Monumenti, lapidi, segni e luoghi di memoria della Seconda guerra mondiale e della Resistenza maremmana

La Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone
Italo Calvino

 

Nessuno di questi monumenti parla davvero del passato: sono al contrario tutti espressione di una storia che è ancora viva e che, ci piaccia o no, continua a governare le nostre vite
Keith Lowe

 

A ottant’anni dalla Liberazione dei nostri territori dal nazifascismo è utile riflettere sulla memoria della Resistenza, provando a capire quale sia l’impatto di lungo periodo o, meglio, l’eredità della Resistenza ai nostri giorni. Di fatto, perché l’anniversario di quest’anno rappresenti nel discorso pubblico un momento significativo per porre all’attenzione il tema, come lo sono stati gli anniversari “tondi” che ci hanno preceduto, è necessario accompagnare le celebrazioni della Liberazione toscana e, nello specifico maremmana, a una riflessione profonda sul senso del parlare di Resistenza oggi, sui termini in cui farlo e sulle modalità memoriali che hanno caratterizzato questi ottant’anni trascorsi dall’estate del 1944, che vide la conclusione per la provincia di Grosseto dell’esperienza della lotta armata.

Philip Cooke scrive che c’è ancora il bisogno di colmare quello che lui definisce come “il divario fra l’indagine storica e l’analisi culturale”, per indagare quella doppia elica costituita dalla politica italiana e dalla cultura della Resistenza italiana, “due filamenti legati fra loro […] componenti strutturali del DNA dell’Italia contemporanea” che aiutano a comprendere la natura profonda di un paese che sulla memoria della Resistenza è in parte divisa (L’eredità della Resistenza. Storia, culture, politiche dal dopoguerra a oggi, 2015). Senza poter qui approfondire la questione per gli anni più recenti, come il bel volume di Philip Cooke fa, è necessario però almeno partire da questo ragionamento per evidenziare le diverse fasi nella costruzione della memoria della Resistenza che riguardano direttamente l’argomento di questo articolo (ovvero l’immediato dopoguerra, il decennio successivo che potremmo definire della “canonizzazione” del discorso resistenziale e gli anni Sessanta che sono caratterizzati dalla presenza del tema della “Resistenza tricolore”).

Su tale costruzione memoriale agiscono diversi vettori legati alla storia culturale come la letteratura, le arti figurative, il discorso pubblico e la memoria istituzionale (ad esempio, il calendario civile), la comunicazione politica, i testi giornalistici, le culture popolari, il cinema, la televisione, la musica, la rappresentazione fotografica; si tratta di alcuni dei temi a cui sono state maggiormente dedicati studi specifici, a partire soprattutto dagli anni Ottanta. Scarseggia invece, anche per quanto riguarda la provincia di Grosseto, una specifica attenzione al tema dei monumenti e dei segni di memoria dedicati alla Resistenza e questo nonostante il fatto che, se si considera la Resistenza come religione civile dell’Italia repubblicana, proprio i monumenti condensino di fatto riti, simboli e commemorazioni che fanno parte di questa tradizione memoriale.

Sul perché questo avviene Iara Meloni pone, a partire dal caso piacentino (saggio in Piedistallo della storia, a cura di S.Nannini e E. Pierazzoli, Viella 2022), alcune riflessioni molto interessanti a livello generale, a partire dalla considerazione evidente che rispetto al caso delle “memorie di pietra” della Prima guerra mondiale, su cui invece gli studi abbondano, non ci siano stati per la Resistenza miti unificanti, come ad esempio quello della mater dolorosa, e non esista una figura unica come quella del soldato in armi, richiamata dalle diverse forme di monumentalizzazione legate al milite ignoto: esistono invece una moltitudine di protagonisti e, di conseguenza, anche una moltitudine di atteggiamenti, comportamenti, azioni e quindi narrazioni diverse a cui gli studi sulla memoria della lotta di Liberazione dal nazifascismo devono fare riferimento. Altro aspetto da tenere in considerazione è anche la diffidenza, che in quel momento storico si impose con forza, nei confronti di tutta quella serie di retoriche celebrative e di miti patriottici, che erano stati retaggio del bagaglio culturale fascista e che nel dopoguerra invece si volle nettamente evitare, proprio per segnare una cesura con quell’esperienza. In questo senso, Iara Meloni parla di una vera e propria volontà di “smonumentalizzazione”, evidente sia nella modalità di creazione dei diversi segni di memoria, sia nell’assenza di studi specifici su di essi.

In provincia di Grosseto, negli anni, sono stati tentati progetti di mappatura delle “memorie di pietra” del territorio, facendo interagire monumenti, lapidi e segni di memoria con un approfondimento storico che potesse narrare e approfondire le vicende da essi ricordate (si veda, ad esempio, il progetto Cantieri della memoria. Dalle pietre al digitale). Ma al di là di alcuni tentativi portati avanti da diversi soggetti, fra cui l’Isgrec, non c’è stato un tentativo di contestualizzazione di quei monumenti che abbia coinvolto tutto il quadro provinciale, ovvero non si è guardato a quelle tracce del passato resistenziale con uno sguardo d’insieme che ne indagasse genesi e caratteri specifici.

Altro aspetto che caratterizza i primi anni dopo la fine del conflitto è il concentrarsi dell’asse della narrazione memoriale in località periferiche, in luoghi isolati e poco frequentati che però sono i luoghi che vengono riconosciuti significativi per singole comunità o per specifici gruppi sociali o politici. Si struttura in quei primi anni, insomma, un vero e proprio binomio fra evento e luogo, per cui il monumento – e il ricordo – si colloca nel luogo in cui l’evento avviene. Se teniamo presente che la memoria a livello locale della Resistenza è per lo più innervata in singole comunità[1], il ragionamento che ne deriva è che proprio lo spazio comunitario alla fine della guerra diventa una delle modalità principali attraverso cui la storia della Resistenza inizia a farsi discorso pubblico e a essere narrata, con modalità che ovviamente cambiano nel tempo[2].

In questa fase immediatamente successiva alla Liberazione si vedono chiaramente nascere gli archetipi di quella che sarà la successiva rappresentazione della Resistenza.

Lapide in memoria di Giovanni Pastasio

Cippi e monumenti sorgono numerosi nei luoghi di uccisione di partigiani o, in alcuni casi, di vittime del fascismo; nell’immediato dopoguerra, infatti, la precisa volontà di non dimenticare i caduti del periodo squadrista e di tornare a commemorare persone che non si erano potute commemorare fino ad allora porta alla creazione di alcune targhe e monumenti legati alle vicende degli anni Venti[3]. Già il 17 agosto 1945, ad esempio, a Gavorrano viene apposta una lapide che ricorda il luogo e il giorno in cui nel 1921, Giovanni Pastasio, giovane minatore antifascista, fu ucciso durante un’incursione di squadristi di Follonica, mentre a Scarlino viene collocata una targa in ricordo di Gabriello Dani, capolega dei contadini del territorio, ucciso l’11 settembre 1921 da una spedizione fascista.

Di contrasto, nella toponomastica si evidenzia la necessità impellente di una vera e propria epurazione simbolica rispetto a quel retaggio culturale fascista che aveva segnato profondamente le architetture delle città ma anche appunto i nomi delle strade, in particolare in riferimento al periodo squadrista.

In un documento del Comune di Grosseto dell’agosto 1943 (quindi ancora prima dell’inizio della Resistenza) appare evidente come già a seguito del 25 luglio ci si ponesse immediatamente la problematica di cambiare alcuni di questi toponimi (tornando in questo caso a quelli precedenti): ad esempio, a Grosseto si eliminò Piazza Rino Daus, martire del fascismo, squadrista senese della prima ora che aveva partecipato alla cosiddetta “presa di Grosseto” del giugno 1921; nella stessa logica avvenne la trasformazione in Via Piave di Via Ivo Saletti, squadrista che aveva partecipato alla spedizione punitiva su Roccastrada del luglio 1921, colpito poi sulla strada del ritorno o da un’imboscata o per fuoco amico – secondo due ricostruzioni contrapposte difficilmente verificabili –, alla cui morte seguì l’uccisione per rappresaglia da parte dei fascisti di dieci cittadini del paese.

Cippo di Boccheggiano in ricordo dei partigiani Ghiribelli, Malossi e Tompetrini

Se in merito alla memoria dello squadrismo il centenario della marcia su Roma nel 2022 ha avviato una riflessione complessiva, in questo primo tentativo di indagine è difficile pensare di poter anche solo citare, invece, i moltissimi cippi che a partire dal 1945 vengono dedicati ai caduti partigiani, spesso collocati in località davvero impervie e isolate, per cui si rimanda alla mappatura realizzata sul sito ResistenzaToscana creato della Federazione Regionale Toscana delle Associazioni Antifasciste e della Resistenza di cui fanno parte fra le altre ANPI, ANED e FIAP, a partire dal 2003. Fondamentale, però, è soprattutto sottolineare come questi luoghi diventino centrali nelle prime commemorazioni del 25 aprile o in cerimonie che avvengono nella ricorrenza delle date in cui le persone ricordate sono state uccise: i monumenti in questione diventano fin da subito, insomma, luoghi di ricorrente vivificazione rituale del ricordo, incarnando tutta una serie di rituali commemorativi che li hanno tenuti vivi come luoghi di memoria fino ad oggi.

Lapide a Campo al Bizzi (Monterotorndo Marittimo)

Quello che però è soprattutto utile, in quest’ottica, è guardare ad alcuni luoghi che sono centrali nella narrazione “canonica” della Resistenza maremmana, senza alcuna pretesa di esaustività, ma solo come riflessione di partenza sul tema. Ad esempio, la lapide di campo al Bizzi che ricorda l’Eccidio del Frassine (Monterotondo Marittimo) avvenuto il 16 febbraio 1944: posta sul casale che fu bruciato durante il rastrellamento del gruppo di giovani partigiani, in cui persero la vita Otello Gattoli di Massa Marittima, Silvano Benedici di Volterra, Pio Fidanzi di Prata, Salvatore Mancuso di Catania e Remo Meoni di Montale (Pt), è un esempio lampante di tutte le caratteristiche finora evidenziate perché nonostante il notevole isolamento del luogo la lapide (che oggi è stata spostata dal casale, che sta cadendo a pezzi, e inserita in un monumento scultoreo collocato nelle immediate vicinanze) è tuttora commemorata annualmente alla presenza di moltissime persone che la raggiungono dopo una lunga escursione a piedi organizzata dall’Anpi e dal Comune di Monterotondo Marittimo.

Commemorazione al cippo in memoria del tenente Gino (2021)

Simile per perifericità, anche se più elaborato dal punto di vista stilistico, il monumento commemorativo al Tenente Luigi Canzanelli, noto come “tenente Gino”, caduto insieme al suo attendente, il soldato Giovanni Conti, il 7 maggio 1944, a seguito di un’imboscata tesa da un gruppo di nazifascisti, nei pressi di Murci, frazione di Scansano; in questo caso il ricordo si colloca nell’ambito della Resistenza “con le stellette”, trattandosi di militari che aderiscono alle formazioni partigiane e, in questo caso, le guidano. Interessante è notare come questo monumento, collocato nel luogo dell’imboscata, sia stato restaurato nel 2021 dal Comando dei Carabinieri, un soggetto diverso da quelli che tipicamente agiscono quali vettori di memoria. Del resto, la stessa caserma del Comando provinciale dell’Arma di Grosseto è intitolata proprio a Luigi Canzanelli.

Monumento a Ponte del Ricci

Altro monumento particolarmente precoce in provincia di Grosseto è quello di Ponte del Ricci, nel Comune di Roccastrada. Collocato di fatto a un semplice bivio stradale, lontano dai paesi e isolato, si situa in un luogo che si trovò in prossimità del passaggio del fronte, dove il 17 giugno 1944 persero la vita quattro giovani partigiani della formazione “Gramsci” di Roccastrada, fra cui il comandante del distaccamento dei “Lupi rossi” di Montemassi. La memoria di questo episodio si è modificata nel corso del tempo grazie alla ricostruzione storica: dapprima identificato come una strage di civili, grazie alla ricerca di Cinzia Pieraccini del 2005, è stato riconosciuto come un episodio avvenuto durante un combattimento, legato, quindi, a uno scontro a fuoco tra partigiani e tedeschi in ritirata. Il monumento che oggi è presente, e che ha sostituito un semplice cippo con i nomi dei caduti, è stato realizzato nel 1973 dallo scultore Vittorio Basaglia.

