Le parallele convergenze livornesi. Pci e Dc nella lunga giunta Diaz (1944-1954)

Tra il 29 luglio 1944 e il 1° dicembre 1954 le giunte comunali di Livorno furono guidate ininterrottamente dal comunista Furio Diaz. Si tratta di una lunga esperienza amministrativa che presenta un elemento di forte peculiarità nella collaborazione e nell’intesa di governo tra comunisti e cattolici ben oltre la rottura dell’alleanza antifascista avvenuta a livello nazionale nel maggio 1947. L’alleanza di governo tra Pci e Dc si prolungò infatti per tutta la prima legislatura fino al 1951, avendo un suo corollario significativo fino al dicembre 1953, data in cui cessò l’atteggiamento di opposizione costruttiva fino ad allora assunto dai democristiani. Passaggi talmente significativi da aver assunto col tempo, nel sistema commemorativo cittadino, le sembianze di mito fondativo nella costruzione etico-identitaria della Livorno postbellica. La valenza simbolica di quegli eventi ha finito così per sminuire in parte, nella percezione pubblica, la complessità di un contesto contraddittorio come quello della Livorno di quegli anni.

222 equipaggio di mas inglese

Soldati Inglesi tra le macerie di Livorno (Collezione Sandonnini, Istoreco Livorno)

Con gli Alleati: una città “sotto tutela”
L’analisi del rapporto tra cattolici e sinistre livornesi nel periodo delle giunte unitarie deve in primo luogo tener conto della morfologia dei centri di governo e di potere del territorio. Poiché a limitare e condizionare la capacità di governo della giunta intervennero molti fattori. A partire dall’arrivo degli Alleati (19 luglio 1944), infatti, su Livorno si concentrarono una serie di interessi – primariamente bellici e poi politici – che di fatto dilazionarono, attraverso una lunga e contraddittoria fase di transizione, il passaggio ad un effettivo stato di pace. La presenza militare alleata, che si protrasse fino al dicembre 1947, significò per la città anche una serie di enormi problemi di ordine pubblico che si andarono ad assommare ai disastri materiali e psicologici prodotti dalla guerra.

D’altra parte il governo militare degli Alleati (Allied Military Government, Amg) pretese subito di stabilire il «completo controllo» sull’amministrazione per i superiori interessi di guerra legati alla strategicità assunta dal porto di Livorno sul fronte mediterraneo. Diaz, che non senza difficoltà il maggiore E.N. Holmgreen aveva accettato come sindaco su proposta del Cln e dopo la rinuncia di Giorgio Stoppa, sapeva di essere un primo cittadino “sotto tutela” e che il primo obiettivo alleato era quello di «organizzare una complessa rete di attività non militari al solo scopo di difendere i vantaggi militari acquisiti».

Le istruzioni di Togliatti: alleanze obbligate
In più, nella città simbolo del Partito comunista, le prime impronte di guerra fredda complicarono il quadro dei rapporti tra forze alleate, Cln, apparati di governo, partiti politici e Chiesa cattolica in un succedersi di raffinate tattiche ideologiche. Dietro i compromessi e le convergenze tra comunisti e cattolici, si celavano spesso le doppiezze e le ambiguità di una battaglia politica di cui la giunta livornese era solo una pedina di uno scacchiere ben più complesso. In questo senso è davvero emblematico un documento del 27 ottobre 1944. A meno di tre mesi della formazione della giunta espressione del Cln, il segretario del Pci Palmiro Togliatti inviò delle lapidarie «istruzioni» al sindaco di Livorno: «Non intralciare il lavoro dell’AMG; Mantenere buoni rapporti con la Dc; Non fare mostra di sentimento anticlericale e rassicurare i cattolici sulla libertà di culto».

