Un catanese sulle rive dell’Arno Giuseppe Motta dalla lotta antifascista al Movimento Comunità di Adriano Olivetti

La formazione e la scelta antifascista

Giuseppe Motta nasce a Belpasso in provincia di Catania il 10 agosto 1923 da Rosario e Filippa Grazia Serafica[1]. Dopo la maturità classica – conseguita nell’anno scolastico 1939-1940 al Liceo “M. Cutelli” di Catania – decide di continuare gli studi all’Università di Pisa, dove si iscrive al corso di laurea di Lettere e filosofia. Durante il primo anno frequenta, tra i diversi insegnamenti, le lezioni di letteratura italiana di Augusto Sainati[2], quelle di storia della filosofia e pedagogia di Guido Calogero[3], nonché quelle di storia del Risorgimento di Walter Maturi[4]. È uno studente modello che frequenta con assiduità le lezioni e la sua media di voti è alta. Tra il maggio del 1941 e il giugno 1943 sostiene dieci esami, l’ultimo dei quali in dottrine politiche è premiato con la lode[5].

Negli anni giovanili dell’Università conosce Lilia Borri[6], con la quale si sposerà alla fine della guerra e con lei sceglie di abbracciare gli ideali liberalsocialisti, condividendone la militanza nel Partito d’azione, formazione che a Pisa raccoglie consensi soprattutto nella élite intellettuale e studentesca. Sono suoi compagni di lotta gli avvocati Vittorio Galluzzi, Antonio Tozzi e Roberto Supino, l’insegnante e avvocato Piero Zerboglio, gli studenti universitari Giovanni Cottone e Iris Capitani, gli insegnanti Nora Giacobini, Gianna Donetti, Ugo Gimmelli e i medici Dino Martelli e Giulio Tito Sicca[7]. Risale a questi anni probabilmente anche il rapporto con Geno Pampaloni, anche lui laureatosi a suo tempo con il professor Luigi Russo e azionista convinto.

Dopo l’emissione del Bando Graziani per il reclutamento militare obbligatorio nel nuovo esercito della Repubblica Sociale delle classi 1923-1924-1925, emesso il 9 novembre 1943, Motta si rifugia, grazie all’aiuto di Lilia, nella fattoria della famiglia Borri, al Fichino, nei pressi di Casciana Terme, dove rimane fino al passaggio del fronte nell’estate del 1944.

Dopo la pausa del tragico attraversamento del fronte dalla città della Torre pendente, riprende gli esami nel dicembre del 1944, per concludere il suo iter di studi con la laurea, conquistata a pieni voti e con lode il 5 dicembre 1947, discutendo una ricerca sulla poesia di Pompeo Bettini, relatore della quale è il professor Luigi Russo[8].

Nel 1946, prima delle elezioni amministrative, è membro della Consulta comunale di Pisa e in questo periodo, con la propria compagna di vita, vive intensamente la stagione della nascita della democrazia nel Paese. Fra le varie iniziative che lo vedono impegnato, c’è anche quella della condivisione insieme a Piero Zerboglio, Francesco Tropeano e Oreste Lupi della redazione del «Corriere dell’Arno». In città il giovane siciliano, ormai pisano d’adozione, è protagonista di diverse iniziative culturali, animatore del Cine-club e collaboratore assiduo della casa editrice Nistri-Lischi, guidata in quel momento da Luciano Lischi con cui condividerà una sincera amicizia e un lungo sodalizio intellettuale[9].

Dopo la fine dell’esperienza del Pd’A, decide di aderire al PSI e si iscrive alla sezione “C. Cammeo” di Pisa, iniziando a collaborare a riviste e giornali di tendenza socialista e federalista, come «La Nuova Europa», diretta da Luigi Salvatorelli e Guido De Ruggiero, e «L’Italia socialista», diretta da Aldo Garosci[10].

In questi anni di ripresa dopo la guerra, Motta intraprende la carriera di insegnante alle Scuole medie, iscrivendosi anche alla CGIL nel sindacato di categoria. L’attività di insegnante negli anni 1946-47 non si limita solo alla Scuola dell’obbligo, ma si estende anche ai corsi di italiano e storia per geometri e ragionieri, organizzati dall’Associazione Reduci e Partigiani in collaborazione con la sezione dell’Unione Donne Italiane[11].

Giuseppe Romita

All’interno del PSI conosce e condivide la scelta socialista democratica di Giuseppe Romita e fa parte della corrente autonomista contraria ad un’alleanza stretta con il PCI. Non segue il gruppo di Saragat nella scissione di Palazzo Barberini del 1947, sperando di contribuire a mantenere l’unità dei socialisti all’interno del PSI. Quando però, nel maggio del 1949, la convivenza all’interno del partito diviene insostenibile e la corrente di Romita è messa all’angolo e lo stesso leader sospeso dall’organizzazione per sei mesi, nasce l’esigenza nei gruppi autonomisti di staccarsi definitivamente dal tronco del partito di Nenni, per lavorare ad un progetto di unione dei socialdemocratici. Motta, cui Romita guarda con fiducia, è eletto il 13 luglio 1949 nell’esecutivo nazionale del Movimento dei Gruppi socialisti autonomisti[12]. In questi mesi il gruppo di Romita lancia l’idea della riunificazione dei vari spezzoni socialdemocratici, come l’Unione dei Socialisti di Ivan Matteo Lombardo e Ignazio Silone, e la componente di sinistra fuoriuscita dallo stesso PSLI. Il progetto di Romita, condiviso da Motta, si concretizza con il Congresso di Firenze, che si svolge dal 4 all’8 dicembre 1949 e stabilisce la nascita del PSU (Partito socialista unitario)[13]. Motta è presente come delegato al Congresso nazionale, subito dopo è chiamato a Roma a ricoprire l’incarico di capo dell’Ufficio Propaganda e Segretario Generale della Consulta tecnica del Partito socialista unitario.

Trasferitosi a Roma con la moglie e il figlio, Filippo[14], nato da poco, abbandona l’insegnamento per avviarsi alla carriera di giornalista. È redattore di «Panorama socialista», giornale diretto da Giuseppe Romita, con il quale mantiene un forte legame di amicizia e collaborazione. L’impegno di lavoro negli uffici del PSU ha però termine in breve tempo. All’inizio della primavera del 1951, a causa della nuova fusione con il PSLI, che dà vita al Partito socialista sezione italiana dell’Internazionale socialista (PS-SIIS), che con il successivo congresso di Bologna del 3 gennaio 1952 prenderà il nome definitivo di PSDI, Motta è costretto, a causa degli scarsi mezzi finanziari del partito, a lasciare l’incarico e rimettersi alla ricerca di una nuova occupazione.

Accanto all’impegno politico nelle file del socialismo democratico, Motta – chiamato comunemente dagli amici Pippo – dal 1949 ha iniziato a collaborare con il neonato Movimento Comunità di Adriano Olivetti e con il Movimento federalista europeo di Altiero Spinelli, di cui diviene in breve tempo, per entrambe le organizzazioni, un abile tessitore di relazioni tra esponenti della cultura e della politica. Il mentore di questo rapporto è il suo professore e amico Guido Calogero, che lo presenta all’ingegnere di Ivrea. Nell’ambiente del Movimento Comunità conosce e stringe nuove amicizie, come quelle con Mario Caglieris[15], Riccardo Musatti[16], Umberto Serafini[17], Paolo Volponi[18], Stelio Zerbini, Bruno Zevi[19], Renzo Zorzi[20], e ritrova Geno Pampaloni quale responsabile dei servizi culturali e segretario generale del Movimento Comunità. Nel Movimento Comunità sono attratti diversi esponenti provenienti dalle file azioniste e socialiste, come lo stesso Motta, poi ritrovati intorno al giornale «Italia socialista», diretto da Aldo Garosci e uscito a Roma tra il 1947 e il 1949[21].

Il movimento politico ispirato da Olivetti si differenzia dalle altre correnti politiche allora in voga, non nascondendosi dietro un «astratto democraticismo», ma dichiarando e praticando una prassi politica imperniata, come ricorda lo stesso Motta, «in una nuova concezione istituzionale e sociale, che non può prescindere né dalla libertà né dalla giustizia, che pone come fine la persona umana, che non accetta lo Stato accentratore e burocratico, che riconosce come ente fondamentale di mediazione fra cittadino e Stato la Comunità concreta, che non giudica possibile la lotta per la democrazia locale disgiunta, quanto meno, da un assenso ideale alla lotta per la creazione di uno Stato federale supernazionale, contro il feudalesimo economico e il totalitarismo»[22].

Partecipa attivamente alla prima campagna politica del movimento per le elezioni del 1953, quella nota come “campagna contro la legge truffa”, che non risulta positiva dal momento che nessun rappresentante di Comunità viene eletto. La campagna è intensa e la DC, che teme la concorrenza nelle zone del canavese, si scatena contro il movimento anche perché Giuseppe Pella mal sopporta la presenza di Olivetti nel suo feudo di Biella. Valerio Ochetto, nella sua biografia dell’ingegnere, racconta un simpatico aneddoto relativo a Motta:

Per «vendicare» la copertura dei manifesti comunitari da parte degli attacchini DC, nottetempo, complici gli attivisti del PCI, trasforma lo slogan «Vota Pella-Mello» (segretario notabile DC) in «Vota Palle Molle»[23].

L’azione politica di Motta non è limitata solo al Canavese e al Piemonte, ma si dipana per gran parte della Penisola, giungendo fino alla terra natia. Il 23 maggio 1954 svolge una conferenza pubblica a Catania, nel salone del Palazzo Bruca, su La Sicilia e l’europeismo, nella quale oltre che proclamare la propria fede europeista, auspica la costituzione anche nella regione siciliana di sezioni del movimento federalista al fine di diffondere, anche nelle lande abbandonate da tutti i partiti politici, l’idea di un’Europa unita che sappia garantire la libertà e il progresso per tutti i popoli[24].

Nel frattempo, Romita – d’intesa con Saragat –  riesce a riportare il PSDI nell’area di governo, per evitare una deriva a destra di stampo monarchico-conservatore e nelle elezioni di giugno del 1953 ritorna con il PSDI alla Camera dei deputati. Il rientro dei socialdemocratici nella maggioranza di governo permette a Romita, nel 1954, dopo la prima esperienza dall’epoca dei governi Parri e De Gasperi (1945-47), di assumere un nuovo incarico governativo ricoprendo nei tre anni successivi la carica di ministro dei lavori pubblici nei due governi di Mario Scelba e Antonio Segni.

*** Nota alle immagini: tutte le illustrazioni provengono dall’Archivio personale di Giuseppe Motta

NOTE

[1] Biblioteca F. Serantini, Archivio storico [d’ora in poi BFS-AS], Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Estratto di nascita del Comune di Belpasso, 17 settembre 1949.

[2] Augusto Sainati (1886-1974), insegnante al Liceo scientifico di Pisa, nell’anno accademico 1940-41 sostituisce Luigi Russo alla cattedra di letteratura italiana nella Facoltà di Lettere tenendo un corso su “Il Rinascimento e i suoi problemi nella storiografia contemporanea”. È stato libero docente all’Università di Pisa dall’a.a. 1929-30 all’a.a. 1959-60, svolgendo anche incarichi di docente di Filologia romanza e di Storia della letteratura latina.

[3] Il rapporto dell’allievo con il professore rimarrà forte anche nei decenni successivi, lo testimonia la ricca corrispondenza ancora presente nell’archivio di Giuseppe Motta. Guido Calogero (1904-1986) è stato uno dei più importanti filosofi e intellettuali italiani del Novecento. Propugnatore della «filosofia del dialogo» e profondo conoscitore del pensiero greco, ha tenuto insieme per tutta la vita le due vocazioni della riflessione filosofica e dell’impegno civile. Educatore, inizia la sua militanza antifascista nel 1936, teorico del liberalsocialismo, esponente e tra i fondatori del Partito d’azione, è stato tra i promotori, nel 1955, del Partito radicale. La sua presenza nel dibattito pubblico, come difensore di una «visione laica della vita», trova espressione in una ricca attività pubblicistica. Tra le sue opere, La scuola dell’uomo (1939), Difesa del liberalsocialismo (1945), Logo e dialogo (1950), Filosofia del dialogo (1962). Calogero, nell’anno di arrivo a Pisa del giovane Motta, svolge una serie di lezioni dal titolo «Intorno al materialismo storico», inizialmente pubblicate in forma di dispense dal libraio Vallerini nel 1941 e poi raccolte nel volume La critica dell’economia e il marxismo, edito da La nuova Italia nell’aprile del 1944.

[4] Walter Maturi (1902-1961), storico e bibliotecario, giunge a Pisa nell’ottobre nel 1939 come docente incaricato di storia del Risorgimento della facoltà di Lettere, succedendo all’amico Carlo Morandi, trasferitosi a Firenze.

[5] BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Libretto di iscrizione all’Università degli studi di Pisa, 1941-1947.

[6] Lilia, Maria, Assunta, Livia, Giuseppina, Mercedes Borri nasce a Pisa il 9 maggio 1922 da Celso ed Elvira Pacchi. Le nozze vengono celebrate l’8 gennaio 1948. BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Certificato di matrimonio, Comune di Pisa, Ufficio di Stato civile, 8 gennaio 1948. Livia Borri, laureata in Lettere e filosofia all’Università di Pisa, è stata docente di materie letterarie presso istituti di educazione secondaria di Roma e Pisa. Sono a sua cura alcuni volumi come L’insurrezione di Milano e la successiva guerra di Carlo Cattaneo (Loescher, 1968) e I socialisti. Memorie, Lettere e Documenti del primo Socialismo italiano (Loescher 1970). Dopo l’adesione giovanile al Partito d’azione è stata iscritta fino alla sua morte al PCI, dove ha ricoperto diversi incarichi nella Federazione di Pisa, fra i quali membro del Comitato federale e responsabile della Commissione culturale. È stata assessore alla cultura del Comune di Pisa tra il 1970 e il 1975 e Presidente del Teatro Verdi. Muore prematuramente per un male incurabile a Pisa il 13 maggio 1976.

[7] Il Partito d’azione a Pisa può annoverare tra le sue file Cesare Salvestroni, uno degli eroi della Resistenza locale. Nato a Pisa nel 1897, Salvestroni si è diplomato agrimensore e si è iscritto alla Scuola superiore di medicina veterinaria dell’Università di Pisa. Sottotenente del Genio guastatori nella Prima guerra mondiale, dopo la rotta di Caporetto cade prigioniero degli austriaci. Dal 25 ottobre 1917 al 28 novembre 1918 è rinchiuso nel campo di concentramento militare di Mauthausen. Per il suo comportamento durante il Primo conflitto mondiale è decorato con Croce al Merito. Dopo la laurea in medicina veterinaria, nel 1921 è nominato assistente di ruolo della cattedra di zootecnia, ma il 31 dicembre 1927 è costretto alle dimissioni per aver rifiutato la tessera del PNF. Animatore dell’antifascismo clandestino, diviene responsabile della Giunta militare del Comitato di liberazione nazionale provinciale, dove rappresenta il Partito d’azione. Catturato una prima volta è recluso nel carcere di San Matteo dal 22 al 31 ottobre 1943. Nel maggio 1944 è nuovamente arrestato da una pattuglia tedesca iniziando così il suo calvario: torturato perché si rifiuta di fare i nomi dei suoi compagni, all’inizio è rinchiuso nel carcere di Firenze delle Murate, poi nel campo di concentramento di Fossoli-Carpi fino a quando viene trasferito nel campo di concentramento di Mauthausen e poi nel sottocampo di sterminio di Ebensee/Mauthausen, dove trova la morte il 2 marzo 1945.

[8] Pompeo Bettini, poeta e scrittore, drammaturgo, poeta e traduttore italiano di idee socialiste, nasce a Verona il 1° maggio 1862 e muore a Milano il 15 dicembre 1896. La sua opera poetica (Versi ed acquerelli, 1887; Poesie, 1897) venne rivalutata dal Croce e resta a indicare un itinerario senza salti dal gusto della scapigliatura a quello del crepuscolarismo. Nell’archivio Motta sono conservate sull’argomento uno scambio di lettere, risalenti al 1945, tra il giovane studente e il grande filosofo italiano. BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Pompeo Bettini, G. Motta, La poesia del Bettini, tesi di laurea, Università degli studi di Pisa, Facoltà di lettere, a.a. 1946-47, Relatore, prof Luigi Russi. Cfr. Le poesie di Pompeo Bettini, a cura e con introduzione di Benedetto Croce, Bari, Laterza, 1942. Inoltre, G. Baroni Palli, La poesia di Pompeo Bettini, in «Convivium», vol. 35, n. 1, 1967.

[9] Luciano Lischi (1925-2010) dopo l’esperienza della guerra si laurea in giurisprudenza nell’Ateneo pisano nel 1948. Giornalista, istruttore e fotografo subacqueo – con cui Motta condivide la passione per il mare –, viaggiatore, ha ricoperto incarichi legati all’attività editoriale e alle battaglie in difesa dei diritti dell’ambiente e dei beni culturali, partecipando a numerosi congressi e iniziative culturali in Italia e all’estero. La storica casa editrice pisana, fondata alla fine del 18. secolo, conquistò la notorietà nei primi anni del dopoguerra grazie non solo al gruppo di intellettuali e scrittori, come Carlo Cassola, Giorgio Bassani e Giuseppe Dessì, che riuscì ad attrarre intorno alle proprie attività ma anche per alcune scelte editoriali originali come la pubblicazione del Dizionario della paura, curato da Ruggero Zangrandi e Marcello Venturoli, che ebbe due edizioni in poco tempo, vinse il Premio Viareggio nel 1951 e riscosse un notevole successo negli ambienti laici e antifascisti. In quegli anni Luciano Lischi, grazie proprio alla collaborazione con Motta, rilancia la rivista letteraria della casa editrice modificandole il nome in «La Rassegna: mensile di arte, letteratura, bibliografia» dall’originale prima serie di «…E chi non sa su danno: rassegna bibliografica», pubblicata tra il 1932 e il 1950. Lischi sempre grazie alla amicizia con Motta negli anni a cavallo del decennio 1950/60 lancia la collana “Il Castelletto”, diretta da Niccolò Gallo, conosciuto tramite l’amico siciliano. Sulla storia della famiglia Lischi si v. L. Lischi, Nonne e zie in Abissina. Storie di famiglia, Pisa, Natale 2009.

