“Non solo staffette…”. Le donne nelle carte delle formazioni partigiane toscane: una (parziale) ricognizione.

Avvertenza: il testo che segue è una versione ridotta e riveduta di un intervento presentato dall’autore al convegno Si fa presto a dire “staffette”. Le donne nelle carte delle formazioni partigiane svoltosi il 25-26 novembre 2024 presso la Casa della Memoria di Milano. Il convegno intendeva promuovere una proposta di ricerca dedicata al tema della presenza delle donne nelle carte delle formazioni partigiane. Attualmente il progetto, sotto il titolo Censimento di fonti sul ruolo delle donne nelle formazioni partigiane, è in fase di inizializzazione ed è promosso da Istituto Nazionale Ferruccio Parri e Consiglio Nazionale delle Ricerche – Dipartimento di Scienze umane e sociali, patrimonio culturale (CNR-DSU), in collaborazione con la rete degli istituti associati alla Rete Parri.


Che senza la partecipazione delle donne la Resistenza al nazifascismo, anche quella in armi, non sarebbe stata possibile – in Italia, così come in tutta Europa – è un’affermazione perentoria quanto cristallina che nessuno oggi, informato sui fatti e privo di qualsiasi pregiudizio, si sentirebbe certo di smentire. Per lungo tempo, però, l’immagine e il giudizio prevalenti sul conto del ruolo giocato dalle donne all’interno della Resistenza italiana furono di tutt’altro segno. Poiché della già di per sé esigua minoranza che riuscì ad aggregarsi alle formazioni partigiane, solo una minima parte poté farlo a tutti gli effetti in qualità di combattenti in armi – vuoi per scelta personale vuoi a causa di radicati pregiudizi di genere che le costrinsero a ruoli più tipicamente femminili – della loro esperienza, a guerra finita, si ricordò prevalentemente i “compiti di cura” e non già le minoritarie ma a volte significative “mansioni di guerra”, troppo limitate e sporadiche, appunto, per emergere nel prevaricante paradigma memoriale del “maschio guerriero” con cui la Resistenza fu a lungo raccontata.

Perché le cose cominciassero a cambiare si dovette attendere, come noto, almeno la fine degli anni Sessanta, quando grazie a un radicale ribaltamento di prospettiva e all’emergere di una nuova consapevolezza politica da parte del nascente movimento femminista, le individualità, le intenzioni, le speranze, le illusioni – insomma le biografie di molte resistenti – tramite lo strumento dell’oralità e della testimonianza personale (ri)guadagnarono spazio e centralità, divenendo così fonte e risorsa determinante per una diversa interpretazione del ruolo storico giocato dalle donne. L’asse portante del paradigma armato della Resistenza ne risultò così profondamente incrinato a favore di altre progettualità ed esperienze, le quali poi, nei decenni a seguire, trovarono più idonea sistemazione in nuove e plurali categorie storiografiche di Resistenza (variamente definita come “senz’armi”, “civile” ecc.) entro le quali la gamma delle mansioni e del ruolo ricoperto dalle donne risultò assai più ampia, ricca, in ogni caso “diversamente” centrale per la sopravvivenza del movimento resistenziale. Non più e non solo, perciò, staffette o combattenti, secondo la tradizionale dicotomia escludente che le aveva sin lì relegate prevalentemente (e spesso con un diverso giudizio di valore) entro il primo dei due termini, ma più variamente, informatrici, sabotatrici, agenti oltre le linee, propagandiste, portaordini, infermiere, cuoche, ecc. ecc. Una varietà di mansioni e responsabilità che portò a riconoscere in esse il perno centrale e indiscutibile attorno al quale i partigiani poterono di fatto creare e mantenere i loro fondamentali collegamenti con il territorio e la popolazione civile e rurale.

La ricchezza del quadro poté esser raggiunta solo grazie all’emergere delle fonti della soggettività (memorie personali, diari, interviste, testimonianze dirette) raccolte e messe a disposizione per la prima volta da pioneristici lavori, di cui spesso le stesse donne si resero protagoniste, oltreché come testimoni dirette, anche come ricercatrici e storiche. Anche in Toscana, come in altri contesti regionali che avevano conosciuto importanti movimenti di resistenza, questi primi lavori cercarono coraggiosamente di andare oltre la tradizionale parzialità e reticenza delle fonti coeve ai fatti, quelle prodotte cioè nel farsi degli eventi o subito dopo la fine del conflitto dalle stesse formazioni partigiane e dagli organi dirigenti della Resistenza. La pubblicazione nel 1978 da parte del Comitato femminile antifascista per il 30° Anniversario della Resistenza e della Liberazione della Toscana del volume Donne e Resistenza in Toscana[1] costituì ad esempio un primo importante, benché per certi versi ancora incerto, tentativo di far emergere sui pochi documenti d’archivio e le consolidate ricostruzioni disponibili la voce diretta delle protagoniste[2]. Nonostante il valore aggiunto dei nuovi squarci conoscitivi proposti, il volume, soprattutto per alcune province, prendeva atto di un certo effettivo ritardo nella partecipazione femminile alla Resistenza, limite che veniva giustificato richiamando, da un lato, i tempi relativamente brevi della Resistenza toscana – la quale, nonostante la sua consistenza e il suo carattere intenso di lotta, era durata meno al confronto con quella sperimentata nelle regioni dell’Italia settentrionale – e, dall’altro, il peso della tradizionale struttura economica mezzadrile della regione, nella quale, alla centralità produttiva svolta dal lavoro delle donne non era corrisposta, a causa dell’isolamento da loro patito all’interno delle famiglie tradizionali, un’altrettanta centralità sociale che fosse in grado, soprattutto nelle campagne, di coinvolgere attivamente madri e figlie nelle organizzazioni antifasciste e resistenziali[3].

Comitato femminile Antifascista, “Donne e Resistenza in Toscana”, Giuntina, Firenze 1978

È curioso, ma al tempo significativo, che questi stessi caratteri che avrebbero costituito un freno alla partecipazione delle donne toscane al movimento resistenziale, dai primi storiografi della Resistenza venissero invece proposti positivamente come i tratti originali del modello resistenziale toscano, che era stato appunto temporalmente breve ma assai combattivo e capace soprattutto di farsi trovare nel momento di avvio del processo di liberazione dei territori regionali, inaugurato nell’estate del 1944, a uno stadio piuttosto avanzato di maturità politica e militare; un modello resistenziale che, oltretutto, se proprio in quel decisivo frangente era risultato vincente, lo doveva soprattutto alla stretta saldatura prodottasi tra mondo mezzadrile e Resistenza, tra contadini e partigiani[4]. Una conferma in più, insomma, d’una Resistenza sin lì letta ancora con un’ impostazione piuttosto carente sul piano della sensibilità di genere. Una lettura che, d’altra parte, anche la stessa documentazione partigiana coeva ai fatti tendeva spesso a confermare, anche se forse con qualche potenziale sfumatura in più.

Tornare a interrogare le carte partigiane del tempo, non già per chiedere a esse materiali e stimoli utili ad uno studio sulla storia delle donne nella Resistenza, quanto invece per indagare in modo possibilmente meno liquidatorio e parziale quale immagine (per quanto sfocata, silente, artefatta o limitata possa risultare) nei diversi contesti operativi e territoriali quelle stesse carte ci restituiscono dei percorsi e delle traiettorie femminili, può forse essere un tentativo valido e fruttuoso ai fini di un più approfondito studio sulla Resistenza tout court. Cogliere in sostanza “cosa” quelle carte partigiane – che intercettano, registrano o di contro tacciono la presenza femminile nelle formazioni partigiane – ci dicono della Resistenza stessa. Può essere che ne emerga un ritratto già noto e per certi versi stantio, ma anche che invece ne affiorino a tratti sfumature insolite e persino elementi inattesi. Certo, ciò se si è disposti a ritornare sulle carte delle formazioni – per così dire – senza pregiudizi di genere (da entrambe le parti), ma con la consapevolezza di quanto negli anni è stato acquisito grazie alla sollecitazione della soggettività delle protagoniste del tempo. Si tratta, naturalmente, di una ricerca ancora in buona sostanza da fare, anche per il caso toscano.

Quanto segue, non è perciò che una assai parziale e approssimativa restituzione di un primo tentativo di carotaggio condotto senza alcuna pretesa di esaustività su un campione assai ristretto di fonti partigiane coeve, raccolte nel fondo Resistenza armata in Toscana. Si tratta di un fondo conservato presso l’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea, nel quale sono contenute relazioni, bollettini, corrispondenza e documentazione varia (in originale e, soprattutto, in copia) relativa a tutte le formazioni partigiane della regione.

