“Non solo staffette…”. Le donne nelle carte delle formazioni partigiane toscane: una (parziale) ricognizione.

Avvertenza: il testo che segue è una versione ridotta e riveduta di un intervento presentato dall’autore al convegno Si fa presto a dire “staffette”. Le donne nelle carte delle formazioni partigiane svoltosi il 25-26 novembre 2024 presso la Casa della Memoria di Milano. Il convegno intendeva promuovere una proposta di ricerca dedicata al tema della presenza delle donne nelle carte delle formazioni partigiane. Attualmente il progetto, sotto il titolo Censimento di fonti sul ruolo delle donne nelle formazioni partigiane, è in fase di inizializzazione ed è promosso da Istituto Nazionale Ferruccio Parri e Consiglio Nazionale delle Ricerche – Dipartimento di Scienze umane e sociali, patrimonio culturale (CNR-DSU), in collaborazione con la rete degli istituti associati alla Rete Parri.


Che senza la partecipazione delle donne la Resistenza al nazifascismo, anche quella in armi, non sarebbe stata possibile – in Italia, così come in tutta Europa – è un’affermazione perentoria quanto cristallina che nessuno oggi, informato sui fatti e privo di qualsiasi pregiudizio, si sentirebbe certo di smentire. Per lungo tempo, però, l’immagine e il giudizio prevalenti sul conto del ruolo giocato dalle donne all’interno della Resistenza italiana furono di tutt’altro segno. Poiché della già di per sé esigua minoranza che riuscì ad aggregarsi alle formazioni partigiane, solo una minima parte poté farlo a tutti gli effetti in qualità di combattenti in armi – vuoi per scelta personale vuoi a causa di radicati pregiudizi di genere che le costrinsero a ruoli più tipicamente femminili – della loro esperienza, a guerra finita, si ricordò prevalentemente i “compiti di cura” e non già le minoritarie ma a volte significative “mansioni di guerra”, troppo limitate e sporadiche, appunto, per emergere nel prevaricante paradigma memoriale del “maschio guerriero” con cui la Resistenza fu a lungo raccontata.

Perché le cose cominciassero a cambiare si dovette attendere, come noto, almeno la fine degli anni Sessanta, quando grazie a un radicale ribaltamento di prospettiva e all’emergere di una nuova consapevolezza politica da parte del nascente movimento femminista, le individualità, le intenzioni, le speranze, le illusioni – insomma le biografie di molte resistenti – tramite lo strumento dell’oralità e della testimonianza personale (ri)guadagnarono spazio e centralità, divenendo così fonte e risorsa determinante per una diversa interpretazione del ruolo storico giocato dalle donne. L’asse portante del paradigma armato della Resistenza ne risultò così profondamente incrinato a favore di altre progettualità ed esperienze, le quali poi, nei decenni a seguire, trovarono più idonea sistemazione in nuove e plurali categorie storiografiche di Resistenza (variamente definita come “senz’armi”, “civile” ecc.) entro le quali la gamma delle mansioni e del ruolo ricoperto dalle donne risultò assai più ampia, ricca, in ogni caso “diversamente” centrale per la sopravvivenza del movimento resistenziale. Non più e non solo, perciò, staffette o combattenti, secondo la tradizionale dicotomia escludente che le aveva sin lì relegate prevalentemente (e spesso con un diverso giudizio di valore) entro il primo dei due termini, ma più variamente, informatrici, sabotatrici, agenti oltre le linee, propagandiste, portaordini, infermiere, cuoche, ecc. ecc. Una varietà di mansioni e responsabilità che portò a riconoscere in esse il perno centrale e indiscutibile attorno al quale i partigiani poterono di fatto creare e mantenere i loro fondamentali collegamenti con il territorio e la popolazione civile e rurale.

La ricchezza del quadro poté esser raggiunta solo grazie all’emergere delle fonti della soggettività (memorie personali, diari, interviste, testimonianze dirette) raccolte e messe a disposizione per la prima volta da pioneristici lavori, di cui spesso le stesse donne si resero protagoniste, oltreché come testimoni dirette, anche come ricercatrici e storiche. Anche in Toscana, come in altri contesti regionali che avevano conosciuto importanti movimenti di resistenza, questi primi lavori cercarono coraggiosamente di andare oltre la tradizionale parzialità e reticenza delle fonti coeve ai fatti, quelle prodotte cioè nel farsi degli eventi o subito dopo la fine del conflitto dalle stesse formazioni partigiane e dagli organi dirigenti della Resistenza. La pubblicazione nel 1978 da parte del Comitato femminile antifascista per il 30° Anniversario della Resistenza e della Liberazione della Toscana del volume Donne e Resistenza in Toscana[1] costituì ad esempio un primo importante, benché per certi versi ancora incerto, tentativo di far emergere sui pochi documenti d’archivio e le consolidate ricostruzioni disponibili la voce diretta delle protagoniste[2]. Nonostante il valore aggiunto dei nuovi squarci conoscitivi proposti, il volume, soprattutto per alcune province, prendeva atto di un certo effettivo ritardo nella partecipazione femminile alla Resistenza, limite che veniva giustificato richiamando, da un lato, i tempi relativamente brevi della Resistenza toscana – la quale, nonostante la sua consistenza e il suo carattere intenso di lotta, era durata meno al confronto con quella sperimentata nelle regioni dell’Italia settentrionale – e, dall’altro, il peso della tradizionale struttura economica mezzadrile della regione, nella quale, alla centralità produttiva svolta dal lavoro delle donne non era corrisposta, a causa dell’isolamento da loro patito all’interno delle famiglie tradizionali, un’altrettanta centralità sociale che fosse in grado, soprattutto nelle campagne, di coinvolgere attivamente madri e figlie nelle organizzazioni antifasciste e resistenziali[3].

Comitato femminile Antifascista, “Donne e Resistenza in Toscana”, Giuntina, Firenze 1978

È curioso, ma al tempo significativo, che questi stessi caratteri che avrebbero costituito un freno alla partecipazione delle donne toscane al movimento resistenziale, dai primi storiografi della Resistenza venissero invece proposti positivamente come i tratti originali del modello resistenziale toscano, che era stato appunto temporalmente breve ma assai combattivo e capace soprattutto di farsi trovare nel momento di avvio del processo di liberazione dei territori regionali, inaugurato nell’estate del 1944, a uno stadio piuttosto avanzato di maturità politica e militare; un modello resistenziale che, oltretutto, se proprio in quel decisivo frangente era risultato vincente, lo doveva soprattutto alla stretta saldatura prodottasi tra mondo mezzadrile e Resistenza, tra contadini e partigiani[4]. Una conferma in più, insomma, d’una Resistenza sin lì letta ancora con un’ impostazione piuttosto carente sul piano della sensibilità di genere. Una lettura che, d’altra parte, anche la stessa documentazione partigiana coeva ai fatti tendeva spesso a confermare, anche se forse con qualche potenziale sfumatura in più.

Tornare a interrogare le carte partigiane del tempo, non già per chiedere a esse materiali e stimoli utili ad uno studio sulla storia delle donne nella Resistenza, quanto invece per indagare in modo possibilmente meno liquidatorio e parziale quale immagine (per quanto sfocata, silente, artefatta o limitata possa risultare) nei diversi contesti operativi e territoriali quelle stesse carte ci restituiscono dei percorsi e delle traiettorie femminili, può forse essere un tentativo valido e fruttuoso ai fini di un più approfondito studio sulla Resistenza tout court. Cogliere in sostanza “cosa” quelle carte partigiane – che intercettano, registrano o di contro tacciono la presenza femminile nelle formazioni partigiane – ci dicono della Resistenza stessa. Può essere che ne emerga un ritratto già noto e per certi versi stantio, ma anche che invece ne affiorino a tratti sfumature insolite e persino elementi inattesi. Certo, ciò se si è disposti a ritornare sulle carte delle formazioni – per così dire – senza pregiudizi di genere (da entrambe le parti), ma con la consapevolezza di quanto negli anni è stato acquisito grazie alla sollecitazione della soggettività delle protagoniste del tempo. Si tratta, naturalmente, di una ricerca ancora in buona sostanza da fare, anche per il caso toscano.

Quanto segue, non è perciò che una assai parziale e approssimativa restituzione di un primo tentativo di carotaggio condotto senza alcuna pretesa di esaustività su un campione assai ristretto di fonti partigiane coeve, raccolte nel fondo Resistenza armata in Toscana. Si tratta di un fondo conservato presso l’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea, nel quale sono contenute relazioni, bollettini, corrispondenza e documentazione varia (in originale e, soprattutto, in copia) relativa a tutte le formazioni partigiane della regione.

Come molte altre serie documentali sulle formazioni toscane, anche per questo fondo esiste almeno un limite euristico che è il caso di premettere e che è connesso al problema della “coevità” delle fonti che raccoglie. Gran parte della documentazione che vi si conserva è costituita infatti dalle relazioni generali sull’attività delle formazioni che, in quanto stese nella gran parte dei casi a partire dalla liberazione dei territori dove queste ultime operarono, sono spesso di qualche mese successive ai fatti descritti. Vi è naturalmente anche corrispondenza e documentazione prodotta nel farsi degli eventi, ma questa costituisce una minoranza, e spesso è oltretutto lacunosa e incerta nei riferimenti. Delle relazioni generali delle formazioni, dunque, conosciamo già i conclamati limiti come fonti: esse costituiscono intanto documenti performativi, che puntano cioè a proporre una raffigurazione della Resistenza rispondente ad alcuni obiettivi successivi, quali quelli del riconoscimento partigiano, e pertanto risultano sensibili a diverse variabili, quali ad esempio i diversi rapporti di forza esistenti tra i partiti dell’unità antifascista. Oltretutto, il più delle volte, questa documentazione, che (con pochissime e quasi del tutto rare eccezioni) è scritta da uomini, riproduce una visione sostanzialmente combattentistica e marziale della Resistenza, priva perciò di un’equanime sensibilità nel registrare il diverso coinvolgimento e lo squilibrio dei ruoli tra i generi. Se la performatività di queste fonti rispetto al problema della partecipazione delle donne agisce spessissimo da filtro, va detto però che non sempre lo fa secondo le logiche di una deliberata esclusione o di un sostanziale ridimensionamento al ribasso del ruolo delle donne. A volte, infatti, emerge dalle relazioni partigiane l’interesse e la preoccupazione a che il ruolo e la presenza delle donne – seppur comunque difficile da inquadrare al di là delle consuete mansioni assistenziali loro riconosciute – non risultino però sottodimensionate. Da parte di qualche estensore di relazione si dichiara persino l’augurio esplicito a che alle proprie gregarie – benché presentate semplicemente come staffette – in nome del coraggio e del sacrificio dimostrati venga riconosciuta la qualifica di partigiane combattenti, indipendentemente da che i requisiti assai stringenti della normativa di riferimento lo consentano o meno.

(ISREC – Lucca) La viareggina Didala Ghilarducci con il compagno Ciro Bertini “Chittò” che seguì sulle Alpi Apuane per combattere i nazifascisti

Certo, l’impressione generale che si ricava da una ricognizione parziale di questo tipo, è che non vi siano stravolgimenti rispetto a quanto ci immaginiamo possa emergere sulla partecipazione delle donne dalle carte partigiane . Affiora però di contro e anche a dispetto dell’uso totalizzante della categoria di “staffette” una maggiore varietà dei campi di impiego del personale femminile, con mansioni e incarichi, continuativi o occasionali, che a volte si muovono lungo un confine piuttosto labile tra funzioni logistico-assistenziali e attività strettamente connesse con l’azione armata vera e propria (anche se poi,  rispetto a quest’ultima, le donne appaiono più spesso nelle vesti di coadiuvanti dei compagni maschi). Continua comunque a resistere alla luce della nostra parziale ricognizione, l’idea complessiva di una specializzazione delle donne all’interno delle formazioni declinata in attività preferenzialmente assistenziali o informative, specializzazione che è certo anche frutto di un’esclusione da un concorso in armi più rilevante prodotto negli estensori delle relazioni dal permanere inconscio di quadri mentali di riferimento che guardano alla presunta minorità (fisica, morale, emotiva) delle donne.
Talvolta, questa minorità filtra in modo esplicito nella documentazione partigiana stesa dai comandi, anche se come elemento forse inconscio legato a retoriche e strategie espressive consuetudinarie e introiettate: «benché donne…», pare talvolta di leggere in tralice nelle argomentazione dei loro comandanti, come a voler dire che non poche delle loro gregarie sembrano quasi sorprendere questi ultimi per le capacità di imporsi sacrifici e rispondere coraggiosamente al dovere che impone la lotta di Liberazione, quasi non fossero da meno degli uomini. Formule avversative di questo tipo non sono rare e se anche sono utilizzate per esprimere in realtà giudizi positivi su quelle singole personalità che si dimostrano in qualche modo capaci di superare le aspettative, spesso al ribasso, che la loro condizione di genere sembra suggerire, in realtà risultano sintomatiche di un filtro tipicamente maschile nella lettura dei caratteri individuali.

Le signorine Wanda Giorgi, Editta Pinelli e Alfonsine Blasta, riferisce ad esempio Vittorio Turri il comandante del servizio informazioni della Divisione partigiana “Lunense”, «benché tutte assai giovani», dimostrano «una serietà e una abilità non comune» e in parte, appunto, inattesa[5]. Di Maria Zannoni, lo stesso Turri dice d’essere questa «una delle migliori staffette sia per l’età che per l’aspetto»[6]. L’indulgere nell’osservazione della forma estetica, se può risultare fuori luogo, sottende probabilmente il fatto che quest’ultima può costituire al tempo una dote e un’arma utile nell’espletamento di una funzione non di rado attribuita al personale femminile, quella cioè della “persuasione” o, come recita la formula moralmente più compromettente spesso usata nelle carte partigiane, della “corruzione” del nemico, che, al pari di una seduzione, viene raggiunta da queste temerarie anche attraverso il loro personale fascino. Nel giugno del 1944, il comandante della 32° Brigata Rosselli “Renzo Galli”, che opera a Siena, dopo la cattura da parte dei tedeschi è processato e condannato a morte; tuttavia, si legge in un rapporto, «elementi femminili» appartenenti alla formazione «corrussero le sentinelle», di modo che il Galli poté approfittare, fuggendo ai suoi carcerieri attraverso una fogna[7]. Nel pistoiese, Giuliana Giavazzi della Brigata GL, mentre si «intratteneva coi militi» della GNR lasciava il tempo ai compagni di introdursi nella caserma per sottrarre armi e munizioni[8]. La già citata Wanda Giorgi, informatrice della Divisione “Lunense” e prima di essa della 4° Brigata “Ligure” operante in Lunigiana, nubile, ventenne, presumibilmente avvenente, si manteneva «in continuo contatto con i soldati tedeschi e fascisti» a cui «sapeva estorcere le notizie più importanti». Anche quando catturata dai tedeschi il 5 dicembre 1944, aggiungeva il rapporto, «ella sosteneva lo stretto interrogatorio senza fare alcuna rivelazione che potesse nuocere ai suoi compagni»[9].

Quella informativa, lo si sa, è una delle mansioni, assieme a quella di staffette, in cui le donne bene o male si specializzano, anche perché, come riconoscono i comandi, a loro è concessa una libertà che i compagni maschi non possiedono. Scrive, a riguardo, nella sua relazione conclusiva Antonio Mattesini, maresciallo di fanteria già appartenete al comando del SIM prima dell’8 settembre e poi ideatore nell’aretino di un nucleo clandestino di informazioni militari poi inglobato nella 23° brigata Garibaldi “Pio Borri”: «si è notato che i più anziani di età e le donne in specie (…) sono sempre stati i più abilissimi informatori in quanto indisturbati penetrano con facilità nei ritrovi e nei luoghi attingendo le più sicure fonti militari»[10]. E pur tuttavia, nonostante questa ammissione, l’impiego effettivo dell’elemento femminile nel centro informativo del Mattesini risulta piuttosto minoritario. Su 41 agenti attivi, 39 sono uomini e solo 2 donne, per di più sorelle (Rosa e Savina Palombi), mentre ancora tra i collaboratori occasionali 28 sono uomini e 4 donne. Decisamente più nutrita risulta invece la rappresentanza femminile entro il Servizio Informazioni Militari della citata Divisione Garibaldi “Lunense”, la formazione ispirata nell’agosto 1944 da Roberto Battaglia al confine tra Garfagnana e Lunigiana. Il servizio dispone infatti di una dozzina di «addette a vari osservatori», sorta di «staffette di vigilanza» alle quali è dato il compito di osservare da punti prestabiliti, spesso coincidenti col luogo di residenza o la sede lavorativa, tutti gli eventuali spostamenti di fascisti e tedeschi che esse poi riferiscono al comando della Divisione. Questo personale femminile svolge talvolta anche missioni mobili che comportano anche il doversi infiltrare presso il nemico nel tentativo di estorcere informazioni. È il caso della già citata Wanda Giorgi o di Editta Pinelli “Annetta” «in frequente contatto con i soldati tedeschi e fascisti» ai quali – viene detto della seconda – «sapeva prendere le notizie più importanti»[11]. Molte di queste informatrici sono per lo più giovani, nubili, spesso insegnanti o impiegate pubbliche nei comuni della zona da dove accedono perciò a informazioni preziose sugli occupanti. Vi sono però altre che vengono da famiglie contadine, come nel caso di Fanny Pellegrini di Fivizzano, e che oltretutto vivono nel difficile contesto di guerra disagiate condizioni economiche. Altre ancora sono sposate e hanno famiglia e prole, fatto questo che le espone ulteriormente a un pericolo maggiore. Arduina Grassi Incerti ne ha addirittura sei di figli; Maria Altieri, casalinga, ha tre bimbi in tenerissima età coi quali, oltretutto, è costretta a passare il fronte quando la sua attività di informatrice viene scoperta ed è perciò letteralmente inseguita dai tedeschi che le devastano pure casa[12].