[10] Motta collabora saltuariamente anche con i periodici «La Voce repubblicana» di Roma – usando lo pseudonimo “Il segnalinee”, «Il Giornale» di Napoli, «Il Nuovo corriere» di Firenze, «La Gazzetta» di Livorno, «Lotta socialista», settimanale del PSU, e alle riviste «Delta, «Paesaggio», «Lo Spettatore italiano» e «Paragone». Successivamente collabora, con lo pseudonimo di Renzo Sabrato, al periodico «Il Risorgimento socialista» pubblicato a Roma dal giugno 1951 da Aldo Cucchi e Valdo Magnani, ex comunisti fuorusciti dal PCI, con il supporto di Carlo Andreoni, Riccardo Cocconi, Lucio Libertini, Vera Lombardi, Giuliano Pischel e altri socialisti raccolti nel MLI (Movimento dei lavoratori italiani) che poi nel 1953 si trasformerà in USI (Unione socialista indipendente).

[11] BFS-AS, Carte Motta/Borri, Dichiarazione della Sez. provinciale di Pisa dell’UDI, 15 giugno 1948.

[12] Cfr. L’Esecutivo nazionale, «Panorama socialista», n. s., 5 ottobre 1949, p. 1.

[13] Cfr. G. Averardi, I socialisti democratici: da Palazzo Barberini alla scissione del 4 luglio 1969, Milano, SugarCo, 1977.

[14] Filippo, Celso, Rosario, Matteo nasce il 17 maggio 1950. BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Certificato di nascita del Comune di Pisa, 18 settembre 1950. Il 22 settembre 1954 nascerà Rosaria, la secondogenita della famiglia Motta/Borri.

[15] Mario Caglieris (1927-2010), figlio di un ferroviere piemontese socialista ed idealista e di una maestra d’origine toscana, dopo gli studi proficui in materie letterarie incontra Adriano Olivetti con cui condividerà sia l’impegno del Movimento Comunità sia quello culturale e d’impresa ricoprendo incarichi di responsabilità. Lascia l’Olivetti dopo l’entrata di Carlo De Benedetti non condividendo la nuova politica aziendale.

[16] Riccardo Musatti (1920-1965) è stato militante nel Partito d’Azione, giornalista e storico dell’architettura moderna, nonché membro dell’Istituto nazionale di Urbanistica, e collaboratore di diversi periodici, tra cui «L’Italia libera» e «L’Italia socialista». Negli anni cinquanta, Musatti ha concentrato i suoi studi sulla situazione dell’Italia meridionale, con particolare attenzione alla Basilicata e alla città di Matera. Tra i più stretti e fidati collaboratori di Adriano Olivetti, ha fatto parte del comitato esecutivo del Movimento di Comunità. La via del Sud, che rimane il suo libro più importante, venne pubblicato dalle Edizioni di Comunità nel 1955 e ristampato nel 1958 con l’aggiunta del capitolo «Postilla e conclusione».

[17] Umberto Serafini (1916-2005) è stato uno tra i principali protagonisti del federalismo italiano. Laureato in Filosofia a Roma, è stato tra i fondatori, con Altiero Spinelli e altri, dell’Istituto Affari Internazionali. A fianco di Adriano Olivetti ricoprì un ruolo direttivo per il Movimento Comunità e, dopo il 1962, è stato a lungo Presidente della Fondazione dedicata all’opera dell’imprenditore, e politico, di Ivrea. Cfr. U. Serafini, Adriano Olivetti e il Movimento Comunità, Roma, Edizioni di Comunità, 2015.

[18] Paolo Volponi (1924-1994), si laurea in legge e nel 1948 pubblica il suo primo libro di poesie, Il ramarro. Nel 1950 conosce Adriano Olivetti, collaborando al Movimento Comunità e nel 1956 entrerà nell’azienda di Ivrea dove in pochi anni raggiunge i massimi livelli dirigenziali.

[19] Bruno Zevi (1918-2000), dopo aver studiato alla Sapienza di Roma e all’Architectural Association di Londra, si è laureato in architettura presso la Harvard Graduate School of Design, presieduta da Walter Gropius. Tornato in Europa, ha partecipato alla lotta antifascista nelle file del Partito d’azione. Nel dopoguerra ha promosso l’Associazione per l’Architettura Organica (Apao) e «Metron. Rivista internazionale di architettura». Negli anni cinquanta è tra i più stretti collaboratori di Olivetti sulle questioni legate alla nuova urbanistica. È stato professore ordinario di Storia dell’architettura a Venezia e a Roma, vicepresidente – sin dalla fondazione nel 1959 – dell’Istituto Nazionale di Architettura (Inarch) e presidente del Partito Radicale. È stato inoltre segretario generale dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (Inu) e deputato al Parlamento.

[20] Renzo Zorzi (1921-2010), partecipa alla Resistenza nelle file del Partito d’azione del basso veronese e per il suo valore verrà insignito della medaglia d’argento. Nel secondo dopoguerra si laurea in letteratura francese con Diego Valeri e nel 1947 si trasferisce a Torino dove conosce molti intellettuali, fra cui Giacomo Noventa, Cesare Pavese, Alessandro Galante Garrone e Adriano Olivetti. Quest’ultimo incontro sarà per lui decisivo. Accetta l’offerta di Olivetti e si trasferisce a Milano per curare la rivista «Comunità», cui Olivetti desidera dare un’impronta più politica e meno letteraria. Dal 1956 avrà anche la responsabilità delle Edizioni di Comunità, la casa editrice fondata da Olivetti. Dopo la morte improvvisa e prematura di Olivetti nel 1960, Zorzi assumerà la direzione della rivista «Comunità» e dell’omonima casa editrice che manterrà fino agli anni ’80.

[21]Cfr. V. Ochetto, Adriano Olivetti, Milano, A. Mondadori, 1985, pp. 163-164.

[22] Cfr. B. Caizzi, Camillo e Adriano Olivetti, Torino, UTET, 1962, p. 347. Sulla sua esperienza nel Movimento comunità e i suoi rapporti con Olivetti Motta ha rilasciato un’intervista a un gruppo di studenti torinesi il 30 ottobre 1995. Copia dell’intervista è conservata nell’archivio digitale della Biblioteca F. Serantini.

[23] Cfr. V. Ochetto, Adriano Olivetti, cit., p. 245.

[24] G. Motta, La Sicilia e l’europeismo, Catania, Movimento federalista europeo, Centro regionale siciliano, 1954.

 




La vita di Idalberto Targioni: una ricostruzione attraverso le carte d’archivio

Il fondo Idalberto Targioni viene depositato nel 2019 presso l’archivio dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea da Simonetta Chiappini, erede delle carte familiari. Si tratta di un archivio di persona composto da materiali prodotti dal soggetto e da documentazione raccolta e conservata postuma dagli eredi.

Il fondo Targioni consente di ricostruire la vicenda di una figura insieme affascinante e contraddittoria. Nato trovatello, Targioni porta con sé per tutta la vita lo stigma delle origini, sintetizzato nell’epiteto con cui veniva appellato da ragazzino, “il Bastardo”. Contadino autodidatta, si costruisce uno spazio di riconoscimento pubblico grazie alla parola: diventa un abile poeta estemporaneo, capace di imporsi nelle gare di improvvisazione e di conquistare il soprannome di “Usignolo”.

Militante socialista e acceso anticlericale, diventa protagonista della vita politica locale, ottenendo il soprannome di “Diavolo Rosso” e arrivando a ricoprire la carica di sindaco di Lamporecchio. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, inizialmente schierato su posizioni neutraliste, si converte all’interventismo e successivamente al fascismo, fino a diventarne uno dei principali esponenti nel territorio pistoiese. Questo passaggio segna una frattura profonda nella sua vita, nonché nella memoria pubblica del personaggio: Targioni diventa “il Convertito”, e la sua parabola politica e personale conosce una progressiva marginalizzazione, fino a cadere nell’oblio.

Una prima restituzione complessiva della figura di Targioni è offerta dal lavoro del Prof. Roberto Bianchi, che nel 2018 pubblica Una storia, un archivio. Idalberto Targioni nell’Italia tra Ottocento e Novecento[1], volume che rappresenta un primo punto di riferimento per la ricostruzione biografica del personaggio. Nell’appendice del libro trovano spazio l’elenco di consistenza dell’archivio, curato da Daniele Lovito, e una significativa testimonianza dell’erede Simonetta Chiappini.

La vicenda di Idalberto Targioni permette di interrogare, attraverso una prospettiva microstorica, alcuni nodi centrali della storia italiana tra Ottocento e Novecento: la formazione politica dei ceti popolari, il rapporto tra autodidattismo e militanza, le fratture prodotte dalla guerra e il passaggio di una parte del socialismo al fascismo. In questo senso, lo studio del fondo Targioni offre un osservatorio privilegiato sugli intrecci tra esperienza individuale e processi storici più ampi.

Idalberto Targioni nasce a Firenze il 19 ottobre del 1868, quando la città era capitale del Regno d’Italia. A poche ore dalla nascita viene portato dalla levatrice Irene Gragnani allo Spedale degli Innocenti insieme al segno di riconoscimento (un pezzo di tela verde ricamata) destinato a consentire un eventuale riscatto del bambino, ancora oggi conservato presso l’archivio dell’istituzione.

Battezzato col nome di Edelberto, inizia subito l’iter riservato agli esposti. I tenutari cui viene affidato sono contadini, in linea con le politiche dello Spedale degli Innocenti che, in accordo con l’Accademia dei Georgofili, individuano nel mondo mezzadrile l’unico sbocco lavorativo, sociale ed economico per i trovatelli. Questo sistema orienta da subito il destino sociale dei gettatelli toscani, inscrivendoli in un orizzonte di lavoro agricolo e di subalternità che Targioni cercherà sempre di oltrepassare.

Nella sua autobiografia inedita e dattiloscritta – Cinquant’anni della mia vita – Targioni racconta della sua infanzia e adolescenza, di come siano state segnate dalla costrizione del mondo rurale e da episodi di sfruttamento, dalla volontà di emanciparsi, dalle punizioni, nonché da un costante senso di impotenza che traduce in una aggressività difficile da contenere[2].

Dopo vari passaggi presso famiglie affidatarie, i tenutari dai quali si stabilizza sono Domenico e Giuditta Capecchi, del Popolo di San Baronto, nel comune di Lamporecchio a Pistoia. Pur impiegato come forza lavoro, impara a leggere e scrivere da autodidatta. Insofferente alla disciplina e profondamente ostile al lavoro dei campi, Targioni non sopporta di ubbidire ai comandi del padre. In più occasioni si allontana da San Baronto; una delle sue fughe più significative riguarda il periodo, tra il 1885 e il 1887, quando lavora alle Caldine, nel comune di Fiesole, alla costruzione della linea ferroviaria Firenze–Cecina. Qui si rende conto che le ingiustizie non dominano solo nelle campagne, ma anche tra gli operai nelle città. Il contatto col mondo del lavoro operaio favorisce l’incontro con la politica e col socialismo: sono gli anni della Seconda Internazionale e per Targioni la moderna tendenza del socialismo si innesta sul suo persistente desidero di riscatto, dando avvio a un impegno politico che nasce dal basso e si fa progressivamente più ambizioso.

Parallelamente, Targioni non smette mai di lavorare alla sua formazione. Racimola libri come può, impara molti classici a memoria e costruisce un patrimonio di letture che eccede di molto rispetto a quello tipico del mondo contadino. In linea con la tradizione della poesia estemporanea, diventa un eccezionale esempio di prontezza nell’improvvisare ottave cantando. Partecipa a molte gare di poesia – contrasti o contraddittori – alcune delle quali sono state da lui riscritte a mano o a macchina e sono oggi conservate nel fondo Targioni. I temi spaziano dalle donne, alla natura, alla politica. Alcuni dei suoi canti conobbero una notevole fortuna, diffondendosi oralmente tra Pistoia e Firenze e mantenendosi vivi nella memoria locale.[3]

Accanto all’attività estemporanea, Targioni pubblica diversi componimenti. Tra questi, il Canzoniere di poesie popolari (1895) e il Canzoniere di poesie sociali (1912). Il primo, tratta prevalentemente di temi bucolici e idilliaci, sebbene nelle poesie coeve rimaste manoscritte emerga già un deciso interesse per la cosa pubblica e la giustizia sociale. Il secondo, è invece dedicato interamente a temi socialisti. Un socialismo che risulta di stampo umanitario e risorgimentale, povero di basi teoriche marxiste che dimostra di conoscere solo in modo superficiale.

Stabilizzatosi di nuovo a Lamporecchio nel 1891, Targioni si sposa e diventa padre della sua prima figlia, Velia. Tuttavia, la vita matrimoniale entra in crisi: Idalberto intrattiene diverse relazioni extraconiugali, la più rilevante con Sofia Bacarelli, dalla quale ha una figlia, Idalberta.; la convivenza con Sofia dura fino alla morte di lui, come attestano le lettere tra Sofia e Velia.

Nel 1895 si iscrive al Partito Socialista Italiano e inizia una costante e impegnata militanza politica. È affascinato dalla prospettiva offerta dall’ideologia socialista da lui descritta come «la migliore, la più giusta, l’unicamente vera, […], fulgidamente bella»[4].

Nel 1901, in un contesto locale privo di organizzazioni socialiste strutturate, Targioni contribuisce alla fondazione di un circolo di Studi Sociali a Lamporecchio. Nel 1898 affida il manifesto del proprio credo politico al componimento Un colloquio con la mia musa, scritto durante la detenzione nel carcere delle Stinche di Pistoia in occasione dei moti del maggio ‘98. Attraverso la personificazione della musa-socialismo, il testo restituisce l’adesione ideale e militante a una causa percepita come strumento di emancipazione degli “infelici” [5].

L’impegno per la propaganda socialista continua assiduamente in giro per la Toscana e anche all’estero. Il primo riconoscimento che Targioni ottiene arriva nel 1901, quando viene eletto consigliere comunale a Lamporecchio. Insieme a lui, venne scelto anche l’amico Domizio Torrigiani[6], un avvocato che avrebbe fatto carriera nel Grande Oriente, una delle più strutturate logge massoniche d’Italia. Targioni in questo periodo scrisse su vari periodici, quali: «La Martinella» di Colle Val d’Elsa dal 1899 al 1901, «l’Avvenire» di Pistoia dal 1901 al 1915 – ne fu direttore dal 1908 al 1913 –, «Vita nuova di Empoli» dal 1901 al 1915.

Nel biennio 1911-1912, Targioni si distingue come protagonista della campagna socialista contraria alla guerra in Libia: le sue conferenze in versi e i suoi articoli su «l’Avvenire» gli valgono un elogiativo articolo in prima pagina sull’ «Avanti!», dove viene definito «uno dei nostri più ferventi e modesti propagandisti del socialismo»[7].

Tra il 1913 e il 1914 inizia per Targioni una fitta campagna elettorale: si candida per il PSI alle elezioni politiche del 1913 per il Collegio di Pistoia I. Anche se non viene eletto, per Targioni si sta avvicinando l’opportunità più importante della sua carriera politica da socialista. Il momento che segna l’apogeo del suo percorso politico, è l’elezione a sindaco di Lamporecchio nel 1914, unitamente alla nomina di consigliere comunale a Cerreto Guidi (FI). L’amministrazione Targioni è la prima socialista del circondario di Pistoia.

Tuttavia, la sua posizione di sindaco si incrina ben presto: la riforma tributaria varata da Targioni per finanziare un ambizioso programma riformatore incontra l’ostilità di una ristretta cerchia di notabili locali, verosimilmente timorosi che il nuovo sistema fiscale possa intaccare le loro ricchezze; questi trovano un alleato nel segretario comunale, entrato in contrasto con il sindaco per motivi apparentemente marginali. A ciò si aggiunge l’attenzione delle autorità prefettizie, che sottopongono l’operato dell’amministrazione a continui controlli, ufficialmente motivati da presunti favoritismi in materia fiscale ma sostanzialmente volti a colpire uno dei principali esponenti del neutralismo pistoiese.

Con l’approssimarsi dell’entrata in guerra dell’Italia, Targioni viene arrestato con l’accusa di aver fomentato manifestazioni antibelliciste a Empoli. L’episodio segna un punto di svolta decisivo: sentendosi abbandonato dai compagni di partito e percependo l’inevitabilità del conflitto, si sposta su posizioni interventiste e decide di uscire dal Partito Socialista Italiano; per coerenza rassegna le dimissioni da consigliere comunale a Cerreto Guidi e da sindaco di Lamporecchio, ma queste ultime non vengono accettate e Targioni continua a guidare il Comune nel pieno del conflitto.

Nel primo dopoguerra, ormai orientato verso posizioni sempre più nazionalistiche e bollato dai suoi ex compagni come traditore, viene duramente contestato dai socialisti durante un comizio al teatro Berni di Lamporecchio in occasione delle festività pasquali; il 14 giugno viene infine costretto a lasciare la carica di primo cittadino[8]. Si avvicina progressivamente al fascismo, diventando uno dei principali animatori nel Montalbano e nei territori limitrofi. Nel 1921 fonda il Fascio di combattimento di Lamporecchio e si afferma come attivo propagandista nelle provincia fiorentina, affiancando all’azione politica un’intensa attività giornalistica: collabora con periodici fascisti — tra cui «Giovinezza» (1921-1923), «La Riscossa» (1921-1922), «L’Azione fascista» (1922-1923) e «Battaglia fascista» (1924-1926) — e fonda due testate proprie, «L’Alleanza» (1921) e «L’Ordine» (1922).

Nel 1923 viene nominato segretario dei sindacati fascisti per l’agricoltura della provincia di Firenze e nel 1924 è eletto consigliere provinciale. Nonostante questi incarichi, i suoi rapporti con gli apparati del Partito nazionale fascista si deteriorano progressivamente: deluso dallo scarso riconoscimento ottenuto per il lavoro svolto, Targioni si ritira gradualmente dalla vita pubblica. Minato da cattive condizioni di salute e da ristrettezze economiche, muore a Lamporecchio il 25 maggio 1930.

