“Nome dopo nome” arricchire di protagonismi femminili la Resistenza senese

Nel ricostruire storie ai margini di una Resistenza che vide Siena contrapporsi al nazifascismo fino al 3 luglio 1944, Silvia Folchi si chiede: «Cosa cerco adesso, a ottant’anni di distanza, cosa vorrei farmi raccontare se ancora ne avessi la possibilità? Alcuni fatti, certo. Ma anche qualcosa che è più essenziale dei fatti. Le storie delle persone e le loro esistenze» (p. 22). Se la marginalità dei vissuti è definita dal punto di vista con cui si legge il passato, adottare uno sguardo di genere è essenziale per mettere a fuoco una articolata partecipazione femminile alla lotta di Liberazione.

Aiutandosi con una ricca storiografia ad oggi disponibile, l’Autrice si addentra nel complesso legame donne-guerra-resistenza, individuando punti di forza e limiti culturali insiti nel rovesciamento dei ruoli di genere che, in un momento di emergenza nazionale, mise uomini e donne di fronte a inedite scelte di vita.

Sul piano delle conoscenze, il quadro d’insieme appare ben definito e ci descrive una corale presenza femminile nella Resistenza italiana, in quella immediata opera di assistenza ai soldati allo sbando, a renitenti, disertori e antifascisti, in una molteplicità di compiti e incarichi svolti clandestinamente in un territorio occupato, nel diffuso ribellismo popolare e nelle diverse forme di collaborazione organizzate o spontanee, espresse con e senza armi.

Tra gli studi storici nazionali e quelli locali, tuttavia, l’Autrice individua ancora uno scarto, come è anche ingombrante il debito di memoria verso protagonismi su cui è calato il silenzio generando una grave assenza nella narrazione storica e nelle coscienze collettive. Per lunghi decenni, dal secondo dopoguerra, hanno condizionato il paternalismo, la retorica dell’uomo in armi e quella legata al “contributo” femminile al movimento di Liberazione, l’assenza di dibattito sulle donne attive in sfere d’azione maschili, quindi, il ritardo con cui ancora oggi si indaga la presenza femminile nelle istituzioni o nei luoghi di potere.

Le ricostruzioni offerte da Folchi tentano di colmare la lacuna che il caso di Siena presenta, facendosi guidare dalla storiografia locale, mettendo ordine tra fonti edite e documentazione d’archivio inedita, seguendo nuove piste d’indagine con l’intento di tessere un’unica trama discorsiva e restituire un quadro corale di partecipazioni femminili alla Resistenza senese.

46 partigiane combattenti, 67 patriote, 165 tra collaboratrici e benemerite, 20 partigiane e patriote senesi operanti fuori Provincia. Contare le donne in virtù di un incrocio tra i documenti disponibili e, «nome dopo nome» (p. 23), arricchire gli elenchi ufficiali di storie di quotidiana contrapposizione al nazifascismo, aiuta a decostruire una narrazione instillatasi nella memoria e nella storiografia locale, rigidamente fissata a 17 combattenti e 9 patriote. Gli elenchi redatti nel dopoguerra dalle Commissioni regionali scattano una foto di gruppo alle 113 combattenti senesi e definiscono i loro ritratti secondo l’età – dai 13 della più giovane ai 67 anni –, le condizioni sociali o la professione: fra loro ci sono contadine, casalinghe, impiegate, studentesse, intellettuali.

I numeri crescono in modo importante, sebbene li accompagni una costante incertezza legata alle complesse procedure per il riconoscimento delle qualifiche di guerra: la ritrosia a fare domanda e compilarla correttamente, i requisiti minimi per ottenere meriti militari, ma anche i vantaggi economici derivanti che potrebbero aver gonfiato il numero delle richieste. Il protagonismo del margine appare molto frequentato, malgrado quello che l’Autrice si aspettava di scoprire e, comunque, ancora sfuggente e incapace di ritrarre un universo difficilmente quantificabile.

«La guerra, e anche la guerriglia, richiede molto lavoro dietro le quinte, senza medaglie e senza eroi, e le collaboratrici non si occupano solo di cucire i fazzoletti rossi, ma provvedono materialmente al sostentamento delle brigate» (p. 58). Risulta essere insidioso il recupero di vissuti antagonisti, eppure, testimonianze scritte e orali, scritture autonarrative, corrispondenza e carte d’archivio gettano nuova luce su ruoli non più subalterni. Emerge allora il sostegno offerto alla Resistenza da parte delle aristocratiche residenti nelle ville o nelle tenute senesi attraverso rifornimenti, servizi di collegamento o esercitando pressioni politiche. Affiorano altresì incarichi nelle Brigate partigiane, capillari reti fiduciarie, atti di coraggio e solidarietà, azioni altruistiche, solidi legami politici stretti nei partiti e nei Gruppi di Difesa della Donna, che nascono a Siena solo nel giugno del 1944 a testimoniare, però, speranze emancipazioniste e la maturazione di un percorso di presa di coscienza.

«In diverse circostanze le donne guidano manifestazioni spontanee per protestare contro la mancanza di cibo, per opporsi al conferimento di derrate alimentari, per chiedere il rilascio di prigionieri e di renitenti alla leva» (p. 48). Fra loro ci sono le “sovversive” perseguitate dal regime fascista, arrestate, ammonite, sorvegliare e condannate al confino; sono le 27 senesi schedate nel Casellario Politico Centrale per antifascismo, dissenso e opposizione al Duce, alla guerra e alle sue conseguenze, tra cui la morte. L’Autrice, infatti, non dimentica le vittime del territorio, “cadute” sotto le raffiche di mitraglie, pallottole vaganti, fucilazioni, rappresaglie contro i civili, bombardamenti alleati; come dedica anche pagine attente a ricordare gli stupri compiuti dagli eserciti di ogni alleanza.

Raccontare vite di donne in guerra o ascoltarle raccontarsi, come fa la bella sezione biografica che chiude il volume, rappresenta una preziosa restituzione delle innumerevoli sfumature che caratterizzano la narrazione della Resistenza. Sono storie che ripercorrono traumi, stati di terrore e violenze diffuse; corpi minacciati, offesi, reattivi; emozioni contrastanti; amori, legami, trame animate da coraggio, ideali e dalle innumerevoli sfaccettature delle scelte individuali.

La lettura del volume di Silvia Folchi risulta necessaria tanto per chi studia la Storia delle donne nella Resistenza, dal quale riceve un rigoroso aggiornamento storiografico, quanto per quei lettori e lettrici desiderose di accrescere le proprie conoscenze su un evento nodale della Storia contemporanea. Riponendo il libro a scaffale, tuttavia, rimarranno delusi dal fatto che quell’allargamento dei confini partecipativi, così ben illustrato dall’Autrice, non trova corrispondenza nella memoria collettiva. A tal proposito è estremamente interessante scorrere il breve elenco di “Intitolazioni” pubbliche alle donne della Resistenza presenti in Provincia: breve, perché la toponomastica accoglie negli spazi cittadini soltanto sei profili di donne. Una maggiore consapevolezza di genere può senz’altro favorire lo sviluppo di nuovi progetti di toponomastica femminile e, in questo senso, il volume costituisce un primo passo in quella direzione.

Articolo pubblicato nel maggio 2026.




Piero Zerboglio (1907-1991): dalla Resistenza alla Repubblica

Piero Zerboglio nasce a Pisa il 19 luglio 1907 da Adolfo[1] e Maria Badoglio. La sua è una famiglia numerosa: ha due sorelle, Vera Carolina Laura Vincenza (Pisa, 21 aprile 1896-18 marzo 1977) e Carolina, detta Lina (Pisa, 8 febbraio 1903-29 maggio 1992), e un fratello, Vincenzo, detto Enzo. Quest’ultimo, nato a Pisa il 10 agosto 1898, parte per il fronte nel 1917 e muore il 26 ottobre 1918 a causa delle ferite riportate in combattimento sul Monte Solarolo; per il suo sacrificio viene insignito della medaglia d’oro al valor militare[2].

Il fratello Enzo è compagno di scuola, negli anni del liceo, di Giorgio Giglioli. Quest’ultimo, figlio di Italo e Constance Stocker, appartiene a una famiglia dalla solida tradizione patriottica risorgimentale; il padre, professore di chimica agraria all’Università di Pisa, è inoltre amico intimo e sodale di Adolfo[3]. A partire dal primo decennio del Novecento, le vicende delle due famiglie si intrecciano profondamente, segnando in modo determinante la formazione culturale di Piero.

Piero frequenta il liceo classico “G. Galilei”, seguendo il percorso del fratello, delle sorelle e dei figli dei Giglioli. Proprio con alcuni di loro, il 13 febbraio 1926, contribuisce alla fondazione della sezione di Pisa del Club Alpino Italiano (CAI)[4]. La passione per la montagna gli viene trasmessa dal padre, grande escursionista: quest’ultimo è originario del Piemonte, ma risiede a Pisa dove insegna Diritto penale sin dalla fine dell’Ottocento. La famiglia Zerboglio trascorre regolarmente le vacanze estive a Barga, in provincia di Lucca; anno dopo anno, il legame con il territorio si fa così profondo che il giurista, alle soglie dei sessant’anni, vi dedica un affettuoso ricordo attraverso un libro – una guida storico-culturale – intriso di stima e amore per la comunità barghigiana[5]. Spesso il padre – accompagnato dai figli o dagli amici, o talvolta in solitaria – approfitta delle pause dalle sue molteplici attività per inerpicarsi lungo le pendici dei monti e dei colli della zona. In queste lunghe e avventurose escursioni emerge un tratto distintivo della sua personalità, tanto che egli stesso scrive, con una punta di arguzia:

se si chiedesse a più d’uno, del professor Zerboglio, credo che nove su dieci ne esalterebbero la valentia “podistica” tacendo dei suoi volumi di diritto penale. Ed io, non sarei scontento perché tutti possono apprezzare benignamente l’energia delle mie gambe, e rari, invece, son coloro che sieno atti o propensi a giudicare, con coscienza ed equità, i prodotti del mio cervello!![6]

Barga è un piccolo comune della media Valle del Serchio, in provincia di Lucca, incastonato in una posizione suggestiva e strategica: il borgo appare infatti racchiuso tra l’imponente catena dell’Appennino Tosco-Emiliano e il profilo frastagliato delle Alpi Apuane. Situato a 410 metri sul livello del mare, l’abitato si adagia sulle alture delle ultime pendici occidentali del Monte Rondinaio, a circa quattro chilometri dalla riva sinistra del fiume Serchio.

Piero Zerboglio, alla fine degli anni Venti, frequenta la facoltà di Giurisprudenza all’Università di Pisa, dove si laurea il 4 luglio 1931[7]. In questo periodo conosce Gianna Donetti, figlia dell’avvocato Ettore: quest’ultimo, titolare di uno studio professionale a Genova, è solito trascorrere le vacanze estive con la famiglia a Barga, proprio come gli Zerboglio. Gianna e Piero si sposano il 19 settembre 1934; dalla loro unione nasce a Genova, il 28 agosto 1935, la figlia Piera che, seguendo le orme del padre e dei due nonni, si laureerà a sua volta in Giurisprudenza[8].

Dopo una breve esperienza a Genova presso lo studio del suocero, Piero Zerboglio abbandona la professione di avvocato per dedicarsi all’insegnamento. Tuttavia, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, viene arruolato come ufficiale nel 22° Reggimento di fanteria, di stanza nel territorio pisano.

Pisa, Lungarno Pacinotti, Palazzo Timpano, Casa Zerboglio prima del 1940. Foto dell’Archivio BFS

Piero matura la propria scelta liberal-socialista e antifascista proprio nei primi anni della Seconda guerra mondiale. Il punto di svolta, come ricorda Antonio Tozzi[9], va collocato nella primavera del 1942, in seguito agli incontri con Antonio D’Andrea, Mario Frezza ed Enrico De Negri e, in particolare, con Tancredi “Duccio” Galimberti – tra i fondatori del PdA nel cuneese, nonché ispiratore delle formazioni di “Giustizia e Libertà” e figura di spicco della Resistenza piemontese[10].

Così, nell’autunno del 1942, sotto la supervisione del professor Guido Calogero, nasce il “Comitato direttivo pisano” del partito. Il nucleo, composto da Piero Zerboglio, Antonio D’Andrea, Antonio Tozzi, Raffaele Micheletti, Ferruccio Michelazzi e Roberto Supino, allaccia rapidamente rapporti con le cellule azioniste di Lucca, Viareggio e Firenze. Piero Zerboglio descrive così quei momenti nelle memorie scritte per la famiglia e i nipoti:

Nel 1942 viene a trovarci a Pisa Duccio Galimberti, un avvocato studioso di diritto penale che si considera, in certo senso, allievo del nonno Adolfo, perché il nonno lo ha consigliato, ha recensito favorevolmente le sue pubblicazioni. Si sono incontrati più volte anche con la nonna Maria a dei congressi e hanno fatto tanta amicizia. Galimberti – che sarà poi un valoroso partigiano e morirà eroicamente, ucciso barbaramente dai fascisti – viene a Pisa per avere la nostra partecipazione a una forza antifascista che aveva origine da “Giustizia e libertà”: un movimento dei più significativi nella lotta contro il fascismo, del quale avevano fatto parte uomini come Rosselli, Parri, Ernesto Rossi.

Il nonno Adolfo è già molto anziano e Galimberti si rivolge soprattutto a me perché organizzi a Pisa il partito d’azione e prenda parte alla lotta antifascista. Io sono entusiasta, condivido pienamente gli ideali del partito d’azione: le forme istituzionali, i contenuti economici e sociali, i principi di giustizia e libertà, che sono da sempre i miei ideali politici, gli ideali liberal-socialisti[11].

Nella primavera del 1943, il Comitato del Partito d’Azione pisano contribuisce alla nascita del “Fronte antifascista” insieme ad alcuni esponenti comunisti e cattolici. Durante il periodo dell’occupazione tedesca, il gruppo svolge delicati compiti di collegamento tra il movimento clandestino cittadino e le formazioni partigiane attive sull’Appennino tosco-emiliano.

Il 31 agosto 1943, Piero e la sua famiglia assistono, dalla propria abitazione, al disastroso bombardamento della città, che colpisce con inaudita violenza la zona della stazione ferroviaria e il quartiere di Porta a Mare.

Nelle sue memorie, Piero ricorda come quel giorno la moglie si trovasse a Pisa con la figlia, nonostante fosse già sfollata a Barga proprio per sfuggire alle incursioni aeree. Intorno all’ora di pranzo, la città viene investita da quello che l’autore definisce «uno dei bombardamenti più forti e con più vittime» mai subiti dal capoluogo pisano.

Ci mettemmo abbracciati sotto gli archi di una porta mentre nonna gridava. “Mio dio, il terremoto!”. Gridava così perché anni prima, a Barga, era stata terrorizzata da un forte terremoto. Finito il bombardamento ci affacciammo a una finestra che dava sul Lungarno davanti alla Chiesa della Spina.

Da Porta a Mare si sentivano grida paurose; la Chiesa della Spina, quel piccolo capolavoro gotico proteso sulle spallette dell’Arno, non si vedeva più; a un tratto, avemmo la sensazione di una nube che si apriva e vedemmo riapparire la piccola chiesa; voi sapete che, purtroppo, il nonno non è un credente, ma se una volta, nella vita, ho avuto la sensazione di un miracolo è stata quella. Dopo gli scoppi delle bombe, le tragiche urla della gente, i nonni vivi, abbracciati, rividero come risorgere nel cielo, in mezzo alle macerie, la piccola e bella casa del Signore.

Con la nonna uscimmo e in bicicletta ci allontanammo fuori città. C’era tanta gente che correva disorientata, senza sapere dove andare. C’erano soldati, ufficiali senza giacca, senza cappello, senza armi. Si può dire che c’era solo il nonno con la divisa, le giberne, il fucile.

L’indomani mi toccò andare, al comando di un drappello di soldati, nella zona più colpita dal bombardamento: “Porta a Mare”, per il riconoscimento e il trasporto dei morti[12].

L’8 settembre Piero assiste al disfacimento dell’esercito: è uno dei pochi ufficiali ancora presenti nella caserma ormai semivuota, dalla quale tutti i superiori sono fuggiti. Poiché Pisa nei giorni seguenti viene interamente occupata dai reparti della Wehrmacht, decide di raggiungere la famiglia a Barga. Si reca a casa dei Giglioli per un cambio d’abiti civile e, in sella a una bicicletta, raggiunge la cittadina lucchese dopo dieci ore di viaggio, evitando con cura i posti di blocco tedeschi[13].

Una volta rassicurato sulle condizioni dei propri cari e dopo aver tentato invano di stabilire un contatto con i primi nuclei partigiani saliti in quota, Piero decide di rientrare a Pisa. Al suo ritorno, si riunisce clandestinamente con gli altri membri del Partito d’Azione, tra cui Cesare Salvestroni; quest’ultimo, forte della sua esperienza di ex combattente, assume la responsabilità del Comitato militare del CLN insieme a Fosco Dinucci, Alberto Bargagna e Severino Macci.

Una delle prime priorità del Comitato è il reperimento di armi da inviare ai gruppi clandestini che si stanno organizzando sulle alture, in particolare nella zona di Volterra. Proprio Salvestroni, l’anno successivo, verrà catturato dai tedeschi e deportato: morirà in prigionia il 2 marzo 1945.

Piero decide di utilizzare la casa dei Giglioli come punto d’appoggio per i suoi spostamenti: le sorelle Beatrice e Irene si mostrano ampiamente disponibili a ospitarlo, dimostrando piena solidarietà verso la sua azione. Proprio in quelle settimane, un altro azionista, Carlo Alberto Ricci, fa la spola tra Firenze, Pisa e il Piemonte per mantenere vivi i contatti del partito, trovando anch’egli rifugio e supporto in quella stessa rete di ospitalità clandestina.

Il 24 settembre 1943, la residenza degli Zerboglio, situata ai piani superiori di Palazzo Timpano sul Lungarno Regio, viene completamente distrutta durante un violento bombardamento. L’esplosione travolge la vasta biblioteca e l’archivio del padre Adolfo, un patrimonio documentario di immenso valore[14]. Tra le macerie, grazie al coraggioso intervento delle sorelle Giglioli e di Antonio Ricci, si riescono a trarre in salvo soltanto alcune centinaia di volumi e pochi fascicoli d’archivio. La sventura bellica colpirà nuovamente la famiglia l’anno successivo: anche la casa di Barga, luogo di rifugio e protezione, andrà incontro alla medesima sorte, venendo rasa al suolo da un altro bombardamento.

In questo periodo, Piero e la sua famiglia si occupano attivamente anche dell’assistenza ai De Cori, una famiglia di origine ebraica. Grazie al supporto coordinato degli Zerboglio e dei Giglioli, l’avvocato Guido De Cori e la moglie Piera Pontecorvo – la cui abitazione era andata distrutta nel bombardamento del 31 agosto 1943 – riescono a porsi in salvo e a raggiungere la Svizzera.

Volantino del Partito d’Azione distribuito durante la lotta clandestina (1943-44)

Nei mesi successivi, facendo sempre capo alla villa dei Giglioli, Piero si sposta tra Pisa e Barga per mantenere i contatti con le diverse formazioni operanti nell’Appennino tosco-modenese. In questo periodo ha modo di constatare personalmente la ferocia della repressione antipartigiana condotta dai tedeschi, come nel caso delle stragi perpetrate tra la primavera e la fine del giugno 1944.

Piandelagotti, frazione del comune di Frassinoro, sorge a oltre 1200 metri sul livello del mare, al confine tra l’Emilia-Romagna e la Toscana. Il 28 giugno 1944, i nazisti circondano l’abitato e colgono di sorpresa i partigiani che vi stazionano: questi ultimi, tuttavia, riescono a mettersi in salvo, lasciando il borgo nelle mani dei reparti tedeschi. I militari catturano circa quaranta civili: dieci ostaggi vengono trucidati sul posto, mentre gli altri trenta sono condotti a Pievepelago.

