La deportazione degli ebrei nel pistoiese

A Pistoia era presente un’esigua comunità ebraica fin dal Medioevo. All’inizio del XX secolo, queste famiglie erano perfettamente integrate nel tessuto della società. Tra loro spiccavano i Corcos, i Coen, i Piperno e i Bemporad. Quest’ultimi avevano una famosa bottega di stoffe in via del Can Bianco, dove nel 1910 avevano fatto costruire la torre “Bemporad”. I componenti di queste famiglie avevano vite normali, comuni. Israele Bemporad, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Forteguerri nel 1937, intraprese gli studi giurisprudenziali all’Università di Pisa e poi di Firenze ma, dopo la pubblicazioni delle leggi razziali, fu espulso nel 1939. Suo nipote, Giancarlo Piperno, era soltanto un bambino quando il fascismo cominciò la persecuzione degli elementi semitici. Ricordò, in un’intervista condotta anni dopo:

Io a quell’epoca avevo dieci anni, presentandomi la mattina a scuola, a lezione facevano l’appello; quando arrivarono alla lettera P mi saltarono, arrivarono alla Z, dopo la Z mi chiamarono e quando mi alzai mi dissero che non ero più degno di rimanere in quella stanza insieme con gli altri miei compagni e mi rimandarono a casa.

Il padre, dipendente delle ferrovie, perse il lavoro e tutta la famiglia fu costretta a migrare a Pisa, dove aveva dei parenti. Qui, il genitore trovò un impiego sostituendo uno zio che aveva abbandonato l’Italia su insistenza della moglie, un’ebrea austriaca, la quale temeva che presto anche in Italia sarebbe cominciate le stesse feroci persecuzioni antisemite fatte dai nazisti a Vienna.

Quando scoppiò la guerra, il regime decise la costruzione di campi di concentramento per internare i cittadini dei paesi belligeranti e i prigionieri di guerra; presto, divennero prigioni per oppositori politici, minoranze etniche, omosessuali e ebrei stranieri. Nella provincia di Pistoia, vi erano nove località d’internamento e detenzione: Agliana, Buggiano, Lamporecchio, Larciano, Montecatini, Pistoia, Ponte Buggianese, Prunetta e Serravalle Pistoiese.

La famiglia Bemporad. Israele è il quinto da destra in alto.

La famiglia Bemporad. Israele è il quinto da destra in alto.

La situazione precipitò dopo l’8 settembre 1943, con la resa del Regno d’Italia e l’occupazione nazista del centro-nord del Paese. Le comunità ebraiche cercarono di sfuggire alle persecuzioni naziste sparpagliandosi nelle campagne e sui monti; i Piperno, ad esempio, trovarono rifugio alla Castellina, paese nel comune di Serravalle Pistoiese, dove vissero in clandestinità fino alla fine del conflitto. Il giovane Giancarlo fu tra i fondatori di una formazione partigiana, rendendosi protagonista di pericolose azioni di guerra. Così i Bemporad, che si rifugiarono con la famiglia a Cireglio, paese montano posto sulla via Modenese; qui, Israele Bemporad scelse la lotta partigiana, unendosi alla formazione Fantacci.

Tuttavia, a Firenze, Siena e Montecatini i nazisti avevano avviato le loro feroci retate già dai primi di novembre. Nella città termale fu il capitano Dannecker, lo stesso del rastrellamento del ghetto romano, a condurre le operazioni, al comando di un drappello di repubblichini. Qui erano sfollate diverse famiglie, come i D’Angeli, un nucleo di tre adulti e due bambini piccoli. Il capofamiglia, Mario, aveva deciso di abbandonare Montecatini; ma, d’accordo con sua moglie, ritardò la partenza di qualche giorno, per festeggiare il primo anno di vita del figlioletto Massimo, il 6 novembre. Nel centro avevano trovato riparo anche altre famiglie, come i Vitale, i Valobra: tutti nuclei con bambini piccoli e molti anziani. Il 5 novembre, ci fu la retata; alcuni riuscirono a mettersi in salvo, ma 21 di loro – tra cui i D’Angelo – non sfuggirono alla cattura. Caricati sui camion, furono portati a Firenze e, di qui, deportati al campo di sterminio di Auschwitz: nessuno sopravvisse.
La retata di Montecatini fu una delle poche condotte dagli occupanti nazisti; le altre deportazioni furono appannaggio delle forze di polizia italiane. Nel pistoiese, come in altre parti d’Italia, gli arresti furono fatti nella seconda metà di gennaio, un mese e mezzo dopo l’ordine del ministro degli Interni (30 novembre); questo ritardo permise ad alcuni ebrei di trovare rifugi migliori.
Furono, però, numerosi gli italiani che, sia per consapevole adesione alla RSI sia per convenienza, appoggiarono e facilitarono le persecuzioni.
Fu il caso del maresciallo Riccardo Moroni che, come ricorda Alberto Saltiel, arrestò e consegnò i suoi genitori e gli altri ebrei confinati ad Agliana, eseguendo «l’ordine con tanto zelo che nessuno degli internati poté sfuggire alla cattura». Alberto, invece, riuscì a sfuggire e non avrebbe mai più rivisto i suoi genitori. Finita la guerra, avrebbe sempre additato quel maresciallo come il responsabile della sorte dei suoi.
I carabinieri furono responsabili della cattura dei Cittone, ebrei turchi di Livorno sfollati a Serravalle Pistoiese per i bombardamenti. A compiere l’arresto e la confisca dei beni fu il maresciallo Luigi Cellai. Dell’intera famiglia, i due genitori e i cinque figli, sopravvisse soltanto Sol Cittone, all’epoca quindicenne. Rimpatriata da Auschwitz a Livorno, nel 1946, denunciò il maresciallo Luigi Cellai, usando questi termini: «Fatemi il piacere se lo vedete, denunciatelo subito e fategli torture e lavorare peggio deve anche soffrire e deve fare una fine peggio dei cani quel maledetto repubblicano. Nemmeno la cenere ci deve rimanere come lui ha rovinato me e tutta la famiglia».
A niente servì ai Beniacar l’aiuto fornitogli dal parroco: «quando vide i fascisti venuti a prenderci, cercò di opporsi, ma non ottenne niente» ricordò Matilde, l’unica sopravvissuta della famiglia. Il 25 gennaio 1944, a Borgo a Buggiano, i repubblichini, arrestarono 18 ebrei, condannandoli ai campi di sterminio. Raccontò Matilde Beniacar, anni dopo, la separazione dai suoi due fratelli: «Mi ricordo che quando siamo arrivati al campo ci hanno diviso, Perla e Giacomo mi corsero incontro, ma ci hanno separato e quella è l’ultima volta che li ho visti».
Il giorno successivo, fu la volta degli ebrei di Cutigliano. Nina Molco sfuggì alla cattura convincendo il maresciallo a lasciarla con l’anziana zia, bisognosa di cure. Tuttavia, raccontò nei suoi diari: «Tutti quelli che erano qui, e non erano pochi, sono stati presi, meno alcuni, i più abbienti, che sono riusciti a scappare». La famiglia Baruch non riuscì a scampare alla deportazione; del nucleo, due genitori e quattro figli, sopravvisse soltanto Michele Behor. Con loro fu catturato anche Gualtiero Pesaro, che sarebbe morto nei campi di sterminio; il fratello Arnaldo scampò alla retata.
Lo stesso giorno, i repubblichini arrestarono gli ebrei confinati a Prunetta. La famiglia Fiser-Weiss, originaria di Zagabria e fuggita in Italia per salvarsi dagli Ustascia croati, non scamparono alle retate italiane. Ambron Giuseppina, un’anziana vedova di guerra, era sfollata a Prunetta quando le sue due figlie furono arrestate. Inviò una supplica al ministro degli Interni, in cui assicurò il patriottismo dell’intera famiglia: «sono straziata dal dolore di vedere che le mie due povere figlie, che adorano la Patria e che hanno dato padre e fratello per salvarla, si trovano considerate alla stregua dei nemici». Probabilmente, quando inviò la supplica al ministero (marzo 1944), le sue figlie erano già morte. Sempre nella provincia di Pistoia, i repubblichini arrestarono l’anziano Enrico Menasci e i fratelli Aldo e Giorgio Moscati. Solo Aldo sarebbe sopravvissuto, riabbracciando i genitori finita la guerra. L’ultimo arresto fu quello di Ildebrando Trevi, il 27 gennaio 1944, a Lamporecchio.
I catturati furono trasferiti nel campo di Fossoli, vicino Carpi, per essere deportati nei lager nazisti. Raccontò Isacco Mario Baruch: «Lì a Fossoli non si sapeva che si doveva ancora vedere il peggio… quando siamo stati in Germania sembrava un paradiso Fossoli, ecco». Il 22 febbraio sarebbe stati tutti caricati sui vagoni bestiame e portati nei campi di sterminio.

