Un laboratorio civile, educativo e identitario di una città nel Novecento: la Casa della Cultura di Livorno

All’indomani della liberazione, Livorno si presentava come una delle città italiane più colpite dai bombardamenti alleati. Il centro storico era ridotto in macerie, gran parte della popolazione era sfollata e le attività produttive stentavano a riprendere. In questo contesto di profonda crisi materiale, il Comitato provinciale di liberazione nazionale, nella seduta del 20 gennaio 1945, riconobbe la necessità di un intervento culturale immediato. La decisione, sorprendente per l’urgenza delle necessità abitative e infrastrutturali, esprimeva tuttavia la convinzione che la cultura fosse parte integrante della rinascita democratica della città, un provvedimento che sottolineava la voglia di rinascita, e l’attesa per il futuro, che contraddistingueva la nuova classe politica. La cultura, dunque, non era considerata un lusso, ma un bisogno vitale al pari delle infrastrutture materiali, un investimento capace di restituire dignità e prospettiva alla cittadinanza.
Negli anni della ricostruzione maturò l’idea di destinare all’uso culturale un edificio storico della città. La scelta di collocare la nuova istituzione nel Cisternino di città, progettato da Pasquale Poccianti tra il 1837 e il 1846 come terminale dell’acquedotto di Colognole, ebbe un valore altamente simbolico. L’edificio, mai entrato in funzione come vera e propria cisterna e sopravvissuto ai bombardamenti, fu individuato dal Comune come sede privilegiata per la realizzazione di diverse attività culturali. L’utilizzo del Cisternino rappresentava una metafora potente, che prevedeva la trasformazione di un serbatoio d’acqua in una cisterna di cultura, destinata a contenere libri, mostre e dibattiti. L’edificio fu restaurato e riaperto al pubblico nel 1951 con il nome di Casa comunale della Cultura, sull’esempio di iniziative prese in altre città italiane. L’inaugurazione fu accompagnata dal convegno La Cultura come vita, titolo che ribadiva la centralità del sapere nella sopravvivenza e nel futuro collettivo di una città e di un territorio in uscita dalle temperie di una guerra mondiale.

La gestione pubblica come tratto distintivo

A differenza delle esperienze di Roma e Milano, dove le Case della Cultura nacquero da associazioni o da iniziative di partito, l’istituzione livornese si caratterizzò per una peculiare gestione direttamente pubblica. Il Comune di Livorno si assunse l’onere di programmare e sostenere economicamente la nuova istituzione, mettendo a disposizione i locali e il denaro per il sostentamento. Ciò rivelava una concezione della cultura come bene pubblico, accessibile a tutti e non riservato a particolari élite. Ciò seguiva l’esperienza, sorta all’inizio del secolo, dell’Università Popolare. Tale impostazione trasformò la Casa della Cultura in un fiore all’occhiello per l’attività amministrativa del sindaco della ricostruzione Furio Diaz e della sua giunta ormai alla fine dell’esperienza di collaborazione tra tutti i partiti antifascisti. La scelta amministrativa aveva un valore politico forte, nella quale la cultura diventava strumento di cittadinanza e di legittimazione democratica, integrata nei piani di ricostruzione della città.
La Casa della Cultura svolse fin da subito un ruolo eminentemente educativo. Nei suoi locali erano disponibili radio, un’emeroteca, una biblioteca circolante di letteratura contemporanea, dotata di circa 1500 volumi, selezionati tra le novità editoriali e, più tardi, televisione e apparecchi per l’ascolto di musica. La differenza rispetto alla Biblioteca comunale “Labronica”, più orientata alla conservazione del patrimonio erudita, era netta, così come la salvaguardia della rivista storico-letteraria comunale «Liburni Civitas». La Casa della Cultura rispondeva al bisogno di accedere a una cultura moderna, legata all’attualità e avulsa dagli schemi classici di stampo fascista.
Non bisogna dimenticare come l’esperimento si collocasse all’interno di un più ampio progetto di educazione popolare, promosso anche dal Partito comunista italiano, che vedeva nella diffusione dei saperi uno strumento di emancipazione sociale. In questo senso, la Casa rappresentò un’inedita forma di scuola civica parallela alle forme tradizionali di istruzione, aperta a giovani e adulti, capace di anticipare i modelli di educazione permanente che sarebbero emersi negli anni Sessanta e Settanta. A tenerla a battesimo fu, non a caso, l’assessore all’Istruzione e futuro sindaco Nicola Badaloni, storico della filosofia di impronta marxista.

Un laboratorio di pluralismo politico e culturale

Pur inserita nel clima della Guerra fredda, la Casa della Cultura riuscì a mantenere una notevole apertura al pluralismo ideologico e partitico. Le cronache di quegli anni ricordano come nello stesso edificio convivessero associazioni di stampo politico differente, mostre di arte d’avanguardia e iniziative di taglio più tradizionale. Erano in grado di confrontarsi non solo modelli e ideologie artistiche diametralmente opposte, ma anche partiti politici e associazioni di orientamento diverso. Ciò era reso possibile dalla struttura organizzativa del Circolo livornese della Casa della Cultura, animato da figure come Vittorio Marchi, pedagogista socialista, e Luca Badaloni, segretario instancabile, capace di coinvolgere amministratori di maggioranza e opposizione. La Casa divenne così uno spazio di confronto, un laboratorio di convivenza civile e politica che rispecchiava le contraddizioni e le ricchezze della società livornese nel dopoguerra.
Il culmine dell’attività culturale si ebbe tra il 1955 e il 1967 con l’istituzione del Premio “Modigliani”, che proiettò Livorno su un piano nazionale e internazionale. Nelle sale del Cisternino passarono artisti e critici di fama, tra cui Renato Guttuso, Giuseppe Sassu, Giulio Carlo Argan, Carlo Ludovico Ragghianti, Emilio Vedova, Enrico Baj, Giò e Arnaldo Pomodoro. Negli stessi anni, la Casa della Cultura ospitò mostre e importanti dibattiti sull’arte contemporanea, rendendo la città un punto di riferimento per le avanguardie artistiche italiane. Come sottolineano gli studiosi di storia dell’arte contemporanea, fu proprio in questo periodo che Livorno riuscì a sottrarsi al rischio di provincialismo insito nella pittura post-macchiaiola e a inserirsi nei circuiti più avanzati della cultura nazionale.

Crisi, continuità e metamorfosi

Dalla fine degli anni Cinquanta si manifestarono i primi segni di difficoltà, dovuti sia alla crescente “lottizzazione” partitica degli spazi pubblici, sia al mutamento dei modelli culturali nel quadro del boom economico. Negli anni Settanta la Casa della Cultura perse progressivamente centralità a favore di nuove istituzioni, come il Museo Progressivo d’Arte Contemporanea inaugurato nel 1974. Tuttavia, essa continuò a ospitare mostre, assemblee studentesche e attività associative, rimanendo un punto di riferimento per la cittadinanza, in particolare negli anni della contestazione studentesca.
La peculiarità della Casa della Cultura di Livorno stava nella sua duplice natura: istituzione culturale da un lato, e luogo identitario dall’altro. Essa fu non solo contenitore di iniziative artistiche ed educative, ma anche una sorta di genius loci della città, spazio simbolico in cui si condensavano i desideri di rinascita, i conflitti politici, le passioni artistiche e le memorie condivise. Non rinnegando le sue origini di “serbatoio” per la città, il Cisternino ha incarnato l’idea che la cultura fosse linfa vitale, necessità primaria della comunità, strumento di emancipazione e, insieme, custode di memorie vive. Non sorprende che ogni progetto di recupero – ad oggi parzialmente risolto con la destinazione a quei locali della Fondazione Livorno Euro Mediterranea (LEM) e dell’Informagiovani – richiami ancora la storia nella seconda metà del Novecento di quel bene.

Nota bene: le foto sono della Biblioteca Labronica F. D. Guerrazzi.

Articolo pubblicato nel febbraio 2026.




Un catanese sulle rive dell’Arno Giuseppe Motta dalla lotta antifascista al Movimento Comunità di Adriano Olivetti.

L’avventura con Adriano Olivetti e il Movimento Comunità

L’ingresso nel governo di Romita apre nuovamente le porte di Roma a Motta, perché nella primavera del 1954 viene nominato responsabile dell’Ufficio stampa del Ministero dei lavori pubblici, incarico che ricopre fino al 1957, condividendo questo nuovo impegno con quello assunto ad Ivrea con Olivetti. La frequentazione con movimenti e organizzazioni culturali della sinistra “atipica”, federalista e laica, spesso emarginati dai grandi partiti, lo porta a incontrare e relazionarsi con personaggi come Aldo Capitini e Altiero Spinelli ed altri, arricchendo notevolmente il suo bagaglio culturale e politico. È il rapporto però con l’imprenditore Adriano Olivetti, al quale lo lega una sincera amicizia costruita su una stima reciproca, che lo segnerà definitivamente sul piano intellettuale e politico. Olivetti coinvolge Motta nel suo progetto politico-sociale fin dal 1949 e l’intellettuale catanese inizia a svolgere per conto dell’ingegnere piemontese un’intensa attività di promozione e organizzazione del Movimento Comunità, sia in Piemonte che in Toscana e Lazio. Nell’estate del 1955, la Commissione per la revisione delle strutture del Movimento Comunità composta da Franco Ferrarotti, Duccio Innocenti, Riccardo Musatti, Umberto Serafini e Giuseppe Motta conclude i suoi lavori con la proposta di modificare due articoli dello statuto del 1949, con una maggiore accentuazione delle motivazioni politiche culturali nell’azione del movimento[1].

Motta sarà sempre più preso da questo impegno, tanto che per le sue qualità in breve tempo è nominato direttore degli Uffici di Presidenza dell’industria Olivetti e contemporaneamente è chiamato a far parte dell’esecutivo nazionale del Movimento Comunità.

L’industria Olivetti in questi anni grazie alla direzione dell’ingegnere Adriano ha un impulso notevole, vantando, con circa 36.000 dipendenti di cui oltre la metà all’estero, una presenza su tutti i maggiori mercati internazionali[2]. In particolare, l’industria elettro-meccanica italiana si è fatta promotrice, grazie all’incontro tra Olivetti e Mario Tchou avvenuto negli USA nel 1955, anche di un ambizioso e innovativo progetto[3]. Enrico Fermi aveva suggerito un nuovo progetto all’Università di Pisa, che il 4 ottobre 1954 delibera un grosso finanziamento per la costruzione a Pisa della nuova calcolatrice elettronica CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana); fra le motivazioni che spingono verso la costruzione della macchina, vi è la decisione di Olivetti di collaborare con l’Università. L’ingegnere di Ivrea, infatti, si associa all’impresa stipulando, il 7 maggio 1956, una convenzione con l’Ateneo pisano che stabilisce il supporto finanziario alla struttura e ai suoi ricercatori, finalizzato alla costruzione del calcolatore e all’avvio di un progetto autonomo – il Laboratorio di Ricerche Elettroniche (LRE) – della Olivetti, volto alla realizzazione di un elaboratore elettronico di facile uso che possa essere prodotto su scala industriale per la commercializzazione.

Adriano Olivetti

Olivetti, comprendendo le capacità scientifiche e organizzative di Tchou, gli affida l’incarico di formare un gruppo di lavoro riunito in un laboratorio appositamente costruito che, in collaborazione con l’Università di Pisa, ha dunque l’obiettivo di progettare e costruire un calcolatore elettronico a valvole e transistor[4]. Così a Barbaricina, a pochi chilometri dalla città di Pisa, si insedia il Laboratorio di Ricerche Elettroniche, che sotto la direzione di Mario Tchou segna la nascita del progetto ELEA (Elaboratore Elettronico Automatico).

Motta è completamente immerso in questo ambiente culturale e scientifico, fiducioso nel progresso tecnico come portatore di benefici sociali ed economici e fondatore di una nuova comunità umana, nazionale e internazionale, di ispirazione socialista. Nel suo lavoro a fianco di Romita partecipa attivamente ai programmi statali di incremento edilizio e di programmazione urbanistica, tema questo fortemente condiviso con lo stesso Olivetti, che in questi anni promuove e sostiene lo sviluppo di una nuova concezione dell’organizzazione delle città in fase di ricostruzione postbellica. In questo periodo, Motta si integra fortemente nell’area socialdemocratica per la quale ricopre vari incarichi, tra cui quello di membro della Commissione nazionale di studi del PSDI, interessandosi in particolare dello sviluppo delle nuove aree industriali. I suoi propositi si basano su una concezione moderna dell’idea socialista, riformista e democratica, capace di far fronte all’esigenza, fortemente sentita nelle élites progressista, di un rinnovamento delle strutture economiche e statali del Paese. Impegno che si rafforza dopo la morte improvvisa di Romita, avvenuta a Roma il 15 marzo 1958, che costringe Motta a lasciare i suoi incarichi al ministero[5].

Motta è sicuramente l’artefice di molte situazioni nelle quali si costituiscono i nuovi Centri Comunitari, non solo in Piemonte e nel Lazio, ma anche in Toscana e precisamente nel Pisano. Qui l’intellettuale catanese riesce a costituire un nucleo di elementi e a editare un periodico, «L’informatore sociale della Valdera», che tra il 1955 e il 1958 diffonde il verbo del Movimento olivettiano coinvolgendo giovani e intellettuali come Francesco Bagatti, che ne diviene ben presto il coordinatore[6]. L’azione svolta da Motta nella provincia di Pisa favorisce la costituzione di nuclei e simpatizzanti anche in altre località come Terricciola, Peccioli, Casciana Terme e Volterra. La diffusione del movimento però si arresta dopo l’esito negativo delle elezioni politiche del 1958, quando in questi territorio viene raccolto solo lo 0,28% delle preferenze[7]. Precedentemente il nucleo di Casciana Terme aveva anche proposto Motta come candidato sindaco alle elezioni amministrative.

Motta si impegna strenuamente in due campagne elettorali, quelle delle amministrative della primavera del 1956 e quelle successive politiche del 1958, nel quale il Movimento Comunità tenta di fare un balzo in avanti sulla scena politica italiana. Tra il 1955 e l’inizio del 1956, il Movimento cerca di proporre un’alleanza con il Partito sardo d’azione, Unità popolare, il Partito repubblicano e il Partito radicale, al fine di costruire un fronte democratico-progressista. Difficoltà varie fanno arenare il progetto e il Movimento Comunità decide di partecipare da solo alle elezioni concorrendo nel Canavese, a Torino, nella Valdera, nel Basso Lazio e in Basilicata, dove la presenza dei Centri comunitari è già radicata da tempo. È Motta a stilare la dichiarazione politica del Movimento del 14 febbraio, in cui si delinea l’analisi del mancato accordo con le altre forze politiche e si annuncia la determinazione di presentare liste indipendenti[8].

L’11 aprile 1956, la Lista Comunità si presenta alle elezioni comunali ad Ivrea con Adriano Olivetti come candidato sindaco, l’ex sindaco Umberto Rossi e il motociclista Ermanno Ozino. La lista vince le elezioni e Olivetti è nominato sindaco dal Consiglio Comunale con 18 voti su 20[9]. Questa vittoria fa sì che il Movimento Comunità sia al centro delle attenzioni della direzione del PSI e in particolare di Pietro Nenni. Quest’ultimo, dopo la denuncia dei crimini staliniani da parte di Chruščëv al XX Congresso del PCUS del febbraio 1956, sente la necessità di abbandonare l’alleanza con il PCI, che aveva contraddistinto la politica del PSI nell’ultimo decennio, per riavviare un progetto di riunificazione delle diverse anime del socialismo italiano. Per questo ha bisogno di riallacciare i rapporti con tutte le schegge socialiste “eretiche” e tra queste anche il Movimento Comunità, che considera ispirato da un socialismo pragmatico e umanistico. A tal fine chiede un incontro ad Adriano Olivetti. Il mediatore di questo appuntamento è Motta, che in passato ha conosciuto Nenni e ha buoni rapporti con il suo entourage. L’incontro si svolge il 30 ottobre 1956 a Roma, un momento di forte tensioni internazionali con le notizie della rivolta popolare che arrivano dall’Ungheria, e insieme a Motta presenziano anche Fichera e Musatti. Nonostante il cordiale colloquio, Olivetti esce deluso dall’incontro, a causa soprattutto della mancanza di concretezza nelle posizioni del segretario socialista[10]. L’occasione persa con Nenni si ripresenta in breve tempo con il PSDI ed è ancora Motta ad essere al centro della trattativa, insieme a coloro che nel movimento sono indicati come «politici», cioè Fichera, Lunati e Serafini. Anche questo tentativo di accordo non trova sbocchi pratici dal momento in cui al successivo congresso nazionale del PSDI la vittoria del centro-destra emargina chi, come Matteo Matteotti è stato l’ispiratore del progetto all’interno del partito[11].  Certo, però, che i dodicimila potenziali voti, tanti sono gli iscritti al Movimento, fanno gola e comunque, in gran parte, confluiranno nell’area socialista, dopo la rinuncia alla politica del 1961.