Se lo spontaneismo è spesso all’origine di questi primi luoghi di memoria, con gli anni Cinquanta la monumentalizzazione risente maggiormente del discorso nazionale che si struttura sulla Resistenza.  Nell’Italia del centrismo democristiano e dell’alleanza occidentale la tradizione diviene infatti il serbatoio più rassicurante a cui la politica della memoria può attingere; anche per parlare di Resistenza ci si rifà a nodi narrativi che si legano alla pietas o che si rifanno all’interpretazione della Resistenza come a un secondo Risorgimento e che, quindi, interpretano le figure dei partigiani caduti secondo uno schema narrativo che si richiama alla lettura nazional-patriottica del martirio eroico.

Addirittura, a Grosseto la Chiesa cattolica e in particolare la figura del Vescovo Galeazzi contribuiscono negli anni Cinquanta a sottolineare questo aspetto della pietas cristiana fino al punto di cristallizzare in qualche modo la memoria di una “guerra senza Resistenza”. La costruzione della cripta della Chiesa del Sacro Cuore, infatti, contribuisce a incentrare la narrazione della guerra appena trascorsa sulle vittime civili, ricordando in particolare la “strage delle giostre” del 26 aprile 1943, quando nel corso del primo bombardamento subito da Grosseto, persero la vita 134 cittadini tra cui decine di bambini. [4] La narrazione del bombardamento di Pasquetta si manterrà incardinata al registro della pietas anche successivamente; ritroviamo la stessa impostazione, infatti, anche in monumenti successivi che continuano a fare riferimento a un universo simbolico prettamente religioso.

Cripta della Basilica del Sacro Cuore – Memoriale alle vittime dei bombardamenti (anni Cinquanta)

 

Monumento alle vittime dei bombardamenti di Grosseto (2003)

In merito, invece, al topos della Resistenza come “secondo Risorgimento” va precisato che, sebbene il racconto di taglio patriottico fosse già emerso durante la guerra per narrare la Resistenza come sforzo corale del popolo italiano, si strutturerà soprattutto in seguito in contrasto con la narrazione egemonica da parte comunista. Un’altra delle caratteristiche su cui riflettere nei monumenti della Resistenza del primo dopoguerra e degli anni Cinquanta è, quindi, la tendenza diffusa ad aggiungere (o comunque ad affiancare negli spazi pubblici) i nomi dei caduti del 1940-45 e dei caduti della Resistenza ai monumenti dedicati ai caduti della Prima guerra mondiale.

Memoriale ai caduti di Massa Marittima

In questa logica della Resistenza come secondo Risorgimento, in sostanza, essi vengono in qualche modo inseriti, come evidenzia anche Iara Meloni, in un “patriottico abbraccio cumulativo” (Massimo Baioni, Vedere per credere. Il racconto museale dell’Italia unita, 2020).

 

Per esemplificare in relazione al contesto grossetano, non si può non citare il memoriale dei Caduti di Massa Marittima, luogo chiuso al pubblico (aperto solo in alcune occasioni), che raccoglie i caduti delle guerre di indipendenza, i caduti della Prima guerra mondiale, i caduti della campagna di Russia e i caduti della Seconda guerra mondiale, fra cui alcuni partigiani.

Monumento ai caduti della Resistenza, cimitero di Sterpeto (Grosseto)

Allo stesso modo, si può fare riferimento alla terminologia impiegata nel monumento ai caduti della Resistenza realizzato nel 1954 nel cimitero di Sterpeto a Grosseto. Nelle lapidi laterali che fanno parte di questo monumento è interessante soffermarsi sul linguaggio, sulla retorica: una delle targhe recita “i partigiani caduti non risposero ad alcun bando, non alzarono bandiera, l’Italia li aveva chiamati per il suo tricolore morirono” (entra qui in gioco il tricolore, come simbolo evocativo del patriottismo), mentre sulla seconda lapide viene richiamato il “sangue versato per la patria”, in uno schema discorsivo chiaramente inserito in questa logica.

Il terzo tema cui si accennava, evidentemente collegato, è quello della memoria pubblica, militare e combattentistica, quasi epica, della Resistenza a cui si lega la figura dell’eroe, commemorato attraverso un vero e proprio “culto del martire”. Questa interpretazione martirologica della Resistenza è evocata nelle poche rappresentazioni figurative di quegli anni in Maremma, di cui un esempio fra tutti è il cippo di Potassa (la cui rappresentazione scultorea è in questo senso autoevidente). Fu dedicato al partigiano Flavio Agresti, Medaglia d’Argento al valor militare con la seguente motivazione: “In un tragico periodo della Patria invasa dal nemico, si faceva organizzatore ed animatore del Fronte Clandestino di Liberazione nel paese di Scarlino. Offertosi spontaneamente per una difficile e rischiosa missione di collegamento, tra un gruppo e l’altro di patrioti, veniva catturato dai reparti tedeschi. Sottoposto a stringente interrogatorio e ad ogni specie di sevizia e di tortura, onde rivelare l’entità dei patrioti e la missione a lui affidata, si rifiutava decisamente.

Monumento in memoria del partigiano Flavio Agresti

Legato, poi, dietro a un barroccino con le braccia incatenate dietro la schiena e trascinato per diversi chilometri, non avendo voluto tradire i compagni, veniva barbaramente finito da una raffica di fucile mitragliatore, chiudendo, così gloriosamente, una vita interamente dedicata alla Patria”.

Il rapporto fra i concetti di “eroe” e “martire”, ma anche lo slittamento semantico da “vittima” a “caduto per la lotta di Liberazione”, del resto, variano anch’essi al variare dell’evoluzione del discorso pubblico sulla Resistenza, quindi in base al contesto storico di riferimento. Ad esempio, la spinta a una narrazione eroica della Resistenza può essere interpretata come una reazione al clima della fine degli anni Quaranta con il fallimento dell’epurazione e l’avviarsi dei primi processi ai partigiani. Si rifugge in questo momento dal rischio di una “memoria debole”, sia attribuendo anche alle vittime delle stragi nazifasciste la qualifica di caduti per la lotta di Liberazione, sia ricorrendo al lemma del martirio e quindi quasi imponendo al lutto un senso a posteriori, determinato dalla scelta di donare la vita per la causa della lotta partigiana. Ci troviamo di fronte a una forma di narrazione estremamente ricorrente, che permane significativamente anche in monumenti di molto successivi.

Monumento ai Martiri dell’antifascismo e della Resistenza (Monumento ai deportati), Cittadella dello Studente (Grosseto)

Ad esempio, nel monumento ai Martiri dell’antifascismo e della Resistenza (Monumento ai deportati), che pure è del 1985: una composizione architettonica in cemento e metallo, “tempietto moderno”, costituito da linee strutturali orizzontali e verticali, alternate a linee curve, immerso nel verde. Fu progettato da Maria Paola Mugnaini, allora studentessa del Liceo Artistico di Grosseto, in preparazione dell’esame di maturità, con la guida e la collaborazione dell’architetto Pietro Pettini, già docente del Liceo. La Provincia di Grosseto lo realizzò in occasione del quarantesimo Anniversario della Liberazione e fu collocato nella sede attuale, all’interno della Cittadella degli Studi. Si tratta di un monumento completamente astratto, ma al cui interno una targa recita “La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio  – Uno studente fucilato dai nazifascisti il 4 maggio 1944”.

Una riflessione che può essere ampliata grazie agli spunti offerti dallo storico inglese Keith Lowe che, nel 2021, facendo riferimento alle molteplici categorie memoriali di “eroi, martiri, mostri, apocalisse, rinascita”, ha evidenziato che “queste cinque declinazioni della memoria non solo si fanno forza ma si amplificano a vicenda. L’idea dell’Armageddon fornisce il contesto perfetto per l’immaginario condiviso della guerra come scontro titanico intorno all’anima dell’umanità. Gli eroi sono più eroici di fronte al male assoluto contro il quale lottavano; e i mostri sono più mostruosi se ci soffermiamo sull’innocenza dei martiri che hanno torturato. Il fine ultimo è collegare tutte queste immagini, per ottenere la fede in un mondo nuovo, che rinasce dalle ceneri di quello vecchio” (Prigionieri della storia. Che cosa ci insegnano i monumenti della Seconda guerra mondiale sulla memoria di noi stessi, 2021).

Monumento ai martiri d’Istia realizzato dal Comune di Magliano in Toscana a Maiano Lavacchio nel 1964

Un ragionamento estremamente interessante da applicare, in particolare, ai monumenti dedicati ai martiri d’Istia e alle vittime della strage di Niccioleta, su cui ci si soffermerà quindi in conclusione. Nel primo caso, si fa riferimento alla strage fascista avvenuta a Maiano Lavacchio, nel Comune di Magliano in Toscana, il 22 marzo 1944: furono fucilati dai fascisti 11 giovani che avevano rifiutato di arruolarsi nel costituendo esercito della Repubblica sociale italiana, 11 inermi nel sentire popolare, “11 agnelli” nei primissimi canti in ottava rima che diedero forma alla precoce narrazione (strutturata in forme capaci di “passare di bocca in bocca”) di una vicenda che lasciò una cicatrice profondissima nella memoria collettiva grossetana, per la giovane età delle vittime, l’immagine della loro innocenza, per la crudeltà e la barbarie dei carnefici, per il gesto coraggioso del parroco d’Istia d’Ombrone, don Omero Mugnaini, che sfidò le autorità fasciste opponendosi al divieto di dare sepoltura alle vittime.

Successivamente il discorso pubblico che si stava strutturando intorno alla Resistenza trasformerà gli 11 ragazzi giocoforza in partigiani combattenti, partecipi anche da morti dello sforzo corale del popolo maremmano per la Liberazione della provincia. La ricostruzione storica, avviatasi con la raccolta di materiali e fonti documentarie che l’Isgrec ha portato avanti nel corso di ricerche pluriennali (confluite nel volume di Marco Grilli Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei Martiri d’Istia del 2014), ha dimostrato però che sulla possibile scelta partigiana sono possibili solo congetture, mentre di fatto da testimonianze di familiari e amici emerge con forza la scelta di Resistenza civile e non in armi dei ragazzi. Bisogna quindi contestualizzare quella memoria, ricordando che nel dopoguerra la possibilità di una scelta di forte e netta opposizione non in armi al nazifascismo, come quella forse degli 11 “martiri d’Istia”, è preclusa dall’orizzonte del riconoscimento morale: siamo ancora ben lontani da quell’accettazione di una complessità di esperienze e percorsi impostasi poi anche nel senso comune grazie alla feconda categoria interpretativa di Resistenza civile.

La “chiesina” di Maiano Lavacchio

La memoria degli 11 ragazzi di Maiano Lavacchio è impressa in molti luoghi; a Maiano Lavacchio, è presente un tempietto votivo, conosciuto da tutti come “la chiesina”, fatto costruire dalla famiglia Matteini proprio nel punto in cui i ragazzi furono uccisi. Poco distante, il monumento fatto installare dal Comune di Magliano nel 1964, semplice obelisco sormontato da una lanterna funebre. Al suo fianco è presente anche la Casa della memoria al futuro dell’Isgrec, un “progetto partecipato” da cittadini e Istituzioni che ha trasformato un edificio presente sul luogo della strage in uno spazio culturale per la comunità, un laboratorio dove promuovere e produrre arte, cultura e formazione, attraverso l’aggregazione, la coesione e l’inclusione sociale. Un luogo di memoria dove ospitare studenti e stagisti, pensato per custodire una biblioteca ed essere sede di incontri, che è stato inaugurato il 22 marzo 2023 in occasione della 79° commemorazione ufficiale dei Martiri d’Istia.

La Casa della memoria al futuro a Maiano Lavacchio

Altri monumenti e segni di memoria sono dislocati nei paesi di origine delle vittime, a Grosseto, a Cinigiano, a Istia d’Ombrone, ma anche a Ispica in Sicilia e a Serre in provincia di Salerno, da cui provenivano due dei “martiri”, e sono stati mappati e presentati dalla mostra online realizzata dall’Isgrec nel 2021 (https://martiridistia.weebly.com/). Monumento, nel senso più elevato del termine, è anche la lavagna su cui uno dei due giovanissimi fratelli Matteini, nei momenti precedenti la fucilazione, scrisse un messaggio per la mamma, quello straziante “Mamma, Lele e Corrado un bacio” che è diventato uno dei simboli identitari dell’antifascismo grossetano. Oggi la lavagna è conservata nel Municipio di Grosseto, nell’ufficio del primo cittadino, a ricordo indelebile del valore fondante su cui si basa la Costituzione e la convivenza nella civitas.