Come molte altre serie documentali sulle formazioni toscane, anche per questo fondo esiste almeno un limite euristico che è il caso di premettere e che è connesso al problema della “coevità” delle fonti che raccoglie. Gran parte della documentazione che vi si conserva è costituita infatti dalle relazioni generali sull’attività delle formazioni che, in quanto stese nella gran parte dei casi a partire dalla liberazione dei territori dove queste ultime operarono, sono spesso di qualche mese successive ai fatti descritti. Vi è naturalmente anche corrispondenza e documentazione prodotta nel farsi degli eventi, ma questa costituisce una minoranza, e spesso è oltretutto lacunosa e incerta nei riferimenti. Delle relazioni generali delle formazioni, dunque, conosciamo già i conclamati limiti come fonti: esse costituiscono intanto documenti performativi, che puntano cioè a proporre una raffigurazione della Resistenza rispondente ad alcuni obiettivi successivi, quali quelli del riconoscimento partigiano, e pertanto risultano sensibili a diverse variabili, quali ad esempio i diversi rapporti di forza esistenti tra i partiti dell’unità antifascista. Oltretutto, il più delle volte, questa documentazione, che (con pochissime e quasi del tutto rare eccezioni) è scritta da uomini, riproduce una visione sostanzialmente combattentistica e marziale della Resistenza, priva perciò di un’equanime sensibilità nel registrare il diverso coinvolgimento e lo squilibrio dei ruoli tra i generi. Se la performatività di queste fonti rispetto al problema della partecipazione delle donne agisce spessissimo da filtro, va detto però che non sempre lo fa secondo le logiche di una deliberata esclusione o di un sostanziale ridimensionamento al ribasso del ruolo delle donne. A volte, infatti, emerge dalle relazioni partigiane l’interesse e la preoccupazione a che il ruolo e la presenza delle donne – seppur comunque difficile da inquadrare al di là delle consuete mansioni assistenziali loro riconosciute – non risultino però sottodimensionate. Da parte di qualche estensore di relazione si dichiara persino l’augurio esplicito a che alle proprie gregarie – benché presentate semplicemente come staffette – in nome del coraggio e del sacrificio dimostrati venga riconosciuta la qualifica di partigiane combattenti, indipendentemente da che i requisiti assai stringenti della normativa di riferimento lo consentano o meno.

(ISREC – Lucca) La viareggina Didala Ghilarducci con il compagno Ciro Bertini “Chittò” che seguì sulle Alpi Apuane per combattere i nazifascisti

Certo, l’impressione generale che si ricava da una ricognizione parziale di questo tipo, è che non vi siano stravolgimenti rispetto a quanto ci immaginiamo possa emergere sulla partecipazione delle donne dalle carte partigiane . Affiora però di contro e anche a dispetto dell’uso totalizzante della categoria di “staffette” una maggiore varietà dei campi di impiego del personale femminile, con mansioni e incarichi, continuativi o occasionali, che a volte si muovono lungo un confine piuttosto labile tra funzioni logistico-assistenziali e attività strettamente connesse con l’azione armata vera e propria (anche se poi,  rispetto a quest’ultima, le donne appaiono più spesso nelle vesti di coadiuvanti dei compagni maschi). Continua comunque a resistere alla luce della nostra parziale ricognizione, l’idea complessiva di una specializzazione delle donne all’interno delle formazioni declinata in attività preferenzialmente assistenziali o informative, specializzazione che è certo anche frutto di un’esclusione da un concorso in armi più rilevante prodotto negli estensori delle relazioni dal permanere inconscio di quadri mentali di riferimento che guardano alla presunta minorità (fisica, morale, emotiva) delle donne.
Talvolta, questa minorità filtra in modo esplicito nella documentazione partigiana stesa dai comandi, anche se come elemento forse inconscio legato a retoriche e strategie espressive consuetudinarie e introiettate: «benché donne…», pare talvolta di leggere in tralice nelle argomentazione dei loro comandanti, come a voler dire che non poche delle loro gregarie sembrano quasi sorprendere questi ultimi per le capacità di imporsi sacrifici e rispondere coraggiosamente al dovere che impone la lotta di Liberazione, quasi non fossero da meno degli uomini. Formule avversative di questo tipo non sono rare e se anche sono utilizzate per esprimere in realtà giudizi positivi su quelle singole personalità che si dimostrano in qualche modo capaci di superare le aspettative, spesso al ribasso, che la loro condizione di genere sembra suggerire, in realtà risultano sintomatiche di un filtro tipicamente maschile nella lettura dei caratteri individuali.

Le signorine Wanda Giorgi, Editta Pinelli e Alfonsine Blasta, riferisce ad esempio Vittorio Turri il comandante del servizio informazioni della Divisione partigiana “Lunense”, «benché tutte assai giovani», dimostrano «una serietà e una abilità non comune» e in parte, appunto, inattesa[5]. Di Maria Zannoni, lo stesso Turri dice d’essere questa «una delle migliori staffette sia per l’età che per l’aspetto»[6]. L’indulgere nell’osservazione della forma estetica, se può risultare fuori luogo, sottende probabilmente il fatto che quest’ultima può costituire al tempo una dote e un’arma utile nell’espletamento di una funzione non di rado attribuita al personale femminile, quella cioè della “persuasione” o, come recita la formula moralmente più compromettente spesso usata nelle carte partigiane, della “corruzione” del nemico, che, al pari di una seduzione, viene raggiunta da queste temerarie anche attraverso il loro personale fascino. Nel giugno del 1944, il comandante della 32° Brigata Rosselli “Renzo Galli”, che opera a Siena, dopo la cattura da parte dei tedeschi è processato e condannato a morte; tuttavia, si legge in un rapporto, «elementi femminili» appartenenti alla formazione «corrussero le sentinelle», di modo che il Galli poté approfittare, fuggendo ai suoi carcerieri attraverso una fogna[7]. Nel pistoiese, Giuliana Giavazzi della Brigata GL, mentre si «intratteneva coi militi» della GNR lasciava il tempo ai compagni di introdursi nella caserma per sottrarre armi e munizioni[8]. La già citata Wanda Giorgi, informatrice della Divisione “Lunense” e prima di essa della 4° Brigata “Ligure” operante in Lunigiana, nubile, ventenne, presumibilmente avvenente, si manteneva «in continuo contatto con i soldati tedeschi e fascisti» a cui «sapeva estorcere le notizie più importanti». Anche quando catturata dai tedeschi il 5 dicembre 1944, aggiungeva il rapporto, «ella sosteneva lo stretto interrogatorio senza fare alcuna rivelazione che potesse nuocere ai suoi compagni»[9].

Quella informativa, lo si sa, è una delle mansioni, assieme a quella di staffette, in cui le donne bene o male si specializzano, anche perché, come riconoscono i comandi, a loro è concessa una libertà che i compagni maschi non possiedono. Scrive, a riguardo, nella sua relazione conclusiva Antonio Mattesini, maresciallo di fanteria già appartenete al comando del SIM prima dell’8 settembre e poi ideatore nell’aretino di un nucleo clandestino di informazioni militari poi inglobato nella 23° brigata Garibaldi “Pio Borri”: «si è notato che i più anziani di età e le donne in specie (…) sono sempre stati i più abilissimi informatori in quanto indisturbati penetrano con facilità nei ritrovi e nei luoghi attingendo le più sicure fonti militari»[10]. E pur tuttavia, nonostante questa ammissione, l’impiego effettivo dell’elemento femminile nel centro informativo del Mattesini risulta piuttosto minoritario. Su 41 agenti attivi, 39 sono uomini e solo 2 donne, per di più sorelle (Rosa e Savina Palombi), mentre ancora tra i collaboratori occasionali 28 sono uomini e 4 donne. Decisamente più nutrita risulta invece la rappresentanza femminile entro il Servizio Informazioni Militari della citata Divisione Garibaldi “Lunense”, la formazione ispirata nell’agosto 1944 da Roberto Battaglia al confine tra Garfagnana e Lunigiana. Il servizio dispone infatti di una dozzina di «addette a vari osservatori», sorta di «staffette di vigilanza» alle quali è dato il compito di osservare da punti prestabiliti, spesso coincidenti col luogo di residenza o la sede lavorativa, tutti gli eventuali spostamenti di fascisti e tedeschi che esse poi riferiscono al comando della Divisione. Questo personale femminile svolge talvolta anche missioni mobili che comportano anche il doversi infiltrare presso il nemico nel tentativo di estorcere informazioni. È il caso della già citata Wanda Giorgi o di Editta Pinelli “Annetta” «in frequente contatto con i soldati tedeschi e fascisti» ai quali – viene detto della seconda – «sapeva prendere le notizie più importanti»[11]. Molte di queste informatrici sono per lo più giovani, nubili, spesso insegnanti o impiegate pubbliche nei comuni della zona da dove accedono perciò a informazioni preziose sugli occupanti. Vi sono però altre che vengono da famiglie contadine, come nel caso di Fanny Pellegrini di Fivizzano, e che oltretutto vivono nel difficile contesto di guerra disagiate condizioni economiche. Altre ancora sono sposate e hanno famiglia e prole, fatto questo che le espone ulteriormente a un pericolo maggiore. Arduina Grassi Incerti ne ha addirittura sei di figli; Maria Altieri, casalinga, ha tre bimbi in tenerissima età coi quali, oltretutto, è costretta a passare il fronte quando la sua attività di informatrice viene scoperta ed è perciò letteralmente inseguita dai tedeschi che le devastano pure casa[12].

Il “mimetismo” relativo cui beneficiano le donne nel contesto dell’occupazione, dove sono gli uomini a esser di per sé stessi sospetti, le rendono perciò adatte per compiti di collegamento e raccolta di informazioni, attività che richiedono mobilità e, appunto, passare inosservate. Aspetto, questo, che registrano puntualmente le carte partigiane: «il servizio di collegamento», si legge negli incarti della Brigata “Buozzi” legata al Psiup fiorentino, «doveva esser fatto attraverso il nostro elemento femminile, dato che ad esso soltanto poteva esser permessa una certa libertà di circolazione»[13]. Similmente si esprime anche il comandante della Brigata Garibaldi “Gino Menconi” operante sulle Apuane: «è di valore incalcolabile l’opera svolta dalle donne nel campo dei collegamenti sia nei momenti di stasi che in quelli di combattimento. Il maggior numero di staffette fu sempre reclutato fra le donne ed esse si dimostrarono insuperabili in determinati servizi che richiedevano la massima prudenza»[14].

