Quel 25 luglio: il crollo del fascismo e la pastasciutta dei fratelli Cervi a Fosdinovo


Fosdinovo, 25 luglio. Sotto gli antichi castagni “Fino al cuore della Rivolta” straordinariamente inizia, nonostante la pandemia. La Resistenza resiste anche al Covid 19. Naturalmente sono state prese tutte le misure precauzionali ma la pastasciutta antifascista, in memoria di quella dei fratelli Cervi, comunque viene servita e non manca neppure il momento culturale, in cui il Professor Paolo Pezzino, Presidente dell Istituto nazionale Ferruccio Parri, ricorda quel 25 luglio 1943, quando cadde il fascismo.

“Era l’estate del 1943; la guerra aveva prodotto un generale peggioramento delle condizioni di vita degli Italiani. Fenomeno inevitabile in situazioni eccezionali e che certo investiva tutti i paesi belligeranti, ma che in Italia era accentuato dalla incapacità del regime di organizzare l’emergenza e di creare attorno allo sforzo bellico quel consenso che in altri paesi rinsaldava la solidarietà di fondo fra governanti e popolazioni civili, nonostante l’aggravarsi delle condizioni di vita di queste ultime. In Italia, viceversa, si era accentuata l’estraneità della popolazione al regime.

Insomma, le conseguenze della guerra si facevano sentire in misura sempre crescente: a partire dal giugno 1940 con il razionamento dei principali generi di prima necessità -a dispetto della roboante propaganda fascista sugli eccellenti risultati raggiunti dall’autarchia-, il mercato nero –a cui comunque i ceti popolari non potevano ricorrere per i prezzi alti-, la forte inflazione che colpiva salari e stipendi.

Così progressivamente si distaccavano dal regime non solo le classi popolari ma anche quella piccola borghesia impiegatizia che aveva rappresentato una delle basi del suo consenso. Dall’autunno 1942 la situazione si era aggravata per i massicci bombardamenti ai quali cominciarono ad essere sottoposte le città italiane -i civili italiani morti nei bombardamenti sono stati circa 60.000- a partire dai principali centri industriali. Conseguenza: lo sfollamento di ingenti masse di persone, mentre la mancanza di carbone per riscaldamento rendeva particolarmente dura la stagione invernale.

L’indifferenza degli Italiani si trasforma prima in una sorda ostilità alla guerra, manifestandosi poi in aperte manifestazioni di dissenso. Clamoroso lo sciopero -di chiara rilevanza politica- degli operai delle fabbriche del Nord che nel marzo 1943, partendo dalla FIAT, si era esteso al Piemonte e poi a Milano e alla Lombardia. Grande il risultato: un generale aumento salariale, il colpo alla credibilità del regime. Gli scioperi del marzo rappresentano per gli industriali e per le stesse forze moderate che avevano sostenuto il fascismo la dimostrazione che era necessario per l’Italia porre fine ad una guerra che rischiava di tradursi in una disfatta per il regime, con gravi pericoli per  quello stesso ordine sociale in nome del quale il fascismo aveva goduto fino ad allora dell’appoggio della borghesia italiana. Del resto anche la Chiesa aveva assunto, a partire dallo scoppio delle ostilità, un atteggiamento di prudente distacco dal fascismo: nonostante la proclamata neutralità del Vaticano, le allocuzione natalizie di Pio XII nel 1941 e nel 1942 sembravano echeggiare i principi formulati da Roosevelt e Churchill nella Carta Atlantica del 14 agosto.

