Storia, memoria, cambiamento.

Identità. Tradizione. Su questi due lemmi molta parte del dibattito, tanto pubblico quanto divulgativo, ha ruotato negli ultimi anni, rivelando le molteplici angolature di questi lemmi. L’”identità italiana”, ad esempio, sulla cui più o meno validata esistenza è stato incentrata negli ultimi mesi una fitta discussione. Altri utilizzi suggeriscono una maggior attinenza con le posizioni liberal sui diritti civili: si pensi a “identità queer” o all’ “identità/carriera alias”, che alcuni istituti e università stanno introducendo per venire incontro alle esigenze psicologiche di chi affronta un percorso di transizione di genere. Similmente “tradizione”, che pur suggerisce una certa vicinanza con alcuni temi sostenuti dall’attuale maggioranza, può incontrare altri impieghi, che abbiamo visto, ad esempio, in azione nella polemica sulle sospensioni alle attività didattiche decise dall’Istituto comprensivo di Pioltello (Milano).

È con un abusato politptoto, dunque, che potremmo definire i due termini “identitari” per i nostri anni. E dalla loro analisi epistemologica e storiografica traeva le sue prime mosse Laerte Mulinacci quando, alcuni mesi fa, sistematizzava alcuni risultati del lavoro di dottorato nel contributo “La città dei mestieri. Educazione al patrimonio e comunità di pratica” (adesso in Heritage Education Tecnologie, patrimonio immateriale, paesaggio e sostenibilità, a cura di M. Muscarà et alii, Pisa, Ets, 2024). Primariamente affrontato era il concetto di identità:

Considero questo aspetto di grande attualità visto l’utilizzo disinvolto che si fa di questo termine in politica, nella società civile come anche a scuola. Al termine identità, spesso, vengono affiancati riferimenti storici o memoriali senza badare troppo alla contestualizzazione ed operando un’operazione di selezione che può risultare anche mistificatoria. A tal proposito si veda il dilagare della pseudo-storia o della deformazione del dato storico per finalità squisitamente politiche o propagandistiche e tutte le ricadute che hanno anche sul vivere e sentire quotidiano (Mulinacci 2024, p. 171).

Similmente, “tradizione”

subisce sempre più frequentemente un sovra-utilizzo se non proprio un abuso del concetto stesso, anche in questo caso nella sua accezione giustificativa: un passato che è sempre stato così (ibidem).

Laerte, che in questi giorni avrebbe compiuto 39 anni, ci è stato strappato troppo presto da un incidente stradale avvenuto nella sua Siena, il 28 Gennaio 2024. Il suo lavoro di tesi, incentrato sulle comunità di pratiche che si avvicendano nel Palio cittadino, è rimasto incompiuto.

Tuttavia, queste sue notazioni sui concetti di tradizione e identità affrontano alcuni dilemmi cruciali per il lavoro storico e storico-educativo. Innanzitutto, decostruiscono e storicizzano i due lemmi nell’ambito di un “patrimonio culturale immateriale” qualificato come inclusivo, rappresentativo e vivo: tratti evidenti nell’esperienza dell’associazione senese “Città dei mestieri” che dal 2019 offre gratuitamente corsi in calligrafia, sartoria, storia del costume e arte del marmo. Un lavoro che fluidifica le gabbie in cui abitualmente è rinchiusa la memoria, per rivelare quel che è davvero: sostanza viva, capace di attivare e sostenere un cambiamento condiviso a livello comunitario e territoriale.

In secondo luogo, perché quelle di Laerte sono riflessioni che colgono alcuni dei temi epistemologici con cui la storiografia deve sapersi confrontare, e che la qualificano rispetto alla memoria: l’analisi dei silenzi. I silenzi che, innanzitutto, si annidano nei temi e negli argomenti che per decenni e per secoli non sono stati significati dall’opinione pubblica e dalla ricerca accademica: si pensi ad esempio alle storie di vita, la cui rilevanza come fonte storica è adesso pienamente riconosciuta, ma solo dopo decenni di discussioni spesso aspre e accese. Ma vi sono anche altri silenzi, più sottili. Sono quelli che si annidano nelle parole, in ciò che celano mostrando: e torniamo qui al concetto di tradizione, al «passato che è sempre stato così» e le cui vicissitudini, invece, riposano nelle pieghe dello stesso lemma.

È un adagio ampiamente ricorrente quello con cui Benedetto Croce, nel 1909, definisce ogni storia una storia contemporanea. I nostri lavori sono quanto di più lontano Croce avrebbe immaginato per ricerca storiografica. E tuttavia, al di là dei decenni e dei paradigmi culturali, permane un nocciolo comune: quello per cui ogni vera questione storiografica è tale in quanto scandaglia il passato per affrontare le inquietudini del tempo presente, offrendo loro, se possibile, una risposta.

 

 

Laerte Mulinacci (1985-2024), dopo gli studi in Storia compiuti presso l’Università di Siena, si è iscritto al Corso di Dottorato in Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università degli studi di Firenze, partecipando ai lavori della Commissione “Comunicazione, Public Engagement e Terzo Settore” del dipartimento Forlilpsi. Ha collaborato al progetto PRIN 2017-2020 “School Memories between Social Perception and Collective Representation (Italy, 1861-2001)” realizzando numerose schede per il portale www.memoriascolastica.it , adesso raccolte anche in G. Bandini e S. Oliviero (a cura di), Memorie Educative in Video. Volume 2, Firenze, Fupress, 2022.

Chiara Martinelli è docente a contratto in Storia dell’educazione presso il dipartimento Forlilpsi dell’Università degli studi di Firenze, dove collabora con il Laboratorio di Public History of Education. Membro del consiglio direttivo dell’Istituto storico per la Resistenza di Pistoia, collabora con la segreteria editoriale di “Rivista di storia dell’educazione” ed è nel comitato editoriale di “Farestoria”. Tra le sue pubblicazioni, segnaliamo “Educare alla tecnica. Istituti tecnici e professionali alla “Giornata della Tecnica” (McGrawHill, 2023).

Articolo pubblicato nel luglio 2024.




Le cittadinanze onorarie a Mussolini e la mistificazione della storia

Le persistenze del passato regime fasciste, nelle varie forme di intitolazioni, architetture, riferimenti toponomastici, sono spesso giunti alla ribalta della cronaca negli ultimi anni. Ne sono esempio le non lontane polemiche relative ai monumenti fascisti, oggetto di attenzione e di più o meno efficaci tentativi di risignificazione. Allo stesso modo, non sono mancate le polemiche attorno alle rimozioni di nomi di strade e piazze che ancora richiamavano a personaggi e vicende dell’esperienza fascista. Una tendenza, questa, che fa da sfondo ad altri dibattiti attorno a singole figure, talvolta oggetto di riletture e abilitazioni postume.

Il volume Il cittadino d’Italia si inserisce in tale contesto, prendendo in esame un caso specifico ma particolarmente significativo per vari motivi: innanzitutto, per il proprio oggetto d’indagine, concentrando la propria attenzione sulla figura di Benito Mussolini e sulla costruzione del suo mito personale; in secondo luogo, per il rilievo assunto in tempi recenti, con punte polemiche particolarmente acute nel 2020, dai dibattiti attorno alla revoca al dittatore delle proprie onorificenze onorarie.

Proprio da quest’ultimo spunto trae origine il libro di Michelangelo Borri, dedicato alla storia delle cittadinanze onorarie a Mussolini. Attraverso una ricerca condotta negli archivi nazionali, in alcune realtà comunali e sulla stampa dell’epoca, Borri indaga la storia e le motivazioni dei titoli onorifici al dittatore: avviata nel 1923, una volta concretizzatasi la presa del potere con la marcia su Roma, la tendenza si sarebbe sviluppata appieno nel 1924 grazie all’interessamento della segreteria particolare della Presidenza del Consiglio e del Partito nazionale fascista. Dalla ricostruzione emerge il carattere politico e talvolta coatto delle onorificenze, attribuite dai consigli comunali in seguito alle pressioni provenienti dalle prefetture e dalle federazioni provinciali fascista. Ne emerge il quadro di una dittatura immediatamente pronta a stringere la propria presa sul paese, imponendo le proprie scelte agli amministratori comunali italiani.