Pochi giorni dopo la liberazione di Pistoia (8 settembre 1944), a Cutigliano, furono uccisi dai tedeschi in ritirata il professore Tullio Levi e Arnaldo Pesaro, sfuggito all’arresto durante la retata del 26 gennaio. Quest’ultimo morì, assieme ad altri quattro ostaggi, nell’esplosione del Lanificio Tronci, minato dai tedeschi. Chi scampò alle retate, visse per molti mesi in un clima di terrore, temendo le rappresaglie messe in atto dai nazifascisti in ritirata.
Il destino di chi finì nei lager fu tremendo. Numerosi furono uccisi al loro arrivo. Michele Behor Baruch raccontò, molti anni dopo:

Mentre facevamo l’appello di fronte alle nostre baracche vedevamo un’altra baracca molto grande, con una grossa ciminiera le cui fiamme uscivano dipinte di mille colori. Noi nuovi del campo non sapevamo che cosa venisse fatto là e per appagare la nostra curiosità domandammo a qualcuno più anziano del campo a cosa serviva quella ciminiera e così venimmo a sapere che quello era un forno crematorio. Poi domandai quando potevo incontrarmi con la mia famiglia, me purtroppo seppi la verità e cioè che i miei cari erano stati barbaramente stroncati nelle camere a gas ed i loro corpi fatti scomparire per sempre nel forno crematorio.

Nel pistoiese, secondo i dati desunti dal testo di Pardo Fornaciari, gli ebrei arrestati furono 88; di questi, 36 provenivano da Livorno mentre soltanto 2 erano pistoiesi. Gli ebrei livornesi erano fuggiti, come il resto della popolazione della città labronica, verso le zone appenniniche, per scampare ai bombardamenti anglo-americani sul porto.
Degli 88, soltanto in 5 sopravvissero: Michele Behor Baruch, Isacco Mario Baruch, Matilde Beniacar, Aldo Moscati e Sol Cittone; una sesta, Gertrude Loeb, pur vedendo la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz (27 gennaio 1945), morì due settimane dopo per le sue condizioni di salute. Sol Cittone, nel dopoguerra, decise di imbarcarsi per lo Stato di Israele e si ricostruì una famiglia a Haifa. Sarebbe tornata a Serravalle nel 2014, invitata dalle istituzioni. Sol ricordava ancora lucidamente quei momenti, mostrando ancora odio per quel maresciallo che li aveva consegnati alla feroce macchina di morte nazista e, finita la guerra, non aveva mai pagato per i suoi crimini.

Articolo pubblicato nel gennaio del 2016.