Il fondo Idalberto Targioni consta di quattordici buste archivistiche e di circa duecento volumi a stampa; al termine del lavoro di inventariazione, curato da Marta Bonsanti, la documentazione viene organizzata in sette serie, restituendo una struttura coerente a un corpus documentario ampio e articolato. La prima serie raccoglie la corrispondenza di Targioni, familiare e non; la seconda e la terza comprendono la produzione edita e inedita di carattere letterario e politico; la quarta è dedicata alla documentazione relativa al fascio di Lamporecchio e alle organizzazioni sindacali fasciste; la quinta conserva i documenti personali, tra cui atti giuridici e materiali fotografici; la sesta riunisce materiali a stampa, in parte riconducibili alla biblioteca privata del soggetto produttore; l’ultima serie è composta da documentazione prodotta o raccolta dai familiari, in larga misura postuma.

Per ricostruire la sua vita sono stati altresì consultati: l’Archivio dell’Ospedale degli Innocenti di Firenze, il Casellario Politico Centrale, l’Archivio del Comune di Lamporecchio, l’ Archivio di Gabinetto della Sottoprefettura di Pistoia e l’Archivio della Questura di Firenze.

Il fondo Targioni non è solo un insieme di documenti ma una finestra aperta su una vita immersa nelle grandi trasformazioni politiche e sociali a cavallo tra Ottocento e Novecento. È una memoria viva, che continua a parlare a chi la interroga, offrendoci la possibilità di ripensare il passato e di scoprire nuove sfumature di una figura complessa come quella di Idalberto Targioni.

Nel solco del lavoro del Prof. Roberto Bianchi, la figura di Targioni è stata indagata e approfondita dalle ricerche di Giulia Bruni – confluite nella sua tesi magistrale Idalberto Targioni. L’uomo, il poeta e il politico. Una biografia dalla nascita alla Grande Guerra, Università di Firenze, 2024 – e di Andrea Cerofolini che, nella sua tesi magistrale attualmente in fase di stesura, ha proseguito l’indagine concentrandosi sulla seconda parte della vita di Targioni, segnata dall’adesione al fascismo.

[1] Roberto Bianchi, Una storia, un archivio. Idalberto Targioni nell’Italia tra Ottocento e Novecento, Firenze, Firenze University Press, 2018

[2] Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea (ISRT), fondo Idalberto Targioni, S.II Manoscritti di Targioni, B.6, Segnatura II.5.1, Cinquant’anni della mia vita (ricordi e memorie), 1920, pagine non numerate.

[3] Su questo si può consultare l’intervista a Florio Londi, Carmignano (PO) del 14/02/1993. Testimonianza orale rilasciata a Giovanni Contini e Doriano Cirri, conservata presso Archivio della cultura contadina, Comune di Carmignano. L’intervista completa si trova alla pagina web: https://www.comune.carmignano.po.it/output_allegato.php?id=409448 consultata il 16/05/2024.

[4] Cinquant’anni, cit., pp. nn.

[5] «La Martinella», I.Targioni, Un colloquio con la mia musa, 1° maggio 1899.

[6] Il fondo Domizio Torrigiani è stato donato dagli eredi all’Isrt nel 2010.

[7] «Avanti!», T.Tosi, Un poeta socialista improvvisatore, 26 settembre 1911.

[8] L’intera vicenda è ricostruita dal punto di vista del protagonista in I.Targioni, Vent’anni di propaganda e cinque anni d’Amministrazione Socialista nel Comune di Lamporecchio, Tipografia Grazzini, Pistoia, 1920.




Note su le “Resistenze al femminile”, per rileggere la Resistenza come tappa verso l’emancipazione

L’80esimo della Liberazione dal nazifascismo è stato costellato di iniziative, pubblicazioni, convegni caratterizzati sul tema delle Resistenze al femminile. Anche la Rete Toscana degli istituti storici della Resistenza si è inserito in questo filone con una prima sperimentazione di campagna social condivisa e una pubblicazione Resistenza, femminile plurale. Storie di donne in Toscana curata da Francesca Cavarocchi, che ha visto la partecipazione in sinergia di molte volontarie e molti volontari degli istituti locali. Il progetto, sviluppato sulla base della documentazione conservata e raccolta negli archivi della Rete, ha dato vita alla ricostruzione e all’analisi di cinquanta biografie di donne che hanno partecipato al processo resistenziale in Toscana; permettendo, inoltre, di riflettere anche sullo stato dell’arte delle conoscenze e degli studi relativi al tema.

Si è trattato di un primo passo nel nostro approccio collettivo al tema, a cui abbiamo affiancato l’organizzazione di una tavola rotonda promossa dalla Biblioteca Franco Serantini, dedicata alla presentazione e alla discussione critica dei risultati, in previsione della continuazione di un lavoro di rete, insieme a Matteo Mazzoni, Ilaria Cansella e Francesca Cavarocchi. Nell’analisi delle Resistenze al femminile come un processo storico di lungo periodo dell’emancipazione femminile, riteniamo fondamentali come metodo interpretativo i seguenti quattro assi:

– la Resistenza come un tassello nel percorso lungo di agency femminile nello spazio pubblico e di incontro/scontro dei rapporti di genere;

– le pratiche all’interno di un gioco di tradizioni e di cesure;

– il metodo, il linguaggio, le narrazioni delle biografie tra fonti e letteratura secondaria;

– il nostro sguardo critico filtrato dal presente sulla Resistenza come momento del passato in cui la concretizzazione di una parità fra i sessi sembrava possibile.

Leggere la Resistenza in una prospettiva di genere significa collocarla all’interno di un processo storico di lunga durata, che affonda le proprie radici nell’Italia postunitaria e nel primo femminismo, con le sue rivendicazioni emancipazioniste e suffragiste. Un movimento composito, attraversato da culture politiche e traiettorie diverse, che ha legato strettamente l’emancipazione femminile alla trasformazione dei rapporti di genere. Un nodo centrale di questo percorso è rappresentato di fatto dalla Prima guerra mondiale: la mobilitazione bellica e la conseguente diversificazione economica produssero un ampliamento dell’accesso femminile al lavoro extradomestico, soprattutto nelle fabbriche e nelle industrie belliche, generando una visibilità pubblica inedita per molte donne. La partecipazione al sacrificio della guerra sul fronte interno – inteso come spazio di organizzazione della produzione e della vita quotidiana – contribuì così a ridefinire le forme di agency femminile e a legittimare istanze di cittadinanza politica, come il suffragio.

Quell’esperienza, ambivalente e contraddittoria, costituì tuttavia un precedente storico significativo per comprendere le forme di partecipazione femminile nel Secondo conflitto mondiale e nella Resistenza. In un contesto bellico divenuto “totale” e civile, le donne attraversarono nuovamente lo spazio della guerra, condividendolo in promiscuità – anche in maniera conflittuale – con gli uomini. Non si trattò solo di una presenza nella lotta armata partigiana, ma anche di una partecipazione attiva all’interno di luoghi da sempre connotati in termini di genere: non solo la casa, ma anche spazi collettivi come i mercati, le piazze, le vie dei rifornimenti. Questo sconfinamento tra pubblico e privato aprì nuovi margini di azione politica e simbolica, mettendo radicalmente in discussione i ruoli di genere consolidati, come dimostra l’esempio di Francesca Rolla e delle donne della rivolta di piazza delle Erbe del luglio 1944.

Ragionare dunque sulle pratiche di Resistenza in una prospettiva di genere significa compiere un passo ulteriore nell’interpretazione storica, sottraendosi a ogni lettura che isoli l’esperienza femminile come eccezionale o straordinaria. Al contrario, molte delle forme di agencysviluppate dalle donne durante la Resistenza, come le cosiddette pratiche di cura, affondano le loro radici in una cultura materiale e simbolica sedimentata nel tempo, lungo percorsi di genere storicamente strutturati.

Fin dal XIX secolo, nell’ambito dei processi di nation building, alle donne furono assegnati infatti ruoli centrali nell’educazione, nell’assistenza e nel mutualismo, spesso in ambiti promossi da movimenti cattolici e socialisti e, in assenza di diritti politici, fu proprio in questi spazi che molte donne poterono esercitare una forma di azione politica concreta. È qui che il primo femminismo, nella sua varietà, sviluppò una pratica politica quotidiana, fondata su attività filantropiche e associative. Il femminismo “maternalista” si basava pertanto sulla valorizzazione della differenza tra i sessi: le virtù tradizionalmente attribuite al femminile – cura, responsabilità morale, relazionalità – venivano rivendicate come risorse civili e politiche. Una cultura del materno che riconosceva il valore sociale della maternità, ma che contribuiva anche a rafforzare la divisione di genere nei compiti e nei ruoli.

Questo modello fu interiorizzato e strumentalizzato dal ventennio fascista, in un contesto educativo e culturale che insisteva sul duplice ruolo produttivo e riproduttivo delle donne, mantenendole però invisibili all’interno dello spazio domestico. È proprio tale interiorizzazione – paternalistica e patriarcale – che, in epoca resistenziale, venne in parte risignificata e messa a frutto in contesti nuovi: le competenze legate alla cura, alla protezione e all’assistenza, apprese nel quotidiano, furono rielaborate e trasferite nei luoghi della lotta.

La scelta della resistenza in armi per le donne, ad esempio, è stata spesso interpretata come un sovvertimento radicale dei ruoli di genere, in quanto infrangeva un modello educativo fondato su un rigido binarismo sessuale. Tuttavia, occorre interrogare anche la categoria stessa di “straordinarietà” con cui tale gesto viene frequentemente descritto. Imbracciare le armi rappresenta un atto straordinario non solo per le donne, ma anche per molti uomini. In questo senso, la scelta resistenziale e l’assunzione del gesto bellico costituisce una rottura per entrambi i generi, e non può essere letta esclusivamente come sovversione femminile, ma come una più ampia frattura nei modelli educativi e nei codici culturali dell’epoca.

All’interno delle riflessioni sul “fare storia” delle Resistenze al femminile è utile fare ricorso alla costruzione di narrazioni biografiche, poiché si tratta di una forma di restituzione duplice delle traiettorie individuali e delle pratiche di resistenza, a cui possiamo così (ri)dare luce e dignità, e al tempo stesso perché ci consente di socializzare gli avvenimenti storici attraverso la concretezza delle condizioni esistenziali reali delle attrici attive e trarre interpretazioni sul fenomeno generale. La storiografia femminista dagli anni Settanta ha permesso un allargamento del concetto stesso di resistenz(e), con la messa al centro del racconto storico delle soggettività, delle voci delle donne che hanno vissuto in prima persona e poi rielaborato nel corso degli anni della prima Repubblica la propria esperienza durante il biennio 1943-1945. Assunti tali dibattiti storiografici, dopo la stagione degli anni Novanta non abbiamo avuto nuovi impulsi metodologici né si è verificata un’ampia raccolta di nuove fonti e biografie, anche a causa della progressiva scomparsa delle protagoniste. Facciamo perciò ricorso alla storiografica, alla memorialistica, alla diaristica, a carte e ricerche di seconda mano che sappiamo restituirci dei frammenti, delle pratiche, dei nomi e delle biografie (quando siamo fortunate e forse soprattutto per i casi più noti). Un rigoroso approccio di metodo oggi ci interroga, quindi, sull’uso delle fonti primarie e secondarie con uno sguardo critico, capace di cogliere le distorsioni dei giudizi emessi nel corso di questi ottant’anni, comprese le categorie “stereotipate” e la rigida divisione delle pratiche armate e “disarmate”. Di fronte al reiterare dell’utilizzo di termini quali eroine, martiri, “poche feroci” in armi, “staffette”, abbiamo l’obbligo di procedere secondo una riflessione e una scrittura del racconto storico che non le riproponga assorbendone la forma acriticamente.

Per andare “oltre” i percorsi biografici più noti, abbiamo la necessità di riguardare la documentazione “classica” disponibile come le relazioni partigiane, il fondo sui riconoscimenti partigiani (Ricompart) e la storiografia con occhi nuovi, con la consapevolezza che spesso ne emergono frammenti di storie. Il taglio di genere deve spingerci a guardare in controluce le fonti, a osservare i vuoti non come assenze ma anzi come presenze non ancora scoperte e raccontate, alla ricerca di documentazioni inedite, ad esempio, provenienti da archivi privati.

Nella recente riedizione di Compagne di Bianca Guidetti Serra, Benedetta Tobagi firma l’introduzione e scrive riguardo le biografie politiche contenute nel volume:

Rappresentano, ieri come oggi, un modello di impegno generoso, coraggioso, disinteressato. E non solo per affrontare le tante questioni di genere ancora dolorosamente aperte, dalle perduranti disparità salariali alle molestie, dalla violenza vera e propria all’iniqua ripartizione del carico domestico e del lavoro di cura, al fatto che – la stagione del Covid insegna – le prime a essere lasciate a casa dal lavoro nelle stagioni difficili restano sempre le donne[1].

Crediamo che sia questo lo sguardo con cui noi oggi guardiamo a quel frangente storico: alle biografie, alle pratiche e alle scelte delle donne, per rileggere la Resistenza come tappa verso l’emancipazione, come quel momento del passato in cui i sessi si sono incontrati nella lotta comune fondante per la parità che ancora non sembra pienamente giunta a compimento.

Pertanto siamo convinte che il terreno sia fertile per studiare la Resistenza con un approccio di genere che superi una visione ghettizzante delle “donne nella resistenza” e avvii una nuova fase di ricerche che sappiano introdurre lenti di analisi che valorizzino le specificità di un’esperienza che è però collettiva.

 

[1]     B. Guidetti Serra [a cura di], Compagne: testimonianze di partecipazione politica femminile, introduzione di B.Tobagi, postfazione di S. Mobiglia, Torino, Einaudi, 2025.

 

Articolo pubblicato nel dicembre del 2025.




«Perciò coraggio, continuando la giusta, spinosa strada…». Giuseppe Petacchi: antifascista, fuoriuscito in Francia, guerrigliero in Spagna e partigiano in Italia.

Nella notte tra il 23 e il 24 settembre del 1943, un aereo della Royal Air Force decollato dal Nord Africa, dopo aver raggiunto la dorsale del Montalbano, al confine tra il Valdarno superiore e la piana di Firenze-Prato-Pistoia, paracadutò con un blind jump un agente dello Special Operations Executive (SOE) l’intelligence britannica. Toccato terra senza incidenti in una imprecisata località a nord di Empoli, quest’ultimo raccolse il proprio paracadute e, dopo averlo occultato, si dileguò nella notte. La sua missione, nome in codice Jaw, era diretta a stabilire contatti con le formazioni partigiane che dopo l’8 settembre si stavano costituendo un po’ ovunque sui rilievi della regione. Si trattava, di fatto, di una delle prime – se non forse la prima – tra le missioni paracadutate in ordine di tempo dagli Alleati sul territorio toscano. L’agente, privo di radiotrasmittente, ancorché addestrato dai britannici, era in realtà italiano. Nei documenti in dotazione, rispondeva al nome di Giuseppe Caruana, ma la sua vera identità era in realtà un’altra. Toscano di nascita, Giuseppe Petacchi – questo il vero nome – era un cavatore di marmo originario di Avenza, frazione del comune di Carrara, che aveva alle spalle una lunga attività di antifascista e di cospiratore in Italia e all’estero.

Fuoriuscito in Francia agli inizi degli anni Trenta, Petacchi nel 1936 aveva servito come volontario in armi nella Guerra civile spagnola, riprendendo in seguito l’attività antifascista di nuovo in Francia e poi in Belgio. Rifugiatosi allo scoppio del secondo conflitto mondiale prima in Nord Africa e poi in Messico, nel 1943 era rientrato in Europa al servizio degli Alleati per dare il proprio contributo alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Paracadutato, come si è visto, in Toscana aveva contribuito alla formazione di vari gruppi partigiani, combattendo alfine in prima linea per la liberazione del capoluogo regionale. La sua parabola di vita, in sostanza, si era svolta per buona parte all’insegna della lotta al fascismo, da lui combattuta tanto con gli strumenti della cospirazione che della lotta armata. Una lotta caratterizzata oltretutto da una marcata mobilità transnazionale che, senza soluzione di continuità, aveva saldato la sua esperienza di oppositore al fascismo a quella di combattente in armi nella Resistenza europea: prima in Spagna, nel 1936, quindi in Italia, dal 1943. Ciò, seguendo di fatto una traiettoria comune ad altri combattenti internazionali e transnazionali, sulla cui rilevanza la storiografia sta recentemente ritornando con rinnovata sensibilità[1].

Classe 1907, primo di quattro figli (Enzo, 1912; Vera, 1914; Aldo, 1916), Giuseppe, o più semplicemente “Beppe”, era cresciuto ad Avenza in una famiglia di modesta estrazione sociale[2]. Da piccolo, si era dato da fare come garzone presso la bottega della nonna, pare ereditando il soprannome di “Copeta” dalla “coppetta” usata allora come misura del sale[3]. Dal padre Elia – un vecchio ferroviere mazziniano – Giuseppe, al pari dei fratelli, aveva ricevuto una formazione laica e rivoluzionaria, corroborata dalle numerose personalità che negli anni del primo dopoguerra avevano frequentato la casa della famiglia, tra cui, l’anarchico Gino Lucetti – autore nel 1926 di un noto e sfortunato tentativo di attentare alla vita del Duce – e il repubblicano, poi comunista, Gino Menconi, divenuto dirigente delle Brigate Garibaldi toscane durante la guerra di Liberazione. Giuseppe, anch’esso originariamente di tendenze repubblicane, si era pian piano spostato verso posizioni libertarie, facendosi non per nulla notare spesso dalle autorità di pubblica sicurezza in compagnia di acclarati anarchici del luogo, quali Andrea Lucetti, fratello del citato Gino, e Domenico Bibbi, padre di Bruno e zio di Gino, entrambi sovversivi fuoriusciti all’estero. Con l’avvento del fascismo al potere, le proprie idee politiche avevano provocato a Giuseppe vari problemi, facendolo divenire presto oggetto di angherie e violenze da parte degli squadristi locali. Diffidato per la prima volta nell’aprile del 1932, il 26 dello stesso mese, in occasione di uno sciopero dei locali cavatori di marmo, Giuseppe era stato «sorpreso ed arrestato mentre capeggiava una squadra di giovani presso i quali svolgeva opera di sobillazione»[4]. Nel giugno seguente, la polizia lo aveva quindi notato mentre tentava di avvicinare, per salutarlo, l’amico di famiglia e mentore Gino Menconi, allora in transito dalla stazione ferroviaria di Carrara in stato di arresto. Alla fine del mese era stato quindi condannato a tre mesi per contravvenzione a una precedente ammonizione comminatagli per via delle sue frequentazioni politiche. Scontata la pena presso le carceri di Carrara, era stato posto in libertà vigilata.

