E GLI ANGELI DEL FANGO SCESERO SU FIRENZE DEVASTATA DALL’ALLUVIONE

                                                                                           “…questi fiumi rovinosi, che quando

                                                                                          s’adirano, allagano e’ piani, ruinano

                                                                                          gli alberi e gli edifizi… ogni uomo cede

                                                                                          all’impeto loro, senza potervi in

                                                                                          alcuna parte obstare.” (“Il Principe” di                                                                                                          Machiavelli)

 

 

“O Rosa, ma che l’hai chiuso l’acquaio ieri sera?  E sento un gran pisciolio d’acqua!” Purtroppo, non era solo un “pisciolio” d’acqua, con cui iniziava la canzone sull’alluvione del cantautore e menestrello Riccardo Marasco, ma un’enorme massa d’acqua torbida di fango e nafta che si riversava nelle strade e nelle piazze di Firenze sommergendo cantine, negozi e abitazioni e raggiungendo nei punti più alti quasi 6 metri di livello. Il 4 novembre 1966 le acque dell’Arno invasero la città portando morte e lasciando migliaia di persone senza un tetto, oltre ad arrecare un indicibile danno ai tesori d’arte custoditi per secoli all’interno delle mura della città. Un disastro naturale, tragico che ha svilito quei “doni” che Firenze aveva portato alla cultura ed alla civiltà, quella ricchezza artistica che “trasuda dai muri stessi delle sue case e si riversa nelle piazze e nelle vie per essere partecipata da tutti”[1] ma che l’Arno aveva sommerso con le sue acque rendendo il mondo intero più povero, triste e in lutto.

La sera prima del 3 novembre, nonostante la pioggia battente da giorni e l’Arno con i suoi affluenti in piena, nessuno poteva prevedere una catastrofe così immane. In città la vita scorreva come sempre, era la vigilia della festa delle Forze Armate, le scuole erano chiuse per il ponte di Tutti i Santi, che all’epoca durava dal 1° al 4 novembre, e quell’anno addirittura fino alla domenica 6. I cinema erano affollati, e ironia della sorte, alcuni film che venivano proiettati avevano titoli come “I combattenti della notte” o “Che notte, ragazzi!” che diventavano profetici, con tragica ironia, di una delle più tremende esperienze che una comunità di quasi mezzo milione di persone avesse potuto vivere.

E Firenze dormiva mentre nella notte cresceva la catastrofe: alle 4 del mattino l’Arno cominciò a ricevere alle soglie della città l’ondata di piena scaricata dalle dighe del Valdarno e quella dei vari affluenti che già avevano seminato disperazione e morte. Nelle zone basse della città l’acqua già trasportava via alberi e automobili. Firenze dormiva mentre il dramma più spaventoso della sua storia era ormai inarrestabile. Le prime falle si aprivano sul lungarno Acciaioli, mentre sul lungarno alle Grazie la spalletta era già superata da un’immane massa d’acqua.

Niente a questo punto avrebbe potuto fermare la catastrofe. Firenze moriva e il mondo non lo sapeva. Firenze moriva e il novanta per cento dei fiorentini ancora non lo sapeva: “l’alba oscura di tempesta si levava su una deserta città di bandiere – per festeggiare le Forze Armate – e di acqua fangosa” preludio di infiniti drammi[2]…

Intorno alle 7.30 l’ultimo ponte, quello di San Niccolò, veniva invaso dalle acque dell’Arno che straripavano, il fiume già scrosciava sopra le spallette del Ponte alle Grazie e del Ponte Vecchio che, invaso dall’acqua, resisteva ancora alla violenza incredibile della piena.

Un mare di acqua fangosa franava sulla città isolata dal mondo, irraggiungibile dal cielo, dalla terra, dalla capitale dei Ministeri e dall’esercito. Dai lungarni, ridotti ormai anch’essi ad un impressionante fiume, l’acqua scendeva verso le vie del centro. Il fiume aveva rotto gli argini, travolto spallette, alberi, fatto saltare il selciato stradale, aveva fatto franare centinaia e centinaia di metri di lungarno, e moltissime automobili in balia della corrente venivano sparate come proiettili dalla piena contro muri, porte e saracinesche…  E da quelle auto sommerse che avevano azionato i contatti elettrici si levava un sordo ululato di clacson che per tutto il giorno sarebbe stato il leitmotiv del funerale di Firenze.

Un grande lago si stendeva sulla città che era diventata un’enorme “trappola di morte” da cui non si usciva più, la via Bolognese era bloccata da frane, le autostrade erano interrotte, via Pisana sommersa dall’acqua, mentre la Cassia e la via Senese erano intransitabili. Un fiume di nafta viscida cominciava a fluire in mezzo al fango proveniente dalle caldaie, dalle pompe di benzina, dai depositi di kerosene spaccati dalla furia dell’acqua, e sarebbe stata quell’untuosa linea nera a segnare via via, per la storia di domani, la piena che saliva. Saliva l’acqua e la gente saliva sui tetti specialmente nelle case a uno o due piani agitando lenzuoli bianchi, chiedeva aiuto ma il loro grido disperato sembrava perdersi in un eco senza risposta.

La situazione drammatica si viveva anche all’ospedale San Giovanni di Dio in via Borgognissanti, dove era saltato il gruppo elettrogeno e i malati restavano al buio mentre l’acqua lambiva il piano terra serpeggiando tra le corsie: al lume di candela e di pile si cercava affannosamente, tra le urla angosciate dei degenti, di portare in salvo quei malati impossibilitati a muoversi autonomamente. Anche a Montedomini, il ricovero per anziani di via dei Malcontenti, l’acqua e la melma salivano senza sosta e dalle grandi camerate del pianterreno affannosamente gli ospiti furono portati a spalla su per le scale fino al piano superiore: “A Montedomini mille vecchi fiorentini stanno inebetiti, senza più nulla di proprio, inermi di fronte alla sciagura, alcuni senza neppure capirla. Si è subito manifestato nei più uno stato confusionale. O non fanno nulla o si perdono in cose minute, mentre la casa era un lago, vecchiette tentavano di levar con la scopa l’acqua dal pianerottolo, altre cercavano un gatto o un vecchio lenzuolo con le cifre…un vecchio con i pantaloni a righe e una papalina in testa ramazzava l’acqua con movimenti lenti senza espressione…Quando hai 80 anni e un fiume ti entra in casa non è facile da capire né da combattere…”[3].

Nel caos anche l’ospedale psichiatrico di San Salvi quando dopo mezzogiorno arrivò la terribile onda di piena invadendo viali e giardini e sollevando i pavimenti come fossero di carta. In un’ora l’acqua raggiunse il livello di tre metri. Alcuni dei ricoverati urlavano per la paura, altri mugolavano impietriti: medici, infermieri e suore cercavano di calmarli parlando ai degenti piano con dolcezza come ci si rivolge ai bambini, ma avevano la morte nel cuore, sapendo che la farmacia era completamente allagata con tutti gli psicofarmaci che avrebbero potuto calmare i pazienti.

E quando l’acqua fece la sua comparsa anche nel carcere delle Murate, raggiungendo in poco tempo i quattro metri di altezza, il terrore esplose fra i detenuti che, sopraffatte le guardie, raggiunsero i tetti e alcuni di loro imperterriti pur di riassaggiare la libertà si tuffarono nelle acque vorticose di fango e di nafta. I più audaci e sicuri si salvarono, ma uno di loro, forse il più giovane, esitò qualche attimo sopra il tetto e quando si tuffò fu visto annaspare e sparire sotto la viscida nafta. Lo ritrovarono giorni dopo in una cantina di via dei Pepi. Quella piena a cui chiedeva la libertà lo portò senza dubbio lontano dal carcere…ma portò il suo cadavere.

Quel 4 novembre Radio Londra lanciava un allarme disperato: “Il mondo sta per perdere una delle sue gemme: Firenze[4]”. Ma contro quel fiume che tentava di strappare alla città il suo passato e il suo futuro c’erano donne e uomini che fin dall’alba avevano iniziato a lottare “Uomini e donne che avevano il volto antico della città: quello angoloso e tagliato di Procacci soprintendente, di padre Cocci, frate francescano e storico di Santa Croce, quello calmo e intento  Di Umberto Baldini capo del gabinetto restauri, quello di disperata tensione  di Luisa Becherucci, direttrice degli Uffizi, quello di Maria Luisa Bonelli direttrice del Museo della scienza. E di altri meno noti ma mossi dalla stessa forza: frati, operai, guardie”[5].

E il mondo stava per perdere del tutto il crocifisso di Cimabue – un’ opera di inestimabile valore che segna il passaggio fra l’arte medievale e l’arte giottesca –  distrutto al 70  per cento, è rimasto come il simbolo più emblematico della devastazione nel campo artistico provocata dall’alluvione: nel tentativo di  rendere meno traumatica la sua deturpazione “per due giorni i frati e i tecnici del restauro crivellarono l’acqua del pavimento e la mota paludosa con dei setacci, per recuperarvi una ad una le minuscole crosticine di colore del prezioso Crocifisso…”[6].

L’alba del 5 novembre fu “l’alba livida della tregua tra l’Arno e i fiorentini”[7]. Nelle prime ore del mattino l’acqua si era fermata ed era cominciata a scendere: l’acqua si ritirava lasciando dietro di sé 35 morti, centinaia di feriti, 70 mila famiglie alluvionate, 6 mila negozi devastati, 20 mila automobili nel fango, migliaia di officine, laboratori, tipografie, botteghe artigianali, cantine allagate. L’alba del 5 novembre rivelò anche che l’alluvione non era formata da sola acqua, ma era fatta soprattutto di immondo fango e di lurida melma. A sommergere la città erano stati i grossi e grassi campi del Valdarno superiore che invasero le vie e le piazze, con la loro terra, le loro zolle erbose, i loro arbusti, i loro alberi, rimasti incastrati negli archi dei ponti o attraverso le strade. L’acqua era stata il veicolo rapidissimo nel trasporto della terra, della mota, dei vegetali, degli animali morti, facendo saltare le fognature, rigurgitare i pozzi neri, esplodere i depositi di carburanti, in modo che la terra argillosa venne abbondantemente concimata diventando un liquame nauseabondo, intriso di sterco mescolato alla nafta, dentro il quale ogni cosa si macerava e si corrompeva. Questa fu la più repellente sorpresa che i fiorentini ebbero quando l’acqua venne lentamente ringoiata dalle fogne e riconvogliata tra gli argini rotti del fiume. Sulla città riemersa dal diluvio era distesa un’oscena coltre di melma, dentro la quale erano rimasti prigionieri oggetti d’ogni valore, carogne d’ogni specie, materiale d’ogni qualità. Erano completamente distrutte la rete dell’acquedotto, le condutture del gas, i cavi dell’elettricità e del telefono e inoltre andarono perduti o danneggiati centinaia di opere d’arte, migliaia di metri quadrati di pitture murali, migliaia di oggetti d’arredo, migliaia di manufatti cartacei. Durante l’alluvione Firenze fu invasa da 250 milioni di metri cubi d’acqua e da 600 mila di fango, uno scenario apocalittico che mise in ginocchio tutta la città.

La lotta contro l’acqua non era durata che ventiquattro ore, quella contro il fango doveva durare alcuni mesi, e fu la più dura, la più faticosa, la più avvilente, la più esasperante. Mise alla prova, non soltanto la coraggiosa intraprendenza, ma l’ostinata resistenza della popolazione, passata dal terrore delle onde al ribrezzo della fanghiglia.

Ma fin da subito i fiorentini si rimboccarono le maniche immergendosi in quel fango terribilmente appiccicoso per rimediare all’immane devastazione in cui era caduta la città e per tentare di riprendere al più presto il corso normale della propria vita. Era come una lotta ostinata ed impari contro la mota, che gettata dalla porta pareva rientrare dalle finestre basse, colava dalle pareti, usciva dai mobili, si insinuava sotto i vestiti, schizzava negli occhi, impastava la bocca. La mancanza di acqua per lavare rendeva il lavoro quasi impossibile da portare avanti: “E fango era il pane, fango era la sigaretta, fango era il fazzoletto, il portafoglio, l’orologio. E fango colava dai capelli, fango usciva tra le dita, fango entrava nelle unghie, fango si fermava agli angoli della bocca, fango si posava sui lobi delle orecchie”[8]. Lavoravano nel fango, tutto era fango, ogni cosa sapeva di fango, dovunque c’era sentore di fango, pensavano solo al fango, parlavano esclusivamente di fango, parlavano… col fango. Si frugava per ore e ore faticosamente nella mota ma, nonostante l’immane tragedia, c’era chi non aveva perso il buon umore come quei commercianti che appendevano sotto le insegne dei propri negozi cartelli ironici del tipo “Oggi grandi ribassi. Prezzi sott’acqua” apparso in un negozio di abbigliamento, o quello di una trattoria “Oggi niente arrosto. Soltanto umido”, oppure una farmacia che aveva scritto “Cura di fanghi medicamentosi”[9].

Dal giorno dopo dell’alluvione, dunque, donne e uomini, soprattutto giovani, si presentarono ai comitati, alle case del popolo e alle parrocchie, offrendo la loro disponibilità, il loro tempo e il loro lavoro volontario, attratti dal bisogno di fare e come da un impegno diverso da quello che avevano conosciuto fin da allora. Si dice che in quei giorni a Firenze si poteva contare solo sui preti e sui comunisti, la croce e la falce e il martello che, smesso di darsi battaglia, uniti si adoperavano per dare un aiuto a chi ne aveva bisogno. Parrocchie e case del popolo, all’inizio unici centri di aggregazione funzionanti nella latitanza delle istituzioni, per giorni furono centri di smistamento di generi alimentari, acqua, sapone, coperte…ecc[10]. Sembra che addirittura l’alluvione fosse venuta in aiuto al sindaco Bargellini, il cui mandato senza questo “salvataggio dalle acque” sarebbe stato davvero breve. Raccontano infatti che Bargellini abbia più volte affermato: “Io e Mosè siamo stati tutte e due salvati dalle acque” a significare che egli, di fatto decaduto dal suo ruolo di sindaco – si era dimesso il 30 settembre a seguito di una convulsa seduta del Consiglio comunale – fu riportato in carica proprio dall’alluvione[11].

All’epoca in Italia non era ancora stata istituita la Protezione Civile e la risposta spontanea dei volontari fiorentini fu quindi sorprendente e con dedizione e fatica tentavano di rimettere in moto la vita nella loro città. Ma c’era da pensare anche all’inestimabile materiale artistico e i tesori d’arte erano troppi e il fango metteva a rischio dipinti, affreschi, manoscritti, libri, sculture… Gli Uffizi, la Biblioteca Nazionale, l’Archivio di Stato, il Gabinetto Viesseux, la Chiesa di Santa Croce, il Duomo e il Battistero erano stati pesantemente colpiti dalle forze delle acque, dalla nafta e dal fango mettendo a rischio il loro patrimonio culturale, un patrimonio immenso, universale, canonico ed è per questo che la sua perdita sarebbe stata culturalmente insopportabile. E a quel punto nella tragedia, accadde qualcosa di straordinario. Moltissime persone, soprattutto giovani si misero in viaggio dall’Italia e da tutto il mondo per raggiungere Firenze. In città arrivarono migliaia di volontari per tentare di salvare quel patrimonio artistico: una catastrofe che sfociò in un grande movimento di solidarietà. Giovani di varie nazionalità, di diverse religioni, mossi da un sentimento di appartenenza alla “città universale”, arrivarono e si prodigarono oltre ogni limite per settimane a lavorare, con stivali di gomma, immersi nel fango, per portare all’asciutto opere d’arte e libri. Giovani che parlavano lingue diverse ma che si intendevano perfettamente nel passarsi di mano in mano i secchi di melma nerastra. Nel giro di qualche settimana prendere parte agli aiuti era diventato una sorta di imperativo, come un sentimento di appartenenza trascendente la territorialità: l’idea di salvare un patrimonio universale sembrava aver cancellato le frontiere degli Stati-Nazione. All’inizio i volontari non avevano nessuna competenza specifica in materia di aiuti, e neppure l’equipaggiamento idoneo. Partivano per aiutare Firenze, senza sapere dove avrebbero lavorato, mangiato o dormito. Alla sensazione di partecipare ad una delle più importanti operazioni di salvataggio nella storia dell’umanità, si aggiungeva la consapevolezza di un gesto che affermava un’appartenenza: se all’inizio si partiva per andare a salvare un patrimonio, che la stampa nazionale e internazionale riaffermava come universale, dopo alcune settimane ci si mobilitava perché bisognava esserci, “perché salvare quel patrimonio era un gesto obbligato, Firenze era il suolo su cui marciare, il fango l’insegna da conquistare”[12]. Questo gruppo di giovani dai contorni indefiniti, dalle proporzioni immense, poliglotta e transazionale, accoglieva nelle sue file chi arrivava in nome della cultura, facendo dei libri il proprio simbolo e del fango la propria singolare “cifra distintiva”.

“La Nazione”, 16 novembre 1966.

In quel momento si faceva sempre più impellente l’esigenza di salvare un infinito numero di libri in forte pericolo della Biblioteca Nazionale rimasti nel fango, e moltissimi giovani giunti a Firenze, per lo più studenti, venivano là indirizzati nella speranza che il maggiore numero di forze messe in campo potesse accelerare il processo di salvataggio[13]. Questi giovani come mossi da una percezione del ruolo fondamentale giocato dal libro nella nostra cultura – cultura allora essenzialmente scritta – formavano catene umane passandosi di mano in mano libri melmosi dalla mattina alla sera con la ferma volontà di mantenere in vita quella memoria storica che altrimenti si sarebbe perduta per sempre. Possiamo dire che l’alluvione rafforzò la consapevolezza del valore a volte sottovalutato che ha una biblioteca, quella sua funzione di memoria e di educazione per la società che le vive attorno.  Al freddo e con gli stivali nell’acqua, alla luce di candele e a rischio di polmoniti nei sotterranei allagati questi ragazzi prelevavano con delicatezza, come consigliavano gli esperti, i testi ridotti ad ammassi fangosi, diventati pesantissimi e scivolosi blocchi inzuppati, e una volta sollevati li passavano di mano in mano per trasferirli all’aperto in un’epica corsa contro il tempo.

In generale furono seppelliti dal fango un milione e duecentomila volumi, molti dei quali, fra i più preziosi, come la raccolta più antica della Biblioteca, del fondo Magliabechiano, o la raccolta Palatina, composta da antichi atlanti botanici e faunistici, giacevano nel sottosuolo, luogo dove erano stati portati durante la Seconda guerra mondiale per preservarli dai bombardamenti e lì lasciati anche dopo il conflitto perché ritenuto un luogo sicuro. Nessuno poteva immaginare che il luogo più sicuro dalle bombe divenisse il luogo più pericoloso perché più esposto ad essere sommerso dal fango quando arrivò l’alluvione.

Era una dura lotta con quel fango che seccandosi sarebbe stato difficile scrostare in modo “indolore” laddove si era attaccato: la poltiglia che ricopriva libri, manoscritti, carte geografiche antiche si poteva eliminare solo con procedure d’urgenza e attraverso il numero di forze che potevano essere introdotte nell’emergenza. Il tam tam messo in atto dagli stessi giovani unito alle preoccupazioni e timori lanciati dai media facevano aumentare ogni giorno le fila dell’esercito di salvezza della Biblioteca Nazionale. Non esistevano ancora le grandi organizzazioni del volontariato organizzato e Firenze fu il primo test della mobilitazione volontaria di un esercito senz’armi e senza divise e pronto per altre imprese ed altre emergenze. Non spalarono solo fango e non salvarono solo milioni di testi e opere d’arte, ma furono testimonial di una indimenticabile pagina di storia e di passione civile.

