Narrazioni del passato e pratiche di Public History. Il Farestoria e il Docufilm Festival 2026

Che cosa significa raccontare il passato nello spazio pubblico? Quali linguaggi utilizziamo per trasformare la ricerca storica in conoscenza condivisa? E in che modo il pubblico partecipa alla costruzione delle interpretazioni storiche? Da queste domande prendono forma la seconda edizione del Farestoria Festival e la sesta edizione del Docufilm Festival organizzati dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia (ISRPT) nei mesi di giugno e luglio 2026.

La scelta di organizzare una serie di rassegne di Public History a Pistoia non è casuale. La città è da anni attraversata da una ricca offerta di festival, incontri e iniziative culturali che hanno contribuito a trasformare lo spazio urbano in un luogo di ricaduta del sapere, al di fuori delle sedi accademiche o istituzionali. Nel panorama dei festival culturali contemporanei, tuttavia, questa funzione tende spesso ad assumere una forma che affida la legittimazione degli eventi alla presenza di figure di alto profilo pubblico, costruendo un’esperienza che valorizza la qualità dei contenuti ma la veicola attraverso una logica in parte spettacolare, in cui il pubblico è chiamato ad assistere più che a partecipare.

In questo contesto, il Farestoria e il Docufilm Festival si propongono con l’intenzione di interrogarsi su come la conoscenza storica viene prodotta e condivisa. Il modello adottato non rinuncia né alla qualità né alla presenza di interlocutori autorevoli, ma privilegia al contempo la costruzione di uno spazio in cui quella competenza diventa materia di discussione collettiva, piuttosto che oggetto di fruizione. Se la divulgazione tende infatti spesso a muoversi in una direzione univoca (dall’“esperto” al fruitore), il modello di Public History proposto dall’ISRPT intende ribaltare questa logica, interrogandosi su quali forme di conoscenza possano nascere dall’incontro e dal confronto fra saperi diversi.

È da questa convinzione che nasce il concept scelto per questa edizione, “Narrazioni”: un invito a interrogare i processi che stanno alla base di ogni racconto storico, a rendere visibili le scelte di linguaggio e di formato che trasformano la ricerca in narrazione condivisa. La narrazione è infatti una delle dimensioni privilegiate attraverso cui la conoscenza prende forma e acquisisce rilevanza sociale e politica nel corso dei secoli. Lungi dal ridurre la storia ad un racconto arbitrario o tantomeno mettere in dubbio il rigore della ricerca, parlare di “narrazioni” significa riconoscere che ogni forma di conoscenza storica passa attraverso scelte (di fonti, di significati, di forme di restituzione) e rendere visibili quelle scelte è essa stessa una pratica scientifica.

Quella del formato non è poi una questione secondaria rispetto ai contenuti. Un festival di Public History può infatti configurarsi come uno spazio in cui ricerca, comunicazione e partecipazione si incontrano secondo modalità che altri contesti più rigidi difficilmente consentono. A partire da questo presupposto, il Farestoria e il Docufilm Festival provano a mettere in pratica questa idea attraverso una programmazione volutamente eterogenea – tavole rotonde con ricercatrici e ricercatori, insegnanti, artiste e artisti; letture teatrali; giochi da tavolo; proiezioni – nella convinzione che la pluralità dei linguaggi non sia un elemento accessorio, ma costituisca essa stessa una presa di posizione sul modo in cui la conoscenza storica può essere prodotta e condivisa nello spazio pubblico.

La centralità del tema delle narrazioni emerge in forme differenti all’interno dell’intero programma. Gli incontri di avvicinamento al Farestoria Festival dedicati al volume di Francesco Casales L’invasione immaginata (24 giugno) e al tema della memoria delle stragi nazifasciste (2 luglio) affrontano due questioni fondamentali per la storiografia contemporanea: il rapporto tra produzione culturale e immaginari del passato e del futuro, e quello tra memoria, testimonianza e interpretazione del passato.

Dal 6 al 9 luglio il Polo culturale Puccini-Gatteschi ospiterà poi il cuore della manifestazione. Ad inaugurare la rassegna sarà l’evento Cosa resta. Festival, archivi e storia audiovisiva: una riflessione collettiva sulla costruzione di archivi del tempo presente a partire dalle fonti audiovisive. A seguire si terrà la prima delle tre proiezioni del Docufilm Festival con I diari di mio padre di Ado Hasanović, il quale partendo dalle riprese amatoriali e dai diari del padre, testimone della vita quotidiana a Srebrenica durante la guerra, ricostruisce dall’interno la storia di un genocidio. L’unione, nella giornata del 6 luglio, delle due esperienze del Farestoria e del Docufilm consentirà di riflettere a tutto tondo sul documentario non soltanto come prodotto culturale, ma come dispositivo di costruzione della memoria e della narrazione del passato.

Lo stesso approccio caratterizza la tavola rotonda dedicata al rapporto tra storia e fumetto (7 luglio). Negli ultimi anni la graphic novel storica si è infatti affermata come un importante e diffuso strumento di diffusione della conoscenza storica presso pubblici ampi e diversificati. Discuterne significa interrogarsi sulle opportunità e sui limiti di un linguaggio che traduce la ricerca in immagini, sequenze narrative e forme di immedesimazione emotiva. Una riflessione analoga attraversa l’incontro dedicato alla didattica della storia (8 luglio), in cui il problema della narrazione si declina nella sua forma più concreta legata alla trasmissione e al coinvolgimento di studentesse e studenti. Il 9 luglio si terrà poi un incontro dedicato ad una riflessione di lungo periodo sulle culture della protesta e sulle forme della partecipazione politica dal basso.

Anche gli appuntamenti serali contribuiscono a sviluppare il tema del festival. Il reading musicale Provate a riparare il mondo dedicato alla storia dell’ecologismo contemporaneo e accompagnato da una discussione a partire dalla figura di Alexander Langer (7 luglio), mostra come la combinazione tra parola, musica ed esperienza performativa possa diventare uno strumento di riflessione. L’incontro sugli usi politici dell’opera di Tolkien insieme a Wu Ming 4 (8 luglio) affronta invece un altro aspetto cruciale della Public History: la circolazione pubblica delle narrazioni e la loro continua reinterpretazione, anche strumentale, in contesti politici e culturali differenti. Particolarmente significativa appare inoltre la scelta di dedicare una serata conclusiva ai giochi da tavolo di storia contemporanea. Negli ultimi anni il gioco è diventato un terreno sempre più frequentato da studiose e studiosi, poiché consente di sperimentare forme di apprendimento basate sulla partecipazione diretta e sulla simulazione. Anche in questo caso la questione centrale riguarda il rapporto tra esperienza e costruzione del racconto storico.

Il Pistoia Docufilm Festival si protrarrà poi con altri due appuntamenti serali. Il 13 luglio è prevista la proiezione di La Dea di Pietra di Michelangelo Ricci, documentario fondato su decine di testimonianze orali e dedicato alla memoria della strage di Vinca, lungo la Linea Gotica. Il 20 luglio chiuderà il ciclo Paura Non Abbiamo di Andrea Bacci, che ricostruisce le lotte per i diritti delle donne lavoratrici nell’Italia degli anni Cinquanta a partire dall’arresto di quattro operaie bolognesi.

Il Farestoria Festival fa parte della programmazione di Pistoia Capitale italiana del libro 2026 ed è realizzato con il contributo del Ministero della Cultura – Direzione generale Biblioteche e Istituti culturali, di Fondazione Caript, dell’Associazione italiana di Public History e di Unicoop Sezione soci Pistoia. Tutti gli eventi sono a ingresso gratuito. Il programma completo è disponibile sui canali dell’ISRPT.

 

 

Brenda Fedi ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Politiche presso l’Università di Pisa nel 2026. I suoi interessi di ricerca si collocano all’incrocio tra storia della musica, storia del lavoro creativo e storia dei movimenti sociali nel secondo Novecento. È vicepresidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia, dove coordina il gruppo “Paura Non Abbiamo” per la promozione della storia pubblica di genere.




SULLE TRACCE (GIOIOSE) DELLA PANTERA A FIRENZE

Occupì, occupà, occupiamo la città…Occupà, occupì, occupiamo pure qui” cantavano gli universitari fiorentini nel madido gelo notturno di fine febbraio mentre percorrevano furtivi le vie del centro storico armati di stencil e bombolette spray per imprimere sui marciapiedi variopinte orme di pantera: le impronte indicavano i percorsi dalla stazione di Santa Maria Novella  alle diverse facoltà e all’assemblea nazionale che dal 27 febbraio al 9 marzo ha riunito a Firenze, non senza divergenze e litigi, le differenti anime della Pantera.

L’ultimo grande movimento studentesco dei decenni passati, ultimo sussulto generazionale che ha cercato di mettere in discussione le gerarchie del sapere finalizzato al profitto ed è riuscito a scuotere l’opinione pubblica. Fu un movimento diverso dai precedenti dove la politica non poteva essere svincolata da una dimensione umana relazionale: “Ciò che mi è rimasto nel cuore di quella esperienza è la gioia, la felicità con cui tutto avveniva. I dibattiti più belli avvenivano a cena o durante i cineforum, fra imprevisti, come le pizze che si bruciavano, e tante risate[1].

Il 18 gennaio è la data in cui la Pantera fece il suo ingresso ufficiale a Firenze quando alla facoltà di Lettere gli studenti riuniti in assemblea dovevano decidere in che modo dar vita alla loro protesta: i corridoi, le aule erano un continuo scorrere di voci, discussioni, opinioni…“Stipati nell’aula B, al primo piano, pigiati negli atri, nelle scale, nell’ingresso del pianterreno. Chi poteva immaginare questa affluenza…Mille? Chissà, nessuno ha potuto contarli. Il Coordinamento degli studenti di sinistra è allibito, frastornato, non crede ai suoi occhi: che successo! Che meraviglia! Ma lo vedi quanti siamo?[2]. Chissà quanto tempo è passato per vedere un’assemblea così stracolma. “Grazie Ruberti”, dice una ragazza infervorata. È la prima volta per tutti. Il primo vero grande appuntamento di quelli che “si sono rotti le scatole” come dirà, dando voce alla maggioranza, un altro studente[3]. Le speranze di chi spingeva per l’occupazione si opponevano ai timori di coloro che prevedevano uno stravolgimento della loro vita universitaria. Ma quel giorno a Lettere erano davvero pochi: “I contrari parlino ora o mai più…Uno dei Cattolici Popolari tenta di dire qualcosa. Impossibile. È chiaro che i cattolici hanno rinunciato[4]. La decisione da prendere doveva mettere in conto anche che l’occupazione costituiva un atto illegale e quindi perseguibile penalmente. Ma alle 17.30 per alzata di mano si vota ed è un sì all’occupazione senza incertezze. Sulla lavagna una scritta non lasciava dubbi: “Da Palermo al settentrione, un solo grido: occupazione[5]. Ormai è sera e nel buio gli studenti si lasciano euforici. A presidiare la facoltà ne rimane solo qualche decina. Ora il lavoro politico di organizzare la protesta lascia il posto a dove sistemare il sacco a pelo, dove comprare i panini… e dove trovare una chitarra: “Stanotte si canterà. Domani, è un altro giorno. Il primo dell’era della fine del silenzio[6].

Lettere occupata. E’ scoppiato il ’90. Firenze come Roma e Palermo, “La Repubblica”, 19 gennaio 1990.

E nella prima notte tutti a far pulizia nelle aule occupate, “La Repubblica”, 19 gennaio 1990.

L’occupazione di Lettere innescò una reazione a catena coinvolgendo una dopo l’altra molte facoltà fiorentine. Il giorno dopo, furono occupate la facoltà di Fisica, il Dipartimento di Filosofia e Architettura, e in successione il 22 gennaio la facoltà di Magistero, poi il 23 Scienze Politiche, il 24 Chimica, il 25 Agraria… ma dopo il fervore e l’entusiasmo dei primi giorni il movimento dovette misurarsi con il fronte dei “contro occupanti”, costituito sia da coloro che volevano riprendere le lezioni e poter svolgere gli esami disinteressandosi della riforma Ruberti, sia dagli studenti che volevano attuare altre forme di protesta ma non l’occupazione della facoltà: “E il settimo giorno il movimento si è spaccato. Diviso in due, da una parte gli occupanti e dall’altra i legittimisti. Per ora sono ancora cinque Facoltà prese in ostaggio dagli studenti. Assemblee si sono tenute nelle altre facoltà e dipartimenti, ma per ora nessun’altra si è unita al fronte dei ribelli”[7].

L’invasione degli studenti. L’Università è in mano loro: occupate altre 3 facoltà, “La Repubblica”, 20 gennaio 1990.

Il movimento studentesco fiorentino dopo solo una settimana viveva dunque un momento di stasi, nessuna facoltà si aggiungeva a quelle occupate anche se tutte mantenevano lo stato di agitazione con assemblee e proposte di autogestione. Ma nonostante la divisione del mondo universitario con la presa di posizione del fronte di contro occupazione, la protesta continuava e le discussioni sconfinavano dalle mura delle università: la reazione contro la privatizzazione rappresentava una delle cause della protesta ma non la sua esclusiva motivazione. L’opposizione alla riforma si intrecciava con altre lotte che in quel momento attraversavano il Paese, come quella contro le privatizzazioni, o contro la legge Jervolino-Vassalli che prevedeva la detenzione per i consumatori di sostanze stupefacenti, oppure contro la svolta razzista che stava interessando sempre più l’Italia[8]. Ma si volgeva lo sguardo anche oltre i confini nazionali come piazza Tienanmen con la rivolta studentesca soffocata con le armi dal governo cinese, o all’Intifada, la lotta portata aventi dai giovani palestinesi con i sassi e le fionde contro i carri armati israeliani, e nelle facoltà occupate per solidarietà con il popolo palestinese si vedevano le keifa (il classico foulard palestinese) portate al collo da molti studenti.