La lavagna con l’ultimo saluto alla madre dei fratelli Matteini

Come dimostra il caso di Maiano Lavacchio, quella delle stragi è del resto memoria specifica all’interno della più ampia memoria resistenziale dell’intero territorio provinciale. Una memoria che genera un processo di monumentalizzazione estremamente ampio e diffuso a livello territoriale, già evidente nel caso della strage di Maiano Lavacchio e che si riconferma anche nel caso della strage con il più ampio numero di vittime della provincia di Grosseto, quella del villaggio minerario di Niccioleta del 13-14 giugno 1944:[5] in questo episodio le vittime furono 83 minatori, che provenivano dalla provincia intera ed erano arrivati nel piccolo villaggio minerario, soprattutto dal monte Amiata, in cerca di un lavoro, faticoso e pericoloso, ma che potesse garantire vita e sostentamento per sé e per i propri familiari. L’istituzionalizzazione del ricordo si legò di conseguenza ai diversi momenti di traslazione delle salme nei cimiteri di origine[6], in occasione dei quali furono collocati la maggior parte dei monumenti e delle lapidi più antichi.

Tabernacolo dedicato alle vittime di Niccioleta

 

Lastra in memoria di Aurelio Cappelletti, morto a Niccioleta, collocata a Tatti in occasione della traslazione della salma nel 1945

 

Monumento ai caduti di Niccioleta nel Cimitero di Castellazzara, collocato nel dopoguerra in occasione della traslazione delle salme, s.d. (la stele ai caduti di Niccioleta e di tutte le guerre è invece stata collocata nel 1990)

 

Monumento di Giulio Porcinai in memoria dei martiri dell’eccidio di Niccioleta nel Cimitero comunale di Santa Fiora (1951)

 

Lapide a Massa Marittima

 

Lapide a Massa Marittima

La memoria dell’eccidio vide così declinarsi numerose narrazioni su pietra non soltanto a Niccioleta e Castelnuovo Val di Cecina, luoghi delle uccisioni degli 83 minatori, ma in tutta la provincia, sia in monumenti dedicati sia con l’inserimento delle vittime nelle targhe dedicate ai caduti dai differenti Comuni maremmani di origine.

Si tratta inoltre di una monumentalizzazione che si colloca in varie fasi storiche, modificando le sue caratteristiche nel corso del tempo, e che quindi risulta estremamente utile da considerare in relazione al tipo di analisi che si è tentato qui. Un aspetto che si può mettere in evidenza, ad esempio, è quello relativo agli anni Sessanta quando i monumenti, salvo rare eccezioni, si spostano dal luogo degli eccidi nelle piazze principali dei centri abitati, venendo a occupare uno spazio centrale nella narrazione pubblica, come ad esempio succede a Castelnuovo, dove nel ventennale del 1964 oltre al monumento presente nel vallino della fucilazione, viene costruito il Monumento ai Caduti della Niccioleta nella centrale piazza Matteotti. Nello stesso anno a Massa Marittima il carrarese ex partigiano Nardo Duchi realizza il monumento di Parco di Poggio a Massa Marittima: la collocazione è in questo caso simbolica quanto il monumento stesso, che vede i martiri alzare le mani per proteggere la città presente nel panorama immediatamente sottostante.

Massa Marittima (Parco di Poggio), Monumento ai caduti di Niccioleta, scolpito dall’artista carrarese e ex partigiano Nardo Durchi nel 1964

 

Monumento ai Caduti della Niccioleta – Castelnuovo Val di Cecina, piazza Matteotti (1964)

Lo stesso fenomeno di occupazione dello spazio urbano è evidente nel piccolo villaggio di Niccioleta dove alla targa sulla parete prospiciente il cortile dove avvenne la prima fucilazione di sei minatori si sono aggiunti nel corso degli anni a qualche metro di distanza, ma in posizione chiaramente centrata rispetto allo spazio urbano, il cippo commemorativo del 2004 e la targa con i nomi dei minatori uccisi nel 2005, in un processo che satura il luogo simbolico di memorie sovrapposte collocate durante i diversi anniversari.

Lapide a Niccioleta

 

Cippo a Niccioleta

 

Lapide a Niccioleta

Evidente da quest’ultimo esempio è anche come la monumentalizzazione della strage di Niccioleta, dopo una fase di oblio abbastanza prolungato (scrive Paolo Pezzino che nel dopoguerra «la memoria è stata coltivata nelle zone di origine delle famiglie dei minatori, ma il fatto che questi fossero dispersi nell’Amiata, che poi l’eccidio sia avvenuto in un’altra terra ancora, Castelnuovo Val di Cecina, fa sì che la strage di Niccioleta, come altre in Italia, sia stata ben presto dimenticata») abbia ripreso vigore dalla fine degli anni Novanta, con l’avviarsi delle ricerche storiche che portarono a contestualizzare la vicenda nel fenomeno della ritirata aggressiva dell’esercito tedesco (Paolo Pezzino, Storie di guerra civile. L’eccidio di Niccioleta, 2001).

Lapide posta sul teatro-prigione di Castelnuovo Val di Cecina 2016

Segni di memoria sono comparsi quindi anche recentemente, ad esempio nel 2016 è stata apposta una lapide sul teatro-prigione di Castelnuovo Val di Cecina dove i prigionieri trasferiti da Niccioleta furono imprigionati, mentre dal 2022 Niccioleta è stata accolta nella rete dei Paesaggi della memoria.

Il luogo di memoria specifico relativo alla strage è comunque da sempre rappresentato dal Vallino dei Martiri a Castelnuovo Val di Cecina: qui, in mezzo al rumore assordante dei soffioni boraciferi, avvenne il 14 giugno la fucilazione di 77 minatori e qui inizialmente le salme furono seppellite in fosse senza nome. Sul luogo una semplice croce e un cartello individuarono fin da subito lo spazio simbolico della commemorazione; oggi nel Vallino esiste un museo diffuso, realizzato da Isgrec negli anni Duemila con l’apposizione di pannelli esplicativi.

Il vallino subito dopo la strage

 

Il vallino di Castelnuovo Val di Cecina

 

In seguito, in data imprecisata, ma probabilmente già nel 1945, venne costruito subito a monte un monumento che negli anni ha subito una piccola ma significativa trasformazione (emersa grazie al raffronto con le foto storiche, ma non ancora indagata attraverso le fonti d’archivio): sulla facciata del monumento, alla targa originaria, che era molto evocativa ma non faceva riferimento ai fatti, pare sia stata aggiunta in un secondo momento – imprecisato – una parte iniziale descrittiva dell’episodio (mentre sul retro una seconda lapide ricorda i nomi dei 77 minatori uccisi); quasi che il passare del tempo avesse reso necessario un chiarimento rispetto alla vicenda, non più ritenuta autoevidente per chi incappava nel monumento.

Se per luoghi di memoria intendiamo quei luoghi che «sono percepiti dalle popolazioni che li abitano o li conoscono come espressivi di identità legate al loro vissuto, ai racconti dei loro genitori e nonni» è evidente che la capacità di questi luoghi di dialogare con le comunità di riferimento cambia nel tempo, si perde o semplicemente si trasforma con il passare delle generazioni. I segni di pietra della Seconda guerra mondiale e della Resistenza, a ottant’anni dai fatti, paiono sempre più necessitare quindi dell’attenzione degli storici e dell’esercizio attivo di memoria da uomini e donne, singolarmente o in gruppo. Solo così pare possibile preservare ciò che questi monumenti e segni di memoria hanno tutti, quell’aspirazione a raccontare «qualcosa di universale per eccellenza: sia l’opposizione alla tirannia, all’ingiustizia o sia la lotta per i diritti e la libertà, per la liberazione della patria» (Massimo Dadà, Paesaggi della memoria. Dai luoghi alla rete, e viceversa, 2018).

Note
[1] Si veda l’esistenza datata ormai al 2017 dei Paesaggi della memoria, rete di musei e luoghi di memoria dell’Antifascismo, della Deportazione, della Seconda Guerra Mondiale, della Resistenza e della Liberazione in Italia che fa da contraltare all’assenza, fino ad oggi, di un museo a livello nazionale (www.paesaggidellamemoria.it).
[2] Per capire come alla Resistenza del territorio maremmano si è guardato nei diversi momenti storici si possono considerare le diverse opere che al tema si sono approcciate nel contesto locale: ad esempio, I minatori della Maremma di Luciano Bianciardi e Carlo Cassola del 1956; Visi sporchi coscienze pulite. Storia di un piccolo paese minerario della Toscana di Mauro Tognoni, che è del 1975; il racconto autobiografico di Aristeo Banchi, Si va pel mondo. Il partito comunista dalle origini al 1944 che è del 1993. Si tratta di scritti sulla Resistenza o memorialistici che, se comparati, possono ben darci il senso di come è cambiata questa narrazione.
[3] Sui limiti della memoria e della ricostruzione storica dello squadrismo maremmano si veda Ilaria Cansella, L’avvio dello squadrismo in provincia di Grosseto: il 1921 e i fatti di Roccastrada, in Roberto Bianchi (a cura di), 1921. Squadrismo e violenza politica in Toscana, Olschki, 2022.
[4] Cfr. Adolfo Turbanti, Stefano Campagna, Antifascismo, guerra e Resistenze in Maremma, Effigi, Quaderno Isgrec n. 8, 2021.
[5] Cfr. Katia Taddei, Il massacro dei minatori di Niccioleta. 13-14 giugno 1944, su https://www.toscananovecento.it/custom_type/il-massacro-dei-minatori-di-niccioleta-13-14-giugno-1944/.
[6] La prima cerimonia avvenne a Massa Marittima alla fine del settembre 1944. Una grande folla seguì gli autocarri che trasportavano i feretri. In quell’occasione, al parco  della Rimembranza parlò a nome dell’intera cittadinanza il socialista Emilio Zannerini.

Articolo pubblicato nel marzo 2024.




Passi di storia

«Passi di Storia. Luoghi di memorie del ‘900» è un progetto promosso dall’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea in provincia di Pistoia e finanziato dalla Regione Toscana nell’ambito di un bando finalizzato a promuovere la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, politico e culturale dell’antifascismo e della Resistenza in occasione dell’ottantesimo anniversario della Liberazione della Toscana.
Il progetto intende fornire una mappa digitale il più possibile precisa di percorsi strutturati attorno mete legate al patrimonio storico e memoriale della Resistenza e della Seconda Guerra Mondiale nella Provincia di Pistoia. Lo scopo ultimo di Passi di Storia è di connettere luoghi e storie al fine di promuovere la diffusione e la divulgazione della Storia contemporanea attraverso un’esplorazione critica del territorio. I primi due itinerari che abbiamo scelto di realizzare riguardano le vicende del partigiano pistoiese Silvano Fedi e dell’eccidio nazifascista del Padule di Fucecchio, che abbiamo ritenuto significati per il peso che hanno nella memoria e nella storia locale.
Nella fase di ricerca è stato raccolto e studiato il materiale bibliografico disponibile; per ogni percorso abbiamo poi individuato alcune tappe caratterizzate dalla presenza di monumenti, cippi, lapidi, ed edifici di interesse storico e memoriale. Per ogni luogo sono state raccolte le coordinate GPS ed è stato realizzato un archivio fotografico; si è quindi proceduto alla compilazione di una scheda descrittiva che riporta geolocalizzazione, il comune di appartenenza, i riferimenti cronologici, una breve descrizione introduttiva e una più approfondita in cui si illustrano le peculiarità del luogo e si contestualizza l’evento specifico all’interno del percorso. Contestualmente è stata realizzata una scheda che fornisce un quadro generale delle caratteristiche dell’itinerario.
In seguito è stato dato incarico ad un professionista la creazione di un portale web dedicato, sul quale sono state caricate le schede. Sono stati poi acquistati e stampati dei pannelli con un QR-code che rimanda alla scheda descrittiva del singolo luogo sul sito www.passidistoria.it. Una volta ottenuti i permessi dalle amministrazioni pubbliche e dai proprietari privati, si è infine provveduto all’installazione in loco dei pannelli. Per quanto riguarda il sito, esso presenta le schede generali dei percorsi tematici (“L’eccidio del Padule di Fucecchio: dalla tragedia al ricordo”, “Silvano Fedi, luoghi e storia di un partigiano”) corredate da una mappa, sulla quale è possibile visualizzare le varie tappe, e da immagini d’epoca e attuali. Dalla scheda generale è possibile accedere alle pagine dedicate alle singole soste del percorso. I due percorsi si configurano come itinerari percorribili interamente in macchina e in alcuni tratti anche a piedi, a seconda della distanza, dell’interesse storico-paesaggistico e della sicurezza per i pedoni.
Il percorso “Silvano Fedi, luoghi e storia di un partigiano” segue i passi dell’omonimo partigiano pistoiese, morto a 24 anni in combattimento contro i tedeschi vicino Vinacciano (Serravalle Pistoiese) il 29 luglio 1944. L’itinerario, che si snoda tra i comuni di Pistoia, Serravalle Pistoiese, Larciano e Lamporecchio, consente di ripercorrere le vicende biografiche del celebre partigiano e di coglierne il lascito nella memoria storica pistoiese. In questo senso il percorso intreccia la storia personale del comandante delle Squadre Franche Libertarie con quella della Resistenza pistoiese nel suo complesso, connettendo luoghi veramente attraversati da Silvano Fedi con altri che simbolicamente ne
condensano il retaggio attraverso monumenti, cippi e targhe.
L’eccidio del Padule di Fucecchio ebbe luogo il 23 agosto del 1944 a opera di elementi della XXVI divisione corazzata della Wermacht, nel contesto della “ritirata aggressiva” e della strategia terroristica adottata dalle forze di occupazione ai danni della popolazione civile nelle aree prossime al fronte durante ultimi mesi del 1944. Restarono uccise 174 persone nei pressi e all’interno della palude: si trattava per lo più di donne, bambini e anziani. Il percorso tocca alcune delle località teatro delle violenze ed altre che, a partire dal secondo dopoguerra, sono state destinate al ricordo e alla commemorazione delle vittime. Sono interessati cinque comuni della Valdinievole fra le province di Pistoia e Firenze. In molte località, come abbiamo cercato di esplicitare nelle schede, l’interesse per la vicenda dell’eccidio si interseca con quello per la storia precedente e successiva di un territorio le cui peculiarità morfologiche, paesaggistiche e naturalistiche ne fanno un unicum nel contesto nazionale ed internazionale.