Il successivo 30 giugno 1944, per rappresaglia, i tedeschi impiccano quattro patrioti a Cerreta di Pievepelago. È molto probabile che Piero Zerboglio, nell’ambito delle attività connesse alla militanza clandestina, si sia recato in queste località in più occasioni. Ne è preziosa testimonianza una lettera di Irene Giglioli alla sorella Lilia, nella quale si legge:

Piero mi ha detto che a Piandelagotti la guerra tra tedeschi e partigiani è stata orribilmente selvaggia e che i tedeschi hanno fatto cose di una crudeltà inaudita. Interi paesi sono stati incendiati, molte case arse con gli abitanti ancora dentro. Di Piandelagotti stesso parrebbe che non resti che la sola chiesa e che tutto il resto sia stato incendiato o distrutto. Spero ancora che non sia vero fino a questo punto, ma purtroppo fin dall’anno scorso [recte primavera scorsa, N.d.C.] Piero ci diceva di aver visto personalmente il paese di Civago [frazione di Villa Minozzo, N.d.C.], a pochi km da Piandelagotti, tutto distrutto dagli incendi tedeschi[15].

Piero Zerboglio si riferisce, con ogni probabilità, ai fatti accaduti il 20 marzo 1944: in quella data, il reparto esplorante della divisione corazzata paracadutisti “Hermann Göring”, coadiuvato dai militi della Guardia nazionale repubblicana (GNR) di Reggio Emilia, scatena un attacco brutale contro le comunità di Civago e Cervarolo. L’operazione antipartigiana si trasforma rapidamente in un eccidio sistematico, caratterizzato da violenze efferate e uccisioni indiscriminate tra la popolazione civile[16].

Dopo che Pisa e i suoi dintorni sono stati teatro del violento scontro tra la retroguardia tedesca e l’esercito anglo-americano nei mesi di luglio e agosto 1944 – subendo costanti bombardamenti e cannoneggiamenti – tra il 31 agosto e il 1° settembre i reparti tedeschi si ritirano definitivamente dalla città e dalle zone limitrofe. La ritirata avviene verso Ripafratta e successivamente Lucca, lasciando alle spalle un territorio segnato dalle feroci stragi compiute nelle settimane precedenti tra i comuni di San Giuliano Terme e Vecchiano.

Prima pagina della Relazione di Antonio Tozzi sulle attività del Partito d’Azione a Pisa e provincia [1945]. Foto dell’Archivio BFS

Il 1° settembre, su indicazione dei comandi alleati, una squadra partigiana di Coltano effettua una prima perlustrazione nella zona nord della città, rilevando l’assenza delle truppe occupanti.

Il giorno successivo, le avanguardie alleate fanno il loro ingresso in città, provenendo da Colignola e Mezzana (lungo la direttrice Calci-Cascina). Entrando da Porta a Lucca, le truppe incontrano due distinti gruppi di partigiani che, seguendo le direttive dei comandi alleati, hanno preceduto l’arrivo delle pattuglie: si tratta di alcuni elementi di Coltano e di un nucleo di patrioti della formazione “Nevilio Casarosa”, scesi appositamente dai monti per partecipare alla liberazione del centro urbano.

Secondo la testimonianza di Antonio Ricci – figlio della cuoca della famiglia e residente nella Villa Giglioli – alcune pattuglie di soldati americani penetrano in città, sempre il 2 settembre, utilizzando il ponte subacqueo del Viale delle Piagge, all’altezza del Tondo. Percorrendo buona parte del viale, i reparti raggiungono il centro cittadino attraverso via Maccatella[17].

Pochi giorni dopo, il 5 settembre, le autorità militari alleate confermano l’avvocato Mario Gattai nel ruolo di commissario prefettizio, affiancato da Italo Bargagna in qualità di commissario politico. Sarà proprio quest’ultimo a essere successivamente nominato dal CLN locale come primo sindaco della Pisa liberata[18].

Una bozza dettagliata della Relazione del Partito d’Azione, conservata tra le carte di Antonio Tozzi, riporta una testimonianza cruciale su quei momenti:

Allorché le truppe della V/a Armata, dopo 45 giorni di sosta, passarono l’Arno, vari elementi delle squadre servirono di guida alle pattuglie di avanguardia alleate. Al loro primo entrare nella città di Pisa, avvenuto dal sobborgo di Cisanello, ebbero appunto per guida appartenenti alle squadre del Partito d’Azione: per primo Benelli Nello, e quindi Bacci Fosco ed altri componenti della sua squadra, fra cui Orsolini Mario, il quale alle ore 10,10 del giorno 2 settembre 1944, accompagnò una pattuglia americana sulla torre pendente per issarvi la bandiera stellata[19].

All’indomani della liberazione di Pisa, l’impegno di Piero Zerboglio si sposta sul piano della riorganizzazione politica e civile. Entra a far parte del Comitato direttivo del Partito d’Azione per la città e la provincia insieme ad Antonio D’Andrea, assumendo l’incarico di segretario provinciale e ricoprendo diverse responsabilità all’interno del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN)[20].

In occasione del congresso regionale del Partito d’Azione, tenutosi nella primavera del 1945, Piero viene eletto nel Comitato regionale toscano, assumendo la rappresentanza ufficiale della provincia di Pisa in seno all’organismo dirigente[21].

Il 31 marzo 1946, Piero figura nelle liste dei candidati del Partito d’Azione per le elezioni amministrative di Pisa, insieme alla moglie Gianna Donetti. Nonostante il ruolo di assoluto rilievo ricoperto dal partito durante la clandestinità, l’esito delle urne è amaro: la formazione raccoglie appena 675 voti (l’1,7%), un risultato modesto che non consente a Piero l’elezione e che contribuisce ad aggravare la crisi identitaria del movimento azionista.

Piero prosegue con dedizione la propria attività di insegnante e, dopo lo scioglimento del Partito d’Azione nel 1947, si avvicina all’area socialista, seguendo la traiettoria intrapresa dalla maggioranza degli ex azionisti. Nel 1949, con la costituzione della FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane), vi aderisce prontamente: il suo obiettivo è preservare l’autonomia delle associazioni dei partigiani, mantenendole indipendenti dalle logiche e dai compromessi del sistema politico dell’epoca.

Nell’aprile del 1953 prende vita un nuovo soggetto politico, Unità Popolare (UP), che aggrega diverse formazioni di area liberal-socialista con l’obiettivo di contrastare la riforma elettorale maggioritaria, nota polemicamente come “legge truffa”. Dopo la battaglia elettorale del giugno 1953, UP avvia un percorso di progressivo avvicinamento al PSI. In occasione del convegno nazionale di Firenze (29-30 giugno 1957), Piero Zerboglio viene eletto nel Comitato Centrale del movimento, sedendo accanto a figure di primo piano della Resistenza e del socialismo italiano come Ferruccio Parri, Tristano Codignola, Pietro Caleffi e Riccardo Levi[22],

In questa veste, Piero partecipa attivamente alla fase conclusiva del movimento, che avvia le trattative per la confluenza definitiva nel Partito Socialista Italiano (PSI). Tale unione viene ufficialmente deliberata il 26 ottobre 1957, segnando la fine dell’esperienza organizzativa autonoma di Unità Popolare e il rientro della componente azionista e liberal-socialista nell’alveo del socialismo democratico[23].

Nel 1958, Piero assume la presidenza dell’Istituto di cure marine di Tirrenia[24], un incarico che manterrà per lungo tempo: sotto la sua gestione, il 16 febbraio 1971, l’istituto verrà ufficialmente elevato al rango di ente ospedaliero con apposito Decreto del Presidente della Repubblica.

Sul piano culturale e civile, la sua attività non viene meno: fin dal primo numero, collabora a «Lettera ai compagni», la rivista mensile della FIAP fondata da Ferruccio Parri nel febbraio 1969. In questi decenni complessi per la storia d’Italia e di Pisa, la sua figura, rimasta sempre ancorata ai principi democratici e socialisti, si consolida come un punto di riferimento imprescindibile per la difesa della memoria della Resistenza e dei valori dell’antifascismo.

Infine, nel 1973, Piero ripercorre le orme paterne: come già era accaduto ad Adolfo nel 1923, diventa socio della Cassa di Risparmio di Pisa, il principale istituto bancario cittadino, a testimonianza del prestigio e del radicamento sociale che la sua famiglia ha saputo mantenere nel tessuto civile della città attraverso le generazioni[25].

Il 21 maggio 1985, di fronte alla proposta dell’Università di Pisa e della Scuola Normale Superiore di realizzare una lapide commemorativa con l’elenco dei caduti della Seconda guerra mondiale, Piero interviene in prima persona. In qualità di esponente della FIAP, e insieme ai rappresentanti delle altre associazioni antifasciste, firma una lettera aperta indirizzata al Rettore: nel documento viene espressa una ferma opposizione all’inserimento del nome del filosofo e fascista Giovanni Gentile accanto a quello degli altri caduti.

Piero Zerboglio si spegne a Pisa il 5 febbraio 1991[26]. È sepolto nel cimitero di Barga, la cittadina che aveva dato rifugio e protezione a lui e alla sua famiglia nei drammatici anni 1943-’44. Lì riposa accanto al padre Adolfo, alla madre e agli altri componenti della famiglia, suggellando in quel luogo di memoria il legame profondo e grato con una terra che, pur non avendogli dato i natali, era diventata per lui una seconda patria elettiva.

Franco Bertolucci

9 aprile 2026

 

NOTE:

[1]Su Adolfo Zerboglio (1866-1952), giurista, deputato e senatore cfr. R. Gilardenghi, Zerboglio Adolfo, in Movimento operaio italiano Dizionario biografico, a cura di F. Andreucci e T. Detti, Roma, Editori riuniti, 1978, v. 5, pp. 294-297; C. Latini, Zerboglio Adolfo (1866-1952), in Dizionario biografico dei giuristi italiani (secc. XI-XX) [d’ora in poi DBGI], Bologna, 2013, v. 2, pp. 2088-2089; G. Marra, Zerboglio Adolfo, in Maestri d’Ateneo. I docenti dell’Università di Urbino nel Novecento, a cura di A. Tonelli, Urbino, Università degli studi di Urbino «Carlo Bo», 2013, pp. 599-600.

[2]Medaglie d’oro: Enzo Zerboglio, Enrico Toti, [a cura di[ A. Zerboglio, Milano, Imperia, 1923.

[3]Notizie sulla storia della famiglia Giglioli si possono leggere in  B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1944, a cura di F. Bertolucci, B. Cattaneo, G. Mangini, Ghezzano (PI), BFS, 2025, pp. 26-37. Cfr., inoltre, C. Giglioli-Stocker, Una famiglia di patrioti emiliani. I Giglioli di Brescello. Con appendice di 26 lettere inedite di patrioti del tempo, Milano, Società anonima editrice Date Alighieri, 1935.

[4]Soci promotori e fondatori, «Notiziario del Club Alpino Italiano sezione di Pisa», a. 37, n. 1, 2017, p. 6.

[5]A. Zerboglio, Barga: memorie e note vagabonde, con xilografie di Balduini, Barga, Sighieri & Gasperetti, 1929.

[6]Ivi, p. 48.

[7]Archivio generale dell’Università di Pisa, Fasc. studente Zerboglio Piero.

[8]P. Zerboglio, [Memorie familiari], dattiloscritto [1982], in Carte di A. Ricci, Archivio della Biblioteca F. Serantini, p. 35.

[9]Carte famiglia Tozzi, fasc. [Partito d’azione e guerra], doc. 1944-1964, [Appunti], s.d.

[10]Cfr. R. Vanni, La Resistenza dalla Maremma alle Apuane, Pisa, Giardini, 1972 p. 70, e G. De Luna, Storia del Partito d’azione 1942-1947, Milano, Feltrinelli, 1982, pp. 50-51.

[11]P. Zerboglio, [Memorie familiari], dattiloscritto [1982], cit., pp. 37-38.

[12]Ivi, p. 39.

[13]Ivi, p. 40.

[14]Ivi, p. 45.

[15]Lettera di Irene a Lilia Giglioli, Pisa, 26 ottobre 1944 in Archivio della Biblioteca F. Serantini, Carte famiglia Giglioli. Su queste stragi cfr. M. Storchi, Reggio Emilia, in La politica del terrore: stragi e violenze naziste e fasciste in Emilia Romagna: per un atlante delle stragi naziste in Italia, a cura di L. Casali e D. Gagliani, Napoli, L’Ancora, 2008, pp. 95-113.

[16]Di questo episodio ne fa cenno anche Beatrice Giglioli in una lettera alla sorella Lilia, Pisa, 12 aprile 1944 in Archivio della Biblioteca F. Serantini, Carte famiglia Giglioli.

[17] A. Ricci, Ricordi dell’estate 1944 in  B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1944, cit., pp. 298-310.

[18]Cfr. G. Bertini [a cura di], Pisa nella bufera: note dell’avvocato Mario Gattai commissario del Comune di Pisa. Giugno-settembre 1944, Pisa, Circoscrizione 6, 2001, inoltre S. Gallo, Pisa in guerra, 1943-1944, in G. Fulvetti [a cura di], Dalla guerra alla Liberazione. Pisa 1940-1945, Pisa-Bologna, Fondazione Palazzo Blu-Whitebook, 2024, pp. 67-77.

[19]Cfr. Carte famiglia Tozzi, [Partito d’Azione e guerra], 1944-1964, [Relazione al Patriot Branch. dattiloscritta sulle attività del PdAz nella primavera estate del 1944], s. d. ma presumibilmente dell’autunno del 1944.

[20]A. Tozzi, La Costituzione del Partito d’azione in provincia di Pisa, in Resistenza ai nostri giorni, a cura dell’ANPI di Pisa, 2005, pp. 59-61. Cfr. Il Partito d’azione in Toscana. Il congresso regionale dell’ottobre 1945, a cura di L. Menconi, Ospedaletto (Pisa), Pacini, 2024.

[21]La ricostruzione in Toscana dal CLN ai partiti. 2. I partiti politici, a cura di E. Rotelli, Bologna, Il Mulino, 1981, p. 327.

[22]Bologna. Comitato centrale, elezione della direzione nazionale, «Il Piccolo, a. 76, n. s., n. 3316, 9 luglio 1957.

[23] Cfr. ebook formato EPUB2, F. Leonzio, Segretari e leader del socialismo italiano, Catania, ZeroBook, 2018, p. 137.

[24]«Gazzetta Ufficiale», n. 261, 28 ottobre 1958, p. 4093.

[25]A. Cecchella e R. Bernardini, Oltre… il 150°. Un secolo e mezzo nella vita socio-economica della provincia, Pisa, Cassa di Risparmio di Pisa e Pacini, 1984, vol. 1, pp. 185 e sgg.

[26]L. M. [L. Mercuri], Ricordiamo Dolci e Zerboglio, «Lettera ai compagni», n. 4, aprile 1991.

 




Una provincia in armi: la Resistenza pistoiese. Origini, sviluppo e caratteristiche

La Resistenza italiana rappresenta uno degli episodi più significativi e complessi della storia del nostro paese durante la Seconda guerra mondiale. Tra il 1943 e il 1945 il movimento di Resistenza si oppose alla Repubblica Sociale Italiana e all’occupazione tedesca, lasciando un’impronta indelebile sulla società, sulla politica e sulla cultura dell’Italia Repubblicana.

Nel contesto della Resistenza italiana, la provincia di Pistoia, pur di dimensioni relativamente contenute, divenne un punto di riferimento strategico, teatro di scontri, lotte e resistenze che segnarono indelebilmente il destino delle comunità locali.

La Resistenza pistoiese s’inserisce nel quadro di quella toscana: in parte ebbe origini autoctone e in parte fu promossa, coordinata e supportata dai partiti. In tutta la regione furono i partiti comunista e azionista ad avviare un’azione incisiva per lo sviluppo del partigianato, sebbene non mancassero forti spinte autonomiste. La lotta armata fu una scelta di pochi e l’adesione fu varia sia per estrazione sociale, sia per ideologia politica, sia per le motivazioni di tale scelta, che furono complesse. Si intrecciarono frequentazioni amicali o scolastiche, fattori ambientali, appartenenze familiari, retroterra personali. Ai vertici delle formazioni partigiane troviamo uomini che avevano subito arresti, pestaggi, confino o esilio volontario nell’Italia fascista fin dalla metà degli anni ‘20, come Gino Bozzi o Natale Tamburini. Oltre a questi componenti dell’antifascismo storico, una forte novità fu rappresentata dalla presenza a capo delle bande partigiane di giovani nati e cresciuti nel ventennio mussoliniano – come Manrico Ducceschi, Silvano Fedi, Giovanni La Loggia – di cui alcuni già perseguitati dal Regime.

Il Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale (CPLN) ebbe una genesi tormentata. Non registriamo una data ufficiale di fondazione, come per quello Toscano, ma una serie di riunioni clandestine – già dopo la caduta di Mussolini – svolte in città e in campagna, spesso nelle canoniche, dove partecipavano i membri dei principali partiti (Comunista, Azionista, Democristiano, Libertari). Il Comitato si assunse il compito di coordinare le attività partigiane e di difendere la popolazione, anche se non fu sempre possibile per le difficoltà logistiche e strutturali di un progetto su larga scala. Una delle attività più complesse fu proprio quella di tenere i rapporti con la campagna pistoiese, la montagna e tutta la Valdinievole. L’unità di intenti accomunava i partiti antifascisti, ma ognuno cercò di mantenere le proprie specificità. Le problematiche locali si unirono a quelle del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, i cui membri furono in gran parte catturati i primi di novembre. Lo stesso CLN pistoiese, già colpito dallo sfollamento seguito al primo bombardamento aereo alleato, fu scosso da retate e arresti a fine 1943. Fino alla primavera il contributo del CPLN fu limitato e concorse a rendere difficile l’organizzazione dei primi gruppi resistenziali, in balia unicamente delle direttive partitiche e delle iniziative di singoli uomini.

Nella Resistenza pistoiese è possibile, infatti, osservare tre fasi. La prima, iniziata dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, di scarsa presenza e minime azioni militari, di difficoltà organizzative, di forti misure di vigilanza e repressione. I partigiani della prima ora furono pochi, limitatamente supportati dall’esterno e malamente armati. Furono occupati principalmente in attività logistiche, in azioni di saccheggio e di assalto a depositi, nella diffusione di stampa antifascista, nel reclutamento di uomini, nell’aiuto ai prigionieri alleati in fuga, in qualche atto di sabotaggio a mezzi tedeschi o alla segnaletica stradale lungo le vie di comunicazione. In questo periodo nasce anche un’organizzazione partigiana femminile (denominata Gruppo di Difesa).

La seconda fase prese avvio nel febbraio 1944 e si sviluppò nel corso della primavera. È un momento di ricostituzione, di crescita e di rafforzamento militare e politico delle formazioni partigiane, sia in montagna che in pianura, supportato dall’afflusso di giovani. L’arrivo di numerosi uomini è incentivato dalle condizioni ambientali, dall’accettazione da parte delle forze antifasciste della prospettiva della guerra di lunga durata, dall’atteggiamento ostile della popolazione nei confronti dei nazifascisti, dal bando di leva repubblicano per le classi 1923-1924-1925. A rinforzare le fila della Resistenza si aggiunsero anche sovietici, disertori della Wehrmacht ed ebrei. Il numero dei partigiani crebbe esponenzialmente ed emersero nuove figure dirigenziali, mentre la Repubblica Sociale Italiana si indeboliva. In alcuni casi i comandanti partigiani rinvigorirono i gruppi che avevano contribuito a creare nei mesi precedenti, basti esaminare la storia delle Squadre Franche Libertarie o dell’XI Zona. In altri casi, dalla crisi invernale emersero nuovi dirigenti politici e militari che parteciparono sia alla nascita di nuove squadre sia al rinforzo di quelle superstiti.

La terza e ultima fase, avviata nel giugno 1944 e conclusasi con la liberazione di parte del territorio pistoiese, fu favorita sia dall’avanzata alleata in Toscana, sia da altri fattori, come la nascita del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (CVL), la ritirata tedesca verso la Linea Gotica nell’Appennino e lo sfaldamento degli organi locali della Repubblica Sociale Italiana. È il periodo dell’estate di sangue e delle violenze dei tedeschi sulla popolazione civile. In questo contesto occorre inserire il nuovo assetto della lotta armata pistoiese che, dopo mesi di crescita, fu finalmente guidata e coordinata da un forte e organizzato Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale. Il 12 giugno 1944, il CPLN sotto la guida del suo presidente promosse la realizzazione di un unico «Comando» che raggruppasse tutte le formazioni che operavano nella XIIª Zona del CVL. Nel corso dell’estate, si moltiplicarono gli attacchi armati, i sabotaggi, le azioni di guerriglia contro i tedeschi. Non mancarono operazioni di ampio raggio, come l’uccisione del contrammiraglio della marina giapponese Tōyō Mitsunobu e la liberazione dei prigionieri politici e razziali dal carcere delle Ville Sbertoli.