Assieme all’operazione politica, il volume ricostruisce alcune delle principali manifestazioni organizzate in corrispondenza dei riconoscimenti, seguendo il duce nelle città di Firenze, Bologna, Roma, Napoli, Perugia e analizzando i testi dei documenti con cui le assemblee municipali deliberarono i conferimenti. Da tale quadro appare chiara la volontà del nascente regime di imporre, immediatamente, la figura di Mussolini come quella del nuovo simbolo dell’Italia fascista. Una volontà sorretta dagli apparati di propaganda e dalla stampa, ma anche dalla violenza squadrista e dal potere coercitivo dello Stato, piegato alle esigenze politiche della dittatura. In tale ottica, scrive Borri, le folle di partecipanti alle manifestazioni organizzate in corrispondenza dei conferimenti avrebbero svolto la funzione di legittimare, a posteriori, la concessione dei titoli medesimi, tramite un meccanismo di mobilitazione dal basso caratteristico dell’esperienza fascista. La conclusione dell’autore, in tal senso, appare chiara e non lascia spazio a dubbi:

 

Lungi dal rappresentare sincere e spontanee manifestazioni di stima al nuovo presidente del Consiglio – come ancora oggi spesso sostenuto, a conferma dell’efficacia dell’operazione politica fascista – le cittadinanze mussoliniane costituiscono, al contrario, testimonianze eloquenti e rilevatrici del vero volto di un regime pronto a mobilitare ogni risorsa per raggiungere anche il più minuto degli obiettivi prefissati. Piuttosto che reminiscenze di scelte che gli italiani non furono affatto chiamati a compiere – ma, al massimo, a legittimare posteriormente –, esse sono l’ennesima conferma della presa soffocante esercitata dalla dittatura in ogni angolo del paese: anche in forme diverse da quelle tradizionalmente riconosciute, anche all’interno delle assemblee teoricamente più immediatamente rappresentative ed espressive della piena realizzazione democratica (p. 124).

 

Alla luce di quanto verificatosi negli anni Venti, anche le discussioni odierne appaiono più chiare e, soprattutto, più immediatamente riconoscibili risultano i tentativi di strumentalizzazione politica attuati, in molti casi, dai rappresentanti locali dei partiti della destra. Anche grazie al puntuale saggio introduttivo di Andrea Mammone, il libro fornisce una panoramica ben dettagliata di quanto avvenuto negli ultimi decenni – ma partendo, con uno sguardo di lungo periodo, dall’immediato dopoguerra – nel dibattito pubblico attorno al fascismo e alla sua memoria. La sovrapposizione tra memorie deboli della dittatura, tra una certa nostalgia ancora persistente in alcuni strati della società italiana postbellica e interessi commerciali ed editoriali, ha favorito l’elaborazione di rappresentazioni in qualche modo deresponsabilizzanti rispetto alle colpe del fascismo e, con esso, degli italiani, aprendo la strada anche a riletture e riabilitazioni postume dell’operato di Mussolini. In questo panorama, già accuratamente descritto da studiosi come Filippo Focardi, le discussioni attorno alle cittadinanze onorarie mussoliniane rappresentano soltanto il più recente tassello: sulla loro persistenza, infatti, rappresentanti municipali delle destre postfasciste – e non solo – hanno spesso proposto l’immagine di un dittatore ammirato dalle popolazioni italiane, presentando le onorificenze come intitolazioni spontanee provenienti dal basso e, come avviene oggi in condizioni di democrazia, rispondenti effettivamente all’umore di almeno una buona parte della cittadinanza. Il libro Il cittadino d’Italia dimostra, in maniera ormai non più discutibile, come ciò sia palesemente falso e come i tentativi di mantenere i conferimenti a Mussolini nascondano, in realtà, ben più profonde motivazioni politiche ed ideologiche riconducibili a un senso di fascinazione e nostalgia ancora vivo, in alcuni ambiti politici, verso il dittatore e verso il suo criminale progetto politico.




La Repubblica sociale italiana e il primo neofascismo toscano

Il recente convegno «Le fiamme dal basso». Neofascismo e destre estreme in provincia: protagonisti, strutture, prospettive di ricerca, organizzato il 19-20 ottobre 2023 dall’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea “Vittorio Meoni” di Siena, ha riportato al centro del dibattito storiografico l’importanza della dimensione locale nello studio dei neofascismi, evidenziando le potenzialità di questo approccio per meglio indagare, nella loro concretezza, culture, prassi politiche e classi dirigenti dell’estrema destra italiana[1]. Il presente contributo, sintetizzando la relazione discussa in quella sede, cerca quindi di riflettere su come l’esperienza combattentistica ed esistenziale di Salò abbia contribuito a definire, nei primi anni del dopoguerra, i tratti identitari e la cultura politica del neofascismo toscano e, in special modo, del neonato Movimento sociale italiano (MSI), che dell’ultimo fascismo avrebbe raccolto l’eredità materiale oltre che ideale.

Il caso toscano appare in tal senso un terreno d’indagine particolarmente fecondo, tanto per il peso storico assunto dal fascismo nella regione quanto poi per le oggettive difficoltà ambientali che avrebbero caratterizzato la ripresa neofascista in un contesto sociale e politico ben diverso da quello del Centro-Sud Italia, principale bacino di voti e di affermazione del MSI. Un aspetto, quest’ultimo, che ha fortemente condizionato la disponibilità odierna di fonti interne al partito, pressoché assenti per le province toscane, e che ha costretto a rivolgersi primariamente verso fonti di polizia, non prive di limiti e criticità ma rivelatesi, specie in taluni contesti, estremamente preziose e in parte ancora inesplorate (Parlato 2020, pp. 15-21).

Ciò detto, va altresì notato come l’esperienza del fascismo repubblicano abbia assunto nella regione tratti per molti versi peculiari: dettati non solo e non tanto dalla folta presenza di gerarchi toscani nella compagine di governo saloina, capaci a loro volta di mobilitare una fitta rete clientelare locale, quanto piuttosto perché in questo spazio si impongono e sovrappongono, tra il 1943 e il 1944, contesti di occupazione, guerra civile e scontro aperto tra eserciti in lotta, che dilaniarono un tessuto sociale già duramente colpito dallo stragismo fascista e nazista. Lo sfollamento di migliaia di fascisti toscani al di là della linea Gotica, fuggiti nell’estate del 1944 dinanzi all’avanzata alleata, avrebbe infine reso ancor più dolorosa e traumatica la prospettiva di una sconfitta ormai imminente (Mazzoni 2006; Rossi 2000).

All’indomani della Liberazione, lo straniamento per la perdita di ogni riferimento politico e ideale si associava quindi, per molti fascisti di Salò, alla difficile prova del carcere e dell’internamento così come all’apertura di procedimenti giudiziari ed epurativi che avrebbero indelebilmente segnato – al di là degli esiti contradditori di tale processo – il vissuto e la memoria dei vinti. Parallelamente, il brusco rientro alla vita civile verrà poi a caratterizzarsi per l’ostracizzazione delle proprie comunità, talvolta sfociata in forme di giustizia sommaria volte a sfogare la rabbia della popolazione per le privazioni e i lutti subiti durante il conflitto (Dondi 1999, pp. 91 sgg.; Martini 2019, pp. 77-95).

È in questo contesto che maturava quindi l’esigenza quasi istintiva di «ritrovarsi», di «riconoscersi» tra ex-commilitoni, tentando di reagire di fronte a un paese ormai percepito come estraneo. Già nei mesi a cavallo tra il 1945 e il 1946, le carte di polizia testimoniano anche in Toscana l’attivarsi di alcune prime cellule neofasciste, spesso animate da giovani e giovanissimi legati all’esperienza della RSI e impegnate, solitamente, in azioni poco più che dimostrative quali imbrattamenti con scritte murarie, apposizione di emblemi fascisti e diffusione di manifestini esaltanti il fascismo repubblicano – il “vero fascismo” non inquinato dai compromessi imposti dal regime – e prospettanti la punizione verso i “traditori”, padroni ora del campo. Iniziative incapaci di superare la «soglia della testimonianza» ma non per questo prive di significato per la più amplia platea di nostalgici e reduci (Mammone 2005, pp. 263-269, Tonietto 2019, pp. 95 sgg.).

Particolarmente interessante è il ricercato simbolismo che in diversi casi assumono queste prime manifestazioni: colpisce, per fare un esempio, l’operato di una presunta cellula delle Squadra d’Azione Mussolini (SAM) attiva a Firenze, che nella notte tra il 27 e il 28 aprile 1946, primo anniversario della morte del duce, riusciva ad apporre una bandiera tricolore recante il fascio repubblicano sulla torre di Maratona dell’odierno stadio Artemio Franchi – già intitolato al martire fascista Giovanni Berta – laddove nel marzo 1944 erano stati fucilati cinque renitenti alla leva condannati dal tribunale militare di Firenze. Altrettanto esplicite erano le scritte rinvenute nel luogo dell’eccidio, che si richiamavano alla dimensione mitopoietica del martirologio fascista quale esempio per i superstiti e le future generazioni[2].

