recato per curiosità.

Nei giorni successivi la pubblica sicurezza perquisisce il circolo repubblicano di via Pellegrini e, trovandovi armi ed esplosivi, arresta Gino Reggioli segretario della sezione del PRI, il presidente del Circolo e altri membri; intanto le bandiere nazionali vengono appese ai balconi e alle finestre delle case e il preposto della Cattedrale monsignor Pera acconsente che il tricolore sventoli sul Duomo.

Il 4 agosto la manifestazione patriottica che sfila per le strade della città suggella, anche simbolicamente, l’unione tra le forze industriali, patriottiche, ex combattenti e fasciste che avevano concorso all’abbattimento della bandiera rossa dalla torre municipale, mentre il generale Ibba Piras, comandante della Divisione militare, assume la gestione dell’amministrazione cittadina come commissario straordinario fino all’11 agosto.

La lettura del “Telegrafo”, quotidiano cittadino, può aiutare a ricostruire il clima di sollievo e soddisfazione che la caduta della giunta porta negli ambienti della borghesia cittadina. La violenta aggressione e deposizione di un’istituzione legalmente eletta si trasforma nella retorica del giornale in una liberazione salvifica, una grande festa per la fine del “governo bolscevico”:
Livorno ha salutato ieri il ritorno del tricolore in modo che sarebbe follia voler descrivere. E’ stata un’altra vibrante festa italiana quella che si è svolta in un trionfo di bandiere nazionali e alla quale il nostro popolo -ancor fiero delle sue tradizioni patriottiche- ha partecipato con un entusiasmo che supera ogni immaginativa. [“Telegrafo”, 5 agosto 1922]

Così in due giorni, sfruttando l’occasione dello sciopero legalitario proclamato in tutta Italia dall’Alleanza del Lavoro proprio contro le violenze fasciste, Perrone Compagni guida le camice nere labroniche alla conquista della città, grazie al sostegno degli squadristi giunti da tutta la regione, alla complicità di ampia parte della vecchia classe dirigente e al benevolo attendismo delle forze di pubblica sicurezza.




LIVORNO 25 LUGLIO 1943: cadono le bombe, cade il Regime.

Ultimi scoppi lontani e chiarori d’incendi.
Poi il cielo ritorna silenzioso e stellato, dopo un’ora di tregenda provocata
dall’aviazione inglese, un’ora che è sembrata un’infernale eternità.
(Gastone Razzaguta, 25 luglio 1943)

