SULLE TRACCE (GIOIOSE) DELLA PANTERA A FIRENZE

Occupì, occupà, occupiamo la città…Occupà, occupì, occupiamo pure qui” cantavano gli universitari fiorentini nel madido gelo notturno di fine febbraio mentre percorrevano furtivi le vie del centro storico armati di stencil e bombolette spray per imprimere sui marciapiedi variopinte orme di pantera: le impronte indicavano i percorsi dalla stazione di Santa Maria Novella  alle diverse facoltà e all’assemblea nazionale che dal 27 febbraio al 9 marzo ha riunito a Firenze, non senza divergenze e litigi, le differenti anime della Pantera.

L’ultimo grande movimento studentesco dei decenni passati, ultimo sussulto generazionale che ha cercato di mettere in discussione le gerarchie del sapere finalizzato al profitto ed è riuscito a scuotere l’opinione pubblica. Fu un movimento diverso dai precedenti dove la politica non poteva essere svincolata da una dimensione umana relazionale: “Ciò che mi è rimasto nel cuore di quella esperienza è la gioia, la felicità con cui tutto avveniva. I dibattiti più belli avvenivano a cena o durante i cineforum, fra imprevisti, come le pizze che si bruciavano, e tante risate[1].

Il 18 gennaio è la data in cui la Pantera fece il suo ingresso ufficiale a Firenze quando alla facoltà di Lettere gli studenti riuniti in assemblea dovevano decidere in che modo dar vita alla loro protesta: i corridoi, le aule erano un continuo scorrere di voci, discussioni, opinioni…“Stipati nell’aula B, al primo piano, pigiati negli atri, nelle scale, nell’ingresso del pianterreno. Chi poteva immaginare questa affluenza…Mille? Chissà, nessuno ha potuto contarli. Il Coordinamento degli studenti di sinistra è allibito, frastornato, non crede ai suoi occhi: che successo! Che meraviglia! Ma lo vedi quanti siamo?[2]. Chissà quanto tempo è passato per vedere un’assemblea così stracolma. “Grazie Ruberti”, dice una ragazza infervorata. È la prima volta per tutti. Il primo vero grande appuntamento di quelli che “si sono rotti le scatole” come dirà, dando voce alla maggioranza, un altro studente[3]. Le speranze di chi spingeva per l’occupazione si opponevano ai timori di coloro che prevedevano uno stravolgimento della loro vita universitaria. Ma quel giorno a Lettere erano davvero pochi: “I contrari parlino ora o mai più…Uno dei Cattolici Popolari tenta di dire qualcosa. Impossibile. È chiaro che i cattolici hanno rinunciato[4]. La decisione da prendere doveva mettere in conto anche che l’occupazione costituiva un atto illegale e quindi perseguibile penalmente. Ma alle 17.30 per alzata di mano si vota ed è un sì all’occupazione senza incertezze. Sulla lavagna una scritta non lasciava dubbi: “Da Palermo al settentrione, un solo grido: occupazione[5]. Ormai è sera e nel buio gli studenti si lasciano euforici. A presidiare la facoltà ne rimane solo qualche decina. Ora il lavoro politico di organizzare la protesta lascia il posto a dove sistemare il sacco a pelo, dove comprare i panini… e dove trovare una chitarra: “Stanotte si canterà. Domani, è un altro giorno. Il primo dell’era della fine del silenzio[6].

Lettere occupata. E’ scoppiato il ’90. Firenze come Roma e Palermo, “La Repubblica”, 19 gennaio 1990.

E nella prima notte tutti a far pulizia nelle aule occupate, “La Repubblica”, 19 gennaio 1990.

L’occupazione di Lettere innescò una reazione a catena coinvolgendo una dopo l’altra molte facoltà fiorentine. Il giorno dopo, furono occupate la facoltà di Fisica, il Dipartimento di Filosofia e Architettura, e in successione il 22 gennaio la facoltà di Magistero, poi il 23 Scienze Politiche, il 24 Chimica, il 25 Agraria… ma dopo il fervore e l’entusiasmo dei primi giorni il movimento dovette misurarsi con il fronte dei “contro occupanti”, costituito sia da coloro che volevano riprendere le lezioni e poter svolgere gli esami disinteressandosi della riforma Ruberti, sia dagli studenti che volevano attuare altre forme di protesta ma non l’occupazione della facoltà: “E il settimo giorno il movimento si è spaccato. Diviso in due, da una parte gli occupanti e dall’altra i legittimisti. Per ora sono ancora cinque Facoltà prese in ostaggio dagli studenti. Assemblee si sono tenute nelle altre facoltà e dipartimenti, ma per ora nessun’altra si è unita al fronte dei ribelli”[7].

L’invasione degli studenti. L’Università è in mano loro: occupate altre 3 facoltà, “La Repubblica”, 20 gennaio 1990.

Il movimento studentesco fiorentino dopo solo una settimana viveva dunque un momento di stasi, nessuna facoltà si aggiungeva a quelle occupate anche se tutte mantenevano lo stato di agitazione con assemblee e proposte di autogestione. Ma nonostante la divisione del mondo universitario con la presa di posizione del fronte di contro occupazione, la protesta continuava e le discussioni sconfinavano dalle mura delle università: la reazione contro la privatizzazione rappresentava una delle cause della protesta ma non la sua esclusiva motivazione. L’opposizione alla riforma si intrecciava con altre lotte che in quel momento attraversavano il Paese, come quella contro le privatizzazioni, o contro la legge Jervolino-Vassalli che prevedeva la detenzione per i consumatori di sostanze stupefacenti, oppure contro la svolta razzista che stava interessando sempre più l’Italia[8]. Ma si volgeva lo sguardo anche oltre i confini nazionali come piazza Tienanmen con la rivolta studentesca soffocata con le armi dal governo cinese, o all’Intifada, la lotta portata aventi dai giovani palestinesi con i sassi e le fionde contro i carri armati israeliani, e nelle facoltà occupate per solidarietà con il popolo palestinese si vedevano le keifa (il classico foulard palestinese) portate al collo da molti studenti.

Inoltre, nel momento in cui le rivendicazioni venivano messe da parte e la voglia di conoscersi provava a superare il confine degli obiettivi comuni, l’occupazione cambiava pelle. Non costituiva ormai soltanto un’azione specifica di protesta contro un progetto di legge o per un disagio dovuto a strutture considerate carenti o per qualcos’altro, ma un bisogno profondo di vivere intensamente insieme a coetanei fino a quel momento guardati distrattamente tra una lezione e l’altra. Senza che se ne rendessero troppo conto gli studenti mettevano a fuoco quello che costituirà il ricordo più nitido di quei mesi: giornate in comune in un posto che per loro non sarebbe più stato quello di prima.

Al centro del movimento vi era la ribellione contro il tempo nuovo liberista e contro la destrutturazione dell’università di massa. Le elaborazioni che in quei giorni nascevano nelle facoltà occupate, non si limitavano esclusivamente ad una critica del sistema universitario, ma inserivano la riforma in un contesto più ampio, quello della ristrutturazione neoliberista della società, anticipando così tematiche ancora oggi attuali[9].

C’è chi giura che dalla Pantera in poi, la politica in città non fu più la stessa[10],  in quel movimento curioso, lungimirante, sinceramente antipartitico, si possono intravedere temi ed ispirazioni che avrebbero caratterizzato anni dopo un evento come il Social Forum. Si percepiva la sensazione che la libertà dei saperi iniziasse ad essere fagocitata da interessi privati, si muovevano le prime critiche alla precarizzazione del mondo del lavoro e vi era un’apertura al sociale che si allargava anche con la lotta al razzismo. Gli studenti, inoltre, si mostravano contrari ad una eccessiva personalizzazione; vi erano, senza dubbio, leader e portavoce, ma il loro ruolo era meno enfatizzato rispetto al ‘68 e agli anni ‘70. La politica istituzionale non gli interessava, ed è per questo che pochi di loro, in seguito, l’hanno scelta.

 

MOVANTA

 

 

A Scienze Politiche ancor prima che iniziasse l’occupazione uscì il primo numero del giornale “Movanta”, che assunse fin dalla nascita il ruolo di bollettino sia di ciò che avveniva in facoltà che all’esterno. Il nome derivava, come i primi redattori amavano scherzarci sopra, da un difetto di pronuncia di un componente della commissione stampa[11]. Nelle intenzioni degli autori vi era l’esigenza di dare a tutti gli studenti un mezzo attraverso cui far circolare notizie, opinioni, critiche, giudizi, creatività. Fin dal primo numero il giornale era strutturato in quattro rubriche:

– relazioni provenienti dalle Commissioni;

– analisi degli articoli sulle vicende universitarie che uscivano sui quotidiani;

– notizie provenienti dalle facoltà occupate e non;

– opinioni degli studenti[12].

La redazione di “Movanta” che aveva la sua sede nell’ex sala professori, ricordava per aspetto e frenesia quella di un piccolo quotidiano locale. La sera venivano raccolti e ordinati gli articoli pronti per la stampa. Così il giornale che usciva a notte fonda costituiva ogni mattina l’occasione per riprendere un filo abbandonato la sera prima. Dal primo numero del 22 gennaio 1990 il giornale è stato la voce della protesta di chi occupava, riempiendo le sue pagine di cronache delle assemblee, di relazioni delle commissioni e soprattutto dei resoconti dell’assemblea nazionale di Firenze, impenetrabile non solo per i giornalisti dei quotidiani nazionali, ma anche per la maggior parte degli studenti che ne era al di fuori[13].

 

TELESQUALO

 

Era il telegiornale del Movimento realizzato da studenti appassionati di video e grafica che andava in onda tutti i giorni nell’aula M della facoltà di Architettura. Sfoderava denti aguzzi verso docenti politici e giornalisti presi di mira con ironia sullo stile del primo Chiambretti. “Telesqualo, il primo telegiornale che esplora gli abissi dell’informazione” questo era l’incipit con cui iniziavano le trasmissioni seguitissime dagli studenti che in quel momento gravitavano per Architettura[14]. Non solo ironico ma sapeva essere anche serio come quando fu intervistato il Presidente del Senato Spadolini a proposito di alcuni fatti di razzismo avvenuti in città. Telesqualo fu il telegiornale che riportava le cronache delle giornate movimentate dell’assemblea nazionale quando tutte le altre televisioni insieme alla stampa venivano lasciate fuori dai cancelli del palasport[15].

 

LA SECONDA ASSEMBLEA NAZIONALE

 

Le pantere ‘pellegrine’ sono arrivate alla spicciolata …sono stati accolti circa 500 studenti alla stazione di Santa Maria Novella. Provenienti da 36 città italiane, con 112 facoltà e 5 atenei al gran completo. Dalla stazione sono stati indirizzati nelle viarie facoltà occupate. E per i più distratti, c’erano tante orme di pantera verniciate nelle vie della città da seguire quasi come nella favola di Pollicino… Problema cibo: panini a pranzo comprati a un banco vendita fatto installare dal comune, mentre la sera la possibilità di cenare alla mensa universitaria esibendo il libretto. Problema notte: dormiranno nelle varie facoltà occupate[16].

Arriva la Pantera. Da domani è assemblea nazionale, “La Repubblica”, 25/26 febbraio 1990.

La Pantera si riunisce. Firenze guarda e tace. Una giornata di caos e tensione, “La Repubblica”, 27 febbraio 1990.

Problemi logistici a parte sarà proprio l’Assemblea Nazionale di Firenze a far esplodere tutte le contraddizioni e i limiti del movimento, malgrado il persistere di un enorme potenziale di mobilitazione studentesca. L’assemblea iniziata il 26 febbraio terminò ufficialmente i lavori il 9 marzo e fu senza alcun dubbio l’assemblea nazionale più lunga della storia dei movimenti sociali. Il risultato dei primi giorni trascorsi fu paradossale: interminabili discussioni per decidere come il Movimento doveva decidere! La questione della delega portò ad un confronto molto teso, con alcuni atenei che non accettavano tale principio. E la ricerca spasmodica di una nuova idea di democrazia degenerò in un democraticismo nei fatti antidemocratico. Si votava per facoltà a prescindere dalla consistenza numerica e quindi dal peso politico specifico tra le varie facoltà, privilegiando così facendo i piccoli atenei che si trovarono ad avere un peso del tutto sproporzionato. E alla fine si arrivava al paradosso che il voto della facoltà più periferica, che magari non era riuscita neanche ad occupare, contava come le facoltà di Lettere di Palermo o di Roma. Ciò che emerse non fu quindi rappresentativo della complessità e della grande radicalità che il Movimento aveva espresso in più di tre mesi di occupazione di 140 facoltà italiane[17].

Le forti divisioni all’interno del movimento erano chiaramente il frutto di un problema di strategia complessiva, inadeguata e confusa. Fax incandescenti che trasmettevano documenti elaborati, discussioni lunghe e appassionate, ma anche drammatiche e laceranti, che testimoniavano di una Pantera che si rincorreva mordendosi la coda. Gli studenti giravano a vuoto senza riuscire a centrare il cuore del problema: quale strategia dovevano adottare per ottenere il ritiro della riforma Ruberti e le dimissioni del Ministro? Anche in questa assemblea nazionale, come a Palermo, l’assenza di una direzione politica nel Movimento e per il movimento e la crisi dei soggetti politici organizzati furono la causa di una mancanza decisionale univoca.

Alla fine, una decisione fu presa, una delle poche decisioni prese a larga maggioranza a conclusione dell’Assemblea: tenere una manifestazione nazionale a Napoli preceduta da una settimana di mobilitazione, rivolta in particolare contro l’articolo 16 della legge 168 considerato “una bomba ad orologeria”[18]. La Pantera percepiva appunto come una vera e propria trappola anti-studentesca la creazione, con l’art. 16, del “Senato degli Studenti” che consisteva nella delega data ad un gruppo di universitari, i quali avevano solo una funzione consultiva, cioè esprimevano pareri non affatto vincolanti. E di questi pareri, secondo gli occupanti, potevano tranquillamente disinteressarsi sia i privati che i baroni di turno.