Sui rischi in cui le staffette possono incorrere la casistica è sterminata, come i pericoli nei quali possono potenzialmente incappare. Giusto alcuni esempi che le carte delle formazioni toscane ci riportano. Il 3 luglio 1944 le sorelle Lidia e Anna Lia Innocenti, staffette della 23° Brigata aretina “Pio Borri”, sono inviate attraverso le linee nemiche nell’area di Rigutino per appurare l’eventuale spostamento delle artiglierie tedesche. Svolgono il loro incarico egregiamente, ma sulla via del ritorno sono seguite da due militari tedeschi che, insospettiti, si fanno condurre presso l’abitazione delle due giovani. Qui, accusate di spionaggio, le costringono a un duro interrogatorio: «siccome le due donne tengono un contegno sprezzante», si legge nel report della formazione, i militari le violentano. Anna Lia viene tragicamente uccisa sul momento, assieme alla madre che tenta di opporsi, mentre Lidia rimane gravemente ferita[15]. Il 7 luglio, un’altra collaboratrice di una compagnia di un battaglione poi rifuso nella stessa Brigata “Pio Borri” viene uccisa dai tedeschi nella zona di Castiglion Fiorentino in Val di Chiana durante un’analoga missione oltre le linee volta ad accertare la dislocazione e la consistenza delle artiglierie tedesche. La donna è Gabriella Brogi, una cittadina belga che porta il cognome del marito italiano, Pericle Brogi (il nome effettivo, che le carte partigiane non dicono, è Gabriella Maria De Jaquier De Rosée), e che si era fatta collaboratrice del movimento locale di resistenza sin dalle prime fasi. Fatto abbastanza singolare, a seguito della sua tragica morte, le sarà intitolata la 2° compagnia (“Gabriella Brogi”) del 2° battaglione della 23° Brigata “Pio Borri”[16]. Nell’agosto del 1944, in piena battaglia di Firenze, ci sono staffette che, come Teresa Cantini passano più volte il fronte tedesco attestato sul Mugnone per collegare gli insorti nei quartieri sotto controllo nemico con i comandi militari partigiani installati nella parte già liberata della città[17]. La staffetta Dina Giannelli, mentre si reca a portare una comunicazione al comando del distaccamento SAP del PCI prima zona di Firenze, viene colpita a morte da raffiche di mitragliatrice, mentre poco dopo un ordigno colpisce una sua compagna, la staffetta Lida Salani, che rimane gravemente ferita[18]. Il 3 settembre 1944, Giuliana Barbetti, 23 anni, staffetta del comitato militare del CLN di Lucca, incaricata di portare attraverso le linee alle avanguardie alleate rilievi topografici sulle fortificazioni tedesche della Gotica, incappa in un infernale fuoco d’artiglieria ed è ferita gravemente da schegge di granata al fianco e alla gamba[19].

(ISRT) Tina Lorenzoni, crocerossina e staffetta della Brigata GL “V”. Catturata e uccisa dai tedeschi durante la battaglia di Firenze.

Contrariamente agli esempi sopra riportati, ci sono formazioni, operanti in contesti di periferia e dal relativo valore militare, che non sembrano invece voler esporre i propri effettivi femminili a rischi inutili, anche se non è chiaro fino in fondo se ciò sia conseguenza di una consapevole volontà di salvaguardia dell’elemento femminile o di un’implicita ammissione della loro inadeguatezza a mansioni di guerra, o entrambe le cose. La Sap di Fibbiana, Montelupo Fiorentino, ad esempio, ha solo due donne all’attivo: Clara Pozzolini, che è un’impiegata dello stato civile del comune a cui sono stati attribuiti compiti di vigilanza, e la staffetta Maria Cioni. Come ci tengono a sottolineare i comandi nella relazione, sono però i soli effettivi maschi della formazione che vengono «impiegati in azioni pericolose», anche se poi la Cioni, che grazie alla sua conoscenza dell’inglese si troverà a far da interprete con le avanguardie alleate, dovrà espletare comunque questa sua mansione «anche in momenti particolarmente pericolosi per il violento cannoneggiamento»[20]. D’altro canto, nelle aree in cui si combatte, qualsiasi funzione anche non direttamente marziale attribuita al personale femminile si rivela lo stesso rischiosa: «pericolosissimo pure era il servizio di raccolta e di porta feriti disbrigato in maniera lodevole dalle staffette femminili», si legge nei report della Brigata Garibaldi fiorentina “Sinigaglia”, una delle più combattive. La Brigata GL “Vittorio Sorani”, attiva nei giorni della battaglia per Firenze nel quartiere fiorentino di Rifredi, allora sotto occupazione tedesca, organizza un ambulatorio clandestino per l’assistenza alla popolazione civile. Una sua effettiva, Tina Lorenzoni, crocerossina e tra le più attive staffette fiorentine, accompagna una partoriente in condizioni non ottimali «attraverso la linea nemica sotto varie raffiche di mitragliatrice» fino nel centro della città, già in mano alleata[21]. Non molto dopo, come noto, la stessa Lorenzoni, nel corso di un’altra missione di infiltrazione oltre le linee nemiche sulle colline a nord di Firenze verrà catturata e fucilata dai tedeschi.

Nella documentazione partigiana, non di rado si trovano a riguardo del personale femminile notazioni che rimandano ad attività collaterali all’azione militare vera a propria, spesso legate al sabotaggio, le quali, se non implicano nella pratica l’uso delle armi, richiedono quantomeno il possesso di conoscenze tecniche o un minimo di dimestichezza bellica e balistica normalmente appannaggio delle componenti maschili. Le due staffette della citata Brigata “Buozzi”, Lidia Albertoni e Ludovica Marcella Paperini, mentre la formazione è impegnata a Firenze sulla linea del Mugnone, vengono incaricate di recarsi oltre il tracciato difensivo tedesco «per individuare i punti di collocamento delle mine» che devono esser fatte brillare per rallentare la ritirata tedesca[22]; un compito che, immaginiamo, presupponeva il possesso di qualche cognizione sul funzionamento e la portata degli esplosivi. Meno complessi, tecnicamente, ma non meno rischiosi risultano altri incarichi di sabotaggio, talvolta affidati a personale femminile interno o esterno alle bande. La signora Poggi, ad esempio, collaboratrice della formazione comandata dal capitano della regia Marina Giuseppe Cecchini e attiva nella bassa valle del Serchio, in provincia di Lucca, veniva spesso incaricata dal comando di «recarsi in determinati punti a tagliare i fili telefonici»[23].

La questione capitale del porto effettivo delle armi da parte del personale femminile sembra invece sfuggire o appena trapelare dalla documentazione collazionata per questa parziale ricognizione. Ogni volta che nelle carte si trovano descrizioni dettagliate su azioni militari e se ne indicano i membri che ne prendono parte, molto raramente compaiono tra essi nomi femminili. La ragione, naturalmente, è ovvia e rispecchia l’effettiva esiguità della partecipazione in armi da parte delle donne aggregate alle formazioni nel contesto di combattimenti. È oltremodo significativo, comunque, il fatto che le volte in cui si trovano nei documenti riferimenti di questo tipo non di rado è in conseguenza di un coinvolgimento improvviso e casuale da parte di staffette o componenti femminili in scontri col nemico . Nel resoconto relativo a un attacco subito dalla 4° compagnia del 1° battaglione della 23° Brigata aretina “Pio Borri”, ad esempio, delle patriote Detti Concetta, Ciofini Ester e Romani Anna Maria si specifica che «accorse sul posto di combattimento ad informare il comandante di compagnia circa i movimenti tedeschi vengono coinvolte con i partigiani nel combattimento e rimangono anch’esse ferite»[24]. Diversamente, in un contesto d’emergenza in cui gli effettivi partigiani scarseggiano, come accade ad esempio in una situazione di prima linea, può esser richiesto alle stesse staffette di svolgere attività di vigilanza armata e quindi, all’occorrenza, l’uso delle armi. Tra il 9 e il 10 agosto 1944, si riporta ad esempio in un report della 3° Brigata “Rosselli” impegnata nella liberazione di Firenze, «dato il precipitare della situazione tutti, indistintamente, dai comandanti alle staffette femminili, prestarono ininterrotto servizio armato».

La guerra partigiana nelle carte delle formazioni risulta principalmente affare per uomini. D’altra parte, la lente tradizionale attraverso la quale si legge da subito quell’esperienza è tipicamente maschile e mette al centro del discorso le virtù marziali, i valori combattentistici, la morte, gli eroismi. La partecipazione femminile, pur se molto più articolata, continua perciò a rimanere espressa con formule discorsive e retoriche prettamente ancillari, che ne mettono in luce semmai il ruolo di assistenza materiale e morale alla Resistenza in armi. Non è però questo sguardo, così parziale e soggettivo, esito esclusivo del fatto che a compilare le carte delle formazioni siano quasi sempre partigiani maschi. Appare significativo in tal senso che, anche per il caso toscano, questa visione ancillare della Resistenza delle donne trovi alcune conferme persino in quelle pochissime relazioni stese da attiviste e compagne responsabili di organizzazioni femminili legate alla Resistenza. Un esempio, tra altri, può essere la relazione stesa da Flora Giannini, responsabile del gruppo femminile della SAP di Carrara legata alla FAI (Federazione Anarchica Italiana). Si tratta di sette cartelle fitte che rivendicano al gruppo di donne in questione una gamma di attività in grado di spingersi ben oltre i meri aiuti materiali forniti ai partigiani delle Apuane e che abbraccia invece anche servizi di spionaggio, di porta armi e munizioni o di cura morale e psicologica ai combattenti. C’è, inoltre, racchiusa in quelle pagine, la netta rivendicazione di un’adesione indefessa e incondizionata da parte delle donne carrarine alla causa della Resistenza, adesione che non si cura dei sacrifici e delle difficoltà subite, e che anzi vuol porre in sodo la capacità di resistenza e adattamento delle donne della formazione alle stesse dure condizioni di vita in montagna che sperimentano i partigiani in armi. Ma, oltre a questo, pare emergere in filigrana come il loro ruolo, per quanto effettivo ed entusiasta, risponda a una vocazione orientata a dare tutto in funzione dei partigiani combattenti, che esse seguono infatti quasi come ombre, fornendo loro tutto ciò di cui essi abbisognano e non sono in grado di procurarsi. Una certa idea di sussidiarietà, forse imposta dalla forma mentis della società del tempo o forse in parte anche dalla volontà di toccare in chi doveva legger e valutare quel documento le giuste corde sentimentali e psicologiche, non era perciò del tutto assente nel modo con cui si descriveva da parte delle stesse protagoniste la collaborazione del gruppo femminile. Peraltro, il tutto espresso con un linguaggio intriso di patos sacrificale che non si discostava molto da quello infuso in molte altre relazioni partigiane di fatti d’armi:

Per le brave compagne non esistevano né pesi né fatiche, ma animate da quel coraggio che è forza e fede dell’ideale seguivano quei prodi da uno sganciamento all’altro, sotto il tiro del cannone e sotto il fischio della mitraglia, pur di portare loro il necessario: armi, munizioni e viveri abbondanti. Esse erano messaggere in tutti i pericoli, sempre pronte alla voce del dovere di giorno e di notte, non arrestandosi davanti a nessun ostacolo pur di portare a termine le loro missioni […] Esse con fulgido esempio sfuggendo alle insidie nemiche, salivano i monti affrontando tutti i pericoli, sfidando la morte per portare non solo il pane, nutrimento materiale, ma la loro buona parola che era conforto morale a quei prodi, che celati tra le creste frastagliate, passavano i giorni pieni di tristezza e privazioni, lontani dalle loro case, dai loro cari, dove un pensiero costante li portava ogni dì, dove l’attesa di quella libertà li tendeva frementi d’azione. Era vicino a loro, che esse si portavano dopo i duri combattimenti per raccogliere i feriti, prodigando loro cure ed attenzioni, dando sepolture occasionali e degne per toglierli dalle mani del nemico e toglierli al loro oltraggio.[25]

Anche quella della partigiana-Antigone che, come la grossetana Norma Parenti, a suo rischio personale sottrae i corpi dei compagni caduti all’oltraggio del nemico assicurandone contro il divieto di quest’ultimo degna sepoltura – una funzione caritatevole quanto rischiosa, coraggiosa quanto deflagrante sul piano della disobbedienza al comando della guerra nazifascista –, è elemento che trapela talvolta nelle stesse carte partigiane, anche se forse non in tutta la sua pienezza di significato.

(ToscanaNovecento) Norma Parenti, antifascista e partigiana grossetana, catturata, seviziata e uccisa dai tedeschi. Medaglia d’oro al valor militare.

Da questa ricognizione incerta e parziale, sfuggono invece molte altre questioni, sulle quali talvolta, ma non sempre, le carte partigiane tacciono o si mostrano reticenti, ma che proprio per questo sono però altrettanto importanti. Tra queste, ad esempio, il problema della convivenza e della condivisione degli stessi spazi e delle stesse condizioni di vita partigiana all’interno delle formazioni tra personale maschile e femminile, e dunque la questione della moralità e della disciplina che tali rapporti sollevano. Come ha ricordato tra altri Santo Peli, la presenza di donne giovani e potenzialmente desiderabili tra le file partigiane sollevò talvolta da parte dei comandi decisi «moralismi», volti a frenare l’insorgere nella truppa maschile di speculari «fantasie»[26], moralismi che lasciarono tracce entro i codici disciplinari che le singole formazioni si diedero e nei provvedimenti disciplinari che i comandi in alcuni casi sanzionarono. Tracce, queste, talvolta recuperabili nei carteggi e nella documentazione partigiana coeva.

Altra questione che trapela dagli incarti partigiani, con sensibile accelerazione a partire dalla vigilia della fine della guerra, è quella inerente il problema del riconoscimento partigiano per staffette e, più in generale, per il personale femminile. Considerazioni e sensibilità anche divergenti sul da farsi presero in quel frangente ad animarsi tre le stesse file partigiane. Sicuramente, da un lato, agì da parte di alcuni comandi la volontà di mantenere la guerra di Liberazione nell’alveo del paradigma combattentistico del maschio guerriero, certificandone perciò i suoi effettivi come tali e mantenendo di conseguenza la partecipazione femminile su di un piano meramente assistenziale. Dall’altro, invece, non mancarono preoccupazioni contrarie, perché si tenesse conto cioè, premiandolo adeguatamente, del valore non solo sussidiario e simbolico del contributo offerto alla Resistenza dalle donne. Il tenente di fanteria Luigi Geri, comandante della formazione “Valoris” collegata al PCI di Pistoia, ad esempio, dopo aver parlato dell’opera svolta dalle sue staffette Liana Pisaneschi e Marina Capponi chiudeva la sua relazione generale con queste parole: «Ritengo doveroso segnalare l’operato delle staffette che si sono prodigate sprezzando il pericolo, fino all’inverosimile, portando attraverso le maglie nemiche armi, munizioni e materiale di propaganda. A queste, pur non avendo partecipato a combattimenti deve spettare la qualifica di partigiane combattenti»[27].

Talvolta, come può leggersi nei carteggi che si scambiano i comandi partigiani toscani già a partire dalla fine del 1944, nella compilazione dei ruolini e nel rilascio dei primi attestati può succedere che alcuni di essi si dimostrino un po’ laschi nel concedere a collaboratrici e patriote il riconoscimento di partigiane combattenti, talvolta facendo ciò a scopi puramente assistenziali, talaltra seguendo anche logiche premiali su base politica o dietro mirate raccomandazioni. Situazioni che però si scontrarono spesso con chi, non solo insisteva perché il rilascio delle qualifiche rispecchiasse i criteri di legge, ma si dimostrava preoccupato di contenere l’esperienza resistenziale entro un canone puramente combattentistico e, come tale, eminentemente maschile. Di fronte alla troppo leggera concessione di alcuni tesserini attestanti la qualifica di partigiane combattenti per una ventina di donne della fiorentina Brigata Garibaldi “Sinigaglia”, un piccato esposto inviato nel settembre 1944 al comando delle Garibaldi fiorentine protestava asserendo trattarsi in quel caso di donne chiamate in realtà dalla formazione «a disimpegnare il lavoro di pulizia, di cucina e di sguattere». Valutata la situazione, in quel caso il comando garibaldino propose di considerarle perciò come «servizio ausiliario», includendole tra le richiedenti la qualifica di «patriota»; grado che poi la Commissione regionale toscana riconobbe per alcune di loro. Almeno una di esse, sappiamo,  fece ricorso alla Commissione di secondo grado per ottenere il titolo di partigiana combattente, che tuttavia le fu rigettato[28].

Che vi siano nella documentazione partigiana coeva spunti e appigli ancora utili per approfondire e problematizzare alcune fondamentali questioni potenzialmente in grado di illuminare non solo (o non tanto) il ruolo effettivo della partecipazione femminile alla Resistenza ma in senso più in generale la stessa conoscenza complessiva della vicenda resistenziale e partigiana è qualcosa per cui davvero può valer la pena di riprendere le carte d’archivio e interrogarle con dovuta acribia e rinnovata sensibilità.

 

 

 

[1] Comitato femminile antifascista, Donne e Resistenza in Toscana, La Giuntina, Firenze 1978.
[2] P. Gabrielli, Antifascisti e antifasciste, in M. Palla (a cura di), Storia della Resistenza in Toscana, vol. 1, Regione Toscana-Carocci, Roma 2006, p. 42.
[3] L. Mattei, La partecipazione delle donne, in AA.VV., Storia della Resistenza senese, Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età Contemporanea “V. Meoni”, Betti editrice, Siena 2021, pp. 191-192.
[4] Per un esempio classico di questa interpretazione storiografica del modello resistenziale toscano cfr. R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1979, p. 357.
[5] Archivio Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea (AISRT), Resistenza armata in Toscana, b. 3, fasc. 7.5.2 Divisione Garibaldi Lunense, Servizio Informazioni Militari, Relazione sull’attività svolta dal Servizio Informazioni Militari della Divisione Garibaldi Lunense, p. 26.
[6] Ivi, Elenco dei partigiani del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) della Divisione Garibaldi Lunense, p. 13.
[7] Ivi, b. 1, fasc. 3.1.3 XXII Brigata Fratelli Rosselli, Div. GL 32° Brigata Carlo Rosselli, si vedano i riferimenti alle date del 29 e 26 giugno 1944 nelle due diverse versioni presenti dell’Elenco delle azioni.
[8] Ivi, b. 5 [4], fasc. 15.13 Brigata GL Pistoia, relazione a firma del comandante la Brigata Riccardo Morosi e del comandante la XII zona Vincenzo Nardi, pp. 2-3.
[9] Ivi, b. 3, fasc. 7.5.2 Divisione Garibaldi Lunense, Servizio Informazioni Militari, Elenco dei partigiani del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) della Divisione Garibaldi Lunense, pp. 4-5.
[10] Ivi, b. 1, fasc. 1.1.16 XXIII Brigata Garibaldi “P. Borri”, III Btg., Relazione organico forza e sue variazioni centrale e compagnia “I”, Costituzione del nucleo clandestino d’informazioni di Castel Focognanon (Arezzo), p. 3
[11] Ivi, b. 3, fasc. 7.5.2 Divisione Garibaldi Lunense, Servizio Informazioni Militari, Elenco dei partigiani del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) della Divisione Garibaldi Lunense, p. 5.
[12] Ivi, pp. 4, 12, 14; ivi, Relazione sull’attività svolta dal Servizio Informazioni Militari della Divisione Garibaldi Lunense, p. 29.
[13] Ivi, b. 2, fasc. 5.1.2.13 Divisione Potente brigata B. Buozzi, Relazione sulle operazioni clandestine ed azioni di guerra della III zona settore S, 1 agosto 1944, p. 5.
[14] Ivi, b. 3, fasc. 7.3.1. Brigata Garibaldi “Gino Menconi”, Relazione Brigata Garibaldi “Gino Menconi”, collegamenti, p. 13.
[15] Ivi, b. 8 [Resistenza in Toscana], fasc. 29.3 Relazione sull’attività della 2° compagnia “Gabriella Brogi” del II battaglione della XXIII Brigata Garibaldi “Pio Borri”, 3 luglio 1944, pp. 21-22.
[16] Ivi, 7 luglio 1944, pp. 24-25.
[17] Ivi, b. 2, fasc. 5.1.2.13 Divisione Potente brigata B. Buozzi, Relazione dell’attività svolta dalla squadra socialista di Peretola nel periodo maggio-agosto 1944, p. 1.
[18] Ivi, b. 2, fasc. 5.1.5 Sap I zona PCI Firenze, Relazione dell’attività svolta dalla costutuzione delle Squadre d’azione SAP fino allo scioglimento, p. 12; ivi, Rapporto relativo all’attività svolta dalla 2° compagnia I zona, p. 2.
[19] Ivi, b. 3, fasc. 8.1 Comitato militare clandestino dei patrioti lucchesi, Relazione, ottobre 1944, p. 40.
[20] Ivi, b. 1, fasc. 3.1.4 Sap Fibbiana, Attività svolta, p. 1.
[21] Ivi, b. 2, fasc. 5.1.2.3 Brigata V, Relazione della Brigata “V”, 29 dicembre 1944, pp. 3,6,
[22] , b. 2, fasc. 5.1.2.13 Divisione Potente brigata B. Buozzi, Relazione sulle operazioni clandestine ed azioni di guerra della III zona settore S per la Liberazione di Firenze, p. 6.
[23] Ivi, b. 3, fasc. 8.8. Formazione Cecchini, Relazione del capitano della regia marina Cecchini Giuseppe, Lucca, 2 novembre 1944, p. 3.
[24] Ivi, b. 1, fasc. 1.1.8 XIII Brigata Garibaldi “Pio Borri” I Btg. IV Cpg., Attività operativa, 14 luglio 1944, p.
[25] Ivi, b. 3, fasc. 7.1.4 SAP F.A.I., Relazione militare femminile (Gruppo Flora) SAP-FAI, p. 2.