 

 

Ci muoviamo, com’è evidente, entro un immaginario nel quale la memoria bruciante della guerra civile e della disfatta avrebbe alimentato un pervasivo «culto della vendetta», rappresentando al contempo un tenace strumento identitario per lo sparso universo neofascista, incapace di rassegnarsi alla sconfitta politica e morale patita dal fascismo (Panvini 2017, pp. 156-158). Solo in taluni casi tuttavia, l’attività di questi primi gruppi clandestini avrebbe assunto una qualche consistenza numerica: è il caso di Pisa, dove un gruppo di studenti universitari, diversi dei quali reduci dal campo di prigionia di Coltano, veniva a riunirsi agli inizi del 1946 attorno alla carismatica figura di Rutilio Sermonti, già ufficiale della divisione SS italiana e destinato a una lunga militanza tra le fila del MSI e quindi nelle formazioni dell’estrema destra extra-parlamentare. Interessante soffermarsi sulle dinamiche aggregative del gruppo e sull’autorappresentazione fornita da questi giovani reduci, particolarmente importante per i futuri sviluppi politici dell’organizzazione neofascista.

 

Tutti furono concordi nell’affermare – riferiva il prefetto di Pisa – che, ritornati dopo la liberazione del Nord […], si erano sentiti accumunati nello stesso sentimento di unirsi, considerandosi ormai dei relitti di una società travolta dalla disfatta e che lo scopo delle loro riunioni si concretava nella necessità di sorreggersi scambievolmente, di trovare un partito che […] potesse […] permetter loro di concorrere alla resurrezione del Paese.

 

Posizione ribadita dallo stesso Sermonti, che in sede di interrogatorio chiariva come

 

a Pisa continuai a coltivare le amicizie con i miei compagni d’arme e di fede politica. La nuova politica fatta dai partiti di sinistra contro i fascisti aveva accumunati noialtri che […] ci sentivamo estraniati completamente dalla vita politica italiana. Fu così che sorse in me il proposito di riunire, in qualche […] movimento la maggior parte dei fascisti da me conosciuti[3].

 

Non a caso, i primi tra cui si cerchi di fare proselitismo erano proprio ex-commilitoni già internati a Coltano, sfruttandone poi la rete di conoscenze per tentare di ampliare il raggio d’azione del gruppo nelle province limitrofe. Indizi questi che confermano l’importanza che tanto la traumatica prova della guerra civile quanto quella, altrettanto sofferta, della prigionia o dell’internamento avrebbero rappresentato per i reduci di Salò e, più in generale, per l’immaginario neofascista, rinsaldando il senso di «continuità» con il recente passato e cementando, al contempo, forti sentimenti anticomunisti e antidemocratici (Parlato 2006, pp. 117 sgg.)

In questo scenario, la nascita del MSI verrà quindi a svolgere un importante ruolo di catalizzatore e di aggregazione per gli ex-fascisti, rappresentando in un contesto ambientale particolarmente ostile una nuova prospettiva politica entro cui far coesistere, pur non senza attriti, i diversi volti del neofascismo. Siamo di fronte, anche nel caso toscano, a una comunità inizialmente formata per la gran parte da reduci del conflitto mondiale e dell’esperienza di Salò; un vissuto che avrebbe rappresentato una tappa qualificante nella socializzazione politica dei quadri intermedi e inferiori del MSI, spesso costituiti da uomini relativamente giovani – nuovi quindi a qualche un impegno politico – o, laddove già attivi nelle organizzazioni del fascismo, confinati in posizioni defilate e in tal senso più facilmente spendibili nello scenario politico postbellico (Borri 2013, pp. 83-84).

Si pensi al caso senese, dove il movimento missino si strutturava attorno a Giovanni Viti, già fascista repubblicano fuggito nel Nord Italia e circondatosi da numerosi ex-commilitoni a loro volta attivi tra le schiere del PFR. Ma anche a Livorno i primi «organizzatori» e «aderenti» al MSI erano «tutti ex fascisti ed ex appartenenti alla Repubblica di Salò», nella cui sede, perquisita dagli agenti della Questura, campeggiava accanto all’effige del duce un ritratto del maresciallo Graziani, già ministro delle Forze armate della RSI e tra i “padri nobili” del partito della fiamma. Parallelamente, la sezione pistoiese vedeva tra i suoi primi animatori diversi ex-prigionieri di guerra, tra cui lo stesso segretario Alix Fiaschi, rimpatriato agli inizi del 1947 e spesosi immediatamente per l’organizzazione del nuovo partito. Un’esperienza, quella della prigionia e della “non collaborazione” con gli Alleati che avrebbe segnato – non a caso – il destino politico di altre figure di spicco del MSI toscano, quali Danilo Ravenni, per molti anni ispettore regionale e tra i fondatori del partito in Lucchesia, e Giuseppe Niccolai, dirigente di punta del MSI a Pisa e quindi deputato dal 1968[4].

Nei primi mesi del 1947 muoveva i primi passi anche la federazione fiorentina, inizialmente guidata dal colonnello in congedo Mario Fani. In questo caso, il tentativo di uscire dall’anonimato si concretizzata con l’organizzazione del cosiddetto “giornale parlato”, trasmesso ogni domenica mattina a partire dal 4 maggio 1947 dagli altoparlanti posti presso la sede del MSI, nel centro storico cittadino. Un appuntamento presto trasformatosi in occasione di scontri, anche piuttosto violenti, con gli oppositori e il cui risalto mediatico era abilmente sfruttato dagli organizzatori missini per “rioccupare” un pur marginale spazio politico e testimoniare a un più ampio pubblico i propri sforzi, denunciando al contempo le spinte antidemocratiche e antinazionali del partito comunista. Le trascrizioni degli interventi letti in queste occasioni, conservate nei fascicoli della Questura fiorentina, offrono importanti elementi per indagare l’orizzonte politico-culturale del primo neofascismo toscano. In particolare, nel testo letto in apertura del primo “giornale parlato”, l’oratore esordiva ricordando come «il MSI è nato dopo l’aspra prova della guerra e della disfatta», resa possibile da coloro che «ponendosi contro il proprio Paese in guerra, ne ha sabotato lo sforzo e […] ha voluto assassinare la propria Nazione». All’opposto, i militanti neofascisti si presentavano ribadendo come «noi siamo dei soldati, reduci, ex combattenti dei vari fronti [di guerra]», e dunque «uomini d’onore» che con la propria coerenza ideale avrebbero posto «sopra ogni altra Idea, […] il culto e l’idea di Patria» [5].

Quello che si presenta ai fiorentini ad appena due anni dalla fine del conflitto è dunque un partito dichiaratamente ancorato all’esperienza della guerra e della guerra civile, mosso da un immaginario venuto a radicalizzarsi di fronte al fallimento militare del fascismo, al cedimento del fronte interno e quindi nelle cupe atmosfere della RSI. Una retorica attraverso la quale i confini tra guerra e dopoguerra finivano per annullarsi e che pur rivolgendosi, in prima battuta, a coloro che quella guerra avevano combattuto e perso, tentava al contempo di gettare un ponte tra le diverse anime del neofascismo, difendendo le ragioni della guerra, agitando lo spettro anticomunista e richiamandosi alla «rivoluzione» in campo sociale tentata dal fascismo repubblicano.

Sintomatico inoltre il fatto che di fronte all’offensiva governativa imbastita a partire dal 1950 contro il partito della fiamma, le federazioni toscane tornassero a fare appello a questo patrimonio simbolico e identitario, anche nel tentativo di rinsaldare un’organizzazione partitica segnata da crescenti contrasti interni che – semplificando – vedevano contrapporsi la compagine più “istituzionale” legata alla segreteria di De Marsanich a quella “intransigente”, solitamente rappresentata dalle componenti giovanili e reducistiche (Tonietto 2019, pp. 203-259). In una serie di manifesti affissi in diverse città toscane, i dirigenti missini locali difendevano quindi la legittimità politica del proprio partito, richiamandosi all’eredità del «sangue versato» nella «sfortunata guerra perduta»: nel partito della fiamma, ribadiva con orgoglio il segretario della sezione pratese, militavano infatti «tutti i soldati [dell’]onore, i reduci di tutte le guerre, quindi i Combattenti di Spagna e di Russia» che avevano combattuto per «difende[re] la civiltà occidentale», al contrario di coloro – primi fra tutti gli esponenti della Democrazia Cristiana – che avrebbero «diserta[to] il campo» tradendo così la causa italiana, nel tentativo di «ingraziar[si] le belve scarlatte per avere, in un probabile futuro, […] salva la pellaccia»[6].

