“Passi di Storia”

«Passi di Storia. Luoghi di memorie del ‘900» è un progetto dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia finanziato dalla Regione Toscana nel 2023 e, nel 2024, dal Consiglio Regionale nell’ambito del bando “per la celebrazione dell’80° anniversario della Liberazione e per la commemorazione delle vittime delle stragi nazifasciste”.
“Passi di Storia” comprende un portale digitale (Passi di storia) su cui sono censiti specifici luoghi della memoria: luoghi della memoria – ad esempio monumenti, parchi, musei, cippi, targhe, lapidi – rintracciabili sul territorio e su cui è stato apposto un pannello con QR Code collegato al sito. Ad ogni pannello corrisponde una pagina web comprensiva di descrizione del luogo della memoria, di coordinate GPS, fotografie e, potenzialmente, di altri materiali multimediali. Lo scopo principale del progetto è quello di creare una mappa dei luoghi legati alla storia della Liberazione e della Resistenza per evitare che rimangano inosservati e ignoti, così da conferire loro un valore comunicativo. Il progetto è quindi pensato anche come uno strumento divulgativo ed educativo, capace di valorizzare il luogo e la storia ad esso legato, continuamente disponibile e fruibile dalla cittadinanza. Il portale è implementabile e può ospitare ulteriori itinerari.
Attualmente il portale comprende tre percorsi: uno sul partigiano pistoiese Silvano Fedi, uno sull’eccidio del Padule di Fucecchio e uno su Piazza della Resistenza a Pistoia. I tre percorsi inaugurati nel 2024 e finanziati dalla Regione Toscana sono stati scelti perché rappresentativi della storia della Resistenza e della Seconda guerra mondiale nella provincia di Pistoia. Una descrizione dettagliata dei primi due percorsi è disponibile su Toscana Novecento (“Passi di Storia”: itinerari di guerra e Resistenza pistoiese). Il percorso su Piazza della Resistenza è stato realizzato su richiesta del Comune di Pistoia: l’omonima piazza, nominata così nel 1955, accoglie numerose installazioni memoriali legate agli eventi della Seconda guerra mondiale. Partendo dal Monumento ai Caduti della Resistenza e passeggiando attraverso la piazza, che funge da “Teatro della Memoria” si possono incontrare varie tappe: la prima è la targa dedicata a Renato Moscato, vittima della Shoah; in seguito troviamo quella ai bambini uccisi e vittime di esperimenti medici nei lager nazisti; infine quella ai Rom e Sinti vittime del nazifascismo. Successivamente si incontra la stele in memoria delle infermiere della Força Expedicionária Brasileira che in piazza della Resistenza avevano l’ospedale da campo. Uscendo dal parco ed entrando nell’adiacente Fortezza Santa Barbara si trova l’ultima tappa del percorso dedicata ai quattro ragazzi che lì, il 31 marzo 1944, furono fucilati dai fascisti.
Grazie ad un finanziamento del Consiglio Regionale, ottenuto attraverso il bando per la celebrazione dell’80° anniversario della Liberazione e per la commemorazione delle vittime delle stragi nazifasciste, l’ISRPT ha progettato e sta lavorando alla realizzazione di tre nuovi percorsi che, a partire dal 2025, saranno disponibili nel portale web e nei luoghi fisici, dove verranno installati vari pannelli.
I primi due percorsi, uno sui partigiani e le partigiane del pistoiese e l’altro sulle stragi naziste e fasciste della provincia, sono legati alla celebrazione dell’80° della Liberazione e all’80° anniversario delle stragi. Il terzo percorso vuole legare la memoria e la storia del lavoro all’Articolo 1 della Costituzione della Repubblica italiana, nata dalla lotta di Liberazione e dalla Resistenza.
Il primo itinerario si snoderà lungo i luoghi della memoria dei partigiani e delle partigiane pistoiesi cercando di studiare e valorizzare alcune figure di grande rilievo protagoniste della lotta armata nella provincia. Le tappe saranno dedicate, ad esempio, a Natale Tamburini, Lina e Liliana Cecchi, Gino Bozzi, Manrico Ducceschi, Magnino Magni. Inoltre, una tappa sarà riservata ai partigiani pistoiesi combattenti in Jugoslavia – a Pistoia è presente uno dei pochi monumenti esistenti in Italia ad essi dedicati – e un’altra alla famosa foto scattata da un soldato alleato all’angolo tra Via Curtatone e Montanara e Via Abbi Pazienza nei giorni successivi alla Liberazione di Pistoia e raffigurante un gruppo di partigiani e partigiane (in foto).
Il percorso sulle stragi naziste e fasciste vede invece la mappatura di dieci luoghi simbolo di stragi di civili uccisi dai nazifascisti nell’estate del 1944. Il territorio pistoiese non fu risparmiato dalla ritirata aggressiva delle truppe tedesche e in quasi tutta la provincia si verificarono episodi di stragi, come ad esempio quello di Calamecca (14 vittime), Valdibure (5 vittime), Piteccio (4 vittime), Montale (5 vittime) e di Piazza San Lorenzo (6 vittime) che, diversamente dalle altre, è avvenuta il 12 settembre 1943 rappresentando l’unico luogo in Toscana ad essere teatro di una strage di civili nel periodo immediatamente successivo all’Armistizio e all’occupazione tedesca.
Il terzo percorso si incardina sull’Articolo 1 della Costituzione e collega i luoghi dedicati alla memoria del lavoro e del movimento democratico dei lavoratori e delle lavoratrici passando per targhe, monumenti e opere architettoniche. Ad esempio, nel centro storico di Pistoia, si trovano la targa a Ugo Schiano, quella a Dante De’Petri e la statua Scioperanti di Andrea Lippi. Nella vecchia area industriale della città la targa alle vittime dell’amianto presso l’attuale biblioteca San Giorgio, un tempo sede delle Officine San Giorgio.
Il portale verrà aggiornato nei prossimi mesi con i nuovi percorsi in fase di sviluppo. Auspichiamo che questo possa contribuire ad accrescere l’interesse e la conoscenza di episodi legati alla storia locale altrimenti facilmente dimenticabili, soprattutto ora che sta finendo l’era del testimone, un tempo in cui le memorie dirette sono in esaurimento, favorendo nel contempo iniziative didattiche e turistiche in linea con l’intento di far dialogare ricerca storica, divulgazione e partecipazione diretta del pubblico.

 

Giulia Bruni è laureata in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Firenze. I suoi interessi di ricerca riguardano principalmente la storia del Novecento e la Public History. È membro del Consiglio direttivo dell’ISRPT e collabora con lo stesso Istituto a progetti di didattica, ricerca e divulgazione storica.

Emanuele Vannucci è laureando in Scienze Storiche all’Università degli Studi di Firenze. Collabora con l’Istituto Storico della Resistenza e dell’età Contemporanea in provincia di Pistoia, di cui è membro del Consiglio direttivo, in progetti inerenti la didattica, la ricerca e la divulgazione storica e l’archivio audiovisivo. I suoi interessi di studio sono legati alla Resistenza, all’Antifascismo, alla Seconda Guerra Mondiale e alla Public History.




Tra Resistenza e Liberazione nel Comune di Cortona (Ar)

Cortona oggi

In attesa dell’arrivo da Sud dell’esercito alleato, le forze resistenti cortonesi, aderenti al Comitato Toscano di Liberazione Nazionale (CTLN), consistevano in quattro diverse formazioni partigiane [1]:

  • Gruppo Patrioti “Libertà”, guidato da Gabriele Ciabattini e operante nella zona della Fratta;
  • Banda Veltroni, guidata da Spartaco Veltroni e operante a Cortona e in Valdichiana;
  • Banda Poggioni, capeggiata da Bruno Valli e operante tra Poggioni e Teverina [2];
  • Banda “La Teppa”, capeggiata da Cesare Rachini, con base a Cantalena e attiva nella montagna.

Benché tutte dipendessero dalla sezione aretina del CTLN, le difficoltà di comunicazione e l’estensione del territorio controllato resero le bande cortonesi molto più autonome di quanto ci si potrebbe aspettare.

Il cortonese Vannuccio Faralli non fece parte della Resistenza locale, ma fu un membro di grande importanza del CLN, al punto da divenire, dopo la Liberazione, il primo Sindaco di Genova del Dopoguerra.

Importanti fonti di informazione su quello che succedeva attorno a Cortona furono quelle fornite dai parroci, che erano stati incaricati dal vescovo di Cortona, Mons. Giuseppe Franciolini, di tenere un diario sugli eventi.

Mappa 2 in Janet Kinrade Dethick, Cortona 1944, Fondazione Ranieri di Sorbello, Città di Castello, 2014.

Mappa 4 in Janet Kinrade Dethick, Cortona 1944.

Va precisato che nella provincia di Arezzo ci furono vari luoghi di detenzione, veri e propri campi di prigionia, tra cui:

  • Laterina (attivo dal 1941; dopo la guerra e fino al ’63 divenne centro di accoglienza per i profughi istriano-dalmati);
  • Renicci [fare link interno ad articolo esistente] (Anghiari; attivo dalla fine del 1942, tra i peggiori, dove i prigionieri che vivevano nelle tende, in condizioni igieniche tanto precarie che si contarono 159 morti. Prevalentemente rivolto a prigionieri di guerra sloveni, dopo il 25 luglio 1943, accolse gli ex confinati politici antifascisti, che dopo l’8 settembre riuscirono a scappare;
  • Villa Oliveto (Civitella; ospitò in prevalenza ebrei, che nel febbraio del ’44 furono deportati in direzione del campo di concentramento di Bergen-Belsen).

L’Aretino fu anche duramente bombardato dagli eserciti alleati. Il primo bombardamento della provincia si verificò il 12 novembre 1943, colpendo duramente la zona della stazione di Arezzo.

Le operazioni militari rallentarono con l’inverno, per proseguire con maggior intensità in primavera. Le bande partigiane conducevano le proprie azioni di guerriglia e sabotaggio. Il 25 maggio 1944 era il limite ultimo per la coscrizione obbligatoria: gli uomini che non si arruolavano erano considerati disertori, passibili di fucilazione. I partigiani aretini si fecero beffe di questo ultimatum, organizzando i famosi fuochi sui monti dell’Appennino toscano.

Nella notte tra il 24 e il 25 maggio del 1944 i partigiani, infatti, si ribellarono sulle montagne. In risposta, al bando della Repubblica di Salò, che concedeva salva la vita ai partigiani che si fossero consegnati entro le ore 24 del 25 maggio, sui principali monti dell’Appennino toscano furono accesi grandi falò a indicare la volontà dei partigiani di non consegnarsi, ma di combattere i nazifascisti. Antonio Curina, il capo del CLN di Arezzo, e i suoi compagni marcarono in questo modo l’inizio di una lotta che avrebbe portato, in quell’estate di 80 anni fa, alla liberazione dell’intera provincia.

Sarà l’allora Vescovo cortonese Mons. Giuseppe Franciolini, all’alba del 3 luglio 1944, a dare per primo la notizia ufficiale ai suoi concittadini della Liberazione di Cortona dal nazifascismo e dell’imminente arrivo in città degli eserciti alleati da Sud e dei partigiani che, sin dalla primavera di quell’anno, avevano stretto in una morsa i tedeschi acquartierati nella città, costringendoli alla fuga verso Città di Castello e verso Arezzo.

Fu l’ ufficiale italiano Giorgio Spini, padre di Valdo Spini, storico e politico italiano, l’uomo che, a bordo di una jeep, il 3 luglio 1944, per primo entrò in città insieme ad un graduato inglese della VIII Armata. Armata che, vinte le resistenze del nemico in prossimità del Trasimeno, in quella calda estate stava velocemente liberando la Valdichiana, ponendo fine ad un ventennio di dittatura e ai tanti timori diffusi fra tutti i cittadini, qui come altrove, per il passaggio del “fronte”.

Valdo Spini ha rievocato quegli avvenimenti raccontati da suo padre in alcune pagine del libro La strada della Liberazione. In particolare, si è soffermato sullo sforzo bellico degli Alleati per costringere i tedeschi alla ritirata verso il Nord e sul significato che ha avuto la Resistenza.

Dopo giorni di combattimenti e di rastrellamenti, la notte del due luglio, tutti i tedeschi lasciarono Cortona assieme ai capi politici fascisti. Quella vigilia fu ancora una notte di paura, pur nell’attesa imminente della Liberazione e della fine del dolore, della tragedia della guerra.

La Chiesa cortonese si impegnò direttamente per alleviare le sofferenze della popolazione, in certi casi scontrandosi con i tedeschi (solo in provincia di Arezzo furono 34 i religiosi uccisi durante il conflitto). In questa sede, possiamo ricordare Mons. Franciolini (salvò numerose opere dall’essere depredate – alcune furono inviate a Firenze, ma quando era troppo tardi altre furono nascoste dietro intercapedini – e nominò ben 40 falsi docenti al Seminario vescovile, così da evitarne l’arruolamento); don Giovanni Salvi (evitò una strage a Tornia [3], come racconta ne Le giornate di Tornia, dove narra gli eventi di tale località e descrive le bande partigiane sul territorio, criticandone la composizione e il modus operandi e le discordie, che portarono ad uccisioni tra membri delle stesse. È don Salvi a raccontare anche i fatti del 29 giugno, per la festa dei Santi Pietro e Paolo, quando a Tornia i tedeschi, durante le attività di rastrellamento antipartigiano, irruppero nella piccola borgata, radunando le persone in un’aia. Vennero incendiate le case e gli abitanti vennero accusati di collaborazione con i partigiani. Non trovarono però quel che cercavano e nessun uomo nascosto. Il tenente invitò, stando alle parole del parroco, i presenti a recitare le preghiere, prima di essere uccisi. Colpito da tanta fede, però, mosso da empatia cattolica (da quanto emerse nel racconto) il tenente avrebbe risparmiato le loro vite, a patto non avessero aiutato nessuno e solo dopo aver ricordato loro il tradimento italiano alle truppe tedesche). Don Vincenzo Ginocchietti riuscì, invece, a evitare che la Chiesa dei SS. Biagio e Cristoforo dell’Ossaia fosse fatta saltare in aria, mentre don Antonio Briganti, parroco di Fasciano, arrivò a sparare contro le SS per proteggere i propri parrocchiani [4]. Il libro di Pancrazi, nato su richiesta di Franciolini, racconta in prima persona le loro storie. Rimando al libro per le altre narrazioni su Sant’Egidio, di Cantalena e le località vicine [5].

Tra il 4 e il 5 giugno fu liberata Roma, mentre il giorno successivo le forze alleate sbarcavano sulle spiagge della Normandia (D-Day). Le truppe alleate raggiunsero il Trasimeno il 21 giugno 1944. Se pensiamo che Carrara sarà liberata solo l’11 aprile 1945, possiamo capire quanto lunga e impegnativa sia stata la campagna di liberazione della Toscana.