Gli studenti decisero un termine del 16 aprile per l’abrogazione dell’articolo 16 lanciando un vero e proprio ultimatum al Parlamento. In risposta il ministro Ruberti dichiarò: “Un ultimatum al Parlamento mi preoccupa perché in democrazia gli ultimatum non sono una manifestazione pacifica del pensiero[19].

Nei primi giorni dell’assemblea fu deliberata anche la formazione di un servizio di sorveglianza per le vie del centro storico per scongiurare episodi di intolleranza contro i migranti, dopo il raid razzista avvenuto la notte di carnevale del Martedì Grasso, quando un gruppo di persone col volto mascherato, armati di spranghe, coltelli e mazze da baseball, aggredirono brutalmente alcuni ragazzi magrebini. Le aggressioni descritte come “60 minuti di ferocia”, stile il film Arancia Meccanica, causarono gravi ferite da taglio e fratture a quei poveri malcapitati. Il raid fu un atto razzista organizzato avvenuto nel caos della folla festante del carnevale. L’episodio rappresentò un momento di forte tensione sociale, evidenziando il crescere in città di un certo sentimento xenofobo[20]. Arrivò la ferma condanna delle istituzioni cittadine e del presidente del Senato Spadolini intervistato proprio dal TG del Movimento Telesqualo: “Provo un sentimento di vergogna ogni qualvolta c’è una forma di razzismo, qualunque ne siano le motivazioni. Firenze non è una città razzista, la sua storia è la storia dell’antirazzismo perché è una città che ha inventato i principi dell’Umanesimo e della tolleranza (…), è stata la capitale intellettuale dell’Europa[21]. In segno di protesta anche la comunità senegalese presente in città si mobilitò creando un presidio permanente in piazza Duomo vicino al Battistero iniziando lo sciopero della fame. E sempre per contrastare il razzismo, condannare il raid di carnevale e mostrare solidarietà agli immigrati nordafricani nel mese di aprile fu organizzato in città al Palasport il concerto dei Litfiba e dei CCCP.

Durante i giorni dell’assemblea nazionale, in risposta alle indagini delle Procure della Repubblica sulle occupazioni in corso nei vari atenei italiani, a Padova alcuni studenti il 27 febbraio iniziarono lo sciopero della fame mentre a Torino 200 studenti si autodenunciarono per solidarietà con 124 occupanti denunciati. All’attività investigativa per identificare i responsabili delle occupazioni, inizialmente non corrispose un intervento repressivo di polizia. Tutto sommato il governo italiano fu cauto nella repressione della Pantera, anche nella fase alta delle occupazioni, benché avesse avuto forti tentazioni repressive, complessivamente lasciò mano libera al movimento.

Gli episodi repressivi iniziarono però durante la settimana di mobilitazione indetta dall’assemblea, per poi intensificarsi in un’escalation sempre più provocatoria e arrogante dopo la manifestazione nazionale di Napoli. Ma quella manifestazione segnò un passaggio simbolico negativo. Dopo circa tre mesi di occupazioni e proteste che avevano coinvolto alcune centinaia di miglia di studenti in tutta Italia, il movimento della Pantera sembrava di non essere stato in grado di produrre nessuna contrapposizione diretta contro il ministro Ruberti[22].

La fine dell’occupazione non fu soltanto il passaggio ad un’altra fase del movimento, come si disse in modo ossessivo in tutti i documenti elaborati dalle facoltà. In realtà segnò il punto di non ritorno. Si esaurì la spinta propulsiva e il carattere di massa del movimento. La modalità di lotta delle occupazioni aveva permesso di raccogliere tutto il disagio politico ed esistenziale di un’intera generazione, e offrì l’opportunità di vivere esperienze uniche e irripetibili. La fine delle occupazioni rappresentò la rottura di un’esperienza comunitaria sul piano esistenziale ed emotivo oltre che su quello meramente politico.

Malgrado, dunque, l’ingente mobilitazione sociale, i lavori in Parlamento cominciarono e la legge Ruberti venne approvata con alcune modifiche nel novembre del ‘90. Come spesso accade ai movimenti orizzontali e non strutturati, la Pantera, abbiamo visto, visse un’ondata intensa ma relativamente breve e dopo mesi di occupazione verso aprile la spinta si affievolì e le università ripresero la loro solita attività. Ma il vero paradosso della Pantera è che, pur avendo attraversato molte città e migliaia di studenti, è rimasta in larga parte un movimento “rimosso”, poco raccontato e poco conosciuto. Eppure, è un frammento della nostra storia che ci lascia un lascito prezioso: l’idea che l’università non sia mai soltanto un luogo dove ci impongono di seguire apaticamente lezioni e preparare esami, ma anche uno spazio creativo in cui gli studenti vivono e producono cultura, immaginano alternative, costruiscono reti e comunità.

Ma tracce di quell’esperienza sono ancora presenti in Italia: nei Centri Sociali, che proprio nella Pantera trassero nuova linfa, e ancor oggi sono presenti (quando non vengono sfrattati…) in molti comuni italiani; nella musica Rap, oggi in cima alle classifiche discografiche, la quale se pur basata su tematiche diverse da quelle attuali, si diffuse in quei giorni grazie al tam tam tra le università occupate e alla loro permeabilità alla società esterna; nei graffiti e nella streetart che colorano i muri delle periferie, che quel movimento affermò sempre più nel panorama culturale italiano.

In un’epoca dei profitti in cui tutto sembra accelerato ed efficiente, in cui il tempo universitario è spesso concepito come una corsa ad ostacoli verso il lavoro, ricordare la Pantera significa ricordare un’altra possibilità: rallentare, mettere in discussione lo status quo e riscrivere di proprio pugno le regole, immaginare e sperimentare nuove forme di cittadinanza, occupare simbolicamente uno spazio e crescere per davvero insieme.

 

27 marzo 1990: dopo 111 giorni si smobilita l’occupazione, dove ha iniziato a ruggire la Pantera della Facoltà di lettere di Palermo.

Primavera 1990: Fine delle occupazioni nelle facoltà di Firenze.

9 maggio 1990: entra in vigore l’art. 16 della legge Ruberti, a Firenze gli studenti tentano di occupare simbolicamente il rettorato ma vengono caricati e dispersi dalla polizia.

Giugno 1990 “la Pantera decide di tornare nella savana… (ma non illudetevi) ritornerà![23]

 

 

NOTE:   

[1] Manuela Zadro, Cene povera, assemblea fino a mezzanotte, poi il vino e le chitarre. E nella prima notte da ribelli tutti insieme a pulire le aule, “La Repubblica”, sabato 20 gennaio 1990.

[2] Maria Cristina Carratu, Lettere occupata. È scoppiato il ’90. Firenze come Roma e Palermo, “La Repubblica”, venerdì 19 gennaio 1990.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6]Manuela Zadro, Cronache delle prime ore da “nuovi ribelli”, tra sacchi a pelo, dibattiti e disciplina. E nella prima notte tutti a far pulizia nelle aule occupate, “La Repubblica”, venerdì 19 gennaio 1990.

[7] Sara Casassa, Anna Pampaldi e Manuela Zadro, Ancora uniti, ma un po’ divisi. Gli studenti e il primo dissenso, “La Repubblica”, mercoledì 24 gennaio 1990.

[8] M. Sgobio, I loro incubi sono i nostri. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, cit., p. 103.

[9] Ibidem.

[10] Paolo Giorgetti (a cura di), Le tracce della Pantera. Testimonianze sull’occupazione della Facoltà di Scienza Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze (gennaio-marzo 1990), Il Campo, Roma 1991, p. 47.

[11] Ivi., p.21.

[12] Ibidem.

[13] Ivi, p. 22.

[14] Videogiornali furono prodotti a Bologna, Firenze e Roma. Quelli realizzati a Firenze erano più ironici: alla narrazione di eventi che caratterizzarono l’occupazione, si mescolavano veri e propri sketch e interviste sbeffeggianti a personaggi noti, come Luca Cordero di Montezemolo. È possibile vedere alcune edizioni del videogiornale realizzato dagli studenti di architettura di Firenze, che prendeva il nome di Telesqualo, al link https://www.youtube.com/user/GadonSulis/videos

[15] Cfr., Telesqualo Assemblea Nazionale 1990. I giorni dell’occupazione a Firenze 1990. La Pantera, in https://www.youtube.com/watch?v=kYHgbaPOJOY&t=4s

[16]  Anna Pampaloni e Sara Casassa, La Pantera si riunisce. Firenze guarda e tace. Una giornata di caos e tensione, “La Repubblica”, 27 febbraio 1990.

[17] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., pp. 103-4.

[18] Ivi., p. 111.

[19] Ibidem.

[20] Ferocia razzista fra le maschere, “L’unità”, giovedì 1° marzo 1990.

[21] Varie di Telesqualo in giro per Firenze e le Facoltà occupate nel 1990 “LA PANTERA” servizio del TG3 regionale della Toscana, in  https://www.youtube.com/watch?v=_SKtRGs2MCE

[22] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., p. 115.

[23] Ivi, p. 176.

 

Articolo pubblicato nel mese di giugno 2026.




“LA PANTERA… SIAMO NOI”

Se pensiamo ad un periodo di lotte, di occupazioni, di proteste, di manifestazioni ad opera degli studenti, la mente molto probabilmente riavvolgerebbe il nastro della memoria sino alla fine degli anni Sessanta e più precisamente al ‘68, e forse, risalendo, agli anni Settanta con l’apice del ‘77, ma difficilmente si fermerebbe ad un periodo meno lontano nel tempo come il 1990, quando “un elemento selvaggio irruppe nelle città e nelle Università italiane a turbare i sogni tranquilli di molti” sotto le sembianze di una “Pantera”[1]: un vortice di protesta  durato solo pochi mesi che sconvolse il mondo universitario italiano. Dal 5 dicembre del 1989, quando a Palermo fu occupata la Facoltà di Lettere e Filosofia, la protesta risalì tutta la penisola con ramificazioni che coinvolsero più di cento facoltà, per poi terminare solo nel mese di aprile del ‘90.

Mappa delle occupazioni. Foto scattata alla mostra “La Pantera siamo noi. Il Movimento studentesco del 90, tra protesta, progetti e speranze.” presso il MEUS di Bologna.

Un movimento di lotta studentesco che ebbe dunque breve durata ma di forte impatto sugli Atenei italiani. La protesta ebbe origine attorno al rifiuto del progetto di riforma che prevedeva una trasformazione in senso privatistico dell’Università; relatore di questo disegno di legge era stato Antonio Ruberti, ministro socialista dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica nel governo pentapartito guidato da Giulio Andreotti.

Gli studenti si mobilitarono in numero sempre più crescente concentrando i loro sforzi contro la riforma universitaria, pretendendo il suo ritiro immediato insieme alle dimissioni dello stesso ministro. Una riforma che venne studiata a fondo dagli studenti, soprattutto quanto la privatizzazione avrebbe inciso sull’Università rendendo di fatto le facoltà umanistiche come di serie B rispetto a quelle scientifiche-tecnologiche. Nei mesi di occupazione fu analizzata anche la didattica e la qualità del sapere e gli studenti si organizzarono in commissioni didattiche di facoltà e interfacoltà, producendo molti seminari autogestiti e stilando progetti alternativi sul diritto allo studio. Le occupazioni svilupparono inoltre nuove forme di partecipazione comunitaria, si viveva di giorno e di notte in facoltà, si mangiava insieme (alcune facoltà avevano organizzato delle vere e proprie mense) e oltre a partecipare a gruppi di studio o seminari per la sera venivano organizzate feste, cineforum, spettacoli teatrali e concerti. E a latere delle assemblee e delle feste si vedevano ragazzi cantare e ballare nelle ore più strane e in ogni luogo, si era creato un clima gioioso all’interno di ogni facoltà e vi era la consapevolezza di poter gestire uno spazio prima percepito come arido e ostile e adesso invece luogo di incontro e socializzazione. Si sperimentava non solo l’idea di un’altra università, ma anche l’idea di un altro modo di vivere le relazioni interpersonali, di provare sentimenti, emozioni e valori alternativi a quelli dominanti un po’ come accadeva negli anni fine Sessanta e durante gli anni Settanta. Si percepiva la sensazione di essere protagonisti di un grande movimento nazionale che rafforzava una coscienza politica “di sentirsi parte di uno status collettivo (quello dello studente) che prima era smarrito e confuso nelle mille storie personali di ognuno[2].

Il movimento prese forma in un periodo storico sia di crisi internazionale, dopo la caduta del muro di Berlino, fra lo sfaldamento del blocco Sovietico e l’avvio alla globalizzazione capitalistica, sia nazionale nel momento più alto di una crisi del sistema politico italiano sfociato di lì a poco in Mani Pulite, con l’implosione della “prima Repubblica”, preceduta dalla fine del PCI nel contesto delle profonde trasformazioni geopolitiche avvenute in Europa dell’Est e URSS fra il 1989 e il 1991, a partire dal “crollo” del muro di Berlino. E fu in questo clima di crisi generale che avvenne il risveglio dal letargo degli anni Ottanta con una scintilla scoccata a Palermo che infiammò la protesta in tutti gli atenei italiani.