«Passi di Storia» è quindi uno strumento di educazione alla cittadinanza e al patrimonio, a disposizione delle scuole e delle organizzazioni della società civile, finalizzato a incrementare lo sviluppo di iniziative didattiche e turistiche. Il portale, in continuo aggiornamento, potrà anche essere implementato per ospitare nuovi percorsi.

Emilio Bartolini è dottore in scienze storiche. Collabora con l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età
Contemporanea in Provincia di Pistoia nella gestione della biblioteca dell’ente e in attività e progetti
inerenti la didattica e la divulgazione storica. Il suo principale interesse di ricerca è la storia ambientale in
età contemporanea.

Luca Cappellini è laureato in Scienze Storiche all’Università di Firenze ed è studioso dell’età contemporanea. È docente presso le scuole superiori Mantellate di Pistoia. Fa parte dell’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia, dove è responsabile della biblioteca e con cui collabora come ricercatore e divulgatore. Ha pubblicato “Genova 2001. Una memoria multimediale” in «Farestoria», III, n.1, 2021; ha pubblicato con Stefano Bartolini e Francesco Cutolo Public History: laboratori partecipativi e memoria pubblica”, in «Clionet», Vol. VII, (2023).

Emanuele Vannucci è laureando in Scienze Storiche all’Università degli Studi di Firenze. Collabora con l’Istituto Storico della Resistenza e dell’età Contemporanea in provincia di Pistoia in progetti inerenti la didattica, la ricerca e la divulgazione storica e l’archivio audiovisivo. I suoi interessi di studio sono legati alla Resistenza, l’Antifascismo e la Seconda Guerra Mondiale.

Articolo pubblicato nel febbraio 2024.




Bandiere sovietiche, ritratti di Lenin e altri cimeli

Nell’ottobre 2023 si è avviato alla sua conclusione il progetto di ricerca promosso dall’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia “L’identità comunista: il PCI in Toscana e il mito dell’URSS”. Il progetto, realizzato grazie al contributo della “Presidenza del Consiglio dei Ministri. Struttura di Missione per la valorizzazione degli anniversari nazionali e della dimensione partecipativa delle nuove generazioni”, ha inteso analizzare e documentare il radicamento del mito sovietico entro il Partito Comunista Italiano in Toscana, dalla data della sua fondazione fino al suo scioglimento. Il libro fotografico Il mito sovietico nel PCI in Toscana, edito
da ISRPT Editore, è il frutto tangibile del suddetto lavoro di ricerca: a cura di Andrea Borelli, il volume riunisce documenti, articoli e foto che richiamano, per l’appunto, quel mito sovietico di cui il PCI e i suoi militanti toscani erano imbevuti, a testimonianza della loro forte connessione politico-sentimentale con l’URSS.
Avendo avuto il piacere di collaborare a quest’opera, in questa sede andrò ad approfondire il “pezzo” di ricerca da me curato, ovvero la raccolta delle fonti iconografiche: fonti che, nel volume, sono confluite in maniera particolare nella sezione Cimeli e souvenir, in quanto il mio obiettivo è stato quello di “catturare”, fotograficamente parlando, oggettistica a tema sovietico dei generi più disparati. Ho quindi deciso di indagare, in primis, sulla presenza di eventuali cimeli sovietici nelle Case del popolo e nei Circoli Arci della Provincia di Pistoia, limitatamente alla zona della piana. Case del popolo e Circoli, spesso, hanno infatti ospitato le sezioni e le cellule del PCI: quali luoghi migliori, dunque, per andare a caccia di memorabilia che richiamassero il collegamento fra PCI e URSS? E, in effetti, nonostante siano ormai passati più di tre decenni dalla Bolognina, posso anticipare che qualche traccia di questo legame è rimasta proprio in quelle costruzioni che dell’attività politica del PCI frequentemente furono teatro.
La mia esplorazione è dunque iniziata coinvolgendo, in totale, una quarantina di Case del popolo e Circoli: c’è purtroppo da dire che, nella grande maggioranza dei casi, i cimeli “del tempo che fu” sono andati perduti nel corso degli anni (vuoi per traslochi, vuoi per rimaneggiamenti dei locali, vuoi per la delusione portata, fra gli attivisti, dalla fine del PCI dopo la cesura della Bolognina). Ho infatti rinvenuto oggetti a tema con la mia ricerca solo in sette Case del popolo e Circoli Arci. Si tratta delle Case del popolo di Tobbiana e Fognano (Comune di Montale), del Circolo Rinascita di Agliana, della Casa del popolo di Bottegone, del Circolo Garibaldi, del Circolo Niccolò Puccini di Capostrada e del Circolo di Iano (tutti siti nel Comune di Pistoia). Purtroppo, per motivi di spazio, non tutti questi Circoli e Case del popolo hanno trovato spazio tra le pagine de Il mito sovietico nel PCI in Toscana; ma, nonostante ciò, tutta l’oggettistica a tema sovietico da essi posseduta è stata fotografata e poi catalogata nel fondo archivistico appositamente creato dall’ISRPT in occasione di questo progetto di ricerca.
È dunque iniziata una sorta di “caccia al tesoro”, al termine della quale sono stati riportati alla luce oggetti di vario tipo a tema URSS: gagliardetti, bandiere, libri, busti, quadri, cartoline e manifesti; l’elemento iconografico ivi raffigurato più di frequente è l’immagine di Lenin, assurto a una sorta di icona pop del comunismo (di profilo, di fronte, realistico, stilizzato e così via). Nella maggior parte dei casi, questi “antichi tesori” sono stati conservati nelle stanze delle Case del popolo e dei Circoli pur essendosi perso, nel tempo, il ricordo della loro provenienza, andata dispersa nel lungo periodo trascorso dal secondo dopoguerra a oggi. Ciò che è sicuro è che ho riscontrato ovunque, di fronte alla mia richiesta di “riesumare le vestigia del passato”, una grande voglia di partecipazione e una certa gioia nell’avere l’occasione di ridonare valore a un patrimonio, ormai storicizzato, testimoniante la passione politica e il legame dei comunisti toscani nei confronti dell’Unione Sovietica. Le bandiere, i quadri, i gagliardetti e tutti gli altri oggetti a tema sovietico non sono infatti solamente delle “cose”, ma sono invece vere e proprie rappresentazioni simboliche di un omaggio a un Paese – l’Unione Sovietica – che, per molti militanti del PCI, rappresentava niente di meno che la concreta realizzazione dell’utopia social-comunista. Spero dunque che questo progetto possa fungere da apripista per un ulteriore lavoro di ricerca sul tema che riesca a coprire l’intera Provincia di Pistoia, in quanto sono pronta a scommettere che altre “reliquie sovietiche” siano in attesa di essere scoperte, proprio nelle tante Case del popolo e nei Circoli Arci disseminati nel nostro territorio. Un patrimonio disperso che, senza dubbio, andrebbe valorizzato come merita, in quanto testimonianza tangibile di quel filo rosso che, per lungo tempo, ha legato la nostra Regione con il Paese dove si pensava – col senno di poi, forse ingenuamente –che la “futura umanità” si fosse incarnata, faro di civiltà a cui tendere e ambire, per un domani e un avvenire migliore.

Daniela Faralli collabora con l’Istituto storico della Resistenza di Pistoia, di cui è membro del consiglio direttivo. Fa parte del comitato redazionale della rivista “Farestoria” ed ha lavorato nell’ambito del progetto di ricerca “Il Mito sovietico dell’URSS in Toscana”, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. 




Il nuovo inventario dell’Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età contemporanea

Nelle prossime settimane sarà presentato al pubblico il nuovo Inventario dell’Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età contemporanea – ISREC (consultabile qui), realizzato con il patrocinio del Ministero della Cultura, e già disponibile e scaricabile in formato PDF dal sito istituzionale, nella sezione ‘Archivio e Biblioteca’. Questo testo nasce dall’esigenza di aggiornare e dare una nuova forma a quello che era stato redatto al momento della catalogazione curata da Antonietta Cutillo e Cecilia Rosa nel 1999. Da allora l’Archivio dell’ISRSEC ha acquisito nuova documentazione e preso in deposito diversi fondi archivistici di persona, donati dai diretti interessati o da eredi, e catalogati via via da Aldo Di Piazza e da altri collaboratori dell’Istituto, in singoli file di lavoro, disponibili presso la Sala studio dell’Ente. Il progetto iniziato tra la fine del 2022 ed il 2023, si è prefisso lo scopo di compiere una revisione di tutti questi cataloghi, frutto del lavoro di mani diverse, ed elaborati in tempi diversi, al fine uniformare il testo e di ottenere uno strumento di ricerca completo ed esaustivo, ma di facile lettura per l’utente che fosse interessato a compiere ricerche all’interno del vasto materiale che compone l’Archivio storico dell’Istituto.

Il risultato è un inventario che si compone della descrizione dei documenti raccolti dall’ISREC nel corso della sua attività, prevalentemente materiali, in originale ed in copia, relativi agli eventi che hanno interessato Siena durante il Governa fascista, la Seconda Guerra Mondiale e la lotta di Resistenza partigiana; la serie che risulta senz’altro essere quella più consistente, è quella che raggruppa la documentazione prodotta dalle Brigate partigiane e dei Gruppi di combattimento, in particolare quella relativa all’attività della Brigata Garibaldi “Spartaco Lavagnini”, operante con i suoi distaccamenti in buona parte della provincia senese. Il catalogo passa poi a descrivere gli archivi aggregati, come ad esempio quelli che raccolgono i documenti relativi all’attività dell’ANPI, a partire dal 1945, e dell’ANPIA, ma soprattutto archivi di persona. Questa sezione è ampia e composita: alcuni fondi raccolgono poche carte specificatamente legate alla Resistenza e all’attività politica – come quelli di Giorgio Salvi e di Giovanni Guastalli –, altri molto consistenti raccontano anche la vita privata e lavorativa dei loro produttori. Così incontriamo, uno dopo l’altro, gli archivi personali del libraio ed editore senese Nello Ticci, di Vittorio Meoni – unico sopravvissuto all’eccidio del Montemaggio, ma anche presidente per molti anni dell’Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’ANPI provinciale di Siena –, di Sergio Vieri – partigiano e in seguito esponente del Partito Comunista Italiano e dirigente della CGIL –, di Martino Bardotti – Deputato della Repubblica sotto le fila della Democrazia Cristiana –, e di Fortunato Avanzati – partigiano, presidente dell’ANPI provinciale di Siena, assessore al Comune di Siena e membro della Segreteria della Federazione senese del PCI. I documenti raccolti in questa serie di archivi aggregati sono variegati e ricchi di contenuti; lo studio e l’approfondimento di questi materiali possono fornire allo studioso della storia contemporanea del territorio senese – e non solo- ampi spunti di indagine.

Questo nuovo strumento di ricerca, al momento consultabile unicamente in formato digitale, ha lo scopo di guidare il ricercatore a comprendere la quantità di tematiche diverse, che è possibile approfondire con lo studio attento di questi documenti, e di dare conto della consistenza e di una sintetica descrizione dei contenuti, per un primo approccio dell’utente all’Archivio. Una guida insomma, che non ha l’intento di descrivere analiticamente, carta per carta, tutto quello che si conserva presso l’Istituto storico della Resistenza senese, ma di invogliare gli studenti delle scuole, gli universitari, gli studiosi che si occupano della storia recente di questo territorio, a visitare questo archivio così ricco di informazioni, che raccontano episodi, più o meno noti, del nostro recente passato.