[26] S. Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Einaudi, Torino 1004, p. 215.
[27] Ivi, b. 5, fasc. 15.22, Banda Valoris, Relazione, Pistoia, 3 maggio 1946, p. 7.
[28] Ivi, Anpi Firenze, b. 3, fasc. Carteggio 1944 non datato, istanza a firma Marco Pieri al Comando Divisione Potente e ai vecchi comandanti della Brigata Sinigaglia e risposta a firma di “Gracco” e altri del 20 novembre 1945.

Articolo pubblicato nel marzo del 2025.




“Distruggono Firenze!”: la notte dei ponti, 3-4 agosto 1944

Da poco era cominciato ad imbrunire lievemente perché siamo nel plenilunio, quando cinque minuti avanti le ventidue è parso che un terremoto scuotesse la terra, abbiamo udito un boato prima sordo e poi fragoroso […] Ci siamo guardati in faccia: evidentemente i tedeschi cominciano la loro opera di infame distruzione”.

Con queste parole l’avvocato Gaetano Casoni rievoca nel suo diario il momento in cui, chiuso nella propria abitazione con i suoi familiari, avverte come tutti i fiorentini che i nazisti hanno iniziato a far saltare le mine posizionate ai piloni dei ponti. L’ora da tempo attesa è scoccata.

La rapida avanzata degli eserciti Alleati, dopo lo sfondamento della Linea Gustav e la liberazione di Roma, da questi agevolmente attraversata grazie allo status di “città aperta” riconosciuto dalle parti belligeranti, aveva spinto i comandi nazisti a rapide contromisure. Per consentire il completamento dei lavori della linea Gotica fra Spezia e Rimini, lungo la dorsale appenninica, viene attuata una strategia di “ritirata aggressiva” che grava sui comuni e sulle popolazioni della costa e dell’interno. Ai disagi e alle rovine causate dal passaggio delle truppe dei diversi eserciti si uniscono quelle dei combattimenti lungo le diverse linee di difesa tracciate sul territorio, oltre che ad una specifica strategia di “guerra ai civili” con il conseguente stillicidio di saccheggi, rappresaglie, singole uccisioni, stragi delle comunità delle aree attraversate dalle truppe in ritirata.
L’Arno rappresenta l’ultima grande trincea naturale su cui potersi attestare. Il passaggio del fiume deve essere impedito. Firenze, che ne è attraversata, diviene così centrale nelle strategie naziste. Il destino dei ponti è segnato.  I comandi nazisti non vogliono ripetere l’esperienza di Roma, anche se il confronto sull’attribuzione dello status di “città aperta” anima le giornate di luglio fra illusorie speranze e volontà di attribuire al nemico la responsabilità della mancata proclamazione. Al tempo stesso  si fa riferimento al presunto impegno  nazista a risparmiare la città dalle conseguenze “di un’azione combattuta entro l’abitato urbano”, come si legge nell’Avvertenza ai fiorentini, fatta pubblicare sulla “Nazione” del 27 luglio, viene usato per premere sulla popolazione affinché non compia atti di sabotaggio o aggressione nei confronti delle truppe tedesche.

Ma ogni illusione viene meno il pomeriggio del 29 luglio quando viene affissa sui muri della città l’ordinanza di sgombero dei Lungarni, pubblicata il giorno dopo sull’ultimo numero della “Nazione”. Consapevoli del pericolo imminente, a sera si riuniscono in Arcivescovado con il cardinale Elia Dalla Costa, il vice prefetto Gigli, il vice podestà De Francisci, il Soprintendente alle Belle Arti, il console svizzero Steinhäuslin. Dopo la fuga delle autorità fasciste repubblicane, gli ultimi rappresentanti delle Istituzioni cercano di adoperarsi per Firenze. Redigono un “Memorandum” per ricordare le precedenti assicurazioni date da Hitler e da Kesselring a tutela della città, che, insieme anche al rettore Marsili Libelli consegnano il giorno dopo al colonnello Fuchs, da pochi giorni comandante in capo della piazza di Firenze. Precedentemente, fino alla sua partenza il giorno 25, anche il console tedesco Gerhard Wolf si era mosso nella stessa direzione, cercando di tutelare il patrimonio artistico della città. Ma Fuchs non lascia spazio ad illusioni, richiamando le conseguenze negative subite dall’esercito nazista a seguito della proclamazione di Roma “città aperta” e mostrando un volantino lanciato da aerei inglesi in cui si invitava la popolazione a difendere la città e favorire la rapida avanzata alleata. La scelta è già stata presa. L’ultimo tentativo avanzato dalla delegazione di ottenere un lasciapassare per raggiungere il comando Alleato e ottenere precise garanzie sulla loro condotta si spenge, infatti, nella mancata risposta tedesca.

Il Comitato toscano di liberazione nazionale (CTLN) non aveva creduto nella possibilità di una trattativa e riteneva che la città potesse essere salvata solo da un’azione insurrezionale, ma è colto di sorpresa dall’ordinanza del 29 luglio. Le truppe alleate sono ancora troppo distanti dalla città, così come le formazioni partigiane, e il caos diffusosi fra la popolazione dei lungarni rende impossibile qualsiasi azione immediata.

Subito dopo l’annuncio dello sgombero, decine di migliaia di persone devono abbandonare le proprie case, con la consapevolezza di non farvi più ritorno, e trovarsi un luogo sicuro dove potersi riparare nell’imminenza della battaglia. Il carcere delle Murate, chiese, caserme, abitazioni di amici e conoscenti diventano mete ambite. In Oltrarno moltissimi sfollano a Palazzo Pitti. La reggia dei Granduchi e dei re d’Italia diviene l’alloggio del popolo di Firenze che ne occupa sale, corridoi, cortili e loggiati, dove vivranno i giorni della battaglia e trascorreranno il mese di agosto in condizioni di grave precarietà, ma sperimentando anche diffuse manifestazioni di solidarietà umana, grazie all’organizzazione che viene approntata per gestire i bisogni più imminenti e naturali.

Il precipitare della situazione è palesato il 3 agosto dalla proclamazione dello stato d’emergenza. Il comando tedesco ordina ai fiorentini di non uscire dalle proprie case. Chiusi nelle abitazioni, spesso senza adeguate riserve di acqua e di vivere, i fiorentini attendono la battaglia imminente. A sera squadre partigiane cercano di tagliare i fili delle mine al Ponte della Vittoria e alla Carraia, ma sono respinti dalle preponderanti e ben armate truppe tedesche.

I resti di Ponte Santa Trinita

I resti di Ponte Santa Trinita

Nel corso della notte fra il 3 e il 4 agosto le esplosioni provocano boati e scosse che fanno tremare la città, come un terremoto. Scrive sempre Casoni: “Ogni due ore circa si rinnovano gli scoppi di grossissime mine, i boati, i colpi che sembrano determinati da proiettili destinati a cadere su di noi; nuove nuvole si innalzano paurose quasi a precipitare l’enormità del disastro”. Ad uno ad uno sono abbattuti i ponti, fino a quello di Santa Trinita che è così saldo sui suoi piloti da richiedere tre cariche di esplosivo prima di crollare. La scelta di salvare Ponte Vecchio, particolarmente ammirato da Hitler nelle sue visite in città, comporta la distruzione del cuore medioevale di Firenze, alle sue estremità, su entrambe le sponde dell’Arno. I quartieri di Por Santa Maria e di Borgo San Jacopo, via Bardi e via Guicciardini, con le antiche e caratteristiche case torri e la casa di Machiavelli, sono dilaniati e rasi al suolo.