Da rilevare che la nascita del movimento nel capoluogo siciliano si legò anche alla lotta alla mafia che in quel periodo aveva nel sindaco Leoluca Orlando il suo più autorevole esponente. Il legame fra le lotte fu spontaneo perché la legge Ruberti stabiliva per le imprese l’opportunità di entrare nei consigli di amministrazione delle università, e in Sicilia parlare di apparati produttivi significava parlare di mafia (purtroppo non solo allora…) e quindi ci sarebbe stata la legittimazione formale dell’ingresso della malavita organizzata nei consigli di facoltà[3]. Fin dall’inizio gli studenti palermitani dimostrarono una grande determinazione nel portare avanti la loro protesta, determinazione dimostrata anche quando decisero di mantenere l’occupazione delle facoltà malgrado le feste natalizie, rinunciando a trascorrerle in famiglia. “A Natale con il panettone continueremo l’occupazione” lo slogan che rimbalzò per tutta la penisola facendo scendere migliaia di studenti in Sicilia per le feste[4]. E naturalmente fu enorme la partecipazione ai veglioni di fine anno nelle varie facoltà occupate… Ma a Capodanno scesero tutti in piazza per dimostrare all’opinione pubblica che l’occupazione durante le feste non era soltanto un’occasione per divertirsi e far baldoria ma anche un momento di confronto per l’organizzazione della protesta.

 

LA PANTERA E IL FAX

Perché “Pantera”? Il nome deriva da un fatto di cronaca: una pantera, probabilmente addomesticata da qualche temerario e fuggita dal suo padrone, fu avvistata per le strade romane la notte del 27 dicembre del 1989, ma nessuno riuscì mai a trovarla. Aveva scelto la libertà… “era scappata di casa”, e naturalmente incuteva timore nei cittadini romani. A due giovani pubblicitari Fabio Ferrini e Stefano Maria Palombi questo fatto insolito fece venir in mente lo slogan “La pantera siamo noi” e disegnarono il logo rielaborando il simbolo delle Black Panters americane per poi donarlo agli studenti “ribelli”[5].  Fu accettato all’unanimità come simbolo della loro protesta: metaforicamente stava a significare che gli studenti non sono affatto addomesticati, che vogliono essere liberi, che possono avventurarsi in territori sconosciuti, che possono far paura! “La Pantera affila i denti, lotta insieme agli studenti[6].

Giornale “L’unità”. Foto scattata alla mostra “La Pantera siamo noi. Il Movimento studentesco del 90, tra protesta, progetti e speranze.” presso il MEUS di Bologna.

Il logo giunse agli occupanti proprio il giorno in cui si erano radunati in un’assemblea di interfacoltà alla Sapienza e fu inviato per via fax.  E proprio il fax sarà la vera novità comunicativa del movimento che grazie a questo strumento, in dotazione agli uffici amministrativi, le facoltà occupate si scambiavano messaggi, mozioni, documenti e comunicati stampa: una vera e propria rete fax per comunicare, precursore delle attuali e diffuse mailing list.

Come funzionava la rete fax. Fonte: Archivio Marco Pezzi, Bologna, in Massimiliano Denaro, “1990, il movimento studentesco della Pantera“, Tesi di laurea in Scienze politiche, anno accademico
2005-6.

Sex, Fax e Rock’ n’Rool” scritta che si poteva trovare in alcune segreterie di facoltà o nei corridoi giocando sul ruolo di quel fax diventato ormai l’arma segreta del movimento[7]. Nel linguaggio della Pantera il gioco di parole sembrava prevalere su tutto e si serviva di ricordi, frasi celebri e scampoli di libri di testo… rifacendosi un po’ alla stravaganza, alla derisione e all’umorismo di stampo dadaista: “Ruberti stai in campana se no la Pantera ti sbrana[8].

Ma ci furono anche delle vere e proprie forme artistiche, come i murales intesi dagli studenti come modo per riscrivere i muri delle facoltà. Alla fine del movimento le mura delle università italiane avevano davvero mutato in parte il loro colore, e molti dei grandi murales della Pantera resisteranno per anni. Ma, senza dubbio, l’espressione culturale più rappresentativa e che ebbe maggiore successo è stata la musica Rap italiana: una vera e propria esplosione politica e culturale fece il suo ingresso nelle facoltà occupate e nelle manifestazioni diventando la colonna sonora della contestazione contro la riforma Ruberti. Durante le occupazioni il rap ha cessato di essere un genere di nicchia per trasformarsi in uno strumento di comunicazione politica. Il linguaggio hip hop, con il suo ritmo incalzante, si adattava perfettamente alle esigenze della nuova generazione.

La creatività artistica permeava molte forme di protesta della Pantera, che oltre alla streetart e alla musica rap, realizzò video, happening, flashmob… si ricorda il corteo circense che sfilò per le vie di Roma, una sorta di sfilata in maschera con mimi e momenti di animazione, una manifestazione ironica di derisione, condita da inediti e taglienti slogan, a cui parteciparono più di cinquemila studenti che ebbe il suo momento massimo quando la vasca sotto il tempio di Minerva, ormai senza acqua e usata per lo skateboard, fu riempita di giornali stracciati e su quel “mare in tempesta” fu fatta navigare una barca di carta, simbolo del movimento in balia della “stampa di regime”[9].

La stampa nazionale inizialmente dette poco risalto, quasi ignorando, le occupazioni delle facoltà degli studenti palermitani, forse immaginando che fosse una protesta circoscritta in seno all’isola siciliana. Solo i due quotidiani locali, “Il giornale di Sicilia” e “L’Ora” ne davano notizia schierandosi l’uno contro e l’altro a favore: il primo criticava l’occupazione perché egemonizzata soltanto da una parte di studenti che non lasciavano alcun spazio a coloro che volevano continuare le lezioni; il secondo invece appoggiava appieno la protesta al punto tale di farsi promotore di un’iniziativa giornalistica che rimarrà quasi unica nello scenario editoriale italiano, offrendo agli stessi studenti una pagina settimanale sotto la cura tecnica della redazione, continuando però a commentare indipendentemente le loro iniziative[10]. Ma ci fu un momento in cui la Pantera rimbalzò su tutti i quotidiani nazionali, manifestandosi appunto come quella “stampa di regime” agli occhi di chi occupava: i primi di febbraio in un seminario autogestito del movimento romano “Vecchi e nuovi movimenti”, prese la parola un ex brigatista raccontando la propria esperienza nella lotta armata. Questo bastò per scatenare il giorno dopo la stampa nazionale: La Pantera nella trappola del terrorismo (Corriere della sera), Un’ombra sulla Pantera (Il Messaggero), L’ex BR al movimento: grazie a voi gli anni Ottanta sono proprio finiti (La Repubblica) … titoli del genere si sprecarono su quasi tutti i giornali. Una valanga di critiche volte a screditare il movimento studentesco che fino ad allora aveva cercato di apparire con intenti non ideologici ma trasversali e mai violenti[11]. “Non siamo terroristi. Giornali e televisione, in questi giorni, hanno affermato che vi sono state lezioni tenute da brigatisti all’Università occupata. Queste notizie sono false e tendenziose e tendono a screditarci agli occhi della gente che ci appoggia. Siamo un movimento democratico, apartitico e pacifico che mai si potrebbe riconoscere negli ideali del terrorismo (…)[12].

Pacifici, democratici e antifascisti” con questa dichiarazione si aprivano un po’ tutte le mozioni delle facoltà occupate, ed era come una volontà nel voler ribadire la propria identità per sfuggire dall’equivoco di apparire come un movimento impolitico o corporativo, e soprattutto per non rimanere intrappolati dall’egemonia delle organizzazioni politiche.

 

SAMARCANDA

Il rapporto con la stampa fin dall’inizio fu, dunque, complicato e contraddittorio; vi era una forte diffidenza nei confronti dei mass media responsabili secondo l’opinione degli studenti di travisare metodicamente il movimento. E infatti a tal proposito rifiutarono di intervenire in qualsiasi trasmissione televisiva che non fosse in diretta per paura di possibili manipolazioni senza possibilità di controllo. Si dovette attendere il giornalista Santoro con la sua trasmissione in diretta “Samarcanda” per avere visibilità in un canale nazionale e poter sfruttare l’occasione non solo per propagandare le occupazioni, ma anche per illustrare le proprie ragioni facendo piazza pulita di tanti equivoci. Il collegamento avvenne con gli studenti romani assiepati nell’aula 1 di Lettere e con quelli nell’Aula magna dell’università di Palermo. Quella trasmissione rappresentò un vero e proprio salto di qualità per l’intero movimento, che finalmente poteva farsi portavoce di un malcontento generale per il sistema universitario alla luce della riforma Ruberti, avendo un uditorio a livello nazionale senza correre il rischio di manipolazioni e fraintendimenti. Ora gli studenti potevano esprimersi senza mediazione e farsi conoscere per quello che rappresentavano dagli italiani: nessuno poteva più giocare sulle comode mistificazioni dei bravi ragazzi che vogliono solo una maggiore efficienza, o di una massa di indolenti che hanno trovato il pretesto per divertirsi anziché studiare e seguire le lezioni[13].

 

31 GENNAIO 1990: PRIMA ASSEMBLEA NAZIONALE A PALERMO

Non poteva che essere indetta a Palermo la prima assemblea nazionale, la città da cui era partita la protesta della Pantera, il centro propulsore del movimento. Nell’aspettativa di molti doveva essere un momento in cui il movimento trovava una forma di organizzazione democratica nazionale, un momento di confronto sulla linea politica da seguire, un’assemblea che avrebbe dovuto fornire spunti per la mobilitazione e su come ottenere il ritiro del disegno di legge Ruberti… e invece non avvenne niente di tutto ciò. Giunsero nel capoluogo siciliano studenti da tutta Italia, e già cominciarono i primi contrasti in quanto alcune facoltà non avevano accettato la regola dei 6 delegati, decidendo di essere rappresentate solo da studenti a titolo personale. Ci furono, quindi, centinaia e centinaia di presenze in più rispetto al numero preventivato rendendo impossibile effettuare l’assemblea: l’Aula Magna era praticamente assediata da migliaia di persone dentro e anche al di fuori che volevano partecipare al dibattito. Fu deciso di rimandarla il giorno dopo e di svolgerla all’aperto per garantire la possibilità a tutti di parteciparvi. Ma l’assenza di una direzione politica unita alla forte spontaneità del movimento crearono caos e confusione al punto che l’Assemblea di Palermo non riuscì a prendere decisioni nemmeno sulle cose più elementari… l’unica decisione presa fu continuare l’occupazione. Un’occupazione che cominciava sempre più a pesare sugli Atenei e sulla politica italiana e iniziarono le pressioni sugli studenti per far riprendere le lezioni e consentire lo svolgimento degli esami; come in un coro l’invocazione dei Rettori, dei partiti e delle più alte cariche dello Stato ripetevano come ad libidum: “Liberate gli atenei e accogliete l’offerta di trattare avanzata dal ministro Ruberti”.

Ma la Pantera non arretrava e la mobilitazione continuò coinvolgendo ancora più facoltà lungo tutta la penisola. Così come continuavano le critiche degli studenti contro quella mentalità liberista che avrebbe poi indirizzato le successive riforme dell’istruzione: quella massimizzazione dei profitti come scopo principale, se non l’unico, verso il quale la società doveva tendere[14].

 

 

NOTE:

[1] Nando Simeone, Gli studenti della Pantera. Storia di un movimento rimosso, Alegre, Roma 2010, P. 78.

[2] Ivi, p. 67.

[3] Cfr. Michele Sgobio, I loro incubi sono i nostri. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, “Diacronie studi di storia contemporanea”, 49 1/2022, pp. 114-15, e Luca Falciola, Le premesse di una nuova sinistra, in La meglio gioventù. Dalla Pantera ai nuovi movimenti, Left, Roma 2020, pp. 27-35

[4] Rino Csscio, Cenone in facoltà, in “Manifesto”, 3 gennaio 1990.

[5] La storia del logo la racconta Nando Simeone a pagina 75-6 del suo Gli studenti della Pantera, cit. Una storia un po’ diversa emerge dal racconto del Duka, all’epoca membro dell’Onda rossa, il quale sostiene che il simbolo furono loro a portarlo da Milano, stampato su di un volantino con la traduzione dei testi dei Public Enemy ricevuto al Cox18. PHILOPAT, Marco, Lumi di punk, Milano, Agenzia X, 2006, p. 64, in M. Sgobio, I loro incubi sono i nostri. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, cit., pp. 128-29.

[6] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., p. 78.

[7] Cfr. Massimiliano Denaro, Cento giorni. Cronache del movimento studentesco della Pantera, Marsala, Navarra Editore, 2007.

[8] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., p. 77.

[9] Carmelo Albanese, C’era un’Onda chiamata Pantera, Manifestolibri, Roma 2010, p. 66.

[10] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., pp. 56-7.

[11] Ivi, pp. 94-5.

[12] Lettera aperta degli studenti della Facoltà di Scienze Politiche occupata di Palermo, in Ivi, pp. 162-3.

[13] Ivi, p. 68.

[14] Cfr. Pietro Maltese, La Pantera: il primo movimento contro l’università neoliberale, Istituto poligrafico europeo, Palermo 2021.

 

Articolo pubblicato nel mese di giugno 2026.