La liberazione dal nazifascismo ricalcò in molte zone lo stesso schema. Può essere applicato in maniera appropriata alla maggior parte della provincia pistoiese e suddiviso in quattro fasi: i tedeschi si ritiravano dall’area e arretravano verso nord; gli angloamericani prendevano contatto con le formazioni partigiane e avanzavano prudentemente; i partigiani assumevano il possesso della città; gli alleati giungevano con le proprie truppe e imponevano il controllo sul territorio. Pistoia e gran parte della provincia vennero liberate dai partigiani nel settembre 1944. Le più recenti ricerche stimano la presenza in provincia di 67 formazioni partigiane e tre comandi (comunista, azionista, CLN Pescia) per un totale di 1381 partigiani combattenti e 937 patrioti.

La guerra per molti partigiani proseguì anche dopo settembre 1944. Da una parte, la provincia di Pistoia non fu liberata interamente prima dell’avanzata finale alleata nell’aprile 1945; dall’altra, oltre cinquecento partigiani risposero all’appello per arruolarsi nei sei Gruppi di Combattimento italiani che affiancarono le truppe alleate e l’esercito italiano del Regno del Sud durante le fasi finali della guerra.

 

 

Matteo Grasso (Pescia, 1990), è impegnato attivamente in vari enti culturali: Istituto storico della Resistenza di Pistoia – di cui è stato Direttore dal 2016 al 2024 -, Istituto Ernesto de Martino, Liberation Route Italia, Associazione Culturale Orizzonti.

I suoi ambiti di ricerca vertono sulla Resistenza, sulle stragi naziste e fasciste, sull’internamento militare. È stato curatore scientifico di mostre e progetti, tra cui quelli internazionali On the run. Helpers and Allied servicemen in the Pistoia area e Guerra aerea a Pistoia. Le fonti orali per lo studio dei bombardamenti alleati svolti in sinergia con l’University of Lincoln (UK).

Autore di numerose monografie, ha coordinato opere collettanee e redatto saggi su rivista. Tra le sue pubblicazioni: Tesori in guerra. L’arte di Pistoia tra salvezza e distruzione (con Alessia Cecconi), Pacini Editore, 2017; Guerra totale in Valdinievole. Monsummano Terme tra occupazione nazista, Resistenza e Liberazione. 1943-1944, ISRPT Editore, 2021; Erano giorni bigi allora. Guerra, Shoah, Resistenza: Lamporecchio 1943-1944, ETS, 2023; Le stragi naziste e fasciste in provincia di Pistoia. Un’analisi storica e storiografica, in Le rappresaglie nazifasciste sulle popolazioni toscane, Edizioni ANFIM, 2024; Una storia incompiuta? Rassegna storiografica sulla Resistenza pistoiese dal dopoguerra ad oggi, in La Resistenza armata nell’Italia centrale, Carocci, 2026.




Il volontariato sanitario nelle Brigate Internazionali in Spagna (1936-1939), aspetto minore del grande contributo dell’antifascismo italiano

Premessa

L’impulso principale alla creazione di una sanità internazionale nella Guerra civile spagnola venne dal Comintern e trovò sbocco concreto nella Centrale Sanitaria Internazionale (CSI), che iniziò a funzionare tardivamente, dal gennaio 1937, nella sua sede parigina di Rue René Boulanger e negli uffici di Rue Lafayette[1]. Inizialmente al fianco dei Servicios de Sanidad dell’esercito spagnolo, in seguito i medici e infermieri furono inquadrati in un servizio sanitario autonomo. Nacquero così équipes mediche e centri chirurgici esclusivamente internazionali, attrezzate con sale operatorie e centri di recupero mobili, adatte a seguire le unità combattenti nei punti di azione, con speciali Grupos de Evacuación. L’autonomia non precludeva l’estensione di un mutuo soccorso e della cura ai combattenti repubblicani spagnoli. Tra i sanitari arrivati in Spagna non pochi scelsero di rimanere ai margini del sistema delle Brigate Internazionali, come nel caso delle unità anarchiche e di quelle filo trockijste facenti capo al POUM[2], organizzatesi autonomamente anche dal punto di vista sanitario.

Come anticipato, il Servicio de Sanidad fu completamente operativo ad Albacete, base delle Brigate Internazionali, solo a partire dal febbraio 1937, grazie al lavoro organizzativo e logistico coordinato dal medico francese Pierre Rouqués. Precarietà e carenze di materiale a parte, uno dei problemi iniziali fu il dover vagliare l’offerta di un volontariato privo di titoli e spesso dovuto a una vocazione di circostanza, pur sincera, intrapreso anche come alternativa alle ristrettezze derivanti da una vita da perseguitati politici o esiliati e, nel caso di molta parte del volontariato spagnolo, alla vera e propria fame che ogni guerra si porta dietro. Oltre a eminenti clinici come il francese Henri Chrétien (alias Jacques Beaussart), il belga Albert Marteux, l’inglese Alex Tudor-Hart, il neozelandese Douglas Jolly o il bulgaro Dimitar Simeonov Grozev, caduto con altri medici e paramedici nel bombardamento del Pronto Soccorso di Brunete (luglio 1937)[3], tanto per citarne alcuni, si erano presentate figure assai generiche e addirittura qualche millantatore, che non mancherà neanche tra gli italiani, oltre a numerosi studenti di medicina che non avevano terminato il percorso di studi. Per superare l’alto grado d’inesperienza clinica, si dovette così attendere l’ultima mandata di volontari giunti a maggioranza dalla Cecoslovacchia e dal resto dell’Europa orientale, con medici di età maggiore, in buona parte rifugiati politici in fuga dall’occupazione nazista e riparati in Urss o altrove, persuasi a restituire la solidarietà e l’asilo politico ricevuti. Nella primavera del 1937, il Servicio Sanitario Internacional (SSI) poteva contare su un organico che comprendeva 241 medici, 487 infermiere/i e 650 barellieri. Come mezzi a supporto si contavano 123 ambulanze, 20 camion, 10 automobili, 9 auto chirurgiche, 7 auto per docce e disinfezioni, un’ambulanza con squadra odontoiatrica. Tra ospedali e centri di convalescenza i posti letto a disposizione, destinati a crescere, erano 600, ma c’era anche il supporto di un asilo e giardino infantile per i figli dei disertori e dei compagni caduti, di una farmacia centrale e di due sezioni speciali, quella di Igiene e Disinfezione e quella di Difesa Chimica[4].

Oltre a quelle, preminenti, della Centrale Sanitaria parigina, le risorse finanziarie destinate alla Sanità provenivano da Comitati di Aiuto sparsi in tutto il mondo, dalla Jefatura de Sanidad dell’Esercito repubblicano spagnolo e da un aiuto non meno importante e allo stesso tempo rivelatore dello spirito con cui si stava e si combatteva in Spagna: il contributo derivante dalla paga che percepivano gli interbrigatisti, ammontante, nel periodo tra il dicembre 1936 e la metà del 1937, a 4 milioni di pesetas[5]. Ad inizio anno 1938, nonostante il numero di medici fosse rimasto pressoché invariato, la Sanità internazionale poteva contare su circa 1.500 tra infermieri e ausiliari e i posti letto erano stimabili tra i 5000 e i 6000[6].

A fine marzo 1938, i nazionalisti della IV Divisione Navarra giunsero in prossimità delle coste mediterranee, riuscendo presto a separare Valenza dalla Catalogna, tagliando letteralmente in due la Spagna repubblicana. Le conseguenze pesarono anche sulle Brigate Internazionali, costrette a spostare la propria base da Albacete a Barcellona e a rifondarsi ancora, a partire dai massimi dirigenti medici che vedevano adesso una vistosa presenza di quadri nordamericani come Edward K. Barsky, Irving Busch e William Pike, tutti legati al PCUSA. Tra di loro spiccava l’italoamericana Ave Bruzzichesi, giovane ma già esperta, non legata ad alcun partito, che diveniva Jefe de Enfermeras[7].

I frutti dell’ennesima rifondazione sanitaria si vedranno solo per breve tempo. In autunno, il governo spagnolo deciderà di fare a meno dell’apporto dei volontari internazionali, confidando invano in un analogo provvedimento da parte dei franchisti, ormai padroni del campo. Anche il personale sanitario internazionale lascerà il paese; per coloro che provenivano da paesi in mano a dittature o a governi reazionari, si apriva un interminabile calvario nei campi di internamento francesi e, per molti, in quelli di sterminio nazisti. In ogni caso, in condizioni estreme, la professionalità sanitaria di questi volontari sarà ancora utile a salvare vite umane.

 

Le motivazioni dei volontari in campo sanitario

Un manifesto di propaganda a sostegno del rispetto del lavoro delle infermiere

Il volontariato internazionale in campo sanitario non fu una scelta motivata dal solo forte antifascismo[8]. Certamente influirono sulla scelta di molti volontari anche motivazioni umanitarie e solidaristiche. Il loro fu un compito rischioso quanto quello dei combattenti, costretti ad adattarsi ai diversi tipi di combattimento, allorché si passò dall’estemporaneità dei primi scontri in Catalogna e della guerriglia in Andalusia, agli assedi di varie città (Oviedo, Huesca, Teruel, Belchite, Toledo), alla guerra di trincea su fronti stabilizzati come a Madrid, a quella di movimento, fino alle grandi battaglie e offensive, come quelle sull’Ebro e sul Jarama, Brunete, Guadalajara, durate per settimane[9]. Medici e infermieri erano inoltre sottoposti a un discreto ma costante controllo da parte del controspionaggio. La loro, infatti, era una figura particolarmente appetibile per l’intelligence per via della fiducia che godevano presso le cariche gerarchiche, delle confidenze ricevute dalla truppa, del poter usufruire prioritariamente dei mezzi di trasporto, tanto che «Por todo esto el espia en Sanidad se encuentra como pez en el agua», per cui il medico è una figura da trattare «con el maximo cariño y con la mayor vigilancia»[10]. Diversi sono i casi di medici accusati di attività di collaborazionismo con il nemico, quasi sempre fucilati, talvolta sul posto[11]. Il compito principale dei sanitari assoldati dall’intelligence nemica non era soltanto quello di passare informazioni, ma anche di sabotare la funzionalità dell’ingranaggio sanitario e, nel caso dei chirurghi, quello di compromettere il futuro del paese apportando quante più mutilazioni possibili, giudicando inguaribili anche ferite di non estrema gravità[12].

La vita del volontariato sanitario si svolgeva tra due estremi: un lavoro già faticoso di sua natura che diveniva spasmodico per le punte di stress durante le battaglie più cruente, per poi alternarsi a periodi d’interminabile tedio, una disarmonia che indusse alcuni a ricorrere all’alcol. Tra i punti di debolezza, va segnalata l’ambizione che aveva motivato alcuni giovani medici, ai quali la guerra civile offrì l’opportunità di imparare velocemente sul campo i primi rudimenti di medicina militare; inoltre le infermiere erano in buona parte apolitiche e ispirate più da considerazioni umanitarie, tanto che in tante «had no idea which side they were on»[13].

La prima linea era dura per tutti, medici compresi, e nessuno poteva sentirsi al riparo nemmeno dentro le ambulanze della Croce Rossa, bersagliate senza ritegno da quella che, a detta di molti, era una deliberata strategia dei nazionalisti, per i quali «the red cross meant anything […] A hospital was an easy target»[14]. Ma fu la categoria dei barellieri a pagare il più alto tasso di vittime (in molte occasioni raggiunse il 70% circa degli effettivi, tanto che in concreto nessuno accorreva ad arruolarsi per questa funzione).

Il cardiologo canadese dr. Norman Bethune in Spagna (1937)

Se si guarda alle biografie di alcuni sanitari, si ha la conferma che le motivazioni alla base della scelta di arruolarsi nel sistema sanitario interbrigatista furono composite[15]. Ad esempio, per il chirurgo toracico canadese Norman Bethune, forse il primo dei Médecins Sans Frontières, un borghese, le preoccupazioni personali, la voglia di approfondire sperimentando e le idee politiche andavano di pari passo. Chirurgo innovativo e apprezzato anche negli Usa, infaticabile nell’affiancare alla professione il lavoro volontario in ambulatori autofinanziati tra migranti e proletari marginalizzati, fu colui che per primo mise in pratica l’idea delle emo-ambulanze, con le quali percorse vari fronti di battaglia. In Spagna, per troppa indipendenza e intraprendenza, subì l’emarginazione del suo stesso Partito comunista, che lo destinò a compiti di propaganda in Nord America. Il doloroso provvedimento non bastò a fargli cambiare idea, mutando solo la destinazione – la Cina, al seguito di Mao Zedong – del suo volontariato. Inquadrato nell’Esercito Popolare cinese trovò la morte per setticemia, contratta in conseguenza di un banale taglio da uno dei bisturi che, con l’abilità artigianale che gli era propria, amava costruirsi da solo[16].

Salaria Kea in Spagna durante una medicazione ad un bambino ferito

Assai diverso è il percorso dell’afroamericana Salaria Kea, come diversa la sua umile origine sociale. Kea si approcciò alla Guerra civile da una prospettiva razziale e sociale, usando come riferimento la sua condizione di donna nera, da subito notando i parallelismi tra il razzismo americano, l’antisemitismo europeo e il fascismo spagnolo. In terra iberica fu letteralmente inebriata della promiscuità razziale interna al mondo delle Brigate Internazionali, capì che era il suo mondo. Le esperienze pregresse nelle campagne contro la segregazione, nelle vertenze sindacali di discriminazione salariale così come, nel 1935, nell’organizzazione di una raccolta per l’assistenza medica in Etiopia dopo l’invasione italiana, sono unite a quelle professionali al servizio del must politico del momento, fermare il fascismo[17].

Per l’australiana Agnes Hodgson, invece, i fattori alla base della partenza furono di altra natura. Al momento del levantamiento militare, aveva già visitato l’Europa lavorandovi per anni, da poliglotta aveva ovunque padronanza linguistica, voglia d’avventura e, soprattutto, era estranea ad ogni influenza politica. Nel suo diario tutto è appuntato con effetti dissonanti tra la drammaticità quotidiana della vita di una Spagna in tempo di guerra e uno sguardo turistico cui non rinuncia, ma non si trova nessuna traccia rilevante di interrogativi politici. Partita con la missione sanitaria organizzata dal PC d’Australia, quando le contrapposizioni politiche, che probabilmente non comprendeva, si fecero più forti, non esitò a lasciare l’incarico[18].

Indipendentemente dalle differenze motivazionali, tutte e tutti i volontari erano legati da uno spirito altruistico e proattivo che li aveva spinti ad abbandonare case, affetti e carriere, affrontando restrizioni di ogni genere e giocando la propria esistenza per assistere persone con cui l’unico legame certo era la comune appartenenza all’umanità.

 

I volontari sanitari italiani

Quello del volontariato sanitario è, almeno in Italia, uno degli aspetti meno conosciuti della Guerra Civile spagnola, privo di un’indagine esaustiva, probabilmente dovuta alla non estesa partecipazione al conflitto di personale medico e infermieristico italiano, dovuto innanzitutto alla possibilità negata dalla dittatura fascista di poter organizzare e coordinare in patria una qualsiasi missione sanitaria. Mentre i partiti antifascisti di paesi come Belgio, Svizzera, Olanda, Svezia, Gran Bretagna riuscivano a inviare ambulanze e ospedali da campo con medicinali e personale al seguito, la comunità sanitaria italiana poteva aderire soltanto a partire dalle proprie singole condizioni di esuli, stemperandosi all’interno della vasta organizzazione sanitaria gestita dal Soccorso Rosso Internazionale a Parigi.

Ad incidere sullo scarso numero fu anche la bassa estrazione sociale media e il livello scolastico dei nostri connazionali, soprattutto di coloro che andarono a formare il Battaglione Garibaldi, tra i quali, ad esempio, gli studenti rappresentavano solo lo 0,49% e gli avvocati lo 0,2%[19].

Quando il 18 luglio 1936 iniziò il sollevamento militare che segnava l’avvio della Guerra civile spagnola, in Italia il regime fascista era all’apice del suo consenso interno. Per i volontari italiani la Spagna era il terreno di scontro definitivo individuato per sconfiggere il fascismo e per «dare al conflitto una soluzione conforme alle proprie finalità», cioè non un ritorno a uno Stato liberale ma, per la maggioranza dei volontari, la possibilità di costruire il socialismo in uno Stato occidentale[20]. Animati dalla parola d’ordine coniata da Carlo Rosselli, «Oggi in Spagna, domani in Italia!», di là dai Pirenei tutti loro andavano cercando lo scontro con i mercenari fascisti inviati da Mussolini[21].

Batteria A. Gramsci del Gruppo Artiglieria Internazionale con un cannone da 155 preso ai fascisti a Guadalajara. In piedi sotto al cannone, Vittorio Bardini di Sovicille (SI).

Dopo una prima precoce partecipazione alle centurie delle milizie organizzate dagli anarchici e dal fuoriuscitismo giellista, gli italiani riuscirono a formare un proprio battaglione, il Garibaldi, combattente all’interno della XII Brigata Internazionale dal novembre 1936 fino al 1° maggio 1937, quando divenne una Brigata a sé stante. Il suo effettivo iniziale era di soli 520 uomini ma, accogliendo italiani provenienti da diversi paesi del mondo, raggiunse un organico di oltre 3.000 uomini, su un totale di 4.000/5.500 nostri connazionali volontari[22]. La loro età media, notevolmente superiore a quella dei volontari di altri paesi, si attestava sui 35 anni, molto oltre quella di 23-25 degli statunitensi, con la fascia 36-40 che risultava la più rappresentata raggiungendo il 29,9% del totale, seguiti a corta distanza dai tedeschi[23]. Il dato anagrafico ci fa capire di come fossero molti coloro che avevano avuto già un’esperienza bellica nella Prima guerra mondiale e ne avessero vissuta anche un’altra, quella contro lo squadrismo fascista, un particolare sottolineato dall’alta presenza di volontari originari delle zone rurali padane o toscane che più avevano conosciuto le violenze fasciste al soldo degli agrari[24]. Non ultima, è rilevabile la precocità della condizione di esule, poiché il 47% di chi lasciò l’Italia per sfuggire al regime fascista lo fece prima del 1926: tale precocità portò 300 antifascisti italiani in Spagna entro il settembre 1936, ancor prima della nascita della struttura interbrigatista di Albacete.

L’antifascismo italiano può quindi considerarsi sicuramente tra i più maturi, non solo anagraficamente, ma anche per il bagaglio esperienziale che porta sui fronti di battaglia e per la veloce presa di coscienza che il fascismo non fosse un problema circoscritto all’Italia e che bisognasse fermarlo nella sua espansione in Spagna[25].

Alla libera spontaneità dell’atto di partire sfuggirono solo quelle poche decine di quadri comandati dai vertici del Comintern, ma la motivazione politica non fu l’unica molla che indusse alla partenza, si sovrapponevano considerazioni di natura emotiva e filantropica, molto presente nel settore sanitario.

Per quanto riguarda l’apporto italiano al Servizio Sanitario nelle Brigate Internazionali, non disponendo di fonti che possano tracciarne un quadro completo e approfondito, si è cercato di ricostruirlo partendo da singole biografie e da quanto indicato nelle tabelle redatte da autori stranieri riguardo agli organici sanitari; se ne rileva che il contributo italiano non fu certo trascurabile: complessivamente, si può parlare di 7 medici, almeno 30 tra infermieri e infermiere, alle quali se ne possono aggiungere altre 5 di origine spagnola e francese, assimilate per aver contratto matrimonio con garibaldini italiani che stavano curando o con i quali collaboravano nei reparti sanitari.

 

I toscani

Per quanti riguarda i toscani, sono almeno 5 i volontari e le volontarie all’interno di questo complesso universo sanitario delle Brigate Internazionali[26].