La data del 25 luglio 1943, passata alla storia nazionale per la crisi del regime fascista e le dimissioni di Mussolini, a Livorno è ricordata per il pesante e luttuoso bombardamento subito dalla città nella notte del 24 sul 25; poco nota è invece la circostanza per la quale tra i due eventi vi era una diretta correlazione.
Innanzi tutto, va precisato che l’incursione non fu “americana” ma inglese: anche le storiche Michela Ponzani e Laura Fedi hanno ripetuto in tempi recenti l’erronea paternità, nonostante che quella corretta fosse stata già indicata dal memorialista locale Gastone Razzaguta nel 1948 e dallo storico dell’aviazione Giorgio Bonacina nel suo saggio del 1970. D’altronde, è notorio che i bombardamenti notturni sull’Italia erano prerogativa strategica della Raf mentre quelli diurni dell’Usaaf.
Avro LancasterAll’origine del bombardamento vi era l’annullamento della “Operazione Dux” progettata del capo del Bomber Command della Raf, l’air chief marshal Arthur Travers Harris, intenzionato ad eliminare il duce con un bombardamento di precisione sulle sue residenze romane (Villa Torlonia e Palazzo Venezia).
Ancor prima di un pronunciamento del primo ministro britannico, nonché ministro della difesa, Winston Churchill, su ordine di Harris furono dislocati due squadron nell’aereoporto di Blida, in Algeria, dove erano giunti dall’Inghilterra il 17 luglio, dopo aver sganciato le proprie bombe su Arquata Scrivia, San Polo d’Enza, Reggio Emilia e Bologna, mirando alle centrali elettriche.
I due squadron – tra cui il 617°, famoso per la demolizione delle dighe tedesche sui fiumi Eder, Sorpe e Mõhne – erano inizialmente composti da 24 (12+12) bombardieri quadrimotori Avro 683 “Lancaster” e, una volta atterrati a Blida in 22, rimasero in attesa di ordini, venendo nuovamente caricati di bombe, finchè giunse da Londra il contrordine di Churchill, dopo il parere negativo anche del ministro degli esteri Eden. Nel frattempo atterrarono a Blida altri 16 “Lancaster” reduci dal bombardamento sulle centrali elettriche di Cislago Laghetto e Brughiero, aggiungendosi ai due squadron.
L’esito della progettata missione sulla Capitale appariva incerto e rischioso – anche per la presenza del Vaticano – e comunque poteva rivelarsi controproducente in una fase agonica del regime; inoltre, nel giorno previsto per l’azione (19 luglio), il duce sarebbe stato a Feltre per incontrare Hitler. L’Operazione Dux fu dunque annullata, anche se nello stesso giorno Roma fu pesantemente colpita da due bombardamenti diurni statunitensi.
Gli squadron inglesi rimasero quindi a Blida in attesa di direttive, finchè non giunse l’ordine per il rimpatrio dei velivoli, con strike su Livorno lungo la rotta di rientro verso la Gran Bretagna.
Fu così che a Livorno alle ore 0,19 del 25 luglio suonò l’allarme e la gente corse nei rifugi antiaerei, mentre a bordo dei 33 Lancaster i puntatori si predisponevano ad individuare gli obiettivi nell’area portuale-industriale, non particolarmente preoccupati della reazione antiaerea.
Paradossalmente, le bombe in origine destinate a Mussolini fecero correre qualche rischio alla figlia Edda che si trovava in vacanza con i figli presso la villa dei Ciano ad Antignano, tanto che nelle sue memorie ricordò di aver veduto «incendi dappertutto».
porto di Livorno sotto le bombeSecondo le diverse relazioni delle autorità civili e militari, «rotearono sulla città per circa 35 minuti e lanciarono numerosi artifici illuminanti, seguiti da sgancio di bombe e numerosi spezzoni incendiari da quota variabile da 1700 a 5200 metri». Furono lanciate circa 200-300 bombe per un totale approssimato di 85 tonnellate, ossia un carico ridotto rispetto a quello massimo consentito, in quanto gli aerei trasportavano il carburante necessario per raggiungere l’Inghilterra, ma anche arance e pompelmi algerini.
L’elenco delle distruzioni e dei danni conferma la prevalente intenzione di colpire le strutture del porto, il silurificio Moto Fides in via Salvatore Orlando e l’Anic, anche se con scarsi risultati. Presso la Stazione marittima furono gravemente danneggiati 4 carri merci, ma l’efficace intervento dei vigili del fuoco riuscì ad arginare il vasto incendio divampato nella zona portuale, mentre presso l’ANIC bruciarono alcuni depositi di petrolio e annessi baraccamenti. Lo stabilimento del Gommificio italiano in via delle Sorgenti andò completamente distrutto dalle fiamme; danneggiate anche alcune strutture produttive minori: i cortili dello stabilimento Fornace, la fabbrica della Borotalco sul Pontino, un laboratorio di dolciumi in via Pompilia.
Le perdite umane apparvero contenute, ma con un risvolto tragico: su 44 morti ben 43 vennero raccolte presso l’Istituto Maddalena, quarantuno bambini e due suore. Le persone ferite furono appena una decina, mentre invece gli edifici andati distrutti o lesionati più o meno gravemente apparvero molti – secondo i resoconti del Genio Civile rispettivamente 150 e 380 – sul Voltone, a Torretta, sugli Scali delle Cantine e in via Erbosa (l’attuale via Solferino) ma anche nei quartieri periferici di Sorgenti e Salviano, forse coinvolti per la prossimità di stabilimenti o per l’adiacenza della linea ferroviaria.
Colpito, inspiegabilmente – se non per la ferrovia – pure il borgo di Quercianella.
La città venne inoltre completamente paralizzata dalla distruzione dei servizi: acquedotto, energia elettrica, gas, linee telefoniche; gravemente colpito anche il palazzo delle Poste in piazza Carlo Alberto (l’attuale piazza della Repubblica).
Purtroppo, il peggio per Livorno doveva ancora venire.




