Piero Zerboglio (1907-1991): dalla Resistenza alla Repubblica

Piero Zerboglio nasce a Pisa il 19 luglio 1907 da Adolfo[1] e Maria Badoglio. La sua è una famiglia numerosa: ha due sorelle, Vera Carolina Laura Vincenza (Pisa, 21 aprile 1896-18 marzo 1977) e Carolina, detta Lina (Pisa, 8 febbraio 1903-29 maggio 1992), e un fratello, Vincenzo, detto Enzo. Quest’ultimo, nato a Pisa il 10 agosto 1898, parte per il fronte nel 1917 e muore il 26 ottobre 1918 a causa delle ferite riportate in combattimento sul Monte Solarolo; per il suo sacrificio viene insignito della medaglia d’oro al valor militare[2].

Il fratello Enzo è compagno di scuola, negli anni del liceo, di Giorgio Giglioli. Quest’ultimo, figlio di Italo e Constance Stocker, appartiene a una famiglia dalla solida tradizione patriottica risorgimentale; il padre, professore di chimica agraria all’Università di Pisa, è inoltre amico intimo e sodale di Adolfo[3]. A partire dal primo decennio del Novecento, le vicende delle due famiglie si intrecciano profondamente, segnando in modo determinante la formazione culturale di Piero.

Piero frequenta il liceo classico “G. Galilei”, seguendo il percorso del fratello, delle sorelle e dei figli dei Giglioli. Proprio con alcuni di loro, il 13 febbraio 1926, contribuisce alla fondazione della sezione di Pisa del Club Alpino Italiano (CAI)[4]. La passione per la montagna gli viene trasmessa dal padre, grande escursionista: quest’ultimo è originario del Piemonte, ma risiede a Pisa dove insegna Diritto penale sin dalla fine dell’Ottocento. La famiglia Zerboglio trascorre regolarmente le vacanze estive a Barga, in provincia di Lucca; anno dopo anno, il legame con il territorio si fa così profondo che il giurista, alle soglie dei sessant’anni, vi dedica un affettuoso ricordo attraverso un libro – una guida storico-culturale – intriso di stima e amore per la comunità barghigiana[5]. Spesso il padre – accompagnato dai figli o dagli amici, o talvolta in solitaria – approfitta delle pause dalle sue molteplici attività per inerpicarsi lungo le pendici dei monti e dei colli della zona. In queste lunghe e avventurose escursioni emerge un tratto distintivo della sua personalità, tanto che egli stesso scrive, con una punta di arguzia:

se si chiedesse a più d’uno, del professor Zerboglio, credo che nove su dieci ne esalterebbero la valentia “podistica” tacendo dei suoi volumi di diritto penale. Ed io, non sarei scontento perché tutti possono apprezzare benignamente l’energia delle mie gambe, e rari, invece, son coloro che sieno atti o propensi a giudicare, con coscienza ed equità, i prodotti del mio cervello!![6]

Barga è un piccolo comune della media Valle del Serchio, in provincia di Lucca, incastonato in una posizione suggestiva e strategica: il borgo appare infatti racchiuso tra l’imponente catena dell’Appennino Tosco-Emiliano e il profilo frastagliato delle Alpi Apuane. Situato a 410 metri sul livello del mare, l’abitato si adagia sulle alture delle ultime pendici occidentali del Monte Rondinaio, a circa quattro chilometri dalla riva sinistra del fiume Serchio.

Piero Zerboglio, alla fine degli anni Venti, frequenta la facoltà di Giurisprudenza all’Università di Pisa, dove si laurea il 4 luglio 1931[7]. In questo periodo conosce Gianna Donetti, figlia dell’avvocato Ettore: quest’ultimo, titolare di uno studio professionale a Genova, è solito trascorrere le vacanze estive con la famiglia a Barga, proprio come gli Zerboglio. Gianna e Piero si sposano il 19 settembre 1934; dalla loro unione nasce a Genova, il 28 agosto 1935, la figlia Piera che, seguendo le orme del padre e dei due nonni, si laureerà a sua volta in Giurisprudenza[8].

Dopo una breve esperienza a Genova presso lo studio del suocero, Piero Zerboglio abbandona la professione di avvocato per dedicarsi all’insegnamento. Tuttavia, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, viene arruolato come ufficiale nel 22° Reggimento di fanteria, di stanza nel territorio pisano.

Pisa, Lungarno Pacinotti, Palazzo Timpano, Casa Zerboglio prima del 1940. Foto dell’Archivio BFS

Piero matura la propria scelta liberal-socialista e antifascista proprio nei primi anni della Seconda guerra mondiale. Il punto di svolta, come ricorda Antonio Tozzi[9], va collocato nella primavera del 1942, in seguito agli incontri con Antonio D’Andrea, Mario Frezza ed Enrico De Negri e, in particolare, con Tancredi “Duccio” Galimberti – tra i fondatori del PdA nel cuneese, nonché ispiratore delle formazioni di “Giustizia e Libertà” e figura di spicco della Resistenza piemontese[10].

Così, nell’autunno del 1942, sotto la supervisione del professor Guido Calogero, nasce il “Comitato direttivo pisano” del partito. Il nucleo, composto da Piero Zerboglio, Antonio D’Andrea, Antonio Tozzi, Raffaele Micheletti, Ferruccio Michelazzi e Roberto Supino, allaccia rapidamente rapporti con le cellule azioniste di Lucca, Viareggio e Firenze. Piero Zerboglio descrive così quei momenti nelle memorie scritte per la famiglia e i nipoti:

Nel 1942 viene a trovarci a Pisa Duccio Galimberti, un avvocato studioso di diritto penale che si considera, in certo senso, allievo del nonno Adolfo, perché il nonno lo ha consigliato, ha recensito favorevolmente le sue pubblicazioni. Si sono incontrati più volte anche con la nonna Maria a dei congressi e hanno fatto tanta amicizia. Galimberti – che sarà poi un valoroso partigiano e morirà eroicamente, ucciso barbaramente dai fascisti – viene a Pisa per avere la nostra partecipazione a una forza antifascista che aveva origine da “Giustizia e libertà”: un movimento dei più significativi nella lotta contro il fascismo, del quale avevano fatto parte uomini come Rosselli, Parri, Ernesto Rossi.

Il nonno Adolfo è già molto anziano e Galimberti si rivolge soprattutto a me perché organizzi a Pisa il partito d’azione e prenda parte alla lotta antifascista. Io sono entusiasta, condivido pienamente gli ideali del partito d’azione: le forme istituzionali, i contenuti economici e sociali, i principi di giustizia e libertà, che sono da sempre i miei ideali politici, gli ideali liberal-socialisti[11].

Nella primavera del 1943, il Comitato del Partito d’Azione pisano contribuisce alla nascita del “Fronte antifascista” insieme ad alcuni esponenti comunisti e cattolici. Durante il periodo dell’occupazione tedesca, il gruppo svolge delicati compiti di collegamento tra il movimento clandestino cittadino e le formazioni partigiane attive sull’Appennino tosco-emiliano.

Il 31 agosto 1943, Piero e la sua famiglia assistono, dalla propria abitazione, al disastroso bombardamento della città, che colpisce con inaudita violenza la zona della stazione ferroviaria e il quartiere di Porta a Mare.

Nelle sue memorie, Piero ricorda come quel giorno la moglie si trovasse a Pisa con la figlia, nonostante fosse già sfollata a Barga proprio per sfuggire alle incursioni aeree. Intorno all’ora di pranzo, la città viene investita da quello che l’autore definisce «uno dei bombardamenti più forti e con più vittime» mai subiti dal capoluogo pisano.

Ci mettemmo abbracciati sotto gli archi di una porta mentre nonna gridava. “Mio dio, il terremoto!”. Gridava così perché anni prima, a Barga, era stata terrorizzata da un forte terremoto. Finito il bombardamento ci affacciammo a una finestra che dava sul Lungarno davanti alla Chiesa della Spina.

Da Porta a Mare si sentivano grida paurose; la Chiesa della Spina, quel piccolo capolavoro gotico proteso sulle spallette dell’Arno, non si vedeva più; a un tratto, avemmo la sensazione di una nube che si apriva e vedemmo riapparire la piccola chiesa; voi sapete che, purtroppo, il nonno non è un credente, ma se una volta, nella vita, ho avuto la sensazione di un miracolo è stata quella. Dopo gli scoppi delle bombe, le tragiche urla della gente, i nonni vivi, abbracciati, rividero come risorgere nel cielo, in mezzo alle macerie, la piccola e bella casa del Signore.

Con la nonna uscimmo e in bicicletta ci allontanammo fuori città. C’era tanta gente che correva disorientata, senza sapere dove andare. C’erano soldati, ufficiali senza giacca, senza cappello, senza armi. Si può dire che c’era solo il nonno con la divisa, le giberne, il fucile.

L’indomani mi toccò andare, al comando di un drappello di soldati, nella zona più colpita dal bombardamento: “Porta a Mare”, per il riconoscimento e il trasporto dei morti[12].

L’8 settembre Piero assiste al disfacimento dell’esercito: è uno dei pochi ufficiali ancora presenti nella caserma ormai semivuota, dalla quale tutti i superiori sono fuggiti. Poiché Pisa nei giorni seguenti viene interamente occupata dai reparti della Wehrmacht, decide di raggiungere la famiglia a Barga. Si reca a casa dei Giglioli per un cambio d’abiti civile e, in sella a una bicicletta, raggiunge la cittadina lucchese dopo dieci ore di viaggio, evitando con cura i posti di blocco tedeschi[13].

Una volta rassicurato sulle condizioni dei propri cari e dopo aver tentato invano di stabilire un contatto con i primi nuclei partigiani saliti in quota, Piero decide di rientrare a Pisa. Al suo ritorno, si riunisce clandestinamente con gli altri membri del Partito d’Azione, tra cui Cesare Salvestroni; quest’ultimo, forte della sua esperienza di ex combattente, assume la responsabilità del Comitato militare del CLN insieme a Fosco Dinucci, Alberto Bargagna e Severino Macci.

Una delle prime priorità del Comitato è il reperimento di armi da inviare ai gruppi clandestini che si stanno organizzando sulle alture, in particolare nella zona di Volterra. Proprio Salvestroni, l’anno successivo, verrà catturato dai tedeschi e deportato: morirà in prigionia il 2 marzo 1945.

Piero decide di utilizzare la casa dei Giglioli come punto d’appoggio per i suoi spostamenti: le sorelle Beatrice e Irene si mostrano ampiamente disponibili a ospitarlo, dimostrando piena solidarietà verso la sua azione. Proprio in quelle settimane, un altro azionista, Carlo Alberto Ricci, fa la spola tra Firenze, Pisa e il Piemonte per mantenere vivi i contatti del partito, trovando anch’egli rifugio e supporto in quella stessa rete di ospitalità clandestina.

Il 24 settembre 1943, la residenza degli Zerboglio, situata ai piani superiori di Palazzo Timpano sul Lungarno Regio, viene completamente distrutta durante un violento bombardamento. L’esplosione travolge la vasta biblioteca e l’archivio del padre Adolfo, un patrimonio documentario di immenso valore[14]. Tra le macerie, grazie al coraggioso intervento delle sorelle Giglioli e di Antonio Ricci, si riescono a trarre in salvo soltanto alcune centinaia di volumi e pochi fascicoli d’archivio. La sventura bellica colpirà nuovamente la famiglia l’anno successivo: anche la casa di Barga, luogo di rifugio e protezione, andrà incontro alla medesima sorte, venendo rasa al suolo da un altro bombardamento.

In questo periodo, Piero e la sua famiglia si occupano attivamente anche dell’assistenza ai De Cori, una famiglia di origine ebraica. Grazie al supporto coordinato degli Zerboglio e dei Giglioli, l’avvocato Guido De Cori e la moglie Piera Pontecorvo – la cui abitazione era andata distrutta nel bombardamento del 31 agosto 1943 – riescono a porsi in salvo e a raggiungere la Svizzera.

Volantino del Partito d’Azione distribuito durante la lotta clandestina (1943-44)

Nei mesi successivi, facendo sempre capo alla villa dei Giglioli, Piero si sposta tra Pisa e Barga per mantenere i contatti con le diverse formazioni operanti nell’Appennino tosco-modenese. In questo periodo ha modo di constatare personalmente la ferocia della repressione antipartigiana condotta dai tedeschi, come nel caso delle stragi perpetrate tra la primavera e la fine del giugno 1944.

Piandelagotti, frazione del comune di Frassinoro, sorge a oltre 1200 metri sul livello del mare, al confine tra l’Emilia-Romagna e la Toscana. Il 28 giugno 1944, i nazisti circondano l’abitato e colgono di sorpresa i partigiani che vi stazionano: questi ultimi, tuttavia, riescono a mettersi in salvo, lasciando il borgo nelle mani dei reparti tedeschi. I militari catturano circa quaranta civili: dieci ostaggi vengono trucidati sul posto, mentre gli altri trenta sono condotti a Pievepelago.

Il successivo 30 giugno 1944, per rappresaglia, i tedeschi impiccano quattro patrioti a Cerreta di Pievepelago. È molto probabile che Piero Zerboglio, nell’ambito delle attività connesse alla militanza clandestina, si sia recato in queste località in più occasioni. Ne è preziosa testimonianza una lettera di Irene Giglioli alla sorella Lilia, nella quale si legge:

Piero mi ha detto che a Piandelagotti la guerra tra tedeschi e partigiani è stata orribilmente selvaggia e che i tedeschi hanno fatto cose di una crudeltà inaudita. Interi paesi sono stati incendiati, molte case arse con gli abitanti ancora dentro. Di Piandelagotti stesso parrebbe che non resti che la sola chiesa e che tutto il resto sia stato incendiato o distrutto. Spero ancora che non sia vero fino a questo punto, ma purtroppo fin dall’anno scorso [recte primavera scorsa, N.d.C.] Piero ci diceva di aver visto personalmente il paese di Civago [frazione di Villa Minozzo, N.d.C.], a pochi km da Piandelagotti, tutto distrutto dagli incendi tedeschi[15].

Piero Zerboglio si riferisce, con ogni probabilità, ai fatti accaduti il 20 marzo 1944: in quella data, il reparto esplorante della divisione corazzata paracadutisti “Hermann Göring”, coadiuvato dai militi della Guardia nazionale repubblicana (GNR) di Reggio Emilia, scatena un attacco brutale contro le comunità di Civago e Cervarolo. L’operazione antipartigiana si trasforma rapidamente in un eccidio sistematico, caratterizzato da violenze efferate e uccisioni indiscriminate tra la popolazione civile[16].

Dopo che Pisa e i suoi dintorni sono stati teatro del violento scontro tra la retroguardia tedesca e l’esercito anglo-americano nei mesi di luglio e agosto 1944 – subendo costanti bombardamenti e cannoneggiamenti – tra il 31 agosto e il 1° settembre i reparti tedeschi si ritirano definitivamente dalla città e dalle zone limitrofe. La ritirata avviene verso Ripafratta e successivamente Lucca, lasciando alle spalle un territorio segnato dalle feroci stragi compiute nelle settimane precedenti tra i comuni di San Giuliano Terme e Vecchiano.

Prima pagina della Relazione di Antonio Tozzi sulle attività del Partito d’Azione a Pisa e provincia [1945]. Foto dell’Archivio BFS

Il 1° settembre, su indicazione dei comandi alleati, una squadra partigiana di Coltano effettua una prima perlustrazione nella zona nord della città, rilevando l’assenza delle truppe occupanti.

Il giorno successivo, le avanguardie alleate fanno il loro ingresso in città, provenendo da Colignola e Mezzana (lungo la direttrice Calci-Cascina). Entrando da Porta a Lucca, le truppe incontrano due distinti gruppi di partigiani che, seguendo le direttive dei comandi alleati, hanno preceduto l’arrivo delle pattuglie: si tratta di alcuni elementi di Coltano e di un nucleo di patrioti della formazione “Nevilio Casarosa”, scesi appositamente dai monti per partecipare alla liberazione del centro urbano.

Secondo la testimonianza di Antonio Ricci – figlio della cuoca della famiglia e residente nella Villa Giglioli – alcune pattuglie di soldati americani penetrano in città, sempre il 2 settembre, utilizzando il ponte subacqueo del Viale delle Piagge, all’altezza del Tondo. Percorrendo buona parte del viale, i reparti raggiungono il centro cittadino attraverso via Maccatella[17].

Pochi giorni dopo, il 5 settembre, le autorità militari alleate confermano l’avvocato Mario Gattai nel ruolo di commissario prefettizio, affiancato da Italo Bargagna in qualità di commissario politico. Sarà proprio quest’ultimo a essere successivamente nominato dal CLN locale come primo sindaco della Pisa liberata[18].

Una bozza dettagliata della Relazione del Partito d’Azione, conservata tra le carte di Antonio Tozzi, riporta una testimonianza cruciale su quei momenti:

Allorché le truppe della V/a Armata, dopo 45 giorni di sosta, passarono l’Arno, vari elementi delle squadre servirono di guida alle pattuglie di avanguardia alleate. Al loro primo entrare nella città di Pisa, avvenuto dal sobborgo di Cisanello, ebbero appunto per guida appartenenti alle squadre del Partito d’Azione: per primo Benelli Nello, e quindi Bacci Fosco ed altri componenti della sua squadra, fra cui Orsolini Mario, il quale alle ore 10,10 del giorno 2 settembre 1944, accompagnò una pattuglia americana sulla torre pendente per issarvi la bandiera stellata[19].

All’indomani della liberazione di Pisa, l’impegno di Piero Zerboglio si sposta sul piano della riorganizzazione politica e civile. Entra a far parte del Comitato direttivo del Partito d’Azione per la città e la provincia insieme ad Antonio D’Andrea, assumendo l’incarico di segretario provinciale e ricoprendo diverse responsabilità all’interno del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN)[20].

In occasione del congresso regionale del Partito d’Azione, tenutosi nella primavera del 1945, Piero viene eletto nel Comitato regionale toscano, assumendo la rappresentanza ufficiale della provincia di Pisa in seno all’organismo dirigente[21].

Il 31 marzo 1946, Piero figura nelle liste dei candidati del Partito d’Azione per le elezioni amministrative di Pisa, insieme alla moglie Gianna Donetti. Nonostante il ruolo di assoluto rilievo ricoperto dal partito durante la clandestinità, l’esito delle urne è amaro: la formazione raccoglie appena 675 voti (l’1,7%), un risultato modesto che non consente a Piero l’elezione e che contribuisce ad aggravare la crisi identitaria del movimento azionista.

Piero prosegue con dedizione la propria attività di insegnante e, dopo lo scioglimento del Partito d’Azione nel 1947, si avvicina all’area socialista, seguendo la traiettoria intrapresa dalla maggioranza degli ex azionisti. Nel 1949, con la costituzione della FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane), vi aderisce prontamente: il suo obiettivo è preservare l’autonomia delle associazioni dei partigiani, mantenendole indipendenti dalle logiche e dai compromessi del sistema politico dell’epoca.

Nell’aprile del 1953 prende vita un nuovo soggetto politico, Unità Popolare (UP), che aggrega diverse formazioni di area liberal-socialista con l’obiettivo di contrastare la riforma elettorale maggioritaria, nota polemicamente come “legge truffa”. Dopo la battaglia elettorale del giugno 1953, UP avvia un percorso di progressivo avvicinamento al PSI. In occasione del convegno nazionale di Firenze (29-30 giugno 1957), Piero Zerboglio viene eletto nel Comitato Centrale del movimento, sedendo accanto a figure di primo piano della Resistenza e del socialismo italiano come Ferruccio Parri, Tristano Codignola, Pietro Caleffi e Riccardo Levi[22],

In questa veste, Piero partecipa attivamente alla fase conclusiva del movimento, che avvia le trattative per la confluenza definitiva nel Partito Socialista Italiano (PSI). Tale unione viene ufficialmente deliberata il 26 ottobre 1957, segnando la fine dell’esperienza organizzativa autonoma di Unità Popolare e il rientro della componente azionista e liberal-socialista nell’alveo del socialismo democratico[23].

Nel 1958, Piero assume la presidenza dell’Istituto di cure marine di Tirrenia[24], un incarico che manterrà per lungo tempo: sotto la sua gestione, il 16 febbraio 1971, l’istituto verrà ufficialmente elevato al rango di ente ospedaliero con apposito Decreto del Presidente della Repubblica.

Sul piano culturale e civile, la sua attività non viene meno: fin dal primo numero, collabora a «Lettera ai compagni», la rivista mensile della FIAP fondata da Ferruccio Parri nel febbraio 1969. In questi decenni complessi per la storia d’Italia e di Pisa, la sua figura, rimasta sempre ancorata ai principi democratici e socialisti, si consolida come un punto di riferimento imprescindibile per la difesa della memoria della Resistenza e dei valori dell’antifascismo.

Infine, nel 1973, Piero ripercorre le orme paterne: come già era accaduto ad Adolfo nel 1923, diventa socio della Cassa di Risparmio di Pisa, il principale istituto bancario cittadino, a testimonianza del prestigio e del radicamento sociale che la sua famiglia ha saputo mantenere nel tessuto civile della città attraverso le generazioni[25].

Il 21 maggio 1985, di fronte alla proposta dell’Università di Pisa e della Scuola Normale Superiore di realizzare una lapide commemorativa con l’elenco dei caduti della Seconda guerra mondiale, Piero interviene in prima persona. In qualità di esponente della FIAP, e insieme ai rappresentanti delle altre associazioni antifasciste, firma una lettera aperta indirizzata al Rettore: nel documento viene espressa una ferma opposizione all’inserimento del nome del filosofo e fascista Giovanni Gentile accanto a quello degli altri caduti.