Marietta Bibbi (Credits: https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/13088-bibbi-marietta)

Marietta Bibbi, conosciuta come Maria, nata il 2 aprile 1895 a Carrara, era un’anarchica e insegnante elementare. Cugina di Gino Lucetti, che l’11 settembre 1926 aveva attentato alla vita di Mussolini, fu arrestata per presunta complicità, poi prosciolta «per non aver partecipato al delitto»; i fascisti riaprirono successivamente il caso, condannandola per favoreggiamento al «mancato tirannicida», accusa decaduta in appello. Maria andò volontariamente a Ustica per assistere il fratello minore, Gino Bibbi, confinato sull’isola dal Tribunale Speciale fino alla fuga, avvenuta nel luglio 1930. Sospettata di collaborazione e ormai «ritenuta avversa al Regime e pericolosa per l’ordine Nazionale», nel luglio successivo fu condannata al confino a Ponza per cinque anni, ridotti poi a tre e infine liberata per l’amnistia del decennale della Marcia su Roma. Espatriò in Francia e frequentò le famiglie Berneri e Rosselli, per poi passare in Spagna nel maggio 1936 e stabilirsi a Gandía, dove raggiunse il fratello. Vicina al movimento libertario iberico, nella Guerra civile la troviamo come infermiera a Valencia nella Columna Benedicto (81ª Brigada Mixta, 4° Battaglione) sul fronte di Teruel e poi impiegata come corriere fra la Francia e la Spagna. Qui le fonti si dividono tra chi la ritiene trasferita in Francia al momento del crollo della Repubblica e chi ritiene sia rimasta in Spagna sotto il nome di Maria Del Carmen Rodriguez e rientrata a Carrara solo nel 1945, dove morirà a 98 anni, l’11 aprile 1993.

Fosca Corsinovi (Credits: https://militants-anarchistes.info/spip.php?article969)

Era nativa di Casellina e Torri, l’odierna Scandicci, dove vide la luce il 24 settembre 1897, l’anarchica Fosca Corsinovi. Compagna di un altro volontario in Spagna, Dario Castellani, con lui condivise la condizione di esule a Marsiglia, a Grenoble e a Ginevra. In Svizzera, si legò sentimentalmente all’anarchico Francesco Barbieri e continuò a occuparsi, come ormai faceva da anni, di assistenza ai profughi politici meno abbienti. In Spagna dal luglio 1936, il mese successivo era già operante in Aragona come infermiera nella Columna Ascaso (Sezione Italiana). Nell’ottobre 1936 tornò in Svizzera e, con cinque medici elvetici, portò verso la Spagna un’ambulanza attrezzata per le operazioni chirurgiche, donata dai lavoratori svizzeri al sindacato anarchico CNT. Tornata a Barcellona, assistette di persona all’arresto del compagno Barbieri e di Camillo Berneri, assassinati dagli stalinisti dello PSUC. Nonostante questo, restò nella capitale catalana come animatrice della colonia infantile «Adunata dei refrattari»[27]; in seguito operò come infermiera a Vicién, abbandonando la città solo poche ore prima dell’arrivo dei franchisti, per riparare in Francia. Internata più volte con la figlia Luce Castellani, nell’autunno 1942 fu consegnata ai fascisti dalle autorità di Vichy e subì una condanna al confino per cinque anni alle Tremiti. Dopo la Liberazione, si stabilì a Firenze dove ritrovò Dario Castellani e la figlia e partecipò alla riorganizzazione del movimento anarchico fiorentino, nel quale rimane attiva per tutto il dopoguerra. Morì a Firenze il 4 gennaio 1972.

Meno particolari si hanno sul conto di Marino Fornaroli, pisano di S. Maria a Monte, dove era nato il 12 aprile 1908, accorpato alle Brigate Internazionali ma impiegato nel reparto sanitario solo incidentalmente. Operaio antifascista emigrato in Francia nel 1925, dal 12 dicembre 1936 fu arruolato nel reparto mitraglieri del Battaglione Garibaldi e combatté nella difesa di Madrid e in Andalusia, dove rimase ferito il 4 marzo 1937. Guarito, fu spostato pro tempore nei Servizi sanitari; la salute precaria lo condurrà al rimpatrio in Francia nell’ottobre 1938. Qui, le autorità consolari fasciste, pur registrando che «non frequent[asse] più gli ambienti antifascisti ed evit[asse] di parlare di politica e della guerra civile di Spagna, a causa dei disagi patiti»[28], non allentarono la vigilanza.

Vittore Marcucci (Credits: https://parridigit.istitutoparri.eu/fondi.aspx?key=dettaglio&fondo=7&rec_id=688&gallery=true&from=ricerca&cp=227)

Vittore (o Vittorio) Marcucci, era nato a Lucca il 19 settembre 1893 e aveva frequentato Medicina a Pisa. Perseguitato dal fascismo, dopo una breve carcerazione per denigrazione del regime, era espatriato in Francia, frequentando gli ambienti della Concentrazione antifascista e collaborando come vignettista per il periodico comunista La Difesa. Nel 1936-1937 è in Spagna nella Sezione Italiana aggregata alla Colonna Ascaso e, in seguito, nella Brigata Garibaldi; rimase ferito combattendo sull’Ebro nell’estate del 1938. Nonostante le conoscenze mediche, non sembra che abbia ricevuto alcun incarico sanitario. A seguito del ritiro dei volontari internazionali, uscì dalla Spagna il 9 febbraio 1939 senza documenti e scontò un lungo internamento nei campi francesi dal 1939, ad Argelés, a Gurs, infine al Vernet nel 1943, nella baracca degli anarchici e degli estremisti. Negatagli l’autorizzazione a rientrare in patria dal console italiano di Tolosa perché privo della carta d’identità, non poté sottrarsi alla deportazione a Dachau, a Mauthausen, poi ancora nel sottocampo di Gusen, dove morì il 19 gennaio 1945.

Chiudiamo con Anna Launaro, nata il 9 aprile 1890 a Livorno. Avviata ad un’esistenza borghese, si separò dal marito per legarsi a Ettore Quaglierini, responsabile della Federazione locale del Partito Comunista d’Italia. Dopo un periodo in Piemonte e Lombardia, emigrò clandestinamente in Germania alla fine del 1922 e svolse attività rivoluzionaria a Berlino, Lipsia e Parigi, usando vari nomi di battaglia (Luigia Mira, Marthe Tesson, Nona Lorenzini, Anna Pacinotti). In Francia lavorò per L’Humanitè, organo del PCF, poi si trasferì a Bruxelles dopo l’arresto del compagno; fu a sua volta fermata e processata ma vide presto la libertà grazie alla difesa dell’avvocato Paul Henry Spaak, futuro Primo Ministro belga. Fu però espulsa dal Belgio nel 1929, ancora verso Parigi, dove si ricongiunse a Quaglierini e dette alla luce il secondo figlio, Percyval.

Anna Launaro (Credits: https://www.cfbtoscana.com/oberdan-chiesa-anna-launaro/)

I tre si trasferirono prima a Buenos Aires e poi in Bolivia per svolgere attività ancora per il Segretariato del Comintern poi, nel 1931, tornarono a Parigi. Due anni dopo, la coppia era a Barcellona, mantenendosi con una grande libreria sulla Rambla de las Flores. Qui, Anna Launaro, non potrà che unirsi naturalmente all’insurrezione contro i militari insorti nel luglio 1936, interessandosi di opere assistenziali anche a Madrid; ancora nel 1938 è la direttrice di una casa infantile. Ricongiuntasi a Quaglierini alla fine della guerra, si imbarcarono fortunosamente il 29 marzo 1939 sul piroscafo African Trader verso Orano, in Algeria. Dalla Francia occupata dai nazisti, si spostarono nuovamente in America Latina, sempre per conto del Comintern, facendo ritorno in Italia solo nel 1946.

 

 

 

 

Note

[1] Come testimonia Luigi Longo, «[i]l servizio sanitario internazionale incominciò in ottobre, su scala molto ridotta. Comprendeva sei medici in tutto: due francesi, due tedeschi, due polacchi. Dei sei, uno solo aveva l’esperienza medica di guerra. Per contro, c’erano uno specialista pediatra, un ginecologo e uno psichiatra». L. Longo, Le Brigate Internazionali in Spagna, Editori Riuniti, Roma, 1972, p. 159.

[2] Il Partido Obrero de Unificaciòn Marxista (POUM) derivava dall’unione di alcune componenti dei c.d. «comunisti dissidenti», in particolare il Blocco Operaio e Contadino di Joaquin Maurin e la «sinistra comunista» di Andrès Nin e di Juan Andrade, inizialmente sulle posizioni dell’opposizione di sinistra trockijsta, con la quale rompono per divergenze più strategiche che teoriche. La nuova formazione, quindi, nasce in una difficile situazione di schiacciamento tra le accuse di trockijsmo da parte degli avversari, la scomunica dello stesso Lev Trockij e la non simpatia degli anarchici (sia Maurin che Nin erano stati dirigenti anarcosindacalisti poi convertiti al comunismo) che espellono molti suoi militanti dalla C.N.T., ma riesce a mettere solide radici grazie allo spessore dei propri leader, tra i quali vanno aggiunti Julian Gòmez detto Gorkin e Luis Portela. Si veda P. Broué, E. Témime, La rivoluzione e la guerra di Spagna 1936-1939, Res Gestae, Milano, 2020.cit., p. 50 e pp. 68-70.

[3] Sull’attività di questi medici in Spagna si veda J. Bescós Torres, La Sanidad en el Ejercito Republicano, in «Medicina Militar. Revista de sanidad de las Fuerzas Armadas de España», volume 43, nr 1, 1987, pp.88- 96.

[4] I dati sono tratti da J. R. Navarro Carballo, La sanidad en las Brigadas Internacionales, EME, Madrid. 1989, p. 98.

[5] Ivi, p. 99. Per rendere concretamente l’idea dell’impatto di queste libere donazioni offerte dagli stessi brigatisti, basti pensare che l’entità complessiva con cui al tempo era stimato il valore dei mezzi mobili a disposizione delle Brigate Internazionali era di 13-15 milioni di pesetas. Cfr. F. Fuster Ruiz, El servicio de sanidad de las Brigadas Internacionales, Ed. Universidad de Castilla-La Mancha, Albacete, 2018, p. 52.

[6] D. Sirkow, Bulgaria en La Solidaridad de los pueblos con la República Española 1936-1939, Editorial Progreso, Mosca, 1974, p. 89, come riportato in E. González López, R. Ríos Cortés, cit., pp. 423-424.

[7] Ave Bruzzichesi (1913-1999) ebbe la sua formazione infermieristica a Newark, nel New Jersey. Non faceva parte di alcun partito politico, ma si unì al 10° Gruppo AMB, noto anche come West Coast Medical Unit, sotto la guida del dr. Leo Eloesser, con il quale andò in Spagna nel novembre 1937, dove prestò servizio presso l’Istituto di Neurologia del Servizio Medico Repubblicano, poi sul fronte di Teruel e quindi a Barcellona, dal gennaio 1938 fino al rimpatrio. https://alba-valb.org/volunteers/avelinobruzzichesi/ (consultazione del 22.12.2025).

[8] Sulla varietà e la differenziazione motivazionale che spinse gli italiani in Spagna, a fianco dei due bandos contendenti, si veda anche Gabriele Ranzato, Volontari italiani in Spagna. In Spagna per l’Idea Fascista, 2008.

[9] Inoltre, per lo specifico intervento sanitario all’interno delle Brigate Internazionali, si doveva tenere conto che queste, molto spesso, erano usate come tropas de choque, cioè truppe d’assalto, che richiedevano una particolare celerità di allestimento e smontaggio delle infrastrutture mediche.

[10] Si veda l’articolo El Espionaje y la Sanidad, pubblicato sul primo numero della rivista dell’Esercito repubblicano «Nuestra Sanidad», Anno 1, N. 1, 15 febbraio 1937, p. 3.

[11] S. Tuytens, Las mamas belgas. La lucha de un grupo de enfermeras contra Franco y Hitler, El Mono Libre, Spagna, 2019, p. 120.

[12] Nell’ospedale di Tarancòn, ad esempio, un chirurgo che da tempo era sotto osservazione per le numerose e innecessarie amputazioni, fu freddato in sala operatoria al momento di una sbrigativa diagnosi di amputazione del brigatista belga Armand Frères, ferito non gravemente ad un ginocchio e precedentemente visitato da altri. Tra gli infiltrati che invece la fecero franca, il caso più famoso è quello della spia Fernanda Jacobsen, interprete e ufficiale di collegamento del Servizio Ambulanze Scozzese, in realtà agente incaricata di favorire la fuga delle persone filo franchiste dalla zona repubblicana. Jacobsen agiva per conto del Comitato di Salvezza organizzato da Edwin Christopher Lance, definito «El Pimpinela [la Primula Rossa, ndr.] de la Guerra de España». Su di lei, si veda la scheda in https://sidbrint.ub.edu/en/node/13989 (consultazione del 23.12.2025).

[13] R. Baxell, Unlikely warriors. The extraordinary story of the Britons who fought for Spain, Aurum Press, London, 2014, pp. 203-204.

[14] Ivi, p. 216.

[15] Questa comparazione occupa uno dei capitoli della mia tesi di Laurea Magistrale presso l’Università di Pisa, anno accademico 2025-2025. A. Montalti, Il bisturi e la Mauser. Il volontariato sanitario nelle Brigate Internazionali durante la Guerra Civile spagnola (1936-1939). Della stessa, sono stati relatore il professor Mauro Capocci e correlatore il professor Gianluca Fulvetti.

[16] Su Norman Bethune (Gravenhurst, Ontario, 3 marzo 1890 – Cina, 12 novembre 1939) si veda la biografia datata ma valida di S. Gordon, T. Allan, Il bisturi e la spada. La storia di Norman Bethune, Feltrinelli, Milano, 1959.

[17] Su Salaria Kea (Milledgeville, Georgia, 13 luglio 1911 – Ohio, 18 maggio 1991), ai numerosi articoli scientifici e citazioni storiche, si può accoppiare la più narrativa autobiografia: S. Kea, A negro nurse in Republican Spain, The Negro Comittee to aid Spain, New York, 1938.

[18] Sull’esperienza spagnola di Agnes Hodgson si veda ancora un lavoro autobiografico: A. Hodgson, A una milla de Huesca. Diario de una enfermera australiana en la guerra civil española, Rolde de Estudios Aragoneses, Zaragoza, 2005.

[19] Questi dati sono tratti da due liste conservate negli archivi del Comintern, liste relative a un totale di circa 3.000 arruolati tra i Garibaldini, dunque non la loro totalità. Cfr. E. Acciai, Il contributo italiano al volontariato internazionale in Spagna. Una storia plurale (1936-1939), in I. Cansella, F. Cecchetti (a cura di), Volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola, Effigi, Arcidosso, 2012, p. 108.

[20] C. Ghini, A. Dal Pont, Gli antifascisti al confino, Editori Riuniti, Roma, 1971, p. 135.

[21] Anche il CTV (Corpo Truppe Volontarie) mussoliniano aveva un proprio servizio sanitario al seguito. In esso spiccava l’Unità Sanitaria Chiurco, diretta appunto da quel Giorgio A. Chiurco primario dell’ospedale di Siena. Su questa unità si veda il lavoro di Michelangelo Borri, Giorgio Alberto Chiurco. Biografia di un fascista integrale, Unicopli, 2022.

[22] V. Catelan, Incontro tra fascisti e antifascisti italiani durante il conflitto spagnolo: la battaglia di Guadalajara, «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea», Spagna Anno Zero: la guerra come soluzione, 29 luglio 2011.

[23] E. Acciai, Il contributo italiano al volontariato internazionale in Spagna. Una storia plurale, in I. Cansella, F. Cecchetti (a cura di), Volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola, cit., pp. 101-102.

[24] Questa provenienza dai luoghi dello squadrismo contro i braccianti e dalle aree di maggiore politicizzazione operaia evidentemente aveva sedimentato una memoria familiare che in qualche modo influenzò le future scelte degli internazionalisti italiani.

[25] Ivi, pp. 103-104.

[26] Per maggiori approfondimenti sui nominativi toscani, rimandiamo al CD allegato al volume I. Cansella, F. Cecchetti (a cura di), Volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola ed alle relative voci in http://gestionale.isgrec.it/sito_spagna/ita/toscani_ita._intro.asp e in https://www.antifascistispagna.it/.

[27] Il nome della colonia rimanda direttamente a «L’Adunata dei Refrattari» («Call of the refractaries»), il giornale anarchico in lingua italiana pubblicato a New York dal 15 aprile 1922 al 24 aprile 1971, fondato tra gli altri, da Luigi Galleani. https://archivesautonomies.org/ (consultazione del 28.2.2025).

[28] https://www.antifascistispagna.it/ (consultazione del 7.1.2026).

 




Giuseppe Bellone

Fu un giorno dell’autunno del 1913 che un giovane compagno, che non parlava livornese, si presentò presso la sede, in via Oreste Franchini, della Sezione del Partito socialista italiano all’Ardenza, il sobborgo notoriamente sovversivo di Livorno[1].
Si chiamava Giuseppe Bellone, ventitré anni, e da settembre era stato assunto come “prefetto”, ossia come istitutore, presso il Collegio-convitto S. Giorgio che si trovava a poca distanza, sulla via che dall’Ardenza porta a Montenero.
Non era neppure toscano, in quanto nato a Mortara, in provincia di Pavia, e secondo le informazioni di polizia, prima di giungere all’Ardenza, era stato per qualche tempo in Svizzera, probabilmente per lavoro[2].
Dopo aver conseguito la licenza liceale, si era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Pisa, tanto che dopo aver conseguito la laurea, a Roma, avrebbe esercitato la professione di avvocato[3].
Si trattò di una permanenza fortunata, sia per i socialisti ardenzini che per lo stesso Bellone. La Sezione, in cui prevaleva la tendenza massimalista, era abbastanza attiva, ma non contava molti iscritti, una cinquantina, fra adulti e giovani, a fronte della maggioritaria presenza degli anarchici nel borgo, facenti capo al Circolo di studi sociali, in via del Littorale.
Infatti, da subito venne designato segretario della Sezione giovanile socialista e come tale intraprese un’intensa attività politica, tanto che nell’agosto 1914, venne schedato come «socialista rivoluzionario» dalla Prefettura di Livorno ed inserito nel Casellario Politico Centrale del Ministero dell’Interno[4].