Il “War Diary” compilato dal tenente colonnello Kendal Chavasse, comandante del 56° Reggimento da ricognizione (Recce corp) dell’esercito britannico. La liberazione di Cortona inizia alle 5 del mattino con il controllo dell’area dell’Ossaia.

Il giugno 1944 fu per Cortona molto duro: gli Alleati si stavano avvicinando alla Toscana, i tedeschi in ritirata non erano certo disposti a cedere il passo. Esplosioni e bombardamenti si fecero via via più intensi. I tedeschi ripiegarono verso le arterie meno importanti: non a caso le stragi sono in zone spesso remote e piccole, sparse su tutto il territorio.

La Liberazione avvenne lunedì 3 luglio, ma le foto che tutti i cortonesi conoscono, scattate da Luigi Lamentini, risalgono a martedì 4. In effetti, il 3 c’era ancora poca tranquillità nella popolazione, se non incredulità. Va detto che al momento di fuggire, l’esercito tedesco aveva progettato l’esplosione dell’Ufficio Postale, all’epoca situato all’ingresso di Palazzo Casali. La bomba però non esplose. Di quelle giornate ci sono anche alcune testimonianze video, grazie ai Combat films girati dagli Alleati (oggi nell’Archivio Luce). Si riconoscono Camucia e i festeggiamenti in Piazza della Repubblica.

Il giugno 1944 e l’inizio di luglio furono un periodo drammatico per la popolazione della provincia di Arezzo. Negli eccidi causati dall’esercito tedesco, in particolare dalla Fallschirm-Panzer-Division 1 Hermann Göring, furono coinvolti circa 1.500 civili inermi.

I soldati alleati morti nella Campagna d’Italia furono approssimativamente 330.000, un numero di poco superiore a quello dei caduti italiani nell’intero conflitto. 256 di loro sono sepolti al Cimitero di Guerra di Foiano, gestito dal Commonwealth War Grave Commission.

I soldati cortonesi caduti nella Seconda Guerra Mondiale furono in totale 244. 41 di loro ottennero delle onorificenze: 2 medaglie d’oro, 8 d’argento, 6 di bronzo e 25 croci di guerra.

Nella foto Cortona liberata (foto di Luigi Lamentini). Alessandro Ferri, Settantacinque anni dopo, Cortona celebra l’anniversario della sua Liberazione, Cortona, ValdichianaOggi, 12 luglio 2019, https://www.valdichianaoggi.it/blogs/scartare-di-lato-e-cadere/settantacinque-anni-dopo-cortona-celebra-lanniversario-della-sua-liberazione/

Era giunto il momento della ricostruzione, ma anche della pacificazione. Cortona aveva dalla sua una figura di straordinario prestigio, che poté proporsi come paciere tra le fazioni in campo: Giorgio Spini, che era a Cortona quel giorno in qualità di interprete per l’esercito inglese. A cinquant’anni di distanza, così raccontò quelle giornate:

Di eroico, non ho fatto proprio nulla. Anzi, alla Liberazione di Cortona sono presente quasi per caso. Nel nostro servizio c’era un ufficiale inglese che doveva salire quassù con la Jeep, mentre si combatteva ancora nella pianura sotto Cortona, ma non sapeva una parola di italiano. Allora il nostro comandante mi ordinò di accompagnarlo, forse perché non bisticciasse troppo col soldato che guidava la jeep. […]Finalmente, tra i cortonesi che si stavano affollando attorno a noi, salì una voce «arriva il sor Pietro!», e con mio sollievo, in mezzo riconobbi nel sor Pietro lo scrittore Pietro Pancrazi, il quale, con molta calma e con molta fermezza, fece fare silenzio a questi e a quelli, tranquillizzò i tedeschi e ci mise al corrente di come era la situazione in città a nome del CNL. Non sapeva molto bene nemmeno lui se nel CNL rappresentasse il Partito Liberale oppure il Partito d’Azione, ma il sor Pietro era evidentemente un’autorità riconosciuta da tutti, e a me parve proprio un’ancora di salvezza in mezzo a quella tempesta.

Pancrazi ebbe un ruolo di primo piano nel CLN cortonese, di cui faceva parte assieme a Carlo Nibbi (più tardi nominato Sindaco e appartenente al movimento “Democrazia del Lavoro” di Ivanoe Bonomi), Ricciotti Valdarnini (PCI, primo Sindaco di Cortona eletto del Dopoguerra), Rinaldo Bertini (PSI), Remo Ricci (Partito d’Azione) e Bruno Valli (DC); in rappresentanza della Diocesi c’era don Giovanni Materazzi. Se leggiamo il manifesto che il Comitato fece appendere sulle strade di Cortona quella mattina, si riconosce facilmente la mano del grande critico e scrittore:

Cortonesi! Salutiamo con gioia riconoscente i valorosi eserciti alleati che hanno fatto finalmente libera la nostra città e la nostra terra dalla feroce oppressione del tedesco che, gettata la maschera, per giorni e giorni saccheggiando le nostre case e le nostre campagne, infierendo sul nostro popolo, ha rivelato anche agli illusi e agli ignari la sua vera faccia di eterno barbaro. Alle vittime di queste barbarie, ai fucilati, ai feriti, ai derubati, ai vilipesi, a tutti coloro che più hanno sofferto, va il nostro memore saluto.

Invitiamo il popolo cortonese a riprendere il lavoro e a rientrare nella più assoluta legalità. Domani tutti i diritti della libertà anche tra noi verranno ristabiliti, tutti i partiti potranno e dovranno liberamente concorrere alla vita cittadina. Oggi, rimandando ogni competizione, domandiamo a tutti i cittadini di unirsi nella concordia e nel lavoro, perché almeno i danni più gravi possano essere presto riparati. Chiediamo perciò la collaborazione di tutti i concittadini onesti: di tutti coloro cui non si può attribuire la ventennale tirannia dell’esecrato regime che ha condotto la patria a questa rovina. Come il governo ha promesso, tutti i violenti, i profittatori, i responsabili alti e bassi del fascismo saranno puniti. Ma nessuna ritorsione, repressione o vendetta privata può essere consentita. Ricordiamoci che l’infrazione della legge, la violenza, l’arbitrio – anche se commessi da antifascisti – sarebbero fascismo.

Forze di polizia già si stanno ricostituendo con l’aiuto degli Alleati liberatore, dei Patriotti e di volenterosi concittadini: ma è soprattutto nel senso civico del popolo che noi confidiamo. Mentre con augurio ai fratelli oppressi, che ancora soffrono e soffriranno quello che noi soffrimmo: venga presto anche per loro l’ora del riscatto.

Cortonesi! Con questi sentimenti salutiamo gli eserciti liberatori e le bandiere del mondo libero. Dopo venti anni di obbrobriosa tirannia riuniamo in un solo grido due idee fatidiche che già furono dei nostri padri: Italia e libertà! [6].

A pochi giorni da stragi indicibili, mentre tutto intorno infuriavano gli scontri e vent’anni di tirannia facevano sentire il loro peso, si chiedeva la concordia.

 

Note:

1. Sulle devastazioni di Cortona, si veda R. M., In città, in Pietro Pancrazi (a cura di) La piccola patria: cronache della guerra in un comune toscano: Giugno-Luglio 1944, Monnier, Firenze, 1946, pp. 42-52.

2.  Bruno Valli, Azioni del gruppo di “Poggioni”, Brigata Garibaldi, in Pietro Pancrazi (a cura di) La piccola patria, pp. 35-40.

3.  Giovanni Salvi, Le giornate di Tornia, in Pietro Pancrazi (a cura di) La piccola patria, pp. 3-11.

4. Cortona, in I massacri di Arezzo 1944https://arezzomassacri.weebly.com/cortona.html

5. Pietro Pancrazi (a cura di), La piccola patria : cronache della guerra in un comune toscano: Giugno- Luglio 1944,  Monnier, Firenze 1946; Cfr. Janet Kinrade Dethick, Cortona 1944.

6. Alessandro Ferri, Settantacinque anni dopo, Cortona celebra l’anniversario della sua Liberazione, Cortona, ValdichianaOggi, 12 luglio 2019, https://www.valdichianaoggi.it/blogs/scartare-di-lato-e-cadere/settantacinque-anni-dopo-cortona-celebra-lanniversario-della-sua-liberazione/

 

Bibliografia:

Agostino Coradeschi e Mario Parigi (a cura di), Arezzo dalla dichiarazione di guerra al referendum istituzionale. 1940-1946, Carocci, Roma 2008.

Janet Kinrade Dethick, The Trasimene line: june-july 1944, Uguccione Ranieri di Sorbello Foundation, Perugia 2002

Janet Kinrade Dethick, Cortona 1944, Fondazione Ranieri di Sorbello, 2014

Alessandro Eugeni, Il falegname di Ottobrunn: processo a un criminale di guerra, Pacini, Pisa 2011

Renata Orengo, Diario del Cegliolo: cronaca della guerra in comune toscano, giugno-luglio 1944, All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano 1965

Pietro Pancrazi ( a cura di), La piccola patria: cronache della guerra in un comune toscano: Giugno-Luglio 1944, Monnier, Firenze 1946

 

Questo articolo è stato realizzato grazie al contributo del Consiglio regionale della Toscana nell’ambito del progetto per l’80° anniversario della Resistenza promosso e realizzato dall’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea.

Articolo scritto nel mese di settembre 2024.




Scolpiti nella memoria

 Dietro ogni cippo, una storia.

Dietro ogni pietra, una vita.

 

Oggi più che mai di fronte ad un certo revisionismo storico spalleggiato da una parte della classe politica che mal sopporta il dichiararsi antifascista si ha la necessità di continuare a parlare di quei valori della Resistenza da cui ha tratto origine la nostra costituzione e di raccontare le storie di coloro che hanno combattuto per liberare l’Italia dal nazifascismo e soprattutto di coloro che hanno dato la propria vita per sconfiggere la dittatura e farci riassaporare la democrazia. Ed è proprio per mantenere viva la memora che è stato utile negli anni, per circoscrivere come in un fermo-immagine il ricordo di chi è caduto per il nobile ideale di libertà, erigere monumenti o affiggere targhe commemorative. Scomparsa quasi del tutto la generazione protagonista di quella stagione storica, in un tempo in cui si sta perdendo o si tenta di offuscare la memoria di quegli avvenimenti che hanno dato vita alla Resistenza, i monumenti rimangono lì “immobili” a testimoniare il sacrificio ed il martirio di coloro che hanno combattuto per la liberazione del nostro paese. Monumenti e lapidi hanno il compito di tenere desta la memoria di quei fatti che hanno segnato il drammatico passaggio dalla caduta del fascismo all’Italia repubblicana, attraverso la conquista della libertà democratiche. Ed oggi assumono forse una nuova valenza ed una rinnovata importanza nella loro funzione di tramandare alle giovani generazioni il ricordo della Resistenza e dei suoi caduti. Ma spesso durante il passaggio per le vie e le piazze, distratti dal via vai della città, immersi nello stress della vita quotidiana o nei propri pensieri, questi monumenti rimangono quasi invisibili, se non addirittura per alcuni incomprensibili perché ne ignorano il significato. Purtroppo, sono targhe, lapidi e monumenti che spesso solo nel giorno dell’anniversario riprendono vita con fiori, corone, commemorazioni, bandiere, stendardi e bande musicali… ma il resto dell’anno sembrano perdere il loro valore simbolico rientrando in una sorta di anonimato e di indifferenza. Ed è per questo che abbiamo pensato, prendendo l’occasione dall’ottantesimo Anniversario della Liberazione di Arezzo, di creare un itinerario attraverso i monumenti dedicati alla Resistenza sparsi per la città, in modo tale da far conoscere a chi ne ignora la storia o a rammentarla agli altri l’esistenza ed il loro valore simbolico e di memoria.

 

Monumenti, lapidi e cippi che raccontano le tracce della guerra, della Resistenza e della Liberazione della città

 

“La storia si fa arredo urbano

e l’arredo urbano muta

con il variare delle fasi storiche…”

Mario Isnenghi

 

Mappa dell’itinerario.

 

  • Percorso: Piazza Poggio del Sole (Monumento ai caduti della Resistenza) – via Cavour (Liceo classico-musicale Francesco Petrarca) – Piazza della Libertà (Palazzo del Municipio) – Cimitero Urbano (Monumento ai caduti nella guerra di Liberazione) – via Francesco Severi (Lapide del Fiume) – via Anconetana (Cippo ad Eliseo Brocherel) – viale Giotto (Monumento ai caduti dell’artiglieria) – largo Inigo Campioni (Monumento ai caduti del mare) – piazzetta San Niccolò (Cippo a Isolina Boldi e Anna Lisa Innocenti).
  • Tempo di percorrenza: 1 ora e 45 minuti circa
  • Distanza: 7,3 km
  • Dislivello: + 91 m – 64 m

 

Iniziamo il nostro percorso da Piazza Poggio del Sole, dove troviamo il Monumento ai caduti della Resistenza, testimonianza significativa del sacrificio e del coraggio dimostrato dai partigiani e dai cittadini durante la lotta contro l’occupazione nazifascista. Arezzo e la sua provincia furono particolarmente colpiti dalla strategia stragista degli occupanti subendo l’impressionante cifra di 3110 caduti fra combattenti e popolazione civile. La provincia è stata insignita della medaglia d’oro per “l’irriducibile opposizione al nemico da parte di agguerrite formazioni armate e delle patriottiche popolazioni di città e campagna, sui monti e le valli…”[1]. I partigiani aretini, un esercito di poco più di 3500 uomini e donne, riuscirono ad impegnare, sottraendoli dal fronte alleato, ingenti forze nazifasciste infliggendo loro pesanti perdite.

Il Monumento ai caduti della Resistenza è posto all’interno dei giardini antistanti la Prefettura, una collocazione strategica, facilmente accessibile, situata in prossimità della stazione e del centro storico.

 

“Il Popolo delle vallate aretine ai caduti per la Resistenza”.

 

L’opera fu commissionata dal Comune di Arezzo e realizzata dallo scultore brasiliano di origini italiane Bruno Giorgi intorno al 1975. Il monumento è dominato da una figura centrale di bronzo che si protende nell’aria con le braccia alzate appoggiata a due “X” bronzee. Colpiscono nel monumento questi arti alzati al cielo, che troveremo successivamente anche nel monumento ai caduti nella guerra di liberazione all’interno del Cimitero Urbano, che simboleggiano un atto di estrema violenza “per uscire dall’età e dal periodo che ha visto troppe persone divenire corpi senz’anima e troppi corpi divenire caduti”[2].

 

Uscendo da piazza Poggio del Sole ci dirigiamo verso piazza Guido Monaco e procediamo in direzione nord-est percorrendo l’omonima via fino all’incrocio con via Cavour. Giunti al bivio svoltiamo a sinistra e dopo pochi metri ci troviamo di fronte al liceo Classico-Musicale Francesco Petrarca. All’interno vi sono una lastra e un monumento che commemorano studenti e professori caduti durante la prima e la seconda guerra mondiale e la guerra civile spagnola.