Il “mimetismo” relativo cui beneficiano le donne nel contesto dell’occupazione, dove sono gli uomini a esser di per sé stessi sospetti, le rendono perciò adatte per compiti di collegamento e raccolta di informazioni, attività che richiedono mobilità e, appunto, passare inosservate. Aspetto, questo, che registrano puntualmente le carte partigiane: «il servizio di collegamento», si legge negli incarti della Brigata “Buozzi” legata al Psiup fiorentino, «doveva esser fatto attraverso il nostro elemento femminile, dato che ad esso soltanto poteva esser permessa una certa libertà di circolazione»[13]. Similmente si esprime anche il comandante della Brigata Garibaldi “Gino Menconi” operante sulle Apuane: «è di valore incalcolabile l’opera svolta dalle donne nel campo dei collegamenti sia nei momenti di stasi che in quelli di combattimento. Il maggior numero di staffette fu sempre reclutato fra le donne ed esse si dimostrarono insuperabili in determinati servizi che richiedevano la massima prudenza»[14].

Sui rischi in cui le staffette possono incorrere la casistica è sterminata, come i pericoli nei quali possono potenzialmente incappare. Giusto alcuni esempi che le carte delle formazioni toscane ci riportano. Il 3 luglio 1944 le sorelle Lidia e Anna Lia Innocenti, staffette della 23° Brigata aretina “Pio Borri”, sono inviate attraverso le linee nemiche nell’area di Rigutino per appurare l’eventuale spostamento delle artiglierie tedesche. Svolgono il loro incarico egregiamente, ma sulla via del ritorno sono seguite da due militari tedeschi che, insospettiti, si fanno condurre presso l’abitazione delle due giovani. Qui, accusate di spionaggio, le costringono a un duro interrogatorio: «siccome le due donne tengono un contegno sprezzante», si legge nel report della formazione, i militari le violentano. Anna Lia viene tragicamente uccisa sul momento, assieme alla madre che tenta di opporsi, mentre Lidia rimane gravemente ferita[15]. Il 7 luglio, un’altra collaboratrice di una compagnia di un battaglione poi rifuso nella stessa Brigata “Pio Borri” viene uccisa dai tedeschi nella zona di Castiglion Fiorentino in Val di Chiana durante un’analoga missione oltre le linee volta ad accertare la dislocazione e la consistenza delle artiglierie tedesche. La donna è Gabriella Brogi, una cittadina belga che porta il cognome del marito italiano, Pericle Brogi (il nome effettivo, che le carte partigiane non dicono, è Gabriella Maria De Jaquier De Rosée), e che si era fatta collaboratrice del movimento locale di resistenza sin dalle prime fasi. Fatto abbastanza singolare, a seguito della sua tragica morte, le sarà intitolata la 2° compagnia (“Gabriella Brogi”) del 2° battaglione della 23° Brigata “Pio Borri”[16]. Nell’agosto del 1944, in piena battaglia di Firenze, ci sono staffette che, come Teresa Cantini passano più volte il fronte tedesco attestato sul Mugnone per collegare gli insorti nei quartieri sotto controllo nemico con i comandi militari partigiani installati nella parte già liberata della città[17]. La staffetta Dina Giannelli, mentre si reca a portare una comunicazione al comando del distaccamento SAP del PCI prima zona di Firenze, viene colpita a morte da raffiche di mitragliatrice, mentre poco dopo un ordigno colpisce una sua compagna, la staffetta Lida Salani, che rimane gravemente ferita[18]. Il 3 settembre 1944, Giuliana Barbetti, 23 anni, staffetta del comitato militare del CLN di Lucca, incaricata di portare attraverso le linee alle avanguardie alleate rilievi topografici sulle fortificazioni tedesche della Gotica, incappa in un infernale fuoco d’artiglieria ed è ferita gravemente da schegge di granata al fianco e alla gamba[19].

(ISRT) Tina Lorenzoni, crocerossina e staffetta della Brigata GL “V”. Catturata e uccisa dai tedeschi durante la battaglia di Firenze.

Contrariamente agli esempi sopra riportati, ci sono formazioni, operanti in contesti di periferia e dal relativo valore militare, che non sembrano invece voler esporre i propri effettivi femminili a rischi inutili, anche se non è chiaro fino in fondo se ciò sia conseguenza di una consapevole volontà di salvaguardia dell’elemento femminile o di un’implicita ammissione della loro inadeguatezza a mansioni di guerra, o entrambe le cose. La Sap di Fibbiana, Montelupo Fiorentino, ad esempio, ha solo due donne all’attivo: Clara Pozzolini, che è un’impiegata dello stato civile del comune a cui sono stati attribuiti compiti di vigilanza, e la staffetta Maria Cioni. Come ci tengono a sottolineare i comandi nella relazione, sono però i soli effettivi maschi della formazione che vengono «impiegati in azioni pericolose», anche se poi la Cioni, che grazie alla sua conoscenza dell’inglese si troverà a far da interprete con le avanguardie alleate, dovrà espletare comunque questa sua mansione «anche in momenti particolarmente pericolosi per il violento cannoneggiamento»[20]. D’altro canto, nelle aree in cui si combatte, qualsiasi funzione anche non direttamente marziale attribuita al personale femminile si rivela lo stesso rischiosa: «pericolosissimo pure era il servizio di raccolta e di porta feriti disbrigato in maniera lodevole dalle staffette femminili», si legge nei report della Brigata Garibaldi fiorentina “Sinigaglia”, una delle più combattive. La Brigata GL “Vittorio Sorani”, attiva nei giorni della battaglia per Firenze nel quartiere fiorentino di Rifredi, allora sotto occupazione tedesca, organizza un ambulatorio clandestino per l’assistenza alla popolazione civile. Una sua effettiva, Tina Lorenzoni, crocerossina e tra le più attive staffette fiorentine, accompagna una partoriente in condizioni non ottimali «attraverso la linea nemica sotto varie raffiche di mitragliatrice» fino nel centro della città, già in mano alleata[21]. Non molto dopo, come noto, la stessa Lorenzoni, nel corso di un’altra missione di infiltrazione oltre le linee nemiche sulle colline a nord di Firenze verrà catturata e fucilata dai tedeschi.

Nella documentazione partigiana, non di rado si trovano a riguardo del personale femminile notazioni che rimandano ad attività collaterali all’azione militare vera a propria, spesso legate al sabotaggio, le quali, se non implicano nella pratica l’uso delle armi, richiedono quantomeno il possesso di conoscenze tecniche o un minimo di dimestichezza bellica e balistica normalmente appannaggio delle componenti maschili. Le due staffette della citata Brigata “Buozzi”, Lidia Albertoni e Ludovica Marcella Paperini, mentre la formazione è impegnata a Firenze sulla linea del Mugnone, vengono incaricate di recarsi oltre il tracciato difensivo tedesco «per individuare i punti di collocamento delle mine» che devono esser fatte brillare per rallentare la ritirata tedesca[22]; un compito che, immaginiamo, presupponeva il possesso di qualche cognizione sul funzionamento e la portata degli esplosivi. Meno complessi, tecnicamente, ma non meno rischiosi risultano altri incarichi di sabotaggio, talvolta affidati a personale femminile interno o esterno alle bande. La signora Poggi, ad esempio, collaboratrice della formazione comandata dal capitano della regia Marina Giuseppe Cecchini e attiva nella bassa valle del Serchio, in provincia di Lucca, veniva spesso incaricata dal comando di «recarsi in determinati punti a tagliare i fili telefonici»[23].

La questione capitale del porto effettivo delle armi da parte del personale femminile sembra invece sfuggire o appena trapelare dalla documentazione collazionata per questa parziale ricognizione. Ogni volta che nelle carte si trovano descrizioni dettagliate su azioni militari e se ne indicano i membri che ne prendono parte, molto raramente compaiono tra essi nomi femminili. La ragione, naturalmente, è ovvia e rispecchia l’effettiva esiguità della partecipazione in armi da parte delle donne aggregate alle formazioni nel contesto di combattimenti. È oltremodo significativo, comunque, il fatto che le volte in cui si trovano nei documenti riferimenti di questo tipo non di rado è in conseguenza di un coinvolgimento improvviso e casuale da parte di staffette o componenti femminili in scontri col nemico . Nel resoconto relativo a un attacco subito dalla 4° compagnia del 1° battaglione della 23° Brigata aretina “Pio Borri”, ad esempio, delle patriote Detti Concetta, Ciofini Ester e Romani Anna Maria si specifica che «accorse sul posto di combattimento ad informare il comandante di compagnia circa i movimenti tedeschi vengono coinvolte con i partigiani nel combattimento e rimangono anch’esse ferite»[24]. Diversamente, in un contesto d’emergenza in cui gli effettivi partigiani scarseggiano, come accade ad esempio in una situazione di prima linea, può esser richiesto alle stesse staffette di svolgere attività di vigilanza armata e quindi, all’occorrenza, l’uso delle armi. Tra il 9 e il 10 agosto 1944, si riporta ad esempio in un report della 3° Brigata “Rosselli” impegnata nella liberazione di Firenze, «dato il precipitare della situazione tutti, indistintamente, dai comandanti alle staffette femminili, prestarono ininterrotto servizio armato».

La guerra partigiana nelle carte delle formazioni risulta principalmente affare per uomini. D’altra parte, la lente tradizionale attraverso la quale si legge da subito quell’esperienza è tipicamente maschile e mette al centro del discorso le virtù marziali, i valori combattentistici, la morte, gli eroismi. La partecipazione femminile, pur se molto più articolata, continua perciò a rimanere espressa con formule discorsive e retoriche prettamente ancillari, che ne mettono in luce semmai il ruolo di assistenza materiale e morale alla Resistenza in armi. Non è però questo sguardo, così parziale e soggettivo, esito esclusivo del fatto che a compilare le carte delle formazioni siano quasi sempre partigiani maschi. Appare significativo in tal senso che, anche per il caso toscano, questa visione ancillare della Resistenza delle donne trovi alcune conferme persino in quelle pochissime relazioni stese da attiviste e compagne responsabili di organizzazioni femminili legate alla Resistenza. Un esempio, tra altri, può essere la relazione stesa da Flora Giannini, responsabile del gruppo femminile della SAP di Carrara legata alla FAI (Federazione Anarchica Italiana). Si tratta di sette cartelle fitte che rivendicano al gruppo di donne in questione una gamma di attività in grado di spingersi ben oltre i meri aiuti materiali forniti ai partigiani delle Apuane e che abbraccia invece anche servizi di spionaggio, di porta armi e munizioni o di cura morale e psicologica ai combattenti. C’è, inoltre, racchiusa in quelle pagine, la netta rivendicazione di un’adesione indefessa e incondizionata da parte delle donne carrarine alla causa della Resistenza, adesione che non si cura dei sacrifici e delle difficoltà subite, e che anzi vuol porre in sodo la capacità di resistenza e adattamento delle donne della formazione alle stesse dure condizioni di vita in montagna che sperimentano i partigiani in armi. Ma, oltre a questo, pare emergere in filigrana come il loro ruolo, per quanto effettivo ed entusiasta, risponda a una vocazione orientata a dare tutto in funzione dei partigiani combattenti, che esse seguono infatti quasi come ombre, fornendo loro tutto ciò di cui essi abbisognano e non sono in grado di procurarsi. Una certa idea di sussidiarietà, forse imposta dalla forma mentis della società del tempo o forse in parte anche dalla volontà di toccare in chi doveva legger e valutare quel documento le giuste corde sentimentali e psicologiche, non era perciò del tutto assente nel modo con cui si descriveva da parte delle stesse protagoniste la collaborazione del gruppo femminile. Peraltro, il tutto espresso con un linguaggio intriso di patos sacrificale che non si discostava molto da quello infuso in molte altre relazioni partigiane di fatti d’armi:

Per le brave compagne non esistevano né pesi né fatiche, ma animate da quel coraggio che è forza e fede dell’ideale seguivano quei prodi da uno sganciamento all’altro, sotto il tiro del cannone e sotto il fischio della mitraglia, pur di portare loro il necessario: armi, munizioni e viveri abbondanti. Esse erano messaggere in tutti i pericoli, sempre pronte alla voce del dovere di giorno e di notte, non arrestandosi davanti a nessun ostacolo pur di portare a termine le loro missioni […] Esse con fulgido esempio sfuggendo alle insidie nemiche, salivano i monti affrontando tutti i pericoli, sfidando la morte per portare non solo il pane, nutrimento materiale, ma la loro buona parola che era conforto morale a quei prodi, che celati tra le creste frastagliate, passavano i giorni pieni di tristezza e privazioni, lontani dalle loro case, dai loro cari, dove un pensiero costante li portava ogni dì, dove l’attesa di quella libertà li tendeva frementi d’azione. Era vicino a loro, che esse si portavano dopo i duri combattimenti per raccogliere i feriti, prodigando loro cure ed attenzioni, dando sepolture occasionali e degne per toglierli dalle mani del nemico e toglierli al loro oltraggio.[25]

Anche quella della partigiana-Antigone che, come la grossetana Norma Parenti, a suo rischio personale sottrae i corpi dei compagni caduti all’oltraggio del nemico assicurandone contro il divieto di quest’ultimo degna sepoltura – una funzione caritatevole quanto rischiosa, coraggiosa quanto deflagrante sul piano della disobbedienza al comando della guerra nazifascista –, è elemento che trapela talvolta nelle stesse carte partigiane, anche se forse non in tutta la sua pienezza di significato.

(ToscanaNovecento) Norma Parenti, antifascista e partigiana grossetana, catturata, seviziata e uccisa dai tedeschi. Medaglia d’oro al valor militare.

Da questa ricognizione incerta e parziale, sfuggono invece molte altre questioni, sulle quali talvolta, ma non sempre, le carte partigiane tacciono o si mostrano reticenti, ma che proprio per questo sono però altrettanto importanti. Tra queste, ad esempio, il problema della convivenza e della condivisione degli stessi spazi e delle stesse condizioni di vita partigiana all’interno delle formazioni tra personale maschile e femminile, e dunque la questione della moralità e della disciplina che tali rapporti sollevano. Come ha ricordato tra altri Santo Peli, la presenza di donne giovani e potenzialmente desiderabili tra le file partigiane sollevò talvolta da parte dei comandi decisi «moralismi», volti a frenare l’insorgere nella truppa maschile di speculari «fantasie»[26], moralismi che lasciarono tracce entro i codici disciplinari che le singole formazioni si diedero e nei provvedimenti disciplinari che i comandi in alcuni casi sanzionarono. Tracce, queste, talvolta recuperabili nei carteggi e nella documentazione partigiana coeva.

Altra questione che trapela dagli incarti partigiani, con sensibile accelerazione a partire dalla vigilia della fine della guerra, è quella inerente il problema del riconoscimento partigiano per staffette e, più in generale, per il personale femminile. Considerazioni e sensibilità anche divergenti sul da farsi presero in quel frangente ad animarsi tre le stesse file partigiane. Sicuramente, da un lato, agì da parte di alcuni comandi la volontà di mantenere la guerra di Liberazione nell’alveo del paradigma combattentistico del maschio guerriero, certificandone perciò i suoi effettivi come tali e mantenendo di conseguenza la partecipazione femminile su di un piano meramente assistenziale. Dall’altro, invece, non mancarono preoccupazioni contrarie, perché si tenesse conto cioè, premiandolo adeguatamente, del valore non solo sussidiario e simbolico del contributo offerto alla Resistenza dalle donne. Il tenente di fanteria Luigi Geri, comandante della formazione “Valoris” collegata al PCI di Pistoia, ad esempio, dopo aver parlato dell’opera svolta dalle sue staffette Liana Pisaneschi e Marina Capponi chiudeva la sua relazione generale con queste parole: «Ritengo doveroso segnalare l’operato delle staffette che si sono prodigate sprezzando il pericolo, fino all’inverosimile, portando attraverso le maglie nemiche armi, munizioni e materiale di propaganda. A queste, pur non avendo partecipato a combattimenti deve spettare la qualifica di partigiane combattenti»[27].