Via O. Franchini (Biblioteca Labronica)

Subito dopo l’arrivo a Livorno, infatti, si era messo in evidenza in varie occasioni, facendo «attivissima propaganda di socialismo rivoluzionario, fra ceto operaio con molto profitto» e, come riferito dall’autorità di polizia, «durante l’agitazione per le elezioni generali politiche dell’ottobre 1913 parlò nei pubblici comizi, che qui si tennero il 14-17 e 20 ottobre 1913. Parlò, poi, la sera del 10 marzo 1914 in Ardenza, per commemorare l’anniversario della Comune di Parigi» presso il Teatro Aurora, ove «pronunciò un violento discorso rivoluzionario contro la Monarchia». In occasione delle elezioni Amministrative del 26 luglio 1914, «prese parte attiva alla lotta a favore dei candidati socialisti, e parlò nei pubblici comizi, tenutisi il 5-11-12-14-16-18-20-21-23 e 24 luglio»[5].
In particolare, il 16 maggio 1914 era stato fra gli oratori intervenuti in piazza XX Settembre a Livorno al comizio di protesta Pro libertà di parola, indetto per rispondere all’atto repressivo di tre giorni prima all’Ardenza quando era stato sciolto un comizio Pro Masetti tenuto da Maria Rygier. Nel nuovo comizio gli oratori anarchici e socialisti non avevano mancato di attaccare il militarismo e la guerra in Libia, «per concludere che questa ha servito esclusivamente agli interessi dei capitalisti, protetti dai nazionalisti»[6].
Nel giugno seguente, durante l’agitazione per la “Settimana rossa”, Bellone era stato fra gli oratori, anarchici e socialisti, partecipanti al comizio svoltosi nel pomeriggio del 9 giugno in piazza Carlo Alberto [l’attuale piazza della Repubblica] così come il giorno successivo al comizio tenutosi dalla scalinata del Palazzo comunale con interventi di socialisti, anarchici e repubblicani. Terminato tale comizio, in un clima di grande tensione, si era formato un corteo segnato da alcune sassaiole contro due banche ed alcuni incidenti. Quindi, giunto in piazza Cavour, «lo studente socialista Bellone […] è salito sulla spalletta del fosso ed ha parlato ai cittadini esprimendo la speranza che fra i dimostranti non siano infiltrati pescatori nel torbido per generare confusioni. Noi però – ha detto l’oratore – non vogliamo che, per causa di tali elementi, la nostra protesta degeneri in una rivolta sanguinosa; ma intendiamo che la borghesia intenda finalmente che, per volere di popolo compatto, essa dovrà farsi da parte, per dar libero adito alla sovranità del popolo, chiamato a dirigere i destini del mondo. L’oratore è stato applaudito calorosamente e quindi, imboccata la via dell’Indipendenza, gli scioperanti hanno percorso, sempre gridando, via San Carlo, il Borgo Cappuccini e il Corso Umberto…»[7].
Se, in tale circostanza, Bellone aveva cercato di calmare gli animi, il 5 luglio seguente, all’Ardenza, fu invece accusato di averli eccitati, in occasione di una manifestazione anticlericale in polemica con la tradizionale processione del Corpus domini nel borgo, quando si erano radunate circa 600 persone presso la sezione socialista in via O. Franchini. Da qui, in corteo, raggiunsero piazza della Fonte dove venne tenuto un comizio, nel corso del quale non mancarono i riferimenti alla lotta contro il militarismo. Infatti, seppure interrotti dal Delegato di P.S. d’Ardenza, il giovane anarchico Maceo Del Guerra esaltò il gesto di ribellione di Augusto Masetti ai tempi della guerra libica, mentre Bellone avrebbe sostenuto che «I nostri avversari vogliono giustificare l’eccidio commesso dai Carabinieri di Ancona, mentre poi inveiscono contro il tipografo e lo studente che commisero il fatto di Sarajevo»[8].
Per tale comizio Bellone fu assurdamente denunciato per «corruzione da parte dello straniero» e «favoreggiamento bellico a favore del nemico», ai sensi degli artt. 246 e 247 del Codice Penale, venendo poi prosciolto a seguito del Regio decreto di amnistia del 29 dicembre 1914. Un’altra denuncia per «Rifiuto di obbedienza all’autorità» fu conseguente al comizio elettorale, tenutosi in piazza Roma del 21 luglio 1914, più volte interrotto e poi sciolto d’autorità da parte del commissario di P.S. di servizio[9].
Dalla scheda segnaletica/biografica redatta nell’agosto 1914 dalla Prefettura di Livorno, a firma del prefetto Gasperini, si apprendono ulteriori informazioni – ovviamente nell’ottica poliziesca – a partire dalla descrizione dei suoi connotati, fra cui «l’andatura disinvolta», «l’espressione fisionomica sprezzante» e «l’abbigliamento eccentrico», oltre ad essere ritenuto «di carattere spavaldo».
Era nato a Mortara il 25 aprile 1890, figlio di Egildo, orologiaio, e Seconda Assalini. A Livorno, nel Partito «esercitava molta influenza», collaborando anche a «La Parola dei Socialisti», il settimanale della Federazione livornese, «sul quale scriveva articoli violenti, alcuno dei quali, in questi ultimi tempi, venne dalla locale R. Procura incriminato»[10].
Nel periodo del suo attivismo all’Ardenza, non risiedeva nel borgo, ma nella non lontana via Roma, a Livorno. A seguito di una denuncia privata (percosse e appropriazione indebita), poi ritirata, da parte di un convittore nel giugno 1914 fu licenziato dal Collegio S. Giorgio pur essendo stato prosciolto, verosimilmente in conseguenza del suo coinvolgimento nella contestazione anticlericale.
Rimasto senza lavoro, riuscì comunque a trovare un impiego presso l’Archivio storico del Comune di Torino, venendo però quasi subito chiamato alle armi nel 37° Reggimento fanteria (Brigata “Ravenna”), presso cui risulta arruolato durante e dopo la guerra, dal maggio 1915 al settembre 1919[11].

Ausonia Sciti (Archivio Famiglia Bellone)

Nel frattempo, le sue relazioni, anche personali, con Ardenza non si erano interrotte, anche perché vi aveva incontrato la compagna della sua vita, Ausonia Sciti, figlia del militante anarchico ardenzino Areteo Sciti[12], e il 12 maggio 1918 a Livorno – mentre era ancora militare – nacque il loro primo figlio, Egildo (stesso nome del padre)[13].
Già facente parte della direzione nazionale del Partito Socialista per la tendenza massimalista, alle elezioni amministrative dell’ottobre 1920 risultò eletto consigliere comunale e provinciale a Novara per il PSI e il 28-29 novembre seguente partecipò ad Imola al Convegno della frazione comunista e, nel gennaio 1921, tornò a Livorno, come delegato novarese, per il fatidico XVII Congresso nazionale socialista, aderendo al Partito Comunista d’Italia.
Dopo le elezioni politiche del maggio dello stesso anno, nelle quali era stato candidato del PCdI nel collegio di Novara, nel giugno 1922 Bellone – subentrando al giovane Ennio Gnudi – venne nominato deputato e quindi, quale esponente del Gruppo comunista alla Camera, svolse attività parlamentare dall’11 giugno 1921 al 25 gennaio 1924 (XVI Legislatura), subendo una grave aggressione da parte dei fascisti sul finire del 1922.
Durante tale periodo, avvenne un episodio che confermò il suo legame politico e umano con Ardenza, quando il 31 maggio 1923 presentò un’interrogazione parlamentare in merito agli arresti eseguiti all’Ardenza nella notte fra il 23 e il 24 maggio di una decina di sovversivi, quasi tutti anarchici (nonchè ex arditi del popolo) e un comunista, «per aver concertato e stabilito azioni rivoluzionarie contro il Governo e i poteri dello Stato»[14]. Lui stesso era risultato coinvolto nell’operazione repressiva ad opera di militi dei Carabinieri agli ordini del commissario di PS Nardi, poiché trovandosi in visita a casa del suocero, Areteo Sciti, in via del Littorale 328, al momento della retata, era stato tradotto in Questura, sottoposto a interrogatorio ed invitato perentoriamente a lasciare la città, mentre la sua abitazione a Novara veniva – senza esito – perquisita.
Rientrato a Roma non perse tempo e interrogò formalmente, con richiesta di risposta scritta, il Ministero dell’Interno col seguente testo:

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il ministro dell’interno, per sapere se – premesso che i cittadini, Nardi Dante, Sciti Anteo [recte: Areteo], Bernini Antonio, Baldacci Dino, Del Nudo Edoardo, Chiaruggi Donato [recte: Chiarugi Dante], Paoletti Silvano [recte: Paolotti], tutti dell’Ardenza (Livorno), dal gennaio 1923 ad oggi è la terza volta che vengono arrestati; che dovrebbero scontare per le prime due volte già più di cento giorni di carcere con danno non indifferente per le loro famiglie; senza aver commesso reati; se la libertà dei cittadini di Livorno sia soggetta all’arbitrio della autorità di pubblica sicurezza; se è ammissibile la sistematica persecuzione contro detti operai; se non crede di intervenire per reprimere tale abuso di autorità»[15].

Gli arrestati erano tutti ben noti a Bellone; oltre allo Sciti e agli altri “storici” militanti libertari citati nell’interrogazione, vi era l’anarchico Vezio Del Nudo, figlio di Edoardo, e il comunista Vincenzo Bigalli che Bellone conosceva in quanto era stato iscritto alla Sezione giovanile socialista di Ardenza[16].
Da parte sua, la «Gazzetta livornese», da tempo allineata al fascismo e controllata da Costanzo Ciano, il 31 maggio pubblicò un lungo articolo diffamatorio nei confronti dei sovversivi ardenzini e, non di meno, dell’on. Bellone (erroneamente trascritto Belloni), accreditando l’ipotesi di un inverosimile “complotto” anarco-comunista, rivelatosi poi infondato pure sul piano giudiziario, tanto che gli indiziati dopo due mesi furono tutti prosciolti[17].
Secondo lo zelante quanto anonimo “gazzettiere”, fedele alle veline della Questura:

Gazzetta Livornese 31 maggio 1923

«Le indagini della polizia avrebbero accertato che noti sovversivi tenevano frequenti riunioni in località diverse, che terrorizzavano i contadini, tenendoli sotto la minaccia della rivoluzione a breve scadenza, che estorcevano denaro a questo o a quello per tener viva la propaganda rivoluzionaria e per acquistare segretamente armi ed esplosivi. Altre indagini hanno messo in chiaro rapporti che i sovversivi di Ardenza e di Livorno avevano con compagni di fede di altre città, riuscendo ad immagazzinare uno “stock” di armi considerevole, cioè: fucili, rivoltelle, bombe, pugnali e munizioni di ogni calibro in quantità. Non ci consta che a tutt’oggi la polizia sia riuscita a scovare l’arsenale. Risulta però che le armi sono state depositate in un primo tempo dal guardiano dell’ex circolo socialista […] Risulta anche che i sovversivi stavano in continuo contatto, a mezzo corrispondenza postale telegrafica, con l’on. Giuseppe Belloni… E chi non se lo ricorda? Bel giovane, alto, bruno, dalla parlantina scioltissimo, già istitutore in un collegio di Livorno dove, se non erriamo, ebbe a passare dei guai, sui quali è bene sorvolare nei passati tempi dell’ante-guerra. Il Belloni nella nostra città, ebbe il quarto d’ora di celebrità. Parlava in tutti i comizi, dando qualche dispiacere alle tremebonde autorità di quel tempo, nel quale l’on. Modigliani imperava sul serio. Giuseppe Belloni all’Ardenza si fidanzava con una bellissima ragazza, che poi sposò. Figlia di Areteo Sciti, uno degli arrestati dell’attuale retata. Consta che il Belloni, deputato comunista di Novara, si è recato più volte all’Ardenza, anche dopo l’avvento fascista, per ricevere dalle mani del suocero il denaro da lui raccolto per la propaganda bolscevica. Nella retata è compreso anche certo Silvano Paolotti, ardenzino, che negli ultimi giorni dell’aprile di quest’anno venne fermato per misure di P.S. a Roma dove si era recato per mettersi in relazione con quei comunisti […] Infine sappiamo che gli arrestati Nardi, Bernini, Paolotti, Del Nudo Vezio e Del Nudo Edoardo sono stati denunciati come organizzatori e autori della tragica imboscata contro fascisti avvenuta in Banditella, nella quale però perirono due sovversivi. L’imboscata avvenne nel mese di agosto 1921»[18].
Concluso l’impegno parlamentare nel 1924, Giuseppe Bellone avrebbe proseguito la propria militanza fra Piemonte e Lombardia, pur continuando a recarsi periodicamente all’Ardenza, ospite dei parenti, sempre sotto stretta sorveglianza poliziesca, anche quando vi si trovava in villeggiatura[19].
Ormai però, la sua vita, come l’attività politica e professionale, si sarebbe svolta fra Novara, Busto Arsizio, dove abitavano i genitori ed aveva il proprio studio legale, e Milano ove si trasferì definitivamente e concluse la sua esistenza il 16 ottobre 1973[20].

 

Note

1 L’importanza, a livello nazionale, dell’Ardenza nell’ambito del movimento proletario d’emancipazione, risulta confermata dal passaggio nel borgo, per comizi e conferenze, di esponenti rivoluzionari quali Amilcare Cipriani, Pietro Gori, Angelica Balabanoff , Maria Rygier, Errico Malatesta e Teresa Meroni.

2 Su tale permanenza in Svizzera si possono avanzare solo delle ipotesi; ad esempio, poteva aver trovato occupazione come insegnante, oppure aveva svolto un qualche incarico commerciale per conto del padre orologiaio.

3 Dalla scheda dell’Archivio storico della Camera dei deputati, Bellone risulta aver conseguito anche una laurea in Scienze agrarie (https://storia.camera.it/deputato/giuseppe-bellone-18900425#nav).

4 Nonostante il ruolo di primissimo piano avuto nel contesto politico livornese e nazionale, Giuseppe Bellone non figura nella storiografia social-comunista livornese. Emblematicamente, nel saggio di Nicola Badaloni e Franca Pieroni Bortolotti, Movimento operaio e lotta politica a Livorno 1900-1926 (Roma, Editori Riuniti, 1977), nelle due uniche citazioni risulta confuso col dirigente e deputato comunista Ambrogio Belloni, tanto da indurre il dubbio di un’omissione politica dovuta al fatto che Bellone era stato espulso dal PCdI al Congresso di Lione nel 1926 quale “bordighista” e, dopo la Liberazione, aveva presto rotto politicamente col PCI in cui era rientrato.

5 Archivio Centrale di Stato, Casellario Politico Centrale, Busta 463.

6 Il comizio d’iersera in piazza XX Settembre, «Gazzetta livornese», 16-17 maggio 1914.

7 L’odierna manifestazione proletaria di Livorno per la protesta contro i fatti di Ancona, «Gazzetta livornese», 9-10 giugno 1914.

8 Al termine del comizio, una parte degli intervenuti, preceduti dalla bandiera del Circolo libertario di Studi sociali, si diresse verso la via del Littorale, ma furono bloccati in via O. Franchini da un cordone di agenti a protezione della processione religiosa; erano quindi seguiti alcuni tafferugli e il lancio di qualche sasso, finchè le guardie non caricarono disperdendo l’assembramento (Disordini all’Ardenza, «Gazzetta livornese», 6-7 luglio 1914). Secondo, invece, la versione poliziesca Bellone «volle spingere il popolo a sciogliere colla violenza la processione religiosa del Corpus Domini, che passava poco discosta dalla località della riunione; e, non essendovi riuscito, tentò di provocare tumulti facendo l’apologia dell’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo» (CPC).

9 I comizi elettorali d’ieri. Quello di piazza Roma sciolto dalla polizia, «Gazzetta livornese», 22-23 luglio 1914.

10 Negli anni successivi la sua attività di pubblicista, redattore o gerente continuò per «Il Bolscevico», «Il Sindacato Rosso», «Lo Stato operaio», «l’Unità», «Il Proletario», «Sport e Proletariato», «Il Lavoratore» e, quale gerente di quest’ultima testata, nel 1923 Bellone fu incriminato per eccitamento all’odio e al disprezzo per l’esercito (Art. 2, Legge 19 luglio 1894).

11 Nel corso del conflitto, la Brigata Ravenna fu senza interruzione in prima linea sul fronte isontino subendo gravi perdite ed anche la feroce repressione per la protesta collettiva messa in atto il 21 marzo 1917 dai soldati di una compagnia del 38º reggimento all’annuncio dell’annullamento delle promesse licenze; tra esecuzioni sommarie, fucilazioni a sorte e condanne a morte vi furono almeno 28 vittime.

12 Areteo Sciti, nato a Livorno nel 1873, sarto, era un notissimo attivista anarchico, schedato dal 1914 e più volte denunciato; in particolare, nel 1918 era stato condannato a lire 50 di ammenda perchè si era rifiutato di fare la spia indicando al maresciallo dei Carabinieri d’Ardenza l’abitazione di un disertore («Gazzetta livornese», 15-16 maggio 1918) e, nel 1921, fu tra gli arditi del popolo arrestati per gli scontri dell11 agosto.

13 Egildo Bellone, nato il 12 maggio 1918, volontario e sottotenente del 324° Reggimento della Guardia costiera dislocato a Savona, a seguito dell’8 settembre 1943 abbandonò il reparto e, dopo essere espatriato in Svizzera, rientrò in Italia, aderendo alla lotta partigiana (nomi di combattimento “tenente Gildo” e “Achille”) nella 83ª Brigata Garibaldi, cadendo in combattimento l’11 aprile 1945. Gli altri figli furono Spartaco, Bruno, Franco Mario e Raoul. La loro madre e moglie di Giuseppe, Ausonia, risulta deceduta a metà degli anni Trenta.

14 Sensazionali arresti di sovversivi all’Ardenza. Un complotto contro lo Stato?, «Gazzetta livornese», 25 maggio 1923; Arresti di sovversivi a Livorno, «Avanti!», 26 maggio 1923.

15 Testo riportato in «Atti parlamentari», 30 maggio 1923; pubblicato anche, con alcune piccole differenze, sulla «Gazzetta livornese» del 31 maggio 1923.

16 Vincenzo Bigalli, nato nel 1897 a Montelupo Fiorentino, operaio meccanico, contrario alla guerra, risulta schedato nel 1916 come socialista e poi quale comunista sino al 1932 quando venne radiato dal Casellario politico centrale. Nel secondo dopoguerra, fu segretario della Camera del Lavoro e consigliere comunale per il PSI.

17 Una nuova operazione di polizia all’Ardenza venne compiuta fra le 2 e le 3.30 del 19 giugno seguente, alla vigilia delle farsesche Elezioni politiche del 24 giugno. Su disposizione di Mussolini, un centinaio di carabinieri e circa duecento squadristi della Milizia fascista circondarono il borgo ed effettuarono, alla vana ricerca di armi, 116 perquisizioni di abitazioni di presunti sovversivi e pregiudicati (L’Ardenza accerchiata da oltre trecento uomini, «Gazzetta livornese», 19 giugno 1923).

18 Il riferimento, tendenzioso, era agli incidenti provocati dai fascisti all’Ardenza e all’assassinio degli anarchici ardenzini, nonché arditi del popolo, Amedeo Baldasseroni e Averardo Nardi per mano del fascista Tito Torelli l’11 agosto 1921 (https://www.toscananovecento.it/custom_type/livorno-11-agosto-1921/).

19 Dopo l’espulsione dal Partito per “sinistrismo” nel 1926, nell’ottobre dello stesso anno fu arrestato con altri comunisti e condannato a 5 anni di confino ad Acerenza (Pz), ma a causa dello stato di salute (tubercolosi) la pena gli venne comunque commutata nella misura dell’ammonizione. Rimasto vedovo e con alcuni figli ancora minorenni, nell’ottobre 1940, presumibilmente per motivi lavorativi-familiari, chiese e ottenne la tessera del PNF in qualità di ex combattente, ma gli venne revocata pochi mesi dopo a causa dei «precedenti sfavorevoli». Il suo nome fu inserito nell’«elenco nominativo dei comunisti noti a codesta Prefettura» risiedenti in provincia di Varese, richiesto il 18 novembre 1943 dal capitano Vornhem, comandante del locale presidio militare tedesco. Dopo la Liberazione rientrò nel Partito comunista e fu presidente dell’A.E.M. (Azienda Elettrica Municipale) di Milano, per poi rompere di nuovo col Partito e ritirarsi dalla politica (sintesi comparativa e rettificata dal CPC, dai testi di M. Mingardi e C. Bermani, e dal sito web Dizionario Biografico dei Sovversivi: https://www.paginemarxiste.org/wiki/dizionario-biografico/). Secondo quanto riportato da Silverio Corvisieri (La villeggiatura di Mussolini: il confino da Bocchini a Berlusconi, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2004, p. 99), Bellone sarebbe stato confinato pure a Lipari, dove avrebbe subito percosse da un capomanipolo della Milizia, ma non trovando riscontri potrebbe riferirsi all’ex deputato Ambrogio Belloni.

20 Si trova sepolto presso il cimitero comunale del Musocco.

 

Bibliografia

Renzo Cecchini, Il potere politico a Livorno. Cronache elettorali dal 1881 al fascismo, Livorno, Nuova Fortezza, 1993;
Cesare Bermani, La Battaglia di Novara (9 luglio-24 luglio 1922). Occasione mancata della riscossa proletaria e antifascista, Milano, Sapere, 1972 (nuova edizione: Roma, DeriveApprodi, 2010);
Mirella Mingardo, 1919-1923 Comunisti a Milano. La Sinistra comunista milanese di Bruno Fortichiari e Luigi Repossi dalla formazione del PCd’I all’ascesa del fascismo, Milano, Pagine Marxiste, 2011;
Cesare Bermani, Marcello Ingrao, L’alba intravista. Militanti politici del Biennio rosso tra Piemonte e Lombardia, Milano, Prospettiva Marxista, 2024;
Giorgio Sacchetti, Carte di gabinetto. Gli anarchici italiani nelle fonti di polizia (1921-1991), Ragusa, La Fiaccola, 2015;
Marco Rossi, Livorno antimilitarista. Cronache dell’opposizione alla guerra (1911-1919), Ghezzano, BFS, 2025.

Si ringrazia la gentilissima Valentina Bellone, nipote di Giuseppe, per le foto e la collaborazione.

Articolo pubblicato nel febbraio 2026.