La memoria della RSI, della guerra civile e più in generale della sconfitta – di una disfatta militare ma non morale – avrebbe dunque rappresentato nel dopoguerra un collante importantissimo per tenere assieme la comunità politica e umana del MSI, fornendo una risorsa identitaria estremamente tenace e pervasiva cui ancorare la sopravvivenza della comunità dei vinti, specie in quei contesti – quali appunto la Toscana – dove il partito missino avrebbe sperimentato un’esistenza a lungo marginale e certamente precaria. In tal senso, la dimensione locale da modo di scandagliare nuovi percorsi d’indagine capaci di ampliare il nostro sguardo tanto sulle traiettorie di più lungo periodo del neofascismo, durante e dopo la guerra mondiale, ma anche sulla “riproduzione” e gli adattamenti che l’immaginario della RSI avrebbe avuto nella cultura politica dell’estrema destra italiana.

 

Riferimenti bibliografici:

 

– M. Borri, Il movimento sociale italiano in Toscana, dalla nascita al congresso di Viareggio. Appunti per una ricerca, in «Società e storia», (2023), n. 179, pp. 63-89.

 

– M. Dondi, La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano, Editori Riuniti, Roma 1999.

 

– A. Mammone, Gli orfani del duce. I fascisti dal 1943 al 1946, in «Italia contemporanea», (2005, b. 239-240, pp. 249-274.

 

– A. Martini, Dopo Mussolini. I processi ai fascisti e ai collaborazionisti (1944-1953), Viella, Roma 2019.

 

– M. Mazzoni, La Repubblica sociale italiana in Toscana, in M. Palla (a cura di), Storia della Resistenza in Toscana, Vol. I, Carocci, Roma 2006, pp. 147-187.

 

– G. Panvini, L’altro dopoguerra: i neofascisti e la legittimazione della violenza politica nell’Italia repubblicana, in E. Acciai, G. Panvini, C. Poesio, T. Rovatti (a cura di), Oltre il 1945. Violenza, conflitto sociale, ordine pubblico nel dopoguerra europeo, Viella, Roma 2017, pp. 153-166.

 

– G. Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, Il Mulino, Bologna 2006.

 

– G. Parlato, Destra e neofascismo in Italia. Il contributo della storia locale, in L. La Rovere (a cura di), I “neri” in una provincia “rossa”. Destre e neofascismo a Perugia dal dopoguerra agli anni Settanta, Foligno, Editoriale Umbra, 2020, pp. 15-21.

 

– A. Rossi, Fascisti toscani nella Repubblica di Salò 1943-1945, BFS, Pisa 2000.

 

– N. Tonietto, La genesi del neofascismo in Italia. Dal periodo clandestino alle manifestazioni per Trieste italiana. 1943-1953, Le Monnier, Firenze 2019.

 

Note

 

[1] Gli atti del convegno sono in corso di pubblicazione. Per la registrazione dell’evento vedi la sezione “Multimedia” presente in questa pagina.

[2] Sull’episodio vedi la documentazione raccolta in Archivio centrale dello Stato, Ministero dell’Interno (ACS, MI), Gabinetto, 1944-46, b. 188, fasc. 21017.

[3] Ivi, b. 203, fasc. 21856, Relazione del prefetto di Pisa, 10 aprile 1946 e Interrogatorio di Rutilio Sermonti, 14 marzo 1946. Ai primi di marzo 1946, molti dei componenti del gruppo erano individuati e arrestati dalla questura pisana prima di poter intraprendere una qualche concreta attività.

[4] Sulla prima organizzazione del MSI toscano si vedano in particolare i fascicoli raccolti nelle serie annuali del Gabinetto del ministero dell’Interno e della Direzione generale per la Pubblica sicurezza, conservati presso l’Archivio centrale dello Stato.

[5] Archivio di Stato di Firenze, Gabinetto di Questura (vers. 1963), ctg. A4b, b. 54, fasc. Movimento sociale italiano-Manifestazioni varie, Chi siamo e cosa volgiamo, s.d. [ma maggio 1947].

[6] Le citazioni sono tratte da alcuni manifesti affissi nel 1950 a Prato e a Pisa, conservati in ACS, MI, PS 1951, b. 36, fasc. K12-Firenze e Ivi, PS 1953, b. 40, fasc. K12-Pisa.

Articolo pubblicato nel marzo 2024.




Calcio Sovietico in Toscana

Gli studi che dimostrano il valore del calcio nella ricerca storica sono molti. Augé ha evidenziato il valore antropologico del football e come esso permetta un’identificazione o un’opposizione all’altro. In alcune partite svoltesi in Toscana, l’altro è stato l’Unione Sovietica.
Il calcio russo ha avuto una storia complessa; osteggiato in origine, divenne strumento pedagogico, propagandistico e diplomatico. Fu uno dei campi nei quali poteva essere dimostrata la supremazia socialista, secondo la Pravda divenne “un mezzo efficace per spezzare il blocco imposto dai capitalisti” e avrebbe permesso di “issare la bandiera sovietica nelle menti e nei cuori del popolo”.
Dunque, è difficile ignorare il valore storico delle manifestazioni sportive che hanno coinvolto squadre sovietiche in Toscana. I sovietici vennero in Italia più volte per trascorrere il periodo invernale; la Toscana metteva a disposizione il Centro Tecnico Federale di Coverciano, dove era possibile studiare le innovazioni tecnico-tattiche dell’Occidente. Erano pochi i Paesi dell’avanguardia calcistica disposti a ospitarli, mentre l’Italia e la Toscana potevano offrire la propria competenza e la presenza di molte amministrazioni amiche. La comparazione della partecipazione, dell’organizzazione, della rilevanza sociale delle partite nel corso dei decenni, ci dicono molto sulla percezione del valore e della solidità delle radici del simbolo comunista tra la
popolazione locale. Nel settembre 1955 la Dinamo Mosca giocò allo stadio Artemio Franchi di Firenze un’amichevole con la Fiorentina. La Dinamo era la squadra del Ministero dell’Interno, tra i suoi dirigenti vi erano uomini della Čeka, la polizia politica. Alla fine del secondo conflitto mondiale, la Dinamo venne mandata in tournée in Inghilterra e per diversi decenni dominò il calcio sovietico. Inoltre, nella rosa dei moscoviti vi era il leggendario portiere Lev Jašin. La città si mobilitò per accogliere i sovietici in un clima di festa. I giocatori comunisti vennero ricevuti a Santa Maria Novella con mazzi di garofani e fecero un Grand Tour della città, concludendo con una cerimonia in Palazzo Vecchio. L’evento non fu prettamente sportivo ed è chiaro che ebbe una rilevanza il peso politico degli ospiti. La partita si disputò davanti a 60.000 persone circa e vide la mitica Fiorentina del ’56 imporsi per 1 a 0.
Assume connotati diversi la partita che la nazionale sovietica giocò nel febbraio del 1979 a Prato. Secondo quanto riportato da La Nazione, l’amichevole fu voluta dalla dirigenza del Prato per attirare l’attenzione dell’amministrazione cittadina e dei pratesi sul club, in un match che ebbe poco da dire sul piano puramente sportivo. Quindi la presenza dell’11 sovietico funse da cassa di risonanza e venne ritenuto funzionale da parte della dirigenza. In quell’occasione i sovietici fecero un allenamento a Castelnuovo dei Sabbioni (Arezzo), dove nel 1978 era stato inaugurato un parco intitolato al partigiano sovietico Bujanov. Nel 1988 l’URSS era in preparazione per i campionati Europei e divise il suo ritiro tra Coverciano e la Garfagnana. Sotto la guida tecnica di Lobanovskij disputò alcune amichevoli per prepararsi alla competizione che la vedrà cadere soltanto in finale. Le amichevoli furono disputate con squadre dilettantistiche in quanto la FIGC mise il veto sugli incontri con squadre professionistiche prima dell’amichevole clou a Bari con la nazionale italiana. Dunque, la squadra del pallone d’oro Blochin si ritrovò a dover giocare a Pontassieve e fare appello per trovare qualche altro avversario disponibile e dotato di campo. Il Firenze Ovest, squadra della provincia fiorentina, propose il suo campo in terra battuta e con grande sorpresa i sovietici accettarono. Per gli abitanti di Brozzi fu l’occasione incredibile di vedere una nazionale maggiore sotto casa ma «La Nazione» descrisse così: “Clamorosa gaffe della FIGC, l’URSS costretta a giocare a Brozzi”.
Per i sovietici la partecipazione a match internazionali fu una testa di ponte per disgelare e rafforzare alcune relazioni diplomatiche; questo è evidente nei primi due incontri in analisi. La partita con la Dinamo di Mosca è anche una celebrazione della fratellanza che lega Firenze a Mosca, più che un evento calcistico sembra l’inizio di un interscambio che avrà luogo e si affievolirà nei decenni successivi. Lo vediamo già con la partita della nazionale a Prato; l’invito ai sovietici è già ormai mirante ad avere effetti solo sul raggio locale ed il rimando al ruolo di polo di riferimento assunto da Mosca dopo la Seconda guerra mondiale è già molto più tenue. Si celebra il passato, lontani dai centri amministrativi principali e si cerca di ottenere il massimo dalla presenza di quella che rimane una nazionale prestigiosa in grado di smuovere ancora gli entusiasmi. A Brozzi invece il ruolo politico dell’URSS, se percepito, è addirittura d’ostacolo. Una nazionale maggiore osteggiata al punto che parrebbe un’ospite sgradita e lasciata all’attenzione di una piccola polisportiva. Dalla pompa magna del 1955 alla gaffe del 1988 era evidente che l’URSS aveva perso la sua partita più importante col blocco capitalista.