Gli internati militari follonichesi: nodi storiografici e metodologia di una ricerca

Gli internati militari rappresentano il più consistente gruppo di italiani trattenuti con la forza in Germania durante la guerra: oltre 600.000 furono infatti coloro che opposero un netto rifiuto, determinati a continuare volontariamente la propria reclusione pur di non aderire ancora al progetto nazifascista. Di loro, oltre 40.000 morirono prima di poter riabbracciare le proprie famiglie per le dure condizioni di prigionia a cui furono sottoposti. Dai sondaggi avviati negli archivi di alcuni Comuni della provincia di Grosseto, si intuisce che anche da questo territorio il numero di IMI deportati fu probabilmente abbastanza alto rispetto alle conoscenze acquisite dalla storiografia: il riordino in corso a cura dell’Isgrec dell’Archivio postunitario del Comune di Roccastrada, ad esempio, restituisce un prospetto riassuntivo con una quarantina di nominativi di deportati militari in Germania rientrati nell’ottobre del 1945, mentre una segnalazione del suddetto Comune al Comitato provinciale Reduci dalla prigionia fa presente che “i reduci da rientrare ammontano a circa un centinaio” (Archivio Comunale di Roccastrada, in stato di riordino).

L’internato militare follonichese Lisio Nunzi nel campo di prigionia

Una ricerca condotta dall’Isgrec sul contesto di Cinigiano nel 2015, invece, ha permesso di  avviare un’operazione di recupero della memoria della deportazione che esitò in quel caso in un documentario (Fu la loro scelta. Racconti di Resistenze, prodotto dall’ISGREC e finanziato dal Comune di Cinigiano, che ruota attorno alle interviste rilasciate da testimoni, reduci e internati militari della Seconda guerra mondiale): consentì di mettere in luce tramite le residue memorie orali del territorio la drammaticità dell’esperienza vissuta da tre deportati, cosiddetti “schiavi di Hitler”, privati dei loro diritti, umiliati e sfruttati nelle fabbriche di armi, nell’agricoltura e nei servizi tedeschi, sotto la minaccia dei continui bombardamenti alleati, ma che non vennero mai meno alla loro dignità di uomini, non si piegarono alla follia e alla barbarie, affermando con coraggio un chiaro e forte “no” alla guerra. La metodologia applicata in questo progetto dimostra come la ricostruzione evenemenziale dei percorsi umani sia la base da cui partire per una riflessione di taglio storico anche sul tema della deportazione; una metodologia che permette da un lato di dettagliare e accrescere i profili biografici di partenza, dall’altra mirante all’individuazione del numero più veritiero possibile di deportati.

Opera dell’artista Evrio Cicalini, internato militare

Quella degli IMI fu una Resistenza senza gloria, dimenticata, lontana, nella Germania dei lager, combattuta tra freddo, fame, stenti, malattie su cui una recente iniziativa del Comune di Follonica ha portato i ricercatori delll’ISGREC nuovamente ad indagare, allargando il quadro conoscitivo a un altro Comune della provincia. Infatti, dalla volontà espressa con una mozione dal Consiglio comunale di Follonica di realizzare una ricerca storica che permettesse “di individuare con esattezza i nomi dei follonichesi deportati nei lager nazisti”, è stata affidato all’Isgrec un incarico per il recupero della storia e della memoria degli internati militari di Follonica, portato avanti grazie alla sinergia fondamentale con la sezione Anpi “Virio Ranieri” di Follonica.

Obiettivo della ricerca era quello di procedere a livello locale, tenendo fermo come criterio quello della provenienza generica dal territorio follonichese, per rintracciare i nati o vissuti a Follonica deportati come internati militari dopo l’8 settembre. Questo a partire dai pochi nominativi inizialmente reperiti nel volume del 1996 “Il mi’ paese è libero: fra testimonianze orali e carteggi. Follonica dal 1940 al 1945” e in parte forniti dal Comune, prevedendo sondaggi sulle Banche dati online e tramite il contatto con associazioni dei reduci (in primis l’Associazione nazionale reduci della prigionia – ANRP – e l’Associazione nazionale ex Internati) per la verifica dei nominativi ed eventualmente l’incrocio dei dati.

Targhetta identificativa di Lisio Nunzi, internato nello Stalag V-B di Villingen, nella regione tedesca del Baden-Württemberg

Proprio le competenze maturate dall’Isgrec durante la pluriennale attività di indagine a livello locale sul tema della deportazione razziale (si vedano gli studi condotti da Luciana Rocchi), sulla deportazione politica (con la posa delle pietre di inciampo dedicate ad Albo Bellucci, Giuseppe Scopetani e Italo Ragni davanti al Comune di Grosseto e di quella dedicata a Tullio Mazzoncini a Campo Spillo) e sulla memoria degli IMI, cui già si è accennato, hanno suggerito di procedere a livello locale, tenendo fermo come criterio quello della provenienza dal Comune di Follonica. Una tipologia di lavoro storico che permette di mettere in luce non soltanto alcune figure importanti della storia del territorio, ma anche di evidenziare questioni rilevanti per l’interpretazione del quadro nazionale, che potrebbero tornare utili nel momento in cui verranno realizzate altre ricerche a livello provinciale ma anche regionale.

Targa apposta nella Giornata della Memoria 2023 a Follonica in ricordo degli IMI

Scopo del lavoro, inoltre, è stato anche quello di riportare queste vicende all’interesse collettivo, restituendo a Follonica la memoria storica dei suoi internati militari, ormai quasi dispersa. Proprio per questo motivo, alla ricerca storica vera e propria, che confluirà prossimamente in un volume, si è scelto di affiancare iniziative di public history dedicate alla comunità follonichese, come l’apposizione, a gennaio 2023, di una targa in memoria presso lo spazio antistante il palazzo comunale, con la partecipazione delle autorità cittadine, dell’Anpi e dei ricercatori dell’ISGREC e con il coinvolgimento delle famiglie degli IMI, della cittadinanza e delle scuole. L’iniziativa pubblica ha restituito quindi i risultati della ricerca portando con forza all’attenzione della collettività il tema in maniera simbolica, nella giornata dedicata dalle leggi dello Stato italiano a tenere insieme la memoria della Shoah, cioè lo sterminio e la persecuzione del popolo ebraico, con quella dell’internamento militare e della deportazione politica. La visibilità data dall’evento alla ricerca, ha permesso di raggiungere ulteriori famiglie che conservavano una memoria familiare privata di internamento militare, anche tramite una mail dedicata presso il Comune di Follonica finalizzata alla raccolta di segnalazioni. Ne sono emersi, allo stato attuale, ben 23 nominativi, 23 storie, che rappresentano rispetto al numero iniziale, un notevole allargamento delle conoscenze storiche che riguardano il territorio.

L’invito del Comune di Follonica a rintracciare gli Imi che nella città sono nati o che l’hanno resa la sede della loro crescita personale e professionale, è uno dei gesti istituzionali che contribuisce nel modo più sensibile e concreto, a distanza di ormai ottanta anni, a restituire la riconoscenza mancata verso persone che dedicarono tutti i loro sacrifici per l’Italia. Molto profondo anche il senso di comunità espresso alle origini stesse della ricerca. Non si è infatti trattato di analizzare i follonichesi nati o residenti nella città, per quanto le loro storie siano state ripercorse anche attraverso la ricerca negli archivi dell’anagrafe. Ma si è voluto comprendere tutti coloro che hanno vissuto una parte importante della loro vita a Follonica, contribuendo allo sviluppo della città, o anche alla sua ricostruzione nel dopoguerra. In qualche modo, cioè, parti integranti di una comunità, intesa come insieme di persone e di valori che hanno fatto dell’antifascismo (nel dopoguerra) e del senso civico della memoria (ai nostri giorni) le colonne portanti della propria identità. Quanto voluto da una istituzione cittadina come quella di Follonica è certamente un gesto di grande valore e di importanza storica, sebbene condotta su un numero estremamente ristretto di militari in confronto agli oltre 600mila che vissero la loro stessa esperienza. Ma è fondamentale anzitutto perché restituisce valore al sacrificio fatto dai prigionieri nei campi tedeschi, che dopo lunghi mesi di sofferenze e lavoro forzato tornarono in una patria poco pronta ad accoglierli e a capirli. Si tratta poi di un tassello di un mosaico molto grande che, per quanto necessiti di altri studi locali per andare a completare il panorama complessivo, è pur sempre un esempio ed un punto di partenza importante.

Ruolo matricolare di Rino Burgassi, Archivio di Stato di Grosseto

Lo studio condotto si è avvalso di più fonti. Le testimonianze raccolte hanno rappresentato soltanto la seconda fase di una ricostruzione che, come di dovere, è partita dagli archivi e ha cercato conferme e integrazioni nell’incrocio dei dati e delle informazioni. Gli elenchi di nominativi conosciuti a livello locale (grazie al contributo dell’Associazione Il Golfo) o apparsi su alcune pubblicazioni di vecchia data sono stati analizzati e verificati presso molteplici diversi fondi. Questo ha permesso anzitutto di scartare alcuni militari che, anch’essi prigionieri, non vissero la vicenda dell’internamento in Germania. La ricostruzione degli arruolamenti e della dislocazione dei militari all’8 settembre 1943 si è ricostruita principalmente attraverso i ruoli matricolari custoditi presso l’Archivio di Stato di Grosseto e di alcune altre provincie dove gli internati erano residenti al momento della leva. Le nuove fonti online messe a disposizione da Arolsen e altre iniziative sorte recentemente per valorizzare il sacrificio degli Imi sono parimenti state consultate per ottenere conferme o smentite. Gli archivi di Onorcaduti rappresentano poi la fonte principale per verificare gli eventuali caduti. Una ricerca a livello locale, infine, non poteva prescindere da un approfondito lavoro presso gli uffici dell’anagrafe comunale. L’aver incluso nell’analisi cittadini di Follonica nel senso più ampio, ha infatti implicato che si verificassero gli spostamenti di residenza, per comprendere quando e perché gli internati raggiunsero Follonica, o se ne allontanarono nel corso del dopoguerra. Se tutto questo ha preparato il terreno per la consultazione dei parenti dei militari, è stata fondamentale anche un’intensa opera di ricerca per passaparola al fine di rintracciare i figli, i nipoti e gli altri parenti dei protagonisti di quelle ormai lontane vicende. Da Follonica ci siamo quindi spostati anche in altre città italiane, dove nel tempo le famiglie si sono trasferite. Un percorso di ricerca dunque non facile ma che ha messo in rilievo la partecipazione e la vicinanza di questi nuclei familiari ormai stabilitisi altrove con le origini follonichesi dei genitori.

I familiari di alcuni IMI di Follonica davanti alla targa che ne ricorda la tragica vicenda

Se l’analizzare l’esperienza degli Imi a livello locale presenta alcuni precedenti, alcuni dei quali condotti con studi ben più ampi e completi, quanto svolto a Follonica rappresenta tuttavia una novità non trascurabile. Non sono state ricostruite le storie degli Imi soltanto attraverso le carte d’archivio né con le testimonianze dirette dei reduci, come in gran parte degli studi condotti sino ad ora. Il lavoro si è intenzionalmente allargato allo studio delle conseguenze dell’internamento sulla personalità dei militari dopo il loro rientro in patria e delle reazioni dei familiari e della comunità al ritorno dei prigionieri. Cosa ha lasciato in ognuno di loro la dura esperienza vissuta? Ha influito, e in che misura, nel loro costruirsi una famiglia, trovare lavoro, trascorrere il proprio tempo libero? E ancora: cosa hanno raccontato alle proprie famiglie, e in che modo lo hanno raccontato? Ciò che non hanno voluto dire e spiegare, a cosa fu dovuto? Per rispondere a queste domande la fonte più efficace sono state le testimonianze dei familiari, coloro cioè che in prima persona accolsero o conobbero gli Imi dopo che riuscirono a rientrare in patria. Ascoltando le loro voci si è potuta ricostruire non soltanto la storia della loro vita, ma anche il loro stesso atteggiamento verso l’esperienza subita, ed il loro approccio con i figli e con la comunità locale. Da tante storie diverse e comportamenti diversi si può tuttavia ricostruire un’unica storia: quella della difficoltà per gli internati militari di ricongiungersi con la nuova Italia che trovarono al rientro dalla Germania. Un’Italia che aveva mostrato i suoi nuovi tratti anche a Follonica, impegnata nella ricostruzione e amministrata da nuovi partiti politici e nuove figure istituzionali.