A causa della debolezza dei partiti e delle forze antifasciste, l’iniziativa passa alle forze più moderate del fascismo, alla Corona e alle gerarchie militari, che pensavano di contrattare l’uscita dalla guerra dell’Italia, con lo sganciamento dall’alleanza tedesca: via tardiva e incerta. Era il tentativo di rigettare sul solo Mussolini e su pochi gerarchi le responsabilità del conflitto, evitando pericolosi sovvertimenti sociali o decise aperture in senso democratico. Ma l’incertezza del re rende più impraticabile una soluzione come quella escogitata. L’11 giugno 1943 cade in poche ore Pantelleria; la notte fra il 9 e il 10 luglio gli Americani e gli Inglesi sbarcano in Sicilia e in poco più di un mese conquistano l’isola, mentre la popolazione si schiera a fianco di coloro che venivano accolti come liberatori e non come invasori. In alcuni reparti dell’esercito si verificano fenomeni di sbandamento e di diserzione di massa, anche di ufficiali e sottufficiali.

Il precipitare della situazione con lo sbarco alleato costringe ad accelerare i tempi: i gerarchi fascisti dissidenti costringono Mussolini a convocare per il pomeriggio del 24 luglio il Gran Consiglio del fascismo, che non veniva più riunito dal dicembre del 1939, nel quale ha una schiacciante maggioranza (19 voti a favore su 28 partecipanti) un ordine del giorno che suonava di critica a Mussolini, si rivolgeva al Sovrano chiedendogli di assumere le prerogative previste dallo Statuto, cioè l’effettivo comando delle forze armate, e “l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali”.

L’iniziativa decisiva nella caduta di Mussolini è quella del re: d’accordo con le più alte cariche militari e con uomini a lui fedeli, aveva progettato già dalla metà di luglio un colpo di stato militare contro Mussolini; nell’udienza nel pomeriggio del 25 luglio lo fa arrestare (nella mattinata aveva già provveduto a nominare capo del governo il maresciallo Badoglio). Carabinieri, esercito e polizia presidiano le stazioni radio, i ministeri e i principali punti della città, e alle 22:45 la radio trasmette il comunicato relativo all’accettazione da parte del re delle dimissioni di Mussolini e alla nomina di Badoglio a capo del governo. Seguivano due comunicati, il primo a firma del re, che annunziava di assumere il comando generale  delle forze armate e invitava tutti a riprendere il posto di combattimento;  con il secondo lo stesso Badoglio, “per ordine di S.M. il Re e Imperatore” assumeva il governo militare del paese: “La guerra continua. […] Si serrino le file intorno a S.M il Re e Imperatore, immagine vivente della patria, esempio a tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento o tenti di turbare l’ordine pubblico sarà inesorabilmente colpito”.

Evidente la continuità di Badoglio col passato e la stessa composizione del governo -6 generali e 11 funzionari civili- lo dimostra. La caduta di Mussolini del resto era provocata da un colpo di mano interno allo stesso regime, compiuto cioè da quelle stesse forze che avevano condiviso con lui le principali responsabilità fino ai primi rovesci militari. E’ fuori discussione che il fascismo non era caduto per una coerente azione delle forze antifasciste, ancora deboli e incapaci di organizzare e dirigere politicamente il malcontento del paese. Ma la mancata reazione delle organizzazioni fasciste e le dimostrazioni di giubilo nelle città italiane il 25 e il 26 luglio dimostrano a quale livello di corrosione interna fosse arrivato il regime e quanto ormai Mussolini fosse estraneo a quel popolo che fino all’entrata in guerra l’aveva osannato come Duce.

Il 28 luglio un decreto scioglieva il Partito Nazionale Fascista e le sue organizzazioni, abrogava il Gran Consiglio ed il Tribunale Speciale ma in compenso, per frenare le manifestazioni popolari, il generale Roatta, capo di stato maggiore dell’esercito, emana una circolare che ordinava alle forze armate di sparare contro i manifestanti.  Così si dissipano rapidamente le speranze di un immediato ritorno alla libertà: nei primi cinque giorni dopo il 25 luglio, 83 sono i morti, oltre 300 i feriti, 1.554 gli arrestati. Se il fascismo era caduto, i fascisti erano ancora ai posti di comando. Il personaggio chiave della situazione era un Re, vecchio ed indeciso, che aveva indelebilmente legato il nome proprio e di Casa Savoia al regime fascista.

Il vero riscatto morale dell’Italia inizia dopo l’armistizio con la Resistenza”.