Emanuele Federico Russo è laureato in Scienze Storiche presso l’Università di Firenze, docente di scuola secondaria di secondo grado, consulente storico e ricercatore presso l’Istituto storico della Resistenza di Pistoia. Ha collaborato alla pubblicazione de “Il Mito Sovietico nel PCI in Toscana” curato da Andrea Borelli (Pistoia, 2023) e ha pubblicato “Prima guerra mondiale e videogiochi, il caso di Valiant Hearts” per Farestoria (vol. 1, 2023) a cura di Edoardo Lombardi.

Articolo pubblicato nel marzo 2024.




Bandiere sovietiche, ritratti di Lenin e altri cimeli

Nell’ottobre 2023 si è avviato alla sua conclusione il progetto di ricerca promosso dall’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia “L’identità comunista: il PCI in Toscana e il mito dell’URSS”. Il progetto, realizzato grazie al contributo della “Presidenza del Consiglio dei Ministri. Struttura di Missione per la valorizzazione degli anniversari nazionali e della dimensione partecipativa delle nuove generazioni”, ha inteso analizzare e documentare il radicamento del mito sovietico entro il Partito Comunista Italiano in Toscana, dalla data della sua fondazione fino al suo scioglimento. Il libro fotografico Il mito sovietico nel PCI in Toscana, edito
da ISRPT Editore, è il frutto tangibile del suddetto lavoro di ricerca: a cura di Andrea Borelli, il volume riunisce documenti, articoli e foto che richiamano, per l’appunto, quel mito sovietico di cui il PCI e i suoi militanti toscani erano imbevuti, a testimonianza della loro forte connessione politico-sentimentale con l’URSS.
Avendo avuto il piacere di collaborare a quest’opera, in questa sede andrò ad approfondire il “pezzo” di ricerca da me curato, ovvero la raccolta delle fonti iconografiche: fonti che, nel volume, sono confluite in maniera particolare nella sezione Cimeli e souvenir, in quanto il mio obiettivo è stato quello di “catturare”, fotograficamente parlando, oggettistica a tema sovietico dei generi più disparati. Ho quindi deciso di indagare, in primis, sulla presenza di eventuali cimeli sovietici nelle Case del popolo e nei Circoli Arci della Provincia di Pistoia, limitatamente alla zona della piana. Case del popolo e Circoli, spesso, hanno infatti ospitato le sezioni e le cellule del PCI: quali luoghi migliori, dunque, per andare a caccia di memorabilia che richiamassero il collegamento fra PCI e URSS? E, in effetti, nonostante siano ormai passati più di tre decenni dalla Bolognina, posso anticipare che qualche traccia di questo legame è rimasta proprio in quelle costruzioni che dell’attività politica del PCI frequentemente furono teatro.
La mia esplorazione è dunque iniziata coinvolgendo, in totale, una quarantina di Case del popolo e Circoli: c’è purtroppo da dire che, nella grande maggioranza dei casi, i cimeli “del tempo che fu” sono andati perduti nel corso degli anni (vuoi per traslochi, vuoi per rimaneggiamenti dei locali, vuoi per la delusione portata, fra gli attivisti, dalla fine del PCI dopo la cesura della Bolognina). Ho infatti rinvenuto oggetti a tema con la mia ricerca solo in sette Case del popolo e Circoli Arci. Si tratta delle Case del popolo di Tobbiana e Fognano (Comune di Montale), del Circolo Rinascita di Agliana, della Casa del popolo di Bottegone, del Circolo Garibaldi, del Circolo Niccolò Puccini di Capostrada e del Circolo di Iano (tutti siti nel Comune di Pistoia). Purtroppo, per motivi di spazio, non tutti questi Circoli e Case del popolo hanno trovato spazio tra le pagine de Il mito sovietico nel PCI in Toscana; ma, nonostante ciò, tutta l’oggettistica a tema sovietico da essi posseduta è stata fotografata e poi catalogata nel fondo archivistico appositamente creato dall’ISRPT in occasione di questo progetto di ricerca.
È dunque iniziata una sorta di “caccia al tesoro”, al termine della quale sono stati riportati alla luce oggetti di vario tipo a tema URSS: gagliardetti, bandiere, libri, busti, quadri, cartoline e manifesti; l’elemento iconografico ivi raffigurato più di frequente è l’immagine di Lenin, assurto a una sorta di icona pop del comunismo (di profilo, di fronte, realistico, stilizzato e così via). Nella maggior parte dei casi, questi “antichi tesori” sono stati conservati nelle stanze delle Case del popolo e dei Circoli pur essendosi perso, nel tempo, il ricordo della loro provenienza, andata dispersa nel lungo periodo trascorso dal secondo dopoguerra a oggi. Ciò che è sicuro è che ho riscontrato ovunque, di fronte alla mia richiesta di “riesumare le vestigia del passato”, una grande voglia di partecipazione e una certa gioia nell’avere l’occasione di ridonare valore a un patrimonio, ormai storicizzato, testimoniante la passione politica e il legame dei comunisti toscani nei confronti dell’Unione Sovietica. Le bandiere, i quadri, i gagliardetti e tutti gli altri oggetti a tema sovietico non sono infatti solamente delle “cose”, ma sono invece vere e proprie rappresentazioni simboliche di un omaggio a un Paese – l’Unione Sovietica – che, per molti militanti del PCI, rappresentava niente di meno che la concreta realizzazione dell’utopia social-comunista. Spero dunque che questo progetto possa fungere da apripista per un ulteriore lavoro di ricerca sul tema che riesca a coprire l’intera Provincia di Pistoia, in quanto sono pronta a scommettere che altre “reliquie sovietiche” siano in attesa di essere scoperte, proprio nelle tante Case del popolo e nei Circoli Arci disseminati nel nostro territorio. Un patrimonio disperso che, senza dubbio, andrebbe valorizzato come merita, in quanto testimonianza tangibile di quel filo rosso che, per lungo tempo, ha legato la nostra Regione con il Paese dove si pensava – col senno di poi, forse ingenuamente –che la “futura umanità” si fosse incarnata, faro di civiltà a cui tendere e ambire, per un domani e un avvenire migliore.

Daniela Faralli collabora con l’Istituto storico della Resistenza di Pistoia, di cui è membro del consiglio direttivo. Fa parte del comitato redazionale della rivista “Farestoria” ed ha lavorato nell’ambito del progetto di ricerca “Il Mito sovietico dell’URSS in Toscana”, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. 




La deportazione politica in Toscana

Come è noto, in Toscana l’occupazione nazista ha imposto un sacrificio straordinario alle popolazioni civili a causa del perdurare di una guerra totale e devastante con eccidi e stragi che rendono la Toscana la più colpita d’Italia per numero di morti. A questo si aggiungono le vittime della deportazione, un’ulteriore modalità per terrorizzare una popolazione già allo stremo.