Al mattino, quando i fiorentini più coraggiosi salgono sui tetti o cercano di raggiungere i lungarni si trovano di fronte uno spettacolo spaventoso: monconi di pietre al posto dei piloni in Arno e montagne di macerie fumanti ai lati di Ponte Vecchio. Le esplosioni sono state così forti che pezzi del Santa Trinita sono giunti fino in via Cerretani. L’avvicinarsi del fronte ha così drammaticamente marchiato Firenze e la sua popolazione. Mentre le primi truppe delle truppe coloniali britanniche avanzano da via Senese ed entrano da Porta Romana in città e le brigate partigiane, dopo i primi combattimenti a Gavinana il giorno precedente, penetrano in Oltrarno fra l’entusiasmo della popolazione, la città è divisa in due nell’imminenza della battaglia per l’insurrezione.




SULLE TRACCE (GIOIOSE) DELLA PANTERA A FIRENZE

Occupì, occupà, occupiamo la città…Occupà, occupì, occupiamo pure qui” cantavano gli universitari fiorentini nel madido gelo notturno di fine febbraio mentre percorrevano furtivi le vie del centro storico armati di stencil e bombolette spray per imprimere sui marciapiedi variopinte orme di pantera: le impronte indicavano i percorsi dalla stazione di Santa Maria Novella  alle diverse facoltà e all’assemblea nazionale che dal 27 febbraio al 9 marzo ha riunito a Firenze, non senza divergenze e litigi, le differenti anime della Pantera.

L’ultimo grande movimento studentesco dei decenni passati, ultimo sussulto generazionale che ha cercato di mettere in discussione le gerarchie del sapere finalizzato al profitto ed è riuscito a scuotere l’opinione pubblica. Fu un movimento diverso dai precedenti dove la politica non poteva essere svincolata da una dimensione umana relazionale: “Ciò che mi è rimasto nel cuore di quella esperienza è la gioia, la felicità con cui tutto avveniva. I dibattiti più belli avvenivano a cena o durante i cineforum, fra imprevisti, come le pizze che si bruciavano, e tante risate[1].

Il 18 gennaio è la data in cui la Pantera fece il suo ingresso ufficiale a Firenze quando alla facoltà di Lettere gli studenti riuniti in assemblea dovevano decidere in che modo dar vita alla loro protesta: i corridoi, le aule erano un continuo scorrere di voci, discussioni, opinioni…“Stipati nell’aula B, al primo piano, pigiati negli atri, nelle scale, nell’ingresso del pianterreno. Chi poteva immaginare questa affluenza…Mille? Chissà, nessuno ha potuto contarli. Il Coordinamento degli studenti di sinistra è allibito, frastornato, non crede ai suoi occhi: che successo! Che meraviglia! Ma lo vedi quanti siamo?[2]. Chissà quanto tempo è passato per vedere un’assemblea così stracolma. “Grazie Ruberti”, dice una ragazza infervorata. È la prima volta per tutti. Il primo vero grande appuntamento di quelli che “si sono rotti le scatole” come dirà, dando voce alla maggioranza, un altro studente[3]. Le speranze di chi spingeva per l’occupazione si opponevano ai timori di coloro che prevedevano uno stravolgimento della loro vita universitaria. Ma quel giorno a Lettere erano davvero pochi: “I contrari parlino ora o mai più…Uno dei Cattolici Popolari tenta di dire qualcosa. Impossibile. È chiaro che i cattolici hanno rinunciato[4]. La decisione da prendere doveva mettere in conto anche che l’occupazione costituiva un atto illegale e quindi perseguibile penalmente. Ma alle 17.30 per alzata di mano si vota ed è un sì all’occupazione senza incertezze. Sulla lavagna una scritta non lasciava dubbi: “Da Palermo al settentrione, un solo grido: occupazione[5]. Ormai è sera e nel buio gli studenti si lasciano euforici. A presidiare la facoltà ne rimane solo qualche decina. Ora il lavoro politico di organizzare la protesta lascia il posto a dove sistemare il sacco a pelo, dove comprare i panini… e dove trovare una chitarra: “Stanotte si canterà. Domani, è un altro giorno. Il primo dell’era della fine del silenzio[6].

Lettere occupata. E’ scoppiato il ’90. Firenze come Roma e Palermo, “La Repubblica”, 19 gennaio 1990.

E nella prima notte tutti a far pulizia nelle aule occupate, “La Repubblica”, 19 gennaio 1990.

L’occupazione di Lettere innescò una reazione a catena coinvolgendo una dopo l’altra molte facoltà fiorentine. Il giorno dopo, furono occupate la facoltà di Fisica, il Dipartimento di Filosofia e Architettura, e in successione il 22 gennaio la facoltà di Magistero, poi il 23 Scienze Politiche, il 24 Chimica, il 25 Agraria… ma dopo il fervore e l’entusiasmo dei primi giorni il movimento dovette misurarsi con il fronte dei “contro occupanti”, costituito sia da coloro che volevano riprendere le lezioni e poter svolgere gli esami disinteressandosi della riforma Ruberti, sia dagli studenti che volevano attuare altre forme di protesta ma non l’occupazione della facoltà: “E il settimo giorno il movimento si è spaccato. Diviso in due, da una parte gli occupanti e dall’altra i legittimisti. Per ora sono ancora cinque Facoltà prese in ostaggio dagli studenti. Assemblee si sono tenute nelle altre facoltà e dipartimenti, ma per ora nessun’altra si è unita al fronte dei ribelli”[7].

L’invasione degli studenti. L’Università è in mano loro: occupate altre 3 facoltà, “La Repubblica”, 20 gennaio 1990.

Il movimento studentesco fiorentino dopo solo una settimana viveva dunque un momento di stasi, nessuna facoltà si aggiungeva a quelle occupate anche se tutte mantenevano lo stato di agitazione con assemblee e proposte di autogestione. Ma nonostante la divisione del mondo universitario con la presa di posizione del fronte di contro occupazione, la protesta continuava e le discussioni sconfinavano dalle mura delle università: la reazione contro la privatizzazione rappresentava una delle cause della protesta ma non la sua esclusiva motivazione. L’opposizione alla riforma si intrecciava con altre lotte che in quel momento attraversavano il Paese, come quella contro le privatizzazioni, o contro la legge Jervolino-Vassalli che prevedeva la detenzione per i consumatori di sostanze stupefacenti, oppure contro la svolta razzista che stava interessando sempre più l’Italia[8]. Ma si volgeva lo sguardo anche oltre i confini nazionali come piazza Tienanmen con la rivolta studentesca soffocata con le armi dal governo cinese, o all’Intifada, la lotta portata aventi dai giovani palestinesi con i sassi e le fionde contro i carri armati israeliani, e nelle facoltà occupate per solidarietà con il popolo palestinese si vedevano le keifa (il classico foulard palestinese) portate al collo da molti studenti.

Inoltre, nel momento in cui le rivendicazioni venivano messe da parte e la voglia di conoscersi provava a superare il confine degli obiettivi comuni, l’occupazione cambiava pelle. Non costituiva ormai soltanto un’azione specifica di protesta contro un progetto di legge o per un disagio dovuto a strutture considerate carenti o per qualcos’altro, ma un bisogno profondo di vivere intensamente insieme a coetanei fino a quel momento guardati distrattamente tra una lezione e l’altra. Senza che se ne rendessero troppo conto gli studenti mettevano a fuoco quello che costituirà il ricordo più nitido di quei mesi: giornate in comune in un posto che per loro non sarebbe più stato quello di prima.

Al centro del movimento vi era la ribellione contro il tempo nuovo liberista e contro la destrutturazione dell’università di massa. Le elaborazioni che in quei giorni nascevano nelle facoltà occupate, non si limitavano esclusivamente ad una critica del sistema universitario, ma inserivano la riforma in un contesto più ampio, quello della ristrutturazione neoliberista della società, anticipando così tematiche ancora oggi attuali[9].

C’è chi giura che dalla Pantera in poi, la politica in città non fu più la stessa[10],  in quel movimento curioso, lungimirante, sinceramente antipartitico, si possono intravedere temi ed ispirazioni che avrebbero caratterizzato anni dopo un evento come il Social Forum. Si percepiva la sensazione che la libertà dei saperi iniziasse ad essere fagocitata da interessi privati, si muovevano le prime critiche alla precarizzazione del mondo del lavoro e vi era un’apertura al sociale che si allargava anche con la lotta al razzismo. Gli studenti, inoltre, si mostravano contrari ad una eccessiva personalizzazione; vi erano, senza dubbio, leader e portavoce, ma il loro ruolo era meno enfatizzato rispetto al ‘68 e agli anni ‘70. La politica istituzionale non gli interessava, ed è per questo che pochi di loro, in seguito, l’hanno scelta.

 

MOVANTA

 

 

A Scienze Politiche ancor prima che iniziasse l’occupazione uscì il primo numero del giornale “Movanta”, che assunse fin dalla nascita il ruolo di bollettino sia di ciò che avveniva in facoltà che all’esterno. Il nome derivava, come i primi redattori amavano scherzarci sopra, da un difetto di pronuncia di un componente della commissione stampa[11]. Nelle intenzioni degli autori vi era l’esigenza di dare a tutti gli studenti un mezzo attraverso cui far circolare notizie, opinioni, critiche, giudizi, creatività. Fin dal primo numero il giornale era strutturato in quattro rubriche:

– relazioni provenienti dalle Commissioni;

– analisi degli articoli sulle vicende universitarie che uscivano sui quotidiani;

– notizie provenienti dalle facoltà occupate e non;

– opinioni degli studenti[12].