PWArchiviofotograficoPCI

Diaz, secondo da sinistra, ad un’iniziativa del Pci livornese (Collezione Sandonnini, Istoreco Livorno)

Il documento offre chiare informazioni non solo sulle strategie del Partito comunista, ma anche su quelle degli Alleati. Come riporta Roger Absalom, infatti, le direttive del segretario generale del Pci al sindaco di Livorno furono intercettate dall’Office of Strategic Services (Oss), il Servizio americano di informazioni politiche e militari, a conferma di una preoccupazione anticomunista che già in quella fase si era scatenata tra le forze alleate. Tanto che nei rapporti dei servizi segreti americani si paventava perfino l’esistenza di una linea diretta Mosca-Livorno: gli alleati erano dunque «particolarmente sensibili al “pericolo rosso” rappresentato dai livornesi tradizionalmente radical-rivoluzionari» in una città che era divenuta punto nevralgico del sistema logistico di una guerra ancora in corso.

In questo quadro la strategia togliattiana, condivisa da Diaz, ebbe non poche difficoltà ad essere perseguita. La necessità politica di mantenere «buoni rapporti con la Dc» si scontrava spesso con la linea non sempre conciliante espressa dalla Federazione comunista livornese. Mantenere una linea di equilibrio tra opposte tendenze e coinvolgere la base del partito nelle battaglie della giunta unitaria si rivelò spesso per Diaz un compito improbo. Complicazioni che emergono con chiarezza, ad esempio, nella lettera che il sindaco inviò alla segreteria della Federazione livornese del Pci il 9 maggio 1947: «Cari compagni, devo richiamare con maggiore energia la vostra attenzione sulle deficienze che si verificano nell’opera del Partito per fiancheggiare e sorreggere l’amministrazione comunale da noi diretta».

Picc_AngBd

Il vescovo Piccioni e don Roberto Angeli nel 1951 (Archivio Centro Studi Roberto Angeli)

La debole Dc: interviene De Gasperi…
Sul fronte opposto, la partecipazione alla giunta unitaria dei democristiani si inseriva in un quadro complesso caratterizzato da molte contraddizioni. Basti ricordare che la Dc locale era nata formalmente solo tre giorni dopo la liberazione di Livorno (22 luglio 1944) e che la partecipazione dei cattolici alla Resistenza era stata garantita esclusivamente dal movimento cristiano-sociale, fondato da don Roberto Angeli già nel 1942, i cui membri entrarono nel Cln livornese dal 9 settembre 1943. A questo proposito è significativa la ricostruzione fatta da Carlo Lulli, storico direttore del “Telegrafo”, sulla formazione della prima giunta unitaria del 29 luglio 1944: l’allora impiegato dalla segreteria del Cln ha sostenuto che negli intensi colloqui di quelle ore con il Commissario provinciale alleato John F. Laboon per la formazione della giunta «si scoprì che in città non c’erano rappresentanti della Democrazia cristiana» e allora si organizzarono «delle ricerche affannosissime per trovare delle persone cristiano-sociali» che fossero disposte a diventare «democristiane per aderire, anche su scala livornese, a quello che era il quadro nazionale».

Questa situazione generò enormi malumori tra i cristiano-sociali, il cui credo politico era una aperta risposta progressista alla Dc dei conservatori. La “battaglia” tra cristiano-sociali e democristiani livornesi raggiunse un livello tale che solo l’intervento perentorio di De Gasperi poté risolverla e non senza strascichi polemici tra le divergenti anime del cattolicesimo livornese. L’opposizione del Cln all’entrata nel comitato degli esponenti Dc, costrinse infatti il segretario nazionale democristiano a scrivere il 20 settembre 1944 una dura lettera al presidente Ruelle, chiedendo testualmente che si mettesse termine alla «deplorevole scissione» tra i cattolici e che si superasse «l’anomalia» del Cln livornese. La Dc, diceva De Gasperi, doveva essere accettata dal Cln livornese per «adeguarsi al quadro nazionale».