Piero Zerboglio si spegne a Pisa il 5 febbraio 1991[26]. È sepolto nel cimitero di Barga, la cittadina che aveva dato rifugio e protezione a lui e alla sua famiglia nei drammatici anni 1943-’44. Lì riposa accanto al padre Adolfo, alla madre e agli altri componenti della famiglia, suggellando in quel luogo di memoria il legame profondo e grato con una terra che, pur non avendogli dato i natali, era diventata per lui una seconda patria elettiva.

Franco Bertolucci

9 aprile 2026

 

NOTE:

[1]Su Adolfo Zerboglio (1866-1952), giurista, deputato e senatore cfr. R. Gilardenghi, Zerboglio Adolfo, in Movimento operaio italiano Dizionario biografico, a cura di F. Andreucci e T. Detti, Roma, Editori riuniti, 1978, v. 5, pp. 294-297; C. Latini, Zerboglio Adolfo (1866-1952), in Dizionario biografico dei giuristi italiani (secc. XI-XX) [d’ora in poi DBGI], Bologna, 2013, v. 2, pp. 2088-2089; G. Marra, Zerboglio Adolfo, in Maestri d’Ateneo. I docenti dell’Università di Urbino nel Novecento, a cura di A. Tonelli, Urbino, Università degli studi di Urbino «Carlo Bo», 2013, pp. 599-600.

[2]Medaglie d’oro: Enzo Zerboglio, Enrico Toti, [a cura di[ A. Zerboglio, Milano, Imperia, 1923.

[3]Notizie sulla storia della famiglia Giglioli si possono leggere in  B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1944, a cura di F. Bertolucci, B. Cattaneo, G. Mangini, Ghezzano (PI), BFS, 2025, pp. 26-37. Cfr., inoltre, C. Giglioli-Stocker, Una famiglia di patrioti emiliani. I Giglioli di Brescello. Con appendice di 26 lettere inedite di patrioti del tempo, Milano, Società anonima editrice Date Alighieri, 1935.

[4]Soci promotori e fondatori, «Notiziario del Club Alpino Italiano sezione di Pisa», a. 37, n. 1, 2017, p. 6.

[5]A. Zerboglio, Barga: memorie e note vagabonde, con xilografie di Balduini, Barga, Sighieri & Gasperetti, 1929.

[6]Ivi, p. 48.

[7]Archivio generale dell’Università di Pisa, Fasc. studente Zerboglio Piero.

[8]P. Zerboglio, [Memorie familiari], dattiloscritto [1982], in Carte di A. Ricci, Archivio della Biblioteca F. Serantini, p. 35.

[9]Carte famiglia Tozzi, fasc. [Partito d’azione e guerra], doc. 1944-1964, [Appunti], s.d.

[10]Cfr. R. Vanni, La Resistenza dalla Maremma alle Apuane, Pisa, Giardini, 1972 p. 70, e G. De Luna, Storia del Partito d’azione 1942-1947, Milano, Feltrinelli, 1982, pp. 50-51.

[11]P. Zerboglio, [Memorie familiari], dattiloscritto [1982], cit., pp. 37-38.

[12]Ivi, p. 39.

[13]Ivi, p. 40.

[14]Ivi, p. 45.

[15]Lettera di Irene a Lilia Giglioli, Pisa, 26 ottobre 1944 in Archivio della Biblioteca F. Serantini, Carte famiglia Giglioli. Su queste stragi cfr. M. Storchi, Reggio Emilia, in La politica del terrore: stragi e violenze naziste e fasciste in Emilia Romagna: per un atlante delle stragi naziste in Italia, a cura di L. Casali e D. Gagliani, Napoli, L’Ancora, 2008, pp. 95-113.

[16]Di questo episodio ne fa cenno anche Beatrice Giglioli in una lettera alla sorella Lilia, Pisa, 12 aprile 1944 in Archivio della Biblioteca F. Serantini, Carte famiglia Giglioli.

[17] A. Ricci, Ricordi dell’estate 1944 in  B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1944, cit., pp. 298-310.

[18]Cfr. G. Bertini [a cura di], Pisa nella bufera: note dell’avvocato Mario Gattai commissario del Comune di Pisa. Giugno-settembre 1944, Pisa, Circoscrizione 6, 2001, inoltre S. Gallo, Pisa in guerra, 1943-1944, in G. Fulvetti [a cura di], Dalla guerra alla Liberazione. Pisa 1940-1945, Pisa-Bologna, Fondazione Palazzo Blu-Whitebook, 2024, pp. 67-77.

[19]Cfr. Carte famiglia Tozzi, [Partito d’Azione e guerra], 1944-1964, [Relazione al Patriot Branch. dattiloscritta sulle attività del PdAz nella primavera estate del 1944], s. d. ma presumibilmente dell’autunno del 1944.

[20]A. Tozzi, La Costituzione del Partito d’azione in provincia di Pisa, in Resistenza ai nostri giorni, a cura dell’ANPI di Pisa, 2005, pp. 59-61. Cfr. Il Partito d’azione in Toscana. Il congresso regionale dell’ottobre 1945, a cura di L. Menconi, Ospedaletto (Pisa), Pacini, 2024.

[21]La ricostruzione in Toscana dal CLN ai partiti. 2. I partiti politici, a cura di E. Rotelli, Bologna, Il Mulino, 1981, p. 327.

[22]Bologna. Comitato centrale, elezione della direzione nazionale, «Il Piccolo, a. 76, n. s., n. 3316, 9 luglio 1957.

[23] Cfr. ebook formato EPUB2, F. Leonzio, Segretari e leader del socialismo italiano, Catania, ZeroBook, 2018, p. 137.

[24]«Gazzetta Ufficiale», n. 261, 28 ottobre 1958, p. 4093.

[25]A. Cecchella e R. Bernardini, Oltre… il 150°. Un secolo e mezzo nella vita socio-economica della provincia, Pisa, Cassa di Risparmio di Pisa e Pacini, 1984, vol. 1, pp. 185 e sgg.

[26]L. M. [L. Mercuri], Ricordiamo Dolci e Zerboglio, «Lettera ai compagni», n. 4, aprile 1991.

 




LE GIORNATE DI APRILE 1975

Gli anni Settanta furono anni

troppo disordinati, troppo agitati, troppo pieni

di vita perché li si ricordi solo come una pedante raffica di spari”

Michele Serra

Il 16 aprile del 1975 a Milano fu indetta una manifestazione per sensibilizzare l’opinione pubblica su temi inerenti il diritto alla casa. Una volta sciolto il corteo alcuni militanti del movimento studentesco incrociarono per strada tre ragazzi appartenenti al FUAN (organizzazione universitaria di destra) intenti a svolgere un volantinaggio. Riconosciuti dai militanti di sinistra furono aggrediti: due riuscirono a scappare mentre il terzo, Antonio Braggion di 22 anni, si rifugiò all’interno della propria auto, una mini minor che fu colpita ripetutamente con oggetti contundenti mandandone in frantumi i vetri. Braggion all’interno della vettura esplose tre colpi di rivoltella di cui uno ferì a morte lo studente diciasettenne Claudio Varalli, militante del Movimento dei lavoratori per il Socialismo. “Giace al suolo un giovane vestito di jeans e col giaccone verde”, annunciavano le agenzie di stampa del 18 aprile1. Il neofascista Braggion poi riuscì a fuggire eclissandosi nel traffico milanese e dopo una latitanza all’estero, nel 1978, sarà condannato a cinque anni di carcere per “eccesso di legittima difesa” ed altri cinque “per detenzione abusiva di arma da fuoco”, pena che poi sarà ridotta in secondo grado.

Il giorno dopo, il 17 aprile, nel capoluogo lombardo venne indetta una manifestazione di protesta per l’omicidio del Varalli: un corteo assai corposo da piazza Cavour prese la direzione verso la sede del Msi in via Mancini dove poco dopo iniziarono i tafferugli fra manifestanti da una parte e polizia e carabinieri dall’altra. Nel bel mezzo della guerriglia urbana un autocarro dei carabinieri, dopo numerosi caroselli in via XXII Marzo per disperdere i manifestanti, salito sul marciapiede travolge Giannino Zibecchi, insegnate di educazione fisica, militante del Coordinamento dei comitati antifascisti, schiacciandogli il cranio con la ruota anteriore sinistra. Lo Zibecchi rimarrà a terra con il viso orrendamente sfigurato e la materia celebrale che fuoriesce dalla sua testa2.

Alla guida dell’autocarro c’era il carabiniere diciottenne Sergio Chiarieri che al processo verrà assolto dal reato ascrittogli per insufficienza di prove.

Claudio Varalli e Giannino Zibecchi

 

Murales a Orgosolo. Per Giannino Zibecchi e Claudio Varalli, aprile 1975.

Sempre il 17 aprile, questa volta a Torino, in un quartiere operaio di periferia, un gruppo di compagni del comitato per la lotta per la casa di Falchera stava sistemando la nuova sede appena liberata, un semplice box auto che la guardia giurata Paolo Fiocco si era preso in più oltre a quello già assegnatogli dall’istituto IACP (Istituto Autonomo Case Popolari). In quel box il comitato per la casa avrebbe voluto fare una sala riunioni, e siccome a niente valsero le richieste fatte al Fiocco per liberarlo, quella sera venne deciso di riappropriarsene. E così che la guardia giurata, non condividendo quello che sentiva come un esproprio, quella stessa sera con la sua pistola di ordinanza sparò in faccia a Tonino Miccichè, ritenuto responsabile del maltolto in quanto una delle figure più importanti del comitato3.

Arriviamo al 18 aprile a Firenze dove si mobilitano diverse realtà per manifestare contro gli omicidi dei giorni precedenti4: dagli studenti medi agli universitari, dall’ANPI al PCI, e a tutti coloro rimasti indignati da questo continuo spargimento di sangue. Gli studenti si muovono in corteo durante la mattinata, mentre la manifestazione generale cittadina partirà nel tardo pomeriggio. Già dalla mattina però l’obiettivo è chiaro: raggiungere piazza Indipendenza dove si trovava la sede del Msi, ma al primo tentativo di avvicinamento seguono immediatamente le cariche della celere che disperdono i manifestanti facendoli desistere dal loro intento. Poi nel pomeriggio, dopo aver sfilato per le vie della città, quando il corteo si scioglie i manifestanti a piccoli gruppi raggiungono piazza Indipendenza. Qui stazionano già dalla mattina polizia e carabinieri in assetto antisommossa schierati a difesa della sede missina. E’ un attimo, all’improvviso parte la carica delle forze dell’ordine e iniziano i tumulti: l’aria diventa irrespirabile, nebbia di lacrimogeni, vampate di bottiglie molotov, lanci di pietre e bulloni, getti di idrante, automezzi dati alle fiamme, devastazioni, barricate… scontri violenti che si protraggono fino a tarda sera. L’intero quartiere di San Lorenzo rimase al buio senza illuminazione pubblica, non sappiamo se per un guasto o per una scelta deliberata, di fatto nelle strade si creò un clima di terrore con camionette della celere e dei carabinieri che sfrecciavano anche a fari spenti5. Inoltre più testimonianze hanno dichiarato che quella sera agenti in borghese si muovevano sul territorio in cerca di manifestanti facinorosi6

In questo clima di guerriglia urbana intorno alle ore 23.00 rimase a terra colpito alla nuca da un colpo di pistola Rodolfo Boschi, detto Foffo, operaio dell’ENEL iscritto al partito comunista, conosciuto in città come giocatore dei Bianchi di San Frediano del Calcio Storico. Dai ricordi dei suoi amici e conoscenti appare uno di quei giovani schietti dal cuore generoso e coraggioso, un cuore che quella sera del 18 aprile probabilmente l’aveva portato dove sentiva che ci sarebbe stato bisogno del suo impegno e della sua generosità per protestare e per interrompere definitivamente quella terribile catena di giovani morti ammazzati. E invece il destino fece si che Rodolfo diventasse l’ennesimo anello di quella stessa catena7.

Rodolfo Boschi colpito non ce la farà a sopravvivere e il suo cuore cesserà di battere la mattina successiva del 19 aprile alle ore 7.00. A sparare è stato uno degli agenti dell’ufficio politico della questura, Oreste Basile, che dichiarerà di aver risposto al fuoco nemico. A terra, poco distante dal Boschi, giace ferito, non in modo grave, anche Francesco Panichi, militante di Autonomia Operaia, accanto al quale viene ritrovata una pistola. Le testimonianze in merito ai fatti accaduti sono discordanti: c’è chi afferma di aver visto il Panichi impugnare una pistola, mentre altri dichiarano che a sparare è stato un altro individuo allontanatosi poi in tutta fretta su una 128 verde posteggiata in fondo a via Nazionale8. Al militante di Autonomia Operaia verrà comminata la pena di 10 anni di reclusione, mentre l’agente di polizia sarà condannato a 8 mesi con la condizionale “per eccesso colposo di legittima difesa”9.

Mentre la notizia dell’ennesimo manifestante ucciso in piazza si diffonde in tutta Italia, il PCI pubblica un documento in cui declina la responsabilità della morte del Boschi a gruppi di teppisti e provocatori che hanno fatto “versare il sangue innocente di un giovane lavoratore”10. Il partito sembra orientato ad alimentare una vera e propria campagna per l’arresto del Panichi, reo, secondo loro, di esser giunto sui luoghi degli scontri armato di pistola. Quindi si auspica che la polizia concentri il proprio operato contro i presunti provocatori in modo da “impedire che si scavi un solco profondo tra i lavoratori fiorentini e le sue forze di polizia e si crei una contrapposizione”11.

Dall’altra parte la sinistra extraparlamentare accusa il PCI di essersi inventato il mostro e di averlo indebitamente sbattuto in prima pagina.

E da questo momento in poi il rapporto fra il partito comunista e la sua ala extraparlamentare, soprattutto Autonomia Operaia, acquisterà i toni di uno scontro particolarmente virulento che avrà successivamente il suo apice qualche tempo dopo all’Università della Sapienza a Roma quando a Luciano Lama Segretario Generale della CGIL, sindacato vicino alla posizioni del PCI, verrà impedito di parlare contestandolo sonoramente con atteggiamenti di estrema violenza. “La cacciata di Lama” espressione con cui è ricordato l’avvenimento, fu uno degli eventi più rappresentativi del fermento politico poi passato alla storia come Movimento del Settantasette12.

Le giornate di aprile possono essere considerate quel punto di non ritorno per molti giovani della sinistra extraparlamentare che scelgono lo scontro violento in piazza con l’uso delle armi, o decidono di sposare la lotta armata entrando a far parte delle organizzazioni terroristiche tipo BR, Prima Linea, Nap…

13.

Durante l’anno 1977 si iniziarono a contare anche le morti degli uomini delle forze dell’ordine rimasti esamini sull’asfalto negli scontri di piazza colpiti da proiettili sparati da manifestanti. Settimio Passamonti, allievo sottufficiale di Pubblica Sicurezza, cadde ucciso a Roma il 21 aprile durante una giornata di scontri forse dei più violenti di quegli anni per il numero di colpi e per il volume di fuoco. Il giorno successivo il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga annunciò il divieto di tutte le manifestazioni nel Lazio per un mese dichiarando alla stampa: “Deve finire il tempo dei figli dei contadini meridionali uccisi dai figli della borghesia romana”.

Il 14 maggio a Milano fu la volta del vicebrigadiere del III reparto della Celere Antonio Custra, colpito a morte da un proiettile mentre prestava servizio durante una manifestazione. Quel giorno la presenza sul luogo di diversi fotografi produsse una serie di foto che furono pubblicate nei giorni successivi dai quotidiani del tempo. Una fra tutte, che mostrava un autonomo, Giuseppe Memeo, nell’atto di impugnare a due mani una pistola, puntata ad altezza d’uomo, divenne uno dei simboli della violenza di strada degli anni ‘70 e della degenerazione dello scontro politico violento che passò dalle bottiglie molotov all’uso delle armi da fuoco.

In questo clima di efferata violenza, all’interno di un calcolo cinico, le morti dei due poliziotti possono essere considerate, anche se non vi è nessuna effettiva relazione fra loro, come risposta agli omicidi per mano delle forze dell’ordine di altri due manifestanti avvenute quell’anno: Francesco Lorusso, ex militante della disciolta Lotta Continua ucciso a Bologna l’11 marzo con un colpo d’arma da fuoco da un carabiniere di leva, nei disordini scaturiti durante una manifestazione studentesca. Per Lorusso vi sarà poi una rivendicazione esplicita, una scritta lasciata sull’asfalto affianco alla chiazza di sangue dell’agente Settimio Passamonti: “Qui c’era un caramba, il compagno Lorusso è vendicato14. L’altro omicidio avvenne a Roma durante una manifestazione indetta dal partito Radicale per ricordare il terzo anniversario della vittoria sul divorzio, il 12 maggio Giorgiana Masi cade a terra colpita da un proiettile sparato da notevole distanza, un tipo di proiettile non in dotazione alle forze dell’ordine. Non è stato possibile stabilire chi ha esploso il colpo di arma da fuoco se la polizia o è partito dalla pistola di un manifestante. E la dinamica dei fatti, le testimonianze e la presenza in zona di agenti in borghese con in mano pistole non di ordinanza, immortalati dai fotoreporter, che costituivano la tesi portata avanti dal partito Radicale e dalla sinistra, era in contrasto con l’ipotesi del “fuoco amico” del Ministro dell’Interno Francesco Cossiga che riconduceva la responsabilità a frange dell’Autonomia Operaia: l’inchiesta sulla morte della Masi verrà chiusa per “impossibilità a procedere poiché rimasti ignoti i responsabili del reato”15. Del resto la legge Reale del maggio del 1975, una normativa volta a tutelare l’ordine pubblico e a contrastare il terrorismo di quegli anni, prevedeva anche l’estensione dell’uso legittimo delle armi da parte della polizia, e in tal modo veniva lasciata maggiore libertà alle forze dell’ordine di sparare con il conseguente aumento delle probabilità di morti ammazzati16. E difatti pochi mesi dopo di quell’anno, il 22 novembre a Roma, assistiamo all’ennesimo omicidio in piazza di un manifestante: Piero Bruno, diciottenne militante di Lotta Continua. “Avere diciott’anni nel paese Reale” titolo con cui “Il Manifesto” ricorderà nel giorno del cinquantesimo anniversario (1975-2025) la morte del giovane Bruno, sottolineando che “praticamente ogni circostanza poteva costituire un buon motivo per aprire il fuoco” 17.

Questa lunga scia di sangue lasciata sull’asfalto negli scontri tra manifestanti e polizia insieme alle tante persone freddate dal terrorismo rosso unite alle stragi fasciste hanno connotato gli anni Settanta con la qualifica di “anni di piombo” se non altro per conservare nella memoria quell’inaudito numero di morti che aumentava giorno dopo giorno. Ma quegli anni non furono soltanto spargimento continuo di sangue, furono anche altro.

Negli anni Settanta, dopo la rivoluzione dei costumi del sessantotto, l’Italia visse una fase di trasformazione culturale e sociale ancora più intensa. I giovani alla fine degli anni Sessanta avevano già aperto la strada a nuove forme di libertà e autonomia introducendo stili di vita, linguaggi e comportamenti alternativi. Ora queste spinte si tradussero in azioni concrete con la nascita di movimenti organizzati, rivendicazioni politiche e battaglie civili. Fu un decennio di fermento dove ogni conquista culturale si confrontava con resistenze profonde e tradizioni radicate. Un decennio ricco di conquiste nel quale presero vita significative riforme sul piano sociale, dal divorzio all’aborto, dalla riforma del diritto della famiglia – che eliminava la disparità tra i coniugi con l’abolizione della figura del capo famiglia –, alla riforma sanitaria – che garantiva l’accesso alle cure indipendentemente dalle condizioni economiche –, dalla legge Basaglia con l’abolizione dei manicomi all’obiezione di coscienza – con la possibilità di rifiutare il servizio militare per motivi di coscienza –, dallo statuto dei lavoratori – con il diritto di appellarsi al giudice in caso di licenziamento illegittimo e con la novità delle 150 ore –, ai Decreti Delegati – che promuovevano nella scuola una partecipazione democratica introducendo gli organi collegiali -. In quegli anni prese forma anche il movimento femminista con le donne che divennero protagoniste attive della vita pubblica con la consapevolezza di ridefinire la loro presenza nella società, nella famiglia e nel lavoro, portando avanti il loro obiettivo di eguaglianza ed autodeterminazione. Anni, a sentire il racconto di chi gli ha vissuti, dove si respirava un’aria nuova di possibile rinnovamento, dove si intravedeva all’orizzonte un futuro migliore, dove il dibattito sul “come saremo” era nel bel mezzo della politica, vissuta con passione non soltanto dalle avanguardie, ma da larghi strati sociali. Erano anni dove si sognava un mondo migliore e sembrava di averlo a portata di mano, quando ancora la violenza non aveva divorato tutta intera la speranza. Poi, quando ormai sparare era diventato una consuetudine comune, il sogno di cambiare il mondo si sgretolava pezzo dopo pezzo ogni qualvolta una pistola veniva puntata ad altezza d’uomo.

