SULLE TRACCE (GIOIOSE) DELLA PANTERA A FIRENZE

Occupì, occupà, occupiamo la città…Occupà, occupì, occupiamo pure qui” cantavano gli universitari fiorentini nel madido gelo notturno di fine febbraio mentre percorrevano furtivi le vie del centro storico armati di stencil e bombolette spray per imprimere sui marciapiedi variopinte orme di pantera: le impronte indicavano i percorsi dalla stazione di Santa Maria Novella  alle diverse facoltà e all’assemblea nazionale che dal 27 febbraio al 9 marzo ha riunito a Firenze, non senza divergenze e litigi, le differenti anime della Pantera.

L’ultimo grande movimento studentesco dei decenni passati, ultimo sussulto generazionale che ha cercato di mettere in discussione le gerarchie del sapere finalizzato al profitto ed è riuscito a scuotere l’opinione pubblica. Fu un movimento diverso dai precedenti dove la politica non poteva essere svincolata da una dimensione umana relazionale: “Ciò che mi è rimasto nel cuore di quella esperienza è la gioia, la felicità con cui tutto avveniva. I dibattiti più belli avvenivano a cena o durante i cineforum, fra imprevisti, come le pizze che si bruciavano, e tante risate[1].

Il 18 gennaio è la data in cui la Pantera fece il suo ingresso ufficiale a Firenze quando alla facoltà di Lettere gli studenti riuniti in assemblea dovevano decidere in che modo dar vita alla loro protesta: i corridoi, le aule erano un continuo scorrere di voci, discussioni, opinioni…“Stipati nell’aula B, al primo piano, pigiati negli atri, nelle scale, nell’ingresso del pianterreno. Chi poteva immaginare questa affluenza…Mille? Chissà, nessuno ha potuto contarli. Il Coordinamento degli studenti di sinistra è allibito, frastornato, non crede ai suoi occhi: che successo! Che meraviglia! Ma lo vedi quanti siamo?[2]. Chissà quanto tempo è passato per vedere un’assemblea così stracolma. “Grazie Ruberti”, dice una ragazza infervorata. È la prima volta per tutti. Il primo vero grande appuntamento di quelli che “si sono rotti le scatole” come dirà, dando voce alla maggioranza, un altro studente[3]. Le speranze di chi spingeva per l’occupazione si opponevano ai timori di coloro che prevedevano uno stravolgimento della loro vita universitaria. Ma quel giorno a Lettere erano davvero pochi: “I contrari parlino ora o mai più…Uno dei Cattolici Popolari tenta di dire qualcosa. Impossibile. È chiaro che i cattolici hanno rinunciato[4]. La decisione da prendere doveva mettere in conto anche che l’occupazione costituiva un atto illegale e quindi perseguibile penalmente. Ma alle 17.30 per alzata di mano si vota ed è un sì all’occupazione senza incertezze. Sulla lavagna una scritta non lasciava dubbi: “Da Palermo al settentrione, un solo grido: occupazione[5]. Ormai è sera e nel buio gli studenti si lasciano euforici. A presidiare la facoltà ne rimane solo qualche decina. Ora il lavoro politico di organizzare la protesta lascia il posto a dove sistemare il sacco a pelo, dove comprare i panini… e dove trovare una chitarra: “Stanotte si canterà. Domani, è un altro giorno. Il primo dell’era della fine del silenzio[6].

Lettere occupata. E’ scoppiato il ’90. Firenze come Roma e Palermo, “La Repubblica”, 19 gennaio 1990.

E nella prima notte tutti a far pulizia nelle aule occupate, “La Repubblica”, 19 gennaio 1990.

L’occupazione di Lettere innescò una reazione a catena coinvolgendo una dopo l’altra molte facoltà fiorentine. Il giorno dopo, furono occupate la facoltà di Fisica, il Dipartimento di Filosofia e Architettura, e in successione il 22 gennaio la facoltà di Magistero, poi il 23 Scienze Politiche, il 24 Chimica, il 25 Agraria… ma dopo il fervore e l’entusiasmo dei primi giorni il movimento dovette misurarsi con il fronte dei “contro occupanti”, costituito sia da coloro che volevano riprendere le lezioni e poter svolgere gli esami disinteressandosi della riforma Ruberti, sia dagli studenti che volevano attuare altre forme di protesta ma non l’occupazione della facoltà: “E il settimo giorno il movimento si è spaccato. Diviso in due, da una parte gli occupanti e dall’altra i legittimisti. Per ora sono ancora cinque Facoltà prese in ostaggio dagli studenti. Assemblee si sono tenute nelle altre facoltà e dipartimenti, ma per ora nessun’altra si è unita al fronte dei ribelli”[7].

L’invasione degli studenti. L’Università è in mano loro: occupate altre 3 facoltà, “La Repubblica”, 20 gennaio 1990.

Il movimento studentesco fiorentino dopo solo una settimana viveva dunque un momento di stasi, nessuna facoltà si aggiungeva a quelle occupate anche se tutte mantenevano lo stato di agitazione con assemblee e proposte di autogestione. Ma nonostante la divisione del mondo universitario con la presa di posizione del fronte di contro occupazione, la protesta continuava e le discussioni sconfinavano dalle mura delle università: la reazione contro la privatizzazione rappresentava una delle cause della protesta ma non la sua esclusiva motivazione. L’opposizione alla riforma si intrecciava con altre lotte che in quel momento attraversavano il Paese, come quella contro le privatizzazioni, o contro la legge Jervolino-Vassalli che prevedeva la detenzione per i consumatori di sostanze stupefacenti, oppure contro la svolta razzista che stava interessando sempre più l’Italia[8]. Ma si volgeva lo sguardo anche oltre i confini nazionali come piazza Tienanmen con la rivolta studentesca soffocata con le armi dal governo cinese, o all’Intifada, la lotta portata aventi dai giovani palestinesi con i sassi e le fionde contro i carri armati israeliani, e nelle facoltà occupate per solidarietà con il popolo palestinese si vedevano le keifa (il classico foulard palestinese) portate al collo da molti studenti.

Inoltre, nel momento in cui le rivendicazioni venivano messe da parte e la voglia di conoscersi provava a superare il confine degli obiettivi comuni, l’occupazione cambiava pelle. Non costituiva ormai soltanto un’azione specifica di protesta contro un progetto di legge o per un disagio dovuto a strutture considerate carenti o per qualcos’altro, ma un bisogno profondo di vivere intensamente insieme a coetanei fino a quel momento guardati distrattamente tra una lezione e l’altra. Senza che se ne rendessero troppo conto gli studenti mettevano a fuoco quello che costituirà il ricordo più nitido di quei mesi: giornate in comune in un posto che per loro non sarebbe più stato quello di prima.

Al centro del movimento vi era la ribellione contro il tempo nuovo liberista e contro la destrutturazione dell’università di massa. Le elaborazioni che in quei giorni nascevano nelle facoltà occupate, non si limitavano esclusivamente ad una critica del sistema universitario, ma inserivano la riforma in un contesto più ampio, quello della ristrutturazione neoliberista della società, anticipando così tematiche ancora oggi attuali[9].

C’è chi giura che dalla Pantera in poi, la politica in città non fu più la stessa[10],  in quel movimento curioso, lungimirante, sinceramente antipartitico, si possono intravedere temi ed ispirazioni che avrebbero caratterizzato anni dopo un evento come il Social Forum. Si percepiva la sensazione che la libertà dei saperi iniziasse ad essere fagocitata da interessi privati, si muovevano le prime critiche alla precarizzazione del mondo del lavoro e vi era un’apertura al sociale che si allargava anche con la lotta al razzismo. Gli studenti, inoltre, si mostravano contrari ad una eccessiva personalizzazione; vi erano, senza dubbio, leader e portavoce, ma il loro ruolo era meno enfatizzato rispetto al ‘68 e agli anni ‘70. La politica istituzionale non gli interessava, ed è per questo che pochi di loro, in seguito, l’hanno scelta.

 

MOVANTA

 

 

A Scienze Politiche ancor prima che iniziasse l’occupazione uscì il primo numero del giornale “Movanta”, che assunse fin dalla nascita il ruolo di bollettino sia di ciò che avveniva in facoltà che all’esterno. Il nome derivava, come i primi redattori amavano scherzarci sopra, da un difetto di pronuncia di un componente della commissione stampa[11]. Nelle intenzioni degli autori vi era l’esigenza di dare a tutti gli studenti un mezzo attraverso cui far circolare notizie, opinioni, critiche, giudizi, creatività. Fin dal primo numero il giornale era strutturato in quattro rubriche:

– relazioni provenienti dalle Commissioni;

– analisi degli articoli sulle vicende universitarie che uscivano sui quotidiani;

– notizie provenienti dalle facoltà occupate e non;

– opinioni degli studenti[12].

La redazione di “Movanta” che aveva la sua sede nell’ex sala professori, ricordava per aspetto e frenesia quella di un piccolo quotidiano locale. La sera venivano raccolti e ordinati gli articoli pronti per la stampa. Così il giornale che usciva a notte fonda costituiva ogni mattina l’occasione per riprendere un filo abbandonato la sera prima. Dal primo numero del 22 gennaio 1990 il giornale è stato la voce della protesta di chi occupava, riempiendo le sue pagine di cronache delle assemblee, di relazioni delle commissioni e soprattutto dei resoconti dell’assemblea nazionale di Firenze, impenetrabile non solo per i giornalisti dei quotidiani nazionali, ma anche per la maggior parte degli studenti che ne era al di fuori[13].

 

TELESQUALO

 

Era il telegiornale del Movimento realizzato da studenti appassionati di video e grafica che andava in onda tutti i giorni nell’aula M della facoltà di Architettura. Sfoderava denti aguzzi verso docenti politici e giornalisti presi di mira con ironia sullo stile del primo Chiambretti. “Telesqualo, il primo telegiornale che esplora gli abissi dell’informazione” questo era l’incipit con cui iniziavano le trasmissioni seguitissime dagli studenti che in quel momento gravitavano per Architettura[14]. Non solo ironico ma sapeva essere anche serio come quando fu intervistato il Presidente del Senato Spadolini a proposito di alcuni fatti di razzismo avvenuti in città. Telesqualo fu il telegiornale che riportava le cronache delle giornate movimentate dell’assemblea nazionale quando tutte le altre televisioni insieme alla stampa venivano lasciate fuori dai cancelli del palasport[15].

 

LA SECONDA ASSEMBLEA NAZIONALE

 

Le pantere ‘pellegrine’ sono arrivate alla spicciolata …sono stati accolti circa 500 studenti alla stazione di Santa Maria Novella. Provenienti da 36 città italiane, con 112 facoltà e 5 atenei al gran completo. Dalla stazione sono stati indirizzati nelle viarie facoltà occupate. E per i più distratti, c’erano tante orme di pantera verniciate nelle vie della città da seguire quasi come nella favola di Pollicino… Problema cibo: panini a pranzo comprati a un banco vendita fatto installare dal comune, mentre la sera la possibilità di cenare alla mensa universitaria esibendo il libretto. Problema notte: dormiranno nelle varie facoltà occupate[16].

Arriva la Pantera. Da domani è assemblea nazionale, “La Repubblica”, 25/26 febbraio 1990.

La Pantera si riunisce. Firenze guarda e tace. Una giornata di caos e tensione, “La Repubblica”, 27 febbraio 1990.

Problemi logistici a parte sarà proprio l’Assemblea Nazionale di Firenze a far esplodere tutte le contraddizioni e i limiti del movimento, malgrado il persistere di un enorme potenziale di mobilitazione studentesca. L’assemblea iniziata il 26 febbraio terminò ufficialmente i lavori il 9 marzo e fu senza alcun dubbio l’assemblea nazionale più lunga della storia dei movimenti sociali. Il risultato dei primi giorni trascorsi fu paradossale: interminabili discussioni per decidere come il Movimento doveva decidere! La questione della delega portò ad un confronto molto teso, con alcuni atenei che non accettavano tale principio. E la ricerca spasmodica di una nuova idea di democrazia degenerò in un democraticismo nei fatti antidemocratico. Si votava per facoltà a prescindere dalla consistenza numerica e quindi dal peso politico specifico tra le varie facoltà, privilegiando così facendo i piccoli atenei che si trovarono ad avere un peso del tutto sproporzionato. E alla fine si arrivava al paradosso che il voto della facoltà più periferica, che magari non era riuscita neanche ad occupare, contava come le facoltà di Lettere di Palermo o di Roma. Ciò che emerse non fu quindi rappresentativo della complessità e della grande radicalità che il Movimento aveva espresso in più di tre mesi di occupazione di 140 facoltà italiane[17].

Le forti divisioni all’interno del movimento erano chiaramente il frutto di un problema di strategia complessiva, inadeguata e confusa. Fax incandescenti che trasmettevano documenti elaborati, discussioni lunghe e appassionate, ma anche drammatiche e laceranti, che testimoniavano di una Pantera che si rincorreva mordendosi la coda. Gli studenti giravano a vuoto senza riuscire a centrare il cuore del problema: quale strategia dovevano adottare per ottenere il ritiro della riforma Ruberti e le dimissioni del Ministro? Anche in questa assemblea nazionale, come a Palermo, l’assenza di una direzione politica nel Movimento e per il movimento e la crisi dei soggetti politici organizzati furono la causa di una mancanza decisionale univoca.

Alla fine, una decisione fu presa, una delle poche decisioni prese a larga maggioranza a conclusione dell’Assemblea: tenere una manifestazione nazionale a Napoli preceduta da una settimana di mobilitazione, rivolta in particolare contro l’articolo 16 della legge 168 considerato “una bomba ad orologeria”[18]. La Pantera percepiva appunto come una vera e propria trappola anti-studentesca la creazione, con l’art. 16, del “Senato degli Studenti” che consisteva nella delega data ad un gruppo di universitari, i quali avevano solo una funzione consultiva, cioè esprimevano pareri non affatto vincolanti. E di questi pareri, secondo gli occupanti, potevano tranquillamente disinteressarsi sia i privati che i baroni di turno.

Gli studenti decisero un termine del 16 aprile per l’abrogazione dell’articolo 16 lanciando un vero e proprio ultimatum al Parlamento. In risposta il ministro Ruberti dichiarò: “Un ultimatum al Parlamento mi preoccupa perché in democrazia gli ultimatum non sono una manifestazione pacifica del pensiero[19].

Nei primi giorni dell’assemblea fu deliberata anche la formazione di un servizio di sorveglianza per le vie del centro storico per scongiurare episodi di intolleranza contro i migranti, dopo il raid razzista avvenuto la notte di carnevale del Martedì Grasso, quando un gruppo di persone col volto mascherato, armati di spranghe, coltelli e mazze da baseball, aggredirono brutalmente alcuni ragazzi magrebini. Le aggressioni descritte come “60 minuti di ferocia”, stile il film Arancia Meccanica, causarono gravi ferite da taglio e fratture a quei poveri malcapitati. Il raid fu un atto razzista organizzato avvenuto nel caos della folla festante del carnevale. L’episodio rappresentò un momento di forte tensione sociale, evidenziando il crescere in città di un certo sentimento xenofobo[20]. Arrivò la ferma condanna delle istituzioni cittadine e del presidente del Senato Spadolini intervistato proprio dal TG del Movimento Telesqualo: “Provo un sentimento di vergogna ogni qualvolta c’è una forma di razzismo, qualunque ne siano le motivazioni. Firenze non è una città razzista, la sua storia è la storia dell’antirazzismo perché è una città che ha inventato i principi dell’Umanesimo e della tolleranza (…), è stata la capitale intellettuale dell’Europa[21]. In segno di protesta anche la comunità senegalese presente in città si mobilitò creando un presidio permanente in piazza Duomo vicino al Battistero iniziando lo sciopero della fame. E sempre per contrastare il razzismo, condannare il raid di carnevale e mostrare solidarietà agli immigrati nordafricani nel mese di aprile fu organizzato in città al Palasport il concerto dei Litfiba e dei CCCP.

Durante i giorni dell’assemblea nazionale, in risposta alle indagini delle Procure della Repubblica sulle occupazioni in corso nei vari atenei italiani, a Padova alcuni studenti il 27 febbraio iniziarono lo sciopero della fame mentre a Torino 200 studenti si autodenunciarono per solidarietà con 124 occupanti denunciati. All’attività investigativa per identificare i responsabili delle occupazioni, inizialmente non corrispose un intervento repressivo di polizia. Tutto sommato il governo italiano fu cauto nella repressione della Pantera, anche nella fase alta delle occupazioni, benché avesse avuto forti tentazioni repressive, complessivamente lasciò mano libera al movimento.

Gli episodi repressivi iniziarono però durante la settimana di mobilitazione indetta dall’assemblea, per poi intensificarsi in un’escalation sempre più provocatoria e arrogante dopo la manifestazione nazionale di Napoli. Ma quella manifestazione segnò un passaggio simbolico negativo. Dopo circa tre mesi di occupazioni e proteste che avevano coinvolto alcune centinaia di miglia di studenti in tutta Italia, il movimento della Pantera sembrava di non essere stato in grado di produrre nessuna contrapposizione diretta contro il ministro Ruberti[22].

La fine dell’occupazione non fu soltanto il passaggio ad un’altra fase del movimento, come si disse in modo ossessivo in tutti i documenti elaborati dalle facoltà. In realtà segnò il punto di non ritorno. Si esaurì la spinta propulsiva e il carattere di massa del movimento. La modalità di lotta delle occupazioni aveva permesso di raccogliere tutto il disagio politico ed esistenziale di un’intera generazione, e offrì l’opportunità di vivere esperienze uniche e irripetibili. La fine delle occupazioni rappresentò la rottura di un’esperienza comunitaria sul piano esistenziale ed emotivo oltre che su quello meramente politico.

Malgrado, dunque, l’ingente mobilitazione sociale, i lavori in Parlamento cominciarono e la legge Ruberti venne approvata con alcune modifiche nel novembre del ‘90. Come spesso accade ai movimenti orizzontali e non strutturati, la Pantera, abbiamo visto, visse un’ondata intensa ma relativamente breve e dopo mesi di occupazione verso aprile la spinta si affievolì e le università ripresero la loro solita attività. Ma il vero paradosso della Pantera è che, pur avendo attraversato molte città e migliaia di studenti, è rimasta in larga parte un movimento “rimosso”, poco raccontato e poco conosciuto. Eppure, è un frammento della nostra storia che ci lascia un lascito prezioso: l’idea che l’università non sia mai soltanto un luogo dove ci impongono di seguire apaticamente lezioni e preparare esami, ma anche uno spazio creativo in cui gli studenti vivono e producono cultura, immaginano alternative, costruiscono reti e comunità.

Ma tracce di quell’esperienza sono ancora presenti in Italia: nei Centri Sociali, che proprio nella Pantera trassero nuova linfa, e ancor oggi sono presenti (quando non vengono sfrattati…) in molti comuni italiani; nella musica Rap, oggi in cima alle classifiche discografiche, la quale se pur basata su tematiche diverse da quelle attuali, si diffuse in quei giorni grazie al tam tam tra le università occupate e alla loro permeabilità alla società esterna; nei graffiti e nella streetart che colorano i muri delle periferie, che quel movimento affermò sempre più nel panorama culturale italiano.