FidesBd

Il settimanale diocesano di Livorno “Fides”

Un cacciucco alla livornese?
Questo complesso di concause portò ad una situazione di estrema debolezza organizzativa del partito e allo scarso appeal dei suoi esponenti sulla base cattolica. Nel primo riassunto statistico dei tesserati che la segreteria De Gasperi elaborò nel 1945, lo Scudo crociato livornese era di gran lunga all’ultimo posto in Toscana per numero di sezioni (appena 10) e tesserati (1000, di cui solo 63 donne). A questo si assommava la litigiosità dei suoi vertici locali e la scarsa considerazione che essi godevano tra le gerarchie ecclesiastiche livornesi: nella relazione che don Angeli, delegato vescovile di Azione cattolica, inviava ai vertici nazionali scriveva che «l’inferiorità numerica della Dc» rispetto al Pci era «aggravata da una notevole mancanza di dirigenti capaci», da cui seguiva «un indirizzo fiacco e inconcludente, più orientato al quieto vivere che all’affermazione di un’idea».

In questo quadro il giudizio della Chiesa livornese sulla collaborazione istituzionale nella giunta non differiva dalla linea espressa da Pio XII: è noto infatti che la via della collaborazione tra cattolici, comunisti e socialisti dell’immediato dopoguerra era stata una parentesi a cui la Santa Sede aveva guardato «con estremo sospetto e che subì di malavoglia». In un articolo durissimo scritto dal direttore del settimanale diocesano «Fides» dopo la formazione della nuova giunta unitaria e il quasi plebiscito ottenuto dai comunisti alle amministrative del novembre 1946, si diceva che i comunisti si erano assicurati una «nuova brillante vittoria tattica», poiché avevano in mano la giunta senza avere oppositori in consiglio comunale. I democristiani, definiti spregiativamente «collaborazionisti», «abbacinati dall’idea di “servire il popolo” non hanno capito che il miglior mezzo per servirlo era quello di controllare l’Amministrazione socialcomunista, e non di avallarla: di difendere la democrazia e non di partecipare ai suoi funerali: di rispettare la volontà popolare e non di affogarla in un indefinibile… cacciucco alla livornese».

La tenuta istituzionale della giunta di espressione ciellenistica fu dunque messa a seria prova dalla precarietà di una situazione di “lunga liberazione” e dalle contrapposizioni scatenate dalla “guerra ideologica” che contraddistinse gli anni del centrismo degasperiano: fattori di cui è necessario tener conto per valutare in tutta la sua complessità un’esperienza che rappresenta comunque un unicum tra le esperienze amministrative uscite dalla Resistenza.

*Gianluca della Maggiore è dottorando in Storia contemporanea presso l’Università di Roma Tor Vergata. E’ membro del coordinamento di redazione di ToscanaNovecento e collabora con l’Istoreco di Livorno. Autore di studi sul mondo cattolico, si occupa anche di cinema, Resistenza e movimenti politici. Ha pubblicato il volume Dio ci ha creati liberi. Don Roberto Angeli (2008).

Articolo pubblicato nel settembre 2014.



Per il divorzio ma contro il referendum.

Sono trascorsi quarant’anni da quel 12 e 13 maggio 1974, quando il paese venne chiamato ad esprimersi per l’abrogazione della legge sul divorzio nel primo referendum della Repubblica. La storia del divorzio in Italia inizia però alcuni anni prima e si intreccia con il più generale e complesso contesto politico degli anni a cavallo della stagione della contestazione e delle riforme, della strategia della tensione e del compromesso storico.

Dopo un’iniziale riflessione sulla questione, apertasi a partire dalla proposta di legge del deputato socialista Sansone nel 1954, poi integrata dalla collega Giuliana Nenni nel 1958, in quello che viene definito il “piccolo divorzio”, il dibattito sull’inviolabilità del matrimonio si riaccende nell’ottobre 1965, quando il deputato socialista Loris Fortuna presenta un progetto di legge sui Casi di scioglimento del matrimonio. Sono però soprattutto le mutate condizioni politiche, il movimento studentesco, l’autunno caldo, i primi movimenti femministi a dare la spinta propulsiva per una maggiore discussione sui temi dei diritti civili, mostrando che si è avviato anche in Italia un processo di secolarizzazione.