Inoltre, nel momento in cui le rivendicazioni venivano messe da parte e la voglia di conoscersi provava a superare il confine degli obiettivi comuni, l’occupazione cambiava pelle. Non costituiva ormai soltanto un’azione specifica di protesta contro un progetto di legge o per un disagio dovuto a strutture considerate carenti o per qualcos’altro, ma un bisogno profondo di vivere intensamente insieme a coetanei fino a quel momento guardati distrattamente tra una lezione e l’altra. Senza che se ne rendessero troppo conto gli studenti mettevano a fuoco quello che costituirà il ricordo più nitido di quei mesi: giornate in comune in un posto che per loro non sarebbe più stato quello di prima.

Al centro del movimento vi era la ribellione contro il tempo nuovo liberista e contro la destrutturazione dell’università di massa. Le elaborazioni che in quei giorni nascevano nelle facoltà occupate, non si limitavano esclusivamente ad una critica del sistema universitario, ma inserivano la riforma in un contesto più ampio, quello della ristrutturazione neoliberista della società, anticipando così tematiche ancora oggi attuali[9].

C’è chi giura che dalla Pantera in poi, la politica in città non fu più la stessa[10],  in quel movimento curioso, lungimirante, sinceramente antipartitico, si possono intravedere temi ed ispirazioni che avrebbero caratterizzato anni dopo un evento come il Social Forum. Si percepiva la sensazione che la libertà dei saperi iniziasse ad essere fagocitata da interessi privati, si muovevano le prime critiche alla precarizzazione del mondo del lavoro e vi era un’apertura al sociale che si allargava anche con la lotta al razzismo. Gli studenti, inoltre, si mostravano contrari ad una eccessiva personalizzazione; vi erano, senza dubbio, leader e portavoce, ma il loro ruolo era meno enfatizzato rispetto al ‘68 e agli anni ‘70. La politica istituzionale non gli interessava, ed è per questo che pochi di loro, in seguito, l’hanno scelta.

 

MOVANTA

 

 

A Scienze Politiche ancor prima che iniziasse l’occupazione uscì il primo numero del giornale “Movanta”, che assunse fin dalla nascita il ruolo di bollettino sia di ciò che avveniva in facoltà che all’esterno. Il nome derivava, come i primi redattori amavano scherzarci sopra, da un difetto di pronuncia di un componente della commissione stampa[11]. Nelle intenzioni degli autori vi era l’esigenza di dare a tutti gli studenti un mezzo attraverso cui far circolare notizie, opinioni, critiche, giudizi, creatività. Fin dal primo numero il giornale era strutturato in quattro rubriche:

– relazioni provenienti dalle Commissioni;

– analisi degli articoli sulle vicende universitarie che uscivano sui quotidiani;

– notizie provenienti dalle facoltà occupate e non;

– opinioni degli studenti[12].

La redazione di “Movanta” che aveva la sua sede nell’ex sala professori, ricordava per aspetto e frenesia quella di un piccolo quotidiano locale. La sera venivano raccolti e ordinati gli articoli pronti per la stampa. Così il giornale che usciva a notte fonda costituiva ogni mattina l’occasione per riprendere un filo abbandonato la sera prima. Dal primo numero del 22 gennaio 1990 il giornale è stato la voce della protesta di chi occupava, riempiendo le sue pagine di cronache delle assemblee, di relazioni delle commissioni e soprattutto dei resoconti dell’assemblea nazionale di Firenze, impenetrabile non solo per i giornalisti dei quotidiani nazionali, ma anche per la maggior parte degli studenti che ne era al di fuori[13].

 

TELESQUALO

 

Era il telegiornale del Movimento realizzato da studenti appassionati di video e grafica che andava in onda tutti i giorni nell’aula M della facoltà di Architettura. Sfoderava denti aguzzi verso docenti politici e giornalisti presi di mira con ironia sullo stile del primo Chiambretti. “Telesqualo, il primo telegiornale che esplora gli abissi dell’informazione” questo era l’incipit con cui iniziavano le trasmissioni seguitissime dagli studenti che in quel momento gravitavano per Architettura[14]. Non solo ironico ma sapeva essere anche serio come quando fu intervistato il Presidente del Senato Spadolini a proposito di alcuni fatti di razzismo avvenuti in città. Telesqualo fu il telegiornale che riportava le cronache delle giornate movimentate dell’assemblea nazionale quando tutte le altre televisioni insieme alla stampa venivano lasciate fuori dai cancelli del palasport[15].

 

LA SECONDA ASSEMBLEA NAZIONALE

 

Le pantere ‘pellegrine’ sono arrivate alla spicciolata …sono stati accolti circa 500 studenti alla stazione di Santa Maria Novella. Provenienti da 36 città italiane, con 112 facoltà e 5 atenei al gran completo. Dalla stazione sono stati indirizzati nelle viarie facoltà occupate. E per i più distratti, c’erano tante orme di pantera verniciate nelle vie della città da seguire quasi come nella favola di Pollicino… Problema cibo: panini a pranzo comprati a un banco vendita fatto installare dal comune, mentre la sera la possibilità di cenare alla mensa universitaria esibendo il libretto. Problema notte: dormiranno nelle varie facoltà occupate[16].

Arriva la Pantera. Da domani è assemblea nazionale, “La Repubblica”, 25/26 febbraio 1990.

La Pantera si riunisce. Firenze guarda e tace. Una giornata di caos e tensione, “La Repubblica”, 27 febbraio 1990.

Problemi logistici a parte sarà proprio l’Assemblea Nazionale di Firenze a far esplodere tutte le contraddizioni e i limiti del movimento, malgrado il persistere di un enorme potenziale di mobilitazione studentesca. L’assemblea iniziata il 26 febbraio terminò ufficialmente i lavori il 9 marzo e fu senza alcun dubbio l’assemblea nazionale più lunga della storia dei movimenti sociali. Il risultato dei primi giorni trascorsi fu paradossale: interminabili discussioni per decidere come il Movimento doveva decidere! La questione della delega portò ad un confronto molto teso, con alcuni atenei che non accettavano tale principio. E la ricerca spasmodica di una nuova idea di democrazia degenerò in un democraticismo nei fatti antidemocratico. Si votava per facoltà a prescindere dalla consistenza numerica e quindi dal peso politico specifico tra le varie facoltà, privilegiando così facendo i piccoli atenei che si trovarono ad avere un peso del tutto sproporzionato. E alla fine si arrivava al paradosso che il voto della facoltà più periferica, che magari non era riuscita neanche ad occupare, contava come le facoltà di Lettere di Palermo o di Roma. Ciò che emerse non fu quindi rappresentativo della complessità e della grande radicalità che il Movimento aveva espresso in più di tre mesi di occupazione di 140 facoltà italiane[17].

Le forti divisioni all’interno del movimento erano chiaramente il frutto di un problema di strategia complessiva, inadeguata e confusa. Fax incandescenti che trasmettevano documenti elaborati, discussioni lunghe e appassionate, ma anche drammatiche e laceranti, che testimoniavano di una Pantera che si rincorreva mordendosi la coda. Gli studenti giravano a vuoto senza riuscire a centrare il cuore del problema: quale strategia dovevano adottare per ottenere il ritiro della riforma Ruberti e le dimissioni del Ministro? Anche in questa assemblea nazionale, come a Palermo, l’assenza di una direzione politica nel Movimento e per il movimento e la crisi dei soggetti politici organizzati furono la causa di una mancanza decisionale univoca.

Alla fine, una decisione fu presa, una delle poche decisioni prese a larga maggioranza a conclusione dell’Assemblea: tenere una manifestazione nazionale a Napoli preceduta da una settimana di mobilitazione, rivolta in particolare contro l’articolo 16 della legge 168 considerato “una bomba ad orologeria”[18]. La Pantera percepiva appunto come una vera e propria trappola anti-studentesca la creazione, con l’art. 16, del “Senato degli Studenti” che consisteva nella delega data ad un gruppo di universitari, i quali avevano solo una funzione consultiva, cioè esprimevano pareri non affatto vincolanti. E di questi pareri, secondo gli occupanti, potevano tranquillamente disinteressarsi sia i privati che i baroni di turno.

Gli studenti decisero un termine del 16 aprile per l’abrogazione dell’articolo 16 lanciando un vero e proprio ultimatum al Parlamento. In risposta il ministro Ruberti dichiarò: “Un ultimatum al Parlamento mi preoccupa perché in democrazia gli ultimatum non sono una manifestazione pacifica del pensiero[19].

Nei primi giorni dell’assemblea fu deliberata anche la formazione di un servizio di sorveglianza per le vie del centro storico per scongiurare episodi di intolleranza contro i migranti, dopo il raid razzista avvenuto la notte di carnevale del Martedì Grasso, quando un gruppo di persone col volto mascherato, armati di spranghe, coltelli e mazze da baseball, aggredirono brutalmente alcuni ragazzi magrebini. Le aggressioni descritte come “60 minuti di ferocia”, stile il film Arancia Meccanica, causarono gravi ferite da taglio e fratture a quei poveri malcapitati. Il raid fu un atto razzista organizzato avvenuto nel caos della folla festante del carnevale. L’episodio rappresentò un momento di forte tensione sociale, evidenziando il crescere in città di un certo sentimento xenofobo[20]. Arrivò la ferma condanna delle istituzioni cittadine e del presidente del Senato Spadolini intervistato proprio dal TG del Movimento Telesqualo: “Provo un sentimento di vergogna ogni qualvolta c’è una forma di razzismo, qualunque ne siano le motivazioni. Firenze non è una città razzista, la sua storia è la storia dell’antirazzismo perché è una città che ha inventato i principi dell’Umanesimo e della tolleranza (…), è stata la capitale intellettuale dell’Europa[21]. In segno di protesta anche la comunità senegalese presente in città si mobilitò creando un presidio permanente in piazza Duomo vicino al Battistero iniziando lo sciopero della fame. E sempre per contrastare il razzismo, condannare il raid di carnevale e mostrare solidarietà agli immigrati nordafricani nel mese di aprile fu organizzato in città al Palasport il concerto dei Litfiba e dei CCCP.

Durante i giorni dell’assemblea nazionale, in risposta alle indagini delle Procure della Repubblica sulle occupazioni in corso nei vari atenei italiani, a Padova alcuni studenti il 27 febbraio iniziarono lo sciopero della fame mentre a Torino 200 studenti si autodenunciarono per solidarietà con 124 occupanti denunciati. All’attività investigativa per identificare i responsabili delle occupazioni, inizialmente non corrispose un intervento repressivo di polizia. Tutto sommato il governo italiano fu cauto nella repressione della Pantera, anche nella fase alta delle occupazioni, benché avesse avuto forti tentazioni repressive, complessivamente lasciò mano libera al movimento.

Gli episodi repressivi iniziarono però durante la settimana di mobilitazione indetta dall’assemblea, per poi intensificarsi in un’escalation sempre più provocatoria e arrogante dopo la manifestazione nazionale di Napoli. Ma quella manifestazione segnò un passaggio simbolico negativo. Dopo circa tre mesi di occupazioni e proteste che avevano coinvolto alcune centinaia di miglia di studenti in tutta Italia, il movimento della Pantera sembrava di non essere stato in grado di produrre nessuna contrapposizione diretta contro il ministro Ruberti[22].

La fine dell’occupazione non fu soltanto il passaggio ad un’altra fase del movimento, come si disse in modo ossessivo in tutti i documenti elaborati dalle facoltà. In realtà segnò il punto di non ritorno. Si esaurì la spinta propulsiva e il carattere di massa del movimento. La modalità di lotta delle occupazioni aveva permesso di raccogliere tutto il disagio politico ed esistenziale di un’intera generazione, e offrì l’opportunità di vivere esperienze uniche e irripetibili. La fine delle occupazioni rappresentò la rottura di un’esperienza comunitaria sul piano esistenziale ed emotivo oltre che su quello meramente politico.

Malgrado, dunque, l’ingente mobilitazione sociale, i lavori in Parlamento cominciarono e la legge Ruberti venne approvata con alcune modifiche nel novembre del ‘90. Come spesso accade ai movimenti orizzontali e non strutturati, la Pantera, abbiamo visto, visse un’ondata intensa ma relativamente breve e dopo mesi di occupazione verso aprile la spinta si affievolì e le università ripresero la loro solita attività. Ma il vero paradosso della Pantera è che, pur avendo attraversato molte città e migliaia di studenti, è rimasta in larga parte un movimento “rimosso”, poco raccontato e poco conosciuto. Eppure, è un frammento della nostra storia che ci lascia un lascito prezioso: l’idea che l’università non sia mai soltanto un luogo dove ci impongono di seguire apaticamente lezioni e preparare esami, ma anche uno spazio creativo in cui gli studenti vivono e producono cultura, immaginano alternative, costruiscono reti e comunità.

Ma tracce di quell’esperienza sono ancora presenti in Italia: nei Centri Sociali, che proprio nella Pantera trassero nuova linfa, e ancor oggi sono presenti (quando non vengono sfrattati…) in molti comuni italiani; nella musica Rap, oggi in cima alle classifiche discografiche, la quale se pur basata su tematiche diverse da quelle attuali, si diffuse in quei giorni grazie al tam tam tra le università occupate e alla loro permeabilità alla società esterna; nei graffiti e nella streetart che colorano i muri delle periferie, che quel movimento affermò sempre più nel panorama culturale italiano.