NOTE:

1 Era uno di questi, “Lotta continua”, 18 aprile 1975; Militante a dodici anni, “Corriere della Sera”, 18 aprile 1975.

2 Pio Zibecchi è morto investito in pieno da un gippone dei CC, “L’Unità”, 18 aprile 1975.

3 Giovanni De Luna, Le ragioni di un decennio 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, Milano 2009, pp. 16-18.

4 Il 18 aprile esplosero nuovamente le piazze italiane: in molte città si registrarono scontri durissimi tra militanti e forze dell’ordine mentre numerosi spazi considerati collusi con i fascisti o dichiaratamente tali vennero assaltati, Cfr. Emilio Mentasti, Senza Tregua, Colibrì Edizioni, Torino 2011, pp. 145-148. 

5 Gravi incidenti nel centro cittadino. Nel pomeriggio, al termine di un corteo, alcune centinaia di individui si sono diretti verso Piazza Indipendenza attraverso le strade adiacenti – Violenti scontri con la polizia – Lanci di bottiglie incendiarie, strade divelte e negozi danneggiati – Tutta la zona attorno alla stazione e al mercato di S. Lorenzo invasa dai gas lacrimogeni, “L’Unità”, 19 aprile 1975.

6 Cfr. Le interviste dei testimoni riportate da Lauro Rosso, nella sua tesi di laurea magistrale in Scienze Storiche, L’autonomia a Firenze 1973-1977, p. 195, p. 237, p. 280.

7 Per le vicende del 18 aprile 1975 a Firenze vedi il racconto di M. Cervelli e B. Paladini, Autonomi a Firenze, in Gli autonomi, le storie, le lotte, le teorie, volume 1, DeriveApprodi, Roma 2007, pp. 327-28; il giornale di area autonoma “Rosso”, giornale dentro il movimento, Milano, aprile 1975, Rivolta di classe, Roma, maggio 1975; l’articolo di Riccardo Venturi, Firenze, via Nazionale, 18 aprile 1975 in https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=3419&lang=it, e consulta la tesi di laurea magistrale in Scienze Storiche di Lauro Rosso, L’autonomia a Firenze 1973-1977 pp. 97-119, e la tesi di dottorato in Storia Contemporanea di Andrea Tanturli, La parabola di Prima linea. Violenza politica e lotta armata nella crisi italiana (1974-1979), pp. 175-185.

8 “Ma resta l’incertezza su chi abbia premuto il colpo fatale, come sulla dinamica del fatto” in Matteo Mazzoni, Politica in movimento: fasi, protagonisti, dinamiche di una stagione di impegno collettivo, in Concentramento ore 9, a cura dell’Associazione Ciclostilato in proprio, Regione Toscana, Firenze 2016, pp. 131-132.

9 Ferma e responsabile manifestazione di massa contro l’eversione fascista e le provocazioni, Gravi incidenti ieri sera in centro, “L’Unità”, 19 aprile 1975; Sdegno per l’uccisione del compagno Boschi, “L’Unità”, 20 aprile 1975.

10 Cfr. il Comunicato della Federazione del PCI, “L’Unità”, 19 aprile 1975, da cui è tratta la citazione, Documento della federazione del PCI subito dopo il tragico episodio, “L’Unità”, 20 aprile 1975.

11 Ibidem.

12 Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 2006, p. 515.

13 Ivi, p. 514.

14 Cfr. Franca Menneas, Omicidio Francesco Lorusso, una storia di giustizia negata, Pendragon, Bologna 2015.

15 G. De Luna, Le ragioni di un decennio, cit., p. 26.

16 Ivi, p. 115-17.

17 Mario Di Vito, Avere 18 anni nel paese Reale, “Il Manifesto”, 22 novembre 2025.

 

Articolo pubblicato nell’aprile 2026.




Una provincia in armi: la Resistenza pistoiese. Origini, sviluppo e caratteristiche

La Resistenza italiana rappresenta uno degli episodi più significativi e complessi della storia del nostro paese durante la Seconda guerra mondiale. Tra il 1943 e il 1945 il movimento di Resistenza si oppose alla Repubblica Sociale Italiana e all’occupazione tedesca, lasciando un’impronta indelebile sulla società, sulla politica e sulla cultura dell’Italia Repubblicana.

Nel contesto della Resistenza italiana, la provincia di Pistoia, pur di dimensioni relativamente contenute, divenne un punto di riferimento strategico, teatro di scontri, lotte e resistenze che segnarono indelebilmente il destino delle comunità locali.

La Resistenza pistoiese s’inserisce nel quadro di quella toscana: in parte ebbe origini autoctone e in parte fu promossa, coordinata e supportata dai partiti. In tutta la regione furono i partiti comunista e azionista ad avviare un’azione incisiva per lo sviluppo del partigianato, sebbene non mancassero forti spinte autonomiste. La lotta armata fu una scelta di pochi e l’adesione fu varia sia per estrazione sociale, sia per ideologia politica, sia per le motivazioni di tale scelta, che furono complesse. Si intrecciarono frequentazioni amicali o scolastiche, fattori ambientali, appartenenze familiari, retroterra personali. Ai vertici delle formazioni partigiane troviamo uomini che avevano subito arresti, pestaggi, confino o esilio volontario nell’Italia fascista fin dalla metà degli anni ‘20, come Gino Bozzi o Natale Tamburini. Oltre a questi componenti dell’antifascismo storico, una forte novità fu rappresentata dalla presenza a capo delle bande partigiane di giovani nati e cresciuti nel ventennio mussoliniano – come Manrico Ducceschi, Silvano Fedi, Giovanni La Loggia – di cui alcuni già perseguitati dal Regime.

Il Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale (CPLN) ebbe una genesi tormentata. Non registriamo una data ufficiale di fondazione, come per quello Toscano, ma una serie di riunioni clandestine – già dopo la caduta di Mussolini – svolte in città e in campagna, spesso nelle canoniche, dove partecipavano i membri dei principali partiti (Comunista, Azionista, Democristiano, Libertari). Il Comitato si assunse il compito di coordinare le attività partigiane e di difendere la popolazione, anche se non fu sempre possibile per le difficoltà logistiche e strutturali di un progetto su larga scala. Una delle attività più complesse fu proprio quella di tenere i rapporti con la campagna pistoiese, la montagna e tutta la Valdinievole. L’unità di intenti accomunava i partiti antifascisti, ma ognuno cercò di mantenere le proprie specificità. Le problematiche locali si unirono a quelle del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, i cui membri furono in gran parte catturati i primi di novembre. Lo stesso CLN pistoiese, già colpito dallo sfollamento seguito al primo bombardamento aereo alleato, fu scosso da retate e arresti a fine 1943. Fino alla primavera il contributo del CPLN fu limitato e concorse a rendere difficile l’organizzazione dei primi gruppi resistenziali, in balia unicamente delle direttive partitiche e delle iniziative di singoli uomini.

Nella Resistenza pistoiese è possibile, infatti, osservare tre fasi. La prima, iniziata dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, di scarsa presenza e minime azioni militari, di difficoltà organizzative, di forti misure di vigilanza e repressione. I partigiani della prima ora furono pochi, limitatamente supportati dall’esterno e malamente armati. Furono occupati principalmente in attività logistiche, in azioni di saccheggio e di assalto a depositi, nella diffusione di stampa antifascista, nel reclutamento di uomini, nell’aiuto ai prigionieri alleati in fuga, in qualche atto di sabotaggio a mezzi tedeschi o alla segnaletica stradale lungo le vie di comunicazione. In questo periodo nasce anche un’organizzazione partigiana femminile (denominata Gruppo di Difesa).

La seconda fase prese avvio nel febbraio 1944 e si sviluppò nel corso della primavera. È un momento di ricostituzione, di crescita e di rafforzamento militare e politico delle formazioni partigiane, sia in montagna che in pianura, supportato dall’afflusso di giovani. L’arrivo di numerosi uomini è incentivato dalle condizioni ambientali, dall’accettazione da parte delle forze antifasciste della prospettiva della guerra di lunga durata, dall’atteggiamento ostile della popolazione nei confronti dei nazifascisti, dal bando di leva repubblicano per le classi 1923-1924-1925. A rinforzare le fila della Resistenza si aggiunsero anche sovietici, disertori della Wehrmacht ed ebrei. Il numero dei partigiani crebbe esponenzialmente ed emersero nuove figure dirigenziali, mentre la Repubblica Sociale Italiana si indeboliva. In alcuni casi i comandanti partigiani rinvigorirono i gruppi che avevano contribuito a creare nei mesi precedenti, basti esaminare la storia delle Squadre Franche Libertarie o dell’XI Zona. In altri casi, dalla crisi invernale emersero nuovi dirigenti politici e militari che parteciparono sia alla nascita di nuove squadre sia al rinforzo di quelle superstiti.

La terza e ultima fase, avviata nel giugno 1944 e conclusasi con la liberazione di parte del territorio pistoiese, fu favorita sia dall’avanzata alleata in Toscana, sia da altri fattori, come la nascita del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (CVL), la ritirata tedesca verso la Linea Gotica nell’Appennino e lo sfaldamento degli organi locali della Repubblica Sociale Italiana. È il periodo dell’estate di sangue e delle violenze dei tedeschi sulla popolazione civile. In questo contesto occorre inserire il nuovo assetto della lotta armata pistoiese che, dopo mesi di crescita, fu finalmente guidata e coordinata da un forte e organizzato Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale. Il 12 giugno 1944, il CPLN sotto la guida del suo presidente promosse la realizzazione di un unico «Comando» che raggruppasse tutte le formazioni che operavano nella XIIª Zona del CVL. Nel corso dell’estate, si moltiplicarono gli attacchi armati, i sabotaggi, le azioni di guerriglia contro i tedeschi. Non mancarono operazioni di ampio raggio, come l’uccisione del contrammiraglio della marina giapponese Tōyō Mitsunobu e la liberazione dei prigionieri politici e razziali dal carcere delle Ville Sbertoli.

La liberazione dal nazifascismo ricalcò in molte zone lo stesso schema. Può essere applicato in maniera appropriata alla maggior parte della provincia pistoiese e suddiviso in quattro fasi: i tedeschi si ritiravano dall’area e arretravano verso nord; gli angloamericani prendevano contatto con le formazioni partigiane e avanzavano prudentemente; i partigiani assumevano il possesso della città; gli alleati giungevano con le proprie truppe e imponevano il controllo sul territorio. Pistoia e gran parte della provincia vennero liberate dai partigiani nel settembre 1944. Le più recenti ricerche stimano la presenza in provincia di 67 formazioni partigiane e tre comandi (comunista, azionista, CLN Pescia) per un totale di 1381 partigiani combattenti e 937 patrioti.

La guerra per molti partigiani proseguì anche dopo settembre 1944. Da una parte, la provincia di Pistoia non fu liberata interamente prima dell’avanzata finale alleata nell’aprile 1945; dall’altra, oltre cinquecento partigiani risposero all’appello per arruolarsi nei sei Gruppi di Combattimento italiani che affiancarono le truppe alleate e l’esercito italiano del Regno del Sud durante le fasi finali della guerra.

 

 

Matteo Grasso (Pescia, 1990), è impegnato attivamente in vari enti culturali: Istituto storico della Resistenza di Pistoia – di cui è stato Direttore dal 2016 al 2024 -, Istituto Ernesto de Martino, Liberation Route Italia, Associazione Culturale Orizzonti.

I suoi ambiti di ricerca vertono sulla Resistenza, sulle stragi naziste e fasciste, sull’internamento militare. È stato curatore scientifico di mostre e progetti, tra cui quelli internazionali On the run. Helpers and Allied servicemen in the Pistoia area e Guerra aerea a Pistoia. Le fonti orali per lo studio dei bombardamenti alleati svolti in sinergia con l’University of Lincoln (UK).

Autore di numerose monografie, ha coordinato opere collettanee e redatto saggi su rivista. Tra le sue pubblicazioni: Tesori in guerra. L’arte di Pistoia tra salvezza e distruzione (con Alessia Cecconi), Pacini Editore, 2017; Guerra totale in Valdinievole. Monsummano Terme tra occupazione nazista, Resistenza e Liberazione. 1943-1944, ISRPT Editore, 2021; Erano giorni bigi allora. Guerra, Shoah, Resistenza: Lamporecchio 1943-1944, ETS, 2023; Le stragi naziste e fasciste in provincia di Pistoia. Un’analisi storica e storiografica, in Le rappresaglie nazifasciste sulle popolazioni toscane, Edizioni ANFIM, 2024; Una storia incompiuta? Rassegna storiografica sulla Resistenza pistoiese dal dopoguerra ad oggi, in La Resistenza armata nell’Italia centrale, Carocci, 2026.




Il volontariato sanitario nelle Brigate Internazionali in Spagna (1936-1939), aspetto minore del grande contributo dell’antifascismo italiano

Premessa

L’impulso principale alla creazione di una sanità internazionale nella Guerra civile spagnola venne dal Comintern e trovò sbocco concreto nella Centrale Sanitaria Internazionale (CSI), che iniziò a funzionare tardivamente, dal gennaio 1937, nella sua sede parigina di Rue René Boulanger e negli uffici di Rue Lafayette[1]. Inizialmente al fianco dei Servicios de Sanidad dell’esercito spagnolo, in seguito i medici e infermieri furono inquadrati in un servizio sanitario autonomo. Nacquero così équipes mediche e centri chirurgici esclusivamente internazionali, attrezzate con sale operatorie e centri di recupero mobili, adatte a seguire le unità combattenti nei punti di azione, con speciali Grupos de Evacuación. L’autonomia non precludeva l’estensione di un mutuo soccorso e della cura ai combattenti repubblicani spagnoli. Tra i sanitari arrivati in Spagna non pochi scelsero di rimanere ai margini del sistema delle Brigate Internazionali, come nel caso delle unità anarchiche e di quelle filo trockijste facenti capo al POUM[2], organizzatesi autonomamente anche dal punto di vista sanitario.

Come anticipato, il Servicio de Sanidad fu completamente operativo ad Albacete, base delle Brigate Internazionali, solo a partire dal febbraio 1937, grazie al lavoro organizzativo e logistico coordinato dal medico francese Pierre Rouqués. Precarietà e carenze di materiale a parte, uno dei problemi iniziali fu il dover vagliare l’offerta di un volontariato privo di titoli e spesso dovuto a una vocazione di circostanza, pur sincera, intrapreso anche come alternativa alle ristrettezze derivanti da una vita da perseguitati politici o esiliati e, nel caso di molta parte del volontariato spagnolo, alla vera e propria fame che ogni guerra si porta dietro. Oltre a eminenti clinici come il francese Henri Chrétien (alias Jacques Beaussart), il belga Albert Marteux, l’inglese Alex Tudor-Hart, il neozelandese Douglas Jolly o il bulgaro Dimitar Simeonov Grozev, caduto con altri medici e paramedici nel bombardamento del Pronto Soccorso di Brunete (luglio 1937)[3], tanto per citarne alcuni, si erano presentate figure assai generiche e addirittura qualche millantatore, che non mancherà neanche tra gli italiani, oltre a numerosi studenti di medicina che non avevano terminato il percorso di studi. Per superare l’alto grado d’inesperienza clinica, si dovette così attendere l’ultima mandata di volontari giunti a maggioranza dalla Cecoslovacchia e dal resto dell’Europa orientale, con medici di età maggiore, in buona parte rifugiati politici in fuga dall’occupazione nazista e riparati in Urss o altrove, persuasi a restituire la solidarietà e l’asilo politico ricevuti. Nella primavera del 1937, il Servicio Sanitario Internacional (SSI) poteva contare su un organico che comprendeva 241 medici, 487 infermiere/i e 650 barellieri. Come mezzi a supporto si contavano 123 ambulanze, 20 camion, 10 automobili, 9 auto chirurgiche, 7 auto per docce e disinfezioni, un’ambulanza con squadra odontoiatrica. Tra ospedali e centri di convalescenza i posti letto a disposizione, destinati a crescere, erano 600, ma c’era anche il supporto di un asilo e giardino infantile per i figli dei disertori e dei compagni caduti, di una farmacia centrale e di due sezioni speciali, quella di Igiene e Disinfezione e quella di Difesa Chimica[4].

Oltre a quelle, preminenti, della Centrale Sanitaria parigina, le risorse finanziarie destinate alla Sanità provenivano da Comitati di Aiuto sparsi in tutto il mondo, dalla Jefatura de Sanidad dell’Esercito repubblicano spagnolo e da un aiuto non meno importante e allo stesso tempo rivelatore dello spirito con cui si stava e si combatteva in Spagna: il contributo derivante dalla paga che percepivano gli interbrigatisti, ammontante, nel periodo tra il dicembre 1936 e la metà del 1937, a 4 milioni di pesetas[5]. Ad inizio anno 1938, nonostante il numero di medici fosse rimasto pressoché invariato, la Sanità internazionale poteva contare su circa 1.500 tra infermieri e ausiliari e i posti letto erano stimabili tra i 5000 e i 6000[6].

A fine marzo 1938, i nazionalisti della IV Divisione Navarra giunsero in prossimità delle coste mediterranee, riuscendo presto a separare Valenza dalla Catalogna, tagliando letteralmente in due la Spagna repubblicana. Le conseguenze pesarono anche sulle Brigate Internazionali, costrette a spostare la propria base da Albacete a Barcellona e a rifondarsi ancora, a partire dai massimi dirigenti medici che vedevano adesso una vistosa presenza di quadri nordamericani come Edward K. Barsky, Irving Busch e William Pike, tutti legati al PCUSA. Tra di loro spiccava l’italoamericana Ave Bruzzichesi, giovane ma già esperta, non legata ad alcun partito, che diveniva Jefe de Enfermeras[7].

I frutti dell’ennesima rifondazione sanitaria si vedranno solo per breve tempo. In autunno, il governo spagnolo deciderà di fare a meno dell’apporto dei volontari internazionali, confidando invano in un analogo provvedimento da parte dei franchisti, ormai padroni del campo. Anche il personale sanitario internazionale lascerà il paese; per coloro che provenivano da paesi in mano a dittature o a governi reazionari, si apriva un interminabile calvario nei campi di internamento francesi e, per molti, in quelli di sterminio nazisti. In ogni caso, in condizioni estreme, la professionalità sanitaria di questi volontari sarà ancora utile a salvare vite umane.

 

Le motivazioni dei volontari in campo sanitario

Un manifesto di propaganda a sostegno del rispetto del lavoro delle infermiere

Il volontariato internazionale in campo sanitario non fu una scelta motivata dal solo forte antifascismo[8]. Certamente influirono sulla scelta di molti volontari anche motivazioni umanitarie e solidaristiche. Il loro fu un compito rischioso quanto quello dei combattenti, costretti ad adattarsi ai diversi tipi di combattimento, allorché si passò dall’estemporaneità dei primi scontri in Catalogna e della guerriglia in Andalusia, agli assedi di varie città (Oviedo, Huesca, Teruel, Belchite, Toledo), alla guerra di trincea su fronti stabilizzati come a Madrid, a quella di movimento, fino alle grandi battaglie e offensive, come quelle sull’Ebro e sul Jarama, Brunete, Guadalajara, durate per settimane[9]. Medici e infermieri erano inoltre sottoposti a un discreto ma costante controllo da parte del controspionaggio. La loro, infatti, era una figura particolarmente appetibile per l’intelligence per via della fiducia che godevano presso le cariche gerarchiche, delle confidenze ricevute dalla truppa, del poter usufruire prioritariamente dei mezzi di trasporto, tanto che «Por todo esto el espia en Sanidad se encuentra como pez en el agua», per cui il medico è una figura da trattare «con el maximo cariño y con la mayor vigilancia»[10]. Diversi sono i casi di medici accusati di attività di collaborazionismo con il nemico, quasi sempre fucilati, talvolta sul posto[11]. Il compito principale dei sanitari assoldati dall’intelligence nemica non era soltanto quello di passare informazioni, ma anche di sabotare la funzionalità dell’ingranaggio sanitario e, nel caso dei chirurghi, quello di compromettere il futuro del paese apportando quante più mutilazioni possibili, giudicando inguaribili anche ferite di non estrema gravità[12].

La vita del volontariato sanitario si svolgeva tra due estremi: un lavoro già faticoso di sua natura che diveniva spasmodico per le punte di stress durante le battaglie più cruente, per poi alternarsi a periodi d’interminabile tedio, una disarmonia che indusse alcuni a ricorrere all’alcol. Tra i punti di debolezza, va segnalata l’ambizione che aveva motivato alcuni giovani medici, ai quali la guerra civile offrì l’opportunità di imparare velocemente sul campo i primi rudimenti di medicina militare; inoltre le infermiere erano in buona parte apolitiche e ispirate più da considerazioni umanitarie, tanto che in tante «had no idea which side they were on»[13].

La prima linea era dura per tutti, medici compresi, e nessuno poteva sentirsi al riparo nemmeno dentro le ambulanze della Croce Rossa, bersagliate senza ritegno da quella che, a detta di molti, era una deliberata strategia dei nazionalisti, per i quali «the red cross meant anything […] A hospital was an easy target»[14]. Ma fu la categoria dei barellieri a pagare il più alto tasso di vittime (in molte occasioni raggiunse il 70% circa degli effettivi, tanto che in concreto nessuno accorreva ad arruolarsi per questa funzione).