In occasione delle elezioni politiche del 1958, il movimento decide di presentarsi insieme al Partito dei Contadini d’Italia e al Partito Sardo d’Azione nel cartello Comunità della Cultura, degli Operai e dei Contadini d’Italia. Motta è incaricato dell’Ufficio stampa della Concentrazione ubicato a Roma in Piazza di Spagna n. 15[12].

La lista ottiene 173.227 voti alla Camera dei deputati, pari allo 0,59%, e 142.897 voti al Senato, lo 0,55%. Olivetti con 18.923 preferenze riesce ad essere eletto alla Camera[13], ma si dimetterà poco tempo dopo per incompatibilità col suo ruolo nella giunta tecnico-consultiva dell’INA-Casa. Gli subentra il 12 novembre 1959 Franco Ferrarotti, che poi aderirà al PSDI.

La scomparsa dell’Ingegnere e la continuazione dell’impegno politico nelle file socialiste

A sconvolgere la vita di Motta arriva la notizia il 27 febbraio 1960 dell’improvvisa morte dell’ingegnere Olivetti, avvenuta sul treno mentre si reca a Losanna nei pressi della cittadina svizzera di Aigle, poco distante dal confine italo-svizzero[14]. La famiglia, divisa in cinque rami, si scontra nella gestione dell’azienda, ostacolando l’ascesa di Roberto, figlio di Adriano. A capo dell’industria di Ivrea è nominato Giuseppe Pero, che cerca di dare continuità all’impresa assicurando pieno sostegno alle attività di ricerca e sviluppo nel campo dell’elettronica.

La morte di Olivetti è seguita il 9 novembre 1961 da quella tragica dell’ingegner Tchou morto, a soli 37 anni, con il suo autista in un incidente stradale. Le morti di Olivetti e di Tchou hanno conseguenze immediate. Nel giro di pochi anni la Olivetti, in seguito a una crisi industriale, è costretta dai soci che la salvano, tra cui la FIAT e Mediobanca, a cedere, nel silenzio omertoso della politica italiana, la Divisione elettronica alla statunitense General Electric, segnando così la fine dell’avventura appena agli albori dell’informatica italiana.

La scomparsa dell’ingegnere Adriano determina anche un cambiamento repentino sul piano politico. Il 10 settembre 1961 il Comitato Centrale del Movimento Comunità, riunito a Milano, approva la «rinuncia alla lotta politica elettorale attraverso una propria organizzazione», invitando al contempo i propri iscritti a continuare a far politica «nell’ambito della tradizione socialista fabiana», cosa che, d’altra parte, Motta non aveva mai smesso di fare mantenendo la propria iscrizione al PSDI in contemporanea a quella del Movimento di Olivetti.

Motta, dopo dopo la morte di Adriano, che considerava e considerò sempre, molto di più di un datore di lavoro e di un imprenditore-intellettuale di cui condivise fino in fondo le ispirazioni, ma anche e soprattutto un padre e un Maestro, collabora attivamente con testimonianze e documenti alla ricerca già avviata da tempo dello storico Caizzi[15], tesa a ricostruire la genesi e lo sviluppo della storia familiare degli Olivetti. La collaborazione non è semplice, dal momento che Motta non condivide in toto l’impostazione che Caizzi offre alla propria ricerca, critica che muove attraverso un’argomentata lettera che invia allo storico nel luglio 1961[16]. L’anno successivo verrà alla luce l’opera di Caizzi pubblicata per i tipi della UTET nella collana «La vita sociale della nuova Italia»[17].

Motta in questi anni partecipa alla discussione sulla costituzione della Fondazione Olivetti e nei primi anni Sessanta ricopre anche l’incarico di membro dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, dell’Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni d’Europa e della Società Filosofica Italiana. Per un certo periodo, tra il 1962 e il 1963, è assistente volontario di diritto costituzionale all’Università di Firenze, presso l’Istituto per il progresso dell’amministrazione pubblica.

La sua passione per la politica non si ferma con la morte di Olivetti. Nel 1963 si presenta come candidato del PSDI nella Circoscrizione di Pisa, Lucca, Livorno e Massa Carrara alle elezioni politiche, senza però essere eletto, nonostante uno sforzo notevole sul piano personale[18]. Durante la campagna elettorale tiene 56 comizi, di cui 24 in provincia di Pisa, 13 in quelli di Massa Carrara, 10 in quella di Lucca e 9 in quella di Livorno. Complessivamente Motta raccoglie 1.954 preferenze, così distribuite: 764 a Pisa, 218 a Livorno, 210 a Lucca e 762 a Massa Carrara[19]. In questo periodo, nonostante i molteplici impegni che spesso lo portano a viaggiare, mantiene sempre un forte legame con il territorio della provincia di Pisa, occupandosi in particolar modo delle condizioni economiche e sociali delle Colline pisane, con l’obiettivo di un organico programma di trasformazione rurale, attraverso l’introduzione di nuovi tipi di colture e di nuovi rapporti di lavoro nell’organizzazione dell’azienda agraria. Le sue realizzazioni in questo settore – suggerite da un’aggiornata interpretazione delle funzioni dell’imprenditore agricolo, ai fini dell’incremento del reddito e del miglioramento sociale delle campagne – sono seguite con crescente interesse sia nell’ambito locale, sia per il loro valore esemplare, da parte delle autorità statali, soprattutto in vista dell’integrazione dell’agricoltura italiana nel Mercato comune europeo. Va qui ricordato, come esempio concreto del suo agire, il ruolo di imprenditore agricolo “illuminato” svolto insieme alla moglie, Lilia Borri, nella conduzione dell’azienda agricola di Fichino nei pressi di Casciana Terme, risollevandola dalla grave crisi in cui era caduta durante il Secondo conflitto mondiale, dotandola di impianti di coltivazione e macchinari moderni ma soprattutto superando, ben prima della legge di riforma agraria (Legge stralcio n. 841 del 21 ottobre 1950) e per primi nella Provincia di Pisa, l’arcaico istituto della mezzadria con il passaggio a quello del rapporto datore di lavoro-operaio.

Contemporaneamente Motta è uno dei più attivi militanti del PSDI della Toscana Nord-Occidentale, occupandosi non solo di propaganda ma anche di organizzazione, tanto che il partito in questi anni cresce sensibilmente in consensi e numeri di tesserati[20]. Non si contano le riunioni e i comizi tenuti da Motta in questi anni in tutte le principali località delle province di Livorno, Pisa, Lucca e Massa Carrara, in particolare durante la campagna elettorale per le amministrative del novembre 1964. La linea politiche che sostiene è quella di Giuseppe Saragat, volta a rafforzare il centro-sinistra con l’alleanza con la DC al fine di sostenere gli interessi generali dei lavoratori, dello sviluppo economico e della democrazia in Italia[21].

Il 2 febbraio 1965 il Consiglio di amministrazione della società Olivetti, presieduto da Bruno Visentini, lo nomina Segretario dello stesso Consiglio, nonché segretario del Comitato esecutivo, mantenendo nel contempo la direzione degli Uffici della Presidenza[22]. Entra poi a far parte del Consiglio direttivo della Fondazione Adriano Olivetti, costituita allo scopo di preservare e valorizzare il lascito culturale dell’ingegnere oltre agli archivi documentari della famiglia.

Al 14° congresso nazionale del PSDI che si svolge a Napoli dall’8 all’11 gennaio 1966, Motta è eletto nel Comitato centrale del partito[23]. È favorevole alla unificazione con il PSI, proposito che viene concretizzato il 30 ottobre 1966 a Roma al Palazzo dello Sport, in occasione di una grande manifestazione che battezza la nascita del Partito socialista unificato (PSU).

Gli insuccessi elettorali degli anni successivi e le forti divisioni interne del partito portano tra la fine del 1968 e l’inizio del 1969 alla nuova scissione e alla rinascita di un’area socialdemocratica indipendente. Motta nell’occasione decide di rimanere nel partito, che nel frattempo ha ripreso la vecchia denominazione di Partito socialista italiano (PSI).

Nelle elezioni amministrative del giugno del 1970 è il terzo eletto, in rappresentanza del PSI, nel Consiglio provinciale; nella nuova giunta di sinistra guidata dal comunista Renzo Moschini è nominato Assessore alla programmazione e allo sviluppo economico, incarico che mantiene per due legislature. Il nuovo impegno è portato avanti con quello dell’Olivetti che svolge nella sede romana dell’azienda, dove cura i rapporti con gli Enti locali e territoriali.

Nel 1974 è attivo nelle file socialiste nella campagna per il “fronte del no” nel referendum abrogativo della legge sul divorzio. Alla fine del 1975 assiste la moglie, afflitta da un male incurabile che la porta via nella primavera dell’anno successivo.

Epilogo

Nei primi anni Ottanta abbandona ogni impegno politico, non condividendo il nuovo corso dato al Partito dalla segreteria di Bettino Craxi.

Nei decenni successivi si dedica alle sue passioni di lettore accanito, cinefilo e assiduo frequentatore del Cine-club Arsenale, agli amici del Gorgona-Club, alla campagna, ai lavori agricoli della fattoria del Fichino e soprattutto al mare che tanto amava.

Di lui ha scritto un ritratto affettuoso Sandra Lischi:

Per me, per tutta la vita, è stato uno di casa, uno dei vice-padri che hanno contribuito alla mia formazione, in quel gruppo di amici dei miei genitori. Una presenza ruvida e tenera, sempre attenta e lucida, divertita, provocatoria. Implacabile e preciso nel sottolineare con sincerità difetti e limiti ma anche potenzialità e talenti. Senza mai fronzoli né compiacimenti. E poi antiborghese, anche nel vestire eccentrico, nel parlare senza ipocrisie, nel chiedere di conoscere – e nel valutare – felicità o frustrazioni prima ancora dei successi o degli insuccessi materiali[24].

Motta muore a Pisa all’alba del 15 febbraio 2018.

 

Nota per le immagini: tutte le illustrazioni provengono dall’Archivio personale di Giuseppe Motta

 

NOTE

[1] Cfr. G. Iglieri, Storia del Movimento Comunità, Roma, Edizioni di Comunità, 2019, pp. 119-132.

[2] Si veda il v. pubblicato in occasione del 50° anniversario della fondazione delle industrie Olivetti, Olivetti 1908-1958, a cura di R. Musatti, L. Bigiaretti, G. Soavi, Zurich, Ing. C. Olivetti & C. spa, 1958. Il volume contiene i saggi di L. Bigiaretti, Camillo Olivetti, Domenico Burzio e F. Fortini, Introduzione ai capitoli; didascalie.

[3] Cfr. J. De Tullio, Mario Tchou e l’elettronica italiana, München, GRIN, 2014.

[4] Cfr. M. Gazzarri, Elea 9003. Storia del primo calcolatore elettronico italiano, Roma, Edizioni di Comunità, 2021.

[5] L’impegno di Motta nel lavoro di responsabile dell’Ufficio stampa del Ministero del lavoro viene premiata il 2 giugno 1957 con il conferimento dell’onorificenza a Cavaliere Ufficiale al merito della Repubblica Italiana. BFS-AS, Carte Motta/Borri, Corrispondenza, Lettera di Giuseppe Romita, Roma, 5 agosto 1957.

[6] Cfr. G. Iglieri, Storia del Movimento Comunità, cit., pp. 193 e 196-197.

[7] Ib.

[8] BFS-AS, Carte Motta/Borri, Serie Comunità, fasc. Elezioni amministrative 1956 [da controllare].

[9] Ivi, pp. 187-193.

[10] Cfr. V. Ochetto, Adriano Olivetti, cit., pp. 260-261.

[11]Ivi, pp. 263-264.

[12] Cfr. G. Iglieri, Storia del Movimento Comunità, cit., p. 239.

[13] Il Movimento di Comunità aveva già tentato l’avventura parlamentare nelle elezioni del 1953 con il nome Humana Civilitas, in tre collegi del Senato (Torino centro, Biella, Ivrea) candidando Adriano Olivetti e ottenendo 39.912 voti (10,19%), insufficienti però per ottenere un seggio a palazzo Madama.

[14] Vasta all’epoca è stata l’eco della scomparsa di Adriano Olivetti. Per una sintesi delle testimonianze di affetto e riconoscimento per l’opera prestata nel campo industriale e sociale si v. Ricordo di Adriano Olivetti, a cura della rivista «Comunità», Milano, Edizioni di Comunità, 1960.

[15] Bruno Caizzi (1909-1992), storico d’origine romagnola e di cultura cattolica, laureatosi nel 1932 all’Università di Venezia in scienze economiche con Gino Luzzatto. Nel 1936, a causa delle sue scelte antifasciste, si trasferisce in Svizzera, nel Canton Ticino, dove insegna materie economiche e storia presso la Scuola Superiore di Commercio di Bellinzona. Nelle sue ricerche e nei suoi studi si occupa della questione meridionale, dei trasporti, dell’economia lombarda nella storia e dei suoi legami con quella ticinese. Nel 1963 diviene libero docente di Storia economica presso l’Università degli Studi di Milano, cattedra che mantiene fino al 1979.

[16] La lunga lettera è poi stata pubblicata in appendice al volume Fabbrica, Comunità, democrazia, a cura di F. Giuntella e A. Zucconi, Roma, Fondazione Adriano Olivetti, 1984, pp. 247-269.

[17]Cfr. B. Caizzi, Camillo e Adriano Olivetti, cit.

[18] Si v. la presentazione della sua candidatura nei periodici «Il Collocatore d’Italia», n. 3, marzo 1963, p. 2; «La Sentinella del Canavese», n. 13, 29 marzo 1963; «Corriere elbano», n. 17, 25 aprile 1963; «Il Telegrafo», 28 aprile 1963, p. 5.

[19] Il primo eletto è l’onorevole Lami Starnuti con 4.891 preferenze. Lami poi opta per il Senato lasciando il posto a Giuseppe Averardi. Le informazioni sull’andamento elettorale di Giuseppe Motta sono tratte da BFS-AS, Carte Motta/Borri, Serie Politica, fasc. PSDI, 1963-64, Lettera di G. Motta a R. Di Palma, Ivrea, 11 giugno 1963.

[20] Il PSDI nella Circoscrizione Livorno, Pisa, Lucca e Massa Carrara alle elezioni politiche del 1963 raccoglie 49.338 pari al 5,94 % risultando il quarto partito dopo DC, PCI e PSI. Nelle precedenti elezioni del 1958 aveva raccolto 28.977 preferenze (3,6%) risultando il quinto partito dopo la DC, il PCI, il PSI e il MSI.

[21] G. Motta, Programmazione, servizio sociale e socialismo, «Socialismo democratico», organo della Federazione provinciale di Massa-Carrara del PSDI, n. 9-10, febbraio 1963, pp. 1 e 4. Si v. inoltre, G. Motta, Socialismo democratico e programmazione. 1. Il significato del Centro sinistra, e 2. Pianificazione democratica e Regioni, «Nuova politica», organo della Federazione lucchese del PSDI, a. 2, n. 2, febbraio 1963, pp. 1-2 e a. 2, n. 3 marzo 1963, pp. 1 e 4.

[22] BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Estratto di nascita del Comune di Belpasso, 17 settembre 1949.

[23] G. Averardi, I socialisti democratici. Da Palazzo Barberini alla scissione del 4 luglio 1969, Milano, SugarCo. 1977, pp. 415-418.

[24]S. Lischi, L’ultimo, in S. Lischi-A. Nannicini, Guernica a Pisa. Storie di amicizia e di impegno, Pisa, ETS, 2019, pp. 11-14.

Articolo pubblicato nel febbraio del 2026.

 




Un catanese sulle rive dell’Arno Giuseppe Motta dalla lotta antifascista al Movimento Comunità di Adriano Olivetti

La formazione e la scelta antifascista

Giuseppe Motta nasce a Belpasso in provincia di Catania il 10 agosto 1923 da Rosario e Filippa Grazia Serafica[1]. Dopo la maturità classica – conseguita nell’anno scolastico 1939-1940 al Liceo “M. Cutelli” di Catania – decide di continuare gli studi all’Università di Pisa, dove si iscrive al corso di laurea di Lettere e filosofia. Durante il primo anno frequenta, tra i diversi insegnamenti, le lezioni di letteratura italiana di Augusto Sainati[2], quelle di storia della filosofia e pedagogia di Guido Calogero[3], nonché quelle di storia del Risorgimento di Walter Maturi[4]. È uno studente modello che frequenta con assiduità le lezioni e la sua media di voti è alta. Tra il maggio del 1941 e il giugno 1943 sostiene dieci esami, l’ultimo dei quali in dottrine politiche è premiato con la lode[5].