In un’epoca dei profitti in cui tutto sembra accelerato ed efficiente, in cui il tempo universitario è spesso concepito come una corsa ad ostacoli verso il lavoro, ricordare la Pantera significa ricordare un’altra possibilità: rallentare, mettere in discussione lo status quo e riscrivere di proprio pugno le regole, immaginare e sperimentare nuove forme di cittadinanza, occupare simbolicamente uno spazio e crescere per davvero insieme.

 

27 marzo 1990: dopo 111 giorni si smobilita l’occupazione, dove ha iniziato a ruggire la Pantera della Facoltà di lettere di Palermo.

Primavera 1990: Fine delle occupazioni nelle facoltà di Firenze.

9 maggio 1990: entra in vigore l’art. 16 della legge Ruberti, a Firenze gli studenti tentano di occupare simbolicamente il rettorato ma vengono caricati e dispersi dalla polizia.

Giugno 1990 “la Pantera decide di tornare nella savana… (ma non illudetevi) ritornerà![23]

 

 

NOTE:   

[1] Manuela Zadro, Cene povera, assemblea fino a mezzanotte, poi il vino e le chitarre. E nella prima notte da ribelli tutti insieme a pulire le aule, “La Repubblica”, sabato 20 gennaio 1990.

[2] Maria Cristina Carratu, Lettere occupata. È scoppiato il ’90. Firenze come Roma e Palermo, “La Repubblica”, venerdì 19 gennaio 1990.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6]Manuela Zadro, Cronache delle prime ore da “nuovi ribelli”, tra sacchi a pelo, dibattiti e disciplina. E nella prima notte tutti a far pulizia nelle aule occupate, “La Repubblica”, venerdì 19 gennaio 1990.

[7] Sara Casassa, Anna Pampaldi e Manuela Zadro, Ancora uniti, ma un po’ divisi. Gli studenti e il primo dissenso, “La Repubblica”, mercoledì 24 gennaio 1990.

[8] M. Sgobio, I loro incubi sono i nostri. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, cit., p. 103.

[9] Ibidem.

[10] Paolo Giorgetti (a cura di), Le tracce della Pantera. Testimonianze sull’occupazione della Facoltà di Scienza Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze (gennaio-marzo 1990), Il Campo, Roma 1991, p. 47.

[11] Ivi., p.21.

[12] Ibidem.

[13] Ivi, p. 22.

[14] Videogiornali furono prodotti a Bologna, Firenze e Roma. Quelli realizzati a Firenze erano più ironici: alla narrazione di eventi che caratterizzarono l’occupazione, si mescolavano veri e propri sketch e interviste sbeffeggianti a personaggi noti, come Luca Cordero di Montezemolo. È possibile vedere alcune edizioni del videogiornale realizzato dagli studenti di architettura di Firenze, che prendeva il nome di Telesqualo, al link https://www.youtube.com/user/GadonSulis/videos

[15] Cfr., Telesqualo Assemblea Nazionale 1990. I giorni dell’occupazione a Firenze 1990. La Pantera, in https://www.youtube.com/watch?v=kYHgbaPOJOY&t=4s

[16]  Anna Pampaloni e Sara Casassa, La Pantera si riunisce. Firenze guarda e tace. Una giornata di caos e tensione, “La Repubblica”, 27 febbraio 1990.

[17] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., pp. 103-4.

[18] Ivi., p. 111.

[19] Ibidem.

[20] Ferocia razzista fra le maschere, “L’unità”, giovedì 1° marzo 1990.

[21] Varie di Telesqualo in giro per Firenze e le Facoltà occupate nel 1990 “LA PANTERA” servizio del TG3 regionale della Toscana, in  https://www.youtube.com/watch?v=_SKtRGs2MCE

[22] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., p. 115.

[23] Ivi, p. 176.

 

Articolo pubblicato nel mese di giugno 2026.




“LA PANTERA… SIAMO NOI”

Se pensiamo ad un periodo di lotte, di occupazioni, di proteste, di manifestazioni ad opera degli studenti, la mente molto probabilmente riavvolgerebbe il nastro della memoria sino alla fine degli anni Sessanta e più precisamente al ‘68, e forse, risalendo, agli anni Settanta con l’apice del ‘77, ma difficilmente si fermerebbe ad un periodo meno lontano nel tempo come il 1990, quando “un elemento selvaggio irruppe nelle città e nelle Università italiane a turbare i sogni tranquilli di molti” sotto le sembianze di una “Pantera”[1]: un vortice di protesta  durato solo pochi mesi che sconvolse il mondo universitario italiano. Dal 5 dicembre del 1989, quando a Palermo fu occupata la Facoltà di Lettere e Filosofia, la protesta risalì tutta la penisola con ramificazioni che coinvolsero più di cento facoltà, per poi terminare solo nel mese di aprile del ‘90.

Mappa delle occupazioni. Foto scattata alla mostra “La Pantera siamo noi. Il Movimento studentesco del 90, tra protesta, progetti e speranze.” presso il MEUS di Bologna.

Un movimento di lotta studentesco che ebbe dunque breve durata ma di forte impatto sugli Atenei italiani. La protesta ebbe origine attorno al rifiuto del progetto di riforma che prevedeva una trasformazione in senso privatistico dell’Università; relatore di questo disegno di legge era stato Antonio Ruberti, ministro socialista dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica nel governo pentapartito guidato da Giulio Andreotti.

Gli studenti si mobilitarono in numero sempre più crescente concentrando i loro sforzi contro la riforma universitaria, pretendendo il suo ritiro immediato insieme alle dimissioni dello stesso ministro. Una riforma che venne studiata a fondo dagli studenti, soprattutto quanto la privatizzazione avrebbe inciso sull’Università rendendo di fatto le facoltà umanistiche come di serie B rispetto a quelle scientifiche-tecnologiche. Nei mesi di occupazione fu analizzata anche la didattica e la qualità del sapere e gli studenti si organizzarono in commissioni didattiche di facoltà e interfacoltà, producendo molti seminari autogestiti e stilando progetti alternativi sul diritto allo studio. Le occupazioni svilupparono inoltre nuove forme di partecipazione comunitaria, si viveva di giorno e di notte in facoltà, si mangiava insieme (alcune facoltà avevano organizzato delle vere e proprie mense) e oltre a partecipare a gruppi di studio o seminari per la sera venivano organizzate feste, cineforum, spettacoli teatrali e concerti. E a latere delle assemblee e delle feste si vedevano ragazzi cantare e ballare nelle ore più strane e in ogni luogo, si era creato un clima gioioso all’interno di ogni facoltà e vi era la consapevolezza di poter gestire uno spazio prima percepito come arido e ostile e adesso invece luogo di incontro e socializzazione. Si sperimentava non solo l’idea di un’altra università, ma anche l’idea di un altro modo di vivere le relazioni interpersonali, di provare sentimenti, emozioni e valori alternativi a quelli dominanti un po’ come accadeva negli anni fine Sessanta e durante gli anni Settanta. Si percepiva la sensazione di essere protagonisti di un grande movimento nazionale che rafforzava una coscienza politica “di sentirsi parte di uno status collettivo (quello dello studente) che prima era smarrito e confuso nelle mille storie personali di ognuno[2].

Il movimento prese forma in un periodo storico sia di crisi internazionale, dopo la caduta del muro di Berlino, fra lo sfaldamento del blocco Sovietico e l’avvio alla globalizzazione capitalistica, sia nazionale nel momento più alto di una crisi del sistema politico italiano sfociato di lì a poco in Mani Pulite, con l’implosione della “prima Repubblica”, preceduta dalla fine del PCI nel contesto delle profonde trasformazioni geopolitiche avvenute in Europa dell’Est e URSS fra il 1989 e il 1991, a partire dal “crollo” del muro di Berlino. E fu in questo clima di crisi generale che avvenne il risveglio dal letargo degli anni Ottanta con una scintilla scoccata a Palermo che infiammò la protesta in tutti gli atenei italiani.

Da rilevare che la nascita del movimento nel capoluogo siciliano si legò anche alla lotta alla mafia che in quel periodo aveva nel sindaco Leoluca Orlando il suo più autorevole esponente. Il legame fra le lotte fu spontaneo perché la legge Ruberti stabiliva per le imprese l’opportunità di entrare nei consigli di amministrazione delle università, e in Sicilia parlare di apparati produttivi significava parlare di mafia (purtroppo non solo allora…) e quindi ci sarebbe stata la legittimazione formale dell’ingresso della malavita organizzata nei consigli di facoltà[3]. Fin dall’inizio gli studenti palermitani dimostrarono una grande determinazione nel portare avanti la loro protesta, determinazione dimostrata anche quando decisero di mantenere l’occupazione delle facoltà malgrado le feste natalizie, rinunciando a trascorrerle in famiglia. “A Natale con il panettone continueremo l’occupazione” lo slogan che rimbalzò per tutta la penisola facendo scendere migliaia di studenti in Sicilia per le feste[4]. E naturalmente fu enorme la partecipazione ai veglioni di fine anno nelle varie facoltà occupate… Ma a Capodanno scesero tutti in piazza per dimostrare all’opinione pubblica che l’occupazione durante le feste non era soltanto un’occasione per divertirsi e far baldoria ma anche un momento di confronto per l’organizzazione della protesta.

 

LA PANTERA E IL FAX

Perché “Pantera”? Il nome deriva da un fatto di cronaca: una pantera, probabilmente addomesticata da qualche temerario e fuggita dal suo padrone, fu avvistata per le strade romane la notte del 27 dicembre del 1989, ma nessuno riuscì mai a trovarla. Aveva scelto la libertà… “era scappata di casa”, e naturalmente incuteva timore nei cittadini romani. A due giovani pubblicitari Fabio Ferrini e Stefano Maria Palombi questo fatto insolito fece venir in mente lo slogan “La pantera siamo noi” e disegnarono il logo rielaborando il simbolo delle Black Panters americane per poi donarlo agli studenti “ribelli”[5].  Fu accettato all’unanimità come simbolo della loro protesta: metaforicamente stava a significare che gli studenti non sono affatto addomesticati, che vogliono essere liberi, che possono avventurarsi in territori sconosciuti, che possono far paura! “La Pantera affila i denti, lotta insieme agli studenti[6].

Giornale “L’unità”. Foto scattata alla mostra “La Pantera siamo noi. Il Movimento studentesco del 90, tra protesta, progetti e speranze.” presso il MEUS di Bologna.

Il logo giunse agli occupanti proprio il giorno in cui si erano radunati in un’assemblea di interfacoltà alla Sapienza e fu inviato per via fax.  E proprio il fax sarà la vera novità comunicativa del movimento che grazie a questo strumento, in dotazione agli uffici amministrativi, le facoltà occupate si scambiavano messaggi, mozioni, documenti e comunicati stampa: una vera e propria rete fax per comunicare, precursore delle attuali e diffuse mailing list.

Come funzionava la rete fax. Fonte: Archivio Marco Pezzi, Bologna, in Massimiliano Denaro, “1990, il movimento studentesco della Pantera“, Tesi di laurea in Scienze politiche, anno accademico
2005-6.

Sex, Fax e Rock’ n’Rool” scritta che si poteva trovare in alcune segreterie di facoltà o nei corridoi giocando sul ruolo di quel fax diventato ormai l’arma segreta del movimento[7]. Nel linguaggio della Pantera il gioco di parole sembrava prevalere su tutto e si serviva di ricordi, frasi celebri e scampoli di libri di testo… rifacendosi un po’ alla stravaganza, alla derisione e all’umorismo di stampo dadaista: “Ruberti stai in campana se no la Pantera ti sbrana[8].

Ma ci furono anche delle vere e proprie forme artistiche, come i murales intesi dagli studenti come modo per riscrivere i muri delle facoltà. Alla fine del movimento le mura delle università italiane avevano davvero mutato in parte il loro colore, e molti dei grandi murales della Pantera resisteranno per anni. Ma, senza dubbio, l’espressione culturale più rappresentativa e che ebbe maggiore successo è stata la musica Rap italiana: una vera e propria esplosione politica e culturale fece il suo ingresso nelle facoltà occupate e nelle manifestazioni diventando la colonna sonora della contestazione contro la riforma Ruberti. Durante le occupazioni il rap ha cessato di essere un genere di nicchia per trasformarsi in uno strumento di comunicazione politica. Il linguaggio hip hop, con il suo ritmo incalzante, si adattava perfettamente alle esigenze della nuova generazione.

La creatività artistica permeava molte forme di protesta della Pantera, che oltre alla streetart e alla musica rap, realizzò video, happening, flashmob… si ricorda il corteo circense che sfilò per le vie di Roma, una sorta di sfilata in maschera con mimi e momenti di animazione, una manifestazione ironica di derisione, condita da inediti e taglienti slogan, a cui parteciparono più di cinquemila studenti che ebbe il suo momento massimo quando la vasca sotto il tempio di Minerva, ormai senza acqua e usata per lo skateboard, fu riempita di giornali stracciati e su quel “mare in tempesta” fu fatta navigare una barca di carta, simbolo del movimento in balia della “stampa di regime”[9].