“Chi viene (a Firenze), anche il più cinico, anche il più torpido, capisce subito… che d’ora innanzi non sarà più permesso a nessuno di fare dei sarcasmi sui giovani beats. Perchè questa stessa gioventù…oggi ha dato… un esempio meraviglioso, spinta dalla gioia di mostrarsi utile, di prestare la propria forza e il proprio entusiasmo per la salvezza di un bene comune. Onore ai beats, onore agli angeli del fango”[14]. Così scriveva Giovanni Grazzini in un articolo sul Corriere della Sera del 10 novembre del 1966. Probabilmente Grazzini fu il primo ad utilizzare l’espressione “angeli del fango” con la quale di lì in poi e ancor oggi si descrivono i volontari, spesso giovani, che partecipano alle operazioni di pulizia delle città dal fango dopo un’alluvione.

“Il Corriere Fiorentino”, mercoledì 10 novembre 1966.

Ma con chi ce l’aveva il giornalista Grazzini… e poi chi erano questi ragazzi del ‘66 chiamati Beats? Ce l’aveva con coloro che incarnavano il perbenismo imperante in quegli anni e inorridivano al cospetto di quei giovani con capigliature fluenti, vestiti a loro parere oscenamente, accompagnati da ragazze “seminude” solo perché indossavano la minigonna; ce l’aveva con coloro che disapprovavano quel modo di comportarsi e di contestare i padri; ce l’aveva con coloro che si fermavano soltanto all’apparenza provando una forma di ribrezzo per il loro lato estetico. Una notizia riportata dai giornali proprio quello stesso anno e che fece scalpore raccontava di un preside che aveva sospeso dalle lezioni uno studente solo perché portava i capelli troppo lunghi. E non era raro in quel periodo che giovani con i capelli lunghi, chiamati capelloni, che si radunavano nelle piazze cittadine venissero fermati dalla polizia e portati in questura per accertamenti in nome del pubblico decoro e per la quiete pubblica[15]. I capelloni degli anni Sessanta erano giovani influenzati dal movimento beat e dalla cultura anglosassone che portavano i capelli lunghi come simbolo di dissenso contro la società borghese e conformista. Il movimento rappresentava una rivolta contro i padri e una protesta contro il modello consumistico: “Come potete giudicar, come potete condannar, per i capelli che portiam…” così cantavano i Nomadi, complesso (allora i gruppi musicali si chiamavano così) nato nel periodo Beat italiano.

L’alluvione fece emergere dal fango anche questi giovani con capelli lunghi e barbe incolte e indurite dalla melma che lavoravano senza sosta per far tornare a splendere la città di Firenze. “E d’ora in avanti, che nessuno si permetta più di insultarli: sono stati degli angeli, gli angeli del fango” concludeva così l’articolo Grazzini ammonendo quegli “…ipocriti, professionisti di cipiglio, ruderi di cartapecora” che offendevano e storcevano la bocca al cospetto dei giovani con i capelli lunghi[16]. In una Firenze nel fango c’era chi guardava con una certa diffidenza l’arrivo delle avanguardie di capelloni con barbe contestatrici e insieme ai badili le chitarre in spalla, per questi benpensanti i ragazzi che affluivano in città erano felicemente fuori da ogni rigido schema sociale e quindi inappropriati a svolgere una funzione così importante. E invece questi giovani giunti da soli o in gruppi e organizzati alla meglio sapevano cosa fare: rimboccarsi le maniche e aiutare i fiorentini a pulire e spalare melma e fango[17].

In quello scenario di emergenza totale, la città iniziò improvvisamente a riempirsi di giovani, scendevano alla stazione di Santa Maria Novella appena riaperta o da automobili riempite all’inverosimile, raggiungevano Palazzo Vecchio che li smistava tra musei, biblioteche, chiese, botteghe abitazioni e cantine. E da subito si mettevano a lavorare facendosi largo nell’acqua e fango misto a nafta, tra deiezioni fognarie, suppellettili ridotte in poltiglia, cibo marcito, carcasse di mucche e maiali e altri animali che facevano rischiare epidemie ed infezioni. Restavano per ore, anche sedici al giorno, al freddo, alla luce di candele con badili secchi e scope. Gli “angeli” contribuirono a ripulire la città affiancando i loro coetanei fiorentini, gli scout, i soldati dell’esercito… E non c’era strada alluvionata, piazza, museo, chiesa, biblioteca, cantina dalle quali non uscissero infangati, stanchi ma sorridenti, e la sera, dopo aver cenato con cibi in scatola, improvvisavano canzoni accompagnandosi con la chitarra. Per molti di quei giovani la mobilitazione di Firenze fu una sorta di anticipazione del maggio del sessantotto, si intravedevano gli stessi segni della volontà di agire sul mondo, si apriva le porte alla costituzione dei giovani come soggetto collettivo, universalmente riconosciuto e portatore di ideali. E ciò che si provava nel ‘66 non era altro che la premessa dell’atmosfera che avrebbe circondato il ‘68, ma senza averne la consapevolezza. In quell’occasione i giovani non erano ancora mossi da quelle pulsioni ribelli che si manifestarono energicamente nel Sessantotto, ma piuttosto da una sorta di pulsione di salvaguardia: i giovani partivano guidati dalla voglia di salvare Firenze, assumendo il ruolo di custodi di un patrimonio immenso costudito dalla città e messo in grave pericolo dall’acqua e dal fango. Lo stesso fango che era il nemico da abbattere divenne ben presto il segno di vittoria della cultura sulla natura, la vittoria della solidarietà sulla disgrazia, al punto che come rappresentazione dell’alluvione di Firenze e la sua rinascita nella memoria collettiva è rimasta impressa l’immagine di quei giovani sporchi di fango.

La “Stele dell’amicizia”, il monumento dedicato nel 1976 agli “Angeli del Fango” in Piazza G. Poggi a Firenze.

 

 

NOTE:

[1] Franco Nencini, Firenze. I giorni del diluvio, Sansoni, Firenze 1966, p. 11.

[2] G. Di Leva, Firenze. Cronaca del diluvio, Le Lettere, Firenze 1966.

[3] F. Nencini, Firenze, i giorni dell’alluvione, cit., p. 17.

[4] Ivi, p. 15.

[5] Ivi, p. 14.

[6] Ivi, p. 15.

[7] Franco Quercioli, Non siamo angeli, in Giorgio Valentino Federici (a cura di), La grande alluvione, «Testimonianze», vol. 59, n. 504-505-506, Firenze 2016, p. 72.

[8] Piero Bargellini, Il miracolo di Firenze. I giorni dell’alluvione e gli angioli del fango, Società editrice fiorentina, Firenze 2006, p. 26.

[9] Ivi, p. 23.

[10] Saverio Saccardi, Nel segno della memoria e della speranza, in «Testimonianze», cit., p. 15 e Franco Quercioli, Non siamo Angeli, in Ivi, p. 73.

[11] Mauro Sbordoni, Il Sessantasei e la cassetta “civica” degli attrezzi, in Ivi, p. 82.

[12] Anna Luso, Angeli alla conquista del fango, in «Testimonianze», cit., p. 56.

[13] Un vero esercito di giovani è venuto ad aiutare la città, “La Nazione”, 16 novembre 1966.

[14] Giovanni Grazzini, Si fruga ancora nel fango per ritrovare i capolavori di Firenze, “Il Corriere Fiorentino”, mercoledì 10 novembre 1966.

[15] Erasmo D’Angelis, Angeli del fango. La meglio gioventù nella Firenze dell’alluvione, Giunti, Firenze 2006, p. 148.

[16] Ibidem.

[17] Erasmo De Angelis, Erano giovani e si sentivano parte della “città universale”, in «Testimonianze», cit., p. 69.

 

Articolo pubblicato nel mese di novembre 2026.




Un partigiano di Gavorrano nella Resistenza fiorentina: la vicenda di Albo Orlandi

 Se l’improvviso tracollo dell’8-9 settembre segnava la profondità del baratro in cui la nazione era precipitata, esso era pure il punto di partenza di quella meravigliosa affermazione delle recondite virtù di nostra gente che si disse la Resistenza[1].

 

La notizia dell’armistizio, il disfacimento delle strutture militari italiane e la successiva occupazione tedesca aprirono una nuova fase, nella quale l’opposizione al fascismo poté tradursi in iniziative di organizzazione politica e di lotta armata. La provincia di Grosseto fu una delle zone in cui la Resistenza cominciò a organizzarsi precocemente: a partire dall’annuncio dell’armistizio – cui seguì soltanto il 13 ottobre la dichiarazione di guerra alla Germania – giovani e meno giovani iniziarono a intravedere la possibilità di riscatto, di libertà, di emancipazione, sentendo il bisogno di organizzarsi per uno scontro che si configurava non solo nei confronti dell’occupante tedesco ma anche dei fascisti rimasti fedeli a Mussolini, che il 23 settembre avrebbe costituito la Repubblica sociale italiana (RSI).

Inoltre, la situazione nella provincia di Grosseto si presentava particolare perché controllata fin da subito dalle forze tedesche del Comando supremo del fronte sud (Oberbefehlshaber Süd, OB Süd) del feldmaresciallo Albert Kesselring che erano riuscite, con facilità, a prevalere sulla debole resistenza opposta dai reparti del Regio Esercito[2]. La presenza di questo settore ebbe una rilevanza per la storia partigiana del grossetano: il 21 settembre 1943, infatti, le autorità tedesche, con il placet del Ministero dell’Interno, stabilirono per la provincia di Grosseto – la prima in Toscana – la chiamata in servizio del lavoro obbligatorio per tutti coloro che erano nati tra il 1921 e il 1925[3]. La chiamata interessò complessivamente altre quattordici province dell’Italia centrale: chi si fosse rifiutato sarebbe stato preso e consegnato al Tribunale militare e spedito in carcere. Ma la minaccia non sortì l’effetto sperato, come dimostra il numero esiguo di uomini che si presentarono nella provincia grossetana: alla fine di settembre, appena 599 su un totale di 3.120 obbligati[4].

La chiamata al lavoro obbligatorio giungeva a pochi giorni dalla liberazione di Mussolini da Campo Imperatore, compiuta dai tedeschi, e dai primi “ordini del giorno” da lui trasmessi su Radio Monaco: il primo di questi, la sera del 15 settembre 1943, riguardava proprio la ricostituzione degli uffici del Partito Fascista e delle formazioni della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale[5]. La linea portata avanti dalla nascente Repubblica Sociale Italiana si delineava così nel segno della continuità con il regime precedente: ripristinare il progetto fascista che già dalle sue origini aveva mostrato il carattere del militarismo, dell’oppressione, del controllo. E con questo proseguire la guerra al fianco della Germania e del Giappone.

A ulteriore conferma delle difficoltà incontrate dal fascismo nel mobilitare il consenso, si collocò, nelle settimane successive, la chiamata alle armi delle classi 1923, 1924 e 1925, disposta con bando del 9 novembre, per costituire il nuovo esercito repubblicano. Il provvedimento incontrò una forte opposizione e una larga renitenza alla leva[6], dimostrando l’inefficacia delle minacce fasciste che paventavano pesanti sanzioni non soltanto nei confronti dei renitenti, ma anche dei loro familiari. La situazione risultò ancora più difficile nella provincia di Grosseto, dove le operazioni di reclutamento procedettero con grande difficoltà e il richiamo alle armi venne rinviato al mese di dicembre[7]. Il capo della Provincia, Alceo Ercolani, si mostrò intransigente nel perseguire un elevato livello di arruolamento, anche per dimostrare la propria fedeltà a Mussolini e alla RSI, ma i risultati furono assai modesti: a due mesi dalla chiamata, dei 2.176 giovani grossetani richiamati, soltanto 312 si presentarono al distretto militare[8], contro una percentuale di circa il 50% registrata in Toscana alla fine di febbraio, raggiunta anche attraverso il ricorso a minacce e ricatti. La renitenza alla leva divenne così uno dei primi terreni di scontro tra la popolazione[9] e il nuovo apparato fascista repubblicano, impegnato, attraverso la mobilitazione militare, a ricostituire il proprio esercito e a riaffermare la propria autorità sul territorio. Le autorità fasciste tendevano a ricondurre la renitenza alla leva anche all’influenza esercitata dalle formazioni partigiane sui giovani e sulle loro famiglie, considerando i due fenomeni strettamente connessi. Questa interpretazione contribuì ad alimentare una politica repressiva, nella quale la caccia a renitenti e disertori finì per intrecciarsi con il contrasto al movimento resistenziale[10].

L’andata alla macchia coinvolse numerosi giovani e meno giovani delle Colline Metallifere, nel cuore della Maremma grossetana: c’era chi si avvicinava alla lotta partigiana nella speranza di riconquistare una libertà già conosciuta e chi, soprattutto tra i più giovani, aspirava a conoscerla per la prima volta; altri ancora sceglievano la clandestinità per sottrarsi alla chiamata alle armi di un regime responsabile di anni di guerra, repressione e violenze.

Albo Orlandi

Tra coloro che presero parte alla lotta antifascista vi fu Albo Orlandi, classe 1922, riconosciuto partigiano combattente[11] per il periodo compreso tra il 21 dicembre 1943 e il 7 settembre 1944 nella divisione “Giustizia e Libertà”. Fu, inoltre, detenuto al carcere fiorentino delle Murate dal 29 febbraio al 21 giugno 1944 e, una volta riuscito ad evadere il 26 giugno, fino al 6 settembre fu membro della Brigata Garibaldi “Bruno Fanciullacci”.

Orlandi era nato a Gavorrano il 23 febbraio 1922, pochi mesi prima della marcia su Roma che avrebbe segnato l’avvento del fascismo al potere. All’epoca, Gavorrano rivestiva un ruolo di primo piano nell’economia mineraria delle Colline Metallifere e dell’intero Paese, grazie all’estrazione della pirite, dalla quale si ricavava l’acido solforico.

Come molti coetanei che scelsero la lotta antifascista, Orlandi, cresciuto in un Paese nel quale le libertà politiche e civili erano state progressivamente soffocate dal regime, non sapeva che sapore avesse la libertà: le leggi fascistissime e l’autoritarismo avevano svuotato di contenuto le garanzie statutarie, restringendo drasticamente gli spazi di dissenso e di partecipazione politica.

Ventunenne, Orlandi, pur essendo diplomato maestro elementare, insegnava Lettere presso la Scuola di Avviamento Professionale di Gavorrano, dove iniziò a maturare la propria avversione al fascismo, anche grazie ad un suo grande amico, Selenio Crocchi, anch’egli gavorranese e studente di medicina a Siena, figlio di un notabile fascista, e da tempo membro di una cellula antifascista attiva nel centro universitario.

Inizialmente Orlandi beneficiava di un regolare congedo militare rilasciato in quanto capo di una famiglia numerosa: il padre, gravemente malato e ricoverato all’ospedale di Siena, la madre, il fratello maggiore, richiamato alle armi fin dal 1940 e prigioniero in Russia dal Natale del 1941, e quattro sorelle minori, due delle quali gravemente ammalate. Tuttavia, a seguito dell’entusiasmo pubblicamente manifestato in occasione della caduta di Mussolini e dell’annuncio dell’armistizio di Cassibile, Orlandi divenne inviso ai non pochi elementi che dopo la costituzione della Repubblica Sociale Italiana avevano provveduto a ricostituire la sezione fascista a Gavorrano. Dopo una serie di richiami e minacce, Orlandi si vide improvvisamente revocare dal Provveditorato l’incarico di insegnamento e dopo Natale ricevette anche la cartolina di richiamo alle armi da parte dell’Esercito della RSI.

Per queste ragioni, il 21 gennaio del 1944 fuggì a Firenze entrando in contatto con Giancarlo (Gianni) Facca e la moglie Silvia Benedetti del Partito d’Azione[12], una delle forze politiche che componevano il già costituito Comitato Toscano di Liberazione Nazionale (CTLN), organismo di coordinamento politico della Resistenza regionale, costituitosi nell’autunno del 1943 sulla linea di quello nazionale. Il CTLN, peraltro, raccoglieva l’eredità dell’esperienza del Comitato interpartiti, costituito alla fine del 1942 su iniziativa proprio del Partito d’Azione e comprendente rappresentanti dei principali partiti antifascisti[13]. Le forze politiche antifasciste organizzate videro nell’armistizio un possibile punto di svolta, nella prospettiva di una collaborazione con le autorità in vista dell’inevitabile scontro con le truppe tedesche[14].

Gli eventi presero tuttavia una direzione diversa: gran parte dell’apparato statale e burocratico aderì alla Repubblica Sociale Italiana oppure adottò un atteggiamento attendista, evitando di assumere una posizione netta. Le difficoltà furono particolarmente evidenti in ambito militare visto che il Comando della Difesa Territoriale si rifiutò di distribuire le armi alle forze popolari e ai partiti antifascisti ricostituiti, invitando invece alla calma e al rispetto delle leggi. Una linea di condotta che non impedì l’occupazione tedesca della città, iniziata l’11 settembre 1943.

Il 17 settembre 1943, inoltre, si ricostituì a Firenze la 92ª Legione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.)[15], al cui interno venne organizzato un Ufficio politico investigativo alla cui guida si pose il centurione Mario Carità[16], destinato a diventare noto come «Banda Carità»[17]. Il reparto, che assunse poi la denominazione di Reparto Servizi Speciali (R.S.S.), si specializzò nella repressione dell’opposizione politica e della Resistenza, ricorrendo anche a interrogatori violenti e alla tortura.

Ma come riuscì Orlandi a raggiungere Firenze e a entrare in contatto con gli ambienti della Resistenza? In Maremma Orlandi aveva conosciuto Mario Feistmann[18] del quale avrebbe scoperto soltanto in seguito il legame di parentela con Max Boris, che diventerà suo cognato: appartenente a una famiglia ebrea, di origine fiorentina sostanzialmente facoltosa, Feistmann si era trasferito nella provincia di Grosseto per sfuggire alle persecuzioni razziali, nascondendosi nella sua tenuta di Santa Teresa, nei pressi della stazione di Gavorrano. Tornava comunque periodicamente a Firenze e, al rientro in Maremma, portava con sé opuscoli e pubblicazioni della stampa clandestina, compreso il giornale Non Mollare, destinati a circolare tra gli antifascisti locali, fra i quali Orlandi, sempre più perseguitato dalla polizia fascista.

Fu proprio Feistmann a suggerire a quest’ultimo di rifugiarsi a Firenze, indirizzandolo presso i coniugi Facca[19]. Dopo avergli procurato una carta d’identità falsa, i due lo accompagnarono nell’appartamento di un altro antifascista, conosciuto come Rio[20], situato in via Fanti n. 31, di fronte a uno degli ingressi dello stadio comunale. Rio, all’anagrafe Sirio Biso, era un ex volontario della Guerra di Spagna dove aveva combattuto nella Colonna italiana di Carlo Rosselli e Aldo Garosci. Inviato a Firenze da Emilio Lussu, gli venne affidato il compito di organizzare militarmente una squadra cittadina del Partito d’Azione, sul modello dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP)[21], nella quale Orlandi fu subito inserito, insieme ai Facca e a Sandro Contini Bonacossi.

In città Orlandi conobbe anche Margherita Fasolo[22] e Maria Luigia Guaita[23], entrando progressivamente in contatto con altri esponenti dell’antifascismo fiorentino. Tra gli altri, ricorda che durante le sue attività ebbe modo di conoscere anche Bruno Niccoli detto “Bicchierai”, presentato come antifascista fidatissimo[24].