Negli anni giovanili dell’Università conosce Lilia Borri[6], con la quale si sposerà alla fine della guerra e con lei sceglie di abbracciare gli ideali liberalsocialisti, condividendone la militanza nel Partito d’azione, formazione che a Pisa raccoglie consensi soprattutto nella élite intellettuale e studentesca. Sono suoi compagni di lotta gli avvocati Vittorio Galluzzi, Antonio Tozzi e Roberto Supino, l’insegnante e avvocato Piero Zerboglio, gli studenti universitari Giovanni Cottone e Iris Capitani, gli insegnanti Nora Giacobini, Gianna Donetti, Ugo Gimmelli e i medici Dino Martelli e Giulio Tito Sicca[7]. Risale a questi anni probabilmente anche il rapporto con Geno Pampaloni, anche lui laureatosi a suo tempo con il professor Luigi Russo e azionista convinto.

Dopo l’emissione del Bando Graziani per il reclutamento militare obbligatorio nel nuovo esercito della Repubblica Sociale delle classi 1923-1924-1925, emesso il 9 novembre 1943, Motta si rifugia, grazie all’aiuto di Lilia, nella fattoria della famiglia Borri, al Fichino, nei pressi di Casciana Terme, dove rimane fino al passaggio del fronte nell’estate del 1944.

Dopo la pausa del tragico attraversamento del fronte dalla città della Torre pendente, riprende gli esami nel dicembre del 1944, per concludere il suo iter di studi con la laurea, conquistata a pieni voti e con lode il 5 dicembre 1947, discutendo una ricerca sulla poesia di Pompeo Bettini, relatore della quale è il professor Luigi Russo[8].

Nel 1946, prima delle elezioni amministrative, è membro della Consulta comunale di Pisa e in questo periodo, con la propria compagna di vita, vive intensamente la stagione della nascita della democrazia nel Paese. Fra le varie iniziative che lo vedono impegnato, c’è anche quella della condivisione insieme a Piero Zerboglio, Francesco Tropeano e Oreste Lupi della redazione del «Corriere dell’Arno». In città il giovane siciliano, ormai pisano d’adozione, è protagonista di diverse iniziative culturali, animatore del Cine-club e collaboratore assiduo della casa editrice Nistri-Lischi, guidata in quel momento da Luciano Lischi con cui condividerà una sincera amicizia e un lungo sodalizio intellettuale[9].

Dopo la fine dell’esperienza del Pd’A, decide di aderire al PSI e si iscrive alla sezione “C. Cammeo” di Pisa, iniziando a collaborare a riviste e giornali di tendenza socialista e federalista, come «La Nuova Europa», diretta da Luigi Salvatorelli e Guido De Ruggiero, e «L’Italia socialista», diretta da Aldo Garosci[10].

In questi anni di ripresa dopo la guerra, Motta intraprende la carriera di insegnante alle Scuole medie, iscrivendosi anche alla CGIL nel sindacato di categoria. L’attività di insegnante negli anni 1946-47 non si limita solo alla Scuola dell’obbligo, ma si estende anche ai corsi di italiano e storia per geometri e ragionieri, organizzati dall’Associazione Reduci e Partigiani in collaborazione con la sezione dell’Unione Donne Italiane[11].

Giuseppe Romita

All’interno del PSI conosce e condivide la scelta socialista democratica di Giuseppe Romita e fa parte della corrente autonomista contraria ad un’alleanza stretta con il PCI. Non segue il gruppo di Saragat nella scissione di Palazzo Barberini del 1947, sperando di contribuire a mantenere l’unità dei socialisti all’interno del PSI. Quando però, nel maggio del 1949, la convivenza all’interno del partito diviene insostenibile e la corrente di Romita è messa all’angolo e lo stesso leader sospeso dall’organizzazione per sei mesi, nasce l’esigenza nei gruppi autonomisti di staccarsi definitivamente dal tronco del partito di Nenni, per lavorare ad un progetto di unione dei socialdemocratici. Motta, cui Romita guarda con fiducia, è eletto il 13 luglio 1949 nell’esecutivo nazionale del Movimento dei Gruppi socialisti autonomisti[12]. In questi mesi il gruppo di Romita lancia l’idea della riunificazione dei vari spezzoni socialdemocratici, come l’Unione dei Socialisti di Ivan Matteo Lombardo e Ignazio Silone, e la componente di sinistra fuoriuscita dallo stesso PSLI. Il progetto di Romita, condiviso da Motta, si concretizza con il Congresso di Firenze, che si svolge dal 4 all’8 dicembre 1949 e stabilisce la nascita del PSU (Partito socialista unitario)[13]. Motta è presente come delegato al Congresso nazionale, subito dopo è chiamato a Roma a ricoprire l’incarico di capo dell’Ufficio Propaganda e Segretario Generale della Consulta tecnica del Partito socialista unitario.

Trasferitosi a Roma con la moglie e il figlio, Filippo[14], nato da poco, abbandona l’insegnamento per avviarsi alla carriera di giornalista. È redattore di «Panorama socialista», giornale diretto da Giuseppe Romita, con il quale mantiene un forte legame di amicizia e collaborazione. L’impegno di lavoro negli uffici del PSU ha però termine in breve tempo. All’inizio della primavera del 1951, a causa della nuova fusione con il PSLI, che dà vita al Partito socialista sezione italiana dell’Internazionale socialista (PS-SIIS), che con il successivo congresso di Bologna del 3 gennaio 1952 prenderà il nome definitivo di PSDI, Motta è costretto, a causa degli scarsi mezzi finanziari del partito, a lasciare l’incarico e rimettersi alla ricerca di una nuova occupazione.

Accanto all’impegno politico nelle file del socialismo democratico, Motta – chiamato comunemente dagli amici Pippo – dal 1949 ha iniziato a collaborare con il neonato Movimento Comunità di Adriano Olivetti e con il Movimento federalista europeo di Altiero Spinelli, di cui diviene in breve tempo, per entrambe le organizzazioni, un abile tessitore di relazioni tra esponenti della cultura e della politica. Il mentore di questo rapporto è il suo professore e amico Guido Calogero, che lo presenta all’ingegnere di Ivrea. Nell’ambiente del Movimento Comunità conosce e stringe nuove amicizie, come quelle con Mario Caglieris[15], Riccardo Musatti[16], Umberto Serafini[17], Paolo Volponi[18], Stelio Zerbini, Bruno Zevi[19], Renzo Zorzi[20], e ritrova Geno Pampaloni quale responsabile dei servizi culturali e segretario generale del Movimento Comunità. Nel Movimento Comunità sono attratti diversi esponenti provenienti dalle file azioniste e socialiste, come lo stesso Motta, poi ritrovati intorno al giornale «Italia socialista», diretto da Aldo Garosci e uscito a Roma tra il 1947 e il 1949[21].

Il movimento politico ispirato da Olivetti si differenzia dalle altre correnti politiche allora in voga, non nascondendosi dietro un «astratto democraticismo», ma dichiarando e praticando una prassi politica imperniata, come ricorda lo stesso Motta, «in una nuova concezione istituzionale e sociale, che non può prescindere né dalla libertà né dalla giustizia, che pone come fine la persona umana, che non accetta lo Stato accentratore e burocratico, che riconosce come ente fondamentale di mediazione fra cittadino e Stato la Comunità concreta, che non giudica possibile la lotta per la democrazia locale disgiunta, quanto meno, da un assenso ideale alla lotta per la creazione di uno Stato federale supernazionale, contro il feudalesimo economico e il totalitarismo»[22].

Partecipa attivamente alla prima campagna politica del movimento per le elezioni del 1953, quella nota come “campagna contro la legge truffa”, che non risulta positiva dal momento che nessun rappresentante di Comunità viene eletto. La campagna è intensa e la DC, che teme la concorrenza nelle zone del canavese, si scatena contro il movimento anche perché Giuseppe Pella mal sopporta la presenza di Olivetti nel suo feudo di Biella. Valerio Ochetto, nella sua biografia dell’ingegnere, racconta un simpatico aneddoto relativo a Motta:

Per «vendicare» la copertura dei manifesti comunitari da parte degli attacchini DC, nottetempo, complici gli attivisti del PCI, trasforma lo slogan «Vota Pella-Mello» (segretario notabile DC) in «Vota Palle Molle»[23].

L’azione politica di Motta non è limitata solo al Canavese e al Piemonte, ma si dipana per gran parte della Penisola, giungendo fino alla terra natia. Il 23 maggio 1954 svolge una conferenza pubblica a Catania, nel salone del Palazzo Bruca, su La Sicilia e l’europeismo, nella quale oltre che proclamare la propria fede europeista, auspica la costituzione anche nella regione siciliana di sezioni del movimento federalista al fine di diffondere, anche nelle lande abbandonate da tutti i partiti politici, l’idea di un’Europa unita che sappia garantire la libertà e il progresso per tutti i popoli[24].

Nel frattempo, Romita – d’intesa con Saragat –  riesce a riportare il PSDI nell’area di governo, per evitare una deriva a destra di stampo monarchico-conservatore e nelle elezioni di giugno del 1953 ritorna con il PSDI alla Camera dei deputati. Il rientro dei socialdemocratici nella maggioranza di governo permette a Romita, nel 1954, dopo la prima esperienza dall’epoca dei governi Parri e De Gasperi (1945-47), di assumere un nuovo incarico governativo ricoprendo nei tre anni successivi la carica di ministro dei lavori pubblici nei due governi di Mario Scelba e Antonio Segni.

*** Nota alle immagini: tutte le illustrazioni provengono dall’Archivio personale di Giuseppe Motta

NOTE

[1] Biblioteca F. Serantini, Archivio storico [d’ora in poi BFS-AS], Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Estratto di nascita del Comune di Belpasso, 17 settembre 1949.

[2] Augusto Sainati (1886-1974), insegnante al Liceo scientifico di Pisa, nell’anno accademico 1940-41 sostituisce Luigi Russo alla cattedra di letteratura italiana nella Facoltà di Lettere tenendo un corso su “Il Rinascimento e i suoi problemi nella storiografia contemporanea”. È stato libero docente all’Università di Pisa dall’a.a. 1929-30 all’a.a. 1959-60, svolgendo anche incarichi di docente di Filologia romanza e di Storia della letteratura latina.

[3] Il rapporto dell’allievo con il professore rimarrà forte anche nei decenni successivi, lo testimonia la ricca corrispondenza ancora presente nell’archivio di Giuseppe Motta. Guido Calogero (1904-1986) è stato uno dei più importanti filosofi e intellettuali italiani del Novecento. Propugnatore della «filosofia del dialogo» e profondo conoscitore del pensiero greco, ha tenuto insieme per tutta la vita le due vocazioni della riflessione filosofica e dell’impegno civile. Educatore, inizia la sua militanza antifascista nel 1936, teorico del liberalsocialismo, esponente e tra i fondatori del Partito d’azione, è stato tra i promotori, nel 1955, del Partito radicale. La sua presenza nel dibattito pubblico, come difensore di una «visione laica della vita», trova espressione in una ricca attività pubblicistica. Tra le sue opere, La scuola dell’uomo (1939), Difesa del liberalsocialismo (1945), Logo e dialogo (1950), Filosofia del dialogo (1962). Calogero, nell’anno di arrivo a Pisa del giovane Motta, svolge una serie di lezioni dal titolo «Intorno al materialismo storico», inizialmente pubblicate in forma di dispense dal libraio Vallerini nel 1941 e poi raccolte nel volume La critica dell’economia e il marxismo, edito da La nuova Italia nell’aprile del 1944.

[4] Walter Maturi (1902-1961), storico e bibliotecario, giunge a Pisa nell’ottobre nel 1939 come docente incaricato di storia del Risorgimento della facoltà di Lettere, succedendo all’amico Carlo Morandi, trasferitosi a Firenze.

[5] BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Libretto di iscrizione all’Università degli studi di Pisa, 1941-1947.

[6] Lilia, Maria, Assunta, Livia, Giuseppina, Mercedes Borri nasce a Pisa il 9 maggio 1922 da Celso ed Elvira Pacchi. Le nozze vengono celebrate l’8 gennaio 1948. BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Certificato di matrimonio, Comune di Pisa, Ufficio di Stato civile, 8 gennaio 1948. Livia Borri, laureata in Lettere e filosofia all’Università di Pisa, è stata docente di materie letterarie presso istituti di educazione secondaria di Roma e Pisa. Sono a sua cura alcuni volumi come L’insurrezione di Milano e la successiva guerra di Carlo Cattaneo (Loescher, 1968) e I socialisti. Memorie, Lettere e Documenti del primo Socialismo italiano (Loescher 1970). Dopo l’adesione giovanile al Partito d’azione è stata iscritta fino alla sua morte al PCI, dove ha ricoperto diversi incarichi nella Federazione di Pisa, fra i quali membro del Comitato federale e responsabile della Commissione culturale. È stata assessore alla cultura del Comune di Pisa tra il 1970 e il 1975 e Presidente del Teatro Verdi. Muore prematuramente per un male incurabile a Pisa il 13 maggio 1976.

[7] Il Partito d’azione a Pisa può annoverare tra le sue file Cesare Salvestroni, uno degli eroi della Resistenza locale. Nato a Pisa nel 1897, Salvestroni si è diplomato agrimensore e si è iscritto alla Scuola superiore di medicina veterinaria dell’Università di Pisa. Sottotenente del Genio guastatori nella Prima guerra mondiale, dopo la rotta di Caporetto cade prigioniero degli austriaci. Dal 25 ottobre 1917 al 28 novembre 1918 è rinchiuso nel campo di concentramento militare di Mauthausen. Per il suo comportamento durante il Primo conflitto mondiale è decorato con Croce al Merito. Dopo la laurea in medicina veterinaria, nel 1921 è nominato assistente di ruolo della cattedra di zootecnia, ma il 31 dicembre 1927 è costretto alle dimissioni per aver rifiutato la tessera del PNF. Animatore dell’antifascismo clandestino, diviene responsabile della Giunta militare del Comitato di liberazione nazionale provinciale, dove rappresenta il Partito d’azione. Catturato una prima volta è recluso nel carcere di San Matteo dal 22 al 31 ottobre 1943. Nel maggio 1944 è nuovamente arrestato da una pattuglia tedesca iniziando così il suo calvario: torturato perché si rifiuta di fare i nomi dei suoi compagni, all’inizio è rinchiuso nel carcere di Firenze delle Murate, poi nel campo di concentramento di Fossoli-Carpi fino a quando viene trasferito nel campo di concentramento di Mauthausen e poi nel sottocampo di sterminio di Ebensee/Mauthausen, dove trova la morte il 2 marzo 1945.

[8] Pompeo Bettini, poeta e scrittore, drammaturgo, poeta e traduttore italiano di idee socialiste, nasce a Verona il 1° maggio 1862 e muore a Milano il 15 dicembre 1896. La sua opera poetica (Versi ed acquerelli, 1887; Poesie, 1897) venne rivalutata dal Croce e resta a indicare un itinerario senza salti dal gusto della scapigliatura a quello del crepuscolarismo. Nell’archivio Motta sono conservate sull’argomento uno scambio di lettere, risalenti al 1945, tra il giovane studente e il grande filosofo italiano. BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Pompeo Bettini, G. Motta, La poesia del Bettini, tesi di laurea, Università degli studi di Pisa, Facoltà di lettere, a.a. 1946-47, Relatore, prof Luigi Russi. Cfr. Le poesie di Pompeo Bettini, a cura e con introduzione di Benedetto Croce, Bari, Laterza, 1942. Inoltre, G. Baroni Palli, La poesia di Pompeo Bettini, in «Convivium», vol. 35, n. 1, 1967.

[9] Luciano Lischi (1925-2010) dopo l’esperienza della guerra si laurea in giurisprudenza nell’Ateneo pisano nel 1948. Giornalista, istruttore e fotografo subacqueo – con cui Motta condivide la passione per il mare –, viaggiatore, ha ricoperto incarichi legati all’attività editoriale e alle battaglie in difesa dei diritti dell’ambiente e dei beni culturali, partecipando a numerosi congressi e iniziative culturali in Italia e all’estero. La storica casa editrice pisana, fondata alla fine del 18. secolo, conquistò la notorietà nei primi anni del dopoguerra grazie non solo al gruppo di intellettuali e scrittori, come Carlo Cassola, Giorgio Bassani e Giuseppe Dessì, che riuscì ad attrarre intorno alle proprie attività ma anche per alcune scelte editoriali originali come la pubblicazione del Dizionario della paura, curato da Ruggero Zangrandi e Marcello Venturoli, che ebbe due edizioni in poco tempo, vinse il Premio Viareggio nel 1951 e riscosse un notevole successo negli ambienti laici e antifascisti. In quegli anni Luciano Lischi, grazie proprio alla collaborazione con Motta, rilancia la rivista letteraria della casa editrice modificandole il nome in «La Rassegna: mensile di arte, letteratura, bibliografia» dall’originale prima serie di «…E chi non sa su danno: rassegna bibliografica», pubblicata tra il 1932 e il 1950. Lischi sempre grazie alla amicizia con Motta negli anni a cavallo del decennio 1950/60 lancia la collana “Il Castelletto”, diretta da Niccolò Gallo, conosciuto tramite l’amico siciliano. Sulla storia della famiglia Lischi si v. L. Lischi, Nonne e zie in Abissina. Storie di famiglia, Pisa, Natale 2009.