 

Monumento agli studenti del liceo ginnasio Francesco Petrarca di Arezzo.

Il monumento è costituito da una struttura a nicchia in travertino al cui interno è collocata la scultura in bronzo di un eroe accompagnato in cielo da un angelo, sopra un’altra figura alata che porta, correndo, una fiaccola e in basso un soldato nudo morente giace al suolo con la spada rivolta all’indietro. Ai lati della nicchia vi sono due lastre rettangolari che riportano i nomi dei caduti nella Grande Guerra e successivamente è stata aggiunta una lastra con i nomi dei caduti del secondo conflitto mondiale. Tra gli allievi del liceo rimasti vittime durante la guerra del 1940-45 si annoverano Sante Tani, animatore e martire della Resistenza aretina (a cui è dedicato anche un bassorilievo che visiteremo successivamente), e Pio Borri, primo caduto della Resistenza ad Arezzo.

 

Lastra in ricordo degli alunni del liceo Francesco Petrarca caduti nella seconda guerra mondiale e nella Resistenza.

 

A Pio Borri è stata dedicata anche l’aula magna del liceo in cui sono presenti in una parete dei cimeli che ricordano lo studente, compresa la motivazione della medaglia d’argento.

 

Cimeli in onore di Pio Borri.

 

Pio Borri fu il comandante della prima brigata partigiana formatasi spontaneamente, la “Vallucciole”, che nel corso di uno dei primi rastrellamenti in grande stile dei nazifascisti in Casentino, proprio in località Vallucciole l’11 novembre del 1943 fu arrestato, torturato, giustiziato e gettato in un fosso in mezzo alla neve. Successivamente in onore del proprio comandante la formazione partigiana prese il nome di XXIII Brigata garibaldina “Pio Borri”.

 

Continuando il nostro percorso in direzione nord-ovest prendiamo via Andrea Cesalpino e dopo cinque minuti si arriva al Palazzo del Municipio in Piazza della Libertà. Qui all’interno si trova una Lastra in ricordo delle forze Alleate entrate in città il 16 luglio 1944 e un bassorilievo in pietra dedicato a Sante Tani.

 

Lastra in ricordo delle forze Alleate.

Questa lastra posta in una parete interna del Municipio è un importante simbolo della liberazione della città dall’occupazione nazifascista. La mattina del 16 luglio 1944 alle ore sette l’antico campanone posto sulla torre del comune cominciò a suonare a distesa, seguito dopo poco dalle altre campane cittadine e della campagna circostante, valido segnale per gli Sherman, i carri armati alleati, che nella tarda mattinata entrarono nella città ormai libera. Sulla targa è riportato un messaggio, scritto sia in italiano che in inglese, di gratitudine verso le forze Alleate per il loro fondamentale contributo.

 

Nel cortile del Municipio troviamo il bassorilievo dedicato a Sante Tani, primo fondatore e capo indiscusso dell’antifascismo aretino. Nato a Rigutino in provincia di Arezzo il 3 aprile 1904 e barbaramente trucidato sempre ad Arezzo il 15 giugno 1944, insignito della medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

 

Cortile del Municipio.

Bassorilievo dedicato a Sante Tani: “A Sante Tanti, animatore e martire della Resistenza, la Democrazia Cristiana al comitato antifascista nel trentesimo della liberazione”, 1974, Palazzo comunale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figlio di Angiolo Tani ed Elisa Meacci, Sante Tani fin da giovane fu aperto oppositore del fascismo. Si laureò in giurisprudenza a Roma e una volta rientrato ad Arezzo operò come agitatore e cospiratore in contatto con esponenti di tutti i partiti politici clandestini. Il 25 aprile del 1942 venne processato per le sue idee politiche e assegnato per quattro anni al confino in provincia di Benevento. Il fascismo cadde prima della conclusione della sua condanna ed egli, tornato ad Arezzo, dopo l’8 settembre del 1943 fu nominato presidente del Comitato Provinciale di Concentrazione Antifascista (CPCA). Prese anche parte direttamente alla lotta armata dirigendo alcune formazioni partigiane. Caduto in mano ai tedeschi, il 30 maggio 1944 a Casenovole insieme al fratello don Giuseppe e all’amico Aroldo Rossi – ventinovenne, commerciante aretino -, riuscì a resistere per diciassette giorni alle torture, alternate alle offerte di libertà in cambio di informazioni. Il Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale (CPLN) organizzò la loro evasione dal carcere per il successivo 15 giugno, ma l’operazione fallì e lo stesso giorno Sante insieme al fratello e al giovane Rossi furono barbaramente trucidati nella cella dove erano rinchiusi. Morirono anche due partigiani, il tenente belga Jean Mauritz Justin Meuret (al quale è stato eretto un cippo commemorativo ad Arezzo nella strada che porta verso San Domenico) e Giuseppe Oddone, che insieme ad altri avevano tentato inutilmente di attuare il piano di evasione.

 

Usciti dal Municipio costeggiamo il Prato della Fortezza Medicea percorrendo viale Bruno Buozzi per circa un chilometro fino ad arrivare al Cimitero Urbano dove è presente all’ingresso il Monumento ai caduti nella guerra di Liberazione.

 

Monumento ossario dei caduti per la libertà, “Arezzo ai 792 caduti durante la guerra di liberazione, partigiani, vittime per rappresaglia nazifascista, caduti per fatti di guerra settembre 1943 luglio 1944”.

Il monumento è un’opera commemorativa dedicata a tutti i combattenti che persero la vita durante la seconda guerra mondiale. Esso è composto da un muro nel quale da una parte vi è un bassorilievo che raffigura i caduti in guerra e per rappresaglia nazifascista con una lastra dedicatoria, dall’altra vi sono grosse lastre con i nomi dei caduti, oltre 700 nomi.

Nel 1973 si formarono due comitati per l’erezione dei più conosciuti monumenti ai caduti di Arezzo, l’Ossario ai caduti per la libertà, opera dello scultore Firenze Poggi ed il Monumento alla Resistenza dello scultore Bruno Giorgi (primo monumento incontrato durante il nostro itinerario). Entrambi i monumenti furono inaugurati in occasione delle celebrazioni del trentennale della Liberazione di Arezzo.

La scelta di collocare il monumento all’interno del cimitero urbano aggiunge un ulteriore livello di solennità e rispetto: questo luogo, già dedicato alla memoria dei defunti, diventa anche un santuario per ricordare i caduti della Resistenza. Colpisce in questa scultura la rappresentazione di questi corpi senza volto che sembrano voler lottare per liberarsi dall’agonia che li costringe[3]. Sono corpi addossati l’uno all’altro, chi in movimento, chi accasciato, chi con le braccia protese in alto “come a voler rompere il momento di disperazione”, le stesse braccia che si allungano, come abbiamo visto, nel monumento alla Resistenza in Piazza Poggio del Sole.

 

Dal Cimitero Urbano procediamo in direzione sud-est e percorriamo via Francesco Redi per circa 20 minuti, svoltando a sinistra in via Francesco Severi possiamo scorgere in un edificio all’altezza del primo piano, posta sul muro esterno, la Lapide del Fiume, una lapide marmorea con elementi di rilievo collocata a perenne ricordo dei partigiani Giuseppe Mugnani, Corrado Luttini e Quinto Genalti. I primi due furono partigiani di Sansepolcro della formazione “Eduino Francini” fucilati a Villa Santinelli di San Pietro (Città di Castello), il 27 marzo 1944 (ad entrambi è stata conferita la medaglia di bronzo al valor militare alla memoria)[4];  mentre il terzo Quinto Genalti, perse la vita nella strage di San Polo, l’eccidio commesso dalle truppe naziste in ritirata dall’aretino il 14 luglio 1944, due giorni prima della liberazione della città.

Dopo la guerra, nel 1961, la comunità di Arezzo decise di onorare la memoria di questi partigiani non ancora ventenni, nati ad Arezzo, con una lapide per mantenere vivo il ricordo di questi eroi locali che combatterono contro l’oppressione nazifascista, spesso a costo della propria vita.

(Alzando lo sguardo quando siamo lì dedichiamoli un pensiero).

 

Lapide del Fiume, “Il fiume ai partigiani, Giuseppe Magnani, Corrado Luttini, Quinto Genalti, caduti eroicamente per la libertà nel 17° del proprio sacrificio”.

 

Tornando indietro per via Francesco Severi, all’incrocio con Viale Redi svoltiamo a sinistra in via Eugenio Calò fino ad arrivare all’incrocio con via Anconetana, giunti al bivio svoltiamo a destra e percorriamo poche centinaia di metri fino a quando sulla sinistra troviamo il cippo commemorativo ad Eliseo Brocherel.

 

Cippo ad Eliseo Brocherel.

 

Giovane partigiano di appena 23 anni ucciso da un fascista repubblichino, Domenico Pancacci, per essersi rifiutato di fornire informazioni sui partigiani e sugli esponenti della Resistenza. Era il 6 giugno 1944 quando Eliseo Brocherel fu ammazzato con due colpi alla schiena. In sua memoria nel luglio 1964 in via Anconetana – luogo in cui avvennero i fatti – venne eretto un cippo. La stele che non versava in un buono stato di conservazione, come possiamo vedere dalla foto, è stata restaurata nel giugno del 2023.

 

Anche se non riguardano propriamente la Resistenza, ma sempre commemorativi ai caduti della seconda guerra mondiale, abbiamo inserito nel tour altre due tappe per rendere più uniforme il nostro percorso: il Monumento ai caduti dell’artiglieria e il Monumento ai caduti del mare.

Lasciato alle spalle il cippo di Brocherel proseguiamo in direzione nord-ovest, svoltiamo a sinistra e dopo pochi passi in via del Pantano ci immettiamo in via Raffaele Sanzio che percorriamo in direzione sud-ovest fino ad arrivare ad una rotonda dove svolteremo a destra su Viale Giotto. Dopo aver percorso pochi metri troviamo sulla sinistra una piccola area verde al cui interno è collocato il Monumento ai caduti dell’Artiglieria. Si tratta di un cannone in bronzo e ferro di colore verde militare che poggia su una piattaforma di cemento. Il monumento vuole rendere omaggio a tutti coloro che hanno dato la vita per difendere il paese combattendo contro mezzi terrestri e aerei per proteggere i confini.

 

Monumento ai caduti dell’artiglieria.

 

Poi percorriamo viale Giotto fino ad arrivare all’incrocio con viale Luca Signorelli, dove giriamo a destra fino a giungere largo Inigo Campioni, qui vi è un piccolo parco all’interno del quale è posto il Monumento ai caduti del mare. Il monumento è costituito da una base di pietra triangolare, su cui è posta un’altra pietra di forma piramidale simile ad uno scoglio, che sostiene una grande ancora di ferro, con la sua catena. Su una lastra di pietra posta davanti vi è la scritta “Arezzo ai caduti del mare”.

 

Monumento ai caduti del mare.

 

 

 

 

 

 

L’itinerario prosegue in direzione nord prendendo il viale Andrea Sansovino e svoltando poi a sinistra giungiamo in piazzetta San Niccolò dove si trova il Cippo in memoria di Isolina Boldi e Anna Lisa Innocenti, due donne, madre e figlia, vittime della ferocia della guerra. Un monumento inaugurato nel settantesimo anniversario dall’eccidio, che ricorda una vicenda terribile, legata ad uno dei tanti crimini compiuti dai nazisti nel territorio aretino.

 

 

Il Cippo di San Niccolò: “Isolina Boldi e Anna Lisa Innocenti, madre e figlia, il 3 luglio 1944 nel difendersi con coraggio caddero vittime della ferocia nazista nell’eccidio di Toppo Fighine di Policiano, per non dimenticare la figlia Vanda Innocenti dona al comune di Arezzo, 3 luglio 2024”.

 

Le truppe tedesche, sospinte dall’avanzata degli alleati, si ritiravano verso nord attestandosi su linee difensive sempre più arretrate con l’unico scopo di ritardare quanto più possibile la linea del fronte, così da ultimare la costruzione della Linea Gotica, ultima risorsa tedesca per bloccare l’avanzata degli angloamericani. Durante la ritirata i tedeschi, come lupi affamati, razziavano portandosi via generi alimentari, animali, e qualsiasi bene materiale che trovavano nelle case coloniche sparse per la campagna. In una di queste case dove si era rifugiata, scappando dai bombardamenti nella città di Arezzo, la famiglia Innocenti, il 3 luglio del ’44 fecero irruzione due soldati tedeschi. In quel momento in casa c’erano le figlie Adriana e Anna Lisa e la madre Isolina. Quest’ultima intuendo le intenzioni dei due uomini, che avevano invitato le ragazze a seguirli in camera da letto, tentò di opporsi ma una mitragliata la colpì insieme alla figlia Anna Lisa che rimasero inermi sul pavimento. Anche Adriana rimase ferita alle gambe ed uno dei due tedeschi volendole dare il colpo di grazia le sparò con la pistola all’addome. I due militari credendole tutte e tre morte se ne andarono via. Ma Adriana rimase solo ferita in quanto la pallottola perforandole il rene uscì dalla schiena. Solo nella tarda mattinata del giorno successivo fu trovata dagli abitanti della zona e fu portata all’ospedale di Cortona. La ragazza si salvò e raccontò questa sua terribile storia in un manoscritto inedito da cui Enzo Gradassi ha riportato l’avvenimento nel testo “Innocenti. Un eccidio aretino nel 1944”, edito da “Le Balze”[5].

 

Lasciando l’ultimo monumento alle spalle delle due donne barbaramente uccise, nella via di ritorno molto probabilmente le tristi e sofferenti storie dei caduti della Resistenza rimbalzeranno nella mente rendendoci consapevoli che la memoria è necessaria: dobbiamo ricordare perché le cose che si dimenticano potrebbero ritornare (Mario Rigoni Stern).

 

Questo “percorso-resistente” si effettua in circa due ore di cammino che può variare in conseguenza al tempo che ognuno di noi decide di soffermarsi davanti ai vari luoghi della memoria.

 

NOTE:

[1] Motivazione di concessione della Medaglia d’oro per attività partigiana.

[2] Massimo Baioni e Camillo Brezzi (a cura di), Memorie scolpite. Itinerari tra i monumenti alla Resistenza nella provincia di Arezzo, Maschietto e Musolino, Arezzo 2000, p. 30.

[3] Ibidem.

[4] Nella notte dal 24 al 25 marzo un gruppo di partigiani toscani della formazione di Eduino Francini, che agiva sui monti di Sansepolcro e che era di passaggio per la zona, occuparono per qualche giorno Villa Santinelli. Scoperta la loro presenza, furono assediati e costretti alla resa da ingenti truppe fasciste e da un reparto corazzato tedesco. Dei 18 componenti della banda, 9 furono fucilati, 4 incarcerati, gli altri riuscirono a sfuggire alla cattura.