Il 1 dicembre 1970, il divorzio diventa legge, con alcune integrazioni rispetto al progetto del 1965, secondo la proposta di legge del 1968 dell’on. liberale Antonio Baslini, e perciò conosciuta come “Legge Fortuna-Baslini”. Intanto è stata varata anche la legge sui referendum e la DC inizia immediatamente a premere affinché si passi alle consultazioni popolari per abrogare il divorzio. La questione è soprattutto politica: riguarda la laicità dello stato e i rapporti tra Stato e Chiesa, ma soprattutto la DC di Fanfani, in conseguenza del maggior consenso raggiunto dal PCI, vuole evitare un’apertura della stanza dei bottoni anche ai comunisti.

NO referendumIl Partito comunista italiano, alla cui guida era passato Enrico Berlinguer, teme invece che lo scontro sul divorzio diventi terreno fertile per lanciare una nuova crociata anticomunista, come era accaduto per le elezioni dell’aprile 1948 e tenta quindi di evitare la guerra di religione, perseguendo una strada di apertura e tolleranza. Il PCI considera la legge sul divorzio “un importante passo in avanti sulla via del progresso democratico e civile del rinnovamento della nostra società”, pur ribadendo l’importanza e la centralità riservata alla famiglia. Il partito si pone quindi a favore del divorzio, ma contro il referendum, poiché teme che dalla campagna elettorale possano derivare spaccature profonde e risvolti negativi nella vita politica italiana, tenendo anche conto del pericolo eversivo di destra che si era aperto nel paese a partire dalla strage di Piazza Fontana. Il PCI si rivolge quindi a un elettorato ampio che comprenda anche il mondo cattolico. Le parole d’ordine che ritornano, e che richiamano la scelta unitaria del PCI di Togliatti del 1947, sono quelle di unità e pace religiosa del popolo italiano per l’avvenire della democrazia italiana.

La Federazione lucchese del PCI accoglie le direttive di apertura, che si adattano pienamente al contesto locale, in cui la Democrazia Cristiana è da tempo il partito maggioritario. A conclusione dei seminari sul referendum che vengono organizzati nelle diverse sezioni del PCI il 16 e il 17 marzo 1974 il gruppo dirigente lucchese constata che sul territorio anche molti compagni sono cattolici praticanti e che devono portare avanti “una battaglia di tolleranza”, evitando di arrivare a uno scontro pro e contro il PCI. A questo fine viene deciso che in nessun volantino debba apparire il simbolo del partito e che dovranno rivolgersi contestualmente “alla classe operaia, ai contadini, alle donne, ai cattolici lucchesi e agli elettori nel suo complesso”.

firma divorzioNonostante la volontà del PCI di evitare il referendum, portata avanti fino quasi alle soglie del voto, il 12 maggio si aprono le consultazioni popolari. Vince il NO con 19.138.300 voti (il 59,26%). Anche nella bianca Lucca, dove alle elezioni del 1972 il fronte dei partiti che si schieravano contro il divorzio disponeva del 53% dei voti, vince il No, con lo scarto maggiore tra le province Toscane tra fronte divorzista e antidivorzista (il 10%) rispetto alle elezioni politiche del 1972. La partecipazione è altissima, il 90,54% dei votanti si reca ad esprimere la propria preferenza e i risultati a livello provinciale vedono il SI al 43,72% e il NO al 56,28%.

Il segretario della federazione del PCI lucchese, Merano Bernacchi, nel suo intervento alla manifestazione per la vittoria del No, che si tiene a Lucca il 18 maggio 1974, sottolinea che “ha vinto la libertà e la democrazia; ha vinto lo stato laico e pluralistico al posto dell’integralismo e dell’autoritarismo del senatore Fanfani; […] ha vinto infine la pace religiosa e il Concilio al posto della rissa e della guerra di religione”. Ribadisce poi che “da questa vittoria emerge ancora con più forza di prima lo stimolo all’unità di tutte le forze democratiche e antifasciste, laiche e cattoliche, per operare subito senza soste e senza attese alla soluzione dei gravi problemi del paese, per garantire giusti e corretti rapporti tra Stato e Chiesa per un nuovo diritto di famiglia, perché sull’onda del successo vada avanti con più speditezza l’esigenza indilazionabile di profonde riforme sociali e civili, per un’Italia più giusta, socialmente più avanzata, nella libertà e nella democrazia repubblicana nata dalla resistenza antifascista”.