Talvolta, come può leggersi nei carteggi che si scambiano i comandi partigiani toscani già a partire dalla fine del 1944, nella compilazione dei ruolini e nel rilascio dei primi attestati può succedere che alcuni di essi si dimostrino un po’ laschi nel concedere a collaboratrici e patriote il riconoscimento di partigiane combattenti, talvolta facendo ciò a scopi puramente assistenziali, talaltra seguendo anche logiche premiali su base politica o dietro mirate raccomandazioni. Situazioni che però si scontrarono spesso con chi, non solo insisteva perché il rilascio delle qualifiche rispecchiasse i criteri di legge, ma si dimostrava preoccupato di contenere l’esperienza resistenziale entro un canone puramente combattentistico e, come tale, eminentemente maschile. Di fronte alla troppo leggera concessione di alcuni tesserini attestanti la qualifica di partigiane combattenti per una ventina di donne della fiorentina Brigata Garibaldi “Sinigaglia”, un piccato esposto inviato nel settembre 1944 al comando delle Garibaldi fiorentine protestava asserendo trattarsi in quel caso di donne chiamate in realtà dalla formazione «a disimpegnare il lavoro di pulizia, di cucina e di sguattere». Valutata la situazione, in quel caso il comando garibaldino propose di considerarle perciò come «servizio ausiliario», includendole tra le richiedenti la qualifica di «patriota»; grado che poi la Commissione regionale toscana riconobbe per alcune di loro. Almeno una di esse, sappiamo,  fece ricorso alla Commissione di secondo grado per ottenere il titolo di partigiana combattente, che tuttavia le fu rigettato[28].

Che vi siano nella documentazione partigiana coeva spunti e appigli ancora utili per approfondire e problematizzare alcune fondamentali questioni potenzialmente in grado di illuminare non solo (o non tanto) il ruolo effettivo della partecipazione femminile alla Resistenza ma in senso più in generale la stessa conoscenza complessiva della vicenda resistenziale e partigiana è qualcosa per cui davvero può valer la pena di riprendere le carte d’archivio e interrogarle con dovuta acribia e rinnovata sensibilità.

 

 

 

[1] Comitato femminile antifascista, Donne e Resistenza in Toscana, La Giuntina, Firenze 1978.
[2] P. Gabrielli, Antifascisti e antifasciste, in M. Palla (a cura di), Storia della Resistenza in Toscana, vol. 1, Regione Toscana-Carocci, Roma 2006, p. 42.
[3] L. Mattei, La partecipazione delle donne, in AA.VV., Storia della Resistenza senese, Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età Contemporanea “V. Meoni”, Betti editrice, Siena 2021, pp. 191-192.
[4] Per un esempio classico di questa interpretazione storiografica del modello resistenziale toscano cfr. R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1979, p. 357.
[5] Archivio Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea (AISRT), Resistenza armata in Toscana, b. 3, fasc. 7.5.2 Divisione Garibaldi Lunense, Servizio Informazioni Militari, Relazione sull’attività svolta dal Servizio Informazioni Militari della Divisione Garibaldi Lunense, p. 26.
[6] Ivi, Elenco dei partigiani del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) della Divisione Garibaldi Lunense, p. 13.
[7] Ivi, b. 1, fasc. 3.1.3 XXII Brigata Fratelli Rosselli, Div. GL 32° Brigata Carlo Rosselli, si vedano i riferimenti alle date del 29 e 26 giugno 1944 nelle due diverse versioni presenti dell’Elenco delle azioni.
[8] Ivi, b. 5 [4], fasc. 15.13 Brigata GL Pistoia, relazione a firma del comandante la Brigata Riccardo Morosi e del comandante la XII zona Vincenzo Nardi, pp. 2-3.
[9] Ivi, b. 3, fasc. 7.5.2 Divisione Garibaldi Lunense, Servizio Informazioni Militari, Elenco dei partigiani del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) della Divisione Garibaldi Lunense, pp. 4-5.
[10] Ivi, b. 1, fasc. 1.1.16 XXIII Brigata Garibaldi “P. Borri”, III Btg., Relazione organico forza e sue variazioni centrale e compagnia “I”, Costituzione del nucleo clandestino d’informazioni di Castel Focognanon (Arezzo), p. 3
[11] Ivi, b. 3, fasc. 7.5.2 Divisione Garibaldi Lunense, Servizio Informazioni Militari, Elenco dei partigiani del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) della Divisione Garibaldi Lunense, p. 5.
[12] Ivi, pp. 4, 12, 14; ivi, Relazione sull’attività svolta dal Servizio Informazioni Militari della Divisione Garibaldi Lunense, p. 29.
[13] Ivi, b. 2, fasc. 5.1.2.13 Divisione Potente brigata B. Buozzi, Relazione sulle operazioni clandestine ed azioni di guerra della III zona settore S, 1 agosto 1944, p. 5.
[14] Ivi, b. 3, fasc. 7.3.1. Brigata Garibaldi “Gino Menconi”, Relazione Brigata Garibaldi “Gino Menconi”, collegamenti, p. 13.
[15] Ivi, b. 8 [Resistenza in Toscana], fasc. 29.3 Relazione sull’attività della 2° compagnia “Gabriella Brogi” del II battaglione della XXIII Brigata Garibaldi “Pio Borri”, 3 luglio 1944, pp. 21-22.
[16] Ivi, 7 luglio 1944, pp. 24-25.
[17] Ivi, b. 2, fasc. 5.1.2.13 Divisione Potente brigata B. Buozzi, Relazione dell’attività svolta dalla squadra socialista di Peretola nel periodo maggio-agosto 1944, p. 1.
[18] Ivi, b. 2, fasc. 5.1.5 Sap I zona PCI Firenze, Relazione dell’attività svolta dalla costutuzione delle Squadre d’azione SAP fino allo scioglimento, p. 12; ivi, Rapporto relativo all’attività svolta dalla 2° compagnia I zona, p. 2.
[19] Ivi, b. 3, fasc. 8.1 Comitato militare clandestino dei patrioti lucchesi, Relazione, ottobre 1944, p. 40.
[20] Ivi, b. 1, fasc. 3.1.4 Sap Fibbiana, Attività svolta, p. 1.
[21] Ivi, b. 2, fasc. 5.1.2.3 Brigata V, Relazione della Brigata “V”, 29 dicembre 1944, pp. 3,6,
[22] , b. 2, fasc. 5.1.2.13 Divisione Potente brigata B. Buozzi, Relazione sulle operazioni clandestine ed azioni di guerra della III zona settore S per la Liberazione di Firenze, p. 6.
[23] Ivi, b. 3, fasc. 8.8. Formazione Cecchini, Relazione del capitano della regia marina Cecchini Giuseppe, Lucca, 2 novembre 1944, p. 3.
[24] Ivi, b. 1, fasc. 1.1.8 XIII Brigata Garibaldi “Pio Borri” I Btg. IV Cpg., Attività operativa, 14 luglio 1944, p.
[25] Ivi, b. 3, fasc. 7.1.4 SAP F.A.I., Relazione militare femminile (Gruppo Flora) SAP-FAI, p. 2.

[26] S. Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Einaudi, Torino 1004, p. 215.
[27] Ivi, b. 5, fasc. 15.22, Banda Valoris, Relazione, Pistoia, 3 maggio 1946, p. 7.
[28] Ivi, Anpi Firenze, b. 3, fasc. Carteggio 1944 non datato, istanza a firma Marco Pieri al Comando Divisione Potente e ai vecchi comandanti della Brigata Sinigaglia e risposta a firma di “Gracco” e altri del 20 novembre 1945.

Articolo pubblicato nel marzo del 2025.




“Distruggono Firenze!”: la notte dei ponti, 3-4 agosto 1944

Da poco era cominciato ad imbrunire lievemente perché siamo nel plenilunio, quando cinque minuti avanti le ventidue è parso che un terremoto scuotesse la terra, abbiamo udito un boato prima sordo e poi fragoroso […] Ci siamo guardati in faccia: evidentemente i tedeschi cominciano la loro opera di infame distruzione”.

Con queste parole l’avvocato Gaetano Casoni rievoca nel suo diario il momento in cui, chiuso nella propria abitazione con i suoi familiari, avverte come tutti i fiorentini che i nazisti hanno iniziato a far saltare le mine posizionate ai piloni dei ponti. L’ora da tempo attesa è scoccata.

La rapida avanzata degli eserciti Alleati, dopo lo sfondamento della Linea Gustav e la liberazione di Roma, da questi agevolmente attraversata grazie allo status di “città aperta” riconosciuto dalle parti belligeranti, aveva spinto i comandi nazisti a rapide contromisure. Per consentire il completamento dei lavori della linea Gotica fra Spezia e Rimini, lungo la dorsale appenninica, viene attuata una strategia di “ritirata aggressiva” che grava sui comuni e sulle popolazioni della costa e dell’interno. Ai disagi e alle rovine causate dal passaggio delle truppe dei diversi eserciti si uniscono quelle dei combattimenti lungo le diverse linee di difesa tracciate sul territorio, oltre che ad una specifica strategia di “guerra ai civili” con il conseguente stillicidio di saccheggi, rappresaglie, singole uccisioni, stragi delle comunità delle aree attraversate dalle truppe in ritirata.
L’Arno rappresenta l’ultima grande trincea naturale su cui potersi attestare. Il passaggio del fiume deve essere impedito. Firenze, che ne è attraversata, diviene così centrale nelle strategie naziste. Il destino dei ponti è segnato.  I comandi nazisti non vogliono ripetere l’esperienza di Roma, anche se il confronto sull’attribuzione dello status di “città aperta” anima le giornate di luglio fra illusorie speranze e volontà di attribuire al nemico la responsabilità della mancata proclamazione. Al tempo stesso  si fa riferimento al presunto impegno  nazista a risparmiare la città dalle conseguenze “di un’azione combattuta entro l’abitato urbano”, come si legge nell’Avvertenza ai fiorentini, fatta pubblicare sulla “Nazione” del 27 luglio, viene usato per premere sulla popolazione affinché non compia atti di sabotaggio o aggressione nei confronti delle truppe tedesche.

Ma ogni illusione viene meno il pomeriggio del 29 luglio quando viene affissa sui muri della città l’ordinanza di sgombero dei Lungarni, pubblicata il giorno dopo sull’ultimo numero della “Nazione”. Consapevoli del pericolo imminente, a sera si riuniscono in Arcivescovado con il cardinale Elia Dalla Costa, il vice prefetto Gigli, il vice podestà De Francisci, il Soprintendente alle Belle Arti, il console svizzero Steinhäuslin. Dopo la fuga delle autorità fasciste repubblicane, gli ultimi rappresentanti delle Istituzioni cercano di adoperarsi per Firenze. Redigono un “Memorandum” per ricordare le precedenti assicurazioni date da Hitler e da Kesselring a tutela della città, che, insieme anche al rettore Marsili Libelli consegnano il giorno dopo al colonnello Fuchs, da pochi giorni comandante in capo della piazza di Firenze. Precedentemente, fino alla sua partenza il giorno 25, anche il console tedesco Gerhard Wolf si era mosso nella stessa direzione, cercando di tutelare il patrimonio artistico della città. Ma Fuchs non lascia spazio ad illusioni, richiamando le conseguenze negative subite dall’esercito nazista a seguito della proclamazione di Roma “città aperta” e mostrando un volantino lanciato da aerei inglesi in cui si invitava la popolazione a difendere la città e favorire la rapida avanzata alleata. La scelta è già stata presa. L’ultimo tentativo avanzato dalla delegazione di ottenere un lasciapassare per raggiungere il comando Alleato e ottenere precise garanzie sulla loro condotta si spenge, infatti, nella mancata risposta tedesca.

Il Comitato toscano di liberazione nazionale (CTLN) non aveva creduto nella possibilità di una trattativa e riteneva che la città potesse essere salvata solo da un’azione insurrezionale, ma è colto di sorpresa dall’ordinanza del 29 luglio. Le truppe alleate sono ancora troppo distanti dalla città, così come le formazioni partigiane, e il caos diffusosi fra la popolazione dei lungarni rende impossibile qualsiasi azione immediata.

Subito dopo l’annuncio dello sgombero, decine di migliaia di persone devono abbandonare le proprie case, con la consapevolezza di non farvi più ritorno, e trovarsi un luogo sicuro dove potersi riparare nell’imminenza della battaglia. Il carcere delle Murate, chiese, caserme, abitazioni di amici e conoscenti diventano mete ambite. In Oltrarno moltissimi sfollano a Palazzo Pitti. La reggia dei Granduchi e dei re d’Italia diviene l’alloggio del popolo di Firenze che ne occupa sale, corridoi, cortili e loggiati, dove vivranno i giorni della battaglia e trascorreranno il mese di agosto in condizioni di grave precarietà, ma sperimentando anche diffuse manifestazioni di solidarietà umana, grazie all’organizzazione che viene approntata per gestire i bisogni più imminenti e naturali.

Il precipitare della situazione è palesato il 3 agosto dalla proclamazione dello stato d’emergenza. Il comando tedesco ordina ai fiorentini di non uscire dalle proprie case. Chiusi nelle abitazioni, spesso senza adeguate riserve di acqua e di vivere, i fiorentini attendono la battaglia imminente. A sera squadre partigiane cercano di tagliare i fili delle mine al Ponte della Vittoria e alla Carraia, ma sono respinti dalle preponderanti e ben armate truppe tedesche.

I resti di Ponte Santa Trinita

I resti di Ponte Santa Trinita

Nel corso della notte fra il 3 e il 4 agosto le esplosioni provocano boati e scosse che fanno tremare la città, come un terremoto. Scrive sempre Casoni: “Ogni due ore circa si rinnovano gli scoppi di grossissime mine, i boati, i colpi che sembrano determinati da proiettili destinati a cadere su di noi; nuove nuvole si innalzano paurose quasi a precipitare l’enormità del disastro”. Ad uno ad uno sono abbattuti i ponti, fino a quello di Santa Trinita che è così saldo sui suoi piloti da richiedere tre cariche di esplosivo prima di crollare. La scelta di salvare Ponte Vecchio, particolarmente ammirato da Hitler nelle sue visite in città, comporta la distruzione del cuore medioevale di Firenze, alle sue estremità, su entrambe le sponde dell’Arno. I quartieri di Por Santa Maria e di Borgo San Jacopo, via Bardi e via Guicciardini, con le antiche e caratteristiche case torri e la casa di Machiavelli, sono dilaniati e rasi al suolo.

Al mattino, quando i fiorentini più coraggiosi salgono sui tetti o cercano di raggiungere i lungarni si trovano di fronte uno spettacolo spaventoso: monconi di pietre al posto dei piloni in Arno e montagne di macerie fumanti ai lati di Ponte Vecchio. Le esplosioni sono state così forti che pezzi del Santa Trinita sono giunti fino in via Cerretani. L’avvicinarsi del fronte ha così drammaticamente marchiato Firenze e la sua popolazione. Mentre le primi truppe delle truppe coloniali britanniche avanzano da via Senese ed entrano da Porta Romana in città e le brigate partigiane, dopo i primi combattimenti a Gavinana il giorno precedente, penetrano in Oltrarno fra l’entusiasmo della popolazione, la città è divisa in due nell’imminenza della battaglia per l’insurrezione.




Dalla Resistenza al Referendum: gli 80 anni del suffragio universale in Italia. Una proposta didattica dell’ISRPT

In occasione dell’ottantesimo anniversario del suffragio universale in Italia, l’Istituto storico della Resistenza di Pistoia ha lavorato con due classi terze dell’Istituto Comprensivo Raffaello – secondaria di primo grado – sul crescente protagonismo politico delle donne tra la lotta resistenziale e la conquista e l’esercizio del diritto di voto.

Il laboratorio si è sviluppato in tre incontri. Il primo è stato una lezione partecipata: con l’aiuto di immagini tratte da fonti scelte e l’utilizzo di domande stimolo, abbiamo cercato di ricostruire la storia del ruolo delle donne dalla Resistenza alla Repubblica. Come punto di partenza è stato individuato l’8 settembre del 1943, che segna non solo il crollo dello stato monarchico, ma anche l’inizio di una partecipazione politica delle donne che avrebbe scardinato i paradigmi sociali precedenti. Abbiamo discusso di Resistenza, constatando che, nell’immaginario delle ragazze e dei ragazzi, fosse soprattutto una storia di uomini. Le donne, al limite, preparavano da mangiare o rammendavano i vestiti. Questo aspetto, decostruito e ricostruito alla luce della doppia lotta di liberazione intrapresa dalle donne, ci ha portati ad approfondire i Gruppi di Difesa della Donna e il loro Atto costitutivo, del quale abbiamo evidenziato le rivendicazioni legate al diritto di voto e al lavoro. Sul tema del lavoro abbiamo osservato come molte delle istanze sollevate dalle partigiane siano ancora oggi argomento di discussione, tra queste: parità salariale, possibilità di accedere a qualsiasi impiego, assistenza nel periodo che precede e segue il parto.