Il cardiologo canadese dr. Norman Bethune in Spagna (1937)

Se si guarda alle biografie di alcuni sanitari, si ha la conferma che le motivazioni alla base della scelta di arruolarsi nel sistema sanitario interbrigatista furono composite[15]. Ad esempio, per il chirurgo toracico canadese Norman Bethune, forse il primo dei Médecins Sans Frontières, un borghese, le preoccupazioni personali, la voglia di approfondire sperimentando e le idee politiche andavano di pari passo. Chirurgo innovativo e apprezzato anche negli Usa, infaticabile nell’affiancare alla professione il lavoro volontario in ambulatori autofinanziati tra migranti e proletari marginalizzati, fu colui che per primo mise in pratica l’idea delle emo-ambulanze, con le quali percorse vari fronti di battaglia. In Spagna, per troppa indipendenza e intraprendenza, subì l’emarginazione del suo stesso Partito comunista, che lo destinò a compiti di propaganda in Nord America. Il doloroso provvedimento non bastò a fargli cambiare idea, mutando solo la destinazione – la Cina, al seguito di Mao Zedong – del suo volontariato. Inquadrato nell’Esercito Popolare cinese trovò la morte per setticemia, contratta in conseguenza di un banale taglio da uno dei bisturi che, con l’abilità artigianale che gli era propria, amava costruirsi da solo[16].

Salaria Kea in Spagna durante una medicazione ad un bambino ferito

Assai diverso è il percorso dell’afroamericana Salaria Kea, come diversa la sua umile origine sociale. Kea si approcciò alla Guerra civile da una prospettiva razziale e sociale, usando come riferimento la sua condizione di donna nera, da subito notando i parallelismi tra il razzismo americano, l’antisemitismo europeo e il fascismo spagnolo. In terra iberica fu letteralmente inebriata della promiscuità razziale interna al mondo delle Brigate Internazionali, capì che era il suo mondo. Le esperienze pregresse nelle campagne contro la segregazione, nelle vertenze sindacali di discriminazione salariale così come, nel 1935, nell’organizzazione di una raccolta per l’assistenza medica in Etiopia dopo l’invasione italiana, sono unite a quelle professionali al servizio del must politico del momento, fermare il fascismo[17].

Per l’australiana Agnes Hodgson, invece, i fattori alla base della partenza furono di altra natura. Al momento del levantamiento militare, aveva già visitato l’Europa lavorandovi per anni, da poliglotta aveva ovunque padronanza linguistica, voglia d’avventura e, soprattutto, era estranea ad ogni influenza politica. Nel suo diario tutto è appuntato con effetti dissonanti tra la drammaticità quotidiana della vita di una Spagna in tempo di guerra e uno sguardo turistico cui non rinuncia, ma non si trova nessuna traccia rilevante di interrogativi politici. Partita con la missione sanitaria organizzata dal PC d’Australia, quando le contrapposizioni politiche, che probabilmente non comprendeva, si fecero più forti, non esitò a lasciare l’incarico[18].

Indipendentemente dalle differenze motivazionali, tutte e tutti i volontari erano legati da uno spirito altruistico e proattivo che li aveva spinti ad abbandonare case, affetti e carriere, affrontando restrizioni di ogni genere e giocando la propria esistenza per assistere persone con cui l’unico legame certo era la comune appartenenza all’umanità.

 

I volontari sanitari italiani

Quello del volontariato sanitario è, almeno in Italia, uno degli aspetti meno conosciuti della Guerra Civile spagnola, privo di un’indagine esaustiva, probabilmente dovuta alla non estesa partecipazione al conflitto di personale medico e infermieristico italiano, dovuto innanzitutto alla possibilità negata dalla dittatura fascista di poter organizzare e coordinare in patria una qualsiasi missione sanitaria. Mentre i partiti antifascisti di paesi come Belgio, Svizzera, Olanda, Svezia, Gran Bretagna riuscivano a inviare ambulanze e ospedali da campo con medicinali e personale al seguito, la comunità sanitaria italiana poteva aderire soltanto a partire dalle proprie singole condizioni di esuli, stemperandosi all’interno della vasta organizzazione sanitaria gestita dal Soccorso Rosso Internazionale a Parigi.

Ad incidere sullo scarso numero fu anche la bassa estrazione sociale media e il livello scolastico dei nostri connazionali, soprattutto di coloro che andarono a formare il Battaglione Garibaldi, tra i quali, ad esempio, gli studenti rappresentavano solo lo 0,49% e gli avvocati lo 0,2%[19].

Quando il 18 luglio 1936 iniziò il sollevamento militare che segnava l’avvio della Guerra civile spagnola, in Italia il regime fascista era all’apice del suo consenso interno. Per i volontari italiani la Spagna era il terreno di scontro definitivo individuato per sconfiggere il fascismo e per «dare al conflitto una soluzione conforme alle proprie finalità», cioè non un ritorno a uno Stato liberale ma, per la maggioranza dei volontari, la possibilità di costruire il socialismo in uno Stato occidentale[20]. Animati dalla parola d’ordine coniata da Carlo Rosselli, «Oggi in Spagna, domani in Italia!», di là dai Pirenei tutti loro andavano cercando lo scontro con i mercenari fascisti inviati da Mussolini[21].

Batteria A. Gramsci del Gruppo Artiglieria Internazionale con un cannone da 155 preso ai fascisti a Guadalajara. In piedi sotto al cannone, Vittorio Bardini di Sovicille (SI).

Dopo una prima precoce partecipazione alle centurie delle milizie organizzate dagli anarchici e dal fuoriuscitismo giellista, gli italiani riuscirono a formare un proprio battaglione, il Garibaldi, combattente all’interno della XII Brigata Internazionale dal novembre 1936 fino al 1° maggio 1937, quando divenne una Brigata a sé stante. Il suo effettivo iniziale era di soli 520 uomini ma, accogliendo italiani provenienti da diversi paesi del mondo, raggiunse un organico di oltre 3.000 uomini, su un totale di 4.000/5.500 nostri connazionali volontari[22]. La loro età media, notevolmente superiore a quella dei volontari di altri paesi, si attestava sui 35 anni, molto oltre quella di 23-25 degli statunitensi, con la fascia 36-40 che risultava la più rappresentata raggiungendo il 29,9% del totale, seguiti a corta distanza dai tedeschi[23]. Il dato anagrafico ci fa capire di come fossero molti coloro che avevano avuto già un’esperienza bellica nella Prima guerra mondiale e ne avessero vissuta anche un’altra, quella contro lo squadrismo fascista, un particolare sottolineato dall’alta presenza di volontari originari delle zone rurali padane o toscane che più avevano conosciuto le violenze fasciste al soldo degli agrari[24]. Non ultima, è rilevabile la precocità della condizione di esule, poiché il 47% di chi lasciò l’Italia per sfuggire al regime fascista lo fece prima del 1926: tale precocità portò 300 antifascisti italiani in Spagna entro il settembre 1936, ancor prima della nascita della struttura interbrigatista di Albacete.

L’antifascismo italiano può quindi considerarsi sicuramente tra i più maturi, non solo anagraficamente, ma anche per il bagaglio esperienziale che porta sui fronti di battaglia e per la veloce presa di coscienza che il fascismo non fosse un problema circoscritto all’Italia e che bisognasse fermarlo nella sua espansione in Spagna[25].

Alla libera spontaneità dell’atto di partire sfuggirono solo quelle poche decine di quadri comandati dai vertici del Comintern, ma la motivazione politica non fu l’unica molla che indusse alla partenza, si sovrapponevano considerazioni di natura emotiva e filantropica, molto presente nel settore sanitario.

Per quanto riguarda l’apporto italiano al Servizio Sanitario nelle Brigate Internazionali, non disponendo di fonti che possano tracciarne un quadro completo e approfondito, si è cercato di ricostruirlo partendo da singole biografie e da quanto indicato nelle tabelle redatte da autori stranieri riguardo agli organici sanitari; se ne rileva che il contributo italiano non fu certo trascurabile: complessivamente, si può parlare di 7 medici, almeno 30 tra infermieri e infermiere, alle quali se ne possono aggiungere altre 5 di origine spagnola e francese, assimilate per aver contratto matrimonio con garibaldini italiani che stavano curando o con i quali collaboravano nei reparti sanitari.

 

I toscani

Per quanti riguarda i toscani, sono almeno 5 i volontari e le volontarie all’interno di questo complesso universo sanitario delle Brigate Internazionali[26].

Marietta Bibbi (Credits: https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/13088-bibbi-marietta)

Marietta Bibbi, conosciuta come Maria, nata il 2 aprile 1895 a Carrara, era un’anarchica e insegnante elementare. Cugina di Gino Lucetti, che l’11 settembre 1926 aveva attentato alla vita di Mussolini, fu arrestata per presunta complicità, poi prosciolta «per non aver partecipato al delitto»; i fascisti riaprirono successivamente il caso, condannandola per favoreggiamento al «mancato tirannicida», accusa decaduta in appello. Maria andò volontariamente a Ustica per assistere il fratello minore, Gino Bibbi, confinato sull’isola dal Tribunale Speciale fino alla fuga, avvenuta nel luglio 1930. Sospettata di collaborazione e ormai «ritenuta avversa al Regime e pericolosa per l’ordine Nazionale», nel luglio successivo fu condannata al confino a Ponza per cinque anni, ridotti poi a tre e infine liberata per l’amnistia del decennale della Marcia su Roma. Espatriò in Francia e frequentò le famiglie Berneri e Rosselli, per poi passare in Spagna nel maggio 1936 e stabilirsi a Gandía, dove raggiunse il fratello. Vicina al movimento libertario iberico, nella Guerra civile la troviamo come infermiera a Valencia nella Columna Benedicto (81ª Brigada Mixta, 4° Battaglione) sul fronte di Teruel e poi impiegata come corriere fra la Francia e la Spagna. Qui le fonti si dividono tra chi la ritiene trasferita in Francia al momento del crollo della Repubblica e chi ritiene sia rimasta in Spagna sotto il nome di Maria Del Carmen Rodriguez e rientrata a Carrara solo nel 1945, dove morirà a 98 anni, l’11 aprile 1993.

Fosca Corsinovi (Credits: https://militants-anarchistes.info/spip.php?article969)

Era nativa di Casellina e Torri, l’odierna Scandicci, dove vide la luce il 24 settembre 1897, l’anarchica Fosca Corsinovi. Compagna di un altro volontario in Spagna, Dario Castellani, con lui condivise la condizione di esule a Marsiglia, a Grenoble e a Ginevra. In Svizzera, si legò sentimentalmente all’anarchico Francesco Barbieri e continuò a occuparsi, come ormai faceva da anni, di assistenza ai profughi politici meno abbienti. In Spagna dal luglio 1936, il mese successivo era già operante in Aragona come infermiera nella Columna Ascaso (Sezione Italiana). Nell’ottobre 1936 tornò in Svizzera e, con cinque medici elvetici, portò verso la Spagna un’ambulanza attrezzata per le operazioni chirurgiche, donata dai lavoratori svizzeri al sindacato anarchico CNT. Tornata a Barcellona, assistette di persona all’arresto del compagno Barbieri e di Camillo Berneri, assassinati dagli stalinisti dello PSUC. Nonostante questo, restò nella capitale catalana come animatrice della colonia infantile «Adunata dei refrattari»[27]; in seguito operò come infermiera a Vicién, abbandonando la città solo poche ore prima dell’arrivo dei franchisti, per riparare in Francia. Internata più volte con la figlia Luce Castellani, nell’autunno 1942 fu consegnata ai fascisti dalle autorità di Vichy e subì una condanna al confino per cinque anni alle Tremiti. Dopo la Liberazione, si stabilì a Firenze dove ritrovò Dario Castellani e la figlia e partecipò alla riorganizzazione del movimento anarchico fiorentino, nel quale rimane attiva per tutto il dopoguerra. Morì a Firenze il 4 gennaio 1972.

Meno particolari si hanno sul conto di Marino Fornaroli, pisano di S. Maria a Monte, dove era nato il 12 aprile 1908, accorpato alle Brigate Internazionali ma impiegato nel reparto sanitario solo incidentalmente. Operaio antifascista emigrato in Francia nel 1925, dal 12 dicembre 1936 fu arruolato nel reparto mitraglieri del Battaglione Garibaldi e combatté nella difesa di Madrid e in Andalusia, dove rimase ferito il 4 marzo 1937. Guarito, fu spostato pro tempore nei Servizi sanitari; la salute precaria lo condurrà al rimpatrio in Francia nell’ottobre 1938. Qui, le autorità consolari fasciste, pur registrando che «non frequent[asse] più gli ambienti antifascisti ed evit[asse] di parlare di politica e della guerra civile di Spagna, a causa dei disagi patiti»[28], non allentarono la vigilanza.

Vittore Marcucci (Credits: https://parridigit.istitutoparri.eu/fondi.aspx?key=dettaglio&fondo=7&rec_id=688&gallery=true&from=ricerca&cp=227)

Vittore (o Vittorio) Marcucci, era nato a Lucca il 19 settembre 1893 e aveva frequentato Medicina a Pisa. Perseguitato dal fascismo, dopo una breve carcerazione per denigrazione del regime, era espatriato in Francia, frequentando gli ambienti della Concentrazione antifascista e collaborando come vignettista per il periodico comunista La Difesa. Nel 1936-1937 è in Spagna nella Sezione Italiana aggregata alla Colonna Ascaso e, in seguito, nella Brigata Garibaldi; rimase ferito combattendo sull’Ebro nell’estate del 1938. Nonostante le conoscenze mediche, non sembra che abbia ricevuto alcun incarico sanitario. A seguito del ritiro dei volontari internazionali, uscì dalla Spagna il 9 febbraio 1939 senza documenti e scontò un lungo internamento nei campi francesi dal 1939, ad Argelés, a Gurs, infine al Vernet nel 1943, nella baracca degli anarchici e degli estremisti. Negatagli l’autorizzazione a rientrare in patria dal console italiano di Tolosa perché privo della carta d’identità, non poté sottrarsi alla deportazione a Dachau, a Mauthausen, poi ancora nel sottocampo di Gusen, dove morì il 19 gennaio 1945.

Chiudiamo con Anna Launaro, nata il 9 aprile 1890 a Livorno. Avviata ad un’esistenza borghese, si separò dal marito per legarsi a Ettore Quaglierini, responsabile della Federazione locale del Partito Comunista d’Italia. Dopo un periodo in Piemonte e Lombardia, emigrò clandestinamente in Germania alla fine del 1922 e svolse attività rivoluzionaria a Berlino, Lipsia e Parigi, usando vari nomi di battaglia (Luigia Mira, Marthe Tesson, Nona Lorenzini, Anna Pacinotti). In Francia lavorò per L’Humanitè, organo del PCF, poi si trasferì a Bruxelles dopo l’arresto del compagno; fu a sua volta fermata e processata ma vide presto la libertà grazie alla difesa dell’avvocato Paul Henry Spaak, futuro Primo Ministro belga. Fu però espulsa dal Belgio nel 1929, ancora verso Parigi, dove si ricongiunse a Quaglierini e dette alla luce il secondo figlio, Percyval.

Anna Launaro (Credits: https://www.cfbtoscana.com/oberdan-chiesa-anna-launaro/)

I tre si trasferirono prima a Buenos Aires e poi in Bolivia per svolgere attività ancora per il Segretariato del Comintern poi, nel 1931, tornarono a Parigi. Due anni dopo, la coppia era a Barcellona, mantenendosi con una grande libreria sulla Rambla de las Flores. Qui, Anna Launaro, non potrà che unirsi naturalmente all’insurrezione contro i militari insorti nel luglio 1936, interessandosi di opere assistenziali anche a Madrid; ancora nel 1938 è la direttrice di una casa infantile. Ricongiuntasi a Quaglierini alla fine della guerra, si imbarcarono fortunosamente il 29 marzo 1939 sul piroscafo African Trader verso Orano, in Algeria. Dalla Francia occupata dai nazisti, si spostarono nuovamente in America Latina, sempre per conto del Comintern, facendo ritorno in Italia solo nel 1946.

 

 

 

 

Note

[1] Come testimonia Luigi Longo, «[i]l servizio sanitario internazionale incominciò in ottobre, su scala molto ridotta. Comprendeva sei medici in tutto: due francesi, due tedeschi, due polacchi. Dei sei, uno solo aveva l’esperienza medica di guerra. Per contro, c’erano uno specialista pediatra, un ginecologo e uno psichiatra». L. Longo, Le Brigate Internazionali in Spagna, Editori Riuniti, Roma, 1972, p. 159.

[2] Il Partido Obrero de Unificaciòn Marxista (POUM) derivava dall’unione di alcune componenti dei c.d. «comunisti dissidenti», in particolare il Blocco Operaio e Contadino di Joaquin Maurin e la «sinistra comunista» di Andrès Nin e di Juan Andrade, inizialmente sulle posizioni dell’opposizione di sinistra trockijsta, con la quale rompono per divergenze più strategiche che teoriche. La nuova formazione, quindi, nasce in una difficile situazione di schiacciamento tra le accuse di trockijsmo da parte degli avversari, la scomunica dello stesso Lev Trockij e la non simpatia degli anarchici (sia Maurin che Nin erano stati dirigenti anarcosindacalisti poi convertiti al comunismo) che espellono molti suoi militanti dalla C.N.T., ma riesce a mettere solide radici grazie allo spessore dei propri leader, tra i quali vanno aggiunti Julian Gòmez detto Gorkin e Luis Portela. Si veda P. Broué, E. Témime, La rivoluzione e la guerra di Spagna 1936-1939, Res Gestae, Milano, 2020.cit., p. 50 e pp. 68-70.

[3] Sull’attività di questi medici in Spagna si veda J. Bescós Torres, La Sanidad en el Ejercito Republicano, in «Medicina Militar. Revista de sanidad de las Fuerzas Armadas de España», volume 43, nr 1, 1987, pp.88- 96.

[4] I dati sono tratti da J. R. Navarro Carballo, La sanidad en las Brigadas Internacionales, EME, Madrid. 1989, p. 98.

[5] Ivi, p. 99. Per rendere concretamente l’idea dell’impatto di queste libere donazioni offerte dagli stessi brigatisti, basti pensare che l’entità complessiva con cui al tempo era stimato il valore dei mezzi mobili a disposizione delle Brigate Internazionali era di 13-15 milioni di pesetas. Cfr. F. Fuster Ruiz, El servicio de sanidad de las Brigadas Internacionales, Ed. Universidad de Castilla-La Mancha, Albacete, 2018, p. 52.

[6] D. Sirkow, Bulgaria en La Solidaridad de los pueblos con la República Española 1936-1939, Editorial Progreso, Mosca, 1974, p. 89, come riportato in E. González López, R. Ríos Cortés, cit., pp. 423-424.

[7] Ave Bruzzichesi (1913-1999) ebbe la sua formazione infermieristica a Newark, nel New Jersey. Non faceva parte di alcun partito politico, ma si unì al 10° Gruppo AMB, noto anche come West Coast Medical Unit, sotto la guida del dr. Leo Eloesser, con il quale andò in Spagna nel novembre 1937, dove prestò servizio presso l’Istituto di Neurologia del Servizio Medico Repubblicano, poi sul fronte di Teruel e quindi a Barcellona, dal gennaio 1938 fino al rimpatrio. https://alba-valb.org/volunteers/avelinobruzzichesi/ (consultazione del 22.12.2025).

[8] Sulla varietà e la differenziazione motivazionale che spinse gli italiani in Spagna, a fianco dei due bandos contendenti, si veda anche Gabriele Ranzato, Volontari italiani in Spagna. In Spagna per l’Idea Fascista, 2008.

[9] Inoltre, per lo specifico intervento sanitario all’interno delle Brigate Internazionali, si doveva tenere conto che queste, molto spesso, erano usate come tropas de choque, cioè truppe d’assalto, che richiedevano una particolare celerità di allestimento e smontaggio delle infrastrutture mediche.

[10] Si veda l’articolo El Espionaje y la Sanidad, pubblicato sul primo numero della rivista dell’Esercito repubblicano «Nuestra Sanidad», Anno 1, N. 1, 15 febbraio 1937, p. 3.

[11] S. Tuytens, Las mamas belgas. La lucha de un grupo de enfermeras contra Franco y Hitler, El Mono Libre, Spagna, 2019, p. 120.

[12] Nell’ospedale di Tarancòn, ad esempio, un chirurgo che da tempo era sotto osservazione per le numerose e innecessarie amputazioni, fu freddato in sala operatoria al momento di una sbrigativa diagnosi di amputazione del brigatista belga Armand Frères, ferito non gravemente ad un ginocchio e precedentemente visitato da altri. Tra gli infiltrati che invece la fecero franca, il caso più famoso è quello della spia Fernanda Jacobsen, interprete e ufficiale di collegamento del Servizio Ambulanze Scozzese, in realtà agente incaricata di favorire la fuga delle persone filo franchiste dalla zona repubblicana. Jacobsen agiva per conto del Comitato di Salvezza organizzato da Edwin Christopher Lance, definito «El Pimpinela [la Primula Rossa, ndr.] de la Guerra de España». Su di lei, si veda la scheda in https://sidbrint.ub.edu/en/node/13989 (consultazione del 23.12.2025).

[13] R. Baxell, Unlikely warriors. The extraordinary story of the Britons who fought for Spain, Aurum Press, London, 2014, pp. 203-204.

[14] Ivi, p. 216.

[15] Questa comparazione occupa uno dei capitoli della mia tesi di Laurea Magistrale presso l’Università di Pisa, anno accademico 2025-2025. A. Montalti, Il bisturi e la Mauser. Il volontariato sanitario nelle Brigate Internazionali durante la Guerra Civile spagnola (1936-1939). Della stessa, sono stati relatore il professor Mauro Capocci e correlatore il professor Gianluca Fulvetti.