Nel maggio del 1934, licenziato dal laboratorio di marmi della ditta fratelli Tosi di Avenza, aveva deciso quindi di emigrare clandestinamente in Francia assieme ai compagni Ivo Pieruccini e Pilade Menconi, già altre volte recatisi oltre confine. La moglie Gina Pantani, con la quale si era sposato nell’aprile 1933, e che allora si trovava in dolce attesa del figlio, Roberto, rimase invece ad Avenza. In Francia, Giuseppe si stabilì a Marsiglia, dove strinse contatti con la rete dell’anarchico bolognese Celso Persici, tra i più attivi esuli libertari e punto di riferimento in città per i compagni fuoriusciti in stato di difficoltà. Impiegatosi come lavapiatti presso un ristorante della zona – una sistemazione buona, per quanto dalla paga misera – Giuseppe dovette presto abituarsi a una vita di miserie materiali e difficoltà affettive, segnate su tutte dalla lontananza della moglie e del piccolo Roberto, alla cui nascita egli non aveva potuto assistere. Il suo carattere, d’altro canto, si mostrava risoluto e ferreo, tanto nel fisico che nello spirito: «la mia vita credimi è [sic] un atroce tormento, se non possedessi quella grande fiducia nell’avvenire», scrive alla moglie da Marsiglia nel novembre 1935. E indirizzando alla madre ad Avenza nel gennaio 1936 la rassicura asserendo di poter contare su «una salute di ferro e una volontà da iena»[5].

Giunto a Marsiglia, Giuseppe si rese subito attivo nei principali ritrovi della locale comunità di esuli antifascisti. Lo vediamo partecipare, ad esempio, alle attività della Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo (LIDU), associazione nata per assolvere a compiti di natura assistenziale e di difesa dei diritti degli emigrati, ma in grado anche di svolgere un’intensa e capillare attività di propaganda antifascista. Nel giugno del 1934 subisce invece una condanna per aggressione a mano armata, mentre nel settembre si vede iscrivere dalla polizia fascista nel Bollettino delle ricerche in qualità di repubblicano ammonito. In ottobre, le autorità consiliari fasciste lo segnalano in attesa di formalizzare la sua iscrizione al partito comunista. Un anno più tardi, nell’ottobre del 1935, lo troviamo ancora tra i partecipanti al congresso antifascista “degli italiani”, che si tiene a Bruxelles nella sala Matteotti della Maison du Peuple. Nei primi mesi del 1936, Petacchi risulta anche far parte di Azione repubblicana socialista, il gruppo politico di dissidenti di sinistra del Partito repubblicano diretto da Ferdinando Schiavetti che poi confluirà nel 1937 in Giustizia e Libertà. Sin dall’estate del 1936, per la verità, Petacchi risulta già affiliato a Marsiglia al movimento dei fratelli Rosselli per il quale «mantiene corrispondenza con elementi di Carrara e di Avenza»[6]. Nel luglio, a seguito di uno sciopero, Giuseppe viene licenziato dal suo impiego e agli inizi di agosto la polizia lo segnala lasciare Marsiglia per Perpignan, sui Pirenei, dove conta di passare in Spagna per arruolarsi volontario con le forze repubblicane.

Ritratto di gruppo di sei volontari combattenti in Spagna, alcuni in uniforme altri in borghese. Giuseppe Petacchi e l’ultimo a destra (Archivio dell’Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna, www.antifascistispagna.it)

Dal settembre, in effetti, Giuseppe si arruola nella Sezione Italiana della Colonna Francisco Ascaso, inquadrata nelle milizie della Confederaciòn Nacional del Trabajo-Federaciòn Anarquista Ibérica, dove si è raggiunta un’intesa unitaria tra i giellisti di Carlo Rosselli e gli anarchici di Camillo Berneri. Destinata sul fronte aragonese nella zona di Huesca e dislocata sull’altipiano della Galocha, la sezione italiana di Rosselli e Berneri si scontrerà con le forze franchiste nel difendere con successo un’altura strategica, ribattezzata per l’occasione in forza della sua conformazione brulla e spoglia Monte Pelato. Petacchi, durante il combattimento – si legge in un resoconto coevo –  «spostò sotto il fuoco una mitragliatrice inceppata, la fece funzionare e la riportò in azione»[7]. Qualche giorno dopo, assieme a Giuseppe Gabbani e Giuseppe Barberis, Petacchi si trovava a transitare sulla strada di Huesca a bordo di un’autoblinda quando il mezzo, colpito da un obice, andò in fiamme. Rimasto fortemente ustionato, Petacchi diede comunque prova di coraggio e resistenza: «bruciato al volto e alle braccia, si fece medicare col suo eterno puerile sorriso e con la sigaretta in bocca, tanto che il medico spagnolo al posto di soccorso espresse la sua meraviglia per tanto sangue freddo»[8]. Ricoverato temporaneamente a Barcellona, da Parigi avrebbe poi scritto sardonicamente il 29 settembre in Italia al fratello Aldo di esser rimasto ferito «in un piccolo incidente di caccia»[9].

Nel febbraio 1937, la polizia lo segnala in Francia attivo nel reclutamento di volontari per la Spagna. In particolare, si pensa che stia per raggiungere a Mentone il locale responsabile di Giustizia e Libertà, Onorio Biso, e Aldo Garosci – entrambi reduci come lui dalla Sezione Italiana della Colonna Ascaso – per «concordare il lavoro ch’egli potrebbe svolgere portandosi personalmente a Carrara per arruolare volontari per la Spagna»[10]. In realtà, di lì a poco Giuseppe passa di nuovo il fronte iberico e si arruola nella compagnia mitraglieri del 1° battaglione Matteotti, unità antifascista sorta per iniziativa di Rosselli dopo lo scioglimento della sezione italiana della Ascaso. Nel luglio 1937 però, torna definitivamente in Francia per stabilirsi a Parigi. Secondo alcuni, l’esperienza spagnola avrebbe fatto di lui definitivamente un anarchico, distinguendolo così dai fratelli che, nel comune percorso di opposizione al fascismo, strinsero invece legami interessati con l’organizzazione comunista.[11] Ad ogni modo, a Parigi, Giuseppe continua a rimanere in contatto con gli ambienti giellisti, stringendo in particolare rapporti con Emilio Lussu.

Nel febbraio del 1938, dopo molti tentativi, finalmente riescono a raggiungere Giuseppe a Parigi anche la moglie e il figlioletto Roberto, che il primo non aveva mai visto. Alla vigilia di quel ricongiungimento, Giuseppe non aveva trattenuto in lettera alla moglie la propria felicità, né un cenno di tenerezza paterna agli indirizzi del figlio: «carissimo figlio ti attendo quanto prima con cuore di padre, però ricordati di venire bravo […] cari affettuosi bacioni e quanto prima un bel morsino»[12]. Nel settembre 1938, le autorità francesi gli comminarono tuttavia un provvedimento di espulsione dal paese, che Petacchi riuscì inizialmente a prorogare di un mese grazie all’intervento di Alberto Cianca, del conte Carlo Sforza e della LIDU. In ottobre, tuttavia, fu costretto a riparare clandestinamente con la moglie e il figlio in Belgio, ospite di amici e compagni di cospirazione a Bruxelles. Nel febbraio 1939, dalla capitale belga scrisse all’anziana madre in Italia dichiarando non spenta, dopotutto, «la speranza di giorni migliori»: «Nulla di male abbiamo mai fatto, il solo torto, che siamo orgogliosi, è quello di non chinare la testa […] perciò coraggio, continuando la giusta, spinosa, strada»[13]. Da Bruxelles, i Petacchi si trasferiscono poi a Tailfer, piccola frazione del comune di Lustin, nella provincia vallona di Namur dove Giuseppe ha trovato un impiego come cavatore.  Nel maggio 1940, tuttavia, a seguito dell’invasione tedesca del Belgio, i coniugi sono costretti di nuovo a fuggire. Raggiungono dopo varie peripezie San Nazaire, a est di Nantes, e quindi Bordeaux e Tolosa. Da lì, passano a Marsiglia dove Petacchi, trovato impiego come manovale e sguattero, viene di nuovo raggiunto da un ordine di espulsione che lo costringe a entrare in clandestinità col nome falso di Pisani, non prima però di aver organizzato il rientro della moglie e del figlio in Italia. In questo periodo che anticipa l’occupazione tedesca della Francia, va forse collocata anche una breve detenzione di Petacchi nel campo di prigionia del Vernet, che trascorre come sovversivo ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale. Riguadagnata la libertà, nel marzo del 1941 Emilio Lussu, artefice di un piano di fuga per esuli italiani in Nord Africa, riesce a farlo imbarcare su di una nave diretta in Algeria. Da lì, Petacchi raggiunge, via Oran, Casablanca dove grazie all’aiuto di un ebreo triestino può mettersi in regola con la documentazione richiesta. Poco dopo, si propone però come volontario per fare da guida nel tragitto Algeri-Casablanca a un altro rifugiato italiano giunto dalla Francia. Rientrato nella città marocchina, Petacchi visse i mesi seguenti senza possibilità di lavorare e con un sussidio procuratogli dallo stesso Lussu. In novembre, Petacchi, grazie a un passaporto rilasciatogli dal console messicano di Marsiglia e ai visti necessari ottenuti ancora tramite Lussu, poté al fine imbarcarsi assieme ad altri rifugiati sulla nave “Serpa Pinto” diretta in Messico.

Il 22 dicembre del 1941 lo troviamo infatti a Città del Messico dove assieme all’amico ed ex combattente di Spagna Pino Turroni, Petacchi riuscì a farsi impiegare da alcune imprese edili. Nel febbraio 1943, Petacchi viene avvicinato da Max Salvadori, suo vecchio conoscente e allora agente incaricato per conto del SOE di fare in Messico arruolamenti di esuli italiani. Petacchi, assieme ad altri fuoriusciti giellisti passati nel paese centro-americano, come Bruno e Renato Pierleoni e Leo Valiani, decide di offrirsi volontario per il SOE.[14] Inviato così in Gran Bretagna il 1° luglio 1943, in seguito viene destinato all’addestramento in Nord Africa. Il caporale Hodson, che ne esaminò l’attitudine, oltre al genuino antifascismo, ne constatò il carattere riservato e taciturno, rimanendo colpito per essere egli «persona onesta e per nulla presuntuosa»[15].

Fototessera di Giuseppe Petacchi nel sul fascicolo come agente del SOE

Terminato il training, come si è visto, Petacchi fu destinato a esser paracadutato in Toscana dietro le linee nemiche col compito di stabilire contatti con la nascente Resistenza in armi. Il lancio, tuttavia, – un blind jump – probabilmente lo scaricò assai lontano dalla destinazione designata in origine, la zona delle Apuane, facendolo finire a nord di Empoli[16]. Da lì, ad ogni modo, Petacchi raggiunse Pisa dove, acquistata una bicicletta, si portò a Usigliano di Lari dove risiedevano i genitori della moglie e dove rimase nascosto per i due giorni successivi. Dopodiché, cercò di raggiungere Carrara per mettersi in contatto col fratello Enzo , entrato nel frattempo nella locale organizzazione resistenziale. Non riuscitoci, dopo circa quattro giorni, fece ritorno di nuovo a Usigliano dove cominciò a organizzare un primo gruppo di resistenti attorno ad alcuni sfollati provenienti da Livorno presenti in zona. Nel frattempo, a Firenze, Carlo Ludovico Ragghianti, uno dei vertici dell’organizzazione azionista cittadina, messo al corrente tramite Emilio Lussu dell’arrivo di Petacchi in Toscana, mandò sulle sue tracce, con lo scopo di stabilire un contatto e di condurlo seco a Firenze, l’anarchico spezzino Sirio Biso – ex combattente di Spagna e vecchia conoscenza di Petacchi – che dopo l’8 settembre ancora lo stesso Lussu aveva inviato nel capoluogo toscano con sue credenziali perché si mettesse al servizio dell’organizzazione azionista[17]. Non è chiaro se Biso riuscisse nell’intento. Fatto sta che Petacchi raggiunse Firenze agli inizi di gennaio del 1944 accompagnando da Carrara il fratello Enzo, parte dell’entourage di Gino Menconi, chiamato allora nel capoluogo regionale per assumere la carica di membro del comando toscano delle Brigate Garibaldi.

Da allora, Giuseppe entrò a far parte ufficialmente dell’organizzazione azionista fiorentina che, tra le altre cose, gli affidò importanti compiti di recupero di armi e di organizzazione di lanci alleati tra le province di Firenze e Arezzo, nonché di svolgere da tramite con le bande azioniste del volterrano e della provincia apuana dove Petacchi, tra febbraio e maggio del 1944, si recò in effetti più volte, divenendo di fatto una sorta di ufficiale di collegamento per  conto del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale di Firenze. Dal maggio, oltretutto, Petacchi collaborò a Firenze alla creazione delle Squadre d’assalto azioniste, rendendosi protagonista di audaci colpi di mano contro tedeschi e fascisti e di ardite operazioni di recupero armi presso vari presidi cittadini delle forze di polizia repubblichine. Quindi, ai primi di agosto del 1944, Petacchi combatté in prima linea durante la battaglia per la Liberazione di Firenze, trovandosi – come certificherà in un suo report del 26 agosto lo stesso Carlo Ludovico Ragghianti in veste di Presidente del CTLN – «sempre dove la situazione era più grave e comportandosi eroicamente […] durante i contrattacchi delle retroguardie tedesche».[18]

Non fu il solo, della famiglia, a impegnarsi attivamente nella lotta di Liberazione nazionale. Il fratello Enzo, infatti, combatté con la formazione “Aldo Cartolari” nel settore apuano della Gotica, rimanendo gravemente ferito a seguito di uno scontro avvenuto il 18 settembre 1944, il quale gli costò prima l’amputazione di una gamba e poi la sua stessa vita, per via delle complicazioni in seguito sopraggiunte. Anche Vera, la terzogenita, entrò nell’organizzazione resistenziale, passando con il PCI a Milano in qualità di segretaria di Pietro Secchia e Luigi Longo divenendo altresì instancabile staffetta tra il capoluogo lombardo e le formazioni partigiane della Valsesia. Infine, anche il più giovane dei fratelli Petacchi, Aldo, detto “Aldino”, contribuì alla causa della Liberazione del paese, unendosi alla Resistenza a Genova e poi a Milano. Collaboratore in Alta Italia di Secchia e di Giovanni Roveda, Aldo fu protagonista nel luglio 1944 della spettacolare liberazione di quest’ultimo dal carcere degli Scalzi nel quale riuscì a penetrare con un commando partigiano mettendo fuori combattimento il corpo di guardia[19].

Ufficialmente, Giuseppe Petacchi rimase al servizio del SOE fino al 29 agosto 1944. Come si evince dal suo successivo report di congedo del luglio 1945, inizialmente egli si dichiarò intenzionato a rientrare in Messico una volta sistemati i propri affari in Italia, ragion per cui chiese che gli venissero coperti da Londra i costi del viaggio di ritorno[20]. Successivamente, tuttavia, dovette cambiare intenzioni. Rimasto in Toscana, Petacchi rimase in contatto con gli ambienti libertari, partecipando almeno al terzo Congresso anarchico nazionale che si tenne a Livorno nell’aprile 1949. Tornato a risiedere a Carrara, vi sarebbe morto il 2 giugno 1961.

 

 

[1] R. Gildea, I. Tames (ed.), Fighters across frontiers: Transnational resistance in Europe, 1936-48, Manchester, Manchester University Press, 2020; E. Acciai, I guerriglieri «spagnoli», in C. Colombini, C. Greppi (a cura di), Storia internazionale della Resistenza italiana, Bari-Roma, Laterza, 2024.

[2] Per un breve profilo biografico dei quattro fratelli Petacchi cfr. P. di Perro, I fratelli Petacchi. Una famiglia avenzina nella resistenza, in «Trentadue. Mensile di politica e cultura», 8 (2009), numero speciale a cura di Anpi Carrara, pp. 21-22.

[3] Ivi, p. 21.

[4] Archivio di Stato di Massa, Questura, versamento II, Casellario politico 1920-1940, (d’ora in poi ASM, Q, VII, CP 1920-1940)b. 118, fasc. “Giuseppe Petacchi”, il Questore di Massa-Carrara al Prefetto, trasmissione n. 04462, 4 giugno 1932.

[5] Ivi, lettera di Giuseppe a Gina pantani, Marsiglia, 10 novembre 1935; ivi, lettera di Giuseppe ad Aldegonda petacchi, Marsiglia, 9 gennaio 1936.

[6] Ivi, il Ministero dell’Interno, DGPS, DAGR, Sez I CPC al Prefetto di Massa-Carrara, n. 52230/110277, 13 agosto 1936.

[7] La Sigla marciante. Verbale della prima seduta, corrispondenza dal fronte spagnolo, 11 settembre in «Giustizia e Libertà», Parigi, 25 settembre 1936, p. 4.

[8] Ibidem.

[9] ASM, Q, VII, CP 1920-1940, b. 118, fasc. “Giuseppe Petacchi”, Giuseppe al fratello Aldo, Parigi, 26 settembre 1936.