Dalla mediazione allo scontro

Nel territorio pistoiese, il passaggio dal 1947 al 1948 fu segnato dall’ennesima esplosione della conflittualità popolare, in un contesto di dura crisi economica ed alimentare che perdurava fin dalla Liberazione. A determinare quest’esito concorsero tanto le vicende nazionali, con una decisa controffensiva del fronte padronale su tutti i versanti, come testimoniato dal patto siglato tra agrari, industriali e commercianti nel gennaio 1947 per la costituzione di un fronte unico, quanto i cambiamenti intervenuti nella gestione dell’ordine pubblico in seguito all’ascesa di Scelba alla guida del Ministero degli Interni ed all’uscita delle sinistre dal governo, che segnarono una netta discontinuità e l’inizio di una reazione contro le lotte dei lavoratori.
Anche i rapporti fra i partiti locali peggiorarono sensibilmente. Il 21 dicembre a San Sebastiano di Piuvica a seguito di un comizio scoppiavano tafferugli tra i giovani militanti democristiani e quelli comunisti. Nello stesso mese il PCI e l’UDI sollecitavano l’attivismo nelle campagne, con un riguardo speciale nei confronti delle donne, attraverso una giro di conferenze di Mimma Gramsci, che si recava a Borgo a Buggiano e a San Rocco di Larciano.
Il nuovo Prefetto, Festa, era un uomo assai diverso dai suoi due predecessori, Ales e Mazzolani, portatori di una sensibilità maggiore verso le esigenze della popolazione più misera. Entrato nei ranghi del servizio in epoca fascista, si dimostrava ligio al potere politico di turno, tant’è che prima di arrivare a Pistoia subì anche una blanda inchiesta da parte dell’epurazione, denunciato dai suoi stessi ambienti lavorativi come un prefetto in camicia nera. Un uomo d’ordine dunque, cresciuto sotto il Regime, abile a fiutare il vento della politica ed a mettersi al suo servizio, più che a quello di uno Stato neutrale. Inoltre era ancora giovane, nel pieno della carriera, e tentava di mettersi in mostra con zelo, ponendosi al servizio dei nuovi detentori del potere. Festa fu un tipico prefetto Scelbiano, un agente “statale” della DC sul territorio, impegnato addirittura nella campagna elettorale prima del voto del 18 aprile – quando segnalerà a Scelba previsioni per un avanzata della DC –, attento a tutti quegli aspetti che potevano interpretare fedelmente la linea dei nuovi governanti e metterlo in luce con i suoi superiori. Sarà lui a gestire la nuova fase che maturò nel 1947 e arrivò a compimento nel 1948 ed a marcare il segno della discontinuità nella gestione dei conflitti sociali.
Dalla metà del ’47 si chiusero progressivamente gli spazi delle relazioni industriali. A livello nazionale, la Confindustria iniziava una controffensiva, decisa a recuperare il terreno perduto ed a costruire una solida alleanza con la DC, sbarrando la strada alle istanze di profonda trasformazione. A livello locale questa dinamica si rifletté anche nel nuovo atteggiamento dell’Assoindustria, via via sempre più chiuso. Il segnale di un deciso cambiamento di clima, che preludeva ad una immediata nuova gestione della conflittualità sociale nel pistoiese, arrivò per Natale. Il 24 dicembre l’Assoindustria affisse un manifesto sulla rottura delle trattative per il rinnovo del contratto con la FIOM in sede nazionale. Gli industriali denunciavano la non collaborazione sindacale e annunciavano che avrebbero pagato meno. Per gli operai era una provocazione. Già il 28 a Pescia si diffuse la minaccia di uno sciopero generale e vennero inviati rinforzi ai Carabinieri (Scelba aveva provveduto a rafforzare le forze dell’ordine), ma fu a Pistoia che avvennero fatti gravi. Il 29 una commissione di operai della San Giorgio si recò a discutere in merito alla rottura delle trattative alla sede dell’Assoindustria. I dirigenti erano assenti ma venivano ricevuti da un funzionario di alto livello. Dopo una discussione animata, gli operai venivano allontanati. A quel punto alla San Giorgio iniziava uno sciopero. I lavoratori uscirono dalla fabbrica e si recarono in corteo alla sede dell’Associazione degli industriali, che fu invasa con lievi scontri e leggeri danni al mobilio. Dopodiché fu ristabilito l’ordine e gli operai si allontanarono lasciando sottosopra la sede degli industriali. Vennero denunciati 12 lavoratori. La reazione di Assoindustria fu dura ed veemente, come c’era da aspettarsi in realtà, rendendo evidente come fosse maturata una linea diversa nel padronato, propensa allo scontro frontale adesso che si sentiva rafforzato. Si chiesero misure energiche e immediate al Prefetto ed al Ministero.
A questo punto quella linea di faticosa “concertazione” che fino ad allora aveva connotato le relazioni industriali e le politiche di gestione dell’ordine pubblico nel pistoiese viene definitivamente a tramontare. Il sindacato, spinto sulla difensiva, era comunque determinato a reagire. La rottura delle trattative, ancor più che una provocazione, venne vista, non senza ragione, come l’avvio di una politica reazionaria. Festa era per metodi d’ordine, assai poco incline a trattare con la CGIL e schierato nettamente ed in maniera non neutrale con la DC e gli industriali. Assoindustria aveva raggiunto le posizioni di intransigenza e di riaffermazione del potere in fabbrica sostenute sul piano locale da Orlando della SMI. Le tensioni di dicembre aprirono la via a due settimane di confronto tesissimo. Ai primi di gennaio la prefettura ordinò 15 arresti preventivi a Pescia. Nelle intenzioni di Festa, oltre all’idea di prevenire un nuovo sciopero, era presente anche l’opzione di sfruttare l’occasione per infliggere un duro colpo al sindacato, qualora la reazione fosse stata dura, come effettivamente avvenne. I ceti popolari, alle prese con grandi difficoltà materiali e mobilitati ininterrottamente da anni, reagirono istituendo blocchi stradali “volanti” in tutta la provincia, che per diversi giorni tennero impegnate le forze dell’ordine nella loro rimozione. Ma a Bonelle venne blocca l’autostrada e si decise di restare. Il prefetto non giocò allora la carta della trattativa ed inviò sul posto due autoblindo e reparti della celere, raggiunti poi da altri rinforzi da Firenze. Lo scontro che ne seguì fu durissimo, con l’uso di armi da fuoco, da taglio e di bombe a mano, e si concluse con 12 feriti, 6 per parte. Per la prima volta la violenza si esprimeva con questo grado di intensità dalla fine della guerra ed entrava prepotentemente sulla scena, per restarvi, fino all’uccisione di Ugo Schiano alla fine del 1948.

Stefano Bartolini è ricercatore presso l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia e coordina le attività di ricerca storica, archivistiche e bibliotecarie della Fondazione Valore Lavoro. Ha partecipato al recupero dell’archivio Andrea Devoto ed attualmente si occupa di storia sociale, del lavoro e del sindacato. Tra le sue pubblicazioni: Fascismo antislavo. Il tentativo di bonifica etnica al confine nord orientale; Una passione violenta. Storia dello squadrismo fascista a Pistoia 1919-1923; Vivere nel call center, in La lotta perfetta. 102 giorni all’Answers; La mezzadria nel Novecento. Storia del movimento mezzadrile tra lavoro e organizzazione.

Articolo pubblicato nel gennaio del 2016.




Un Partigiano di nome Annibale

Nato a Pistoia (Santomato) il 19 gennaio 1922, figlio di Leonardo e Capponi Maria Ida, Annibale Trinci ottiene la licenza elementare, contadino poi elettricista e operaio alla fabbrica pistoiese San Giorgio dall’ottobre del 1939, iscritto alla CGIL dove si compie la sua educazione di classe, in quella che negli anni ‘40 era una fucina di militanti operai comunisti. Nel 1941 Trinci è chiamato alle armi all’Elba a Portoferraio nel genio foto elettricisti; partecipa dal 18 novembre 1942 al 21 gennaio 1943 alle operazioni di guerra svoltesi nel Mediterraneo con la 105a Compagnia mista genio mobilitato e poi dal 7 febbraio 1943 al luglio 1943 e dal 9 agosto 1943 all’8 settembre 1944 nelle operazioni nel Mediterraneo per la difesa della patria a copertura costiera con la 105a Compagnia Mista Genio Mobilitato.

Dal 22 marzo 1944 per ordine della dirigenza della San Giorgio è trasferito nella sede di Cambiano, vicino Torino, da lì inizia la sua esperienza da partigiano con il nome di battaglia “Marco Polo”. È a Cambiano che Annibale incontra Giordano Bruschi e Olga Arcargioli. Giordano, di origine pistoiese, si era diplomato in ragioneria a Genova ed era stato assunto a 19 anni alla San Giorgio di Cambiano, introdotto dallo zio, il primo settembre 1944 come impiegato contabile per i settori della mensa e del magazzino; nonostante la giovane età diverrà ben presto, con il nome di battaglia “Giotto” commissario politico della 30a Brigata delle SAP “Capriolo”. Olga, in fabbrica dal primo luglio 1943 come impiegata stenodattilografa, anche lei diciannovenne, si ritrova nel tumulto della guerra e diventa una fida staffetta.
A Cambiano s’incontrano due classi operaie: una proveniente da Pistoia, l’altra da Sestri Ponente. I pistoiesi erano diretti da Trinci e Niccolai, impiegato originario di San Marcello. Il gruppo genovese era un nucleo storico nato in seno all’esperienza di “Soccorso Rosso” nel 1936 che aveva dato vita alla solidarietà ai compagni impegnati nella guerra civile in Spagna. La fabbrica genovese aveva una peculiarità: non aveva dirigenti fascisti, ma due ebrei, che non avevano mai fatto discriminazioni nell’assunzione di antifascisti. A Cambiano, fabbrica di armi di precisione, i BGS, arrivano quindi operai già politicizzati.