Nelle parole di Merano Bernacchi vi è l’eco della linea politica di avvicinamento tra comunisti e cattolici, inaugurata già da Enrico Berlinguer nella relazione introduttiva al XIII Congresso del Partito, nel marzo 1972, e confermata dagli articoli su “Rinascita” con i quali il segretario del Pci commentava la virata antidemocratica e il golpe cileno, e apriva al “compromesso storico”, politica che trova nella vittoria del No al Referendum sul divorzio il primo passo verso la “solidarietà democratica”.

 

Articolo pubblicato nel maggio 2014.

 




“Non fare giustizia significa rendersi complici dell’ingiustizia”

Benché la Linea Gotica attraversi la Garfagnana, la valle – al contrario di quanto avviene in altre zone dell’Italia centro-settentrionale occupate dai nazifascisti – già prima del proclama Alexander (13 novembre 1944) non è al centro di attività belliche o partigiane particolarmente importanti. Resta un fronte tutto sommato secondario fino alla Liberazione, che avverrà il 20 aprile 1945.

Nonostante ciò, negli ultimi mesi del 1944 la guerra civile raggiunge da queste parti livelli impensabili soltanto pochi mesi prima. La 36° Legione Brigate Nere “Benito Mussolini”, comandata da Idreno Utimpergher, nelle poche settimane in cui è rimasta di stanza in Garfagnana ha contribuito parecchio a surriscaldare il clima, con soprusi, razzie, rappresaglie contro i civili (il 23 settembre vengono uccise otto persone e saccheggiate diverse abitazioni, in risposta a un attentato nel quale è rimasta ferita una donna, cognata di un ufficiale fascista) e atti di barbarie contro i partigiani catturati e uccisi. Luigi Berni per esempio viene legato con una corda a un autocarro e trascinato sulla strada fino alla sua morte. Racconta in una testimonianza inedita un partigiano garfagnino, Franco Bravi:

«Di eroi tra noi non ce n’era. Però si era presi da questo sistema: “…altrimenti ci portano in Germania, altrimenti ci distruggono, bisogna combattere questa gente”. Non che avessimo idee politiche. L’odio venne dopo i fatti del Berni. A quel punto, triste a chi capitava. Si era saputo di questo fatto, le voci giravano, si sapevano più o meno le cose, si sapeva che avevano trascinato questo Berni sulla strada e quindi l’idea “se si chiappa un fascista gli si fa uguale” c’era».

Nelle settimane successive a questi episodi, nonostante le Brigate Nere abbiano lasciato la Garfagnana, i partigiani della Divisione Garibaldi Lunense, operante nella zona ancora occupata, iniziano una sorta di epurazione. A farne le spese sono alcuni uomini segnalati dai locali CLN comunali come collaborazionisti nazifascisti e accusati di aver organizzato i fasci repubblicani, denunciato i renitenti alla leva fascista, fornito notizie alle truppe nazifasciste o, infine, esser stati dirigenti in aziende impiegate ai fini bellici del nemico. La corte marziale è guidata dal comandante Anthony John Oldham e dal commissario di guerra Roberto Battaglia. Si tratta ovviamente di processi sommari, la cui tragicità è aumentata dall’impossibilità di infliggere pene detentive: chi viene giudicato colpevole viene ucciso (e un errore giudiziario sarebbe irrimediabile), chi viene giudicato innocente viene rilasciato (e anche in questo caso, la rimessa in libertà di un collaborazionista potrebbe rivelarsi esiziale per la formazione partigiana). Lo spirito di queste settimane e di questi processi è ben riassunto in un’ordinanza del 28 ottobre 1944, firmata da Oldham e Battaglia:

“Epurazione

Chiedere ai CLN comunali elenchi di spie e favoreggiatori del nemico tenendo però presente che il giudizio definitivo spetta solo al Tribunale militare di guerra regolarmente costituito presso ogni comando di Brigata. Arrestare solo quando si è sicuri della colpevolezza in modo da poter procedere con la necessaria rapidità al giudizio. Conservare documentazione dell’istruttoria e della sentenza sottoscritta dai membri del Tribunale. Nel caso che una denuncia risulti falsa punire il delatore con la stessa pena che sarebbe stata inflitta al denunciato se riconosciuto colpevole. In ogni caso nessuna pietà, nessun compromesso, nessuna via di scampo per il nemico. Non fare giustizia significa rendersi complici dell’ingiustizia.”