In un’epoca dei profitti in cui tutto sembra accelerato ed efficiente, in cui il tempo universitario è spesso concepito come una corsa ad ostacoli verso il lavoro, ricordare la Pantera significa ricordare un’altra possibilità: rallentare, mettere in discussione lo status quo e riscrivere di proprio pugno le regole, immaginare e sperimentare nuove forme di cittadinanza, occupare simbolicamente uno spazio e crescere per davvero insieme.

 

27 marzo 1990: dopo 111 giorni si smobilita l’occupazione, dove ha iniziato a ruggire la Pantera della Facoltà di lettere di Palermo.

Primavera 1990: Fine delle occupazioni nelle facoltà di Firenze.

9 maggio 1990: entra in vigore l’art. 16 della legge Ruberti, a Firenze gli studenti tentano di occupare simbolicamente il rettorato ma vengono caricati e dispersi dalla polizia.

Giugno 1990 “la Pantera decide di tornare nella savana… (ma non illudetevi) ritornerà![23]

 

 

NOTE:   

[1] Manuela Zadro, Cene povera, assemblea fino a mezzanotte, poi il vino e le chitarre. E nella prima notte da ribelli tutti insieme a pulire le aule, “La Repubblica”, sabato 20 gennaio 1990.

[2] Maria Cristina Carratu, Lettere occupata. È scoppiato il ’90. Firenze come Roma e Palermo, “La Repubblica”, venerdì 19 gennaio 1990.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6]Manuela Zadro, Cronache delle prime ore da “nuovi ribelli”, tra sacchi a pelo, dibattiti e disciplina. E nella prima notte tutti a far pulizia nelle aule occupate, “La Repubblica”, venerdì 19 gennaio 1990.

[7] Sara Casassa, Anna Pampaldi e Manuela Zadro, Ancora uniti, ma un po’ divisi. Gli studenti e il primo dissenso, “La Repubblica”, mercoledì 24 gennaio 1990.

[8] M. Sgobio, I loro incubi sono i nostri. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, cit., p. 103.

[9] Ibidem.

[10] Paolo Giorgetti (a cura di), Le tracce della Pantera. Testimonianze sull’occupazione della Facoltà di Scienza Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze (gennaio-marzo 1990), Il Campo, Roma 1991, p. 47.

[11] Ivi., p.21.

[12] Ibidem.

[13] Ivi, p. 22.

[14] Videogiornali furono prodotti a Bologna, Firenze e Roma. Quelli realizzati a Firenze erano più ironici: alla narrazione di eventi che caratterizzarono l’occupazione, si mescolavano veri e propri sketch e interviste sbeffeggianti a personaggi noti, come Luca Cordero di Montezemolo. È possibile vedere alcune edizioni del videogiornale realizzato dagli studenti di architettura di Firenze, che prendeva il nome di Telesqualo, al link https://www.youtube.com/user/GadonSulis/videos

[15] Cfr., Telesqualo Assemblea Nazionale 1990. I giorni dell’occupazione a Firenze 1990. La Pantera, in https://www.youtube.com/watch?v=kYHgbaPOJOY&t=4s

[16]  Anna Pampaloni e Sara Casassa, La Pantera si riunisce. Firenze guarda e tace. Una giornata di caos e tensione, “La Repubblica”, 27 febbraio 1990.

[17] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., pp. 103-4.

[18] Ivi., p. 111.

[19] Ibidem.

[20] Ferocia razzista fra le maschere, “L’unità”, giovedì 1° marzo 1990.

[21] Varie di Telesqualo in giro per Firenze e le Facoltà occupate nel 1990 “LA PANTERA” servizio del TG3 regionale della Toscana, in  https://www.youtube.com/watch?v=_SKtRGs2MCE

[22] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., p. 115.

[23] Ivi, p. 176.

 

Articolo pubblicato nel mese di giugno 2026.




“LA PANTERA… SIAMO NOI”

Se pensiamo ad un periodo di lotte, di occupazioni, di proteste, di manifestazioni ad opera degli studenti, la mente molto probabilmente riavvolgerebbe il nastro della memoria sino alla fine degli anni Sessanta e più precisamente al ‘68, e forse, risalendo, agli anni Settanta con l’apice del ‘77, ma difficilmente si fermerebbe ad un periodo meno lontano nel tempo come il 1990, quando “un elemento selvaggio irruppe nelle città e nelle Università italiane a turbare i sogni tranquilli di molti” sotto le sembianze di una “Pantera”[1]: un vortice di protesta  durato solo pochi mesi che sconvolse il mondo universitario italiano. Dal 5 dicembre del 1989, quando a Palermo fu occupata la Facoltà di Lettere e Filosofia, la protesta risalì tutta la penisola con ramificazioni che coinvolsero più di cento facoltà, per poi terminare solo nel mese di aprile del ‘90.

Mappa delle occupazioni. Foto scattata alla mostra “La Pantera siamo noi. Il Movimento studentesco del 90, tra protesta, progetti e speranze.” presso il MEUS di Bologna.

Un movimento di lotta studentesco che ebbe dunque breve durata ma di forte impatto sugli Atenei italiani. La protesta ebbe origine attorno al rifiuto del progetto di riforma che prevedeva una trasformazione in senso privatistico dell’Università; relatore di questo disegno di legge era stato Antonio Ruberti, ministro socialista dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica nel governo pentapartito guidato da Giulio Andreotti.

Gli studenti si mobilitarono in numero sempre più crescente concentrando i loro sforzi contro la riforma universitaria, pretendendo il suo ritiro immediato insieme alle dimissioni dello stesso ministro. Una riforma che venne studiata a fondo dagli studenti, soprattutto quanto la privatizzazione avrebbe inciso sull’Università rendendo di fatto le facoltà umanistiche come di serie B rispetto a quelle scientifiche-tecnologiche. Nei mesi di occupazione fu analizzata anche la didattica e la qualità del sapere e gli studenti si organizzarono in commissioni didattiche di facoltà e interfacoltà, producendo molti seminari autogestiti e stilando progetti alternativi sul diritto allo studio. Le occupazioni svilupparono inoltre nuove forme di partecipazione comunitaria, si viveva di giorno e di notte in facoltà, si mangiava insieme (alcune facoltà avevano organizzato delle vere e proprie mense) e oltre a partecipare a gruppi di studio o seminari per la sera venivano organizzate feste, cineforum, spettacoli teatrali e concerti. E a latere delle assemblee e delle feste si vedevano ragazzi cantare e ballare nelle ore più strane e in ogni luogo, si era creato un clima gioioso all’interno di ogni facoltà e vi era la consapevolezza di poter gestire uno spazio prima percepito come arido e ostile e adesso invece luogo di incontro e socializzazione. Si sperimentava non solo l’idea di un’altra università, ma anche l’idea di un altro modo di vivere le relazioni interpersonali, di provare sentimenti, emozioni e valori alternativi a quelli dominanti un po’ come accadeva negli anni fine Sessanta e durante gli anni Settanta. Si percepiva la sensazione di essere protagonisti di un grande movimento nazionale che rafforzava una coscienza politica “di sentirsi parte di uno status collettivo (quello dello studente) che prima era smarrito e confuso nelle mille storie personali di ognuno[2].

Il movimento prese forma in un periodo storico sia di crisi internazionale, dopo la caduta del muro di Berlino, fra lo sfaldamento del blocco Sovietico e l’avvio alla globalizzazione capitalistica, sia nazionale nel momento più alto di una crisi del sistema politico italiano sfociato di lì a poco in Mani Pulite, con l’implosione della “prima Repubblica”, preceduta dalla fine del PCI nel contesto delle profonde trasformazioni geopolitiche avvenute in Europa dell’Est e URSS fra il 1989 e il 1991, a partire dal “crollo” del muro di Berlino. E fu in questo clima di crisi generale che avvenne il risveglio dal letargo degli anni Ottanta con una scintilla scoccata a Palermo che infiammò la protesta in tutti gli atenei italiani.

Da rilevare che la nascita del movimento nel capoluogo siciliano si legò anche alla lotta alla mafia che in quel periodo aveva nel sindaco Leoluca Orlando il suo più autorevole esponente. Il legame fra le lotte fu spontaneo perché la legge Ruberti stabiliva per le imprese l’opportunità di entrare nei consigli di amministrazione delle università, e in Sicilia parlare di apparati produttivi significava parlare di mafia (purtroppo non solo allora…) e quindi ci sarebbe stata la legittimazione formale dell’ingresso della malavita organizzata nei consigli di facoltà[3]. Fin dall’inizio gli studenti palermitani dimostrarono una grande determinazione nel portare avanti la loro protesta, determinazione dimostrata anche quando decisero di mantenere l’occupazione delle facoltà malgrado le feste natalizie, rinunciando a trascorrerle in famiglia. “A Natale con il panettone continueremo l’occupazione” lo slogan che rimbalzò per tutta la penisola facendo scendere migliaia di studenti in Sicilia per le feste[4]. E naturalmente fu enorme la partecipazione ai veglioni di fine anno nelle varie facoltà occupate… Ma a Capodanno scesero tutti in piazza per dimostrare all’opinione pubblica che l’occupazione durante le feste non era soltanto un’occasione per divertirsi e far baldoria ma anche un momento di confronto per l’organizzazione della protesta.

 

LA PANTERA E IL FAX

Perché “Pantera”? Il nome deriva da un fatto di cronaca: una pantera, probabilmente addomesticata da qualche temerario e fuggita dal suo padrone, fu avvistata per le strade romane la notte del 27 dicembre del 1989, ma nessuno riuscì mai a trovarla. Aveva scelto la libertà… “era scappata di casa”, e naturalmente incuteva timore nei cittadini romani. A due giovani pubblicitari Fabio Ferrini e Stefano Maria Palombi questo fatto insolito fece venir in mente lo slogan “La pantera siamo noi” e disegnarono il logo rielaborando il simbolo delle Black Panters americane per poi donarlo agli studenti “ribelli”[5].  Fu accettato all’unanimità come simbolo della loro protesta: metaforicamente stava a significare che gli studenti non sono affatto addomesticati, che vogliono essere liberi, che possono avventurarsi in territori sconosciuti, che possono far paura! “La Pantera affila i denti, lotta insieme agli studenti[6].

Giornale “L’unità”. Foto scattata alla mostra “La Pantera siamo noi. Il Movimento studentesco del 90, tra protesta, progetti e speranze.” presso il MEUS di Bologna.

Il logo giunse agli occupanti proprio il giorno in cui si erano radunati in un’assemblea di interfacoltà alla Sapienza e fu inviato per via fax.  E proprio il fax sarà la vera novità comunicativa del movimento che grazie a questo strumento, in dotazione agli uffici amministrativi, le facoltà occupate si scambiavano messaggi, mozioni, documenti e comunicati stampa: una vera e propria rete fax per comunicare, precursore delle attuali e diffuse mailing list.

Come funzionava la rete fax. Fonte: Archivio Marco Pezzi, Bologna, in Massimiliano Denaro, “1990, il movimento studentesco della Pantera“, Tesi di laurea in Scienze politiche, anno accademico
2005-6.

Sex, Fax e Rock’ n’Rool” scritta che si poteva trovare in alcune segreterie di facoltà o nei corridoi giocando sul ruolo di quel fax diventato ormai l’arma segreta del movimento[7]. Nel linguaggio della Pantera il gioco di parole sembrava prevalere su tutto e si serviva di ricordi, frasi celebri e scampoli di libri di testo… rifacendosi un po’ alla stravaganza, alla derisione e all’umorismo di stampo dadaista: “Ruberti stai in campana se no la Pantera ti sbrana[8].

Ma ci furono anche delle vere e proprie forme artistiche, come i murales intesi dagli studenti come modo per riscrivere i muri delle facoltà. Alla fine del movimento le mura delle università italiane avevano davvero mutato in parte il loro colore, e molti dei grandi murales della Pantera resisteranno per anni. Ma, senza dubbio, l’espressione culturale più rappresentativa e che ebbe maggiore successo è stata la musica Rap italiana: una vera e propria esplosione politica e culturale fece il suo ingresso nelle facoltà occupate e nelle manifestazioni diventando la colonna sonora della contestazione contro la riforma Ruberti. Durante le occupazioni il rap ha cessato di essere un genere di nicchia per trasformarsi in uno strumento di comunicazione politica. Il linguaggio hip hop, con il suo ritmo incalzante, si adattava perfettamente alle esigenze della nuova generazione.

La creatività artistica permeava molte forme di protesta della Pantera, che oltre alla streetart e alla musica rap, realizzò video, happening, flashmob… si ricorda il corteo circense che sfilò per le vie di Roma, una sorta di sfilata in maschera con mimi e momenti di animazione, una manifestazione ironica di derisione, condita da inediti e taglienti slogan, a cui parteciparono più di cinquemila studenti che ebbe il suo momento massimo quando la vasca sotto il tempio di Minerva, ormai senza acqua e usata per lo skateboard, fu riempita di giornali stracciati e su quel “mare in tempesta” fu fatta navigare una barca di carta, simbolo del movimento in balia della “stampa di regime”[9].

La stampa nazionale inizialmente dette poco risalto, quasi ignorando, le occupazioni delle facoltà degli studenti palermitani, forse immaginando che fosse una protesta circoscritta in seno all’isola siciliana. Solo i due quotidiani locali, “Il giornale di Sicilia” e “L’Ora” ne davano notizia schierandosi l’uno contro e l’altro a favore: il primo criticava l’occupazione perché egemonizzata soltanto da una parte di studenti che non lasciavano alcun spazio a coloro che volevano continuare le lezioni; il secondo invece appoggiava appieno la protesta al punto tale di farsi promotore di un’iniziativa giornalistica che rimarrà quasi unica nello scenario editoriale italiano, offrendo agli stessi studenti una pagina settimanale sotto la cura tecnica della redazione, continuando però a commentare indipendentemente le loro iniziative[10]. Ma ci fu un momento in cui la Pantera rimbalzò su tutti i quotidiani nazionali, manifestandosi appunto come quella “stampa di regime” agli occhi di chi occupava: i primi di febbraio in un seminario autogestito del movimento romano “Vecchi e nuovi movimenti”, prese la parola un ex brigatista raccontando la propria esperienza nella lotta armata. Questo bastò per scatenare il giorno dopo la stampa nazionale: La Pantera nella trappola del terrorismo (Corriere della sera), Un’ombra sulla Pantera (Il Messaggero), L’ex BR al movimento: grazie a voi gli anni Ottanta sono proprio finiti (La Repubblica) … titoli del genere si sprecarono su quasi tutti i giornali. Una valanga di critiche volte a screditare il movimento studentesco che fino ad allora aveva cercato di apparire con intenti non ideologici ma trasversali e mai violenti[11]. “Non siamo terroristi. Giornali e televisione, in questi giorni, hanno affermato che vi sono state lezioni tenute da brigatisti all’Università occupata. Queste notizie sono false e tendenziose e tendono a screditarci agli occhi della gente che ci appoggia. Siamo un movimento democratico, apartitico e pacifico che mai si potrebbe riconoscere negli ideali del terrorismo (…)[12].

Pacifici, democratici e antifascisti” con questa dichiarazione si aprivano un po’ tutte le mozioni delle facoltà occupate, ed era come una volontà nel voler ribadire la propria identità per sfuggire dall’equivoco di apparire come un movimento impolitico o corporativo, e soprattutto per non rimanere intrappolati dall’egemonia delle organizzazioni politiche.

 

SAMARCANDA

Il rapporto con la stampa fin dall’inizio fu, dunque, complicato e contraddittorio; vi era una forte diffidenza nei confronti dei mass media responsabili secondo l’opinione degli studenti di travisare metodicamente il movimento. E infatti a tal proposito rifiutarono di intervenire in qualsiasi trasmissione televisiva che non fosse in diretta per paura di possibili manipolazioni senza possibilità di controllo. Si dovette attendere il giornalista Santoro con la sua trasmissione in diretta “Samarcanda” per avere visibilità in un canale nazionale e poter sfruttare l’occasione non solo per propagandare le occupazioni, ma anche per illustrare le proprie ragioni facendo piazza pulita di tanti equivoci. Il collegamento avvenne con gli studenti romani assiepati nell’aula 1 di Lettere e con quelli nell’Aula magna dell’università di Palermo. Quella trasmissione rappresentò un vero e proprio salto di qualità per l’intero movimento, che finalmente poteva farsi portavoce di un malcontento generale per il sistema universitario alla luce della riforma Ruberti, avendo un uditorio a livello nazionale senza correre il rischio di manipolazioni e fraintendimenti. Ora gli studenti potevano esprimersi senza mediazione e farsi conoscere per quello che rappresentavano dagli italiani: nessuno poteva più giocare sulle comode mistificazioni dei bravi ragazzi che vogliono solo una maggiore efficienza, o di una massa di indolenti che hanno trovato il pretesto per divertirsi anziché studiare e seguire le lezioni[13].

 

31 GENNAIO 1990: PRIMA ASSEMBLEA NAZIONALE A PALERMO

Non poteva che essere indetta a Palermo la prima assemblea nazionale, la città da cui era partita la protesta della Pantera, il centro propulsore del movimento. Nell’aspettativa di molti doveva essere un momento in cui il movimento trovava una forma di organizzazione democratica nazionale, un momento di confronto sulla linea politica da seguire, un’assemblea che avrebbe dovuto fornire spunti per la mobilitazione e su come ottenere il ritiro del disegno di legge Ruberti… e invece non avvenne niente di tutto ciò. Giunsero nel capoluogo siciliano studenti da tutta Italia, e già cominciarono i primi contrasti in quanto alcune facoltà non avevano accettato la regola dei 6 delegati, decidendo di essere rappresentate solo da studenti a titolo personale. Ci furono, quindi, centinaia e centinaia di presenze in più rispetto al numero preventivato rendendo impossibile effettuare l’assemblea: l’Aula Magna era praticamente assediata da migliaia di persone dentro e anche al di fuori che volevano partecipare al dibattito. Fu deciso di rimandarla il giorno dopo e di svolgerla all’aperto per garantire la possibilità a tutti di parteciparvi. Ma l’assenza di una direzione politica unita alla forte spontaneità del movimento crearono caos e confusione al punto che l’Assemblea di Palermo non riuscì a prendere decisioni nemmeno sulle cose più elementari… l’unica decisione presa fu continuare l’occupazione. Un’occupazione che cominciava sempre più a pesare sugli Atenei e sulla politica italiana e iniziarono le pressioni sugli studenti per far riprendere le lezioni e consentire lo svolgimento degli esami; come in un coro l’invocazione dei Rettori, dei partiti e delle più alte cariche dello Stato ripetevano come ad libidum: “Liberate gli atenei e accogliete l’offerta di trattare avanzata dal ministro Ruberti”.

Ma la Pantera non arretrava e la mobilitazione continuò coinvolgendo ancora più facoltà lungo tutta la penisola. Così come continuavano le critiche degli studenti contro quella mentalità liberista che avrebbe poi indirizzato le successive riforme dell’istruzione: quella massimizzazione dei profitti come scopo principale, se non l’unico, verso il quale la società doveva tendere[14].

 

 

NOTE:

[1] Nando Simeone, Gli studenti della Pantera. Storia di un movimento rimosso, Alegre, Roma 2010, P. 78.

[2] Ivi, p. 67.

[3] Cfr. Michele Sgobio, I loro incubi sono i nostri. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, “Diacronie studi di storia contemporanea”, 49 1/2022, pp. 114-15, e Luca Falciola, Le premesse di una nuova sinistra, in La meglio gioventù. Dalla Pantera ai nuovi movimenti, Left, Roma 2020, pp. 27-35

[4] Rino Csscio, Cenone in facoltà, in “Manifesto”, 3 gennaio 1990.