“Frankie Goes To Leghorn”

Per i bombardieri americani e inglesi Livorno era solo una coordinata geografica: 43°33’ latitudine nord, 10°18’ longitudine est sul Mar Ligure, costa occidentale della penisola italiana. Un’espressione geografica da bombardare, per costringere i tedeschi ad andarsene. E fu così che dal giugno 1940 al luglio 1944 furono 116 i bombardamenti che colpirono e distrussero gran parte della città. Ben 90 di queste incursioni aeree, le più terribili, furono concentrate tra il 28 maggio del 1943 e il 7 giugno del 1944.

Alla fine la città fu liberata ma il prezzo pagato fu altissimo. I bombardamenti causarono la morte di 1.400 persone tra civili e militari, migliaia furono i feriti, anche la paura era una ferita difficilmente rimarginabile, molti, un numero ignoto, i dispersi; e fu completamente distrutta la zona industriale e portuale della città, e poi le case: furono circa ventimila i vani di abitazioni distrutti, oltre trentamila quelli gravemente lesionati.

Dopo poco più di un mese dall’ultimo terrificante bombardamento del 7 giugno, era la mattina del 17 luglio del 1944, un lunedì, le avanguardie della 34ª divisione “Red Bull” andarono in avanscoperta, con grande cautela, per le strade di una città di fantasmi. Ma la vera liberazione di Livorno avvenne due giorni dopo, il 19 luglio 1944, quando in città entrano i tanks e le jeep americane e le formazioni partigiane che aveva combattuto duramente per liberare Livorno; la popolazione potè finalmente invadere le strade e gioire per un incubo cessato.

Livorno liberata vive e lotta per la sopravvivenza. Quando arriva il generale Mark Clark al comando della Quinta Armata, trasforma Livorno in Leghorn e, dal 1° settembre 1944, nomina il porto labronico come Decimo Porto (10th Port) ovvero distaccamento del Genio USA per le Opere Marittime oltremare.

Circolano le AM lire: il dollaro costa 100 lire, la sterlina 500 lire. Il Governo militare alleato è ai Casini d’Ardenza mentre a Villa Trossi c’è l’Ufficio del Lavoro. In tutta la città ci sono italiani, americani, inglesi, brasiliani, truppe coloniali e prigionieri tedeschi. Nelle strade transitano jeep, dodges, trucks; gli incidenti stradali sono all’ordine anche perché gli autisti, i driver, vanno veloci e spesso sono ubriachi. Sparse su tutto il territorio cittadino ci sono baracche e costruzioni che ospitano le truppe e generi di ogni tipo.

Con l’esercito alleato arrivano anche affaristi privi di scrupoli, ladri, imbroglioni, prostitute e protettori. I berretti rossi della polizia militare inglese e i caschi bianchi della polizia militare americana cercano di porre un freno alla criminalità nascente e al traffico clandestino di merci e materiali USA.

A nord della città la pineta di Tombolo è già tristemente nota come “paradiso nero”. Lo scrittore Nicholas Fersen, nel prologo al suo romanzo “Tombolo” scrisse: «e Tombolo giace là di fronte al mare, inscrutabile, orrida e misteriosa, tenacemente incollata con la sua miseria, la sua storia, alla coscienza degli uomini». Lì, dove sarebbe sorto nel 1951 Camp Darby, base USA per il sud dell’Europa, si compiono traffici illeciti, mercato nero, vi si rifugiano i disertori, centinaia di “segnorine” si prostituiscono.