Nel corso del gennaio 1944 Orlandi partecipò a diverse attività di sabotaggio e propaganda antifascista, oltre a compiti di osservazione e raccolta di informazioni sui movimenti delle truppe e dei convogli tedeschi. La testimonianza conservata nell’archivio privato descrive così le attività svolte in quel periodo: «spostare le paline direzionali scritte in tedesco in modo da confondere e disorientare gli autisti degli automezzi tedeschi diretti al fronte di Anzio; cospargere nelle vie di transito chiodi tricuspidali; affiggere nelle vie della città manifestini antitedeschi ed antifascisti che esortavano i giovani, chiamati alle armi a raggiungere nelle montagne le bande partigiane già costituitesi in molte località per iniziative del Partito Comunista e del Partito d’Azione; annotare nella stazione di Rifredi il numero di treni in transito carichi di materiale bellico (carri armati, semoventi, cannoni; ecc.;) notizie che, tramite il comando militare del C.T.L.N. venivano comunicate (…) alla stazione Radio CORA trasmittente installata in un solaio di un appartamento di piazza D’Azeglio. Ovviamente tutte queste attività venivano esercitate particolarmente di notte con tanta precauzione.»[25]

Albo Orlandi con la Brigata Fanciullacci a Firenze

L’attività clandestina in cui Orlandi si inserì si svolgeva, pertanto, nel quadro dell’organizzazione politica e militare del CTLN. Già il 2 novembre 1943, in linea con l’indirizzo assunto dal CLN centrale a Roma[26], anche il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, costituitosi all’inizio del mese di ottobre, decise di elaborare una dichiarazione con cui si assumeva la responsabilità di guidare la lotta di liberazione, rivendicando il ruolo di governo autonomo e senza vincoli di subordinazione nei confronti del governo del Sud, per il trionfo delle idealità civili che fascismo e nazismo avevano negato[27]. La decisione fu presa all’unanimità in seguito alla notizia dell’arresto del comando militare del CTLN[28], avvenuto con l’intensificarsi delle azioni di spionaggio condotte da Mario Carità e dai suoi uomini. Sebbene in quella fase la repressione non avesse ancora assunto le forme sistematiche di tortura che avrebbero successivamente caratterizzato l’operato della cosiddetta “Banda Carità”, l’arresto contribuì a far conoscere il nome del suo responsabile negli ambienti antifascisti fiorentini. Il reparto, di lì a poco, si sarebbe distinto per la brutalità dei metodi e per la violenza politica e ideologica, espressione della natura totalitaria del fascismo squadristico[29] che nella sua fase repubblichina trovava continuità. Nonostante le rimostranze sollevate anche in alcuni ambienti istituzionali e militari, Carità mantenne il proprio incarico, a dimostrazione di come la banda – e i suoi metodi – fosse inserita a pieno titolo nelle strategie dell’esercito tedesco e nella repressione della RSI.[30]

La suddetta scelta fu anche mossa dall’ancora viva speranza che gli Alleati sarebbero arrivati presto e che il conflitto era ormai alle battute finali. Ma, come sappiamo, ogni speranza svanì a fine gennaio 1944 quando le truppe alleate furono fermate a Cisterna.

A tal proposito, a Firenze, mentre era ancora viva questa speranza, il 3 gennaio 1944 fu presentato un ordine del giorno che prevedeva che il CTLN, non appena le circostanze lo avessero consentito, diventasse organo di governo provvisorio della città e della provincia, con tre delegati per ognuno dei partiti rappresentati nel Comitato, e se ne indicavano anche le principali direttive. Il documento, presentato da Enzo Enriques Agnoletti, rappresentante del Partito d’Azione all’interno del Comitato, incontrò anche il consenso dei rappresentanti del Partito Socialista e del Partito Comunista. Con questo ordine del giorno si prevedeva che il governo provvisorio concentrasse nelle sue mani tutti i poteri civili e militari, che nessuna carica del precedente regime fosse riconosciuta, che i suoi provvedimenti fossero emanati in nome della costituente italiana, da eleggere, e che tra i primi provvedimenti, anzi proprio il primo, figurasse la proclamazione del diritto del popolo italiano a scegliere liberamente, attraverso la Costituente, le proprie forme istituzionali. Il documento stabiliva, inoltre, l’uguaglianza di tutti i cittadini, il riconoscimento del diritto e del dovere di contribuire, attraverso il lavoro manuale e intellettuale, al progresso civile del Paese, le libertà di parola, stampa, associazione, culto, riunione, il diritto a libere elezioni, al lavoro, all’assistenza e all’educazione. Era infine prevista la depurazione degli apparati pubblici dagli elementi compromessi con il regime e responsabili di tradimento[31].

Nei primi mesi del 1944, tuttavia, l’idea di un comando militare unitario rimaneva in larga misura un obiettivo teorico, nonostante a febbraio si fosse ricostituito il comando militare unico alle dipendenze del CTLN, sempre su iniziativa del Partito d’Azione, coadiuvato in questo dal Partito liberale: nella pratica, almeno fino a giugno[32], le organizzazioni dei diversi partiti conducevano le proprie azioni militari in modo autonomo, nel rispetto delle direttive politiche del CLN che poi veniva informato a  operazioni già avviate o già concluse. Questo era soprattutto vero per il Partito Comunista e per il Partito d’Azione. Specificamente rispetto a quest’ultimo, le sue attività di sabotaggio comprendevano l’abbattimento di pali e il taglio di cavi telefonici e telegrafici, soprattutto delle linee di rilevanza nazionale, la disseminazione di chiodi tricuspidali[33] sulle strade, il saccheggio di magazzini fascisti di armi e vettovaglie e anche lo spostamento della segnaletica stradale per disorientare le truppe tedesche. Per gli attentati contro obiettivi individuali e per le operazioni di sabotaggio con esplosivi, svolte soprattutto fuori dall’ambiente urbano, il Partito d’Azione poteva contare sulla squadra di Biso.

Uno dei problemi più rilevanti per le formazioni partigiane era proprio il reperimento delle armi necessarie a sostenere la lotta antifascista. Le bande operanti lontano dai centri urbani e dalle grandi vie di comunicazione generalmente venivano rifornite attraverso aviolanci alleati, con una frequenza più o meno regolare; più complesso risultava, invece, il rifornimento delle bande attive nelle vicinanze della città e delle squadre clandestine urbane. Per garantire queste operazioni era imprescindibile mantenere contatti costanti con il comando alleato, preferibilmente mediante missioni radio, al fine di definire e organizzare in ogni suo dettaglio il rifornimento. A questa esigenza rispondeva il servizio CO.RA. (Commissione Radio) del Partito d’Azione fiorentino[34], nato nel settembre 1943 con compiti di collegamento, informazione e intelligence militare.

Accanto alle comunicazioni radio, un ruolo essenziale – che finirà intrecciandosi con le vicende di Orlandi – era svolto dalla raccolta di informazioni militari e dal controspionaggio. Le notizie raccolte dalla rete clandestina venivano trasmesse al CLN e, una volta verificate, potevano essere comunicate agli Alleati. In questo contesto, il servizio CO.RA. operava in stretta collaborazione con Maria Luigia Guaita, responsabile di un altro ufficio fondamentale del Partito d’Azione, ovvero quello del servizio di falsificazione documenti: Guaita si occupava di procurare documenti d’identità, permessi di circolazione, licenze e congedi militari, oltre a tessere e altri documenti relativi alle organizzazioni del lavoro tedesche (nello specifico, Todt e Spear), strumenti indispensabili per consentire ai membri della rete clandestina di spostarsi e agire senza destare sospetti.

Albo Orlandi

La rete di collegamenti del Partito d’Azione consentì inoltre di entrare in contatto con la missione radio Rutland, affidata a Domenico Azzari, agente dello Special Operations Executive britannico (SOE) paracadutato nella zona di confine tra Lunigiana e Lucchesia e successivamente impegnato nella gestione e nella distribuzione di aviolanci alleati destinati alle formazioni partigiane toscane. I contatti con Azzari furono tenuti proprio dalla Guaita, con la collaborazione anche della partigiana viareggina Vera Vassalle[35], e grazie a ciò fu possibile organizzare, sotto la responsabilità di Marx Boris, il primo aviolancio sul Monte Giovi, nella notte del 14 febbraio, dal quale vennero recuperate ingenti quantità di armi e munizioni.

E proprio al lancio di Monte Giovi prese parte anche Albo Orlandi, un lancio molto importante giacché contribuì a trasportare e suddividere il materiale nei depositi fiorentini ubicati in Via Guicciardini e in Viale dei Mille[36].

Il Monte Giovi è una montagna del Mugello di circa 1.000 metri di altezza che si trova proprio a sovrastare le città di Rufina, Dicomano e Borgo S. Lorenzo. La scelta del luogo, come racconta lo stesso Boris, era stata possibile grazie all’esame delle carte dell’Istituto Geografico Militare: «Cercammo dei posti, in montagna, dove avremmo potuto far fare dei lanci: sulle carte si prendevano le coordinate e si trasmettevano a Brindisi. Poi abbiamo convenuto delle frasi, che avrebbero dovuto essere trasmesse da Radio Londra la sera alle otto, dopo il notiziario. Radio Londra era la nostra principale, per non dire sola, fonte di notizie; tutte le sere alle otto si ascoltavano notizie e messaggi. Sempre in gran segreto.»[37] Le condizioni meteorologiche resero tuttavia particolarmente difficile l’attesa, già gravosa per chi era costretto a vivere nascosto nei boschi: le abbondanti nevicate avevano ricoperto il pianoro individuato per l’operazione.

Fu lo stesso Facca, alla fine di gennaio, a ordinare a Orlandi di raggiungere il gruppo di Boris sul Monte Giovi. Gli indicò di arrivare in treno a Rufina e di proseguire poi a piedi fino ad Acone, dove avrebbe potuto fare riferimento al parroco del paese, don Egidio Brogi. La località costituiva un punto di appoggio per chi si sottraeva alla cattura e cercava di raggiungere le formazioni resistenziali. Questo villaggio, sopra Pontassieve, era uno dei maggiori centri di raccolta e di smistamento: fondamentale fu il sostegno della comunità giacché, nonostante le condizioni di povertà, le famiglie del paese contribuirono all’accoglienza e all’assistenza dei ricercati, mentre il pievano si adoperò per procurare loro risorse e alloggio.

Dopo due giorni di cammino nella neve, Orlandi riuscì a raggiungere Boris che si trovava insieme ad altri tre compagni, “Lupo”, Radovich e Dragovic, questi ultimi due ex prigionieri slavi che avevano scelto di unirsi alla lotta contro il nazifascismo. Il gruppo di Boris era composto da uomini provenienti da diverse località del Mugello e da Firenze: «Ogni volta che c’era il messaggio – racconta Boris[38]  – ci ritrovavamo tutti in una capanna vicino al campo. Chi veniva da Borgo San Lorenzo, chi da Vicchio e chi da Ronta, il Mugello era ben rappresentato, chi da Firenze, un architetto, Riccardo Gizdulich, detto il capitano “Anselmi” che poi ha largamente contribuito alla ricostruzione del Ponte a Santa Trinità, Giuseppe Messini, operaio della Galileo, Sirio Biso, ex combattente spagnolo, Albo Orlandi, maestro maremmano, il mio futuro (ma non ci si immaginava ancora) cognato Mario Feistmann, tutti rigorosamente volontari.» A loro, ogni sera il parroco di Acone faceva arrivare un piatto di minestra calda, mentre i viveri venivano acquistati presso alcuni contadini che abitavano in due case, situate proprio sul crinale del monte[39].

Nel frattempo, l’attesa dei segnali radio continuava. I collegamenti radiofonici, del resto, seguivano una procedura rigorosa. I messaggi speciali trasmessi da Radio Londra costituivano il segnale attraverso il quale i partigiani potevano conoscere l’avvicinarsi dell’operazione. Come anche Orlandi ricorda, le parole convenute per il gruppo erano tre: «le foglie non volano», «le foglie volano» e «Dante e Petrarca».

Orlandi ricorda che per quattro o cinque giorni il gruppo rientrò al campo deluso per non aver ricevuto le parole convenute. Soltanto il 5 o il 6 febbraio[40] arrivò il messaggio «le foglie non volano», che comunicava l’impossibilità di procedere a causa delle condizioni atmosferiche contrarie. La stessa situazione si ripeté nei giorni successivi. Finalmente, la sera del 10 o dell’11 febbraio, secondo il ricordo di Orlandi, giunse il messaggio «le foglie volano», che preannunciava l’imminenza dell’operazione; ma la gioia esplose il 13 febbraio quando fu ricevuto il messaggio «Dante e Petrarca»: era giunto il momento di tenersi pronti.

Rientrati al campo, i partigiani ricevettero da Boris le istruzioni per predisporre il terreno: alcune lampade rosse dovevano essere collocate a intervalli sul pianoro, così da indicare all’aereo la direzione del lancio; Boris avrebbe inoltre utilizzato una potente lampada elettrica a pulsante per trasmettere in codice Morse la lettera F[41]. Ai lati del pianoro venne predisposto un accurato servizio di vigilanza. Le abbondanti nevicate e le difficoltà logistiche rendevano particolarmente complessa la preparazione, dalla quale dipendeva la buona riuscita dell’aviolancio.

«Ero proprio io di guardia – così racconta Orlandi – quando alle 2 precise (…)[42] udii molto in alto il caratteristico rumore dei quadrimotori americani e contemporaneamente, nel silenzio della notte, si udì anche l’ululato delle sirene di allarme dei paesi posti in basso. L’aereo cominciò a volteggiare per tre volte sempre più basso su di noi mentre noi avevamo acceso sul pianoro le lampade rosse. Improvvisamente un grosso uccellaccio passò ad una altezza di non più di cento metri dalle nostre teste ed un rumore assordante ed una folata di vento spazzò il cielo mentre dal ventre dell’aereo si aprirono nel cielo 15/16 paracaduti[43] appesi ai quali vi erano lunghi e grossi involucri che io, nell’euforia del momento, pensai fossero paracadutisti alleati. (…) I paracaduti lentamente si afflosciarono quasi tutti sul nevoso pianoro mentre tre rimasero impigliati fra i rami degli alberi vicinissimi al pianoro stesso. La raccolta dei contenitori assai pesanti durò per tutta la notte aiutati però da una ventina di giovani e robusti partigiani di una brigata garibaldina assai vicina al posto[44]. Nella capanna-seccatoio furono trasportati ed aperti contenitori abbondanti di materiale bene accatastato: “sten” smontati, esplosivo plastico simile al pongo, rotoli di miccia, bombe a pigna, tre quattro bidoncini ricolmi di proiettili, alcuni mitragliatori smontati ed anche generi di conforto come abbigliamento intimo pesante, scarponi, molta cioccolata e scatolette di carne in conserva simile alla nostra carne simmental.»[45]

Il materiale recuperato comprendeva dunque armi, munizioni, esplosivi ed equipaggiamento, oltre a generi alimentari e indumenti. Una parte venne nascosta sul monte, sotterrata insieme ai paracaduti[46], in attesa di poter essere utilizzata; una quantità minore fu invece trasferita clandestinamente a Firenze. Per il trasporto vennero impiegate automobili e camioncini camuffati, accompagnati da documenti tedeschi falsificati, nella speranza di superare i controlli senza destare sospetti.

Il materiale destinato alla città fu depositato in diversi nascondigli predisposti dal Partito d’Azione, tra cui un magazzino in via Guicciardini e uno in viale dei Mille.

L’operazione Monte Giovi si era così conclusa e Orlandi rientrò a Firenze[47].

Il ritorno in città lo riportò nel clima sempre più rischioso della clandestinità antifascista. Le attività di sabotaggio e il rafforzamento delle reti resistenziali erano contrastati dalle forze nazifasciste anche attraverso informatori e infiltrati, impiegati per individuare persone, collegamenti e luoghi utilizzati dalla Resistenza, attività in cui stava diventando sempre più specializzato il reparto guidato da Carità, sviluppando una rete investigativa particolarmente aggressiva contro gli antifascisti fiorentini.

Sirio Biso

La Banda Carità cambiò più volte sede nel corso della sua attività. Il suo insediamento più noto fu il palazzo di via Bolognese 67, passato alla memoria cittadina con il nome di “Villa Triste”, dove gli uomini di Carità svolgevano interrogatori, in modalità semplice o con torture[48]. La struttura disponeva di squadre incaricate degli interrogatori, degli arresti e dei rastrellamenti, di informatori e di uomini addetti alla custodia dei prigionieri. Tra le squadre era nota quella di Mario Perotto, chiamata anche «squadra della labbrata», per i metodi violenti impiegati contro gli arrestati.

L’azione della Banda Carità si incrociò drammaticamente con quelle di Orlandi e dei suoi compagni, colpendo direttamente la rete clandestina legata all’aviolancio di Monte Giovi. Il 26 febbraio 1944 gli uomini del reparto raggiunsero il magazzino di via Guicciardini; il 4 marzo fu coinvolto anche quello di viale dei Mille. Un ruolo determinante fu svolto da Aldo Citenni detto “Occhio”, infiltrato tra i partigiani[49], le cui informazioni avrebbero consentito agli uomini di Carità di individuare i depositi.

Nel magazzino di via Guicciardini venne sequestrato un ingente quantitativo di armi e materiale esplosivo, oltre a una linotype utilizzata per stampare il giornale clandestino La Libertà, di cui fu rinvenuta anche la tiratura del sesto numero. La scoperta dei depositi rappresentò un duro colpo per l’organizzazione resistenziale fiorentina: il materiale ottenuto con l’aviolancio, destinato a sostenere la lotta clandestina, diventò così una delle prove attraverso le quali la repressione nazifascista riuscì a colpire la rete che ne aveva organizzato il recupero e la distribuzione.

Le informazioni fornite da Citenni contribuirono a innescare una vasta operazione repressiva contro la rete clandestina fiorentina, che portò all’arresto di Max Boris e di Ottorino Orlandini, entrambi sottoposti a torture durante la detenzione[50]. Boris fu internato nel campo di Fossoli e successivamente deportato a Mauthausen, dove riuscì a sopravvivere grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca che gli consentì di svolgere mansioni di traduzione, mentre la sua robusta costituzione fisica, maturata anche attraverso l’esperienza alpinistica, gli permise di resistere alle condizioni estreme della prigionia. Ottorino Orlandini, che aveva partecipato come volontario alla guerra civile spagnola nelle formazioni antifasciste[51], era rientrato in Italia dopo l’8 settembre 1943, assumendo un ruolo di rilievo nell’organizzazione militare del Partito d’Azione. Riuscì a evadere dal carcere nel giugno 1944, approfittando della confusione provocata da un bombardamento aereo, e tornò a unirsi alla lotta partigiana.

Nonostante i colpi inferti alla rete clandestina, Orlandi continuò a partecipare alle operazioni di sabotaggio insieme al comandante Rio. Tra gli obiettivi delle azioni figuravano anche gli uomini del Reparto Speciale, in particolare il Maggiore Carità contro il quale era stato organizzato il piano per la sua eliminazione. Nella notte tra il 28 e il 29 febbraio 1944 (anno bisestile), tuttavia, fu lo stesso Orlandi a essere arrestato. Rio riuscì a fuggire gettandosi dalla finestra; per Orlandi, invece, non ci fu possibilità di scampo.