Un catanese sulle rive dell’Arno Giuseppe Motta dalla lotta antifascista al Movimento Comunità di Adriano Olivetti

La formazione e la scelta antifascista

Giuseppe Motta nasce a Belpasso in provincia di Catania il 10 agosto 1923 da Rosario e Filippa Grazia Serafica[1]. Dopo la maturità classica – conseguita nell’anno scolastico 1939-1940 al Liceo “M. Cutelli” di Catania – decide di continuare gli studi all’Università di Pisa, dove si iscrive al corso di laurea di Lettere e filosofia. Durante il primo anno frequenta, tra i diversi insegnamenti, le lezioni di letteratura italiana di Augusto Sainati[2], quelle di storia della filosofia e pedagogia di Guido Calogero[3], nonché quelle di storia del Risorgimento di Walter Maturi[4]. È uno studente modello che frequenta con assiduità le lezioni e la sua media di voti è alta. Tra il maggio del 1941 e il giugno 1943 sostiene dieci esami, l’ultimo dei quali in dottrine politiche è premiato con la lode[5].

Negli anni giovanili dell’Università conosce Lilia Borri[6], con la quale si sposerà alla fine della guerra e con lei sceglie di abbracciare gli ideali liberalsocialisti, condividendone la militanza nel Partito d’azione, formazione che a Pisa raccoglie consensi soprattutto nella élite intellettuale e studentesca. Sono suoi compagni di lotta gli avvocati Vittorio Galluzzi, Antonio Tozzi e Roberto Supino, l’insegnante e avvocato Piero Zerboglio, gli studenti universitari Giovanni Cottone e Iris Capitani, gli insegnanti Nora Giacobini, Gianna Donetti, Ugo Gimmelli e i medici Dino Martelli e Giulio Tito Sicca[7]. Risale a questi anni probabilmente anche il rapporto con Geno Pampaloni, anche lui laureatosi a suo tempo con il professor Luigi Russo e azionista convinto.

Dopo l’emissione del Bando Graziani per il reclutamento militare obbligatorio nel nuovo esercito della Repubblica Sociale delle classi 1923-1924-1925, emesso il 9 novembre 1943, Motta si rifugia, grazie all’aiuto di Lilia, nella fattoria della famiglia Borri, al Fichino, nei pressi di Casciana Terme, dove rimane fino al passaggio del fronte nell’estate del 1944.

Dopo la pausa del tragico attraversamento del fronte dalla città della Torre pendente, riprende gli esami nel dicembre del 1944, per concludere il suo iter di studi con la laurea, conquistata a pieni voti e con lode il 5 dicembre 1947, discutendo una ricerca sulla poesia di Pompeo Bettini, relatore della quale è il professor Luigi Russo[8].

Nel 1946, prima delle elezioni amministrative, è membro della Consulta comunale di Pisa e in questo periodo, con la propria compagna di vita, vive intensamente la stagione della nascita della democrazia nel Paese. Fra le varie iniziative che lo vedono impegnato, c’è anche quella della condivisione insieme a Piero Zerboglio, Francesco Tropeano e Oreste Lupi della redazione del «Corriere dell’Arno». In città il giovane siciliano, ormai pisano d’adozione, è protagonista di diverse iniziative culturali, animatore del Cine-club e collaboratore assiduo della casa editrice Nistri-Lischi, guidata in quel momento da Luciano Lischi con cui condividerà una sincera amicizia e un lungo sodalizio intellettuale[9].

Dopo la fine dell’esperienza del Pd’A, decide di aderire al PSI e si iscrive alla sezione “C. Cammeo” di Pisa, iniziando a collaborare a riviste e giornali di tendenza socialista e federalista, come «La Nuova Europa», diretta da Luigi Salvatorelli e Guido De Ruggiero, e «L’Italia socialista», diretta da Aldo Garosci[10].

In questi anni di ripresa dopo la guerra, Motta intraprende la carriera di insegnante alle Scuole medie, iscrivendosi anche alla CGIL nel sindacato di categoria. L’attività di insegnante negli anni 1946-47 non si limita solo alla Scuola dell’obbligo, ma si estende anche ai corsi di italiano e storia per geometri e ragionieri, organizzati dall’Associazione Reduci e Partigiani in collaborazione con la sezione dell’Unione Donne Italiane[11].

Giuseppe Romita

All’interno del PSI conosce e condivide la scelta socialista democratica di Giuseppe Romita e fa parte della corrente autonomista contraria ad un’alleanza stretta con il PCI. Non segue il gruppo di Saragat nella scissione di Palazzo Barberini del 1947, sperando di contribuire a mantenere l’unità dei socialisti all’interno del PSI. Quando però, nel maggio del 1949, la convivenza all’interno del partito diviene insostenibile e la corrente di Romita è messa all’angolo e lo stesso leader sospeso dall’organizzazione per sei mesi, nasce l’esigenza nei gruppi autonomisti di staccarsi definitivamente dal tronco del partito di Nenni, per lavorare ad un progetto di unione dei socialdemocratici. Motta, cui Romita guarda con fiducia, è eletto il 13 luglio 1949 nell’esecutivo nazionale del Movimento dei Gruppi socialisti autonomisti[12]. In questi mesi il gruppo di Romita lancia l’idea della riunificazione dei vari spezzoni socialdemocratici, come l’Unione dei Socialisti di Ivan Matteo Lombardo e Ignazio Silone, e la componente di sinistra fuoriuscita dallo stesso PSLI. Il progetto di Romita, condiviso da Motta, si concretizza con il Congresso di Firenze, che si svolge dal 4 all’8 dicembre 1949 e stabilisce la nascita del PSU (Partito socialista unitario)[13]. Motta è presente come delegato al Congresso nazionale, subito dopo è chiamato a Roma a ricoprire l’incarico di capo dell’Ufficio Propaganda e Segretario Generale della Consulta tecnica del Partito socialista unitario.

Trasferitosi a Roma con la moglie e il figlio, Filippo[14], nato da poco, abbandona l’insegnamento per avviarsi alla carriera di giornalista. È redattore di «Panorama socialista», giornale diretto da Giuseppe Romita, con il quale mantiene un forte legame di amicizia e collaborazione. L’impegno di lavoro negli uffici del PSU ha però termine in breve tempo. All’inizio della primavera del 1951, a causa della nuova fusione con il PSLI, che dà vita al Partito socialista sezione italiana dell’Internazionale socialista (PS-SIIS), che con il successivo congresso di Bologna del 3 gennaio 1952 prenderà il nome definitivo di PSDI, Motta è costretto, a causa degli scarsi mezzi finanziari del partito, a lasciare l’incarico e rimettersi alla ricerca di una nuova occupazione.

Accanto all’impegno politico nelle file del socialismo democratico, Motta – chiamato comunemente dagli amici Pippo – dal 1949 ha iniziato a collaborare con il neonato Movimento Comunità di Adriano Olivetti e con il Movimento federalista europeo di Altiero Spinelli, di cui diviene in breve tempo, per entrambe le organizzazioni, un abile tessitore di relazioni tra esponenti della cultura e della politica. Il mentore di questo rapporto è il suo professore e amico Guido Calogero, che lo presenta all’ingegnere di Ivrea. Nell’ambiente del Movimento Comunità conosce e stringe nuove amicizie, come quelle con Mario Caglieris[15], Riccardo Musatti[16], Umberto Serafini[17], Paolo Volponi[18], Stelio Zerbini, Bruno Zevi[19], Renzo Zorzi[20], e ritrova Geno Pampaloni quale responsabile dei servizi culturali e segretario generale del Movimento Comunità. Nel Movimento Comunità sono attratti diversi esponenti provenienti dalle file azioniste e socialiste, come lo stesso Motta, poi ritrovati intorno al giornale «Italia socialista», diretto da Aldo Garosci e uscito a Roma tra il 1947 e il 1949[21].

Il movimento politico ispirato da Olivetti si differenzia dalle altre correnti politiche allora in voga, non nascondendosi dietro un «astratto democraticismo», ma dichiarando e praticando una prassi politica imperniata, come ricorda lo stesso Motta, «in una nuova concezione istituzionale e sociale, che non può prescindere né dalla libertà né dalla giustizia, che pone come fine la persona umana, che non accetta lo Stato accentratore e burocratico, che riconosce come ente fondamentale di mediazione fra cittadino e Stato la Comunità concreta, che non giudica possibile la lotta per la democrazia locale disgiunta, quanto meno, da un assenso ideale alla lotta per la creazione di uno Stato federale supernazionale, contro il feudalesimo economico e il totalitarismo»[22].

Partecipa attivamente alla prima campagna politica del movimento per le elezioni del 1953, quella nota come “campagna contro la legge truffa”, che non risulta positiva dal momento che nessun rappresentante di Comunità viene eletto. La campagna è intensa e la DC, che teme la concorrenza nelle zone del canavese, si scatena contro il movimento anche perché Giuseppe Pella mal sopporta la presenza di Olivetti nel suo feudo di Biella. Valerio Ochetto, nella sua biografia dell’ingegnere, racconta un simpatico aneddoto relativo a Motta:

Per «vendicare» la copertura dei manifesti comunitari da parte degli attacchini DC, nottetempo, complici gli attivisti del PCI, trasforma lo slogan «Vota Pella-Mello» (segretario notabile DC) in «Vota Palle Molle»[23].

L’azione politica di Motta non è limitata solo al Canavese e al Piemonte, ma si dipana per gran parte della Penisola, giungendo fino alla terra natia. Il 23 maggio 1954 svolge una conferenza pubblica a Catania, nel salone del Palazzo Bruca, su La Sicilia e l’europeismo, nella quale oltre che proclamare la propria fede europeista, auspica la costituzione anche nella regione siciliana di sezioni del movimento federalista al fine di diffondere, anche nelle lande abbandonate da tutti i partiti politici, l’idea di un’Europa unita che sappia garantire la libertà e il progresso per tutti i popoli[24].

Nel frattempo, Romita – d’intesa con Saragat –  riesce a riportare il PSDI nell’area di governo, per evitare una deriva a destra di stampo monarchico-conservatore e nelle elezioni di giugno del 1953 ritorna con il PSDI alla Camera dei deputati. Il rientro dei socialdemocratici nella maggioranza di governo permette a Romita, nel 1954, dopo la prima esperienza dall’epoca dei governi Parri e De Gasperi (1945-47), di assumere un nuovo incarico governativo ricoprendo nei tre anni successivi la carica di ministro dei lavori pubblici nei due governi di Mario Scelba e Antonio Segni.

*** Nota alle immagini: tutte le illustrazioni provengono dall’Archivio personale di Giuseppe Motta

NOTE

[1] Biblioteca F. Serantini, Archivio storico [d’ora in poi BFS-AS], Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Estratto di nascita del Comune di Belpasso, 17 settembre 1949.

[2] Augusto Sainati (1886-1974), insegnante al Liceo scientifico di Pisa, nell’anno accademico 1940-41 sostituisce Luigi Russo alla cattedra di letteratura italiana nella Facoltà di Lettere tenendo un corso su “Il Rinascimento e i suoi problemi nella storiografia contemporanea”. È stato libero docente all’Università di Pisa dall’a.a. 1929-30 all’a.a. 1959-60, svolgendo anche incarichi di docente di Filologia romanza e di Storia della letteratura latina.

[3] Il rapporto dell’allievo con il professore rimarrà forte anche nei decenni successivi, lo testimonia la ricca corrispondenza ancora presente nell’archivio di Giuseppe Motta. Guido Calogero (1904-1986) è stato uno dei più importanti filosofi e intellettuali italiani del Novecento. Propugnatore della «filosofia del dialogo» e profondo conoscitore del pensiero greco, ha tenuto insieme per tutta la vita le due vocazioni della riflessione filosofica e dell’impegno civile. Educatore, inizia la sua militanza antifascista nel 1936, teorico del liberalsocialismo, esponente e tra i fondatori del Partito d’azione, è stato tra i promotori, nel 1955, del Partito radicale. La sua presenza nel dibattito pubblico, come difensore di una «visione laica della vita», trova espressione in una ricca attività pubblicistica. Tra le sue opere, La scuola dell’uomo (1939), Difesa del liberalsocialismo (1945), Logo e dialogo (1950), Filosofia del dialogo (1962). Calogero, nell’anno di arrivo a Pisa del giovane Motta, svolge una serie di lezioni dal titolo «Intorno al materialismo storico», inizialmente pubblicate in forma di dispense dal libraio Vallerini nel 1941 e poi raccolte nel volume La critica dell’economia e il marxismo, edito da La nuova Italia nell’aprile del 1944.

[4] Walter Maturi (1902-1961), storico e bibliotecario, giunge a Pisa nell’ottobre nel 1939 come docente incaricato di storia del Risorgimento della facoltà di Lettere, succedendo all’amico Carlo Morandi, trasferitosi a Firenze.

[5] BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Libretto di iscrizione all’Università degli studi di Pisa, 1941-1947.

[6] Lilia, Maria, Assunta, Livia, Giuseppina, Mercedes Borri nasce a Pisa il 9 maggio 1922 da Celso ed Elvira Pacchi. Le nozze vengono celebrate l’8 gennaio 1948. BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Certificato di matrimonio, Comune di Pisa, Ufficio di Stato civile, 8 gennaio 1948. Livia Borri, laureata in Lettere e filosofia all’Università di Pisa, è stata docente di materie letterarie presso istituti di educazione secondaria di Roma e Pisa. Sono a sua cura alcuni volumi come L’insurrezione di Milano e la successiva guerra di Carlo Cattaneo (Loescher, 1968) e I socialisti. Memorie, Lettere e Documenti del primo Socialismo italiano (Loescher 1970). Dopo l’adesione giovanile al Partito d’azione è stata iscritta fino alla sua morte al PCI, dove ha ricoperto diversi incarichi nella Federazione di Pisa, fra i quali membro del Comitato federale e responsabile della Commissione culturale. È stata assessore alla cultura del Comune di Pisa tra il 1970 e il 1975 e Presidente del Teatro Verdi. Muore prematuramente per un male incurabile a Pisa il 13 maggio 1976.

[7] Il Partito d’azione a Pisa può annoverare tra le sue file Cesare Salvestroni, uno degli eroi della Resistenza locale. Nato a Pisa nel 1897, Salvestroni si è diplomato agrimensore e si è iscritto alla Scuola superiore di medicina veterinaria dell’Università di Pisa. Sottotenente del Genio guastatori nella Prima guerra mondiale, dopo la rotta di Caporetto cade prigioniero degli austriaci. Dal 25 ottobre 1917 al 28 novembre 1918 è rinchiuso nel campo di concentramento militare di Mauthausen. Per il suo comportamento durante il Primo conflitto mondiale è decorato con Croce al Merito. Dopo la laurea in medicina veterinaria, nel 1921 è nominato assistente di ruolo della cattedra di zootecnia, ma il 31 dicembre 1927 è costretto alle dimissioni per aver rifiutato la tessera del PNF. Animatore dell’antifascismo clandestino, diviene responsabile della Giunta militare del Comitato di liberazione nazionale provinciale, dove rappresenta il Partito d’azione. Catturato una prima volta è recluso nel carcere di San Matteo dal 22 al 31 ottobre 1943. Nel maggio 1944 è nuovamente arrestato da una pattuglia tedesca iniziando così il suo calvario: torturato perché si rifiuta di fare i nomi dei suoi compagni, all’inizio è rinchiuso nel carcere di Firenze delle Murate, poi nel campo di concentramento di Fossoli-Carpi fino a quando viene trasferito nel campo di concentramento di Mauthausen e poi nel sottocampo di sterminio di Ebensee/Mauthausen, dove trova la morte il 2 marzo 1945.

[8] Pompeo Bettini, poeta e scrittore, drammaturgo, poeta e traduttore italiano di idee socialiste, nasce a Verona il 1° maggio 1862 e muore a Milano il 15 dicembre 1896. La sua opera poetica (Versi ed acquerelli, 1887; Poesie, 1897) venne rivalutata dal Croce e resta a indicare un itinerario senza salti dal gusto della scapigliatura a quello del crepuscolarismo. Nell’archivio Motta sono conservate sull’argomento uno scambio di lettere, risalenti al 1945, tra il giovane studente e il grande filosofo italiano. BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Pompeo Bettini, G. Motta, La poesia del Bettini, tesi di laurea, Università degli studi di Pisa, Facoltà di lettere, a.a. 1946-47, Relatore, prof Luigi Russi. Cfr. Le poesie di Pompeo Bettini, a cura e con introduzione di Benedetto Croce, Bari, Laterza, 1942. Inoltre, G. Baroni Palli, La poesia di Pompeo Bettini, in «Convivium», vol. 35, n. 1, 1967.

[9] Luciano Lischi (1925-2010) dopo l’esperienza della guerra si laurea in giurisprudenza nell’Ateneo pisano nel 1948. Giornalista, istruttore e fotografo subacqueo – con cui Motta condivide la passione per il mare –, viaggiatore, ha ricoperto incarichi legati all’attività editoriale e alle battaglie in difesa dei diritti dell’ambiente e dei beni culturali, partecipando a numerosi congressi e iniziative culturali in Italia e all’estero. La storica casa editrice pisana, fondata alla fine del 18. secolo, conquistò la notorietà nei primi anni del dopoguerra grazie non solo al gruppo di intellettuali e scrittori, come Carlo Cassola, Giorgio Bassani e Giuseppe Dessì, che riuscì ad attrarre intorno alle proprie attività ma anche per alcune scelte editoriali originali come la pubblicazione del Dizionario della paura, curato da Ruggero Zangrandi e Marcello Venturoli, che ebbe due edizioni in poco tempo, vinse il Premio Viareggio nel 1951 e riscosse un notevole successo negli ambienti laici e antifascisti. In quegli anni Luciano Lischi, grazie proprio alla collaborazione con Motta, rilancia la rivista letteraria della casa editrice modificandole il nome in «La Rassegna: mensile di arte, letteratura, bibliografia» dall’originale prima serie di «…E chi non sa su danno: rassegna bibliografica», pubblicata tra il 1932 e il 1950. Lischi sempre grazie alla amicizia con Motta negli anni a cavallo del decennio 1950/60 lancia la collana “Il Castelletto”, diretta da Niccolò Gallo, conosciuto tramite l’amico siciliano. Sulla storia della famiglia Lischi si v. L. Lischi, Nonne e zie in Abissina. Storie di famiglia, Pisa, Natale 2009.

[10] Motta collabora saltuariamente anche con i periodici «La Voce repubblicana» di Roma – usando lo pseudonimo “Il segnalinee”, «Il Giornale» di Napoli, «Il Nuovo corriere» di Firenze, «La Gazzetta» di Livorno, «Lotta socialista», settimanale del PSU, e alle riviste «Delta, «Paesaggio», «Lo Spettatore italiano» e «Paragone». Successivamente collabora, con lo pseudonimo di Renzo Sabrato, al periodico «Il Risorgimento socialista» pubblicato a Roma dal giugno 1951 da Aldo Cucchi e Valdo Magnani, ex comunisti fuorusciti dal PCI, con il supporto di Carlo Andreoni, Riccardo Cocconi, Lucio Libertini, Vera Lombardi, Giuliano Pischel e altri socialisti raccolti nel MLI (Movimento dei lavoratori italiani) che poi nel 1953 si trasformerà in USI (Unione socialista indipendente).

[11] BFS-AS, Carte Motta/Borri, Dichiarazione della Sez. provinciale di Pisa dell’UDI, 15 giugno 1948.

[12] Cfr. L’Esecutivo nazionale, «Panorama socialista», n. s., 5 ottobre 1949, p. 1.

[13] Cfr. G. Averardi, I socialisti democratici: da Palazzo Barberini alla scissione del 4 luglio 1969, Milano, SugarCo, 1977.

[14] Filippo, Celso, Rosario, Matteo nasce il 17 maggio 1950. BFS-AS, Carte Motta/Borri, fasc. Documenti personali, Certificato di nascita del Comune di Pisa, 18 settembre 1950. Il 22 settembre 1954 nascerà Rosaria, la secondogenita della famiglia Motta/Borri.

[15] Mario Caglieris (1927-2010), figlio di un ferroviere piemontese socialista ed idealista e di una maestra d’origine toscana, dopo gli studi proficui in materie letterarie incontra Adriano Olivetti con cui condividerà sia l’impegno del Movimento Comunità sia quello culturale e d’impresa ricoprendo incarichi di responsabilità. Lascia l’Olivetti dopo l’entrata di Carlo De Benedetti non condividendo la nuova politica aziendale.