Con gli americani arriva anche la Coca Cola, il chewing-gum; diventano famosi sport come il basket e il baseball; si ballano e si suonano i ritmi musicali come il boogie-woogie, il blues, e una strana musica: il Jazz. Anche se Livorno aveva sentito questa musica nelle sue prime forme: già negli anni venti e trenta del ‘900 si erano formate molte jazz band. La musica, i nuovi ritmi, ai musicisti livornesi, così come tanti altri musicisti di altre città italiane, soprattutto portuali, erano conosciuti perché alcuni erano emigrati in America, ma anche perché il jazz attinge da tante altre forme musicali come la musica bandistica (a Livorno erano molte le bande musicali attive) la classica, la musica da ballo che a Livorno erano già diffuse all’inizio del ‘900 e che “viaggiavano” costantemente con le navi attraverso l’oceano. Il jazz che i livornesi ascoltano negli anni ’40 e ’50, è quello suonato dalle band al seguito dei militari Usa, ed è il jazz moderno, anche se non c’è una frattura netta fra il prima, degli anni ’20 e ’30, e il dopo in quello che ascoltavano.

Livorno diventa anche crocevia delle star internazionali che incontrano e si esibiscono per le truppe angloamericane. Nella primavera del 1945, Marlene Dietrich, indimenticabile interprete de L’Angelo Azzurro e de La Taverna dei Sette Peccati, partecipa ad alcuni recital cantando per i soldati americani e inglesi feriti in combattimento e ricoverati in ospedali da campo a Livorno: gli inglesi sono a Villa Mimbelli, gli americani a Villa Corridi.

In estate è la volta di Francis Albert Sinatra, noto come Frank Sinatra o con il solo nome, cantante di origine italiana, non ancora “The Voice” ma già famoso nel suo paese, che canta in piazza Magenta di fronte ai soldati americani. Dopo di lui arriverà anche una giovane, non ancora trentenne e già famosa, Ella Fitzgerlad che si esibirà nell’ex Dopolavoro della Società Metallurgica Italiana di via Micali divenuto sede della Red Cross Club (Croce Rossa americana).

 Il Concerto in Magenta Square

 È il 7 luglio, un sabato, ed è l’ultima tappa del Tour USO 1945. Questi Tour sono organizzati dalla United Service Organizations Inc. (USO), una società di beneficenza americana senza scopo di lucro che offre intrattenimento dal vivo con celebrità di Hollywood (comici, attori e musicisti) ai membri delle forze armate degli Stati Uniti e alle loro famiglie, durante la guerra. Lo scopo è di «portare a casa i ragazzi, alla loro casa». Tra il 1941 e il 1945, l’USO mise in piedi 293.738 spettacoli in vari continenti.

Quel sabato pomeriggio, lì sul palco, assieme a Frank Sinatra c’è un giovanissimo pianista, Saul Chaplin, che non era figlio del grande Charles Chaplin “Charlot” come qualcuno, sbagliando, l’ha indicato nell’annotazione che accompagna la storica e unica foto del concerto di piazza Magenta. In realtà Saul Chaplin, il cui vero nome è Saul Kaplan, è nato a Brooklyn, New York, il 19 febbraio 1912, da famiglia ebrea di origine polacca, e ha frequentato la School of Commerce della New York University con l’intenzione di diventare contabile. Pianista autodidatta, ha guadagnato soldi per mantenersi agli studi suonando con band locali.

Saul era molto giovane quando a Livorno accompagnò al piano Sinatra. In seguito, fino alla sua morte avvenuta nel 1997, sarebbe diventato un famoso compositore di colonne sonore del cinema, vincitore di tre Premi Oscar per la migliore colonna sonora per i film Un americano a Parigi (1952);  Sette spose per sette fratelli (1955); West Side Story (1962) come produttore associato con Leonard Bernstein.