[10] Ivi, il Ministero dell’Interno, DGPS, DAGR, Sez I CPC ai Consolati di Italia di Nizza e Marsiglia e al Prefetto di Massa-Carrara, n. 3542/110277, Roma, 7 febbraio 1937. Si veda anche Archivio Centrale dello Stato, Roma, MI, DGPS, DAGR, CPC, b. 3896, fasc. “Giuseppe Petacchi,” appunto n. 500/2007 della DPP, 20 gennaio 1937; ivi, nota della DGPS n. 441/037194, Roma 30 luglio 1937.

[11] Antonio Bernieri, Gino Menconi nella rivoluzione italiana, Carrara, Società Editrice Apuana, 1978, p. 140 (n. 130).

[12] ASM, Q, VII, CP 1920-1940, b. 118, fasc. “Giuseppe Petacchi”, Petacchi a Gina Pantani, Parigi, 30 dicembre 1937.

[13] Ivi, Giuseppe Petacchi ad Aldegonda Petacchi, Bruxelles, 2 febbraio 1939.

[14] La precedente descrizione della fuga di Petacchi in Nord Africa e in Messico, così come quella del suo reclutamento nel SOE si basa su: The National Archives, Kew-London (d’ora in poi TNA) HS9/1173/5, scheda storica su Petacchi dell’MI6, del 13 luglio 1943, redatta dal capitano S. Cole. Per il contesto relativo alla missione di arruolamento per conto del SOE svolta in Messico da Max Salvadori cfr. R. Bailey, Target: Italy. I servzi segreti inglesi contro Mussolini. Le operazioni in Italia 1940-1943, Utet, Torino 2014, p. 232. Per il caso dei fratelli Pierleoni, e più in generale per l’arruolamento nel SOE di militanti giellisti, cfr. P. Bagnoli, Bruno e Renato Pierleoni. Una storia  sconosciuta dell’antifascismo italiano, Biblion, Milano 2023; E. Di Rienzo, Sotto altra bandiera. Antifascisti italiani al servizio di Churchill, Neri Pozza, Vicenza 2023.

[15] TNA HS9/1173/5, report del cpl. Hodson, 4 agosto 1943.

[16] La descrizione dell’attività svolta da Petacchi in seguito al suo invio dietro le linee nemiche per conto dell’organizzazione resistenziale toscana si basa prevalentemente su TNA, HS 6/810, fasc. “Petacchi, Giuseppe”, Interrogation report, 29 agosto 1944. Per un cenno alla missione di Petacchi cfr. anche C. Woods, La partecipazione del SOE alla campagna militare in Italia. Settore tirrenico della Linea Gotica, in Eserciti, popolazione, Resistenza sulle Alpi Apuane, a cura di Gino Briglia, Pietro Del Giudice, Massimo Michelucci, Massa, Ceccotti, 1995, p. 133.

[17] Una lotta nel suo corso. Lettere e documenti politici e militari della Resistenza e della Liberazione, a cura di Sandro Contini Bonaccorsi e Licia Ragghianti Collobi, Venezia, Neri Pozza, 1954, p. 348; C. Ludovico Ragghianti, Introduzione a B. Piancastelli, “Giustizia e Libertà” nel Mugello: la 2a Brigata Carlo Rosselli, Quaderni della Fiap, Roma, 1985, p. VIII. Sull’attività di Biso con la Resistenza fiorentina cfr. F. Fusi, Cospiratore in Francia, guerrigliero in Spagna, partigiano in Italia: per una biografia transnazionale dell’antifascista libertario Sirio Biso, in «Spagna Contemporanea», 34, n. 67, 2025, pp. 59-82.

[18] TNA, HS 6/810, fasc. “Petacchi, Giuseppe”, copia di dichiarazione di servizio di Petacchi per conto del Partito d’azione fiorentino a firma di Carlo Lodovico Ragghianti, Firenze 26 agosto 1944 (da cui si cita nel testo).

[19] Per alcuni cenni all’attività resistenziale dei fratelli Petacchi cfr. P. di Perro, I fratelli Petacchi, cit.; C. Moscatelli, P. Secchia, Il Monte Rosa è sceso a Milano, Edizioni Pgreco, Milano, 2017, pp. 320-323, 641.

[20] TNA, HS 6/810, fasc. “Petacchi, Giuseppe”, Record Sheet, 26 Luglio 1945.




Come un fiume che prende acqua da immissari diversi e scorre talora impetuoso

Nei mesi scorsi mi è stato proposto dall’antropologo Pietro Clemente di presentare il libro Io e il mondo di Michele Della Corte. Le poche notizie da me conosciute su Della Corte (1915-1999) si limitavano all’essere stato un fisico della scuola fiorentina di Arcetri. E io sono uno storico della Medicina: non riuscivo a cogliere punti di contatto con un personaggio tanto lontano dalla mia formazione. Al contempo, tuttavia, le parole con le quali Pietro Clemente mi invitò a leggerlo crearono in me una grande curiosità. Ed è stato così che è iniziata la conoscenza di una personalità assolutamente inaspettata, che ha vissuto una vita singolare.

Io e il mondo non è semplicemente un libro. È il racconto di tante vite che si dipanano su uno scenario che attraversa il ventennio fascista, la guerra, la Resistenza, la ricostruzione dell’Italia dopo il secondo conflitto mondiale. Ed è la storia del lavoro di Della Corte come ricercatore di Fisica e uno dei primi tre professori ordinari di Fisica medica. Nelle pagine di questo libro ogni aspetto si intreccia all’altro, senza soluzione di continuità, andando a completarlo e ad arricchirlo.

È un racconto autobiografico che Michele Della Corte, ormai anziano, dedica ai suoi nipoti, spinto da un bisogno di scrivere per “rivivere in tempi passati episodi distillati dalla maturità di giudizio, cose da ricordare e cose da dimenticare, ma che dimenticare non si possono”.

Questo nucleo fondamentale che Della Corte ha lasciato è stato depositato presso l’Archivio Storico dei Diari di Pieve Santo Stefano[i], ma grazie al lavoro della figlia Laura è divenuto un libro, arricchito di molti inserimenti che “rappresentano il punto di vista di Liliana, amata compagna di una vita” di Michele[ii].

Quello che il lettore si trova di fronte sfogliando le pagine di questo libro è una sorta di fiume che scorre talora placido, altre volte impetuoso, raccogliendo acqua da tanti diversi immissari.

Due famiglie, i Della Corte e i Ciupi, sono protagoniste del libro che si apre con pagine nelle quali si descrive la vita di una famiglia borghese nella villa Il Giardino a Santa Colomba, nei pressi di Siena, dove, bambino, Michele trascorreva le sue vacanze. È un universo di zie che si muovono intorno al capofamiglia che, spinto da una irrefrenabile passione per il gioco, perde tutto, provocando un dissesto non solo economico alla famiglia ma soprattutto sociale.

Presto alla tranquilla vita senese si aggiunge la frequentazione di un nuovo luogo che risulterà fondamentale nella vita e nella formazione di Della Corte: la sede storica del Dipartimento di Fisica sulla collina di Arcetri alle porte di Firenze.

Negli anni in cui Della Corte iniziò a frequentarlo Arcetri rappresentava un luogo molto importante per la fisica italiana, che era riuscita a raggiungere una fama internazionale grazie al lavoro di due eccellenti studiosi, Orso Mario Corbino (1876-1937)[iii] e Antonio Garbasso (1871-1933)[iv]. Il primo era all’Università di Roma, il secondo in quella di Firenze. Entrambi avevano un atteggiamento positivo nei confronti della nuova Meccanica quantistica e riuscirono a dar vita a due scuole che raggiunsero fama internazionale: la scuola dei ragazzi di Via Panisperna, intorno a Enrico Fermi, e la scuola di Arcetri, intorno a Bruno Rossi, assistente di Garbasso e fondatore della scuola fiorentina di Fisica dei raggi cosmici.

In questo contesto Della Corte giunse a metà degli anni Trenta, iscrivendosi al corso di laurea in Fisica all’Università di Firenze nel 1934.

Si laureò nel 1938, nel periodo in cui molti fisici della scuola fiorentina lasciavano Arcetri, sia per migliori opportunità di lavoro che per l’entrata in vigore delle leggi razziali.

Dall’anno accademico 1938-1939 Della Corte ricoprì la carica di assistente all’Università di Firenze, iniziando a collaborare con Carlo Ballario (1915-2002)[v] sugli sciami della radiazione cosmica. Insieme realizzarono un

esperimento sull’assorbimento dei raggi cosmici nella galleria ferroviaria della direttissima Firenze-Bologna: nelle pagine del libro Michele racconta quanto questo studio si intrecciò con avvenimenti politici che lo portarono a incontrare, inconsapevolmente e a distanza, addirittura il Duce del Fascismo che si recava a un colloquio con Hitler[vi].

Della Corte si preparava così a essere tra quei giovani ricercatori che hanno contribuito alla rinascita della Fisica fiorentina nel Dopoguerra.

Gli anni del secondo conflitto mondiale significarono per tutti un periodo difficile e di perdita di certezze e di quanto ciascuno aveva costruito o pensava di realizzare. Lo stesso fu per Della Corte che nel 1941 fu chiamato alle armi, prima nei corpi della fanteria poi, dal 1942, presso la Scuola di Guerra Aerea delle Cascine, dove conobbe il capitano dell’aeronautica Italo Piccagli, convinto antifascista[vii]. Questo incontro fu determinante per il giovane Della Corte che apparteneva al Partito d’Azione fin dal 1936. Egli stesso scrisse: “Intorno al 1936, fu proprio attraverso un vecchio amico, Mario Delle Piane, che entrai a far parte del Partito d’Azione, allora in clandestinità”[viii]: una scelta nella quale furono fondamentali gli insegnamenti dello zio Nello Ticci, dirigente della Lega dei Ferrovieri, militante socialista, prima ferroviere e poi gestore di una famosa libreria nel centro di Siena, sede segreta della sezione senese del Comitato di Liberazione Nazionale.

Fu così che nel periodo immediatamente precedente all’8 settembre 1943, Della Corte ebbe un ruolo non secondario nel trasferimento suggerito da Piccagli degli strumenti e degli apparecchi dei Laboratori di Meteorologia e di Navigazione Aerea all’Istituto di Fisica di Arcetri, per sottrarli alle requisizioni dell’esercito tedesco. L’Istituto fu poi oggetto di perquisizione da parte delle SS tedesche, che avevano avuto una segnalazione sulla presenza in quei locali del materiale dell’aeronautica. Della Corte fu costretto ad accompagnare l’ufficiale delle SS durante la perquisizione. Fortunatamente, il materiale era stato ben nascosto e i tedeschi portarono via solo pochi oggetti. Un’esperienza assai dura e particolarmente pericolosa per un giovane assistente universitario!

Sempre su proposta del capitano Piccagli, Della Corte e Ballario entrarono a far parte dell’emittente clandestina promossa dalla Commissione Radio del Partito d’Azione, radio CORA. La radio, che aveva il compito di trasmettere informazioni ai comandi alleati e alle truppe partigiane, aveva varie basi a Firenze tra le quali lo stesso Istituto di Fisica di Arcetri.

Nel frattempo Michele aveva sposato la sua Liliana il 1° giugno 1940, dopo 5 anni di fidanzamento e il 18 aprile 1941 era nata la loro prima figlia, Laura.

Il racconto degli anni della guerra offre una rappresentazione corale di episodi di politica nazionale e locale, di vicende legate alla carriera universitaria e di avvenimenti familiari, che culminarono nel 1949 con la morte dello zio Nello che dopo l’8 settembre 1943 era stato arrestato e imprigionato nella famigerata Casermetta a Siena e che durante la prigionia aveva contratto una grave forma di tubercolosi.

Il dopoguerra vide Della Corte profondamente impegnato nel suo lavoro di fisico ad Arcetri.

La disciplina intanto andava sviluppandosi intorno a tre principali aree di ricerca:

– la Fisica delle alte energie, che vide il passaggio dagli esperimenti con i raggi cosmici a quelli effettuati agli acceleratori con fasci di particelle,

– la Fisica del nucleo, dove, anche in questo caso, avvenne il passaggio dall’uso di sostanze radioattive all’utilizzo di fasci di acceleratori per bombardare i nuclei da attivare,

– la Fisica teorica.

Nel 1950 Della Corte ottenne dal CNR una borsa di studio per attività di ricerca sui raggi cosmici: si recò così a Parigi all’Ecole Polytechnique, laboratorio all’avanguardia nel settore delle emulsioni (o lastre) nucleari, per imparare questa tecnica. Tornato a Firenze ha creato un “gruppo di ricerca che, con le «lastre», ovvero le emulsioni fotografiche, ha studiato i processi di radiazione cosmica e poi i processi di particelle elementari, utilizzando i fasci di particelle provenienti dai primi acceleratori costruiti al CERN”[ix]. Era il nucleo iniziale che darà vita al gruppo fiorentino di Fisica delle Alte Energie.

Alla fine degli anni Sessanta, avendo maturato un interesse sempre maggiore per le applicazioni della Fisica alla Medicina, passò alla Medicina nucleare, abbandonando le ricerche di particelle elementari che richiedevano grandi gruppi di lavoro, in cui il ruolo del singolo ricercatore diventava sempre più anonimo.

In quegli anni, il suo interesse si rivolse anche al rapporto tra Fisica e Medicina maturato, sin dal 1942, nei lunghi anni di appassionato insegnamento universitario della disciplina fisica ai futuri medici.

“Da un lato volevo interessare i medici ad un approccio fisico dei loro problemi e dall’altro interessare i fisici a considerare la realtà biomedica come un loro possibile campo di studio, una delle Fisiche applicate. – scriveva – È vero che c’era la Biofisica, ma per tradizione era un approccio fisico alla Biologia e non alla Medicina. La mia idea base era molto semplice: La realtà dell’universo è una. La distinzione fra universo fisico ed universo biologico è solo funzionale alla ricerca. La condizione ottimale per arrivare al modello più vero è considerare la Fisica e la Biologia come due modi complementari di studiare le realtà”[x].

Essendo un uomo di scienza ma anche – come ampiamente dimostrato dalla sua vita – un uomo di azione, Della Corte con alcuni suoi colleghi pensò di “fondare una nuova materia: la Fisica Medica ed introdurre la Fisica, e quindi la Matematica, nelle facoltà mediche: una Fisica che fosse qualcosa di serio e non l’insegnamento risibile che esisteva allora”.

In quest’ottica Della Corte iniziò a occuparsi di radioprotezione in un periodo in cui la cultura della radioprotezione non era ancora diffusa. La sua collaborazione con i medici si estese successivamente anche alla Biofisica del sistema cardiocircolatorio, a modelli matematici per lo studio del metabolismo del glucosio e dell’insulina, allo studio dei ritmi circadiani e infine alle ricerche sulla soglia del dolore, generato da stimoli termici ed elettrici.

Il suo obiettivo era chiaro: creare nelle facoltà mediche delle Università italiane delle cattedre di Fisica Medica.

I risultati di tale attività hanno portato il 1° novembre 1969 alla nascita delle prime tre cattedre di Fisica nelle Facoltà di Medicina delle Università di Cagliari, Bologna e Firenze.

Michele Della Corte divenne uno dei primi tre Professori Ordinari di questa nuova disciplina in Italia, insieme a Mario Ladu (1917-2014), un fisico suo coetaneo che aveva una parte della sua produzione nell’ambito della Fisica delle radiazioni che si inquadrava bene nella Fisica Medica, e a un anziano fisico Bolognese, Stefano Petralia (1909-?), che aveva lavorato sugli ultrasuoni, altro ambito di studio della Fisica Medica.

Iniziava così un ulteriore fase della sua intensa vita professionale, che riassumeva quanto fatto negli anni e apriva un percorso completamente nuovo.

In questa veste è stato tra i fondatori della Associazione di Fisica biomedica (AIFB), della quale è stato presidente onorario, continuando a occuparsi di Fisica sanitaria e di radioprotezione fino alla morte, avvenuta nel 1999 a Firenze. Attraverso l’Associazione fu possibile chiedere e ottenere l’istituzione di una nuova disciplina universitaria: la Fisica Medica.

I Fisici non gradirono e la loro reazione non si fece attendere.

Non sappiamo cosa Della Corte avrebbe voluto rispondere ai suoi ‘vecchi’ Colleghi: il suo racconto si interrompe nel marzo 1999, quando Michele Della Corte si ammala. Morirà pochi mesi dopo, il 21 giugno.

Oggi sappiamo che il seguito non fu facile per la nuova disciplina. I Fisici non volevano rinunciare ma alla fine quanto Della Corte, Ladu e Petralia avevano pensato è divenuto realtà. La Fisica biomedica è oggi un insegnamento caratterizzante del primo anno degli studi di Medicina ed è assolutamente inquadrato nello studio del corpo umano e della sua fisiologia.

Quello che emerge dalle pagine della “Lettera ai nipoti” che Della Corte ci ha lasciato e dal libro che sua figlia Laura Della Corte ha voluto donarci, arricchendo lo scritto originale con pensieri di sua madre Liliana e sue riflessioni, è lo straordinario percorso di un giovane studioso che si muove tra passione per lo studio della Fisica, un forte impegno politico vissuto più che ostentato e un amore senza limiti per la sua grande famiglia.

 

Note

[i] Le carte di Michele Della Corte sono state donate in copia all’Istituto storico della Resistenza in Toscana dalla figlia dottoressa Laura Della Corte nella primavera 2015. Gli originali sono conservati presso la Biblioteca di Scienze dell’Università di Firenze, all’interno del più ampio fondo Della Corte là depositato. https://siusa-archivi.cultura.gov.it/cgi-bin/siusa/pagina.pl?TipoPag=comparc&Chiave=416755

[ii] M. Della Corte, Io e il mondo, Effigi Edizioni 2024.

[iii] Orso Mario Corbino (1876-1937) è stato un Fisico e politico italiano. Nel 1926, chiamando a Roma Enrico Fermi e Franco Rasetti, diede avvio alla Scuola dei Ragazzi di via Panisperna. Tale denominazione venne infatti data al gruppo di scienziati italiani, quasi tutti molto giovani e con a capo Enrico Fermi, che negli anni Trenta operò presso il Regio istituto fisico dell’Università di Roma, ubicato fino al 1935 al numero civico 90 di via Panisperna, producendo studi di importanza storica nell’ambito della Fisica nucleare.