Nella dichiarazione scritta per il processo contro la Banda Carità, Orlandi ricostruì l’episodio dell’arresto: al suono del campanello, lui e Rio pensarono che potesse trattarsi di qualche compagno ricercato, in particolar modo dei coniugi Facca o Bicchierai, gli unici, insieme a loro, a conoscere il nascondiglio presso la pensione Cortese. Quando Biso aprì la porta, si trovò invece davanti tre individui in borghese con le rivoltelle puntate: «Al che Biso, con una mossa fulminea – ricorda Orlandi – puntava a sua volta la rivoltella mentre gli altri a questo gesto inaspettato fuggivano rapidamente»[52]. Solo durante l’interrogatorio Orlandi avrebbe appreso che le armi degli aggressori erano in sicura. I militi riuscirono comunque a entrare nell’appartamento, dove Orlandi era rimasto solo, non essendo riuscito a seguire Rio nella fuga perché ancora svestito. Convinti che fosse Biso, da tempo ricercato, iniziarono a colpirlo con calci e percosse, anticipando le violenze che lo avrebbero atteso nei giorni successivi. Durante la perquisizione rinvennero armi, bombe a pigna, manifestini antifascisti che esortavano i giovani a sottrarsi alla chiamata alle armi e a raggiungere le bande partigiane, nonché un cliché già composto e pronto per le rotative di una tipografia clandestina, che Orlandi aveva prelevato il giorno precedente dall’abitazione di Maria Luigia Guaita. Chiarito l’equivoco, Orlandi giustificò la propria presenza a Firenze dicendo di dover assistere la sorella malata e di essere giunto nell’appartamento su indicazione di un uomo incontrato in un ristorante. Nonostante le percosse, si rifiutò di rivelare dove fosse nascosto Biso. I militi lo ammanettarono e lo condussero in strada. Qui Orlandi vide un altro uomo, fatto chiamare dai fascisti. Temendo inizialmente che fosse Rio nel frattempo catturato, non riuscì a riconoscerlo subito a causa dell’oscurità. Notò però la confidenza con cui si muoveva insieme ai militi e l’assenza di segni di violenza o maltrattamenti, circostanze che gli fecero dubitare che fosse stato appena interrogato. Fu solo al Parterre, nonostante i suoi tentativi di nascondersi dietro ad un milite, che Orlandi riconobbe di chi si trattava: era Niccoli, detto “Bicchierai” o Baccheris”[53]. Il ricordo di quell’uomo e il sospetto del suo coinvolgimento nella repressione rimasero impressi nella memoria di Orlandi durante tutta la detenzione. Fu proprio il nome di questo delatore quello che pronunciò quando, nel carcere delle Murate, intravide Boris, per l’ultima volta.

Alle prime luci del mattino, dal Parterre Orlandi fu trasferito in via Bolognese, nella famigerata “Villa Triste”. Qui fu subito interrogato dal Maggiore Carità, interessato principalmente a ottenere informazioni su Biso. Orlandi mantenne l’alibi già fornito, senza cedere nemmeno questa volta davanti alle continue botte[54]. La giornata trascorse tra interrogatori e soste in celle nel sotterraneo e solo in serata fu condotto al carcere delle Murate, dove venne rinchiuso in una cella all’ultimo piano. Era il 29 febbraio 1944. Qui, “isolatissimo da tutti”, Orlandi aveva il solo pensiero di resistere e di non contraddirsi, ripetendo mentalmente il suo alibi in ogni singolo passaggio. Dopo due giorni, subì un nuovo interrogatorio e altre percosse. Per venti giorni non venne più interrogato, ma la tregua si interruppe nel momento in cui lo sentirono pronunciare il nome di “Bicchierai” a Boris[55], intravisto in carcere. A interrogarlo questa volta, tuttavia, fu il commissario Edmondo Zanti[56], il quale contestò il suo alibi e gli riferì che lo avevano sentito pronunciare quel nome al “Poggi”, alias Max Boris: per loro era la prova che non poteva essere estraneo all’organizzazione clandestina. Orlandi negò nuovamente ogni coinvolgimento, sostenendo che probabilmente si trattava di un altro detenuto. Di fronte a queste ferme dichiarazioni, Zanti concluse che ulteriori violenze non sarebbero servite a ottenere una confessione.

Trasferito al sesto braccio delle Murate[57], Orlandi fu rinchiuso insieme ad altri detenuti, in gran parte politici. Qui incontrò Mario Spinella, studente e militante del partito comunista, che gli confermò il tradimento di Niccoli[58], ormai divenuto uomo di fiducia delle milizie nazifasciste. Tra i detenuti vi era anche Edoardo Fallaci, rinchiuso in una cella adiacente alla sua, e Ottorino Orlandini con il quale ricordava – come a voler tenere vivi i ricordi affinché non si perdesse nessun dettaglio – il violentissimo pestaggio che aveva subito dalla Banda Carità. Inoltre, proprio nella sua cella, era rinchiuso Adriano Gozzoli, partigiano che una notte fu prelevato di cella e insieme ad altri due, loro renitenti alla leva, venne fucilato all’alba del 3 maggio a Campo di Marte.

Alle Murate Orlandi trovò anche Cesare Lipparini[59], un giovane proveniente da Massa Marittima, nel cuore della Maremma, con il quale si chiamava dalla cella, forse per sentire la sua terra più vicina.

Per Orlandi il periodo compreso tra la fine di aprile e il mese di maggio fu il più duro della sua detenzione: la tensione e la paura erano continue visto che «schiere di detenuti venivano prelevati ed inviati ad ignota destinazione»[60]. A rendere ancora più pesante il clima contribuì la notizia dell’uccisione di Giovanni Gentile, presidente dell’Accademia d’Italia, assassinato a Firenze il 15 aprile 1944 dal gappista comunista Bruno Fanciullacci, fatto che aumentò il timore di possibili rappresaglie contro i detenuti antifascisti. Alla fine di maggio, inoltre, la gestione del carcere delle Murate passò direttamente sotto il controllo delle SS tedesche.

Ai primi di giugno, secondo la testimonianza rilasciata da Orlandi all’Alto Commissariato per l’epurazione[61], nella sua cella arrivò Citenni che riferì dell’arresto di Niccoli, avvenuto lo stesso giorno della perquisizione in via Guicciardini: Orlandi manifestò perplessità rispetto al racconto dell’ex compagno e l’impressione fu che anche l’arresto si trattasse di una messinscena volta ad ingannare gli ex compagni e a occultare l’effettiva attività collaborazionista.

Intorno alla metà di giugno, mentre in Maremma l’avanzata alleata, con il supporto dei partigiani e della popolazione, metteva progressivamente in difficoltà le forze nazifasciste, i detenuti politici del sesto braccio furono prelevati dalle celle e fatti salire su tre camion, scortati da un consistente dispositivo armato[62]. Il convoglio lasciò Firenze ma, dopo circa un’ora di viaggio, i prigionieri furono fatti scendere a Prato e rinchiusi all’interno del Castello dell’Imperatore, allora sede della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR). È possibile che si trattasse soltanto di una tappa intermedia, prima del trasferimento a Fossoli e della successiva deportazione nel lager di Mauthausen.

Il 26 giugno Orlandi e altri tre compagni riuscirono a evadere, calandosi con una corda lungo il terrapieno e schivando i colpi esplosi da due soldati che si erano accorti della fuga. I quattro trovarono inizialmente riparo in un opificio abbandonato, per poi raggiungere Campi Bisenzio, territorio caratterizzato da una significativa presenza antifascista. Qui Orlandi fu accolto dai fratelli Ballerini, che avevano perso un fratello caduto sui monti della Calvana[63].

Appena tornato libero, Orlandi provò a ristabilire i contatti con i compagni di “Giustizia e Libertà”, senza successo; quindi, cercò di rimettersi in comunicazione con l’organizzazione di Max Boris, inviando un messaggio scritto ai Facca. La stessa Silvia[64], però, al timore di un tranello, sintomatico di quanto la tensione aleggiasse tra gli antifascisti alla luce dei traditori che erano circolati tra le fila del Partito d’azione, rispose al latore del messaggio di non conoscere tale Orlandi e di non aver mai avuto rapporti con lui.

Orlandi raggiunse così il Mugello, dove si unì a quella che, di lì a pochi giorni, sarebbe diventata la brigata garibaldina “Bruno Fanciullacci”, già attiva nella zona compresa tra Monte Tre Croci e Monte Morello. Per lui riprese la vita partigiana, segnata dalla necessità di sfuggire ai continui rastrellamenti nazifascisti e dalla persistente scarsità di armi: «Le azioni della banda – dichiara Orlandi – consistevano in improvvise imboscate notturne sulla via Bolognese transitata da autocarri tedeschi con le quali ci procuravano armi e viveri; Assalto alle caserme dei carabinieri sempre allo scopo di procurarci armi.»[65]

Tra gli episodi ricordati da Orlandi vi è il combattimento sulle pendici del Monte Morello, a metà luglio 1944[66]. Lo scontro, riconducibile alla battaglia della Fonte dei Seppi nota anche come battaglia degli Scollini, fu particolarmente violento e si protrasse per oltre tre ore, fino alla ritirata dei partigiani, con la perdita di alcuni compagni.

Il 14 agosto una staffetta portò alla banda la notizia della liberazione di Firenze da parte delle brigate partigiane attive nell’Oltrarno. La brigata “Bruno Fanciullacci”, di circa 150 uomini, si radunò allora sul Monte Morello e, pochi giorni dopo, scese a Sesto Fiorentino, contribuendo alla liberazione della città prima dell’arrivo delle truppe alleate, che raggiunsero la zona soltanto il 1° settembre.

Con lo scioglimento della brigata, Orlandi fece ritorno a Firenze e nella sede del Partito d’Azione, in piazza d’Azeglio n. 36, ritrovò i compagni della lotta clandestina: Tristano Codignola, Sirio Biso, Carlo Furno, Marco Ramat, Giorgio Spini, Paolo Barile, Maria Luigia Guaita, Margherita Fasolo. Fu da loro che apprese che Boris era stato trasferito al campo di concentramento di Fossoli; nessuno, tuttavia, sapeva ancora della sua successiva deportazione a Mauthausen. A Firenze Orlandi ritrovò anche Edoardo Fallaci, che lo ospitò per alcuni giorni nella propria abitazione. Fu in quell’occasione che conobbe la moglie e le figlie, tra cui Oriana, allora studentessa liceale. Nerina, la seconda figlia di Fallaci, si recò in bicicletta a prendere Licia, la sorella di Orlandi, e insieme i due fecero ritorno a Gavorrano.

Dopo mesi di assenza, Orlandi poté così fare ritorno al paese natale, dove ritrovò una comunità profondamente segnata dalla guerra e dalla Resistenza. Qui fu accolto dalla popolazione in festa e nominato presidente del CLN del paese.

_____

Note

[1] Pieri Piero, La storiografia italiana relativa al 25 luglio e all’8 settembre, Testo della relazione svolta al Convegno su «Forme e metodi dell’occupazione nazista in Italia» organizzato dall’Amministrazione provinciale di Roma (23-24 ottobre 1964), p. 4.

[2] Si veda Pera Lorenzo, «La guerra non è perduta»: la ripresa fascista tra strategie di mobilitazione e mancato consenso, in Campagna Stefano e Turbanti Adolfo (a cura di), Antifascismo, guerra e Resistenze in Maremma, ISGREC Quaderni 08, Edizioni Effigi, 2021, pp. 133-143.

[3] Cfr. Chiamata di alcune classi in varie province dell’Italia Centrale, «La Nazione» del 21 settembre 1943.

[4] Pera, La guerra non è perduta, p. 134.

[5] Cfr. Ordini del giorno, in Susmel Edoardo e Susmel Duilio (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, vol. XXXII, La Fenice, Firenze, 1960, p. 231.

[6] La repressione della renitenza si inasprì con il cosiddetto “Bando Graziani” del 18 febbraio 1944, che prevedeva la pena di morte «mediante fucilazione al petto» per i renitenti alla leva e i disertori nei casi previsti dal decreto. Tra gli studi dedicati si veda Battistelli Pier Paolo, Storia militare della Repubblica sociale italiana. Le forze armate della RSI. Nascita, sviluppo, organizzazione e la loro sorte nel dopoguerra, Amazon Italia Logistica, Torrazza Piemonte, 2020.

[7] Cfr. Ordine di chiamata alle armi, «La Maremma», 18 dicembre 1943. Si veda anche Grilli Marco, Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia, Isgrec-Effigi, Arcidosso, 2014.

[8] Archivio dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito [AUSSME], I-1, b. 10, f. 130, 49° Comando Militare Provinciale, Situazione sulla chiamata alle armi dei militari delle classi 1923-1924-1925 per conto dell’Esercito, 18 febbraio 1944.

[9] Si ricordi, a titolo d’esempio, la protesta di Montieri mossa da più di cento donne il 20 gennaio 1944 per richiedere il rilascio dei genitori di alcuni renitenti alla leva catturati come riscatto che causò la morte di un giovane tredicenne e di un minatore colpito a morte. Per approfondire si veda Grilli Marco, Montieri, 20 gennaio 1944, in Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2276

[10] Cfr. Pera, La guerra non è perduta, p. 143.

[11] Dal Rapporto informativo del Corpo Volontari della Libertà, Divisione “Giustizia e Libertà”, nel quale è riconosciuta l’attività di Orlandi durante l’aviolancio di Monte Giovi, nel successivo trasporto delle armi ai magazzini di via Guicciardini e di viale dei Mille a Firenze, nonché negli appostamenti per la tentata eliminazione di Carità. Archivio Albo Orlandi (d’ora in poi AAO), conservato presso l’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea (ISGREC).

[12] Nel Rapporto informativo del CVL si riferisce che Giancarlo Facca facesse parte del “Comitato militare interpartiti”, in AAO.

[13] «c’erano i comunisti che erano i più compatti, seguivano gli azionisti, pochi democristiani, pochissimi i socialisti ed i liberali. In questo Comitato generalmente c’era un rappresentante politico e un rappresentante militare.», Boris Max, Al tempo del fascismo e della guerra. Racconto della vita mia e altrui, a cura di Neri Serneri Simone, Polistampa, Firenze, 2006, p. 47. Per approfondire si veda Francovich Carlo, La Resistenza a Firenze, La Nuova Italia editrice, Firenze, 1974 ed Enriques Agnoletti Enzo, La politica del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, «Il Ponte», n. 5, agosto 1945, pp. 414-429.

[14] Si veda il proclama del Comitato interpartiti all’indomani dell’armistizio: «Nell’ora grave che il popolo italiano attraversa, tutti quanti sentono l’amore del proprio paese, debbono stringersi per l’estrema salvezza di questo e per la difesa della libertà. Difesa contro coloro che – incuranti della condanna morale che il popolo italiano ha per essi inesorabilmente pronunciata – tentano impossibili e grottesche resurrezioni; Difesa contro gli attacchi da qualsiasi provenienza. Essi invitano perciò gli italiani tutti ed in particolare i lavoratori a stringersi attorno ai soldati d’Italia e cooperare con essi: restino pertanto i loro posti di lavoro; e laddove si tenti di impedire o si impedisca o si sia impedita all’opera delle autorità responsabili, resistano ed usino i mezzi a loro disposizione per contrastare la prepotenza di ogni eventuale nemico.», Francovich, La Resistenza a Firenze, p. 38

[15] Con la riorganizzazione degli apparati di sicurezza della Repubblica Sociale Italiana, la 92ª Legione confluì nella Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), annunciata nel novembre 1943 e formalmente istituita l’8 dicembre, attraverso la fusione della M.V.S.N. con l’Arma dei Carabinieri e il Corpo di Polizia dell’Africa Italiana.

[16] In realtà Carità fu trasferito a Firenze da Milano nel 1936, poi partecipò alla spedizione in Albania e in Grecia. Dopo l’esperienza fiorentina Carità fu trasferito a Padova e qui portò avanti la sua politica poliziesca repressiva. Per un approfondimento si veda Caporale Riccardo, La “Banda Carità”. Storia del Reparto Servizi Speciali (1943-45), Edizioni S. Marco Litotipo, Lucca, 2005.

[17] Lo stesso nome è utilizzato dalla Corte Straordinaria d’Assise di Padova che celebrò il primo processo nell’ottobre 1945. Cfr. Caporale Riccardo, La Banda Carità. Storia del Reparto Servizi Speciali, in www.toscananovecento.org https://www.toscananovecento.it/custom_type/la-banda-carita-storia-del-reparto-servizi-speciali-1943-1945/

[18] AAO, Lettera a Max Boris del 15 ottobre 1995.

[19] Nella lettera a Boris, Orlandi riporta il nome di Rita Facca ma sembrerebbe un refuso, confondendo probabilmente con Margherita “Rita” Fasolo.

[20] Orlandi ignorò la vera identità di Rio per molto tempo, sapeva solo che aveva combattuto come volontario nella Guerra di Spagna e che fu catturato nel 1938, trascorrendo un periodo a Ventotene.

[21] Fusi Francesco, Cospiratore in Francia, guerrigliero in Spagna, partigiano in Italia: per una biografia transnazionale dell’antifascista libertario Sirio Biso, in «Spagna contemporanea», XXXIV, n. 67, 2025, pp. 59-82, pp.76-77.

[22] Sarà la più stretta collaboratrice di Codignola nell’organizzazione politica cittadina del Partito d’Azione.

[23] Maria Luigia Guaita era un’importante “staffetta” o meglio “ufficiale di collegamento” tra i vari settori dell’organizzazione, ma svolgeva anche incarichi di carattere militare e sovrintendeva al servizio dei timbri e delle tessere false.

[24] Questo dettaglio è riportato nella dichiarazione rilasciata da Orlandi il 21 marzo 1946 all’Alto Commissariato per l’epurazione, in AAO.

[25] AAO, Testimonianza al nipote, p. 3.

[26] Il CLN, nato il 9 settembre 1943 dal Comitato centrale delle opposizioni, il 16 ottobre 1943 propose di costituire un governo straordinario composto dalle forze politiche che avevano costantemente lottato contro la dittatura fascista e che fin dal 1939 si erano schierate contro la guerra nazista. Da questo momento il CLN si assunse la responsabilità di guidare la lotta di liberazione in modo autonomo.

[27] Per l’intero testo della decisione si veda Francovich, La Resistenza a Firenze, p. 85 e Agnoletti Enriques, La politica del Comitato, p. 418.

[28] Il comando militare nacque su iniziativa del Partito d’Azione e del Partito Liberale, cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, pp. 83-86.

[29] Per un approfondimento si veda Gentile Emilio, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, Roma-Bari, 2002.

[30] Qui si riporta, a dimostrazione del legame endemico con la natura del regime, la lettera inviata da Carità a Mussolini il 14 dicembre 1943: «Le pressioni esercitate dai soliti ex massoni, dalle solite contesse nei salotti le esagerazioni portate dalla fantasia italiana, molto ricca in proposito, dalla bastonatura che diventa omicidio, agli schiaffi che diventano tortura, sono argomenti all’ordine del giorno che portano i capi delle provincie alla repressione di tutte quelle che possono essere le energie nazionali, quelle energie, Duce, che Voi non potete avere dimenticato che nel 1919, 1920, 1921, 1922 Vi hanno messo in condizione di diventare il Capo della Patria.», in Oliva Gianni, L’ombra nera. Le stragi nazifasciste che non ricordiamo più, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007, p. 160.

[31] Cfr. Enriques Agnoletti, La politica del Comitato, p. 422.

[32] Si formò così il Corpo Volontari della Libertà il 9 giugno 1944.

[33] Tali chiodi venivano fabbricati in un numero dalla Ferrero, fabbrica con cui fu avviata un’intensa attività di collaborazione sia con la maestranza sia con i dirigenti per conseguire il comune obiettivo della lotta antifascista. Cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, p. 158.

[34] Per un approfondimento si veda Fusi Francesco, Il servizio Radio CO.RA. e il suo contributo alla lotta di Liberazione, https://www.toscananovecento.it/custom_type/il-servizio-radio-co-ra-e-il-suo-contributo-alla-lotta-di-liberazione/

[35] Vassalle sarà una delle 19 donne insignite della Medaglia d’oro al Valor Militare.

[36] Cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, P. 168.

[37] Boris, Al tempo del fascismo, pp. 56-57.

[38] Boris, Al tempo del fascismo, p. 58.

[39] AAO, Lettera a Boris.

[40] Così nella testimonianza di Orlandi.

[41] AAO, Lettera a Max Boris, e Boris, Al tempo del fascismo, pp. 59-60.