Nel periodo che va dal dicembre 1943 al settembre 1944 numerosi gli arresti per motivi politici e la conseguente deportazione degli arrestati nei campi di concentramento nazisti dipendenti dalle strutture delle SS (da distinguere nettamente dai campi per militari internati controllati dalla Wehrmacht o dai campi di lavoro coatto gestiti direttamente dalle aziende.) L’arresto e la deportazione dei “politici” era motivato perlopiù con la definizione Schutzhaft (arresto e detenzione dei sospetti “a protezione del popolo e dello stato”), un provvedimento messo in atto fin dal 1933 dalle autorità naziste per trasferire a scopo preventivo nei lager i propri avversari politici, dapprima i connazionali, considerati pericolosi per la sicurezza del Reich.

All’incirca 1000 i deportati politici nati o arrestati in Toscana fermati con l’allora vigente procedura d’arresto con destinazione campo di concentramento. Tale procedura fu utilizzata fin dall’inizio del 1944 dalle forze occupanti (SS e polizia tedesca in Italia), in collaborazione con le strutture repressive della RSI e riguardava le tre categorie principali dei deportati politici: partigiani veri e propri, sospetti fiancheggiatori, renitenti alla leva. Si annoverava tra questi anche chi aveva aderito a forme di resistenza civile, ad esempio ai grandi scioperi nelle aree urbane ed industriali. Per la Toscana, ma soprattutto per l’area Firenze/Prato/Empoli, prevalenti sono i casi di arresto nel corso della retata avvenuta proprio a seguito dello sciopero generale del marzo 1944. Il trasporto che partì l’8 marzo 1944 da Firenze e arrivò l’11 marzo a Mauthausen nell’Austria annessa al Reich Germanico, conteneva  338 uomini rastrellati in Toscana in seguito allo sciopero. Poche decine i sopravvissuti.

Nel contesto della crescita dell’attività resistenziale ma anche della repressione nazifascista, vanno iscritti arresti, detenzioni e deportazioni particolarmente intensi nel mese di giugno del 1944. Il trasporto partito dal campo di transito di Fossoli (MO) il 21 giugno e arrivato a Mauthausen il 24 giugno è per numero di deportati il secondo trasporto con cittadini nati e/o arrestati in Toscana, dopo quello dell’8 marzo. Molti di loro, prima di essere trasferiti a Fossoli in attesa della successiva deportazione, avevano trascorso un periodo di detenzione nel carcere delle Murate a Firenze. Diversi i nomi di noti antifascisti toscani tra i deportati del 21 giugno, come Enzo Gandi, Giulio Bandini, Marino Mari o Dino Francini. In questo trasporto troviamo anche persone legate alla vicenda dei fatti di Radio Co.Ra.: Marcello Martini, Guido Focacci, Angelo Morandi e Salvatore Messina, tutti arrestati a seguito dell’irruzione delle forze naziste in un palazzo di Piazza D’Azeglio a Firenze dove avvenivano collegamenti radio clandestini con gli alleati.

In conclusione, la deportazione politica dalla Toscana ha visto il sacrificio di antifascisti e resistenti noti e meno noti, ma gli arresti e le retate hanno avuto anche carattere indiscriminato perché non sempre si teneva conto della reale attività d’opposizione al regime dell’arrestato. Questo è particolarmente evidente nel trasporto col numero più alto di deportati dalla Toscana: quello già menzionato dell’8 marzo 1944 da Firenze. Infatti, l’intenzione delle forze d’occupazione era quella di creare, attraverso le deportazioni, un forte deterrente da possibili ulteriori azioni di lotta o resistenza civile ma contestualmente quella di trasferire in massa manodopera da ridurre in schiavitù, utile per l’economia di guerra del Terzo Reich. L’organizzazione del lavoro schiavo dei deportati è testimoniata da un numero cospicuo di fonti documentali: elenchi, schede personali, corrispondenza. Di particolare interesse le schede del sistema Hollerith-IBM.

Ad arrestare i “politici” toscani furono soprattutto italiani, cioè i militi della Guardia Nazionale Repubblicana (ca. il 90% degli arresti è da attribuire a loro); è documentata in molti casi anche la presenza dei carabinieri. Questo ci dice l’alto grado di collaborazionismo da parte delle autorità fasciste, essenziale per la stessa riuscita della deportazione.

A Dachau ma soprattutto nel complesso concentrazionario di Mauthausen con le sue decine di sottocampi, destinazione della maggior parte dei deportati politici della Toscana, si determinò un altissimo tasso di mortalità per le condizioni così estreme da non far loro superare in media più di otto mesi di sopravvivenza. In molti casi gli “inabili al lavoro”, dopo le selezioni, furono eliminati nelle camere a gas.

Questo testo è tratto dal saggio di Camilla Brunelli e Gabriella Nocentini, presente nel secondo volume de IL LIBRO DEI DEPORTATI – Deportati, deportatori, tempi, luoghi (ed. Mursia, 2010) a cura di Brunello Mantelli.

Interno Museo della Deportazione Figline di Prato




Alcune considerazioni sul 100° anniversario della marcia su Roma (1922-2022).

D. – Il centenario della marcia su Roma ha rappresentato un’opportunità per avviare una discussione collettiva a tutto tondo sull’avvento del fascismo e sul ventennio di dittatura, per approfondire questioni e scardinare luoghi comuni troppo a lungo dati per assodati. Tuttavia ci pare che il contesto politico odierno e la concomitanza con le elezioni politiche non abbia contribuito in senso positivo e abbia, per così dire, inquinato la discussione, appiattendo sostanzialmente il dibattito su un allarmistico ritorno del fascismo da un lato e una pervicace apologia dall’altro. Qual è la sua sensazione?

R. – Sono abbastanza d’accordo sulla lettura della discussione in atto sul centenario, su queste due tendenze parallele. Nella storia, come sappiamo, nessun fenomeno politico si ripropone alla perfezione: in questo caso infatti non c’è, a mio parere, nessuna ripetizione del fascismo, seppur sia presente un’apologia molto superficiale, che si affida a luoghi comuni viventi nell’immaginario collettivo.
La mia impressione è che la vera valutazione non può che essere prematura. Abbiamo assistito ad un anno di numerose iniziative e convegni, c’è stato un enorme sforzo collettivo di discussione ed elaborazione sul tema da parte non solo dell’ambiente accademico, ma anche di tutte quelle istituzioni fuori dal circuito universitario, come la rete nazionale dell’Istituto Parri, circoli e associazioni, che da decenni ormai operano con attività di ricerca e divulgazione. Infatti credo che, per quanto siano presenti dei limiti, non sia da sottovalutare questo impulso dato dall’anniversario, che ha portato – com’è naturale – ad allargare il focus dalla marcia su Roma a tutto il ventennio, come pure al periodo del primo dopoguerra, e che per osservare gli effetti sollecitati dai dibattiti si debba attendere qualche anno, o quantomeno aspettare la pubblicazione degli atti.
Oggigiorno abbiamo a disposizione innumerevoli strumenti e possibilità di accesso libero e diretto ad archivi, biblioteche, luoghi di cultura in cui poter confrontarsi con la storia e le sue fonti. È costante l’impegno per scuole, istituti, università libere e della terza età affinché avvenga un processo di professionalizzazione della storia e della sua complessità. Si tratta ovviamente di un continuo tentativo in atto in questo senso per comunicare la storia in modo friendly, per renderla alla portata di tutte e tutti. Quello che mi chiedo quindi, e purtroppo non ho una risposta, è come mai di fronte a questo contesto in cui tutto sommato abbiamo a disposizione materiale, strumenti e possibilità di approfondimento, continui questo fenomeno di edulcorazione di un passato che si preferisce o rimuovere o evocare con tono qualunquistico. E qui c’è un problema che riguarda la politica italiana: il decadimento della preparazione politica, della serietà dell’approccio della classe politica da almeno trent’anni è un processo evidente che, legittimato dai media, ha inciso negativamente nel contrastare quella che abbiamo chiamato la professionalizzazione della storia e della sua fruizione.