[10] Motta collabora saltuariamente anche con i periodici «La Voce repubblicana» di Roma – usando lo pseudonimo “Il segnalinee”, «Il Giornale» di Napoli, «Il Nuovo corriere» di Firenze, «La Gazzetta» di Livorno, «Lotta socialista», settimanale del PSU, e alle riviste «Delta, «Paesaggio», «Lo Spettatore italiano» e «Paragone». Successivamente collabora, con lo pseudonimo di Renzo Sabrato, al periodico «Il Risorgimento socialista» pubblicato a Roma dal giugno 1951 da Aldo Cucchi e Valdo Magnani, ex comunisti fuorusciti dal PCI, con il supporto di Carlo Andreoni, Riccardo Cocconi, Lucio Libertini, Vera Lombardi, Giuliano Pischel e altri socialisti raccolti nel MLI (Movimento dei lavoratori italiani) che poi nel 1953 si trasformerà in USI (Unione socialista indipendente).

[11] BFS-AS, Carte Motta/Borri, Dichiarazione della Sez. provinciale di Pisa dell’UDI, 15 giugno 1948.

[12] Cfr. L’Esecutivo nazionale, «Panorama socialista», n. s., 5 ottobre 1949, p. 1.

[13] Cfr. G. Averardi, I socialisti democratici: da Palazzo Barberini alla scissione del 4 luglio 1969, Milano, SugarCo, 1977.

[14] Filippo, Celso, Rosario, Matteo nasce il 17 maggio 1950. BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Certificato di nascita del Comune di Pisa, 18 settembre 1950. Il 22 settembre 1954 nascerà Rosaria, la secondogenita della famiglia Motta/Borri.

[15] Mario Caglieris (1927-2010), figlio di un ferroviere piemontese socialista ed idealista e di una maestra d’origine toscana, dopo gli studi proficui in materie letterarie incontra Adriano Olivetti con cui condividerà sia l’impegno del Movimento Comunità sia quello culturale e d’impresa ricoprendo incarichi di responsabilità. Lascia l’Olivetti dopo l’entrata di Carlo De Benedetti non condividendo la nuova politica aziendale.

[16] Riccardo Musatti (1920-1965) è stato militante nel Partito d’Azione, giornalista e storico dell’architettura moderna, nonché membro dell’Istituto nazionale di Urbanistica, e collaboratore di diversi periodici, tra cui «L’Italia libera» e «L’Italia socialista». Negli anni cinquanta, Musatti ha concentrato i suoi studi sulla situazione dell’Italia meridionale, con particolare attenzione alla Basilicata e alla città di Matera. Tra i più stretti e fidati collaboratori di Adriano Olivetti, ha fatto parte del comitato esecutivo del Movimento di Comunità. La via del Sud, che rimane il suo libro più importante, venne pubblicato dalle Edizioni di Comunità nel 1955 e ristampato nel 1958 con l’aggiunta del capitolo «Postilla e conclusione».

[17] Umberto Serafini (1916-2005) è stato uno tra i principali protagonisti del federalismo italiano. Laureato in Filosofia a Roma, è stato tra i fondatori, con Altiero Spinelli e altri, dell’Istituto Affari Internazionali. A fianco di Adriano Olivetti ricoprì un ruolo direttivo per il Movimento Comunità e, dopo il 1962, è stato a lungo Presidente della Fondazione dedicata all’opera dell’imprenditore, e politico, di Ivrea. Cfr. U. Serafini, Adriano Olivetti e il Movimento Comunità, Roma, Edizioni di Comunità, 2015.

[18] Paolo Volponi (1924-1994), si laurea in legge e nel 1948 pubblica il suo primo libro di poesie, Il ramarro. Nel 1950 conosce Adriano Olivetti, collaborando al Movimento Comunità e nel 1956 entrerà nell’azienda di Ivrea dove in pochi anni raggiunge i massimi livelli dirigenziali.

[19] Bruno Zevi (1918-2000), dopo aver studiato alla Sapienza di Roma e all’Architectural Association di Londra, si è laureato in architettura presso la Harvard Graduate School of Design, presieduta da Walter Gropius. Tornato in Europa, ha partecipato alla lotta antifascista nelle file del Partito d’azione. Nel dopoguerra ha promosso l’Associazione per l’Architettura Organica (Apao) e «Metron. Rivista internazionale di architettura». Negli anni cinquanta è tra i più stretti collaboratori di Olivetti sulle questioni legate alla nuova urbanistica. È stato professore ordinario di Storia dell’architettura a Venezia e a Roma, vicepresidente – sin dalla fondazione nel 1959 – dell’Istituto Nazionale di Architettura (Inarch) e presidente del Partito Radicale. È stato inoltre segretario generale dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (Inu) e deputato al Parlamento.

[20] Renzo Zorzi (1921-2010), partecipa alla Resistenza nelle file del Partito d’azione del basso veronese e per il suo valore verrà insignito della medaglia d’argento. Nel secondo dopoguerra si laurea in letteratura francese con Diego Valeri e nel 1947 si trasferisce a Torino dove conosce molti intellettuali, fra cui Giacomo Noventa, Cesare Pavese, Alessandro Galante Garrone e Adriano Olivetti. Quest’ultimo incontro sarà per lui decisivo. Accetta l’offerta di Olivetti e si trasferisce a Milano per curare la rivista «Comunità», cui Olivetti desidera dare un’impronta più politica e meno letteraria. Dal 1956 avrà anche la responsabilità delle Edizioni di Comunità, la casa editrice fondata da Olivetti. Dopo la morte improvvisa e prematura di Olivetti nel 1960, Zorzi assumerà la direzione della rivista «Comunità» e dell’omonima casa editrice che manterrà fino agli anni ’80.

[21]Cfr. V. Ochetto, Adriano Olivetti, Milano, A. Mondadori, 1985, pp. 163-164.

[22] Cfr. B. Caizzi, Camillo e Adriano Olivetti, Torino, UTET, 1962, p. 347. Sulla sua esperienza nel Movimento comunità e i suoi rapporti con Olivetti Motta ha rilasciato un’intervista a un gruppo di studenti torinesi il 30 ottobre 1995. Copia dell’intervista è conservata nell’archivio digitale della Biblioteca F. Serantini.

[23] Cfr. V. Ochetto, Adriano Olivetti, cit., p. 245.

[24] G. Motta, La Sicilia e l’europeismo, Catania, Movimento federalista europeo, Centro regionale siciliano, 1954.

 




La vita di Idalberto Targioni: una ricostruzione attraverso le carte d’archivio

Il fondo Idalberto Targioni viene depositato nel 2019 presso l’archivio dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea da Simonetta Chiappini, erede delle carte familiari. Si tratta di un archivio di persona composto da materiali prodotti dal soggetto e da documentazione raccolta e conservata postuma dagli eredi.

Il fondo Targioni consente di ricostruire la vicenda di una figura insieme affascinante e contraddittoria. Nato trovatello, Targioni porta con sé per tutta la vita lo stigma delle origini, sintetizzato nell’epiteto con cui veniva appellato da ragazzino, “il Bastardo”. Contadino autodidatta, si costruisce uno spazio di riconoscimento pubblico grazie alla parola: diventa un abile poeta estemporaneo, capace di imporsi nelle gare di improvvisazione e di conquistare il soprannome di “Usignolo”.

Militante socialista e acceso anticlericale, diventa protagonista della vita politica locale, ottenendo il soprannome di “Diavolo Rosso” e arrivando a ricoprire la carica di sindaco di Lamporecchio. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, inizialmente schierato su posizioni neutraliste, si converte all’interventismo e successivamente al fascismo, fino a diventarne uno dei principali esponenti nel territorio pistoiese. Questo passaggio segna una frattura profonda nella sua vita, nonché nella memoria pubblica del personaggio: Targioni diventa “il Convertito”, e la sua parabola politica e personale conosce una progressiva marginalizzazione, fino a cadere nell’oblio.

Una prima restituzione complessiva della figura di Targioni è offerta dal lavoro del Prof. Roberto Bianchi, che nel 2018 pubblica Una storia, un archivio. Idalberto Targioni nell’Italia tra Ottocento e Novecento[1], volume che rappresenta un primo punto di riferimento per la ricostruzione biografica del personaggio. Nell’appendice del libro trovano spazio l’elenco di consistenza dell’archivio, curato da Daniele Lovito, e una significativa testimonianza dell’erede Simonetta Chiappini.

La vicenda di Idalberto Targioni permette di interrogare, attraverso una prospettiva microstorica, alcuni nodi centrali della storia italiana tra Ottocento e Novecento: la formazione politica dei ceti popolari, il rapporto tra autodidattismo e militanza, le fratture prodotte dalla guerra e il passaggio di una parte del socialismo al fascismo. In questo senso, lo studio del fondo Targioni offre un osservatorio privilegiato sugli intrecci tra esperienza individuale e processi storici più ampi.

Idalberto Targioni nasce a Firenze il 19 ottobre del 1868, quando la città era capitale del Regno d’Italia. A poche ore dalla nascita viene portato dalla levatrice Irene Gragnani allo Spedale degli Innocenti insieme al segno di riconoscimento (un pezzo di tela verde ricamata) destinato a consentire un eventuale riscatto del bambino, ancora oggi conservato presso l’archivio dell’istituzione.

Battezzato col nome di Edelberto, inizia subito l’iter riservato agli esposti. I tenutari cui viene affidato sono contadini, in linea con le politiche dello Spedale degli Innocenti che, in accordo con l’Accademia dei Georgofili, individuano nel mondo mezzadrile l’unico sbocco lavorativo, sociale ed economico per i trovatelli. Questo sistema orienta da subito il destino sociale dei gettatelli toscani, inscrivendoli in un orizzonte di lavoro agricolo e di subalternità che Targioni cercherà sempre di oltrepassare.

Nella sua autobiografia inedita e dattiloscritta – Cinquant’anni della mia vita – Targioni racconta della sua infanzia e adolescenza, di come siano state segnate dalla costrizione del mondo rurale e da episodi di sfruttamento, dalla volontà di emanciparsi, dalle punizioni, nonché da un costante senso di impotenza che traduce in una aggressività difficile da contenere[2].

Dopo vari passaggi presso famiglie affidatarie, i tenutari dai quali si stabilizza sono Domenico e Giuditta Capecchi, del Popolo di San Baronto, nel comune di Lamporecchio a Pistoia. Pur impiegato come forza lavoro, impara a leggere e scrivere da autodidatta. Insofferente alla disciplina e profondamente ostile al lavoro dei campi, Targioni non sopporta di ubbidire ai comandi del padre. In più occasioni si allontana da San Baronto; una delle sue fughe più significative riguarda il periodo, tra il 1885 e il 1887, quando lavora alle Caldine, nel comune di Fiesole, alla costruzione della linea ferroviaria Firenze–Cecina. Qui si rende conto che le ingiustizie non dominano solo nelle campagne, ma anche tra gli operai nelle città. Il contatto col mondo del lavoro operaio favorisce l’incontro con la politica e col socialismo: sono gli anni della Seconda Internazionale e per Targioni la moderna tendenza del socialismo si innesta sul suo persistente desidero di riscatto, dando avvio a un impegno politico che nasce dal basso e si fa progressivamente più ambizioso.

Parallelamente, Targioni non smette mai di lavorare alla sua formazione. Racimola libri come può, impara molti classici a memoria e costruisce un patrimonio di letture che eccede di molto rispetto a quello tipico del mondo contadino. In linea con la tradizione della poesia estemporanea, diventa un eccezionale esempio di prontezza nell’improvvisare ottave cantando. Partecipa a molte gare di poesia – contrasti o contraddittori – alcune delle quali sono state da lui riscritte a mano o a macchina e sono oggi conservate nel fondo Targioni. I temi spaziano dalle donne, alla natura, alla politica. Alcuni dei suoi canti conobbero una notevole fortuna, diffondendosi oralmente tra Pistoia e Firenze e mantenendosi vivi nella memoria locale.[3]

Accanto all’attività estemporanea, Targioni pubblica diversi componimenti. Tra questi, il Canzoniere di poesie popolari (1895) e il Canzoniere di poesie sociali (1912). Il primo, tratta prevalentemente di temi bucolici e idilliaci, sebbene nelle poesie coeve rimaste manoscritte emerga già un deciso interesse per la cosa pubblica e la giustizia sociale. Il secondo, è invece dedicato interamente a temi socialisti. Un socialismo che risulta di stampo umanitario e risorgimentale, povero di basi teoriche marxiste che dimostra di conoscere solo in modo superficiale.

Stabilizzatosi di nuovo a Lamporecchio nel 1891, Targioni si sposa e diventa padre della sua prima figlia, Velia. Tuttavia, la vita matrimoniale entra in crisi: Idalberto intrattiene diverse relazioni extraconiugali, la più rilevante con Sofia Bacarelli, dalla quale ha una figlia, Idalberta.; la convivenza con Sofia dura fino alla morte di lui, come attestano le lettere tra Sofia e Velia.

Nel 1895 si iscrive al Partito Socialista Italiano e inizia una costante e impegnata militanza politica. È affascinato dalla prospettiva offerta dall’ideologia socialista da lui descritta come «la migliore, la più giusta, l’unicamente vera, […], fulgidamente bella»[4].

Nel 1901, in un contesto locale privo di organizzazioni socialiste strutturate, Targioni contribuisce alla fondazione di un circolo di Studi Sociali a Lamporecchio. Nel 1898 affida il manifesto del proprio credo politico al componimento Un colloquio con la mia musa, scritto durante la detenzione nel carcere delle Stinche di Pistoia in occasione dei moti del maggio ‘98. Attraverso la personificazione della musa-socialismo, il testo restituisce l’adesione ideale e militante a una causa percepita come strumento di emancipazione degli “infelici” [5].

L’impegno per la propaganda socialista continua assiduamente in giro per la Toscana e anche all’estero. Il primo riconoscimento che Targioni ottiene arriva nel 1901, quando viene eletto consigliere comunale a Lamporecchio. Insieme a lui, venne scelto anche l’amico Domizio Torrigiani[6], un avvocato che avrebbe fatto carriera nel Grande Oriente, una delle più strutturate logge massoniche d’Italia. Targioni in questo periodo scrisse su vari periodici, quali: «La Martinella» di Colle Val d’Elsa dal 1899 al 1901, «l’Avvenire» di Pistoia dal 1901 al 1915 – ne fu direttore dal 1908 al 1913 –, «Vita nuova di Empoli» dal 1901 al 1915.

Nel biennio 1911-1912, Targioni si distingue come protagonista della campagna socialista contraria alla guerra in Libia: le sue conferenze in versi e i suoi articoli su «l’Avvenire» gli valgono un elogiativo articolo in prima pagina sull’ «Avanti!», dove viene definito «uno dei nostri più ferventi e modesti propagandisti del socialismo»[7].

Tra il 1913 e il 1914 inizia per Targioni una fitta campagna elettorale: si candida per il PSI alle elezioni politiche del 1913 per il Collegio di Pistoia I. Anche se non viene eletto, per Targioni si sta avvicinando l’opportunità più importante della sua carriera politica da socialista. Il momento che segna l’apogeo del suo percorso politico, è l’elezione a sindaco di Lamporecchio nel 1914, unitamente alla nomina di consigliere comunale a Cerreto Guidi (FI). L’amministrazione Targioni è la prima socialista del circondario di Pistoia.

Tuttavia, la sua posizione di sindaco si incrina ben presto: la riforma tributaria varata da Targioni per finanziare un ambizioso programma riformatore incontra l’ostilità di una ristretta cerchia di notabili locali, verosimilmente timorosi che il nuovo sistema fiscale possa intaccare le loro ricchezze; questi trovano un alleato nel segretario comunale, entrato in contrasto con il sindaco per motivi apparentemente marginali. A ciò si aggiunge l’attenzione delle autorità prefettizie, che sottopongono l’operato dell’amministrazione a continui controlli, ufficialmente motivati da presunti favoritismi in materia fiscale ma sostanzialmente volti a colpire uno dei principali esponenti del neutralismo pistoiese.

Con l’approssimarsi dell’entrata in guerra dell’Italia, Targioni viene arrestato con l’accusa di aver fomentato manifestazioni antibelliciste a Empoli. L’episodio segna un punto di svolta decisivo: sentendosi abbandonato dai compagni di partito e percependo l’inevitabilità del conflitto, si sposta su posizioni interventiste e decide di uscire dal Partito Socialista Italiano; per coerenza rassegna le dimissioni da consigliere comunale a Cerreto Guidi e da sindaco di Lamporecchio, ma queste ultime non vengono accettate e Targioni continua a guidare il Comune nel pieno del conflitto.