annibale e amiciDal 1o settembre 1944 Annibale Trinci s’iscrive al Fronte della Gioventù per l’indipendenza nazionale e la libertà nel comitato regionale Piemontese, nella sezione di Torino, VI zona, la zona delle Langhe. In seguito è garibaldino della XIV divisione del Piemonte della brigata d’assalto Garibaldi “Luigi Capriolo”, guidata dal Comandante Kin. In pieno accordo con i compagni del P.C.I. fu deciso di inviare Trinci presso una formazione “Giustizia e Libertà”, a Pino d’Asti, vicino Cambiano, precisamente nella IX G.L. al Comando del Maggiore Alberti, con il preciso compito di formare entro queste bande delle cellule del Partito Comunista, e intanto stabilire solidi collegamenti fra il Partito e i partigiani.
Nel novembre del 1944 si assiste a un rastrellamento nazifascista d’ingenti dimensioni, le divisioni se pur a conoscenza dell’imminente attacco subiranno perdite e feriti. Il 20 novembre 1944 Annibale Trinci combatte ed è ferito nella battaglia di Aramengo, vicino ad Asti sulle colline del Monferrato. Riconosciuto combattente partigiano dalla commissione regione Piemonte, Annibale Trinci ha partecipato dal 3 settembre 1944 al 8 maggio 1945 in territorio metropolitano astigiano con la qualifica di Sergente Maggiore Capo con la formazione partigiana IX divisione “Giustizia e Libertà” comandata dal capitano Oreste Gastone Alberti, dal 6 settembre 1944 (già combattente nel Veneto nelle formazioni “Giustizia e Libertà” e della 1a divisione alpina) Divisione Pedro Ferreira, nella III “Brigata Montano”, nello specifico nella colonna “Biz”(Luigi), e sulla brigata “Domenico Tamietti”. Tra il febbraio e il marzo 1945, fa parte anche di gruppo gappista che si occupava di far saltare i binari della ferrovia, nella zona di Villa Stellone, una stazione a circa tre chilometri da Trofarello. Il 18 aprile 1945, durante lo sciopero, Trinci occupa militarmente Trofarello e Cambiano e arrestando i fascisti armati. Il 21 maggio 1945, riconosciutagli l’attestazione di buona condotta dal prefetto, è ammesso come volontario nella Polizia del Popolo. Trinci era stato anche nominato capo della polizia interna alla fabbrica per garantire l’integrità della fabbrica, a causa di furti nello stabilimento, e successivamente di preparare il materiale sui vagoni merci diretti a Genova e Pistoia.

Nell’ottobre del 1945 riprende servizio alla fabbrica San Giorgio di Pistoia. Nel 1950 Annibale si sposa con Roberta Giannini, dalla quale avrà le figlie Manuela e Tamara. Il 29 novembre 1951 a causa di un infortunio sul lavoro durante un cantiere in Abruzzo perde una gamba; inizia questa volta una lotta con l’ingiustizia burocratica per il riconoscimento dell’infortunio, tanto che si occuperà del caso anche il sindacalista comunista Giuseppe Di Vittorio. Nel 1955 è licenziato dalla fabbrica essendo considerato “non adatto ai lavori di stabilimento”. Per la sua passione e attività nel dopoguerra ricopre varie cariche, è dirigente dell’ANPI di Pistoia, dirigente dell’Associazione invalidi di Pistoia, dirigente PCI della sezione di Porta Lucchese. Muore il 1 agosto 1981.

Alice Vannucchi è ricercatrice presso l’Istituto storico della Resistenza e della società Contemporanea di Pistoia, è membro della redazione della rivista “Quaderni di Farestoria”, è docente nella scuola primaria dal 2007. Fra le sue pubblicazioni: Il rientro in città: il problema degli alloggi, in Pistoia fra guerra e pace a cura di M.Francini, I.S. R.Pt. Editore, 2005. Teorie di democrazia in Italia e Francia nel dopoguerra in “Quaderni di Farestoria”,anno VIII-n2 maggio –agosto 2006,pag.61-69. Le scuole di partito nel PCI di Togliatti.Il caso toscano (1945-1953) in “Quaderni di Farestoria”,anno XII-n 2- maggio –agosto 2010,pagg.33-45. Ha curato la mostra e il numero monografico Cupe Vampe: la guerra aerea a Pistoia e la memoria dei bombardamenti, ISRPt. Attualmente si occupa di storia sociale e storia dell’editoria.

Articolo pubblicato nel dicembre del 2015.




L’esodo dalla campagna.

Il territorio pistoiese, a differenza delle aree centrali della regione, conosceva da sempre una distribuzione della proprietà terriera peculiare, estremamente polverizzata, con una prevalenza numerica della piccola e piccolissima proprietà, spesso addirittura inferiore a un ettaro, a fronte di pochi grandi proprietà terriere. I grandi proprietari concentravano nelle loro mani la maggioranza della superficie agricola e del reddito imponibile, pur rappresentando una quota intorno al 4% del totale dei proprietari. I piccoli proprietari però solo in parte erano costituiti da coltivatori diretti. Più spesso si trattava di ceti urbani in possesso di terreni che davano a mezzadria, per ottenere in questo modo una rendita in prodotti agricoli. Queste due caratteristiche avevano da sempre frammentato e reso differenziato il movimento mezzadrile pistoiese, che infatti durante la sua storia fu afflitto da una continua debolezza nelle forme rivendicative, a cui corrispondeva però una grande forza organizzativa, pari a circa il 50% dei mezzadri durante tutta l’epoca repubblicana. Alla vigilia degli anni ’60, il movimento sindacale dei mezzadri pistoiesi era ancora una grande forza, strutturata principalmente intorno alla Federmezzadri. Ma di lì a poco le cose sarebbero radicalmente cambiate.

L’abbandono delle campagne, come fenomeno generale, era già in corso fin dall’inizio del secolo, con una significativa battuta dì arresto durante il Regime fascista. Ma dagli anni ’60 divenne un esodo vero e proprio. Giocavano vari fattori: il confronto con i salariati si era ribaltato e gli operai usufruivano di condizioni di lavoro e di vita migliori; l’esclusione dai comfort moderni delle aree urbanizzate; lo sviluppo economico che creava lavoro; la fine del patriarcato, che metteva in crisi la famiglia azienda.
I giovani non volevano più lavorare sul podere e le donne si rifiutavano di sposare i contadini. Si diffondeva il modello unifamiliare. Stanchi di non ottenere cambiamenti radicali e dell’intransigenza dei proprietari ad applicare le varie leggi dello Stato che si erano susseguite, i mezzadri iniziarono a guardarsi intorno ed a vedere vie d’uscita.