La stampa nazionale inizialmente dette poco risalto, quasi ignorando, le occupazioni delle facoltà degli studenti palermitani, forse immaginando che fosse una protesta circoscritta in seno all’isola siciliana. Solo i due quotidiani locali, “Il giornale di Sicilia” e “L’Ora” ne davano notizia schierandosi l’uno contro e l’altro a favore: il primo criticava l’occupazione perché egemonizzata soltanto da una parte di studenti che non lasciavano alcun spazio a coloro che volevano continuare le lezioni; il secondo invece appoggiava appieno la protesta al punto tale di farsi promotore di un’iniziativa giornalistica che rimarrà quasi unica nello scenario editoriale italiano, offrendo agli stessi studenti una pagina settimanale sotto la cura tecnica della redazione, continuando però a commentare indipendentemente le loro iniziative[10]. Ma ci fu un momento in cui la Pantera rimbalzò su tutti i quotidiani nazionali, manifestandosi appunto come quella “stampa di regime” agli occhi di chi occupava: i primi di febbraio in un seminario autogestito del movimento romano “Vecchi e nuovi movimenti”, prese la parola un ex brigatista raccontando la propria esperienza nella lotta armata. Questo bastò per scatenare il giorno dopo la stampa nazionale: La Pantera nella trappola del terrorismo (Corriere della sera), Un’ombra sulla Pantera (Il Messaggero), L’ex BR al movimento: grazie a voi gli anni Ottanta sono proprio finiti (La Repubblica) … titoli del genere si sprecarono su quasi tutti i giornali. Una valanga di critiche volte a screditare il movimento studentesco che fino ad allora aveva cercato di apparire con intenti non ideologici ma trasversali e mai violenti[11]. “Non siamo terroristi. Giornali e televisione, in questi giorni, hanno affermato che vi sono state lezioni tenute da brigatisti all’Università occupata. Queste notizie sono false e tendenziose e tendono a screditarci agli occhi della gente che ci appoggia. Siamo un movimento democratico, apartitico e pacifico che mai si potrebbe riconoscere negli ideali del terrorismo (…)[12].

Pacifici, democratici e antifascisti” con questa dichiarazione si aprivano un po’ tutte le mozioni delle facoltà occupate, ed era come una volontà nel voler ribadire la propria identità per sfuggire dall’equivoco di apparire come un movimento impolitico o corporativo, e soprattutto per non rimanere intrappolati dall’egemonia delle organizzazioni politiche.

 

SAMARCANDA

Il rapporto con la stampa fin dall’inizio fu, dunque, complicato e contraddittorio; vi era una forte diffidenza nei confronti dei mass media responsabili secondo l’opinione degli studenti di travisare metodicamente il movimento. E infatti a tal proposito rifiutarono di intervenire in qualsiasi trasmissione televisiva che non fosse in diretta per paura di possibili manipolazioni senza possibilità di controllo. Si dovette attendere il giornalista Santoro con la sua trasmissione in diretta “Samarcanda” per avere visibilità in un canale nazionale e poter sfruttare l’occasione non solo per propagandare le occupazioni, ma anche per illustrare le proprie ragioni facendo piazza pulita di tanti equivoci. Il collegamento avvenne con gli studenti romani assiepati nell’aula 1 di Lettere e con quelli nell’Aula magna dell’università di Palermo. Quella trasmissione rappresentò un vero e proprio salto di qualità per l’intero movimento, che finalmente poteva farsi portavoce di un malcontento generale per il sistema universitario alla luce della riforma Ruberti, avendo un uditorio a livello nazionale senza correre il rischio di manipolazioni e fraintendimenti. Ora gli studenti potevano esprimersi senza mediazione e farsi conoscere per quello che rappresentavano dagli italiani: nessuno poteva più giocare sulle comode mistificazioni dei bravi ragazzi che vogliono solo una maggiore efficienza, o di una massa di indolenti che hanno trovato il pretesto per divertirsi anziché studiare e seguire le lezioni[13].

 

31 GENNAIO 1990: PRIMA ASSEMBLEA NAZIONALE A PALERMO

Non poteva che essere indetta a Palermo la prima assemblea nazionale, la città da cui era partita la protesta della Pantera, il centro propulsore del movimento. Nell’aspettativa di molti doveva essere un momento in cui il movimento trovava una forma di organizzazione democratica nazionale, un momento di confronto sulla linea politica da seguire, un’assemblea che avrebbe dovuto fornire spunti per la mobilitazione e su come ottenere il ritiro del disegno di legge Ruberti… e invece non avvenne niente di tutto ciò. Giunsero nel capoluogo siciliano studenti da tutta Italia, e già cominciarono i primi contrasti in quanto alcune facoltà non avevano accettato la regola dei 6 delegati, decidendo di essere rappresentate solo da studenti a titolo personale. Ci furono, quindi, centinaia e centinaia di presenze in più rispetto al numero preventivato rendendo impossibile effettuare l’assemblea: l’Aula Magna era praticamente assediata da migliaia di persone dentro e anche al di fuori che volevano partecipare al dibattito. Fu deciso di rimandarla il giorno dopo e di svolgerla all’aperto per garantire la possibilità a tutti di parteciparvi. Ma l’assenza di una direzione politica unita alla forte spontaneità del movimento crearono caos e confusione al punto che l’Assemblea di Palermo non riuscì a prendere decisioni nemmeno sulle cose più elementari… l’unica decisione presa fu continuare l’occupazione. Un’occupazione che cominciava sempre più a pesare sugli Atenei e sulla politica italiana e iniziarono le pressioni sugli studenti per far riprendere le lezioni e consentire lo svolgimento degli esami; come in un coro l’invocazione dei Rettori, dei partiti e delle più alte cariche dello Stato ripetevano come ad libidum: “Liberate gli atenei e accogliete l’offerta di trattare avanzata dal ministro Ruberti”.

Ma la Pantera non arretrava e la mobilitazione continuò coinvolgendo ancora più facoltà lungo tutta la penisola. Così come continuavano le critiche degli studenti contro quella mentalità liberista che avrebbe poi indirizzato le successive riforme dell’istruzione: quella massimizzazione dei profitti come scopo principale, se non l’unico, verso il quale la società doveva tendere[14].

 

 

NOTE:

[1] Nando Simeone, Gli studenti della Pantera. Storia di un movimento rimosso, Alegre, Roma 2010, P. 78.

[2] Ivi, p. 67.

[3] Cfr. Michele Sgobio, I loro incubi sono i nostri. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, “Diacronie studi di storia contemporanea”, 49 1/2022, pp. 114-15, e Luca Falciola, Le premesse di una nuova sinistra, in La meglio gioventù. Dalla Pantera ai nuovi movimenti, Left, Roma 2020, pp. 27-35

[4] Rino Csscio, Cenone in facoltà, in “Manifesto”, 3 gennaio 1990.

[5] La storia del logo la racconta Nando Simeone a pagina 75-6 del suo Gli studenti della Pantera, cit. Una storia un po’ diversa emerge dal racconto del Duka, all’epoca membro dell’Onda rossa, il quale sostiene che il simbolo furono loro a portarlo da Milano, stampato su di un volantino con la traduzione dei testi dei Public Enemy ricevuto al Cox18. PHILOPAT, Marco, Lumi di punk, Milano, Agenzia X, 2006, p. 64, in M. Sgobio, I loro incubi sono i nostri. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, cit., pp. 128-29.

[6] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., p. 78.

[7] Cfr. Massimiliano Denaro, Cento giorni. Cronache del movimento studentesco della Pantera, Marsala, Navarra Editore, 2007.

[8] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., p. 77.

[9] Carmelo Albanese, C’era un’Onda chiamata Pantera, Manifestolibri, Roma 2010, p. 66.

[10] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., pp. 56-7.

[11] Ivi, pp. 94-5.

[12] Lettera aperta degli studenti della Facoltà di Scienze Politiche occupata di Palermo, in Ivi, pp. 162-3.

[13] Ivi, p. 68.

[14] Cfr. Pietro Maltese, La Pantera: il primo movimento contro l’università neoliberale, Istituto poligrafico europeo, Palermo 2021.

 

Articolo pubblicato nel mese di giugno 2026.




Dalla Resistenza al Referendum: gli 80 anni del suffragio universale in Italia. Una proposta didattica dell’ISRPT

In occasione dell’ottantesimo anniversario del suffragio universale in Italia, l’Istituto storico della Resistenza di Pistoia ha lavorato con due classi terze dell’Istituto Comprensivo Raffaello – secondaria di primo grado – sul crescente protagonismo politico delle donne tra la lotta resistenziale e la conquista e l’esercizio del diritto di voto.

Il laboratorio si è sviluppato in tre incontri. Il primo è stato una lezione partecipata: con l’aiuto di immagini tratte da fonti scelte e l’utilizzo di domande stimolo, abbiamo cercato di ricostruire la storia del ruolo delle donne dalla Resistenza alla Repubblica. Come punto di partenza è stato individuato l’8 settembre del 1943, che segna non solo il crollo dello stato monarchico, ma anche l’inizio di una partecipazione politica delle donne che avrebbe scardinato i paradigmi sociali precedenti. Abbiamo discusso di Resistenza, constatando che, nell’immaginario delle ragazze e dei ragazzi, fosse soprattutto una storia di uomini. Le donne, al limite, preparavano da mangiare o rammendavano i vestiti. Questo aspetto, decostruito e ricostruito alla luce della doppia lotta di liberazione intrapresa dalle donne, ci ha portati ad approfondire i Gruppi di Difesa della Donna e il loro Atto costitutivo, del quale abbiamo evidenziato le rivendicazioni legate al diritto di voto e al lavoro. Sul tema del lavoro abbiamo osservato come molte delle istanze sollevate dalle partigiane siano ancora oggi argomento di discussione, tra queste: parità salariale, possibilità di accedere a qualsiasi impiego, assistenza nel periodo che precede e segue il parto.

Per dare alle studentesse e agli studenti maggiore ancoraggio al momento storico trattato abbiamo sfruttato la storia locale, presentando alcune partigiane pistoiesi e le prime tre consigliere comunali elette a Pistoia alle amministrative del 1946. Sulle consigliere – Laura Taddeoli per il Partito Socialista Italiano (PSI), Nora Vannucci per la Democrazia Cristiana (DC) e Renata Marchionni per il Partito Comunista Italiano (PCI) – abbiamo reperito poche e frammentate informazioni. L’unica sulla quale si sono potute fare maggiori considerazioni è Renata Marchionni, eletta alla Camera dei deputati nelle fila del PCI dal 1953 al 1958. La sua traiettoria politica è figlia di quel tornante storico in cui la Resistenza aveva aperto alle donne uno spazio di protagonismo che il voto, conquistato nel 1946, aveva trasformato in rappresentanza.

«Chi doveva dare il voto a chi? Avevamo lottato insieme, eravamo privi di diritti politici tutti e tutte, ma gli uomini recuperavano il diritto di voto e per le donne si doveva discutere se concederlo?» dice la partigiana Lidia Menapace.

È a partire da questi snodi che abbiamo costruito il secondo incontro, questa volta interamente laboratoriale.
Le classi sono state divise in tre gruppi, ciascuno dei quali ha lavorato su un tema specifico a partire da un set di fonti selezionate: le partigiane pistoiesi, le prime tre consigliere comunali elette a Pistoia nel 1946 e le Madri costituenti. Il primo gruppo ha lavorato su Alberta Fantini e Lea Cutini consultando le relative schede su questo portale.
Il secondo gruppo, interrogando il portale storico della Camera dei deputati, ha lavorato sulle proposte di legge cui ha partecipato la deputata Marchionni.
Il terzo, attraverso il sito Elette ed eletti – piattaforma tematica dedicata a rappresentanza e rappresentazioni di genere nell’Italia repubblicana, con parte dei diari digitalizzati dell’Archivio diaristico nazionale – ha lavorato sulla biografia di Bianca Bianchi e di altre elette all’Assemblea Costituente. Il lavoro con le fonti — documenti, fotografie, testimonianze — ha chiesto alle ragazze e ai ragazzi non di ricevere informazioni già elaborate, ma di interrogare il materiale.

Il terzo incontro è stato dedicato alla restituzione. Il primo gruppo, che aveva lavorato sulle partigiane pistoiesi, ha restituito le modalità della loro “scesa in campo”: come e perché le donne avevano scelto di partecipare alla lotta.
Il secondo gruppo ha messo in luce il filo diretto che corre tra la Resistenza e le istanze politiche che le donne portano con sé quando vengono elette per la prima volta: le rivendicazioni non erano cambiate, erano cambiate le modalità e il luogo in cui venivano espresse. Marchionni, insieme con altre deputate del PCI come Nilde Iotti, Elettra Pollastrini e Teresa Noce, si batte per l’indennità di asilo per i figli delle lavoratrici, per la tutela dei figli nati fuori dal matrimonio, contro il licenziamento delle donne che si sposano — istanze che riecheggiano direttamente l’Atto costitutivo dei Gruppi di Difesa della Donna.
Il terzo gruppo, che aveva esplorato il sito Elette ed eletti, ha osservato come molte delle donne dell’Assemblea Costituente, non a caso, venissero direttamente dall’esperienza resistenziale.

Resta, in chiusura, una considerazione che il lavoro svolto rende difficile tacere: le nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione del 2025 esprimono più di una riserva sull’uso didattico delle fonti storiche. Eppure l’esperienza condotta suggerisce che l’obiettivo «di formare ragazzi (o perfino bambini!) capaci di leggere e interpretare le fonti, per poi valutarle criticamente»[1] non è affatto irrealistico.

I temi trattati e la proposta didattica individuata sono il risultato della collaborazione tra tre gruppi di lavoro interni al consiglio direttivo dell’Isrpt: Paura non abbiamo, che lavora sulla storia di genere; Didattica, per la proposta metodologica; Passi di storia, per i collegamenti con la storia locale e la public history. Gli incontri sono stati condotti da Giulia Bruni, Brenda Fedi e Andrea Borelli.
Il lavoro svolto sulla figura di Renata Marchionni confluirà nel prossimo percorso di Passi di storia, per il quale verrà censita la sede del PCI pistoiese.