Per dare alle studentesse e agli studenti maggiore ancoraggio al momento storico trattato abbiamo sfruttato la storia locale, presentando alcune partigiane pistoiesi e le prime tre consigliere comunali elette a Pistoia alle amministrative del 1946. Sulle consigliere – Laura Taddeoli per il Partito Socialista Italiano (PSI), Nora Vannucci per la Democrazia Cristiana (DC) e Renata Marchionni per il Partito Comunista Italiano (PCI) – abbiamo reperito poche e frammentate informazioni. L’unica sulla quale si sono potute fare maggiori considerazioni è Renata Marchionni, eletta alla Camera dei deputati nelle fila del PCI dal 1953 al 1958. La sua traiettoria politica è figlia di quel tornante storico in cui la Resistenza aveva aperto alle donne uno spazio di protagonismo che il voto, conquistato nel 1946, aveva trasformato in rappresentanza.

«Chi doveva dare il voto a chi? Avevamo lottato insieme, eravamo privi di diritti politici tutti e tutte, ma gli uomini recuperavano il diritto di voto e per le donne si doveva discutere se concederlo?» dice la partigiana Lidia Menapace.

È a partire da questi snodi che abbiamo costruito il secondo incontro, questa volta interamente laboratoriale.
Le classi sono state divise in tre gruppi, ciascuno dei quali ha lavorato su un tema specifico a partire da un set di fonti selezionate: le partigiane pistoiesi, le prime tre consigliere comunali elette a Pistoia nel 1946 e le Madri costituenti. Il primo gruppo ha lavorato su Alberta Fantini e Lea Cutini consultando le relative schede su questo portale.
Il secondo gruppo, interrogando il portale storico della Camera dei deputati, ha lavorato sulle proposte di legge cui ha partecipato la deputata Marchionni.
Il terzo, attraverso il sito Elette ed eletti – piattaforma tematica dedicata a rappresentanza e rappresentazioni di genere nell’Italia repubblicana, con parte dei diari digitalizzati dell’Archivio diaristico nazionale – ha lavorato sulla biografia di Bianca Bianchi e di altre elette all’Assemblea Costituente. Il lavoro con le fonti — documenti, fotografie, testimonianze — ha chiesto alle ragazze e ai ragazzi non di ricevere informazioni già elaborate, ma di interrogare il materiale.

Il terzo incontro è stato dedicato alla restituzione. Il primo gruppo, che aveva lavorato sulle partigiane pistoiesi, ha restituito le modalità della loro “scesa in campo”: come e perché le donne avevano scelto di partecipare alla lotta.
Il secondo gruppo ha messo in luce il filo diretto che corre tra la Resistenza e le istanze politiche che le donne portano con sé quando vengono elette per la prima volta: le rivendicazioni non erano cambiate, erano cambiate le modalità e il luogo in cui venivano espresse. Marchionni, insieme con altre deputate del PCI come Nilde Iotti, Elettra Pollastrini e Teresa Noce, si batte per l’indennità di asilo per i figli delle lavoratrici, per la tutela dei figli nati fuori dal matrimonio, contro il licenziamento delle donne che si sposano — istanze che riecheggiano direttamente l’Atto costitutivo dei Gruppi di Difesa della Donna.
Il terzo gruppo, che aveva esplorato il sito Elette ed eletti, ha osservato come molte delle donne dell’Assemblea Costituente, non a caso, venissero direttamente dall’esperienza resistenziale.

Resta, in chiusura, una considerazione che il lavoro svolto rende difficile tacere: le nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione del 2025 esprimono più di una riserva sull’uso didattico delle fonti storiche. Eppure l’esperienza condotta suggerisce che l’obiettivo «di formare ragazzi (o perfino bambini!) capaci di leggere e interpretare le fonti, per poi valutarle criticamente»[1] non è affatto irrealistico.

I temi trattati e la proposta didattica individuata sono il risultato della collaborazione tra tre gruppi di lavoro interni al consiglio direttivo dell’Isrpt: Paura non abbiamo, che lavora sulla storia di genere; Didattica, per la proposta metodologica; Passi di storia, per i collegamenti con la storia locale e la public history. Gli incontri sono stati condotti da Giulia Bruni, Brenda Fedi e Andrea Borelli.
Il lavoro svolto sulla figura di Renata Marchionni confluirà nel prossimo percorso di Passi di storia, per il quale verrà censita la sede del PCI pistoiese.

 

[1] Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, decreto 9 dicembre 2025, n. 221.

 

Giulia Bruni è laureata in Scienze Storiche all’Università di Firenze. Fa parte del consiglio direttivo dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia e collabora con alcuni dei suoi gruppi di lavoro: Paura non abbiamo, Didattica e Passi di storia.
Nel 2025 ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento delle discipline letterarie negli istituti secondari di I e II grado.




Valchiria Gattavecchi: un’educatrice nell’Italia repubblicana

Dolci sorelle, siate benedette: nelle prove che avete dato avete superato gli uomini, perché, fino all’ultimo, il vostro eroismo non è stato disgiunto dalla carità.
(parole di Piero Calamandrei negli appunti di Valchiria Gattavecchi)1

Le parole riportate da Valchiria Gattavecchi, citando Piero Calamandrei sul tema delle donne nella Resistenza, nei suoi appunti manoscritti sembrano identificare un filo rosso che ha contraddistinto la sua intera vita. Gli elementi chiave sono la Resistenza, l’impegno per far sì che alle donne venisse riconosciuto il ruolo svolto nella stessa e l’assistenza, soprattutto dei più giovani, fin dalla necessità di ricostruzione che si presenta al momento della Liberazione di una città distrutta dai bombardamenti.

Valchiria Gattavecchi

Nata ad Asciano nel 1921, in provincia di Siena, Valchiria e la sua famiglia si trasferiscono dapprima a Venezia per poi stabilirsi nel 1930 a Livorno.

Gattavecchi cresce in un ambiente familiare in cui il volto del regime fascista era sempre emerso, certamente anche perché la sua stessa famiglia ne era stata toccata. I fratelli della madre vengono licenziati dalla ferrovia perché comunisti e il padre retrocesso da macchinista a fuochista perché aveva svolto attività sindacale. Il nonno poi, presidente della società operaia del suo paese, anche quando gravemente malato di tubercolosi e costretto a letto, subisce poco prima di morire una perquisizione dai fascisti, come ricorda Valchiria nei suoi appunti.

In tale contesto, in cui il libro di testo a scuola era Il balilla Vittorio e in cui la maestra osannava la fine degli scioperi in Italia e la Festa dei lavoratori in concomitanza con quella del Natale di Roma, Valchiria ricorda la nostalgia del padre nel rievocare il primo maggio, la Festa dei Lavoratori e l’inno, sull’aria del Nabucco, rimasto impresso nella sua memoria: «Vieni o maggio ti aspettan le genti, ti salutano i liberi cuori dolce Pasqua dei lavoratori, vieni e splendi alla luce del sole».

Dopo il bombardamento del 28 maggio del 1943 e quando ormai «la vita nelle città si fa improponibile»2, Valchiria sfolla insieme alla madre ad Asciano, mentre il padre rimane a Livorno per lavoro.

Nelle sue note ricorda di come presero parte, lei e le donne della sua famiglia, alla Resistenza:

[…] In uno di questi giorni subito dopo l’8 settembre venne in casa nostra la cugina di mio padre che ci disse: Mario (cioè suo figlio) è andato coi ribelli[,] poi rivolgendosi a me[:] e ti manda questi: erano 2 volantini di Giustizia e Libertà di propaganda antifascista che invitavano i giovani a non presentarsi alla chiamata militare. […]

Così iniziò la mia collaborazione alla resistenza ma si può dire non solo la mia ma di tutte le donne della mia famiglia essendo rimaste solo mia madre e mia zia.3

Appunti manoscritti di Valchiria Gattavecchi

Nonostante non farà mai domanda per il riconoscimento di Patriota dopo la Liberazione4 infatti, il suo contributo fu prezioso, e allo stesso tempo caratterizzato dalla consapevolezza dei rischi in cui incorreva. Oltre al reperimento dei vettovagliamenti e dei medicinali, fu determinante il fatto che la sua famiglia aveva tenuto con sé una radio, grazie alla quale Valchiria trascriveva le notizie di Radio Londra da far avere ai partigiani: «La radio, lo sapevi, non si poteva avere e noi ce l’avevamo a rischio di esser fucilati come minimo»5.

Questa consapevolezza e questo impegno si riscontrano nella riflessione di Gattavecchi in merito alla partecipazione delle donne alla lotta antifascista. In un’intervista rilasciata a Tiziana Noce, Valchiria Gattavecchi dice che «[…] le donne sono sempre state sottovalutate. In quell’epoca non ci si faceva caso, in quell’epoca c’era proprio la parità, senza le pari opportunità, nell’epoca della Resistenza eravamo piombati nella parità uomo donna. Perché? Perché i rischi erano uguali. […] il riconoscimento ufficiale non c’è stato, per gli uomini c’è stato, per noi non c’è stato»6.

È proprio nell’ambito di un contesto in cui sono protagoniste le donne, quello dell’UDI, che Valchiria si adopera fin da subito per l’assistenza di bambini e ragazzi che erano sopravvissuti ai bombardamenti.

Quello della ricostruzione è un impegno immediato e percepito come urgente, ma allo stesso tempo normale e spontaneo; come racconta a Tiziana Noce: «è stato normale ricostruire, era stato tutto buttato giù, demolito, dovevamo ricostruire e non ci sembrava giusto restare al di fuori di questa ricostruzione. Le associazioni sono rinate, i partiti sono rinati, per cui mettiamoci in queste associazioni, mettiamoci in questi partiti.»7

È quello che fa Valchiria, iscrivendosi al PCI ed essendo attiva nell’UDI. Nel PCI Gattavecchi lavorerà per sei anni come funzionaria e nel 1965 verrà eletta in Consiglio comunale, occupandosi in particolare del problema degli asili.

Per quanto riguarda l’attività all’interno dell’UDI invece, sarà fin da subito coinvolta nell’organizzazione delle colonie, essendone direttrice. Come ricorda lei stessa nella medesima intervista a Tiziana Noce: «[…] io fui subito proposta per fare la direttrice di colonia, non so per quanti anni ho fatto la direttrice di colonia, tu non ne hai idea, che ho visto tutto, proprio tutto. Anche lì ritorna la solidarietà»8.

La ricostruzione implica quindi certamente un impegno di carattere, Valchiria e le altre donne si occupano di prendere bambini lasciati soli la mattina e se ne occupano vestendoli e nutrendoli; ma è anche una ricostruzione di valori umani quali la solidarietà e l’assistenza. Le disponibilità non sono infatti sufficienti, il cibo viene reperito grazie alla medesima solidarietà che i venditori al mercato o in altri luoghi dimostrano.

Valchiria Gattavecchi (Credits: (R)esistenze. Le immagini, di Giovanna Bernardini e Ippolita Franciosi, Bandecchi & Vivaldi, 2006)

Si tratta di valori che contraddistinguono la vita di Gattavecchi, che fonda l’Associazione Ragazze Italiane (ARI) divenendone responsabile, e nel 1953 dà vita all’organizzazione degli Studenti Livornesi. Nella vita di Valchiria infatti, l’assistenza è sempre stata legata all’insegnamento. Non è un caso che i titoli che consegue siano strettamente legati a quest’attività; dapprima consegue il diploma di assistente sociale presso l’Università di Firenze l’abilitazione all’insegnamento; nel 1970 poi, si laurea in sociologia a Urbino con una tesi sui movimenti giovanili.

Negli anni dell’insegnamento sono numerosissimi gli spettacoli e le iniziative che organizza con al centro il tema della Resistenza.

Iniziata la pensione dalla scuola Gattavecchi consegue la sua terza laurea, in Giurisprudenza, con il medesimo scopo di poter continuare ad aiutare giovani svantaggiati, cosa che fa lavorando come volontaria presso il Tribunale dei minori di Livorno.

Nei suoi appunti si legge una frase: «La donna nella Resistenza porta sempre il calore di un sentimento»9. Questo calore Valchiria sembra averlo portato in tutte le attività svolte anche nell’Italia repubblicana.

 

NOTE

1 Le parole di Piero Calamandrei sono rivolte alle due partigiane fiorentine Tina Lorenzoni e Anna Maria Enriques in occasione del discorso Agli studenti dell’Università di Firenze caduti per la Libertà che tiene in qualità di rettore per l’inaugurazione dell’anno accademico il 16 novembre 1945. Si veda P. Calamandrei, Uomini e città della Resistenza. Discorsi, Scritti ed epigrafi, (a cura di) Sergio Luzzatto, Bari, Laterza, ed. 2006, p. 167.

2 Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella provincia di Livorno (ISTORECO) – ETS, Fondo Valchiria Gattavecchi, busta 9, fasc. 5, p. 4.

3 Ibidem.

4 F. Cavarocchi (a cura di), Resistenze, femminile plurale. Storie di donne in Toscana, Consiglio regionale della Toscana, Commissione regionale pari opportunità, Quaderno n. 68, p. 82

5 T. Noce, Nella città degli uomini: Donne e pratica della politica a Livorno fra guerra e ricostruzione, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, p. 105.

6 Ivi, p. 107.

7 Ivi, p. 157.

8 Ivi, p. 221.

9Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella provincia di Livorno (ISTORECO) – ETS, Fondo Valchiria Gattavecchi, busta 9, fasc. 5.

Articolo pubblicato nel maggio 2026.




Eusebio Nepi, il “sindaco carraio”

  1. Ideazione, struttura e fonti del lavoro

Ideazione

L’idea di realizzare questo lavoro risale a parecchi anni addietro quando, nello scrivere un volume sul sovversivismo e l’antifascismo nel Carmignanese, ebbi occasione di dedicare qualche pagina alla giunta socialista presieduta da Eusebio Nepi.

Fin da allora, anche se ragioni di spazio non mi permisero di approfondire l’argomento, ebbi la netta sensazione che l’attività di quell’amministrazione – per quanto limitata nel tempo, dalla fine di novembre del 1920 alla fine di marzo dell’anno successivo – era stata tale da lasciare un segno nella storia politico-amministrativa del paese.

Forte di questa convinzione, anni dopo ho presentato un progetto di ricerca al Comune di Carmignano il quale, con la sensibilità culturale che lo contraddistingue (non a caso gli si deve la realizzazione di una collana come Carmignano archeologia e storia, che, per quantità e qualità dei contributi in essa pubblicati, pochi comuni possono vantare), ha accolto la mia proposta.

Struttura. Copertina

Il volume cerca di contestualizzare l’argomento specifico, delineando la realtà politica e sociale del Carmignanese fra Otto e Novecento ed accennando agli anni del primo dopoguerra, quando, anche nella zona, si assisté alla crescita dei partiti di massa (socialisti e popolari), per poi dare conto dell’operato della giunta e concludersi con la ricostruzione delle vicende che portarono all’avvento del fascismo.

Al testo fanno seguito due appendici. Nella prima sono riportati alcuni documenti che mi sono sembrati meritevoli di essere fatti conoscere al lettore nella loro interezza, nella seconda si fornisce un quadro riassuntivo delle persone nate e/o residenti a Carmignano che figurano nel Casellario politico centrale (uno schedario degli elementi giudicati pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica creato in età crispina – nel 1894 – e rimasto in funzione fino al 1968, assai dopo la proclamazione della Repubblica).

Fonti: documentarie, a stampa, orali

La ricerca è stata in primo luogo condotta sui protocolli delle sedute del consiglio comunale e della giunta, consultabili presso l’Archivio del Comune di Carmignano.

Altri documenti sono stati visionati presso l’Archivio centrale dello Stato di Roma e presso l’Archivio di Stato di Firenze.

Al Centro di documentazione 11 giugno di Poggio alla Malva ho infine avuto la possibilità di visionare in copia una lettera della figlia di Eusebio Nepi, contenente notizie utilissime per tracciare un profilo biografico del padre.

Fondamentale è stata poi la lettura delle raccolte di alcuni periodici: due di Prato (Il lavoro e L’amico del popolo), quattro di Firenze (La nazione, Il nuovo giornale, La difesa e L’azione comunista), uno di Campi Bisenzio (La riscossa), uno di Pistoia (La bandiera del popolo) e poi  La cooperazione italiana (Milano) e  l’Avanti! (Roma).

Quanto alle fonti orali, ho riutilizzato alcune interviste fatte in passato (alcune con persone che, purtroppo, non sono più fra noi).

In copertina figura un disegno di Marco Perna, realizzato a partire da una foto di Eusebio Nepi. L’autore del disegno ha giustamente scelto di far risaltare lo sguardo risoluto e inflessibile di Nepi, uno sguardo che tradisce la tempra di un uomo animato da saldi principi.

 

  1. La realtà del Carmignanese

Carmignano fra Otto e Novecento: economia

Fra Otto e Novecento nel Carmignanese l’agricoltura era l’attività più importante. La produzione era essenzialmente destinata all’autoconsumo[1], se si fa eccezione per il vino e per l’olio, entrambi di ottima qualità, che già allora  venivano collocati tanto sul mercato interno quanto su quello estero.

Il settore secondario annoverava fabbriche di trecce e cappelli di paglia, fornaci di laterizi, mulini ad acqua e pastifici, ma era imperniato sull’escavazione della pietra (basti pensare alle cave della Gonfolina, agli scalpellini ed ai cavatori di Comeana).