Dal 1948 al 1966 la superficie condotta a mezzadria in provincia si era più che dimezzata, passando da 34.200 ettari a 16.000. La proprietà coltivatrice diretta non era cresciuta in proporzione, anzi la sua estensione era stata modestissima, da 34.200 a 38.000 ettari. Anche l’affittanza era cresciuta poco, passando da 2.100 a 2.300. Il balzo in avanti invece l’aveva fatto la conduzione capitalista in economia con salariati, che quasi raddoppiava, passando da 18.400 a 33.000. Nel ’67 esistevano ancora 4.200 nuclei mezzadrili e 12.500 unità, dai 33.558 del 1948. Il calo continuava anche se il ritmo era meno accelerato. Nel 1964 i nuclei erano 5.656 con 19.518 addetti, nel ’65 4.840 e 15.647 unità. Tra il ’48 e il ’67 la mezzadria si era dimezzata come nuclei e aveva perso il 60% delle unità lavorative superiori ai 12 anni, anche se i dati andavano presi per difetto. L’esodo maggiore si era verificato dal 1961 in avanti Tra il 1962 e il 1965 i braccianti salariati erano più che raddoppiati, passando da 590 a 1.257, ed erano diminuiti gli occasionali e gli eccezionali, aumentando la stabilità lavorativa.

Si diffusero in quegli anni figure ibride, i “metalmezzadri”, che svolgevano attività lavorative sia nelle fabbriche che sui campi, a volte alternandole. Era il preludio all’abbandono delle campagne. Le famiglie abbandonavano i poderi in un colpo solo oppure per gradi, con i figli che se ne andavano progressivamente ed i vecchi che restavano. I proprietari iniziavano a faticare a trovare persone disposte a lavorare a mezzadria. Gli ex contadini diventarono dipendenti, artigiani, commercianti, vivaisti, non mancando esperienze imprenditoriali di successo. Le loro destinazioni erano spesso le città e i paesi vicini.

Con la legge 756 del 1964 si vietò la stipula di nuovi contratti di mezzadria. Rimanevano validi quegli già in essere. Il movimento sindacale continuò le sue battaglie per una riforma, ma venivano a mancare le forze. Dagli anni ’60 la nuova parole d’ordine fu la proprietà associata, senza tralasciare la tutela delle questioni quotidiane. Tuttavia le campagne si spopolavano e la dinamica politica non lasciava intravedere possibilità di successo. L’accento si spostava sempre più sulla caratterizzazione del mezzadro come potenziale “imprenditore” agricolo, socio dell’azienda, coltivatore diretto o socio di cooperativa, in funzione di uno sviluppo dell’agricoltura alternativo al capitalismo e basato sulla piccola proprietà contadina. Dagli anni ’70 si iniziò a chiedere la trasformazione della mezzadria in affitto. Ma ormai le campagne erano spopolate, e il movimento mezzadrile uscì silenziosamente di scena.

Stefano Bartolini è ricercatore presso l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia e coordina le attività di ricerca storica, archivistiche e bibliotecarie della Fondazione Valore Lavoro. Ha partecipato al recupero dell’archivio Andrea Devoto ed attualmente si occupa di storia sociale, del lavoro e del sindacato. Tra le sue pubblicazioni: Fascismo antislavo. Il tentativo di bonifica etnica al confine nord orientale; Una passione violenta. Storia dello squadrismo fascista a Pistoia 1919-1923; Vivere nel call center, in La lotta perfetta. 102 giorni all’Answers.

Articolo pubblicato nel novembre del 2015.




Sulle tracce della memoria

La guida pubblicata nel 2015 dall’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia e curata dagli storici Matteo Grasso, Michela Innocenti, Chiara Martinelli e Francesca Perugi, è dedicata ai percorsi della memoria novecenteschi nella provincia di Pistoia.
Pubblicata in occasione del 70° anniversario della Liberazione, con il finanziamento della Regione Toscana, propone a turisti, scuole e appassionati alcuni itinerari da percorrere per conoscere i luoghi e le vicende della seconda guerra mondiale e della Resistenza. Un grande museo all’aperto per valorizzare il territorio pistoiese con particolare attenzione al valore didattico ed educativo, oltre che utile strumento di promozione turistica del territorio. Sono presentati una serie di luoghi simbolo che fanno parte della memoria storica locale tramite un pratico volume di consultazione per cittadini, storici e studenti, utilizzabile anche come supporto per varie realtà associative, enti pubblici e uffici scolastici regionali presenti nel territorio e segnalati all’interno di ogni percorso.
La Fortezza Santa Barbara a PistoiaL’opera è suddivisa in cinque itinerari ideali, percorribili in alcuni casi a piedi, in bicicletta o con altri mezzi di trasporto, e toccano monumenti, lapidi, targhe, cippi disseminati in provincia di Pistoia. A colori, corredata di mappe e fotografie, unisce notizie sul contesto storico e naturalistico della zona.
Punto di partenza la città capoluogo, oggetto del primo itinerario, spostandosi poi verso la Montagna pistoiese (secondo itinerario), la Valdinievole, la Svizzera pesciatina e il Padule di Fucecchio (terzo e quarto itinerario), fino alla Piana pistoiese, comune di Montale e dintorni (quinto itinerario).
Nel corso degli ultimi anni, gli Istituti storici della Resistenza in Toscana hanno realizzato studi, siti web, pubblicazioni e ricerche riguardo i luoghi della memoria dall’antifascismo alla Resistenza. La guida pistoiese s’inserisce in questo percorso memorialistico e si evidenzia come strumento utile per legare storia e territorio: l’obiettivo principale è quello di avere una visione d’insieme della regione e conservarne il ricordo del passato per le future generazioni.
A tal proposito possiamo ricordare il progetto avviato dall’Istituto Storico della Resistenza di Livorno attraverso il sito “Luoghi della Memoria”: in ogni luogo è stato collocato un cartello riconoscibile per la sua grafica; a ogni cartello è collegata una sezione del sito; in ogni sezione è possibile trovare materiali aggiuntivi per approfondire i temi affrontati. Si tratta di una pratica guida per chi voglia andare a visitare fisicamente i luoghi dove sono conservate le tracce lasciate dagli uomini e dalle donne dell’antifascismo e della Resistenza. Tutti i cittadini, gli studenti e i visitatori possono lasciare i loro commenti e inviare dei materiali aggiuntivi: “Luoghi della Memoria” è un sito aperto e vivo, come aperta e viva deve rimanere la memoria dei fatti narrati.
Oltre all’Istituto livornese, anche quello lucchese ha avviato un importante percorso che potremmo definire di “memoria condivisa” con la mappatura dei luoghi più significativi in cui rimangono tracce lasciate dagli uomini e dalle donne che hanno partecipato alla Resistenza antifascista. Si tratta di un percorso multimediale: una piccola targa lasciata su questi “luoghi della memoria”, grazie a uno smartphone o a un tablet puntato su un QR Code, introduce a una pagina web con le principali informazioni e approfondimenti su quanto avvenuto in quel luogo negli anni della seconda guerra mondiale. Oppure, al contrario, partendo da un luogo indicato sulla cartina geografica scoprire la storia e la memoria celati dietro quel luogo.
Riguardo all’eccidio del Padule di Fucecchio è inoltre presente online un’utile mappa interattiva con l’indicazione di ogni luogo connesso alla strage: targhe, lapidi, cippi, giardini, parchi e musei (www.eccidiopadulefucecchio.it/mappa).