Sul retro della foto originale, l’unica che ritrae Sinatra e Chaplin sul palco, vi è l’annotazione che la pubblicazione della foto è autorizzata dal Pentagono con la seguente indicazione: «Se pubblicata, si prega di accreditarla come fotografia dell’esercito americano, scattata dal fotografo Barry Kramer, assegnato per realizzare foto per l’USO (United Service Organizations) oversears tour 1945».  Barry Kramer (1921- 1984) è stato uno dei fotografi più prolifici del suo tempo, conosciuto e venerato più dopo la sua morte che quando era in vita. Nato e cresciuto a New York City, Barry, dopo la laurea alla New York University in pubblicità, fu arruolato nell’esercito nel 1942 e assegnato al corpo fotografico dell’USO, sviluppando nei vari tour stretti rapporti con innumerevoli celebrità dell’epoca come Frank Sinatra, Perry Como, Judy Garland, Tony Bennett, Duke Ellington, Ella Fitzgerald; un’esperienza, questa, che in seguito lo portò a collaborare con importanti riviste come Life e National Geographic. Sue sono inoltre le foto più famose di musicisti jazz nelle loro esibizioni nei jazz club di fama mondiale: Basin Street East, The Village Gate, The Metropol.

Ma prima di ritornare al concerto di piazza Magenta, vediamo come e perché fu decisa la tournée di Sinatra a Livorno.

 L’antefatto

 Come C-4 (codice identificativo d’idoneità al servizio militare ma solo come ausiliario) Frank Sinatra non avrebbe dovuto svolgere il servizio militare almeno fino al 1945, per via di un timpano perforato.

Ma era il 1945 e la guerra mondiale non era ancora finita. Sinatra fu quindi chiamato per una nuova visita medica. «Devo andare all’ospedale militare del New Jersey per verificare la mia idoneità», dichiarò ai giornalisti che smaniavano per intervistare questo giovane cantante italo americano che stava avendo un enorme successo, soprattutto tra le ragazze. E dopo tre giorni di visite Frank a sorpresa fu classificato C-2A che significava che era dichiarato inabile al servizio militare e sarebbe stato quindi esentato anche dal servizio ausiliario.

Apriti cielo, la notizia destò un gran sollievo tra le ammiratrici, ma anche una valanga di proteste su alcuni giornali, uno dei quali aveva definito Sinatra un «cantante caramelloso», e soprattutto tra i giovani in guerra in Europa e le loro madri. Una delle quali scrisse al New York Time: «mi potete spiegare perché gli atleti, gli attori del cinema e del teatro sono così importanti che ci debba essere per loro una speciale dispensa dal servizio militare? ». Una lettera arrivò anche dai militari del padiglione 47-4 dell’Hospital Plant 4118 in Inghilterra che avevano letto che c’erano ragazze a casa che minacciavano perfino di uccidersi se Frank fosse stato arruolato: «ci sono milioni di soldati americani sotto le armi e ci si preoccupa e ci si dispera per un solo uomo?».

Il 5 marzo del 1945 la commissione di leva del New Jersey, sorpresa dalle tante proteste, dichiarò che c’era stato un disguido e che Frank doveva essere considerato ancora un C-4. George Evans, manager di Sinatra, per evitare altre polemiche annunciò che Frank aveva intenzione di fare subito un giro negli ospedali militari e che in giugno sarebbe andato a cantare per le truppe oltreoceano.

«Quando il manager di Frank mi chiese di mettere insieme uno spettacolo per fare il tour con Sinatra in Europa per sei settimane, mi sentii male – disse Phil Silvers, attore, cantante e amico di Sinatra: ero ancora in luna di miele con Jo Carroll […] ma Frank era un amico e non potevo dire di no”». Phil Silvers aveva anche riflettuto su come presentare Sinatra alle truppe, dopo tutte quelle polemiche: «Non potevo certo dire: ed ecco a voi, l’idolo della gioventù americana. Mi avrebbero tirato le gavette. Pensai e suggerì di presentarlo sfottendolo un po’. Lo avrei preso in giro per la sua magrezza, lo avrei schiaffeggiato, lo avrei intimidito con lo sguardo, tutto per scherzo ovviamente, poi avrei attaccato un mio pezzo suonando un clarinetto e storpiando le note […] e a questo punto credo, anzi sono certo, che i soldati chiederanno a gran voce di farlo cantare».