[16] Su Norman Bethune (Gravenhurst, Ontario, 3 marzo 1890 – Cina, 12 novembre 1939) si veda la biografia datata ma valida di S. Gordon, T. Allan, Il bisturi e la spada. La storia di Norman Bethune, Feltrinelli, Milano, 1959.

[17] Su Salaria Kea (Milledgeville, Georgia, 13 luglio 1911 – Ohio, 18 maggio 1991), ai numerosi articoli scientifici e citazioni storiche, si può accoppiare la più narrativa autobiografia: S. Kea, A negro nurse in Republican Spain, The Negro Comittee to aid Spain, New York, 1938.

[18] Sull’esperienza spagnola di Agnes Hodgson si veda ancora un lavoro autobiografico: A. Hodgson, A una milla de Huesca. Diario de una enfermera australiana en la guerra civil española, Rolde de Estudios Aragoneses, Zaragoza, 2005.

[19] Questi dati sono tratti da due liste conservate negli archivi del Comintern, liste relative a un totale di circa 3.000 arruolati tra i Garibaldini, dunque non la loro totalità. Cfr. E. Acciai, Il contributo italiano al volontariato internazionale in Spagna. Una storia plurale (1936-1939), in I. Cansella, F. Cecchetti (a cura di), Volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola, Effigi, Arcidosso, 2012, p. 108.

[20] C. Ghini, A. Dal Pont, Gli antifascisti al confino, Editori Riuniti, Roma, 1971, p. 135.

[21] Anche il CTV (Corpo Truppe Volontarie) mussoliniano aveva un proprio servizio sanitario al seguito. In esso spiccava l’Unità Sanitaria Chiurco, diretta appunto da quel Giorgio A. Chiurco primario dell’ospedale di Siena. Su questa unità si veda il lavoro di Michelangelo Borri, Giorgio Alberto Chiurco. Biografia di un fascista integrale, Unicopli, 2022.

[22] V. Catelan, Incontro tra fascisti e antifascisti italiani durante il conflitto spagnolo: la battaglia di Guadalajara, «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea», Spagna Anno Zero: la guerra come soluzione, 29 luglio 2011.

[23] E. Acciai, Il contributo italiano al volontariato internazionale in Spagna. Una storia plurale, in I. Cansella, F. Cecchetti (a cura di), Volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola, cit., pp. 101-102.

[24] Questa provenienza dai luoghi dello squadrismo contro i braccianti e dalle aree di maggiore politicizzazione operaia evidentemente aveva sedimentato una memoria familiare che in qualche modo influenzò le future scelte degli internazionalisti italiani.

[25] Ivi, pp. 103-104.

[26] Per maggiori approfondimenti sui nominativi toscani, rimandiamo al CD allegato al volume I. Cansella, F. Cecchetti (a cura di), Volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola ed alle relative voci in http://gestionale.isgrec.it/sito_spagna/ita/toscani_ita._intro.asp e in https://www.antifascistispagna.it/.

[27] Il nome della colonia rimanda direttamente a «L’Adunata dei Refrattari» («Call of the refractaries»), il giornale anarchico in lingua italiana pubblicato a New York dal 15 aprile 1922 al 24 aprile 1971, fondato tra gli altri, da Luigi Galleani. https://archivesautonomies.org/ (consultazione del 28.2.2025).

[28] https://www.antifascistispagna.it/ (consultazione del 7.1.2026).

 




L’Archivio Giglioli tra passato e futuro

L’Archivio della famiglia Giglioli di Pisa, donato tra il 2020 e il 2023 da Antonio Ricci alla Biblioteca Franco Serantini, è una parte della documentazione di una famiglia italiana che prima dell’Unità d’Italia visse in esilio nel Regno Unito e che, tornata in Italia, mantenne il bilinguismo e i rapporti con i parenti d’oltremanica.

Dorso dell’App. XXIII dei Family Memorials of the Giglioli-Casella. Risorgimento I. Garibaldi e Mazzini

Domenico Giglioli, notaio di simpatie napoleoniche, nel 1821 è coinvolto nei moti carbonari. Incarcerato, negli anni successivi, insieme ai figli Luigi, Domenico Napoleone e Giuseppe, sconta l’esilio in Francia. Dopo il fallimento dei moti del 1831, il figlio Giuseppe, laureato in giurisprudenza, conosce Mazzini a Marsiglia, al quale resta legato da un’amicizia che dura anche nel periodo dell’esilio londinese. In Inghilterra, Giuseppe si laurea in medicina e nel 1844 sposa la protestante Ellen Hillyer. Dal loro matrimonio nascono Enrico, Augusto e Alfredo, questi ultimi militari di carriera. Enrico, zoologo e antropologo, partecipa ad alcune spedizioni scientifiche, come il viaggio intorno al mondo della pirocorvetta Magenta (1865-1868), sul quale pubblica una monumentale relazione. La maggior parte delle sue collezioni di reperti, documenti e volumi verrà poi donata e in parte venduta dalla famiglia a istituti culturali, tra i quali l’attuale Museo delle Civiltà di Roma. Dei figli di Enrico, Odoardo diventa storico dell’arte e direttore del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze a partire dal 1918, mentre Guido Yule è medico e docente di patologia del lavoro.

Italo Giglioli ritratto nei primi mesi del 1920 nel suo studio.

Quando Giuseppe Giglioli, dopo le alterne vicende della storia risorgimentale, torna in Italia, ricopre incarichi nell’ambito della pubblica amministrazione e svolge attività di insegnamento sulle cattedre di logica e antropologia dell’università di Pavia e di Pisa, dove muore nel 1865. Durante il soggiorno a Genova nascono anche Italo, nel 1852, ed Elena, nel 1858. Italo, formatosi in Inghilterra, diventa agronomo di fama internazionale, tra i principali innovatori delle pratiche agricole in Italia. Docente e direttore di istituti e stazioni di sperimentazione agraria (Portici e Roma), viene chiamato anche a ricoprire la cattedra di chimica agraria all’Università di Pisa dove si stabilisce con la famiglia. Dal suo matrimonio con la scrittrice Constance Hamilton Dunbar Stocker, nascono Lilia (musicologa e insegnante), Alberto morto prematuramente, Beatrice (docente di inglese), Margherita anch’essa morta in tenera età, Giorgio (medico specializzato in malattie tropicali, noto sul piano internazionale per i suoi studi sulla malaria) e Irene (pittrice e docente di lettere classiche).

L’ultima figlia di Giuseppe Giglioli, Elena, si sposa con Raffaello Casella. La loro figlia Maria Elena, grazie al suo lavoro di bibliotecaria alla Biblioteca Nazionale di Torino, alla Biblioteca Alessandrina e alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, oltre alle competenze bibliografiche affina anche quelle archivistiche. Sarà lei una delle principali artefici, insieme alla zia Constance e alle cugine Lilia, Beatrice e Irene, ad organizzare una parte consistente dell’archivio di famiglia.
I documenti e i contenuti dell’Archivio Giglioli di Pisa possono essere analizzati non solo come fonte per gli studi storici, ma anche in una prospettiva didattica perché si prestano ad essere affrontati da vari punti di vista, ponendone in rilievo l’attualità anche per chi, per ragioni anagrafiche, culturali, geografiche, ecc. è distante da quelle esperienze.

Un primo contributo alla conoscenza dell’Archivio è apparso pochi mesi fa proprio su Toscana Novecento, per raccontare la vita di Beatrice Giglioli (1892-1988) in un momento particolare della sua esistenza quando, durante l’occupazione nazifascista di Pisa tra il 1943 e 1944, tenne un diario dei fatti vissuti da lei, dalla sorella Irene e da amici e conoscenti in quel periodo. Di tale diario è stata pubblicata una traduzione annotata[1]. Si tratta di due taccuini minuti, due anni “tascabili”, fitti di rapidi appunti giornalieri che, confrontati con altri documenti dentro e fuori da quell’Archivio, restituiscono un punto di vista privilegiato per osservare ciò che avvenne attorno a una casa diventata, nel corso della guerra, centro di aggregazione e punto di passaggio nel quartiere periferico di Cisanello. Vi si legge la quotidianità che si fa storia: dalle attività giornaliere più comuni (in un’economia di guerra, Beatrice annota ad esempio il sistema per preservare dalla muffa i vasi di conserve), si passa a una drammatica sequenza di eventi in cui la casa di Cisanello vede la “grande storia” fare irruzione dal cancello del giardino, quasi demolito da un carro armato tedesco con i soldati occupanti che costringono allo sfollamento le proprietarie e i loro ospiti.

Se le agendine di Beatrice consentono di approfondire due anni di vita cruciali per lei, la sorella e lo stesso Antonio Ricci, che all’epoca era un ragazzino vissuto fin da piccolo in casa Giglioli insieme alla madre, il resto dell’Archivio Giglioli permette di ampliare lo sguardo a molte altre vicende che attraversano il periodo che va dalla metà dell’800 fino al secondo dopoguerra.
Il suo riordino è stato realizzato nel 2025 con un primo elenco analitico di consistenza che permetterà prossimamente di rendere l’archivio disponibile agli studi. Tale riordino ha permesso di scoprire come la conservazione delle carte arrivate sino ad oggi, sia stata determinata in gran parte dalla volontà della famiglia di trasmetterle da una generazione all’altra, di accrescerle nei decenni a partire dal nucleo originario del periodo risorgimentale. Nello stesso momento in cui la famiglia si preoccupa di conservare le carte, dall’altra ne seleziona alcuni nuclei, che trasferisce a diversi istituti culturali italiani conservando per sé il nucleo più strettamente privato. Beatrice, l’ultima sopravvissuta della sua generazione, alla sua morte lascerà ciò che resta dell’Archivio ad Antonio Ricci che lo ha donato alla Biblioteca Franco Serantini.
Le vicende della seconda guerra mondiale avrebbero potuto determinarne la perdita. Nel suo diario Beatrice annota infatti come durante l’occupazione di Pisa e della casa di Cisanello da parte dei tedeschi, lei e la sorella nascondano beni di prima necessità ma anche ricordi di famiglia. Attraverso di essi si trattava di salvaguardare la propria storia.

Dorso dell’App. XXII dei Family Memorials of the Giglioli-Casella. Ricordi della guerra 1914-1918

Negli anni di formazione dell’Archivio si stabilisce un patto tra generazioni in cui genitori e figli, zii e cugini, si riconoscono in una storia comune ed ognuno si sente responsabilizzato a fare la sua parte. Proprio questo dialogo tra generazioni smentisce in parte le divisioni tra le età della vita a cui si è abituati a pensare.
Nel 1917 Beatrice, che era stata anche crocerossina nel primo conflitto mondiale, si laurea in lettere all’Università di Pisa. Nell’agosto 1918 si trasferisce a Londra, dove, il 26 dello stesso mese, ottiene per esame il posto di traduttrice al War Office, con il compito di tradurre in inglese documenti e opuscoli italiani e francesi concernenti la guerra europea. Poche settimane dopo, il 21 settembre 1918, si dimette dall’incarico in seguito alla sua nomina ad assistente presso la Facoltà italiana dell’Università di Cambridge, dove dal 1919 insegna lingua e letteratura italiana fino al 1920, quando rientra in Italia per le condizioni di salute del padre Italo, professore di chimica agraria all’Università di Pisa.

Di questo soggiorno tra Londra e Cambridge è rimasta una significativa corrispondenza tra Beatrice e sua madre Constance.
Nell’Archivio della famiglia Giglioli sono conservate migliaia di lettere, la maggior parte delle quali scambiate tra i vari componenti della famiglia, come quelle, appunto, tra Beatrice e sua madre. Non si tratta di semplici comunicazioni quotidiane. Nello spazio limitato di una cartolina postale, con una grafia fitta e minuta, vengono riversate informazioni e riflessioni su incontri, attività e progetti. È intuitivo riconoscere l’attualità della storia di una ragazza di ventisei anni che, poco più di cent’anni fa, parte dall’Italia per una prima esperienza lavorativa all’estero, appoggiata dalla famiglia e in particolare dalla madre, alla quale non fa mancare dettagli della sua vita quotidiana. “I will now give you a detailed account of my movements in the last few days and of my life here”, scrive in una lettera del 29 settembre 1918 dal numero 10 di Endsleigh Street a Londra. Dal 25 novembre si trasferisce al 10 di Millmann Street. Entrambi gli alloggi sono in una zona centrale della metropoli e Beatrice disegna sulle lettere le planimetrie delle sale in cui studia, lavora, vive, arricchendole di legende intepretative che segnalano il posto dal quale sta scrivendo alla madre, la posizione delle finestre, dei tavoli, dei vasi di fiori, ecc. C’è qualcosa di molto familiare in questa esperienza di Beatrice: con i mezzi di allora (carta e penna), rende partecipe la famiglia di ogni momento della sua vita; oggi, lo avrebbe fatto probabilmente in tempo reale con una videochiamata in chat.
Sarebbe superficiale e riduttivo, tuttavia, voler ricondurre una corrispondenza famigliare di inizio Novecento a un mero confronto tra la comunicazione odierna e quella di allora. Resta comunque un esempio concreto sul valore delle testimonianze documentali che, come in questo caso, possono essere rilette e comprese per l’universalità di esperienze, aspettative, emozioni espresse da una giovane di un secolo prima. Diventa così più comprensibile richiamare l’attenzione sul ruolo degli archivi e della loro conservazione, sulla possibilità che le carte d’archivio non siano solo fonti per gli storici ma anche strumento per confrontare il vissuto delle persone e i cambiamenti della società. Gli scambi tra madre e figlie, mettono in evidenza un rapporto che punta a renderle culturalmente e professionalmente autonome. Oltre che nei confronti di Beatrice, lo si vede anche in quelli con Lilia, che sceglierà la strada dell’insegnamento musicale (e che documenterà con album di fotografie, programmi di saggi scolastici, ritagli di giornale); con Irene, incoraggiata ad esprimersi attraverso il disegno e la pittura, che la porteranno a pubblicare nel 1922, insieme alla madre, un libro per bambini (Rebecca. Not a Moral Tale, stampato a Londra da Thornton Butterworth), del quale sono conservate le tavole originali. Beatrice e le sorelle sono immerse dalla nascita in una cultura internazionale (una famiglia vissuta tra Italia e Gran Bretagna, con rapporti non occasionali con la Germania, parenti e amici negli Stati Uniti, Nuova Zelanda, Sud Africa, India) e, grazie ai documenti che hanno prodotto e conservato, si possono seguire nella loro crescita culturale e professionale, nelle relazioni che hanno saputo costruire. In definitiva, queste carte non sono arrivate per caso fino ai nostri giorni: la famiglia Giglioli ha voluto dare spazio e ordine alla propria memoria.
Probabilmente è proprio Italo il primo ad averne una chiara consapevolezza quando il 3 maggio 1896 scrive da Portici, dove era direttore della Scuola superiore di agricoltura, al fratello Alfredo, militare di carriera:
… A proposito dei figliuoli, io ho parecchie volte pensato che quelle due vite nobilissime e sante che furono le vite del nostro Padre e della nostra Madre [Giuseppe ed Ellen n.d.r.] sparirebbero dalla memoria dei loro discendenti, se non vi sarà qualcheduno che pensi a narrare loro qualche cosa sopra il significato e gl’intenti di quei due, ai quali noi tutti dobbiamo tanto. Avevo, dunque, pensato gradatamente di raccogliere ed ordinare le notizie sulla loro vita, per poi farne un racconto, che dovrebbe essere quasi come un testamento di esempi e di insegnamenti ch’essi lasciano a quelli che vengono dopo di loro… Dunque, tu pensa su questo mio progetto e, se ti pare buono ed utile, aiutami a compierlo; in modo che, prima che venga il mio tramonto, io abbia fatto il dover mio verso quelli che vennero prima di me, ed ai quali tutti noi abbiamo il debito di una eredità ricca di quanto può servire a rendere nobile ed utile ed operosa la vita”.
Nonostante la morte di Alfredo dell’anno successivo, Italo sarà sostenuto nel suo progetto dalla moglie che, aiutata anche dalle figlie e dalla nipote Maria Elena Casella, pubblicherà nel 1935 un volume sui Giglioli di Brescello, ramo originario della famiglia del marito[2].
La conservazione e il riordino delle carte si concentra inizialmente proprio sul nucleo risorgimentale. Constance si occupa ad esempio di trascrivere la corrispondenza di Giuseppe Giglioli, probabilmente anche a causa dell’estrema fragilità dei supporti cartacei, corrosi dagli inchiostri ferro-gallici.
An even greater admiration, gratitude and love for Aunt Cona [diminutivo di Constance n.d.r.], who undertook the immense work of copying the letters, which make 2 volumes of manuscript, respectively of 395 and 101 pages”, dirà di lei la nipote Maria Elena Casella per questa opera di trascrizione.
Contestualmente, dopo la morte di Italo nel 1920, la famiglia si prende cura anche di ciò che la stessa generazione di Italo e dei suoi fratelli ha prodotto. È un lascito intellettuale che non va sperperato. Constance e i figli, ad esempio, si trovano a decidere sul destino della raccolta bibliografica di opuscoli ordinati e schedati da Italo. Il 19 luglio 1925 Constance scrive a Beatrice, in quel momento a Torino:
My Dear Trice,
I think yesterday I hadn’t room to tell you I had a note from the Librarian of the
International Institute at Rome about the Schede, which he thinks would be useful in helping to build up the Library there, which he says in on the way to becoming the most important of its kind in the world”.
La madre si consiglia con la figlia sulla possibilità di donare circa 10.000 opuscoli alla Biblioteca dell’Istituto Internazionale d’Agricoltura, fondato nel 1905 dal filantropo David Lubin. L’Istituto era sorto per la cooperazione agricola internazionale e, dal suo scioglimento nel 1945, nascerà la FAO. Dal 1909, presso lo stesso Istituto, Italo era stato direttore della sezione di informazioni agricole e malattie delle piante. Grazie alla traccia fornita da questa corrispondenza è quindi possibile ricostruire le origini della donazione: se oggi gli opuscoli di Italo Giglioli costituiscono ancora uno dei fondi storici più significativi della Biblioteca della FAO, lo si deve non a una eredità casuale, ma ad una precisa pianificazione tra l’istituzione e la famiglia. Constance manifesta nella cartolina un solo desiderio, che il dono venga contrassegnato su ogni pezzo con il nome del marito:
“I should only like to ask that they should put a label on each publication, p. es. Dono Giglioli, or better, something which recalls Italo Giglioli”.
Il dono del 1925 non è il solo di quell’anno. Il 30 aprile 1925 viene rogato l’atto di donazione al costituendo Museo mazziniano di Pisa, di 17 lettere autografe di Giuseppe Mazzini a Giuseppe Giglioli (1831-1847), oltre che ritratti di Giuseppe Giglioli, una medaglia commemorativa della Giovine Italia in ricordo dei fratelli Bandiera (1844) e una fotografia di Italo Giglioli.

Come in tutti i lavori di riordino e inventariazione, anche per le carte Giglioli pervenute alla Biblioteca Franco Serantini i due primi obiettivi sono stati quelli di individuare i soggetti produttori delle carte e verificare l’esistenza di documenti che facessero emergere eventuali criteri adottati dalla famiglia nell’ordinare e conservare le carte stesse. Proprio in riferimento a questo secondo aspetto, come risulta chiaro dagli esempi precedenti, l’archivio offre una significativa quantità di documenti che parlano dell’archivio e del suo destino. Accanto a corrispondenza occasionale, appunti e note, sono presenti anche materiali maggiormente strutturati in forma di registri e indici, aspetto che rinforza l’idea che la famiglia avesse chiaro il valore del proprio archivio come testimonianza della propria storia. La terza e quarta generazione della famiglia (cioè quella di Italo e Constance e dei loro figli) ha tenuto in considerazione le intenzioni originariamente manifestate da Italo nella lettera al fratello Alfredo e le ha poi applicate in modo sistematico.
Benché corrispondenza, documenti personali, scritti per studi e pubblicazioni, fotografie, disegni, album dei componenti della famiglia si riferiscano in larga misura al ramo dei Giglioli di Pisa, cioè di Italo e dei suoi discendenti, vi è la presenza significativa di documenti riferibili anche agli altri rami parentali, cioè quelli dei fratelli e della sorella di Italo. È a quest’ultima, Elena, scrittrice a sua volta, che si deve il primo contatto con Constance Stocker nel 1884 per ragioni editoriali legate alla proposta di traduzione in italiano di un racconto della Stocker apparso sulla rivista inglese «Leisure hour». La storia d’amore tra Constance e Italo, maturata a seguito dell’amicizia di penna tra Elena e Constance, non è tanto una romantica storia ottocentesca, ma l’incontro di due culture e di due famiglie. Anche se meno documentato, infatti, non manca anche quella parte di archivio legata alla famiglia della Stocker. Le lettere che riceve dalla sorella Beatrice Alicia Ramsay Stocker, missionaria presbiteriana tra le popolazioni native degli Stati Uniti, sono interessanti da vari punti di vista: i fatti che narrano, il contesto storico a cui fanno riferimento, la relazione tra le due sorelle. Se si pensa che il loro legame famigliare si mantiene solo tramite la corrispondenza perché, data la difficoltà dei viaggi, non si sarebbero più incontrate di persona, è facile comprendere il coraggio e la determinazione di chi affrontava rischi “senza rete”. Conservare tali documenti non è quindi per i Giglioli solo una scelta determinata dagli affetti, ma la speranza di tramandare virtù ed esempio. Per questo non è un caso che Beatrice Giglioli, nata nel 1892, porti proprio il nome della zia appena partita per la missione statunitense.