Matteo Grasso, laureato in storia, svolge quotidianamente attività di ricerca archivistica, orale e bibliografica finalizzata all’approfondimento locale e nazionale di particolari momenti storici legati al periodo contemporaneo.
Attualmente collabora con l’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia sia attraverso la partecipazione a progetti sia come membro del consiglio direttivo e come membro del comitato di redazione della casa editrice.
Lavora inoltre per l’Associazione Culturale Orizzonti di Lamporecchio che pubblica il mensile Orizzonti. Precedentemente ha svolto un tirocinio annuale per la valorizzazione storico-artistica di Villa La Quiete a Firenze.
Fra le pubblicazioni ricordiamo Guerra e Resistenza. Vicende partigiane per uno della «Bozzi», la storia personale di Doriano Monfardini e alcuni saggi riguardanti la resistenza europea sui Quaderni di Farestoria, periodico quadrimestrale dell’ISRPt. Ha altresì partecipato a presentazioni di libri, tra i quali La gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto, a conferenze e a incontri su temi riguardanti la storia locale.

Articolo pubblicato nel settembre del 2015.




Agguato a Montechiaro

Il 29 luglio 1944, verso le 14.00, tre giovani partigiani erano seduti ai bordi di un campo, accanto alla Croce di Montechiaro, una località posta ai piedi della collina di Vinacciano, vicino Pistoia. Aspettavano qualcuno di loro conoscenza, ma, improvvisamente, dal boschetto posto sopra la strada, sbucò un nutrito gruppo di tedeschi. I tre furono falciati dal fuoco nazista: Marcello Capecchi, seppur ferito, riuscì a mettersi in salvo; Giuseppe Giulietti fu ferito gravemente e si trascinò fino alle case più vicine, dove venne finito a freddo dai nazisti; Silvano Fedi fu immediatamente fulminato da una raffica di mitra al petto. I primi due erano capisquadra e il terzo il comandante delle Squadre Franche Libertarie.

Nel giugno del 1944 la formazione si era dovuta occupare di una faccenda piuttosto spinosa: alcuni ladri, detti la “banda del Ponte” (riferendosi al Ponte alla Pergola, da dove veniva la maggior parte di loro), avevano compiuto dei furti nella zona di Silvano. Il 29 giugno quattro di loro furono catturati dai tedeschi e, tre, furono fucilati. Il 17 luglio Silvano li «processò». Li perdonò a patto di restituire la refurtiva e di impegnarsi nella lotta antinazifascista.

Perché parlare di questo episodio? Perché sembra strettamente correlato alla morte di Silvano. Nel dopoguerra, prima velatamente e poi sempre più esplicitamente, quelli della banda del Ponte sono stati accusati di essere i delatori che causarono la morte di Silvano: il 29 luglio Fedi li stava aspettando alla Croce perché dovevano restituire la refurtiva. Questa è sicuramente un’ipotesi plausibile, ma non è la sola e, noi crediamo, nemmeno la più probabile.

disegno silvanoIl 24 luglio Silvano aveva avuto un incontro con rappresentanti del PCI e del PdA per concordare le azioni delle bande in vista del passaggio del fronte. Già il 25 aveva iniziato a riposizionare le sue squadre e, il 29 luglio, quasi tutte erano dislocate nei dintorni di Vinacciano. Quindi, fissando «un appuntamento nei pressi di Montechiaro con diverse persone», doveva sentirsi al sicuro.

In un documento depositato presso l’ISRT si legge che tale appuntamento era «a carattere informativo», ma ci risulta difficile credere che si possa definire in tal modo l’incontro per la restituzione della refurtiva. Inoltre, da vari documenti risulta che Silvano avesse addosso le carte della formazione. Perché avrebbe dovuto portare con sé documenti così importanti e compromettenti ad un appuntamento con dei rapinatori?

È pensabile che uno dei più importanti comandanti partigiani del pistoiese, il 29 luglio, coi tedeschi in ritirata e il fronte dietro la collina, passi il pomeriggio ad aspettare che dei ladruncoli riportino su un barroccio radio, fisarmoniche e prosciutti (i soldi, quelli non spesi, li avevano in parte già restituiti)? E perché farli andare fino a Montechiaro quando la refurtiva doveva tornare nella zona dalla quale i ladruncoli provenivano?

Ma non è tutto. Se fosse stato così lampante che i responsabili della morte di Silvano e Giuseppe erano quelli della banda del Ponte, i partigiani avrebbero potuto trovarli (li conoscevano tutti molto bene) e giustiziarli, e nessuno avrebbe avuto niente da eccepire.

Invece non venne torto nemmeno un capello ai ladri. Non solo, ma almeno due di loro, che avevano militato nella formazione di Fedi prima dei furti, furono ripresi in formazione fino alla Liberazione.

A questo punto, o si immagina un gigantesco complotto per eliminare Silvano, in cui erano coinvolti i suoi stessi uomini, o l’ipotesi della delazione da parte dei ladri non regge.

Se l’incontro era veramente «a carattere informativo», dobbiamo pensare ad un confronto di natura politica o militare che presuppone la presenza di antifascisti di altro orientamento politico (che effettivamente erano presenti quel giorno nella zona) e allunga di molto la lista dei sospetti.

Allora chi furono i responsabili della delazione? Dai documenti che abbiamo trovato finora, non siamo stati in grado di stabilirlo, ma, se non altro, possiamo mettere in dubbio in maniera documentata alcune ipotesi improbabili.

 

Roberto Aiardi, nato a Pistoia nel 1945, ha lavorato prima come maestro elementare, poi al museo civico e, infine, ai servizi sociali del comune di Pistoia. Attualmente in pensione, dal 2007 si è dedicato alla ricerca storica sul periodo della Resistenza a Pistoia.

Ilic Aiardi, nato a Pistoia nel 1971, laureato in biologia, lavora come docente di scienze naturali presso il Liceo Statale «Forteguerri» di Pistoia.

Articolo pubblicato nel luglio del 2015.




Una Repubblica conciliare

L’egemonia comunista sulle amministrazioni cittadine pistoiesi, indiscussa dal dopoguerra, si incrinò nel 1967 quando fu eletto presidente della Provincia il socialista Vincenzo Nardi in alleanza con la Dc. L’amministrazione tuttavia apparve subito debole e la votazione del bilancio mise a repentaglio la tenuta della maggioranza, a tal punto che il prefetto minacciò una gestione commissariale in caso di mancata approvazione.