[5] Enzo Gradassi, Innocenti. Un eccidio aretino nel 1944, Le Balze, Montepulciano 2006.

 

Questo articolo è stato realizzato grazie al contributo del Consiglio regionale della Toscana nell’ambito del progetto per l’80° anniversario della Resistenza promosso e realizzato dall’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea.

Articolo pubblicato nel settembre 2024.

 

 

 




L’eccidio di Berceto tra luci ed ombre: quando la Storia non è univoca

Una delle vicende forse più tristi, dal forte impatto morale e ancora controverse, verificatasi nelle campagne tra Monte Giovi e Pratovecchio, verso gli Appennini, è sicuramente quella di Berceto, piccola località del comune di Rufina, in provincia di Firenze, tappa del Sentiero della Memoria.

Immagine satellitare di Berceto. Fonte: Google Maps

Nel periodo tra marzo e aprile del 1944, sul Monte Giovi si riunirono pian piano vari nuclei di combattenti, fra cui il gruppo Lanciotto Ballerini proveniente da Monte Morello. Per tutto l’inverno dovettero sopportare non solo il freddo, ma soprattutto le varie marce forzate di spostamento, rese necessarie dai continui rastrellamenti operati dalle milizie repubblichine e dai reparti nazisti della divisione Hermann Goering, fatti giungere nel centro Italia con funzioni antipartigiane [1].

Ai primi d’aprile, tedeschi e repubblichini misero in atto un rastrellamento su vasta scala nella zona tra la Calvana e il monte Falterona. Incendi, distruzioni ed uccisioni indiscriminate caratterizzarono quell’operazione di polizia con l’intento di dissuadere i contadini della zona a dare aiuto ai partigiani.

Furono proprio costoro a subire le più gravi conseguenze per il sostegno dato alla causa della Resistenza. I contadini, inoltre, erano spesso succubi di un apparato agrario dominato dai grandi latifondisti, coadiuvati da fattori asserviti al regime, controllori attenti del territorio [2].

È in tale clima che avvenne l’eccidio di Berceto.

Lunedì 17 aprile del 1944, infatti, a Berceto, non distante da Pomino, sempre nel comune di Rufina, arrivarono sette uomini, che si definirono partigiani sbandati. In quei giorni, nella zona di Pomino, era presente in perlustrazione una formazione partigiana comandata da Pietro Corsinovi detto “Pietrino” (a cui faceva capo il gruppo Lanciotto Bellerini). La formazione aveva lasciato ad inizio aprile il Monte Morello, spostandosi in direzione del Falterona. Dopo i fatti di Vallucciole (frazione di Stia, in provincia di Arezzo) di Pasqua, stava rientrando verso Rufina. Corsinovi dette ordine di muoversi verso il passo della Consuma, attraverso il quale sperava di giungere al Pratomagno. Durante il trasferimento però, la squadra di Romolo Moretti “Capitan Tempesta” rimase indietro: lui riuscì a ricongiungersi con i compagni, ma sette dei suoi uomini si erano fermati in una casa colonica di Berceto, all’alba del 17 aprile [3].

Questi uomini, tutti tra i 19 e i 22 anni, erano saliti sul Monte Morello dopo l’8 settembre: tre erano fiorentini, Osvaldo Toci del Medico, detto “Sindic”, il suo futuro cognato Dino Bolognesi “Onid” e Carlo Uttummi; due erano di Carmignano, come Mauro Chiti e Adelindo Bocci; uno di Campi Bisenzio, tale Guglielmo Chiti “Teotiste”. Il settimo era un disertore austriaco della Wermacht, che si era unito agli altri solo da poco [4].

Questi chiesero al signor Lazzaro Vangelisti, uno dei coloni della vicina fattoria di Pomino dei marchesi Frescobaldi, cibo e ospitalità e pernottarono lì, nonostante Vangelisti stesso e i paesani, anch’essi coloni, avessero detto loro di non trattenersi a lungo, onde evitare rischi.

Vecchia foto di Lazzaro Vangelisti a Berceto Fonte: Vangelisti Lazzaro, Immagini, in Una vita trascorsa sotto tre regimi, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2014 [2ª edizione]

 

Vangelisti nei giorni precedenti si era già mostrato solidale con i soldati alleati e i partigiani, fatto forse noto ad Uttummi e al Tesi. Quel giorno però Vangelisti si mostrò diffidente. Era infatti noto che i soldati della Divisione Göring fossero impegnati sui rilievi dei monti Morello, Falterona, Giovi e nell’area del Casentino in una grande operazione di rastrellamento antipartigiano.

I partigiani non si decisero a ripartire e, anzi, si fermarono a farsi rammendare e sistemare i vestiti dalle donne del posto, mostrandosi -secondo la testimonianza di Vangelisti- ostili, fatto che aveva destato in lui, ex post, sospetti sulle reali intenzioni dei ribelli.

Come temuto però, poco dopo, giunsero a Berceto gli uomini della Göring, tra i quali alcuni militi della 92° Legione GNR di Firenze, distaccati a Dicomano [5]. Cinque partigiani vennero catturati, due dei quali, Guglielmo Tesi e Mauro Chiti, fucilati all’istante. Gli altri, stando ai loro racconti, colpiti da un calcio, avrebbero perso l’equilibrio e sarebbero caduti, evitando così le raffiche di mitra che uccisero gli altri due ragazzi. Furono dapprima portati alla Consuma, poi a Firenze, nella Fortezza da Basso, quindi alle Murate, dove sarebbero stati torturati, prima di riuscire a fuggire, per ricongiungersi con i ribelli [6].

Nel frattempo, a Berceto, la furia dei soldati si era abbattuta sulla famiglia Vangelisti, ritenuta fiancheggiatrice dei partigiani: la moglie di Lazzaro, Giulia, assieme a quattro figlie, vennero seviziate e uccise , mentre la loro abitazione fu data alle fiamme. Lo stesso copione venne adottato nei confronti delle famiglie Ebicci e Soldeti, vicine dei Vangelisti: furono uccisi i coniugi Alessandro e Isola Ebicci, poi Fabio e Iolanda Soldeti, rispettivamente nonno e nipote, e le loro case date alle fiamme [7]. Sopravvissero solo coloro che al momento dell’eccidio si trovavano al lavoro nei campi.

Giulia Vangelisti con le quattri figlie. Fonte: Vangelisti Lazzaro, Immagini, in Una vita trascorsa sotto tre regimi, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2014 [2ª edizione]

I due partigiani colpiti a morte. Fonte: Vangelisti Lazzaro, Immagini, in Una vita trascorsa sotto tre regimi

Gli Ebicci e i Soldeti. Fonte: Vangelisti Lazzaro, Immagini, in Una vita trascorsa sotto tre regimi

Elina Vangelisti, una delle figlie di Vangelisti sopravvissuta alla strage, così racconta le ore successive:

«I corpi delle vittime furono sistemati al coperto e ricomposti con la collaborazione della Signora Ada Barducci, una vedova amica di famiglia, giunta nel primo pomeriggio a dare aiuto» [8]. I corpi delle vittime, come lo stesso Vangelisti ha raccontato, era stati infatti martoriati [9].

Più tardi, sempre durante i rastrellamenti antipartigiani per indebolire la popolazione civile, i tedeschi uccisero a Cigliano, non distante da Berceto, un pastore, Giuseppe Poggiolini, e un partigiano non identificato.

Il giorno seguente, il 18 aprile, le salme furono sistemate nelle casse di castagno e il giorno successivo sepolte in un’unica fila al cimitero di Pomino come testimonia l’atto di morte della parrocchia redatto dal sacerdote don Fanetti [10].

Non erano ancora stati identificati però i due partigiani uccisi, quindi furono tumulati senza nome. Sette mesi dopo, terminata la guerra, le autorità del C.L.N. invitarono degli esponenti della Resistenza campigiana a riconoscere i due partigiani morti nella strage di Berceto. Guglielmo Tesi era infatti originario di Campi Bisenzio e fu identificato per le sue fattezze fisiche [11].

Molte le polemiche sorte dopo la fine della guerra sui fatti di quel triste giorno. Secondo Corsinovi si sarebbe trattato di una «malvagia rappresaglia» dei nazifascisti, in risposta a quello che chiamò un «combattimento» armato, a causa del quale la formazione partigiana avrebbe subito ingenti perdite [12]. In realtà non ci sarebbe stato un vero e proprio conflitto a fuoco precedente, bensì, come ha scritto Fusi, l’eccidio rientrerebbe nella «guerra ai civili», oramai in atto da settimane nel territorio toscano [13].

Secondo la testimonianza di Lazzaro Vangelisti, mosso dalla voglia di vendetta e per il grande dolore, nel gruppo di partigiani che aveva trovato rifugio presso il suo capanno, vi erano una o più spie (“falsi partigiani”) al servizio dei tedeschi, forse allertati dall’allora fattore, poi portato a processo dallo stesso Vangelisti. Basandosi sui propri ricordi, sulle spiegazioni ricevute e suggestionato da varie illazioni, Vangelisti accusò di aver ordito tale vendetta, coadiuvato da alcuni dei sette partigiani, il marchese Frescobaldi, proprietario della tenuta di Pomino e il suo fattore, Giuliano Franciolini, animati da simpatie fasciste e, a suo dire, desiderosi di fargli pagare il suo sostegno alla Resistenza [14].

Aveva mosso già tali accuse nell’aprile del 1945, quando venne interrogato allo Special Investigation Branch britannico che indagava sul caso. Lo stesso farà poi con le autorità italiane nel dopoguerra. Ne nacque una vicenda giudiziaria, sia nei confronti dei tre partigiani superstiti, sia verso il Frescobaldi e il fattore, che sfociò in un processo durante il quale «L’Unità», organo ufficiale del Pci, difese il partigiano Sindic e gli altri due accusati con un’inchiesta molto documentata. La sentenza del processo non lasciò adito a dubbi perché Sindic e gli altri vennero assolti con la formula più ampia, ovvero «per non aver commesso il fatto» [15]. Nel novembre del 1948, infatti, la sezione istruttoria della Corte di Appello di Firenze concluse che le accuse mosse verso il Frescobaldi, il fattore e i partigiani di Corsinovi erano infondate [16].

Nessuna giustizia, dunque, ha ripagato per i dolori di quel giorno, mentre luci e ombre caratterizzano , anche perché la verità giudiziaria non ha sostenuto la tesi di Vangelisti. La vicenda di Berceto è, difatti, caratterizzata da «reticenze giudiziarie e operazioni politico-culturali di rimozione di fatti ed episodi», storie troppo scomode nel secondo dopoguerra, come ha scritto l’oramai ex sindaco di Rufina Mauro Pinzani [17].

Come chiaramente scrive Fusi, si può dubitare -come fece Vangelisti- che le accuse da lui mosse fossero state insabbiate per motivi politici, dovuti alle forti polarizzazioni della politica italiana d’allora, come avvenne per altri crimini dei nazifascisti. Tuttavia, in mancanza di prove verificabili, resta lacunosa la ricostruzione dei fatti e resta difficile ipotizzare che un simile eccidio sia stato pianificato così nel dettaglio [18].

Come per molti altri eccidi, le popolazioni martirizzate hanno sempre cercato verità, senza contestualizzare però l’evento, difficile da accettare e metabolizzare, ricercando cause razionali.

Vera Vangelisti con una vecchia foto del padre Fonte: Vangelisti Lazzaro, Immagini, in Una vita trascorsa sotto tre regimi

Lazzaro Vangelisti, per avere una qualche giustizia, ha lottato a lungo con la figlia Vera, sopravvissuta alla strage e autrice di un libro, La strage di Berceto (DEA, Firenze, 2013), mentre lui ha affidato le proprie memorie biografiche e i ricordi di quel giorno ad un altro testo, intitolato Una vita trascorsa sotto tre regimi (Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2014 [1ª edizione 1979]). Il titolo parla da sé: Vangelisti racconta la vita che aveva vissuto durante la Prima Guerra mondiale, poi sotto il fascismo e con la Seconda Guerra mondiale, infine, quando aveva dovuto lottare ancora per avere giustizia [19].

Copertina della prima edizione del testo di Vangelisti, presentato da Vasco Pratolini, che conobbe tale testo grazie a Don Masi, prete molto vicino a Lazzaro Vangelisti.

Il libro di Vangelisti va dunque letto come una testimonianza delle atrocità commesse dai nazifascisti e come «esempio di una lacerante ricerca personale di una spiegazione e di un senso di giustizia in grado di lenire in qualche modo il peso angosciante di un’incolmabile perdita subita; ma non possono però essere intese come una ricostruzione provante delle presunte responsabilità di cui egli al tempo, pur coscienziosamente, si convinse» [20].

A proposito delle vicende di Berceto così le introduce:

«Era il 17 aprile 1944. Quel giorno ci fu troncata definitivamente la felicità che ci restava [21]».

Nel 1978, quando uscì il libro, l’autore ripropose le sue idee e le sue verità, accusando nuovamente i tre partigiani sopravvissuti, il Frescobaldi e il Franciolini.

Così parla Marzia Toci del Medico, la figlia di Sindic: «Ho scoperto solo molti anni dopo questo libro e da quel momento ho cominciato a lottare in difesa della memoria di mio padre, ritrovando documenti e sentenze e iniziando una battaglia legale che ha portato al ritiro del libro di Vangelisti. Adesso con questo volume spero che finalmente la verità sia ristabilita e accettata da tutti, anche se fino ad adesso non ho trovato disponibilità da parte di Anpi che è rimasta arroccata sulla versione del Vangelisti» [22].

Come ricordato da Francesco Fusi, Marzia Toci del Medico ha pubblicato una ricostruzione dei fatti, supportata da materiale archivistico dell’Archivio di Stato di Firenze, per riabilitare la memoria del padre, oramai scomparso (Marzia Toci del Medico, Sindic, la storia non si cambia! Albatros, Roma, 2022) [23].

Le memorie contrapposte, segnate dal tremendo trauma, restano quindi divise. La Storia deve rispettarle e soprattutto può restituire la complessità degli eventi entro cui questo episodio si è svolto, pur senza pretesa di offrire soluzioni alle legittime aspirazioni dei singoli né tanto meno sentenze.

Unidici le vittime di quel giorno, tra luci ed ombre: nove civili, tra donne, uomini e bambini e due partigiani.

Ebicci Alessandro, 78 anni

Ebicci Isola, 49 anni

Soldeti Fabio, 81 anni

Soldeti Iolanda, 19 anni

Vangelisti Giulia, 46 anni

Vangelisti Iole, 9 anni

Vangelisti Anna Maria, 3 anni

Vangelisti Angelina, 22 anni

Vangelisti Bruna,  23 anni

Chiti Mauro, 19 anni

Tesi Guglielmo, 19 anni

 

Il 17 aprile 1945, il comune di Rufina pose a Berceto una lapide in ricordo delle vittime su di una parete del casolare dei Vangelisti, teatro dell’eccidio e, nel Sessantesimo anniversario della strage, una seconda lapide in loro memoria. Infine, il 25 aprile 1972, lo stesso comune fece erigere nel centro di Pomino un cippo-monumento in ricordo delle vittime dell’eccidio [24].