Copertina del quaderno “I Giglioli di Brescello. Recensioni e Lettere”

La generazione di Beatrice Giglioli e della cugina Maria Elena Casella è l’ultima che si fa carico della trasmissione di ciò che resta dell’Archivio dopo i diversi lasciti. Maria Elena, rimasta presto orfana di padre, troverà negli zii Italo e Constance e nelle cugine un punto di riferimento. La professione di bibliotecaria, come accennato, la porterà ad acquisire anche una particolare sensibilità archivistica. Lo ricorda sua cugina Lilia scrivendo che la pubblicazione dei Giglioli di Brescello era avvenuta “quando mia madre aveva 79 anni! Le mancarono le forze per raccogliere, per la famiglia, ricordi e corrispondenze dei figli di Giuseppe e Ellen Giglioli. Lo ha fatto ora Maria Casella”.
La Casella, in realtà, non si limita semplicemente a “raccogliere” i materiali appartenuti a genitori e zii, ma li organizza e arricchisce con annotazioni, etichette, inserti fotografici, interventi di rilegatura che rendono anche semplici opuscoli a stampa dei veri e propri “pezzi unici”. Indicizza documenti per temi e per autori, li riporta su rubriche. Crea, in definitiva, mappe di riferimento così da potersi orientare nella molteplicità delle carte. Alla fine di questo immenso lavoro, scrive quelli che intitola i Family Memorials of the Giglioli-Casella. Si tratta di quaderni, poi riprodotti in ciclostilato, che dedica ad ognuno dei figli di Giuseppe Giglioli e alla loro discendenza.

Frontespizio del dattiloscritto “Italo Giglioli. Family Memorials of the Giglioli-Casella. Book IV.1

I Family Memorials si dipanano come un racconto che, tuttavia, a differenza della maggior parte della memorialistica di famiglia, affidata molto spesso ai soli ricordi, si basa anche sulle fonti per certificarne l’attendibilità. In questo, probabilmente, Maria Elena Casella oltre che alla sua formazione di bibliotecaria, deve molto anche all’esempio della zia Constance, non solo scrittrice, ma anche storica attenta, già a partire dalla pubblicazione del volume Naples in 1799, an account of the revolution of 1799 and of the rise and fall of the Parthenopean republic, pubblicato a Londra nel 1903 presso l’editore Murray. L’attenzione sull’uso delle fonti dei Family Memorials si comprende anche dalla loro organizzazione secondo un doppio binario: da un lato i Books, cioè i racconti storicamente documentati dei membri della famiglia, dove le fonti vengono citate in nota o nel testo;
dall’altro le Appendix, appendici di testi e documenti per la maggior parte a stampa quali fonti di contesto e di riferimento alle vicende narrate nei Books.
In un documento del 1962 lasciato alle cugine, la Casella scrive:
La prima copia dei ‘Ricordi’ (scritti in Inglese), con gli Album, le Appendici e gl’Indici resta a me. Alla mia morte, tutto passerà ai Giglioli di Pisa. Se mi sarà possibile, farò una copia dei Libri (senza fotografie) per i varii rami dei Giglioli. I Casella si estinguono con me. Ho scritto i “Ricordi” per la Famiglia, e non ne desidero la pubblicazione, almeno finché sono in vita. Dopo, la Famiglia deciderà. Dovendoli pubblicare, andrebbero però rifusi e completati, giacché restano ancora molte ricerche da fare”.
Mentre i Family Memorials costituiscono una serie archivistica organica, frutto di una rielaborazione di materiali d’archivio, nel lavoro attuale di riordino, il resto dell’Archivio Giglioli è stato descritto in altre 16 serie: una di esse è dedicata ai documenti “comuni” di famiglia (come album fotografici e fotografie, materiali relativi alle donazioni decise collegialmente, ecc.), le altre 15 serie descrivono le carte di singole figure dei diversi rami famigliari.

Le carte dell’Archivio Giglioli presentano quindi almeno tre motivi di interesse: per i loro contenuti; per come sono giunte fino a noi e per come sono state organizzate dalla famiglia; per il modo in cui possono essere utilizzate anche in chiave didattica.
Da ciò che è stato delineato fin qui, c’è una domanda che occorre porsi pensando al ruolo delle generazioni odierne: fra una settantina d’anni, quando agli adolescenti e ai giovani di oggi subentreranno i loro discendenti, nelle case ci saranno ancora scatoloni di fotografie, documenti, lettere? Cosa erediteranno i nipoti della memoria di vite vissute dai propri famigliari?
Non si tratta solo del noto processo in corso che riguarda la dematerializzazione della documentazione in tutti gli ambiti delle attività umane, ma anche del fatto che ricade sulla sensibilità dei singoli la lungimiranza o meno nel conservare racconti, descrizioni, fotografie e video che viaggiano su messaggi in chat tra famigliari e amici, nelle e-mail, negli album condivisi via social, ecc. Se sul fronte pubblico è importante per il singolo potersi appellare al diritto all’oblio, su quello privato tutto è lasciato all’iniziativa individuale: conservare su cloud o sull’hardware di casa i propri ricordi, preoccuparsi che in futuro siano accessibili ai propri congiunti, eventualmente stamparli, ordinarli, ecc., sono operazioni che presuppongono una consapevolezza del futuro che rischia di passare in secondo piano, pressati dalle sollecitazioni esterne del “qui e ora” della società contemporanea.
Il discorso è troppo ampio e da tempo al centro del dibattito su aspetti tecnologici, sociologici, giuridici, ecc. perché se ne possa anche solo minimamente far cenno qui. Per lo stesso motivo, nel porre la domanda sulle generazioni di oggi fra settant’anni, le etichette “generazione Z”, “millennials”, ecc., comunemente utilizzate nella conversazione quotidiana, non hanno valore dal punto di vista degli studi sociali, i quali hanno reso evidente che le persone non si comportano in modo diverso solo perché appartengono a gruppi di età diversa5.
Le domande delle righe precedenti e la riflessione su quello che potranno essere un domani gli archivi di singole persone o di famiglie, si basano su ciò che oggi si intende per archivi, vale a dire raccolte più o meno organizzate di documenti, corrispondenza, fotografie, ecc. Oltre che essere una fonte per gli studi storici, possono avere anche una funzione culturale in senso lato. I giovani che, per il progressivo cambiamento delle pratiche e delle abitudini sociali, potrebbero già percepire un archivio di famiglia come qualcosa di lontano dalla loro esperienza, nell’avvicinarsi ad un archivio come quello della
famiglia Giglioli potrebbero essere indotti a porre maggiore attenzione a ciò che essi stessi producono con altri mezzi e con altre possibilità di trasmissione futura, rispetto a ciò che si faceva nel passato.

NOTE

1 B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1945, a cura di F. Bertolucci, B. Cattaneo e G. Mangini, BFS edizioni, Pisa, 2025. Il diario di Beatrice è scritto in inglese ed è stato tradotto in italiano.

2 C. Giglioli Stocker, Una famiglia di patrioti emiliani. I Giglioli di Brescello, Società anonima editrice Dante Alighieri, Milano-Genova-Roma-Napoli, 1935 (Biblioteca storica del Risorgimento italiano, 3).

3 Cfr. M. G., Perennials, Società e lavoro dopo la fine delle generazioni, Luiss University Press, Roma, 2024.

L’Autrice è libera professionista impegnata nella valorizzazione di archivi iconografici e documentari come fonte e
strumento per la ricerca storica e la didattica collaboratrice della Biblioteca F. Serantini

Tutte le fotografie appartengono all’archivio della famiglia Giglioli (Biblioteca Franco Serantini) e vengono concesse al sito di ToscanaNovecento in relazione all’articolo ma non è concessa l’autorizzazione alla riproduzione.

Articolo pubblicato nel marzo 2026

 




Giuseppe Bellone

Fu un giorno dell’autunno del 1913 che un giovane compagno, che non parlava livornese, si presentò presso la sede, in via Oreste Franchini, della Sezione del Partito socialista italiano all’Ardenza, il sobborgo notoriamente sovversivo di Livorno[1].
Si chiamava Giuseppe Bellone, ventitré anni, e da settembre era stato assunto come “prefetto”, ossia come istitutore, presso il Collegio-convitto S. Giorgio che si trovava a poca distanza, sulla via che dall’Ardenza porta a Montenero.
Non era neppure toscano, in quanto nato a Mortara, in provincia di Pavia, e secondo le informazioni di polizia, prima di giungere all’Ardenza, era stato per qualche tempo in Svizzera, probabilmente per lavoro[2].
Dopo aver conseguito la licenza liceale, si era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Pisa, tanto che dopo aver conseguito la laurea, a Roma, avrebbe esercitato la professione di avvocato[3].
Si trattò di una permanenza fortunata, sia per i socialisti ardenzini che per lo stesso Bellone. La Sezione, in cui prevaleva la tendenza massimalista, era abbastanza attiva, ma non contava molti iscritti, una cinquantina, fra adulti e giovani, a fronte della maggioritaria presenza degli anarchici nel borgo, facenti capo al Circolo di studi sociali, in via del Littorale.
Infatti, da subito venne designato segretario della Sezione giovanile socialista e come tale intraprese un’intensa attività politica, tanto che nell’agosto 1914, venne schedato come «socialista rivoluzionario» dalla Prefettura di Livorno ed inserito nel Casellario Politico Centrale del Ministero dell’Interno[4].

Via O. Franchini (Biblioteca Labronica)

Subito dopo l’arrivo a Livorno, infatti, si era messo in evidenza in varie occasioni, facendo «attivissima propaganda di socialismo rivoluzionario, fra ceto operaio con molto profitto» e, come riferito dall’autorità di polizia, «durante l’agitazione per le elezioni generali politiche dell’ottobre 1913 parlò nei pubblici comizi, che qui si tennero il 14-17 e 20 ottobre 1913. Parlò, poi, la sera del 10 marzo 1914 in Ardenza, per commemorare l’anniversario della Comune di Parigi» presso il Teatro Aurora, ove «pronunciò un violento discorso rivoluzionario contro la Monarchia». In occasione delle elezioni Amministrative del 26 luglio 1914, «prese parte attiva alla lotta a favore dei candidati socialisti, e parlò nei pubblici comizi, tenutisi il 5-11-12-14-16-18-20-21-23 e 24 luglio»[5].
In particolare, il 16 maggio 1914 era stato fra gli oratori intervenuti in piazza XX Settembre a Livorno al comizio di protesta Pro libertà di parola, indetto per rispondere all’atto repressivo di tre giorni prima all’Ardenza quando era stato sciolto un comizio Pro Masetti tenuto da Maria Rygier. Nel nuovo comizio gli oratori anarchici e socialisti non avevano mancato di attaccare il militarismo e la guerra in Libia, «per concludere che questa ha servito esclusivamente agli interessi dei capitalisti, protetti dai nazionalisti»[6].
Nel giugno seguente, durante l’agitazione per la “Settimana rossa”, Bellone era stato fra gli oratori, anarchici e socialisti, partecipanti al comizio svoltosi nel pomeriggio del 9 giugno in piazza Carlo Alberto [l’attuale piazza della Repubblica] così come il giorno successivo al comizio tenutosi dalla scalinata del Palazzo comunale con interventi di socialisti, anarchici e repubblicani. Terminato tale comizio, in un clima di grande tensione, si era formato un corteo segnato da alcune sassaiole contro due banche ed alcuni incidenti. Quindi, giunto in piazza Cavour, «lo studente socialista Bellone […] è salito sulla spalletta del fosso ed ha parlato ai cittadini esprimendo la speranza che fra i dimostranti non siano infiltrati pescatori nel torbido per generare confusioni. Noi però – ha detto l’oratore – non vogliamo che, per causa di tali elementi, la nostra protesta degeneri in una rivolta sanguinosa; ma intendiamo che la borghesia intenda finalmente che, per volere di popolo compatto, essa dovrà farsi da parte, per dar libero adito alla sovranità del popolo, chiamato a dirigere i destini del mondo. L’oratore è stato applaudito calorosamente e quindi, imboccata la via dell’Indipendenza, gli scioperanti hanno percorso, sempre gridando, via San Carlo, il Borgo Cappuccini e il Corso Umberto…»[7].
Se, in tale circostanza, Bellone aveva cercato di calmare gli animi, il 5 luglio seguente, all’Ardenza, fu invece accusato di averli eccitati, in occasione di una manifestazione anticlericale in polemica con la tradizionale processione del Corpus domini nel borgo, quando si erano radunate circa 600 persone presso la sezione socialista in via O. Franchini. Da qui, in corteo, raggiunsero piazza della Fonte dove venne tenuto un comizio, nel corso del quale non mancarono i riferimenti alla lotta contro il militarismo. Infatti, seppure interrotti dal Delegato di P.S. d’Ardenza, il giovane anarchico Maceo Del Guerra esaltò il gesto di ribellione di Augusto Masetti ai tempi della guerra libica, mentre Bellone avrebbe sostenuto che «I nostri avversari vogliono giustificare l’eccidio commesso dai Carabinieri di Ancona, mentre poi inveiscono contro il tipografo e lo studente che commisero il fatto di Sarajevo»[8].
Per tale comizio Bellone fu assurdamente denunciato per «corruzione da parte dello straniero» e «favoreggiamento bellico a favore del nemico», ai sensi degli artt. 246 e 247 del Codice Penale, venendo poi prosciolto a seguito del Regio decreto di amnistia del 29 dicembre 1914. Un’altra denuncia per «Rifiuto di obbedienza all’autorità» fu conseguente al comizio elettorale, tenutosi in piazza Roma del 21 luglio 1914, più volte interrotto e poi sciolto d’autorità da parte del commissario di P.S. di servizio[9].
Dalla scheda segnaletica/biografica redatta nell’agosto 1914 dalla Prefettura di Livorno, a firma del prefetto Gasperini, si apprendono ulteriori informazioni – ovviamente nell’ottica poliziesca – a partire dalla descrizione dei suoi connotati, fra cui «l’andatura disinvolta», «l’espressione fisionomica sprezzante» e «l’abbigliamento eccentrico», oltre ad essere ritenuto «di carattere spavaldo».
Era nato a Mortara il 25 aprile 1890, figlio di Egildo, orologiaio, e Seconda Assalini. A Livorno, nel Partito «esercitava molta influenza», collaborando anche a «La Parola dei Socialisti», il settimanale della Federazione livornese, «sul quale scriveva articoli violenti, alcuno dei quali, in questi ultimi tempi, venne dalla locale R. Procura incriminato»[10].
Nel periodo del suo attivismo all’Ardenza, non risiedeva nel borgo, ma nella non lontana via Roma, a Livorno. A seguito di una denuncia privata (percosse e appropriazione indebita), poi ritirata, da parte di un convittore nel giugno 1914 fu licenziato dal Collegio S. Giorgio pur essendo stato prosciolto, verosimilmente in conseguenza del suo coinvolgimento nella contestazione anticlericale.
Rimasto senza lavoro, riuscì comunque a trovare un impiego presso l’Archivio storico del Comune di Torino, venendo però quasi subito chiamato alle armi nel 37° Reggimento fanteria (Brigata “Ravenna”), presso cui risulta arruolato durante e dopo la guerra, dal maggio 1915 al settembre 1919[11].

Ausonia Sciti (Archivio Famiglia Bellone)

Nel frattempo, le sue relazioni, anche personali, con Ardenza non si erano interrotte, anche perché vi aveva incontrato la compagna della sua vita, Ausonia Sciti, figlia del militante anarchico ardenzino Areteo Sciti[12], e il 12 maggio 1918 a Livorno – mentre era ancora militare – nacque il loro primo figlio, Egildo (stesso nome del padre)[13].
Già facente parte della direzione nazionale del Partito Socialista per la tendenza massimalista, alle elezioni amministrative dell’ottobre 1920 risultò eletto consigliere comunale e provinciale a Novara per il PSI e il 28-29 novembre seguente partecipò ad Imola al Convegno della frazione comunista e, nel gennaio 1921, tornò a Livorno, come delegato novarese, per il fatidico XVII Congresso nazionale socialista, aderendo al Partito Comunista d’Italia.
Dopo le elezioni politiche del maggio dello stesso anno, nelle quali era stato candidato del PCdI nel collegio di Novara, nel giugno 1922 Bellone – subentrando al giovane Ennio Gnudi – venne nominato deputato e quindi, quale esponente del Gruppo comunista alla Camera, svolse attività parlamentare dall’11 giugno 1921 al 25 gennaio 1924 (XVI Legislatura), subendo una grave aggressione da parte dei fascisti sul finire del 1922.
Durante tale periodo, avvenne un episodio che confermò il suo legame politico e umano con Ardenza, quando il 31 maggio 1923 presentò un’interrogazione parlamentare in merito agli arresti eseguiti all’Ardenza nella notte fra il 23 e il 24 maggio di una decina di sovversivi, quasi tutti anarchici (nonchè ex arditi del popolo) e un comunista, «per aver concertato e stabilito azioni rivoluzionarie contro il Governo e i poteri dello Stato»[14]. Lui stesso era risultato coinvolto nell’operazione repressiva ad opera di militi dei Carabinieri agli ordini del commissario di PS Nardi, poiché trovandosi in visita a casa del suocero, Areteo Sciti, in via del Littorale 328, al momento della retata, era stato tradotto in Questura, sottoposto a interrogatorio ed invitato perentoriamente a lasciare la città, mentre la sua abitazione a Novara veniva – senza esito – perquisita.
Rientrato a Roma non perse tempo e interrogò formalmente, con richiesta di risposta scritta, il Ministero dell’Interno col seguente testo:

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il ministro dell’interno, per sapere se – premesso che i cittadini, Nardi Dante, Sciti Anteo [recte: Areteo], Bernini Antonio, Baldacci Dino, Del Nudo Edoardo, Chiaruggi Donato [recte: Chiarugi Dante], Paoletti Silvano [recte: Paolotti], tutti dell’Ardenza (Livorno), dal gennaio 1923 ad oggi è la terza volta che vengono arrestati; che dovrebbero scontare per le prime due volte già più di cento giorni di carcere con danno non indifferente per le loro famiglie; senza aver commesso reati; se la libertà dei cittadini di Livorno sia soggetta all’arbitrio della autorità di pubblica sicurezza; se è ammissibile la sistematica persecuzione contro detti operai; se non crede di intervenire per reprimere tale abuso di autorità»[15].

Gli arrestati erano tutti ben noti a Bellone; oltre allo Sciti e agli altri “storici” militanti libertari citati nell’interrogazione, vi era l’anarchico Vezio Del Nudo, figlio di Edoardo, e il comunista Vincenzo Bigalli che Bellone conosceva in quanto era stato iscritto alla Sezione giovanile socialista di Ardenza[16].
Da parte sua, la «Gazzetta livornese», da tempo allineata al fascismo e controllata da Costanzo Ciano, il 31 maggio pubblicò un lungo articolo diffamatorio nei confronti dei sovversivi ardenzini e, non di meno, dell’on. Bellone (erroneamente trascritto Belloni), accreditando l’ipotesi di un inverosimile “complotto” anarco-comunista, rivelatosi poi infondato pure sul piano giudiziario, tanto che gli indiziati dopo due mesi furono tutti prosciolti[17].
Secondo lo zelante quanto anonimo “gazzettiere”, fedele alle veline della Questura:

Gazzetta Livornese 31 maggio 1923

«Le indagini della polizia avrebbero accertato che noti sovversivi tenevano frequenti riunioni in località diverse, che terrorizzavano i contadini, tenendoli sotto la minaccia della rivoluzione a breve scadenza, che estorcevano denaro a questo o a quello per tener viva la propaganda rivoluzionaria e per acquistare segretamente armi ed esplosivi. Altre indagini hanno messo in chiaro rapporti che i sovversivi di Ardenza e di Livorno avevano con compagni di fede di altre città, riuscendo ad immagazzinare uno “stock” di armi considerevole, cioè: fucili, rivoltelle, bombe, pugnali e munizioni di ogni calibro in quantità. Non ci consta che a tutt’oggi la polizia sia riuscita a scovare l’arsenale. Risulta però che le armi sono state depositate in un primo tempo dal guardiano dell’ex circolo socialista […] Risulta anche che i sovversivi stavano in continuo contatto, a mezzo corrispondenza postale telegrafica, con l’on. Giuseppe Belloni… E chi non se lo ricorda? Bel giovane, alto, bruno, dalla parlantina scioltissimo, già istitutore in un collegio di Livorno dove, se non erriamo, ebbe a passare dei guai, sui quali è bene sorvolare nei passati tempi dell’ante-guerra. Il Belloni nella nostra città, ebbe il quarto d’ora di celebrità. Parlava in tutti i comizi, dando qualche dispiacere alle tremebonde autorità di quel tempo, nel quale l’on. Modigliani imperava sul serio. Giuseppe Belloni all’Ardenza si fidanzava con una bellissima ragazza, che poi sposò. Figlia di Areteo Sciti, uno degli arrestati dell’attuale retata. Consta che il Belloni, deputato comunista di Novara, si è recato più volte all’Ardenza, anche dopo l’avvento fascista, per ricevere dalle mani del suocero il denaro da lui raccolto per la propaganda bolscevica. Nella retata è compreso anche certo Silvano Paolotti, ardenzino, che negli ultimi giorni dell’aprile di quest’anno venne fermato per misure di P.S. a Roma dove si era recato per mettersi in relazione con quei comunisti […] Infine sappiamo che gli arrestati Nardi, Bernini, Paolotti, Del Nudo Vezio e Del Nudo Edoardo sono stati denunciati come organizzatori e autori della tragica imboscata contro fascisti avvenuta in Banditella, nella quale però perirono due sovversivi. L’imboscata avvenne nel mese di agosto 1921»[18].
Concluso l’impegno parlamentare nel 1924, Giuseppe Bellone avrebbe proseguito la propria militanza fra Piemonte e Lombardia, pur continuando a recarsi periodicamente all’Ardenza, ospite dei parenti, sempre sotto stretta sorveglianza poliziesca, anche quando vi si trovava in villeggiatura[19].
Ormai però, la sua vita, come l’attività politica e professionale, si sarebbe svolta fra Novara, Busto Arsizio, dove abitavano i genitori ed aveva il proprio studio legale, e Milano ove si trasferì definitivamente e concluse la sua esistenza il 16 ottobre 1973[20].