[5] La storia del logo la racconta Nando Simeone a pagina 75-6 del suo Gli studenti della Pantera, cit. Una storia un po’ diversa emerge dal racconto del Duka, all’epoca membro dell’Onda rossa, il quale sostiene che il simbolo furono loro a portarlo da Milano, stampato su di un volantino con la traduzione dei testi dei Public Enemy ricevuto al Cox18. PHILOPAT, Marco, Lumi di punk, Milano, Agenzia X, 2006, p. 64, in M. Sgobio, I loro incubi sono i nostri. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, cit., pp. 128-29.

[6] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., p. 78.

[7] Cfr. Massimiliano Denaro, Cento giorni. Cronache del movimento studentesco della Pantera, Marsala, Navarra Editore, 2007.

[8] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., p. 77.

[9] Carmelo Albanese, C’era un’Onda chiamata Pantera, Manifestolibri, Roma 2010, p. 66.

[10] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., pp. 56-7.

[11] Ivi, pp. 94-5.

[12] Lettera aperta degli studenti della Facoltà di Scienze Politiche occupata di Palermo, in Ivi, pp. 162-3.

[13] Ivi, p. 68.

[14] Cfr. Pietro Maltese, La Pantera: il primo movimento contro l’università neoliberale, Istituto poligrafico europeo, Palermo 2021.

 

Articolo pubblicato nel mese di giugno 2026.




LE GIORNATE DI APRILE 1975

Gli anni Settanta furono anni

troppo disordinati, troppo agitati, troppo pieni

di vita perché li si ricordi solo come una pedante raffica di spari”

Michele Serra

Il 16 aprile del 1975 a Milano fu indetta una manifestazione per sensibilizzare l’opinione pubblica su temi inerenti il diritto alla casa. Una volta sciolto il corteo alcuni militanti del movimento studentesco incrociarono per strada tre ragazzi appartenenti al FUAN (organizzazione universitaria di destra) intenti a svolgere un volantinaggio. Riconosciuti dai militanti di sinistra furono aggrediti: due riuscirono a scappare mentre il terzo, Antonio Braggion di 22 anni, si rifugiò all’interno della propria auto, una mini minor che fu colpita ripetutamente con oggetti contundenti mandandone in frantumi i vetri. Braggion all’interno della vettura esplose tre colpi di rivoltella di cui uno ferì a morte lo studente diciasettenne Claudio Varalli, militante del Movimento dei lavoratori per il Socialismo. “Giace al suolo un giovane vestito di jeans e col giaccone verde”, annunciavano le agenzie di stampa del 18 aprile1. Il neofascista Braggion poi riuscì a fuggire eclissandosi nel traffico milanese e dopo una latitanza all’estero, nel 1978, sarà condannato a cinque anni di carcere per “eccesso di legittima difesa” ed altri cinque “per detenzione abusiva di arma da fuoco”, pena che poi sarà ridotta in secondo grado.

Il giorno dopo, il 17 aprile, nel capoluogo lombardo venne indetta una manifestazione di protesta per l’omicidio del Varalli: un corteo assai corposo da piazza Cavour prese la direzione verso la sede del Msi in via Mancini dove poco dopo iniziarono i tafferugli fra manifestanti da una parte e polizia e carabinieri dall’altra. Nel bel mezzo della guerriglia urbana un autocarro dei carabinieri, dopo numerosi caroselli in via XXII Marzo per disperdere i manifestanti, salito sul marciapiede travolge Giannino Zibecchi, insegnate di educazione fisica, militante del Coordinamento dei comitati antifascisti, schiacciandogli il cranio con la ruota anteriore sinistra. Lo Zibecchi rimarrà a terra con il viso orrendamente sfigurato e la materia celebrale che fuoriesce dalla sua testa2.

Alla guida dell’autocarro c’era il carabiniere diciottenne Sergio Chiarieri che al processo verrà assolto dal reato ascrittogli per insufficienza di prove.

Claudio Varalli e Giannino Zibecchi

 

Murales a Orgosolo. Per Giannino Zibecchi e Claudio Varalli, aprile 1975.

Sempre il 17 aprile, questa volta a Torino, in un quartiere operaio di periferia, un gruppo di compagni del comitato per la lotta per la casa di Falchera stava sistemando la nuova sede appena liberata, un semplice box auto che la guardia giurata Paolo Fiocco si era preso in più oltre a quello già assegnatogli dall’istituto IACP (Istituto Autonomo Case Popolari). In quel box il comitato per la casa avrebbe voluto fare una sala riunioni, e siccome a niente valsero le richieste fatte al Fiocco per liberarlo, quella sera venne deciso di riappropriarsene. E così che la guardia giurata, non condividendo quello che sentiva come un esproprio, quella stessa sera con la sua pistola di ordinanza sparò in faccia a Tonino Miccichè, ritenuto responsabile del maltolto in quanto una delle figure più importanti del comitato3.

Arriviamo al 18 aprile a Firenze dove si mobilitano diverse realtà per manifestare contro gli omicidi dei giorni precedenti4: dagli studenti medi agli universitari, dall’ANPI al PCI, e a tutti coloro rimasti indignati da questo continuo spargimento di sangue. Gli studenti si muovono in corteo durante la mattinata, mentre la manifestazione generale cittadina partirà nel tardo pomeriggio. Già dalla mattina però l’obiettivo è chiaro: raggiungere piazza Indipendenza dove si trovava la sede del Msi, ma al primo tentativo di avvicinamento seguono immediatamente le cariche della celere che disperdono i manifestanti facendoli desistere dal loro intento. Poi nel pomeriggio, dopo aver sfilato per le vie della città, quando il corteo si scioglie i manifestanti a piccoli gruppi raggiungono piazza Indipendenza. Qui stazionano già dalla mattina polizia e carabinieri in assetto antisommossa schierati a difesa della sede missina. E’ un attimo, all’improvviso parte la carica delle forze dell’ordine e iniziano i tumulti: l’aria diventa irrespirabile, nebbia di lacrimogeni, vampate di bottiglie molotov, lanci di pietre e bulloni, getti di idrante, automezzi dati alle fiamme, devastazioni, barricate… scontri violenti che si protraggono fino a tarda sera. L’intero quartiere di San Lorenzo rimase al buio senza illuminazione pubblica, non sappiamo se per un guasto o per una scelta deliberata, di fatto nelle strade si creò un clima di terrore con camionette della celere e dei carabinieri che sfrecciavano anche a fari spenti5. Inoltre più testimonianze hanno dichiarato che quella sera agenti in borghese si muovevano sul territorio in cerca di manifestanti facinorosi6

In questo clima di guerriglia urbana intorno alle ore 23.00 rimase a terra colpito alla nuca da un colpo di pistola Rodolfo Boschi, detto Foffo, operaio dell’ENEL iscritto al partito comunista, conosciuto in città come giocatore dei Bianchi di San Frediano del Calcio Storico. Dai ricordi dei suoi amici e conoscenti appare uno di quei giovani schietti dal cuore generoso e coraggioso, un cuore che quella sera del 18 aprile probabilmente l’aveva portato dove sentiva che ci sarebbe stato bisogno del suo impegno e della sua generosità per protestare e per interrompere definitivamente quella terribile catena di giovani morti ammazzati. E invece il destino fece si che Rodolfo diventasse l’ennesimo anello di quella stessa catena7.

Rodolfo Boschi colpito non ce la farà a sopravvivere e il suo cuore cesserà di battere la mattina successiva del 19 aprile alle ore 7.00. A sparare è stato uno degli agenti dell’ufficio politico della questura, Oreste Basile, che dichiarerà di aver risposto al fuoco nemico. A terra, poco distante dal Boschi, giace ferito, non in modo grave, anche Francesco Panichi, militante di Autonomia Operaia, accanto al quale viene ritrovata una pistola. Le testimonianze in merito ai fatti accaduti sono discordanti: c’è chi afferma di aver visto il Panichi impugnare una pistola, mentre altri dichiarano che a sparare è stato un altro individuo allontanatosi poi in tutta fretta su una 128 verde posteggiata in fondo a via Nazionale8. Al militante di Autonomia Operaia verrà comminata la pena di 10 anni di reclusione, mentre l’agente di polizia sarà condannato a 8 mesi con la condizionale “per eccesso colposo di legittima difesa”9.

Mentre la notizia dell’ennesimo manifestante ucciso in piazza si diffonde in tutta Italia, il PCI pubblica un documento in cui declina la responsabilità della morte del Boschi a gruppi di teppisti e provocatori che hanno fatto “versare il sangue innocente di un giovane lavoratore”10. Il partito sembra orientato ad alimentare una vera e propria campagna per l’arresto del Panichi, reo, secondo loro, di esser giunto sui luoghi degli scontri armato di pistola. Quindi si auspica che la polizia concentri il proprio operato contro i presunti provocatori in modo da “impedire che si scavi un solco profondo tra i lavoratori fiorentini e le sue forze di polizia e si crei una contrapposizione”11.

Dall’altra parte la sinistra extraparlamentare accusa il PCI di essersi inventato il mostro e di averlo indebitamente sbattuto in prima pagina.

E da questo momento in poi il rapporto fra il partito comunista e la sua ala extraparlamentare, soprattutto Autonomia Operaia, acquisterà i toni di uno scontro particolarmente virulento che avrà successivamente il suo apice qualche tempo dopo all’Università della Sapienza a Roma quando a Luciano Lama Segretario Generale della CGIL, sindacato vicino alla posizioni del PCI, verrà impedito di parlare contestandolo sonoramente con atteggiamenti di estrema violenza. “La cacciata di Lama” espressione con cui è ricordato l’avvenimento, fu uno degli eventi più rappresentativi del fermento politico poi passato alla storia come Movimento del Settantasette12.

Le giornate di aprile possono essere considerate quel punto di non ritorno per molti giovani della sinistra extraparlamentare che scelgono lo scontro violento in piazza con l’uso delle armi, o decidono di sposare la lotta armata entrando a far parte delle organizzazioni terroristiche tipo BR, Prima Linea, Nap…

13.

Durante l’anno 1977 si iniziarono a contare anche le morti degli uomini delle forze dell’ordine rimasti esamini sull’asfalto negli scontri di piazza colpiti da proiettili sparati da manifestanti. Settimio Passamonti, allievo sottufficiale di Pubblica Sicurezza, cadde ucciso a Roma il 21 aprile durante una giornata di scontri forse dei più violenti di quegli anni per il numero di colpi e per il volume di fuoco. Il giorno successivo il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga annunciò il divieto di tutte le manifestazioni nel Lazio per un mese dichiarando alla stampa: “Deve finire il tempo dei figli dei contadini meridionali uccisi dai figli della borghesia romana”.

Il 14 maggio a Milano fu la volta del vicebrigadiere del III reparto della Celere Antonio Custra, colpito a morte da un proiettile mentre prestava servizio durante una manifestazione. Quel giorno la presenza sul luogo di diversi fotografi produsse una serie di foto che furono pubblicate nei giorni successivi dai quotidiani del tempo. Una fra tutte, che mostrava un autonomo, Giuseppe Memeo, nell’atto di impugnare a due mani una pistola, puntata ad altezza d’uomo, divenne uno dei simboli della violenza di strada degli anni ‘70 e della degenerazione dello scontro politico violento che passò dalle bottiglie molotov all’uso delle armi da fuoco.

In questo clima di efferata violenza, all’interno di un calcolo cinico, le morti dei due poliziotti possono essere considerate, anche se non vi è nessuna effettiva relazione fra loro, come risposta agli omicidi per mano delle forze dell’ordine di altri due manifestanti avvenute quell’anno: Francesco Lorusso, ex militante della disciolta Lotta Continua ucciso a Bologna l’11 marzo con un colpo d’arma da fuoco da un carabiniere di leva, nei disordini scaturiti durante una manifestazione studentesca. Per Lorusso vi sarà poi una rivendicazione esplicita, una scritta lasciata sull’asfalto affianco alla chiazza di sangue dell’agente Settimio Passamonti: “Qui c’era un caramba, il compagno Lorusso è vendicato14. L’altro omicidio avvenne a Roma durante una manifestazione indetta dal partito Radicale per ricordare il terzo anniversario della vittoria sul divorzio, il 12 maggio Giorgiana Masi cade a terra colpita da un proiettile sparato da notevole distanza, un tipo di proiettile non in dotazione alle forze dell’ordine. Non è stato possibile stabilire chi ha esploso il colpo di arma da fuoco se la polizia o è partito dalla pistola di un manifestante. E la dinamica dei fatti, le testimonianze e la presenza in zona di agenti in borghese con in mano pistole non di ordinanza, immortalati dai fotoreporter, che costituivano la tesi portata avanti dal partito Radicale e dalla sinistra, era in contrasto con l’ipotesi del “fuoco amico” del Ministro dell’Interno Francesco Cossiga che riconduceva la responsabilità a frange dell’Autonomia Operaia: l’inchiesta sulla morte della Masi verrà chiusa per “impossibilità a procedere poiché rimasti ignoti i responsabili del reato”15. Del resto la legge Reale del maggio del 1975, una normativa volta a tutelare l’ordine pubblico e a contrastare il terrorismo di quegli anni, prevedeva anche l’estensione dell’uso legittimo delle armi da parte della polizia, e in tal modo veniva lasciata maggiore libertà alle forze dell’ordine di sparare con il conseguente aumento delle probabilità di morti ammazzati16. E difatti pochi mesi dopo di quell’anno, il 22 novembre a Roma, assistiamo all’ennesimo omicidio in piazza di un manifestante: Piero Bruno, diciottenne militante di Lotta Continua. “Avere diciott’anni nel paese Reale” titolo con cui “Il Manifesto” ricorderà nel giorno del cinquantesimo anniversario (1975-2025) la morte del giovane Bruno, sottolineando che “praticamente ogni circostanza poteva costituire un buon motivo per aprire il fuoco” 17.

Questa lunga scia di sangue lasciata sull’asfalto negli scontri tra manifestanti e polizia insieme alle tante persone freddate dal terrorismo rosso unite alle stragi fasciste hanno connotato gli anni Settanta con la qualifica di “anni di piombo” se non altro per conservare nella memoria quell’inaudito numero di morti che aumentava giorno dopo giorno. Ma quegli anni non furono soltanto spargimento continuo di sangue, furono anche altro.

Negli anni Settanta, dopo la rivoluzione dei costumi del sessantotto, l’Italia visse una fase di trasformazione culturale e sociale ancora più intensa. I giovani alla fine degli anni Sessanta avevano già aperto la strada a nuove forme di libertà e autonomia introducendo stili di vita, linguaggi e comportamenti alternativi. Ora queste spinte si tradussero in azioni concrete con la nascita di movimenti organizzati, rivendicazioni politiche e battaglie civili. Fu un decennio di fermento dove ogni conquista culturale si confrontava con resistenze profonde e tradizioni radicate. Un decennio ricco di conquiste nel quale presero vita significative riforme sul piano sociale, dal divorzio all’aborto, dalla riforma del diritto della famiglia – che eliminava la disparità tra i coniugi con l’abolizione della figura del capo famiglia –, alla riforma sanitaria – che garantiva l’accesso alle cure indipendentemente dalle condizioni economiche –, dalla legge Basaglia con l’abolizione dei manicomi all’obiezione di coscienza – con la possibilità di rifiutare il servizio militare per motivi di coscienza –, dallo statuto dei lavoratori – con il diritto di appellarsi al giudice in caso di licenziamento illegittimo e con la novità delle 150 ore –, ai Decreti Delegati – che promuovevano nella scuola una partecipazione democratica introducendo gli organi collegiali -. In quegli anni prese forma anche il movimento femminista con le donne che divennero protagoniste attive della vita pubblica con la consapevolezza di ridefinire la loro presenza nella società, nella famiglia e nel lavoro, portando avanti il loro obiettivo di eguaglianza ed autodeterminazione. Anni, a sentire il racconto di chi gli ha vissuti, dove si respirava un’aria nuova di possibile rinnovamento, dove si intravedeva all’orizzonte un futuro migliore, dove il dibattito sul “come saremo” era nel bel mezzo della politica, vissuta con passione non soltanto dalle avanguardie, ma da larghi strati sociali. Erano anni dove si sognava un mondo migliore e sembrava di averlo a portata di mano, quando ancora la violenza non aveva divorato tutta intera la speranza. Poi, quando ormai sparare era diventato una consuetudine comune, il sogno di cambiare il mondo si sgretolava pezzo dopo pezzo ogni qualvolta una pistola veniva puntata ad altezza d’uomo.

NOTE:

1 Era uno di questi, “Lotta continua”, 18 aprile 1975; Militante a dodici anni, “Corriere della Sera”, 18 aprile 1975.

2 Pio Zibecchi è morto investito in pieno da un gippone dei CC, “L’Unità”, 18 aprile 1975.

3 Giovanni De Luna, Le ragioni di un decennio 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, Milano 2009, pp. 16-18.

4 Il 18 aprile esplosero nuovamente le piazze italiane: in molte città si registrarono scontri durissimi tra militanti e forze dell’ordine mentre numerosi spazi considerati collusi con i fascisti o dichiaratamente tali vennero assaltati, Cfr. Emilio Mentasti, Senza Tregua, Colibrì Edizioni, Torino 2011, pp. 145-148. 

5 Gravi incidenti nel centro cittadino. Nel pomeriggio, al termine di un corteo, alcune centinaia di individui si sono diretti verso Piazza Indipendenza attraverso le strade adiacenti – Violenti scontri con la polizia – Lanci di bottiglie incendiarie, strade divelte e negozi danneggiati – Tutta la zona attorno alla stazione e al mercato di S. Lorenzo invasa dai gas lacrimogeni, “L’Unità”, 19 aprile 1975.

6 Cfr. Le interviste dei testimoni riportate da Lauro Rosso, nella sua tesi di laurea magistrale in Scienze Storiche, L’autonomia a Firenze 1973-1977, p. 195, p. 237, p. 280.

7 Per le vicende del 18 aprile 1975 a Firenze vedi il racconto di M. Cervelli e B. Paladini, Autonomi a Firenze, in Gli autonomi, le storie, le lotte, le teorie, volume 1, DeriveApprodi, Roma 2007, pp. 327-28; il giornale di area autonoma “Rosso”, giornale dentro il movimento, Milano, aprile 1975, Rivolta di classe, Roma, maggio 1975; l’articolo di Riccardo Venturi, Firenze, via Nazionale, 18 aprile 1975 in https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=3419&lang=it, e consulta la tesi di laurea magistrale in Scienze Storiche di Lauro Rosso, L’autonomia a Firenze 1973-1977 pp. 97-119, e la tesi di dottorato in Storia Contemporanea di Andrea Tanturli, La parabola di Prima linea. Violenza politica e lotta armata nella crisi italiana (1974-1979), pp. 175-185.

8 “Ma resta l’incertezza su chi abbia premuto il colpo fatale, come sulla dinamica del fatto” in Matteo Mazzoni, Politica in movimento: fasi, protagonisti, dinamiche di una stagione di impegno collettivo, in Concentramento ore 9, a cura dell’Associazione Ciclostilato in proprio, Regione Toscana, Firenze 2016, pp. 131-132.