[42] Si precisa che nella Testimonianza al nipote Orlandi riferisce le date del 13 e 14 febbraio, ma in realtà si trattò della notte tra il 14 e il 15 febbraio.

[43] Boris riferisce che la maggior parte dei presenti ne contò 21, in Boris, Al tempo del fascismo, p. 60.

[44] Orlandi riferisce che inizialmente erano loro cinque a provare a recuperare tutto il materiale lanciato, poi, dopo qualche ora, arrivarono in soccorso altre persone, tra cui alcuni uomini di un gruppo di partigiani comunisti che, appostati lì vicino, avevano capito quanto era avvenuto (potrebbe trattarsi del distaccamento garibaldino “Faliero Pucci” noto anche come “Stella Rossa”). Cfr. AAO, Lettera a Boris. Si vedano anche Fusi Francesco, Guerra e Resistenza nel fiorentino. La 22ª brigata Garibaldi Lanciotto Ballerini, Viella, Roma, 2021 e Tagliaferri Loriana, Monte Giovi nella Resistenza, in AA.VV., Monte Giovi: se son rose fioriranno, Polistampa, Firenze, 2012, pp. 375-433.

[45] AAO, Testimonianza, pp. 3-4. Anche Boris racconta della notte del lancio, si veda Boris, Al tempo del fascismo, pp. 59-60.

[46] Orlandi testimonia che fu sotterrato materiale bellico ben oleato, sia con i paracaduti sia con i contenitori nella abetaia adiacente al pianoro. In AAO, Testimonianza, p. 4.

[47] 20-21 febbraio 1944. Tornato in città, Orlandi passò a trovare la sorella ricoverata a Pratolino, con la quale festeggiò il suo ventiduesimo compleanno, il 23 febbraio 1944.

[48] Cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, pp. 88-89.

[49] «Aldo Citenni, che era un ragazzo giovane – debole di carattere, di spirito – che lavorava con noi, poi era stato arrestato e aveva spifferato tutto ed era passato dall’altra parte, si è messo la divisa fascista. Ha denunziato tutti quelli che poteva, poi è scappato ed è tornato con i partigiani. Io non l’avevo mai visto, ti assicuro: il giorno dell’arresto, durante il primo interrogatorio, c’è questo qui che dice: “È lui, è lui, sì, sì lo riconosco benissimo, era a Monte Giovi, c’ero anch’io…”. Io ho sempre negato di averlo mai visto, non facevo fatica, anche perché veramente non lo avevo visto, però il nome me lo sono segnato in testa. E il giorno dopo mia madre lo sapeva e, il giorno dopo ancora, lo sapeva anche Codignola. Questo ragazzo alla Liberazione è rientrato a Firenze coi partigiani, è stato riconosciuto ed è stato condannato. Condanna immediatamente eseguita. Uno dei pochi, credo, che furono passati per le armi in piazza S. Maria Novella.», Boris, Al tempo del fascismo, pp. 66-67.

Edoardo Fallaci, nella sua dichiarazione rilasciata il 10 aprile 1946 all’Alto Commissariato per l’epurazione presente in AAO, sostenne che Citenni fu introdotto da Niccoli stesso per portare avanti azioni di spionaggio.

Sulle responsabilità di Citenni si veda anche Caporale, La “Banda Carità”, pp. 105-106.

[50] Nell’AAO è presente la dichiarazione rilasciata da Ottorino Orlandini all’Alto Commissariato per l’epurazione, in data 16 aprile 1946.

[51] Orlandini aveva ricevuto una educazione seminariale tale che quando scoppiò la guerra civile in Spagna e decise di prendervi parte per combattere a fianco dei russi fu preso da una crisi di coscienza. Proprio per questa ragione espresse le sue perplessità in una lettera a Don Luigi Sturzo, il quale lo spinse a seguire la sua coscienza e a battersi per la causa dei popoli, anche a fianco di comunisti e anarchici. Fece parte prima della colonna “Giustizia e Libertà” agli ordini di Carlo Rosselli e poi del battaglione “Garibaldi” di Randolfo Pacciardi Cfr. Francovich, La Resistenza in Toscana, p. 169.

[52] Caporale, La “Banda Carità”, p. 106.

[53] La ricostruzione dell’arresto è stata possibile attraverso l’analisi della testimonianza rilasciata durante il processo Carità, in Caporale, La “Banda Carità”, p. 106, e quella all’Alto Commissariato per l’epurazione conservata in AAO.

[54] Tra i fascisti autori di queste violenze Orlandi riferisce di un giovane di bassa statura con viso un po’ butterato e accento inconfondibilmente napoletano che si distinse per crudeltà.

[55] «Guarda che il delatore è BICCHIERAI -, ricordati del bicchiere», AAO, Lettera a Boris.

[56] Zanti era l’anima nera dell’ufficio politico, già noto a tutti gli antifascisti fiorentini che avessero manifestato il loro dissenso nei confronti del regime di Mussolini ancor prima del 25 luglio 1943, mosso da una spiccata acredine, particolarmente rivolta contro i liberalsocialisti. Ora era profondamente legato a Carità, cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, pp. 57-58.

[57] Durante queste settimane Orlandi, grazie alla collaborazione di uno “scopino”, riuscì a far sapere alla madre, a Gavorrano che si trovava in carcere. Nella settimana di Pasqua la donna riuscì a fargli pervenire alcuni generi alimentari, che il figlio condivise con i compagni di cella, tutti provati dalla fame e dalle condizioni detentive. Qualche giorno dopo la madre, accompagnata da altre due figlie, riuscì ad incontrarlo grazie all’intervento dell’Ufficio Assistenziale del Partito d’Azione: e fu proprio in quella occasione che Orlandi apprese della morte del padre avvenuta il 14 febbraio.

[58] Si veda anche Boris, Al tempo del fascismo, p. 62. Nella testimonianza rilasciata all’Alto Commissariato per l’epurazione Orlandi riporta che lo stesso Spinella gli riferì di essere stato obbligato a battere a macchina il verbale dell’arresto del 26 febbraio e qui dovette proprio scrivere che «dietro informazioni fornite da Niccoli Bruno, detto Bicchierai alias Bacchelis [sic], è stata compiuta una perquisizione nel garage di proprietà di Max Boris dove venivano trovate armi ecc.», in AAO.

[59] Per le memorie di Lipparini si veda Cesare Lipparini, Partigiano portami via. Memorie di Resistenza nelle Colline Metallifere, a cura di Lipparini Maurizio, Effigi, Arcidosso, 2026.

[60] AAO, Testimonianza, p. 5.

[61] AAO, Dichiarazione all’Alto Commissariato.

[62] Si precisa che la data del 10 giugno è riportata nella Testimonianza al nipote conservata nell’AAO, ma la Direzione carceraria attesta la presenza di Orlandi presso le Murate fino al 21 giugno 1944.

[63] Il fratello caduto in combattimento cui fa riferimento Orlandi è molto probabilmente Lanciotto Ballerini, ucciso nella battaglia di Valibona, sui monti della Calvana, il 3 gennaio 1944. Nella lettera del 1995, Orlandi colloca l’episodio nel mese di novembre, in discordanza con le fonti storiche. Si veda anche

[64] Anche in questo caso, Orlandi riporta il nome di Rita, in AAO, Testimonianza.

[65] AAO, Ibidem.

[66] Nella Lettera a Boris, Orlandi riporta la data del 13 luglio, ma in realtà lo scontro avvenne il 14 luglio. Per approfondire si veda Fusi Francesco, «L’officina dei partigiani», www.toscananovecento.it https://www.toscananovecento.it/custom_type/lofficina-dei-partigiani/




Le ferite di Barberino Tavarnelle negli occhi dei cari. Interviste a Ugo Conti e Mirella Lotti

Tra Storia orale e memoria degli eccidi 

Cenni generali

Durante la Seconda Guerra mondiale, il territorio chiantigiano e la Val di Pesa subirono una violenza devastante: tra il luglio 1944 e la liberazione, si registrarono oltre 150 vittime civili. Per la resistenza tedesca, concentrata verso la Linea Gotica, l’area divenne un fronte nevralgico attraversato da 250.000 soldati della Wehrmacht.

La liberazione avvenne tramite una forza multinazionale (neozelandesi, maori, indiani e marocchini). Tavarnelle fu liberata il 23 luglio 1944 dagli alleati. Gli ultimi scontri nel territorio di Tavarnelle avvennero nel pomeriggio del 24 luglio. Dalla sera l’area era completamente liberata e non vi era più presenza di soldati tedeschi. Il 25 luglio 1944 le truppe neozelandesi uscirono da Tavarnelle ed entrarono nei territori di San Casciano e Montespertoli. Il 23 luglio venne liberata anche Barberino. Il 20 luglio 1944 le avanguardie alleate e i reparti speciali erano penetrati nel territorio comunale, occupando le prime frazioni collinari come Olena, Cortine e Petrognano.

Le truppe neozelandesi furono le vere protagoniste militare dello sfondamento della linea del fronte nel Chianti. Ne facevano parte i soldati della 2ª Divisione Neozelandese (composta sia da militari di origine europea sia da battaglioni Maori), guidati dal generale Bernard Freyberg. Pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, i neozelandesi combatterono casa per casa,  risalendo da sud, contro la tenace resistenza della Wehrmacht tedesca.

 

Le ferite del territorio, gli eccidi

L’uccisione di Desiderio Chiti e Corrado Conti. I ricordi del figlio Ugo Conti

Durante la ritirata, i tedeschi cercarono di punire e colpire, qui come altrove, anche i cittadini del territorio. La Toscana conta infatti molteplici eccidi e rappresaglie.

L’8 luglio 1944 [1] presso la casa di Gioacchino Forconi, vennero fucilati Desiderio Chiti (21/09/1889), operaio agricolo e Corrado Conti (22/07/1885), commerciante e proprietario di una tabaccheria.

Quel giorno, tre o quattro soldati tedeschi avevano infatti fatto irruzione nella casa colonica di Gioacchino Forconi nei pressi di Barberino Val d’Elsa. Qui vennero sorpresi Desiderio e Leopoldo Chiti, Pietro e Corrado Conti, i quali con la minaccia delle armi furono prelevati e fatti avviare a piedi lungo la strada. Alla distanza di circa 20 metri dall’abitazione, i tedeschi aprirono il fuoco, uccidendo Desiderio Chiti e Corrado Conti e ferendo Leopoldo Chiti. Tale uccisione fu forse programmata in relazione a un rastrellamento infruttuoso condotto pocanzi nella zona circostante allo scopo di ricercare renitenti e disertori. Ugo Conti, figlio di una delle vittime, oggi ultranovantenne, spiega la dinamica:

«Noi eravamo sfollati ad una casa colonica. Vennero dei tedeschi da Tignano. Passarono da questa casa colonica e sequestrarono tre o quattro uomini più giovani. Aspettate qui gli dissero. Si va a Barberino a cercarne altri per mandarli in Germania a lavorare. Questi si buttonno nei campi, nel granturco, dove non li vedevano. Fuggirono! Tornati i tedeschi si arrabbiarono e presero così tre vecchi (sessantenni, ndr.), che erano a sedere su una panca di legno all’ombra di una quercia. Era di luglio- come ricorda Ugo Conti-. Gli spararono.  Erano i soliti, forse, – sostiene – dell’eccidio di Pratale». A Pratale- mi ricorda Conti- li hanno trovati i responsabili[2].

Come ha scritto Fusi, la ricostruzione dell’episodio si basa prevalentemente su due denunce ai Carabinieri rese da Leopoldo Chiti il 29 marzo e il 5 aprile 1945. Nelle due testimonianze la versione dei fatti cambia però sensibilmente: nella prima Leopoldo sostiene che i militari tedeschi avevano sorpreso lui e il fratello Desiderio mentre si trovavano seduti sotto a un olivo, da dove erano stati fatti alzare e avviare sulla strada per poi essere oggetto poco dopo di mitragliamento. Nella deposizione del 5 aprile, invece, dichiara d’esser stato sorpreso dai militari mentre si trovava in compagnia del fratello Desiderio, di Corrado e Pietro Conti presso la casa colonica di Gioacchino Forconi, dalla quale erano stati fatti allontanare per essere poco dopo mitragliati.
Anche la località esatta in cui si compì l’uccisione non è precisa. Talvolta è indicata quella di “Novoli”, talaltra le testimonianze indicano un luogo detto “agli indiani”. In entrambi i casi la località si trova comunque nelle vicinanze dell’abitato di Barberino. Desiderio Chiti non morì immediatamente a seguito del mitragliamento, ma decedette poco più tardi presso l’Ospedale Naldini Torrigiani di Tavarnelle Val di Pesa. I responsabili furono individuati nella divisione Fallschirm-Jäger-Division della Luftwaffe [3].

 

Foto di Ugo Conti (classe 1932)

 

Conti ricorda le fatiche della mamma, rimasta sola, per crescerlo, tra le difficoltà della guerra e del dopoguerra. Nel 1944 anche la madre rimarrà ferita da una scheggia durante i bombardamenti: «gli indiani (esercito, ndr.) la portarono a Siena all’ospedale per curarla». Lui rimase così solo con uno zio. Ai drammi delle perdite si legano infatti le emozioni, le paure, le problematicità delle famiglie e di chi era rimasto senza un affetto e senza giustizia. Togliere un padre, un uomo, ad una famiglia nell’Italia del tempo voleva anche dire minarne la stabilità e l’autonomia.

 

Mirella Lotti e la strage di Pratale: il racconto commosso di una memoria che non si spenge

Nel luglio 1944, il 23, poche ore prima della liberazione, si consumò la strage di Pratale: un commando della 4ª Divisione Paracadutisti tedesca uccise 12 civili delle famiglie Gori, Cresti, Raspollini e Lotti. Mirella Lotti, oggi unica sopravvissuta, ricorda commossa:

«Pratale è stato quello che ci ha segnato la vita- racconta con voce rotta dall’emozione. La guerra prima, poi la miseria, poco mangiare, la paura, poi il 23 di luglio, non si può nemmeno descrivere- continua. Avevo 8 anni e mezzo[4]».

A Pratale, piccolo podere del comune di Tavarnelle Val di Pesa situato a circa metà strada tra l’Abbazia vallombrosana di San Michele a Passignano e l’abitato di Fabbrica, fin dalla mattina del 23 luglio 1944 erano in corso il ripiegamento tedesco verso la collina di Fabbrica e la contemporanea avanzata della 2ª Divisione Neozelandese verso Passignano. La zona era al centro di serrati combattimenti, rivelandosi un’area cruciale per la strategia tedesca di ritirata aggressiva. Nel podere di Pratale abitavano da giorni le famiglie contadine dei Gori, dei Cresti e dei Raspollini, alle quali si era aggiunta quella dei Lotti, sfollati dalla vicina località di Fabbrica.

La sera del 23 luglio, un gruppetto di tedeschi appartenenti alla 4ª Divisione Paracadutisti fece irruzione nell’abitazione, sorprendendo le quattro famiglie a cena. Vennero quindi separati gli uomini dalle donne e dai bambini. Mentre il gruppo delle donne veniva fatto allontanare in direzione di Fabbrica, gli uomini furono invece fatti entrare in un piccolo boschetto nelle vicinanze. Fu fatta eccezione però per Maurizio Raspollini e suo figlio Rino, che il padre teneva in braccio, perché malato, che i tedeschi fecero allontanare probabilmente nella stessa direzione presa dal gruppo delle donne. I dodici uomini introdotti nel boschetto vennero quindi fatti allineare e uccisi con ripetute raffiche di mitra. Un istante prima che i militari aprissero il fuoco, Giovanni Raspollini si gettò nella vegetazione, riuscendo in un primo momento a sfuggire all’esecuzione. Durante la fuga si imbatté però in altri soldati tedeschi che lo freddarono all’istante, a breve distanza dal luogo in cui si stava consumando la fucilazione degli altri contadini.

Giovanni Baldini, Cippo dell’eccidio di Pratale, in ResistenzaToscana, 12-12-2007, https://resistenzatoscana.org/monumenti/tavarnelle_val_di_pesa/cippo_dell_eccidio_di_pratale/

Ada Vermigli, madre di Mirella e moglie della vittima Giuliano Lotti, dichiarò in una deposizione rilasciata il 28 marzo 1944 alla stazione dei Carabinieri di Mercatale Val di Pesa che dopo la strage i tedeschi avevano prelevato tutto quello che avevano potuto dal podere di Pratale. Inoltre, sembra che ai fucilati di Pratale fossero stati sottratti anche i portafogli. Nel campo dove i corpi esangui erano stati trucidati, per anni, «l’erba crebbe più alta- ricorda Mirella Lotti. I tedeschi avevano infatti mirato verso le teste degli uomini- come tristemente ricorda Lotti- barbaramente uccisi- forse per lasciare incolumi i corpi, per poi rubarne quei pochi soldi che avevano nelle tasche e, per spregio-come se non bastasse- buttarli sui corpi quei pochi spiccioli[5]».

Giovanni Baldini, Cippo dell’eccidio di Pratale, in ResistenzaToscana.it https://resistenzatoscana.org/monumenti/tavarnelle_val_di_pesa/cippo_dell_eccidio_di_pratale/

«La mia mamma- all’epoca ventottenne-  non voleva lasciare il mi babbo. Ricordo quando il tedesco mi buttò in terra». Lei, bambina, era infatti in collo al padre, quando venne catturato. Donne, bambini e vecchi furono portati via. La zia Sandrina- sorella del babbo- la raccattò di terra, dopo che il tedesco l’aveva separata bruscamente dal padre. Passarono la notte in un rifugio. C’era anche un ragazzo malato di tifo che stava molto male-ricorda. Poi furono condotti in una cantina a Badia a Passignano.

«Ti manca un affetto che te ne ricordi per tutta la vita, non ce ne si può scordare», mi ripete, commossa.

 

Mirella Lotti, classe 1935 con la foto del padre. Immagine tratta dall’articolo, Stragi nazifasciste, 20 comuni contro il ricorso dell’Avvocatura, Rai News, 12 gennaio 2024, https://www.rainews.it/tgr/toscana/articoli/2024/01/stragi-nazifasciste-20-comuni-contro-il-ricorso-dellavvocatura-dcea4824-da21-4c69-af55-174db35122d1.html

 

Il dibattito storico oscilla tra l’ipotesi della delazione e quella della rappresaglia per il ferimento di un soldato tedesco. I familiari delle vittime sin dalla liberazione accreditarono l’ipotesi che la strage fosse avvenuta a seguito della delazione fatta ai tedeschi da Pasquale Lunghi, detto “il farinaio”, uno sfollato di Tavarnelle che era stato visto fraternizzare con i tedeschi e che nei giorni precedenti aveva litigato con gli uomini della famiglia Gori per una questione di bestiame. In realtà la responsabilità di Lunghi nell’episodio non è mai stata provata, giocano anzi a favore della sua innocenza alcuni certificati rilasciati al Lunghi dal CLN di San Casciano e comprovanti la sua buona condotta politica e morale. Lei stessa sulla questione sorvola, come a non voler dar colpe o rivangare verità scomode.

Testimonianze orali italiane e fonti militari riferiscono del ferimento di un soldato tedesco a opera di partigiani verificatosi qualche ora prima della strage nella zona tra Fabbrica e Passignano, che avrebbe potuto innescare un meccanismo di rappresaglia. Tuttavia, dell’episodio nelle relazioni delle formazioni partigiane operanti nella zona (la banda garibaldina “Faliero Pucci” e la III Brigata “Rosselli”) non se ne fa menzione.