 

Note

1 L’importanza, a livello nazionale, dell’Ardenza nell’ambito del movimento proletario d’emancipazione, risulta confermata dal passaggio nel borgo, per comizi e conferenze, di esponenti rivoluzionari quali Amilcare Cipriani, Pietro Gori, Angelica Balabanoff , Maria Rygier, Errico Malatesta e Teresa Meroni.

2 Su tale permanenza in Svizzera si possono avanzare solo delle ipotesi; ad esempio, poteva aver trovato occupazione come insegnante, oppure aveva svolto un qualche incarico commerciale per conto del padre orologiaio.

3 Dalla scheda dell’Archivio storico della Camera dei deputati, Bellone risulta aver conseguito anche una laurea in Scienze agrarie (https://storia.camera.it/deputato/giuseppe-bellone-18900425#nav).

4 Nonostante il ruolo di primissimo piano avuto nel contesto politico livornese e nazionale, Giuseppe Bellone non figura nella storiografia social-comunista livornese. Emblematicamente, nel saggio di Nicola Badaloni e Franca Pieroni Bortolotti, Movimento operaio e lotta politica a Livorno 1900-1926 (Roma, Editori Riuniti, 1977), nelle due uniche citazioni risulta confuso col dirigente e deputato comunista Ambrogio Belloni, tanto da indurre il dubbio di un’omissione politica dovuta al fatto che Bellone era stato espulso dal PCdI al Congresso di Lione nel 1926 quale “bordighista” e, dopo la Liberazione, aveva presto rotto politicamente col PCI in cui era rientrato.

5 Archivio Centrale di Stato, Casellario Politico Centrale, Busta 463.

6 Il comizio d’iersera in piazza XX Settembre, «Gazzetta livornese», 16-17 maggio 1914.

7 L’odierna manifestazione proletaria di Livorno per la protesta contro i fatti di Ancona, «Gazzetta livornese», 9-10 giugno 1914.

8 Al termine del comizio, una parte degli intervenuti, preceduti dalla bandiera del Circolo libertario di Studi sociali, si diresse verso la via del Littorale, ma furono bloccati in via O. Franchini da un cordone di agenti a protezione della processione religiosa; erano quindi seguiti alcuni tafferugli e il lancio di qualche sasso, finchè le guardie non caricarono disperdendo l’assembramento (Disordini all’Ardenza, «Gazzetta livornese», 6-7 luglio 1914). Secondo, invece, la versione poliziesca Bellone «volle spingere il popolo a sciogliere colla violenza la processione religiosa del Corpus Domini, che passava poco discosta dalla località della riunione; e, non essendovi riuscito, tentò di provocare tumulti facendo l’apologia dell’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo» (CPC).

9 I comizi elettorali d’ieri. Quello di piazza Roma sciolto dalla polizia, «Gazzetta livornese», 22-23 luglio 1914.

10 Negli anni successivi la sua attività di pubblicista, redattore o gerente continuò per «Il Bolscevico», «Il Sindacato Rosso», «Lo Stato operaio», «l’Unità», «Il Proletario», «Sport e Proletariato», «Il Lavoratore» e, quale gerente di quest’ultima testata, nel 1923 Bellone fu incriminato per eccitamento all’odio e al disprezzo per l’esercito (Art. 2, Legge 19 luglio 1894).

11 Nel corso del conflitto, la Brigata Ravenna fu senza interruzione in prima linea sul fronte isontino subendo gravi perdite ed anche la feroce repressione per la protesta collettiva messa in atto il 21 marzo 1917 dai soldati di una compagnia del 38º reggimento all’annuncio dell’annullamento delle promesse licenze; tra esecuzioni sommarie, fucilazioni a sorte e condanne a morte vi furono almeno 28 vittime.

12 Areteo Sciti, nato a Livorno nel 1873, sarto, era un notissimo attivista anarchico, schedato dal 1914 e più volte denunciato; in particolare, nel 1918 era stato condannato a lire 50 di ammenda perchè si era rifiutato di fare la spia indicando al maresciallo dei Carabinieri d’Ardenza l’abitazione di un disertore («Gazzetta livornese», 15-16 maggio 1918) e, nel 1921, fu tra gli arditi del popolo arrestati per gli scontri dell11 agosto.

13 Egildo Bellone, nato il 12 maggio 1918, volontario e sottotenente del 324° Reggimento della Guardia costiera dislocato a Savona, a seguito dell’8 settembre 1943 abbandonò il reparto e, dopo essere espatriato in Svizzera, rientrò in Italia, aderendo alla lotta partigiana (nomi di combattimento “tenente Gildo” e “Achille”) nella 83ª Brigata Garibaldi, cadendo in combattimento l’11 aprile 1945. Gli altri figli furono Spartaco, Bruno, Franco Mario e Raoul. La loro madre e moglie di Giuseppe, Ausonia, risulta deceduta a metà degli anni Trenta.

14 Sensazionali arresti di sovversivi all’Ardenza. Un complotto contro lo Stato?, «Gazzetta livornese», 25 maggio 1923; Arresti di sovversivi a Livorno, «Avanti!», 26 maggio 1923.

15 Testo riportato in «Atti parlamentari», 30 maggio 1923; pubblicato anche, con alcune piccole differenze, sulla «Gazzetta livornese» del 31 maggio 1923.

16 Vincenzo Bigalli, nato nel 1897 a Montelupo Fiorentino, operaio meccanico, contrario alla guerra, risulta schedato nel 1916 come socialista e poi quale comunista sino al 1932 quando venne radiato dal Casellario politico centrale. Nel secondo dopoguerra, fu segretario della Camera del Lavoro e consigliere comunale per il PSI.

17 Una nuova operazione di polizia all’Ardenza venne compiuta fra le 2 e le 3.30 del 19 giugno seguente, alla vigilia delle farsesche Elezioni politiche del 24 giugno. Su disposizione di Mussolini, un centinaio di carabinieri e circa duecento squadristi della Milizia fascista circondarono il borgo ed effettuarono, alla vana ricerca di armi, 116 perquisizioni di abitazioni di presunti sovversivi e pregiudicati (L’Ardenza accerchiata da oltre trecento uomini, «Gazzetta livornese», 19 giugno 1923).

18 Il riferimento, tendenzioso, era agli incidenti provocati dai fascisti all’Ardenza e all’assassinio degli anarchici ardenzini, nonché arditi del popolo, Amedeo Baldasseroni e Averardo Nardi per mano del fascista Tito Torelli l’11 agosto 1921 (https://www.toscananovecento.it/custom_type/livorno-11-agosto-1921/).

19 Dopo l’espulsione dal Partito per “sinistrismo” nel 1926, nell’ottobre dello stesso anno fu arrestato con altri comunisti e condannato a 5 anni di confino ad Acerenza (Pz), ma a causa dello stato di salute (tubercolosi) la pena gli venne comunque commutata nella misura dell’ammonizione. Rimasto vedovo e con alcuni figli ancora minorenni, nell’ottobre 1940, presumibilmente per motivi lavorativi-familiari, chiese e ottenne la tessera del PNF in qualità di ex combattente, ma gli venne revocata pochi mesi dopo a causa dei «precedenti sfavorevoli». Il suo nome fu inserito nell’«elenco nominativo dei comunisti noti a codesta Prefettura» risiedenti in provincia di Varese, richiesto il 18 novembre 1943 dal capitano Vornhem, comandante del locale presidio militare tedesco. Dopo la Liberazione rientrò nel Partito comunista e fu presidente dell’A.E.M. (Azienda Elettrica Municipale) di Milano, per poi rompere di nuovo col Partito e ritirarsi dalla politica (sintesi comparativa e rettificata dal CPC, dai testi di M. Mingardi e C. Bermani, e dal sito web Dizionario Biografico dei Sovversivi: https://www.paginemarxiste.org/wiki/dizionario-biografico/). Secondo quanto riportato da Silverio Corvisieri (La villeggiatura di Mussolini: il confino da Bocchini a Berlusconi, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2004, p. 99), Bellone sarebbe stato confinato pure a Lipari, dove avrebbe subito percosse da un capomanipolo della Milizia, ma non trovando riscontri potrebbe riferirsi all’ex deputato Ambrogio Belloni.

20 Si trova sepolto presso il cimitero comunale del Musocco.

 

Bibliografia

Renzo Cecchini, Il potere politico a Livorno. Cronache elettorali dal 1881 al fascismo, Livorno, Nuova Fortezza, 1993;
Cesare Bermani, La Battaglia di Novara (9 luglio-24 luglio 1922). Occasione mancata della riscossa proletaria e antifascista, Milano, Sapere, 1972 (nuova edizione: Roma, DeriveApprodi, 2010);
Mirella Mingardo, 1919-1923 Comunisti a Milano. La Sinistra comunista milanese di Bruno Fortichiari e Luigi Repossi dalla formazione del PCd’I all’ascesa del fascismo, Milano, Pagine Marxiste, 2011;
Cesare Bermani, Marcello Ingrao, L’alba intravista. Militanti politici del Biennio rosso tra Piemonte e Lombardia, Milano, Prospettiva Marxista, 2024;
Giorgio Sacchetti, Carte di gabinetto. Gli anarchici italiani nelle fonti di polizia (1921-1991), Ragusa, La Fiaccola, 2015;
Marco Rossi, Livorno antimilitarista. Cronache dell’opposizione alla guerra (1911-1919), Ghezzano, BFS, 2025.

Si ringrazia la gentilissima Valentina Bellone, nipote di Giuseppe, per le foto e la collaborazione.

Articolo pubblicato nel febbraio 2026.




Un laboratorio civile, educativo e identitario di una città nel Novecento: la Casa della Cultura di Livorno

All’indomani della liberazione, Livorno si presentava come una delle città italiane più colpite dai bombardamenti alleati. Il centro storico era ridotto in macerie, gran parte della popolazione era sfollata e le attività produttive stentavano a riprendere. In questo contesto di profonda crisi materiale, il Comitato provinciale di liberazione nazionale, nella seduta del 20 gennaio 1945, riconobbe la necessità di un intervento culturale immediato. La decisione, sorprendente per l’urgenza delle necessità abitative e infrastrutturali, esprimeva tuttavia la convinzione che la cultura fosse parte integrante della rinascita democratica della città, un provvedimento che sottolineava la voglia di rinascita, e l’attesa per il futuro, che contraddistingueva la nuova classe politica. La cultura, dunque, non era considerata un lusso, ma un bisogno vitale al pari delle infrastrutture materiali, un investimento capace di restituire dignità e prospettiva alla cittadinanza.
Negli anni della ricostruzione maturò l’idea di destinare all’uso culturale un edificio storico della città. La scelta di collocare la nuova istituzione nel Cisternino di città, progettato da Pasquale Poccianti tra il 1837 e il 1846 come terminale dell’acquedotto di Colognole, ebbe un valore altamente simbolico. L’edificio, mai entrato in funzione come vera e propria cisterna e sopravvissuto ai bombardamenti, fu individuato dal Comune come sede privilegiata per la realizzazione di diverse attività culturali. L’utilizzo del Cisternino rappresentava una metafora potente, che prevedeva la trasformazione di un serbatoio d’acqua in una cisterna di cultura, destinata a contenere libri, mostre e dibattiti. L’edificio fu restaurato e riaperto al pubblico nel 1951 con il nome di Casa comunale della Cultura, sull’esempio di iniziative prese in altre città italiane. L’inaugurazione fu accompagnata dal convegno La Cultura come vita, titolo che ribadiva la centralità del sapere nella sopravvivenza e nel futuro collettivo di una città e di un territorio in uscita dalle temperie di una guerra mondiale.

La gestione pubblica come tratto distintivo

A differenza delle esperienze di Roma e Milano, dove le Case della Cultura nacquero da associazioni o da iniziative di partito, l’istituzione livornese si caratterizzò per una peculiare gestione direttamente pubblica. Il Comune di Livorno si assunse l’onere di programmare e sostenere economicamente la nuova istituzione, mettendo a disposizione i locali e il denaro per il sostentamento. Ciò rivelava una concezione della cultura come bene pubblico, accessibile a tutti e non riservato a particolari élite. Ciò seguiva l’esperienza, sorta all’inizio del secolo, dell’Università Popolare. Tale impostazione trasformò la Casa della Cultura in un fiore all’occhiello per l’attività amministrativa del sindaco della ricostruzione Furio Diaz e della sua giunta ormai alla fine dell’esperienza di collaborazione tra tutti i partiti antifascisti. La scelta amministrativa aveva un valore politico forte, nella quale la cultura diventava strumento di cittadinanza e di legittimazione democratica, integrata nei piani di ricostruzione della città.
La Casa della Cultura svolse fin da subito un ruolo eminentemente educativo. Nei suoi locali erano disponibili radio, un’emeroteca, una biblioteca circolante di letteratura contemporanea, dotata di circa 1500 volumi, selezionati tra le novità editoriali e, più tardi, televisione e apparecchi per l’ascolto di musica. La differenza rispetto alla Biblioteca comunale “Labronica”, più orientata alla conservazione del patrimonio erudita, era netta, così come la salvaguardia della rivista storico-letteraria comunale «Liburni Civitas». La Casa della Cultura rispondeva al bisogno di accedere a una cultura moderna, legata all’attualità e avulsa dagli schemi classici di stampo fascista.
Non bisogna dimenticare come l’esperimento si collocasse all’interno di un più ampio progetto di educazione popolare, promosso anche dal Partito comunista italiano, che vedeva nella diffusione dei saperi uno strumento di emancipazione sociale. In questo senso, la Casa rappresentò un’inedita forma di scuola civica parallela alle forme tradizionali di istruzione, aperta a giovani e adulti, capace di anticipare i modelli di educazione permanente che sarebbero emersi negli anni Sessanta e Settanta. A tenerla a battesimo fu, non a caso, l’assessore all’Istruzione e futuro sindaco Nicola Badaloni, storico della filosofia di impronta marxista.

Un laboratorio di pluralismo politico e culturale

Pur inserita nel clima della Guerra fredda, la Casa della Cultura riuscì a mantenere una notevole apertura al pluralismo ideologico e partitico. Le cronache di quegli anni ricordano come nello stesso edificio convivessero associazioni di stampo politico differente, mostre di arte d’avanguardia e iniziative di taglio più tradizionale. Erano in grado di confrontarsi non solo modelli e ideologie artistiche diametralmente opposte, ma anche partiti politici e associazioni di orientamento diverso. Ciò era reso possibile dalla struttura organizzativa del Circolo livornese della Casa della Cultura, animato da figure come Vittorio Marchi, pedagogista socialista, e Luca Badaloni, segretario instancabile, capace di coinvolgere amministratori di maggioranza e opposizione. La Casa divenne così uno spazio di confronto, un laboratorio di convivenza civile e politica che rispecchiava le contraddizioni e le ricchezze della società livornese nel dopoguerra.
Il culmine dell’attività culturale si ebbe tra il 1955 e il 1967 con l’istituzione del Premio “Modigliani”, che proiettò Livorno su un piano nazionale e internazionale. Nelle sale del Cisternino passarono artisti e critici di fama, tra cui Renato Guttuso, Giuseppe Sassu, Giulio Carlo Argan, Carlo Ludovico Ragghianti, Emilio Vedova, Enrico Baj, Giò e Arnaldo Pomodoro. Negli stessi anni, la Casa della Cultura ospitò mostre e importanti dibattiti sull’arte contemporanea, rendendo la città un punto di riferimento per le avanguardie artistiche italiane. Come sottolineano gli studiosi di storia dell’arte contemporanea, fu proprio in questo periodo che Livorno riuscì a sottrarsi al rischio di provincialismo insito nella pittura post-macchiaiola e a inserirsi nei circuiti più avanzati della cultura nazionale.

Crisi, continuità e metamorfosi

Dalla fine degli anni Cinquanta si manifestarono i primi segni di difficoltà, dovuti sia alla crescente “lottizzazione” partitica degli spazi pubblici, sia al mutamento dei modelli culturali nel quadro del boom economico. Negli anni Settanta la Casa della Cultura perse progressivamente centralità a favore di nuove istituzioni, come il Museo Progressivo d’Arte Contemporanea inaugurato nel 1974. Tuttavia, essa continuò a ospitare mostre, assemblee studentesche e attività associative, rimanendo un punto di riferimento per la cittadinanza, in particolare negli anni della contestazione studentesca.
La peculiarità della Casa della Cultura di Livorno stava nella sua duplice natura: istituzione culturale da un lato, e luogo identitario dall’altro. Essa fu non solo contenitore di iniziative artistiche ed educative, ma anche una sorta di genius loci della città, spazio simbolico in cui si condensavano i desideri di rinascita, i conflitti politici, le passioni artistiche e le memorie condivise. Non rinnegando le sue origini di “serbatoio” per la città, il Cisternino ha incarnato l’idea che la cultura fosse linfa vitale, necessità primaria della comunità, strumento di emancipazione e, insieme, custode di memorie vive. Non sorprende che ogni progetto di recupero – ad oggi parzialmente risolto con la destinazione a quei locali della Fondazione Livorno Euro Mediterranea (LEM) e dell’Informagiovani – richiami ancora la storia nella seconda metà del Novecento di quel bene.

Nota bene: le foto sono della Biblioteca Labronica F. D. Guerrazzi.

Articolo pubblicato nel febbraio 2026.




Un catanese sulle rive dell’Arno Giuseppe Motta dalla lotta antifascista al Movimento Comunità di Adriano Olivetti.

L’avventura con Adriano Olivetti e il Movimento Comunità

L’ingresso nel governo di Romita apre nuovamente le porte di Roma a Motta, perché nella primavera del 1954 viene nominato responsabile dell’Ufficio stampa del Ministero dei lavori pubblici, incarico che ricopre fino al 1957, condividendo questo nuovo impegno con quello assunto ad Ivrea con Olivetti. La frequentazione con movimenti e organizzazioni culturali della sinistra “atipica”, federalista e laica, spesso emarginati dai grandi partiti, lo porta a incontrare e relazionarsi con personaggi come Aldo Capitini e Altiero Spinelli ed altri, arricchendo notevolmente il suo bagaglio culturale e politico. È il rapporto però con l’imprenditore Adriano Olivetti, al quale lo lega una sincera amicizia costruita su una stima reciproca, che lo segnerà definitivamente sul piano intellettuale e politico. Olivetti coinvolge Motta nel suo progetto politico-sociale fin dal 1949 e l’intellettuale catanese inizia a svolgere per conto dell’ingegnere piemontese un’intensa attività di promozione e organizzazione del Movimento Comunità, sia in Piemonte che in Toscana e Lazio. Nell’estate del 1955, la Commissione per la revisione delle strutture del Movimento Comunità composta da Franco Ferrarotti, Duccio Innocenti, Riccardo Musatti, Umberto Serafini e Giuseppe Motta conclude i suoi lavori con la proposta di modificare due articoli dello statuto del 1949, con una maggiore accentuazione delle motivazioni politiche culturali nell’azione del movimento[1].

Motta sarà sempre più preso da questo impegno, tanto che per le sue qualità in breve tempo è nominato direttore degli Uffici di Presidenza dell’industria Olivetti e contemporaneamente è chiamato a far parte dell’esecutivo nazionale del Movimento Comunità.

L’industria Olivetti in questi anni grazie alla direzione dell’ingegnere Adriano ha un impulso notevole, vantando, con circa 36.000 dipendenti di cui oltre la metà all’estero, una presenza su tutti i maggiori mercati internazionali[2]. In particolare, l’industria elettro-meccanica italiana si è fatta promotrice, grazie all’incontro tra Olivetti e Mario Tchou avvenuto negli USA nel 1955, anche di un ambizioso e innovativo progetto[3]. Enrico Fermi aveva suggerito un nuovo progetto all’Università di Pisa, che il 4 ottobre 1954 delibera un grosso finanziamento per la costruzione a Pisa della nuova calcolatrice elettronica CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana); fra le motivazioni che spingono verso la costruzione della macchina, vi è la decisione di Olivetti di collaborare con l’Università. L’ingegnere di Ivrea, infatti, si associa all’impresa stipulando, il 7 maggio 1956, una convenzione con l’Ateneo pisano che stabilisce il supporto finanziario alla struttura e ai suoi ricercatori, finalizzato alla costruzione del calcolatore e all’avvio di un progetto autonomo – il Laboratorio di Ricerche Elettroniche (LRE) – della Olivetti, volto alla realizzazione di un elaboratore elettronico di facile uso che possa essere prodotto su scala industriale per la commercializzazione.