[iv] Antonio Garbasso (1871-1933), Fisico. Dopo un periodo di studio in Germania, rientrato in Italia ha insegnato nelle Università di Torino, Pisa e Genova. Nel 1913 divenne professore a Firenze. Grazie al suo decisivo intervento venne creato tra il 1914 e il 1920 l’Istituto di Fisica di Arcetri, a lui poi intitolato. Ricoprì anche il ruolo di sindaco di Firenze dal 1920 al 1927 e di podestà fino al 1928.

[v] Carlo Ballario (1915-2002), Fisico, è stato assistente all’Università di Firenze fino al 1944. Si trasferì quindi all’Università di Bologna e infine, nel 1947, a quella di Roma.

[vi] M. Della Corte, Io e il mondo, cit., pp. 127-130.

[vii] Italo Piccagli (1909-1944) è stato Capitano dell’Aeronautica militare e partigiano. Aderì subito al movimento di Resistenza. Nel 1944 fondò il servizio informazioni di Radio CORA insieme ad Enrico Bocci (1896-1944), avvocato, partigiano e antifascista italiano conosciuto col nome di battaglia Placido.

Il 7 giugno 1944, nel tentativo di salvare i membri di Radio Cora arrestati, Piccagli e Bocci si consegnarono spontaneamente ai nazifascisti, assumendosi la responsabilità di tutta l’organizzazione, tacendo i nomi di tutti coloro che avevano partecipato al progetto, compreso quello di Michele Della Corte. Fucilati il 12 giugno 1944, hanno entrambi avuto il riconoscimento della Medaglia d’Oro al Valor militare alla memoria.

[viii] M. Della Corte, Io e il mondo, cit., p. 101.

[ix] D. Dominici, A fianco di Radio CORA: Arcetri ‘resistente’ nei ricordi di Michele Della Corte, PILLOLE DI STORIA https://www.fisica.unifi.it/upload/sub/storia/dominici2015.pdf

[x] M. Della Corte, Io e il mondo, cit., p. 237.




Tre comunità agricole all’alba della Repubblica

Mentre si delineavano le sorti della Seconda Guerra Mondiale partiti e gruppi politici si riunivano in comitati detti di liberazione nazionale per resistere all’occupante. Cessata l’occupazione militare i comitati costituirono la base politica dei governi nazionali. Sorti spontaneamente dopo l’8 settembre 1943 i CLN, articolati in comitati regionali, provinciali, comunali, rionali e aziendali, chiamarono gli italiani alla lotta e alla resistenza. Il caso di studio qui presentato riflette sull’operato comunale dei CLN, concentrandosi in particolare sul difficile passaggio dal regime fascista alla nuova democrazia affrontato da tre comunità agricole del sud della Provincia di Siena: Montalcino, Buonconvento e San Giovanni d’Asso. Le vicende politiche di questi comuni nel periodo compreso tra il 1944 e il 1946 portano in luce le contraddizioni di una società ancora legata alle gerarchie agricole insite nel da poco tramontato regime fascista, ma volenterosa di un’innovazione democratica caratterizzata dall’operato del CLN.

A Buonconvento, un comune rurale con una popolazione di poco superiore ai 3.000 abitanti, a partire dalla sua liberazione (26 giugno 1944) si presenta un clima politico e sociale confusionario. Una marcata continuità tra regime fascista e inizio dell’esperimento democratico viene in luce con Mario Costanti che, indisturbato, cambierà solamente il nome della sua nomina: da podestà a sindaco. A sostituirlo sarà Ugo Pallavicini che, come si legge nei verbali delle sedute della Giunta Municipale, tende verso il partito liberale, «è cognato dell’ex gerarca del P.N.F Pascolato, e ebbe per poco più di un mese la carica di commissario del Fascio di Chiusdino. Si tiene, però, a chiarire che [… negli ultimi tempi dissentiva in pieno dalle idee e dai sistemi fascisti»[1]. La situazione politica era allora presentata come «scevra di preoccupazioni e tranquilla, sia per l’indole serena della popolazione che per le persone preposte dagli Alleati e dal CLN al governo della cosa pubblica». A prendere il posto di Pallavicini, che lascerà la carica per trasferire altrove la sua residenza, sarà il ragioniere Faliero Fusi: un incarico che avrà durata molto breve (dal 5 al 22 ottobre del 1944). La conseguenza delle sue dimissioni porterà a una situazione politica confusionaria: da una parte il CLN di Buonconvento propone come sindaco Alessandro Mariotti, dall’altra la prefettura di Siena «ritenuta la necessità di assicurare la continuità dell’amministrazione comunale» nomina Paolo Ingicco come commissario prefettizio. Il CLN di Buonconvento, in risposta a tale nomina, vista la disgraziata situazione economica del Comune per cui non può sostenere lo stipendio di un commissario, nomina un’altra Giunta con sindaco Mario Mangini. Il clima che viene ad instaurarsi non è per nulla sereno: con una lettera dei carabinieri del loco si viene a sapere che «tra i membri del CLN è stata notata una certa disorganizzazione, sfavorevolmente commentata dal pubblico. Viene criticato in pubblico il comportamento del sindaco di Buonconvento, che oltre a essere incompetente trascura i doveri del suo ufficio». Per quanto esposto il CLN rassegnerà le dimissioni. L’andamento dell’amministrazione si fa caotico: il sindaco Mangini scompare dal suo ufficio e viene rappresentato da un giovane, Sergio Sampieri, preposto dalla Sezione comunista, senza alcuna autorizzazione preventiva. La situazione si stabilizzerà solo con la nomina a sindaco di Ugo Moretti, un fabbro nato nel 1903 iscritto al PCI, ritenuto di stima e considerazione nella popolazione di Buonconvento. Moretti manterrà la carica di sindaco fino alle elezioni del 3 marzo 1946 che lo riconfermeranno nel suo ruolo con l’82% di voti a favore.

Montalcino, nel periodo compreso tra la sua liberazione (27 giugno 1944) e le elezioni del 1946, presenta un solo nome di sindaco: il Conte Elvio Costanti. Tuttavia le contraddizioni tra fascismo e nuova democrazia non fanno fatica a presentarsi. Ciò che attanaglia il comune di Montalcino è la situazione penale di Costanti. Il “conte rosso”, come era chiamato a Montalcino in quanto nobile proprietario terriero affiliato al Partito Comunista, era stato condannato per corruzione attiva continua e concorso in falso continuato per aver ottenuto sotto pagamento una licenza di convalescenza che lo dispensava dal servizio militare. Venne perciò invitato dal Prefetto di Siena a rassegnare le dimissioni, in quanto tali precedenti ostacolavano la sua carica di sindaco, consigliandogli di giustificare l’atto dimissionario secondo motivi di salute. Il fatto di esser stato condannato per non aver servito la causa nazi-fascista non sembrava affatto, per Costanti, una ragione di vergogna, piuttosto un titolo di merito, in quanto «se tutti avessimo agito allo stesso modo» scrive il sindaco «invece che servire con fedeltà e zelo il governo fascista […] come ha fatto il prefetto […] certo che l’Italia non si troverebbe oggi nelle tragiche condizioni in cui è caduta». La fermezza del “conte rosso”, la fiducia affermata dal CLN nei suoi confronti poiché «i reati furono oggetto di lotta contro il regime allora predominante che volle la guerra», il consenso delle autorità alleate e il pieno sostegno dal voto spontaneo del popolo ilcinese, che con la raccolta di 2.046 firme dimostrò la sua solidarietà, portarono Elvio Costanti a rimanere nella carica di sindaco fino alle elezioni del 31 marzo 1946.

San Giovanni d’Asso, comune che all’epoca contava poco più di 2.000 abitanti, inizia il suo esperimento democratico con il sindaco conte Gastone Piccolomini Bandini. La sua esperienza sarà di breve durata. In una lettera inviata al Prefetto di Siena in data 26 maggio 1945 si legge: «il mio compito di amministratore ha compiuto il suo termine e solo oggi […] posso dire che ho fatto tutto il possibile per far rinascere con i fatti e con le parole le speranze di tutta la popolazione in un mondo migliore. Rassegno le dimissioni per motivi personali […], ho deciso di laurearmi, e tutto il mio impegno e la mia volontà devono essere ora destinati a questo scopo […]. Il compito di sindaco che deve fare il suo dovere al di sopra di qualsiasi interesse personale male si addice a quello di uno studente che lavora esclusivamente per sé e per il suo futuro». Delle dimissioni, quelle di Piccolomini, che, a quanto parrebbe, non sono indotte da motivazioni politiche, da motivazioni esterne o di partito, ma solo da esigenze personali. Lascerà il Comune nelle mani di 6 assessori da lui ritenuti l’impersonificazione dell’onestà e della rettitudine, i quali porteranno all’unanimità, insieme al CLN locale, a eleggere Guido Vegni, segretario della locale sezione del PCI e proprietario agricolo nato nel 1902, alla carica di sindaco. Vegni reggerà le redini del Comune di San Giovanni d’Asso fino alle elezioni del 10 marzo 1946, alle quali sarà riconfermato nel suo ruolo con il 79,2% di preferenze.

Sono sindaci, quelli nominati dei comuni di Buonconvento, Montalcino e San Giovanni d’Asso, che evidenziano a pieno il primo esperimento democratico affrontato dall’Italia nella faticosa costruzione dei meccanismi di uno Stato “nuovo”, con lo scarto tra l’alta architettura ideale e la sua vita concreta. Intessute a tutto ciò stanno le eredità del fascismo da elaborare, qui portate in luce da molti casi: dal processo al Conte Costanti per aver nei fatti ostacolato la causa nazi-fascista, alla nomina al ruolo di sindaco di personalità che rispecchiano ancora la riconoscenza del potere politico e sociale nell’aristocrazia agricola. Ma tra le righe traspare tutta la volontà di una nuova vita dedicata alla democrazia: dal “referendum” popolare in sostegno alla causa del “conte rosso”, fino alla riconoscenza del ruolo dei nuovi partiti democratici, in particolar modo nel PCI, nella gestione della cosa pubblica.

Queste due entità che coesistono, l’ordine e la disciplina e la riconoscenza della nuova democrazia popolare, ben si possono leggere tra le righe del verbale di una seduta della Giunta municipale di Buonconvento lasciataci in data 22 dicembre 1944: «questa amministrazione comunale costituita con la rappresentanza di tutti i partiti politici in spirito di perfetta collaborazione […], afferma la propria volontà di dare opera fattiva e proficua in perfetta disciplina e ordine, per superare le difficoltà odierne e contribuire alla ricostruzione in atto e al benessere della popolazione tutta senza distinzione di classe».

 

Bibliografia di riferimento:

  • A cura di Marco De Nicolò e Enzo Fimiani, Dal fascismo alla Repubblica: quanta continuità? Numeri, questioni, biografie, Roma, Viella, 2019.
  • Alessandro Orlandi, Riccardo Bardotti, Michelangelo Borri, Pietro Clemente, Laura Mattei, Storia della Resistenza senese, Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età Contemporanea “V. Meoni”, Siena, Betti Editrice, 2021.
  • Federico Chabod, L’Italia contemporanea (1918-1948), Torino, Giulio Einaudi Editore, 1961.

[1] Tutti i documenti citati provengono dai verbali delle sedute dei consigli delle Giunte Municipali e dalle corrispondenze tra CLN locali, CLN provinciali e la Prefettura di Siena, presenti negli archivi comunali di Buonconvento, Montalcino e San Giovanni d’Asso (oggi confluito nel comune di Montalcino).




«Ecco ancora una volta la voce solenne dell’Etruria antica nella Maremma». Note sull’uso politico della storia antica nella Grosseto fascista [1]

«I nostri localisti sparirebbero, come gruppo organico,

se fosse possibile dimostrare, ciò che è augurabile,

che gli Etruschi non sono mai esistiti»[2]

 

La colonna romana collocata nel 1938 sul Bastione Mulino a vento,, oggi collocata nel Giardino dell’Archeologia

Il 24 maggio 1938 il prefetto di Grosseto, Enrico Trotta, su sollecitazione del R. Provveditore agli studi Niccolò Piccinni, inviò una lettera alla Presidenza del Consiglio dei ministri per invitare ufficialmente il ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai a presenziare ad alcune cerimonie organizzate in diversi centri della provincia. Con ogni probabilità, l’invito mirava a richiamare l’attenzione del ministro su una grave anomalia: a Grosseto mancava una sede autorizzata a svolgere gli esami di abilitazione magistrale e di maturità classica, circostanza che la rendeva l’unico capoluogo di provincia in Italia in tale condizione. Si trattava, come si sottolineava, di una «questione di prestigio» per una città in rapida crescita demografica, ormai avviata verso la trasformazione da borgo rurale a moderno centro di servizi, nonché di un «riconoscimento di una legittima aspettativa dei cittadini, delle autorità e delle gerarchie fasciste»[3].

Il viaggio, previsto «possibilmente verso la metà del prossimo giugno», avrebbe visto la partecipazione del ministro all’«inaugurazione di oltre duecento gagliardetti delle scuole elementari» e alla «posa della prima pietra dell’Istituto tecnico minerario di Massa Marittima» che coronava «un’annosa aspirazione di quella città» a dotarsi di un istituto che formasse i quadri della maggiore industria del territorio. Tra le due iniziative, era poi stata programmata una cerimonia dall’alto valore simbolico: «l’inaugurazione di una colonna romana sulle mura medicee del capoluogo, in ricordo della celebrazione del bimillenario di Augusto»[4].

La mancata partecipazione del Ministro – impossibilitato a raggiungere la provincia per i «troppi impegni per l’anno in corso»[5] – non impedì tuttavia il regolare svolgimento della celebrazione augustea, il 17 di giugno, che si aprì con un’orazione pubblica del prof. Francesco Moggio del R. Liceo ginnasio “Carducci-Ricasoli” e vide la consegna «da parte delle scuole di una colonna romana, tratta dagli scavi dell’antica Roselle ed eretta sui bastioni della città, per significare la continuità dell’idea di Roma da Augusto a Mussolini», accompagnata dall’esecuzione, da parte del coro dell’Istituto magistrale, «dell’inno a Roma e degli altri della Patria fascista»[6].

Espressione di quella tendenza all’occupazione del tempo sociale, all’imposizione di un nuovo senso della Storia e alla riorganizzazione del calendario civile precocemente espressa dal regime[7], la celebrazione del bimillenario della nascita di Augusto costituì «l’apice dell’identificazione del fascismo con la romanità»[8]. A seguito della conquista dell’Etiopia, il regime aveva infatti accentuato la propria identificazione con un immaginario di tipo imperiale, elaborato e diffuso anche grazie all’opera di storici e intellettuali militanti, che contribuirono a trasformare Mussolini in «un vero e proprio alter ego di Augusto»[9].

Diversamente da altri anniversari legati a personaggi della res publica, come quelli dedicati alla nascita di Orazio (1930) e di Virgilio (1935), il bimillenario augusteo fu accompagnato da un articolato programma di celebrazioni. Sul piano nazionale esso trovò la sua espressione più evidente nell’inaugurazione della Mostra Augustea della Romanità, aperta a Roma il 23 settembre 1937 in concomitanza con la riapertura della Mostra della Rivoluzione fascista[10]. Parallelamente, a livello locale furono promosse iniziative di varia natura, nelle quali si realizzarono le più disparate pratiche di «appropriazione/reinvenzione della storia di Roma» in funzione propagandistica[11].

Area degli scavi archeologici di Roselle (Credits: https://museitoscana.cultura.gov.it)

A Grosseto, come si è visto, le celebrazioni assunsero la forma di una vera e propria riconsacrazione di un reperto archeologico elevato a simbolo della romanità. Ciò serviva a richiamare la filiazione diretta del capoluogo della Maremma dall’antica Roselle, oggetto di scavi nella seconda metà degli anni Venti sull’onda di un crescente interesse storico e identitario. Importante centro della dodecapoli etrusca, poi conquistata dai Romani e ulteriormente sviluppatasi a cavallo tra il III e il II secolo a.C. – quando fornì grano e legname per la flotta di Publio Cornelio Scipione diretta sulle coste cartaginesi – Roselle era divenuta sede vescovile tra il IV e il V secolo d.C. Fu progressivamente abbandonata dai suoi abitanti nei secoli successivi, e nel 1138 la cattedra vescovile venne trasferita nel borgo di Grosseto, sorto lungo la via Aurelia in una posizione più facilmente difendibile dagli attacchi provenienti dal mare[12].

Tra il 1937 e il 1938, parallelamente alle iniziative promosse in occasione del bimillenario augusteo, videro la luce alcuni contributi storico-archeologici dedicati al capoluogo e a diversi centri della provincia di Grosseto. Si trattava di lavori generalmente di modesto valore scientifico e poco inclini a confrontarsi con la ricerca accademica, ma che ben si prestavano a essere utilizzati come strumenti di celebrazione della romanità fascista[13]. Gli autori appartenevano ai diversi filoni della cultura erudita locale e avevano aderito con anticipo e convinzione alle politiche culturali del regime; la loro attenzione era orientata – per usare un’espressione di Luciano Bianciardi – verso il «problema delle origini»[14], in contrasto con l’approccio degli intellettuali più giovani, impegnati invece a costruire, attraverso la letteratura e le arti figurative, l’immagine di una provincia “redenta” dalla bonifica integrale e destinata ad assumere un ruolo di rilievo nella cultura nazionale[15].

A. Salvetti, 1929, Ritratto di Monsignor Antonio Cappelli, olio su tela, conservato nel Museo di arte sacra della Diocesi di Grosseto

Tra le figure più rilevanti di questo gruppo spiccava Antonio Cappelli – il «canonico dottissimo e sordo» ricordato da Geno Pampaloni[16] – punto di riferimento della cultura grossetana. Cappelli dirigeva il Museo civico, il Museo diocesano e la Biblioteca Chelliana, oltre al “Bollettino della Società storica maremmana”, rivista che nei primi anni aveva ospitato contributi di Gioacchino Volpe e del giovane Ranuccio Bianchi Bandinelli, prima di trasformarsi, nel 1931, nell’organo del locale Istituto fascista di cultura[17]. Fu proprio Cappelli a impegnarsi con particolare costanza nella costruzione di una mitologia storica fondativa del capoluogo, incentrata soprattutto sul periodo medievale[18].