Lo stesso eccidio è stato spesso confuso negli anni con quello di Fabbrica. Perfino la località di Pratale viene talvolta confusa con Passignano o Fabbrica stessa. Questo perché sin dalla denuncia presentata il 19 maggio 1945 dalle vedove della strage ai Carabinieri è riportato erroneamente Fabbrica come luogo della fucilazione; come scrive Fusi, il boschetto nel quale vennero fucilati gli uomini prelevati dal podere di Pratale è detto anche “della Fornace di Fabbrica”; alcuni atti notori rilasciati dal comune di San Casciano dopo la strage, relativamente all’uccisione dei Lotti, riportano come luogo di morte quello di Fabbrica (in effetti i Lotti erano sfollati a Pratale da Fabbrica); il giorno dopo la strage di Pratale, si registrò nella vicina località di Fabbrica la fucilazione di altri 4 uomini ad opera dei tedeschi.

Nei bollettini della Commissione regionale toscana per il riconoscimento della qualifica di partigiani, undici delle vittime furono dichiarate partigiani combattenti in forza alla III Brigata Rosselli, mentre Oreste Cresti fu dichiarato caduto per la lotta di liberazione. Emilio Galli, comandante della brigata, indicò in un proprio rapporto le vittime di Pratale come informatori e coadiuvanti della sua unità. Nel dopoguerra, tuttavia, da parte di alcuni parenti fu messa in discussione l’effettiva appartenenza delle vittime al partigianato: il riconoscimento sarebbe in realtà giunto grazie alla mediazione del Galli per consentire ai familiari un trattamento economico e assistenziale migliore.

Anche Nazzareno Papini (1933, Sambuca), allora sfollato a Sardella, località sopra Sambuca, ha raccontato che suo padre fu tra coloro che, nei giorni successivi alla strage, recuperarono i corpi degli uomini deceduti, ancora abbracciati, per caricarli su «due carri dei bovi» verso il cimitero [6]. I tedeschi avevano infatti impedito inizialmente una degna sepoltura alle vittime. Mirella Lotti aggiunge dettagli sulle lunghe trafile per i risarcimenti:

«La mi mamma era una donna forte. […] tutti i giorni la rammentava il suo Giuliano: io molte cose l’ho sapute stando con lei. Era una donna battagliera[7]. Ha lavorato tanto». Nel raccontare la vicenda, ben nota, Mirella si emoziona.

Nel dopoguerra si trovarono sole: Mirella e la madre Ada. Per ottenere più rapidamente gli aiuti e i sussidi alcuni partigiani avevano chiesto alla vedova Lotti di far passare Giuliano come partigiano. Mirella ricorda che la mamma «non voleva la roba degli altri». Ma ci vollero anni per ottenerlo.

Il sacrificio di suo babbo e degli altri uomini è valso la Medaglia d’Oro al Valore Civile al Comune. Come anche suo marito, sono consci che molto è stato fatto negli anni recenti: prima non c’era quasi nulla, racconta. Mirella stessa, assieme al marito Francesco Vermigli, hanno ricevuto la Cittadinanza Onoraria di Tavarnelle nel 2014. Il Comune di San Casciano in Val di Pesa con l’allora sindaco Remo Ciappi nel XX anniversario della sua liberazione concesse invece la Medaglia d’Oro alla memoria di Lotti Giuliano “che inerme cadde sotto il piombo nazista per feroce ed inumana rappresaglia nei giorni della liberazione del Comune” (26 luglio 1964). Hanno lottato una vita per avere giustizia.

«Il Comune ha aspettato troppo per fare qualcosa- dice- fossero state vive le mogli delle vittime sarebbe stato più facile ricostruire l’accaduto. Perché questo silenzio?» si è chiesta a lungo. Forse sono prevalse motivazioni politiche, le rispondo.

Anche a seguito di una nuova e rinnovata sensibilità verso gli eccidi perpetrati dai tedeschi, grazie all’apertura dell’Armadio della vergogna a Roma[8], è emersa una parziale verità, con i responsabili dell’eccidio. È stato fatto il processo -non senza spese che non tutti hanno sostenuto- ma lei sì, motivata dalla verità. Quella della memoria degli eccidi è stato un lungo cammino tra oblio, falsi ricordi, assenza di giustizia.

Nel 2011, l’Amministrazione comunale di Tavarnelle Val di Pesa ha presentato una formale denuncia alla procura Militare della Repubblica con la quale è stata avviata un’indagine che ha permesso l’identificazione di sei militari, quattro tedeschi, uno austriaco e uno polacco, i cui nomi sono stati iscritti nel registro degli indagati. Il 20 maggio 2013 il GIP ha dichiarato il non luogo a procedere per estinzione del reato e per morte dei rei.

A inizio gennaio 2024, oltre venti sindaci di Comuni colpiti dalle stragi nazifasciste dell’estate 1944 si sono riuniti a Firenze per creare un coordinamento nazionale. La protesta è nata a seguito delle sentenze del Tribunale di Firenze del novembre 2023, contro le quali l’Avvocatura dello Stato ha presentato ricorso in appello, bloccando i risarcimenti destinati ai familiari delle vittime. Poiché, infatti, la Germania rifiuta di pagare, l’Italia ha istituito con il Decreto-Legge del 30 aprile 2022 un Fondo statale per risarcire direttamente le vittime. Il ricorso dell’Avvocatura ha allungato enormemente i tempi, ma la mobilitazione dei sindaci e la sentenza n. 159 della Corte costituzionale del 21 luglio 2023 hanno dato ragione alle vittime[9].

In questo caso, come suddetto, i responsabili sono stati individuati. Si trattò della Compagnia del 12° Reggimento della 4ª Fallschirmjäger Division (4ª Divisione paracadutisti), squadra composta da quattro tedeschi, Wittenauer Bruno, (1919) di Gernsbach, tenente comandante; Kurz Rudolf, (1916) di Kiel, sottufficiale aspirante ufficiale, comandante di squadra; Schulze-Holtenhausen Bernhard (1922) di Reken, caporalmaggiore; Flessenkemper Herbert, (1918) di Wuppertal; un austriaco, Moser Rudolf (1919) di Alpbach e di un polacco Ogorek Georg (1917) di Breslavia (dal 1945 Polonia).

La Storia non è fatta solo di date sui libri o di aule di tribunale; è fatta soprattutto di volti, di sguardi e di storie familiari che si intersecano con la Grande Storia. Nelle parole commosse di Ugo Conti e di Mirella Lotti, i ricordi personali smettono di essere un dolore privato per diventare memoria collettiva. Ricordare chi ci è stato strappato non è un semplice esercizio del passato, ma un atto di resistenza presente: significa restituire dignità a quelle vite spezzate e riaffermare che la ricerca della verità non scade mai.

 

Note

[1] Francesco Fusi, a cura di, BARBERINO VAL D’ELSA 08.07.1944 (Firenze – Toscana), https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2304  [consultato nel mese di luglio 2026]

[2] Testimonianza di Ugo Conti, raccolta dall’autrice il 18 marzo 2026 nell’ambito del progetto sul 1946 promosso in collaborazione con il Comune di Barberino Tavarnelle.

[3] Cfr. Claudio Biscarini, Quando piovevano le cannonate. 1944. Violenza e guerra ai civili tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, Effigi, Arcidosso, 2012, pp. 123-124; Gabriella Congedo, Come se fosse ora. La comunità di Barberino Val d’Elsa e la memoria dell’ultima guerra, Sarnus, Firenze, 2013, pp. 144-145. Matteo Mazzoni, Il passaggio del fronte tra Val di Pesa e Val d’Elsa. Civili e violenze di guerra nell’estate del 1944, Polistampa, Firenze, 2014, p. 150.

[4] Testimonianza di Mirella Lotti, raccolta dall’autrice il 12 marzo 2026 nell’ambito del progetto sul 1946 promosso in collaborazione con il Comune di Barberino Tavarnelle.

[5] Si vedano Franco Bartalesi, Memorie del passaggio del fronte a Fabbrica e a Montefiridolfi, Comune di San Casciano Val di Pesa, 1994; Claudio Biscarini, Quando piovevano le cannonate. 1944. Violenza e guerra ai civili tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, Effigi, Arcidosso, 2012, pp. 87-103; Franco Catastini, Fabrizio Silei, La strage di Pratale. Storia e memoria di una strage dimenticata 23 luglio 1944, Pagnini e Martinelli Editore, Firenze, 2004; Comune di Tavarnelle Val di Pesa, Storia e memoria 1940-1945. La guerra, l’occupazione, la liberazione di Tavarnelle, Pagnini Editore, Firenze, 2005; Giovanni Contini, La memoria dopo le stragi del 1944 in Toscana, in Leonardo Paggi (a cura di), Le memorie della Repubblica, La Nuova Italia, Scandicci, 1999, p. 197; Gian Luca Corradi, Lotte politiche e trasformazioni sociali nel secondo dopoguerra, in Zeffiro Ciuffoletti e Fulvio Conti (a cura di), Tavarnelle Val di Pesa. Storia e memoria (1893-1993), Centro Editoriale Toscano, Firenze, 1993; Gianluca Fulvetti, Uccidere i civili. Le stragi nazifasciste in Toscana (1943-1945), Carocci, Roma, 2009, pp. 129-130; Matteo Mazzoni, Il passaggio del fronte tra Val di Pesa e Val d’Elsa. Civili e violenze di guerra nell’estate del 1944, Polistampa, Firenze, 2014, pp. 153-156; Pro Loco Sambuca Val di Pesa, Per non dimenticare. 23 luglio 1944. Eccidio nazista a Pratale, Tavarnelle, 1996; Carlo Salvianti, Remo Ciapetti, Lotte politiche e sociali in Val di Pesa dal primo dopoguerra alla Liberazione (1919-1944), Nuove Edizioni Vallecchi, Firenze, 1979, p. 251-52.

[6] Testimonianza di Nazzareno Papini, raccolta dall’autrice il 12 marzo 2026 nell’ambito del suddetto progetto sul 1946.

[7] Su Pratale, cfr. Francesco Fusi, a cura di, PRATALE TAVARNELLE VAL DI PESA 23.07.1944 (Firenze – Toscana) in Atlante delle stragi Nazifasciste, https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2414 [consultato nel mese di luglio 2026].

[8] L’espressione Armadio della vergogna racchiude una delle pagine più dolorose e oscure della storia giudiziaria e politica dell’Italia del Dopoguerra: un insabbiamento di Stato durato oltre mezzo secolo che ha negato verità e giustizia a migliaia di vittime delle stragi nazifasciste.

La vicenda è emersa nel 1994, durante le indagini contro l’ex ufficiale SS Erich Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine. Nei sotterranei di Palazzo Cesi-Gaddi a Roma, allora sede della Procura generale militare, il magistrato Antonino Intelisano rinvenne un armadio di legno sigillato con un lucchetto e posizionato con le ante rivolte verso il muro. Al suo interno giacevano 695 fascicoli d’inchiesta e un registro con 2.274 notizie di reato, tutti archiviati provvisoriamente in modo del tutto illegittimo nel 1960 dalla Procura generale militare. Quei documenti contenevano denunce dettagliate, mappe, testimonianze e i nomi dei responsabili dei più atroci crimini di guerra commessi dalle truppe occupanti tedesche e dai collaborazionisti italiani tra il 1943 e il 1945. Soltanto dopo il fortuito ritrovamento del 1994 le carte sono state finalmente trasmesse alle procure militari competenti, permettendo l’avvio di una stagione di processi storici. Sebbene giunti tardivamente tali procedimenti hanno consentito di accertare le responsabilità penali ed esecutive.

[9] Stragi nazifasciste, nasce nuovo coordinamento nazionale per denunciare l’atteggiamento dell’Avvocatura dello Stato, https://www.gonews.it/2024/01/09/stragi-nazifasciste-nasce-nuovo-coordinamento-nazionale-per-denunciare-latteggiamento-dellavvocatura-dello-stato/, 9 gennaio 2024 [consultato nel mese di luglio 2026]

 




Un eurocomunista livornese

Bruno Bernini, comandante del X distaccamento O. Chiesa (1944)

Bruno Bernini nasce a Livorno nel 1919, e, dopo essersi avvicinato all’antifascismo, partecipa alla Resistenza. Nel dopoguerra rimane coinvolto su più livelli con il Partito Comunista Italiano: membro della segreteria della Federazione giovanile comunista italiana (FGCI) dal 1948 al 1953, presidente della Federazione Mondiale della Gioventù democratica (FMGD) dal 1953 al 1959,  segretario della Federazione provinciale del PCI di Livorno dal 1963 al 1972, deputato alla Camera dal 1972 al 1983, dove fa parte prima della Commissione Bilancio e Programmazione e poi della Commissione Difesa e Armamenti e, a seguito dell’ingresso dei comunisti italiani nel Consiglio d’Europa nel 1976, rappresentante della Camera dei deputati nel Consiglio d’Europa e nell’Assemblea Parlamentare dell’Unione dell’Europa occidentale (UEO).

Questo aspetto della biografia di Bernini risulta estremamente affascinante: la

svolta del PCI di Berlinguer verso un europeismo sempre più convinto, con la partecipazione diretta dei rappresentanti comunisti alle assemblee europee, vide la convinta adesione di Bernini, che avrebbe ricoperto, tra il 1976 e il 1984, l’incarico prima di segretario e poi di vicepresidente del Gruppo comunista presso le Assemblee del Consiglio d’Europa e dell’UEO.

Bernini al Consiglio d’Europa a Bruxelles (1976-1983)

L’esperienza «gratificante» presso le due assemblee avrebbe permesso a Bernini di approcciare tematiche fondamentali per l’evoluzione della posizione internazionale del partito: nel Consiglio d’Europa Bernini entrò a far parte della Commissione economia e sviluppo, dove ebbe modo di partecipare a dibattiti riguardanti lo sviluppo di nuove tecnologie, la cooperazione con il Terzo Mondo e i negoziati commerciali multilaterali internazionali[1]. Intervenne inoltre su questioni politiche come la protezione dei diritti umani in casi di violazioni trasversali ai due blocchi della Guerra Fredda, come dimostrato in occasione delle sue iniziative contro le violazioni commesse dai nuovi governi militari di Turchia e Polonia a seguito dei colpi di stato del 1980-81[2].

Bernini (al centro) a Mosca (s.d.)

Ancor più importante, per Bernini, fu l’esperienza come membro dell’Assemblea dell’Unione Europea Occidentale: l’UEO era infatti, all’epoca, l’unico organismo europeo abilitato a discutere di questioni di difesa, e la partecipazione dei comunisti italiani all’assemblea «apriva …le porte fino ad allora … chiuse della Nato» permettendo al PCI una «valutazione … meno ideologica dell’Alleanza Atlantica»[3]. Bernini, inizialmente membro della Commissione scienza, tecnologia e aerospaziale, divenne, dal 1979 al 1984, membro della Commissione armamenti, la più importante dell’Assemblea. Con questo incarico, ebbe modo di interessarsi alla problematica della difesa europea in un periodo particolarmente complesso, caratterizzato dal rinnovarsi delle tensioni della Guerra Fredda e dalla crisi degli euromissili. I suoi interventi all’Assemblea si contraddistinsero per un impegno sempre coerente in favore della distensione tra i due blocchi, della progressiva riduzione degli armamenti nucleari e dell’acquisizione di una maggior autonomia dell’Europa Occidentale all’interno della Nato, senza però attribuire compiti di difesa alla Comunità Europea[4]. Tra i contributi più importanti di Bernini nella sua esperienza all’UEO va sicuramente annoverata la proposta sua e di un altro rappresentante del PCI, Ugo Pecchioli, di analizzare il possibile ruolo delle Forze Armate in caso di calamità naturali. Bernini collaborò con Pecchioli alla stesura della Relazione, svolgendo le consultazioni presso i Ministeri della Difesa di vari Paesi europei, come Francia, Belgio, Lussemburgo, Italia, Germania Ovest, Norvegia, Danimarca, Regno Unito, Olanda, Portogallo, Grecia e Turchia[5]. La relazione e la risoluzione, presentate all’Assemblea nel novembre del 1983 da Pecchioli, vennero adottate all’unanimità: nella risoluzione veniva menzionata l’importanza della collaborazione internazionale in caso di disastri naturali nel nome della solidarietà tra nazioni, e si richiedeva ai paesi membri dell’UEO di promuovere la cooperazione tra gli stati membri attraverso scambi di informazione e la preparazione di esercizi di protezione civile transfrontalieri[6].

Bernini ebbe inoltre occasione di partecipare ai viaggi delle delegazioni dell’Assemblea dell’UEO presso i paesi membri dell’Alleanza Atlantica al fine di intrattenere contatti con i vertici militari, tra gli altri, di Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Portogallo, Spagna, Grecia e Turchia[7]. Nel 1984 l’esperienza di Bernini presso l’UEO e il Consiglio d’Europa si concludeva, lasciandogli nuove competenze acquisite nel campo della difesa e della politica internazionale. Avrebbe infatti fornito il suo contributo alla definizione della politica del PCI sul tema della difesa nella seconda metà degli anni Ottanta, posizionandosi contro una riconversione dell’industria bellica italiana indiscriminata, che avrebbe finito per produrre «la totale dipendenza dall’industria estera – europea e americana per l’approvvigionamento degli armamenti per le nostre F.A» e una «rinuncia alla autonomia, alla sovranità e alla piena partecipazione dell’Italia alla soluzione dei problemi della difesa e della sicurezza europea»[8]. In questo senso, Bernini contribuì in maniera originale alla definizione delle politiche del PCI negli ambiti di difesa e integrazione europea tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta.

Bernini in Cina per la FGMD

Note

[1] B. Bernini, Ricordi, riflessioni, momenti significativi, della mia non comune esperienza nazionale e internazionale di comunista italiano, in Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza di Livorno (ISTORECO), Fondo Bernini, 200/1-212.

[2] “La Turchia, nota del signor Bernini”, in ISTORECO, Fondo Bernini, Busta 13, 1.

[3] B. Bernini, Ricordi, riflessioni, cit., 219.

[4] “Note per una discussione sulla politica militare e sul modello di difesa dell’Italia, Bruno Bernini, 25 giugno 1982”, in ISTORECO, Fondo Bernini, Busta 20, 9-10.

[5] B. Bernini, Ricordi, riflessioni, cit., 222/1.

[6]“Draft Recommendation on the role and contribution of the armed forces in the event of natural or other disasters in peacetime”, in Archivi Storici dell’Unione Europa, Western European Union, Busta 29, 1983, 213.

[7] B. Bernini, Ricordi, riflessioni, cit., 223-234.

[8] “Note per il compagno A. Rubbi, 23 novembre 1988” in ISTORECO, Fondo Bernini, Busta 23, 1.

Articolo pubblicato nell’ottobre 2026




Una storia di resistenza raccontata su un muro

Nell’estate del 2023, a cinquant’anni esatti dal golpe in Cile, Pistoia ha di nuovo posto l’attenzione su un frammento dimenticato della propria storia dipinto sulla Palestra Comunale del Parco di Monteuliveto. È bastato un appello lanciato su Facebook dalla Fondazione Valore Lavoro (FVL), a caccia di testimonianze sulla nascita del murale, per accendere il dibattito. Dalle tante testimonianze è nata la necessità di dibattere sulla storia e sul futuro di quei disegni dipinti; così, grazie anche alla collaborazione con l’associazione Amici di Spichisi, è scattata la scintilla che ha dato il via a questa ricerca.

È l’11 settembre del 1976 e in occasione della Festa dell’Unità presso il Parco di Monteoliveto a Pistoia, suonano gli Inti-llimani.[1] Quel giorno non è però una data come le altre; sono infatti passati tre anni dall’11 settembre 1973, giorno in cui il governo di Salvador Allende fu spodestato dal regime militare di Augusto Pinochet.  Lontani dal proprio paese, gli esuli cileni cominciarono a denunciare l’oppressione e a sostenere la resistenza, mantenendo viva la lotta di chi era rimasto. La musica, la poesia, e soprattutto la pittura murale divennero strumenti attraverso i quali costruire una memoria condivisa. La questione cilena invase gli spazi pubblici delle città che avevano accolto gli esuli.