9 Ferma e responsabile manifestazione di massa contro l’eversione fascista e le provocazioni, Gravi incidenti ieri sera in centro, “L’Unità”, 19 aprile 1975; Sdegno per l’uccisione del compagno Boschi, “L’Unità”, 20 aprile 1975.

10 Cfr. il Comunicato della Federazione del PCI, “L’Unità”, 19 aprile 1975, da cui è tratta la citazione, Documento della federazione del PCI subito dopo il tragico episodio, “L’Unità”, 20 aprile 1975.

11 Ibidem.

12 Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 2006, p. 515.

13 Ivi, p. 514.

14 Cfr. Franca Menneas, Omicidio Francesco Lorusso, una storia di giustizia negata, Pendragon, Bologna 2015.

15 G. De Luna, Le ragioni di un decennio, cit., p. 26.

16 Ivi, p. 115-17.

17 Mario Di Vito, Avere 18 anni nel paese Reale, “Il Manifesto”, 22 novembre 2025.

 

Articolo pubblicato nell’aprile 2026.




La vita di Idalberto Targioni: una ricostruzione attraverso le carte d’archivio

Il fondo Idalberto Targioni viene depositato nel 2019 presso l’archivio dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea da Simonetta Chiappini, erede delle carte familiari. Si tratta di un archivio di persona composto da materiali prodotti dal soggetto e da documentazione raccolta e conservata postuma dagli eredi.

Il fondo Targioni consente di ricostruire la vicenda di una figura insieme affascinante e contraddittoria. Nato trovatello, Targioni porta con sé per tutta la vita lo stigma delle origini, sintetizzato nell’epiteto con cui veniva appellato da ragazzino, “il Bastardo”. Contadino autodidatta, si costruisce uno spazio di riconoscimento pubblico grazie alla parola: diventa un abile poeta estemporaneo, capace di imporsi nelle gare di improvvisazione e di conquistare il soprannome di “Usignolo”.

Militante socialista e acceso anticlericale, diventa protagonista della vita politica locale, ottenendo il soprannome di “Diavolo Rosso” e arrivando a ricoprire la carica di sindaco di Lamporecchio. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, inizialmente schierato su posizioni neutraliste, si converte all’interventismo e successivamente al fascismo, fino a diventarne uno dei principali esponenti nel territorio pistoiese. Questo passaggio segna una frattura profonda nella sua vita, nonché nella memoria pubblica del personaggio: Targioni diventa “il Convertito”, e la sua parabola politica e personale conosce una progressiva marginalizzazione, fino a cadere nell’oblio.

Una prima restituzione complessiva della figura di Targioni è offerta dal lavoro del Prof. Roberto Bianchi, che nel 2018 pubblica Una storia, un archivio. Idalberto Targioni nell’Italia tra Ottocento e Novecento[1], volume che rappresenta un primo punto di riferimento per la ricostruzione biografica del personaggio. Nell’appendice del libro trovano spazio l’elenco di consistenza dell’archivio, curato da Daniele Lovito, e una significativa testimonianza dell’erede Simonetta Chiappini.

La vicenda di Idalberto Targioni permette di interrogare, attraverso una prospettiva microstorica, alcuni nodi centrali della storia italiana tra Ottocento e Novecento: la formazione politica dei ceti popolari, il rapporto tra autodidattismo e militanza, le fratture prodotte dalla guerra e il passaggio di una parte del socialismo al fascismo. In questo senso, lo studio del fondo Targioni offre un osservatorio privilegiato sugli intrecci tra esperienza individuale e processi storici più ampi.

Idalberto Targioni nasce a Firenze il 19 ottobre del 1868, quando la città era capitale del Regno d’Italia. A poche ore dalla nascita viene portato dalla levatrice Irene Gragnani allo Spedale degli Innocenti insieme al segno di riconoscimento (un pezzo di tela verde ricamata) destinato a consentire un eventuale riscatto del bambino, ancora oggi conservato presso l’archivio dell’istituzione.

Battezzato col nome di Edelberto, inizia subito l’iter riservato agli esposti. I tenutari cui viene affidato sono contadini, in linea con le politiche dello Spedale degli Innocenti che, in accordo con l’Accademia dei Georgofili, individuano nel mondo mezzadrile l’unico sbocco lavorativo, sociale ed economico per i trovatelli. Questo sistema orienta da subito il destino sociale dei gettatelli toscani, inscrivendoli in un orizzonte di lavoro agricolo e di subalternità che Targioni cercherà sempre di oltrepassare.

Nella sua autobiografia inedita e dattiloscritta – Cinquant’anni della mia vita – Targioni racconta della sua infanzia e adolescenza, di come siano state segnate dalla costrizione del mondo rurale e da episodi di sfruttamento, dalla volontà di emanciparsi, dalle punizioni, nonché da un costante senso di impotenza che traduce in una aggressività difficile da contenere[2].

Dopo vari passaggi presso famiglie affidatarie, i tenutari dai quali si stabilizza sono Domenico e Giuditta Capecchi, del Popolo di San Baronto, nel comune di Lamporecchio a Pistoia. Pur impiegato come forza lavoro, impara a leggere e scrivere da autodidatta. Insofferente alla disciplina e profondamente ostile al lavoro dei campi, Targioni non sopporta di ubbidire ai comandi del padre. In più occasioni si allontana da San Baronto; una delle sue fughe più significative riguarda il periodo, tra il 1885 e il 1887, quando lavora alle Caldine, nel comune di Fiesole, alla costruzione della linea ferroviaria Firenze–Cecina. Qui si rende conto che le ingiustizie non dominano solo nelle campagne, ma anche tra gli operai nelle città. Il contatto col mondo del lavoro operaio favorisce l’incontro con la politica e col socialismo: sono gli anni della Seconda Internazionale e per Targioni la moderna tendenza del socialismo si innesta sul suo persistente desidero di riscatto, dando avvio a un impegno politico che nasce dal basso e si fa progressivamente più ambizioso.

Parallelamente, Targioni non smette mai di lavorare alla sua formazione. Racimola libri come può, impara molti classici a memoria e costruisce un patrimonio di letture che eccede di molto rispetto a quello tipico del mondo contadino. In linea con la tradizione della poesia estemporanea, diventa un eccezionale esempio di prontezza nell’improvvisare ottave cantando. Partecipa a molte gare di poesia – contrasti o contraddittori – alcune delle quali sono state da lui riscritte a mano o a macchina e sono oggi conservate nel fondo Targioni. I temi spaziano dalle donne, alla natura, alla politica. Alcuni dei suoi canti conobbero una notevole fortuna, diffondendosi oralmente tra Pistoia e Firenze e mantenendosi vivi nella memoria locale.[3]

Accanto all’attività estemporanea, Targioni pubblica diversi componimenti. Tra questi, il Canzoniere di poesie popolari (1895) e il Canzoniere di poesie sociali (1912). Il primo, tratta prevalentemente di temi bucolici e idilliaci, sebbene nelle poesie coeve rimaste manoscritte emerga già un deciso interesse per la cosa pubblica e la giustizia sociale. Il secondo, è invece dedicato interamente a temi socialisti. Un socialismo che risulta di stampo umanitario e risorgimentale, povero di basi teoriche marxiste che dimostra di conoscere solo in modo superficiale.

Stabilizzatosi di nuovo a Lamporecchio nel 1891, Targioni si sposa e diventa padre della sua prima figlia, Velia. Tuttavia, la vita matrimoniale entra in crisi: Idalberto intrattiene diverse relazioni extraconiugali, la più rilevante con Sofia Bacarelli, dalla quale ha una figlia, Idalberta.; la convivenza con Sofia dura fino alla morte di lui, come attestano le lettere tra Sofia e Velia.

Nel 1895 si iscrive al Partito Socialista Italiano e inizia una costante e impegnata militanza politica. È affascinato dalla prospettiva offerta dall’ideologia socialista da lui descritta come «la migliore, la più giusta, l’unicamente vera, […], fulgidamente bella»[4].

Nel 1901, in un contesto locale privo di organizzazioni socialiste strutturate, Targioni contribuisce alla fondazione di un circolo di Studi Sociali a Lamporecchio. Nel 1898 affida il manifesto del proprio credo politico al componimento Un colloquio con la mia musa, scritto durante la detenzione nel carcere delle Stinche di Pistoia in occasione dei moti del maggio ‘98. Attraverso la personificazione della musa-socialismo, il testo restituisce l’adesione ideale e militante a una causa percepita come strumento di emancipazione degli “infelici” [5].

L’impegno per la propaganda socialista continua assiduamente in giro per la Toscana e anche all’estero. Il primo riconoscimento che Targioni ottiene arriva nel 1901, quando viene eletto consigliere comunale a Lamporecchio. Insieme a lui, venne scelto anche l’amico Domizio Torrigiani[6], un avvocato che avrebbe fatto carriera nel Grande Oriente, una delle più strutturate logge massoniche d’Italia. Targioni in questo periodo scrisse su vari periodici, quali: «La Martinella» di Colle Val d’Elsa dal 1899 al 1901, «l’Avvenire» di Pistoia dal 1901 al 1915 – ne fu direttore dal 1908 al 1913 –, «Vita nuova di Empoli» dal 1901 al 1915.

Nel biennio 1911-1912, Targioni si distingue come protagonista della campagna socialista contraria alla guerra in Libia: le sue conferenze in versi e i suoi articoli su «l’Avvenire» gli valgono un elogiativo articolo in prima pagina sull’ «Avanti!», dove viene definito «uno dei nostri più ferventi e modesti propagandisti del socialismo»[7].

Tra il 1913 e il 1914 inizia per Targioni una fitta campagna elettorale: si candida per il PSI alle elezioni politiche del 1913 per il Collegio di Pistoia I. Anche se non viene eletto, per Targioni si sta avvicinando l’opportunità più importante della sua carriera politica da socialista. Il momento che segna l’apogeo del suo percorso politico, è l’elezione a sindaco di Lamporecchio nel 1914, unitamente alla nomina di consigliere comunale a Cerreto Guidi (FI). L’amministrazione Targioni è la prima socialista del circondario di Pistoia.

Tuttavia, la sua posizione di sindaco si incrina ben presto: la riforma tributaria varata da Targioni per finanziare un ambizioso programma riformatore incontra l’ostilità di una ristretta cerchia di notabili locali, verosimilmente timorosi che il nuovo sistema fiscale possa intaccare le loro ricchezze; questi trovano un alleato nel segretario comunale, entrato in contrasto con il sindaco per motivi apparentemente marginali. A ciò si aggiunge l’attenzione delle autorità prefettizie, che sottopongono l’operato dell’amministrazione a continui controlli, ufficialmente motivati da presunti favoritismi in materia fiscale ma sostanzialmente volti a colpire uno dei principali esponenti del neutralismo pistoiese.

Con l’approssimarsi dell’entrata in guerra dell’Italia, Targioni viene arrestato con l’accusa di aver fomentato manifestazioni antibelliciste a Empoli. L’episodio segna un punto di svolta decisivo: sentendosi abbandonato dai compagni di partito e percependo l’inevitabilità del conflitto, si sposta su posizioni interventiste e decide di uscire dal Partito Socialista Italiano; per coerenza rassegna le dimissioni da consigliere comunale a Cerreto Guidi e da sindaco di Lamporecchio, ma queste ultime non vengono accettate e Targioni continua a guidare il Comune nel pieno del conflitto.

Nel primo dopoguerra, ormai orientato verso posizioni sempre più nazionalistiche e bollato dai suoi ex compagni come traditore, viene duramente contestato dai socialisti durante un comizio al teatro Berni di Lamporecchio in occasione delle festività pasquali; il 14 giugno viene infine costretto a lasciare la carica di primo cittadino[8]. Si avvicina progressivamente al fascismo, diventando uno dei principali animatori nel Montalbano e nei territori limitrofi. Nel 1921 fonda il Fascio di combattimento di Lamporecchio e si afferma come attivo propagandista nelle provincia fiorentina, affiancando all’azione politica un’intensa attività giornalistica: collabora con periodici fascisti — tra cui «Giovinezza» (1921-1923), «La Riscossa» (1921-1922), «L’Azione fascista» (1922-1923) e «Battaglia fascista» (1924-1926) — e fonda due testate proprie, «L’Alleanza» (1921) e «L’Ordine» (1922).

Nel 1923 viene nominato segretario dei sindacati fascisti per l’agricoltura della provincia di Firenze e nel 1924 è eletto consigliere provinciale. Nonostante questi incarichi, i suoi rapporti con gli apparati del Partito nazionale fascista si deteriorano progressivamente: deluso dallo scarso riconoscimento ottenuto per il lavoro svolto, Targioni si ritira gradualmente dalla vita pubblica. Minato da cattive condizioni di salute e da ristrettezze economiche, muore a Lamporecchio il 25 maggio 1930.

Il fondo Idalberto Targioni consta di quattordici buste archivistiche e di circa duecento volumi a stampa; al termine del lavoro di inventariazione, curato da Marta Bonsanti, la documentazione viene organizzata in sette serie, restituendo una struttura coerente a un corpus documentario ampio e articolato. La prima serie raccoglie la corrispondenza di Targioni, familiare e non; la seconda e la terza comprendono la produzione edita e inedita di carattere letterario e politico; la quarta è dedicata alla documentazione relativa al fascio di Lamporecchio e alle organizzazioni sindacali fasciste; la quinta conserva i documenti personali, tra cui atti giuridici e materiali fotografici; la sesta riunisce materiali a stampa, in parte riconducibili alla biblioteca privata del soggetto produttore; l’ultima serie è composta da documentazione prodotta o raccolta dai familiari, in larga misura postuma.

Per ricostruire la sua vita sono stati altresì consultati: l’Archivio dell’Ospedale degli Innocenti di Firenze, il Casellario Politico Centrale, l’Archivio del Comune di Lamporecchio, l’ Archivio di Gabinetto della Sottoprefettura di Pistoia e l’Archivio della Questura di Firenze.

Il fondo Targioni non è solo un insieme di documenti ma una finestra aperta su una vita immersa nelle grandi trasformazioni politiche e sociali a cavallo tra Ottocento e Novecento. È una memoria viva, che continua a parlare a chi la interroga, offrendoci la possibilità di ripensare il passato e di scoprire nuove sfumature di una figura complessa come quella di Idalberto Targioni.

Nel solco del lavoro del Prof. Roberto Bianchi, la figura di Targioni è stata indagata e approfondita dalle ricerche di Giulia Bruni – confluite nella sua tesi magistrale Idalberto Targioni. L’uomo, il poeta e il politico. Una biografia dalla nascita alla Grande Guerra, Università di Firenze, 2024 – e di Andrea Cerofolini che, nella sua tesi magistrale attualmente in fase di stesura, ha proseguito l’indagine concentrandosi sulla seconda parte della vita di Targioni, segnata dall’adesione al fascismo.

[1] Roberto Bianchi, Una storia, un archivio. Idalberto Targioni nell’Italia tra Ottocento e Novecento, Firenze, Firenze University Press, 2018

[2] Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea (ISRT), fondo Idalberto Targioni, S.II Manoscritti di Targioni, B.6, Segnatura II.5.1, Cinquant’anni della mia vita (ricordi e memorie), 1920, pagine non numerate.

[3] Su questo si può consultare l’intervista a Florio Londi, Carmignano (PO) del 14/02/1993. Testimonianza orale rilasciata a Giovanni Contini e Doriano Cirri, conservata presso Archivio della cultura contadina, Comune di Carmignano. L’intervista completa si trova alla pagina web: https://www.comune.carmignano.po.it/output_allegato.php?id=409448 consultata il 16/05/2024.

[4] Cinquant’anni, cit., pp. nn.

[5] «La Martinella», I.Targioni, Un colloquio con la mia musa, 1° maggio 1899.

[6] Il fondo Domizio Torrigiani è stato donato dagli eredi all’Isrt nel 2010.

[7] «Avanti!», T.Tosi, Un poeta socialista improvvisatore, 26 settembre 1911.

[8] L’intera vicenda è ricostruita dal punto di vista del protagonista in I.Targioni, Vent’anni di propaganda e cinque anni d’Amministrazione Socialista nel Comune di Lamporecchio, Tipografia Grazzini, Pistoia, 1920.




«Perciò coraggio, continuando la giusta, spinosa strada…». Giuseppe Petacchi: antifascista, fuoriuscito in Francia, guerrigliero in Spagna e partigiano in Italia.

Nella notte tra il 23 e il 24 settembre del 1943, un aereo della Royal Air Force decollato dal Nord Africa, dopo aver raggiunto la dorsale del Montalbano, al confine tra il Valdarno superiore e la piana di Firenze-Prato-Pistoia, paracadutò con un blind jump un agente dello Special Operations Executive (SOE) l’intelligence britannica. Toccato terra senza incidenti in una imprecisata località a nord di Empoli, quest’ultimo raccolse il proprio paracadute e, dopo averlo occultato, si dileguò nella notte. La sua missione, nome in codice Jaw, era diretta a stabilire contatti con le formazioni partigiane che dopo l’8 settembre si stavano costituendo un po’ ovunque sui rilievi della regione. Si trattava, di fatto, di una delle prime – se non forse la prima – tra le missioni paracadutate in ordine di tempo dagli Alleati sul territorio toscano. L’agente, privo di radiotrasmittente, ancorché addestrato dai britannici, era in realtà italiano. Nei documenti in dotazione, rispondeva al nome di Giuseppe Caruana, ma la sua vera identità era in realtà un’altra. Toscano di nascita, Giuseppe Petacchi – questo il vero nome – era un cavatore di marmo originario di Avenza, frazione del comune di Carrara, che aveva alle spalle una lunga attività di antifascista e di cospiratore in Italia e all’estero.

Fuoriuscito in Francia agli inizi degli anni Trenta, Petacchi nel 1936 aveva servito come volontario in armi nella Guerra civile spagnola, riprendendo in seguito l’attività antifascista di nuovo in Francia e poi in Belgio. Rifugiatosi allo scoppio del secondo conflitto mondiale prima in Nord Africa e poi in Messico, nel 1943 era rientrato in Europa al servizio degli Alleati per dare il proprio contributo alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Paracadutato, come si è visto, in Toscana aveva contribuito alla formazione di vari gruppi partigiani, combattendo alfine in prima linea per la liberazione del capoluogo regionale. La sua parabola di vita, in sostanza, si era svolta per buona parte all’insegna della lotta al fascismo, da lui combattuta tanto con gli strumenti della cospirazione che della lotta armata. Una lotta caratterizzata oltretutto da una marcata mobilità transnazionale che, senza soluzione di continuità, aveva saldato la sua esperienza di oppositore al fascismo a quella di combattente in armi nella Resistenza europea: prima in Spagna, nel 1936, quindi in Italia, dal 1943. Ciò, seguendo di fatto una traiettoria comune ad altri combattenti internazionali e transnazionali, sulla cui rilevanza la storiografia sta recentemente ritornando con rinnovata sensibilità[1].