In calce all’ordinanza, un appello del Corpo Volontari della Libertà Comando Settore Garfagnino, che avverte la popolazione dell’arrivo nella zona della Divisione Italiana Monterosa, diffidandola dall’aver qualsiasi rapporto con elementi della suddetta divisione, pena la fucilazione. (Si veda trascrizione del documento allegato).

Questa è la situazione in Garfagnana ai primi di novembre. Il 4 di quel mese, a Foce di Careggine, dove ha sede il comando partigiano, viene fucilato Saul Grandini, accusato di aver collaborato con la Guardia Nazionale Repubblicana.

Due giorni dopo i tedeschi prelevano dalle carceri di Castelnuovo tre uomini, Antonio Bargigli, Ferruccio Marroni, Telmo Simoni, e una donna, Natalina Peranzi: l’accusa è di far parte della Resistenza e di avere istigato alla diserzione soldati repubblicani. I quattro vengono uccisi al cimitero di Castelnuovo Garfagnana.

Il 7 novembre i partigiani uccidono tre uomini, sempre a Foce di Careggine. Uno è un tenente abruzzese della Monterosa, catturato pochi giorni prima, Paolo Carlo Broggi. Gli altri due sono uomini del posto: Aristide Contadini, segretario del fascio di Careggine, e Fedele Bianchi, medico condotto del paese. In questi ultimi due casi, le accuse sono controverse e la loro effettiva attività antipartigiana è più presunta che acclarata. Contadini ha assunto la carica mesi prima forzatamente per ordine dell’ispettore di zona del fascio repubblicano, il medico pare abbia addirittura aiutato qualche partigiano.

Ma, come detto, la guerra civile è all’apice in questa zona d’Italia e un sospetto sottovalutato può risultare decisivo per la vita di una intera formazione partigiana. E anche per Contadini e Bianchi non c’è speranza di salvezza. Sono in totale sedici (quindici civili e il militare Broggi) in poco più di un mese i condannati a morte fascisti dalla Corte marziale della Garibaldi Lunense nella sola Garfagnana.

Oldham, Battaglia e i partigiani che eseguono le sentenze verranno processati negli anni successivi: le esecuzioni verranno considerate azioni di guerra e gli imputati assolti in virtù del Decreto Luogotenenziale 194 del 12 aprile 1945.

 

Feliciano Bechelli si è laureato in Scienze politiche presso l’Università di Pisa e collabora con l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Lucca. Giornalista pubblicista, è direttore responsabile della rivista dell’Istituto “Documenti e studi”.

Articolo pubblicato nell’aprile 2014.