Nel primo dopoguerra, ormai orientato verso posizioni sempre più nazionalistiche e bollato dai suoi ex compagni come traditore, viene duramente contestato dai socialisti durante un comizio al teatro Berni di Lamporecchio in occasione delle festività pasquali; il 14 giugno viene infine costretto a lasciare la carica di primo cittadino[8]. Si avvicina progressivamente al fascismo, diventando uno dei principali animatori nel Montalbano e nei territori limitrofi. Nel 1921 fonda il Fascio di combattimento di Lamporecchio e si afferma come attivo propagandista nelle provincia fiorentina, affiancando all’azione politica un’intensa attività giornalistica: collabora con periodici fascisti — tra cui «Giovinezza» (1921-1923), «La Riscossa» (1921-1922), «L’Azione fascista» (1922-1923) e «Battaglia fascista» (1924-1926) — e fonda due testate proprie, «L’Alleanza» (1921) e «L’Ordine» (1922).

Nel 1923 viene nominato segretario dei sindacati fascisti per l’agricoltura della provincia di Firenze e nel 1924 è eletto consigliere provinciale. Nonostante questi incarichi, i suoi rapporti con gli apparati del Partito nazionale fascista si deteriorano progressivamente: deluso dallo scarso riconoscimento ottenuto per il lavoro svolto, Targioni si ritira gradualmente dalla vita pubblica. Minato da cattive condizioni di salute e da ristrettezze economiche, muore a Lamporecchio il 25 maggio 1930.

Il fondo Idalberto Targioni consta di quattordici buste archivistiche e di circa duecento volumi a stampa; al termine del lavoro di inventariazione, curato da Marta Bonsanti, la documentazione viene organizzata in sette serie, restituendo una struttura coerente a un corpus documentario ampio e articolato. La prima serie raccoglie la corrispondenza di Targioni, familiare e non; la seconda e la terza comprendono la produzione edita e inedita di carattere letterario e politico; la quarta è dedicata alla documentazione relativa al fascio di Lamporecchio e alle organizzazioni sindacali fasciste; la quinta conserva i documenti personali, tra cui atti giuridici e materiali fotografici; la sesta riunisce materiali a stampa, in parte riconducibili alla biblioteca privata del soggetto produttore; l’ultima serie è composta da documentazione prodotta o raccolta dai familiari, in larga misura postuma.

Per ricostruire la sua vita sono stati altresì consultati: l’Archivio dell’Ospedale degli Innocenti di Firenze, il Casellario Politico Centrale, l’Archivio del Comune di Lamporecchio, l’ Archivio di Gabinetto della Sottoprefettura di Pistoia e l’Archivio della Questura di Firenze.

Il fondo Targioni non è solo un insieme di documenti ma una finestra aperta su una vita immersa nelle grandi trasformazioni politiche e sociali a cavallo tra Ottocento e Novecento. È una memoria viva, che continua a parlare a chi la interroga, offrendoci la possibilità di ripensare il passato e di scoprire nuove sfumature di una figura complessa come quella di Idalberto Targioni.

Nel solco del lavoro del Prof. Roberto Bianchi, la figura di Targioni è stata indagata e approfondita dalle ricerche di Giulia Bruni – confluite nella sua tesi magistrale Idalberto Targioni. L’uomo, il poeta e il politico. Una biografia dalla nascita alla Grande Guerra, Università di Firenze, 2024 – e di Andrea Cerofolini che, nella sua tesi magistrale attualmente in fase di stesura, ha proseguito l’indagine concentrandosi sulla seconda parte della vita di Targioni, segnata dall’adesione al fascismo.

[1] Roberto Bianchi, Una storia, un archivio. Idalberto Targioni nell’Italia tra Ottocento e Novecento, Firenze, Firenze University Press, 2018

[2] Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea (ISRT), fondo Idalberto Targioni, S.II Manoscritti di Targioni, B.6, Segnatura II.5.1, Cinquant’anni della mia vita (ricordi e memorie), 1920, pagine non numerate.

[3] Su questo si può consultare l’intervista a Florio Londi, Carmignano (PO) del 14/02/1993. Testimonianza orale rilasciata a Giovanni Contini e Doriano Cirri, conservata presso Archivio della cultura contadina, Comune di Carmignano. L’intervista completa si trova alla pagina web: https://www.comune.carmignano.po.it/output_allegato.php?id=409448 consultata il 16/05/2024.

[4] Cinquant’anni, cit., pp. nn.

[5] «La Martinella», I.Targioni, Un colloquio con la mia musa, 1° maggio 1899.

[6] Il fondo Domizio Torrigiani è stato donato dagli eredi all’Isrt nel 2010.

[7] «Avanti!», T.Tosi, Un poeta socialista improvvisatore, 26 settembre 1911.

[8] L’intera vicenda è ricostruita dal punto di vista del protagonista in I.Targioni, Vent’anni di propaganda e cinque anni d’Amministrazione Socialista nel Comune di Lamporecchio, Tipografia Grazzini, Pistoia, 1920.




Note su le “Resistenze al femminile”, per rileggere la Resistenza come tappa verso l’emancipazione

L’80esimo della Liberazione dal nazifascismo è stato costellato di iniziative, pubblicazioni, convegni caratterizzati sul tema delle Resistenze al femminile. Anche la Rete Toscana degli istituti storici della Resistenza si è inserito in questo filone con una prima sperimentazione di campagna social condivisa e una pubblicazione Resistenza, femminile plurale. Storie di donne in Toscana curata da Francesca Cavarocchi, che ha visto la partecipazione in sinergia di molte volontarie e molti volontari degli istituti locali. Il progetto, sviluppato sulla base della documentazione conservata e raccolta negli archivi della Rete, ha dato vita alla ricostruzione e all’analisi di cinquanta biografie di donne che hanno partecipato al processo resistenziale in Toscana; permettendo, inoltre, di riflettere anche sullo stato dell’arte delle conoscenze e degli studi relativi al tema.

Si è trattato di un primo passo nel nostro approccio collettivo al tema, a cui abbiamo affiancato l’organizzazione di una tavola rotonda promossa dalla Biblioteca Franco Serantini, dedicata alla presentazione e alla discussione critica dei risultati, in previsione della continuazione di un lavoro di rete, insieme a Matteo Mazzoni, Ilaria Cansella e Francesca Cavarocchi. Nell’analisi delle Resistenze al femminile come un processo storico di lungo periodo dell’emancipazione femminile, riteniamo fondamentali come metodo interpretativo i seguenti quattro assi:

– la Resistenza come un tassello nel percorso lungo di agency femminile nello spazio pubblico e di incontro/scontro dei rapporti di genere;

– le pratiche all’interno di un gioco di tradizioni e di cesure;

– il metodo, il linguaggio, le narrazioni delle biografie tra fonti e letteratura secondaria;

– il nostro sguardo critico filtrato dal presente sulla Resistenza come momento del passato in cui la concretizzazione di una parità fra i sessi sembrava possibile.

Leggere la Resistenza in una prospettiva di genere significa collocarla all’interno di un processo storico di lunga durata, che affonda le proprie radici nell’Italia postunitaria e nel primo femminismo, con le sue rivendicazioni emancipazioniste e suffragiste. Un movimento composito, attraversato da culture politiche e traiettorie diverse, che ha legato strettamente l’emancipazione femminile alla trasformazione dei rapporti di genere. Un nodo centrale di questo percorso è rappresentato di fatto dalla Prima guerra mondiale: la mobilitazione bellica e la conseguente diversificazione economica produssero un ampliamento dell’accesso femminile al lavoro extradomestico, soprattutto nelle fabbriche e nelle industrie belliche, generando una visibilità pubblica inedita per molte donne. La partecipazione al sacrificio della guerra sul fronte interno – inteso come spazio di organizzazione della produzione e della vita quotidiana – contribuì così a ridefinire le forme di agency femminile e a legittimare istanze di cittadinanza politica, come il suffragio.

Quell’esperienza, ambivalente e contraddittoria, costituì tuttavia un precedente storico significativo per comprendere le forme di partecipazione femminile nel Secondo conflitto mondiale e nella Resistenza. In un contesto bellico divenuto “totale” e civile, le donne attraversarono nuovamente lo spazio della guerra, condividendolo in promiscuità – anche in maniera conflittuale – con gli uomini. Non si trattò solo di una presenza nella lotta armata partigiana, ma anche di una partecipazione attiva all’interno di luoghi da sempre connotati in termini di genere: non solo la casa, ma anche spazi collettivi come i mercati, le piazze, le vie dei rifornimenti. Questo sconfinamento tra pubblico e privato aprì nuovi margini di azione politica e simbolica, mettendo radicalmente in discussione i ruoli di genere consolidati, come dimostra l’esempio di Francesca Rolla e delle donne della rivolta di piazza delle Erbe del luglio 1944.

Ragionare dunque sulle pratiche di Resistenza in una prospettiva di genere significa compiere un passo ulteriore nell’interpretazione storica, sottraendosi a ogni lettura che isoli l’esperienza femminile come eccezionale o straordinaria. Al contrario, molte delle forme di agencysviluppate dalle donne durante la Resistenza, come le cosiddette pratiche di cura, affondano le loro radici in una cultura materiale e simbolica sedimentata nel tempo, lungo percorsi di genere storicamente strutturati.

Fin dal XIX secolo, nell’ambito dei processi di nation building, alle donne furono assegnati infatti ruoli centrali nell’educazione, nell’assistenza e nel mutualismo, spesso in ambiti promossi da movimenti cattolici e socialisti e, in assenza di diritti politici, fu proprio in questi spazi che molte donne poterono esercitare una forma di azione politica concreta. È qui che il primo femminismo, nella sua varietà, sviluppò una pratica politica quotidiana, fondata su attività filantropiche e associative. Il femminismo “maternalista” si basava pertanto sulla valorizzazione della differenza tra i sessi: le virtù tradizionalmente attribuite al femminile – cura, responsabilità morale, relazionalità – venivano rivendicate come risorse civili e politiche. Una cultura del materno che riconosceva il valore sociale della maternità, ma che contribuiva anche a rafforzare la divisione di genere nei compiti e nei ruoli.

Questo modello fu interiorizzato e strumentalizzato dal ventennio fascista, in un contesto educativo e culturale che insisteva sul duplice ruolo produttivo e riproduttivo delle donne, mantenendole però invisibili all’interno dello spazio domestico. È proprio tale interiorizzazione – paternalistica e patriarcale – che, in epoca resistenziale, venne in parte risignificata e messa a frutto in contesti nuovi: le competenze legate alla cura, alla protezione e all’assistenza, apprese nel quotidiano, furono rielaborate e trasferite nei luoghi della lotta.

La scelta della resistenza in armi per le donne, ad esempio, è stata spesso interpretata come un sovvertimento radicale dei ruoli di genere, in quanto infrangeva un modello educativo fondato su un rigido binarismo sessuale. Tuttavia, occorre interrogare anche la categoria stessa di “straordinarietà” con cui tale gesto viene frequentemente descritto. Imbracciare le armi rappresenta un atto straordinario non solo per le donne, ma anche per molti uomini. In questo senso, la scelta resistenziale e l’assunzione del gesto bellico costituisce una rottura per entrambi i generi, e non può essere letta esclusivamente come sovversione femminile, ma come una più ampia frattura nei modelli educativi e nei codici culturali dell’epoca.

All’interno delle riflessioni sul “fare storia” delle Resistenze al femminile è utile fare ricorso alla costruzione di narrazioni biografiche, poiché si tratta di una forma di restituzione duplice delle traiettorie individuali e delle pratiche di resistenza, a cui possiamo così (ri)dare luce e dignità, e al tempo stesso perché ci consente di socializzare gli avvenimenti storici attraverso la concretezza delle condizioni esistenziali reali delle attrici attive e trarre interpretazioni sul fenomeno generale. La storiografia femminista dagli anni Settanta ha permesso un allargamento del concetto stesso di resistenz(e), con la messa al centro del racconto storico delle soggettività, delle voci delle donne che hanno vissuto in prima persona e poi rielaborato nel corso degli anni della prima Repubblica la propria esperienza durante il biennio 1943-1945. Assunti tali dibattiti storiografici, dopo la stagione degli anni Novanta non abbiamo avuto nuovi impulsi metodologici né si è verificata un’ampia raccolta di nuove fonti e biografie, anche a causa della progressiva scomparsa delle protagoniste. Facciamo perciò ricorso alla storiografica, alla memorialistica, alla diaristica, a carte e ricerche di seconda mano che sappiamo restituirci dei frammenti, delle pratiche, dei nomi e delle biografie (quando siamo fortunate e forse soprattutto per i casi più noti). Un rigoroso approccio di metodo oggi ci interroga, quindi, sull’uso delle fonti primarie e secondarie con uno sguardo critico, capace di cogliere le distorsioni dei giudizi emessi nel corso di questi ottant’anni, comprese le categorie “stereotipate” e la rigida divisione delle pratiche armate e “disarmate”. Di fronte al reiterare dell’utilizzo di termini quali eroine, martiri, “poche feroci” in armi, “staffette”, abbiamo l’obbligo di procedere secondo una riflessione e una scrittura del racconto storico che non le riproponga assorbendone la forma acriticamente.

Per andare “oltre” i percorsi biografici più noti, abbiamo la necessità di riguardare la documentazione “classica” disponibile come le relazioni partigiane, il fondo sui riconoscimenti partigiani (Ricompart) e la storiografia con occhi nuovi, con la consapevolezza che spesso ne emergono frammenti di storie. Il taglio di genere deve spingerci a guardare in controluce le fonti, a osservare i vuoti non come assenze ma anzi come presenze non ancora scoperte e raccontate, alla ricerca di documentazioni inedite, ad esempio, provenienti da archivi privati.

Nella recente riedizione di Compagne di Bianca Guidetti Serra, Benedetta Tobagi firma l’introduzione e scrive riguardo le biografie politiche contenute nel volume:

Rappresentano, ieri come oggi, un modello di impegno generoso, coraggioso, disinteressato. E non solo per affrontare le tante questioni di genere ancora dolorosamente aperte, dalle perduranti disparità salariali alle molestie, dalla violenza vera e propria all’iniqua ripartizione del carico domestico e del lavoro di cura, al fatto che – la stagione del Covid insegna – le prime a essere lasciate a casa dal lavoro nelle stagioni difficili restano sempre le donne[1].

Crediamo che sia questo lo sguardo con cui noi oggi guardiamo a quel frangente storico: alle biografie, alle pratiche e alle scelte delle donne, per rileggere la Resistenza come tappa verso l’emancipazione, come quel momento del passato in cui i sessi si sono incontrati nella lotta comune fondante per la parità che ancora non sembra pienamente giunta a compimento.

Pertanto siamo convinte che il terreno sia fertile per studiare la Resistenza con un approccio di genere che superi una visione ghettizzante delle “donne nella resistenza” e avvii una nuova fase di ricerche che sappiano introdurre lenti di analisi che valorizzino le specificità di un’esperienza che è però collettiva.

 

[1]     B. Guidetti Serra [a cura di], Compagne: testimonianze di partecipazione politica femminile, introduzione di B.Tobagi, postfazione di S. Mobiglia, Torino, Einaudi, 2025.

 

Articolo pubblicato nel dicembre del 2025.




«Perciò coraggio, continuando la giusta, spinosa strada…». Giuseppe Petacchi: antifascista, fuoriuscito in Francia, guerrigliero in Spagna e partigiano in Italia.

Nella notte tra il 23 e il 24 settembre del 1943, un aereo della Royal Air Force decollato dal Nord Africa, dopo aver raggiunto la dorsale del Montalbano, al confine tra il Valdarno superiore e la piana di Firenze-Prato-Pistoia, paracadutò con un blind jump un agente dello Special Operations Executive (SOE) l’intelligence britannica. Toccato terra senza incidenti in una imprecisata località a nord di Empoli, quest’ultimo raccolse il proprio paracadute e, dopo averlo occultato, si dileguò nella notte. La sua missione, nome in codice Jaw, era diretta a stabilire contatti con le formazioni partigiane che dopo l’8 settembre si stavano costituendo un po’ ovunque sui rilievi della regione. Si trattava, di fatto, di una delle prime – se non forse la prima – tra le missioni paracadutate in ordine di tempo dagli Alleati sul territorio toscano. L’agente, privo di radiotrasmittente, ancorché addestrato dai britannici, era in realtà italiano. Nei documenti in dotazione, rispondeva al nome di Giuseppe Caruana, ma la sua vera identità era in realtà un’altra. Toscano di nascita, Giuseppe Petacchi – questo il vero nome – era un cavatore di marmo originario di Avenza, frazione del comune di Carrara, che aveva alle spalle una lunga attività di antifascista e di cospiratore in Italia e all’estero.