Di fronte a questa situazione le vicende politiche della città imboccarono una strada inconsueta: il 30 dicembre il bilancio fu approvato all’unanimità, con il voto favorevole di DC, PSI e PCI (sebbene quattro consiglieri del PCI fossero assenti). L’inedita alleanza si trasformò in un accordo pragmatico destinato a risolvere positivamente due emergenze del territorio: l’imminente dismissione della Saca, l’azienda di trasporto pubblico, e una delle cicliche crisi delle Officine Meccaniche Ferroviarie Pistoiesi (OMFP), il maggiore stabilimento industriale della Provincia.

Sebbene la maggioranza provinciale continuasse ad essere formata da DC e PSU, il PCI garantì un appoggio anche futuro alla giunta di centrosinistra per la risoluzione di precisi problemi amministrativi e i tre partiti avviarono permanenti consultazioni.

manifesto dcTra i sostenitori del PCI l’intesa con il centrosinistra suscitò non poche perplessità: l’accordo fu osteggiato dal PSIUP, che affisse manifesti accusando il PCI di aver tradito la volontà dei lavoratori, e nel complesso tutta la base del partito accettò con difficoltà la collaborazione coi cattolici. Neppure per la DC l’accordo risultò pacifico, tanto che il capogruppo alla Provincia, l’avvocato Turco, scelse di spiegarne approfonditamente la natura ai propri elettori in una lettera a mons. Carlo Migliorati, direttore dell’organo della Curia diocesana «La Vita Cattolica», nella quale negò l’esistenza di una nuova maggioranza: «non era in atto alcuna collusione – scrisse – ma solo un tentativo aperto e coraggioso di porre il PCI davanti al dovere di assumersi le proprie responsabilità».

La direzione nazionale della DC approvò l’inedito accordo di Pistoia dopo che i dirigenti locali chiarirono il sostegno puramente tecnico del PCI; ma intanto intorno a questo tentativo, primo in tutta la nazione, di accordo tra i nemici per antonomasia iniziò a crescere l’attenzione mediatica.

La stampa locale conferì all’esperimento politico l’appellativo di Repubblica conciliare connotandolo come frutto della stagione di dialogo tra cattolici e marxisti inauguratasi dopo il Concilio Vaticano II. In prima linea contro la Repubblica conciliare si schierò il quotidiano «La Nazione» che per penna del suo direttore Enrico Mattei scrisse: «Qualcuno domanderà, ma perché vi scalmanate tanto? Forse Annibale è alle porte? É così pericoloso il fatto che la Dc ed il Pci collaborino insieme sul piano amministrativo? Non sarà pericolosa questa collaborazione ma… Annibale non è alle porte, è già entrato, circola fra noi!». La preoccupazione era condivisa dal settimanale «La Vita Cattolica» che scrisse che forse una gestione commissariale non sarebbe stata poi un male. Il timore della curia era infatti che gli elettori della DC non avrebbero compreso, né tanto meno appoggiato l’accordo, e perciò avrebbero potuto far mancare in futuro il sostegno al partito cattolico. Anche il giornale del dissenso cattolico pistoiese, il «Cineforum», prese posizione contro questa intesa politica, in un’inedita comunanza di vedute con «La Nazione» e con «La Vita Cattolica». Le accuse avanzate però furono antitetiche dato che, secondo «Cineforum», l’accordo non avrebbe dovuto limitarsi ad un susseguirsi di intese su singole “cose concrete”, perché altrimenti sarebbe apparso come una semplice volontà da parte dei due partiti di mantenere il potere nelle loro mani, bensì avrebbe dovuto essere un confronto con «spirito nuovo» su temi di fondo: un reale esperimento di «Repubblica conciliare».

A livello nazionale il periodico dell’ala sinistra della DC, «Politica», cercò di difendere l’accordo come un encomiabile tentativo di uscire dal vicolo cieco dell’approvazione del bilancio; era un merito dell’accordo di «aver raggiunto l’intesa non su equivoche formule di abbracci ideologici o “conciliari”, ma su precisi punti programmatici che interessano i problemi della Provincia». «La Stampa», quotidiano torinese, definì invece l’accordo “bizzarro”: «l’embrione di una repubblica conciliare nascente da locali mezzadrie» e sostenne che «simili accordi costituiscono un’effettiva spartizione del potere». In seguito su «l’Unità» si volle precisare che la base fondamentale dell’accordo era prima di tutto «la necessità di qualificare l’Amministrazione ponendola in diretto collegamento con il vasto movimento dei lavoratori. […] Cosa c’entri la “repubblica conciliare” lo sanno solo i fabbricatori di formule e di aria fritta».

I protagonisti politici dell’accordo quindi si guardarono bene dal connotare la collaborazione amministrativa come frutto di un dialogo tra cattolici o marxisti, o come il principio di un avvicinamento politico tra DC e PC, furono i detrattori a definirlo “Repubblica conciliare” contribuendo così ad attirare la curiosità del grande pubblico e decretarne la fine. La dirigenza nazionale della DC infatti, guidata dall’on. Piccoli, non appena vide il sostegno tecnico del PCI trasformarsi sui mass-media nazionali in un esempio di nuova maggioranza alla prova, ne sancì la fine: il 15 luglio del 1969 con un telegramma ordinò che la giunta provinciale fosse sciolta e la segreteria provinciale della DC per disciplina accettò la direttiva romana.

Francesca Perugi è ricercatrice presso l’ISRPt e membro della redazione dei Qauderni di Farestoria. Ha curato la mostra e l’omonimo numero monografico di QF “Cupe vampe: la guerra aerea a Pistoia e la memoria dei bombardamenti”.

Articolo pubblicato nel luglio del 2015.




All’alba della Costituzione italiana

Il 2 giugno 1946, all’indomani del ventennio fascista ed a poco più di un anno dalla Liberazione e dalla conclusione del conflitto sul nostro suolo, il popolo italiano fu chiamato a scegliere tramite referendum tra la monarchia e la repubblica e contemporaneamente ad eleggere i deputati all’Assemblea Costituente.

Le cronache dell’epoca raccontano che gli italiani sfidando la calura di una domenica di fine primavera – inizio estate, in modo composto, disciplinato e tradendo emozione attendono pazientemente all’esterno dei seggi il loro turno.

L’affluenza alle urne sarà vicina al 90% e ciò testimonia la grande voglia di partecipazione e di esprimere il proprio voto in modo libero.

Il referendum fu favorevole all’istituto repubblicano che conseguì il 54% dei consensi contro il 46% raggiunto dalla monarchia. A sua volta le consultazioni per l’Assemblea Costituente si caratterizzarono per il successo dei cosiddetti “partiti di massa” (DC, PCI, PSIUP) che ottennero ben 426 seggi su 556 a disposizione, cioè i ¾ del totale.

Tra coloro che furono eletti in Assemblea ci furono anche Calogero Di Gloria, Palmiro Foresi, Abdon Maltagliati e Attilio Piccioni, tutti candidati nella circoscrizione elettorale Firenze – Pistoia la quale annoverò anche Sandro Pertini e Teresa Mattei.