Le fonti dell’Archivio di Stato di Livorno per lo studio del primo fascismo

La nascita dell’Archivio di Stato di Livorno è dovuta al Rdl 22 dicembre 1939, n. 2006, che impose la costituzione di una sezione di Archivio di Stato in ogni capoluogo di provincia. La guerra, soprattutto quelle aerea, ritardò l’attivazione dell’archivio, che iniziò ad operare solo alcuni anni dopo la fine del conflitto nei locali del Palazzo del governo, nell’attuale via Fiume. Al nuovo archivio giunsero – più o meno ordinati – tutti i fondi precedentemente conservati dall’Archivio storico cittadino, fondato nel 1899 da Pietro Vigo. Questo comportò l’avvio di un’ingente quantità di lavori per il loro ordinamento, che si conclusero provvisoriamente solo nel 1960 con la pubblicazione del primo inventario dell’Archivio di Stato di Livorno. Ma perché ci interessa sapere questo per orientarci tra le fonti del fascismo livornese? Per il motivo che la maggioranza di questa tipologia di carte su cui oggi possiamo studiare vennero ordinate – e quindi “manipolate” per l’ultima volta – proprio durante queste operazione di prima messa a disposizione degli studiosi del patrimonio dell’Archivio di Stato di Livorno.
Immagine1Mi riferisco a due fondi in particolare: quello topico del Partito nazionale fascista e quello del Comitato provinciale di liberazione nazionale. Senza scendere troppo nel dettaglio è sufficiente sapere come, alla data del 25 luglio 1943, l’archivio della federazione si trovasse nella sede di Piazza Cavour. Sicuramente vi rimase fino alla costituzione della federazione provinciale del Partito fascista repubblicano, prima del trasferimento in via della Paluda a causa dell’interdizione delle vie centrali del capoluogo per la creazione della “Zona nera” (15 novembre 1943). Non è chiaro se tutto l’archivio venne trasportato nella nuova sede, ma comunque fu recuperato quasi intatto dal Comitato provinciale di liberazione nazionale dopo la liberazione della città da parte degli angloamericani (19 luglio 1943). L’interesse per i resistenti a “controllare” l’archivio stava nella possibilità di passarlo al setaccio per individuare responsabilità – e responsabili – del passato ventennio, rendendo più rapida la fase istruttoria per la “defascistizzazione” della provincia di Livorno. Questo ha fatto sì che tale archivio si mescolasse con quello del Comitato provinciale di liberazione nazionale, soprattutto nella sua componente “politica”. La serie di buste dell’Ufficio politico, infatti, è la più consistente del fondo (14 buste su un totale di 43, di cui altre 14 di denunce varie provenienti dai comitati periferici). Ciò che rende interessante – ed importante – questo materiale è come si tratti di fascicoli personali intestati a noti personaggi dell’epoca, corredati di documentazione proveniente dall’archivio della federazione (tessere, fascicoli personali dell’iscritto, richieste ecc.) per acclarare la loro partecipazione alla vita del ventennio precedente.
Nell’archivio della federazione, infatti, si possono tutt’ora rinvenire molti incartamenti intestati ai singoli e finalizzati al riconoscimento del proprio impegno fascista. Il fondo Partito nazionale fascista è comunque molto voluminoso e si compone di 78 buste. Le più interessanti per ricostruire le origini del partito – e coglierne la sua componente di violenza – sono sicuramente quelle relative alle “istanze” per il riconoscimento dell’attività squadrista (1939) o della partecipazione alle giornate della Marcia su Roma (1923-1941).
Ovviamente all’interno del fondo ci sono tante altre fonti per capire la composizione del partito livornese negli anni del regime, come le cartelle biografiche degli iscritti al fascio del capoluogo (bb. 17) e alla federazione (bb. 19). Su questo genere di documenti Matteo Mazzoni ha realizzato l’analisi puntuale di quattro gruppi rionali del solo fascio di Livorno (27% degli iscritti). Queste cartelle sono rilevanti in quanto all’interno si possono trovare documenti istruttori particolarmente utili per lo studio delle dinamiche locali del partito.
L’altro grande nucleo concerne le richieste di iscrizione al Pnf relativa all’ultima apertura delle iscrizioni (1940-1941), che permettono un’analisi puntuale di questa componente del fascio “dell’ultima ora” (bb. 11).