 

[1] Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, decreto 9 dicembre 2025, n. 221.

 

Giulia Bruni è laureata in Scienze Storiche all’Università di Firenze. Fa parte del consiglio direttivo dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia e collabora con alcuni dei suoi gruppi di lavoro: Paura non abbiamo, Didattica e Passi di storia.
Nel 2025 ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento delle discipline letterarie negli istituti secondari di I e II grado.




Valchiria Gattavecchi: un’educatrice nell’Italia repubblicana

Dolci sorelle, siate benedette: nelle prove che avete dato avete superato gli uomini, perché, fino all’ultimo, il vostro eroismo non è stato disgiunto dalla carità.
(parole di Piero Calamandrei negli appunti di Valchiria Gattavecchi)1

Le parole riportate da Valchiria Gattavecchi, citando Piero Calamandrei sul tema delle donne nella Resistenza, nei suoi appunti manoscritti sembrano identificare un filo rosso che ha contraddistinto la sua intera vita. Gli elementi chiave sono la Resistenza, l’impegno per far sì che alle donne venisse riconosciuto il ruolo svolto nella stessa e l’assistenza, soprattutto dei più giovani, fin dalla necessità di ricostruzione che si presenta al momento della Liberazione di una città distrutta dai bombardamenti.

Valchiria Gattavecchi

Nata ad Asciano nel 1921, in provincia di Siena, Valchiria e la sua famiglia si trasferiscono dapprima a Venezia per poi stabilirsi nel 1930 a Livorno.

Gattavecchi cresce in un ambiente familiare in cui il volto del regime fascista era sempre emerso, certamente anche perché la sua stessa famiglia ne era stata toccata. I fratelli della madre vengono licenziati dalla ferrovia perché comunisti e il padre retrocesso da macchinista a fuochista perché aveva svolto attività sindacale. Il nonno poi, presidente della società operaia del suo paese, anche quando gravemente malato di tubercolosi e costretto a letto, subisce poco prima di morire una perquisizione dai fascisti, come ricorda Valchiria nei suoi appunti.

In tale contesto, in cui il libro di testo a scuola era Il balilla Vittorio e in cui la maestra osannava la fine degli scioperi in Italia e la Festa dei lavoratori in concomitanza con quella del Natale di Roma, Valchiria ricorda la nostalgia del padre nel rievocare il primo maggio, la Festa dei Lavoratori e l’inno, sull’aria del Nabucco, rimasto impresso nella sua memoria: «Vieni o maggio ti aspettan le genti, ti salutano i liberi cuori dolce Pasqua dei lavoratori, vieni e splendi alla luce del sole».

Dopo il bombardamento del 28 maggio del 1943 e quando ormai «la vita nelle città si fa improponibile»2, Valchiria sfolla insieme alla madre ad Asciano, mentre il padre rimane a Livorno per lavoro.

Nelle sue note ricorda di come presero parte, lei e le donne della sua famiglia, alla Resistenza:

[…] In uno di questi giorni subito dopo l’8 settembre venne in casa nostra la cugina di mio padre che ci disse: Mario (cioè suo figlio) è andato coi ribelli[,] poi rivolgendosi a me[:] e ti manda questi: erano 2 volantini di Giustizia e Libertà di propaganda antifascista che invitavano i giovani a non presentarsi alla chiamata militare. […]

Così iniziò la mia collaborazione alla resistenza ma si può dire non solo la mia ma di tutte le donne della mia famiglia essendo rimaste solo mia madre e mia zia.3

Appunti manoscritti di Valchiria Gattavecchi

Nonostante non farà mai domanda per il riconoscimento di Patriota dopo la Liberazione4 infatti, il suo contributo fu prezioso, e allo stesso tempo caratterizzato dalla consapevolezza dei rischi in cui incorreva. Oltre al reperimento dei vettovagliamenti e dei medicinali, fu determinante il fatto che la sua famiglia aveva tenuto con sé una radio, grazie alla quale Valchiria trascriveva le notizie di Radio Londra da far avere ai partigiani: «La radio, lo sapevi, non si poteva avere e noi ce l’avevamo a rischio di esser fucilati come minimo»5.

Questa consapevolezza e questo impegno si riscontrano nella riflessione di Gattavecchi in merito alla partecipazione delle donne alla lotta antifascista. In un’intervista rilasciata a Tiziana Noce, Valchiria Gattavecchi dice che «[…] le donne sono sempre state sottovalutate. In quell’epoca non ci si faceva caso, in quell’epoca c’era proprio la parità, senza le pari opportunità, nell’epoca della Resistenza eravamo piombati nella parità uomo donna. Perché? Perché i rischi erano uguali. […] il riconoscimento ufficiale non c’è stato, per gli uomini c’è stato, per noi non c’è stato»6.

È proprio nell’ambito di un contesto in cui sono protagoniste le donne, quello dell’UDI, che Valchiria si adopera fin da subito per l’assistenza di bambini e ragazzi che erano sopravvissuti ai bombardamenti.

Quello della ricostruzione è un impegno immediato e percepito come urgente, ma allo stesso tempo normale e spontaneo; come racconta a Tiziana Noce: «è stato normale ricostruire, era stato tutto buttato giù, demolito, dovevamo ricostruire e non ci sembrava giusto restare al di fuori di questa ricostruzione. Le associazioni sono rinate, i partiti sono rinati, per cui mettiamoci in queste associazioni, mettiamoci in questi partiti.»7

È quello che fa Valchiria, iscrivendosi al PCI ed essendo attiva nell’UDI. Nel PCI Gattavecchi lavorerà per sei anni come funzionaria e nel 1965 verrà eletta in Consiglio comunale, occupandosi in particolare del problema degli asili.

Per quanto riguarda l’attività all’interno dell’UDI invece, sarà fin da subito coinvolta nell’organizzazione delle colonie, essendone direttrice. Come ricorda lei stessa nella medesima intervista a Tiziana Noce: «[…] io fui subito proposta per fare la direttrice di colonia, non so per quanti anni ho fatto la direttrice di colonia, tu non ne hai idea, che ho visto tutto, proprio tutto. Anche lì ritorna la solidarietà»8.

La ricostruzione implica quindi certamente un impegno di carattere, Valchiria e le altre donne si occupano di prendere bambini lasciati soli la mattina e se ne occupano vestendoli e nutrendoli; ma è anche una ricostruzione di valori umani quali la solidarietà e l’assistenza. Le disponibilità non sono infatti sufficienti, il cibo viene reperito grazie alla medesima solidarietà che i venditori al mercato o in altri luoghi dimostrano.

Valchiria Gattavecchi (Credits: (R)esistenze. Le immagini, di Giovanna Bernardini e Ippolita Franciosi, Bandecchi & Vivaldi, 2006)

Si tratta di valori che contraddistinguono la vita di Gattavecchi, che fonda l’Associazione Ragazze Italiane (ARI) divenendone responsabile, e nel 1953 dà vita all’organizzazione degli Studenti Livornesi. Nella vita di Valchiria infatti, l’assistenza è sempre stata legata all’insegnamento. Non è un caso che i titoli che consegue siano strettamente legati a quest’attività; dapprima consegue il diploma di assistente sociale presso l’Università di Firenze l’abilitazione all’insegnamento; nel 1970 poi, si laurea in sociologia a Urbino con una tesi sui movimenti giovanili.

Negli anni dell’insegnamento sono numerosissimi gli spettacoli e le iniziative che organizza con al centro il tema della Resistenza.

Iniziata la pensione dalla scuola Gattavecchi consegue la sua terza laurea, in Giurisprudenza, con il medesimo scopo di poter continuare ad aiutare giovani svantaggiati, cosa che fa lavorando come volontaria presso il Tribunale dei minori di Livorno.

Nei suoi appunti si legge una frase: «La donna nella Resistenza porta sempre il calore di un sentimento»9. Questo calore Valchiria sembra averlo portato in tutte le attività svolte anche nell’Italia repubblicana.

 

NOTE

1 Le parole di Piero Calamandrei sono rivolte alle due partigiane fiorentine Tina Lorenzoni e Anna Maria Enriques in occasione del discorso Agli studenti dell’Università di Firenze caduti per la Libertà che tiene in qualità di rettore per l’inaugurazione dell’anno accademico il 16 novembre 1945. Si veda P. Calamandrei, Uomini e città della Resistenza. Discorsi, Scritti ed epigrafi, (a cura di) Sergio Luzzatto, Bari, Laterza, ed. 2006, p. 167.

2 Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella provincia di Livorno (ISTORECO) – ETS, Fondo Valchiria Gattavecchi, busta 9, fasc. 5, p. 4.

3 Ibidem.

4 F. Cavarocchi (a cura di), Resistenze, femminile plurale. Storie di donne in Toscana, Consiglio regionale della Toscana, Commissione regionale pari opportunità, Quaderno n. 68, p. 82

5 T. Noce, Nella città degli uomini: Donne e pratica della politica a Livorno fra guerra e ricostruzione, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, p. 105.

6 Ivi, p. 107.

7 Ivi, p. 157.

8 Ivi, p. 221.

9Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella provincia di Livorno (ISTORECO) – ETS, Fondo Valchiria Gattavecchi, busta 9, fasc. 5.

Articolo pubblicato nel maggio 2026.




Eusebio Nepi, il “sindaco carraio”

  1. Ideazione, struttura e fonti del lavoro

Ideazione

L’idea di realizzare questo lavoro risale a parecchi anni addietro quando, nello scrivere un volume sul sovversivismo e l’antifascismo nel Carmignanese, ebbi occasione di dedicare qualche pagina alla giunta socialista presieduta da Eusebio Nepi.

Fin da allora, anche se ragioni di spazio non mi permisero di approfondire l’argomento, ebbi la netta sensazione che l’attività di quell’amministrazione – per quanto limitata nel tempo, dalla fine di novembre del 1920 alla fine di marzo dell’anno successivo – era stata tale da lasciare un segno nella storia politico-amministrativa del paese.

Forte di questa convinzione, anni dopo ho presentato un progetto di ricerca al Comune di Carmignano il quale, con la sensibilità culturale che lo contraddistingue (non a caso gli si deve la realizzazione di una collana come Carmignano archeologia e storia, che, per quantità e qualità dei contributi in essa pubblicati, pochi comuni possono vantare), ha accolto la mia proposta.

Struttura. Copertina

Il volume cerca di contestualizzare l’argomento specifico, delineando la realtà politica e sociale del Carmignanese fra Otto e Novecento ed accennando agli anni del primo dopoguerra, quando, anche nella zona, si assisté alla crescita dei partiti di massa (socialisti e popolari), per poi dare conto dell’operato della giunta e concludersi con la ricostruzione delle vicende che portarono all’avvento del fascismo.

Al testo fanno seguito due appendici. Nella prima sono riportati alcuni documenti che mi sono sembrati meritevoli di essere fatti conoscere al lettore nella loro interezza, nella seconda si fornisce un quadro riassuntivo delle persone nate e/o residenti a Carmignano che figurano nel Casellario politico centrale (uno schedario degli elementi giudicati pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica creato in età crispina – nel 1894 – e rimasto in funzione fino al 1968, assai dopo la proclamazione della Repubblica).

Fonti: documentarie, a stampa, orali

La ricerca è stata in primo luogo condotta sui protocolli delle sedute del consiglio comunale e della giunta, consultabili presso l’Archivio del Comune di Carmignano.

Altri documenti sono stati visionati presso l’Archivio centrale dello Stato di Roma e presso l’Archivio di Stato di Firenze.

Al Centro di documentazione 11 giugno di Poggio alla Malva ho infine avuto la possibilità di visionare in copia una lettera della figlia di Eusebio Nepi, contenente notizie utilissime per tracciare un profilo biografico del padre.

Fondamentale è stata poi la lettura delle raccolte di alcuni periodici: due di Prato (Il lavoro e L’amico del popolo), quattro di Firenze (La nazione, Il nuovo giornale, La difesa e L’azione comunista), uno di Campi Bisenzio (La riscossa), uno di Pistoia (La bandiera del popolo) e poi  La cooperazione italiana (Milano) e  l’Avanti! (Roma).

Quanto alle fonti orali, ho riutilizzato alcune interviste fatte in passato (alcune con persone che, purtroppo, non sono più fra noi).

In copertina figura un disegno di Marco Perna, realizzato a partire da una foto di Eusebio Nepi. L’autore del disegno ha giustamente scelto di far risaltare lo sguardo risoluto e inflessibile di Nepi, uno sguardo che tradisce la tempra di un uomo animato da saldi principi.

 

  1. La realtà del Carmignanese

Carmignano fra Otto e Novecento: economia

Fra Otto e Novecento nel Carmignanese l’agricoltura era l’attività più importante. La produzione era essenzialmente destinata all’autoconsumo[1], se si fa eccezione per il vino e per l’olio, entrambi di ottima qualità, che già allora  venivano collocati tanto sul mercato interno quanto su quello estero.

Il settore secondario annoverava fabbriche di trecce e cappelli di paglia, fornaci di laterizi, mulini ad acqua e pastifici, ma era imperniato sull’escavazione della pietra (basti pensare alle cave della Gonfolina, agli scalpellini ed ai cavatori di Comeana).