LE GIORNATE DI APRILE 1975

Gli anni Settanta furono anni

troppo disordinati, troppo agitati, troppo pieni

di vita perché li si ricordi solo come una pedante raffica di spari”

Michele Serra

Il 16 aprile del 1975 a Milano fu indetta una manifestazione per sensibilizzare l’opinione pubblica su temi inerenti il diritto alla casa. Una volta sciolto il corteo alcuni militanti del movimento studentesco incrociarono per strada tre ragazzi appartenenti al FUAN (organizzazione universitaria di destra) intenti a svolgere un volantinaggio. Riconosciuti dai militanti di sinistra furono aggrediti: due riuscirono a scappare mentre il terzo, Antonio Braggion di 22 anni, si rifugiò all’interno della propria auto, una mini minor che fu colpita ripetutamente con oggetti contundenti mandandone in frantumi i vetri. Braggion all’interno della vettura esplose tre colpi di rivoltella di cui uno ferì a morte lo studente diciasettenne Claudio Varalli, militante del Movimento dei lavoratori per il Socialismo. “Giace al suolo un giovane vestito di jeans e col giaccone verde”, annunciavano le agenzie di stampa del 18 aprile1. Il neofascista Braggion poi riuscì a fuggire eclissandosi nel traffico milanese e dopo una latitanza all’estero, nel 1978, sarà condannato a cinque anni di carcere per “eccesso di legittima difesa” ed altri cinque “per detenzione abusiva di arma da fuoco”, pena che poi sarà ridotta in secondo grado.

Il giorno dopo, il 17 aprile, nel capoluogo lombardo venne indetta una manifestazione di protesta per l’omicidio del Varalli: un corteo assai corposo da piazza Cavour prese la direzione verso la sede del Msi in via Mancini dove poco dopo iniziarono i tafferugli fra manifestanti da una parte e polizia e carabinieri dall’altra. Nel bel mezzo della guerriglia urbana un autocarro dei carabinieri, dopo numerosi caroselli in via XXII Marzo per disperdere i manifestanti, salito sul marciapiede travolge Giannino Zibecchi, insegnate di educazione fisica, militante del Coordinamento dei comitati antifascisti, schiacciandogli il cranio con la ruota anteriore sinistra. Lo Zibecchi rimarrà a terra con il viso orrendamente sfigurato e la materia celebrale che fuoriesce dalla sua testa2.

Alla guida dell’autocarro c’era il carabiniere diciottenne Sergio Chiarieri che al processo verrà assolto dal reato ascrittogli per insufficienza di prove.

Claudio Varalli e Giannino Zibecchi

 

Murales a Orgosolo. Per Giannino Zibecchi e Claudio Varalli, aprile 1975.

Sempre il 17 aprile, questa volta a Torino, in un quartiere operaio di periferia, un gruppo di compagni del comitato per la lotta per la casa di Falchera stava sistemando la nuova sede appena liberata, un semplice box auto che la guardia giurata Paolo Fiocco si era preso in più oltre a quello già assegnatogli dall’istituto IACP (Istituto Autonomo Case Popolari). In quel box il comitato per la casa avrebbe voluto fare una sala riunioni, e siccome a niente valsero le richieste fatte al Fiocco per liberarlo, quella sera venne deciso di riappropriarsene. E così che la guardia giurata, non condividendo quello che sentiva come un esproprio, quella stessa sera con la sua pistola di ordinanza sparò in faccia a Tonino Miccichè, ritenuto responsabile del maltolto in quanto una delle figure più importanti del comitato3.

Arriviamo al 18 aprile a Firenze dove si mobilitano diverse realtà per manifestare contro gli omicidi dei giorni precedenti4: dagli studenti medi agli universitari, dall’ANPI al PCI, e a tutti coloro rimasti indignati da questo continuo spargimento di sangue. Gli studenti si muovono in corteo durante la mattinata, mentre la manifestazione generale cittadina partirà nel tardo pomeriggio. Già dalla mattina però l’obiettivo è chiaro: raggiungere piazza Indipendenza dove si trovava la sede del Msi, ma al primo tentativo di avvicinamento seguono immediatamente le cariche della celere che disperdono i manifestanti facendoli desistere dal loro intento. Poi nel pomeriggio, dopo aver sfilato per le vie della città, quando il corteo si scioglie i manifestanti a piccoli gruppi raggiungono piazza Indipendenza. Qui stazionano già dalla mattina polizia e carabinieri in assetto antisommossa schierati a difesa della sede missina. E’ un attimo, all’improvviso parte la carica delle forze dell’ordine e iniziano i tumulti: l’aria diventa irrespirabile, nebbia di lacrimogeni, vampate di bottiglie molotov, lanci di pietre e bulloni, getti di idrante, automezzi dati alle fiamme, devastazioni, barricate… scontri violenti che si protraggono fino a tarda sera. L’intero quartiere di San Lorenzo rimase al buio senza illuminazione pubblica, non sappiamo se per un guasto o per una scelta deliberata, di fatto nelle strade si creò un clima di terrore con camionette della celere e dei carabinieri che sfrecciavano anche a fari spenti5. Inoltre più testimonianze hanno dichiarato che quella sera agenti in borghese si muovevano sul territorio in cerca di manifestanti facinorosi6

In questo clima di guerriglia urbana intorno alle ore 23.00 rimase a terra colpito alla nuca da un colpo di pistola Rodolfo Boschi, detto Foffo, operaio dell’ENEL iscritto al partito comunista, conosciuto in città come giocatore dei Bianchi di San Frediano del Calcio Storico. Dai ricordi dei suoi amici e conoscenti appare uno di quei giovani schietti dal cuore generoso e coraggioso, un cuore che quella sera del 18 aprile probabilmente l’aveva portato dove sentiva che ci sarebbe stato bisogno del suo impegno e della sua generosità per protestare e per interrompere definitivamente quella terribile catena di giovani morti ammazzati. E invece il destino fece si che Rodolfo diventasse l’ennesimo anello di quella stessa catena7.

Rodolfo Boschi colpito non ce la farà a sopravvivere e il suo cuore cesserà di battere la mattina successiva del 19 aprile alle ore 7.00. A sparare è stato uno degli agenti dell’ufficio politico della questura, Oreste Basile, che dichiarerà di aver risposto al fuoco nemico. A terra, poco distante dal Boschi, giace ferito, non in modo grave, anche Francesco Panichi, militante di Autonomia Operaia, accanto al quale viene ritrovata una pistola. Le testimonianze in merito ai fatti accaduti sono discordanti: c’è chi afferma di aver visto il Panichi impugnare una pistola, mentre altri dichiarano che a sparare è stato un altro individuo allontanatosi poi in tutta fretta su una 128 verde posteggiata in fondo a via Nazionale8. Al militante di Autonomia Operaia verrà comminata la pena di 10 anni di reclusione, mentre l’agente di polizia sarà condannato a 8 mesi con la condizionale “per eccesso colposo di legittima difesa”9.

Mentre la notizia dell’ennesimo manifestante ucciso in piazza si diffonde in tutta Italia, il PCI pubblica un documento in cui declina la responsabilità della morte del Boschi a gruppi di teppisti e provocatori che hanno fatto “versare il sangue innocente di un giovane lavoratore”10. Il partito sembra orientato ad alimentare una vera e propria campagna per l’arresto del Panichi, reo, secondo loro, di esser giunto sui luoghi degli scontri armato di pistola. Quindi si auspica che la polizia concentri il proprio operato contro i presunti provocatori in modo da “impedire che si scavi un solco profondo tra i lavoratori fiorentini e le sue forze di polizia e si crei una contrapposizione”11.

Dall’altra parte la sinistra extraparlamentare accusa il PCI di essersi inventato il mostro e di averlo indebitamente sbattuto in prima pagina.

E da questo momento in poi il rapporto fra il partito comunista e la sua ala extraparlamentare, soprattutto Autonomia Operaia, acquisterà i toni di uno scontro particolarmente virulento che avrà successivamente il suo apice qualche tempo dopo all’Università della Sapienza a Roma quando a Luciano Lama Segretario Generale della CGIL, sindacato vicino alla posizioni del PCI, verrà impedito di parlare contestandolo sonoramente con atteggiamenti di estrema violenza. “La cacciata di Lama” espressione con cui è ricordato l’avvenimento, fu uno degli eventi più rappresentativi del fermento politico poi passato alla storia come Movimento del Settantasette12.

Le giornate di aprile possono essere considerate quel punto di non ritorno per molti giovani della sinistra extraparlamentare che scelgono lo scontro violento in piazza con l’uso delle armi, o decidono di sposare la lotta armata entrando a far parte delle organizzazioni terroristiche tipo BR, Prima Linea, Nap…

13.

Durante l’anno 1977 si iniziarono a contare anche le morti degli uomini delle forze dell’ordine rimasti esamini sull’asfalto negli scontri di piazza colpiti da proiettili sparati da manifestanti. Settimio Passamonti, allievo sottufficiale di Pubblica Sicurezza, cadde ucciso a Roma il 21 aprile durante una giornata di scontri forse dei più violenti di quegli anni per il numero di colpi e per il volume di fuoco. Il giorno successivo il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga annunciò il divieto di tutte le manifestazioni nel Lazio per un mese dichiarando alla stampa: “Deve finire il tempo dei figli dei contadini meridionali uccisi dai figli della borghesia romana”.

Il 14 maggio a Milano fu la volta del vicebrigadiere del III reparto della Celere Antonio Custra, colpito a morte da un proiettile mentre prestava servizio durante una manifestazione. Quel giorno la presenza sul luogo di diversi fotografi produsse una serie di foto che furono pubblicate nei giorni successivi dai quotidiani del tempo. Una fra tutte, che mostrava un autonomo, Giuseppe Memeo, nell’atto di impugnare a due mani una pistola, puntata ad altezza d’uomo, divenne uno dei simboli della violenza di strada degli anni ‘70 e della degenerazione dello scontro politico violento che passò dalle bottiglie molotov all’uso delle armi da fuoco.

In questo clima di efferata violenza, all’interno di un calcolo cinico, le morti dei due poliziotti possono essere considerate, anche se non vi è nessuna effettiva relazione fra loro, come risposta agli omicidi per mano delle forze dell’ordine di altri due manifestanti avvenute quell’anno: Francesco Lorusso, ex militante della disciolta Lotta Continua ucciso a Bologna l’11 marzo con un colpo d’arma da fuoco da un carabiniere di leva, nei disordini scaturiti durante una manifestazione studentesca. Per Lorusso vi sarà poi una rivendicazione esplicita, una scritta lasciata sull’asfalto affianco alla chiazza di sangue dell’agente Settimio Passamonti: “Qui c’era un caramba, il compagno Lorusso è vendicato14. L’altro omicidio avvenne a Roma durante una manifestazione indetta dal partito Radicale per ricordare il terzo anniversario della vittoria sul divorzio, il 12 maggio Giorgiana Masi cade a terra colpita da un proiettile sparato da notevole distanza, un tipo di proiettile non in dotazione alle forze dell’ordine. Non è stato possibile stabilire chi ha esploso il colpo di arma da fuoco se la polizia o è partito dalla pistola di un manifestante. E la dinamica dei fatti, le testimonianze e la presenza in zona di agenti in borghese con in mano pistole non di ordinanza, immortalati dai fotoreporter, che costituivano la tesi portata avanti dal partito Radicale e dalla sinistra, era in contrasto con l’ipotesi del “fuoco amico” del Ministro dell’Interno Francesco Cossiga che riconduceva la responsabilità a frange dell’Autonomia Operaia: l’inchiesta sulla morte della Masi verrà chiusa per “impossibilità a procedere poiché rimasti ignoti i responsabili del reato”15. Del resto la legge Reale del maggio del 1975, una normativa volta a tutelare l’ordine pubblico e a contrastare il terrorismo di quegli anni, prevedeva anche l’estensione dell’uso legittimo delle armi da parte della polizia, e in tal modo veniva lasciata maggiore libertà alle forze dell’ordine di sparare con il conseguente aumento delle probabilità di morti ammazzati16. E difatti pochi mesi dopo di quell’anno, il 22 novembre a Roma, assistiamo all’ennesimo omicidio in piazza di un manifestante: Piero Bruno, diciottenne militante di Lotta Continua. “Avere diciott’anni nel paese Reale” titolo con cui “Il Manifesto” ricorderà nel giorno del cinquantesimo anniversario (1975-2025) la morte del giovane Bruno, sottolineando che “praticamente ogni circostanza poteva costituire un buon motivo per aprire il fuoco” 17.

Questa lunga scia di sangue lasciata sull’asfalto negli scontri tra manifestanti e polizia insieme alle tante persone freddate dal terrorismo rosso unite alle stragi fasciste hanno connotato gli anni Settanta con la qualifica di “anni di piombo” se non altro per conservare nella memoria quell’inaudito numero di morti che aumentava giorno dopo giorno. Ma quegli anni non furono soltanto spargimento continuo di sangue, furono anche altro.

Negli anni Settanta, dopo la rivoluzione dei costumi del sessantotto, l’Italia visse una fase di trasformazione culturale e sociale ancora più intensa. I giovani alla fine degli anni Sessanta avevano già aperto la strada a nuove forme di libertà e autonomia introducendo stili di vita, linguaggi e comportamenti alternativi. Ora queste spinte si tradussero in azioni concrete con la nascita di movimenti organizzati, rivendicazioni politiche e battaglie civili. Fu un decennio di fermento dove ogni conquista culturale si confrontava con resistenze profonde e tradizioni radicate. Un decennio ricco di conquiste nel quale presero vita significative riforme sul piano sociale, dal divorzio all’aborto, dalla riforma del diritto della famiglia – che eliminava la disparità tra i coniugi con l’abolizione della figura del capo famiglia –, alla riforma sanitaria – che garantiva l’accesso alle cure indipendentemente dalle condizioni economiche –, dalla legge Basaglia con l’abolizione dei manicomi all’obiezione di coscienza – con la possibilità di rifiutare il servizio militare per motivi di coscienza –, dallo statuto dei lavoratori – con il diritto di appellarsi al giudice in caso di licenziamento illegittimo e con la novità delle 150 ore –, ai Decreti Delegati – che promuovevano nella scuola una partecipazione democratica introducendo gli organi collegiali -. In quegli anni prese forma anche il movimento femminista con le donne che divennero protagoniste attive della vita pubblica con la consapevolezza di ridefinire la loro presenza nella società, nella famiglia e nel lavoro, portando avanti il loro obiettivo di eguaglianza ed autodeterminazione. Anni, a sentire il racconto di chi gli ha vissuti, dove si respirava un’aria nuova di possibile rinnovamento, dove si intravedeva all’orizzonte un futuro migliore, dove il dibattito sul “come saremo” era nel bel mezzo della politica, vissuta con passione non soltanto dalle avanguardie, ma da larghi strati sociali. Erano anni dove si sognava un mondo migliore e sembrava di averlo a portata di mano, quando ancora la violenza non aveva divorato tutta intera la speranza. Poi, quando ormai sparare era diventato una consuetudine comune, il sogno di cambiare il mondo si sgretolava pezzo dopo pezzo ogni qualvolta una pistola veniva puntata ad altezza d’uomo.