Assai più attento agli studi e alla divulgazione delle più recenti scoperte archeologiche era il pubblicista Pietro Raveggi, fondatore del Civicum antiquarium annesso alla biblioteca di Orbetello e, dal 1936, membro della locale Commissione propaganda. A lui si devono ricerche sulla città lagunare, su Ansedonia-Cosa, Talamone e sull’area meridionale della provincia, caratterizzate da un livello scientifico più rigoroso rispetto alla produzione coeva[19]. Come Cappelli, Raveggi ricopriva da molti anni l’incarico di Regio ispettore onorario per le antichità e l’arte nella provincia, funzione che gli fu confermata proprio nell’anno del bimillenario augusteo[20].

Lo studioso che nel biennio 1937-1938 si impegnò più sistematicamente nella valorizzazione della romanità in chiave fascista – espressione di quel «filone erudito più attento alla retorica di campanile che al rigore della ricerca»[21] – fu tuttavia Adone Innocenti, autore di due contributi dedicati a Roselle. In un breve articolo, L’antica via Aurelia attraverso il territorio rosellano, egli ripercorreva la genesi di «una delle più famose e magnifiche strade romane», insistendo sulla sovrapposizione di parte del suo tracciato con un’arteria più antica che collegava Roselle e Vetulonia: «Ecco ancora una volta la voce solenne dell’Etruria antica nella Maremma, che vide le legioni romane marciare sulle strade consolari al cospetto del “Mare nostrum” solcato dalla potenza marinara di Roma»[22].

Come si evince da questo testo, anche per gli intellettuali locali più allineati all’ideologia fascista appariva molto complesso celebrare la presunta romanità di Grosseto senza far riferimento alla persistenza di un radicato “sostrato etrusco” che, fin dalla metà dell’Ottocento, era divenuto un elemento costitutivo dell’identità maremmana[23] inizialmente condivisa dalle élites cittadine e, in seguito, grazie al crescente numero di scoperte archeologiche, divenuto patrimonio della cittadinanza intera[24].

Il canonico Giovanni Chelli

A conferma di ciò – e riproponendo una polemica, di ascendenza sette-ottocentesca, nei confronti di Roma e della sua eredità storica – alcuni intellettuali cittadini, ancora alla fine degli anni Venti, continuavano a contrapporre etruschi e romani, richiamandosi alla narrazione codificata dal canonico Giovanni Chelli nel 1849, fondatore del museo e della biblioteca cittadini, il quale accusava i Romani di aver sfruttato in modo irrazionale le risorse naturali e di aver compromesso l’equilibrio ambientale della regione[25].

Un esempio significativo di tali frizioni, che ostacolarono sul piano locale la completa assimilazione degli Etruschi all’interno del «mito unitario della romanità»[26], è offerto dal fascicolo dedicato a Grosseto della collana Cento città d’Italia illustrate, pubblicato sul finire degli anni Venti da Sonzogno. Riflettendo sulla decadenza delle città etrusche e, più in generale, della Maremma, l’autore del saggio, il preside del R. Liceo-ginnasio “Carducci Ricasoli” Enrico Fatini, scriveva:

Cento città d’Italia illustrate, numero dedicato a Grosseto

Forse giova pensare che i Romani abbiano incontrata accanita resistenza nell’assoggettare questo popolo generoso e fiero, e però si siano mostrati inesorabili con esso, sino a disperderne la memoria per poterne soffocare con questa ogni anelito di libertà. Sotto i Romani, il paese, trascurato e disertato, iniziò il suo disfacimento[27].

Queste dinamiche legate all’identità etrusca non si spiegano soltanto in termini di continuità culturale. Dal canto suo, il regime fascista aveva promosso, a partire dal 1925, «un processo di istituzionalizzazione dello studio degli Etruschi» sul piano nazionale: dalla creazione della prima cattedra di Etruscologia all’Università di Roma, alla convocazione dei primi convegni nazionali, fino all’organizzazione dell’Istituto di studi etruschi[28]. Il fascismo mirava a individuare nel popolo etrusco l’origine di un primigenio laboratorio dell’italianità, che avrebbe trovato pieno compimento nella civiltà romana; dal punto di vista “razziale”, gli Etruschi venivano inoltre considerati l’anello iniziale di una continuità di sangue e di stirpe che, attraverso Roma, conduceva linearmente all’Italia di Mussolini, respingendo ogni ipotesi relativa a una loro presunta origine non autoctona.

Ascia bipenne rinvenuta nella c.d. Tomba del Littore a Vetulonia nel 1898

A sostegno di tale genealogia veniva spesso richiamata l’origine etrusca del simbolo stesso del regime: il fascio littorio, la cui legittimazione archeologica era affidata al ritrovamento, avvenuto a Vetulonia nel 1898, di un’ascia bipenne racchiusa da lamine in metallo rinvenuta nella cosiddetta Tomba del Littore[29].

Sul piano locale, l’idea di una filiazione diretta tra l’Etruria e la “Terza Roma” mussoliniana trovò terreno fertile tra gli intellettuali coinvolti nell’organizzazione della cultura e della propaganda. Come scriveva Pietro Raveggi a proposito della città di Heba, «il problema etrusco si confonde con quello delle origini stesse della civiltà italica» e solo grazie al fascismo e al Duce era stato possibile «dar vita e forma a questo rifiorente culto verso la nostra antica tradizione»[30].

Nel 1943 si ebbe invece un intervento culturale di più ampio respiro, promosso direttamente dal provveditorato agli studi. In quell’anno venne infatti avviata la pubblicazione, a cura dello stesso provveditorato, di una collana di monografie sugli etruschi da distribuire nelle scuole medie della provincia. Nella Premessa del primo volume, ristampa di una ricerca dell’etruscologo Pericle Ducati del 1933, il provveditore Ernesto Lama sottolineava il ruolo primigenio della civiltà etrusca nella genealogia italica:

gli Etruschi potrebbero rivendicare una precisa funzione, oltre che nell’etnogenesi italiana, anche nella formazione storica di Roma, che dalla cultura e dalla potenza degli Etruschi trasse efficaci elementi, specie nel primo periodo, per la sua grandiosa costruzione[31]

Successivamente Lama si rivolgeva agli alunni della Maremma, motivando le ragioni dell’iniziativa editoriale con queste parole, che richiamavano la necessità di integrare il piano dell’identità locale e di quella nazional-patriottica:

Il fascino e l’ansia che sospingono l’odierna Maremma a ricercare l’origine della sua gente nel proprio sottosuolo, disseminato di tombe e di avanzi gloriosi, sembra perpetuare una volontà di potenza giammai estinta, oltre che costituire una nobile rivendicazione dello spirito severo degli antichissimi padri, della loro vita operosa ed espansiva, delle loro molteplici e gloriose attività. Portare un qualche contributo a questa nobile aspirazione dei Maremmani e, nello stesso tempo, chiarire, precisare e divulgare problemi di cultura che valgano ad illuminare la perenne gloria legata in ogni epoca, sin dalle antichissime età, alla storia d’Italia, sono i motivi e le finalità che hanno ispirato questa raccolta di brevi monografie, la cui pubblicazione si inizia in un momento fatidico ed augurale della nostra Italia, come per trarre dal profondo della storia gli auspici per l’avvenire[32].

In conclusione, appare evidente come già in epoca fascista il culto della romanità fascista non avesse trovato, nel marginale contesto sociale e culturale grossetano, un terreno realmente fertile. Da questa discrepanza, si avviò così una dinamica destinata a emergere con particolare nettezza nel secondo dopoguerra, quando, tanto nell’ambito archeologico quanto nell’opinione pubblica locale, si sarebbe progressivamente consolidata una tradizione filoetrusca, mentre il disinteresse per l’eredità romana sarebbe risultato sempre più evidente, nonostante la presenza sul territorio di scavi di grande rilievo[33]. La forte identità etrusca della Maremma, costruita dalle élite intellettuali cittadine fin dall’Ottocento, non solo resistette alle pressioni ideologiche del regime, ma finì anzi per rimodulare almeno in parte e secondo una logica di continuità locale, la stessa ricezione della politica culturale fascista.

Note

[1] L’autore ringrazia Michele Gandolfi, Adolfo Turbanti ed Elena Vellati per aver letto e commentato la prima stesura di questo contributo.

[2] Luciano Bianciardi, I localisti in «La Gazzetta», 13 settembre 1952 ora in Id., Tutto sommato. Scritti giornalistici 1952-1971, vol. 1, ExCogita, Milano 2022, pp. 101-102.

[3] Archivio di Stato di Grosseto (ASG), R. Prefettura, Gabinetto, b. 690, lettera del prefetto Trotta alla Direzione generale dell’Istruzione media classica del ministero dell’Educazione nazionale, 26 aprile 1938. Sul peculiare sviluppo sociale e urbanistico di Grosseto si veda Gian Franco Elia, Città malgrado. Profilo dello sviluppo urbano, in Simone Neri Serneri, Luciana Rocchi (a cura di), Società locale e sviluppo locale. Grosseto e il suo territorio, Carocci, Roma 2003, pp. 105 e ss.

[4] ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 691, lettera del prefetto Trotta alla Presidenza del Consiglio dei ministri, 24 maggio 1938.

[5] ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 691, lettera del Ministro Bottai al prefetto Trotta, 10 giugno 1938.

[6] ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 691, invito per la celebrazione del bimillenario augusteo, 14 giugno 1938.

[7] Cfr. Piergiorgio Zunino, L’ideologia del fascismo. Miti, credenze e valori nella stabilizzazione del regime, Il Mulino, Bologna 1985, pp. 63-129; Claudio Fogu, The Historic Imaginary: Politics of History in Fascist Italy, Toronto University Press, Toronto 2016; Paola S. Salvatori (a cura di), Il fascismo e la storia, Edizioni della Normale, Pisa 2020.

[8] Aristotle Kallis, “Framing” Romanità: The Celebrations for the Bimillenario Augusteo and the Augusteo-Ara Pacis Project, in “Journal of Contemporary History”, vol. 46, n. 4, 2011, pp. 809-831 [traduzione mia].

[9] Andrea Giardina, André Vauchez, Il mito di Roma. Da Carlo Magno a Mussolini, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 248.

[10] Cfr. Alessandro Cavagna, Il «benefico impulso di Roma»: la Mostra augustea della romanità e le province, in Paola S. Salvatori (a cura di), Il fascismo e la storia, cit., pp. 51-72.

[11] Cfr. Piergiovanni Genovesi, Propaganda di regime tra centro e periferia. Una celebrazione “locale” della romanità fascista, in “SPES”, n. 9, 2019, pp. 71-91

[12] Doro Levi, Il Museo di Grosseto e gli scavi di Roselle, “Maremma. Bollettino della società storica maremmana”, n. 3, 1926-1927, pp. 81-87.

[13] Cfr. ad esempio Adone Innocenti, Roselle e il suo territorio, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1938; Ildebrandino Rosso, Saturnia, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1938; Pietro Raveggi, Ansedonia, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1937; Id., Sull’identificazione di Talamone etrusco-romano, Bollettino di Statistica del Comune di Grosseto, aprile 1938, pp. 1-8

[14] Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale, Feltrinelli, Milano 2009 [1957], pp. 5-12. Per una panoramica su queste figure si rimanda a Carlo Citter, Il progresso degli studi fra’800 e ‘900: la nascita dell’archeologia e i primi studiosi locali in Id., Antonia Arnoldus-Huyzendveld (a cura di), Archeologia urbana a Grosseto. Vol. I: La città nel contesto geografico della bassa valle dell’Ombrone. Origine e sviluppo di una città medievale nella “Toscana delle città deboli”, All’insegna del giglio, Firenze 2007, pp. 5-6.

[15] Centrale fu l’esperienza della rivista di arti e letteratura Ansedonia diretta da Antonio Meocci. Cfr. Simone Giusti, «Ansedonia» e «Mal’aria», due riviste di letteratura e arte in Maremma in Enrico Crispolti, Anna Mazzanti, Luca Quattrocchi (a cura di), Arte in Maremma nella prima metà del Novecento, Silvana, Milano, 2006, pp. 305-309. Sul contesto generale mi permetto di rimandare a Stefano Campagna, «Dobbiamo aver coscienza del nostro provincialismo culturale». Intellettuali, politica e cultura a Grosseto dal fascismo al miracolo economico di prossima pubblicazione nel Quaderno n. 20 della Fondazione Luciano Bianciardi.

[16] Geno Pampaloni, Prefazione in Antonio Meocci, Maramad, Barulli, Roma 1969, p. 12. Su Antonio Cappelli si veda Mariagrazia Celuzza, Il canonico Antonio Cappelli (1868-1939) in Cristina Gnoni Mavarelli, Laura Martini (a cura di), La cattedrale di San Lorenzo a Grosseto. Arte e storia dal XIII al XIX secolo, Silvana, Milano 1996, pp. 105-116.

[17] Fondato nel 1923 da un comitato promotore composto da studiosi locali e di rilevanza nazionale, il Bollettino della società storica maremmana cessò definitivamente le sue pubblicazioni nel 1936. Sarà poi rifondato negli anni Sessanta. Cfr. Mariagrazia Celuzza, Etruschi per forza: l’archeologia della Maremma e l’identità del territorio in Ead., Elena Vellati (a cura di), La grande trasformazione. Maremma tra epoca lorenese e tempo presente, Isgrec-Effigi, Arcidosso 2019, p. 156.

[18] A questo proposito si veda Antonio Cappelli, La signoria degli Abati del Malia e la repubblica senese in Grosseto, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1931.

[19] Cfr. ad esempio Pietro Raveggi, La Sub-Cosa e il Vico Cosano: contributo allo studio dei suburbii e vichi etruschi in Alcune comunicazioni presentate al 1. Convegno nazionale etrusco, Stabilimento tipografia sociale, Cortona, 1926. Su Raveggi si veda Giovanni Damiani, Pietro Raveggi. La vita e le opere, Effigi, Arcidosso, 2015.

[20] Cfr. ASG, R. Prefettura, Gabinetto, b. 690, lettere della R. Sovraintendenza all’arte medievale e moderna per la Toscana al prefetto Trotta, 13 gennaio 1938.

[21] Carlo Citter, Il progresso degli studi fra’800 e ‘900, cit., p. 5.

[22] Adone Innocenti, L’antica Via Aurelia attraverso il territorio Rosellano, Tipografia Fascista La Maremma, Grosseto 1938, p. 6.

[23] Sulla lunga durata di questo fenomeno identitario cfr. Mariagrazia Celuzza, Luciano Bianciardi, gli etruschi, il medioevo e Grosseto: una questione di identità? in Valentino Nizzo, Antonio Pizzo (a cura di), Antico e non antico. Scritti multidisciplinari offerti a Giuseppe Pucci, Milano, Mimesis 2018, pp. 105-106.

[24] Cfr. Ead, Etruschi per forza, cit. pp. 146-155.

[25] «Sì, questi crudeli dominatori […] non furono lenti a rapire quanto nel mio seno si conteneva di bello e raro, ad arrogarsi il godimento di ciò che non potevano rapirmi, cioè la fecondità prodigiosa del mio suolo, le miniere inesauribili, le immense foreste necessarie un tempo alla costruzione navigli […]. Ma costoro ricambiarono tanti miei benefizi colla più nera ingratitudine; perché è da essi che io ripeto la prima cagione della insalubrità del mio clima» (Giovanni Chelli, La Maremma personificata che narra le sue passate e presenti vicende, Stamperia sulle logge del grano, Firenze 1846, pp. 54-55, cit. in ivi, p. 147)

[26] Andrea Avalli, Il mito della prima Italia. L’uso politico degli Etruschi tra fascismo e dopoguerra, Viella, Roma 2024, p. 6 [versione ebook].

[27] Le cento città d’Italia illustrate. Grosseto, la Maremma risanata, Sonzogno, Milano, s.d. [1926-1929], pp. 3-4.

[28] Cfr. Andrea Avalli, Il mito della prima Italia, cit., pp. 51-87 [versione ebook].

[29] Cfr. Paola S. Salvatori, Romanità e fascismo: il fascio littorio in “Forma Urbis”, n. 6, 2013, pp. 34-52.

[30] Pietro Raveggi, Heba e la sua necropoli, in “Maremma. Bollettino della società storica maremmana”, n. 3, 1934, p. 3.

[31] Ernesto Lama, Introduzione in Pericle Ducati, La formazione del popolo etrusco, R. provveditorato agli studi di Grosseto, Grosseto 1943 [1933], p. VII.

[32] Ivi, p. VIII.

[33] Cfr. Mariagrazia Celuzza, Etruschi per forza, cit. pp. 158.




Giuseppe Piccinetti, un socialista “di carattere ardito”.