La redazione di “Movanta” che aveva la sua sede nell’ex sala professori, ricordava per aspetto e frenesia quella di un piccolo quotidiano locale. La sera venivano raccolti e ordinati gli articoli pronti per la stampa. Così il giornale che usciva a notte fonda costituiva ogni mattina l’occasione per riprendere un filo abbandonato la sera prima. Dal primo numero del 22 gennaio 1990 il giornale è stato la voce della protesta di chi occupava, riempiendo le sue pagine di cronache delle assemblee, di relazioni delle commissioni e soprattutto dei resoconti dell’assemblea nazionale di Firenze, impenetrabile non solo per i giornalisti dei quotidiani nazionali, ma anche per la maggior parte degli studenti che ne era al di fuori[13].

 

TELESQUALO

 

Era il telegiornale del Movimento realizzato da studenti appassionati di video e grafica che andava in onda tutti i giorni nell’aula M della facoltà di Architettura. Sfoderava denti aguzzi verso docenti politici e giornalisti presi di mira con ironia sullo stile del primo Chiambretti. “Telesqualo, il primo telegiornale che esplora gli abissi dell’informazione” questo era l’incipit con cui iniziavano le trasmissioni seguitissime dagli studenti che in quel momento gravitavano per Architettura[14]. Non solo ironico ma sapeva essere anche serio come quando fu intervistato il Presidente del Senato Spadolini a proposito di alcuni fatti di razzismo avvenuti in città. Telesqualo fu il telegiornale che riportava le cronache delle giornate movimentate dell’assemblea nazionale quando tutte le altre televisioni insieme alla stampa venivano lasciate fuori dai cancelli del palasport[15].

 

LA SECONDA ASSEMBLEA NAZIONALE

 

Le pantere ‘pellegrine’ sono arrivate alla spicciolata …sono stati accolti circa 500 studenti alla stazione di Santa Maria Novella. Provenienti da 36 città italiane, con 112 facoltà e 5 atenei al gran completo. Dalla stazione sono stati indirizzati nelle viarie facoltà occupate. E per i più distratti, c’erano tante orme di pantera verniciate nelle vie della città da seguire quasi come nella favola di Pollicino… Problema cibo: panini a pranzo comprati a un banco vendita fatto installare dal comune, mentre la sera la possibilità di cenare alla mensa universitaria esibendo il libretto. Problema notte: dormiranno nelle varie facoltà occupate[16].

Arriva la Pantera. Da domani è assemblea nazionale, “La Repubblica”, 25/26 febbraio 1990.

La Pantera si riunisce. Firenze guarda e tace. Una giornata di caos e tensione, “La Repubblica”, 27 febbraio 1990.

Problemi logistici a parte sarà proprio l’Assemblea Nazionale di Firenze a far esplodere tutte le contraddizioni e i limiti del movimento, malgrado il persistere di un enorme potenziale di mobilitazione studentesca. L’assemblea iniziata il 26 febbraio terminò ufficialmente i lavori il 9 marzo e fu senza alcun dubbio l’assemblea nazionale più lunga della storia dei movimenti sociali. Il risultato dei primi giorni trascorsi fu paradossale: interminabili discussioni per decidere come il Movimento doveva decidere! La questione della delega portò ad un confronto molto teso, con alcuni atenei che non accettavano tale principio. E la ricerca spasmodica di una nuova idea di democrazia degenerò in un democraticismo nei fatti antidemocratico. Si votava per facoltà a prescindere dalla consistenza numerica e quindi dal peso politico specifico tra le varie facoltà, privilegiando così facendo i piccoli atenei che si trovarono ad avere un peso del tutto sproporzionato. E alla fine si arrivava al paradosso che il voto della facoltà più periferica, che magari non era riuscita neanche ad occupare, contava come le facoltà di Lettere di Palermo o di Roma. Ciò che emerse non fu quindi rappresentativo della complessità e della grande radicalità che il Movimento aveva espresso in più di tre mesi di occupazione di 140 facoltà italiane[17].

Le forti divisioni all’interno del movimento erano chiaramente il frutto di un problema di strategia complessiva, inadeguata e confusa. Fax incandescenti che trasmettevano documenti elaborati, discussioni lunghe e appassionate, ma anche drammatiche e laceranti, che testimoniavano di una Pantera che si rincorreva mordendosi la coda. Gli studenti giravano a vuoto senza riuscire a centrare il cuore del problema: quale strategia dovevano adottare per ottenere il ritiro della riforma Ruberti e le dimissioni del Ministro? Anche in questa assemblea nazionale, come a Palermo, l’assenza di una direzione politica nel Movimento e per il movimento e la crisi dei soggetti politici organizzati furono la causa di una mancanza decisionale univoca.

Alla fine, una decisione fu presa, una delle poche decisioni prese a larga maggioranza a conclusione dell’Assemblea: tenere una manifestazione nazionale a Napoli preceduta da una settimana di mobilitazione, rivolta in particolare contro l’articolo 16 della legge 168 considerato “una bomba ad orologeria”[18]. La Pantera percepiva appunto come una vera e propria trappola anti-studentesca la creazione, con l’art. 16, del “Senato degli Studenti” che consisteva nella delega data ad un gruppo di universitari, i quali avevano solo una funzione consultiva, cioè esprimevano pareri non affatto vincolanti. E di questi pareri, secondo gli occupanti, potevano tranquillamente disinteressarsi sia i privati che i baroni di turno.

Gli studenti decisero un termine del 16 aprile per l’abrogazione dell’articolo 16 lanciando un vero e proprio ultimatum al Parlamento. In risposta il ministro Ruberti dichiarò: “Un ultimatum al Parlamento mi preoccupa perché in democrazia gli ultimatum non sono una manifestazione pacifica del pensiero[19].

Nei primi giorni dell’assemblea fu deliberata anche la formazione di un servizio di sorveglianza per le vie del centro storico per scongiurare episodi di intolleranza contro i migranti, dopo il raid razzista avvenuto la notte di carnevale del Martedì Grasso, quando un gruppo di persone col volto mascherato, armati di spranghe, coltelli e mazze da baseball, aggredirono brutalmente alcuni ragazzi magrebini. Le aggressioni descritte come “60 minuti di ferocia”, stile il film Arancia Meccanica, causarono gravi ferite da taglio e fratture a quei poveri malcapitati. Il raid fu un atto razzista organizzato avvenuto nel caos della folla festante del carnevale. L’episodio rappresentò un momento di forte tensione sociale, evidenziando il crescere in città di un certo sentimento xenofobo[20]. Arrivò la ferma condanna delle istituzioni cittadine e del presidente del Senato Spadolini intervistato proprio dal TG del Movimento Telesqualo: “Provo un sentimento di vergogna ogni qualvolta c’è una forma di razzismo, qualunque ne siano le motivazioni. Firenze non è una città razzista, la sua storia è la storia dell’antirazzismo perché è una città che ha inventato i principi dell’Umanesimo e della tolleranza (…), è stata la capitale intellettuale dell’Europa[21]. In segno di protesta anche la comunità senegalese presente in città si mobilitò creando un presidio permanente in piazza Duomo vicino al Battistero iniziando lo sciopero della fame. E sempre per contrastare il razzismo, condannare il raid di carnevale e mostrare solidarietà agli immigrati nordafricani nel mese di aprile fu organizzato in città al Palasport il concerto dei Litfiba e dei CCCP.

Durante i giorni dell’assemblea nazionale, in risposta alle indagini delle Procure della Repubblica sulle occupazioni in corso nei vari atenei italiani, a Padova alcuni studenti il 27 febbraio iniziarono lo sciopero della fame mentre a Torino 200 studenti si autodenunciarono per solidarietà con 124 occupanti denunciati. All’attività investigativa per identificare i responsabili delle occupazioni, inizialmente non corrispose un intervento repressivo di polizia. Tutto sommato il governo italiano fu cauto nella repressione della Pantera, anche nella fase alta delle occupazioni, benché avesse avuto forti tentazioni repressive, complessivamente lasciò mano libera al movimento.

Gli episodi repressivi iniziarono però durante la settimana di mobilitazione indetta dall’assemblea, per poi intensificarsi in un’escalation sempre più provocatoria e arrogante dopo la manifestazione nazionale di Napoli. Ma quella manifestazione segnò un passaggio simbolico negativo. Dopo circa tre mesi di occupazioni e proteste che avevano coinvolto alcune centinaia di miglia di studenti in tutta Italia, il movimento della Pantera sembrava di non essere stato in grado di produrre nessuna contrapposizione diretta contro il ministro Ruberti[22].

La fine dell’occupazione non fu soltanto il passaggio ad un’altra fase del movimento, come si disse in modo ossessivo in tutti i documenti elaborati dalle facoltà. In realtà segnò il punto di non ritorno. Si esaurì la spinta propulsiva e il carattere di massa del movimento. La modalità di lotta delle occupazioni aveva permesso di raccogliere tutto il disagio politico ed esistenziale di un’intera generazione, e offrì l’opportunità di vivere esperienze uniche e irripetibili. La fine delle occupazioni rappresentò la rottura di un’esperienza comunitaria sul piano esistenziale ed emotivo oltre che su quello meramente politico.

Malgrado, dunque, l’ingente mobilitazione sociale, i lavori in Parlamento cominciarono e la legge Ruberti venne approvata con alcune modifiche nel novembre del ‘90. Come spesso accade ai movimenti orizzontali e non strutturati, la Pantera, abbiamo visto, visse un’ondata intensa ma relativamente breve e dopo mesi di occupazione verso aprile la spinta si affievolì e le università ripresero la loro solita attività. Ma il vero paradosso della Pantera è che, pur avendo attraversato molte città e migliaia di studenti, è rimasta in larga parte un movimento “rimosso”, poco raccontato e poco conosciuto. Eppure, è un frammento della nostra storia che ci lascia un lascito prezioso: l’idea che l’università non sia mai soltanto un luogo dove ci impongono di seguire apaticamente lezioni e preparare esami, ma anche uno spazio creativo in cui gli studenti vivono e producono cultura, immaginano alternative, costruiscono reti e comunità.