Lapide per il 60° dell’eccidio di Berceto, Comune di Rufina (FI) Fonte: Giovanni Baldini, Lapide per il 60° dell’eccidio di Berceto, 2005, https://memo.anpi.it/monumenti/1615/lapide-per-il-60-delleccidio-di-berceto/

Giovanni Baldini, Monumento per la strage di Berceto, in ResistenzaToscana.it, 2 ottobre 2006

Giovanni Baldini, Monumento per la strage di Berceto, in ResistenzaToscana.it, 2 ottobre 2006

Il nome del partigiano Mauro Chiti è riportato anche su una lapide in ricordo dei cittadini caduti, posta sul Municipio di Carmignano, presso Prato, luogo da cui proveniva [25].

Lapide del municipio, Comune di Carmignano (PO). Fonte: Giovanni Baldini, Lapide del municipio di Carmignano, Memo, 2007, https://memo.anpi.it/monumenti/59/lapide-del-municipio/

Nell’aprile del 2013, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito al comune di Rufina la Medaglia di Bronzo al Merito Civile per l’opposizione al fascismo e per il sacrificio pagato con l’eccidio di Berceto, «nobile esempio di spirito di sacrificio e di amor patrio» [26].

Ogni anno, in occasione dell’anniversario dell’eccidio, l’amministrazione comunale di Rufina organizza a Berceto una commemorazione delle vittime.

Tomba delle donne di Berceto, Comune di Rufina (FI). Fonte: Giovanni Baldini, tomba delle donne di Berceto, 2005, https://memo.anpi.it/monumenti/430/tomba-delle-donne-di-berceto/

Il 4 gennaio 1945, qualche mese dopo la liberazione di Firenze, al partigiano Guglielmo Tesi venne intitolata una strada a Campi, quella che un tempo era Via delle Lame [27] e dal 1947, in suo ricordo, si organizza una corsa ciclistica, la cosiddetta Coppa Guglielmo Tesi [28]. Il suo nome compare, inoltre, sul monumento ai caduti di Campi.

Monumento ai caduti e ai deportati, Comune di Campi Bisenzio (FI) Fonte: Fulvio Conti, Monumento ai caduti e ai deportati del Comune di Campi Bisenzio, 2007, https://memo.anpi.it/monumenti/51/monumento-ai-caduti-e-ai-deportati/

Stando a recenti notizie di cronaca, a Berceto potrebbero essere effettuati presto lavori di restauro per conservare la memoria di quel luogo, come Vangelisti desiderava e come la figlia Vera ha a lungo sperato [29].

Berceto oggi (https://ecomuseomontagnafiorentina.it/siti-di-interesse/berceto/)

Note:

  1. Bernardi Renzo, Conti Fulvio, Risi Mendes, Rizzo Vincenzo (a cura di), Guglielmo Tesi nella memoria di Campi Bisenzio, Comune di Campi Bisenzio, Campi Bisenzio, [2005], pp. 30-31
  2. Ivi, p. 31
  3. Fusi, Francesco, Comunità in guerra. Valdisieve 1940-1944, Pacini, Pisa, 2024, pp. 313-314
  4. Ivi, p. 314
  5. La Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) fu una forza armata istituita dalla Repubblica Sociale Italiana l’8 dicembre 1943 con compiti di polizia interna e militare.
  6. Fusi, Francesco, Comunità in guerra. Valdisieve 1940-1944, 315-316
  7. Atlante stragi nazifasciste, Berceto, Rufina, Francesco Fusi (a cura di), https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2308 [consultato nel mese di maggio 2024]; sulla vicenda vedi anche Casalini, Giovanna, L’eccidio nazifascista di Berceto a Rufina, in Del Buffa, Roberto (a cura di), Cronache di guerra fra Arno e Sieve (1943-1944), Pagnini, Gorgonzola, 2011, pp.63-65
  8. Bernardi R., Conti F., Risi M., Rizzo V. (a cura di), Guglielmo Tesi nella memoria di Campi Bisenzio, cit., p. 37
  9. Vangelisti Lazzaro, Una vita trascorsa sotto tre regimi, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2014, p. 75
  10. Bernardi R., Conti F., Risi M, Rizzo V. (a cura di), Guglielmo Tesi nella memoria di Campi Bisenzio, 37
  11. Ivi, , p. 37
  12. Fusi, F., Comunità in guerra. Valdisieve 1940-1944, , p. 316
  13. Ivi, cit., p. 317
  14. Ivi, pp. 317-318
  15. s., “Un libro verità sulla morte di Guglielmo Tesi. La strage di Berceto dell’aprile 1944 ha avuto sorprendenti strascichi giudiziari”, in PrimaFirenze, https://primafirenze.it/altro/un-libro-verita-sulla-morte-di-guglielmo-tesi/ [consultato nel mese di giugno 2024]
  16. Fusi, F., Comunità in guerra. Valdisieve 1940-1944, 318
  17. Pinzani, Mauro, Prefazione, in L. Vangelisti, Una vita trascorsa sotto tre regimi, p. 9
  18. Fusi, F., Comunità in guerra. Valdisieve 1940-1944, 321-322
  19. Vagelisti Vera, La strage di Berceto, DEA, Firenze, 2013; Vangelisti Lazzaro, Una vita trascorsa sotto tre regimi, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2014 [1ª edizione 1979]
  20. Fusi, Francesco, Comunità in guerra. Valdisieve 1940-1944,, p. 322
  21. Vangelisti L., Una vita trascorsa sotto tre regimi, cit., p. 70
  22. Citazione di Marzia Toci del Medico, in A.s., “Un libro verità sulla morte di Guglielmo Tesi. La strage di Berceto dell’aprile 1944 ha avuto sorprendenti strascichi giudiziari”
  23. nota 61, in Fusi, F., Comunità in guerra. Valdisieve 1940-1944, p. 322
  24. Atlante stragi nazifasciste, Berceto, Rufina, Francesco Fusi (a cura di), https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2308 [consultato nel mese di maggio 2024]
  25. Ibidem
  26. Ibidem
  27. Bernardi R., Conti F., Risi M., Rizzo V. (a cura di), Guglielmo Tesi nella memoria di Campi Bisenzio, pp. 47-50
  28. Ivi, pp. 51-77
  29. Bartoletti, Leonardo, “La casa di Berceto restaurata dalla proprietà Frescobaldi”, La Nazione, 23 aprile 2023, https://www.lanazione.it/firenze/cronaca/la-casa-di-berceto-restaurata-dalla-proprieta-frescobaldi-f730c3b4 [consultato nel mese di maggio 2024]

Questo articolo è stato realizzato grazie al contributo del Consiglio regionale della Toscana nell’ambito del progetto per l’80° anniversario della Resistenza promosso e realizzato dall’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea.

Articolo scritto nel mese di luglio 2024.




LIVORNO – 11 AGOSTO 1921

Anni duri in cui non ancora decenne vidi ammazzare la gente per strada

(Giorgio Caproni, Son targato Livorno 1912, «Il Telegrafo», 16 maggio 1976)

 

Quanto avvenne l’11 agosto 1921 nel borgo livornese d’Ardenza è rimasto per lungo tempo un ricordo dagli incerti contorni, attraverso versioni e narrazioni contraddittorie. Degli stessi protagonisti era rimasta una vaga memoria, eppure quella data vide le prime due uccisioni per mano fascista a Livorno[1].

Le settimane precedenti avevano registrato anche nella provincia livornese l’inasprirsi dei conflitti – anche se di minore gravità rispetto al resto della Toscana – fra le squadre fasciste e gli abitanti dei quartieri popolari che, dall’inizio di luglio, potevano contare anche sulle squadre degli Arditi del popolo formatesi mettendo insieme ex-combattenti della Lega proletaria e lavoratori delle diverse tendenze “sovversive”: socialisti, anarchici, repubblicani, comunisti e sindacalisti.

Organizzati a livello territoriale, in ogni quartiere gli Arditi del popolo, più o meno strutturati ed armati, cercavano di assicurare la «difesa proletaria» e di rispondere alle spedizioni squadriste dei fascisti e dei nazionalisti che spadroneggiavano nel centro della città e tentavano sortite nei rioni proletari, potendo contare sulla protezione delle forze dell’ordine – militari compresi –  come era accaduto il 19 luglio in borgo Cappuccini quando dai camion avevano sparato raffiche di mitragliatrice contro le case del quartiere sovversivo.

Oltre a confermare questa reciproca collateralità, i “fatti d’Ardenza” dimostrarono come la contrapposizione, ancora prima che ideologica, fosse di classe: infatti, se da una parte, a restare sul selciato furono due lavoratori salariati, dall’altra a sparare impunemente c’era uno studente universitario, figlio dell’alta borghesia labronica. Inoltre, entrambi gli uccisi erano stati, loro malgrado, soldati durante la guerra mondiale “quindici-diciotto”, mentre il giovane omicida, animato da un malinteso patriottismo, ancora non aveva espletato il servizio militare.

LA CITTADELLA DELL’ANARCHIA

All’epoca l’Ardenza era un paese a sé stante, separato dalla città di Livorno, con un proprio Municipio, abitato da circa 4000 persone. In molti lavoravano la terra nelle estese coltivazioni agricole dell’entroterra, ma vi risiedevano anche numerosi operai. La forte attitudine “sovversiva” della comunità ardenzina aveva come principali punti di riferimento il Circolo di studi sociali situato in via del Littorale (ora via Uberto Mondolfi), fondato dall’anarchico Adolfo “Amedeo” Boschi, e il Circolo socialista. Tra gli anarchici prevaleva la tendenza “organizzatrice”, ma non mancavano gli “antiorganizzatori” facenti capo a «L’Avvenire anarchico» di Pisa. Nella sezione socialista era, invece, maggioritaria la componente massimalista ed era ospitata un’attiva sezione socialista femminile.

Inoltre, presso le due sedi, si trovavano le sezioni delle due Camere del Lavoro di Livorno – quella aderente all’USI e quella della CGdL. Invece, nel 1921, all’Ardenza non risultava presente alcuna struttura repubblicana o comunista.

Già tra il 1914 e il ’15 all’Ardenza vi era stata una forte opposizione anarco-socialista alla guerra e, in considerazione della sua peculiarità politica, vi erano una stazione dei Carabinieri, un commissariato di Polizia e una reparto di Guardie regie.

In questo contesto, quel tragico 11 agosto – mentre sull’assolato lungomare, frequentato dalla “Livorno bene” e dai villeggianti, regnava uno spensierato clima balneare – ad Ardenza Terra, attorno alle 18.30, arrivarono col tram il segretario politico del Fascio di combattimento, il ventiquattrenne Marcello Vaccari, scortato da quattro suoi camerati, con intenzioni certo non pacifiche, nonostante le diverse quanto improbabili ragioni poi addotte. Cercavano l’anarchico Luigi Filippi, ritenuto il comandante degli Arditi del popolo ardenzini e, quando furono affrontati da alcuni antifascisti che chiedevano ragione di tale provocatoria presenza, la situazione sarebbe subito degenerata in uno scambio di rivoltellate in cui Vaccari rimase lievemente ferito ad una gamba, mentre un proiettile vagante ferì ad un piede un ragazzo di 10-11 anni, Nilo Paolotti.

Considerata la notoria animosità di Marcello Vaccari, già volontario di guerra ed ex tenente dei Reparti d’assalto, è presumibile, nella più benevola delle ipotesi, che egli intendesse minacciare ritorsioni per un’annunciata iniziativa politica all’Ardenza con il “disonorevole”, Giuseppe Mingrino, deputato socialista e dirigente nazionale degli Arditi del popolo.

SANGUE SUL LUNGOMARE

A seguito di tale incidente e prevedendo una spedizione punitiva dei fascisti livornesi, i «sovversivi» ardenzini, al termine della giornata di lavoro, invece di rincasare si allertarono, predisponendo misure di vigilanza del territorio, non potendo contare sull’operato delle forze dell’ordine. In circa sessanta, fra arditi del popolo e altri antifascisti, suddivisi in gruppi, si posero a presidio delle diverse vie d’accesso alla frazione, lato terra e lato lungomare, mentre i collegamenti sarebbero stati assicurati con le biciclette.

Nel corso di tale attività preventiva, sul viale che porta ad Antignano, nei pressi dell’allora ponte Principe di Napoli (ora Tre Ponti), furono fermati e disarmati, senza ulteriori problemi, delle rispettive rivoltelle, gli avvocati Enrico Berti e Luigi Corcos. Il primo, segretario particolare di Costanzo Ciano, aveva preso parte alle azioni anti-sciopero nelle Poste nel gennaio del 1920 ed avrebbe fatto carriera sotto il fascismo, mentre il secondo, già tenente di complemento, risultava iscritto al Fascio di Livorno.

Quando però, pochi minuti dopo, venne fermato lo studente diciannovenne Tito Torelli, le cose precipitarono. Torelli infatti, riconosciuto come squadrista quale era (anch’egli in funzione anti-sciopero ed iscritto al Fascio dal 1° dicembre 1920), si rifiutò a sua volta di consegnare l’arma – una pistola sottratta al padre Giorgio, anch’esso fascista – che aveva con sé.

In uno spazio orario approssimato, fra le 22 e le 22,30, l’acceso diverbio sarebbe quindi culminato in una sparatoria conclusasi con un bilancio “asimmetrico” che vedeva il Torelli riportare appena delle escoriazioni e dall’altra parte due feriti mortalmente d’arma da fuoco, ossia Averardo Nardi e Amedeo Baldasseroni, entrambi arditi del popolo.

Averardo [all’anagrafe Avelardo] Nardi, nato il 14 ottobre 1892, secondo i giornali era un operaio (il registro ospedaliero lo segnalò invece come carrettiere), reduce della Grande guerra; abitava in via dell’Ulivo assieme al padre Augusto (dopo la perdita della madre Isolina Ristori) ed aveva un fratello, Nereo. Secondo il vice-prefetto era pregiudicato per un reato comune (di cui peraltro non si è trovata traccia) e addosso gli fu trovato un manifestino di propaganda «dell’associazione Arditi del popolo», ma nessuna arma.

Amedeo Baldasseroni, nato il 28 maggio 1886, era figlio di Pietro e Annunziata Orlandi. Capo squadra elettricista alla SELT (Società Elettrica Ligure Toscana), era coniugato con Nella Frugoli, poi deceduta nel 1935, e padre di Libera (13 anni), Libero (11 anni) e Leo (7 anni). Secondo quanto riportato nel certificato anagrafico di famiglia, aveva una sorella e tre fratelli: Ottorina, Ottorino, Nello e Anacleto. Abitava in via del Littorale (ora via U. Mondolfi) e in una foto di gruppo – scattata ad Ardenza nel 1913 – egli appare ritratto a fianco dell’anarchico Errico Malatesta e di altri compagni. Chiamato alle armi nel 1915, risultava segnalato tra i militari sovversivi. Sulla sua persona – come riportato nei verbali – furono rinvenute una copia di «Umanità Nova» e una de «L’Avvenire anarchico», ma niente armi.