D. – Abbiamo attraversato un momento in cui un revival del tema del fascismo ha portato una discreta produzione, spesso accompagnata da una troppo comoda semplificazione degli avvenimenti, da una visione banalizzante – se non proprio edulcorata e mitizzante – e colma di ingombranti rimozioni. Forse attualmente manca una sorta di educazione alla complessità, non nel senso che tutto debba essere raccontato in modo complicato, tutt’altro: una delle missioni degli storici e delle storiche deve essere quella di rendere la disciplina fruibile ad un pubblico ampio, parlando della storia senza omettere le sue sfaccettature, promuovendo sì una semplificazione attraverso una selezione ragionata degli avvenimenti, pur senza creare un racconto rigido di causa – effetto o di date svuotate di significato. Che ne pensa, è possibile invertire questa tendenza ed educare in questo senso alla complessità della storia?

R. – Sarebbe sicuramente un grande obiettivo, di cui a mio avviso potrebbe essere un passaggio fondamentale quello di investire maggiormente sullo studio della storia del XX secolo. La priorità dovrebbe essere quella di promuovere, a partire dalle scuole di ogni ordine e grado, la conoscenza del Novecento, cui purtroppo ad oggi sono dedicate poche ore di didattica e spazio ridotto nei manuali, affinché si permetta a studentesse e studenti di comprendere come elementi del passato condizionino anche il nostro presente.
Credo però che un passo in avanti sia necessario: ci troviamo di fronte ad una situazione in cui la storia è poco conosciuta non solo fra i giovani, per cui forse si potrebbe pensare ad una sorta di educazione permanente alla complessità della disciplina e allo studio, che vada oltre il confine scolastico. Bisognerebbe infatti in qualche modo, educare a contestualizzare il quotidiano in relazione al passato, senza che della storia venga attuato un appiattimento, cui spesso assistiamo da decenni soprattutto attraverso alcune operazioni attuate dai mass media e da parte della politica. Secondo me la storia professionalizzata, e non come rigido accademismo, è da considerare un bene comune; sarebbe d’avanguardia l’insegnamento al valore dei beni comuni e culturali, di quella che possiamo definire come una cultura diffusa, che sappiamo essere oggetto di percorsi innovativi in alcuni istituti.
Dunque l’obiettivo di un progetto politico-culturale per un domani caratterizzato dalla centralità dell’educazione alla complessità, dovrebbe essere quello di superare questo appiattimento che allo stato attuale non può che produrre un senso di smarrimento nella cittadinanza tutta.

Marco Palla, Mussolini e il fascismo. L'avvento al potere, il regime, l'eredità politica, Giunti Editore, 2019D. – Abbiamo già citato i rischi dell’uso pubblico della storia da una parte, e dall’altra della necessità della costruzione di una memoria collettiva basata su ricerche scientifiche portate avanti da storiche e storici. Eppure ci pare che la ricerca storica sia sempre meno finanziata e che l’insegnamento della disciplina sia preso sempre meno in considerazione nel sistema scuola. Secondo lei qual è lo stato di salute della ricerca storica in Italia?
R. – È innegabile che negli anni c’è stata una diminuzione dei finanziamenti per scuola, università e ricerca che ha inevitabilmente portato ad un depotenziamento della conoscenza e della scuola. Purtroppo possiamo affermare che nei decenni passati i governi di orientamenti politici differenti hanno preferito la strada di una cosiddetta razionalizzazione, che si è concretizzata sostanzialmente in tagli, che hanno portato ad un progressivo peggioramento rispetto alla prassi esistente un tempo di una classe dirigente in generale quantomeno sensibile ad ammodernare e ad investire. Ciò ha prodotto, appunto, una decrescita di cui oggi sono facilmente visibili le conseguenze. Probabilmente, e anche questa è una scelta che al momento non mi pare sia presente nell’agenda politica, una soluzione ai definanziamenti potrebbe arrivare dal ridurre anziché aumentare le già ingenti spese militari. Gli archivi, le biblioteche, gli istituti, che promuovono e permettono di fatto la ricerca, hanno altresì bisogno di risorse, sono servizi che devono essere realmente liberi e accessibili e che in quanto tali lo Stato deve garantire alla comunità tutta. Inoltre, fatemi dire una cosa su cui già molti colleghi si sono espressi e su cui sono d’accordo: sono contrario all’istituzione dell’alternanza scuola-lavoro, per me la scuola deve rimanere un luogo di saperi liberi. Credo fortemente in una scuola gratuita, pubblica, laica, pluralistica e libera da un insegnamento etico ereditato dalla scuola gentiliana fascista.
Per quanto riguarda la realtà universitaria penso sia necessario un ampio cambiamento, ad esempio con una stabilizzazione dei finanziamenti soprattutto per i percorsi post-laurea, lasciando libero spazio a rigorose ricerche innovative nel campo della storia di genere o della storia culturale e provando a scardinare l’attuale concezione della ricerca storica, che sembra irrigidita verso narrazioni militari e di storia della politica. Per far sì che questo avvenga, e che ci sia una vera e propria valorizzazione della ricerca, sono necessarie, appunto, maggiori risorse, che permettano davvero un sostentamento decoroso per giovani ricercatori e ricercatrici. Pensiamo, giusto per fare un esempio, ai dottorati senza borsa che sono stati istituiti recentemente: rappresentano una farsa per cui poi rischia di risultare accettabile soltanto per chi è già in condizione di sostenersi (o essere sostenuto) economicamente.

D. – Ultimamente vari studi, come il volume curato da Ceci e Albanese I luoghi dell’Italia fascista, che fa da corredo al portale da poco consultabile online, hanno evidenziato come ancora oggi siano molteplici le tracce evidenti e concrete di un passato fascista. Non sempre oggetto di commemorazioni, vie, piazze, edifici e monumenti fanno comunque parte della vita quotidiana della cittadinanza e, senza che questa se ne accorga, possono diventare di fatto simboli dei nostri valori (o meglio, disvalori).

R. – Penso che sulla questione della toponomastica l’approccio debba essere complesso e differenziato senza che l’idea sia semplicemente quella di abbattere tutto: alcune cose si possono cambiare con un tratto di penna, altre abbisognano di didascalie o altri strumenti che documentino i segni del passato che la repubblica italiana riconosce; perché il fascismo fa parte della storia d’Italia e non può essere messo fra parentesi né tantomeno dimenticato, va studiato e contestualizzato. Poi questo è un discorso complesso perché oltre ad alcuni monumenti o vie che richiamano direttamente alla simbologia e al fascismo stesso, esistono anche una serie di opere che si rifanno più a movimenti artistici esistenti durante il fascismo che alla sua ideologia, si pensi al razionalismo architettonico. Alla fine credo che sia una riflessione di buon senso quella di Giorgio Candeloro: non tutto quello che è stato costruito, studiato, fatto durante il fascismo va attribuito al fascismo, e al tempo stesso neanche separato da quello che il fascismo è stato. Dall’altra parte ci sono le battaglie, veramente di retroguardia, che fanno le amministrazioni di destra a livello sia nazionale che locale, come quella per non cancellare la cittadinanza onoraria a Mussolini. Questo dovrebbe essere quasi un automatismo, una scelta immediata. Eppure quanti sono oggi i comuni che hanno cancellato questa onorificenza? C’è inoltre da parte di alcune amministrazioni locali addirittura la promozione di nuove celebrazioni con statue e intitolazioni a presunti patrioti italiani, che in realtà non sono altro che parte della classe dirigente fascista, si pensi ad esempio al busto di Graziani nella sua città natale.
Quindi direi che è importante contestualizzare, differenziare, per decidere quali dei lasciti del fascismo mantenere e quali no, coinvolgendo la cittadinanza e cercando di rendere visibile e comprensibile ciò che conserviamo, magari interpellando anche storici ed esperti. Azzardo in aggiunta un’ultima considerazione riguardo le leggi razziali: oggi nel 2023 non c’è stato alcun risarcimento reale per le comunità ebraiche, i cui membri furono espulsi dall’ambito civile. Questo sarebbe un atto di civiltà minimo.

Ghezzano (PI), 30 gennaio 2022

**Caterina Carpita dottoranda dell’Università degli studi di Napoli L’Orientale e Teresa Catinella dottoranda dell’Università di Pisa.




Tra storia e memoria

Il progetto

Che relazioni sussistono tra storia e memoria? In che modo lo studio della memoria può, se ne è in grado, contribuire allo studio delle questioni storiche? Cercheremo di rispondere a queste domande nella relazione che segue, incentrata su uno dei database prodotti dal PRIN 2017-2020 “School Memories between Social Perception and Collective Rapresentation”. Il PRIN (gestito dalle Università di Macerata, Firenze, Roma Tre, Campobasso e Milano Cattolica) ha prodotto un portale, www.memoriascolastica.it. Quest’ultima raccoglie fonti educative divise in tre sezioni: memoria collettiva, memoria pubblica e memoria individuale. Su quest’ultima, denominata “Memorie educative in video”, ha lavorato l’unità dell’Università di Firenze, raccogliendo le memorie scolastiche di studenti, insegnanti ed educatori. Per ogni memoria è stata stilata una scheda tra le 500 e le 1000 parole.