[16] Riccardo Musatti (1920-1965) è stato militante nel Partito d’Azione, giornalista e storico dell’architettura moderna, nonché membro dell’Istituto nazionale di Urbanistica, e collaboratore di diversi periodici, tra cui «L’Italia libera» e «L’Italia socialista». Negli anni cinquanta, Musatti ha concentrato i suoi studi sulla situazione dell’Italia meridionale, con particolare attenzione alla Basilicata e alla città di Matera. Tra i più stretti e fidati collaboratori di Adriano Olivetti, ha fatto parte del comitato esecutivo del Movimento di Comunità. La via del Sud, che rimane il suo libro più importante, venne pubblicato dalle Edizioni di Comunità nel 1955 e ristampato nel 1958 con l’aggiunta del capitolo «Postilla e conclusione».

[17] Umberto Serafini (1916-2005) è stato uno tra i principali protagonisti del federalismo italiano. Laureato in Filosofia a Roma, è stato tra i fondatori, con Altiero Spinelli e altri, dell’Istituto Affari Internazionali. A fianco di Adriano Olivetti ricoprì un ruolo direttivo per il Movimento Comunità e, dopo il 1962, è stato a lungo Presidente della Fondazione dedicata all’opera dell’imprenditore, e politico, di Ivrea. Cfr. U. Serafini, Adriano Olivetti e il Movimento Comunità, Roma, Edizioni di Comunità, 2015.

[18] Paolo Volponi (1924-1994), si laurea in legge e nel 1948 pubblica il suo primo libro di poesie, Il ramarro. Nel 1950 conosce Adriano Olivetti, collaborando al Movimento Comunità e nel 1956 entrerà nell’azienda di Ivrea dove in pochi anni raggiunge i massimi livelli dirigenziali.

[19] Bruno Zevi (1918-2000), dopo aver studiato alla Sapienza di Roma e all’Architectural Association di Londra, si è laureato in architettura presso la Harvard Graduate School of Design, presieduta da Walter Gropius. Tornato in Europa, ha partecipato alla lotta antifascista nelle file del Partito d’azione. Nel dopoguerra ha promosso l’Associazione per l’Architettura Organica (Apao) e «Metron. Rivista internazionale di architettura». Negli anni cinquanta è tra i più stretti collaboratori di Olivetti sulle questioni legate alla nuova urbanistica. È stato professore ordinario di Storia dell’architettura a Venezia e a Roma, vicepresidente – sin dalla fondazione nel 1959 – dell’Istituto Nazionale di Architettura (Inarch) e presidente del Partito Radicale. È stato inoltre segretario generale dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (Inu) e deputato al Parlamento.

[20] Renzo Zorzi (1921-2010), partecipa alla Resistenza nelle file del Partito d’azione del basso veronese e per il suo valore verrà insignito della medaglia d’argento. Nel secondo dopoguerra si laurea in letteratura francese con Diego Valeri e nel 1947 si trasferisce a Torino dove conosce molti intellettuali, fra cui Giacomo Noventa, Cesare Pavese, Alessandro Galante Garrone e Adriano Olivetti. Quest’ultimo incontro sarà per lui decisivo. Accetta l’offerta di Olivetti e si trasferisce a Milano per curare la rivista «Comunità», cui Olivetti desidera dare un’impronta più politica e meno letteraria. Dal 1956 avrà anche la responsabilità delle Edizioni di Comunità, la casa editrice fondata da Olivetti. Dopo la morte improvvisa e prematura di Olivetti nel 1960, Zorzi assumerà la direzione della rivista «Comunità» e dell’omonima casa editrice che manterrà fino agli anni ’80.

[21]Cfr. V. Ochetto, Adriano Olivetti, Milano, A. Mondadori, 1985, pp. 163-164.

[22] Cfr. B. Caizzi, Camillo e Adriano Olivetti, Torino, UTET, 1962, p. 347. Sulla sua esperienza nel Movimento comunità e i suoi rapporti con Olivetti Motta ha rilasciato un’intervista a un gruppo di studenti torinesi il 30 ottobre 1995. Copia dell’intervista è conservata nell’archivio digitale della Biblioteca F. Serantini.

[23] Cfr. V. Ochetto, Adriano Olivetti, cit., p. 245.

[24] G. Motta, La Sicilia e l’europeismo, Catania, Movimento federalista europeo, Centro regionale siciliano, 1954.

 




Note su le “Resistenze al femminile”, per rileggere la Resistenza come tappa verso l’emancipazione

L’80esimo della Liberazione dal nazifascismo è stato costellato di iniziative, pubblicazioni, convegni caratterizzati sul tema delle Resistenze al femminile. Anche la Rete Toscana degli istituti storici della Resistenza si è inserito in questo filone con una prima sperimentazione di campagna social condivisa e una pubblicazione Resistenza, femminile plurale. Storie di donne in Toscana curata da Francesca Cavarocchi, che ha visto la partecipazione in sinergia di molte volontarie e molti volontari degli istituti locali. Il progetto, sviluppato sulla base della documentazione conservata e raccolta negli archivi della Rete, ha dato vita alla ricostruzione e all’analisi di cinquanta biografie di donne che hanno partecipato al processo resistenziale in Toscana; permettendo, inoltre, di riflettere anche sullo stato dell’arte delle conoscenze e degli studi relativi al tema.

Si è trattato di un primo passo nel nostro approccio collettivo al tema, a cui abbiamo affiancato l’organizzazione di una tavola rotonda promossa dalla Biblioteca Franco Serantini, dedicata alla presentazione e alla discussione critica dei risultati, in previsione della continuazione di un lavoro di rete, insieme a Matteo Mazzoni, Ilaria Cansella e Francesca Cavarocchi. Nell’analisi delle Resistenze al femminile come un processo storico di lungo periodo dell’emancipazione femminile, riteniamo fondamentali come metodo interpretativo i seguenti quattro assi:

– la Resistenza come un tassello nel percorso lungo di agency femminile nello spazio pubblico e di incontro/scontro dei rapporti di genere;

– le pratiche all’interno di un gioco di tradizioni e di cesure;

– il metodo, il linguaggio, le narrazioni delle biografie tra fonti e letteratura secondaria;

– il nostro sguardo critico filtrato dal presente sulla Resistenza come momento del passato in cui la concretizzazione di una parità fra i sessi sembrava possibile.

Leggere la Resistenza in una prospettiva di genere significa collocarla all’interno di un processo storico di lunga durata, che affonda le proprie radici nell’Italia postunitaria e nel primo femminismo, con le sue rivendicazioni emancipazioniste e suffragiste. Un movimento composito, attraversato da culture politiche e traiettorie diverse, che ha legato strettamente l’emancipazione femminile alla trasformazione dei rapporti di genere. Un nodo centrale di questo percorso è rappresentato di fatto dalla Prima guerra mondiale: la mobilitazione bellica e la conseguente diversificazione economica produssero un ampliamento dell’accesso femminile al lavoro extradomestico, soprattutto nelle fabbriche e nelle industrie belliche, generando una visibilità pubblica inedita per molte donne. La partecipazione al sacrificio della guerra sul fronte interno – inteso come spazio di organizzazione della produzione e della vita quotidiana – contribuì così a ridefinire le forme di agency femminile e a legittimare istanze di cittadinanza politica, come il suffragio.

Quell’esperienza, ambivalente e contraddittoria, costituì tuttavia un precedente storico significativo per comprendere le forme di partecipazione femminile nel Secondo conflitto mondiale e nella Resistenza. In un contesto bellico divenuto “totale” e civile, le donne attraversarono nuovamente lo spazio della guerra, condividendolo in promiscuità – anche in maniera conflittuale – con gli uomini. Non si trattò solo di una presenza nella lotta armata partigiana, ma anche di una partecipazione attiva all’interno di luoghi da sempre connotati in termini di genere: non solo la casa, ma anche spazi collettivi come i mercati, le piazze, le vie dei rifornimenti. Questo sconfinamento tra pubblico e privato aprì nuovi margini di azione politica e simbolica, mettendo radicalmente in discussione i ruoli di genere consolidati, come dimostra l’esempio di Francesca Rolla e delle donne della rivolta di piazza delle Erbe del luglio 1944.

Ragionare dunque sulle pratiche di Resistenza in una prospettiva di genere significa compiere un passo ulteriore nell’interpretazione storica, sottraendosi a ogni lettura che isoli l’esperienza femminile come eccezionale o straordinaria. Al contrario, molte delle forme di agencysviluppate dalle donne durante la Resistenza, come le cosiddette pratiche di cura, affondano le loro radici in una cultura materiale e simbolica sedimentata nel tempo, lungo percorsi di genere storicamente strutturati.

Fin dal XIX secolo, nell’ambito dei processi di nation building, alle donne furono assegnati infatti ruoli centrali nell’educazione, nell’assistenza e nel mutualismo, spesso in ambiti promossi da movimenti cattolici e socialisti e, in assenza di diritti politici, fu proprio in questi spazi che molte donne poterono esercitare una forma di azione politica concreta. È qui che il primo femminismo, nella sua varietà, sviluppò una pratica politica quotidiana, fondata su attività filantropiche e associative. Il femminismo “maternalista” si basava pertanto sulla valorizzazione della differenza tra i sessi: le virtù tradizionalmente attribuite al femminile – cura, responsabilità morale, relazionalità – venivano rivendicate come risorse civili e politiche. Una cultura del materno che riconosceva il valore sociale della maternità, ma che contribuiva anche a rafforzare la divisione di genere nei compiti e nei ruoli.

Questo modello fu interiorizzato e strumentalizzato dal ventennio fascista, in un contesto educativo e culturale che insisteva sul duplice ruolo produttivo e riproduttivo delle donne, mantenendole però invisibili all’interno dello spazio domestico. È proprio tale interiorizzazione – paternalistica e patriarcale – che, in epoca resistenziale, venne in parte risignificata e messa a frutto in contesti nuovi: le competenze legate alla cura, alla protezione e all’assistenza, apprese nel quotidiano, furono rielaborate e trasferite nei luoghi della lotta.

La scelta della resistenza in armi per le donne, ad esempio, è stata spesso interpretata come un sovvertimento radicale dei ruoli di genere, in quanto infrangeva un modello educativo fondato su un rigido binarismo sessuale. Tuttavia, occorre interrogare anche la categoria stessa di “straordinarietà” con cui tale gesto viene frequentemente descritto. Imbracciare le armi rappresenta un atto straordinario non solo per le donne, ma anche per molti uomini. In questo senso, la scelta resistenziale e l’assunzione del gesto bellico costituisce una rottura per entrambi i generi, e non può essere letta esclusivamente come sovversione femminile, ma come una più ampia frattura nei modelli educativi e nei codici culturali dell’epoca.

All’interno delle riflessioni sul “fare storia” delle Resistenze al femminile è utile fare ricorso alla costruzione di narrazioni biografiche, poiché si tratta di una forma di restituzione duplice delle traiettorie individuali e delle pratiche di resistenza, a cui possiamo così (ri)dare luce e dignità, e al tempo stesso perché ci consente di socializzare gli avvenimenti storici attraverso la concretezza delle condizioni esistenziali reali delle attrici attive e trarre interpretazioni sul fenomeno generale. La storiografia femminista dagli anni Settanta ha permesso un allargamento del concetto stesso di resistenz(e), con la messa al centro del racconto storico delle soggettività, delle voci delle donne che hanno vissuto in prima persona e poi rielaborato nel corso degli anni della prima Repubblica la propria esperienza durante il biennio 1943-1945. Assunti tali dibattiti storiografici, dopo la stagione degli anni Novanta non abbiamo avuto nuovi impulsi metodologici né si è verificata un’ampia raccolta di nuove fonti e biografie, anche a causa della progressiva scomparsa delle protagoniste. Facciamo perciò ricorso alla storiografica, alla memorialistica, alla diaristica, a carte e ricerche di seconda mano che sappiamo restituirci dei frammenti, delle pratiche, dei nomi e delle biografie (quando siamo fortunate e forse soprattutto per i casi più noti). Un rigoroso approccio di metodo oggi ci interroga, quindi, sull’uso delle fonti primarie e secondarie con uno sguardo critico, capace di cogliere le distorsioni dei giudizi emessi nel corso di questi ottant’anni, comprese le categorie “stereotipate” e la rigida divisione delle pratiche armate e “disarmate”. Di fronte al reiterare dell’utilizzo di termini quali eroine, martiri, “poche feroci” in armi, “staffette”, abbiamo l’obbligo di procedere secondo una riflessione e una scrittura del racconto storico che non le riproponga assorbendone la forma acriticamente.

Per andare “oltre” i percorsi biografici più noti, abbiamo la necessità di riguardare la documentazione “classica” disponibile come le relazioni partigiane, il fondo sui riconoscimenti partigiani (Ricompart) e la storiografia con occhi nuovi, con la consapevolezza che spesso ne emergono frammenti di storie. Il taglio di genere deve spingerci a guardare in controluce le fonti, a osservare i vuoti non come assenze ma anzi come presenze non ancora scoperte e raccontate, alla ricerca di documentazioni inedite, ad esempio, provenienti da archivi privati.

Nella recente riedizione di Compagne di Bianca Guidetti Serra, Benedetta Tobagi firma l’introduzione e scrive riguardo le biografie politiche contenute nel volume:

Rappresentano, ieri come oggi, un modello di impegno generoso, coraggioso, disinteressato. E non solo per affrontare le tante questioni di genere ancora dolorosamente aperte, dalle perduranti disparità salariali alle molestie, dalla violenza vera e propria all’iniqua ripartizione del carico domestico e del lavoro di cura, al fatto che – la stagione del Covid insegna – le prime a essere lasciate a casa dal lavoro nelle stagioni difficili restano sempre le donne[1].

Crediamo che sia questo lo sguardo con cui noi oggi guardiamo a quel frangente storico: alle biografie, alle pratiche e alle scelte delle donne, per rileggere la Resistenza come tappa verso l’emancipazione, come quel momento del passato in cui i sessi si sono incontrati nella lotta comune fondante per la parità che ancora non sembra pienamente giunta a compimento.

Pertanto siamo convinte che il terreno sia fertile per studiare la Resistenza con un approccio di genere che superi una visione ghettizzante delle “donne nella resistenza” e avvii una nuova fase di ricerche che sappiano introdurre lenti di analisi che valorizzino le specificità di un’esperienza che è però collettiva.

 

[1]     B. Guidetti Serra [a cura di], Compagne: testimonianze di partecipazione politica femminile, introduzione di B.Tobagi, postfazione di S. Mobiglia, Torino, Einaudi, 2025.

 

Articolo pubblicato nel dicembre del 2025.




«Perciò coraggio, continuando la giusta, spinosa strada…». Giuseppe Petacchi: antifascista, fuoriuscito in Francia, guerrigliero in Spagna e partigiano in Italia.

Nella notte tra il 23 e il 24 settembre del 1943, un aereo della Royal Air Force decollato dal Nord Africa, dopo aver raggiunto la dorsale del Montalbano, al confine tra il Valdarno superiore e la piana di Firenze-Prato-Pistoia, paracadutò con un blind jump un agente dello Special Operations Executive (SOE) l’intelligence britannica. Toccato terra senza incidenti in una imprecisata località a nord di Empoli, quest’ultimo raccolse il proprio paracadute e, dopo averlo occultato, si dileguò nella notte. La sua missione, nome in codice Jaw, era diretta a stabilire contatti con le formazioni partigiane che dopo l’8 settembre si stavano costituendo un po’ ovunque sui rilievi della regione. Si trattava, di fatto, di una delle prime – se non forse la prima – tra le missioni paracadutate in ordine di tempo dagli Alleati sul territorio toscano. L’agente, privo di radiotrasmittente, ancorché addestrato dai britannici, era in realtà italiano. Nei documenti in dotazione, rispondeva al nome di Giuseppe Caruana, ma la sua vera identità era in realtà un’altra. Toscano di nascita, Giuseppe Petacchi – questo il vero nome – era un cavatore di marmo originario di Avenza, frazione del comune di Carrara, che aveva alle spalle una lunga attività di antifascista e di cospiratore in Italia e all’estero.

Fuoriuscito in Francia agli inizi degli anni Trenta, Petacchi nel 1936 aveva servito come volontario in armi nella Guerra civile spagnola, riprendendo in seguito l’attività antifascista di nuovo in Francia e poi in Belgio. Rifugiatosi allo scoppio del secondo conflitto mondiale prima in Nord Africa e poi in Messico, nel 1943 era rientrato in Europa al servizio degli Alleati per dare il proprio contributo alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Paracadutato, come si è visto, in Toscana aveva contribuito alla formazione di vari gruppi partigiani, combattendo alfine in prima linea per la liberazione del capoluogo regionale. La sua parabola di vita, in sostanza, si era svolta per buona parte all’insegna della lotta al fascismo, da lui combattuta tanto con gli strumenti della cospirazione che della lotta armata. Una lotta caratterizzata oltretutto da una marcata mobilità transnazionale che, senza soluzione di continuità, aveva saldato la sua esperienza di oppositore al fascismo a quella di combattente in armi nella Resistenza europea: prima in Spagna, nel 1936, quindi in Italia, dal 1943. Ciò, seguendo di fatto una traiettoria comune ad altri combattenti internazionali e transnazionali, sulla cui rilevanza la storiografia sta recentemente ritornando con rinnovata sensibilità[1].

Classe 1907, primo di quattro figli (Enzo, 1912; Vera, 1914; Aldo, 1916), Giuseppe, o più semplicemente “Beppe”, era cresciuto ad Avenza in una famiglia di modesta estrazione sociale[2]. Da piccolo, si era dato da fare come garzone presso la bottega della nonna, pare ereditando il soprannome di “Copeta” dalla “coppetta” usata allora come misura del sale[3]. Dal padre Elia – un vecchio ferroviere mazziniano – Giuseppe, al pari dei fratelli, aveva ricevuto una formazione laica e rivoluzionaria, corroborata dalle numerose personalità che negli anni del primo dopoguerra avevano frequentato la casa della famiglia, tra cui, l’anarchico Gino Lucetti – autore nel 1926 di un noto e sfortunato tentativo di attentare alla vita del Duce – e il repubblicano, poi comunista, Gino Menconi, divenuto dirigente delle Brigate Garibaldi toscane durante la guerra di Liberazione. Giuseppe, anch’esso originariamente di tendenze repubblicane, si era pian piano spostato verso posizioni libertarie, facendosi non per nulla notare spesso dalle autorità di pubblica sicurezza in compagnia di acclarati anarchici del luogo, quali Andrea Lucetti, fratello del citato Gino, e Domenico Bibbi, padre di Bruno e zio di Gino, entrambi sovversivi fuoriusciti all’estero. Con l’avvento del fascismo al potere, le proprie idee politiche avevano provocato a Giuseppe vari problemi, facendolo divenire presto oggetto di angherie e violenze da parte degli squadristi locali. Diffidato per la prima volta nell’aprile del 1932, il 26 dello stesso mese, in occasione di uno sciopero dei locali cavatori di marmo, Giuseppe era stato «sorpreso ed arrestato mentre capeggiava una squadra di giovani presso i quali svolgeva opera di sobillazione»[4]. Nel giugno seguente, la polizia lo aveva quindi notato mentre tentava di avvicinare, per salutarlo, l’amico di famiglia e mentore Gino Menconi, allora in transito dalla stazione ferroviaria di Carrara in stato di arresto. Alla fine del mese era stato quindi condannato a tre mesi per contravvenzione a una precedente ammonizione comminatagli per via delle sue frequentazioni politiche. Scontata la pena presso le carceri di Carrara, era stato posto in libertà vigilata.

Nel maggio del 1934, licenziato dal laboratorio di marmi della ditta fratelli Tosi di Avenza, aveva deciso quindi di emigrare clandestinamente in Francia assieme ai compagni Ivo Pieruccini e Pilade Menconi, già altre volte recatisi oltre confine. La moglie Gina Pantani, con la quale si era sposato nell’aprile 1933, e che allora si trovava in dolce attesa del figlio, Roberto, rimase invece ad Avenza. In Francia, Giuseppe si stabilì a Marsiglia, dove strinse contatti con la rete dell’anarchico bolognese Celso Persici, tra i più attivi esuli libertari e punto di riferimento in città per i compagni fuoriusciti in stato di difficoltà. Impiegatosi come lavapiatti presso un ristorante della zona – una sistemazione buona, per quanto dalla paga misera – Giuseppe dovette presto abituarsi a una vita di miserie materiali e difficoltà affettive, segnate su tutte dalla lontananza della moglie e del piccolo Roberto, alla cui nascita egli non aveva potuto assistere. Il suo carattere, d’altro canto, si mostrava risoluto e ferreo, tanto nel fisico che nello spirito: «la mia vita credimi è [sic] un atroce tormento, se non possedessi quella grande fiducia nell’avvenire», scrive alla moglie da Marsiglia nel novembre 1935. E indirizzando alla madre ad Avenza nel gennaio 1936 la rassicura asserendo di poter contare su «una salute di ferro e una volontà da iena»[5].