Carmignano fra Otto e Novecento: politica

Sul piano politico, in regime di suffragio ristretto (che abbinava il censo alla capacità: subito dopo l’Unità votava alle amministrative all’incirca il 2% della popolazione, dopo la riforma crispina del 1888-1889 all’incirca il 10%)[2] i contadini e gli operai erano esclusi dal voto ed il Comune era di fatto controllato dai proprietari delle grandi fattorie della zona (Capezzana, Artimino, Bacchereto) che lo utilizzavano come uno strumento per tutelare i loro interessi.

Memorabili sono rimasti gli scontri fra il marchese Ippolito Niccolini ed il marchese Antonio Ricci – giolittiano il primo, ascrivibile all’area della destra liberale il secondo –, scontri dettati, più che da profonde divergenze politiche, dalla rivalità commerciale che li divideva in quanto entrambi produttori di vino.

Il primo dopoguerra

Le cose cambiarono nel primo dopoguerra, quando anche a Carmignano, come nel resto d’Italia, l’insoddisfazione e la rabbia dei contadini e degli operai tornati dal fronte – i primi senza la terra che era stata loro promessa nella fase più difficile del conflitto, i secondi, che scontavano la conversione dall’industria bellica a quella di pace, spesso senza lavoro e senza prospettive – si tradusse nella clamorosa affermazione dei partiti di massa alle politiche del 16 novembre 1919 (primi i socialisti, secondi i popolari, le varie correnti liberali e radicali, pur conservando la maggioranza dei voti, persero quella dei seggi).

 

  1. Le amministrative del 1920. Il comune socialista

Risultato delle elezioni

L’anno dopo quella che i giornali definirono “Caporetto liberale”, le amministrative del 31 ottobre 1920 videro anche nel comune mediceo il successo del PSI  (che, con diciassette eletti su un totale di trenta consiglieri, ottenne la maggioranza assoluta nell’assemblea) e del PPI.

In conseguenza di questo risultato si insediò una giunta monocolore socialista guidata dal poggese Eusebio Nepi (1870-1946, figlio di Romualdo e di Annunziata Nuti), carradore, una figura molto nota perché da anni attivo nel partito, nel sindacato ed in consiglio comunale (dove era entrato nel 1908, battendosi, fra l’altro, per l’esenzione dei contadini dal pagamento dei medicinali e della retta ospedaliera). I cattolici, che lo giudicavano non all’altezza del compito, ignorante e maleducato, lo definirono per scherno il “sindaco carraio”.

La giunta rossa come elemento di novità

Interrompendo la lunga serie di amministrazioni moderate, la giunta Nepi costituì una novità assoluta: con essa i rappresentanti delle classi subalterne giunsero per la prima volta al potere ed ebbero l’occasione di dimostrare, smentendo vieti luoghi comuni, di essere all’altezza della situazione, cioè di essere capaci di affrontare e di cercare di risolvere i problemi sul tappeto, in larga parte ereditati dai rappresentanti delle classi alte che li avevano preceduti (quando Nepi si insediò, il Comune registrava un passivo di mezzo milione di lire dell’epoca).

 

L’attività della giunta rossa

La giunta si fece carico delle esigenze delle classi popolari, erogando numerosi sussidi caritativi ed impegnandosi sul fronte del contenimento dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità: nel 1921 il prezzo medio di un chilo di pane era 1,41 lire in Italia, 1,10 a Carmignano.

L’amministrazione socialista cercò di attenuare anche la gravità del fenomeno della disoccupazione, deliberando vari lavori pubblici (di cui vi era assoluta necessità: strade, cimiteri, macelli, lavatoi ecc.) per un importo complessivo di oltre tredicimila lire.

Ma l’azione più qualificante si ebbe in materia di politica impositiva, col tentativo di spostare il carico fiscale verso una maggiore tassazione della ricchezza attraverso la rimodulazione dell’imposta di famiglia e della tassa sul bestiame, ma soprattutto grazie all’applicazione della tassa di esercizio e rivendita anche alle aziende agrarie, che – a differenza di quelle del settore secondario – fino ad allora non l’avevano mai pagata (et pour cause!). Il principio della tassabilità delle aziende agrarie fissato dalla giunta venne dichiarato valido dalla GPA: l’amministrazione socialista prese dunque una decisione che, in una realtà come quella locale, dominata dalle grandi fattorie, non è eccessivo definire rivoluzionaria.

Il riparto delle imposte dopo la caduta della giunta rossa

Non per nulla chi resse il municipio subito dopo Nepi (cioè il commissario prefettizio Ferruccio Carrara e poi il commissario regio Giuseppe Rognoni) fece seguire ad una politica di perequazione fiscale una finanza attenta soprattutto alle esigenze di bilancio ed a quelle dei ceti più abbienti (raddoppio della tassa sul bestiame, riduzione delle aliquote della tassa di famiglia stabilite per i redditi maggiori, diminuzione della tassa di esercizio e rivendita).

 

  1. La fascistizzazione del paese (1921-1923)

Colpiti direttamente nei loro interessi vitali, i “poteri forti” locali non tardarono a reinsediarsi nel palazzo comunale dopo l’abbattimento della giunta Nepi ad opera dei fascisti: la parte finale del volume è appunto dedicata al processo di fascistizzazione del Carmignanese che si compì fra il 1921 ed il 1923.

 

L’uccisione di Pucci e Verdini. Verità processuale e verità storica

Tutto cominciò il 28 marzo 1921 con l’uccisione di due carabinieri (Giuseppe Verdini e Vittorio Pucci), che la stampa e le autorità attribuirono senz’altro ai “sovversivi”, anche se in paese corse subito la voce che ad organizzare l’agguato erano stati i fascisti, alla ricerca di un pretesto per scatenare la violenza ed abbattere l’amministrazione socialista democraticamente.

Nel 1925 tre comunisti seanesi (Utinio Borchi, Anchise Spinelli e Addùe Torrini) vennero condannati in contumacia all’ergastolo per l’omicidio.

Esiste dunque una verità processuale, ma sostenere, come pure qualcuno ha fatto, che essa coincida con la verità storica denota un’assoluta ignoranza delle  norme più elementari di critica delle fonti. Per stabilire la veridicità di un documento (anche se autentico, come nel caso della sentenza in questione, che però denota la parzialità dei giudici fosse solo per il linguaggio utilizzato) bisogna infatti considerare almeno quando, da chi e perché esso è stato redatto e quindi chiedersi – nella fattispecie – quale attendibilità può avere una pronunzia emessa nel 1925 da un tribunale che operava in un periodo in cui la magistratura era soggetta all’esecutivo.

D’altronde, non essendo possibile verificare la fondatezza della voce popolare che attribuì il delitto ai fascisti, la conclusione più corretta è che le fonti a disposizione non permettono di dire con certezza come siano realmente andate le cose.

La sorte di Nepi e le amministrative del 1923

Certo è che l’accaduto fornì ai fascisti il destro per defenestrare l’amministrazione socialista e ripristinare i vecchi equilibri di potere: Nepi dovette lasciare il suo paese perché minacciato di morte, quando vi tornò venne costantemente sorvegliato dai carabinieri e si trovò in ristrettezze economiche perché molti si tenevano prudentemente alla larga dalla sua bottega. Come se ciò non bastasse, nel 1925 fu selvaggiamente bastonato dai fascisti.

Il consiglio comunale venne sciolto ed a Carmignano si tornò a votare solo nel 1923, in una tornata elettorale che servì ad avallare la cacciata delle amministrazioni comunali sgradite ai fascisti avvenute nei mesi precedenti[3]: a Carmignano (dove votò il 75,16% degli aventi diritto) i fascisti ottennero il 100% dei voti.

 

  1. Conclusioni

Quella della prima giunta socialista carmignanese fu insomma un’esperienza breve, ma di notevole interesse, che finora non era mai stata analizzata in modo approfondito. Questo volume tenta di colmare tale lacuna: saranno i lettori a giudicare se l’obiettivo sia stato o meno raggiunto.

In ogni caso, lo storico non può fare a meno di sottolineare quanto giusta, feconda e ricca di insegnamenti sia stata la vita di uomini come Nepi, cioè di tutti quei militanti, di genuina estrazione popolare, profondamente convinti della bontà dei loro ideali e pronti ad affrontare per essi persecuzioni e difficoltà materiali di ogni genere.

La Carmignano antifascista che si ricorda l’11 giugno, quella di Alighiero Buricchi e dei suoi compagni, non sarebbe forse esistita se non avesse avuto alle spalle una solida tradizione di lotte e di conquiste popolari.

Di quella tradizione l’esperienza della giunta Nepi ha rappresentato un momento centrale ed è quindi giusto che non ne vada perduta la memoria.

 

NOTE

[1] Consumo da parte dei produttori (spec. agricoli) di un’aliquota del prodotto a scopo di sostentamento.

[2] Crispi estese il diritto di voto amministrativo a tutti i cittadini maschi di maggiorenni (21 anni di età) che sapessero leggere e scrivere o che pagassero un censo molto ridotto. La riforma stabilì inoltre che nei capoluoghi di provincia e nei comuni con più di 10.000 abitanti il sindaco fosse eletto dal consiglio comunale, mentre in precedenza era nominato dal governo (nel 1881 Carmignano aveva 11.001 abitanti).

[3] Alle elezioni amministrative parziali del gennaio 1923, le prime dopo la marcia su Roma, parteciparono principalmente il PNF, spesso in alleanza con il PPI, ed il PLI, mentre i partiti di sinistra (PSI e Pcd’I) subirono forti boicottaggi o scelsero l’astensione. La legge Acerbo fu applicata solo per le politiche del 1924.




Livornesi “pericolosi nelle contingenze belliche”.

Il 10 giugno 1940 resta nella storia come l’infausto giorno dell’entrata in guerra dell’Italia fascista, annunciata da Mussolini con la nota dichiarazione dal balcone in piazza Venezia a Roma che fu radio-diffusa e amplificata in tutte le piazze italiane, più o meno affollate ed entusiaste. Poche ore dopo, fra i primi provvedimenti previsti dalla Legge di Guerra (R. Decreto n, 1415, 5 settembre 1938, poi R. Decreto n. 566, 10 giugno 1940), furono arrestate centinaia di persone ritenute “pericolose nelle circostanze belliche”[1]. Per lo più si trattava dei non molti oppositori politici ancora in circolazione e di un certo numero di ebrei noti quali antifascisti o presunti disfattisti, destinati all’internamento, ossia la misura di polizia preventiva che prevedeva l’allontanamento coatto dalla città e dalle famiglie, nonché la privazione della libertà in campi di concentramento – ben 51 – o la residenza obbligata e vigilata in sperdute località della penisola[2].

A Livorno, il fatidico annuncio mussoliniano era stato trasmesso dagli altoparlanti posti sul balcone della Casa del Fascio in piazza Cavour, dove era assiepata una folla di livornesi “precettati” e inquadrati dai sindacati fascisti e dalle diverse organizzazioni del regime[3].

Al termine dell’adunata, una parte dei partecipanti si recò a manifestare sotto il Consolato tedesco in via Cairoli, «che ha più volte acclamato alla Germania e a Hitler» (Corriere del Tirreno, 11 giugno 1940).

Nelle prime ore del giorno seguente e nelle settimane successive, poliziotti e carabinieri prelevarono, senza clamore, nelle loro case i livornesi – in maggioranza uomini, ma anche alcune donne – da internare; lo stesso avvenne in numerose località della provincia. Per lo più erano “soggetti”, già inseriti nell’Elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze, in base al quale la Questura provvedeva periodicamente al loro fermo preventivo per alcuni giorni in coincidenza di manifestazioni di regime, ricorrenze proibite come la Comune di Parigi, il Primo Maggio o la Rivoluzione Russa, oppure in occasione delle visite in città di «alte personalità» del governo o della casa reale.

Dalla Questura furono quindi trasferiti al carcere dei “Domenicani”, in attesa che il Ministero dell’Interno convalidasse l’internamento proposto dalla locale Prefettura e, in taluni casi, l’attesa prima della traduzione nei luoghi assegnati si protrasse per alcune settimane.

Presso l’Archivio di Stato di Livorno sono conservati numerosi documenti riguardanti tali provvedimenti repressivi, nel fondo della Questura e di quello della Prefettura.

In vista di tale operazione, il 3 giugno, il questore di Livorno, Erminio Roselli, aveva inviato una “riservatissima” interna all’Ufficio Stranieri, all’Ufficio Politico e alla Squadra Mobile con le disposizioni in merito:

 

Prego farmi tenere – ognuno per quanto di competenza e non più tardi del giorno 8 corrente – l’elenco delle seguenti persone che – appena dichiarato lo stato di guerra – dovranno essere arrestate per l’internamento, perché ritenute pericolosissime in quanto capaci di commettere sabotaggi, attentati ed azioni delittuose, facendo – ognuno una breve relazione sui motivi che consigliano il provvedimento di rigore:

a) pregiudicati comuni

b) sovversivi

c) ebrei nazionali e stranieri

d) stranieri

Le conseguenze dell’internamento, per periodi più o meno lunghi, sulla vita delle persone, così come per la carcerazione e il confino, erano pesanti, in quanto non soltanto ne limitavano libertà, movimento e socialità, ma incidevano sulle condizioni delle rispettive famiglie. Come infatti emerge da corrispondenze, domande di grazia e rapporti delle stesse autorità, l’internamento di tanti lavoratori comportava lo stato d’indigenza per i loro nuclei familiari, appena supportati da miserandi sussidi statali. Dunque la “pena” dell’internamento ricadeva, oltre che su figlie e figli, soprattutto sulle donne (mogli, madri, sorelle), costrette a far fronte a situazioni economiche non di rado drammatiche; a tutto questo si aggiungeva il fatto che gli internati, perdendo il lavoro a seguito di tale misura repressiva, quando potevano essere prosciolti, trovavano un problematico reinserimento occupazionale al loro ritorno a casa.