Carmignano fra Otto e Novecento: politica

Sul piano politico, in regime di suffragio ristretto (che abbinava il censo alla capacità: subito dopo l’Unità votava alle amministrative all’incirca il 2% della popolazione, dopo la riforma crispina del 1888-1889 all’incirca il 10%)[2] i contadini e gli operai erano esclusi dal voto ed il Comune era di fatto controllato dai proprietari delle grandi fattorie della zona (Capezzana, Artimino, Bacchereto) che lo utilizzavano come uno strumento per tutelare i loro interessi.

Memorabili sono rimasti gli scontri fra il marchese Ippolito Niccolini ed il marchese Antonio Ricci – giolittiano il primo, ascrivibile all’area della destra liberale il secondo –, scontri dettati, più che da profonde divergenze politiche, dalla rivalità commerciale che li divideva in quanto entrambi produttori di vino.

Il primo dopoguerra

Le cose cambiarono nel primo dopoguerra, quando anche a Carmignano, come nel resto d’Italia, l’insoddisfazione e la rabbia dei contadini e degli operai tornati dal fronte – i primi senza la terra che era stata loro promessa nella fase più difficile del conflitto, i secondi, che scontavano la conversione dall’industria bellica a quella di pace, spesso senza lavoro e senza prospettive – si tradusse nella clamorosa affermazione dei partiti di massa alle politiche del 16 novembre 1919 (primi i socialisti, secondi i popolari, le varie correnti liberali e radicali, pur conservando la maggioranza dei voti, persero quella dei seggi).

 

  1. Le amministrative del 1920. Il comune socialista

Risultato delle elezioni

L’anno dopo quella che i giornali definirono “Caporetto liberale”, le amministrative del 31 ottobre 1920 videro anche nel comune mediceo il successo del PSI  (che, con diciassette eletti su un totale di trenta consiglieri, ottenne la maggioranza assoluta nell’assemblea) e del PPI.

In conseguenza di questo risultato si insediò una giunta monocolore socialista guidata dal poggese Eusebio Nepi (1870-1946, figlio di Romualdo e di Annunziata Nuti), carradore, una figura molto nota perché da anni attivo nel partito, nel sindacato ed in consiglio comunale (dove era entrato nel 1908, battendosi, fra l’altro, per l’esenzione dei contadini dal pagamento dei medicinali e della retta ospedaliera). I cattolici, che lo giudicavano non all’altezza del compito, ignorante e maleducato, lo definirono per scherno il “sindaco carraio”.

La giunta rossa come elemento di novità

Interrompendo la lunga serie di amministrazioni moderate, la giunta Nepi costituì una novità assoluta: con essa i rappresentanti delle classi subalterne giunsero per la prima volta al potere ed ebbero l’occasione di dimostrare, smentendo vieti luoghi comuni, di essere all’altezza della situazione, cioè di essere capaci di affrontare e di cercare di risolvere i problemi sul tappeto, in larga parte ereditati dai rappresentanti delle classi alte che li avevano preceduti (quando Nepi si insediò, il Comune registrava un passivo di mezzo milione di lire dell’epoca).

 

L’attività della giunta rossa

La giunta si fece carico delle esigenze delle classi popolari, erogando numerosi sussidi caritativi ed impegnandosi sul fronte del contenimento dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità: nel 1921 il prezzo medio di un chilo di pane era 1,41 lire in Italia, 1,10 a Carmignano.

L’amministrazione socialista cercò di attenuare anche la gravità del fenomeno della disoccupazione, deliberando vari lavori pubblici (di cui vi era assoluta necessità: strade, cimiteri, macelli, lavatoi ecc.) per un importo complessivo di oltre tredicimila lire.

Ma l’azione più qualificante si ebbe in materia di politica impositiva, col tentativo di spostare il carico fiscale verso una maggiore tassazione della ricchezza attraverso la rimodulazione dell’imposta di famiglia e della tassa sul bestiame, ma soprattutto grazie all’applicazione della tassa di esercizio e rivendita anche alle aziende agrarie, che – a differenza di quelle del settore secondario – fino ad allora non l’avevano mai pagata (et pour cause!). Il principio della tassabilità delle aziende agrarie fissato dalla giunta venne dichiarato valido dalla GPA: l’amministrazione socialista prese dunque una decisione che, in una realtà come quella locale, dominata dalle grandi fattorie, non è eccessivo definire rivoluzionaria.

Il riparto delle imposte dopo la caduta della giunta rossa

Non per nulla chi resse il municipio subito dopo Nepi (cioè il commissario prefettizio Ferruccio Carrara e poi il commissario regio Giuseppe Rognoni) fece seguire ad una politica di perequazione fiscale una finanza attenta soprattutto alle esigenze di bilancio ed a quelle dei ceti più abbienti (raddoppio della tassa sul bestiame, riduzione delle aliquote della tassa di famiglia stabilite per i redditi maggiori, diminuzione della tassa di esercizio e rivendita).

 

  1. La fascistizzazione del paese (1921-1923)

Colpiti direttamente nei loro interessi vitali, i “poteri forti” locali non tardarono a reinsediarsi nel palazzo comunale dopo l’abbattimento della giunta Nepi ad opera dei fascisti: la parte finale del volume è appunto dedicata al processo di fascistizzazione del Carmignanese che si compì fra il 1921 ed il 1923.

 

L’uccisione di Pucci e Verdini. Verità processuale e verità storica

Tutto cominciò il 28 marzo 1921 con l’uccisione di due carabinieri (Giuseppe Verdini e Vittorio Pucci), che la stampa e le autorità attribuirono senz’altro ai “sovversivi”, anche se in paese corse subito la voce che ad organizzare l’agguato erano stati i fascisti, alla ricerca di un pretesto per scatenare la violenza ed abbattere l’amministrazione socialista democraticamente.

Nel 1925 tre comunisti seanesi (Utinio Borchi, Anchise Spinelli e Addùe Torrini) vennero condannati in contumacia all’ergastolo per l’omicidio.

Esiste dunque una verità processuale, ma sostenere, come pure qualcuno ha fatto, che essa coincida con la verità storica denota un’assoluta ignoranza delle  norme più elementari di critica delle fonti. Per stabilire la veridicità di un documento (anche se autentico, come nel caso della sentenza in questione, che però denota la parzialità dei giudici fosse solo per il linguaggio utilizzato) bisogna infatti considerare almeno quando, da chi e perché esso è stato redatto e quindi chiedersi – nella fattispecie – quale attendibilità può avere una pronunzia emessa nel 1925 da un tribunale che operava in un periodo in cui la magistratura era soggetta all’esecutivo.

D’altronde, non essendo possibile verificare la fondatezza della voce popolare che attribuì il delitto ai fascisti, la conclusione più corretta è che le fonti a disposizione non permettono di dire con certezza come siano realmente andate le cose.

La sorte di Nepi e le amministrative del 1923

Certo è che l’accaduto fornì ai fascisti il destro per defenestrare l’amministrazione socialista e ripristinare i vecchi equilibri di potere: Nepi dovette lasciare il suo paese perché minacciato di morte, quando vi tornò venne costantemente sorvegliato dai carabinieri e si trovò in ristrettezze economiche perché molti si tenevano prudentemente alla larga dalla sua bottega. Come se ciò non bastasse, nel 1925 fu selvaggiamente bastonato dai fascisti.

Il consiglio comunale venne sciolto ed a Carmignano si tornò a votare solo nel 1923, in una tornata elettorale che servì ad avallare la cacciata delle amministrazioni comunali sgradite ai fascisti avvenute nei mesi precedenti[3]: a Carmignano (dove votò il 75,16% degli aventi diritto) i fascisti ottennero il 100% dei voti.

 

  1. Conclusioni

Quella della prima giunta socialista carmignanese fu insomma un’esperienza breve, ma di notevole interesse, che finora non era mai stata analizzata in modo approfondito. Questo volume tenta di colmare tale lacuna: saranno i lettori a giudicare se l’obiettivo sia stato o meno raggiunto.

In ogni caso, lo storico non può fare a meno di sottolineare quanto giusta, feconda e ricca di insegnamenti sia stata la vita di uomini come Nepi, cioè di tutti quei militanti, di genuina estrazione popolare, profondamente convinti della bontà dei loro ideali e pronti ad affrontare per essi persecuzioni e difficoltà materiali di ogni genere.

La Carmignano antifascista che si ricorda l’11 giugno, quella di Alighiero Buricchi e dei suoi compagni, non sarebbe forse esistita se non avesse avuto alle spalle una solida tradizione di lotte e di conquiste popolari.

Di quella tradizione l’esperienza della giunta Nepi ha rappresentato un momento centrale ed è quindi giusto che non ne vada perduta la memoria.

 

NOTE

[1] Consumo da parte dei produttori (spec. agricoli) di un’aliquota del prodotto a scopo di sostentamento.

[2] Crispi estese il diritto di voto amministrativo a tutti i cittadini maschi di maggiorenni (21 anni di età) che sapessero leggere e scrivere o che pagassero un censo molto ridotto. La riforma stabilì inoltre che nei capoluoghi di provincia e nei comuni con più di 10.000 abitanti il sindaco fosse eletto dal consiglio comunale, mentre in precedenza era nominato dal governo (nel 1881 Carmignano aveva 11.001 abitanti).

[3] Alle elezioni amministrative parziali del gennaio 1923, le prime dopo la marcia su Roma, parteciparono principalmente il PNF, spesso in alleanza con il PPI, ed il PLI, mentre i partiti di sinistra (PSI e Pcd’I) subirono forti boicottaggi o scelsero l’astensione. La legge Acerbo fu applicata solo per le politiche del 1924.




Livornesi “pericolosi nelle contingenze belliche”.

Il 10 giugno 1940 resta nella storia come l’infausto giorno dell’entrata in guerra dell’Italia fascista, annunciata da Mussolini con la nota dichiarazione dal balcone in piazza Venezia a Roma che fu radio-diffusa e amplificata in tutte le piazze italiane, più o meno affollate ed entusiaste. Poche ore dopo, fra i primi provvedimenti previsti dalla Legge di Guerra (R. Decreto n, 1415, 5 settembre 1938, poi R. Decreto n. 566, 10 giugno 1940), furono arrestate centinaia di persone ritenute “pericolose nelle circostanze belliche”[1]. Per lo più si trattava dei non molti oppositori politici ancora in circolazione e di un certo numero di ebrei noti quali antifascisti o presunti disfattisti, destinati all’internamento, ossia la misura di polizia preventiva che prevedeva l’allontanamento coatto dalla città e dalle famiglie, nonché la privazione della libertà in campi di concentramento – ben 51 – o la residenza obbligata e vigilata in sperdute località della penisola[2].

A Livorno, il fatidico annuncio mussoliniano era stato trasmesso dagli altoparlanti posti sul balcone della Casa del Fascio in piazza Cavour, dove era assiepata una folla di livornesi “precettati” e inquadrati dai sindacati fascisti e dalle diverse organizzazioni del regime[3].

Al termine dell’adunata, una parte dei partecipanti si recò a manifestare sotto il Consolato tedesco in via Cairoli, «che ha più volte acclamato alla Germania e a Hitler» (Corriere del Tirreno, 11 giugno 1940).

Nelle prime ore del giorno seguente e nelle settimane successive, poliziotti e carabinieri prelevarono, senza clamore, nelle loro case i livornesi – in maggioranza uomini, ma anche alcune donne – da internare; lo stesso avvenne in numerose località della provincia. Per lo più erano “soggetti”, già inseriti nell’Elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze, in base al quale la Questura provvedeva periodicamente al loro fermo preventivo per alcuni giorni in coincidenza di manifestazioni di regime, ricorrenze proibite come la Comune di Parigi, il Primo Maggio o la Rivoluzione Russa, oppure in occasione delle visite in città di «alte personalità» del governo o della casa reale.

Dalla Questura furono quindi trasferiti al carcere dei “Domenicani”, in attesa che il Ministero dell’Interno convalidasse l’internamento proposto dalla locale Prefettura e, in taluni casi, l’attesa prima della traduzione nei luoghi assegnati si protrasse per alcune settimane.

Presso l’Archivio di Stato di Livorno sono conservati numerosi documenti riguardanti tali provvedimenti repressivi, nel fondo della Questura e di quello della Prefettura.

In vista di tale operazione, il 3 giugno, il questore di Livorno, Erminio Roselli, aveva inviato una “riservatissima” interna all’Ufficio Stranieri, all’Ufficio Politico e alla Squadra Mobile con le disposizioni in merito:

 

Prego farmi tenere – ognuno per quanto di competenza e non più tardi del giorno 8 corrente – l’elenco delle seguenti persone che – appena dichiarato lo stato di guerra – dovranno essere arrestate per l’internamento, perché ritenute pericolosissime in quanto capaci di commettere sabotaggi, attentati ed azioni delittuose, facendo – ognuno una breve relazione sui motivi che consigliano il provvedimento di rigore:

a) pregiudicati comuni

b) sovversivi

c) ebrei nazionali e stranieri

d) stranieri

Le conseguenze dell’internamento, per periodi più o meno lunghi, sulla vita delle persone, così come per la carcerazione e il confino, erano pesanti, in quanto non soltanto ne limitavano libertà, movimento e socialità, ma incidevano sulle condizioni delle rispettive famiglie. Come infatti emerge da corrispondenze, domande di grazia e rapporti delle stesse autorità, l’internamento di tanti lavoratori comportava lo stato d’indigenza per i loro nuclei familiari, appena supportati da miserandi sussidi statali. Dunque la “pena” dell’internamento ricadeva, oltre che su figlie e figli, soprattutto sulle donne (mogli, madri, sorelle), costrette a far fronte a situazioni economiche non di rado drammatiche; a tutto questo si aggiungeva il fatto che gli internati, perdendo il lavoro a seguito di tale misura repressiva, quando potevano essere prosciolti, trovavano un problematico reinserimento occupazionale al loro ritorno a casa.

 

GLI INTERNATI POLITICI

La categoria dei sovversivi fu la prima ad essere colpita dalla misura dell’internamento; non solo perché destava le maggiori preoccupazioni delle autorità, ma in quanto comprendeva un numero assai limitato di soggetti in “libertà provvisoria”, da tempo schedati, diffidati, ammoniti e strettamente sorvegliati, mentre la maggior parte degli oppositori che non erano riparati all’estero, si trovava già in carcere oppure al confino[4].

A seguito delle modeste attività di propaganda – manifestini e scritte murali – svolte in città nel 1939 erano seguite una quindicina di condanne al confino e una ventina di pesanti condanne detentive pronunciate dal Tribunale speciale che avevano falcidiato quanto restava dell’opposizione in città.

I pochi antifascisti ancora a piede libero, o appena scarcerati, risultavano inseriti in vari elenchi, redatti sia dai diversi Uffici della Questura che dall’Arma dei Carabinieri.

Una prima lista, relativa alla Provincia di Livorno, di poco antecedente l’entrata in guerra, comprendeva i Sovversivi pericolosi da arrestare in caso di emergenza, suddivisi in 4 elenchi, in base allo stimato grado di pericolosità per l’ordine costituito, per un totale di 27 nominativi, inclusi alcuni presunti “squilibrati di mente”.

Questa prima lista subì diverse variazioni e integrazioni e quella definitiva di coloro che, fra il 13 e il 30 giugno, furono arrestati e internati comprendeva 6 comunisti (Dino Demi, Amedeo Frosini, Guido Menconi, Mario Pellegrini, Umberto Combes Rossi, Dogali Simoncini), 5 anarchici livornesi (Virgilio Antonelli, Giovanni Biagini, Bruno Guerrieri, Nello Malacarne. Ilio Scali) e un anarchico di Piombino (Renzo Vanni)[5]. Simoncini era appena uscito dal carcere ad aprile dopo 5 anni di detenzione; mentre Antonelli, che era stato fra i primi confinati politici nel 1926, aveva già scontato nove anni di detenzione, fra confino e carcere.

Invece, Nello Malacarne nei vent’anni di regime fascista avrebbe complessivamente scontato sedici anni di detenzione, fra carcere, confino e internamento.

Quasi tutti furono deportati nel campo di concentramento di Manfredonia (Fg), mentre i «pericolosi fra i pericolosi» nel campo istituito presso l’isola confinaria di Ventotene.

Non furono invece internati, pur se nell’elenco degli arrestandi, gli anarchici ed ex arditi del popolo, Andrea Dodoli, perchè si trovava in carcere militare a Roma, e Augusto Consani che, pur ritenuto «elemento pericoloso per l’ordine nazionale dello Stato», era stato giudicato inidoneo in quanto affetto da tubercolosi, tanto che già nel 1926 dopo alcuni mesi di confino era stato rimesso in libertà condizionata e sotto ammonizione.

Quale «sospetto politico di disfattismo», Augusto Casagni, titolare della farmacia sul viale Regina Margherita (ora viale Italia,  fra via Funaioli e via Meyer), il 22 giugno fu internato nel campo di Manfredonia, in base a presunti discorsi critici verso l’Asse e favorevoli all’Inghilterra, venendo prosciolto tre mesi dopo.