Classe 1907, primo di quattro figli (Enzo, 1912; Vera, 1914; Aldo, 1916), Giuseppe, o più semplicemente “Beppe”, era cresciuto ad Avenza in una famiglia di modesta estrazione sociale[2]. Da piccolo, si era dato da fare come garzone presso la bottega della nonna, pare ereditando il soprannome di “Copeta” dalla “coppetta” usata allora come misura del sale[3]. Dal padre Elia – un vecchio ferroviere mazziniano – Giuseppe, al pari dei fratelli, aveva ricevuto una formazione laica e rivoluzionaria, corroborata dalle numerose personalità che negli anni del primo dopoguerra avevano frequentato la casa della famiglia, tra cui, l’anarchico Gino Lucetti – autore nel 1926 di un noto e sfortunato tentativo di attentare alla vita del Duce – e il repubblicano, poi comunista, Gino Menconi, divenuto dirigente delle Brigate Garibaldi toscane durante la guerra di Liberazione. Giuseppe, anch’esso originariamente di tendenze repubblicane, si era pian piano spostato verso posizioni libertarie, facendosi non per nulla notare spesso dalle autorità di pubblica sicurezza in compagnia di acclarati anarchici del luogo, quali Andrea Lucetti, fratello del citato Gino, e Domenico Bibbi, padre di Bruno e zio di Gino, entrambi sovversivi fuoriusciti all’estero. Con l’avvento del fascismo al potere, le proprie idee politiche avevano provocato a Giuseppe vari problemi, facendolo divenire presto oggetto di angherie e violenze da parte degli squadristi locali. Diffidato per la prima volta nell’aprile del 1932, il 26 dello stesso mese, in occasione di uno sciopero dei locali cavatori di marmo, Giuseppe era stato «sorpreso ed arrestato mentre capeggiava una squadra di giovani presso i quali svolgeva opera di sobillazione»[4]. Nel giugno seguente, la polizia lo aveva quindi notato mentre tentava di avvicinare, per salutarlo, l’amico di famiglia e mentore Gino Menconi, allora in transito dalla stazione ferroviaria di Carrara in stato di arresto. Alla fine del mese era stato quindi condannato a tre mesi per contravvenzione a una precedente ammonizione comminatagli per via delle sue frequentazioni politiche. Scontata la pena presso le carceri di Carrara, era stato posto in libertà vigilata.

Nel maggio del 1934, licenziato dal laboratorio di marmi della ditta fratelli Tosi di Avenza, aveva deciso quindi di emigrare clandestinamente in Francia assieme ai compagni Ivo Pieruccini e Pilade Menconi, già altre volte recatisi oltre confine. La moglie Gina Pantani, con la quale si era sposato nell’aprile 1933, e che allora si trovava in dolce attesa del figlio, Roberto, rimase invece ad Avenza. In Francia, Giuseppe si stabilì a Marsiglia, dove strinse contatti con la rete dell’anarchico bolognese Celso Persici, tra i più attivi esuli libertari e punto di riferimento in città per i compagni fuoriusciti in stato di difficoltà. Impiegatosi come lavapiatti presso un ristorante della zona – una sistemazione buona, per quanto dalla paga misera – Giuseppe dovette presto abituarsi a una vita di miserie materiali e difficoltà affettive, segnate su tutte dalla lontananza della moglie e del piccolo Roberto, alla cui nascita egli non aveva potuto assistere. Il suo carattere, d’altro canto, si mostrava risoluto e ferreo, tanto nel fisico che nello spirito: «la mia vita credimi è [sic] un atroce tormento, se non possedessi quella grande fiducia nell’avvenire», scrive alla moglie da Marsiglia nel novembre 1935. E indirizzando alla madre ad Avenza nel gennaio 1936 la rassicura asserendo di poter contare su «una salute di ferro e una volontà da iena»[5].

Giunto a Marsiglia, Giuseppe si rese subito attivo nei principali ritrovi della locale comunità di esuli antifascisti. Lo vediamo partecipare, ad esempio, alle attività della Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo (LIDU), associazione nata per assolvere a compiti di natura assistenziale e di difesa dei diritti degli emigrati, ma in grado anche di svolgere un’intensa e capillare attività di propaganda antifascista. Nel giugno del 1934 subisce invece una condanna per aggressione a mano armata, mentre nel settembre si vede iscrivere dalla polizia fascista nel Bollettino delle ricerche in qualità di repubblicano ammonito. In ottobre, le autorità consiliari fasciste lo segnalano in attesa di formalizzare la sua iscrizione al partito comunista. Un anno più tardi, nell’ottobre del 1935, lo troviamo ancora tra i partecipanti al congresso antifascista “degli italiani”, che si tiene a Bruxelles nella sala Matteotti della Maison du Peuple. Nei primi mesi del 1936, Petacchi risulta anche far parte di Azione repubblicana socialista, il gruppo politico di dissidenti di sinistra del Partito repubblicano diretto da Ferdinando Schiavetti che poi confluirà nel 1937 in Giustizia e Libertà. Sin dall’estate del 1936, per la verità, Petacchi risulta già affiliato a Marsiglia al movimento dei fratelli Rosselli per il quale «mantiene corrispondenza con elementi di Carrara e di Avenza»[6]. Nel luglio, a seguito di uno sciopero, Giuseppe viene licenziato dal suo impiego e agli inizi di agosto la polizia lo segnala lasciare Marsiglia per Perpignan, sui Pirenei, dove conta di passare in Spagna per arruolarsi volontario con le forze repubblicane.

Ritratto di gruppo di sei volontari combattenti in Spagna, alcuni in uniforme altri in borghese. Giuseppe Petacchi e l’ultimo a destra (Archivio dell’Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna, www.antifascistispagna.it)

Dal settembre, in effetti, Giuseppe si arruola nella Sezione Italiana della Colonna Francisco Ascaso, inquadrata nelle milizie della Confederaciòn Nacional del Trabajo-Federaciòn Anarquista Ibérica, dove si è raggiunta un’intesa unitaria tra i giellisti di Carlo Rosselli e gli anarchici di Camillo Berneri. Destinata sul fronte aragonese nella zona di Huesca e dislocata sull’altipiano della Galocha, la sezione italiana di Rosselli e Berneri si scontrerà con le forze franchiste nel difendere con successo un’altura strategica, ribattezzata per l’occasione in forza della sua conformazione brulla e spoglia Monte Pelato. Petacchi, durante il combattimento – si legge in un resoconto coevo –  «spostò sotto il fuoco una mitragliatrice inceppata, la fece funzionare e la riportò in azione»[7]. Qualche giorno dopo, assieme a Giuseppe Gabbani e Giuseppe Barberis, Petacchi si trovava a transitare sulla strada di Huesca a bordo di un’autoblinda quando il mezzo, colpito da un obice, andò in fiamme. Rimasto fortemente ustionato, Petacchi diede comunque prova di coraggio e resistenza: «bruciato al volto e alle braccia, si fece medicare col suo eterno puerile sorriso e con la sigaretta in bocca, tanto che il medico spagnolo al posto di soccorso espresse la sua meraviglia per tanto sangue freddo»[8]. Ricoverato temporaneamente a Barcellona, da Parigi avrebbe poi scritto sardonicamente il 29 settembre in Italia al fratello Aldo di esser rimasto ferito «in un piccolo incidente di caccia»[9].

Nel febbraio 1937, la polizia lo segnala in Francia attivo nel reclutamento di volontari per la Spagna. In particolare, si pensa che stia per raggiungere a Mentone il locale responsabile di Giustizia e Libertà, Onorio Biso, e Aldo Garosci – entrambi reduci come lui dalla Sezione Italiana della Colonna Ascaso – per «concordare il lavoro ch’egli potrebbe svolgere portandosi personalmente a Carrara per arruolare volontari per la Spagna»[10]. In realtà, di lì a poco Giuseppe passa di nuovo il fronte iberico e si arruola nella compagnia mitraglieri del 1° battaglione Matteotti, unità antifascista sorta per iniziativa di Rosselli dopo lo scioglimento della sezione italiana della Ascaso. Nel luglio 1937 però, torna definitivamente in Francia per stabilirsi a Parigi. Secondo alcuni, l’esperienza spagnola avrebbe fatto di lui definitivamente un anarchico, distinguendolo così dai fratelli che, nel comune percorso di opposizione al fascismo, strinsero invece legami interessati con l’organizzazione comunista.[11] Ad ogni modo, a Parigi, Giuseppe continua a rimanere in contatto con gli ambienti giellisti, stringendo in particolare rapporti con Emilio Lussu.

Nel febbraio del 1938, dopo molti tentativi, finalmente riescono a raggiungere Giuseppe a Parigi anche la moglie e il figlioletto Roberto, che il primo non aveva mai visto. Alla vigilia di quel ricongiungimento, Giuseppe non aveva trattenuto in lettera alla moglie la propria felicità, né un cenno di tenerezza paterna agli indirizzi del figlio: «carissimo figlio ti attendo quanto prima con cuore di padre, però ricordati di venire bravo […] cari affettuosi bacioni e quanto prima un bel morsino»[12]. Nel settembre 1938, le autorità francesi gli comminarono tuttavia un provvedimento di espulsione dal paese, che Petacchi riuscì inizialmente a prorogare di un mese grazie all’intervento di Alberto Cianca, del conte Carlo Sforza e della LIDU. In ottobre, tuttavia, fu costretto a riparare clandestinamente con la moglie e il figlio in Belgio, ospite di amici e compagni di cospirazione a Bruxelles. Nel febbraio 1939, dalla capitale belga scrisse all’anziana madre in Italia dichiarando non spenta, dopotutto, «la speranza di giorni migliori»: «Nulla di male abbiamo mai fatto, il solo torto, che siamo orgogliosi, è quello di non chinare la testa […] perciò coraggio, continuando la giusta, spinosa, strada»[13]. Da Bruxelles, i Petacchi si trasferiscono poi a Tailfer, piccola frazione del comune di Lustin, nella provincia vallona di Namur dove Giuseppe ha trovato un impiego come cavatore.  Nel maggio 1940, tuttavia, a seguito dell’invasione tedesca del Belgio, i coniugi sono costretti di nuovo a fuggire. Raggiungono dopo varie peripezie San Nazaire, a est di Nantes, e quindi Bordeaux e Tolosa. Da lì, passano a Marsiglia dove Petacchi, trovato impiego come manovale e sguattero, viene di nuovo raggiunto da un ordine di espulsione che lo costringe a entrare in clandestinità col nome falso di Pisani, non prima però di aver organizzato il rientro della moglie e del figlio in Italia. In questo periodo che anticipa l’occupazione tedesca della Francia, va forse collocata anche una breve detenzione di Petacchi nel campo di prigionia del Vernet, che trascorre come sovversivo ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale. Riguadagnata la libertà, nel marzo del 1941 Emilio Lussu, artefice di un piano di fuga per esuli italiani in Nord Africa, riesce a farlo imbarcare su di una nave diretta in Algeria. Da lì, Petacchi raggiunge, via Oran, Casablanca dove grazie all’aiuto di un ebreo triestino può mettersi in regola con la documentazione richiesta. Poco dopo, si propone però come volontario per fare da guida nel tragitto Algeri-Casablanca a un altro rifugiato italiano giunto dalla Francia. Rientrato nella città marocchina, Petacchi visse i mesi seguenti senza possibilità di lavorare e con un sussidio procuratogli dallo stesso Lussu. In novembre, Petacchi, grazie a un passaporto rilasciatogli dal console messicano di Marsiglia e ai visti necessari ottenuti ancora tramite Lussu, poté al fine imbarcarsi assieme ad altri rifugiati sulla nave “Serpa Pinto” diretta in Messico.

Il 22 dicembre del 1941 lo troviamo infatti a Città del Messico dove assieme all’amico ed ex combattente di Spagna Pino Turroni, Petacchi riuscì a farsi impiegare da alcune imprese edili. Nel febbraio 1943, Petacchi viene avvicinato da Max Salvadori, suo vecchio conoscente e allora agente incaricato per conto del SOE di fare in Messico arruolamenti di esuli italiani. Petacchi, assieme ad altri fuoriusciti giellisti passati nel paese centro-americano, come Bruno e Renato Pierleoni e Leo Valiani, decide di offrirsi volontario per il SOE.[14] Inviato così in Gran Bretagna il 1° luglio 1943, in seguito viene destinato all’addestramento in Nord Africa. Il caporale Hodson, che ne esaminò l’attitudine, oltre al genuino antifascismo, ne constatò il carattere riservato e taciturno, rimanendo colpito per essere egli «persona onesta e per nulla presuntuosa»[15].

Fototessera di Giuseppe Petacchi nel sul fascicolo come agente del SOE

Terminato il training, come si è visto, Petacchi fu destinato a esser paracadutato in Toscana dietro le linee nemiche col compito di stabilire contatti con la nascente Resistenza in armi. Il lancio, tuttavia, – un blind jump – probabilmente lo scaricò assai lontano dalla destinazione designata in origine, la zona delle Apuane, facendolo finire a nord di Empoli[16]. Da lì, ad ogni modo, Petacchi raggiunse Pisa dove, acquistata una bicicletta, si portò a Usigliano di Lari dove risiedevano i genitori della moglie e dove rimase nascosto per i due giorni successivi. Dopodiché, cercò di raggiungere Carrara per mettersi in contatto col fratello Enzo , entrato nel frattempo nella locale organizzazione resistenziale. Non riuscitoci, dopo circa quattro giorni, fece ritorno di nuovo a Usigliano dove cominciò a organizzare un primo gruppo di resistenti attorno ad alcuni sfollati provenienti da Livorno presenti in zona. Nel frattempo, a Firenze, Carlo Ludovico Ragghianti, uno dei vertici dell’organizzazione azionista cittadina, messo al corrente tramite Emilio Lussu dell’arrivo di Petacchi in Toscana, mandò sulle sue tracce, con lo scopo di stabilire un contatto e di condurlo seco a Firenze, l’anarchico spezzino Sirio Biso – ex combattente di Spagna e vecchia conoscenza di Petacchi – che dopo l’8 settembre ancora lo stesso Lussu aveva inviato nel capoluogo toscano con sue credenziali perché si mettesse al servizio dell’organizzazione azionista[17]. Non è chiaro se Biso riuscisse nell’intento. Fatto sta che Petacchi raggiunse Firenze agli inizi di gennaio del 1944 accompagnando da Carrara il fratello Enzo, parte dell’entourage di Gino Menconi, chiamato allora nel capoluogo regionale per assumere la carica di membro del comando toscano delle Brigate Garibaldi.

Da allora, Giuseppe entrò a far parte ufficialmente dell’organizzazione azionista fiorentina che, tra le altre cose, gli affidò importanti compiti di recupero di armi e di organizzazione di lanci alleati tra le province di Firenze e Arezzo, nonché di svolgere da tramite con le bande azioniste del volterrano e della provincia apuana dove Petacchi, tra febbraio e maggio del 1944, si recò in effetti più volte, divenendo di fatto una sorta di ufficiale di collegamento per  conto del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale di Firenze. Dal maggio, oltretutto, Petacchi collaborò a Firenze alla creazione delle Squadre d’assalto azioniste, rendendosi protagonista di audaci colpi di mano contro tedeschi e fascisti e di ardite operazioni di recupero armi presso vari presidi cittadini delle forze di polizia repubblichine. Quindi, ai primi di agosto del 1944, Petacchi combatté in prima linea durante la battaglia per la Liberazione di Firenze, trovandosi – come certificherà in un suo report del 26 agosto lo stesso Carlo Ludovico Ragghianti in veste di Presidente del CTLN – «sempre dove la situazione era più grave e comportandosi eroicamente […] durante i contrattacchi delle retroguardie tedesche».[18]

Non fu il solo, della famiglia, a impegnarsi attivamente nella lotta di Liberazione nazionale. Il fratello Enzo, infatti, combatté con la formazione “Aldo Cartolari” nel settore apuano della Gotica, rimanendo gravemente ferito a seguito di uno scontro avvenuto il 18 settembre 1944, il quale gli costò prima l’amputazione di una gamba e poi la sua stessa vita, per via delle complicazioni in seguito sopraggiunte. Anche Vera, la terzogenita, entrò nell’organizzazione resistenziale, passando con il PCI a Milano in qualità di segretaria di Pietro Secchia e Luigi Longo divenendo altresì instancabile staffetta tra il capoluogo lombardo e le formazioni partigiane della Valsesia. Infine, anche il più giovane dei fratelli Petacchi, Aldo, detto “Aldino”, contribuì alla causa della Liberazione del paese, unendosi alla Resistenza a Genova e poi a Milano. Collaboratore in Alta Italia di Secchia e di Giovanni Roveda, Aldo fu protagonista nel luglio 1944 della spettacolare liberazione di quest’ultimo dal carcere degli Scalzi nel quale riuscì a penetrare con un commando partigiano mettendo fuori combattimento il corpo di guardia[19].

Ufficialmente, Giuseppe Petacchi rimase al servizio del SOE fino al 29 agosto 1944. Come si evince dal suo successivo report di congedo del luglio 1945, inizialmente egli si dichiarò intenzionato a rientrare in Messico una volta sistemati i propri affari in Italia, ragion per cui chiese che gli venissero coperti da Londra i costi del viaggio di ritorno[20]. Successivamente, tuttavia, dovette cambiare intenzioni. Rimasto in Toscana, Petacchi rimase in contatto con gli ambienti libertari, partecipando almeno al terzo Congresso anarchico nazionale che si tenne a Livorno nell’aprile 1949. Tornato a risiedere a Carrara, vi sarebbe morto il 2 giugno 1961.

 

 

[1] R. Gildea, I. Tames (ed.), Fighters across frontiers: Transnational resistance in Europe, 1936-48, Manchester, Manchester University Press, 2020; E. Acciai, I guerriglieri «spagnoli», in C. Colombini, C. Greppi (a cura di), Storia internazionale della Resistenza italiana, Bari-Roma, Laterza, 2024.

[2] Per un breve profilo biografico dei quattro fratelli Petacchi cfr. P. di Perro, I fratelli Petacchi. Una famiglia avenzina nella resistenza, in «Trentadue. Mensile di politica e cultura», 8 (2009), numero speciale a cura di Anpi Carrara, pp. 21-22.

[3] Ivi, p. 21.

[4] Archivio di Stato di Massa, Questura, versamento II, Casellario politico 1920-1940, (d’ora in poi ASM, Q, VII, CP 1920-1940)b. 118, fasc. “Giuseppe Petacchi”, il Questore di Massa-Carrara al Prefetto, trasmissione n. 04462, 4 giugno 1932.

[5] Ivi, lettera di Giuseppe a Gina pantani, Marsiglia, 10 novembre 1935; ivi, lettera di Giuseppe ad Aldegonda petacchi, Marsiglia, 9 gennaio 1936.

[6] Ivi, il Ministero dell’Interno, DGPS, DAGR, Sez I CPC al Prefetto di Massa-Carrara, n. 52230/110277, 13 agosto 1936.

[7] La Sigla marciante. Verbale della prima seduta, corrispondenza dal fronte spagnolo, 11 settembre in «Giustizia e Libertà», Parigi, 25 settembre 1936, p. 4.

[8] Ibidem.

[9] ASM, Q, VII, CP 1920-1940, b. 118, fasc. “Giuseppe Petacchi”, Giuseppe al fratello Aldo, Parigi, 26 settembre 1936.

[10] Ivi, il Ministero dell’Interno, DGPS, DAGR, Sez I CPC ai Consolati di Italia di Nizza e Marsiglia e al Prefetto di Massa-Carrara, n. 3542/110277, Roma, 7 febbraio 1937. Si veda anche Archivio Centrale dello Stato, Roma, MI, DGPS, DAGR, CPC, b. 3896, fasc. “Giuseppe Petacchi,” appunto n. 500/2007 della DPP, 20 gennaio 1937; ivi, nota della DGPS n. 441/037194, Roma 30 luglio 1937.