Il muralismo in America Latina aveva alle proprie spalle una lunga storia; la pittura muraria messicana si era ad esempio sviluppata a partire dagli anni Venti del Novecento, legandosi a figure come Diego Rivera, José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros. L’arte murale entrava nello spazio pubblico e quotidiano della città, rivolgendosi ad un pubblico ampio e popolare. Ed è proprio a partire dagli anni ’70 che diventa parte fondamentale della resistenza alla dittatura di Pinochet: definita dal poeta Pablo Neruda «la bella azione policromatica»[2], venne presto dichiarata illegale dallo stesso dittatore cileno.

Gli Artivisti si riunivano in Brigadas e dipingevano prevalentemente la notte per evitare di essere arrestati, utilizzando materiali poveri di facile reperibilità: nero fumo, colla da falegnameria, pennelli con cui si preparavano la pittura nera per tratteggiare le linee dei disegni.[3] Il repertorio figurativo divenne immediatamente riconoscibile: nei murales ricorrevano simboli come la spiga di grano, la colomba, la fabbrica e la figura dell’operaio. Erano immagini capaci di sintetizzare un preciso immaginario politico: il lavoro, la solidarietà, la pace, la produzione collettiva e la costruzione di una nuova società. A queste immagini si contrapponevano quelle della repressione: le armi, i proiettili e la violenza esercitata dai militari. Non si trattava semplicemente di un’arte che raccontava la politica, ma una pratica attraverso la quale l’arte stessa partecipava alla lotta politica.

In Italia, una delle esperienze più significative fu quella della Brigada Ramona Parra (BRP), guidata da Mono Carrasco. La brigata prese il nome da Ramona Parra, giovane militante comunista uccisa dalla polizia durante una manifestazione nel 1946, e divenne una delle esperienze più riconoscibili del muralismo politico cileno. Accanto alla Brigada Ramona Parra operò anche la Brigada Pablo Neruda (BPN). Il riferimento a Neruda richiamava una delle figure più importanti della cultura cilena e della storia politica del Paese.

La solidarietà italiana nei confronti dei cileni fu sempre molto attiva: la storica Giulia Zitelli Conti nella sua intervista a Mono Carrasco, esponente della BRP, racconta come la gente comprasse disegni della Brigada Pablo Neruda non tanto per la loro qualità artistica ed estetica ma per «forma di solidarietà»[4]. A Pistoia il murales fu realizzato da Antonio Arèvalo il quale, nato a Santiago del Cile, arrivò in Italia ancora adolescente. Oggi critico e curatore d’arte, nominato dalla Presidente della Repubblica Michelle Bachelet rappresentante della cultura cilena in Italia, vive ormai da anni a Viterbo.

In occasione di un incontro tenutosi a Pistoia presso il Parco di Monteuliveto il 13 luglio 2023, organizzato dalla Fondazione Valore Lavoro e l’associazione Spichisi, proprio lì dove il murales fu dipinto, Arèvalo ha raccontato come le brigade seguivano gli Inti-Illimani per raccogliere fondi per alimentare la resistenza in Cile: «nessuno di noi era un’artista. […] Ero accompagnato da quattro ragazzi che erano figli di esiliati. […]  Il tratto di questo murales è lo stesso che ho oggi, faccio la stessa mano, la stessa stella, le stesse fabbriche. […] La donna, la bandiera, la patria, le spighe, il grano erano espressione di una società che voleva sognare e crearsi una libertà, essere un paese nuovo, originale, perché avevamo un socialismo democratico, pensavamo in un futuro possibile». Il murales era un modo per «ringraziare gli italiani per l’accoglienza, perché noi eravamo profughi, come lo sono oggi tanti immigrati nel mondo». [5]

Il Murale di Monteuliveto non è l’unico esempio di memoria affidata a un muro. A Terni, le opere realizzate dalla BPN, proprio da Arèvalo, sulle pareti dello stadio Libero Liberati[6] sono diventate parte della storia stessa della città e di uno dei suoi luoghi simbolo. Anche lì, oggi, il destino dei murales riapre una domanda: cosa facciamo di immagini che appartengono alla memoria collettiva, ma che in parte hanno smesso di essere “parlanti” per le nuove generazioni? Quella che un tempo era un’espressione artistica capace di parlare a tutti evocando, in senso ampio, un’idea di libertà per il mondo intero, oggi rischia di smarrire il proprio significato primario. «Quando la memoria di una serie di fatti non ha più per supporto il gruppo che vi fu coinvolto o che ne subì le conseguenze, che ne fu spettatore o ne udì il racconto dalla voce di chi vi partecipò o li vide, quando questa memoria si disperde nelle menti di pochi individui isolati, persi in nuove società cui questi fatti non interessano più perché decisamente estranei, allora il solo mezzo per salvare questi ricordi è di fissarli per iscritto in un racconto», ha affermato il sociologo francese Halbwachs.[7]

Può dunque il murale tornare a parlare a tutti i pistoiesi?

È stato lo stesso Arèvalo a dire che il murales «rispondeva a quello che succedeva a quel periodo. Oggi non c’è la spiga di grano, le fabbriche ci sono ma sono quelle che sono. Per noi era di grande impatto, doveva essere capito subito. Questi murales devono diventare memoria, se ne deve parlare come facciamo oggi».[8]

 

[1] “L’Unità”, mercoledì 8 settembre 1976: Inti Illimani a Pistoia

[2] Patricio Cleary, Como naciò la pintura mural politica en Chile in Araucaria de Chile, n. 42, Madrid, 1988, pp. 193-195, versione digitalie in Memoria Chilena, Biblioteca Nacional de Chile

[3] Doughty, D. C. (2019), The Brigada Ramona Parra and the art of muralising protest during the Pinochet Regime. https://www.academia.edu/38312091/The_Brigada_Ramona_Parra_and_the_art_of_muralising_protest_during_the_Pinochet_Regime (ultima consultazione in data 09/09/2026)

[4] Intervista di Giulia Zitelli Conti a Mono Carrasco: https://www.aisoitalia.org/con-nome-salvador-allende-dipinto-muri/ (Ultima consultazione in data 10/09/2026)

[5]TVL, 16 luglio 2023, Murale Cileno: a Monteuliveto l’autore Arèvalo, https://www.youtube.com/watch?v=hqjCB5t_EZk (Ultima consultazione in data 10/09/2026)

[6] Su stadio Liberati: https://www.finestresullarte.info/attualita/terni-in-dubbio-futuro-dei-murales-storici-dello-stadio-liberati (Ultima consultazione in data 11/09/2026)

[7] Halbwachs Maurice, La memoria collettiva, ed. Unicopli, Milano, 2001, p. 156

[8] Intervista ad Antonio Arèvalo, 13/07/2023, Pistoia, Parco di Monteuliveto, archivio Fondazione Valore Lavoro.

 

 

Leila Harkat è laureata in Beni Culturali presso l’Università di Firenze, ha svolto il Servizio Civile presso la Fondazione Valore Lavoro dove ha avuto modo di svolgere delle ricerche sul Murale Cileno di Pistoia rintracciandone il suo autore fino ad allora sconosciuto.




UN VOLTERRANO NELL’INSURREZIONE DI NAPOLI (SETTEMBRE 1943)

A Genova, presso il Campo dei Partigiani nel Cimitero monumentale di Staglieno, si trova la tomba di Giacomo Morosini, nato a Volterra (Pi) il 14 ottobre 1922 e morto a Napoli l’11 settembre 1943. Nell’ovale, posto sulla lapide mortuaria, vi è la sua foto dove appare sorridente, in divisa da marinaio.
Quella che segue è quindi la ricostruzione – per quanto possibile in base alla documentazione reperita soprattutto presso l’Archivio dell’ANPI di Genova e l’Ufficio Anagrafe di Volterra – della sua vicenda rimasta sino ad oggi pressoché sconosciuta a Volterra, come a Genova ed anche a Napoli.

LA RESISTENZA ARMATA A CASTEL DELL’OVO
Nella storiografia ufficiale l’insurrezione napoletana contro l’occupazione tedesca, nota come le Quattro giornate di Napoli, prevale una precisa delimitazione cronologica di questa, fra il 27 e il 30 settembre 1943; ma In realtà, dal 9 settembre sino al 12 settembre si può parlare di una «prima sollevazione popolare nella città ai piedi del Vesuvio» (Schreiber, 2000), seguita sino al 17 settembre da una relativa pausa.
Ventiquattro ore dopo l’armistizio e le festanti manifestazioni per la presunta fine della guerra, a Napoli città e provincia erano iniziati i conflitti fra militari italiani e e truppe tedesche, rispettivamente affiancati da civili insorti e fascisti italiani, prefigurando la dimensione della guerra civile[1].
A riguardo, va annotato come, anche nei più recenti e circostanziati saggi sulle Quattro giornate, la ricostruzione degli scontri e delle rappresaglie che le precedettero appare ancora basata su memorie, per lo più tramandate oralmente, e pubblicazioni datate, avvalorando fraintendimenti e sovrapposizioni, ma anche dimenticanze ed errori cronologici.
Dopo l’8 settembre, mentre anche a Napoli i comandi militari italiani tergiversavano, si dileguavano o cercavano intese con il “Comando superiore germanico”, era scattata rapidamente l’occupazione militare tedesca, con conseguenti disarmi dei reparti italiani, cattura di singoli militari sbandati, la presa delle caserme e delle postazioni italiane, nonché fucilazioni sommarie dei resistenti, saccheggi, demolizioni, rastrellamenti di ostaggi e scontri a fuoco, con numerose vittime, sia civili che militari[2].
Infatti, senza ricevere direttive né armi, militari e civili, incluse donne e ragazzi, già la mattina del 9 settembre furono protagonisti di atti di ostilità e guerriglia nei confronti dei militari tedeschi, con la cattura di camion e prigionieri, il taglio dei collegamenti telefonici e alcune sparatorie in cui si contarono almeno sette morti e quasi trenta feriti, molti dei quali deceduti nei giorni successivi (Paolo De Marco, 2025). Il giorno seguente – 10 settembre – gli scontri a fuoco risultarono ancora più estesi e intensi, con perdite significative da entrambe le parti, soprattutto attorno a batterie contraeree, installazioni militari e caserme. Assieme a soldati, marinai, popolani e “vecchi” antifascisti, in alcune situazioni si schierarono anche agenti di PS e carabinieri, mentre dei militari italiani scelsero di collaborare con le forze armate naziste che disponevano di carri armati, cannoni e armi pesanti, sotto il comando del colonnello Walter Scholl.
Il giorno successivo, sabato 11 settembre, quello in cui Giacomo Morosini avrebbe incontrato la morte, seguirono altri numerosi combattimenti seguiti da nuove rappresaglie tedesche, la cui memoria appare sovente confusa con analoghi episodi avvenuti il 10 e il 12 settembre.
In particolare, la truppe tedesche furono impegnate nell’assedio dello storico Castel dell’Ovo[3]. La prima – approssimata – ricostruzione disponibile fu pubblicata ad un anno di distanza: «Meritevole di rilievo, per la speciale condizione militare di coloro che ne furono protagonisti, la resistenza dei soldati e degli ufficiali addetti al Comando della Contraerea, il quale aveva sede in Castel dell’Ovo. Questo corpo era formato da militari anziani, appartenenti alla Milizia Volontaria fascista; eppure in un primo momento esso resistette con fermezza e con successo alla intimidazione tedesca di arrendersi; poi si rassegnò ad abbandonare i locali, quando fu esposto ad una vigorosa ripresa dell’offensiva nemica, ma dopo che ebbe distrutto tutti gli apparecchi elettrici e radiofonici, e strappato gli otturatori ai cannoni» (Barbagallo, 1944, p. 19).
Più precisamente, durante la guerra, Castel dell’Ovo era stato sede del Comando della XIX Legione della Milizia per la difesa contraerea territoriale (DICAT). A seguito della caduta del regime fascista il 25 luglio 1943, il maresciallo Badoglio si era limitato a disporre la sostituzione degli ufficiali della Milizia con quelli dell’Esercito e la rimozione dei fasci dal bavero della giubba per sostituirli con le stellette del Regio esercito. Presso il Castel dell’Ovo era rimasto operativo il 21° Centro di avvistamento antiaereo, mentre la città continuava ad essere pesantemente bombardata dagli Alleati. Una ventina fra graduati e militi dell’Artiglieria Contraerei – per lo più “anziani” o ex riformati – di tale Centro, «nei giorni precedenti erano più volte intervenuti contro i saccheggiatori tedeschi, l’ultima volta, il giorno prima, avevano impedito il passo a sei automezzi italiani che, carichi di stoffe e vestiti depredati in qualche negozio, si allontanavano con al volante dei tedeschi e scortati da altri militari nazisti» (De Jaco, 1956).
Nel breve scontro, i tedeschi avevano avuto la peggio, anche se le notizie sulle loro perdite – morti o prigionieri – sono discordanti; comunque l’11 settembre seguì la reazione: «ora i tedeschi attaccavano il forte; sparavano dalla via con le mitragliatrici pesanti e col cannoncino di un carro armato che avevano appostato all’imbocco del ponte. Dietro il carro armato e dietro gli automezzi guastatori tedeschi aspettavano» (De Jaco, 1956).
A difendere la struttura, con armi leggere, oltre ai circa venti ex militi dell’Antiaerea, rimasti senza ufficiali, vi erano anche «quattro marinai appena arrivati da Ischia e che dovevano raggiungere le loro case, congedati» e almeno un aviere, forse distaccato presso il Centro d’avvistamento, mentre nei sotterranei si trovavano al riparo alcune decine di civili, fra le famiglie dei sottufficiali di stanza nel forte e di alcuni pescatori del borgo.
Dopo un prolungato conflitto a fuoco che causò anche un incendio all’interno del fortilizio, gli attaccanti ebbero la meglio, grazie alla superiorità dell’armamento, mentre i difensori erano rimasti con poche munizioni; inoltre, i tedeschi avrebbero minacciato di massacrare i civili, per lo più donne e bambini, se i resistenti non si fossero arresi (De Jaco, 2000). Fra quest’ultimi, alcuni riuscirono a porsi in salvo gettandosi in mare prima che i tedeschi occupassero il forte.
Il presunto bilancio finale delle vittime sarebbe stato di 4 morti fra i tedeschi e un milite-artigliere, a cui i tedeschi fecero seguire la rappresaglia contro i prigionieri.
I militari e i civili (circa una quarantina in totale) catturati all’interno del fortilizio furono inquadrati e, sotto la minaccia dei mitra, condotti incolonnati sul lungomare, da via Partenope sino a via Cesario Console, sino a davanti al Palazzo, deserto, dell’Ammiragliato. Secondo alcune fonti, sarebbero transitati da via Nazario Sauro, ma più verosimilmente passarono dalla parallela via Generale Giordano Orsini.
Davanti all’Ammiragliato, dal gruppo degli ostaggi, furono separati otto uomini in divisa e, posti con le spalle al palazzo, vennero abbattuti con una raffica di mitragliatrice, «due, il sergente maggiore Cappuccio [Alfonso, originario di Voghera] e l’artigliere Micheletti, tentarono di rialzarsi e ricaddero, un altro, un marinaio, piegato col volto in terra, si lamentava fievolmente. Un sergente tedesco ripassò la strada e scaricò la pistola sui morenti. Poi l’ufficiale che aveva ordinato il massacro fece un discorso ai rimasti, spiegò la legge tedesca della rappresaglia. I tedeschi si allontanarono subito portando ancora con loro i prigionieri borghesi» (De Jaco, 1956), mentre i cadaveri furono lasciati sul posto finché la pietà popolare non provvide a raccoglierli e trasportarli al cimitero.
Secondo, invece, il memoriale del brigadiere dei carabinieri Francesco Pavone i fucilati davanti all’Ammiragliato furono sette: quattro marinai, un soldato, un sergente maggiore, un aviere. Tra le vittime, tre non poterono essere identificate, per mancanza di documenti personali: tutti sui venticinque anni, erano un artigliere, un marinaio e un aviere, i cui corpi furono anonimamente sepolti nel Cimitero di Santa Maria della Pietà.
In base a questo memoriale e alla documentazione dell’Anpi di Genova riguardante la morte di Giacomo Morosini da cui si apprende che «fu fucilato dai Tedeschi l’11 Settembre 1943 in seguito a cattura avvenuta nel Castello dell’Ovo a Napoli», precisando che l’esecuzione era avvenuta «in via Generale Orsini insieme ad altri 11 colleghi», si possono avanzare due ipotesi.
La prima è che Morosini sarebbe stato fucilato poco prima in via Generale Orsini (distante pochi minuti da via Cesario Console) durante il tragitto fra Castel dell’Ovo e l’Ammiragliato, a seguito di un gesto di ribellione o di un tentativo di fuga. La seconda riguarda il conteggio delle vittime, dodici, che potrebbe essere la somma delle vittime dell’11 settembre (Morosini + 7) e dell’analoga fucilazione del giorno seguente (2 marinai e 2 guardie della Finanza) eseguita in piazza G. Bovio davanti al Palazzo della Borsa e ancora ricordata da una lapide.
In ogni caso, la salma di Morosini, subito identificata, fu sepolta lo stesso giorno presso il Cimitero di Santa Maria della Pietà; successivamente, allo scadere della sepoltura provvisoria, il 25 settembre 1946, fu trasferita nel loculo n. 149 di proprietà della Famiglia Brancaccio (o, secondo diversa notizia, della Famiglia Duraccio) nello stesso cimitero, dove rimase sino al 1950.

GIACOMO MOROSINI, COMBATTENTE PER LA LIBERTÁ

Giacomo Morosini (talvolta erroneamente trascritto Morosino), era nato a Volterra il 14 ottobre 1922 in via Cesare Battisti n. 8, figlio dell’operaio argentiere Angelo Morosini e della casalinga Clorinda Cecchini, entrambi residenti a Genova, coniugati con rito civile dal giugno precedente a Firenze. La nascita di Giacomo (stesso nome del nonno paterno) a Volterra non appare però una mera casualità, dato che la madre era nata a Volterra tanto che in occasione del parto di Giacomo fu ospitata in casa dai suoi genitori[4]. Inoltre, dai documenti conservati presso il Comune di Volterra, risulta che, proveniente da Genova, Giacomo risiedette di nuovo a Volterra fra il 1930 e il 1934 – quindi fra gli 8 e i 12 anni – in Borgo San Lazzero 17, quasi sicuramente presso i nonni materni, per poi fare ritorno a Genova, dove abitò con i genitori e una sorella minore nel popolarissimo Vico degli Indoratori 15.
Dopo aver studiato sino alla V classe elementare, trovò occupazione come marinaio e diciottenne, nel 1940, fu chiamato alle armi nella Leva di Mare, assegnato al Porto militare di Taranto – non si sa se imbarcato o a terra – dove rimase almeno sino al maggio 1942, per poi essere trasferito – fra la seconda metà del 1942 e i primi mesi del 1943 – presso il Distretto militare della Marina di Napoli (Maridist)[5].
Su richiesta dell’Anpi di Genova, per conto della madre Clorinda e della sorella, in data 28 luglio 1948 Morosini ebbe il riconoscimento ufficiale di “partigiano combattente” caduto nella lotta per la liberazione della città di Napoli, valido anche per fini pensionistici[6]. Tale riconoscimento fu decretato dal Ministero della Difesa, su parere positivo dalla Commissione Accertamenti titoli partigiani della Campania.
Espletate le formalità burocratiche, il 7 luglio 1950 la salma di Morosini fu traslata da Napoli a Genova e domenica 9 settembre vi fu una cerimonia organizzata dall’Anpi di Genova con solenni onoranze presso la Cattedrale di S. Lorenzo e corteo sino al Cimitero comunale di Staglieno, dove fu sepolto nel campo “Gloria dei Caduti per la Libertà”, dove ancora si trova, assieme a 271 partigiane e partigiani, italiani e internazionali.
Infine, un interrogativo e una suggestione. Secondo quanto riportato da Giacomo de Antonellis, nel «ricordo popolare» il marinaio fucilato davanti all’Università il 12 settembre 1943 venne indicato per il suo accento come “il livornese”, ma è stato accertato che Andrea Mansi – questo il suo nome – era nato a Ravello (Sa) e, d’altro canto, fra i marinai fucilati fra l’11 e il 12 settembre l’unico “toscano” noto è Morosini.