NOTE:

1 Era uno di questi, “Lotta continua”, 18 aprile 1975; Militante a dodici anni, “Corriere della Sera”, 18 aprile 1975.

2 Pio Zibecchi è morto investito in pieno da un gippone dei CC, “L’Unità”, 18 aprile 1975.

3 Giovanni De Luna, Le ragioni di un decennio 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, Milano 2009, pp. 16-18.

4 Il 18 aprile esplosero nuovamente le piazze italiane: in molte città si registrarono scontri durissimi tra militanti e forze dell’ordine mentre numerosi spazi considerati collusi con i fascisti o dichiaratamente tali vennero assaltati, Cfr. Emilio Mentasti, Senza Tregua, Colibrì Edizioni, Torino 2011, pp. 145-148. 

5 Gravi incidenti nel centro cittadino. Nel pomeriggio, al termine di un corteo, alcune centinaia di individui si sono diretti verso Piazza Indipendenza attraverso le strade adiacenti – Violenti scontri con la polizia – Lanci di bottiglie incendiarie, strade divelte e negozi danneggiati – Tutta la zona attorno alla stazione e al mercato di S. Lorenzo invasa dai gas lacrimogeni, “L’Unità”, 19 aprile 1975.

6 Cfr. Le interviste dei testimoni riportate da Lauro Rosso, nella sua tesi di laurea magistrale in Scienze Storiche, L’autonomia a Firenze 1973-1977, p. 195, p. 237, p. 280.

7 Per le vicende del 18 aprile 1975 a Firenze vedi il racconto di M. Cervelli e B. Paladini, Autonomi a Firenze, in Gli autonomi, le storie, le lotte, le teorie, volume 1, DeriveApprodi, Roma 2007, pp. 327-28; il giornale di area autonoma “Rosso”, giornale dentro il movimento, Milano, aprile 1975, Rivolta di classe, Roma, maggio 1975; l’articolo di Riccardo Venturi, Firenze, via Nazionale, 18 aprile 1975 in https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=3419&lang=it, e consulta la tesi di laurea magistrale in Scienze Storiche di Lauro Rosso, L’autonomia a Firenze 1973-1977 pp. 97-119, e la tesi di dottorato in Storia Contemporanea di Andrea Tanturli, La parabola di Prima linea. Violenza politica e lotta armata nella crisi italiana (1974-1979), pp. 175-185.

8 “Ma resta l’incertezza su chi abbia premuto il colpo fatale, come sulla dinamica del fatto” in Matteo Mazzoni, Politica in movimento: fasi, protagonisti, dinamiche di una stagione di impegno collettivo, in Concentramento ore 9, a cura dell’Associazione Ciclostilato in proprio, Regione Toscana, Firenze 2016, pp. 131-132.

9 Ferma e responsabile manifestazione di massa contro l’eversione fascista e le provocazioni, Gravi incidenti ieri sera in centro, “L’Unità”, 19 aprile 1975; Sdegno per l’uccisione del compagno Boschi, “L’Unità”, 20 aprile 1975.

10 Cfr. il Comunicato della Federazione del PCI, “L’Unità”, 19 aprile 1975, da cui è tratta la citazione, Documento della federazione del PCI subito dopo il tragico episodio, “L’Unità”, 20 aprile 1975.

11 Ibidem.

12 Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 2006, p. 515.

13 Ivi, p. 514.

14 Cfr. Franca Menneas, Omicidio Francesco Lorusso, una storia di giustizia negata, Pendragon, Bologna 2015.

15 G. De Luna, Le ragioni di un decennio, cit., p. 26.

16 Ivi, p. 115-17.

17 Mario Di Vito, Avere 18 anni nel paese Reale, “Il Manifesto”, 22 novembre 2025.

 

Articolo pubblicato nell’aprile 2026.




Firenze 1975 : “… bandiera rossa la trionferà”

 “Voto comunista perché ricordo la primavera del 1945,

e poi anche quella del 1946 e del 1947.

Voto comunista perché ricordo la primavera del 1965

e anche quella del 1966 e del 1967.

Voto comunista , perché nel momento del voto,

Sono trascorsi cinquant’anni da quel 15 giugno, giorno in cui nella politica italiana ciò che si era sempre cercato di tenere a freno, di contenere, di contrastare con ogni mezzo, avvenne con le elezioni amministrative del 1975: la più grande avanzata comunista di tutta la storia elettorale del dopoguerra, un’avanzata tale da modificare profondamente i rapporti di forza di molte città e in ogni regione. Il PCI balzava dal 28,3 delle politiche del 1972 al 33,5, mentre la DC scendeva da 38,4 a 35,2. Era stata una nuova sconfitta del segretario democristiano Amintore Fanfani e della sua politica di scontro frontale con i comunisti dopo la batosta avvenuta nel Referendum sul divorzio del 1974. Le conseguenze del 15 giugno si fecero sentire in fretta con la sinistra che andò al potere in cinque regioni, quarantuno province, trentasette capoluogo di provincia, oltre ad una miriade di centri minori. E naturalmente il risultato di queste elezioni provocò reazioni oltre che nazionali a livello internazionale: il Segretario di Stato americano Henry Kissinger ammoniva che gravi problemi sarebbero sorti con i comunisti al governo in un’Italia che faceva parte della NATO e che era al centro del mediterraneo già turbato dall’annosa questione del Medio Oriente e dai recenti avvenimenti sia in Portogallo, dove sembrava prendere il sopravvento anche lì la tendenza comunista e “comunisteggiante”, sia in Spagna dove il regime di Franco era agli sgoccioli. E non c’era molto da meravigliarsi se l’Economist a quell’epoca definì il Mediterraneo come il ventre molle della NATO.

Nella DC in mezzo allo smarrimento, al caos e ai ripensamenti dopo le elezioni, il consiglio democristiano con 103 voti contrari e 69 favorevoli, respinse la mozione di fiducia chiesta da Fanfani cosicché il 23 luglio il segretario democristiano fu costretto a rinunciare all’incarico. Il partito profondamente diviso dalle varie correnti decise di nominare segretario Benigno Zaccagnini, un uomo notoriamente al di fuori dei gruppi di potere, e a lui si consegnava il delicato compito di rassettare le file democristiane. Inoltre non mancò neanche l’esternazione del Papa Paolo VI che ricordava quanto cristianesimo e marxismo fossero inconciliabili.

Dall’altra parte il PCI confermava di non avere fretta, di non voler forzare i tempi. Il suo segretario Enrico Berlinguer vedeva il successo elettorale delle Amministrative dare ragione alla sua “tattica” del compromesso storico. Di fronte agli avvenimenti internazionali, alla politica americana, alla crisi economica, all’offensiva terroristica sia di destra che di sinistra ma convergente nella lotta alle istituzioni, Berlinguer auspicava un incontro tra le masse cattoliche e quelle comuniste grazie all’impegno del PCI nella maggioranza parlamentare e nel governo a livello nazionale oltre che locale: «La gravità dei problemi del Paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande “compromesso storico”, nel senso di accordo politico in cui ciascuno rinuncia a qualcosa per il bene comune, tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano»1.

Lo scossone provocato dalla massiccia avanzata del PCI causò una situazione forse senza via di uscita se non le elezioni anticipate (non desiderate da alcun grande schieramento) e il governo Moro, in carica dal novembre 1974, che già andava avanti in un mare di difficoltà fra crisi economica, disoccupazione, prezzi crescenti, bilancio dello Stato passivo galoppante, fu aiutato a non cadere anche e proprio dai comunisti con astensioni al momento di insidiose votazioni in parlamento e a moderare le richieste sindacali di aumenti salariali. E infatti Aldo Moro, che aveva traghettato la DC nel centrosinistra, era quell’uomo politico dell’altra parte sensibile a quel ragionamento del compromesso storico per uscire dalla crisi e far fare un passo avanti al sistema politico italiano in modo da preparare le condizioni di una futura alternanza. Sappiamo che ciò non poté realizzarsi per il rapimento dello statista democristiano e la sua uccisione da parte delle Brigate Rosse… ma questa è un’altra storia.

La campagna elettorale che precedette il voto amministrativo fu caratterizzata da un clima di diffusa violenza. I neofascisti che non avevano abbandonato la strategia della tensione il 28 maggio 1974 appena due settimane dopo il referendum sul divorzio, fecero esplodere una bomba in Piazza della Loggia a Brescia durante un comizio uccidendo otto persone. Il 4 agosto dello stesso anno esplose un’altra bomba su un treno nel tratto tra Bologna e Firenze provocando altri dodici morti. A partire dai primi mesi del 1975 si moltiplicarono gli scontri durante le manifestazioni: a Roma venne ucciso Giorgio Mantekas, uno studente greco simpatizzante dell’MSI, poi a Milano il 15 aprile dello stesso anno un neofascista assassinò Claudio Varalli del Movimento studentesco, e il giorno seguente durante una manifestazione di protesta per l’assassinio del giovane di sinistra, sempre a Milano, un automezzo della polizia investì e uccise Giannino Zibecchi dei comitati antifascisti. Il 18 aprile a Firenze durante una manifestazione di protesta per l’uccisione dei due compagni Vassalli e Zibecchi, Rodolfo Boschi, iscritto al PCI, rimase a terra colpito da un proiettile sparato probabilmente da un poliziotto al termine di cruenti scontri con le forze dell’ordine2.

In questo clima Amintore Fanfani presentò il suo partito come l’unico in grado di assicurare “legge e ordine”, facendo affidamento alla legge Reale, una nuova normativa per l’ordine pubblico, di cui la DC aveva caldeggiato con forza la sua approvazione. Ma la campagna elettorale di Fanfani, che aveva rispolverato i logori strumenti dell’anticomunismo delle politiche del 1948, non fu premiata alle urne, mentre il PCI dal canto suo puntando il dito sulla corruzione, sul clientelismo e sul caos che regnavano nelle giunte locali controllate dai democristiani, riuscì ad ottenere la fiducia dell’elettorato3.

«La sconfitta della DC è senza attenuanti, il disegno integralista del gruppo dirigente fanfaniano si è frantumato. La DC infatti non solo si è presentata senza un programma organico ma ha rafforzato solo le faide personalistiche, rivelando così il reale livello morale e politico della sua battaglia»4.

Fu una vittoria laica e progressista, che aprì la strada a un’Italia più moderna, pluralista e meno legata ai dettami religiosi. L’Italia mostrò di essere un “Paese in movimento” attraversato da una robusta mobilitazione civile, tutta proiettata all’allargamento del perimetro democratico.

Il giornale L’Unità sottolineò il contributo fornito in tutta la penisola, dalle regioni industriali ai centri operai, dalle metropoli alla campagne. «Il voto dimostra la grande maturità delle masse lavoratrici e popolari italiane, la presa di coscienza nuova di stati intermedi della popolazione, la profonda aspirazione delle masse giovanili ad un avvenire diverso, la crescente consapevolezza che è necessario per uscire dalla crisi, superare il distacco esistente tra la grande maturazione avutasi nel paese e le classi dirigenti che hanno sin qui governato»5.

A questo spirito di rinnovamento democratico si legò anche una significativa riforma del sistema elettorale che abbassava l’età minima per votare da 21 a 18 anni, ampliando la base democratica e dando voce ad una generazione politicamente attiva, spesso incline a posizioni di sinistra: «Il voto giovanile, dei ragazzi e delle ragazze che sono andati a votare alle urne per la prima volta, è stato un voto di sinistra e in forte e prevalente percentuale un voto comunista»6. E infatti da più parti si attribuì a questi giovani neo votanti lo “slittamento” a sinistra che si era registrato nel paese. Con la legge del 8 marzo 1975 circa tre milioni e mezzo di giovani ebbero così la possibilità, per la prima volta, di esercitare il diritto di voto, facendo un ingresso deciso sulla scena politica italiana. Le elezioni regionali e amministrative di quell’anno segnarono un vero e proprio piccolo “terremoto” elettorale, in un contesto in cui le variazioni nei consensi ai partiti erano solitamente minime, spesso limitate a pochi decimali di punto. Se non fosse stato per la diffidenza, i timori e i sospetti (che poi si rivelarono reali) dei gruppi dirigenti della Democrazia Cristiana che nutrivano nei confronti delle nuove generazioni — diffidenza acuita dall’esplosione del movimento di contestazione giovanile — i diciottenni avrebbero potuto accedere al voto già nelle consultazioni regionali e amministrative del 1970 e in quelle politiche del 19727. Del resto, non si trattava solo di una questione anagrafica, ma di una sfida più ampia ai meccanismi di rappresentanza tradizionali: l’ingresso dei giovani nell’elettorato segnava anche una rottura simbolica con un sistema politico percepito come statico, poco incline al rinnovamento. L’estensione del diritto di voto ai diciottenni non fu quindi soltanto una conquista giuridica, ma un evento che contribuì a ridisegnare gli equilibri della democrazia italiana, aprendo nuovi spazi di partecipazione e di conflitto. Senza l’ondata di contestazione e la massiccia partecipazione giovanile alla vita politica e sindacale, senza l’impegno nelle lotte sociali e nella difesa dei valori dell’antifascismo e della Resistenza, questo diritto probabilmente non sarebbe stato ottenuto in quel periodo. Fu il frutto di una mobilitazione collettiva che trasformò la rivendicazione di diritti in un processo di maturazione civile e politica per un’intera generazione.