[11] Antonio Bernieri, Gino Menconi nella rivoluzione italiana, Carrara, Società Editrice Apuana, 1978, p. 140 (n. 130).

[12] ASM, Q, VII, CP 1920-1940, b. 118, fasc. “Giuseppe Petacchi”, Petacchi a Gina Pantani, Parigi, 30 dicembre 1937.

[13] Ivi, Giuseppe Petacchi ad Aldegonda Petacchi, Bruxelles, 2 febbraio 1939.

[14] La precedente descrizione della fuga di Petacchi in Nord Africa e in Messico, così come quella del suo reclutamento nel SOE si basa su: The National Archives, Kew-London (d’ora in poi TNA) HS9/1173/5, scheda storica su Petacchi dell’MI6, del 13 luglio 1943, redatta dal capitano S. Cole. Per il contesto relativo alla missione di arruolamento per conto del SOE svolta in Messico da Max Salvadori cfr. R. Bailey, Target: Italy. I servzi segreti inglesi contro Mussolini. Le operazioni in Italia 1940-1943, Utet, Torino 2014, p. 232. Per il caso dei fratelli Pierleoni, e più in generale per l’arruolamento nel SOE di militanti giellisti, cfr. P. Bagnoli, Bruno e Renato Pierleoni. Una storia  sconosciuta dell’antifascismo italiano, Biblion, Milano 2023; E. Di Rienzo, Sotto altra bandiera. Antifascisti italiani al servizio di Churchill, Neri Pozza, Vicenza 2023.

[15] TNA HS9/1173/5, report del cpl. Hodson, 4 agosto 1943.

[16] La descrizione dell’attività svolta da Petacchi in seguito al suo invio dietro le linee nemiche per conto dell’organizzazione resistenziale toscana si basa prevalentemente su TNA, HS 6/810, fasc. “Petacchi, Giuseppe”, Interrogation report, 29 agosto 1944. Per un cenno alla missione di Petacchi cfr. anche C. Woods, La partecipazione del SOE alla campagna militare in Italia. Settore tirrenico della Linea Gotica, in Eserciti, popolazione, Resistenza sulle Alpi Apuane, a cura di Gino Briglia, Pietro Del Giudice, Massimo Michelucci, Massa, Ceccotti, 1995, p. 133.

[17] Una lotta nel suo corso. Lettere e documenti politici e militari della Resistenza e della Liberazione, a cura di Sandro Contini Bonaccorsi e Licia Ragghianti Collobi, Venezia, Neri Pozza, 1954, p. 348; C. Ludovico Ragghianti, Introduzione a B. Piancastelli, “Giustizia e Libertà” nel Mugello: la 2a Brigata Carlo Rosselli, Quaderni della Fiap, Roma, 1985, p. VIII. Sull’attività di Biso con la Resistenza fiorentina cfr. F. Fusi, Cospiratore in Francia, guerrigliero in Spagna, partigiano in Italia: per una biografia transnazionale dell’antifascista libertario Sirio Biso, in «Spagna Contemporanea», 34, n. 67, 2025, pp. 59-82.

[18] TNA, HS 6/810, fasc. “Petacchi, Giuseppe”, copia di dichiarazione di servizio di Petacchi per conto del Partito d’azione fiorentino a firma di Carlo Lodovico Ragghianti, Firenze 26 agosto 1944 (da cui si cita nel testo).

[19] Per alcuni cenni all’attività resistenziale dei fratelli Petacchi cfr. P. di Perro, I fratelli Petacchi, cit.; C. Moscatelli, P. Secchia, Il Monte Rosa è sceso a Milano, Edizioni Pgreco, Milano, 2017, pp. 320-323, 641.

[20] TNA, HS 6/810, fasc. “Petacchi, Giuseppe”, Record Sheet, 26 Luglio 1945.




Come un fiume che prende acqua da immissari diversi e scorre talora impetuoso

Nei mesi scorsi mi è stato proposto dall’antropologo Pietro Clemente di presentare il libro Io e il mondo di Michele Della Corte. Le poche notizie da me conosciute su Della Corte (1915-1999) si limitavano all’essere stato un fisico della scuola fiorentina di Arcetri. E io sono uno storico della Medicina: non riuscivo a cogliere punti di contatto con un personaggio tanto lontano dalla mia formazione. Al contempo, tuttavia, le parole con le quali Pietro Clemente mi invitò a leggerlo crearono in me una grande curiosità. Ed è stato così che è iniziata la conoscenza di una personalità assolutamente inaspettata, che ha vissuto una vita singolare.

Io e il mondo non è semplicemente un libro. È il racconto di tante vite che si dipanano su uno scenario che attraversa il ventennio fascista, la guerra, la Resistenza, la ricostruzione dell’Italia dopo il secondo conflitto mondiale. Ed è la storia del lavoro di Della Corte come ricercatore di Fisica e uno dei primi tre professori ordinari di Fisica medica. Nelle pagine di questo libro ogni aspetto si intreccia all’altro, senza soluzione di continuità, andando a completarlo e ad arricchirlo.

È un racconto autobiografico che Michele Della Corte, ormai anziano, dedica ai suoi nipoti, spinto da un bisogno di scrivere per “rivivere in tempi passati episodi distillati dalla maturità di giudizio, cose da ricordare e cose da dimenticare, ma che dimenticare non si possono”.

Questo nucleo fondamentale che Della Corte ha lasciato è stato depositato presso l’Archivio Storico dei Diari di Pieve Santo Stefano[i], ma grazie al lavoro della figlia Laura è divenuto un libro, arricchito di molti inserimenti che “rappresentano il punto di vista di Liliana, amata compagna di una vita” di Michele[ii].

Quello che il lettore si trova di fronte sfogliando le pagine di questo libro è una sorta di fiume che scorre talora placido, altre volte impetuoso, raccogliendo acqua da tanti diversi immissari.

Due famiglie, i Della Corte e i Ciupi, sono protagoniste del libro che si apre con pagine nelle quali si descrive la vita di una famiglia borghese nella villa Il Giardino a Santa Colomba, nei pressi di Siena, dove, bambino, Michele trascorreva le sue vacanze. È un universo di zie che si muovono intorno al capofamiglia che, spinto da una irrefrenabile passione per il gioco, perde tutto, provocando un dissesto non solo economico alla famiglia ma soprattutto sociale.

Presto alla tranquilla vita senese si aggiunge la frequentazione di un nuovo luogo che risulterà fondamentale nella vita e nella formazione di Della Corte: la sede storica del Dipartimento di Fisica sulla collina di Arcetri alle porte di Firenze.

Negli anni in cui Della Corte iniziò a frequentarlo Arcetri rappresentava un luogo molto importante per la fisica italiana, che era riuscita a raggiungere una fama internazionale grazie al lavoro di due eccellenti studiosi, Orso Mario Corbino (1876-1937)[iii] e Antonio Garbasso (1871-1933)[iv]. Il primo era all’Università di Roma, il secondo in quella di Firenze. Entrambi avevano un atteggiamento positivo nei confronti della nuova Meccanica quantistica e riuscirono a dar vita a due scuole che raggiunsero fama internazionale: la scuola dei ragazzi di Via Panisperna, intorno a Enrico Fermi, e la scuola di Arcetri, intorno a Bruno Rossi, assistente di Garbasso e fondatore della scuola fiorentina di Fisica dei raggi cosmici.

In questo contesto Della Corte giunse a metà degli anni Trenta, iscrivendosi al corso di laurea in Fisica all’Università di Firenze nel 1934.

Si laureò nel 1938, nel periodo in cui molti fisici della scuola fiorentina lasciavano Arcetri, sia per migliori opportunità di lavoro che per l’entrata in vigore delle leggi razziali.

Dall’anno accademico 1938-1939 Della Corte ricoprì la carica di assistente all’Università di Firenze, iniziando a collaborare con Carlo Ballario (1915-2002)[v] sugli sciami della radiazione cosmica. Insieme realizzarono un

esperimento sull’assorbimento dei raggi cosmici nella galleria ferroviaria della direttissima Firenze-Bologna: nelle pagine del libro Michele racconta quanto questo studio si intrecciò con avvenimenti politici che lo portarono a incontrare, inconsapevolmente e a distanza, addirittura il Duce del Fascismo che si recava a un colloquio con Hitler[vi].

Della Corte si preparava così a essere tra quei giovani ricercatori che hanno contribuito alla rinascita della Fisica fiorentina nel Dopoguerra.

Gli anni del secondo conflitto mondiale significarono per tutti un periodo difficile e di perdita di certezze e di quanto ciascuno aveva costruito o pensava di realizzare. Lo stesso fu per Della Corte che nel 1941 fu chiamato alle armi, prima nei corpi della fanteria poi, dal 1942, presso la Scuola di Guerra Aerea delle Cascine, dove conobbe il capitano dell’aeronautica Italo Piccagli, convinto antifascista[vii]. Questo incontro fu determinante per il giovane Della Corte che apparteneva al Partito d’Azione fin dal 1936. Egli stesso scrisse: “Intorno al 1936, fu proprio attraverso un vecchio amico, Mario Delle Piane, che entrai a far parte del Partito d’Azione, allora in clandestinità”[viii]: una scelta nella quale furono fondamentali gli insegnamenti dello zio Nello Ticci, dirigente della Lega dei Ferrovieri, militante socialista, prima ferroviere e poi gestore di una famosa libreria nel centro di Siena, sede segreta della sezione senese del Comitato di Liberazione Nazionale.

Fu così che nel periodo immediatamente precedente all’8 settembre 1943, Della Corte ebbe un ruolo non secondario nel trasferimento suggerito da Piccagli degli strumenti e degli apparecchi dei Laboratori di Meteorologia e di Navigazione Aerea all’Istituto di Fisica di Arcetri, per sottrarli alle requisizioni dell’esercito tedesco. L’Istituto fu poi oggetto di perquisizione da parte delle SS tedesche, che avevano avuto una segnalazione sulla presenza in quei locali del materiale dell’aeronautica. Della Corte fu costretto ad accompagnare l’ufficiale delle SS durante la perquisizione. Fortunatamente, il materiale era stato ben nascosto e i tedeschi portarono via solo pochi oggetti. Un’esperienza assai dura e particolarmente pericolosa per un giovane assistente universitario!

Sempre su proposta del capitano Piccagli, Della Corte e Ballario entrarono a far parte dell’emittente clandestina promossa dalla Commissione Radio del Partito d’Azione, radio CORA. La radio, che aveva il compito di trasmettere informazioni ai comandi alleati e alle truppe partigiane, aveva varie basi a Firenze tra le quali lo stesso Istituto di Fisica di Arcetri.

Nel frattempo Michele aveva sposato la sua Liliana il 1° giugno 1940, dopo 5 anni di fidanzamento e il 18 aprile 1941 era nata la loro prima figlia, Laura.

Il racconto degli anni della guerra offre una rappresentazione corale di episodi di politica nazionale e locale, di vicende legate alla carriera universitaria e di avvenimenti familiari, che culminarono nel 1949 con la morte dello zio Nello che dopo l’8 settembre 1943 era stato arrestato e imprigionato nella famigerata Casermetta a Siena e che durante la prigionia aveva contratto una grave forma di tubercolosi.

Il dopoguerra vide Della Corte profondamente impegnato nel suo lavoro di fisico ad Arcetri.

La disciplina intanto andava sviluppandosi intorno a tre principali aree di ricerca:

– la Fisica delle alte energie, che vide il passaggio dagli esperimenti con i raggi cosmici a quelli effettuati agli acceleratori con fasci di particelle,

– la Fisica del nucleo, dove, anche in questo caso, avvenne il passaggio dall’uso di sostanze radioattive all’utilizzo di fasci di acceleratori per bombardare i nuclei da attivare,

– la Fisica teorica.

Nel 1950 Della Corte ottenne dal CNR una borsa di studio per attività di ricerca sui raggi cosmici: si recò così a Parigi all’Ecole Polytechnique, laboratorio all’avanguardia nel settore delle emulsioni (o lastre) nucleari, per imparare questa tecnica. Tornato a Firenze ha creato un “gruppo di ricerca che, con le «lastre», ovvero le emulsioni fotografiche, ha studiato i processi di radiazione cosmica e poi i processi di particelle elementari, utilizzando i fasci di particelle provenienti dai primi acceleratori costruiti al CERN”[ix]. Era il nucleo iniziale che darà vita al gruppo fiorentino di Fisica delle Alte Energie.

Alla fine degli anni Sessanta, avendo maturato un interesse sempre maggiore per le applicazioni della Fisica alla Medicina, passò alla Medicina nucleare, abbandonando le ricerche di particelle elementari che richiedevano grandi gruppi di lavoro, in cui il ruolo del singolo ricercatore diventava sempre più anonimo.

In quegli anni, il suo interesse si rivolse anche al rapporto tra Fisica e Medicina maturato, sin dal 1942, nei lunghi anni di appassionato insegnamento universitario della disciplina fisica ai futuri medici.

“Da un lato volevo interessare i medici ad un approccio fisico dei loro problemi e dall’altro interessare i fisici a considerare la realtà biomedica come un loro possibile campo di studio, una delle Fisiche applicate. – scriveva – È vero che c’era la Biofisica, ma per tradizione era un approccio fisico alla Biologia e non alla Medicina. La mia idea base era molto semplice: La realtà dell’universo è una. La distinzione fra universo fisico ed universo biologico è solo funzionale alla ricerca. La condizione ottimale per arrivare al modello più vero è considerare la Fisica e la Biologia come due modi complementari di studiare le realtà”[x].

Essendo un uomo di scienza ma anche – come ampiamente dimostrato dalla sua vita – un uomo di azione, Della Corte con alcuni suoi colleghi pensò di “fondare una nuova materia: la Fisica Medica ed introdurre la Fisica, e quindi la Matematica, nelle facoltà mediche: una Fisica che fosse qualcosa di serio e non l’insegnamento risibile che esisteva allora”.

In quest’ottica Della Corte iniziò a occuparsi di radioprotezione in un periodo in cui la cultura della radioprotezione non era ancora diffusa. La sua collaborazione con i medici si estese successivamente anche alla Biofisica del sistema cardiocircolatorio, a modelli matematici per lo studio del metabolismo del glucosio e dell’insulina, allo studio dei ritmi circadiani e infine alle ricerche sulla soglia del dolore, generato da stimoli termici ed elettrici.

Il suo obiettivo era chiaro: creare nelle facoltà mediche delle Università italiane delle cattedre di Fisica Medica.

I risultati di tale attività hanno portato il 1° novembre 1969 alla nascita delle prime tre cattedre di Fisica nelle Facoltà di Medicina delle Università di Cagliari, Bologna e Firenze.

Michele Della Corte divenne uno dei primi tre Professori Ordinari di questa nuova disciplina in Italia, insieme a Mario Ladu (1917-2014), un fisico suo coetaneo che aveva una parte della sua produzione nell’ambito della Fisica delle radiazioni che si inquadrava bene nella Fisica Medica, e a un anziano fisico Bolognese, Stefano Petralia (1909-?), che aveva lavorato sugli ultrasuoni, altro ambito di studio della Fisica Medica.

Iniziava così un ulteriore fase della sua intensa vita professionale, che riassumeva quanto fatto negli anni e apriva un percorso completamente nuovo.

In questa veste è stato tra i fondatori della Associazione di Fisica biomedica (AIFB), della quale è stato presidente onorario, continuando a occuparsi di Fisica sanitaria e di radioprotezione fino alla morte, avvenuta nel 1999 a Firenze. Attraverso l’Associazione fu possibile chiedere e ottenere l’istituzione di una nuova disciplina universitaria: la Fisica Medica.

I Fisici non gradirono e la loro reazione non si fece attendere.

Non sappiamo cosa Della Corte avrebbe voluto rispondere ai suoi ‘vecchi’ Colleghi: il suo racconto si interrompe nel marzo 1999, quando Michele Della Corte si ammala. Morirà pochi mesi dopo, il 21 giugno.

Oggi sappiamo che il seguito non fu facile per la nuova disciplina. I Fisici non volevano rinunciare ma alla fine quanto Della Corte, Ladu e Petralia avevano pensato è divenuto realtà. La Fisica biomedica è oggi un insegnamento caratterizzante del primo anno degli studi di Medicina ed è assolutamente inquadrato nello studio del corpo umano e della sua fisiologia.

Quello che emerge dalle pagine della “Lettera ai nipoti” che Della Corte ci ha lasciato e dal libro che sua figlia Laura Della Corte ha voluto donarci, arricchendo lo scritto originale con pensieri di sua madre Liliana e sue riflessioni, è lo straordinario percorso di un giovane studioso che si muove tra passione per lo studio della Fisica, un forte impegno politico vissuto più che ostentato e un amore senza limiti per la sua grande famiglia.

 

Note

[i] Le carte di Michele Della Corte sono state donate in copia all’Istituto storico della Resistenza in Toscana dalla figlia dottoressa Laura Della Corte nella primavera 2015. Gli originali sono conservati presso la Biblioteca di Scienze dell’Università di Firenze, all’interno del più ampio fondo Della Corte là depositato. https://siusa-archivi.cultura.gov.it/cgi-bin/siusa/pagina.pl?TipoPag=comparc&Chiave=416755

[ii] M. Della Corte, Io e il mondo, Effigi Edizioni 2024.

[iii] Orso Mario Corbino (1876-1937) è stato un Fisico e politico italiano. Nel 1926, chiamando a Roma Enrico Fermi e Franco Rasetti, diede avvio alla Scuola dei Ragazzi di via Panisperna. Tale denominazione venne infatti data al gruppo di scienziati italiani, quasi tutti molto giovani e con a capo Enrico Fermi, che negli anni Trenta operò presso il Regio istituto fisico dell’Università di Roma, ubicato fino al 1935 al numero civico 90 di via Panisperna, producendo studi di importanza storica nell’ambito della Fisica nucleare.

[iv] Antonio Garbasso (1871-1933), Fisico. Dopo un periodo di studio in Germania, rientrato in Italia ha insegnato nelle Università di Torino, Pisa e Genova. Nel 1913 divenne professore a Firenze. Grazie al suo decisivo intervento venne creato tra il 1914 e il 1920 l’Istituto di Fisica di Arcetri, a lui poi intitolato. Ricoprì anche il ruolo di sindaco di Firenze dal 1920 al 1927 e di podestà fino al 1928.

[v] Carlo Ballario (1915-2002), Fisico, è stato assistente all’Università di Firenze fino al 1944. Si trasferì quindi all’Università di Bologna e infine, nel 1947, a quella di Roma.

[vi] M. Della Corte, Io e il mondo, cit., pp. 127-130.

[vii] Italo Piccagli (1909-1944) è stato Capitano dell’Aeronautica militare e partigiano. Aderì subito al movimento di Resistenza. Nel 1944 fondò il servizio informazioni di Radio CORA insieme ad Enrico Bocci (1896-1944), avvocato, partigiano e antifascista italiano conosciuto col nome di battaglia Placido.

Il 7 giugno 1944, nel tentativo di salvare i membri di Radio Cora arrestati, Piccagli e Bocci si consegnarono spontaneamente ai nazifascisti, assumendosi la responsabilità di tutta l’organizzazione, tacendo i nomi di tutti coloro che avevano partecipato al progetto, compreso quello di Michele Della Corte. Fucilati il 12 giugno 1944, hanno entrambi avuto il riconoscimento della Medaglia d’Oro al Valor militare alla memoria.

[viii] M. Della Corte, Io e il mondo, cit., p. 101.