I due ardenzini furono raccolti e trasportati dalla Pubblica Assistenza ai RR. Spedali Riuniti in via S. Giovanni a Livorno; nonostante le evidenze, «vennero dichiarati in arresto» e persino denunciati. Nardi sarebbe spirato l’indomani, per emorragia interna; colpito al torace «da un colpo tiratogli a brevissima distanza», con solo foro d’entrata, in corrispondenza del 7° spazio intercostale anteriore. Baldasseroni, dopo lunghe sofferenze, decedette il 3 settembre; raggiunto nella regione lombare, da un unico proiettile conficcatosi nella colonna vertebrale, con fatale lesione del midollo spinale che comunque l’avrebbe reso paralizzato, con una traiettoria inclinata obliquamente dall’alto verso il basso, tale da far presumere una colluttazione col Torelli che, secondo quanto sostenuto dagli antifascisti e dai parenti delle vittime, era forse armato con due pistole, di cui una nascosta.

I rispettivi funerali dei due ardenzini videro la partecipazione di migliaia di lavoratori in sciopero, con le bandiere rosse e nere delle diverse organizzazioni proletarie e della Società Volontaria di Soccorso, scortati dagli Arditi del popolo e vigilati da ingenti forze dell’ordine.

In base alle autopsie e alle perizie balistiche venne accertato che i due ardenzini erano stati entrambi colpiti da proiettili di piccolo calibro, compatibili col cal. 6.35 della pistola semi-automatica Browning 1906 “Baby”, sequestrata al Torelli, escludendo quindi le rivoltelle d’ordinanza e i moschetti mod. 91 in dotazione alla forza pubblica.

Nonostante ciò, grazie alla “protezione” familiare, per sei mesi il nome di Torelli – mentre rimaneva in libertà – non comparve mai sulla compiacente stampa cittadina, condizionata dal potente Costanzo Ciano, legato alla famiglia Torelli da amicizia, idee politiche e rapporti d’affari. Sul piano giudiziario, Tito Torelli sarebbe stato più volte prosciolto in istruttoria per il duplice omicidio: nel 1922 dai tribunali di Lucca e Livorno, così come nel 1945, dopo la Liberazione, da quelli di Firenze e Livorno.

Laureatosi in legge ed erede dell’attività imprenditoriale di famiglia, durante il Ventennio Torelli ottenne significative cariche di regime, a partire da quella di Vice Podestà di Livorno nell’ottobre 1933. Dopo aver preso parte alla guerra coloniale in Etiopia come capitano d’artiglieria nella Divisione Gavinana, entrò nel Direttorio dell’Associazione volontari di guerra e, a livello nazionale, fu designato componente della Federazione nazionale per il commercio d’Oltremare e consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (Corporazione dei cereali), dal 1939 al ’43.

Come quella di altri noti fascisti, la sua impunità, confermata anche dopo la Liberazione – nel generale clima della cosiddetta Amnistia Togliatti – a Livorno suscitò le proteste del CLN e delle forze antifasciste, nonché un’inutile inchiesta ministeriale che pure accertò l’irregolarità del proscioglimento; ma, soprattutto, sollevò la rabbia del “primo” antifascismo popolare che non aveva dimenticato l’assassinio di Nardi e Baldasseroni.

Nell’agosto 1946, dopo aver scontato alcuni mesi di carcerazione e un anno di confino al Sud, Torelli tornò in libertà e poté riprendere la propria attività industriale e commerciale, ma dovette trasferirsi a Firenze dove sarebbe morto nel 1991, senza poter fare ritorno a Livorno dove aveva un conto in sospeso ed ancora c’era chi ricordava un canto nato in quell’estate del 1921.

Girate per le strade di Livorno
ma nei sobborghi non potrete entrare
ci son gli arditi che vi stan dintorno
e gli ardenzini vogliono vendicare
a tradimento
sapete ammazzare

 

[1] Tra il 1921 e il 1931, oltre a Nardi e Baldasseroni, altre 16 uccisioni politiche avrebbero segnato la normalizzazione fascista: Pietro e Pilade Gigli, Piero Gemignani, Gilberto Catarzi, Filippo Filippetti, Bruno Giacomini, Oreste Romanacci, Genoveffa Pierozzi (agosto 1922); Ottorino Benedetti (Cecina, gennaio 1923); Emo Mannucci (Colognole, marzo 1923); Fortunato Nannipieri (luglio 1923); Enrico Baroni (aprile 1924); Giuseppe Piccinetti (marzo 1925); Natale Betti (novembre 1926); Ferruccio Fornaciari (ottobre 1927); Ghino Chirici (febbraio 1931).




Monte Giovi e dintorni: memorie e commemorazioni della Resistenza in provincia di Firenze

La piramide in ricordo del contributo femminile alla Resistenza In ricordo del contributo femminile alla Resistenza ed alla Costituzione dello Stato Repubblicano

Monte Giovi è un complesso montuoso situato nella provincia di Firenze, entro la dorsale appenninica di Monte Morello e Monte Senario, che separa il Mugello dal Valdarno e dalla Valdisieve. Il suo territorio è diviso tra i comuni di Pontassieve e Borgo San Lorenzo e, in misura minore, da quelli di Rufina, Vicchio e Dicomano.

Foto da Google Maps di Monte Giovi dal satellite

Il massiccio raggiunge l’altitudine maggiore nella sua cima (992 metri), ma lungo il crinale principale si trovano anche Poggio Ripaghera (914 metri) e Monte Calvana (913 metri) [1].

A dimostrazione della centralità di Monte Giovi negli eventi della Resistenza toscana, la Provincia di Firenze assieme alle Comunità montane “Montagna Fiorentina” e “Mugello” e ai comuni di Borgo San Lorenzo, Dicomano, Pontassieve e Vicchio vi hanno istituito un parco dedicato alla guerra di Liberazione chiamato, “Parco culturale della Memoria”.

Dopo l’8 settembre, giorno dell’armistizio, Monte Giovi fu uno dei luoghi dove i primi “ribelli” si aggregarono in formazioni partigiane. È qui che si costituirono alcune delle più famose brigate.

Tra la popolazione dei paesi presso Monte Giovi e coloro che parteciparono alla Resistenza si creò un legame di collaborazione. Molti, tra cui Acone, tutt’oggi luogo della memoria del Monte, offrirono rifugio, non senza ferite, come dimostrano le varie stragi nel territorio.

I partigiani ricambiarono, salvando i beni dei contadini dai sequestri che operavano i tedeschi o dall’ammasso obbligatorio che esigevano i fascisti, per poi riconsegnarli di soppiatto con la complicità dei “derubati”.

Fra i primi gruppi partigiani ci fu il “Gruppo Pontassieve” rimasto noto per la volontà di agire in totale indipendenza: i partigiani che lo costituivano non si aggregarono alle altre formazioni se non dopo il suo scioglimento. Sempre a Monte Giovi si formarono la “Faliero Pucci” e la “Spartaco Lavagnini”. Qui operarono anche la “Caiani” e la “Lanciotto Ballerini”.

Ai partigiani si unirono alcuni prigionieri di guerra russi, allora reclusi in un campo nei pressi della vetta del monte, a Tamburino, che poi avevano trovato rifugio ad Acone.

Nell’agosto del ’44 da qui partì o transitò buona parte dei partigiani che contribuirono alla battaglia di Firenze.

I tedeschi e i fascisti non restarono, però, in questi mesi, con le mani in mano. Durante la ritirata nazifascista, in vari gruppi di partigiani erano presenti anche spie e infiltrati. Il loro ruolo serviva a minare ulteriormente il rapporto tra le varie brigate e la popolazione civile, spesso vittima di ritorsioni.

Per quel che riguarda il versante pontassievese e rufinese, è bene ricordare che quel territorio, dopo l’8 settembre 1943, diventò un obiettivo di grande interesse per gli Alleati e le loro azioni aeree, essendo Pontassieve un importante snodo ferroviario e stradale, oltre ad essere sede delle Officine delle Ferrovie dello Stato. Come del resto in tutta la Toscana, i bombardamenti e le rappresaglie tedesche non mancarono, essendo stata quella toscana una terra martirizzata dalla ritirata nemica.

Monte Giovi e la sua popolazione subirono molte ferite proprio in quell’anno. A fronte del forte legame tra i partigiani e la cittadinanza, si verificarono eventi drammatici, come in molte altre zone d’Italia.

Già durante gli ultimi mesi del 1943 si erano intensificati gli scontri tra nazi-fascisti e ribelli, come dimostra il tafferuglio scoppiato a Nave di Ponte a Vico, tra Pontassieve e Rufina. Pontassieve venne inoltre presa di mira dai bombardamenti.

Nella primavera del 1944, fascisti e tedeschi avevano cercato di intercettare le formazioni partigiane tra Monte Giovi e Falterona, così come nei mesi seguenti. Nei monti del Mugello e della Valdisieve si rifugiavano molte squadre di ribelli che, via via, si andarono strutturando. Tristemente noto l’eccidio nazifascista consumatosi a Berceto (Rufina) [2][3], tappa del Sentiero della Memoria, il 17 aprile 1944. In quell’occasione, proprio durante una di queste intercettazioni, nell’incontro-scontro tra nazifascisti e partigiani, sempre per rappresaglia, furono uccise undici persone, compresi donne e bambini.

Giovanni Baldini, Monumento per la strage di Berceto, in ResistenzaToscana.it, 2 ottobre 2006

Nel frattempo, nel maggio del 1944, il movimento partigiano fiorentino fu costretto a riorganizzarsi. L’obiettivo era quello di superare il modello delle piccole formazioni autonome, per passare ad una grande formazione unica, un’unica brigata partigiana. Tale compito fu affidato dai centri dirigenti fiorentini a Aligi Barducci (“Potente”), dal 24 maggio 1944 alla guida della prima Brigata “Garibaldi”, la “Lanciotto Ballerini”. La Brigata si ricostituì proprio su Monte Giovi [4].

Anche il mese di giugno era iniziato con uno scontro tra tedeschi e partigiani, proprio sul Monte Giovi, a Monte Rotondo, presso Casa Messeri, coinvolgendo la 10° Brigata “Garibaldi”, la “Caiani”, dove morirono un partigiano e tre tedeschi. Seguirono bombardamenti degli Alleati su Pontassieve per rendere difficile ai tedeschi di raggiungere Firenze [5].

È in questo contesto che si verificò anche la triste vicenda della Pievecchia, a Pontassieve, l’8 giugno 1944, dove quattordici uomini vennero uccisi, di cui tredici fucilati durante la rappresaglia tedesca, con l’obiettivo di punire la popolazione inerme [6][7].

Pievecchia, Ok!Valdisieve

Tra il 10 e l’11 luglio 1944 si consumerà un nuovo eccidio, questa nel versante mugellano, verso Vicchio. Il mattino del 10 luglio, si presentò alla fattoria di Padulivo, a circa 6 km da Vicchio, alle pendici di Monte Giovi, un reparto di SS con circa una sessantina di uomini. La fattoria ospitava allora circa centocinquanta sfollati mentre il proprietario, Aldo Galardi, aiutava, saltuariamente, le locali formazioni partigiane.

Durante la perquisizione, i tedeschi si accorsero della mancanza di un cavallo che era stato nei giorni precedenti requisito dai partigiani. Questi furono avvertiti della presenza dei tedeschi e tesero un’imboscata poco lontano da Padulivo, quando le SS si stavano ritirando. Un tedesco venne ferito, mentre un altro morì. I tedeschi, tornati alla fattoria, arrestarono tutti coloro che trovarono, prima di appiccare il fuoco all’abitato.

Per rappresaglia, sul ponte dove avevano subito l’agguato, le SS giustiziarono, tra gli arrestati, dieci uomini e una donna; solo uno degli uomini sopravvisse. Dopo una notte di prigionia, i catturati subirono un interrogatorio e furono rilasciati, tranne quattro uomini e tre donne. Gli uomini furono portati di nuovo nel luogo dell’agguato partigiano e uccisi, mentre le donne vennero liberate [8].

In ricordo della triste vicenda è stato posto un cippo in località Padulivo nel 1994. Ogni anno, inoltre, il Comune di Vicchio con l’Anpi locale commemora l’eccidio.

Sempre sul versante mugellano, in zona Borgo San Lorenzo, villa Cerchiai, presso Sagginale, fu attaccata, verso la metà dell’agosto 1944, da alcuni tedeschi che tentarono un accerchiamento delle forze partigiane.

Nello stesso mese vi sarà la strage della famiglia Einstein , nota anche come strage di Rignano o strage del Focardo (3 agosto 1944) e la strage alle ville e fattorie di Legacciolo e di Podernovo, alla Consuma (25-26 agosto 1944), per ricordare altri tristi eventi, non troppo distanti da Monte Giovi [9].

Posteriore e ben diverso il fatto che scosse il Santuario della Madonna del Sasso, vicino a Santa Brigida, reso noto dal romanzo di Cassola, La ragazza di Bube. Il conflitto era da poco terminato, ma tra le macerie ancora ancora ben visibili, la popolazione era divisa dalla guerra civile.

Santuario del Sasso

Il 13 maggio 1945, in occasione della festa alla Madonna del Sasso, infatti, una normale giornata di preghiera e di celebrazioni religiose, sfociò nel caos. Fuori dalla chiesa, prima della funzione, il Rettore del Santuario e tre giovani, ex partigiani, si scontrarono verbalmente, a causa dei vestiti “succinti” di quest’ultimi. Nella discussione intervenne il Maresciallo dei Carabinieri Carmine Zuddas, incaricato della sorveglianza, recatosi al Sasso con la moglie e il figlio diciassettenne. La situazione degenerò: pare che alcuni abbiano tentato di disarmare il Carabiniere, dopo che questi aveva sparato un colpo in aria per ristabilire l’ordine. Stando alle testimonianze, il figlio, impugnata la pistola, avrebbe sparato in direzione di uno dei giovani, il pollivendolo Luigi Panchetti, colpendolo a morte. Le persone attorno fermarono i due uomini, il Maresciallo e il figlio, rinchiudendoli in una stanza della canonica, fino all’arrivo di alcuni partigiani, tra cui Renato Ciambri (Bube), che sparò contro il ragazzo, uccidendolo.

Vennero arrestate 10 persone, dopo le prime indagini, 7 delle quali facenti parte del Corpo Volontari della Libertà. Tutti si dichiararono colpevoli, eccetto Bube.

Il processo si tenne a Torino nel settembre 1946: alla difesa dei giovani contribuirono molti pontassievesi, con una raccolta fondi organizzata nella Casa del popolo di S. Brigida.