Oltre al voto dei giovani che avevano contribuito a una spinta verso sinistra non si può non rilevare che si verificò uno spostamento, e le cifre delle elezioni lo dimostrano, di grande dimensioni di votanti cattolici, di elettori ex democristiani che sembrerebbe abbiano trasferito direttamente il loro voto sul Partito Comunista. E d’altra parte taluni elettori che alla vigilia del voto avevano auspicato uno spostamento a sinistra per scuotere la DC dall’inerzia, ora si mostravano preoccupati, quasi pentiti, per il troppo consistente successo del PCI.

Firenze volta pagina

Nel giugno del 1975 Firenze visse uno dei momenti più significativi della sua storia repubblicana: le sinistre guidate dal Partito Comunista Italiano riconquistarono dopo ventiquattro anni la guida di Palazzo Vecchio. Fu il coronamento di un lungo percorso di radicamento e mobilitazione popolare che trovò espressione in una vittoria ampia e netta. La città celebrò l’esito delle urne con entusiasmo diffuso e partecipazione di massa, in una sorta di rito collettivo che confermava l’orientamento che era emerso alle elezioni regionali8. La tornata elettorale segnò una cesura simbolica e politica e come scrisse L’Unità, “Firenze ha voltato pagina9.

A Firenze il PCI promosse una campagna elettorale capillare, fondata sul radicamento nei quartieri, sul ruolo delle Case del Popolo e sulla partecipazione diretta dei cittadini. Assemblee popolari, incontri pubblici, dibattiti nei circoli e nei mercati diedero forma a un vero e proprio “laboratorio democratico” diffuso, come evidenziavano anche le cronache del giornale l’Unità. Oltre 357.000 elettori erano attesi alle urne, inclusi quasi 15.000 diciottenni alla loro prima esperienza elettorale. I seggi, 640 in tutto, furono allestiti anche negli ospedali a testimonianza della cura con cui si cercava di garantire la partecipazione di tutti. L’obiettivo era chiaro: voltare pagina dopo anni di amministrazione centrista, aprire una stagione nuova improntata al decentramento, all’efficienza dei servizi e al controllo popolare.

Disegno di Vinicio Berti, pittore ed ideatore del personaggio di “Atomino”, apparso sul “Pioniere” dell’ “Unità” dal 1953 in poi. Con questo disegno V. Berti conclude il proprio impegno per la campagna elettorale del PCI.

A guidare la nuova giunta di Palazzo Vecchio, all’indomani delle elezioni del 1975, fu scelto Elio Gabbuggiani, unico sindaco comunista di Firenze insieme a Mario Fabiani che aveva ricoperto la carica tra il 1946 e il 1951. Figura autorevole e al tempo stesso vicina al mondo del lavoro, Gabbuggiani rispondeva all’esigenza di un profilo esperto e rispettato.

Attivo fin da giovane nella Resistenza, Gabbuggiani ha rappresentato per decenni un punto di riferimento delle istituzioni pubbliche toscane. Dal 1962 al 1970 fu presidente della Provincia di Firenze contribuendo in modo decisivo alla fase preparatoria che portò all’istituzione della Regione Toscana, le cui assemblee furono ufficialmente insediate nel 1970 e fu proprio Gabbuggiani il primo presidente del Consiglio Regionale Toscano. Durante gli anni del suo mandato seppe distinguersi per la capacità di mediazione e per l’equilibrio politico, riuscendo a garantire alla città una fase di stabilità amministrativa10.

Il 15 giugno 1975 le urne diedero un responso inequivocabile: il PCI ottenne il 41,46% dei voti (migliorando il già eccellente 41,03% delle regionali) e conquistò 26 seggi. A questi si aggiunsero i 6 seggi del PSI e 1 del PDUP, garantendo una maggioranza assoluta al fronte delle sinistre. La Democrazia Cristiana, principale forza di governo uscente, subì una sconfitta pesante, confermata anche a livello nazionale. Dopo ventiquattro anni, la sinistra tornava al governo della città con una legittimazione popolare forte e diffusa11.

Già nella notte dello spoglio Firenze fu attraversata da una straordinaria ondata di entusiasmo: cortei spontanei percorsero le vie, bandiere rosse spuntarono alle finestre dei quartieri popolari, si cantarono inni e cori politici fino a tarda notte: “una notte rossa di gioia e speranza”. La sede della Federazione comunista in via Alamanni fu circondata da una folla festante «di cittadini, di compagni, di democratici: vogliono colmare insieme il “tempo vuoto” che intercorre fra il lavoro incessante di propaganda, di convincimento, di sensibilizzazione svolto nelle sezioni casa per casa, di vigilanza attuato nei seggi, e la conoscenza dei risultati»12.

 

In tutte le città toscane grandi folle di compagni, lavoratori, cittadini hanno sostato davanti alle Federazioni del PCI in attesa dei risultati elettorali. 

Una grande folla saluta l’annuncio dei dati elettorali davanti alla federazione comunista fiorentina che segnano il clamoroso successo del PCI.

Il culmine si ebbe il 19 giugno, quando decine di migliaia di persone si ritrovarono in piazza Santa Croce per una manifestazione pubblica, con la presenza di Giorgio Napolitano della direzione del PCI e di altri dirigenti del partito comunista di Firenze e della Toscana. Non era solo una festa, era una dichiarazione collettiva di fiducia e cambiamento. Mentre nella piazza risuonavano gli inni del movimento operaio decine e decine di cortei con bandiere rosse giungevano dai quartieri della città e dai comuni vicini, che ritrovavano il loro naturale legame con Firenze. Sul palco erano presenti anche i familiari di Rodolfo Boschi, quel ragazzo ucciso dai colpi sparati da un agente di polizia in borghese durante quell’oscuro e grave episodio verificatosi in città il 18 aprile.

La grande folla in piazza Santa Croce che saluta la vittoria del PCI con il pugno alzato.

Nel comizio di chiusura, il segretario della Federazione comunista fiorentina Michele Ventura sottolineò il significato nazionale della vittoria: «La Toscana e anche Firenze, ora che avrà un’amministrazione di sinistra, si costituiranno come punti di riferimento essenziali dell’unità di tutte le forze democratiche e popolari»13. Elio Gabbuggiani, consapevole delle aspettative altissime, dichiarò: «Non è tempo di trionfalismi: anni di cattivo governo non si recuperano in breve tempo»14. Entrambi rivendicarono una nuova concezione della politica locale, fondata su trasparenza, partecipazione e rapporto diretto con i quartieri.

La vittoria del 1975 segnò un punto di svolta per la città. Firenze tornava nelle mani di quelle forze che, nel dopoguerra, ne avevano guidato la ricostruzione. Ma era una nuova sinistra, più giovane, più aperta, più attenta ai temi dell’ambiente, del lavoro, della cultura e dei diritti civili. Come testimoniarono le settimane successive, la sfida era ora di trasformare quella spinta popolare in buona amministrazione, in un governo capace di ascoltare e agire. Una stagione nuova era cominciata.

I risultati elettorali del giugno 1975 smantellarono senza dubbio quelle posizioni che considerano le elezioni come inutili esercitazioni ingannatrici perché in ogni caso il potere resta sempre nelle stesse mani, e dimostrarono quindi che le elezioni servono, che incidono nella vita e nell’azione degli organi elettivi modificandone la composizione e che possono pure cambiare radicalmente la situazione politica generale15.

NOTE

1 Discorso di Enrico Berlinguer in Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 2006, p. 480.

2 Andrea Tanturli, Prima linea. L’altra lotta armata (1974-1981), DeriveApprodi, Roma 2018, pp. 57-62.

3 P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., p. 501.

4 Discorso di Michele Ventura, segretario della Federazione Comunista fiorentina, in «L’Unità», 19 giugno 1975.

5 Dichiarazione del compagno Ventura. Una grande forza politica unitaria, «L’Unità», 18 giugno 1975.

6 Ghini Celso, Il terremoto del 15 giugno, Feltrinelli, Milano 1976, p. 230.

7 Ibid, p. 232.

8 Cfr. Le elezioni del 15-16 giugno 1975 in Toscana. Un primo commento, Regione Toscana/ Giunta regionale. Dipartimento statistica, elaborazione dati, documentazione, Firenze, luglio 1975.

9 Firenze ha voltato pagina. Grande entusiasmo per la vittoria delle sinistre che ritornano a Palazzo vecchio dopo 24 anni, «L’Unità», 19 giugno 1975.

10 Gabbuggiani si occupò del decentramento del potere locale attraverso la costituzione e il potenziamento dell’autonomia dei consigli di quartiere e diede un forte impulso alla gestione del patrimonio culturale cittadino, in Maria Sechi (a cura di), Elio Gabbuggiani: un uomo al servizio delle istituzioni toscane: 12-13 luglio 2019, Palazzo del Pegaso, Firenze, Consiglio Regionale della Toscana, 2019.

11 Entusiasmo in tutta la Toscana per la meravigliosa affermazione delle liste comuniste. Il PCI avanza di oltre il 4%. Gli eletti nel Consiglio regionale passano da 23 a 26 seggi, quelli del PSI da 3 a 6, mentre il PDUP mantiene il suo seggio. La DC e il PSDI perdono 2 seggi ciascuno, mentre scompare il PLI. Il successo del PCI è stato generale, nei piccoli centri come nei grandi, nelle zone operaie e in quelle contadine, «L’Unità», 17 giugno 1975, p. 9.

12 Splendida vittoria comunista. PCI e PSI più forti in tutta la regione. Sconfitto nettamente il centro sinistra si delinea una maggioranza di sinistra a Palazzo Vecchio,

13 Firenze ha voltato pagina, «L’Unità», 19 giugno 1975, cit.

14 Ibidem.

15G. Celso, Il terremoto del 15 giugno, cit., p. 269.

 

Articolo pubblicato nel settembre 2025




Le bandiere multicolori delle donne. Una storia di pacifismo e resistenza

Nel secondo dopoguerra l’Italia fu uno dei paesi protagonisti del movimento dei Partigiani della pace, costituitosi a Parigi nel 1949. Nel suo alveo, tra gli anni ’40 e ’50, si sviluppò “dal basso” la pratica della realizzazione delle “Bandiere multicolori della pace”. Si tratta di una pratica autonoma e parallela rispetto a quella delle bandiere della pace arcobaleno.

Le bandiere sono un artefatto classico. Prima dell’avvento delle bandiere prodotte in serie si trattava di un oggetto singolo, “La bandiera”, simbolo identitario soggettivo di quella specifica organizzazione e potente strumento comunicativo. La bandiera attira lo sguardo, trasmette contenuti, unisce le persone, risveglia emozioni. L’uso della bandiera in scioperi e manifestazioni occupa lo spazio, crea collettività, anche attraverso una precisa grammatica dei colori.

La bandiera arcobaleno è oggi conosciuta globalmente. Un ruolo importante nella sua diffusione e standardizzazione pare averlo giocato Aldo Capitini, che portò una bandiera molto simile a quella che conosciamo, riprendendola da alcune che già circolavano, durante la prima Marcia per la Pace Perugia-Assisi nel 1961. Ma già agli inizi del ‘900 James Van Kirk aveva proposto la World Peace Flag. Nel 1897 ne era stata proposta un’altra da Cora Slocomb e qualche anno prima, nel 1891, un’altra versione ancora era stata proposta da Henry Pettit.

Poco note sono invece le bandiere della pace delle donne italiane, che nonostante la loro diffusione all’epoca restano quasi sconosciute al grande pubblico. Per le loro fattezze sono conosciute come bandiere multicolori. Venivano realizzate spesso a risparmio, con scampoli di tessuto, spesso arricchite con ricami di testo, di disegni o oggetti del lavoro. Sono arrivate a noi attraverso la memoria e gli archivi. Ne sopravvivono numerosi esemplari, a volte in bella vista, altre volte in cassetti e sgabuzzini.

La loro estetica pone un interrogativo: perché fare delle bandiere multicolori per simboleggiare la pace? Probabilmente l’idea che la pace andasse rappresentata con tanti colori si era già fatta strada, a partire dai primi prototipi, e veniva tradotta dallo spirito internazionalista dei movimenti socialisti e comunisti in una bandiera che con i suoi tanti colori rappresentasse i popoli del mondo uniti sotto le insegne della pace.

Furono soprattutto le donne dell’Unione donne italiane (UDI) ad impegnarsi maggiormente nella campagna pacifista e contro la minaccia atomica. Di conseguenza, le bandiere ebbero anche una caratterizzazione e grammatica di genere. La realizzazione delle bandiere era già una delle forme dell’attivismo delle donne. Le laboriose e infaticabili mani femminili cucivano da tempo i vessilli del movimento di emancipazione del lavoro. Le bandiere multicolori divennero così le bandiere della pace “delle donne”, un simbolo delle istanze di emancipazione, esibite e portate in piazza.