[ix] D. Dominici, A fianco di Radio CORA: Arcetri ‘resistente’ nei ricordi di Michele Della Corte, PILLOLE DI STORIA https://www.fisica.unifi.it/upload/sub/storia/dominici2015.pdf

[x] M. Della Corte, Io e il mondo, cit., p. 237.




Firenze 1975 : “… bandiera rossa la trionferà”

 “Voto comunista perché ricordo la primavera del 1945,

e poi anche quella del 1946 e del 1947.

Voto comunista perché ricordo la primavera del 1965

e anche quella del 1966 e del 1967.

Voto comunista , perché nel momento del voto,

Sono trascorsi cinquant’anni da quel 15 giugno, giorno in cui nella politica italiana ciò che si era sempre cercato di tenere a freno, di contenere, di contrastare con ogni mezzo, avvenne con le elezioni amministrative del 1975: la più grande avanzata comunista di tutta la storia elettorale del dopoguerra, un’avanzata tale da modificare profondamente i rapporti di forza di molte città e in ogni regione. Il PCI balzava dal 28,3 delle politiche del 1972 al 33,5, mentre la DC scendeva da 38,4 a 35,2. Era stata una nuova sconfitta del segretario democristiano Amintore Fanfani e della sua politica di scontro frontale con i comunisti dopo la batosta avvenuta nel Referendum sul divorzio del 1974. Le conseguenze del 15 giugno si fecero sentire in fretta con la sinistra che andò al potere in cinque regioni, quarantuno province, trentasette capoluogo di provincia, oltre ad una miriade di centri minori. E naturalmente il risultato di queste elezioni provocò reazioni oltre che nazionali a livello internazionale: il Segretario di Stato americano Henry Kissinger ammoniva che gravi problemi sarebbero sorti con i comunisti al governo in un’Italia che faceva parte della NATO e che era al centro del mediterraneo già turbato dall’annosa questione del Medio Oriente e dai recenti avvenimenti sia in Portogallo, dove sembrava prendere il sopravvento anche lì la tendenza comunista e “comunisteggiante”, sia in Spagna dove il regime di Franco era agli sgoccioli. E non c’era molto da meravigliarsi se l’Economist a quell’epoca definì il Mediterraneo come il ventre molle della NATO.

Nella DC in mezzo allo smarrimento, al caos e ai ripensamenti dopo le elezioni, il consiglio democristiano con 103 voti contrari e 69 favorevoli, respinse la mozione di fiducia chiesta da Fanfani cosicché il 23 luglio il segretario democristiano fu costretto a rinunciare all’incarico. Il partito profondamente diviso dalle varie correnti decise di nominare segretario Benigno Zaccagnini, un uomo notoriamente al di fuori dei gruppi di potere, e a lui si consegnava il delicato compito di rassettare le file democristiane. Inoltre non mancò neanche l’esternazione del Papa Paolo VI che ricordava quanto cristianesimo e marxismo fossero inconciliabili.

Dall’altra parte il PCI confermava di non avere fretta, di non voler forzare i tempi. Il suo segretario Enrico Berlinguer vedeva il successo elettorale delle Amministrative dare ragione alla sua “tattica” del compromesso storico. Di fronte agli avvenimenti internazionali, alla politica americana, alla crisi economica, all’offensiva terroristica sia di destra che di sinistra ma convergente nella lotta alle istituzioni, Berlinguer auspicava un incontro tra le masse cattoliche e quelle comuniste grazie all’impegno del PCI nella maggioranza parlamentare e nel governo a livello nazionale oltre che locale: «La gravità dei problemi del Paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande “compromesso storico”, nel senso di accordo politico in cui ciascuno rinuncia a qualcosa per il bene comune, tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano»1.

Lo scossone provocato dalla massiccia avanzata del PCI causò una situazione forse senza via di uscita se non le elezioni anticipate (non desiderate da alcun grande schieramento) e il governo Moro, in carica dal novembre 1974, che già andava avanti in un mare di difficoltà fra crisi economica, disoccupazione, prezzi crescenti, bilancio dello Stato passivo galoppante, fu aiutato a non cadere anche e proprio dai comunisti con astensioni al momento di insidiose votazioni in parlamento e a moderare le richieste sindacali di aumenti salariali. E infatti Aldo Moro, che aveva traghettato la DC nel centrosinistra, era quell’uomo politico dell’altra parte sensibile a quel ragionamento del compromesso storico per uscire dalla crisi e far fare un passo avanti al sistema politico italiano in modo da preparare le condizioni di una futura alternanza. Sappiamo che ciò non poté realizzarsi per il rapimento dello statista democristiano e la sua uccisione da parte delle Brigate Rosse… ma questa è un’altra storia.

La campagna elettorale che precedette il voto amministrativo fu caratterizzata da un clima di diffusa violenza. I neofascisti che non avevano abbandonato la strategia della tensione il 28 maggio 1974 appena due settimane dopo il referendum sul divorzio, fecero esplodere una bomba in Piazza della Loggia a Brescia durante un comizio uccidendo otto persone. Il 4 agosto dello stesso anno esplose un’altra bomba su un treno nel tratto tra Bologna e Firenze provocando altri dodici morti. A partire dai primi mesi del 1975 si moltiplicarono gli scontri durante le manifestazioni: a Roma venne ucciso Giorgio Mantekas, uno studente greco simpatizzante dell’MSI, poi a Milano il 15 aprile dello stesso anno un neofascista assassinò Claudio Varalli del Movimento studentesco, e il giorno seguente durante una manifestazione di protesta per l’assassinio del giovane di sinistra, sempre a Milano, un automezzo della polizia investì e uccise Giannino Zibecchi dei comitati antifascisti. Il 18 aprile a Firenze durante una manifestazione di protesta per l’uccisione dei due compagni Vassalli e Zibecchi, Rodolfo Boschi, iscritto al PCI, rimase a terra colpito da un proiettile sparato probabilmente da un poliziotto al termine di cruenti scontri con le forze dell’ordine2.

In questo clima Amintore Fanfani presentò il suo partito come l’unico in grado di assicurare “legge e ordine”, facendo affidamento alla legge Reale, una nuova normativa per l’ordine pubblico, di cui la DC aveva caldeggiato con forza la sua approvazione. Ma la campagna elettorale di Fanfani, che aveva rispolverato i logori strumenti dell’anticomunismo delle politiche del 1948, non fu premiata alle urne, mentre il PCI dal canto suo puntando il dito sulla corruzione, sul clientelismo e sul caos che regnavano nelle giunte locali controllate dai democristiani, riuscì ad ottenere la fiducia dell’elettorato3.

«La sconfitta della DC è senza attenuanti, il disegno integralista del gruppo dirigente fanfaniano si è frantumato. La DC infatti non solo si è presentata senza un programma organico ma ha rafforzato solo le faide personalistiche, rivelando così il reale livello morale e politico della sua battaglia»4.

Fu una vittoria laica e progressista, che aprì la strada a un’Italia più moderna, pluralista e meno legata ai dettami religiosi. L’Italia mostrò di essere un “Paese in movimento” attraversato da una robusta mobilitazione civile, tutta proiettata all’allargamento del perimetro democratico.

Il giornale L’Unità sottolineò il contributo fornito in tutta la penisola, dalle regioni industriali ai centri operai, dalle metropoli alla campagne. «Il voto dimostra la grande maturità delle masse lavoratrici e popolari italiane, la presa di coscienza nuova di stati intermedi della popolazione, la profonda aspirazione delle masse giovanili ad un avvenire diverso, la crescente consapevolezza che è necessario per uscire dalla crisi, superare il distacco esistente tra la grande maturazione avutasi nel paese e le classi dirigenti che hanno sin qui governato»5.

A questo spirito di rinnovamento democratico si legò anche una significativa riforma del sistema elettorale che abbassava l’età minima per votare da 21 a 18 anni, ampliando la base democratica e dando voce ad una generazione politicamente attiva, spesso incline a posizioni di sinistra: «Il voto giovanile, dei ragazzi e delle ragazze che sono andati a votare alle urne per la prima volta, è stato un voto di sinistra e in forte e prevalente percentuale un voto comunista»6. E infatti da più parti si attribuì a questi giovani neo votanti lo “slittamento” a sinistra che si era registrato nel paese. Con la legge del 8 marzo 1975 circa tre milioni e mezzo di giovani ebbero così la possibilità, per la prima volta, di esercitare il diritto di voto, facendo un ingresso deciso sulla scena politica italiana. Le elezioni regionali e amministrative di quell’anno segnarono un vero e proprio piccolo “terremoto” elettorale, in un contesto in cui le variazioni nei consensi ai partiti erano solitamente minime, spesso limitate a pochi decimali di punto. Se non fosse stato per la diffidenza, i timori e i sospetti (che poi si rivelarono reali) dei gruppi dirigenti della Democrazia Cristiana che nutrivano nei confronti delle nuove generazioni — diffidenza acuita dall’esplosione del movimento di contestazione giovanile — i diciottenni avrebbero potuto accedere al voto già nelle consultazioni regionali e amministrative del 1970 e in quelle politiche del 19727. Del resto, non si trattava solo di una questione anagrafica, ma di una sfida più ampia ai meccanismi di rappresentanza tradizionali: l’ingresso dei giovani nell’elettorato segnava anche una rottura simbolica con un sistema politico percepito come statico, poco incline al rinnovamento. L’estensione del diritto di voto ai diciottenni non fu quindi soltanto una conquista giuridica, ma un evento che contribuì a ridisegnare gli equilibri della democrazia italiana, aprendo nuovi spazi di partecipazione e di conflitto. Senza l’ondata di contestazione e la massiccia partecipazione giovanile alla vita politica e sindacale, senza l’impegno nelle lotte sociali e nella difesa dei valori dell’antifascismo e della Resistenza, questo diritto probabilmente non sarebbe stato ottenuto in quel periodo. Fu il frutto di una mobilitazione collettiva che trasformò la rivendicazione di diritti in un processo di maturazione civile e politica per un’intera generazione.

Oltre al voto dei giovani che avevano contribuito a una spinta verso sinistra non si può non rilevare che si verificò uno spostamento, e le cifre delle elezioni lo dimostrano, di grande dimensioni di votanti cattolici, di elettori ex democristiani che sembrerebbe abbiano trasferito direttamente il loro voto sul Partito Comunista. E d’altra parte taluni elettori che alla vigilia del voto avevano auspicato uno spostamento a sinistra per scuotere la DC dall’inerzia, ora si mostravano preoccupati, quasi pentiti, per il troppo consistente successo del PCI.

Firenze volta pagina

Nel giugno del 1975 Firenze visse uno dei momenti più significativi della sua storia repubblicana: le sinistre guidate dal Partito Comunista Italiano riconquistarono dopo ventiquattro anni la guida di Palazzo Vecchio. Fu il coronamento di un lungo percorso di radicamento e mobilitazione popolare che trovò espressione in una vittoria ampia e netta. La città celebrò l’esito delle urne con entusiasmo diffuso e partecipazione di massa, in una sorta di rito collettivo che confermava l’orientamento che era emerso alle elezioni regionali8. La tornata elettorale segnò una cesura simbolica e politica e come scrisse L’Unità, “Firenze ha voltato pagina9.

A Firenze il PCI promosse una campagna elettorale capillare, fondata sul radicamento nei quartieri, sul ruolo delle Case del Popolo e sulla partecipazione diretta dei cittadini. Assemblee popolari, incontri pubblici, dibattiti nei circoli e nei mercati diedero forma a un vero e proprio “laboratorio democratico” diffuso, come evidenziavano anche le cronache del giornale l’Unità. Oltre 357.000 elettori erano attesi alle urne, inclusi quasi 15.000 diciottenni alla loro prima esperienza elettorale. I seggi, 640 in tutto, furono allestiti anche negli ospedali a testimonianza della cura con cui si cercava di garantire la partecipazione di tutti. L’obiettivo era chiaro: voltare pagina dopo anni di amministrazione centrista, aprire una stagione nuova improntata al decentramento, all’efficienza dei servizi e al controllo popolare.

Disegno di Vinicio Berti, pittore ed ideatore del personaggio di “Atomino”, apparso sul “Pioniere” dell’ “Unità” dal 1953 in poi. Con questo disegno V. Berti conclude il proprio impegno per la campagna elettorale del PCI.

A guidare la nuova giunta di Palazzo Vecchio, all’indomani delle elezioni del 1975, fu scelto Elio Gabbuggiani, unico sindaco comunista di Firenze insieme a Mario Fabiani che aveva ricoperto la carica tra il 1946 e il 1951. Figura autorevole e al tempo stesso vicina al mondo del lavoro, Gabbuggiani rispondeva all’esigenza di un profilo esperto e rispettato.

Attivo fin da giovane nella Resistenza, Gabbuggiani ha rappresentato per decenni un punto di riferimento delle istituzioni pubbliche toscane. Dal 1962 al 1970 fu presidente della Provincia di Firenze contribuendo in modo decisivo alla fase preparatoria che portò all’istituzione della Regione Toscana, le cui assemblee furono ufficialmente insediate nel 1970 e fu proprio Gabbuggiani il primo presidente del Consiglio Regionale Toscano. Durante gli anni del suo mandato seppe distinguersi per la capacità di mediazione e per l’equilibrio politico, riuscendo a garantire alla città una fase di stabilità amministrativa10.

Il 15 giugno 1975 le urne diedero un responso inequivocabile: il PCI ottenne il 41,46% dei voti (migliorando il già eccellente 41,03% delle regionali) e conquistò 26 seggi. A questi si aggiunsero i 6 seggi del PSI e 1 del PDUP, garantendo una maggioranza assoluta al fronte delle sinistre. La Democrazia Cristiana, principale forza di governo uscente, subì una sconfitta pesante, confermata anche a livello nazionale. Dopo ventiquattro anni, la sinistra tornava al governo della città con una legittimazione popolare forte e diffusa11.

Già nella notte dello spoglio Firenze fu attraversata da una straordinaria ondata di entusiasmo: cortei spontanei percorsero le vie, bandiere rosse spuntarono alle finestre dei quartieri popolari, si cantarono inni e cori politici fino a tarda notte: “una notte rossa di gioia e speranza”. La sede della Federazione comunista in via Alamanni fu circondata da una folla festante «di cittadini, di compagni, di democratici: vogliono colmare insieme il “tempo vuoto” che intercorre fra il lavoro incessante di propaganda, di convincimento, di sensibilizzazione svolto nelle sezioni casa per casa, di vigilanza attuato nei seggi, e la conoscenza dei risultati»12.

 

In tutte le città toscane grandi folle di compagni, lavoratori, cittadini hanno sostato davanti alle Federazioni del PCI in attesa dei risultati elettorali. 

Una grande folla saluta l’annuncio dei dati elettorali davanti alla federazione comunista fiorentina che segnano il clamoroso successo del PCI.

Il culmine si ebbe il 19 giugno, quando decine di migliaia di persone si ritrovarono in piazza Santa Croce per una manifestazione pubblica, con la presenza di Giorgio Napolitano della direzione del PCI e di altri dirigenti del partito comunista di Firenze e della Toscana. Non era solo una festa, era una dichiarazione collettiva di fiducia e cambiamento. Mentre nella piazza risuonavano gli inni del movimento operaio decine e decine di cortei con bandiere rosse giungevano dai quartieri della città e dai comuni vicini, che ritrovavano il loro naturale legame con Firenze. Sul palco erano presenti anche i familiari di Rodolfo Boschi, quel ragazzo ucciso dai colpi sparati da un agente di polizia in borghese durante quell’oscuro e grave episodio verificatosi in città il 18 aprile.

La grande folla in piazza Santa Croce che saluta la vittoria del PCI con il pugno alzato.

Nel comizio di chiusura, il segretario della Federazione comunista fiorentina Michele Ventura sottolineò il significato nazionale della vittoria: «La Toscana e anche Firenze, ora che avrà un’amministrazione di sinistra, si costituiranno come punti di riferimento essenziali dell’unità di tutte le forze democratiche e popolari»13. Elio Gabbuggiani, consapevole delle aspettative altissime, dichiarò: «Non è tempo di trionfalismi: anni di cattivo governo non si recuperano in breve tempo»14. Entrambi rivendicarono una nuova concezione della politica locale, fondata su trasparenza, partecipazione e rapporto diretto con i quartieri.

La vittoria del 1975 segnò un punto di svolta per la città. Firenze tornava nelle mani di quelle forze che, nel dopoguerra, ne avevano guidato la ricostruzione. Ma era una nuova sinistra, più giovane, più aperta, più attenta ai temi dell’ambiente, del lavoro, della cultura e dei diritti civili. Come testimoniarono le settimane successive, la sfida era ora di trasformare quella spinta popolare in buona amministrazione, in un governo capace di ascoltare e agire. Una stagione nuova era cominciata.

I risultati elettorali del giugno 1975 smantellarono senza dubbio quelle posizioni che considerano le elezioni come inutili esercitazioni ingannatrici perché in ogni caso il potere resta sempre nelle stesse mani, e dimostrarono quindi che le elezioni servono, che incidono nella vita e nell’azione degli organi elettivi modificandone la composizione e che possono pure cambiare radicalmente la situazione politica generale15.

NOTE

1 Discorso di Enrico Berlinguer in Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 2006, p. 480.

2 Andrea Tanturli, Prima linea. L’altra lotta armata (1974-1981), DeriveApprodi, Roma 2018, pp. 57-62.

3 P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., p. 501.

4 Discorso di Michele Ventura, segretario della Federazione Comunista fiorentina, in «L’Unità», 19 giugno 1975.

5 Dichiarazione del compagno Ventura. Una grande forza politica unitaria, «L’Unità», 18 giugno 1975.

6 Ghini Celso, Il terremoto del 15 giugno, Feltrinelli, Milano 1976, p. 230.

7 Ibid, p. 232.

8 Cfr. Le elezioni del 15-16 giugno 1975 in Toscana. Un primo commento, Regione Toscana/ Giunta regionale. Dipartimento statistica, elaborazione dati, documentazione, Firenze, luglio 1975.

9 Firenze ha voltato pagina. Grande entusiasmo per la vittoria delle sinistre che ritornano a Palazzo vecchio dopo 24 anni, «L’Unità», 19 giugno 1975.

10 Gabbuggiani si occupò del decentramento del potere locale attraverso la costituzione e il potenziamento dell’autonomia dei consigli di quartiere e diede un forte impulso alla gestione del patrimonio culturale cittadino, in Maria Sechi (a cura di), Elio Gabbuggiani: un uomo al servizio delle istituzioni toscane: 12-13 luglio 2019, Palazzo del Pegaso, Firenze, Consiglio Regionale della Toscana, 2019.

11 Entusiasmo in tutta la Toscana per la meravigliosa affermazione delle liste comuniste. Il PCI avanza di oltre il 4%. Gli eletti nel Consiglio regionale passano da 23 a 26 seggi, quelli del PSI da 3 a 6, mentre il PDUP mantiene il suo seggio. La DC e il PSDI perdono 2 seggi ciascuno, mentre scompare il PLI. Il successo del PCI è stato generale, nei piccoli centri come nei grandi, nelle zone operaie e in quelle contadine, «L’Unità», 17 giugno 1975, p. 9.