Nel centenario della sua drammatica uccisione, la popolare figura di Giuseppe Piccinetti appare di assoluto rilievo nella storia del socialismo livornese, anche se del tutto trascurata dalla storiografia locale[1].
Nato a Livorno il 12 febbraio 1876, figlio di Silvestro ed Eufemia Terzetti, la sua vita e la sua militanza risultano strettamente legate al quartiere di S. Jacopo, abitato soprattutto da operai e qualche pescatore, a ridosso del lungomare, dove all’epoca vi erano concentrate alcune vetrerie e una fonderia.
Dal fascicolo del Casellario Politico Centrale a lui intestato – da non confondersi con l’omonimo militante comunista, suo nipote[2] – è possibile desumere varie informazioni biografiche[3].
Dopo aver frequentato le prime classi elementari, iniziò a lavorare da muratore, venendo poi assunto come cantoniere comunale (stradino). «Anarchico di nascita, ma socialista fin da gioventù», assunse ruoli politici e sindacali di primo piano.
Nell’aprile del 1906 venne eletto, con il maggior numero dei voti (892, due più di Russardo Capocchi, segretario della FIOM), nella giunta esecutiva della Camera del Lavoro nonché nominato segretario della Camera stessa. Nel maggio seguente anno, «unico renitente al crumiraggio», fu punito con una sanzione disciplinare dall’Amministrazione municipale per essersi rifiutato di sostituire i netturbini comunali in sciopero[4]. Nel 1909, risultò confermato nella giunta camerale con 1040 voti, così come nel giugno 1919.
Inoltre, dal 1904 al 1910, fece parte del consiglio della Cooperativa di Consumo “Avanti” con sede presso la Vetreria Operaia Federale, in piazza delle Isole (dal 1903 p.za Brin), in S. Jacopo.
Già nel gennaio 1914, «accusato di reato ideologico, come impiegato comunale e dirigente sindacale», era stato oggetto di una denuncia per aver sostenuto lo sciopero dei dazieri, venendo difeso da un comitato d’agitazione, promosso dai socialisti in sua solidarietà («Corriere di Livorno», 30 gennaio 1914); ma risale all’ottobre seguente

Via dell’Eremo n. 1

la sua “schedatura” da parte degli organi di polizia, quale socialista, abitante in via dell’Eremo 1, coniugato con Maria Lubrano (1883-1967) e, dal 1906, padre di Bruno (futuro militante comunista[5]).
Nello stilarne il “profilo biografico”, vennero annotati i suoi “precedenti” giudiziari, per lo più legati a reati inerenti la stampa, in quanto oltre che collaboratore fu per diversi anni gerente responsabile de «La Parola dei Socialisti», il giornale della sezione livornese, fondato nel 1901.
Sempre secondo la polizia, inoltre, era in relazione con i socialisti livornesi Francesco Ulivelli, Umberto Cei, Riccardo Pierotti, Guido Tognetti, Italo Della Croce e, ovviamente, Giuseppe Emanuele Modigliani.
«Nel 1909, la sera del 12 ottobre fu Giuseppe Piccinetti che in sede di Consiglio dei Delegati delle Leghe adunate alla Camera del Lavoro chiese ed ottenne l’immediata proclamazione dello sciopero generale di protesta per l’assassinio di Francisco Ferrer. Si formarono le squadre e il Piccinetti fu tra i migliori organizzatori. La notizia dello sciopero venne subito portata dal Piccinetti stesso in Consiglio Comunale, adunato in sessione ordinaria e Modigliani Consigliere di minoranza dell’Amministrazione Malenchini prese la parola e commemorò in un religioso silenzio il fondatore della Scuola Moderna Francisco Ferrer. Il movimento riuscì in pieno e fiera fu la protesta della Livorno anticlericale».
Durante la Settimana rossa, il 10 giugno 1914, Piccinetti cercò «di fare opera pacificatrice, quando elementi facinorosi tentano con forza di invadere la Camera del Lavoro, devastandola, perché non soddisfatti dell’ordine di cessazione dello sciopero dato dalla Confederazione Generale del Lavoro».
Nonostante che nell’opinione questurina fosse ritenuto «di mediocre intelligenza» e «alcuna coltura», ebbe a dimostrarsi un efficace oratore, tenendo numerosi comizi e conferenze socialiste, partecipando anche al comizio anticlericale del 22 maggio 1913[6] e all’inaugurazione del Circolo di studi sociali l’8 dicembre dello stesso anno, assieme all’anarchico Virgilio Mazzoni di Pisa.
Ma fu soprattutto, fra il novembre 1914 e il maggio del 1915, che si mise in evidenza tenendo almeno una decina di conferenze contro la guerra, quasi tutte presso la sezione socialista di S. Jacopo, in p.za Benedetto Brin 2 (dal 1948 p.za G. E. Modigliani)[7].
Dalla relazione prefettizia riguardante la riunione svoltasi il pomeriggio del 9 maggio 1915, alla presenza di 150 persone, si apprende che Piccinetti, segretario della sezione, aveva aperto l’incontro, «annunziando che lo scopo della riunione era di discutere sulle eventualità molto prossime dell’intervento dell’Italia alla guerra Europea, che i socialisti non sono riusciti a scongiurare»; poi il socialista «si dilungò a dimostrare come l’intervento sia voluto più che altro dai capitalisti borghesi, che hanno interesse, e quindi premono sul governo come tentano di premere sulle masse per trascinarlo al macello. Disse che non spetta a loro difendere la sorella latina e che il proletariato risentirebbe gravissimo danno, se si lasciasse affascinare dagli interventisti al momento della mobilitazione. Concluse: “abbasso la guerra borghese – abbasso gli interventisti di ogni partito”»[8].
Pochi giorni dopo, con l’Italia ormai prossima ad entrare nel conflitto, il 14 maggio Piccinetti fu tra gli “antinterventisti” fermati per gli incidenti avvenuti in piazza Vittorio Emanuele[9] e l’indomani guidò in piazza Mazzini un’ultima manifestazione non autorizzata, subito sciolta dalle forze dell’ordine, di un centinaio di anarchici e socialisti[10]. In tale occasione Piccinetti venne indicato dalla polizia come socialista rivoluzionario ed arrestato, assieme ad altri sette antinterventisti, nonché incriminato per un grande cartello con «scritte sediziose» subito sequestrato.
A seguito della dichiarazione di guerra, venne subito richiamato alle armi e, dopo un primo ricovero presso l’Ospedale militare, fu inviato al fronte sul Piave, a Cavazuccherina (Ve), inquadrato quale caporale nel 199° Battaglione di Milizia territoriale, previa segnalazione alle autorità militari per vigilanza in quanto pericoloso antimilitarista.
Dopo un nuovo ricovero ospedaliero – per malattia venerea – di tre mesi in Sardegna, nel dicembre 1917 fu rinviato in zona di guerra, sempre a Cavazuccherina, venendo quasi subito denunciato al Tribunale militare di Venezia che lo condannò soltanto ad un anno e sette mesi di carcere militare (da scontare alla fine della guerra) e Lire 1000 di multa per «vilipendio dell’Esercito», grazie alla difesa assicurata dall’avvocato G. E. Modigliani, ma fu degradato ed assegnato ad una Compagnia di disciplina[11].
Tornato a Livorno a seguito dell’armistizio, Piccinetti continuò il suo impegno contro il militarismo e già il 29 dicembre 1918, quando «Mussolini venne a Livorno per un comizio al Politeama Livornese. Dopo il comizio inaugurò alla sede della Banca Commerciale una lapide e cogli applausi volarono anche i fischi. Piccinetti, presente alla cerimonia, coraggiosamente domandò la parola, ma un nugolo di poliziotti lo circondò e glielo impedì, facendolo immediatamente allontanare»[12].
Poche settimane dopo, il 2 febbraio 1919, Piccinetti potè invece intervenire in contraddittorio alla conferenza “Ai combattenti”

San Jacopo

tenuta dal tenente vicentino Michelangelo Zimolo (di lì a poco promotore del movimento fascista e in seguito gerarca di regime) sempre al Politeama, obbiettando che «la guerra ha ribadito le catene» tanto da essere interrotto dal funzionario di PS presente, a cui fecero seguito l’accompagnamento in Questura e relativa ammonizione.
Il 12 marzo seguente, secondo rapporto di polizia, Piccinetti avrebbe costituito a S. Jacopo il Circolo ricreativo socialista “Carlo Liebknecht” e, nel giugno successivo, venne ancora eletto nella giunta esecutiva della Camera del Lavoro. Nello stesso periodo, faceva parte anche del direttivo della sezione livornese della Lega proletaria MIROV (Mutilati Invalidi Reduci Orfani Vedove di guerra) e ne fu anche segretario[13].
Con tale ruolo nella Lega proletaria degli ex-combattenti di sinistra contribuì alla formazione delle strutture di difesa proletaria. La costituzione delle Guardie rosse fece infatti seguito alla decisione di organizzare una quarantina di aderenti alla Lega proletaria, scelti fra i circa duemila iscritti, per sostenere gli scioperi e difendere le agitazioni proletarie, così come era stato concordato dal socialista Piccinetti e dall’anarchico Augusto Consani che rappresentavano le rispettive componenti all’interno della Lega stessa[14].
Piccinetti partecipò quindi ai lavori del cruciale XVII Congresso socialista come componente di commissione, confermando la propria adesione al Partito socialista.
Per contrastare lo squadrismo fascista, nell’estate dello stesso anno, dopo la costituzione anche a Livorno degli Arditi del popolo, Piccinetti nel suo quartiere «ne fu l’animatore. Lo vedemmo sempre in testa indrappellato per le vie di S. Jacopo con la borraccia e il tascapane a tracolla contro le invadenti orde fasciste […] pronto a tutto»; infatti, le cronache confermano che nel rione operò una combattiva struttura ardito-popolare.
Il 27 ottobre 1925, attorno alle 13.30, in via del Camposanto (l’attuale via F. Pera), mentre Piccinetti si avviava al lavoro leggendo l’«Avanti!», gli furono esplose cinque rivoltellate, delle quali due andate a segno.
Ricoverato all’Ospedale civile in condizioni disperate, l’indomani fu operato da una equipe medica che gli estrasse un proiettile conficcato nella regione lombo sacrale – evidentemente sparato alle spalle – ma cessò di vivere nella stessa giornata, assistito da familiari e compagni, dopo aver confermato la fedeltà ai propri ideali. Il 28 ottobre ricorreva il terzo anniversario della Marcia su Roma e sulla stampa locale la sua uccisione fu derubricata come un delitto compiuto da un collega di lavoro – tale Ivo Spagnoli – ritenuto squilibrato di mente («Il Telegrafo», 29 e 30 ottobre 1925). Sconcertante la conclusione delle autorità di polizia secondo cui era deceduto: «non per motivi politici, ma perché fanatico seguace delle idee socialiste, e fu uno dei maggiori esponenti del partito in questa città». Tra i socialisti rimase infatti il dubbio che le ragioni dell’omicidio non fossero soltanto private (questioni di lavoro o gelosia, secondo le insinuazioni giornalistiche) e «profondo fu lo sdegno particolarmente contro i sicari più che per la persona scelta per il delitto».
Dopo il funerale con rito civile e la cremazione, i suoi resti furono accolti presso il Tempio cinerario del Cimitero della Cigna, ma vennero poi traslati nella tomba della moglie, deceduta nel 1967, presso lo stesso Cimitero (Blocco 1, gruppo 11).
Dopo la Liberazione, l’8 luglio 1945, era stato commemorato da socialisti e comunisti presso la Sezione socialista di S. Jacopo («Il Tirreno», 8 luglio 1945) che però sarebbe stata intitolata a R. Capocchi – F. Turati, e su «La Parola dei Socialisti» del 3 novembre 1946 fu ricordato con un articolo scritto da Gino Mannucci, suo compagno dai tempi dell’opposizione alla guerra[15].

NOTE

1 Basti dire che nel fondamentale testo di Nicola Badaloni e Franca Pieroni Bortolotti, Movimento operaio e lotta politica a Livorno 1900-1926 (Roma, Editori Riuniti, 1977); Piccinetti appare citato soltanto per la sua morte violenta. La figura e il ruolo di Piccinetti emergono invece nel saggio collettaneo Le voci del lavoro. 90 anni di organizzazione e di lotta della Camera del Lavoro di Livorno, Napoli-Roma, Edizioni Scientifiche Italiane, 1990.
2 Giuseppe Vito Egisto Piccinetti, di Antonio e Corinna Celati, nato a Livorno il 2 settembre 1902, trapanista meccanico presso il Cantiere navale Orlando, abitante in via S. Jacopo Acquaviva 38. Nel 1935 fu denunciato al Tribunale Speciale per associazione comunista e poi condannato ad un anno di carcere, scontato in attesa di giudizio (Sentenza n. 23 del 1936). Si veda Mario Tredici, L’inchiesta, la spia, il compromesso. Livorno 1935: processo ai comunisti, Livorno, Media Print, 2020, passim.
3 Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, Busta 3941.
4 «Prima di tutto io ritenni, e ritengo ancora, di non essere obbligato ad assumere, sia pure in via straordinaria, il servizio di nettezza urbana […] al secondo ordine di ragioni […] ho rifiutato perché era mio diritto rifiutare, e mi sono valso di questo diritto per una manifestazione di solidarietà operaia» (Lettera di Piccinetti al Sindaco del 18 maggio 1906, Archivio storico del Comune di Livorno).
5 Bruno Piccinetti nato a Livorno il 28 agosto 1906, occupato come cameriere e scalpellino, abitante in via dell’Eremo 2, fu arrestato nel novembre 1926 per organizzazione comunista a Venezia mentre prestava servizio militare in Marina, poi prosciolto dal Tribunale Speciale ma confinato a Ponza e Lipari per 3 anni, dove venne ripetutamente condannato per agitazioni collettive. Liberato nel gennaio 1932, subì un nuovo arresto, assieme al cugino Giuseppe, sempre per organizzazione comunista, nel gennaio 1935 e condannato dal Tribunale Speciale a 3 anni di reclusione a Civitavecchia. Liberato per amnistia nel marzo 1937, era ancora vigilato nel 1941 (CPC). Cfr. M. Tredici, L’inchiesta, la spia, il compromesso…, cit., passim.
6 Il comizio, promosso dal circolo “F. Ferrer”, si svolse in p.za B. Brin, in contrapposizione con la processione del Corpus Domini, e vi intervennero come oratori, oltre a Piccinetti, l’anarchico Virgilio Mazzoni e l’on. socialista G. E. Modigliani («Gazzetta livornese», 23-24 maggio 1913).
7 Si rimanda a Marco Rossi, Livorno antimilitarista. Cronache dell’opposizione alla guerra (1911-19119), Ghezzano, BFS, 2025.
Comunicazione del Prefetto di Livorno al Ministero dell’Interno del 10 maggio 1915 (Archivio Centrale di Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali Riservati, B. 101, F. 219, Sf. 1 “Livorno. Comizi e conferenze varie pro e contro la guerra”).
8 Complessivamente, vennero eseguiti 38 fermi di polizia. Secondo il rapporto del Prefetto, «fu dato ordine di arrestare, senz’altro, quelli già noti come pericolosi per l’ordine pubblico»: ben nove erano facchini ed almeno sei risultavano anarchici schedati (Armando Campolmi, Alfredo Cozzi, Gino Moretti, Natale Moretti, Oreste Piazzi e il diciassettenne Maceo Del Guerra).
9 Nella piazza si stava radunando un centinaio di dimostranti, per lo più anarchici e socialisti rivoluzionari, appoggiati da «un gran numero di donne», con alcuni cartelli quando l’assembramento fu sciolto con la forza; furono arrestate 8 persone che, secondo l’autorità di polizia, avevano reagito con una violenta sassaiola. Tra i fermati, rilasciati l’indomani, vi erano gli anarchici Ezio Guantini e Dino Bartolini, i socialisti Giovanni Cerri, Giulio Lucarelli ed ancora Giuseppe Piccinetti quale principale organizzatore. («Gazzetta livornese», 16-17, maggio 1915).
11 La circostanza è ricordata da Giuseppe Funaro nell’articolo Vita livornese di G. E. Modigliani, pubblicato su «La Rivista di Livorno», n. 5, sett.- ott.. 1952 (poi in «CN – Comune Notizie», n. 82 gen – mar. 2013).
12 Alla manifestazione, promossa dalla Associazioni patriottiche e tenutasi presso il Politeama, il discorso di Mussolini fu improntato all’antisocialismo e all’antibolscevismo, contrapposti alla «aristocrazia delle trincee» e di nuovo questi intervenne al momento dello scoprimento della lapide posta sulla facciata esterna della Banca Commerciale in p.za Cavour (il testo completo del discorso di Mussolini e la cronaca della commemorazione si trovano sulla «Gazzetta livornese» del 30-31 dicembre 1918).
13 La sezione livornese della Lega MIROV aveva sede presso la Camera del Lavoro, in via Vittorio Emanuele (ora via Grande), nei pressi di piazza Colonnella, e vi erano associati ex combattenti socialisti, repubblicani di sinistra e anarchici. Nel 1922, oltre a Piccinetti, del consiglio facevano parte Corrado Pagliai (segretario); il repubblicano Ezio Pini (cassiere); Virgilio, Angelo, Volpi; Guglielmo Bartolini; Werner Carlo Marquardt; Angelo Pagani; Dante Quaglierini; Antonio Ramacciotti ed Armando Tellini, mentre Giuseppe Barontini, Omero Catarsi e Sante Mattei erano incaricati per la Commissione per l’ammissione dei soci («La Parola dei Socialisti», 5 gennaio 1922; «Avanti!», 8 febbraio 1922). Cfr. Gianni Isola, Guerra al regno della guerra! Storia della Lega proletaria mutilati, invalidi, reduci, orfani e vedove di guerra (1918-1924), Firenze Lettere, 1990.
14 Successivamente, le Guardie rosse si sarebbero attivate nel settembre 1920 durante l’Occupazione delle fabbriche, poi nel gennaio del 1921 assicurando la protezione antifascista del XVII Congresso nazionale del Partito socialista e, sei mesi dopo, sarebbero in gran parte confluite negli Arditi del popolo.
15 Gino Mannucci, nato nel 1895, tipografo, era stato un attivo militante della Federazione giovanile socialista e suoi interventi risultano segnalati in vari rapporti della Questura che lo riteneva un socialista rivoluzionario. Il 23 dicembre 1914, in occasione di una riunione presso il Circolo repubblicano “Italo Possenti” in via Provinciale pisana, intervenne, in contraddittorio, sostenendo le ragioni della neutralità e l’11 aprile 1915 fu arrestato per aver distribuito volantini riproducenti le vignette antibelliciste di Scalarini pubblicate sull’«Avanti!». Nell’importante riunione della Federazione socialista livornese del 15 settembre 1917, appoggiò la mozione maggioritaria presentata da Russardo Capocchi, a favore dello sciopero generale rivoluzionario; mentre, il 23 febbraio 1918, parlò alla riunione di una trentina di giovani socialisti di S. Jacopo, ospitata presso il Circolo socialista d’Ardenza, «sull’attuale momento politico e la rivoluzione russa».