Le prime informazioni sulle bandiere multicolori risalgono alla fine del 1948, diventando subito un simbolo di lotta e di opposizione all’ingresso dell’Italia nella NATO, contro la guerra di Corea e la bomba atomica. Nel 1949 a Parma la bandiera, rimossa dalla polizia dalla torretta della fabbrica Bormioli (occupata dalle maestranze), venne portata in bicicletta in alcuni paesi, dove si costituirono i Comitati della Pace al suo passaggio e si raccolsero firme contro il Patto Atlantico. Lo stesso anno l’UDI invitò le donne a portare le bandiere alle manifestazioni dell’8 marzo. Le bandiere vennero utilizzate anche negli eventi delle ragazze dell’UDI, come gli Incontri di Primavera o le gare sportive, legandosi così alla gioventù e all’idea di futuro che incarna. Sono numerose le fotografie apparse sulle riviste del tempo in cui le ragazze sventolano le bandiere. A Siena presso le “Stanze della memoria” è esposta una bandiera dove si può leggere la scritta ricamata: «Le ragazze d’Anqua s’impegnano per la pace».

Ma nell’Italia di quel tempo queste bandiere erano un oggetto politico conflittuale. Dato che la campagna pacifista si contrapponeva alle politiche internazionali e di riarmo dei governi italiani, la bandiera della pace era di fatto uno strumento di opposizione e veniva considerata la manifestazione di un’ostilità politica ai governi, che ne perseguirono l’uso attraverso le forze dell’ordine. Le bandiere divennero così anche un simbolo e uno strumento di resistenza, e con questa declinazione furono incorporate nei repertori dell’azione sindacale. Le ritroviamo in piazza il Primo maggio, esposte ai convegni e ai congressi della CGIL, utilizzate in scioperi e manifestazioni. Capitava spesso che sulle bandiere venissero ricamate le rivendicazioni sindacali. Furono numerosi i mondi del lavoro che realizzarono le proprie bandiere, dalle fabbriche alle mondine, e non mancarono bandiere dallo spirito “confederale”.

Le bandiere divennero uno strumento di lotta a tutti gli effetti, come nell’occupazione della fabbrica Bormioli. Molte testimonianze della loro funzione in questo senso provengono dal mondo mezzadrile. Si affermò la pratica di portarle durante gli scioperi e di issarle sulla vetta dei pagliai e nelle aie durante la trebbiatura del grano. Le bandiere riempivano così lo spazio della conflittualità sociale. Le forze dell’ordine furono impegnate in una lunga battaglia per rimuovere le bandiere dai pagliai, in una ricorsa continua, da un pagliaio all’altro, da un’aia all’altra, che si risolveva nel rafforzamento della volontà delle famiglie mezzadrili di issarle, vedendovi un’espressione di emancipazione dai proprietari e della conquistata libertà politica. Sul la rivista della CGIL Lavoro del 1952 si legge sotto a una foto: «Dopo una combattuta lotta i contadini dipendenti degli agrari fratelli Sonnino di Chiaravalle, issano sull’aia la bandiera della pace. I Sonnino pensavano di poter imporre i loro sistemi antidemocratici, ma la lotta dei contadini ha avuto ragione di loro».

Oggi è in corso un movimento di riscoperta di queste bandiere, sull’onda del rinnovato protagonismo dei movimenti delle donne e del nuovo impegno pacifista oggi sempre più urgente. Nel semiottagono delle Murate, a Firenze, dal 5 marzo al 25 aprile 2025 sarà visitabile una mostra che ripercorre la loro storia in dialogo con le opere d’arte del collettivo Lediesis.

 

Stefano Bartolini è direttore della Fondazione Valore Lavoro, responsabile del Centro di documentazione archivio storico CGIL Toscana e direttore scientifico dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia (ISRPT).

Martina Lopa svolge attività di ricerca sulla storia delle donne, collabora con la Fondazione Valore Lavoro e fa parte del gruppo di lavoro “Paura non abbiamo” dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia (ISRPT).




Il nuovo inventario dell’Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età contemporanea

Nelle prossime settimane sarà presentato al pubblico il nuovo Inventario dell’Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età contemporanea – ISREC (consultabile qui), realizzato con il patrocinio del Ministero della Cultura, e già disponibile e scaricabile in formato PDF dal sito istituzionale, nella sezione ‘Archivio e Biblioteca’. Questo testo nasce dall’esigenza di aggiornare e dare una nuova forma a quello che era stato redatto al momento della catalogazione curata da Antonietta Cutillo e Cecilia Rosa nel 1999. Da allora l’Archivio dell’ISRSEC ha acquisito nuova documentazione e preso in deposito diversi fondi archivistici di persona, donati dai diretti interessati o da eredi, e catalogati via via da Aldo Di Piazza e da altri collaboratori dell’Istituto, in singoli file di lavoro, disponibili presso la Sala studio dell’Ente. Il progetto iniziato tra la fine del 2022 ed il 2023, si è prefisso lo scopo di compiere una revisione di tutti questi cataloghi, frutto del lavoro di mani diverse, ed elaborati in tempi diversi, al fine uniformare il testo e di ottenere uno strumento di ricerca completo ed esaustivo, ma di facile lettura per l’utente che fosse interessato a compiere ricerche all’interno del vasto materiale che compone l’Archivio storico dell’Istituto.

Il risultato è un inventario che si compone della descrizione dei documenti raccolti dall’ISREC nel corso della sua attività, prevalentemente materiali, in originale ed in copia, relativi agli eventi che hanno interessato Siena durante il Governa fascista, la Seconda Guerra Mondiale e la lotta di Resistenza partigiana; la serie che risulta senz’altro essere quella più consistente, è quella che raggruppa la documentazione prodotta dalle Brigate partigiane e dei Gruppi di combattimento, in particolare quella relativa all’attività della Brigata Garibaldi “Spartaco Lavagnini”, operante con i suoi distaccamenti in buona parte della provincia senese. Il catalogo passa poi a descrivere gli archivi aggregati, come ad esempio quelli che raccolgono i documenti relativi all’attività dell’ANPI, a partire dal 1945, e dell’ANPIA, ma soprattutto archivi di persona. Questa sezione è ampia e composita: alcuni fondi raccolgono poche carte specificatamente legate alla Resistenza e all’attività politica – come quelli di Giorgio Salvi e di Giovanni Guastalli –, altri molto consistenti raccontano anche la vita privata e lavorativa dei loro produttori. Così incontriamo, uno dopo l’altro, gli archivi personali del libraio ed editore senese Nello Ticci, di Vittorio Meoni – unico sopravvissuto all’eccidio del Montemaggio, ma anche presidente per molti anni dell’Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’ANPI provinciale di Siena –, di Sergio Vieri – partigiano e in seguito esponente del Partito Comunista Italiano e dirigente della CGIL –, di Martino Bardotti – Deputato della Repubblica sotto le fila della Democrazia Cristiana –, e di Fortunato Avanzati – partigiano, presidente dell’ANPI provinciale di Siena, assessore al Comune di Siena e membro della Segreteria della Federazione senese del PCI. I documenti raccolti in questa serie di archivi aggregati sono variegati e ricchi di contenuti; lo studio e l’approfondimento di questi materiali possono fornire allo studioso della storia contemporanea del territorio senese – e non solo- ampi spunti di indagine.

Questo nuovo strumento di ricerca, al momento consultabile unicamente in formato digitale, ha lo scopo di guidare il ricercatore a comprendere la quantità di tematiche diverse, che è possibile approfondire con lo studio attento di questi documenti, e di dare conto della consistenza e di una sintetica descrizione dei contenuti, per un primo approccio dell’utente all’Archivio. Una guida insomma, che non ha l’intento di descrivere analiticamente, carta per carta, tutto quello che si conserva presso l’Istituto storico della Resistenza senese, ma di invogliare gli studenti delle scuole, gli universitari, gli studiosi che si occupano della storia recente di questo territorio, a visitare questo archivio così ricco di informazioni, che raccontano episodi, più o meno noti, del nostro recente passato.




Il lavoro femminile a Campo Tizzoro

La Società Metallurgica Italiana – Smi – nacque il 14 aprile 1886 a Roma. Già a partire dall’anno seguente iniziarono ad aprire i primi stabilimenti in Toscana e di particolare rilevanza furono quelli della Montagna Pistoiese: Limestre, Mammiano e Campo Tizzoro. La costruzione di quest’ultimo iniziò nel 1910 e divenne operativo a partire dall’anno seguente. Campo Tizzoro, trovandosi in un fondovalle isolato e stretto tra ripidi monti, veniva considerato un posto protetto da possibili attacchi, era inoltre una zona in cui era presente abbondante «manodopera a basso costo, di provenienza rurale e perciò non ancora politicizzata o sindacalizzata».

L’arrivo della Smi sull’Appenino toscano produsse numerosi cambiamenti a livello sia sociale che culturale: migliaia di persone vennero inserite nel lavoro salariato in zone rurali e montane, inoltre, nel 1915, la Smi contribuì alla costruzione della Ferrovia Alto Pistoiese e anche al finanziamento della rete telefoninca sulla montagna. Ciò che caratterizzava gli stabilimenti della Smi nella zona della Montagna era «l’autoritario disciplinamento delle maestranze, la volontà di consolidare nei lavoratori un sentimento di appartenenza all’azienda e di acquietare insubordinazioni», cose che vennero conseguite sia all’interno che all’esterno della fabbrica. Se da una parte la Smi era dunque centro propulsore del miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti e oprattutto degli operai della zona, dall’altra imponeva una presenza quasi autoritaria. A tal proposito, la Società realizzò numerose infrastrutture sociali che avevano lo scopo di pianificare la vita dei dipendenti e della comunità a vari livelli: culturale, ricreativo, sportivo, didattico. A Campo Tizzoro – zona deserta prima dell’avvento dello stabilimento industriale – venne per esempio creato quello che fu battezzato “Villaggio Orlando”, che racchiudeva istituti scolastici, impianti sportivi, ma anche un museo, una biblioteca, una chiesa, oltre a numerosi alloggi per le famiglie. Venivano organizzati corsi serali di scuola elementare per gli operai e le operaie analfabeti, oltre al cinematografo e alla filodrammatica.

Durante la Prima guerra mondiale, la Smi fu la principale fornitrice delle munizioni per l’esercito e la marina, in quel periodo venne inoltre avviata la costruzione del nuovo impianto di Fornaci di Barga, che cominciò a produrre nel giugno 1916. In occasione dei periodi bellici, la Società metallurgica era stata dichiarata «industria ausiliaria», per questa ragione usufruì non solo di agevolazioni nell’approvigionamento di materie prime e di privilegi relativi alla manodopera, ma anche dell’esonero delle maestranze maschili dal servizio militare, cosa che ebbe sicuramente delle conseguenze nella vita delle comunità locali.

Negli anni Venti, la produzione della Smi non fu costante: nel 1926, in seguito a un momento di crisi, recuperò, per poi retrocedere nuovamente con la crisi del ’29, tanto che a Campo Tizzoro le maestranze erano circa 700 nel 1927, mentre nel 1930 passarono a essere solo 126.

Per quel che riguarda il rapporto della fabbrica di Campo Tizzoro con il fascismo, soprattutto nel periodo dalla guerra di Spagna, emerse l’avversione verso il regime, tanto che nel 1943 cominciarono i rallentamenti per sabotare la produzione di munizioni e in seguito la S.A.P. – Squadra di Azione Patriottica – utilizzò le gallerie sotterranee della fabbrica per trafugare viveri, armi e munizioni destinate ai partigiani. Anche a Fornaci si registrano posizioni antifasciste tra gli operai.

Seguì, nel secondo dopoguerra, un momento di crisi e una diminuzione della manodopera, che portò a numerose mobilitazioni e proteste nel pistoiese in opposizione ai licenziamenti. Complice sicuramente anche il clima che si respirava a livello nazionale e internazionale in quegli anni, ci fu un inaspriamento del rapporto tra lavoratori e direzione aziendale, oltre a forti discriminazioni in base all’appartenenza politica: per esempio a Campo Tizzoro i comunisti furono i primi a essere licenziati.

Nel 1976, la Metallurgia Italiana si dotò di una nuova organizzazione finanziaria e le imprese produttive vennero concentrate nel gruppo La Metalli Industriale S.p.A (Lmi), così che la Smi diventò holding di un gruppo industriale metallurgico internazionale.

Una particolarità dell’industria metalmeccanica della zona della Montagna Pistoiese fu la forte presenza femminile, soprattutto a partire dal periodo del primo conflitto mondiale: nel 1918 le donne a Campo Tizzoro rappresentavano il 44,7% della manodopera, ma già da prima della Grande Guerra vi era comunque una partecipazione femminile considerevole all’interno dell’industria. Nonostante il brusco calo dell’occupazione delle donne nel secondo dopoguerra, il ruolo avuto dalle operaie precedentemente aveva permesso loro di creare un rapporto molto stretto con la fabbrica, di conseguenza iniziarono a ottenere ruoli sempre più importanti e maggiori responsabilità all’interno degli stabilimenti.

Fu proprio a Campo Tizzoro che Gabriella Venturi – sindacalista attiva tra fine anni ’60 e inizi 2000 – mosse i primi passi all’interno della fabbrica. Le vicende che hanno caratterizzato la sua vita sono ricostruibili attraverso i pochi documenti di archivio conservati, ma anche grazie alle parole di chi l’ha conosciuta personalmente: amici, compagni e parenti.

Gabriella nacque il 29 dicembre 1942 a Pistoia e visse tutta la vita a Pracchia, in via Fontana, dove, non essendosi mai sposata, abitò con i genitori. Non si ha una data precisa del suo ingresso alla Smi di Campo Tizzoro come operaia, probabilmente ciò avvenne attorno ai diciotto anni. Per quel che riguarda l’istruzione, sappiamo che Gabriella portò a termine il perscorso della scuola media, ma non frequentò mai le superiori, e, presubilmente, prima di iniziare il suo percorso nell’industria metallurgica, svolse qualche lavoro saltuario.