Storiograficamente, infine, lo studio si apre ad un’altra novità: l’utilizzo di testimonianze di seconda generazione. In un panorama in cui molte pubblicazioni, anche di grande valore scientifico, hanno utilizzato le testimonianze dirette degli Imi per ricostruire le vicende della prigionia e del loro ritorno in patria, l’utilizzo di racconti secondari non è ancora sviluppato. Da una parte sembra naturale aver voluto interpellare i testimoni diretti di quelle tragiche esperienze fino a che è stato possibile. Ma ascoltando i parenti degli Imi follonichesi ci è sembrato che le loro testimonianze non fossero un ripiego, una fonte di rimpiazzo. Abbiamo riscoperto piuttosto il loro grande valore per analizzare l’impatto della prigionia sui familiari degli internati e come quei duri mesi in Germania segnarono per sempre le loro vite, lasciando ferite indelebili e sofferenze prolungate. Ma anche qualche insegnamento, sapientemente tramandato ai figli e ai nipoti. Certo, i dettagli della detenzione, del lavoro nei campi, della vita nelle baracche possono subire alcune sfumature passando di generazione in generazione, molti aneddoti possono andare perduti. Le voci dei parenti ci aprono molti altri ambiti di riflessione, sia sulla metabolizzazione del ricordo che sulla sua funzione ed influenza sulla memoria della comunità.

Dino Ferri, libretto del campo di lavoro e prigionia

Le storie emerse sono tutte diverse l’una dall’altra. Hanno in comune alcuni punti cruciali della vicenda degli Imi, come la cattura, il viaggio in Germania, gli aspetti della prigionia. Ma hanno anche tante sfaccettature diverse. Il panorama degli internati follonichesi spazia fra momenti diversi nei quali vennero catturati, e soprattutto in luoghi diversi dello scacchiere di guerra del settembre 1943. Provenivano da famiglie di estrazione sociale, politica ed economica diversa, e questo contribuì a modellare l’impatto con la prigionia e, soprattutto, il loro reinserimento nella società locale del dopoguerra. Appartenevano ad armi e reparti differenti, sebbene nessuno di loro appartenesse al ruolo degli ufficiali. Quello che avevano lasciato a Follonica, o nei loro luoghi di origine, era un contesto altrettanto diversificato. Qualcuno aveva un’attività lavorativa bene avviata, altri erano dei ragazzi che si avvicinavano proprio in quel momento al mondo del lavoro, magari aiutando i genitori o facendo apprendistato in qualche azienda locale. Vi erano padri di famiglia, sposati e con figli, mentre altri erano i figli giovani di famiglie che avrebbero avuto necessità del loro supporto. Conseguenza inevitabile dei reclutamenti fascisti, che univano i richiamati alla leva in un susseguirsi sempre più affannato di nuovi uomini al fronte.

Molto interessanti sono poi le storie delle nuove vite. Se qualcuno tornò, pur con i suoi traumi interiori, alla vita precedente, molti altri iniziarono proprio al loro rientro a Follonica una nuova esistenza. Si sposarono, trovarono un impiego, nel difficile contesto economico dell’immediato dopoguerra, e si reinserirono in modo non sempre semplice nella comunità locale. Un approccio spesso difficile per la scarsa propensione della società di quei mesi ad accogliere e ad ascoltare chi, suo malgrado, ricordava la guerra e la disperazione. Eppure tutti loro avviarono attività a Follonica, collaborarono alla ricostruzione della città, parteciparono attivamente ad iniziative sportive, culturali, ricreative.

Lo studio dell’impatto della prigionia degli internati militari sulle famiglie e sulle comunità in cui vissero dopo il rientro in patria è in gran parte da scrivere. L’interesse mostrato a Follonica dai figli e dai parenti degli Imi ha dimostrato come essi stessero ancora aspettando un riconoscimento del sacrificio dei loro padri. L’adesione al progetto, l’impegno dimostrato nel rendersi disponibili, la loro voglia di raccogliere i documenti che conservano gelosamente e di offrirli alle nostre letture sono tutti segnali di apprezzamento per l’iniziativa di valorizzazione e di memoria che si è voluta realizzare. L’interesse dimostrato anche da persone più giovani, come i nipoti, ci suggerisce anzi che siamo forse in ritardo nell’ascoltare i loro padri. Una terza generazione sembra già a disposizione, almeno a Follonica, per raccontare quanto i loro padri raccontano dei loro padri.




Nel Centenario della Marcia su Roma… aria di revoca… a Montecatini Val di Cecina

Venerdì 28 ottobre 2022 il Consiglio comunale di Montecatini Val di Cecina ha votato all’unanimità la revoca della “Cittadinanza onoraria” conferita a Benito Mussolini l’11 maggio 1924[1] e la rettifica delle denominazioni di “Piazza della Repubblica” e di “Via Ettore Muti”, as-segnate dal commissario prefettizio il 20 novembre 1943[2].
Deliberazioni poi mai revocate, di cui siamo venuti a conoscenza fortuitamente durante il riordi-no, tuttora in corso, delle carte dell’Archivio storico comunale, in precedenza pressoché inaccessibile alla consultazione e mancante di gran parte del materiale documentario risalente proprio al Ventennio.
Tant’è che, ad esempio, la documentazione relativa al conferimento della “Cittadinanza onoraria a Mussolini”, non essendo più disponibile il Registro delle Delibere di Consiglio dell’anno 1924, è stata rinvenuta per puro caso all’interno del faldone contenente il Carteggio del 1930.
Si tratta, appunto, della Deliberazione[3] che faceva seguito all’invito inoltrato ai Comuni, tramite i prefetti, dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo affinché le Amministrazioni riconoscessero il Capo del Governo “Cittadino onorario” entro il 24 maggio 1924, IX Anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia nonché giorno d’insediamento del nuovo Governo (due settimane dopo sarebbe stato assassinato Giacomo Matteotti).
Non sappiamo se unanime, ma grande fu sicuramente l’adesione da parte dei Comuni. Nel caso nostro, a differenza di altre Amministrazioni della Provincia di Pisa, nelle motivazioni del confe-rimento, oltre all’esaltazione della figura del Duce, è possibile riscontrare un evidente risentimen-to ed un senso di rivalsa sull’egemonia socialista iniziata nel lontano 1895. Ma questo è possibile semmai constatarlo consultando il testo della delibera e gli articoli pubblicati nell’occasione sia su “Il Corazziere”[4] sia su “l’Idea Fascista”[5].

A Montecatini le elezioni amministrative del 7 gennaio 1923 sancirono la vittoria della lista fasci-sta che «grazie all’instancabile operosità del Commissario Prefettizio sig. Giulio Malmusi del Fa-scio di Pisa […] ebbe unanime approvazione conquistando maggioranza e minoranza»[6].
La nuova Amministrazione, che faceva seguito a quella socialista eletta il 19 settembre 1920 e di-missionaria dai primi di novembre 1922, non aveva quindi opposizione ed era composta da fa-scisti della prima ora, da ex combattenti e da nazionalisti aderenti al fascismo immediatamente dopo il 28 ottobre, data fatidica che procurò un repentino “mutamento di idee” ed una massiccia iscrizione al Fascio.
Oltre ad una forte rappresentanza del cosiddetto notabilato paesano, per anni relegato ad un ruolo marginale nella politica locale, a far da gregariato nella composizione del Consiglio troviamo ex socialisti massimalisti ed esponenti del sindacalismo rivoluzionario, alcuni dei quali era-no stati protagonisti della Marcia su Roma mentre altri aderirono al PNF giusto in tempo per es-sere annoverati tra i fascisti antemarcia, tramite opportuno ravvedimento pubblico[7].
Nel fervore iniziale, la Giunta guidata da Anselmo Tonelli, non mise tempo in mezzo e nella seduta di insediamento deliberò l’adesione alla Federazione dei Comuni Fascisti[8]; mentre nella riunione del 23 aprile 1923[9], fu stipulato l’abbonamento a “l’Idea Fascista”, organo della Federa-zione Provinciale Pisana, su proposta del Sindaco che ne motivò l’utilità in quanto «in detto giornale si pubblicano i resoconti della Federazione dei Comuni Fascisti».
Fu quello un anno ricco di manifestazioni di gaudio e di esaltazione del regime che culminò con l’inaugurazione del Parco della Rimembranza del 4 novembre, preceduta di pochi giorni dalla Commemorazione della Marcia su Roma nel suo primo anniversario. Una grandiosa celebrazio-ne di cui “Il Corazziere” , oltre a farci partecipi dei discorsi del segretario politico della Sezione fascista, Francesco Mori, e del sindaco Anselmo Tonelli che parlò «in assenza dell’oratore ufficiale Prof. Fanciulli» (esponente di spicco dello squadrismo fiorentino, legato al Fascio X di Lar-derello organizzato da Piero Ginori-Conti, fu assai noto per le scorribande punitive anche in Val di Cecina) sull’opera svolta in un anno dal governo nazionale, ci offre uno spaccato del clima di allora, ben manifesto soprattutto nelle parole di don Cesari che, a quanto risulta, officiò più da “prete prefettizio” che da “pastore di anime”.

[…] Suggestiva la Messa al Campo, nuova per Montecatini, detta in Piazza Vittorio Emanuele, apposi-tamente addobbata, alla quale ha partecipato qualche migliaia di persone. Il paese era imbandierato e molte abitazioni elegantemente addobbate con drappi e arazzi.
[…Dalla Piazza del Municipio (Piazza Garibaldi); n.d.r.] il corteo per Via XX Settembre raggiunse Piazza Vittorio. Dopo l’attenti con la tromba l’arciprete inizia la Messa. Al Vangelo pronunciò un ispirato di-scorso di circostanza esaltante l’opera del Capo del Governo, il sublime sacrificio dei Caduti Fascisti, morti per un grande ideale, per una causa santa: la salvezza dell’Italia dal nemico interno che voleva ri-durre la Patria nostra come fu ridotta la Russia dal bolscevismo […].

Il 1924 si aprì invece con un altro evento di grido: l’annessione di Fiume. Alla notizia della firma del Trattato Italo Jugoslavo del 27 gennaio, a quel che riporta il corrispondente de “l’Idea Fascista”[11], vi fu una vera e propria manifestazione di esultanza per l’avvenimento, con inneggiamenti di piazza a Gabriele D’Annunzio e a Benito Mussolini per aver restituito Fiume all’Italia. Nella Sala del Consiglio «i signori Mario Mori (Segretario politico della Sezione Arditi; n.d.r.), Cav. Anselmo Tonelli, Sindaco e Tertulliano Borri[12], Segretario Comunale […] esaltarono l’opera illumi-nata del Capo del Governo, i Legionari volontari la cui gloria soltanto ora è riconosciuta e valo-rizzata ed ebbero parole di fuoco verso i governanti del passato che col loro nefasto po-li[ti]cantismo tradirono la Città olocausta».
Una dialettica politica segnata dal delirio populista, cui da tempo anche noi abbiamo purtroppo dovuto abituarci.
La partecipazione e l’esultanza per l’avvenimento fu talmente grande che – prosegue il corrispondente Marino Bartolini – «per acclamazione fu approvato l’invio del seguente telegramma a S.E. Mussolini: Popolazione montecatinese dopo manifestazione tripudio per annessione di Fiume sente dovere inviare eccellenza vostra sensi devozione ammirazione sagace opera vostra di Governo. Sindaco Tonelli».
In un contesto simile è facile comprendere perché Montecatini, noto per le sue lontane tradizioni socialiste, risultò tra i Comuni più solerti della provincia di Pisa a conferire la cittadinanza onora-ria a Mussolini, precedendo in quella “rincorsa simbolica” la città di Pisa, seduta del 23 maggio[13]; Pontedera, 22 maggio[14]; e altre località come Volterra, 16 maggio 1924.
Vale la pena, credo, riportare parte della Deliberazione del Consiglio comunale dell’11 maggio 1924[15].