Fuoriuscito in Francia agli inizi degli anni Trenta, Petacchi nel 1936 aveva servito come volontario in armi nella Guerra civile spagnola, riprendendo in seguito l’attività antifascista di nuovo in Francia e poi in Belgio. Rifugiatosi allo scoppio del secondo conflitto mondiale prima in Nord Africa e poi in Messico, nel 1943 era rientrato in Europa al servizio degli Alleati per dare il proprio contributo alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Paracadutato, come si è visto, in Toscana aveva contribuito alla formazione di vari gruppi partigiani, combattendo alfine in prima linea per la liberazione del capoluogo regionale. La sua parabola di vita, in sostanza, si era svolta per buona parte all’insegna della lotta al fascismo, da lui combattuta tanto con gli strumenti della cospirazione che della lotta armata. Una lotta caratterizzata oltretutto da una marcata mobilità transnazionale che, senza soluzione di continuità, aveva saldato la sua esperienza di oppositore al fascismo a quella di combattente in armi nella Resistenza europea: prima in Spagna, nel 1936, quindi in Italia, dal 1943. Ciò, seguendo di fatto una traiettoria comune ad altri combattenti internazionali e transnazionali, sulla cui rilevanza la storiografia sta recentemente ritornando con rinnovata sensibilità[1].

Classe 1907, primo di quattro figli (Enzo, 1912; Vera, 1914; Aldo, 1916), Giuseppe, o più semplicemente “Beppe”, era cresciuto ad Avenza in una famiglia di modesta estrazione sociale[2]. Da piccolo, si era dato da fare come garzone presso la bottega della nonna, pare ereditando il soprannome di “Copeta” dalla “coppetta” usata allora come misura del sale[3]. Dal padre Elia – un vecchio ferroviere mazziniano – Giuseppe, al pari dei fratelli, aveva ricevuto una formazione laica e rivoluzionaria, corroborata dalle numerose personalità che negli anni del primo dopoguerra avevano frequentato la casa della famiglia, tra cui, l’anarchico Gino Lucetti – autore nel 1926 di un noto e sfortunato tentativo di attentare alla vita del Duce – e il repubblicano, poi comunista, Gino Menconi, divenuto dirigente delle Brigate Garibaldi toscane durante la guerra di Liberazione. Giuseppe, anch’esso originariamente di tendenze repubblicane, si era pian piano spostato verso posizioni libertarie, facendosi non per nulla notare spesso dalle autorità di pubblica sicurezza in compagnia di acclarati anarchici del luogo, quali Andrea Lucetti, fratello del citato Gino, e Domenico Bibbi, padre di Bruno e zio di Gino, entrambi sovversivi fuoriusciti all’estero. Con l’avvento del fascismo al potere, le proprie idee politiche avevano provocato a Giuseppe vari problemi, facendolo divenire presto oggetto di angherie e violenze da parte degli squadristi locali. Diffidato per la prima volta nell’aprile del 1932, il 26 dello stesso mese, in occasione di uno sciopero dei locali cavatori di marmo, Giuseppe era stato «sorpreso ed arrestato mentre capeggiava una squadra di giovani presso i quali svolgeva opera di sobillazione»[4]. Nel giugno seguente, la polizia lo aveva quindi notato mentre tentava di avvicinare, per salutarlo, l’amico di famiglia e mentore Gino Menconi, allora in transito dalla stazione ferroviaria di Carrara in stato di arresto. Alla fine del mese era stato quindi condannato a tre mesi per contravvenzione a una precedente ammonizione comminatagli per via delle sue frequentazioni politiche. Scontata la pena presso le carceri di Carrara, era stato posto in libertà vigilata.

Nel maggio del 1934, licenziato dal laboratorio di marmi della ditta fratelli Tosi di Avenza, aveva deciso quindi di emigrare clandestinamente in Francia assieme ai compagni Ivo Pieruccini e Pilade Menconi, già altre volte recatisi oltre confine. La moglie Gina Pantani, con la quale si era sposato nell’aprile 1933, e che allora si trovava in dolce attesa del figlio, Roberto, rimase invece ad Avenza. In Francia, Giuseppe si stabilì a Marsiglia, dove strinse contatti con la rete dell’anarchico bolognese Celso Persici, tra i più attivi esuli libertari e punto di riferimento in città per i compagni fuoriusciti in stato di difficoltà. Impiegatosi come lavapiatti presso un ristorante della zona – una sistemazione buona, per quanto dalla paga misera – Giuseppe dovette presto abituarsi a una vita di miserie materiali e difficoltà affettive, segnate su tutte dalla lontananza della moglie e del piccolo Roberto, alla cui nascita egli non aveva potuto assistere. Il suo carattere, d’altro canto, si mostrava risoluto e ferreo, tanto nel fisico che nello spirito: «la mia vita credimi è [sic] un atroce tormento, se non possedessi quella grande fiducia nell’avvenire», scrive alla moglie da Marsiglia nel novembre 1935. E indirizzando alla madre ad Avenza nel gennaio 1936 la rassicura asserendo di poter contare su «una salute di ferro e una volontà da iena»[5].

Giunto a Marsiglia, Giuseppe si rese subito attivo nei principali ritrovi della locale comunità di esuli antifascisti. Lo vediamo partecipare, ad esempio, alle attività della Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo (LIDU), associazione nata per assolvere a compiti di natura assistenziale e di difesa dei diritti degli emigrati, ma in grado anche di svolgere un’intensa e capillare attività di propaganda antifascista. Nel giugno del 1934 subisce invece una condanna per aggressione a mano armata, mentre nel settembre si vede iscrivere dalla polizia fascista nel Bollettino delle ricerche in qualità di repubblicano ammonito. In ottobre, le autorità consiliari fasciste lo segnalano in attesa di formalizzare la sua iscrizione al partito comunista. Un anno più tardi, nell’ottobre del 1935, lo troviamo ancora tra i partecipanti al congresso antifascista “degli italiani”, che si tiene a Bruxelles nella sala Matteotti della Maison du Peuple. Nei primi mesi del 1936, Petacchi risulta anche far parte di Azione repubblicana socialista, il gruppo politico di dissidenti di sinistra del Partito repubblicano diretto da Ferdinando Schiavetti che poi confluirà nel 1937 in Giustizia e Libertà. Sin dall’estate del 1936, per la verità, Petacchi risulta già affiliato a Marsiglia al movimento dei fratelli Rosselli per il quale «mantiene corrispondenza con elementi di Carrara e di Avenza»[6]. Nel luglio, a seguito di uno sciopero, Giuseppe viene licenziato dal suo impiego e agli inizi di agosto la polizia lo segnala lasciare Marsiglia per Perpignan, sui Pirenei, dove conta di passare in Spagna per arruolarsi volontario con le forze repubblicane.

Ritratto di gruppo di sei volontari combattenti in Spagna, alcuni in uniforme altri in borghese. Giuseppe Petacchi e l’ultimo a destra (Archivio dell’Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna, www.antifascistispagna.it)

Dal settembre, in effetti, Giuseppe si arruola nella Sezione Italiana della Colonna Francisco Ascaso, inquadrata nelle milizie della Confederaciòn Nacional del Trabajo-Federaciòn Anarquista Ibérica, dove si è raggiunta un’intesa unitaria tra i giellisti di Carlo Rosselli e gli anarchici di Camillo Berneri. Destinata sul fronte aragonese nella zona di Huesca e dislocata sull’altipiano della Galocha, la sezione italiana di Rosselli e Berneri si scontrerà con le forze franchiste nel difendere con successo un’altura strategica, ribattezzata per l’occasione in forza della sua conformazione brulla e spoglia Monte Pelato. Petacchi, durante il combattimento – si legge in un resoconto coevo –  «spostò sotto il fuoco una mitragliatrice inceppata, la fece funzionare e la riportò in azione»[7]. Qualche giorno dopo, assieme a Giuseppe Gabbani e Giuseppe Barberis, Petacchi si trovava a transitare sulla strada di Huesca a bordo di un’autoblinda quando il mezzo, colpito da un obice, andò in fiamme. Rimasto fortemente ustionato, Petacchi diede comunque prova di coraggio e resistenza: «bruciato al volto e alle braccia, si fece medicare col suo eterno puerile sorriso e con la sigaretta in bocca, tanto che il medico spagnolo al posto di soccorso espresse la sua meraviglia per tanto sangue freddo»[8]. Ricoverato temporaneamente a Barcellona, da Parigi avrebbe poi scritto sardonicamente il 29 settembre in Italia al fratello Aldo di esser rimasto ferito «in un piccolo incidente di caccia»[9].

Nel febbraio 1937, la polizia lo segnala in Francia attivo nel reclutamento di volontari per la Spagna. In particolare, si pensa che stia per raggiungere a Mentone il locale responsabile di Giustizia e Libertà, Onorio Biso, e Aldo Garosci – entrambi reduci come lui dalla Sezione Italiana della Colonna Ascaso – per «concordare il lavoro ch’egli potrebbe svolgere portandosi personalmente a Carrara per arruolare volontari per la Spagna»[10]. In realtà, di lì a poco Giuseppe passa di nuovo il fronte iberico e si arruola nella compagnia mitraglieri del 1° battaglione Matteotti, unità antifascista sorta per iniziativa di Rosselli dopo lo scioglimento della sezione italiana della Ascaso. Nel luglio 1937 però, torna definitivamente in Francia per stabilirsi a Parigi. Secondo alcuni, l’esperienza spagnola avrebbe fatto di lui definitivamente un anarchico, distinguendolo così dai fratelli che, nel comune percorso di opposizione al fascismo, strinsero invece legami interessati con l’organizzazione comunista.[11] Ad ogni modo, a Parigi, Giuseppe continua a rimanere in contatto con gli ambienti giellisti, stringendo in particolare rapporti con Emilio Lussu.

Nel febbraio del 1938, dopo molti tentativi, finalmente riescono a raggiungere Giuseppe a Parigi anche la moglie e il figlioletto Roberto, che il primo non aveva mai visto. Alla vigilia di quel ricongiungimento, Giuseppe non aveva trattenuto in lettera alla moglie la propria felicità, né un cenno di tenerezza paterna agli indirizzi del figlio: «carissimo figlio ti attendo quanto prima con cuore di padre, però ricordati di venire bravo […] cari affettuosi bacioni e quanto prima un bel morsino»[12]. Nel settembre 1938, le autorità francesi gli comminarono tuttavia un provvedimento di espulsione dal paese, che Petacchi riuscì inizialmente a prorogare di un mese grazie all’intervento di Alberto Cianca, del conte Carlo Sforza e della LIDU. In ottobre, tuttavia, fu costretto a riparare clandestinamente con la moglie e il figlio in Belgio, ospite di amici e compagni di cospirazione a Bruxelles. Nel febbraio 1939, dalla capitale belga scrisse all’anziana madre in Italia dichiarando non spenta, dopotutto, «la speranza di giorni migliori»: «Nulla di male abbiamo mai fatto, il solo torto, che siamo orgogliosi, è quello di non chinare la testa […] perciò coraggio, continuando la giusta, spinosa, strada»[13]. Da Bruxelles, i Petacchi si trasferiscono poi a Tailfer, piccola frazione del comune di Lustin, nella provincia vallona di Namur dove Giuseppe ha trovato un impiego come cavatore.  Nel maggio 1940, tuttavia, a seguito dell’invasione tedesca del Belgio, i coniugi sono costretti di nuovo a fuggire. Raggiungono dopo varie peripezie San Nazaire, a est di Nantes, e quindi Bordeaux e Tolosa. Da lì, passano a Marsiglia dove Petacchi, trovato impiego come manovale e sguattero, viene di nuovo raggiunto da un ordine di espulsione che lo costringe a entrare in clandestinità col nome falso di Pisani, non prima però di aver organizzato il rientro della moglie e del figlio in Italia. In questo periodo che anticipa l’occupazione tedesca della Francia, va forse collocata anche una breve detenzione di Petacchi nel campo di prigionia del Vernet, che trascorre come sovversivo ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale. Riguadagnata la libertà, nel marzo del 1941 Emilio Lussu, artefice di un piano di fuga per esuli italiani in Nord Africa, riesce a farlo imbarcare su di una nave diretta in Algeria. Da lì, Petacchi raggiunge, via Oran, Casablanca dove grazie all’aiuto di un ebreo triestino può mettersi in regola con la documentazione richiesta. Poco dopo, si propone però come volontario per fare da guida nel tragitto Algeri-Casablanca a un altro rifugiato italiano giunto dalla Francia. Rientrato nella città marocchina, Petacchi visse i mesi seguenti senza possibilità di lavorare e con un sussidio procuratogli dallo stesso Lussu. In novembre, Petacchi, grazie a un passaporto rilasciatogli dal console messicano di Marsiglia e ai visti necessari ottenuti ancora tramite Lussu, poté al fine imbarcarsi assieme ad altri rifugiati sulla nave “Serpa Pinto” diretta in Messico.

Il 22 dicembre del 1941 lo troviamo infatti a Città del Messico dove assieme all’amico ed ex combattente di Spagna Pino Turroni, Petacchi riuscì a farsi impiegare da alcune imprese edili. Nel febbraio 1943, Petacchi viene avvicinato da Max Salvadori, suo vecchio conoscente e allora agente incaricato per conto del SOE di fare in Messico arruolamenti di esuli italiani. Petacchi, assieme ad altri fuoriusciti giellisti passati nel paese centro-americano, come Bruno e Renato Pierleoni e Leo Valiani, decide di offrirsi volontario per il SOE.[14] Inviato così in Gran Bretagna il 1° luglio 1943, in seguito viene destinato all’addestramento in Nord Africa. Il caporale Hodson, che ne esaminò l’attitudine, oltre al genuino antifascismo, ne constatò il carattere riservato e taciturno, rimanendo colpito per essere egli «persona onesta e per nulla presuntuosa»[15].

Fototessera di Giuseppe Petacchi nel sul fascicolo come agente del SOE

Terminato il training, come si è visto, Petacchi fu destinato a esser paracadutato in Toscana dietro le linee nemiche col compito di stabilire contatti con la nascente Resistenza in armi. Il lancio, tuttavia, – un blind jump – probabilmente lo scaricò assai lontano dalla destinazione designata in origine, la zona delle Apuane, facendolo finire a nord di Empoli[16]. Da lì, ad ogni modo, Petacchi raggiunse Pisa dove, acquistata una bicicletta, si portò a Usigliano di Lari dove risiedevano i genitori della moglie e dove rimase nascosto per i due giorni successivi. Dopodiché, cercò di raggiungere Carrara per mettersi in contatto col fratello Enzo , entrato nel frattempo nella locale organizzazione resistenziale. Non riuscitoci, dopo circa quattro giorni, fece ritorno di nuovo a Usigliano dove cominciò a organizzare un primo gruppo di resistenti attorno ad alcuni sfollati provenienti da Livorno presenti in zona. Nel frattempo, a Firenze, Carlo Ludovico Ragghianti, uno dei vertici dell’organizzazione azionista cittadina, messo al corrente tramite Emilio Lussu dell’arrivo di Petacchi in Toscana, mandò sulle sue tracce, con lo scopo di stabilire un contatto e di condurlo seco a Firenze, l’anarchico spezzino Sirio Biso – ex combattente di Spagna e vecchia conoscenza di Petacchi – che dopo l’8 settembre ancora lo stesso Lussu aveva inviato nel capoluogo toscano con sue credenziali perché si mettesse al servizio dell’organizzazione azionista[17]. Non è chiaro se Biso riuscisse nell’intento. Fatto sta che Petacchi raggiunse Firenze agli inizi di gennaio del 1944 accompagnando da Carrara il fratello Enzo, parte dell’entourage di Gino Menconi, chiamato allora nel capoluogo regionale per assumere la carica di membro del comando toscano delle Brigate Garibaldi.