La dinamica non è tutt’oggi chiara, Bube si è sempre dichiarato innocente, ma l’evento è significativo di quel clima di passaggio, di tensione e di giustizia sommaria nel dopoguerra italiano. Chiunque si riteneva portatore di una giustizia, spesso in contrasto con le altre. Qualcuno giustificò l’accaduto poiché il Carabiniere era stato antipartigiano e un fascista, stando a certe voci. La vicenda stessa è caduta nell’oblio, già al tempo, complice il Partito Comunista di Pontassieve, reticente e forse -inconsciamente- desideroso di guardare al futuro nel clima di psicosi generale anticomunista, tipica degli ultimi anni Quaranta [10].

La vicenda ispirò Carlo Cassola che la raccontò nel suo romanzo, La ragazza di Bube [11], dal quale Comencini trasse la storia per farne un film. Nada Giorgi, protagonista del libro assieme al marito, non sentendosi ben rappresentata da Cassola, ha in seguito delegato a Massimo Biagioni la scrittura di un altro libro sulla vicenda (Biagioni M., Nada. La ragazza di Bube, Edizioni Polistampa, 2006) [12].

Nessuna lapide ricorda l’evento al Santuario e non vi sono commemorazioni e cerimonie ufficiali al riguardo.

Monte Giovi è rimasto invece un luogo simbolico della Resistenza locale, dove ogni anno si tiene una vera e propria festa dei Partigiani e dei Giovani. Una festa per socializzare e commemorare, come viene definita. L’evento si tiene proprio nel versante pontassievese, presso Acone, piccola frazione in collina.

Tutti gli anni, a cominciare dal 1949, il secondo fine settimana di luglio, l’ANPI della provincia di Firenze con la collaborazione delle Case del Popolo dei paesi vicini, delle Pro-loco e altre associazioni organizza una festa sulla cima del Monte. La manifestazione si articola in due giorni, il sabato dedicato ai giovani, con spettacoli e balli che durano fino a notte fonda, e la domenica, quando si tengono, invece, le commemorazioni e le orazioni ufficiali. Visto che la strada dalla Rufina è lunga ed arrivare ad Acone non è semplice, in molti campeggiano nell’abetina di Fonte alla Capra.

Nella due giorni sono anche attivi stands gastronomici, si effettua la vendita di libri tematici e altre manifestazioni che variano ogni anno [13].

 

Panel presso Acone

 

Monumento in ricordo della Resistenza ad Acone

 

La piramide in ricordo del contributo femminile alla ResistenzaIn ricordo del contributo femminile alla Resistenza ed alla Costituzione dello Stato Repubblicano

La piramide in ricordo del contributo femminile alla Resistenza
In ricordo del contributo
femminile alla Resistenza
ed alla Costituzione
dello Stato Repubblicano

 

Spiazzo ad Acone, dove si tiene-ogni anno-la Festa dei partigiani e dei giovani

 

Note:

[1] Vivi Acone! https://viviacone.it/acone/luoghi-da-visitare/monte-giovi/ [consultato nel maggio 2024]

[2] Vangelisti, Lazzaro, Una vita trascorsa sotto tre regimi, Consiglio Regionale della Toscana, Edizioni dell’Assemblea, 2014

[3] Atlante stragi nazifasciste, Berceto, Rufina, https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2308 [consultato nel mese di maggio 2024]

[4] cfr.  Fusi, Francesco, Comunità in guerra. Valdisieve 1940-1944, Pacini, Pisa, 2024, pp. 322-323

[5] cfr. Ivi, p. 322

[6] Atlante stragi nazifasciste, Pievecchia, Pontassieve, https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2400 [consultato nel mese di maggio 2024]

[7] cfr. Biagioni, Massimo, Achtung! Banditen! L’eccidio di Pievecchia a Pontassieve, Polistampa, Firenze, 2008

[8]Atlante stragi nazifasciste, Ponte a Vicchio e Strada Padulivo-Vicchio, https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2412  [consultato nel mese di maggio 2024]

[9] Atlante stragi nazifasciste, Consuma, Pelago, https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2371 [consultato nel mese di maggio 2024]

[10] Mazzoni, Dania, Attraverso la bufera. Pontassieve fra guerra, Resistenza e ricostruzione (1943-1948), Comune di Pontassieve, 1990, pp. 142-144

[11] Cassola, Carlo, La ragazza di Bube, Einaudi, Torino, 1960

[12] Biagioni M., Nada. La ragazza di Bube, Edizioni Polistampa, Firenze, 2006

[13] Baldini, Giovanni, Monte Giovi, ResistenzaToscana.it, (9 gennaio 2004), https://resistenzatoscana.org/storie/monte_giovi/ ]

 

Questo articolo è stato realizzato grazie al contributo del Consiglio regionale della Toscana nell’ambito del progetto per l’80° anniversario della Resistenza promosso e realizzato dall’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea.

Articolo pubblicato nel luglio 2024.




Storia, memoria, cambiamento.

Identità. Tradizione. Su questi due lemmi molta parte del dibattito, tanto pubblico quanto divulgativo, ha ruotato negli ultimi anni, rivelando le molteplici angolature di questi lemmi. L’”identità italiana”, ad esempio, sulla cui più o meno validata esistenza è stato incentrata negli ultimi mesi una fitta discussione. Altri utilizzi suggeriscono una maggior attinenza con le posizioni liberal sui diritti civili: si pensi a “identità queer” o all’ “identità/carriera alias”, che alcuni istituti e università stanno introducendo per venire incontro alle esigenze psicologiche di chi affronta un percorso di transizione di genere. Similmente “tradizione”, che pur suggerisce una certa vicinanza con alcuni temi sostenuti dall’attuale maggioranza, può incontrare altri impieghi, che abbiamo visto, ad esempio, in azione nella polemica sulle sospensioni alle attività didattiche decise dall’Istituto comprensivo di Pioltello (Milano).

È con un abusato politptoto, dunque, che potremmo definire i due termini “identitari” per i nostri anni. E dalla loro analisi epistemologica e storiografica traeva le sue prime mosse Laerte Mulinacci quando, alcuni mesi fa, sistematizzava alcuni risultati del lavoro di dottorato nel contributo “La città dei mestieri. Educazione al patrimonio e comunità di pratica” (adesso in Heritage Education Tecnologie, patrimonio immateriale, paesaggio e sostenibilità, a cura di M. Muscarà et alii, Pisa, Ets, 2024). Primariamente affrontato era il concetto di identità:

Considero questo aspetto di grande attualità visto l’utilizzo disinvolto che si fa di questo termine in politica, nella società civile come anche a scuola. Al termine identità, spesso, vengono affiancati riferimenti storici o memoriali senza badare troppo alla contestualizzazione ed operando un’operazione di selezione che può risultare anche mistificatoria. A tal proposito si veda il dilagare della pseudo-storia o della deformazione del dato storico per finalità squisitamente politiche o propagandistiche e tutte le ricadute che hanno anche sul vivere e sentire quotidiano (Mulinacci 2024, p. 171).

Similmente, “tradizione”

subisce sempre più frequentemente un sovra-utilizzo se non proprio un abuso del concetto stesso, anche in questo caso nella sua accezione giustificativa: un passato che è sempre stato così (ibidem).

Laerte, che in questi giorni avrebbe compiuto 39 anni, ci è stato strappato troppo presto da un incidente stradale avvenuto nella sua Siena, il 28 Gennaio 2024. Il suo lavoro di tesi, incentrato sulle comunità di pratiche che si avvicendano nel Palio cittadino, è rimasto incompiuto.

Tuttavia, queste sue notazioni sui concetti di tradizione e identità affrontano alcuni dilemmi cruciali per il lavoro storico e storico-educativo. Innanzitutto, decostruiscono e storicizzano i due lemmi nell’ambito di un “patrimonio culturale immateriale” qualificato come inclusivo, rappresentativo e vivo: tratti evidenti nell’esperienza dell’associazione senese “Città dei mestieri” che dal 2019 offre gratuitamente corsi in calligrafia, sartoria, storia del costume e arte del marmo. Un lavoro che fluidifica le gabbie in cui abitualmente è rinchiusa la memoria, per rivelare quel che è davvero: sostanza viva, capace di attivare e sostenere un cambiamento condiviso a livello comunitario e territoriale.

In secondo luogo, perché quelle di Laerte sono riflessioni che colgono alcuni dei temi epistemologici con cui la storiografia deve sapersi confrontare, e che la qualificano rispetto alla memoria: l’analisi dei silenzi. I silenzi che, innanzitutto, si annidano nei temi e negli argomenti che per decenni e per secoli non sono stati significati dall’opinione pubblica e dalla ricerca accademica: si pensi ad esempio alle storie di vita, la cui rilevanza come fonte storica è adesso pienamente riconosciuta, ma solo dopo decenni di discussioni spesso aspre e accese. Ma vi sono anche altri silenzi, più sottili. Sono quelli che si annidano nelle parole, in ciò che celano mostrando: e torniamo qui al concetto di tradizione, al «passato che è sempre stato così» e le cui vicissitudini, invece, riposano nelle pieghe dello stesso lemma.

È un adagio ampiamente ricorrente quello con cui Benedetto Croce, nel 1909, definisce ogni storia una storia contemporanea. I nostri lavori sono quanto di più lontano Croce avrebbe immaginato per ricerca storiografica. E tuttavia, al di là dei decenni e dei paradigmi culturali, permane un nocciolo comune: quello per cui ogni vera questione storiografica è tale in quanto scandaglia il passato per affrontare le inquietudini del tempo presente, offrendo loro, se possibile, una risposta.

 

 

Laerte Mulinacci (1985-2024), dopo gli studi in Storia compiuti presso l’Università di Siena, si è iscritto al Corso di Dottorato in Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università degli studi di Firenze, partecipando ai lavori della Commissione “Comunicazione, Public Engagement e Terzo Settore” del dipartimento Forlilpsi. Ha collaborato al progetto PRIN 2017-2020 “School Memories between Social Perception and Collective Representation (Italy, 1861-2001)” realizzando numerose schede per il portale www.memoriascolastica.it , adesso raccolte anche in G. Bandini e S. Oliviero (a cura di), Memorie Educative in Video. Volume 2, Firenze, Fupress, 2022.

Chiara Martinelli è docente a contratto in Storia dell’educazione presso il dipartimento Forlilpsi dell’Università degli studi di Firenze, dove collabora con il Laboratorio di Public History of Education. Membro del consiglio direttivo dell’Istituto storico per la Resistenza di Pistoia, collabora con la segreteria editoriale di “Rivista di storia dell’educazione” ed è nel comitato editoriale di “Farestoria”. Tra le sue pubblicazioni, segnaliamo “Educare alla tecnica. Istituti tecnici e professionali alla “Giornata della Tecnica” (McGrawHill, 2023).

Articolo pubblicato nel luglio 2024.




Giovanni Martelli: storia di un antifascista livornese

Il 21 gennaio 1944, Giovanni Martelli e Otello Frangioni si erano recati alla Casa Manna, un luogo di ritrovo per gli antifascisti comunisti livornesi e situato in via Trieste, col fine di prender parte a una riunione. Il punto di ritrovo era però fissato in un altro luogo e, visto che nessuno si presentò all’appuntamento, Frangioni e Martelli si recarono alla Casa Manna. Una volta entrati, caddero in una trappola, perché ad attenderli vi era un commando unificato composto da ufficiali tedeschi, repubblichini e questori.
Il terzo arresto mette a dura prova l’animo di Martelli e lo segna nel profondo perché i rischi che poteva correre erano maggiori del passato. Viene arrestato perché le autorità fasciste identificavano in lui il «filo conduttore» col movimento di liberazione e l’esponente ideale da cui trarre informazioni sulle formazioni partigiane della Brigata Garibaldi[1]. In quei giorni viene ripetutamente interrogato dal questore Moraglia, dal capitano della polizia Porquier, dai marescialli Marchesi e Artieri[2].
Martelli continua a negare qualsiasi coinvolgimento o relazione con gli altri membri della Resistenza livornese, afferma che non sapeva niente sui manifesti della propaganda partigiana e sui volantini del movimento di liberazione. Martelli ricorda il suo terzo interrogatorio con le seguenti parole:

«[…] A domanda risposi: io, nella mia prima giovinezza mi ero interessato di politica, ma soprattutto in seguito ai due arresti ed alla condanna cui fui sottoposto, nonché per l’essermi trovato in luogo di capofamiglia, non mi era interessato più di nulla. Da allora a quel momento, aggiunsi, c’era anche l’esperienza dell’Africa Orientale e, immediatamente dopo la vita di fabbrica come operaio specializzato, alla qualcosa tenevo al di sopra di tutto. Citai la esperienza del cantiere Orlando, […] e, infine, la esperienza alla Moto Fides. Le domande che attorno a queste risposte mi furono date furono sempre pronunciate dal tenente Purchié e dall’agente repubblicano Hippert. Sia l’Altieri come il Marchesi, non solo non mi fecero mai domande ma mai si opposero alle mie risposte. E, sia chiaro, solo loro due potevano farlo! Questo comportamento mi fu di grande conforto e non mancai di riferirlo a chi, dopo di me, doveva passare sotto quel “torchio”. Ciò che soprattutto poteva incutere maggiore timore, cosa che io stesso subii, era che a quell’interrogatorio erano sempre presenti uno o due rappresentanti della “Gestapo” e, spesso, erano loro a suggerire domande […]»[3]