Adunanza del giorno 11 Maggio 1924 di 1a convocazione
Oggetto: Conferimento della cittadinanza onoraria a S.E. Benito Mussolini.
L’anno millenovecentoventiquattro e questo giorno undici del mese di Maggio, alle ore 10,30 in Monte-catini, nella sala delle adunanze […] si è riunito il consiglio Comunale […] Assiste il sottoscritto (Tertul-liano Borri) Segretario per le funzioni di legge […]

Su proposta del Sindaco Cav. Anselmo Tonelli
a sua Eccellenza l’On. Benito Mussolini, Capo del Governo Nazionale, Duce del Fascismo, artefice primo dei più grandi immancabili destini della Patria, valorizzatore della Vittoria, assertore della sacra civiltà latina, che prepara con mano sicu-ra, con cuore ardente, con volontà tenace, la nuova grandezza della Patria Italiana
IL CONSIGLIO COMUNALE,
nella prossima ricorrenza del 24 Maggio
memore, fedele, devoto
a piena entusiastica unanimità
CONFERISCE
la Cittadinanza Onoraria del Comune di Montecatini Val di Cecina, e dà mandato al Sindaco di effettuarne la partecipa-zione mediante un telegramma da esso proposto e così concepito:

«Eccellenza Mussolini,
Civico consesso Montecatini Val di Cecina, adunato Consiglio Comunale, constatato il lavacro elettorale alla fama trentennale sovversivismo questo Comune, riaffermando devozione Governo Nazionale, ammiratore vostre magnifiche doti di Duce e di Capo del Governo Nazionale, seguendo esempio capitale, decreta entusiasto conferimento vostra Eccellenza cittadinanza ono-raria. Sindaco Tonelli»

Tutto il Consiglio in piedi, applaude lungamente al Capo del Governo con entusiastica associazione del pubblico presente. Dal che si è redatto il processo verbale.
Il Presidente: Cav. Anselmo Tonelli – L’Anziano: Orzalesi Adon Noè – Il Segretario: Borri Tertulliano

Ettore Muti

Da notare che in calce all’estratto della Delibera, anch’esso convalidato dal sottoprefetto di Volterra, è riportata la seguente annotazione, alquanto bizzarra ma forse perfettamente in linea con i tempi: «Si dà atto che tutti gli altri Consiglieri assenti dalla adunanza hanno aderito alla presente deliberazione».
Ovviamente dopo la Liberazione erano ben altre le problematiche da risolvere, poi, come spesso accade, il trascorrere del tempo affievolì la memoria o più probabilmente indusse alla rimozione di certi episodi del passato che, a vario titolo, vedevano coinvolti non pochi concittadini che magari nel frattempo con una certa disinvoltura erano abilmente passati a galleggiare se non a sguazzare in acque diverse. Dalle carte in nostro possesso non risulta infatti che la Cittadinanza sia mai stata revocata.
Da qui – senza retropensiero alcuno ma certi delle garanzie offerte dal nostro sistema democrati-co e consapevoli di non trovarci attualmente nelle condizioni in cui versava l’Italia nel primo do-poguerra – la proposta che proprio nel giorno del Centenario della Marcia su Roma, data assai significativa della Storia d’Italia, il Consiglio fosse chiamato a valutare l’opportunità della revoca.
Sappiamo bene che non è possibile disconoscere o mutare la storia (certamente non potrà farlo un atto simbolico a distanza di un secolo).
Ma dovremmo anche sapere che indagare e prender coscienza del nostro passato può aiutare a comprendere e gestire meglio il presente e ad affrontare il futuro con maggior consapevolezza. Nell’esprimersi a favore dell’annullamento di quanto deliberato l’11 maggio 1924, il Consiglio ha colto anche l’opportunità di rafforzare quel comune sentimento di antifascismo che è il principio cardine della nostra Costituzione.
Analogamente, nella medesima riunione consiliare, è stata accolta anche la proposta di rettifica delle denominazioni di Piazza della Repubblica e di Via Ettore Muti (novembre 1943) che rap-presentarono, forse, l’ultimo atto di esaltazione fine a sé stesso di un regime agonizzante.
Una denominazione che tuttavia andò ad assumere (per i successivi 79 anni) un sapore beffardo per la comunità montecatinese, la cui piazza principale era ancora ufficialmente dedicata non alla nostra Repubblica Democratica che prese vita il 2 giugno 1946, ma a quella che fu la Repubblica Sociale Italiana o di Salò. Il disorientamento generale che fece seguito agli eventi del 25 luglio e poi dell’8 settembre 1943, non risparmiò neppure l’Istituzione prefettizia di Pisa[16] .
Dopo la caduta del fascismo e le conseguenti dimissioni del podestà Francesco Mori, il prefetto badogliano Ferdinando Flores, designò Lino Sinicco commissario prefettizio di Montecatini. A seguito poi degli eventi dell’8 settembre fu nominato prefetto di Pisa Francesco Adami, ex con-sole della Milizia nonché fondatore del Fascio repubblicano, che si rese protagonista di atti di violenza, intimidazioni e arresti indiscriminati, tanto da essere ben presto rimosso da tale carica dallo stesso suo patrocinatore, ossia il «Ci penso io» pisano allora ministro dell’Interno, Guido Buffarini Guidi[17].
Adami, nel breve tempo che rimase in carica, nominò commissario del Comune di Montecatini il ragionier Vincenzo Paglianti, fascista della prima ora di Orciatico/Lajatico, un duro e puro assurto ben presto ad incarichi di un certo prestigio, poi esponente non di secondo piano del Fa-scio Repubblicano di Volterra: personaggio, insomma, ad immagine e somiglianza dell’Adami stesso[18].
Questi, immediatamente prima di essere rimosso e sostituito da Oreste Giglioli, con Delibera del 20 novembre 1943[19], in omaggio al «Nuovo Stato Repubblicano» provvide a variare la denomi-nazione di Piazza Vittorio Emanuele in Piazza della Repubblica, che tale sarebbe rimasta, senza alcuna rettifica, anche dopo il 2 giugno 1946.
Non solo, intitolò anche un tratto di Via Roma[20] a Ettore Muti[21]. Fino dai primi di settembre la propaganda fascista presentò Muti come un martire, tanto che a Roma gli fu subito dedicata una piazza. Dedica che avvenne poi in molti Comuni, senza però entrare mai nell’uso comune (Montecatini fu liberato 7 mesi dopo), tanto che Via Roma, pur permanendo l’ufficialità della Delibera commissariale, in pratica non perse mai la denominazione originaria.

I nostri Consiglieri, con la rettifica delle suddette denominazioni – decisione democraticamente valutata e da tutti condivisa – hanno inteso prodigarsi in un segnale simbolico ma non demagogico che restituendo verità e dignità storica al nostro Comune, potesse contribuire a rafforzare l’identità locale, in ossequio ai valori espressi dalla Carta costituzionale dai quali non possiamo prescindere.
Come di consueto, nonostante la particolarità degli argomenti all’ordine del giorno, il Consiglio comunale riunito in sessione straordinaria si è tenuto in pressoché totale assenza di pubblico.
Probabilmente non lo ravvisiamo, ma la mancanza di partecipazione e di attenzione per ciò che esula dal privato, sicuramente ci rende meno liberi.

[…] Vorrei essere libero come un uomo

Come un uomo che ha bisogno
di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio
solamente nella sua democrazia

Che ha il diritto di votare
e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare
ha trovato la sua nuova libertà

La libertà
non è star sopra un albero
non è neanche avere un’opinione
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione […].

Forse attratti da altro, rinunciamo spesso e con facilità a quella libertà cantata da Giorgio Gaber[22], i cui versi, che prendono ispirazione dalla riflessione filosofica di Rousseau, avevano un tempo suggestionato e teoricamente risvegliato le coscienze di molti. Ma partecipare, lo sappia-mo bene, è un esercizio che porta via testa, tempo e denaro, cosicché finiamo frequentemente per delegare altri a rappresentarci nelle nostre istanze e nei nostri pensieri, accontentandoci di un modo diverso di sentirsi liberi.
Consci di vivere da anni una fase storica socialmente buia, dobbiamo comunque sperare che, in mezzo a sì tanta disaffezione e disimpegno, quel segnale scaturito dal Consiglio comunale del 28 ottobre sia stato in qualche modo recepito con lo stesso spirito che ha caratterizzato la discussio-ne nella medesima seduta.
Per ricordare tale evento e dar maggior risalto a quanto deliberato all’unanimità nel Consiglio comunale del 28 ottobre scorso, giorno in cui altrove, con anacronistiche parate e senza remora alcuna, veniva celebrato il Centenario della Marcia su Roma, abbiamo pensato che presentare e distribuire un piccolo volume inerente all’argomento, fosse il modo migliore o più opportuno per onorare i valori ereditati dall’antifascismo nell’anno del 75° Anniversario dell’entrata in vi-gore della Costituzione (1° gennaio 1948). Una correlazione tra due date storiche – 28 ottobre (1922) e 25 aprile (1945) che determinarono l’inizio e la fine dell’era fascista con la Liberazione e, grazie anche all’indubbio contributo della Resistenza, l’avvio di un nuovo percorso democratico.

NOTE:

[1] Si veda il mio A proposito del concittadino Benito Mussolini, in “La Spalletta” del 4 giugno 2022.

[1] Si veda il mio «Una piazza, un nome, due significatiPiazza della Repubblica… Si, ma quale Repubblica?», in “La Spalletta” del 10 settembre 2022.

[1] Archivio Storico Comunale di Montecatini V.C. [ASCMVC], Delibera di Consiglio n. 138 dell’11 maggio 1924.

[1] “Il Corazziere”, a. XLIII, n. 22, 1° maggio 1924.

[1] “l’Idea Fascista”, a. IV, n. 20, 20 maggio 1924.

[1] “Il Corazziere”, a. XLII, n. 2, 14 gennaio 1923; su Malmusi, fascista pisano tra i più esagitati, rimando al mio articolo, L’avvio del Ventennio a Montecatini, in “La Spalletta”, 4 dicembre 2021.

[1] Si veda, ad esempio, “l’Idea Fascista”, a. I, n. 29, 8 ottobre 1922.

[1] ASCMVC, Deliberazioni di Giunta 1921-1926, Del. 18, 11 febbraio 1923.

[1] Ibid…, Del. n. 114.

[1] “Il Corazziere”, a. XLII, n. 44, 4 novembre 1923.

[1] “l’Idea Fascista”, a. IV, n. 5, 3 febbraio 1924.

[1] Tertulliano Borri, il cui incarico era stato ratificato nella seduta consiliare del 18 novembre 1923, ricopriva allora la carica di decurione della MVSN. Addivenuto nel 1926 alla funzione di Commissario di PS, per fatti risalenti al 1935, Borri (Montalcino, 1899 – Cagliari, 1952) nel 1941 fu condannato dal Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato a 30 anni di reclusione per tradimento – «con la minorante del vizio parziale di mente»: venne evidenziata la «strana condotta tenuta dal Borri sin da ragazzo e nel corso del primo conflitto mondiale (fu decorato al V.M. e quindi congedato con il grado di capitano)» e lo si descrive con il dubbio che fosse stato un «ingenuo e nevrotico funzionario patriottico in cerca di gloria e di promozioni, o un nemico dello Stato» –, quindi, nel giugno 1944, venne scarcerato e deportato in Germania per poi essere rimpatriato nel dicembre 1945.

[1] “l’Idea Fascista” del 25 maggio 1924.

[1] “l’Idea Fascista” del 15 giugno 1924.

[1] ASCMVC, Deliberazioni del Consiglio comunale, Del. n. 138, 11 maggio 1924.

[1] In merito, si veda Alberto Cifelli, L’Istituto prefettizio dalla caduta del Fascismo all’Assemblea Costituente. I Prefetti della Liberazione, Roma, Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno, 2008, http://www.ssai.interno.it

[1] Il più estremista e filotedesco dei ministri della Repubblica Sociale Italiana – non estraneo neppure all’eccidio delle Fosse Ardeatine – inviso persino a Mussolini che a fine 1944 lo dimissionò. Con il 25 aprile, dopo aver tentato inutilmente di convincere Mussolini a seguirlo nella fuga in Svizzera, fu arrestato alla frontiera mentre cercava, appunto, di mettersi al sicuro in terra straniera. Condannato a morte da una Corte d’Assise straordinaria, dopo un tentativo fallito di suicidio venne poi giustiziato nel luglio 1945: fu questa l’unica esecuzione delle 35 condanne emesse dalla Corte.

[1] Una cospicua biografia di Paglianti è riportata da Alberto Simoncini nel volume Dal Rosso al Nero, Peccioli, Grafitalia, 2022.

[1] Delibere commissariali n. 1291 e n. 1292 del 20 novembre1943, da ASCMVC, “Libro Delibere Podestà e Giunta 1941-1951”.

[1] Da notare che la denominazione Via Roma era stata assegnata (a Via delle Miniere) nel 1931, per soddisfare la disposizione di Mussolini (1° agosto 1931/IX) di intitolare una via non secondaria dei capoluoghi alla Città Eterna (Culto di Roma: 21 aprile del 753 a.C. Natale di Roma = Festa del Lavoro, dal 1924 in luogo del Primo Maggio).

[1] A Ettore Muti fu intitolato il tratto di Via Roma che dall’incrocio con Via Sant’Antonio conduce fino al Ponte. Fascista della prima ora, eroico aviatore in tutte le guerre del Ventennio, politico, già segretario del PNF, Muti fu ucciso il 24 agosto a Fregene dai Carabinieri mentre cercava di sfuggire all’arresto che, a quanto sembra, si era reso necessario essendo stato segnalato come facente parte di un complotto di fascisti e tedeschi per un attacco su Roma da tenersi il 28 agosto.

[1] Giorgio Gaber, La Libertà, dall’album “Dialogo tra un impiegato e un non so”, Tracce, 1972-1973.