 

GLI INTERNATI POLITICI

La categoria dei sovversivi fu la prima ad essere colpita dalla misura dell’internamento; non solo perché destava le maggiori preoccupazioni delle autorità, ma in quanto comprendeva un numero assai limitato di soggetti in “libertà provvisoria”, da tempo schedati, diffidati, ammoniti e strettamente sorvegliati, mentre la maggior parte degli oppositori che non erano riparati all’estero, si trovava già in carcere oppure al confino[4].

A seguito delle modeste attività di propaganda – manifestini e scritte murali – svolte in città nel 1939 erano seguite una quindicina di condanne al confino e una ventina di pesanti condanne detentive pronunciate dal Tribunale speciale che avevano falcidiato quanto restava dell’opposizione in città.

I pochi antifascisti ancora a piede libero, o appena scarcerati, risultavano inseriti in vari elenchi, redatti sia dai diversi Uffici della Questura che dall’Arma dei Carabinieri.

Una prima lista, relativa alla Provincia di Livorno, di poco antecedente l’entrata in guerra, comprendeva i Sovversivi pericolosi da arrestare in caso di emergenza, suddivisi in 4 elenchi, in base allo stimato grado di pericolosità per l’ordine costituito, per un totale di 27 nominativi, inclusi alcuni presunti “squilibrati di mente”.

Questa prima lista subì diverse variazioni e integrazioni e quella definitiva di coloro che, fra il 13 e il 30 giugno, furono arrestati e internati comprendeva 6 comunisti (Dino Demi, Amedeo Frosini, Guido Menconi, Mario Pellegrini, Umberto Combes Rossi, Dogali Simoncini), 5 anarchici livornesi (Virgilio Antonelli, Giovanni Biagini, Bruno Guerrieri, Nello Malacarne. Ilio Scali) e un anarchico di Piombino (Renzo Vanni)[5]. Simoncini era appena uscito dal carcere ad aprile dopo 5 anni di detenzione; mentre Antonelli, che era stato fra i primi confinati politici nel 1926, aveva già scontato nove anni di detenzione, fra confino e carcere.

Invece, Nello Malacarne nei vent’anni di regime fascista avrebbe complessivamente scontato sedici anni di detenzione, fra carcere, confino e internamento.

Quasi tutti furono deportati nel campo di concentramento di Manfredonia (Fg), mentre i «pericolosi fra i pericolosi» nel campo istituito presso l’isola confinaria di Ventotene.

Non furono invece internati, pur se nell’elenco degli arrestandi, gli anarchici ed ex arditi del popolo, Andrea Dodoli, perchè si trovava in carcere militare a Roma, e Augusto Consani che, pur ritenuto «elemento pericoloso per l’ordine nazionale dello Stato», era stato giudicato inidoneo in quanto affetto da tubercolosi, tanto che già nel 1926 dopo alcuni mesi di confino era stato rimesso in libertà condizionata e sotto ammonizione.

Quale «sospetto politico di disfattismo», Augusto Casagni, titolare della farmacia sul viale Regina Margherita (ora viale Italia,  fra via Funaioli e via Meyer), il 22 giugno fu internato nel campo di Manfredonia, in base a presunti discorsi critici verso l’Asse e favorevoli all’Inghilterra, venendo prosciolto tre mesi dopo.

Negli stessi giorni e nelle stesse ore, altri antifascisti della provincia livornese, ma residenti altrove, venivano arrestati su ordine delle rispettive Prefetture ed avviati anch’essi nei luoghi d’internamento. A Genova è quanto accadde a tre lavoratori, schedati come comunisti: il tranviere Fernando Benedetti, nato a Campiglia Marittima, e il meccanico Ruggero Berretti di Sassetta, entrambi deportati a Manfredonia, e l’elettricista Manlio Tondi, di Rio Marina, relegato a Istonio (Ch).

La maggior parte dei “politici” fu prosciolta entro il 1941, per fare spazio nei campi di concentramento ad altri internati (soprattutto slavi ed ebrei), ma furono sottoposti a ulteriori misure repressive (carcere, confino, diffida, ammonizione). Nei casi però dei livornesi Giovanni Biagini, anarchico, e Amedeo Frosini, comunista, nonchè dell’anarchico piombinese Adriano Vanni – l’internamento si sarebbe protratto sino al settembre 1943[6].

Nei mesi seguenti, per i sovversivi e i sospetti politici livornesi e piombinesi internati (incluse due donne, Adelina Barontini e Anna Maria Caluri, per il loro «atteggiamento antitaliano e disfattista») le destinazioni furono anche i campi di concentramento nelle isole confinarie di Ustica (Pa) e Tremiti (Fg), nonché di Colfiorito (Pg), Pisticci (Mt), Isernia, Istonio (cioè Vasto, Ch) e Ariano Irpino (Av); mentre, fra le «località d’internamento», più popolate di livornesi figurano i comuni di Apecchio e Sant’Angelo in Vado (Pu), Gorgoglione (Mt) e la colonia di Mormanno (Cs).

 

GLI INTERNATI EBREI

Il primo atto della politica antisemita del regime fascista era stato il Censimento degli ebrei nell’agosto 1938, finalizzato alla successiva promulgazione dei Provvedimenti per la difesa della razza italiana (R. Decreto Legge n. 1728, 17 novembre 1938), preceduti dalle misure nei confronti della «razza negra», nonché dei cittadini di etnia rom e sinti.

Raccomandando «riservatezza assoluta e massima precisione», il Ministero dell’Interno ordinò ad ogni Prefettura del Regno la schedatura di tutti gli ebrei non solo appartenenti alle «Comunità israelitiche riconosciute ma tutti coloro che risiedono codesta provincia anche temporaneamente e che comunque risultino di razza ebraica anche se professanti altra o nessuna religione o che abbiano abiurato in qualsiasi epoca ed anche se per matrimonio sono passati a fare parte di famiglie cristiane»[7]La rilevazione andava effettuata con ogni mezzo possibile, incluso il ricorso ad informatori, per predisporre un quadro attendibile della presenza ebraica in Italia alla mezzanotte del 22 agosto 1938. Stante lo «speciale delicato carattere della rilevazione», l’operazione non doveva «dare appigli alcun allarme trattandosi di rilevazione all’esclusivo fine di studio».

Con tali premesse statistiche, le prime disposizioni sui provvedimenti da adottare nei confronti degli ebrei, sospettati di diffondere «notizie false e tendenziose», furono impartite il 25 settembre 1939, poche settimane dopo l’invasione tedesca della Polonia che segnò l’inizio del conflitto mondiale, a partire da quelli stranieri presenti in Italia già soggetti ad espulsione.

In seguito, nell’approssimarsi dell’entrata in guerra dell’Italia, il 26 maggio 1940, il sottosegretario all’Interno, Guido Buffarini Guidi, aveva genericamente informato il capo della polizia Arturo Bocchini che «il DUCE desidera che si preparino dei campi di concentramento anche per gli ebrei, in caso di guerra».

A cui fecero subito seguito, il 27 maggio, il 31 maggio e il 6 giugno 1940, le seguenti disposizioni del Ministero dell’Interno ai Prefetti del Regno e al Questore di Roma, che disponevano l’internamento degli ebrei stranieri e di quelli italiani in relazione alla «loro capacità propaganda disfattista et attività spionistica».

Di fatto, per evidenti motivi tecnico-logistici legati all’elevato numero di cittadini italiani ebrei (circa 47 mila, compresi quelli di Fiume ed esclusi quelli nelle colonie italiane), pure fra i militari di carriera, molti dei quali si erano distinti come combattenti nelle «guerre italiane» (libica, mondiale, etiopica, spagnola) e quelli che – pure a Livorno – erano stati “fascisti della prima ora”, l’«appartenenza alla razza ebraica», ferme restando le limitazioni sancite dalla Carta della Razza del 1938, non costituì condizione sufficiente per l’internamento, a motivare il quale doveva sussistere anche una «reale pericolosità» politica o, quanto meno, il sospetto di una qualche espressione di dissenso nei confronti del regime e della guerra.

Anche a Livorno nel 1938, a supporto dell’approvazione delle Leggi razziali, era stata avviata una campagna di propaganda anti-ebraica su iniziativa del Partito nazionale fascista, attraverso varie conferenze pubbliche e sempre più frequenti articoli sulla stampa cittadina che incentivarono i gesti d’intolleranza antisemita. In particolare, su «Il Telegrafo» del 18 agosto 1938 era apparso, in prima pagina, un articolo dal titolo Il problema ebraico. Gli immigrati a Milano e i “portatori di bacilli”, in cui compariva anche un grafico che evidenziava come, dopo Trieste, Livorno vedeva la maggiore percentuale di «israeliti» (13 ogni mille abitanti).

Fra il giugno 1940 e il luglio 1943, complessivamente, sarebbero stati una settantina (67 secondo alcune fonti, su circa 400 in tutta Italia) gli ebrei e le ebree livornesi sottoposte all’internamento, prima che fra il 1943 e il ‘44, sotto la Repubblica di Salò, iniziassero i rastrellamenti nazi-fascisti e le deportazioni di massa verso i Lager, quando le famiglie ebree cercarono di sfuggire allo sterminio unendosi ai livornesi “sfollati” dalla città.

Considerando che, a livello nazionale, l’11,7 per cento degli internati italiani nel loro insieme fu costituito da ebrei, si può fondatamente ritenere che a Livorno il rapporto percentuale fra gli internati politici e quelli ebrei fu addirittura quasi paritario.

I primi provvedimenti contro gli ebrei livornesi scattarono il 16 giugno, ma soprattutto furono attuati nei giorni 23, 24 e 25 giugno, con l’internamento nei campi di concentramento di Campagna (Sa) e Urbisaglia (Mc), oppure relegati in piccoli comuni delle province di Avellino, Potenza e Pesaro, mentre otto ebrei vennero costretti a risiedere nei vicini comuni di Collesalvetti e Cecina.

Nel solo mese di giugno furono circa cinquanta gli ebrei e le ebree di Livorno per cui venne deciso l’internamento e, per alcuni di loro, fu l’inizio di una tragica odissea senza ritorno[8].

Altri ebrei nati a Livorno, ma non più residenti, furono internati per decisione di altre Prefetture, fra questi: il socialista Enrico Castelli (Firenze); Angiolo Giuili (Genova), per aver criticato il regime; Piero Dello Strologo, per aver svolto attività antifascista all’estero, e il dirigente socialista Giuseppe Passigli, già direttore de «Il Lavoratore» a Trieste (per entrambi, Prefettura di Milano).

Invece, Aristide  Dello Strologo, nato a Massa, ma residente a Livorno, già iscritto al Partito radicale ed oppositore del regime, fu internato nel mese di giugno su ordine della Direzione generale per la demografia e la razza, con proscioglimento il 10 ottobre 1940, al quale fu però confiscata la propria abitazione.

A parte alcuni schedati politicamente, come i socialisti Odoardo Della Torre (finito fucilato alle Ardeatine) e Abramo Funaro o il comunista Armando Abeniacar, si trattava di persone la cui identità politica era quella generica di antifascisti, oppure venivano loro attribuite pretestuosamente delle intenzioni avverse al regime, a seguito soprattutto di spiate anonime.

D’altronde, fra le accuse rivolte contro gli ebrei, vi era quella secondo cui il bolscevismo era parte del complotto ebraico contro i popoli d’Europa, così come come sostenuto dal noto Paolo Orano che aveva tenuto una conferenza a Livorno, presso l’Accademia navale.

Comunque, se in taluni casi si può cogliere la prevalente valutazione politica alla base dell’internamento, in altri questa appare pretestuosa rispetto alla persecuzione razziale antiebraica.

Tra le motivazioni indicate dalle autorità di polizia, oltre alla classificazione di ebreo o ebrea, vi erano quelle che alludevano a vaghe propensioni o stati d’animo, quali avere «un comportamento antifascista» o essere «sospetto di avversione al regime». Un’altra accusa, non meno aleatoria, degna d’essere segnalata fu quella di «Fa[re] parte di un gruppo di intellettuali ebrei, soliti a vedersi in qualche pubblico esercizio o altrove per manifestare idee di avversione alla Germania e critiche al regime fascista» (Giangiacomo Gallico e Renzo Toaff, arrestati e internati il 12 giougno1940).

Altrimenti, con riferimento alle opinioni riguardanti la guerra, era possibile trovare motivazioni a supporto della decisione d’internamento quali «ebreo capace di svolgere attività disfattista» (Luciano Orvieto, internato il 12 giugno 1940 a Collesalvetti) oppure «ebreo, per aver inneggiato alla Francia» (Renzo Cabib, arrestato il 22 giugno 1940 e giunto il 7 luglio seguente nel campo di concentramento a Urbisaglia).

Invece, in numerose motivazioni, si riscontrano paradossali processi alle intenzioni quali «colpito dalle leggi razziali potrebbe manifestare malcontento» (Egisto Piperno) oppure «ebreo, poiché gli è stata revocata la licenza di venditore ambulante, potrebbe dar luogo a manifestazioni di scontento» (ad es., Elio Pesaro), in cui affiora in modo evidente la persecuzione razziale, senza alcun specifico addebito politico.

Anche Simone Alfandari fu internato il 12 giugno 1940 per un ovvio «atteggiamento ostile al regime in seguito alle leggi razziali», ma il 14 dicembre dello stesso anno risultava rinchiuso in un manicomio, secondo un percorso drammaticamente comune a molti oppositori al regime[9].