La cosa funzionò e così, con questa trovata, iniziò ogni concerto del tour del 1945: i soldati dopo aver riso della gag tra Silvers e Sinatra chiedevano a gran voce a Frank di cantare una delle sue canzoni più in voga. A Livorno la richiesta cadde su “Nancy with the Laughing Face” che Phil aveva scritto per la festa di compleanno della figlia di Sinatra. Almeno così si raccontava. In realtà il titolo originario era “Bessy with the Laughing Face”, ma quando Silvers, autore del testo, e Jimmy Van Heusen, autore della musica, la cantarono alla festa di compleanno, sostituendo a Bessy il nome della figlia di Sinatra, Nancy, Frank si commosse, pensando che fosse stata scritta apposta per la festa di sua figlia. La verità era però che Silvers e Heusen avevano composto la canzone per il compleanno della moglie, Bessie, del compagno di scrittura di Van Heusen, Johnny Burke. Il titolo, con Nancy, fu poi registrato da Sinatra per la Columbia nel 1944, e così è conosciuto.

La tappa livornese di Sinatra fu l’ultima del 1945 Overseas USO (United Service Organizations) Tour, organizzato dal Comando USA per intrattenere soldati americani di stanza a Terranova, nelle Azzorre, nel Nord Africa e, appunto, in Italia con i concerti a Roma, Capua (Caserta), Cerignola (Foggia), Venezia, Milano, Pomigliano d’Arco, Capri, Bari, Foggia, Manduria (Taranto) e, appunto, Livorno, l’ultima data prima di ritornare in America.

Insieme a Sinatra e al pianista e compositore Saul Chaplin, saliranno sul palco il comico e amico di Frank Phil Silvers, all’anagrafe Philip Silver (il suo nome è iscritto tra le celebrità della Hollywood Walk of Fame. Silvers fu doppiato dall’attore livornese Stefano Sibaldi nei film: La signorina e il cow-boy, Fascino e Sesta colonna, e da un altro attore livornese Carlo Carletto Romano per  20 chili di guai!…e una tonnellata di gioia); con loro Fay McKenzie, attrice e cantante, e Betty Yeaton, acrobatic Cutie (ballerina-contorsionista),  che in Italia aveva già partecipato ad una tournée USO per i soldati della 5a armata americana, con uno spettatore d’eccezione, Winston Churchill, a Marina di Cecina il 3 agosto 1944.

 Livorno 7 luglio 1945 – Magenta Square

 Ci raccontano le cronache di quei giorni che quando Frank Sinatra giunse a Livorno aveva poco meno di trenta anni essendo nato nel dicembre del 1915  a Hoboken, New Jersey, Stati Uniti.

Aveva già alle spalle un’apprezzabile esperienza musicale. A Livorno vi erano migliaia di militari della Quinta Armata. Le truppe, anche se il 25 aprile del 1945, con la Liberazione delle grandi città del Nord e la resa dei tedeschi, l’Italia era stata liberata dal nazifascismo, non avevano certo il morale alle stelle. Soldati giovanissimi erano lontani da casa anche da tre o quattro anni, un oceano fra loro e le fidanzate; bloccati in un paese con abitudini diverse, con una lingua incomprensibile per i più, anche se molti erano gli italo-americani, le generazioni successive a quelle della grande immigrazione italiana negli USA, che non avevano bisogno dell’interprete. C’era bisogno di qualcosa che potesse risvegliare i ricordi della casa lontana. Nulla di meglio che un po’ di musica: lo swing che i livornesi avevano già cominciato ad apprezzare già negli anni Venti grazie ad alcune famose orchestre, come quella di Otello Bacci, e tante jazz band locali.

Il 7 luglio del 1945 faceva caldo. C’era il sole che salutava la prima estate senza più guerra. In Magenta Square, come era chiamata dagli americani, dominata dalla grande chiesa di Santa Maria del Soccorso, si accavallavano i rumori delle martellate e le grida di coloro che erano impegnati a montare il palco.