I due fondi che ho sommariamente illustrato non rientrano necessariamente nel patrimonio di ogni singolo archivio di Stato, trattandosi di documentazione non prodotta da enti periferici dello Stato ma da organizzazioni politiche. Quelli che invece per legge sono fondi che devono essere nel patrimonio di un archivio di Stato sono i fondi Prefettura, Questura e Tribunale del capoluogo di provincia.
La Prefettura, in quanto organo più importante della provincia per il sistema amministrativo italiano, è anche il fondo più consistente. Per la documentazione fascista le buste utili sono diverse, e tutte a vario modo assai rilevanti trattandosi della corrispondenza tra singoli enti (i cui archivi, magari, non sono stati conservati) e il “centro” della periferia. Mi riferisco in particolar modo alla serie “Fascismo” e ai suoi riferimenti al Pnf, Pfr e le varie organizzazioni federali (bb. 189 e 190), le case del fascio della provincia (b. 212) e l’applicazione della legislazione razziale (bb. 93, 172 e 337). Di particolare utilità, anche per indagini sui legami tra caso locale e nazionale, sono le buste relative ai rapporti tra prefetti e sindaci-podestà della provincia (bb. 157, 181, 187). Queste carte, se lette in filigrana, fanno emergere bene gli umori della federazione in provincia nell’arco del ventennio.
Per ovvie ragioni il fondo Questura è forse il più ricco di quelli che si trovano all’Archivio di Stato di Livorno che possono aiutare i ricercatori negli studi sul “fascismo-movimento” e “fascismo-regime” nella provincia labronica. Le serie più calzanti per leggere in fieri l’affermazione fascista – oltre alla b. 487 (partito fascista) della A3 “associazioni” – sono la A1 “informazioni personali” e A8 “persone pericolose per l’ordine pubblico”. L’A1 è la serie adatta per svolgere ricerche su determinate persone, trattandosi delle indagini svolte dalle forze dell’ordine su sollecitazioni della prefettura (per intervento di altri enti o per denunce anonime), ma grazie al recente strumento di corredo realizzato per muoversi anche su determinate tematiche di ricerca. La serie A8 è il cosiddetto Casellario politico provinciale, per cui conserva un gran numero di fascicoli nominativi che seguono la “vita” degli indagati. Il problema è che questo strumento di polizia rimase attivo fino alla fine degli anni ’70 (quantomeno le carte che abbiamo si fermano a quella data), per cui venne ampiamente rimaneggiato, soprattutto dopo la fine del fascismo e della Seconda guerra mondiale. Questo non impedisce di poter scorgere qualche fascicolo interessante per capire la genesi dello squadrismo, soprattutto se riferibile a determinate categorie di persone controllate dalla polizia prima e dopo la guerra.
L’ultimo fondo di quelli “istituzionali” nel quale è possibile indagare il fascismo livornese è, senza dubbio, quello del Tribunale. Come è noto le violenze squadriste, soprattutto per fatti di sangue, vennero “perseguite” (quantomeno ci fu un tentativo) prima dell’affermazione del regime fascista, lasciando ampie testimonianze istruttorie tra le carte processuali livornese. Questo aspetto si rivelò decisivo nel secondo dopoguerra, quando, con la cosiddetta legislazione per le “sanzioni contro il fascismo”, vennero riaperti alcuni casi amnistiati o chiusi nel ventennio precedente.
Vorrei chiudere questa panoramica sulle fonti del primo fascismo rinvenibili nell’Archivio di Stato di Livorno con un fondo un po’ meno conosciuto, ma fondamentale per comprendere fino in fondo le dinamiche socio-politiche che hanno sotteso alla nascita del fascismo labronico e in tutta l’area costiera. Mi riferisco all’archivio “di persona” di Salvatore Orlando. Erede dell’omonima famiglia, fu a capo del cantiere navale di Livorno dal 1877 alla sua morte nel 1926. Attraverso il suo ruolo di personaggio pubblico centrale per la vita politica livornese del mondo liberale (deputato, 1904-1920; sottosegretario di Stato ai trasporti 1918; senatore 1920-1926) lo mise al centro anche dell’affermazione fascista in città e sul territorio. Attraverso la sua corrispondenza (bb. 28), in particolar modo quella relativa all’ultima fase della sua vita (1921-1926) è possibile seguire, quasi giorno per giorno, la crescita del movimento fascista. Venire? Attraverso le numerose donazioni al fascio che egli fece a partire dalla primavera del 1921, in modo regolare, partecipando informalmente alla vita della sezione livornese e di altre sezioni all’interno del suo “feudo” elettorale.

Articolo pubblicato nel luglio 2021.