Ungaro, eroe dei nostri tempi: il suo dovere civico sulla legalità si fa lezione grazie all’ISREC Lucca


Donato Ungaro il 22 maggio è stato ospite del Liceo Chini Michelangelo di Lido di Camaiore di mattina e dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Lucca, presso Villa Argentina a Viareggio, nel pomeriggio per parlare di legalità, anche in occasione della giornata ad essa dedicata il 23 maggio, ricorrenza della strage di Capaci.

Ungaro parla di mafia ripercorrendo anche la propria vicenda biografica insieme ai fatti criminali che hanno visto come teatro di infiltrazioni mafiose la bassa padana. “Sulla mafia chiunque può dire qualsiasi cosa; basta che non dica la verità…“:

La storia di Donato comincia a Brescello, dove lavorava come vigile urbano e giornalista della Gazzetta di Reggio. Ma la visione bucolica di paese di Peppone e don Camillo ha lasciato il posto a quella nera della criminalità organizzata. Se digitiamo su Google Brescello m, ancor prima che museo di Beppone e Don Camillo, il motore di ricerca suggerisce la parola “mafia”. Infatti il comune di appena 5 622 abitanti (di cui oltre 400 provenienti tutti da Cutrio, in Calabria) è stato il primo in Emilia Romagna ad essere sciolto, nel 2016, per accertati condizionamenti da parte della criminalità organizzata (e poi commissariato) “Forme di ingerenza della criminalità organizzata avrebbero esposto l’amministrazione a pressanti condizionamenti”, si legge in una sentenza del Tar. Proprio Ungaro ha portato alla luce attraverso i suoi articoli, che toccano temi scottanti e inediti -scritte sui portoni, minacce, cocaina sequestrata, riciclaggio di rifiuti tossici, scavi illegali di sabbia etc.- come Brescello (dicono le carte dei processi Edilpiovra e Aemilia) sia diventato la base operativa dei clan per quanto riguarda il riciclaggio di denaro e il traffico di droga.

Donato è un vigile serio e multa Diletto Alfonso, ora al 41bis, per sosta vietata nella piazza del paese e la multa gli viene platealmente strappata davanti perché la mafia ha bisogno di ostentare forza e impunità.

Brescello è un feudo della famiglia Coffrini: dapprima Ermes, il padre, fa il sindaco per il 19 anni, poi Marcello, il figlio, fa per 10 anni l’assessore per poi diventare a sua volta sindaco, fino allo scioglimento per mafia. Siamo nel 2002 e il paese si è riempito di nuove imprese edili cutresi e si costruisce a ritmi vertiginosi: spunta un quartiere di villette, che tutti scherzosamente chiamano “Cutrello”, perché tutti gli imprenditori calabresi abitano lì. Compreso Francesco Grande Aracri, il fratello maggiore del boss della ‘ndrangheta cutrese Nicolino Grande Aracri. Serve tanta sabbia per l’edilizia e la ditta di Bacchi la notte scava illegalmente nel letto del fiume per rivendere la sabbia in nero. “quell’imprenditore si nascondeva nella luce”, dice Donato, che filma tutto. Il video, dove si vede la draga in azione, finisce alle Iene e in Procura. Qualche giorno dopo qualcuno taglia le gomme dell’auto di Donato, per due volte di fila, di notte, proprio davanti alla caserma dei Carabinieri. Intanto un uomo avvicina Donato e, con il sorriso sulle labbra e accento calabrese, lo esorta a lasciar perdere, a scrivere d’altro. Però lui, a smettere di scrivere, non ci pensa proprio e inizia ad indagare sul riciclaggio di scorie di fonderia e scarti di altoforno che sempre la ditta Bacchi “semina” sotto il manto stradale. Praticamente in tutti i cantieri della ditta, da Reggio a Mantova, si fa uso di Tenax, scorie di acciaieria.  Nel 2002 l’ARPA preleva dei campioni di Tenax e li analizza: i valori di alluminio, antimonio e piombo superano i limiti di legge, il suolo presenta sforamenti dei parametri di cadmio, nichel e zinco. Ungaro scrive e poi pubblica anche un articolo su un progetto di una centrale elettrica a turbogas, su cui avevano messo gli occhi anche gli imprenditori di “Cutrello”. Se l’affare va in porto, le royalty faranno triplicare ogni anno il bilancio del comune. Ma l’Ansaldo, per costruirla, vuole l’appoggio della popolazione. Ma nel frattempo Ungaro scopre che chi vive lungo la strada della Cisa si ammala di varie forme tumorali: nei precedenti 7 anni il 40% della popolazione di quella zona è morto di tumore. Non può essere un caso. Ungaro riceve un “invito” a smettere di scrivere per la Gazzetta di Reggio, ma rivendica i suoi diritti sanciti dall’articolo 21 della Costituzione. Dopo che la storia finisce sul giornale si temporeggia, la popolazione nega il consenso alla centrale, compaiono striscioni con la scritta “ci avete venduto un tanto a kilowatt” e l’affare salta. E a Ungaro arriva una lettera di licenziamento: “Divulga notizie riservate del Comune”, la motivazione ufficiale del sindaco di Brescello Ermes Coffrini. Tra le righe, vede troppo e parla troppo. Era il 29 novembre 2002. Il licenziamento è stato dichiarato illegittimo nel 2010 dal Tribunale di Reggio Emilia, nel 2013 dalla Corte d’Appello di Bologna e nel 2015 dalla Corte di Cassazione.