Alla domanda posta dalle autorità repubblichine sul perché non fosse fascista, lui risponde con fermezza dicendo che non lo era e che non lo sarebbe mai stato, perché si definiva come eticamente diverso da loro. Nel periodo della terza detenzione presso il carcere Don Bosco di Pisa conosce esponenti di spicco della Resistenza locale e ebbe degli scambi epistolari con alcuni di questi, come Fortunato Garzelli e Oberdan Chiesa[4]. Purtroppo, venne a conoscenza di una tragica notizia, ovvero che un mese prima erano stati catturati all’Ardenza tutti i frequentatori della Casa Manna, come Vasco Iacoponi, Corrado Faiani e lo stesso Oberdan Chiesa[5]. Prima condividevano le celle in comune con altri, ma con l’arresto di Frangioni e di Martelli vennero messi in celle di isolamento.
Chiesa ebbe degli scambi epistolari con Martelli e gli chiese quale fosse la sua posizione, aveva un brutto presentimento e temeva per la sua vita. Quando Martelli cercò di inviare un biglietto di risposta, venne a conoscenza che Chiesa era stato fucilato. I due si erano incontrati due mesi prima a Cevoli, perché quest’ultimo attendeva Chiesa per l’invio di materiali col fine di realizzare dei documenti falsi. La scomparsa di Chiesa ebbe «l’effetto di una doccia fredda sull’intero gruppo e richiamò alla mente di ognuno la realtà del momento» che stavano vivendo[6].
Il 12 febbraio per ordine del prefetto Fac-Duelle viene messo in isolamento e conosce di nuovo la dura vita nel carcere fascista, soffre la fame, la sete, il freddo, la solitudine, la paura di non potercela fare. L’esperienza di Modena lasciò un segno indelebile, soprattutto per le condizioni in cui viveva: predominava una sensazione di insicurezza, perché spesso venivano prelevati alcuni prigionieri da parte dei nazisti e dei repubblichini per fucilarli[7]. Alle azioni di sabotaggio della Resistenza corrispondevano spesso queste rappresaglie nelle carceri.
Quattro mesi dopo viene trasferito nel carcere Sant’Eufemia di Modena e tenta una fuga durante il bombardamento dell’11 giugno. Il giorno successivo viene chiamato per un presunto interrogatorio, ma Martelli teme di non far ritorno. Al suo ingresso nella stanza dell’interrogatorio si trova davanti due marescialli tedeschi, i quali gli chiedono di spogliarsi per effettuare una valutazione delle sua condizioni fisiche. Molti detenuti e rivali politici venivano sottoposti a queste fittizie valutazioni che servivano per “attestare” l’idoneità fisica dell’individuo. È facile intuire che qualora una persona fosse risultata debole, malata o anziana, veniva mandata in Germania con la scusa fittizia che sarebbero stati inseriti in nuovi contesti lavorativi. In realtà venivano spediti nei campi di concentramento.
Nella medesima occasione, un capitano delle brigate nere gli promette che, in caso avesse preso parte a delle opere di volontariato, sarebbe stato scarcerato. Molti aderirono all’iniziativa perché ciò avrebbe permesso ai detenuti di uscire dal carcere e di raggiungere le altre formazioni partigiane attive nel modenese. Martelli rifiuta la proposta perché non lo convince, non si fida delle promesse dei repubblichini.
Nell’ultima settimana di luglio, i nazifascisti realizzano degli attacchi contro la Repubblica partigiana di Montefiorino, a cui i gappisti della sessantacinquesima Brigata “Walter Tabacchi” rispondono con diversi attacchi contro gli automezzi e le strutture delle forze di occupazione tedesche. Nella tarda mattinata del 30 luglio i militari del Rustungskommando di Bologna ricevono la notizia dell’ennesimo attentato nel centro storico di Modena, dove è detenuto Martelli: nel primo pomeriggio una delegazione parte dalla città felsinea e raggiunge la Ghirlandina. Convocate le autorità̀ civili e militari della RSI, i soldati del Rustungskommando invocano una rappresaglia esemplare. In un primo momento propongono di rastrellare venti persone da catturare nei caffè del centro storico e di fucilarle in Piazza Grande, ma le obiezioni di alcuni fascisti li convincono a desistere. Dopo una breve discussione, i tedeschi accettano che gli ostaggi siano prelevati dalle carceri di Sant’Eufemia, ma impongono di eseguire la missione nel più breve tempo possibile poiché vogliono tornare a Bologna per cena. Mentre i venti detenuti scelti per la strage vengono incolonnati e fatti uscire dalla prigione, suona l’allarme aereo e i modenesi affollano il rifugio di Piazza Grande. Sul selciato, il plotone d’esecuzione fa distendere le vittime sul ventre formando due file e tutti vengono uccisi con dei colpi alla nuca. Dopo il cessato allarme, la popolazione della città resta inorridita dal macabro spettacolo della piazza: i venti corpi inerti vengono lasciati sul selciato per quasi ventiquattro ore, poi un autocarro li trasporta al cimitero di San Cataldo.
La paura di non poter tornare a casa si materializza per Martelli: i prossimi che verranno condannati a morte sono proprio i detenuti antifascisti toscani. Sulla base di ciò che accadeva fuori dalle mura di Sant’Eufemia, ognuno poteva avere le ore contate. Molte persone che aveva conosciuto in quel periodo erano già morte per fucilazione o per impiccagione. La speranza di rivedere la sua amata Livorno si affievolisce, così tanto che sostiene:

«noi tutti fondavamo la nostra speranza sul fatto che i nostri verbali fossero rimasti a Livorno, per mio conto ciò voleva dire fino ad un certo punto, poiché io ero negativo, ma così non era per altri compagni, che in seguito a prove schiaccianti o accuse, o per non aver saputo resistere all’interrogatori avevano dovuto ammettere qualche cosa. Un giorno fummo di nuovo chiamati ed interrogati, insistemmo sull’atteggiamento assunto al primo interrogatorio e questa volta – ormai delusi delle volte precedenti – che non credevamo più a nessuna possibilità di uscirne, fu proprio la volta decisiva […]».[8]

Alla fine di agosto, Martelli viene scarcerato insieme ad altri compagni di Partito come Otello Frangioni ed è proprio a Otello che dedica la sua Autobiografia, proprio perché con lui ha «condiviso la vita nel partito subendo insieme rischi ed arresti»[9]. Di quel periodo così difficile, Martelli racconta:

«[…] Dopo alcuni giorni da quel triste episodio [dell’uccisione dei venti detenuti del Carcere di Sant’Eufemia] fu inviato al carcere, per interrogarci, un giudice istruttore. Uno alla volta fummo tutti interrogati e tenuto conto che quel giudice non aveva nulla in mano, in quanto i documenti istruttori erano rimasti al di là del fronte, fu relativamente facile a tutti a confermare le dichiarazioni già fatte e, chi si era troppo esposto, a rettificare la propria posizione. Capimmo di lì a pochi giorni che quel giudice era stato inviato dal Prefetto Repubblichino (credo di chiamasse De Santis), il quale era in rapporti con il Cnl.
Fu veramente la volta buona: a fine settembre – così mi sembra ricordare – fummo invitati tutti ad uscire con gli indumenti personali. Ci fu chiaramente detto che eravamo liberi. L’unico che rimase, per uscire dopo un mese circa, fu Vasco
Iacoponi. Una volta in libertà io fui incaricato dai compagni, eravamo tutti alloggiati in un grande albergo di Modena, di recarmi in una segheria nei dintorni di Modena dove conobbi il Baroni che era stato al confino con Vasco, il quale mi consegnò i documenti falsi, naturalmente repubblichini, con i quali avremmo dovuto viaggiare nei territori occupati […]»[10].

Il 5 settembre 1944, lui e Otello Frangioni tornarono a Livorno, a seguito di un lungo viaggio per l’Emilia-Romagna e dopo aver attraversato le zone di Vergato e di Marzabotto. Dovettero superare i campi minati, evitare le pattuglie e i rastrellamenti. Il rientro a Livorno non fu facile, ma Martelli riuscì a tener fede all’obiettivo: tornare a casa. Livorno era stata liberata il 19 luglio e il loro rientro venne consacrato con una festa all’interno della Federazione comunista livornese.
Il nuovo Segretario era Aramis Guelfi, che assegnò Martelli alla Federazione di Pisa col compito di dirigere le attività dell’organizzazione sindacale Federterra. Pisa resterà un luogo caro a Martelli, perché proprio lì aveva avuto origine il suo percorso di resistenza attiva al nazifascismo e lì aveva pianificato le attività dei Nuclei del Fronte Nazionale di Liberazione in Toscana. Inizialmente, crede che col suo incarico possa entrare più in contatto con l’anima di quei luoghi che conosceva bene. In realtà, già nei primi mesi del 1945 lascia la mansione perché «non [lo] entusiasmava»[11]. In compenso, viene incaricato della propaganda presso la redazione del bollettino della Federazione. Martelli nella Nota autobiografica del 1987 si lascia ad una confessione, in cui afferma:

«[…] Tutti quegli incarichi, tuttavia, rappresentavano per noi le prime esperienze di vita legale del partito per cui non mancavano, da parte di ognuno di noi, comportamenti tutt’altro che idonei alle responsabilità che ci erano state affidate […]»[12].

Effettivamente, Martelli all’epoca ha 32 anni e conosce ben poco la vita di partito, forse non l’ha nemmeno sperimentata fino in fondo. Martelli ha lavorato in ambito propagandistico e nel contesto della lotta armata al nazifascismo, ma sapeva ben poco di politica. La ridefinizione e il ripristino delle istituzioni democratiche sarà un problema che in realtà coinvolgerà tutto il Paese, la vita politica, le istituzioni pubbliche, i civili.
Dopo la liberazione, Aramis Guelfi venne trasferito alla Federazione comunista di Taranto e poi di Lecce, e Ilio Barontini successe alla guida della Federazione livornese. Martelli diventò Vicesegretario nel periodo in cui Ilio Barontini entrò a far parte prima della Consulta e poi della Costituente.
Negli anni successivi, Martelli diventerà una figura di spicco nell’ambito sindacale e svolgerà una serie di impieghi che lo porteranno lontano da Livorno per diversi anni. Diventerà segretario delle Federazioni comuniste di Treviso e di Carrara, poi svolgerà degli impieghi presso la FIOM (Federazione Impiegati Operai Metallurgici) e la CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro). Rientrerà nella città labronica solo negli anni Sessanta, anni in cui verrà nominato come presidente della Commissione di Controllo del PCI locale e come Presidente del Bacino del Carenaggio[13]. Martelli è morto il 22 ottobre 1992 a Livorno.

Conclusioni.

Da decenni la storiografia sta producendo numerose monografie sulle vite degli antifascisti e sulle esperienze di lotta durante la Resistenza (1943-1945), col fine di esaminare complessivamente i valori condivisi e le azioni compiute dai gruppi antifascisti. Allo stesso modo, questo elaborato ha cercato di esaminare i valori di un uomo molto attivo nella resistenza toscana e livornese. Il tema è quindi importante per ricostruire le storie e le figure di chi si è fatto testimone di libertà in un periodo segnato dalla violenza e dall’autoritarismo.

Nello sviluppo dell’elaborato, una domanda è emersa: come si potrebbe descrivere l’esperienza politica di Giovanni Martelli?

L’esperienza politica di Martelli ricorda le esperienze di tanti altri militanti attivi nel periodo della Resistenza all’occupazione nazifascista, in cui questa lotta ha rappresentato un punto di svolta e una chiave di lettura per il futuro repubblicano e democratico del Paese. Per Martelli, la verità è stata rivoluzionaria e ha sempre fatto riferimento a questo valore in qualunque sua battaglia, nelle fabbriche, nella sua città, a livello nazionale. La storia di Martelli è la storia di un uomo resiliente, che ha saputo adattare i suoi ideali davanti a qualsiasi difficoltà o situazione storica; di un militante determinato e fedele agli ideali del Partito; di un sindacalista che poneva le questioni operaie e sociali al centro di qualsiasi analisi sulla realtà circostante.

L’analisi ha evidenziato quanto sia difficile saper racchiudere le esperienze di vita e di militanza politica in poche semplici parole. Ogni storia, seppur piccola, può esser densa di sfumature ed un caso emblematico è proprio quello della vita di Martelli.

Le problematiche emerse nello sviluppo dell’elaborato possono esser riscontrate consultando le fonti utilizzate. Metter insieme di documenti così personali e all’apparenza scollegati ha significato entrare in contatto con dei materiali biografici vivi, che non hanno delle vere e proprie controparti, ovvero: non ci sono dei documenti da confrontare con quanto racconta lo stesso Martelli. Le fonti consultate sono principalmente fonti primarie, arricchite da ricerche realizzate personalmente sui destinatari dei documenti o sui contenuti.

L’augurio da fare per un futuro è che la storiografia possa approfondire maggiormente le biografie di quegli uomini e di quelle donne che hanno apportato notevoli contributi alla causa dell’antifascismo e della Resistenza, col fine di poter comprendere maggiormente quali sono stati quei valori e quelle speranze che hanno permesso la nascita della Repubblica italiana e della Costituzione.

NOTE

1 Martelli G., Autobiografia, cit., p. 10.
2 Martelli conosceva bene il capitano della polizia Luigi Porquier (alias Porchié) perché, come racconta nella Nota autobiografica, era quel ragazzo che aveva percosso nel 1928 durante i corsi premilitari. Dopo le percosse che dette a Porchié, venne mandato al commando di polizia (all’epoca in via Cairoli), dove successivamente venne sottoposto a un interrogatorio e radunato con altri in via Ippolito Nievo. Dopo i rituali di circostanza, venne invitato ad uscire ed espulso per indegnità. Per fortuna, Porchié non lo riconosce durante la terza cattura di Martelli.
3 Allo stesso modo, Martelli conosce anche il brigadiere Marchesi perché è sempre stato presente ai suoi interrogatori, ma lo definisce comunque come una brava persona. L’impressione di Martelli sul brigadiere Marchesi viene descritta anche nel testo: Tredici M., L’inchiesta, la spia, il compromesso, cit., p. 354.
4 Fortunato Garzelli (1902-1944): nasce in una famiglia proletaria e si trasferisce a Livorno perché lavora come aiuto macchinista presso le Ferrovie dello Stato. Aderisce al Partito Comunista e nel 1933 subisce i primi fermi, arresti e perquisizioni. Nel 1941 costituisce il primo Fronte nazionale antifascista ed è membro della Concentrazione antifascista, poi diventato CLN di Livorno. Muore a pochi giorni dalla liberazione di Livorno mentre guida una pattuglia partigiana nei pressi di Quercianella (una frazione di Livorno), in uno scontro a fuoco avvenuto con i tedeschi il 15 luglio del 1944.
Oberdan Chiesa (1911-1944): nasce in una famiglia liberale e aderisce al Partito Comunista. Ben presto viene schedato dall’OVRA e definito come pericoloso antifascista. Negli anni Trenta, vive per un breve in Francia e partecipa alla Guerra Civile spagnola. Al suo rientro viene nuovamente arrestato e liberato in vista dell’8 settembre. Successivamente prende parte alle formazioni partigiane nell’entroterra livornese, ma viene arrestato il 22 dicembre del 1943 e trasferito al carcere Don Bosco di Pisa. Da quell’arresto non vi farà più ritorno, viene infatti fucilato a Rosignano Solvay (LI) il 29 gennaio 1944. Per un approfondimento sul tema, vedi: Brunetti G., Oberdan Chiesa: un uomo, una vittima, un mito. Pisa: Edizioni ETS, 2022.
5 L’Ardenza è un quartiere periferico situato a sud del comune di Livorno.
6 Tredici M., L’inchiesta, la spia, il compromesso, cit., p. 355.
7 Ivi, p. 357.
8 Martelli G., Autobiografia, cit., p. 12.
9 Martelli G., Autobiografia, cit., p. 12.
10 Ibidem.
11 Id, Nota autobiografica riferita al “dopo Liberazione”, marzo 1987, p. 2.
12 Ibidem.
13 Quando viene nominato Presidente del Bacino del Carenaggio, Martelli mostra delle doti manageriali che fino ad allora non era riuscito a sperimentare, contribuendo alla costruzione della Lips (la Società addetta alla progettazione e commercializzazione di eliche e alberi di trasmissione nel campo navale) e della piattaforma Sincrolift (una piattaforma della Darsena Morosini). Lasciò la Presidenza nel 1979, perché a lui successe Nelusco Giachini.

Articolo pubblicato nel giugno 2024.