Proveniente da una famiglia profondamente credente, inizialmente s’iscrisse alla Cisl, in quanto sindacato più vicino al mondo cattolico e quindi alla sensibilità con la quale era cresciuta. In seguito avvenne il passaggio dalla Cisl alla Cgil, nei primi anni Settanta, un passaggio che, nelle loro interviste, Renzo Innocenti e Simonetta Bartoletti descrivono come qualcosa che avvenne in maniera naturale e repentina[1]. La nipote Simonetta sottolinea il fatto che la svolta, quindi il passaggio dal sindacato cattolico alla Cgil, all’interno della famiglia di Gabriella aveva avuto un certo peso, quasi come se la donna avesse tradito alcuni ruoli e alcuni valori con i quali era cresciuta. Simonetta racconta che il padre di Gabriella si ritrovò presto a dover fare i conti con la realtà e ad adeguarsi a essa: i tempi erano cambiati e le cose «stavano andando avanti più vivacemente rispetto a quello che lui aveva vissuto». La trasformazione di Gabriella fu radicale: non solo entrò nella Cgil, ma si iscrisse al Partito comunista italiano nel 1974. Oltre a essere iscritta al Pci, la nipote Simonetta riporta che Gabriella, nel 1984, era iscritta anche all’Anpi. Purtroppo non ci sono elementi che permettono di attestare se fosse iscritta anche precedentemente.

Venne licenziata, per motivi non del tutto chiari, dalla Smi di Campo Tizzoro probabilmente nel 1983 o nel 1984, infatti le ultime attestazioni della sua presenza nella fabbrica trovate in archivio risalgono al 27 gennaio 1983, quando venne eletta, come anche precedentemente, nel reparto Nastro[2]. Nei primi anni Ottanta, all’interno della Lmi vennero eliminati migliaia di posti di lavoro, tanto che si passò dai circa 7’000 occupati nel 1980 ai 3’000 nel 1985. Dopodichè la ritroviamo assunta in Cgil il 2 gennaio 1985 e Simonetta Bartoletti afferma che Gabriella è stata la prima donna in Segreteria Confederale, cosa che, purtroppo, non si può confermare attraverso i documenti consultati.

Renzo Innocenti – segretario provinciale quando Gabriella faceva parte della segreteria Fiom – nella sua intervista racconta che il suo primo incontro con Venturi avvenne nel periodo dell’autunno caldo, in occasione di un’occupazione – probabilmente la prima – dell’Istituto tecnico industriale di Pistoia frequentato dallo stesso Renzo. Gabriella, già dipendente della Smi di Campo Tizzoro, arrivò alla scuola con una delegazione. Si tratta di un evento che conferma il fatto che anche a Pistoia il movimento degli studenti aprì un fronte di confronto e unità con gli operai. Innocenti afferma che, fin dall’inizio, Gabriella gli diede l’impressione di essere una combattente, una persona molto concreta, pragmatica, tenace e una donna che emergeva in un mondo di uomini. Del suo animo guerriero si hanno delle attestazioni grazie ai documenti di archivio. A tal proposito, colpisce un evento in particolare: durante le assemblee di fabbrica del 20 ottobre 1971, viene indetto, attraverso il volantino «No! Ai 400 licenziamenti», uno sciopero per il giorno seguente. In quell’occasione, insieme ad alcuni compagni, Gabriella venne accusata di aver organizzato una manifestazione non autorizzata, di aver ostacolato la libera circolazione e di avere usato violenza contro alcune guardie giurate. Per queste ragioni, venne citata a comparire il 21 novembre 1973.

Gabriella aveva inoltre un’attenzione e un legame profondo nei confronti della Montagna Pistoiese, sentiva la necessità di scommettere su un suo ruolo più forte e visibile, in modo tale da contribuire a contrastare la perdita del ruolo industriale e manifatturiero dovuto al ridimensionamento della presenza della Smi, ma voleva anche impedire la chiusura di aziende occupate in altri settori nella zona della Montagna. Nonostante Renzo Innocenti non ricordi che Gabriella abbia mai seguito le lavoratrici a domicilio, in un documento risalente al 21 maggio 1985 e a lei destinato, emerge che la donna era stata nominata come componente della Commissione Comunale per il lavoro a domicilio «per il comune di San Marcello Pistoiese in rappresentanza dei lavoratori».

Il rapporto di Venturi con il movimento femminista è interessante, dal momento che, a partire dal secondo dopoguerra, in Italia ci fu un radicale mutamento all’interno dei sindacati, sia della partecipazione femminile, sia dell’organizzazione delle strutture delle donne. La maggior parte della nuova generazione delle sindacaliste aveva preso parte alle vicende che avevano caratterizzato il loro tempo: avevano beneficiato della scolarizzazione di massa e in molte avevano preso parte al movimento del 1968. Si erano inoltre distanziate e avevano iniziato a guardare con scetticismo alcune posizioni delle loro precorritrici. Dall’intervista di Renzo Innocenti emerge però il fatto che Venturi non sembrerebbe aver mai avuto stretti rapporti con il femminismo, anzi, in diverse occasioni pare abbia criticato alcune posizioni radicali del movimento. Simonetta Bartoletti ricorda che Gabriella era spesso in giro, in diverse occasioni si recava anche all’estero, e più che cercare di trovare un proprio spazio in quanto donna all’interno del sindacato, con i suoi tempi e le sue differenze, sembrava piuttosto voler adeguarsi a uno stile di vita che solitamente caratterizzava la sfera maschile. Era sicuramente molto legata alla famiglia, ma allo stesso tempo era sempre sui fronti, passava poco tempo in casa. Non erano molte le donne disposte a dedicare tutto il loro tempo a un impegno così totalizzante e questo fu sicuramente un elemento che colpiva tutti coloro con i quali si trovava a confrontarsi Gabriella. Nonostante questa presa di distanza dal movimento femminista, Gabriella era comunque consapevole delle difficoltà, delle differenze e delle disparità di genere all’interno del movimento sindacale per i ruoli di responsabilità e di direzione.

Andata in pensione nei primissimi anni 2000, Gabriella si spense nel 2002, ma il suo ricordo è sopravvisuto a lei. Una prova dell’affetto e dell’importanza che ha avuto la donna all’interno del sindacato si ha in occasione della tredicesima edizione di CGIL INCONTRI del 2009, che si svolse tra il 23 giugno e il 5 luglio. L’incontro del 2 luglio con i ragazzi del campo di lavoro Liberarci dalle Spine s’intitolava «….dedicato alla Lella (Gabriella Venturi) “Racconti di lotte al femminile”», coordinato da Maria Cangioli e con la partecipazione di Anna Goretti.

Martina Lopa studia storia all’Università di Firenze, dove sta lavorando a una testi di laurea sulle prime organizzazioni femminili e l’animalismo nell’800, e collabora con la Fondazione Valore Lavoro, per la quale sta curando una mostra sul 70° anniversario della prima Conferenza nazionale della donna lavoratrice svoltasi a Firenze il 23-24 gennaio 1954.




Il caso di Shangai a Livorno, 1930-2017.

Shangai dal secondo dopoguerra ad oggi

Shangai, nonostante le sue origini, e forse proprio per via di esse, era un quartiere caratterizzato da una forte solidarietà e da un grande senso di appartenenza dei suoi abitanti, fin dai primissimi anni. [1]

In particolare, a partire dagli anni ’70, una marcata coesione sociale ha caratterizzato la sua storia. Le ragioni di questo sono da ricercarsi nelle attività svolte dalla sezione del PCI della zona, dalle suore di San Giuseppe dell’Apparizione, dal parroco locale, Don Biondi: si tratta di realtà che erano riuscite a promuovere attività culturali e ricreative, anche di stampo politico, incentivando cooperazione, una buona convivenza e un senso di comunità tra gli abitanti del quartiere. [2]

Shangai negli anni Sessanta-Settanta

Shangai negli anni Sessanta-Settanta

Una delle esperienze che ha fatto vivere a Shangai uno dei suoi periodi più positivi è stata la creazione del “Punto incontro donna”, voluto dalle donne di quartiere, su proposta della sezione locale del Pci, per avere un luogo dove ritrovarsi. [3] Dalla sua nascita, nel 1985, il quartiere tutto è stato altamente coinvolto in numerosissime iniziative come rassegne teatrali, concerti, corsi di cucito, sfilate di quartiere, feste di carnevale, mercatini, gite di gruppo e molto altro. Nel video prodotto dall’ISTORECO di Livorno[4], in collaborazione con le Scuole Fermi di Shanghai, nel 2020, sono state raccolte le testimonianze di abitanti del luogo che hanno vissuto e gestito in prima persona queste attività. Anche le foto donate da Luana di Dio, anima del “Punto incontro donna”, raccontano una vita di quartiere vivace e culturalmente attiva. Anche nelle due interviste rilasciate, tra il 2020 e il 2022, alla prof.ssa Catia Sonetti, Direttrice dell’ISTORECO di Livorno, Luana di Dio e Manuela Alfaroli hanno rievocato proprio questa storia. A giugno 2022 l’ISTORECO ha organizzato, insieme all’ARCI di Livorno, un’iniziativa molto toccante, in cui sono state esposte diverse fotografie delle varie iniziative portate avanti dal Punto Incontro Donna, e durante cui hanno preso la parola alcune delle donne che sono state, tra il 1985 e il 2017, coinvolte personalmente nella gestione di tali attività. La passione e l’impegno che queste hanno investito per portare avanti idee di cooperazione sociale e solidarietà in un quartiere tra i più poveri di Livorno erano tangibili nei loro ricordi e nelle loro parole. E’ stato molto interessante anche il collegamento online con la scrittrice Claire Hunter, dalla Scozia, che ha illustrato i molti punti in comune tra alcune delle storie raccontate nel suo libro “I fili della vita. Una storia del mondo attraverso la cruna dell’ago” (2020, Bollati Boringhieri) in cui riflette sulla straordinaria importanza del cucito e della sua diffusione e trasversalità a livello sociale, in tutto il mondo e in tutte le culture.

Purtroppo la chiusura del centro donna, avvenuta nel 2017, ha provocato una regressione sociale del rione. I molti, ripetuti, tentativi da parte dell’amministrazione comunale di integrare Shangai col resto della città tramite progetti rigenerativi[5], Bandi ministeriali[6], demolizioni di alcuni dei vecchi blocchi e ricostruzioni di nuovi appartamenti e scuole pubbliche (progetto ancora in corso)[7] si sono rivelati poco risolutivi sia a breve che a lungo termine. Oggi infatti, con la mancanza di associazioni ed altre realtà di quartiere come quelle che hanno operato a Shangai tra il 1970 e il 2017, gli investimenti comunali e i tentativi di de-ghettizzare il quartiere e di reintegrazione dello stesso con il resto della città sono riusciti a raggiungere solo scarsi risultati perché il rione ha via via perso quella coesione sociale interna che lo ha sempre caratterizzato, tramutandosi in parte in una zona di spaccio di droga e di marcato degrado sociale. [8]

Conclusioni

La storia di Shangai dalla sua nascita ad oggi, la traiettoria che ha percorso il quartiere, rispecchia molto bene quanto espresso da David Forgacs in Margini d’Italia. L’esclusione sociale dall’Unità a oggi (2015): si tratta di una delle molte storie di periferie ai margini sociali e geografici delle città italiane, nate, osservate e rappresentate attraverso uno sguardo “esterno”, come un luogo in totale antitesi alla raffinatezza, la ricchezza, la bellezza che invece rappresenta il centro cittadino. E’ interessante vedere come, grazie ad attività, progetti, associazionismo proattivo come quello del “Punto incontro donna” per esempio, si possa quantomeno tentare di ribaltare lo sguardo da cui si osserva il quartiere, insieme alle sue sorti. Anche le immagini che raccontano da dentro quella che era la vita di Shangai e degli “shangaini” in quegli anni sembrano narrare una storia diversa da quella classica di quartiere periferico, popolare, povero e ghettizzato. Esse infatti mostrano storie di persone che partecipavano attivamente alla vita del proprio rione, che contribuivano per quello che era loro possibile al senso di comunità e di sostegno reciproco. Il “Punto Incontro Donna”, così come altre realtà del secondo dopoguerra, volute e dirette dagli abitanti stessi del rione, sono riusciti a creare una vera e propria comunità, a dare vita, a livello culturale e sociale, a uno dei quartieri più popolari e poveri della città.

 La prima parte dell’articolo.

nota:

[1] Susini M., Shangai…,cit., p.23.

[2] Susini M., Shangai…,cit., pp.25-79.

[3] https://iltirreno.gelocal.it/livorno/foto-e-video/2015/03/06/fotogalleria/il-punto-incontro-donna-dishangai- compie-30-anni-1.10992853

[4] Video prodotto da ISTORECO, intitolato “Shangai. Storie e memorie di quartiere” all’interno del progetto “La città dei libri sognanti” della Biblioteca Comunale di Livorno https://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2021/06/03/news/la-citta-dei-libri-sognanti-alla-biblioteca- stenone-1.40349850

[5] https://www.comune.livorno.it/_livo/uploads/CdQ%20II%20estratto.pdf

[6] Vedi progetto “La città dei libri sognanti” della Biblioteca Comunale di Livorno https://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2021/06/03/news/la-citta-dei-libri-sognanti-alla-biblioteca- stenone-1.40349850

[7] Vedi progetto di riqualificazione anche dei poli scolastici di Shangai https://2017.gonews.it/2015/01/17/quartiere-shangay-inaugurata-la-nuova-scuola-materna-in-via-stenone/

[8] Vedi progetto ISTORECO Livorno “Storie e memorie di Shangai” in

https://www.facebook.com/istitutostorico.livorno/videos/3641411932582974