In piazza (raccontano ancora le cronache del tempo) presero posto migliaia di soldati americani, si dice fossero più di 10mila, ed ecco che davanti al microfono arriva quel ragazzo mingherlino, già famoso fra i soldati americani con il nome di “Frankie”. Proprio negli anni della guerra alcune canzoni da lui interpretate erano già entrate nella top ten di quelle preferite dal pubblico americano. “Frankie” Sinatra sarebbe diventato presto un artista di fama planetaria, e non solo come cantante, ma anche come attore: dai primi musical cantati e ballati con Gene Kelly fino a film di grande spessore interpretativo come Da qui all’eternità girato da Fred Zinnemann e che valse a Sinatra, nel 1954, l’Oscar come migliore attore non protagonista, o come, nel 1955, L’uomo dal braccio d’oro di Otto Preminger, con Sinatra candidato ad una nomination all’Oscar come migliore attore protagonista.

A Livorno, davanti al microfono, Frankie caricò l’animo dei soldati e li fece divertire. Si dice – ma qui le notizie sono frammentarie – che ad aprire il concerto, sotto il palco, fu un’orchestra composta da alcuni musicisti livornesi diretti da Otello Bacci; un’orchestra molto famosa tra le truppe americane perché proponeva “musiche americane” allora in voga.

Di quel concerto di tanti anni fa resta una foto un po’ ingiallita come tutte quelle che si tirano fuori dal cassetto della memoria. Una foto nella quale si vede Sinatra che canta indossando una camicia bianca con le maniche arrotolate sugli avambracci e un paio di pantaloni morbidi a vita alta, come andava di moda all’epoca. Saul Chaplin, il pianista, anche lui in camicia bianca, suonava un pianoforte verticale Steinway & Sons, di colore rosso mogano, portato direttamente dagli States e che era stato scarrozzato per tutte le tappe della tournée, riportando anche alcune “ferite” nella struttura in legno.

Sinatra in piazza della Vittoria cantò otto delle sue canzoni più famose: Nancy (With the Laughing Face) di Phil Silvers e Jimmy Van Heusen; Night and Day di Cole Porter; Candy di Mack David, Joan Whitney e Alex Kramer; Saturday Night di Sammy Cahn e Jule Styne; Ol’ Man River di Hammerstein-Kern; Embraceable You di George e Ira Gershwin; Blue Skies di Irving Berlin; Somebody Loves Me di George Gershwin, BG DeSylva e Ballard MacDonald.

Prima, durante e dopo il concerto fu accompagnato da applausi, urla e fischi, così come usavano fare gli americani quando una cosa piaceva, quindi il concerto di Frank Sinatra aveva avuto successo. Lo stesso giorno Sinatra e tutta la troupe volarono in America.

E questo è quanto si può raccontare sullo storico concerto di Frank “Frankie” Sinatra a Livorno. Ma non è tutto, perché c’è un pianoforte che rimane sul palco e non ritorna negli States. Ed è un’altra storia.

 Il pianoforte Steinway & Sons

 Il pianoforte su cui suonò Saul Chaplin e che accompagnò tutto il Tour USO merita un racconto a sé. Sì, perché per questo strumento musicale l’avventura di quel 1945 si concluse proprio a Livorno. Terminato la tournée, il pianoforte per chissà quale motivo non fece parte del bagaglio caricato sull’aereo con cui Frank Sinatra e gli altri artisti se ne ritornarono negli USA.

Che ne fu di quel piano? Oggi, grazie a circostanze casuali, possiamo raccontare la sua storia: il pianoforte Steinway & Sons, nel suo colore tradizionale rosso mogano ma che durante i tour USO fu tinto di un verde militare, su cui suonò Saul Chaplin e la cui musica accompagnò Frank Sinatra, non solo rimase in Italia, ma si trova ancora a pochi chilometri da Livorno. Sul pianoforte, benché di nuovo color rosso mogano e con qualche ferita, si scorgono tutt’oggi tracce di vernice verde.