Da allora, Giuseppe entrò a far parte ufficialmente dell’organizzazione azionista fiorentina che, tra le altre cose, gli affidò importanti compiti di recupero di armi e di organizzazione di lanci alleati tra le province di Firenze e Arezzo, nonché di svolgere da tramite con le bande azioniste del volterrano e della provincia apuana dove Petacchi, tra febbraio e maggio del 1944, si recò in effetti più volte, divenendo di fatto una sorta di ufficiale di collegamento per  conto del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale di Firenze. Dal maggio, oltretutto, Petacchi collaborò a Firenze alla creazione delle Squadre d’assalto azioniste, rendendosi protagonista di audaci colpi di mano contro tedeschi e fascisti e di ardite operazioni di recupero armi presso vari presidi cittadini delle forze di polizia repubblichine. Quindi, ai primi di agosto del 1944, Petacchi combatté in prima linea durante la battaglia per la Liberazione di Firenze, trovandosi – come certificherà in un suo report del 26 agosto lo stesso Carlo Ludovico Ragghianti in veste di Presidente del CTLN – «sempre dove la situazione era più grave e comportandosi eroicamente […] durante i contrattacchi delle retroguardie tedesche».[18]

Non fu il solo, della famiglia, a impegnarsi attivamente nella lotta di Liberazione nazionale. Il fratello Enzo, infatti, combatté con la formazione “Aldo Cartolari” nel settore apuano della Gotica, rimanendo gravemente ferito a seguito di uno scontro avvenuto il 18 settembre 1944, il quale gli costò prima l’amputazione di una gamba e poi la sua stessa vita, per via delle complicazioni in seguito sopraggiunte. Anche Vera, la terzogenita, entrò nell’organizzazione resistenziale, passando con il PCI a Milano in qualità di segretaria di Pietro Secchia e Luigi Longo divenendo altresì instancabile staffetta tra il capoluogo lombardo e le formazioni partigiane della Valsesia. Infine, anche il più giovane dei fratelli Petacchi, Aldo, detto “Aldino”, contribuì alla causa della Liberazione del paese, unendosi alla Resistenza a Genova e poi a Milano. Collaboratore in Alta Italia di Secchia e di Giovanni Roveda, Aldo fu protagonista nel luglio 1944 della spettacolare liberazione di quest’ultimo dal carcere degli Scalzi nel quale riuscì a penetrare con un commando partigiano mettendo fuori combattimento il corpo di guardia[19].

Ufficialmente, Giuseppe Petacchi rimase al servizio del SOE fino al 29 agosto 1944. Come si evince dal suo successivo report di congedo del luglio 1945, inizialmente egli si dichiarò intenzionato a rientrare in Messico una volta sistemati i propri affari in Italia, ragion per cui chiese che gli venissero coperti da Londra i costi del viaggio di ritorno[20]. Successivamente, tuttavia, dovette cambiare intenzioni. Rimasto in Toscana, Petacchi rimase in contatto con gli ambienti libertari, partecipando almeno al terzo Congresso anarchico nazionale che si tenne a Livorno nell’aprile 1949. Tornato a risiedere a Carrara, vi sarebbe morto il 2 giugno 1961.

 

 

[1] R. Gildea, I. Tames (ed.), Fighters across frontiers: Transnational resistance in Europe, 1936-48, Manchester, Manchester University Press, 2020; E. Acciai, I guerriglieri «spagnoli», in C. Colombini, C. Greppi (a cura di), Storia internazionale della Resistenza italiana, Bari-Roma, Laterza, 2024.

[2] Per un breve profilo biografico dei quattro fratelli Petacchi cfr. P. di Perro, I fratelli Petacchi. Una famiglia avenzina nella resistenza, in «Trentadue. Mensile di politica e cultura», 8 (2009), numero speciale a cura di Anpi Carrara, pp. 21-22.

[3] Ivi, p. 21.

[4] Archivio di Stato di Massa, Questura, versamento II, Casellario politico 1920-1940, (d’ora in poi ASM, Q, VII, CP 1920-1940)b. 118, fasc. “Giuseppe Petacchi”, il Questore di Massa-Carrara al Prefetto, trasmissione n. 04462, 4 giugno 1932.

[5] Ivi, lettera di Giuseppe a Gina pantani, Marsiglia, 10 novembre 1935; ivi, lettera di Giuseppe ad Aldegonda petacchi, Marsiglia, 9 gennaio 1936.

[6] Ivi, il Ministero dell’Interno, DGPS, DAGR, Sez I CPC al Prefetto di Massa-Carrara, n. 52230/110277, 13 agosto 1936.

[7] La Sigla marciante. Verbale della prima seduta, corrispondenza dal fronte spagnolo, 11 settembre in «Giustizia e Libertà», Parigi, 25 settembre 1936, p. 4.

[8] Ibidem.

[9] ASM, Q, VII, CP 1920-1940, b. 118, fasc. “Giuseppe Petacchi”, Giuseppe al fratello Aldo, Parigi, 26 settembre 1936.

[10] Ivi, il Ministero dell’Interno, DGPS, DAGR, Sez I CPC ai Consolati di Italia di Nizza e Marsiglia e al Prefetto di Massa-Carrara, n. 3542/110277, Roma, 7 febbraio 1937. Si veda anche Archivio Centrale dello Stato, Roma, MI, DGPS, DAGR, CPC, b. 3896, fasc. “Giuseppe Petacchi,” appunto n. 500/2007 della DPP, 20 gennaio 1937; ivi, nota della DGPS n. 441/037194, Roma 30 luglio 1937.

[11] Antonio Bernieri, Gino Menconi nella rivoluzione italiana, Carrara, Società Editrice Apuana, 1978, p. 140 (n. 130).

[12] ASM, Q, VII, CP 1920-1940, b. 118, fasc. “Giuseppe Petacchi”, Petacchi a Gina Pantani, Parigi, 30 dicembre 1937.

[13] Ivi, Giuseppe Petacchi ad Aldegonda Petacchi, Bruxelles, 2 febbraio 1939.

[14] La precedente descrizione della fuga di Petacchi in Nord Africa e in Messico, così come quella del suo reclutamento nel SOE si basa su: The National Archives, Kew-London (d’ora in poi TNA) HS9/1173/5, scheda storica su Petacchi dell’MI6, del 13 luglio 1943, redatta dal capitano S. Cole. Per il contesto relativo alla missione di arruolamento per conto del SOE svolta in Messico da Max Salvadori cfr. R. Bailey, Target: Italy. I servzi segreti inglesi contro Mussolini. Le operazioni in Italia 1940-1943, Utet, Torino 2014, p. 232. Per il caso dei fratelli Pierleoni, e più in generale per l’arruolamento nel SOE di militanti giellisti, cfr. P. Bagnoli, Bruno e Renato Pierleoni. Una storia  sconosciuta dell’antifascismo italiano, Biblion, Milano 2023; E. Di Rienzo, Sotto altra bandiera. Antifascisti italiani al servizio di Churchill, Neri Pozza, Vicenza 2023.

[15] TNA HS9/1173/5, report del cpl. Hodson, 4 agosto 1943.

[16] La descrizione dell’attività svolta da Petacchi in seguito al suo invio dietro le linee nemiche per conto dell’organizzazione resistenziale toscana si basa prevalentemente su TNA, HS 6/810, fasc. “Petacchi, Giuseppe”, Interrogation report, 29 agosto 1944. Per un cenno alla missione di Petacchi cfr. anche C. Woods, La partecipazione del SOE alla campagna militare in Italia. Settore tirrenico della Linea Gotica, in Eserciti, popolazione, Resistenza sulle Alpi Apuane, a cura di Gino Briglia, Pietro Del Giudice, Massimo Michelucci, Massa, Ceccotti, 1995, p. 133.

[17] Una lotta nel suo corso. Lettere e documenti politici e militari della Resistenza e della Liberazione, a cura di Sandro Contini Bonaccorsi e Licia Ragghianti Collobi, Venezia, Neri Pozza, 1954, p. 348; C. Ludovico Ragghianti, Introduzione a B. Piancastelli, “Giustizia e Libertà” nel Mugello: la 2a Brigata Carlo Rosselli, Quaderni della Fiap, Roma, 1985, p. VIII. Sull’attività di Biso con la Resistenza fiorentina cfr. F. Fusi, Cospiratore in Francia, guerrigliero in Spagna, partigiano in Italia: per una biografia transnazionale dell’antifascista libertario Sirio Biso, in «Spagna Contemporanea», 34, n. 67, 2025, pp. 59-82.

[18] TNA, HS 6/810, fasc. “Petacchi, Giuseppe”, copia di dichiarazione di servizio di Petacchi per conto del Partito d’azione fiorentino a firma di Carlo Lodovico Ragghianti, Firenze 26 agosto 1944 (da cui si cita nel testo).

[19] Per alcuni cenni all’attività resistenziale dei fratelli Petacchi cfr. P. di Perro, I fratelli Petacchi, cit.; C. Moscatelli, P. Secchia, Il Monte Rosa è sceso a Milano, Edizioni Pgreco, Milano, 2017, pp. 320-323, 641.

[20] TNA, HS 6/810, fasc. “Petacchi, Giuseppe”, Record Sheet, 26 Luglio 1945.




Come un fiume che prende acqua da immissari diversi e scorre talora impetuoso

Nei mesi scorsi mi è stato proposto dall’antropologo Pietro Clemente di presentare il libro Io e il mondo di Michele Della Corte. Le poche notizie da me conosciute su Della Corte (1915-1999) si limitavano all’essere stato un fisico della scuola fiorentina di Arcetri. E io sono uno storico della Medicina: non riuscivo a cogliere punti di contatto con un personaggio tanto lontano dalla mia formazione. Al contempo, tuttavia, le parole con le quali Pietro Clemente mi invitò a leggerlo crearono in me una grande curiosità. Ed è stato così che è iniziata la conoscenza di una personalità assolutamente inaspettata, che ha vissuto una vita singolare.

Io e il mondo non è semplicemente un libro. È il racconto di tante vite che si dipanano su uno scenario che attraversa il ventennio fascista, la guerra, la Resistenza, la ricostruzione dell’Italia dopo il secondo conflitto mondiale. Ed è la storia del lavoro di Della Corte come ricercatore di Fisica e uno dei primi tre professori ordinari di Fisica medica. Nelle pagine di questo libro ogni aspetto si intreccia all’altro, senza soluzione di continuità, andando a completarlo e ad arricchirlo.

È un racconto autobiografico che Michele Della Corte, ormai anziano, dedica ai suoi nipoti, spinto da un bisogno di scrivere per “rivivere in tempi passati episodi distillati dalla maturità di giudizio, cose da ricordare e cose da dimenticare, ma che dimenticare non si possono”.

Questo nucleo fondamentale che Della Corte ha lasciato è stato depositato presso l’Archivio Storico dei Diari di Pieve Santo Stefano[i], ma grazie al lavoro della figlia Laura è divenuto un libro, arricchito di molti inserimenti che “rappresentano il punto di vista di Liliana, amata compagna di una vita” di Michele[ii].

Quello che il lettore si trova di fronte sfogliando le pagine di questo libro è una sorta di fiume che scorre talora placido, altre volte impetuoso, raccogliendo acqua da tanti diversi immissari.

Due famiglie, i Della Corte e i Ciupi, sono protagoniste del libro che si apre con pagine nelle quali si descrive la vita di una famiglia borghese nella villa Il Giardino a Santa Colomba, nei pressi di Siena, dove, bambino, Michele trascorreva le sue vacanze. È un universo di zie che si muovono intorno al capofamiglia che, spinto da una irrefrenabile passione per il gioco, perde tutto, provocando un dissesto non solo economico alla famiglia ma soprattutto sociale.

Presto alla tranquilla vita senese si aggiunge la frequentazione di un nuovo luogo che risulterà fondamentale nella vita e nella formazione di Della Corte: la sede storica del Dipartimento di Fisica sulla collina di Arcetri alle porte di Firenze.

Negli anni in cui Della Corte iniziò a frequentarlo Arcetri rappresentava un luogo molto importante per la fisica italiana, che era riuscita a raggiungere una fama internazionale grazie al lavoro di due eccellenti studiosi, Orso Mario Corbino (1876-1937)[iii] e Antonio Garbasso (1871-1933)[iv]. Il primo era all’Università di Roma, il secondo in quella di Firenze. Entrambi avevano un atteggiamento positivo nei confronti della nuova Meccanica quantistica e riuscirono a dar vita a due scuole che raggiunsero fama internazionale: la scuola dei ragazzi di Via Panisperna, intorno a Enrico Fermi, e la scuola di Arcetri, intorno a Bruno Rossi, assistente di Garbasso e fondatore della scuola fiorentina di Fisica dei raggi cosmici.

In questo contesto Della Corte giunse a metà degli anni Trenta, iscrivendosi al corso di laurea in Fisica all’Università di Firenze nel 1934.

Si laureò nel 1938, nel periodo in cui molti fisici della scuola fiorentina lasciavano Arcetri, sia per migliori opportunità di lavoro che per l’entrata in vigore delle leggi razziali.

Dall’anno accademico 1938-1939 Della Corte ricoprì la carica di assistente all’Università di Firenze, iniziando a collaborare con Carlo Ballario (1915-2002)[v] sugli sciami della radiazione cosmica. Insieme realizzarono un

esperimento sull’assorbimento dei raggi cosmici nella galleria ferroviaria della direttissima Firenze-Bologna: nelle pagine del libro Michele racconta quanto questo studio si intrecciò con avvenimenti politici che lo portarono a incontrare, inconsapevolmente e a distanza, addirittura il Duce del Fascismo che si recava a un colloquio con Hitler[vi].

Della Corte si preparava così a essere tra quei giovani ricercatori che hanno contribuito alla rinascita della Fisica fiorentina nel Dopoguerra.

Gli anni del secondo conflitto mondiale significarono per tutti un periodo difficile e di perdita di certezze e di quanto ciascuno aveva costruito o pensava di realizzare. Lo stesso fu per Della Corte che nel 1941 fu chiamato alle armi, prima nei corpi della fanteria poi, dal 1942, presso la Scuola di Guerra Aerea delle Cascine, dove conobbe il capitano dell’aeronautica Italo Piccagli, convinto antifascista[vii]. Questo incontro fu determinante per il giovane Della Corte che apparteneva al Partito d’Azione fin dal 1936. Egli stesso scrisse: “Intorno al 1936, fu proprio attraverso un vecchio amico, Mario Delle Piane, che entrai a far parte del Partito d’Azione, allora in clandestinità”[viii]: una scelta nella quale furono fondamentali gli insegnamenti dello zio Nello Ticci, dirigente della Lega dei Ferrovieri, militante socialista, prima ferroviere e poi gestore di una famosa libreria nel centro di Siena, sede segreta della sezione senese del Comitato di Liberazione Nazionale.

Fu così che nel periodo immediatamente precedente all’8 settembre 1943, Della Corte ebbe un ruolo non secondario nel trasferimento suggerito da Piccagli degli strumenti e degli apparecchi dei Laboratori di Meteorologia e di Navigazione Aerea all’Istituto di Fisica di Arcetri, per sottrarli alle requisizioni dell’esercito tedesco. L’Istituto fu poi oggetto di perquisizione da parte delle SS tedesche, che avevano avuto una segnalazione sulla presenza in quei locali del materiale dell’aeronautica. Della Corte fu costretto ad accompagnare l’ufficiale delle SS durante la perquisizione. Fortunatamente, il materiale era stato ben nascosto e i tedeschi portarono via solo pochi oggetti. Un’esperienza assai dura e particolarmente pericolosa per un giovane assistente universitario!

Sempre su proposta del capitano Piccagli, Della Corte e Ballario entrarono a far parte dell’emittente clandestina promossa dalla Commissione Radio del Partito d’Azione, radio CORA. La radio, che aveva il compito di trasmettere informazioni ai comandi alleati e alle truppe partigiane, aveva varie basi a Firenze tra le quali lo stesso Istituto di Fisica di Arcetri.

Nel frattempo Michele aveva sposato la sua Liliana il 1° giugno 1940, dopo 5 anni di fidanzamento e il 18 aprile 1941 era nata la loro prima figlia, Laura.

Il racconto degli anni della guerra offre una rappresentazione corale di episodi di politica nazionale e locale, di vicende legate alla carriera universitaria e di avvenimenti familiari, che culminarono nel 1949 con la morte dello zio Nello che dopo l’8 settembre 1943 era stato arrestato e imprigionato nella famigerata Casermetta a Siena e che durante la prigionia aveva contratto una grave forma di tubercolosi.

Il dopoguerra vide Della Corte profondamente impegnato nel suo lavoro di fisico ad Arcetri.

La disciplina intanto andava sviluppandosi intorno a tre principali aree di ricerca:

– la Fisica delle alte energie, che vide il passaggio dagli esperimenti con i raggi cosmici a quelli effettuati agli acceleratori con fasci di particelle,

– la Fisica del nucleo, dove, anche in questo caso, avvenne il passaggio dall’uso di sostanze radioattive all’utilizzo di fasci di acceleratori per bombardare i nuclei da attivare,

– la Fisica teorica.

Nel 1950 Della Corte ottenne dal CNR una borsa di studio per attività di ricerca sui raggi cosmici: si recò così a Parigi all’Ecole Polytechnique, laboratorio all’avanguardia nel settore delle emulsioni (o lastre) nucleari, per imparare questa tecnica. Tornato a Firenze ha creato un “gruppo di ricerca che, con le «lastre», ovvero le emulsioni fotografiche, ha studiato i processi di radiazione cosmica e poi i processi di particelle elementari, utilizzando i fasci di particelle provenienti dai primi acceleratori costruiti al CERN”[ix]. Era il nucleo iniziale che darà vita al gruppo fiorentino di Fisica delle Alte Energie.