Negli stessi giorni e nelle stesse ore, altri antifascisti della provincia livornese, ma residenti altrove, venivano arrestati su ordine delle rispettive Prefetture ed avviati anch’essi nei luoghi d’internamento. A Genova è quanto accadde a tre lavoratori, schedati come comunisti: il tranviere Fernando Benedetti, nato a Campiglia Marittima, e il meccanico Ruggero Berretti di Sassetta, entrambi deportati a Manfredonia, e l’elettricista Manlio Tondi, di Rio Marina, relegato a Istonio (Ch).

La maggior parte dei “politici” fu prosciolta entro il 1941, per fare spazio nei campi di concentramento ad altri internati (soprattutto slavi ed ebrei), ma furono sottoposti a ulteriori misure repressive (carcere, confino, diffida, ammonizione). Nei casi però dei livornesi Giovanni Biagini, anarchico, e Amedeo Frosini, comunista, nonchè dell’anarchico piombinese Adriano Vanni – l’internamento si sarebbe protratto sino al settembre 1943[6].

Nei mesi seguenti, per i sovversivi e i sospetti politici livornesi e piombinesi internati (incluse due donne, Adelina Barontini e Anna Maria Caluri, per il loro «atteggiamento antitaliano e disfattista») le destinazioni furono anche i campi di concentramento nelle isole confinarie di Ustica (Pa) e Tremiti (Fg), nonché di Colfiorito (Pg), Pisticci (Mt), Isernia, Istonio (cioè Vasto, Ch) e Ariano Irpino (Av); mentre, fra le «località d’internamento», più popolate di livornesi figurano i comuni di Apecchio e Sant’Angelo in Vado (Pu), Gorgoglione (Mt) e la colonia di Mormanno (Cs).

 

GLI INTERNATI EBREI

Il primo atto della politica antisemita del regime fascista era stato il Censimento degli ebrei nell’agosto 1938, finalizzato alla successiva promulgazione dei Provvedimenti per la difesa della razza italiana (R. Decreto Legge n. 1728, 17 novembre 1938), preceduti dalle misure nei confronti della «razza negra», nonché dei cittadini di etnia rom e sinti.

Raccomandando «riservatezza assoluta e massima precisione», il Ministero dell’Interno ordinò ad ogni Prefettura del Regno la schedatura di tutti gli ebrei non solo appartenenti alle «Comunità israelitiche riconosciute ma tutti coloro che risiedono codesta provincia anche temporaneamente e che comunque risultino di razza ebraica anche se professanti altra o nessuna religione o che abbiano abiurato in qualsiasi epoca ed anche se per matrimonio sono passati a fare parte di famiglie cristiane»[7]La rilevazione andava effettuata con ogni mezzo possibile, incluso il ricorso ad informatori, per predisporre un quadro attendibile della presenza ebraica in Italia alla mezzanotte del 22 agosto 1938. Stante lo «speciale delicato carattere della rilevazione», l’operazione non doveva «dare appigli alcun allarme trattandosi di rilevazione all’esclusivo fine di studio».

Con tali premesse statistiche, le prime disposizioni sui provvedimenti da adottare nei confronti degli ebrei, sospettati di diffondere «notizie false e tendenziose», furono impartite il 25 settembre 1939, poche settimane dopo l’invasione tedesca della Polonia che segnò l’inizio del conflitto mondiale, a partire da quelli stranieri presenti in Italia già soggetti ad espulsione.

In seguito, nell’approssimarsi dell’entrata in guerra dell’Italia, il 26 maggio 1940, il sottosegretario all’Interno, Guido Buffarini Guidi, aveva genericamente informato il capo della polizia Arturo Bocchini che «il DUCE desidera che si preparino dei campi di concentramento anche per gli ebrei, in caso di guerra».

A cui fecero subito seguito, il 27 maggio, il 31 maggio e il 6 giugno 1940, le seguenti disposizioni del Ministero dell’Interno ai Prefetti del Regno e al Questore di Roma, che disponevano l’internamento degli ebrei stranieri e di quelli italiani in relazione alla «loro capacità propaganda disfattista et attività spionistica».

Di fatto, per evidenti motivi tecnico-logistici legati all’elevato numero di cittadini italiani ebrei (circa 47 mila, compresi quelli di Fiume ed esclusi quelli nelle colonie italiane), pure fra i militari di carriera, molti dei quali si erano distinti come combattenti nelle «guerre italiane» (libica, mondiale, etiopica, spagnola) e quelli che – pure a Livorno – erano stati “fascisti della prima ora”, l’«appartenenza alla razza ebraica», ferme restando le limitazioni sancite dalla Carta della Razza del 1938, non costituì condizione sufficiente per l’internamento, a motivare il quale doveva sussistere anche una «reale pericolosità» politica o, quanto meno, il sospetto di una qualche espressione di dissenso nei confronti del regime e della guerra.

Anche a Livorno nel 1938, a supporto dell’approvazione delle Leggi razziali, era stata avviata una campagna di propaganda anti-ebraica su iniziativa del Partito nazionale fascista, attraverso varie conferenze pubbliche e sempre più frequenti articoli sulla stampa cittadina che incentivarono i gesti d’intolleranza antisemita. In particolare, su «Il Telegrafo» del 18 agosto 1938 era apparso, in prima pagina, un articolo dal titolo Il problema ebraico. Gli immigrati a Milano e i “portatori di bacilli”, in cui compariva anche un grafico che evidenziava come, dopo Trieste, Livorno vedeva la maggiore percentuale di «israeliti» (13 ogni mille abitanti).

Fra il giugno 1940 e il luglio 1943, complessivamente, sarebbero stati una settantina (67 secondo alcune fonti, su circa 400 in tutta Italia) gli ebrei e le ebree livornesi sottoposte all’internamento, prima che fra il 1943 e il ‘44, sotto la Repubblica di Salò, iniziassero i rastrellamenti nazi-fascisti e le deportazioni di massa verso i Lager, quando le famiglie ebree cercarono di sfuggire allo sterminio unendosi ai livornesi “sfollati” dalla città.

Considerando che, a livello nazionale, l’11,7 per cento degli internati italiani nel loro insieme fu costituito da ebrei, si può fondatamente ritenere che a Livorno il rapporto percentuale fra gli internati politici e quelli ebrei fu addirittura quasi paritario.

I primi provvedimenti contro gli ebrei livornesi scattarono il 16 giugno, ma soprattutto furono attuati nei giorni 23, 24 e 25 giugno, con l’internamento nei campi di concentramento di Campagna (Sa) e Urbisaglia (Mc), oppure relegati in piccoli comuni delle province di Avellino, Potenza e Pesaro, mentre otto ebrei vennero costretti a risiedere nei vicini comuni di Collesalvetti e Cecina.

Nel solo mese di giugno furono circa cinquanta gli ebrei e le ebree di Livorno per cui venne deciso l’internamento e, per alcuni di loro, fu l’inizio di una tragica odissea senza ritorno[8].

Altri ebrei nati a Livorno, ma non più residenti, furono internati per decisione di altre Prefetture, fra questi: il socialista Enrico Castelli (Firenze); Angiolo Giuili (Genova), per aver criticato il regime; Piero Dello Strologo, per aver svolto attività antifascista all’estero, e il dirigente socialista Giuseppe Passigli, già direttore de «Il Lavoratore» a Trieste (per entrambi, Prefettura di Milano).

Invece, Aristide  Dello Strologo, nato a Massa, ma residente a Livorno, già iscritto al Partito radicale ed oppositore del regime, fu internato nel mese di giugno su ordine della Direzione generale per la demografia e la razza, con proscioglimento il 10 ottobre 1940, al quale fu però confiscata la propria abitazione.

A parte alcuni schedati politicamente, come i socialisti Odoardo Della Torre (finito fucilato alle Ardeatine) e Abramo Funaro o il comunista Armando Abeniacar, si trattava di persone la cui identità politica era quella generica di antifascisti, oppure venivano loro attribuite pretestuosamente delle intenzioni avverse al regime, a seguito soprattutto di spiate anonime.

D’altronde, fra le accuse rivolte contro gli ebrei, vi era quella secondo cui il bolscevismo era parte del complotto ebraico contro i popoli d’Europa, così come come sostenuto dal noto Paolo Orano che aveva tenuto una conferenza a Livorno, presso l’Accademia navale.

Comunque, se in taluni casi si può cogliere la prevalente valutazione politica alla base dell’internamento, in altri questa appare pretestuosa rispetto alla persecuzione razziale antiebraica.

Tra le motivazioni indicate dalle autorità di polizia, oltre alla classificazione di ebreo o ebrea, vi erano quelle che alludevano a vaghe propensioni o stati d’animo, quali avere «un comportamento antifascista» o essere «sospetto di avversione al regime». Un’altra accusa, non meno aleatoria, degna d’essere segnalata fu quella di «Fa[re] parte di un gruppo di intellettuali ebrei, soliti a vedersi in qualche pubblico esercizio o altrove per manifestare idee di avversione alla Germania e critiche al regime fascista» (Giangiacomo Gallico e Renzo Toaff, arrestati e internati il 12 giougno1940).

Altrimenti, con riferimento alle opinioni riguardanti la guerra, era possibile trovare motivazioni a supporto della decisione d’internamento quali «ebreo capace di svolgere attività disfattista» (Luciano Orvieto, internato il 12 giugno 1940 a Collesalvetti) oppure «ebreo, per aver inneggiato alla Francia» (Renzo Cabib, arrestato il 22 giugno 1940 e giunto il 7 luglio seguente nel campo di concentramento a Urbisaglia).

Invece, in numerose motivazioni, si riscontrano paradossali processi alle intenzioni quali «colpito dalle leggi razziali potrebbe manifestare malcontento» (Egisto Piperno) oppure «ebreo, poiché gli è stata revocata la licenza di venditore ambulante, potrebbe dar luogo a manifestazioni di scontento» (ad es., Elio Pesaro), in cui affiora in modo evidente la persecuzione razziale, senza alcun specifico addebito politico.

Anche Simone Alfandari fu internato il 12 giugno 1940 per un ovvio «atteggiamento ostile al regime in seguito alle leggi razziali», ma il 14 dicembre dello stesso anno risultava rinchiuso in un manicomio, secondo un percorso drammaticamente comune a molti oppositori al regime[9].

Il 21 giugno 1940, la Prefettura di Livorno dispose l’internamento, seppure per breve tempo, anche del sessantenne rabbino maggiore, Alfredo Sabato Toaff, padre di Elio e Renzo, ritenendo che, avvalendosi della sua posizione potesse, attraverso la professione della religione e l’insegnamento, «dispiegare attività non consentita, volta alla tutela degli interessi della sua razza e dannosa a quelli politici della nazione».

Discorso analogo per le generiche motivazioni con cui, fra i mesi di giugno e luglio 1940, furono internate sei ebree livornesi, in quanto «pericolose nell’attuale momento» (Enrichetta Di Segni Cintoi, Marianna Di Segni, Ida Funaro), sottintendendo una posizione antifascista, oppure perché, dopo la revoca della licenza commerciale, avrebbero potuto «criticare il regime» (Elisa Suarez, Amelia Caden Bardavid), mentre per Clara Grego l’unica “colpa” era quella di insegnare presso la Scuola israelitica.

Furono tutte liberate dopo un mese, ma per Amelia Caden Bardavid, madre di quattro ragazzi, la persecuzione fascista avrebbe riservato un epilogo atroce. A seguito dell’ordinanza n. 5 del 30 novembre 1943, emanata dal Ministro dell’Interno della neonata Repubblica sociale, Buffarini Guidi, che disponeva l’arresto e l’invio nei «campi provinciali» di tutti gli ebrei, nel dicembre 1943 fu di nuovo arrestata e deportata nel lager di Auschwitz, dove fu sterminata assieme a tutti i familiari nel 1944, al capolinea della persecuzione iniziata nel 1938.

 

NOTE

 

[1] Durante la guerra, senza contare gli internati per motivi non politici e quelli decisi dalle autorità militari, complessivamente, su tutto il territorio nazionale, si contano almeno 2.711 internamenti, per ragioni politiche e/o razziali, quasi sempre su provvedimento delle Prefetture e, secondariamente, del Ministero dell’Interno e di altri organismi del regime (Polizia Politica, Ispettorati di PS, Ambasciate, OVRA, Direzione generale per la demografia e la razza…); tale dato, inevitabilmente incompleto, corrisponde ai fascicoli personali conservati all’Archivio Centrale di Stato reperiti e riportati nel principale, anche se datato, testo di riferimento: Simonetta Carolini [a cura di], “Pericolosi nelle contingenze belliche”. Gli internati dal 1940 al 1943, Roma, Anppia, 1987.

[2] Si veda  Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940 – 1943), Torino, Einaudi, 2004.

[3] Si rimanda a Marco Rossi, Vincere! Ma vinceremo? Livorno in stato di guerra (giugno 1940), Ghezzano, BFS, 2026.

[4] Durante il Ventennio fascista risultano essere stati confinati almeno 101 livornesi, fra cui una donna (Gioiosa Baldacci, socialista), rispettivamente schedati come come comunisti (40), antifascisti (32), anarchici (23), socialisti (5), repubblicani (1); si vedano i nominativi e le relative statistiche in Ivan Tognarini [a cura di], Livorno nel XX secolo. Gi anni cruciali di una città tra fascismo, resistenza e ricostruzione, Firenze, Polistampa, 2005, pp. 55, 56, 521-523.

[5] Nel 1940, fra Piombino, Cecina, Massa Marittima ed Isola d’Elba, oltre a Adriano Vanni, sarebbero stati internati altri 14 “sovversivi” (Enrico Gargarella, Guglielmo Spinelli, Gino Trovatelli, Alberto Del Favero, Giuseppe Bonomi, Beniamino Cordoni, Giovanni Pellegrinelli, Felice Gestarelli, Oreste Barachini, Nello Bertini, Claudio Cateni, Italo Barsellini, Ugo Bellini, Giuseppe Pasticcio).

[6] La liberazione degli internati fu disposta il 29 luglio 1943. dopo la caduta del regime, ma ad esclusione di anarchici, comunisti, agenti di spionaggio, resistenti jugoslavi. La liberazione dei comunisti fu disposta il 14 agosto e il 23 quella degli anarchici «non particolarmente pericolosi». Nonostante le disposizioni, non furono tuttavia pochi coloro che non vennero liberati o non riuscirono ad evadere prima dell’8 settembre 1943.

[7] Fra le disposizioni previste vi era l’obbligo per «tutti gli appartenenti alla razza ebraica» di fare denuncia, presso l’Ufficio di Stato Civile dei rispettivi Comuni, della propria «appartenenza alla razza ebraica», pena l’arresto fino ad un mese e un’ammenda sino a lire tremila (art. 9, D.L. n. 1728/1938). Sull’argomento si rinvia a Guido Fubini, La legislazione razziale. Orientamenti giurisprudenziali e dottrina giuridica, «Il Ponte», 30 novembre – 31 dicembre 1978.

[8] Questo fu il caso, fra gli altri, di Angelo Ajò, nato a Pitigliano, che la Prefettura di Livorno fece internare il 12 giugno 1940; nel maggio 1944, assieme alla moglie Fanny De Porto, fu rastrellato ad Asciano (Pi) e deportato nel campo di Bagno a Ripoli (Fi), poi a Fossoli (Mo) ed infine ad Auschwitz, dove perirono entrambi. Sirio Renzo Bueno, figlio di Ida Funaro, anche lei internata, fu internato dal 23 giugno 1940 al 29 settembre 1943 (Sant’Angelo in Vado, Avigliano, Castelnuovo di Garfagnana), venendo poi arrestato a Marlia (Lu) dai carabinieri l’8 dicembre ’43 e, dopo detenzioni temporanee a Bagni di Lucca, Firenze e Milano, il 30 gennaio 1944 fu deportato, senza ritorno, nel lager di Auschwitz. Anche Salomone Gabbai, internato dal 24 giugno 1940 all’agosto 1943, fu deportato e morì ad Auschwitz, così come Enrico Castelli, socialista, internato dal giugno 1940 all’aprile 1941, ma arrestato a Firenze nel marzo 1944 e deportato nel campo di Fossoli, prima di essere tradotto ad Auschwitz, il 16 maggio seguente, dove giunse il 23 maggio e fu ucciso in data imprecisata.

[9] Sull’argomento si rimanda a Matteo Petracci, I matti del duce, Manicomi e repressione politica nell’Italia fascista, Roma, Donzelli, 2014.

 

Articolo pubblicato nel maggio 2026




“Nome dopo nome” arricchire di protagonismi femminili la Resistenza senese

Nel ricostruire storie ai margini di una Resistenza che vide Siena contrapporsi al nazifascismo fino al 3 luglio 1944, Silvia Folchi si chiede: «Cosa cerco adesso, a ottant’anni di distanza, cosa vorrei farmi raccontare se ancora ne avessi la possibilità? Alcuni fatti, certo. Ma anche qualcosa che è più essenziale dei fatti. Le storie delle persone e le loro esistenze» (p. 22). Se la marginalità dei vissuti è definita dal punto di vista con cui si legge il passato, adottare uno sguardo di genere è essenziale per mettere a fuoco una articolata partecipazione femminile alla lotta di Liberazione.