Ma chi erano i costituenti eletti. Di che cosa si occuparono in Assemblea?

Di GloriaCalogero Di Gloria nasce a La Spezia nel 1917, uomo di raffinata cultura, professore di storia e materie letterarie nei principali istituti cittadini, autore di poesie e padre fondatore della “Brigata del Leoncino”, associazione culturale cittadina organizzatrice di eventi, manifestazioni, momenti di approfondimento su tutte le forme dell’arte e delle scienze. Con le elezioni del 2 giugno 1946 sarà eletto nelle liste del PSIUP nella circoscrizione elettorale Firenze – Pistoia

In sede assembleare intervenne in materia di rapporti civili, sull’ordinamento di Regioni, Province e Comuni ed infine sull’architettura istituzionale del futuro Stato repubblicano.

Rispetto all’ordinamento degli enti locali insisteva sulla necessità di rafforzare le province attraverso l’assegnazione di maggiori risorse economico – finanziarie ed espandendo i loro poteri di intervento, solo in questo modo avrebbero potuto rispondere efficacemente ai bisogni dei rispettivi territori.  In relazione all’architettura istituzionale evidenziava l’opportunità della creazione di un sistema bicamerale e la necessità di dare luogo ad un Senato elettivo, inoltre si dichiarava a favore dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica mentre l’esecutivo avrebbe dovuto distinguersi per efficacia, efficienza e la capacità di rispondere agli interessi del Paese. Il 10 agosto 1997 terminerà di vivere.

Pistoia 3Palmiro Foresi nasce a Livorno nel 1900 da padre di simpatie repubblicane mentre la madre morirà prima che lo stesso raggiungesse i due anni di vita. Si dedica agli studi liceali e universitari, conseguendo la laurea in fisica e giurisprudenza, insegnando matematica presso l’istituto privato “Giuseppe Guerrieri” con sede nella città labronica, assumendo successivamente l’incarico di assistente di diritto ecclesiastico presso l’università di Pisa.

In politica è ricordato tra l’altro per essere stato uno dei fondatori del PPI Livorno, mentre nell’ottobre 1944 è eletto segretario provinciale della DC pistoiese.  L’incarico di maggior prestigio sarà l’elezione alla Costituente con le consultazioni del 2 giugno 1946 con quasi 7000 preferenze. Nella medesima fece parte della Commissione per l’esame dei disegni di legge che vide la partecipazione di autorevoli personalità quali Piero Calamandrei e Nilde Jotti. Tra i suoi interventi e contributi si ricorda in particolare quello relativo alla stesura dell’articolo 45 che recita così: «La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità. La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato».  Con esso si intendeva disciplinare l’impresa cooperativa e l’impresa artigiana cercando di tutelare la cooperazione con finalità di mutualità.

Foresi sarà poi rieletto anche nelle prime due legislature del Parlamento repubblicano e svolgerà anche un ruolo importante relativamente a vicende locali quali quella che vide contrapposte la Lazzi e la SACA, aziende di trasporto pubblico della provincia di Pistoia, inoltre sarà determinante per la risoluzione del contrasto tra imprenditori agricoli e lavoratori delle aziende ortovivaistiche e che si concluse con la firma del “Lodo Foresi” nel dicembre 1954. In seguito sarà Presidente dell’Ente Nazionale Previdenza ed Assistenza Statali, consigliere al comune di Roma e capogruppo della DC. Si spegnerà nel dicembre 1980.

Abdon Maltagliati nasce a Vellano (Pescia) il 7 novembre 1894 da famiglia di contadini poveri, condannato a 22 anni di carcere per i fatti di Empoli (ingiustamente accusato) e dal quale vi uscì nel 1932. Si rifugia inizialmente in Francia e successivamente in Unione Sovietica dove svolse il ruolo di direttore della Radio Italiana di Mosca, per poi rientrare nel novembre 1945 a Pistoia, dopo aver effettuato un esperienza anche nell’esercito sovietico. Segretario della Camera del Lavoro di Pescia, il 2 giugno 1946 sarà eletto nelle liste del PCI deputato alla Costituente dove si occupò principalmente dei temi del lavoro e dei lavoratori e pur non contribuendo a scrivere materialmente gli articoli riconducibili al principio lavorista cioè a quel principio che considera il lavoro come strumento di realizzazione della personalità di ciascun individuo. Il suo impegno e la sua attività saranno alquanto importanti nell’affermazione di quei principi precedentemente elencati. Cesserà di vivere il 10 novembre 1957.

Pistoia 4Attilio Piccioni nasce a Poggio Bustone in provincia di Rieti il 14 giugno 1892. Di professione avvocato sarà eletto per la lista della D.C. alle elezioni del 2 giugno 1946. Farà parte della Commissione dei 75 cioè quella che contribuirà alla stesura materiale del dettato costituzionale. Egli interverrà sul tema delle autonomie locali e in particolare sull’istituzione dell’ente Regione per il quale dichiara di essere a favore della sua creazione giudicata dallo stesso come baluardo per le libertà dei cittadini e per le libertà democratiche del Paese, affidando loro anche una potestà legislativa rispettosa comunque dell’ordinamento statale. Oltre al tema illustrato interverrà anche sulla formazione e la composizione della seconda Camera cioè del Senato, auspicando che questi sia su base regionale.

Sarà poi ricordato per aver svolto il ruolo di Ministro degli Esteri dal quale si dimetterà nel settembre 1954 a seguito del coinvolgimento del figlio Piero nello scandalo “Montesi”.  In seguito sarà rieletto al Parlamento ininterrottamente fino alla legislatura che si conclude anticipatamente nel 1976, anno in cui viene a mancare.

Filippo Mazzoni nasce a Pistoia nel 1972. E’ laureato in Storia e Scienze Politiche. Collabora con l’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia di cui fa parte anche del Consiglio Direttivo. É autore della pubblicazione “La federazione comunista pistoiese dalla Liberazione al <<terribile>> 1956 (2003), ha collaborato assieme ad altri ricercatori alla stesura del volume “Pistoia fra guerra e pace” (2005) ed ha curato con P. L. Guastini e G. F. Marcucci “All’alba della costituzione italiana. I quattro costituenti pistoiesi (2008). É inoltre autore della pubblicazione “Una storia da non dimenticare. Ricostruzione storica dell’eccidio del 31 marzo 1944 alla Fortezza S. Barbara (2008 e ristampa 2015). Infine per conto della casa editrice Ibiskos ha pubblicato “Il terribile quindicennio (1969 – 1984). La storia delle stragi raccontate ai ragazzi” (2014). Con Stefano Bartolini ha curato il recupero dell’Archivio “Andrea Devoto” conservato presso il Polo delle Scienze Sociali dell’Università di Firenze, inoltra collabora con la rivista “QF – Quaderni di Farestoria” edita dall’Istituto.

Articolo pubblicato nel giugno del 2015.