Ungaro oggi non fa più il vigile, ma a Brescello ben poco è cambiato: ora la cittadina è governata da una nuova giunta non discontinua da quella dell’ex sindaco Marcello Coffrini, cioè il primo cittadino che con le sue dichiarazioni su Francesco Grande Aracri, condannato per mafia (“è gentilissimo, molto tranquillo e ha sempre vissuto a basso livello”), ha innescato il tracollo dell’amministrazione comunale di cui aveva ereditato il timone dal padre.

Ma il malgoverno è bipartisan: da una parte la scia Coffrini, dall’altra Forza Brescello con a capo Maurizio Dall’Aglio che alle amministrative del 2009 aveva candidato come consigliere comunale Jessica Diletto, la figlia di Alfonso Diletto (ora al 41bis) che nell’inchiesta Aemilia bis, nel 2017 è stata colpita dalla misura di custodia ai domiciliari, perché per la procura distrettuale antimafia di Bologna era prestanome per le attività dietro le quali, a tirare i fili, c’era il padre Alfonso.

A sviscerare nei dettagli come la ‘ndrangheta si sia sostituita a Peppone e Don Camillo e fino a che punto abbia avuto la strada spianata da cittadini e istituzioni è stata anche una ricerca dell’osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università di Milano, diretto da Nando Dalla Chiesa, commissionata da Cgil, Anpi e Auser di Reggio Emilia. “Quando le organizzazioni mafiose arrivano in un territorio tendono ad instaurare un modello mafioso. E se ci riescono è poi molto difficile uscirne”, dice il professore, il cui rapporto parla di un inserimento “omeopatico”, a “piccole dosi, in modo indolore e non aggressivo”, tanto che la ‘ndrangheta a Brescello ha, con denaro riciclato, ristrutturato perfino l’oratorio!

Attualmente, solo in Emilia Romagna, sono state individuate ben 19 cosche di ‘Ndrangheta.

Ungaro ha dovuto lasciare Brescello e ora abita a Bologna dove fa l’autista di autobus. Non solo continua a scrivere ma va in giro a parlare di mafia, ad incontrare cittadini e studenti, come è avvenuto per l’ISREC LU il 22 maggio.  A chi gli chiede se rifarebbe tutto dice: “sicuramente sì” ed aggiunge “ho solo fatto il mio dovere” “Sono stato arruolato nei carabinieri il 6 settembre 1982, tre giorni dopo l’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa il quale diceva che un carabiniere gli alamari se li cuce sulla pelle, per tutta la vita. Io spero di avere la forza di vivere da carabiniere fino alla fine dei miei giorni”.

La vita e l’esperienza di Ungaro sono diventate anche due spettacoli teatrali: “Va’ Pensiero” e “Saluti da Brescello” che da questo anno vanno in sala in diverse città italiane per ideazione e regia di Marco Martinelli e Ermanna Montanari. “Tutte le volte che posso partecipo alle rappresentazioni e alla fine Martinelli mi chiama sul palco; e io sono sempre stupito dagli applausi, perché – come dico ogni volta – non ho fatto niente di speciale. Non sono un eroe”.

La banalità del bene.