Aiutandosi con una ricca storiografia ad oggi disponibile, l’Autrice si addentra nel complesso legame donne-guerra-resistenza, individuando punti di forza e limiti culturali insiti nel rovesciamento dei ruoli di genere che, in un momento di emergenza nazionale, mise uomini e donne di fronte a inedite scelte di vita.

Sul piano delle conoscenze, il quadro d’insieme appare ben definito e ci descrive una corale presenza femminile nella Resistenza italiana, in quella immediata opera di assistenza ai soldati allo sbando, a renitenti, disertori e antifascisti, in una molteplicità di compiti e incarichi svolti clandestinamente in un territorio occupato, nel diffuso ribellismo popolare e nelle diverse forme di collaborazione organizzate o spontanee, espresse con e senza armi.

Tra gli studi storici nazionali e quelli locali, tuttavia, l’Autrice individua ancora uno scarto, come è anche ingombrante il debito di memoria verso protagonismi su cui è calato il silenzio generando una grave assenza nella narrazione storica e nelle coscienze collettive. Per lunghi decenni, dal secondo dopoguerra, hanno condizionato il paternalismo, la retorica dell’uomo in armi e quella legata al “contributo” femminile al movimento di Liberazione, l’assenza di dibattito sulle donne attive in sfere d’azione maschili, quindi, il ritardo con cui ancora oggi si indaga la presenza femminile nelle istituzioni o nei luoghi di potere.

Le ricostruzioni offerte da Folchi tentano di colmare la lacuna che il caso di Siena presenta, facendosi guidare dalla storiografia locale, mettendo ordine tra fonti edite e documentazione d’archivio inedita, seguendo nuove piste d’indagine con l’intento di tessere un’unica trama discorsiva e restituire un quadro corale di partecipazioni femminili alla Resistenza senese.

46 partigiane combattenti, 67 patriote, 165 tra collaboratrici e benemerite, 20 partigiane e patriote senesi operanti fuori Provincia. Contare le donne in virtù di un incrocio tra i documenti disponibili e, «nome dopo nome» (p. 23), arricchire gli elenchi ufficiali di storie di quotidiana contrapposizione al nazifascismo, aiuta a decostruire una narrazione instillatasi nella memoria e nella storiografia locale, rigidamente fissata a 17 combattenti e 9 patriote. Gli elenchi redatti nel dopoguerra dalle Commissioni regionali scattano una foto di gruppo alle 113 combattenti senesi e definiscono i loro ritratti secondo l’età – dai 13 della più giovane ai 67 anni –, le condizioni sociali o la professione: fra loro ci sono contadine, casalinghe, impiegate, studentesse, intellettuali.

I numeri crescono in modo importante, sebbene li accompagni una costante incertezza legata alle complesse procedure per il riconoscimento delle qualifiche di guerra: la ritrosia a fare domanda e compilarla correttamente, i requisiti minimi per ottenere meriti militari, ma anche i vantaggi economici derivanti che potrebbero aver gonfiato il numero delle richieste. Il protagonismo del margine appare molto frequentato, malgrado quello che l’Autrice si aspettava di scoprire e, comunque, ancora sfuggente e incapace di ritrarre un universo difficilmente quantificabile.

«La guerra, e anche la guerriglia, richiede molto lavoro dietro le quinte, senza medaglie e senza eroi, e le collaboratrici non si occupano solo di cucire i fazzoletti rossi, ma provvedono materialmente al sostentamento delle brigate» (p. 58). Risulta essere insidioso il recupero di vissuti antagonisti, eppure, testimonianze scritte e orali, scritture autonarrative, corrispondenza e carte d’archivio gettano nuova luce su ruoli non più subalterni. Emerge allora il sostegno offerto alla Resistenza da parte delle aristocratiche residenti nelle ville o nelle tenute senesi attraverso rifornimenti, servizi di collegamento o esercitando pressioni politiche. Affiorano altresì incarichi nelle Brigate partigiane, capillari reti fiduciarie, atti di coraggio e solidarietà, azioni altruistiche, solidi legami politici stretti nei partiti e nei Gruppi di Difesa della Donna, che nascono a Siena solo nel giugno del 1944 a testimoniare, però, speranze emancipazioniste e la maturazione di un percorso di presa di coscienza.

«In diverse circostanze le donne guidano manifestazioni spontanee per protestare contro la mancanza di cibo, per opporsi al conferimento di derrate alimentari, per chiedere il rilascio di prigionieri e di renitenti alla leva» (p. 48). Fra loro ci sono le “sovversive” perseguitate dal regime fascista, arrestate, ammonite, sorvegliare e condannate al confino; sono le 27 senesi schedate nel Casellario Politico Centrale per antifascismo, dissenso e opposizione al Duce, alla guerra e alle sue conseguenze, tra cui la morte. L’Autrice, infatti, non dimentica le vittime del territorio, “cadute” sotto le raffiche di mitraglie, pallottole vaganti, fucilazioni, rappresaglie contro i civili, bombardamenti alleati; come dedica anche pagine attente a ricordare gli stupri compiuti dagli eserciti di ogni alleanza.

Raccontare vite di donne in guerra o ascoltarle raccontarsi, come fa la bella sezione biografica che chiude il volume, rappresenta una preziosa restituzione delle innumerevoli sfumature che caratterizzano la narrazione della Resistenza. Sono storie che ripercorrono traumi, stati di terrore e violenze diffuse; corpi minacciati, offesi, reattivi; emozioni contrastanti; amori, legami, trame animate da coraggio, ideali e dalle innumerevoli sfaccettature delle scelte individuali.

La lettura del volume di Silvia Folchi risulta necessaria tanto per chi studia la Storia delle donne nella Resistenza, dal quale riceve un rigoroso aggiornamento storiografico, quanto per quei lettori e lettrici desiderose di accrescere le proprie conoscenze su un evento nodale della Storia contemporanea. Riponendo il libro a scaffale, tuttavia, rimarranno delusi dal fatto che quell’allargamento dei confini partecipativi, così ben illustrato dall’Autrice, non trova corrispondenza nella memoria collettiva. A tal proposito è estremamente interessante scorrere il breve elenco di “Intitolazioni” pubbliche alle donne della Resistenza presenti in Provincia: breve, perché la toponomastica accoglie negli spazi cittadini soltanto sei profili di donne. Una maggiore consapevolezza di genere può senz’altro favorire lo sviluppo di nuovi progetti di toponomastica femminile e, in questo senso, il volume costituisce un primo passo in quella direzione.

Articolo pubblicato nel maggio 2026.




Piero Zerboglio (1907-1991): dalla Resistenza alla Repubblica

Piero Zerboglio nasce a Pisa il 19 luglio 1907 da Adolfo[1] e Maria Badoglio. La sua è una famiglia numerosa: ha due sorelle, Vera Carolina Laura Vincenza (Pisa, 21 aprile 1896-18 marzo 1977) e Carolina, detta Lina (Pisa, 8 febbraio 1903-29 maggio 1992), e un fratello, Vincenzo, detto Enzo. Quest’ultimo, nato a Pisa il 10 agosto 1898, parte per il fronte nel 1917 e muore il 26 ottobre 1918 a causa delle ferite riportate in combattimento sul Monte Solarolo; per il suo sacrificio viene insignito della medaglia d’oro al valor militare[2].

Il fratello Enzo è compagno di scuola, negli anni del liceo, di Giorgio Giglioli. Quest’ultimo, figlio di Italo e Constance Stocker, appartiene a una famiglia dalla solida tradizione patriottica risorgimentale; il padre, professore di chimica agraria all’Università di Pisa, è inoltre amico intimo e sodale di Adolfo[3]. A partire dal primo decennio del Novecento, le vicende delle due famiglie si intrecciano profondamente, segnando in modo determinante la formazione culturale di Piero.

Piero frequenta il liceo classico “G. Galilei”, seguendo il percorso del fratello, delle sorelle e dei figli dei Giglioli. Proprio con alcuni di loro, il 13 febbraio 1926, contribuisce alla fondazione della sezione di Pisa del Club Alpino Italiano (CAI)[4]. La passione per la montagna gli viene trasmessa dal padre, grande escursionista: quest’ultimo è originario del Piemonte, ma risiede a Pisa dove insegna Diritto penale sin dalla fine dell’Ottocento. La famiglia Zerboglio trascorre regolarmente le vacanze estive a Barga, in provincia di Lucca; anno dopo anno, il legame con il territorio si fa così profondo che il giurista, alle soglie dei sessant’anni, vi dedica un affettuoso ricordo attraverso un libro – una guida storico-culturale – intriso di stima e amore per la comunità barghigiana[5]. Spesso il padre – accompagnato dai figli o dagli amici, o talvolta in solitaria – approfitta delle pause dalle sue molteplici attività per inerpicarsi lungo le pendici dei monti e dei colli della zona. In queste lunghe e avventurose escursioni emerge un tratto distintivo della sua personalità, tanto che egli stesso scrive, con una punta di arguzia:

se si chiedesse a più d’uno, del professor Zerboglio, credo che nove su dieci ne esalterebbero la valentia “podistica” tacendo dei suoi volumi di diritto penale. Ed io, non sarei scontento perché tutti possono apprezzare benignamente l’energia delle mie gambe, e rari, invece, son coloro che sieno atti o propensi a giudicare, con coscienza ed equità, i prodotti del mio cervello!![6]

Barga è un piccolo comune della media Valle del Serchio, in provincia di Lucca, incastonato in una posizione suggestiva e strategica: il borgo appare infatti racchiuso tra l’imponente catena dell’Appennino Tosco-Emiliano e il profilo frastagliato delle Alpi Apuane. Situato a 410 metri sul livello del mare, l’abitato si adagia sulle alture delle ultime pendici occidentali del Monte Rondinaio, a circa quattro chilometri dalla riva sinistra del fiume Serchio.

Piero Zerboglio, alla fine degli anni Venti, frequenta la facoltà di Giurisprudenza all’Università di Pisa, dove si laurea il 4 luglio 1931[7]. In questo periodo conosce Gianna Donetti, figlia dell’avvocato Ettore: quest’ultimo, titolare di uno studio professionale a Genova, è solito trascorrere le vacanze estive con la famiglia a Barga, proprio come gli Zerboglio. Gianna e Piero si sposano il 19 settembre 1934; dalla loro unione nasce a Genova, il 28 agosto 1935, la figlia Piera che, seguendo le orme del padre e dei due nonni, si laureerà a sua volta in Giurisprudenza[8].

Dopo una breve esperienza a Genova presso lo studio del suocero, Piero Zerboglio abbandona la professione di avvocato per dedicarsi all’insegnamento. Tuttavia, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, viene arruolato come ufficiale nel 22° Reggimento di fanteria, di stanza nel territorio pisano.

Pisa, Lungarno Pacinotti, Palazzo Timpano, Casa Zerboglio prima del 1940. Foto dell’Archivio BFS

Piero matura la propria scelta liberal-socialista e antifascista proprio nei primi anni della Seconda guerra mondiale. Il punto di svolta, come ricorda Antonio Tozzi[9], va collocato nella primavera del 1942, in seguito agli incontri con Antonio D’Andrea, Mario Frezza ed Enrico De Negri e, in particolare, con Tancredi “Duccio” Galimberti – tra i fondatori del PdA nel cuneese, nonché ispiratore delle formazioni di “Giustizia e Libertà” e figura di spicco della Resistenza piemontese[10].

Così, nell’autunno del 1942, sotto la supervisione del professor Guido Calogero, nasce il “Comitato direttivo pisano” del partito. Il nucleo, composto da Piero Zerboglio, Antonio D’Andrea, Antonio Tozzi, Raffaele Micheletti, Ferruccio Michelazzi e Roberto Supino, allaccia rapidamente rapporti con le cellule azioniste di Lucca, Viareggio e Firenze. Piero Zerboglio descrive così quei momenti nelle memorie scritte per la famiglia e i nipoti:

Nel 1942 viene a trovarci a Pisa Duccio Galimberti, un avvocato studioso di diritto penale che si considera, in certo senso, allievo del nonno Adolfo, perché il nonno lo ha consigliato, ha recensito favorevolmente le sue pubblicazioni. Si sono incontrati più volte anche con la nonna Maria a dei congressi e hanno fatto tanta amicizia. Galimberti – che sarà poi un valoroso partigiano e morirà eroicamente, ucciso barbaramente dai fascisti – viene a Pisa per avere la nostra partecipazione a una forza antifascista che aveva origine da “Giustizia e libertà”: un movimento dei più significativi nella lotta contro il fascismo, del quale avevano fatto parte uomini come Rosselli, Parri, Ernesto Rossi.

Il nonno Adolfo è già molto anziano e Galimberti si rivolge soprattutto a me perché organizzi a Pisa il partito d’azione e prenda parte alla lotta antifascista. Io sono entusiasta, condivido pienamente gli ideali del partito d’azione: le forme istituzionali, i contenuti economici e sociali, i principi di giustizia e libertà, che sono da sempre i miei ideali politici, gli ideali liberal-socialisti[11].

Nella primavera del 1943, il Comitato del Partito d’Azione pisano contribuisce alla nascita del “Fronte antifascista” insieme ad alcuni esponenti comunisti e cattolici. Durante il periodo dell’occupazione tedesca, il gruppo svolge delicati compiti di collegamento tra il movimento clandestino cittadino e le formazioni partigiane attive sull’Appennino tosco-emiliano.

Il 31 agosto 1943, Piero e la sua famiglia assistono, dalla propria abitazione, al disastroso bombardamento della città, che colpisce con inaudita violenza la zona della stazione ferroviaria e il quartiere di Porta a Mare.

Nelle sue memorie, Piero ricorda come quel giorno la moglie si trovasse a Pisa con la figlia, nonostante fosse già sfollata a Barga proprio per sfuggire alle incursioni aeree. Intorno all’ora di pranzo, la città viene investita da quello che l’autore definisce «uno dei bombardamenti più forti e con più vittime» mai subiti dal capoluogo pisano.

Ci mettemmo abbracciati sotto gli archi di una porta mentre nonna gridava. “Mio dio, il terremoto!”. Gridava così perché anni prima, a Barga, era stata terrorizzata da un forte terremoto. Finito il bombardamento ci affacciammo a una finestra che dava sul Lungarno davanti alla Chiesa della Spina.

Da Porta a Mare si sentivano grida paurose; la Chiesa della Spina, quel piccolo capolavoro gotico proteso sulle spallette dell’Arno, non si vedeva più; a un tratto, avemmo la sensazione di una nube che si apriva e vedemmo riapparire la piccola chiesa; voi sapete che, purtroppo, il nonno non è un credente, ma se una volta, nella vita, ho avuto la sensazione di un miracolo è stata quella. Dopo gli scoppi delle bombe, le tragiche urla della gente, i nonni vivi, abbracciati, rividero come risorgere nel cielo, in mezzo alle macerie, la piccola e bella casa del Signore.

Con la nonna uscimmo e in bicicletta ci allontanammo fuori città. C’era tanta gente che correva disorientata, senza sapere dove andare. C’erano soldati, ufficiali senza giacca, senza cappello, senza armi. Si può dire che c’era solo il nonno con la divisa, le giberne, il fucile.

L’indomani mi toccò andare, al comando di un drappello di soldati, nella zona più colpita dal bombardamento: “Porta a Mare”, per il riconoscimento e il trasporto dei morti[12].

L’8 settembre Piero assiste al disfacimento dell’esercito: è uno dei pochi ufficiali ancora presenti nella caserma ormai semivuota, dalla quale tutti i superiori sono fuggiti. Poiché Pisa nei giorni seguenti viene interamente occupata dai reparti della Wehrmacht, decide di raggiungere la famiglia a Barga. Si reca a casa dei Giglioli per un cambio d’abiti civile e, in sella a una bicicletta, raggiunge la cittadina lucchese dopo dieci ore di viaggio, evitando con cura i posti di blocco tedeschi[13].

Una volta rassicurato sulle condizioni dei propri cari e dopo aver tentato invano di stabilire un contatto con i primi nuclei partigiani saliti in quota, Piero decide di rientrare a Pisa. Al suo ritorno, si riunisce clandestinamente con gli altri membri del Partito d’Azione, tra cui Cesare Salvestroni; quest’ultimo, forte della sua esperienza di ex combattente, assume la responsabilità del Comitato militare del CLN insieme a Fosco Dinucci, Alberto Bargagna e Severino Macci.

Una delle prime priorità del Comitato è il reperimento di armi da inviare ai gruppi clandestini che si stanno organizzando sulle alture, in particolare nella zona di Volterra. Proprio Salvestroni, l’anno successivo, verrà catturato dai tedeschi e deportato: morirà in prigionia il 2 marzo 1945.

Piero decide di utilizzare la casa dei Giglioli come punto d’appoggio per i suoi spostamenti: le sorelle Beatrice e Irene si mostrano ampiamente disponibili a ospitarlo, dimostrando piena solidarietà verso la sua azione. Proprio in quelle settimane, un altro azionista, Carlo Alberto Ricci, fa la spola tra Firenze, Pisa e il Piemonte per mantenere vivi i contatti del partito, trovando anch’egli rifugio e supporto in quella stessa rete di ospitalità clandestina.