12 Splendida vittoria comunista. PCI e PSI più forti in tutta la regione. Sconfitto nettamente il centro sinistra si delinea una maggioranza di sinistra a Palazzo Vecchio,

13 Firenze ha voltato pagina, «L’Unità», 19 giugno 1975, cit.

14 Ibidem.

15G. Celso, Il terremoto del 15 giugno, cit., p. 269.

 

Articolo pubblicato nel settembre 2025




Firenze tinta di bianco

(…) Con guance rosse, spilli

di freddo nelle mani, la sciarpetta

di lana grezza che incendiava il collo

ci lanciavamo dal centro della nostra Via Lattea

ai confini del cortile, dentro il bianco

inesauribile di quel gennaio, un sibilo,

quattro secondi, un secolo –

fine dell’era glaciale, inizio del fango[1].

 

Al termine del 1984 l’Italia è avvolta da un anomalo tepore: il Natale è ormai vicino ma la neve e il gelo sembrano ancora non volersi impossessare dell’inverno. Benché già in atto il cambiamento climatico, siamo lontani dai vertiginosi numeri degli anni duemila e il tema, ignoto a gran parte dell’opinione pubblica, rimane ancora materia di pertinenza degli studiosi del clima. Non c’è percezione di ciò che accadrà negli anni a venire e ancor meno ve ne sarebbe stata dopo ciò che a breve sarebbe accaduto.

Sul finire dell’anno si registra un sensibile abbassamento delle temperature, niente di anomalo in quanto si tratta di una normale irruzione di aria fredda che interessa soprattutto le regioni centrali: a Firenze il termometro registra – 6°C, a Roma – 2°C.

Ma nonostante l’apparente normalità qualcosa di incredibile sta per accadere: all’estremità settentrionale dell’emisfero boreale un flusso d’aria caldissima fa collassare il vortice polare, innescando un’ondata di aria gelida che investe tutta l’Europa compresa l’Italia; si tratta di un fenomeno inusuale denominato sudden stratospheric warming[2]. Inizia ufficialmente una delle più intense ondate di freddo del ventesimo secolo: venti gelidi investono la penisola provocando un crollo delle temperature e portando, a più riprese, diffuse nevicate anche in zone dove i fiocchi sono un’assoluta rarità. Tra il 4 e il 9 gennaio si osservano nevicate un po’ in tutte le regioni centro-meridionali: Firenze, Bologna, Roma, Cagliari, Napoli, Capri e addirittura parte della costa settentrionale della Sicilia e dell’entroterra sardo si tingono di bianco. Nevicate eccezionali vengono segnalate anche in altre località e paesi mediterranei come Barcellona, Nizza, Marocco e Algeria.

Nel frattempo, complice la copertura nevosa e le prime schiarite, il gelo prende il sopravvento e in molte località il termometro fatica a superare lo zero. A causa dei terreni innevati la maggior parte delle radiazioni solari non vengono assorbite dalla superficie, ma vengono rispedite verso l’atmosfera, incrementando esponenzialmente il raffreddamento notturno[3]. Il Paese del sole si trasforma così nel paese del ghiaccio: nelle regioni centrosettentrionali si registrano minime sorprendentemente sotto la media stagionale: -15 °C a Bolzano, -23 °C a Cortina, -14 °C a Udine, -13 °C a Bologna, -11 °C a Verona; mentre molti fiumi come il Po e l’Adige congelano.

Nelle regioni meridionali dal 12 e 13 gennaio la situazione inizia invece a ristabilirsi. La comparsa di temperature più miti nel sud del paese comporta l’innalzamento della colonnina di mercurio nelle zone settentrionali dello stivale, creando le premesse per la più duratura e copiosa nevicata del ventesimo secolo. Dal pomeriggio del 13 gennaio in Val Padana cominciano a cadere i primi fiocchi di neve. Il giorno successivo la coltre nevosa raggiunge i 20-25 centimetri a Milano, spessori simili si osservano anche in altre città della pianura. La nevicata si protrae nei giorni successivi su quasi tutto il Nord, diventando da gioiosa ad opprimente, a tratti quasi brutale. La precipitazione insiste per altre 60 ore circa, sebbene con notevoli differenze territoriali dovute ai numerosi microclimi che caratterizzano la Val Padana. Una bufera che si accanisce con particolare veemenza su Emilia, Lombardia, Veneto e Trentino. Mai a memoria d’uomo si era vista una nevicata così estesa e abbondante: 50-60 cm a Vicenza, 70-80 cm a Bologna, 80-90 cm a Milano, 110 cm a Como, 120 cm a Varese, 140 cm a Trento, per citarne alcuni[4].

 

Un insolito sciatore in piazza San Pietro

 

La Toscana fu una delle prime regioni ad essere attraversata dalla perturbazione: nella giornata del 4 gennaio l’intero territorio venne interessato dal crollo delle temperature e da sporadiche nevicate nelle principali città. A Firenze pochi centimetri di neve riuscirono a bloccare il capoluogo; fortunatamente le precipitazioni si verificarono di sabato, rendendo meno caotico e fastidioso l’effetto dei fiocchi. Complice la giornata di festa non si registrarono dunque eccessivi disagi alla circolazione e gran parte delle persone poté godere di quel magnifico, quanto insolito scenario.

Malgrado la nevicata non fosse stata particolarmente intensa, aveva avuto modo di evidenziare una serie di problematicità che in seguito si sarebbero rilevate più gravi: in primo luogo venne alla luce la generale impreparazione del comune nell’affrontare una situazione di questo tipo; dopodiché si registrarono centinaia di disagi alla rete idrica, causati dalle gelide temperature e dalla presenza di vecchie tubature in gran parte della città; infine, zone periferiche e collinari, come Fiesole e Settignano, rimasero isolate per uno o due giorni, impossibilitate ad avere contatti con il resto del capoluogo.

Pochi giorni dopo, nella giornata di martedì 8 gennaio, una fase più intensa della perturbazione si abbatté su tutta la Toscana, “È nevicato dove la neve non si vedeva da oltre quarant’anni: all’isola d’Elba dove il comune di Marciana è isolato; a Viareggio che ha la spiaggia simile a una lunga pista innevata; a Pisa dove l’accesso alla torre pendente è stato chiuso. (…) Porto chiuso anche a Livorno: le navi aspettano di essere scaricate avvolte da tormente di neve che si succedono a intervalli di tempo”[5]. Nel giro di sei ore si posarono sul capoluogo oltre venti centimetri di neve: in poco tempo l’intera città e le zone limitrofe vennero completamente ricoperte da un soffice strato di coltre bianca. Armati di sgargianti piumini e di improbabili cappellini i fiorentini si riversarono per le strade, desiderosi di poter osservare la città sotto una nuova lente e di poter immortalare quell’inedito paesaggio. Gli amanti della settimana bianca poterono sfoderare per l’occasione l’abbigliamento da montagna, mentre la gran parte degli abitanti dovette correre ai ripari, indossando indumenti nascosti chissà da quanti anni nell’armadio. Lo scenario innevato diede vita a momenti unici come la comparsa di alcuni sciatori che improvvisarono uno slalom scendendo dalle colline che circondano la città o la presenza di gruppi di ragazzi che dopo essersi affrontati a pallate di neve utilizzarono i sacchetti di plastica come slittini.

 

Due bambine intente a giocare a palle di neve in piazza Santa Croce

 

Nel giro di poche ore il clima di festa lasciò spazio alla conta dei danni creati dalla nevicata: “Mancano sale, le spalatrici meccaniche, gli apripista: il comune non ne ha alcuno, la provincia una ventina che ha impegnato su tutto il territorio che le compete, l’esercito a tarda sera ha messo a disposizione ruspe e uomini. C’è stata una specie di corsa a Rosignano Solvay per i rifornimenti di sale, ma qui i mezzi toscani si sono dovuti mettere in fila in attesa che fossero riforniti i romani, arrivati prima”[6]. Venti centimetri di neve avevano paralizzato la città, interrompendo la circolazione interna e sospendendo temporaneamente i collegamenti con l’esterno. In assenza di mezzi il comune si era trovato costretto a dover ricorrere all’utilizzo di strumenti appartenenti a ditte private e a dover contattare i disoccupati presenti nelle liste di reclutamento. In un ultimo disperato tentativo il sindaco Lando Conti aveva perfino chiamato in causa il senso civico dei suoi concittadini, invitandoli a rispettare l’articolo 67 del regolamento di polizia municipale che obbligava tutti i possessori di immobili a ripulire lo spazio antistante le loro proprietà[7].

La nevicata non colse di sorpresa solamente il comune, ma trovò impreparati anche numerosi fiorentini. Tra l’8 e il 9 gennaio furono più di settanta le persone che vennero medicate negli ospedali del capoluogo; la prevalenza degli infortuni era stata causata da tamponamenti o da rovinose cadute. Tra gli sfortunati eventi ve ne erano alcuni che avevano un tono quasi fantozziano, come nel caso di uno studente che si era fratturato la tibia giocando a palle di neve con i suoi compagni o come l’episodio di un sessantaquattrenne caduto mentre cercava di montare le catene al suo furgone[8].

 

Spericolate discese sotto piazzale Michelangelo

 

L’eccezionale evento aveva fornito ai guidatori una preziosa lezione, istruendoli sulla necessità di dover limitare al massimo l’utilizzo del freno sulle superfici ghiacciate. L’impreparazione degli automobilisti generò situazioni caotiche per le vie del capoluogo con auto e bus che “improvvisavano strani balletti sulle strade bianche andando ogni tanto a finire contro un palo della luce o uno sfortunato albero”[9]. Con le strade innevate i cittadini si trovarono costretti a doversi cimentare nel montaggio delle catene, “Operazione forse facile per chi vive in montagna”, ma disastrosa per chi, come i fiorentini, non vi era abituato: si generarono così esilaranti scene di “auto con le catene piazzate nelle ruote sbagliate, con le catene che cadevano da tutte le parti, senza catene ma costrette a fare slalom imprevisti e pericolosi”[10].

I disagi creati dalla nevicata ebbero comunque modo di stimolare la solidarietà e il senso civico dei fiorentini. Come riportato da La Nazione del 6 gennaio “Gruppetti di volontari si sono adoperati qua e là fino a tarda ora per aiutare gli automobilisti in difficoltà, per segnalare preventivamente le strade da non prendere, per indicare che di lì a poco c’era un lastrone di ghiaccio”[11]. L’altruismo dei cittadini non si limitò alle ventiquattro ore successive alla prima nevicata, ma si estese anche alle giornate successive; infatti, molti fiorentini risposero positivamente agli appelli del sindaco, contribuendo alla pulizia delle strade e dei marciapiedi delle loro zone di residenza, supplendo in questo modo alla cronica assenza di mezzi e uomini.

Analogamente a quanto accadeva con i grandi avvenimenti La Nazione decise di dedicare alla nevicata un’apposita rubrica. Dal 9 gennaio il quotidiano stilò giornalmente un bollettino riguardante le principali problematiche che avevano colpito la città, come scuola, viabilità, trasporti pubblici e situazione idrica. Dal momento che si trattava di un evento inconsueto il giornale fiorentino decise di tenere costantemente aggiornata la cittadinanza sulle mutevoli difficoltà che colpivano il capoluogo. La drammaticità della situazione aveva portato il comune ad istituire un numero telefonico appositamente creato per dare sostegno alle persone più anziane che vivevano sole[12].

 

La prima pagina de la Nazione di Firenze del 6 gennaio 1985

 

Nei giorni successivi la nevicata vennero rilevate in tutta Italia temperature altamente sotto la media stagionale. A Firenze fra l’8 e il 13 gennaio la colonnina di mercurio non riuscì mai a superare lo zero e la città fu completamenti avvolta dal gelo. L’11 gennaio fu la giornata più fredda: a Peretola venne registrata la minima record di -23 °C, un primato ancora imbattuto per il capoluogo, mentre in città la temperatura arrivò a toccare -11 °C[13]. Come spiegato da padre Bravieri, responsabile dell’Osservatorio Ximeniano, la differenza di temperatura fra la città e la periferia era motivata dalla presenza di una “cupola termica” creata dagli impianti di riscaldamento e dal vapore acqueo che usciva dai tubi di scarico delle auto presenti in città. Le proibitive condizioni di quei giorni portarono il comune a dover estendere in via eccezionale il numero di ore nelle quali poter utilizzare il riscaldamento[14].

Le gelide temperature portarono al congelamento dei fiumi e degli specchi d’acqua di piccole dimensioni. L’Arno e i suoi affluenti vennero ricoperti da una spessa lastra di ghiaccio, così come il lago di Massaciuccoli che si ritrovò completamente ghiacciato. Molti fiorentini si riversarono lungo gli argini dell’Arno per poterlo ammirare immobile, chiuso sotto una lastra di ghiaccio, e i più temerari provarono l’ebrezza di camminare da una sponda all’altra, mentre altri si lanciarono in un’insolita pattinata sul letto del fiume. Malgrado si trattasse di un evento eccezionale, l’attraversamento dell’Arno comportava seri rischi per l’incolumità di coloro che lo compivano e l’elevata affluenza di cittadini portò Palazzo Vecchio a dover porre a sorveglianza del corso d’acqua alcune squadre di vigili per allontanare dal fiume i più spericolati e curiosi[15].

 

Tre giovani intenti a verificare la solidità della lastra di ghiaccio che ricopre l’Arno

 

Come abbiamo visto la nevicata del 1985 fu un evento talmente anomalo e al tempo stesso straordinario da rimanere indelebilmente impresso nella memoria collettiva. Ancora oggi, a quarant’anni di distanza, l’episodio continua a rappresentare un piacevole ricordo per coloro che lo vissero e a costituire una testimonianza capace di allontanare, anche solo per un momento, i problemi del presente. In occasione dell’anniversario giornali ed emittenti locali continuano a dedicare ampio spazio alla celebrazione della “nevicata del secolo”, supportati in quest’azione dalle testimonianze che lettori e spettatori fanno pervenire alle loro redazioni. In quest’ambito anche i social hanno contribuito enormemente alla produzione di memorie, offrendo a migliaia di utenti la possibilità di poter rievocare liberamente quei primi giorni di gennaio e di confrontare le proprie esperienze con quelle altrui. Nel corso degli anni la rievocazione è progressivamente sfociata in una sua idealizzazione, riducendone la descrizione all’esaltazione degli aspetti più positivi e folcloristici e ponendo in secondo piano le numerose problematiche ad esso connesse.

Fra la miriade di commenti celebrativi compaiono talvolta anche le considerazioni di coloro che invece quelle giornate le vissero con minor spensieratezza, colpiti in vario modo dai molteplici disagi. Malgrado la nevicata del ‘85 venga generalmente ricordata come un evento positivo, è doveroso ricordare che neve e gelo provocarono anche numerosi danni: le abbondanti precipitazioni dei primi giorni arrecarono considerevoli problemi alle comunicazioni, compromettendo gli spostamenti e isolando alcuni paesi, mentre il repentino abbassamento delle temperature dei giorni successivi causò rilevanti problemi alla rete idrica, lasciando senza acqua molte abitazioni. In particolar modo furono le zone periferiche, come le campagne e i piccoli centri, a subire le maggiori difficoltà a causa del loro isolamento e all’assenza degli strumenti e dei mezzi necessari per affrontare l’emergenza; la neve e il freddo danneggiarono inoltre gran parte della produzione agricola, compromettendo i futuri raccolti e causando l’aumento dei prezzi degli ortaggi. Sfortunatamente si registrarono anche alcuni casi di decesso causati dal freddo o di persone venute a mancare a causa dell’impossibilità di poter ricevere soccorso per l’impraticabilità delle strade.

La nevicata del ‘85 non fu l’unico episodio di questo genere verificatosi in Italia nel Novecento. Prima di allora nella penisola c’era stato un gelo eccezionale nel febbraio del 1956 e nevicate abbondanti sia tra il 1940 e il 1941 che tra il 1946 e il 1947. Ma allora perché il 1985 è rimasto così impresso nella memoria collettiva? Innanzitutto, rispetto alle ondate di maltempo appena citate si trattò di un evento straordinario non solo per la sua intensità, ma anche per la sua estensione, coinvolgendo nell’arco di pochi giorni quasi tutta la penisola, comprese aree dello stivale che non erano abituate a veder comparire i fiocchi di neve. In secondo luogo, è doveroso ricordare che la precipitazione avvenne in un’Italia in pieno sviluppo economico, abituata a procedere senza incontrare ostacoli lungo la sua strada. La comparsa della neve rappresentò dunque una brusca interruzione, una sosta forzata imposta dagli agenti atmosferici.

I recenti cambiamenti climatici hanno poi conferito all’evento ulteriore straordinarietà, connotandolo alla stregua di un episodio leggendario. Coloro che non erano nati o non erano abbastanza grandi per averne un ricordo percepiscono i racconti legati a quella nevicata come eventi lontani, appartenenti ad epoche remote e ormai irripetibili. Fenomeni di questo genere difficilmente potranno verificarsi in futuro visto che negli ultimi anni abbiamo assistito ad un progressivo aumento delle temperature e ad una conseguente diminuzione della rigidità degli inverni: nevica sempre di meno e la comparsa dei fiocchi a bassa quota è ormai divenuta un’assoluta rarità, mentre le poche volte che nel corso dell’anno la colonnina di mercurio scende sotto lo zero si possono forse contare sulle dita di una mano.

Difficile, dunque, che un episodio del genere possa ripetersi in futuro, ma come ci insegnano le prime giornate del gennaio 1985 mai dire mai…

 

 

Note:

[1] F. Italiano, La grande nevicata, Donzelli, Roma 2023.

[2] Tradotto in italiano “surriscaldamento stratosferico improvviso”.

[3] In ambito meteorologico tale fenomeno viene chiamato “effetto albedo”.

[4] G. Betti, 15 gennaio 1985: la nevicata del secolo, «il Mulino. Rivista di cultura e di politica», 14 gennaio 2023, https://www.rivistailmulino.it/a/15-gennaio-1985-br-la-nevicata-del-secolo.

[5] U. Cecchi, Emergenza in Toscana. Firenze paralizzata dalla neve, «La Nazione», mercoledì 9 gennaio 1985, p. 1.

[6] Ibid.

[7] Il sindaco ai cittadini “Spalare è un dovere”, «La Nazione», domenica 13 gennaio 1985, p. 2.

[8] Scivoloni e tamponamenti. Settantatré feriti, «La Nazione», mercoledì 9 gennaio 1985, p. 2.

[9] Fiesole isolata. Linee Ataf soppresse, «La Nazione», domenica 6 gennaio, p. 1.

[10] Descrizione posta sotto l’immagine in copertina, «La Nazione», domenica 6 gennaio, p. 1.

[11] Sulle colline le maggiori difficoltà. Squadre d’emergenza per aiutare gli automobilisti rimasti bloccati durante la notte, «La Nazione», domenica 6 gennaio 1985, p. 1.

[12] Soccorso anziani: chiamate il 210.075, «La Nazione», giovedì 10 gennaio, p. 1.

[13] P. De Anna, Termometro impazzito (-23). Mezza città senz’acqua, saltano i contatori, ghiaccio all’Anconella, «La Nazione», domenica 13 gennaio, p. 1.

[14] Sotto una cappa di ghiaccio. Scuole chiuse per due giorni. Viabilità nel caos, oggi gli spalatori, «La Nazione», mercoledì 9 gennaio, p. 1.

[15] Pattinano sull’Arno: è pericoloso, «La Nazione», sabato 12 gennaio 1985, p. 1.

 

Articolo pubblicato nel giugno 2025