La presentazione pisana del libro “I partigiani della Wehrmacht”.

Chiara Nencioni - insegnante

8 settembre 2021 - Pisa
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Presso la Domus mazziniana, a Pisa, martedì 6 settembre alle ore 18, si è tenuta la presentazione del libro I partigiani della Wehrmacht. Disertori tedeschi nella Resistenza italiana, a cura di Mirco Carrattieri e Iara Meloni, Piacenza, Le piccole pagine, 2021, alla presenza dei curatori.

 Il libro è una raccolta di saggi, frutto di un lavoro collettivo di 16 ricercatori fra Italia e Germania, che hanno ricostruito tredici storie di diserzione individuale o collettiva: uomini che si unirono ai partigiani per convinzione, per stanchezza o per reazione alle stragi commesse dai nazisti.

L’iniziativa si svolge sotto il patrocinio di Domus Mazziniana, ANPI, Istituto per la Storia della Resistenza e l’Età Contemporanea di Lucca e Istituto Nazionale Ferruccio Parri.

Introduce l’evento Pietro Finelli, Direttore della Domus mazziniana, che presenta il libro, sottolineando già come il titolo sembri quasi un ossimoro. Bruno Possenti, in rappresentanza dell’ANPI, evidenzia come l’argomento trattato sia una pagina poco conosciuta della storia della seconda guerra mondiale ed un tema ancora poco discusso: “se pensiamo ai partigiani ci vengono in mente quelli delle bande”.

Francesco Fusi, collaboratore dell’ISRT, sottolinea che “il libro raccoglie la sensibilità di una tradizione storiografica recente, mettendo in luce come la Resistenza in Italia non fu un fenomeno esclusivamente nazionale”.

Modera il pomeriggio di studio Andrea Ventura, direttore dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Lucca, il quale ricorda che la bibliografia sui soldati tedeschi che scelgono di combattere per la libertà dell’Italia è scarsa e anche nella letteratura e nel cinema i tedeschi sono rappresentati come i “cattivi” per antonomasia, come il “nemico assoluto”. Chiede poi alla curatrice Iara Meloni chi fossero i partigiani della Wehrmacht. “È difficile tracciare un quadro generale, perché chi diserta non vuole lasciare traccia. Su un milione di soldati tedeschi in Italia circa 10000 subiscono processi per diserzione e di questi circa 1000 si uniscono ai partigiani, alcuni perché già prima di partire per la campagna di Italia avevano maturato posizioni antinaziste, altri per motivazioni religiose, altri ancora perché stanchi della vita militare, qualcuno anche perché aveva conosciuto una donna e voleva trascorrere una vita in pace con lei”. “Quasi nessuno di loro ha ottenuto onorificenze e attestati da partigiano, vuoi per la difficoltà, anche linguistica, della procedura per ottenerla, vuoi perché, una volta tornati in patria, non volevano mettere in luce la loro militanza con il nemico. Così la maggior parte dei Tedeschi che aveva scelto di fare il partigiano han chiuso le sue memorie nel cassetto, e sono solo i figli che le hanno tirate fuori”. “Chi di loro, tornato in patria ha parlato della esperienza partigiana, ha ammesso che essa sia stata importante e fondante per la propria vita successiva. Molti dei disertori tedeschi sono infatti rimasti in Italia e tanti vi sono morti.

La parola passa poi a Martina Mengoni, autrice di uno dei saggi, in cui è ricostruita la vicenda biografica di Heinz Riedt che è partigiano a Padova con la brigata trentina, noto in Italia perché ha curato la traduzione in tedesco nel 1959 di Se questo è un uomo, per la casa editrice Fischer di Francoforte. Lungo e ricco è il suo carteggio con Primo Levi. I documenti della sua storia partigiana sono stati causalmente rinvenuti in biblioteca a Padova. Riedt, di padre tedesco e madre francese, vive l’infanzia in Italia come figlio di un diplomatico tedesco. Tornato in Baviera nel 1939, viene arruolato dalla Wehrmacht e lavora in un campo di prigionieri in Alsazia come interprete. Chiamato come traduttore nella stesura del trattato di resa della Francia, non se la sente e, connivente un medico, si fa riformare. Nel 1942 arriva a Padova come studente universitario ed entra fra i partigiani con il nome di battaglia Marino, svolgendo mansioni di controspionaggio. Dopo la guerra, sceglie di vivere a Berlino est lavorando come traduttore di opere letterarie e di film e collaborando con Brecht.

La sua biografia è esemplare per chi ha scelto convintamente di combattere contro i compatrioti accecati dall’ideale nazista.

Interviene poi l’altro curatore, Mirco Carrattieri, Direttore dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, il quale sottolinea che le fonti sui disertori e sui partigiani tedeschi sono frammentarie e neppure il Ricompart può fornire dati esaustivi, anche se in esso sono citati circa 100 nomi di partigiani tedeschi e circa 400 di altre nazioni. Altre fonti sono le fotografie: nel libro ne sono state inserite una ventina. Sui disertori fonti utili sono quelle alleate.

La presentazione del libro è affidata a Paolo Pezzino, Presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri: “trovo il libro molto interessante, poiché è il primo che affronta in maniera organica la tematica dei disertori e partigiani tedeschi in Italia, sebbene nella forma di case studies e di raccolta di biografie, che conferiscono al libro una struttura polifonica”. Lutz Klinkhammer, nella prefazione, collega i partigiani della Wehrmacht al fallito colpo di stato contro Hitler del 20 luglio 1944.

Disertare non vuol dire diventare partigiani, che è una scelta estrema che compie l’1% dei soldati tedeschi, ma è comunque una scelta drastica, compiuta dal 10% dei membri della Wehrmacht (anche se il numero pare sottostimato), difficile per la comunicazione con le famiglie, per la paura delle ripercussioni su di esse e per le gravi sanzioni a cui loro stessi andavano incontro se ritrovati dagli ex commilitoni. Pavone sostiene in Una guerra civile che la diserzione per i tedeschi fosse l’unica strada di salvazione. Ma non sempre la diserzione è una scelta politica. A volte lo si fa per stanchezza della guerra, a volte anche per caso o per le circostanze, a volte per discriminazione da parte dei commilitoni. Talvolta i disertori hanno fatto anche il doppio gioco, infiltrandosi fra i partigiani. Quindi erano guardati con diffidenza.

Il libro contribuisce a far luce su una storia dimenticata e a smantellare gli stereotipi nazionali della memoria pubblica che si è rifiutata a lungo di riconoscere la presenza dei disertori nelle file della Resistenza anche perché smentisce la tendenza a demonizzare il “cattivo tedesco” utile ad assolvere il “bravo italiano”, per usare le parole di Filippo Focardi.

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