Riguardo a questo database, è necessario fornire alcuni dati. Ad adesso sono state caricate 250 schede, con altrettante interviste. Le interviste sono state condotte da studenti del corso di Storia dell’educazione, ovvero studenti del secondo anno del corso di Scienze della Formazione primaria, che hanno ricevuto un’istruzione di base su come condurre un’intervista. Contiamo, sulla base degli studenti iscritti al corso in questo anno accademico, di ottenere altre 250 interviste in più. Gli intervistati avevano un range d’età abbastanza vasto: la più anziana, Marcella Dei, è nata nel 1932, il più giovane, Giulia Freni, nel 1996. La maggior parte delle persone intervistate è nata negli anni Cinquanta e Sessanta, come è desumibile dalla disaggregazione delle interviste per decenni coperti: due riguardano gli anni Trenta, ventidue coprono gli anni Quaranta, 56 gli anni Cinquanta, 86 gli anni Sessanta, 118 gli anni Settanta, 81 gli anni Ottanta, trentatré gli anni Novanta, ventuno gli anni Zero, di cui solo due memorie d’infanzia, le altre memorie professionali. Un’intervista può coprire più decenni. Per quanto riguarda la disaggregazione territoriale, l’87% delle interviste affronta memorie di persone che hanno frequentato la scuola in Toscana: questa contingenza ci consente di studiare le memorie scolastiche anche in un’ottica regionale. Altra questione riguarda la divisione per genere, con le interviste concesse da donne nettamente superiori a quelle rilasciate da uomini.

Alcune questioni metodologiche

Molte sono le questioni di metodo sollevate da un tale approccio. Innanzitutto, la potenzialità ermeneutica della memoria nello studio della storia. La memoria, facoltà conoscitiva degna di studio nell’antichità e nella prima età moderna, con la rivoluzione scientifica ha conosciuto un notevole ridimensionamento. Solo con il secolo Ventesimo è stata rivalutata quale facoltà conoscitiva, prima da Bergson e successivamente dalla fenomenologia. La questione è stata riproposta da Demetrio, e più nello specifico, dalla storia orale. Per Giovanni de Luna, lo storico oralista deve maturare una profonda consapevolezza sulla specificità delle fonti con cui lavora: la persona, con la sua soggettività, i suoi dolori, il suo desiderio di focalizzarsi su un argomento piuttosto che su un altro; la sua memoria, che può lasciarsi condizionare o può, se non esercitata, scivolare nell’oblio.

Altre precisazioni di fondo. Bisogna ricordarsi che le interviste sono state condotte, in massima parte, da studenti. Questa strategia può aver portato a prodotti visivi meno impattanti e, talvolta, a domande non centrate. Bisogna tuttavia riconoscere che solo in questo modo è stato possibile, in un lasso di tempo breve, accumulare una notevole quantità di materiale da poter studiare, senza contare l’impatto che l’intervista ha avuto sulle facoltà empatiche e relazionali dello studente.

I percorsi di analisi: alcune proposte. Senza nessuna pretesa di completezza, proveremo a enucleare alcuni percorsi.

La persistenza della riforma Gentile è un assunto condiviso da diversi studiosi, che la scuola degli anni Cinquanta fosse strutturalmente prossima a quella degli anni Trenta. Questa posizione è rivendicata anche da Simonetta Soldani, nell’intervista inclusa nel portale.

Ma come era percepita la scuola in quegli anni? Era una scuola, innanzitutto, che conosce rigide partizioni. Partizioni di genere. Sociali. E territoriali. Spiccava, su tutto, il contrasto tra le pluriclassi di campagna e le scuole di città. Ad accorgersene, chi si trasferiva dall’una all’altra. Accade ad esempio ad Antonella Bruni, nata nel 1962 a San Gimignano, che afferma di non esser stata in grado di padroneggiare l’alfabeto fino alla fine della seconda elementare.

Partizioni sociali. Benché ricorrano figure di maestri che decidano di aiutare i bambini più poveri ad affrontare l’esame di ammissione alle scuole medie, la scuola come validatrice dell’esistente ricorre in diverse testimonianze. Nella maestra di Roberto Cacciatori (n. 1945), pronta a telefonare a casa dell’intervistato per esprimere tutto il suo sdegno davanti alla scelta della famiglia, di condizioni sociali invero piuttosto modeste, di iscrivere il figlio all’esame di ammissione per le scuole medie. Ancora più icastica la maestra di Rosanna Perferi (n. 1949): “Le querce non fanno limoni” afferma infatti l’insegnante per frustrare le ambizioni familiari di far proseguire gli studi alla bambina, nata in un contesto di agricoltori inurbati nell’aretino. E influenzate dalla classe sociale sembrano anche le punizioni corporali, apparentemente inferte soprattutto a chi proveniva da contesti sociali maggiormente disagiati.

Il Sessantotto In questo quadro di validazione dell’esistente e in cui la scuola era percepita nelle vesti di custode di ruoli sociali codificati, il Sessantotto è spesso ricordato come una cesura radicale. Ad essere accentuato è il suo momento ludico, di rottura degli schemi, come nell’intervista a Maria Alessandra Sabbatini. All’interno delle interviste possiamo distinguere quelle due generazioni di cui parla Francesca Socrate: la prima generazione, quella del discorso impersonale, e la seconda, più focalizzata sulla propria individualità, come sottolinea Anna Auzzi (n. 1961). Istituzioni soffocanti, come la scuola nel pre-Sessantotto, e, negli anni Settanta, soprattutto per le donne, la famiglia.

Narrazioni femminili In questo contesto le narrazioni femminili giocano nel nostro discorso un ruolo di estremo interesse. Innanzitutto, è lecito chiedersi perché le donne siano privilegiate dai nostri studenti, questione che potremo approfondire tramite un questionario da somministrare al termine dell’intervista. In secondo luogo, dobbiamo notare una maggiore insoddisfazione delle donne, diversamente dagli uomini, che affermano sempre di esser soddisfatti del proprio percorso di vita. Quali i motivi? Possiamo supporre che le donne riversassero maggiori aspettative nella scuola. Potremo però anche supporre che per le donne sia più facile esternare emozioni negative internalizzate, come la tristezza e il rimorso, rispetto agli uomini: questi ultimi, soprattutto per quanto riguarda le coorti di età più avanzate, spesso non sono stati educati a esternare questo tipo di sentimenti. A prescindere da quale sia la causa, forte rimane il rammarico delle donne per il fatto di non aver potuto continuare a studiare, eventualità spesso limitata ai fratelli maschi. Ed è sulle donne che la trasformazione dell’istituzione scolastica, soprattutto di quella elementare, negli anni Settanta, ha le maggiori ricadute. L’evoluzione della scuola si pone infatti in frizione con strutture familiari che spesso ricalcano quelle dei decenni precedenti, come ricorda Sandra Longi, dal m. 17.10: gli insegnanti più giovani e innovativi «ti facevano anche vedere un’altra prospettiva… un’altra società magari noi ragazzi dell’epoca nati negli anni Sessanta invece a casa magari avevamo un padre di stampo patriarcale che l’uomo va ubbidito che il padre è la figura principale nella famiglia è quello che detta le regole più della mamma perciò insomma io alla fine con questa cosa della maestra che insegnava in un certo modo mi scontravo a casa con il padre».

 

Chiara Martinelli è assegnista di ricerca presso l’Università di Firenze, dove insegna Storia dell’educazione e dove collabora con il Laboratorio di Public History of Education. Ha svolto incarichi presso le Università di Ferrara, Milano Bicocca, Roma La Sapienza e Siena. Membro del Consiglio direttivo dell’Istituto storico della Resistenza di Pistoia, è redattrice nei comitati editoriali di “Rivista di Storia dell’Educazione” e “Farestoria”. Tra i suoi lavori, segnaliamo “Echi e suggestioni del Sessantotto nella letteratura per l’infanzia” (ETS, 2022) e “Fare i lavoratori? Le scuole industriali e artistico-industriali nell’Italia liberale” (Aracne, 2019).