Adriano Olivetti

Olivetti, comprendendo le capacità scientifiche e organizzative di Tchou, gli affida l’incarico di formare un gruppo di lavoro riunito in un laboratorio appositamente costruito che, in collaborazione con l’Università di Pisa, ha dunque l’obiettivo di progettare e costruire un calcolatore elettronico a valvole e transistor[4]. Così a Barbaricina, a pochi chilometri dalla città di Pisa, si insedia il Laboratorio di Ricerche Elettroniche, che sotto la direzione di Mario Tchou segna la nascita del progetto ELEA (Elaboratore Elettronico Automatico).

Motta è completamente immerso in questo ambiente culturale e scientifico, fiducioso nel progresso tecnico come portatore di benefici sociali ed economici e fondatore di una nuova comunità umana, nazionale e internazionale, di ispirazione socialista. Nel suo lavoro a fianco di Romita partecipa attivamente ai programmi statali di incremento edilizio e di programmazione urbanistica, tema questo fortemente condiviso con lo stesso Olivetti, che in questi anni promuove e sostiene lo sviluppo di una nuova concezione dell’organizzazione delle città in fase di ricostruzione postbellica. In questo periodo, Motta si integra fortemente nell’area socialdemocratica per la quale ricopre vari incarichi, tra cui quello di membro della Commissione nazionale di studi del PSDI, interessandosi in particolare dello sviluppo delle nuove aree industriali. I suoi propositi si basano su una concezione moderna dell’idea socialista, riformista e democratica, capace di far fronte all’esigenza, fortemente sentita nelle élites progressista, di un rinnovamento delle strutture economiche e statali del Paese. Impegno che si rafforza dopo la morte improvvisa di Romita, avvenuta a Roma il 15 marzo 1958, che costringe Motta a lasciare i suoi incarichi al ministero[5].

Motta è sicuramente l’artefice di molte situazioni nelle quali si costituiscono i nuovi Centri Comunitari, non solo in Piemonte e nel Lazio, ma anche in Toscana e precisamente nel Pisano. Qui l’intellettuale catanese riesce a costituire un nucleo di elementi e a editare un periodico, «L’informatore sociale della Valdera», che tra il 1955 e il 1958 diffonde il verbo del Movimento olivettiano coinvolgendo giovani e intellettuali come Francesco Bagatti, che ne diviene ben presto il coordinatore[6]. L’azione svolta da Motta nella provincia di Pisa favorisce la costituzione di nuclei e simpatizzanti anche in altre località come Terricciola, Peccioli, Casciana Terme e Volterra. La diffusione del movimento però si arresta dopo l’esito negativo delle elezioni politiche del 1958, quando in questi territorio viene raccolto solo lo 0,28% delle preferenze[7]. Precedentemente il nucleo di Casciana Terme aveva anche proposto Motta come candidato sindaco alle elezioni amministrative.

Motta si impegna strenuamente in due campagne elettorali, quelle delle amministrative della primavera del 1956 e quelle successive politiche del 1958, nel quale il Movimento Comunità tenta di fare un balzo in avanti sulla scena politica italiana. Tra il 1955 e l’inizio del 1956, il Movimento cerca di proporre un’alleanza con il Partito sardo d’azione, Unità popolare, il Partito repubblicano e il Partito radicale, al fine di costruire un fronte democratico-progressista. Difficoltà varie fanno arenare il progetto e il Movimento Comunità decide di partecipare da solo alle elezioni concorrendo nel Canavese, a Torino, nella Valdera, nel Basso Lazio e in Basilicata, dove la presenza dei Centri comunitari è già radicata da tempo. È Motta a stilare la dichiarazione politica del Movimento del 14 febbraio, in cui si delinea l’analisi del mancato accordo con le altre forze politiche e si annuncia la determinazione di presentare liste indipendenti[8].

L’11 aprile 1956, la Lista Comunità si presenta alle elezioni comunali ad Ivrea con Adriano Olivetti come candidato sindaco, l’ex sindaco Umberto Rossi e il motociclista Ermanno Ozino. La lista vince le elezioni e Olivetti è nominato sindaco dal Consiglio Comunale con 18 voti su 20[9]. Questa vittoria fa sì che il Movimento Comunità sia al centro delle attenzioni della direzione del PSI e in particolare di Pietro Nenni. Quest’ultimo, dopo la denuncia dei crimini staliniani da parte di Chruščëv al XX Congresso del PCUS del febbraio 1956, sente la necessità di abbandonare l’alleanza con il PCI, che aveva contraddistinto la politica del PSI nell’ultimo decennio, per riavviare un progetto di riunificazione delle diverse anime del socialismo italiano. Per questo ha bisogno di riallacciare i rapporti con tutte le schegge socialiste “eretiche” e tra queste anche il Movimento Comunità, che considera ispirato da un socialismo pragmatico e umanistico. A tal fine chiede un incontro ad Adriano Olivetti. Il mediatore di questo appuntamento è Motta, che in passato ha conosciuto Nenni e ha buoni rapporti con il suo entourage. L’incontro si svolge il 30 ottobre 1956 a Roma, un momento di forte tensioni internazionali con le notizie della rivolta popolare che arrivano dall’Ungheria, e insieme a Motta presenziano anche Fichera e Musatti. Nonostante il cordiale colloquio, Olivetti esce deluso dall’incontro, a causa soprattutto della mancanza di concretezza nelle posizioni del segretario socialista[10]. L’occasione persa con Nenni si ripresenta in breve tempo con il PSDI ed è ancora Motta ad essere al centro della trattativa, insieme a coloro che nel movimento sono indicati come «politici», cioè Fichera, Lunati e Serafini. Anche questo tentativo di accordo non trova sbocchi pratici dal momento in cui al successivo congresso nazionale del PSDI la vittoria del centro-destra emargina chi, come Matteo Matteotti è stato l’ispiratore del progetto all’interno del partito[11].  Certo, però, che i dodicimila potenziali voti, tanti sono gli iscritti al Movimento, fanno gola e comunque, in gran parte, confluiranno nell’area socialista, dopo la rinuncia alla politica del 1961.

In occasione delle elezioni politiche del 1958, il movimento decide di presentarsi insieme al Partito dei Contadini d’Italia e al Partito Sardo d’Azione nel cartello Comunità della Cultura, degli Operai e dei Contadini d’Italia. Motta è incaricato dell’Ufficio stampa della Concentrazione ubicato a Roma in Piazza di Spagna n. 15[12].

La lista ottiene 173.227 voti alla Camera dei deputati, pari allo 0,59%, e 142.897 voti al Senato, lo 0,55%. Olivetti con 18.923 preferenze riesce ad essere eletto alla Camera[13], ma si dimetterà poco tempo dopo per incompatibilità col suo ruolo nella giunta tecnico-consultiva dell’INA-Casa. Gli subentra il 12 novembre 1959 Franco Ferrarotti, che poi aderirà al PSDI.

La scomparsa dell’Ingegnere e la continuazione dell’impegno politico nelle file socialiste

A sconvolgere la vita di Motta arriva la notizia il 27 febbraio 1960 dell’improvvisa morte dell’ingegnere Olivetti, avvenuta sul treno mentre si reca a Losanna nei pressi della cittadina svizzera di Aigle, poco distante dal confine italo-svizzero[14]. La famiglia, divisa in cinque rami, si scontra nella gestione dell’azienda, ostacolando l’ascesa di Roberto, figlio di Adriano. A capo dell’industria di Ivrea è nominato Giuseppe Pero, che cerca di dare continuità all’impresa assicurando pieno sostegno alle attività di ricerca e sviluppo nel campo dell’elettronica.

La morte di Olivetti è seguita il 9 novembre 1961 da quella tragica dell’ingegner Tchou morto, a soli 37 anni, con il suo autista in un incidente stradale. Le morti di Olivetti e di Tchou hanno conseguenze immediate. Nel giro di pochi anni la Olivetti, in seguito a una crisi industriale, è costretta dai soci che la salvano, tra cui la FIAT e Mediobanca, a cedere, nel silenzio omertoso della politica italiana, la Divisione elettronica alla statunitense General Electric, segnando così la fine dell’avventura appena agli albori dell’informatica italiana.

La scomparsa dell’ingegnere Adriano determina anche un cambiamento repentino sul piano politico. Il 10 settembre 1961 il Comitato Centrale del Movimento Comunità, riunito a Milano, approva la «rinuncia alla lotta politica elettorale attraverso una propria organizzazione», invitando al contempo i propri iscritti a continuare a far politica «nell’ambito della tradizione socialista fabiana», cosa che, d’altra parte, Motta non aveva mai smesso di fare mantenendo la propria iscrizione al PSDI in contemporanea a quella del Movimento di Olivetti.

Motta, dopo dopo la morte di Adriano, che considerava e considerò sempre, molto di più di un datore di lavoro e di un imprenditore-intellettuale di cui condivise fino in fondo le ispirazioni, ma anche e soprattutto un padre e un Maestro, collabora attivamente con testimonianze e documenti alla ricerca già avviata da tempo dello storico Caizzi[15], tesa a ricostruire la genesi e lo sviluppo della storia familiare degli Olivetti. La collaborazione non è semplice, dal momento che Motta non condivide in toto l’impostazione che Caizzi offre alla propria ricerca, critica che muove attraverso un’argomentata lettera che invia allo storico nel luglio 1961[16]. L’anno successivo verrà alla luce l’opera di Caizzi pubblicata per i tipi della UTET nella collana «La vita sociale della nuova Italia»[17].

Motta in questi anni partecipa alla discussione sulla costituzione della Fondazione Olivetti e nei primi anni Sessanta ricopre anche l’incarico di membro dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, dell’Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni d’Europa e della Società Filosofica Italiana. Per un certo periodo, tra il 1962 e il 1963, è assistente volontario di diritto costituzionale all’Università di Firenze, presso l’Istituto per il progresso dell’amministrazione pubblica.

La sua passione per la politica non si ferma con la morte di Olivetti. Nel 1963 si presenta come candidato del PSDI nella Circoscrizione di Pisa, Lucca, Livorno e Massa Carrara alle elezioni politiche, senza però essere eletto, nonostante uno sforzo notevole sul piano personale[18]. Durante la campagna elettorale tiene 56 comizi, di cui 24 in provincia di Pisa, 13 in quelli di Massa Carrara, 10 in quella di Lucca e 9 in quella di Livorno. Complessivamente Motta raccoglie 1.954 preferenze, così distribuite: 764 a Pisa, 218 a Livorno, 210 a Lucca e 762 a Massa Carrara[19]. In questo periodo, nonostante i molteplici impegni che spesso lo portano a viaggiare, mantiene sempre un forte legame con il territorio della provincia di Pisa, occupandosi in particolar modo delle condizioni economiche e sociali delle Colline pisane, con l’obiettivo di un organico programma di trasformazione rurale, attraverso l’introduzione di nuovi tipi di colture e di nuovi rapporti di lavoro nell’organizzazione dell’azienda agraria. Le sue realizzazioni in questo settore – suggerite da un’aggiornata interpretazione delle funzioni dell’imprenditore agricolo, ai fini dell’incremento del reddito e del miglioramento sociale delle campagne – sono seguite con crescente interesse sia nell’ambito locale, sia per il loro valore esemplare, da parte delle autorità statali, soprattutto in vista dell’integrazione dell’agricoltura italiana nel Mercato comune europeo. Va qui ricordato, come esempio concreto del suo agire, il ruolo di imprenditore agricolo “illuminato” svolto insieme alla moglie, Lilia Borri, nella conduzione dell’azienda agricola di Fichino nei pressi di Casciana Terme, risollevandola dalla grave crisi in cui era caduta durante il Secondo conflitto mondiale, dotandola di impianti di coltivazione e macchinari moderni ma soprattutto superando, ben prima della legge di riforma agraria (Legge stralcio n. 841 del 21 ottobre 1950) e per primi nella Provincia di Pisa, l’arcaico istituto della mezzadria con il passaggio a quello del rapporto datore di lavoro-operaio.

Contemporaneamente Motta è uno dei più attivi militanti del PSDI della Toscana Nord-Occidentale, occupandosi non solo di propaganda ma anche di organizzazione, tanto che il partito in questi anni cresce sensibilmente in consensi e numeri di tesserati[20]. Non si contano le riunioni e i comizi tenuti da Motta in questi anni in tutte le principali località delle province di Livorno, Pisa, Lucca e Massa Carrara, in particolare durante la campagna elettorale per le amministrative del novembre 1964. La linea politiche che sostiene è quella di Giuseppe Saragat, volta a rafforzare il centro-sinistra con l’alleanza con la DC al fine di sostenere gli interessi generali dei lavoratori, dello sviluppo economico e della democrazia in Italia[21].

Il 2 febbraio 1965 il Consiglio di amministrazione della società Olivetti, presieduto da Bruno Visentini, lo nomina Segretario dello stesso Consiglio, nonché segretario del Comitato esecutivo, mantenendo nel contempo la direzione degli Uffici della Presidenza[22]. Entra poi a far parte del Consiglio direttivo della Fondazione Adriano Olivetti, costituita allo scopo di preservare e valorizzare il lascito culturale dell’ingegnere oltre agli archivi documentari della famiglia.

Al 14° congresso nazionale del PSDI che si svolge a Napoli dall’8 all’11 gennaio 1966, Motta è eletto nel Comitato centrale del partito[23]. È favorevole alla unificazione con il PSI, proposito che viene concretizzato il 30 ottobre 1966 a Roma al Palazzo dello Sport, in occasione di una grande manifestazione che battezza la nascita del Partito socialista unificato (PSU).

Gli insuccessi elettorali degli anni successivi e le forti divisioni interne del partito portano tra la fine del 1968 e l’inizio del 1969 alla nuova scissione e alla rinascita di un’area socialdemocratica indipendente. Motta nell’occasione decide di rimanere nel partito, che nel frattempo ha ripreso la vecchia denominazione di Partito socialista italiano (PSI).

Nelle elezioni amministrative del giugno del 1970 è il terzo eletto, in rappresentanza del PSI, nel Consiglio provinciale; nella nuova giunta di sinistra guidata dal comunista Renzo Moschini è nominato Assessore alla programmazione e allo sviluppo economico, incarico che mantiene per due legislature. Il nuovo impegno è portato avanti con quello dell’Olivetti che svolge nella sede romana dell’azienda, dove cura i rapporti con gli Enti locali e territoriali.

Nel 1974 è attivo nelle file socialiste nella campagna per il “fronte del no” nel referendum abrogativo della legge sul divorzio. Alla fine del 1975 assiste la moglie, afflitta da un male incurabile che la porta via nella primavera dell’anno successivo.

Epilogo

Nei primi anni Ottanta abbandona ogni impegno politico, non condividendo il nuovo corso dato al Partito dalla segreteria di Bettino Craxi.

Nei decenni successivi si dedica alle sue passioni di lettore accanito, cinefilo e assiduo frequentatore del Cine-club Arsenale, agli amici del Gorgona-Club, alla campagna, ai lavori agricoli della fattoria del Fichino e soprattutto al mare che tanto amava.

Di lui ha scritto un ritratto affettuoso Sandra Lischi:

Per me, per tutta la vita, è stato uno di casa, uno dei vice-padri che hanno contribuito alla mia formazione, in quel gruppo di amici dei miei genitori. Una presenza ruvida e tenera, sempre attenta e lucida, divertita, provocatoria. Implacabile e preciso nel sottolineare con sincerità difetti e limiti ma anche potenzialità e talenti. Senza mai fronzoli né compiacimenti. E poi antiborghese, anche nel vestire eccentrico, nel parlare senza ipocrisie, nel chiedere di conoscere – e nel valutare – felicità o frustrazioni prima ancora dei successi o degli insuccessi materiali[24].

Motta muore a Pisa all’alba del 15 febbraio 2018.

 

Nota per le immagini: tutte le illustrazioni provengono dall’Archivio personale di Giuseppe Motta

 

NOTE

[1] Cfr. G. Iglieri, Storia del Movimento Comunità, Roma, Edizioni di Comunità, 2019, pp. 119-132.

[2] Si veda il v. pubblicato in occasione del 50° anniversario della fondazione delle industrie Olivetti, Olivetti 1908-1958, a cura di R. Musatti, L. Bigiaretti, G. Soavi, Zurich, Ing. C. Olivetti & C. spa, 1958. Il volume contiene i saggi di L. Bigiaretti, Camillo Olivetti, Domenico Burzio e F. Fortini, Introduzione ai capitoli; didascalie.

[3] Cfr. J. De Tullio, Mario Tchou e l’elettronica italiana, München, GRIN, 2014.

[4] Cfr. M. Gazzarri, Elea 9003. Storia del primo calcolatore elettronico italiano, Roma, Edizioni di Comunità, 2021.

[5] L’impegno di Motta nel lavoro di responsabile dell’Ufficio stampa del Ministero del lavoro viene premiata il 2 giugno 1957 con il conferimento dell’onorificenza a Cavaliere Ufficiale al merito della Repubblica Italiana. BFS-AS, Carte Motta/Borri, Corrispondenza, Lettera di Giuseppe Romita, Roma, 5 agosto 1957.

[6] Cfr. G. Iglieri, Storia del Movimento Comunità, cit., pp. 193 e 196-197.

[7] Ib.

[8] BFS-AS, Carte Motta/Borri, Serie Comunità, fasc. Elezioni amministrative 1956 [da controllare].

[9] Ivi, pp. 187-193.

[10] Cfr. V. Ochetto, Adriano Olivetti, cit., pp. 260-261.

[11]Ivi, pp. 263-264.

[12] Cfr. G. Iglieri, Storia del Movimento Comunità, cit., p. 239.

[13] Il Movimento di Comunità aveva già tentato l’avventura parlamentare nelle elezioni del 1953 con il nome Humana Civilitas, in tre collegi del Senato (Torino centro, Biella, Ivrea) candidando Adriano Olivetti e ottenendo 39.912 voti (10,19%), insufficienti però per ottenere un seggio a palazzo Madama.

[14] Vasta all’epoca è stata l’eco della scomparsa di Adriano Olivetti. Per una sintesi delle testimonianze di affetto e riconoscimento per l’opera prestata nel campo industriale e sociale si v. Ricordo di Adriano Olivetti, a cura della rivista «Comunità», Milano, Edizioni di Comunità, 1960.

[15] Bruno Caizzi (1909-1992), storico d’origine romagnola e di cultura cattolica, laureatosi nel 1932 all’Università di Venezia in scienze economiche con Gino Luzzatto. Nel 1936, a causa delle sue scelte antifasciste, si trasferisce in Svizzera, nel Canton Ticino, dove insegna materie economiche e storia presso la Scuola Superiore di Commercio di Bellinzona. Nelle sue ricerche e nei suoi studi si occupa della questione meridionale, dei trasporti, dell’economia lombarda nella storia e dei suoi legami con quella ticinese. Nel 1963 diviene libero docente di Storia economica presso l’Università degli Studi di Milano, cattedra che mantiene fino al 1979.

[16] La lunga lettera è poi stata pubblicata in appendice al volume Fabbrica, Comunità, democrazia, a cura di F. Giuntella e A. Zucconi, Roma, Fondazione Adriano Olivetti, 1984, pp. 247-269.

[17]Cfr. B. Caizzi, Camillo e Adriano Olivetti, cit.

[18] Si v. la presentazione della sua candidatura nei periodici «Il Collocatore d’Italia», n. 3, marzo 1963, p. 2; «La Sentinella del Canavese», n. 13, 29 marzo 1963; «Corriere elbano», n. 17, 25 aprile 1963; «Il Telegrafo», 28 aprile 1963, p. 5.

[19] Il primo eletto è l’onorevole Lami Starnuti con 4.891 preferenze. Lami poi opta per il Senato lasciando il posto a Giuseppe Averardi. Le informazioni sull’andamento elettorale di Giuseppe Motta sono tratte da BFS-AS, Carte Motta/Borri, Serie Politica, fasc. PSDI, 1963-64, Lettera di G. Motta a R. Di Palma, Ivrea, 11 giugno 1963.

[20] Il PSDI nella Circoscrizione Livorno, Pisa, Lucca e Massa Carrara alle elezioni politiche del 1963 raccoglie 49.338 pari al 5,94 % risultando il quarto partito dopo DC, PCI e PSI. Nelle precedenti elezioni del 1958 aveva raccolto 28.977 preferenze (3,6%) risultando il quinto partito dopo la DC, il PCI, il PSI e il MSI.

[21] G. Motta, Programmazione, servizio sociale e socialismo, «Socialismo democratico», organo della Federazione provinciale di Massa-Carrara del PSDI, n. 9-10, febbraio 1963, pp. 1 e 4. Si v. inoltre, G. Motta, Socialismo democratico e programmazione. 1. Il significato del Centro sinistra, e 2. Pianificazione democratica e Regioni, «Nuova politica», organo della Federazione lucchese del PSDI, a. 2, n. 2, febbraio 1963, pp. 1-2 e a. 2, n. 3 marzo 1963, pp. 1 e 4.

[22] BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Estratto di nascita del Comune di Belpasso, 17 settembre 1949.

[23] G. Averardi, I socialisti democratici. Da Palazzo Barberini alla scissione del 4 luglio 1969, Milano, SugarCo. 1977, pp. 415-418.

[24]S. Lischi, L’ultimo, in S. Lischi-A. Nannicini, Guernica a Pisa. Storie di amicizia e di impegno, Pisa, ETS, 2019, pp. 11-14.

Articolo pubblicato nel febbraio del 2026.