(Un particolare ringraziamento agli amici Marco Genzone di Genova e Antonio Maielli di Volterra per la complice collaborazione nella ricerca)

NOTE

1 La documentata partecipazione diretta dei fascisti napoletani, a fianco delle truppe tedesche, nei conflitti, anche come guide, delatori e franchi tiratori, resta uno degli aspetti meno affrontati e conosciuti. Essi non compaiono neppure nell’epico film Le quattro giornate di Napoli (1962), nell’evidente tentativo di far prevalere una più rassicurante visione “nazionale” dell’insurrezione che non fu soltanto anti-tedesca, ma anche contro il collaborazionismo fascista. Da parte sua, infatti, lo scrittore Carlo Bernari si dissociò dalla sceneggiatura originaria a cui avevo collaborato proprio perché erano stati tolti gli episodi contro i fascisti.

2 Il numero delle vittime sia civili che militari nei giorni della prima insorgenza è incerto, come peraltro quello delle Quattro Giornate che, secondo le ricerche più circostanziate, furono almeno 663, contraddicendo talune minimizzazioni di carattere politico. Secondo le stime più diffuse, fra l’11 e il 12 settembre i soldati tedeschi uccisero per le strade della città, oltre a decine di militari italiani, almeno 27 civili, mentre altre 185 persone furono ricoverate negli ospedali e oltre quattromila militari e cittadini vennero catturati; ma secondo i registri comunali, fra il 9 e il 14 settembre, le vittime per mano tedesca ammonterebbero almeno a 61, tra civili e militari (De Jaco, 2000; Gribaudi, 2005).

3 Castel dell’Ovo – il più antico castello della città di Napoli, costruito sull’isolotto di Megaride – è collegato al Lungomare Caracciolo attraverso un ponte sul mare, lungo circa 200 metri, ed è circondato dal pittoresco Borgo Marinari.

4 Clorinda Ada Adele Cecchini, figlia di Giuseppe e Annunziata Campinoti, entrambi braccianti, era nata a Volterra il 12 agosto 1900 e risulta deceduta a Genova il 16 dicembre 1975 (da documentazione d’archivio dell’Ufficio Anagrafe del Comune di Volterra). Il padre Angelo, di Giacomo e Francesca Gasparini, era nato nel 1898 a Martinengo (Bg), ma residente a Genova (Sampierdarena).

5 La presenza di Morosini a Taranto e Napoli è desumibile da alcuni suoi lievi “precedenti” giudiziari per presunti reati compiuti sotto le armi, per furto e ricettazione, che si erano conclusi con due assoluzioni e una condanna, sospesa, a 6 mesi (Archivio di Stato di Pisa, Fondo Questura, Fascicolo 189; ringrazio Stefano Gallo per segnalazione).

6 A seguire le pratiche per il riconoscimento di “partigiano” e ad accompagnare la traslazione della salma di Giacomo furono solo la madre Clorinda con la figlia, mentre il padre – stando alla documentazione acquisita – risulterebbe come deceduto sin dal 1946.




Inventariato l’archivio storico dell’ANPI provinciale di Prato

Il 3 settembre 2026 si è svolta a Prato, presso il Salone della Casa delle memorie di guerra per la pace, la presentazione dell’Archivio storico dell’ANPI provinciale, riordinato ed inventariato di recente. Proponiamo il testo dell’intervento pronunciato in quell’occasione da chi si è occupato del riordino e dell’inventariazione dell’Archivio stesso.

  1. Il ruolo dell’ANPI nella società italiana

Lo scopo del mio intervento è quello di descrivere la struttura dell’Archivio provinciale di Prato, ma, prima di entrare nel merito, desidero ringraziare la presidente Angela Riviello, per la fiducia dimostratami nell’affidarmi l’incarico, il Museo della deportazione, che ha validamente contribuito alla realizzazione del progetto,  e Massimo Nocentini, che mi ha aiutato a risolvere alcuni problemi di ordine pratico riguardanti la sistemazione fisica del materiale.

Opportuno mi sembra anche ricordare brevemente il ruolo che l’ANPI ha svolto nella società italiana, un ruolo che può essere compendiato da queste parole: impegno per l’allargamento della democrazia.

Fondazione. Primi anni. Costituita a Roma nell’ottobre del 1944 ed eretta in ente morale con decreto legislativo luogotenenziale dell’aprile 1945, l’ANPI, portata a termine la lotta di liberazione, dedicò gran parte delle sue energie all’assistenza a favore delle famiglie dei partigiani caduti e dei reduci dai campi di concentramento (cioè degli internati militari, a proposito dei quali si è giustamente parlato di “Resistenza senz’armi”).

Antifascismo, Costituzione, Resistenza. Negli anni Cinquanta l’attività dell’Associazione si spostò su un terreno che potremmo definire politico, ispirandosi sempre a tre parole d’ordine fondamentali: antifascismo, Costituzione e Resistenza.

Fu in questo periodo che l’ANPI, dopo aver promosso i Comitati di difesa dei valori della Resistenza, chiese (ed ottenne nel 1958) il riconoscimento del Corpo volontari della libertà come corpo appartenente alle forze armate. Da ricordare anche il suo impegno contro la cosiddetta “legge truffa” (1953), in base alla quale la lista o il gruppo di liste collegate che avesse ottenuto il 50% più uno dei voti validi avrebbe ottenuto il 65% dei seggi alla Camera. Vale la pena di ricordare che la legge non poté essere applicata grazie anche ai voti raccolti da Unità popolare, una piccola formazione politica guidata da un dirigente nazionale dell’ANPI, Ferruccio Parri, che, con Luigi Longo, era stato vicecomandante del CVL.

Nei decenni successivi fra le tante battaglie sostenute dall’Associazione vanno ricordate almeno quelle per la salvaguardia della pace; per l’attuazione di politiche di accoglienza ed integrazione, e non di mero ordine pubblico, per quanto concerne l’immigrazione; per la rivendicazione (in linea con quanto affermato nell’art. 3 della Costituzione) di un lavoro dignitoso per tutti e per la difesa dell’unità d’Italia, messa in discussione dai movimenti leghisti: come si vede, si tratta di battaglie purtroppo ancor oggi attualissime.

Ma in questa sede mi preme soprattutto sottolineare che costante è stato l’impegno dell’ANPI nel contrastare i tentativi di denigrare il movimento partigiano e le pulsioni negazioniste, un impegno, questo, a cui è legata l’attività dell’Associazione nelle scuole per far conoscere ai giovani la Resistenza ed i suoi ideali (per lo stesso motivo l’ANPI ha sottolineato più volte la necessità di uno svecchiamento dei programmi scolastici).

Né si possono dimenticare, in anni a noi più vicini, l’opposizione al progetto di legge volto ad equiparare i soldati saloini ai partigiani e le prese di posizione contro ogni tentativo di stravolgere la carta costituzionale (2006, 2016 e 2026).

Il Congresso di Chianciano (2006). Un anno di grande importanza per l’Associazione è stato il 2006 quando il XIV Congresso nazionale (svoltosi a Chianciano Terme dal 24 al 26 febbraio) decise l’apertura delle iscrizioni agli antifascisti, vale a dire a tutti i cittadini che si riconoscevano nel programma e nelle finalità dell’ANPI. La decisione presa a Chianciano ha favorito l’afflusso dei giovani nelle fila dell’Associazione, che oggi conta più di centomila iscritti, è organizzata in sezioni, comitati provinciali e comitati regionali e presieduta attualmente da Gianfranco Pagliarulo.

  1. Il riordino dell’Archivio

L’iniziativa del riordino. Delineate così la natura e l’attività dell’Associazione, vengo adesso a parlare del tema di oggi, cioè del riordino dell’Archivio.

In occasione dell’ 80° anniversario della nascita della Repubblica italiana, il Comitato provinciale ANPI di Prato ha deciso di promuovere un’iniziativa che – a differenza delle celebrazioni, comunque doverose – sia destinata a rimanere nel tempo.

Poiché tra le finalità statutarie dell’Associazione figura in primo luogo la difesa della memoria della Resistenza, è del tutto evidente che la salvaguardia dei documenti (intesi in senso ampio come supporti in grado di contenere informazioni: lettere, libri, periodici, manifesti, foto…) che riguardano il periodo resistenziale riveste un’importanza centrale: per questo motivo l’ANPI di Prato ha promosso il riordino del proprio Archivio, un lavoro che ha richiesto alcuni mesi, è stato portato a termine nel maggio del 2026 ed ha messo capo alla redazione di un inventario sommario su carta ad uso interno.

Estremi cronologici. Un primo risultato. L’inventario sommario che oggi presentiamo si riferisce ai documenti facenti parte dell’Archivio storico dell’ANPI di Prato, che va dal 1945 al 2006.

La scelta del 2006 come terminus ad quem è facilmente spiegabile: si tratta, come si è detto, dell’anno del  Congresso di Chianciano. Ma perché l’anno di inizio è il 1945? Perché il riordino dell’Archivio – e già questa è una prova provata della sua utilità – ha consentito di stabilire con certezza che a Prato esisteva già in quell’anno una Sezione dell’ANPI: ciò è attestato da due documenti recanti rispettivamente la data del 30 luglio e del 2 agosto 1945. Da tali carte si ricava che la Sezione era già attiva ai primi di giugno: appena due mesi dopo l’erezione dell’Associazione in ente morale. (l’attendibilità di queste documenti  ci è stata confermata direttamente da Fiorello Fabbri, che è stato a lungo ai vertici dell’Associazione pratese).

Criteri per il riordino. Le buste da 1 a 12. Una volta separata la parte storica dell’Archivio da quella corrente, si è proceduto al lavoro di scarto ed al riordino del materiale conservato.

A tal fine si è deciso di raggruppare le carte raccogliendole in buste ordinate cronologicamente e, all’interno di ogni busta, in fascicoli.

I fascicoli si riferiscono, di norma, ad uno o più anni. I documenti di cui si compongono sono stati ordinati per data (da gennaio a dicembre e non il contrario perché non suscettibili di aggiornamento). In taluni casi abbiamo indicato per ciascun fascicolo i documenti che ci sono sembrati di maggior interesse. È ovvio che tale scelta, in quanto frutto di una valutazione dell’archivista, ha un carattere del tutto soggettivo e non significa in alcun modo che le altre carte contenute nei fascicoli siano prive di valore documentario.

Detti fascicoli, oltre ad una ricca corrispondenza, assai utile per ricostruire l’attività quotidiana dell’Associazione, contengono carte di altra natura (programmi di manifestazioni, elenchi di vario tipo, ritagli di stampa ecc.). Accanto alla dicitura “corrispondenza in partenza ed in arrivo” si è quindi ritenuto opportuno adottare la categorizzazione generica di “varie” e le buste sono state rubricate come Corrispondenza in partenza ed in arrivo. Varie.

In questa maniera sono state create dodici buste che coprono il periodo 1945-2006. Scorrendole, ci si imbatte con una qualche emozione in firme di personalità di primo piano: il generale Alexander, Walter Audisio, papà Cervi, Ferdinando Targetti, Umberto Terracini ed altri.

Le buste da 13 a 29. Le buste che vanno dalla numero 13 alla numero 29 sono invece dedicate a nuclei tematici “forti”: si tratta, in altre parole, di raccolte strutturate di documenti focalizzate su argomenti specifici.

Anche queste buste sono suddivise in fascicoli all’interno dei quali si è continuato a seguire l’ordine cronologico precedentemente indicato.

In questa sede non possiamo ricordarle tutte. Ci limitiamo quindi a rammentarne alcune: la busta che contiene gli elenchi dei partigiani del Pratese (b. 14), quella sui processi subìti dai partigiani nel dopoguerra (b. 16), quella sulle onorificenze concesse ai partigiani (b. 17), quella sui dati del tesseramento dal 1950 al 2006 (b. 23) e quella sulle iniziative concernenti le stragi nazifasciste (b. 24).

Particolarmente interessanti sono poi le buste dedicate all’attività dell’ANPI di Prato, coi verbali delle riunioni del Comitato di zona e del Comitato provinciale (bb. 20.1; 20.2; 21; 22.1; 22.2 e 23), perché, pur presentando delle lacune, costituiscono una base documentaria cui potrà utilmente attingere chi vorrà un giorno tentare di ricostruire la storia dell’Associazione nel Pratese.

Aggiungo che una busta analoga concerne il Comitato provinciale ANPI di Firenze (b. 26).

L’ultima busta (la numero 29) non riguarda l’ANPI, ma l’Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti (ANPPIA). Tale associazione (sorta nel 1947-1948), pur esistendo ancora a livello nazionale, non è più attiva a Prato.

Altri documenti: schede personali e manifesti. Ma l’Archivio contiene anche altri documenti: schede personali e manifesti.

Le schede personali, cioè quelle degli aderenti all’ANPI-Zona di Prato, sono state ordinate alfabeticamente e poi collocate in un apposito contenitore (SP1).

 In otto buste a parte (da M1 a M8) sono stati infine raccolti i manifesti prodotti dall’ANPI, dal Comune di Prato e da altri soggetti. L’inventario segnala i manifesti che meglio si prestano all’eventuale allestimento di mostre

Conclusione

Com’è noto, l’inventario di un archivio è uno strumento, una guida per la ricerca. Ci auguriamo quindi che questo inventario, rendendo fruibile un complesso di documenti di cui molti ignoravano perfino l’esistenza, possa risultare utile a studenti e studiosi, facilitandoli nel loro lavoro.

E ci auguriamo anche che possa essere presto avviata la seconda fase della valorizzazione delle risorse documentarie dell’ANPI di Prato, che sta a cuore al Comitato provinciale, vale a dire la catalogazione dei volumi della biblioteca e dei periodici dell’emeroteca, un materiale assai spesso di difficile reperibilità.

In questo modo verrebbe reso completamente fruibile il patrimonio documentario dell’Associazione: si raggiungerebbe così un obiettivo importante perché i documenti parlano a chi li sa interrogare e rappresentano, nella loro nuda oggettività, l’arma più potente contro ogni manovra volta ad infangare la Resistenza.

Alessandro Affortunati




Il terribile agosto del 1944 a nord delle Alpi Apuane

Nell’estate del 1944 l’attività partigiana nell’area apuano-lunigianese stava crescendo a ritmi sostenuti. Piccole bande formate da giovani provenienti da Carrara, dalla Lunigiana toscana, dalla Val di Magra e dalla Spezia contendevano il controllo del territorio alle autorità fasciste e ostacolavano i lavori di fortificazione tedeschi lungo la futura Linea Gotica/Linea Verde.

E’ in questo contesto che si colloca l’operato della 16a Panzergrenadier Division “Reichsführer-SS” nell’area apuana durante l’agosto 1944. Analogamente a quanto stava già facendo in Versilia, la divisione comandata dal generale Max Simon s’impegnò infatti a isolare i partigiani e a rendere sicura l’area per i tedeschi colpendo in modo indiscriminato e terroristico la popolazione civile.

Il primo scontro tra SS e partigiani locali avvenne il 24 luglio presso Canova di Aulla, quando due automezzi tedeschi furono attaccati dai partigiani. Per l’uccisione di un militare SS e il ferimento di altri tre furono fucilati quattro uomini e il paese incendiato. Alcuni giorni dopo, il 2 agosto, membri di un battaglione genieri SS di stanza a Fosdinovo furono attaccati dai partigiani della formazione “Ulivi” nei pressi del paese di Marciaso. Non ci furono vittime, ma la sparizione di due militari, datisi alla fuga e ritenuti morti, diede l’avvio a una nuova rappresaglia. Le SS circondarono Marciaso e catturarono decine di uomini, donne e bambini, poi liberati alla ricomparsa dei militari dispersi. L’intero paese fu comunque minato e fatto saltare il 3 agosto e sei anziani che non avevano lasciato le proprie case rimasero uccisi.

Walter Reder

Walter Reder

Lo spaventoso salto di qualità nelle pratiche repressive avvenne però nella seconda metà di agosto: il 17 i partigiani dell’ “Ulivi” si scontrano nuovamente con un reparto di genieri SS a Bardine di S.Terenzo Monti, nel comune di  Fivizzano. Nel combattimento i partigiani subirono alcune perdite, ma ebbero la meglio: 16 militari tedeschi rimasero uccisi e uno gravemente ferito. Nello stesso giorno le SS recuperarono i corpi dei loro commilitoni, incendiarono alcune case e uccisero due anziani coniugi, ma la vera rappresaglia sarebbe avvenuta due giorni dopo.

Il 19 agosto quattro compagnie del battaglione esplorante della 16a divisione SS, sotto il comando del maggiore Walter Reder, si portarono insieme ad altri reparti della stessa grande unità sul luogo dello scontro con i partigiani e vi uccisero 53 uomini rastrellati in Versilia alcuni giorni prima, lasciandone esposti i corpi legati agli alberi e ai pali dei filari delle viti. SS agli ordini di Reder si diressero poi a S.Terenzo Monti, dove uccisero il parroco, e nel vicino podere di Valla, presso il quale catturarono più di cento persone sfollate dalle proprie case per paura della rappresaglia. I prigionieri, in maggioranza donne e bambini, furono uccisi con raffiche di mitragliatrice. Si salvarono solo una donna e sua figlia, fuggite prima del massacro, e una bimba di sette anni che si  finse morta.

Come in Versilia, anche nel territorio apuano la “Reichsführer-SS” aveva ormai oltrepassato i limiti della semplice rappresaglia giungendo a pratiche di sterminio generalizzato di un’intera comunità che richiamavano quelle attuate sul fronte russo. La zona immediatamente a nord delle vette delle Alpi Apuane era stata inoltre identificata dalle SS come un covo di pericolosi “banditi”. Nei giorni successivi il comando della 16a divisione SS pianificò quindi un rastrellamento generale destinato a “ripulire” l’area da partigiani e presunti fiancheggiatori.

Il rastrellamento del 24 agosto (cartina di M.Fiorillo)

Il rastrellamento del 24 agosto (cartina di M.Fiorillo)

Il 24 agosto i rastrellatori circondarono da tutti i lati il basso fivizzanese, mentre il battaglione esplorante SS e reparti della Brigata Nera di Carrara risalivano la valle del torrente Lucido fino alla conca montana di Vinca. L’operazione, diretta dal maggiore Reder, si trasformò presto in un eccidio generalizzato di civili lungo tutto il percorso dei rastrellatori e soprattutto nell’area di Vinca.

Un totale di 171 persone, quasi tutti donne, bambini, anziani, infermi, furono uccisi nei giorni del rastrellamento. I partigiani presenti nell’area, formalmente uniti in un’unica brigata ma incapaci a coordinarsi, non furono in grado di contrastare efficacemente i rastrellatori.

Fino al suo trasferimento in Emilia, verso la metà di settembre, la “Reichsführer-SS” continuò a seminare il terrore nell’area settentrionale delle Apuane, mietendo vittime innocenti sia nel fivizzanese che nel carrarese.

Maurizio Fiorillo, dottore di ricerca presso l’Università di Pisa, collabora con l’Istituto spezzino per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea; si occupa di storia della seconda guerra mondiale e della Resistenza. Ha pubblicato saggi su riviste e un volume sulle formazioni partigiane della Lunigiana.