Giunto a Marsiglia, Giuseppe si rese subito attivo nei principali ritrovi della locale comunità di esuli antifascisti. Lo vediamo partecipare, ad esempio, alle attività della Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo (LIDU), associazione nata per assolvere a compiti di natura assistenziale e di difesa dei diritti degli emigrati, ma in grado anche di svolgere un’intensa e capillare attività di propaganda antifascista. Nel giugno del 1934 subisce invece una condanna per aggressione a mano armata, mentre nel settembre si vede iscrivere dalla polizia fascista nel Bollettino delle ricerche in qualità di repubblicano ammonito. In ottobre, le autorità consiliari fasciste lo segnalano in attesa di formalizzare la sua iscrizione al partito comunista. Un anno più tardi, nell’ottobre del 1935, lo troviamo ancora tra i partecipanti al congresso antifascista “degli italiani”, che si tiene a Bruxelles nella sala Matteotti della Maison du Peuple. Nei primi mesi del 1936, Petacchi risulta anche far parte di Azione repubblicana socialista, il gruppo politico di dissidenti di sinistra del Partito repubblicano diretto da Ferdinando Schiavetti che poi confluirà nel 1937 in Giustizia e Libertà. Sin dall’estate del 1936, per la verità, Petacchi risulta già affiliato a Marsiglia al movimento dei fratelli Rosselli per il quale «mantiene corrispondenza con elementi di Carrara e di Avenza»[6]. Nel luglio, a seguito di uno sciopero, Giuseppe viene licenziato dal suo impiego e agli inizi di agosto la polizia lo segnala lasciare Marsiglia per Perpignan, sui Pirenei, dove conta di passare in Spagna per arruolarsi volontario con le forze repubblicane.

Ritratto di gruppo di sei volontari combattenti in Spagna, alcuni in uniforme altri in borghese. Giuseppe Petacchi e l’ultimo a destra (Archivio dell’Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna, www.antifascistispagna.it)

Dal settembre, in effetti, Giuseppe si arruola nella Sezione Italiana della Colonna Francisco Ascaso, inquadrata nelle milizie della Confederaciòn Nacional del Trabajo-Federaciòn Anarquista Ibérica, dove si è raggiunta un’intesa unitaria tra i giellisti di Carlo Rosselli e gli anarchici di Camillo Berneri. Destinata sul fronte aragonese nella zona di Huesca e dislocata sull’altipiano della Galocha, la sezione italiana di Rosselli e Berneri si scontrerà con le forze franchiste nel difendere con successo un’altura strategica, ribattezzata per l’occasione in forza della sua conformazione brulla e spoglia Monte Pelato. Petacchi, durante il combattimento – si legge in un resoconto coevo –  «spostò sotto il fuoco una mitragliatrice inceppata, la fece funzionare e la riportò in azione»[7]. Qualche giorno dopo, assieme a Giuseppe Gabbani e Giuseppe Barberis, Petacchi si trovava a transitare sulla strada di Huesca a bordo di un’autoblinda quando il mezzo, colpito da un obice, andò in fiamme. Rimasto fortemente ustionato, Petacchi diede comunque prova di coraggio e resistenza: «bruciato al volto e alle braccia, si fece medicare col suo eterno puerile sorriso e con la sigaretta in bocca, tanto che il medico spagnolo al posto di soccorso espresse la sua meraviglia per tanto sangue freddo»[8]. Ricoverato temporaneamente a Barcellona, da Parigi avrebbe poi scritto sardonicamente il 29 settembre in Italia al fratello Aldo di esser rimasto ferito «in un piccolo incidente di caccia»[9].

Nel febbraio 1937, la polizia lo segnala in Francia attivo nel reclutamento di volontari per la Spagna. In particolare, si pensa che stia per raggiungere a Mentone il locale responsabile di Giustizia e Libertà, Onorio Biso, e Aldo Garosci – entrambi reduci come lui dalla Sezione Italiana della Colonna Ascaso – per «concordare il lavoro ch’egli potrebbe svolgere portandosi personalmente a Carrara per arruolare volontari per la Spagna»[10]. In realtà, di lì a poco Giuseppe passa di nuovo il fronte iberico e si arruola nella compagnia mitraglieri del 1° battaglione Matteotti, unità antifascista sorta per iniziativa di Rosselli dopo lo scioglimento della sezione italiana della Ascaso. Nel luglio 1937 però, torna definitivamente in Francia per stabilirsi a Parigi. Secondo alcuni, l’esperienza spagnola avrebbe fatto di lui definitivamente un anarchico, distinguendolo così dai fratelli che, nel comune percorso di opposizione al fascismo, strinsero invece legami interessati con l’organizzazione comunista.[11] Ad ogni modo, a Parigi, Giuseppe continua a rimanere in contatto con gli ambienti giellisti, stringendo in particolare rapporti con Emilio Lussu.

Nel febbraio del 1938, dopo molti tentativi, finalmente riescono a raggiungere Giuseppe a Parigi anche la moglie e il figlioletto Roberto, che il primo non aveva mai visto. Alla vigilia di quel ricongiungimento, Giuseppe non aveva trattenuto in lettera alla moglie la propria felicità, né un cenno di tenerezza paterna agli indirizzi del figlio: «carissimo figlio ti attendo quanto prima con cuore di padre, però ricordati di venire bravo […] cari affettuosi bacioni e quanto prima un bel morsino»[12]. Nel settembre 1938, le autorità francesi gli comminarono tuttavia un provvedimento di espulsione dal paese, che Petacchi riuscì inizialmente a prorogare di un mese grazie all’intervento di Alberto Cianca, del conte Carlo Sforza e della LIDU. In ottobre, tuttavia, fu costretto a riparare clandestinamente con la moglie e il figlio in Belgio, ospite di amici e compagni di cospirazione a Bruxelles. Nel febbraio 1939, dalla capitale belga scrisse all’anziana madre in Italia dichiarando non spenta, dopotutto, «la speranza di giorni migliori»: «Nulla di male abbiamo mai fatto, il solo torto, che siamo orgogliosi, è quello di non chinare la testa […] perciò coraggio, continuando la giusta, spinosa, strada»[13]. Da Bruxelles, i Petacchi si trasferiscono poi a Tailfer, piccola frazione del comune di Lustin, nella provincia vallona di Namur dove Giuseppe ha trovato un impiego come cavatore.  Nel maggio 1940, tuttavia, a seguito dell’invasione tedesca del Belgio, i coniugi sono costretti di nuovo a fuggire. Raggiungono dopo varie peripezie San Nazaire, a est di Nantes, e quindi Bordeaux e Tolosa. Da lì, passano a Marsiglia dove Petacchi, trovato impiego come manovale e sguattero, viene di nuovo raggiunto da un ordine di espulsione che lo costringe a entrare in clandestinità col nome falso di Pisani, non prima però di aver organizzato il rientro della moglie e del figlio in Italia. In questo periodo che anticipa l’occupazione tedesca della Francia, va forse collocata anche una breve detenzione di Petacchi nel campo di prigionia del Vernet, che trascorre come sovversivo ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale. Riguadagnata la libertà, nel marzo del 1941 Emilio Lussu, artefice di un piano di fuga per esuli italiani in Nord Africa, riesce a farlo imbarcare su di una nave diretta in Algeria. Da lì, Petacchi raggiunge, via Oran, Casablanca dove grazie all’aiuto di un ebreo triestino può mettersi in regola con la documentazione richiesta. Poco dopo, si propone però come volontario per fare da guida nel tragitto Algeri-Casablanca a un altro rifugiato italiano giunto dalla Francia. Rientrato nella città marocchina, Petacchi visse i mesi seguenti senza possibilità di lavorare e con un sussidio procuratogli dallo stesso Lussu. In novembre, Petacchi, grazie a un passaporto rilasciatogli dal console messicano di Marsiglia e ai visti necessari ottenuti ancora tramite Lussu, poté al fine imbarcarsi assieme ad altri rifugiati sulla nave “Serpa Pinto” diretta in Messico.

Il 22 dicembre del 1941 lo troviamo infatti a Città del Messico dove assieme all’amico ed ex combattente di Spagna Pino Turroni, Petacchi riuscì a farsi impiegare da alcune imprese edili. Nel febbraio 1943, Petacchi viene avvicinato da Max Salvadori, suo vecchio conoscente e allora agente incaricato per conto del SOE di fare in Messico arruolamenti di esuli italiani. Petacchi, assieme ad altri fuoriusciti giellisti passati nel paese centro-americano, come Bruno e Renato Pierleoni e Leo Valiani, decide di offrirsi volontario per il SOE.[14] Inviato così in Gran Bretagna il 1° luglio 1943, in seguito viene destinato all’addestramento in Nord Africa. Il caporale Hodson, che ne esaminò l’attitudine, oltre al genuino antifascismo, ne constatò il carattere riservato e taciturno, rimanendo colpito per essere egli «persona onesta e per nulla presuntuosa»[15].

Fototessera di Giuseppe Petacchi nel sul fascicolo come agente del SOE

Terminato il training, come si è visto, Petacchi fu destinato a esser paracadutato in Toscana dietro le linee nemiche col compito di stabilire contatti con la nascente Resistenza in armi. Il lancio, tuttavia, – un blind jump – probabilmente lo scaricò assai lontano dalla destinazione designata in origine, la zona delle Apuane, facendolo finire a nord di Empoli[16]. Da lì, ad ogni modo, Petacchi raggiunse Pisa dove, acquistata una bicicletta, si portò a Usigliano di Lari dove risiedevano i genitori della moglie e dove rimase nascosto per i due giorni successivi. Dopodiché, cercò di raggiungere Carrara per mettersi in contatto col fratello Enzo , entrato nel frattempo nella locale organizzazione resistenziale. Non riuscitoci, dopo circa quattro giorni, fece ritorno di nuovo a Usigliano dove cominciò a organizzare un primo gruppo di resistenti attorno ad alcuni sfollati provenienti da Livorno presenti in zona. Nel frattempo, a Firenze, Carlo Ludovico Ragghianti, uno dei vertici dell’organizzazione azionista cittadina, messo al corrente tramite Emilio Lussu dell’arrivo di Petacchi in Toscana, mandò sulle sue tracce, con lo scopo di stabilire un contatto e di condurlo seco a Firenze, l’anarchico spezzino Sirio Biso – ex combattente di Spagna e vecchia conoscenza di Petacchi – che dopo l’8 settembre ancora lo stesso Lussu aveva inviato nel capoluogo toscano con sue credenziali perché si mettesse al servizio dell’organizzazione azionista[17]. Non è chiaro se Biso riuscisse nell’intento. Fatto sta che Petacchi raggiunse Firenze agli inizi di gennaio del 1944 accompagnando da Carrara il fratello Enzo, parte dell’entourage di Gino Menconi, chiamato allora nel capoluogo regionale per assumere la carica di membro del comando toscano delle Brigate Garibaldi.

Da allora, Giuseppe entrò a far parte ufficialmente dell’organizzazione azionista fiorentina che, tra le altre cose, gli affidò importanti compiti di recupero di armi e di organizzazione di lanci alleati tra le province di Firenze e Arezzo, nonché di svolgere da tramite con le bande azioniste del volterrano e della provincia apuana dove Petacchi, tra febbraio e maggio del 1944, si recò in effetti più volte, divenendo di fatto una sorta di ufficiale di collegamento per  conto del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale di Firenze. Dal maggio, oltretutto, Petacchi collaborò a Firenze alla creazione delle Squadre d’assalto azioniste, rendendosi protagonista di audaci colpi di mano contro tedeschi e fascisti e di ardite operazioni di recupero armi presso vari presidi cittadini delle forze di polizia repubblichine. Quindi, ai primi di agosto del 1944, Petacchi combatté in prima linea durante la battaglia per la Liberazione di Firenze, trovandosi – come certificherà in un suo report del 26 agosto lo stesso Carlo Ludovico Ragghianti in veste di Presidente del CTLN – «sempre dove la situazione era più grave e comportandosi eroicamente […] durante i contrattacchi delle retroguardie tedesche».[18]

Non fu il solo, della famiglia, a impegnarsi attivamente nella lotta di Liberazione nazionale. Il fratello Enzo, infatti, combatté con la formazione “Aldo Cartolari” nel settore apuano della Gotica, rimanendo gravemente ferito a seguito di uno scontro avvenuto il 18 settembre 1944, il quale gli costò prima l’amputazione di una gamba e poi la sua stessa vita, per via delle complicazioni in seguito sopraggiunte. Anche Vera, la terzogenita, entrò nell’organizzazione resistenziale, passando con il PCI a Milano in qualità di segretaria di Pietro Secchia e Luigi Longo divenendo altresì instancabile staffetta tra il capoluogo lombardo e le formazioni partigiane della Valsesia. Infine, anche il più giovane dei fratelli Petacchi, Aldo, detto “Aldino”, contribuì alla causa della Liberazione del paese, unendosi alla Resistenza a Genova e poi a Milano. Collaboratore in Alta Italia di Secchia e di Giovanni Roveda, Aldo fu protagonista nel luglio 1944 della spettacolare liberazione di quest’ultimo dal carcere degli Scalzi nel quale riuscì a penetrare con un commando partigiano mettendo fuori combattimento il corpo di guardia[19].

Ufficialmente, Giuseppe Petacchi rimase al servizio del SOE fino al 29 agosto 1944. Come si evince dal suo successivo report di congedo del luglio 1945, inizialmente egli si dichiarò intenzionato a rientrare in Messico una volta sistemati i propri affari in Italia, ragion per cui chiese che gli venissero coperti da Londra i costi del viaggio di ritorno[20]. Successivamente, tuttavia, dovette cambiare intenzioni. Rimasto in Toscana, Petacchi rimase in contatto con gli ambienti libertari, partecipando almeno al terzo Congresso anarchico nazionale che si tenne a Livorno nell’aprile 1949. Tornato a risiedere a Carrara, vi sarebbe morto il 2 giugno 1961.

 

 

[1] R. Gildea, I. Tames (ed.), Fighters across frontiers: Transnational resistance in Europe, 1936-48, Manchester, Manchester University Press, 2020; E. Acciai, I guerriglieri «spagnoli», in C. Colombini, C. Greppi (a cura di), Storia internazionale della Resistenza italiana, Bari-Roma, Laterza, 2024.

[2] Per un breve profilo biografico dei quattro fratelli Petacchi cfr. P. di Perro, I fratelli Petacchi. Una famiglia avenzina nella resistenza, in «Trentadue. Mensile di politica e cultura», 8 (2009), numero speciale a cura di Anpi Carrara, pp. 21-22.

[3] Ivi, p. 21.

[4] Archivio di Stato di Massa, Questura, versamento II, Casellario politico 1920-1940, (d’ora in poi ASM, Q, VII, CP 1920-1940)b. 118, fasc. “Giuseppe Petacchi”, il Questore di Massa-Carrara al Prefetto, trasmissione n. 04462, 4 giugno 1932.

[5] Ivi, lettera di Giuseppe a Gina pantani, Marsiglia, 10 novembre 1935; ivi, lettera di Giuseppe ad Aldegonda petacchi, Marsiglia, 9 gennaio 1936.

[6] Ivi, il Ministero dell’Interno, DGPS, DAGR, Sez I CPC al Prefetto di Massa-Carrara, n. 52230/110277, 13 agosto 1936.

[7] La Sigla marciante. Verbale della prima seduta, corrispondenza dal fronte spagnolo, 11 settembre in «Giustizia e Libertà», Parigi, 25 settembre 1936, p. 4.

[8] Ibidem.

[9] ASM, Q, VII, CP 1920-1940, b. 118, fasc. “Giuseppe Petacchi”, Giuseppe al fratello Aldo, Parigi, 26 settembre 1936.

[10] Ivi, il Ministero dell’Interno, DGPS, DAGR, Sez I CPC ai Consolati di Italia di Nizza e Marsiglia e al Prefetto di Massa-Carrara, n. 3542/110277, Roma, 7 febbraio 1937. Si veda anche Archivio Centrale dello Stato, Roma, MI, DGPS, DAGR, CPC, b. 3896, fasc. “Giuseppe Petacchi,” appunto n. 500/2007 della DPP, 20 gennaio 1937; ivi, nota della DGPS n. 441/037194, Roma 30 luglio 1937.

[11] Antonio Bernieri, Gino Menconi nella rivoluzione italiana, Carrara, Società Editrice Apuana, 1978, p. 140 (n. 130).

[12] ASM, Q, VII, CP 1920-1940, b. 118, fasc. “Giuseppe Petacchi”, Petacchi a Gina Pantani, Parigi, 30 dicembre 1937.

[13] Ivi, Giuseppe Petacchi ad Aldegonda Petacchi, Bruxelles, 2 febbraio 1939.

[14] La precedente descrizione della fuga di Petacchi in Nord Africa e in Messico, così come quella del suo reclutamento nel SOE si basa su: The National Archives, Kew-London (d’ora in poi TNA) HS9/1173/5, scheda storica su Petacchi dell’MI6, del 13 luglio 1943, redatta dal capitano S. Cole. Per il contesto relativo alla missione di arruolamento per conto del SOE svolta in Messico da Max Salvadori cfr. R. Bailey, Target: Italy. I servzi segreti inglesi contro Mussolini. Le operazioni in Italia 1940-1943, Utet, Torino 2014, p. 232. Per il caso dei fratelli Pierleoni, e più in generale per l’arruolamento nel SOE di militanti giellisti, cfr. P. Bagnoli, Bruno e Renato Pierleoni. Una storia  sconosciuta dell’antifascismo italiano, Biblion, Milano 2023; E. Di Rienzo, Sotto altra bandiera. Antifascisti italiani al servizio di Churchill, Neri Pozza, Vicenza 2023.

[15] TNA HS9/1173/5, report del cpl. Hodson, 4 agosto 1943.

[16] La descrizione dell’attività svolta da Petacchi in seguito al suo invio dietro le linee nemiche per conto dell’organizzazione resistenziale toscana si basa prevalentemente su TNA, HS 6/810, fasc. “Petacchi, Giuseppe”, Interrogation report, 29 agosto 1944. Per un cenno alla missione di Petacchi cfr. anche C. Woods, La partecipazione del SOE alla campagna militare in Italia. Settore tirrenico della Linea Gotica, in Eserciti, popolazione, Resistenza sulle Alpi Apuane, a cura di Gino Briglia, Pietro Del Giudice, Massimo Michelucci, Massa, Ceccotti, 1995, p. 133.

[17] Una lotta nel suo corso. Lettere e documenti politici e militari della Resistenza e della Liberazione, a cura di Sandro Contini Bonaccorsi e Licia Ragghianti Collobi, Venezia, Neri Pozza, 1954, p. 348; C. Ludovico Ragghianti, Introduzione a B. Piancastelli, “Giustizia e Libertà” nel Mugello: la 2a Brigata Carlo Rosselli, Quaderni della Fiap, Roma, 1985, p. VIII. Sull’attività di Biso con la Resistenza fiorentina cfr. F. Fusi, Cospiratore in Francia, guerrigliero in Spagna, partigiano in Italia: per una biografia transnazionale dell’antifascista libertario Sirio Biso, in «Spagna Contemporanea», 34, n. 67, 2025, pp. 59-82.

[18] TNA, HS 6/810, fasc. “Petacchi, Giuseppe”, copia di dichiarazione di servizio di Petacchi per conto del Partito d’azione fiorentino a firma di Carlo Lodovico Ragghianti, Firenze 26 agosto 1944 (da cui si cita nel testo).

[19] Per alcuni cenni all’attività resistenziale dei fratelli Petacchi cfr. P. di Perro, I fratelli Petacchi, cit.; C. Moscatelli, P. Secchia, Il Monte Rosa è sceso a Milano, Edizioni Pgreco, Milano, 2017, pp. 320-323, 641.

[20] TNA, HS 6/810, fasc. “Petacchi, Giuseppe”, Record Sheet, 26 Luglio 1945.