Il 24 settembre 1943, la residenza degli Zerboglio, situata ai piani superiori di Palazzo Timpano sul Lungarno Regio, viene completamente distrutta durante un violento bombardamento. L’esplosione travolge la vasta biblioteca e l’archivio del padre Adolfo, un patrimonio documentario di immenso valore[14]. Tra le macerie, grazie al coraggioso intervento delle sorelle Giglioli e di Antonio Ricci, si riescono a trarre in salvo soltanto alcune centinaia di volumi e pochi fascicoli d’archivio. La sventura bellica colpirà nuovamente la famiglia l’anno successivo: anche la casa di Barga, luogo di rifugio e protezione, andrà incontro alla medesima sorte, venendo rasa al suolo da un altro bombardamento.

In questo periodo, Piero e la sua famiglia si occupano attivamente anche dell’assistenza ai De Cori, una famiglia di origine ebraica. Grazie al supporto coordinato degli Zerboglio e dei Giglioli, l’avvocato Guido De Cori e la moglie Piera Pontecorvo – la cui abitazione era andata distrutta nel bombardamento del 31 agosto 1943 – riescono a porsi in salvo e a raggiungere la Svizzera.

Volantino del Partito d’Azione distribuito durante la lotta clandestina (1943-44)

Nei mesi successivi, facendo sempre capo alla villa dei Giglioli, Piero si sposta tra Pisa e Barga per mantenere i contatti con le diverse formazioni operanti nell’Appennino tosco-modenese. In questo periodo ha modo di constatare personalmente la ferocia della repressione antipartigiana condotta dai tedeschi, come nel caso delle stragi perpetrate tra la primavera e la fine del giugno 1944.

Piandelagotti, frazione del comune di Frassinoro, sorge a oltre 1200 metri sul livello del mare, al confine tra l’Emilia-Romagna e la Toscana. Il 28 giugno 1944, i nazisti circondano l’abitato e colgono di sorpresa i partigiani che vi stazionano: questi ultimi, tuttavia, riescono a mettersi in salvo, lasciando il borgo nelle mani dei reparti tedeschi. I militari catturano circa quaranta civili: dieci ostaggi vengono trucidati sul posto, mentre gli altri trenta sono condotti a Pievepelago.

Il successivo 30 giugno 1944, per rappresaglia, i tedeschi impiccano quattro patrioti a Cerreta di Pievepelago. È molto probabile che Piero Zerboglio, nell’ambito delle attività connesse alla militanza clandestina, si sia recato in queste località in più occasioni. Ne è preziosa testimonianza una lettera di Irene Giglioli alla sorella Lilia, nella quale si legge:

Piero mi ha detto che a Piandelagotti la guerra tra tedeschi e partigiani è stata orribilmente selvaggia e che i tedeschi hanno fatto cose di una crudeltà inaudita. Interi paesi sono stati incendiati, molte case arse con gli abitanti ancora dentro. Di Piandelagotti stesso parrebbe che non resti che la sola chiesa e che tutto il resto sia stato incendiato o distrutto. Spero ancora che non sia vero fino a questo punto, ma purtroppo fin dall’anno scorso [recte primavera scorsa, N.d.C.] Piero ci diceva di aver visto personalmente il paese di Civago [frazione di Villa Minozzo, N.d.C.], a pochi km da Piandelagotti, tutto distrutto dagli incendi tedeschi[15].

Piero Zerboglio si riferisce, con ogni probabilità, ai fatti accaduti il 20 marzo 1944: in quella data, il reparto esplorante della divisione corazzata paracadutisti “Hermann Göring”, coadiuvato dai militi della Guardia nazionale repubblicana (GNR) di Reggio Emilia, scatena un attacco brutale contro le comunità di Civago e Cervarolo. L’operazione antipartigiana si trasforma rapidamente in un eccidio sistematico, caratterizzato da violenze efferate e uccisioni indiscriminate tra la popolazione civile[16].

Dopo che Pisa e i suoi dintorni sono stati teatro del violento scontro tra la retroguardia tedesca e l’esercito anglo-americano nei mesi di luglio e agosto 1944 – subendo costanti bombardamenti e cannoneggiamenti – tra il 31 agosto e il 1° settembre i reparti tedeschi si ritirano definitivamente dalla città e dalle zone limitrofe. La ritirata avviene verso Ripafratta e successivamente Lucca, lasciando alle spalle un territorio segnato dalle feroci stragi compiute nelle settimane precedenti tra i comuni di San Giuliano Terme e Vecchiano.

Prima pagina della Relazione di Antonio Tozzi sulle attività del Partito d’Azione a Pisa e provincia [1945]. Foto dell’Archivio BFS

Il 1° settembre, su indicazione dei comandi alleati, una squadra partigiana di Coltano effettua una prima perlustrazione nella zona nord della città, rilevando l’assenza delle truppe occupanti.

Il giorno successivo, le avanguardie alleate fanno il loro ingresso in città, provenendo da Colignola e Mezzana (lungo la direttrice Calci-Cascina). Entrando da Porta a Lucca, le truppe incontrano due distinti gruppi di partigiani che, seguendo le direttive dei comandi alleati, hanno preceduto l’arrivo delle pattuglie: si tratta di alcuni elementi di Coltano e di un nucleo di patrioti della formazione “Nevilio Casarosa”, scesi appositamente dai monti per partecipare alla liberazione del centro urbano.

Secondo la testimonianza di Antonio Ricci – figlio della cuoca della famiglia e residente nella Villa Giglioli – alcune pattuglie di soldati americani penetrano in città, sempre il 2 settembre, utilizzando il ponte subacqueo del Viale delle Piagge, all’altezza del Tondo. Percorrendo buona parte del viale, i reparti raggiungono il centro cittadino attraverso via Maccatella[17].

Pochi giorni dopo, il 5 settembre, le autorità militari alleate confermano l’avvocato Mario Gattai nel ruolo di commissario prefettizio, affiancato da Italo Bargagna in qualità di commissario politico. Sarà proprio quest’ultimo a essere successivamente nominato dal CLN locale come primo sindaco della Pisa liberata[18].

Una bozza dettagliata della Relazione del Partito d’Azione, conservata tra le carte di Antonio Tozzi, riporta una testimonianza cruciale su quei momenti:

Allorché le truppe della V/a Armata, dopo 45 giorni di sosta, passarono l’Arno, vari elementi delle squadre servirono di guida alle pattuglie di avanguardia alleate. Al loro primo entrare nella città di Pisa, avvenuto dal sobborgo di Cisanello, ebbero appunto per guida appartenenti alle squadre del Partito d’Azione: per primo Benelli Nello, e quindi Bacci Fosco ed altri componenti della sua squadra, fra cui Orsolini Mario, il quale alle ore 10,10 del giorno 2 settembre 1944, accompagnò una pattuglia americana sulla torre pendente per issarvi la bandiera stellata[19].

All’indomani della liberazione di Pisa, l’impegno di Piero Zerboglio si sposta sul piano della riorganizzazione politica e civile. Entra a far parte del Comitato direttivo del Partito d’Azione per la città e la provincia insieme ad Antonio D’Andrea, assumendo l’incarico di segretario provinciale e ricoprendo diverse responsabilità all’interno del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN)[20].

In occasione del congresso regionale del Partito d’Azione, tenutosi nella primavera del 1945, Piero viene eletto nel Comitato regionale toscano, assumendo la rappresentanza ufficiale della provincia di Pisa in seno all’organismo dirigente[21].

Il 31 marzo 1946, Piero figura nelle liste dei candidati del Partito d’Azione per le elezioni amministrative di Pisa, insieme alla moglie Gianna Donetti. Nonostante il ruolo di assoluto rilievo ricoperto dal partito durante la clandestinità, l’esito delle urne è amaro: la formazione raccoglie appena 675 voti (l’1,7%), un risultato modesto che non consente a Piero l’elezione e che contribuisce ad aggravare la crisi identitaria del movimento azionista.

Piero prosegue con dedizione la propria attività di insegnante e, dopo lo scioglimento del Partito d’Azione nel 1947, si avvicina all’area socialista, seguendo la traiettoria intrapresa dalla maggioranza degli ex azionisti. Nel 1949, con la costituzione della FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane), vi aderisce prontamente: il suo obiettivo è preservare l’autonomia delle associazioni dei partigiani, mantenendole indipendenti dalle logiche e dai compromessi del sistema politico dell’epoca.

Nell’aprile del 1953 prende vita un nuovo soggetto politico, Unità Popolare (UP), che aggrega diverse formazioni di area liberal-socialista con l’obiettivo di contrastare la riforma elettorale maggioritaria, nota polemicamente come “legge truffa”. Dopo la battaglia elettorale del giugno 1953, UP avvia un percorso di progressivo avvicinamento al PSI. In occasione del convegno nazionale di Firenze (29-30 giugno 1957), Piero Zerboglio viene eletto nel Comitato Centrale del movimento, sedendo accanto a figure di primo piano della Resistenza e del socialismo italiano come Ferruccio Parri, Tristano Codignola, Pietro Caleffi e Riccardo Levi[22],

In questa veste, Piero partecipa attivamente alla fase conclusiva del movimento, che avvia le trattative per la confluenza definitiva nel Partito Socialista Italiano (PSI). Tale unione viene ufficialmente deliberata il 26 ottobre 1957, segnando la fine dell’esperienza organizzativa autonoma di Unità Popolare e il rientro della componente azionista e liberal-socialista nell’alveo del socialismo democratico[23].

Nel 1958, Piero assume la presidenza dell’Istituto di cure marine di Tirrenia[24], un incarico che manterrà per lungo tempo: sotto la sua gestione, il 16 febbraio 1971, l’istituto verrà ufficialmente elevato al rango di ente ospedaliero con apposito Decreto del Presidente della Repubblica.

Sul piano culturale e civile, la sua attività non viene meno: fin dal primo numero, collabora a «Lettera ai compagni», la rivista mensile della FIAP fondata da Ferruccio Parri nel febbraio 1969. In questi decenni complessi per la storia d’Italia e di Pisa, la sua figura, rimasta sempre ancorata ai principi democratici e socialisti, si consolida come un punto di riferimento imprescindibile per la difesa della memoria della Resistenza e dei valori dell’antifascismo.

Infine, nel 1973, Piero ripercorre le orme paterne: come già era accaduto ad Adolfo nel 1923, diventa socio della Cassa di Risparmio di Pisa, il principale istituto bancario cittadino, a testimonianza del prestigio e del radicamento sociale che la sua famiglia ha saputo mantenere nel tessuto civile della città attraverso le generazioni[25].

Il 21 maggio 1985, di fronte alla proposta dell’Università di Pisa e della Scuola Normale Superiore di realizzare una lapide commemorativa con l’elenco dei caduti della Seconda guerra mondiale, Piero interviene in prima persona. In qualità di esponente della FIAP, e insieme ai rappresentanti delle altre associazioni antifasciste, firma una lettera aperta indirizzata al Rettore: nel documento viene espressa una ferma opposizione all’inserimento del nome del filosofo e fascista Giovanni Gentile accanto a quello degli altri caduti.

Piero Zerboglio si spegne a Pisa il 5 febbraio 1991[26]. È sepolto nel cimitero di Barga, la cittadina che aveva dato rifugio e protezione a lui e alla sua famiglia nei drammatici anni 1943-’44. Lì riposa accanto al padre Adolfo, alla madre e agli altri componenti della famiglia, suggellando in quel luogo di memoria il legame profondo e grato con una terra che, pur non avendogli dato i natali, era diventata per lui una seconda patria elettiva.

Franco Bertolucci

9 aprile 2026

 

NOTE:

[1]Su Adolfo Zerboglio (1866-1952), giurista, deputato e senatore cfr. R. Gilardenghi, Zerboglio Adolfo, in Movimento operaio italiano Dizionario biografico, a cura di F. Andreucci e T. Detti, Roma, Editori riuniti, 1978, v. 5, pp. 294-297; C. Latini, Zerboglio Adolfo (1866-1952), in Dizionario biografico dei giuristi italiani (secc. XI-XX) [d’ora in poi DBGI], Bologna, 2013, v. 2, pp. 2088-2089; G. Marra, Zerboglio Adolfo, in Maestri d’Ateneo. I docenti dell’Università di Urbino nel Novecento, a cura di A. Tonelli, Urbino, Università degli studi di Urbino «Carlo Bo», 2013, pp. 599-600.

[2]Medaglie d’oro: Enzo Zerboglio, Enrico Toti, [a cura di[ A. Zerboglio, Milano, Imperia, 1923.

[3]Notizie sulla storia della famiglia Giglioli si possono leggere in  B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1944, a cura di F. Bertolucci, B. Cattaneo, G. Mangini, Ghezzano (PI), BFS, 2025, pp. 26-37. Cfr., inoltre, C. Giglioli-Stocker, Una famiglia di patrioti emiliani. I Giglioli di Brescello. Con appendice di 26 lettere inedite di patrioti del tempo, Milano, Società anonima editrice Date Alighieri, 1935.

[4]Soci promotori e fondatori, «Notiziario del Club Alpino Italiano sezione di Pisa», a. 37, n. 1, 2017, p. 6.

[5]A. Zerboglio, Barga: memorie e note vagabonde, con xilografie di Balduini, Barga, Sighieri & Gasperetti, 1929.

[6]Ivi, p. 48.

[7]Archivio generale dell’Università di Pisa, Fasc. studente Zerboglio Piero.

[8]P. Zerboglio, [Memorie familiari], dattiloscritto [1982], in Carte di A. Ricci, Archivio della Biblioteca F. Serantini, p. 35.

[9]Carte famiglia Tozzi, fasc. [Partito d’azione e guerra], doc. 1944-1964, [Appunti], s.d.

[10]Cfr. R. Vanni, La Resistenza dalla Maremma alle Apuane, Pisa, Giardini, 1972 p. 70, e G. De Luna, Storia del Partito d’azione 1942-1947, Milano, Feltrinelli, 1982, pp. 50-51.

[11]P. Zerboglio, [Memorie familiari], dattiloscritto [1982], cit., pp. 37-38.

[12]Ivi, p. 39.

[13]Ivi, p. 40.

[14]Ivi, p. 45.

[15]Lettera di Irene a Lilia Giglioli, Pisa, 26 ottobre 1944 in Archivio della Biblioteca F. Serantini, Carte famiglia Giglioli. Su queste stragi cfr. M. Storchi, Reggio Emilia, in La politica del terrore: stragi e violenze naziste e fasciste in Emilia Romagna: per un atlante delle stragi naziste in Italia, a cura di L. Casali e D. Gagliani, Napoli, L’Ancora, 2008, pp. 95-113.

[16]Di questo episodio ne fa cenno anche Beatrice Giglioli in una lettera alla sorella Lilia, Pisa, 12 aprile 1944 in Archivio della Biblioteca F. Serantini, Carte famiglia Giglioli.

[17] A. Ricci, Ricordi dell’estate 1944 in  B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1944, cit., pp. 298-310.

[18]Cfr. G. Bertini [a cura di], Pisa nella bufera: note dell’avvocato Mario Gattai commissario del Comune di Pisa. Giugno-settembre 1944, Pisa, Circoscrizione 6, 2001, inoltre S. Gallo, Pisa in guerra, 1943-1944, in G. Fulvetti [a cura di], Dalla guerra alla Liberazione. Pisa 1940-1945, Pisa-Bologna, Fondazione Palazzo Blu-Whitebook, 2024, pp. 67-77.

[19]Cfr. Carte famiglia Tozzi, [Partito d’Azione e guerra], 1944-1964, [Relazione al Patriot Branch. dattiloscritta sulle attività del PdAz nella primavera estate del 1944], s. d. ma presumibilmente dell’autunno del 1944.

[20]A. Tozzi, La Costituzione del Partito d’azione in provincia di Pisa, in Resistenza ai nostri giorni, a cura dell’ANPI di Pisa, 2005, pp. 59-61. Cfr. Il Partito d’azione in Toscana. Il congresso regionale dell’ottobre 1945, a cura di L. Menconi, Ospedaletto (Pisa), Pacini, 2024.

[21]La ricostruzione in Toscana dal CLN ai partiti. 2. I partiti politici, a cura di E. Rotelli, Bologna, Il Mulino, 1981, p. 327.

[22]Bologna. Comitato centrale, elezione della direzione nazionale, «Il Piccolo, a. 76, n. s., n. 3316, 9 luglio 1957.

[23] Cfr. ebook formato EPUB2, F. Leonzio, Segretari e leader del socialismo italiano, Catania, ZeroBook, 2018, p. 137.

[24]«Gazzetta Ufficiale», n. 261, 28 ottobre 1958, p. 4093.

[25]A. Cecchella e R. Bernardini, Oltre… il 150°. Un secolo e mezzo nella vita socio-economica della provincia, Pisa, Cassa di Risparmio di Pisa e Pacini, 1984, vol. 1, pp. 185 e sgg.

[26]L. M. [L. Mercuri], Ricordiamo Dolci e Zerboglio, «Lettera ai compagni», n. 4, aprile 1991.