Alla fine degli anni Sessanta, avendo maturato un interesse sempre maggiore per le applicazioni della Fisica alla Medicina, passò alla Medicina nucleare, abbandonando le ricerche di particelle elementari che richiedevano grandi gruppi di lavoro, in cui il ruolo del singolo ricercatore diventava sempre più anonimo.

In quegli anni, il suo interesse si rivolse anche al rapporto tra Fisica e Medicina maturato, sin dal 1942, nei lunghi anni di appassionato insegnamento universitario della disciplina fisica ai futuri medici.

“Da un lato volevo interessare i medici ad un approccio fisico dei loro problemi e dall’altro interessare i fisici a considerare la realtà biomedica come un loro possibile campo di studio, una delle Fisiche applicate. – scriveva – È vero che c’era la Biofisica, ma per tradizione era un approccio fisico alla Biologia e non alla Medicina. La mia idea base era molto semplice: La realtà dell’universo è una. La distinzione fra universo fisico ed universo biologico è solo funzionale alla ricerca. La condizione ottimale per arrivare al modello più vero è considerare la Fisica e la Biologia come due modi complementari di studiare le realtà”[x].

Essendo un uomo di scienza ma anche – come ampiamente dimostrato dalla sua vita – un uomo di azione, Della Corte con alcuni suoi colleghi pensò di “fondare una nuova materia: la Fisica Medica ed introdurre la Fisica, e quindi la Matematica, nelle facoltà mediche: una Fisica che fosse qualcosa di serio e non l’insegnamento risibile che esisteva allora”.

In quest’ottica Della Corte iniziò a occuparsi di radioprotezione in un periodo in cui la cultura della radioprotezione non era ancora diffusa. La sua collaborazione con i medici si estese successivamente anche alla Biofisica del sistema cardiocircolatorio, a modelli matematici per lo studio del metabolismo del glucosio e dell’insulina, allo studio dei ritmi circadiani e infine alle ricerche sulla soglia del dolore, generato da stimoli termici ed elettrici.

Il suo obiettivo era chiaro: creare nelle facoltà mediche delle Università italiane delle cattedre di Fisica Medica.

I risultati di tale attività hanno portato il 1° novembre 1969 alla nascita delle prime tre cattedre di Fisica nelle Facoltà di Medicina delle Università di Cagliari, Bologna e Firenze.

Michele Della Corte divenne uno dei primi tre Professori Ordinari di questa nuova disciplina in Italia, insieme a Mario Ladu (1917-2014), un fisico suo coetaneo che aveva una parte della sua produzione nell’ambito della Fisica delle radiazioni che si inquadrava bene nella Fisica Medica, e a un anziano fisico Bolognese, Stefano Petralia (1909-?), che aveva lavorato sugli ultrasuoni, altro ambito di studio della Fisica Medica.

Iniziava così un ulteriore fase della sua intensa vita professionale, che riassumeva quanto fatto negli anni e apriva un percorso completamente nuovo.

In questa veste è stato tra i fondatori della Associazione di Fisica biomedica (AIFB), della quale è stato presidente onorario, continuando a occuparsi di Fisica sanitaria e di radioprotezione fino alla morte, avvenuta nel 1999 a Firenze. Attraverso l’Associazione fu possibile chiedere e ottenere l’istituzione di una nuova disciplina universitaria: la Fisica Medica.

I Fisici non gradirono e la loro reazione non si fece attendere.

Non sappiamo cosa Della Corte avrebbe voluto rispondere ai suoi ‘vecchi’ Colleghi: il suo racconto si interrompe nel marzo 1999, quando Michele Della Corte si ammala. Morirà pochi mesi dopo, il 21 giugno.

Oggi sappiamo che il seguito non fu facile per la nuova disciplina. I Fisici non volevano rinunciare ma alla fine quanto Della Corte, Ladu e Petralia avevano pensato è divenuto realtà. La Fisica biomedica è oggi un insegnamento caratterizzante del primo anno degli studi di Medicina ed è assolutamente inquadrato nello studio del corpo umano e della sua fisiologia.

Quello che emerge dalle pagine della “Lettera ai nipoti” che Della Corte ci ha lasciato e dal libro che sua figlia Laura Della Corte ha voluto donarci, arricchendo lo scritto originale con pensieri di sua madre Liliana e sue riflessioni, è lo straordinario percorso di un giovane studioso che si muove tra passione per lo studio della Fisica, un forte impegno politico vissuto più che ostentato e un amore senza limiti per la sua grande famiglia.

 

Note

[i] Le carte di Michele Della Corte sono state donate in copia all’Istituto storico della Resistenza in Toscana dalla figlia dottoressa Laura Della Corte nella primavera 2015. Gli originali sono conservati presso la Biblioteca di Scienze dell’Università di Firenze, all’interno del più ampio fondo Della Corte là depositato. https://siusa-archivi.cultura.gov.it/cgi-bin/siusa/pagina.pl?TipoPag=comparc&Chiave=416755

[ii] M. Della Corte, Io e il mondo, Effigi Edizioni 2024.

[iii] Orso Mario Corbino (1876-1937) è stato un Fisico e politico italiano. Nel 1926, chiamando a Roma Enrico Fermi e Franco Rasetti, diede avvio alla Scuola dei Ragazzi di via Panisperna. Tale denominazione venne infatti data al gruppo di scienziati italiani, quasi tutti molto giovani e con a capo Enrico Fermi, che negli anni Trenta operò presso il Regio istituto fisico dell’Università di Roma, ubicato fino al 1935 al numero civico 90 di via Panisperna, producendo studi di importanza storica nell’ambito della Fisica nucleare.

[iv] Antonio Garbasso (1871-1933), Fisico. Dopo un periodo di studio in Germania, rientrato in Italia ha insegnato nelle Università di Torino, Pisa e Genova. Nel 1913 divenne professore a Firenze. Grazie al suo decisivo intervento venne creato tra il 1914 e il 1920 l’Istituto di Fisica di Arcetri, a lui poi intitolato. Ricoprì anche il ruolo di sindaco di Firenze dal 1920 al 1927 e di podestà fino al 1928.

[v] Carlo Ballario (1915-2002), Fisico, è stato assistente all’Università di Firenze fino al 1944. Si trasferì quindi all’Università di Bologna e infine, nel 1947, a quella di Roma.

[vi] M. Della Corte, Io e il mondo, cit., pp. 127-130.

[vii] Italo Piccagli (1909-1944) è stato Capitano dell’Aeronautica militare e partigiano. Aderì subito al movimento di Resistenza. Nel 1944 fondò il servizio informazioni di Radio CORA insieme ad Enrico Bocci (1896-1944), avvocato, partigiano e antifascista italiano conosciuto col nome di battaglia Placido.

Il 7 giugno 1944, nel tentativo di salvare i membri di Radio Cora arrestati, Piccagli e Bocci si consegnarono spontaneamente ai nazifascisti, assumendosi la responsabilità di tutta l’organizzazione, tacendo i nomi di tutti coloro che avevano partecipato al progetto, compreso quello di Michele Della Corte. Fucilati il 12 giugno 1944, hanno entrambi avuto il riconoscimento della Medaglia d’Oro al Valor militare alla memoria.

[viii] M. Della Corte, Io e il mondo, cit., p. 101.

[ix] D. Dominici, A fianco di Radio CORA: Arcetri ‘resistente’ nei ricordi di Michele Della Corte, PILLOLE DI STORIA https://www.fisica.unifi.it/upload/sub/storia/dominici2015.pdf

[x] M. Della Corte, Io e il mondo, cit., p. 237.




Tre comunità agricole all’alba della Repubblica

Mentre si delineavano le sorti della Seconda Guerra Mondiale partiti e gruppi politici si riunivano in comitati detti di liberazione nazionale per resistere all’occupante. Cessata l’occupazione militare i comitati costituirono la base politica dei governi nazionali. Sorti spontaneamente dopo l’8 settembre 1943 i CLN, articolati in comitati regionali, provinciali, comunali, rionali e aziendali, chiamarono gli italiani alla lotta e alla resistenza. Il caso di studio qui presentato riflette sull’operato comunale dei CLN, concentrandosi in particolare sul difficile passaggio dal regime fascista alla nuova democrazia affrontato da tre comunità agricole del sud della Provincia di Siena: Montalcino, Buonconvento e San Giovanni d’Asso. Le vicende politiche di questi comuni nel periodo compreso tra il 1944 e il 1946 portano in luce le contraddizioni di una società ancora legata alle gerarchie agricole insite nel da poco tramontato regime fascista, ma volenterosa di un’innovazione democratica caratterizzata dall’operato del CLN.

A Buonconvento, un comune rurale con una popolazione di poco superiore ai 3.000 abitanti, a partire dalla sua liberazione (26 giugno 1944) si presenta un clima politico e sociale confusionario. Una marcata continuità tra regime fascista e inizio dell’esperimento democratico viene in luce con Mario Costanti che, indisturbato, cambierà solamente il nome della sua nomina: da podestà a sindaco. A sostituirlo sarà Ugo Pallavicini che, come si legge nei verbali delle sedute della Giunta Municipale, tende verso il partito liberale, «è cognato dell’ex gerarca del P.N.F Pascolato, e ebbe per poco più di un mese la carica di commissario del Fascio di Chiusdino. Si tiene, però, a chiarire che [… negli ultimi tempi dissentiva in pieno dalle idee e dai sistemi fascisti»[1]. La situazione politica era allora presentata come «scevra di preoccupazioni e tranquilla, sia per l’indole serena della popolazione che per le persone preposte dagli Alleati e dal CLN al governo della cosa pubblica». A prendere il posto di Pallavicini, che lascerà la carica per trasferire altrove la sua residenza, sarà il ragioniere Faliero Fusi: un incarico che avrà durata molto breve (dal 5 al 22 ottobre del 1944). La conseguenza delle sue dimissioni porterà a una situazione politica confusionaria: da una parte il CLN di Buonconvento propone come sindaco Alessandro Mariotti, dall’altra la prefettura di Siena «ritenuta la necessità di assicurare la continuità dell’amministrazione comunale» nomina Paolo Ingicco come commissario prefettizio. Il CLN di Buonconvento, in risposta a tale nomina, vista la disgraziata situazione economica del Comune per cui non può sostenere lo stipendio di un commissario, nomina un’altra Giunta con sindaco Mario Mangini. Il clima che viene ad instaurarsi non è per nulla sereno: con una lettera dei carabinieri del loco si viene a sapere che «tra i membri del CLN è stata notata una certa disorganizzazione, sfavorevolmente commentata dal pubblico. Viene criticato in pubblico il comportamento del sindaco di Buonconvento, che oltre a essere incompetente trascura i doveri del suo ufficio». Per quanto esposto il CLN rassegnerà le dimissioni. L’andamento dell’amministrazione si fa caotico: il sindaco Mangini scompare dal suo ufficio e viene rappresentato da un giovane, Sergio Sampieri, preposto dalla Sezione comunista, senza alcuna autorizzazione preventiva. La situazione si stabilizzerà solo con la nomina a sindaco di Ugo Moretti, un fabbro nato nel 1903 iscritto al PCI, ritenuto di stima e considerazione nella popolazione di Buonconvento. Moretti manterrà la carica di sindaco fino alle elezioni del 3 marzo 1946 che lo riconfermeranno nel suo ruolo con l’82% di voti a favore.

Montalcino, nel periodo compreso tra la sua liberazione (27 giugno 1944) e le elezioni del 1946, presenta un solo nome di sindaco: il Conte Elvio Costanti. Tuttavia le contraddizioni tra fascismo e nuova democrazia non fanno fatica a presentarsi. Ciò che attanaglia il comune di Montalcino è la situazione penale di Costanti. Il “conte rosso”, come era chiamato a Montalcino in quanto nobile proprietario terriero affiliato al Partito Comunista, era stato condannato per corruzione attiva continua e concorso in falso continuato per aver ottenuto sotto pagamento una licenza di convalescenza che lo dispensava dal servizio militare. Venne perciò invitato dal Prefetto di Siena a rassegnare le dimissioni, in quanto tali precedenti ostacolavano la sua carica di sindaco, consigliandogli di giustificare l’atto dimissionario secondo motivi di salute. Il fatto di esser stato condannato per non aver servito la causa nazi-fascista non sembrava affatto, per Costanti, una ragione di vergogna, piuttosto un titolo di merito, in quanto «se tutti avessimo agito allo stesso modo» scrive il sindaco «invece che servire con fedeltà e zelo il governo fascista […] come ha fatto il prefetto […] certo che l’Italia non si troverebbe oggi nelle tragiche condizioni in cui è caduta». La fermezza del “conte rosso”, la fiducia affermata dal CLN nei suoi confronti poiché «i reati furono oggetto di lotta contro il regime allora predominante che volle la guerra», il consenso delle autorità alleate e il pieno sostegno dal voto spontaneo del popolo ilcinese, che con la raccolta di 2.046 firme dimostrò la sua solidarietà, portarono Elvio Costanti a rimanere nella carica di sindaco fino alle elezioni del 31 marzo 1946.

San Giovanni d’Asso, comune che all’epoca contava poco più di 2.000 abitanti, inizia il suo esperimento democratico con il sindaco conte Gastone Piccolomini Bandini. La sua esperienza sarà di breve durata. In una lettera inviata al Prefetto di Siena in data 26 maggio 1945 si legge: «il mio compito di amministratore ha compiuto il suo termine e solo oggi […] posso dire che ho fatto tutto il possibile per far rinascere con i fatti e con le parole le speranze di tutta la popolazione in un mondo migliore. Rassegno le dimissioni per motivi personali […], ho deciso di laurearmi, e tutto il mio impegno e la mia volontà devono essere ora destinati a questo scopo […]. Il compito di sindaco che deve fare il suo dovere al di sopra di qualsiasi interesse personale male si addice a quello di uno studente che lavora esclusivamente per sé e per il suo futuro». Delle dimissioni, quelle di Piccolomini, che, a quanto parrebbe, non sono indotte da motivazioni politiche, da motivazioni esterne o di partito, ma solo da esigenze personali. Lascerà il Comune nelle mani di 6 assessori da lui ritenuti l’impersonificazione dell’onestà e della rettitudine, i quali porteranno all’unanimità, insieme al CLN locale, a eleggere Guido Vegni, segretario della locale sezione del PCI e proprietario agricolo nato nel 1902, alla carica di sindaco. Vegni reggerà le redini del Comune di San Giovanni d’Asso fino alle elezioni del 10 marzo 1946, alle quali sarà riconfermato nel suo ruolo con il 79,2% di preferenze.

Sono sindaci, quelli nominati dei comuni di Buonconvento, Montalcino e San Giovanni d’Asso, che evidenziano a pieno il primo esperimento democratico affrontato dall’Italia nella faticosa costruzione dei meccanismi di uno Stato “nuovo”, con lo scarto tra l’alta architettura ideale e la sua vita concreta. Intessute a tutto ciò stanno le eredità del fascismo da elaborare, qui portate in luce da molti casi: dal processo al Conte Costanti per aver nei fatti ostacolato la causa nazi-fascista, alla nomina al ruolo di sindaco di personalità che rispecchiano ancora la riconoscenza del potere politico e sociale nell’aristocrazia agricola. Ma tra le righe traspare tutta la volontà di una nuova vita dedicata alla democrazia: dal “referendum” popolare in sostegno alla causa del “conte rosso”, fino alla riconoscenza del ruolo dei nuovi partiti democratici, in particolar modo nel PCI, nella gestione della cosa pubblica.

Queste due entità che coesistono, l’ordine e la disciplina e la riconoscenza della nuova democrazia popolare, ben si possono leggere tra le righe del verbale di una seduta della Giunta municipale di Buonconvento lasciataci in data 22 dicembre 1944: «questa amministrazione comunale costituita con la rappresentanza di tutti i partiti politici in spirito di perfetta collaborazione […], afferma la propria volontà di dare opera fattiva e proficua in perfetta disciplina e ordine, per superare le difficoltà odierne e contribuire alla ricostruzione in atto e al benessere della popolazione tutta senza distinzione di classe».

 

Bibliografia di riferimento:

  • A cura di Marco De Nicolò e Enzo Fimiani, Dal fascismo alla Repubblica: quanta continuità? Numeri, questioni, biografie, Roma, Viella, 2019.
  • Alessandro Orlandi, Riccardo Bardotti, Michelangelo Borri, Pietro Clemente, Laura Mattei, Storia della Resistenza senese, Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età Contemporanea “V. Meoni”, Siena, Betti Editrice, 2021.
  • Federico Chabod, L’Italia contemporanea (1918-1948), Torino, Giulio Einaudi Editore, 1961.

[1] Tutti i documenti citati provengono dai verbali delle sedute dei consigli delle Giunte Municipali e dalle corrispondenze tra CLN locali, CLN provinciali e la Prefettura di Siena, presenti negli archivi comunali di Buonconvento, Montalcino e San Giovanni d’Asso (oggi confluito nel comune di Montalcino).