A tale proposito riportiamo la testimonianza di Marcello Orazio, che ne è stato uno dei proprietari:

 Io lo aveva ricevuto in eredità da mio padre Alberto il quale a sua volta lo aveva acquistato nell’immediato dopoguerra presso la Casa Musicale Pietro Napoli di Livorno. L’acquisto di questo piano gli era stato caldamente raccomandato dal titolare Roberto Napoli (nonno dell’attuale Roberto, figlio di Gian Franco Napoli) come un’eccezionale occasione di qualità e prezzo, riservatagli in seguito agli ottimi rapporti di amicizia e di stima che intercorreva fra loro. Dopo un uso intenso, il piano restò inutilizzato per decenni, poi è emerso che quello non era un pianoforte comune, ma aveva una particolarità storica non indifferente. Si trattava di una versione impreziosita con gusto borghese del glorioso Victory Vertical Steinway, solitamente in verde oliva dei G.I. militari americani, costruito secondo specifiche militari di robustezza e maneggiabilità, adatto anche a essere paracadutato in avamposti del fronte bellico per dare momenti di ricreazione alle truppe. Accertata questa inconfutabile caratteristica si è consolidata in me l’ipotesi che quel piano fosse proprio quello usato per accompagnare Frank Sinatra in occasione del suo concerto per le che truppe in Piazza Magenta a Livorno. Il motore di questa ipotesi fu la casuale visione su una rivista della foto che ritraeva l’evento e nella quale si potevano anche vedere dettagli del pianoforte sul palco. Da questa ipotesi ho cominciato a esaminare da una parte la corrispondenza dei dettagli del pianoforte e d’altra parte a scavare nei ricordi della mia famiglia e in dettagli di per sé apparentemente poco significativi ma che nel contesto assumono oggi una valenza che permette di dare consistenza all’ipotesi.  A proposito del pianoforte, da notare che il piano in oggetto presenta, fin dall’acquisto presso Pietro Napoli, due colonne a lira strutturalmente posticce che, senza incidere sull’originalità del piano, contribuiscono ad assecondare ulteriormente il gusto borghese. Questo lascia pensare a una modifica esteticamente riuscita apportata da validi artigiani della stessa ditta Pietro Napoli che, per il suo già allora influente riferimento alla Steinway & Sons a livello europeo, avrebbe potuto avere quindi un ruolo nell’allestimento dello spettacolo di Frank Sinatra, e nella trattenuta in zona del pianoforte a fine spettacolo.

 Ed è così: fu proprio Roberto Napoli, imprenditore in campo musicale e musicista lui stesso, ad acquistare per primo quel pianoforte lasciato a Livorno al termine del Tour USO 1945, poi venduto alla famiglia Orazio. Marcello Orazio, che da bambino aveva studiato proprio su quel piano, ha di recente saputo che il musicista Andrea Pellegrini faceva parte del Comitato Unesco Jazz Day Livorno: «Lei è Pellegrini, figlio di Gian Franco il pianista jazz? – chiese, dopo averlo contattato, a Pellegrini, la risposta fu affermativa. Allora devo dirle che io ho il pianoforte del concerto del 1945 di Sinatra a Livorno».

Il Comitato UNESCO Jazz Day Livorno, fondato nel 2011, è composto da Andrea Pellegrini, Chiara Carboni e Maurizio Mini; Presidente Onorario Gian Franco Reverberi. Il Comitato organizza a Livorno dal 2012 nel mese di aprile, la JAM Jazz Appreciation Month Livorno, giunta quest’anno alla sua decina edizione (nel 2021, causa Covid, l’evento non si è svolto); un mese di eventi tra concerti, ascolti guidati, libri, film, mostre di pittura e fotografiche, tutto all’insegna del jazz. Livorno è l’unica città in Europa ad organizzare un mese di iniziative sul Jazz per concludersi il 30 di aprile, giornata mondiale Unesco dedicata al Jazz.