L’articolo è tratto dal volume curato da Rosticci, Un Consiglio comunale particolare, presentato e distribui-to in occasione della ricorrenza del 25 Aprile 2023.
Una manifestazione “un po’ fuori dall’ordinario”, senza la presenza esclusiva dell’oratore di tur-no ed il rituale delle ridondanti frasi di circostanza ma con il coinvolgimento diretto dei giovani, svoltasi nella Sala del Consiglio del Comune di Montecatini Val di Cecina (Pisa) al cospetto di un pubblico insolitamente numeroso.
Forse siamo riusciti a coinvolgere, ad appassionare la gente comune, a renderla, una volta tanto, “protagonista” di una cerimonia che, come di frequente accade, non risulta che fine a sé stessa. E sappiamo bene che le ricorrenze di facciata a lungo andare disamorano, rivelandosi spesso assai più utili al presenzialismo, alla visibilità del personaggio (di solito un politico) chiamato a far da primo attore, che non alle finalità istituzionali.




Il paese più rosso d’Italia.

Il paese più rosso d’Italia (2021), edito dalla Betti Editrice, è un volume scritto dal buonconventino Gino Civitelli.  Civitelli è autore di varie pubblicazioni sulla storia locale, sulla Resistenza, sul movimento operaio e contadino. Il libro, redatto da un militante del partito, non è altro che una testimonianza delle vicende del Partito Comunista Italiano (PCI) nel Senese. In particolare, l’autore cerca di spiegare i motivi del consenso e successo del PCI a Buonconvento, piccolo borgo marginalmente toccato dalla Resistenza che diventò il “paese più rosso della provincia più rossa d’Italia” (p. 11). Attraverso brevi capitoletti, l’autore fornisce una panoramica della storia del PCI dal 1921, anno della sua fondazione, fino la sua dissoluzione nel 1992. In questo modo, Civitelli affronta le più varie tematiche: dalle questioni politiche nazionali (ad. es. il fascismo, il rapporto con il Partito Socialista Italiano, con la Democrazia Cristiana e la Chiesa, la figura di Togliatti e il Compromesso Storico, le Brigate Rosse ecc.), locali (Buonconvento), internazionali (ad. es. il rapporto con gli Alleati nel dopoguerra e con la Russia nel corso del XX secolo), fino a quelle più sociali (ad. es. le donne, i mezzadri, gli operai, le associazioni, ecc.). Il volume, quindi, si muove su un doppio binario ovvero quello cronologico (dal 1921 al 1992) e quello tematico; entrambi si intrecciano fornendo un quadro generale utile a tutti coloro interessati nel conoscere la storia del PCI e nello specifico l’importanza del Partito per Buonconvento e viceversa.

Il libro verte sulla storia di Buonconvento, il rapporto dei buonconventini con il PCI e il consenso che quest’ultimo guadagnò nel paese. Civitelli riconduce il successo del PCI nel territorio, non solo all’antifascismo locale diffuso, in particolare alla mezzadria. Per l’autore, il PCI fu il partito che riuscì a raccogliere la rabbia dei contadini, sintetizzare le rivendicazioni dei mezzadri una volta giunto al potere il fascismo e ricondurle verso gli obiettivi e i miti della Rivoluzione russa. In effetti, mostra come i contadini e gli operai videro nel PCI l’opportunità per raggiungere i propri obiettivi e una prospettiva concreta per il futuro. Secondo Civitelli, Siena era la provincia con la percentuale più alta di mezzadri e Buonconvento il Comune che ne aveva di più (p. 16). È interessante osservare come, attraverso la storia di un paese e del rapporto con il PCI, l’autore riesca a fornire un quadro generale del partito a livello nazionale e internazionale e mostrare quali erano le dinamiche che regolavano e caratterizzavano il partito. Il lettore quindi attraverso una storia micro (Buonconvento) riesce ad osservare una storia macro (la storia del PCI a livello nazionale e internazionale).

Il rapporto micro/macro si osserva anche attraverso i militanti buonconventini e le varie tematiche affrontate da Civitelli nel libro le quali contribuiscono a completare e arricchire il quadro generale della storia del PCI. L’autore, infatti, attraverso le testimonianze degli esponenti locali più noti non soltanto porta alla luce le loro esperienze ma riesce a toccare diversi nodi con valenza più ampia: ad. es. la questione femminile, la propaganda del PCI, la scuola partito, le manifestazioni ecc. In effetti, il libro raccoglie varie testimonianze ed esperienze personali che permettono al lettore conoscere più da vicino il funzionamento del partito e della vita politica e sociale dei singoli individui. Completano il quadro le varie fotografie presenti nel libro che concretizzano l’immaginario di chi legge all’illustrare la realtà così com’era.

Di conseguenza, il libro diventa una vera e propria testimonianza della storia rossa di Buonconvento poiché racchiude parte della vita dello scrittore e di alcuni dei suoi colleghi. Il volume, infatti, verte principalmente sulla conoscenza dell’autore e sulle dichiarazioni o interviste fatte ai suoi pari. Ecco perché tra le pagine del libro, il lettore riesce ad avvertire la posizione e il giudizio, talvolta critico, dell’autore verso il partito di cui ne ha fatto parte. Diventa dunque una valutazione retrospettiva della storia e pertanto rispecchia l’opinione e versione dello scrittore.

In sintesi, Il paese più rosso d’Italia fornisce una panoramica della storia del PCI e della storia di Buonconvento intrecciando la dimensione macro con quella micro lungo la vita del partito e attraverso diverse tematiche. È, quindi, un libro destinato ad un pubblico ampio, interessato nel conoscere la storia del PCI e di Buonconvento attraverso i ricordi, le esperienze, le opinioni dei protagonisti. In questo libro Civitelli ci offre la sua versione.

 




Il Partito comunista italiano a Livorno dal dopoguerra allo scioglimento

Un legame inscindibile. Non può essere definita altrimenti la connessione storica tra Livorno e il Partito comunista italiano, tutt’oggi percepibile nonostante l’epilogo dettato tra il novembre 1989 e il febbraio 1991 dalla svolta della Bolognina. Uno spazio politico, amministrativo e sociale che la mostra organizzata dall’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Livorno (Il Pci a Livorno. Dal dopoguerra allo scioglimento) ha saputo intelligentemente ricostruire, regalando uno spaccato trasversale di quello che il Pci ha rappresentato per la vita repubblicana della città labronica.

Al lavoro di Catia Sonetti, Erika Schiano e Michela Molitierno sono certamente attribuibili vari meriti, in particolare quello di aver riassunto la correlazione tra la storia del partito e la storia del lavoro nella scelta di installare i pannelli all’interno di appositi container portuali. Estrapolata da un’ipotetica cornice museale, la mostra – itinerante e composta da 350 foto – è stata così capace di accentuare ulteriormente uno spazio di rappresentazione orizzontale, lontano dal verticismo istituzionale e concentrato sulla dimensione di piazza e sulla partecipazione della base militante.

241334402_447766106962840_1613773604018022445_nA ciò si sommano altri due aspetti su cui mi vorrei brevemente soffermare. In primo luogo, la valorizzazione della fotografia come documento storico. Gli scatti inseriti nella mostra, per larga parte inediti e provenienti dal fondo Pci dell’Archivio Istoreco e dagli archivi privati di Antonio Brugnoli e Roberto Leonardi, risultano imprescindibili nel consegnare un’impressione più chiara della popolarità, della militanza e dell’evoluzione politica del partito. E ciò tanto per il loro impatto visivo, quanto per il messaggio da essi veicolato. Come sottolineato nell’introduzione al Catalogo da Catia Sonetti, «guardare queste immagini ci [trasmette]» la «percezione precisa del cambiamento sociale, […] antropologico, che ha vissuto il nostro Paese: dai volti di donne e uomini degli inizi del secondo dopoguerra, magri, severi, con i bambini che si fanno carico […] di manifestare con i loro abiti dismessi […], alle immagini degli ultimi decenni di questa storia, con i volti più sorridenti, […] più patinati, […] più televisivi»[1].

Allo stesso tempo, è possibile osservare i frammenti dei cortei o delle adunate come «eventi fotografici»[2] in grado di mostrare il frutto delle scelte compositive dell’autore e la crescente importanza rivestita sul piano proselitistico dalla componente mediatica. Ciò è particolarmente evidente in una delle sei sezioni che compongono la mostra, quella denominata Vita di Partito[3]: ai meravigliosi manifesti ideati da Oriano Niccolai si sommano una serie di scatti capaci di enfatizzare volutamente aspetti specifici dell’universo comunista, dalla “democraticità” delle sezioni[4] alla presenza femminile nelle attività organizzative, passando per le calche durante i comizi e i flussi di militanti (con una particolare attenzione riservata ai più giovani) diretti verso le Feste de l’Unità.

Il secondo punto concerne invece l’importanza dell’infografica elettorale posta all’inizio della mostra. La ricchezza dei dati esposti (dalle amministrative alle politiche) apre invero ad una duplice possibilità: da un lato, quella di valutare l’impatto dei processi nazionali sul piano locale; dall’altro, il peso giocato sulle percentuali dall’intreccio politico cittadino. A ben vedere, il risultato – tra i picchi dell’immediato secondo dopoguerra e la stabilizzazione sopra al 50% degli anni 1976-1987 – mostra una solidità evidente e un’area di riferimento assai vasta, protesa ad andare ben oltre lo «zoccolo duro della base» e a mettere in evidenza l’egemonia giocata dal partito sul versante sociale, politico e culturale della città. Se questa lente bifocale si riflette sulle foto nelle diverse istanze rivendicative (dalla trasformazione delle tematiche occupazionali alle grandi questioni internazionali) e nell’impatto sempre più tangibile della società dei consumi, dal punto di vista statistico può quindi aiutarci a valutare l’incidenza sul contesto labronico del clima del 1948, della crisi del 1956 o delle conseguenze del 1968-1969, fino alla grande stagione di crescita collocabile attorno alla metà degli anni Settanta. A rifletterlo sono altresì i manifesti elettorali e i volantini propagandistici che si alternano alle istantanee, contribuendo a proiettare sui visitatori anche la portata iconografica delle istanze rivendicative ed elettorali.

Attraverso questa molteplicità di aspetti, pertanto, la mostra Il Pci a Livorno ci fornisce un prezioso strumento di analisi e di riflessione. Esperimento unico sul piano regionale, quello avanzato dalle curatrici è stato un tentativo di andare oltre il centenario del Partito comunista d’Italia, così da collocarne le vicende in una cornice di problematizzazione storiografica distante da eventuali letture politicizzate. Un percorso a cui si è aggiunta anche la pubblicazione del volume Pci in Toscana dalla liberazione allo scioglimento. Racconto per immagini (ETS, Pisa 2021), tracciando il pregevole impegno dell’Istoreco Livorno nel ripercorrere con piglio esegetico la narrazione politica predominante sul piano regionale e la sua declinazione su versanti anche poco esplorati come quello sportivo[5].

In sintesi, l’obiettivo posto alla base del progetto può dirsi perciò pienamente raggiunto. Ovvero, quello di dare voce alle immagini per creare un autentico spazio di riflessione, favorendo un supporto reciproco tra storia e memoria (arricchita dagli appuntamenti organizzati nel corso della mostra)[6] oramai sempre più imprescindibile per ipotizzare risposte concrete e formulare al presente le giuste domande.

[1] C. Sonetti (a cura di), Il Partito comunista a italiano a Livorno dal dopoguerra allo scioglimento. Catalogo della mostra, Istoreco Livorno, Livorno 2021, p. 8.

[2] Cfr. A. Mignemi, Lo sguardo e l’immagine. La fotografia come documento storico, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

[3] Le altre cinque sono: Lavoro, Battaglie civili, Pace e questione internazionale, Feste de l’Unità e Sport.

[4] Si veda ad esempio la foto a pagina 82 in: C. Sonetti (a cura di), Il Partito comunista a italiano a Livorno, cit.

[5] Tra le altre iniziative riconducibili al centenario, si ricordano la pubblicazione del volume La vicenda non comune di un militante comunista. Bruno Bernini e le sue carte, scritto da Catia Sonetti e da Michela Molitierno, e il convegno Storia generale e percorsi biografici tra stalinismo e antistalinismo, che si terrà online il prossimo 10 dicembre (2021) e conterà sugli interventi di Antonella Salomoni, Alexander Höbel, Patrick Karlsen, Anna Tonelli e Claudio Rabaglino.

[6] Il 23 settembre, in Piazza Saragat, si è tenuto l’appuntamento Feste de l’Unità: il racconto dei protagonisti e osservatori, durante il quale Catia Sonetti e Michela Berti hanno dialogato con Maurizio Paolini e Claudio Seriacopi. Ha fatto poi seguito l’incontro del 30 settembre, Il Porto e il lavoro a Livorno tra passato e futuro, quando al Palazzo del Portuale è stata allestita una tavola rotonda che ha coinvolto Luciano Guerrieri, Enzo Raugei, Gianfranco Simoncini, Catia Sonetti e Fabrizio Zannotti.