Il 21 giugno 1940, la Prefettura di Livorno dispose l’internamento, seppure per breve tempo, anche del sessantenne rabbino maggiore, Alfredo Sabato Toaff, padre di Elio e Renzo, ritenendo che, avvalendosi della sua posizione potesse, attraverso la professione della religione e l’insegnamento, «dispiegare attività non consentita, volta alla tutela degli interessi della sua razza e dannosa a quelli politici della nazione».

Discorso analogo per le generiche motivazioni con cui, fra i mesi di giugno e luglio 1940, furono internate sei ebree livornesi, in quanto «pericolose nell’attuale momento» (Enrichetta Di Segni Cintoi, Marianna Di Segni, Ida Funaro), sottintendendo una posizione antifascista, oppure perché, dopo la revoca della licenza commerciale, avrebbero potuto «criticare il regime» (Elisa Suarez, Amelia Caden Bardavid), mentre per Clara Grego l’unica “colpa” era quella di insegnare presso la Scuola israelitica.

Furono tutte liberate dopo un mese, ma per Amelia Caden Bardavid, madre di quattro ragazzi, la persecuzione fascista avrebbe riservato un epilogo atroce. A seguito dell’ordinanza n. 5 del 30 novembre 1943, emanata dal Ministro dell’Interno della neonata Repubblica sociale, Buffarini Guidi, che disponeva l’arresto e l’invio nei «campi provinciali» di tutti gli ebrei, nel dicembre 1943 fu di nuovo arrestata e deportata nel lager di Auschwitz, dove fu sterminata assieme a tutti i familiari nel 1944, al capolinea della persecuzione iniziata nel 1938.

 

NOTE

 

[1] Durante la guerra, senza contare gli internati per motivi non politici e quelli decisi dalle autorità militari, complessivamente, su tutto il territorio nazionale, si contano almeno 2.711 internamenti, per ragioni politiche e/o razziali, quasi sempre su provvedimento delle Prefetture e, secondariamente, del Ministero dell’Interno e di altri organismi del regime (Polizia Politica, Ispettorati di PS, Ambasciate, OVRA, Direzione generale per la demografia e la razza…); tale dato, inevitabilmente incompleto, corrisponde ai fascicoli personali conservati all’Archivio Centrale di Stato reperiti e riportati nel principale, anche se datato, testo di riferimento: Simonetta Carolini [a cura di], “Pericolosi nelle contingenze belliche”. Gli internati dal 1940 al 1943, Roma, Anppia, 1987.

[2] Si veda  Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940 – 1943), Torino, Einaudi, 2004.

[3] Si rimanda a Marco Rossi, Vincere! Ma vinceremo? Livorno in stato di guerra (giugno 1940), Ghezzano, BFS, 2026.

[4] Durante il Ventennio fascista risultano essere stati confinati almeno 101 livornesi, fra cui una donna (Gioiosa Baldacci, socialista), rispettivamente schedati come come comunisti (40), antifascisti (32), anarchici (23), socialisti (5), repubblicani (1); si vedano i nominativi e le relative statistiche in Ivan Tognarini [a cura di], Livorno nel XX secolo. Gi anni cruciali di una città tra fascismo, resistenza e ricostruzione, Firenze, Polistampa, 2005, pp. 55, 56, 521-523.

[5] Nel 1940, fra Piombino, Cecina, Massa Marittima ed Isola d’Elba, oltre a Adriano Vanni, sarebbero stati internati altri 14 “sovversivi” (Enrico Gargarella, Guglielmo Spinelli, Gino Trovatelli, Alberto Del Favero, Giuseppe Bonomi, Beniamino Cordoni, Giovanni Pellegrinelli, Felice Gestarelli, Oreste Barachini, Nello Bertini, Claudio Cateni, Italo Barsellini, Ugo Bellini, Giuseppe Pasticcio).

[6] La liberazione degli internati fu disposta il 29 luglio 1943. dopo la caduta del regime, ma ad esclusione di anarchici, comunisti, agenti di spionaggio, resistenti jugoslavi. La liberazione dei comunisti fu disposta il 14 agosto e il 23 quella degli anarchici «non particolarmente pericolosi». Nonostante le disposizioni, non furono tuttavia pochi coloro che non vennero liberati o non riuscirono ad evadere prima dell’8 settembre 1943.

[7] Fra le disposizioni previste vi era l’obbligo per «tutti gli appartenenti alla razza ebraica» di fare denuncia, presso l’Ufficio di Stato Civile dei rispettivi Comuni, della propria «appartenenza alla razza ebraica», pena l’arresto fino ad un mese e un’ammenda sino a lire tremila (art. 9, D.L. n. 1728/1938). Sull’argomento si rinvia a Guido Fubini, La legislazione razziale. Orientamenti giurisprudenziali e dottrina giuridica, «Il Ponte», 30 novembre – 31 dicembre 1978.

[8] Questo fu il caso, fra gli altri, di Angelo Ajò, nato a Pitigliano, che la Prefettura di Livorno fece internare il 12 giugno 1940; nel maggio 1944, assieme alla moglie Fanny De Porto, fu rastrellato ad Asciano (Pi) e deportato nel campo di Bagno a Ripoli (Fi), poi a Fossoli (Mo) ed infine ad Auschwitz, dove perirono entrambi. Sirio Renzo Bueno, figlio di Ida Funaro, anche lei internata, fu internato dal 23 giugno 1940 al 29 settembre 1943 (Sant’Angelo in Vado, Avigliano, Castelnuovo di Garfagnana), venendo poi arrestato a Marlia (Lu) dai carabinieri l’8 dicembre ’43 e, dopo detenzioni temporanee a Bagni di Lucca, Firenze e Milano, il 30 gennaio 1944 fu deportato, senza ritorno, nel lager di Auschwitz. Anche Salomone Gabbai, internato dal 24 giugno 1940 all’agosto 1943, fu deportato e morì ad Auschwitz, così come Enrico Castelli, socialista, internato dal giugno 1940 all’aprile 1941, ma arrestato a Firenze nel marzo 1944 e deportato nel campo di Fossoli, prima di essere tradotto ad Auschwitz, il 16 maggio seguente, dove giunse il 23 maggio e fu ucciso in data imprecisata.

[9] Sull’argomento si rimanda a Matteo Petracci, I matti del duce, Manicomi e repressione politica nell’Italia fascista, Roma, Donzelli, 2014.

 

Articolo pubblicato nel maggio 2026




“Nome dopo nome” arricchire di protagonismi femminili la Resistenza senese

Nel ricostruire storie ai margini di una Resistenza che vide Siena contrapporsi al nazifascismo fino al 3 luglio 1944, Silvia Folchi si chiede: «Cosa cerco adesso, a ottant’anni di distanza, cosa vorrei farmi raccontare se ancora ne avessi la possibilità? Alcuni fatti, certo. Ma anche qualcosa che è più essenziale dei fatti. Le storie delle persone e le loro esistenze» (p. 22). Se la marginalità dei vissuti è definita dal punto di vista con cui si legge il passato, adottare uno sguardo di genere è essenziale per mettere a fuoco una articolata partecipazione femminile alla lotta di Liberazione.

Aiutandosi con una ricca storiografia ad oggi disponibile, l’Autrice si addentra nel complesso legame donne-guerra-resistenza, individuando punti di forza e limiti culturali insiti nel rovesciamento dei ruoli di genere che, in un momento di emergenza nazionale, mise uomini e donne di fronte a inedite scelte di vita.

Sul piano delle conoscenze, il quadro d’insieme appare ben definito e ci descrive una corale presenza femminile nella Resistenza italiana, in quella immediata opera di assistenza ai soldati allo sbando, a renitenti, disertori e antifascisti, in una molteplicità di compiti e incarichi svolti clandestinamente in un territorio occupato, nel diffuso ribellismo popolare e nelle diverse forme di collaborazione organizzate o spontanee, espresse con e senza armi.

Tra gli studi storici nazionali e quelli locali, tuttavia, l’Autrice individua ancora uno scarto, come è anche ingombrante il debito di memoria verso protagonismi su cui è calato il silenzio generando una grave assenza nella narrazione storica e nelle coscienze collettive. Per lunghi decenni, dal secondo dopoguerra, hanno condizionato il paternalismo, la retorica dell’uomo in armi e quella legata al “contributo” femminile al movimento di Liberazione, l’assenza di dibattito sulle donne attive in sfere d’azione maschili, quindi, il ritardo con cui ancora oggi si indaga la presenza femminile nelle istituzioni o nei luoghi di potere.

Le ricostruzioni offerte da Folchi tentano di colmare la lacuna che il caso di Siena presenta, facendosi guidare dalla storiografia locale, mettendo ordine tra fonti edite e documentazione d’archivio inedita, seguendo nuove piste d’indagine con l’intento di tessere un’unica trama discorsiva e restituire un quadro corale di partecipazioni femminili alla Resistenza senese.

46 partigiane combattenti, 67 patriote, 165 tra collaboratrici e benemerite, 20 partigiane e patriote senesi operanti fuori Provincia. Contare le donne in virtù di un incrocio tra i documenti disponibili e, «nome dopo nome» (p. 23), arricchire gli elenchi ufficiali di storie di quotidiana contrapposizione al nazifascismo, aiuta a decostruire una narrazione instillatasi nella memoria e nella storiografia locale, rigidamente fissata a 17 combattenti e 9 patriote. Gli elenchi redatti nel dopoguerra dalle Commissioni regionali scattano una foto di gruppo alle 113 combattenti senesi e definiscono i loro ritratti secondo l’età – dai 13 della più giovane ai 67 anni –, le condizioni sociali o la professione: fra loro ci sono contadine, casalinghe, impiegate, studentesse, intellettuali.

I numeri crescono in modo importante, sebbene li accompagni una costante incertezza legata alle complesse procedure per il riconoscimento delle qualifiche di guerra: la ritrosia a fare domanda e compilarla correttamente, i requisiti minimi per ottenere meriti militari, ma anche i vantaggi economici derivanti che potrebbero aver gonfiato il numero delle richieste. Il protagonismo del margine appare molto frequentato, malgrado quello che l’Autrice si aspettava di scoprire e, comunque, ancora sfuggente e incapace di ritrarre un universo difficilmente quantificabile.

«La guerra, e anche la guerriglia, richiede molto lavoro dietro le quinte, senza medaglie e senza eroi, e le collaboratrici non si occupano solo di cucire i fazzoletti rossi, ma provvedono materialmente al sostentamento delle brigate» (p. 58). Risulta essere insidioso il recupero di vissuti antagonisti, eppure, testimonianze scritte e orali, scritture autonarrative, corrispondenza e carte d’archivio gettano nuova luce su ruoli non più subalterni. Emerge allora il sostegno offerto alla Resistenza da parte delle aristocratiche residenti nelle ville o nelle tenute senesi attraverso rifornimenti, servizi di collegamento o esercitando pressioni politiche. Affiorano altresì incarichi nelle Brigate partigiane, capillari reti fiduciarie, atti di coraggio e solidarietà, azioni altruistiche, solidi legami politici stretti nei partiti e nei Gruppi di Difesa della Donna, che nascono a Siena solo nel giugno del 1944 a testimoniare, però, speranze emancipazioniste e la maturazione di un percorso di presa di coscienza.

«In diverse circostanze le donne guidano manifestazioni spontanee per protestare contro la mancanza di cibo, per opporsi al conferimento di derrate alimentari, per chiedere il rilascio di prigionieri e di renitenti alla leva» (p. 48). Fra loro ci sono le “sovversive” perseguitate dal regime fascista, arrestate, ammonite, sorvegliare e condannate al confino; sono le 27 senesi schedate nel Casellario Politico Centrale per antifascismo, dissenso e opposizione al Duce, alla guerra e alle sue conseguenze, tra cui la morte. L’Autrice, infatti, non dimentica le vittime del territorio, “cadute” sotto le raffiche di mitraglie, pallottole vaganti, fucilazioni, rappresaglie contro i civili, bombardamenti alleati; come dedica anche pagine attente a ricordare gli stupri compiuti dagli eserciti di ogni alleanza.

Raccontare vite di donne in guerra o ascoltarle raccontarsi, come fa la bella sezione biografica che chiude il volume, rappresenta una preziosa restituzione delle innumerevoli sfumature che caratterizzano la narrazione della Resistenza. Sono storie che ripercorrono traumi, stati di terrore e violenze diffuse; corpi minacciati, offesi, reattivi; emozioni contrastanti; amori, legami, trame animate da coraggio, ideali e dalle innumerevoli sfaccettature delle scelte individuali.

La lettura del volume di Silvia Folchi risulta necessaria tanto per chi studia la Storia delle donne nella Resistenza, dal quale riceve un rigoroso aggiornamento storiografico, quanto per quei lettori e lettrici desiderose di accrescere le proprie conoscenze su un evento nodale della Storia contemporanea. Riponendo il libro a scaffale, tuttavia, rimarranno delusi dal fatto che quell’allargamento dei confini partecipativi, così ben illustrato dall’Autrice, non trova corrispondenza nella memoria collettiva. A tal proposito è estremamente interessante scorrere il breve elenco di “Intitolazioni” pubbliche alle donne della Resistenza presenti in Provincia: breve, perché la toponomastica accoglie negli spazi cittadini soltanto sei profili di donne. Una maggiore consapevolezza di genere può senz’altro favorire lo sviluppo di nuovi progetti di toponomastica femminile e, in questo senso, il volume costituisce un primo passo in quella direzione.

Articolo pubblicato nel maggio 2026.