Ma tracce di quell’esperienza sono ancora presenti in Italia: nei Centri Sociali, che proprio nella Pantera trassero nuova linfa, e ancor oggi sono presenti (quando non vengono sfrattati…) in molti comuni italiani; nella musica Rap, oggi in cima alle classifiche discografiche, la quale se pur basata su tematiche diverse da quelle attuali, si diffuse in quei giorni grazie al tam tam tra le università occupate e alla loro permeabilità alla società esterna; nei graffiti e nella streetart che colorano i muri delle periferie, che quel movimento affermò sempre più nel panorama culturale italiano.

In un’epoca dei profitti in cui tutto sembra accelerato ed efficiente, in cui il tempo universitario è spesso concepito come una corsa ad ostacoli verso il lavoro, ricordare la Pantera significa ricordare un’altra possibilità: rallentare, mettere in discussione lo status quo e riscrivere di proprio pugno le regole, immaginare e sperimentare nuove forme di cittadinanza, occupare simbolicamente uno spazio e crescere per davvero insieme.

 

27 marzo 1990: dopo 111 giorni si smobilita l’occupazione, dove ha iniziato a ruggire la Pantera della Facoltà di lettere di Palermo.

Primavera 1990: Fine delle occupazioni nelle facoltà di Firenze.

9 maggio 1990: entra in vigore l’art. 16 della legge Ruberti, a Firenze gli studenti tentano di occupare simbolicamente il rettorato ma vengono caricati e dispersi dalla polizia.

Giugno 1990 “la Pantera decide di tornare nella savana… (ma non illudetevi) ritornerà![23]

 

 

NOTE:   

[1] Manuela Zadro, Cene povera, assemblea fino a mezzanotte, poi il vino e le chitarre. E nella prima notte da ribelli tutti insieme a pulire le aule, “La Repubblica”, sabato 20 gennaio 1990.

[2] Maria Cristina Carratu, Lettere occupata. È scoppiato il ’90. Firenze come Roma e Palermo, “La Repubblica”, venerdì 19 gennaio 1990.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6]Manuela Zadro, Cronache delle prime ore da “nuovi ribelli”, tra sacchi a pelo, dibattiti e disciplina. E nella prima notte tutti a far pulizia nelle aule occupate, “La Repubblica”, venerdì 19 gennaio 1990.

[7] Sara Casassa, Anna Pampaldi e Manuela Zadro, Ancora uniti, ma un po’ divisi. Gli studenti e il primo dissenso, “La Repubblica”, mercoledì 24 gennaio 1990.

[8] M. Sgobio, I loro incubi sono i nostri. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, cit., p. 103.

[9] Ibidem.

[10] Paolo Giorgetti (a cura di), Le tracce della Pantera. Testimonianze sull’occupazione della Facoltà di Scienza Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze (gennaio-marzo 1990), Il Campo, Roma 1991, p. 47.

[11] Ivi., p.21.

[12] Ibidem.

[13] Ivi, p. 22.

[14] Videogiornali furono prodotti a Bologna, Firenze e Roma. Quelli realizzati a Firenze erano più ironici: alla narrazione di eventi che caratterizzarono l’occupazione, si mescolavano veri e propri sketch e interviste sbeffeggianti a personaggi noti, come Luca Cordero di Montezemolo. È possibile vedere alcune edizioni del videogiornale realizzato dagli studenti di architettura di Firenze, che prendeva il nome di Telesqualo, al link https://www.youtube.com/user/GadonSulis/videos

[15] Cfr., Telesqualo Assemblea Nazionale 1990. I giorni dell’occupazione a Firenze 1990. La Pantera, in https://www.youtube.com/watch?v=kYHgbaPOJOY&t=4s

[16]  Anna Pampaloni e Sara Casassa, La Pantera si riunisce. Firenze guarda e tace. Una giornata di caos e tensione, “La Repubblica”, 27 febbraio 1990.

[17] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., pp. 103-4.

[18] Ivi., p. 111.

[19] Ibidem.

[20] Ferocia razzista fra le maschere, “L’unità”, giovedì 1° marzo 1990.

[21] Varie di Telesqualo in giro per Firenze e le Facoltà occupate nel 1990 “LA PANTERA” servizio del TG3 regionale della Toscana, in  https://www.youtube.com/watch?v=_SKtRGs2MCE

[22] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., p. 115.

[23] Ivi, p. 176.

 

Articolo pubblicato nel mese di giugno 2026.




“LA PANTERA… SIAMO NOI”

Se pensiamo ad un periodo di lotte, di occupazioni, di proteste, di manifestazioni ad opera degli studenti, la mente molto probabilmente riavvolgerebbe il nastro della memoria sino alla fine degli anni Sessanta e più precisamente al ‘68, e forse, risalendo, agli anni Settanta con l’apice del ‘77, ma difficilmente si fermerebbe ad un periodo meno lontano nel tempo come il 1990, quando “un elemento selvaggio irruppe nelle città e nelle Università italiane a turbare i sogni tranquilli di molti” sotto le sembianze di una “Pantera”[1]: un vortice di protesta  durato solo pochi mesi che sconvolse il mondo universitario italiano. Dal 5 dicembre del 1989, quando a Palermo fu occupata la Facoltà di Lettere e Filosofia, la protesta risalì tutta la penisola con ramificazioni che coinvolsero più di cento facoltà, per poi terminare solo nel mese di aprile del ‘90.

Mappa delle occupazioni. Foto scattata alla mostra “La Pantera siamo noi. Il Movimento studentesco del 90, tra protesta, progetti e speranze.” presso il MEUS di Bologna.

Un movimento di lotta studentesco che ebbe dunque breve durata ma di forte impatto sugli Atenei italiani. La protesta ebbe origine attorno al rifiuto del progetto di riforma che prevedeva una trasformazione in senso privatistico dell’Università; relatore di questo disegno di legge era stato Antonio Ruberti, ministro socialista dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica nel governo pentapartito guidato da Giulio Andreotti.

Gli studenti si mobilitarono in numero sempre più crescente concentrando i loro sforzi contro la riforma universitaria, pretendendo il suo ritiro immediato insieme alle dimissioni dello stesso ministro. Una riforma che venne studiata a fondo dagli studenti, soprattutto quanto la privatizzazione avrebbe inciso sull’Università rendendo di fatto le facoltà umanistiche come di serie B rispetto a quelle scientifiche-tecnologiche. Nei mesi di occupazione fu analizzata anche la didattica e la qualità del sapere e gli studenti si organizzarono in commissioni didattiche di facoltà e interfacoltà, producendo molti seminari autogestiti e stilando progetti alternativi sul diritto allo studio. Le occupazioni svilupparono inoltre nuove forme di partecipazione comunitaria, si viveva di giorno e di notte in facoltà, si mangiava insieme (alcune facoltà avevano organizzato delle vere e proprie mense) e oltre a partecipare a gruppi di studio o seminari per la sera venivano organizzate feste, cineforum, spettacoli teatrali e concerti. E a latere delle assemblee e delle feste si vedevano ragazzi cantare e ballare nelle ore più strane e in ogni luogo, si era creato un clima gioioso all’interno di ogni facoltà e vi era la consapevolezza di poter gestire uno spazio prima percepito come arido e ostile e adesso invece luogo di incontro e socializzazione. Si sperimentava non solo l’idea di un’altra università, ma anche l’idea di un altro modo di vivere le relazioni interpersonali, di provare sentimenti, emozioni e valori alternativi a quelli dominanti un po’ come accadeva negli anni fine Sessanta e durante gli anni Settanta. Si percepiva la sensazione di essere protagonisti di un grande movimento nazionale che rafforzava una coscienza politica “di sentirsi parte di uno status collettivo (quello dello studente) che prima era smarrito e confuso nelle mille storie personali di ognuno[2].

Il movimento prese forma in un periodo storico sia di crisi internazionale, dopo la caduta del muro di Berlino, fra lo sfaldamento del blocco Sovietico e l’avvio alla globalizzazione capitalistica, sia nazionale nel momento più alto di una crisi del sistema politico italiano sfociato di lì a poco in Mani Pulite, con l’implosione della “prima Repubblica”, preceduta dalla fine del PCI nel contesto delle profonde trasformazioni geopolitiche avvenute in Europa dell’Est e URSS fra il 1989 e il 1991, a partire dal “crollo” del muro di Berlino. E fu in questo clima di crisi generale che avvenne il risveglio dal letargo degli anni Ottanta con una scintilla scoccata a Palermo che infiammò la protesta in tutti gli atenei italiani.

Da rilevare che la nascita del movimento nel capoluogo siciliano si legò anche alla lotta alla mafia che in quel periodo aveva nel sindaco Leoluca Orlando il suo più autorevole esponente. Il legame fra le lotte fu spontaneo perché la legge Ruberti stabiliva per le imprese l’opportunità di entrare nei consigli di amministrazione delle università, e in Sicilia parlare di apparati produttivi significava parlare di mafia (purtroppo non solo allora…) e quindi ci sarebbe stata la legittimazione formale dell’ingresso della malavita organizzata nei consigli di facoltà[3]. Fin dall’inizio gli studenti palermitani dimostrarono una grande determinazione nel portare avanti la loro protesta, determinazione dimostrata anche quando decisero di mantenere l’occupazione delle facoltà malgrado le feste natalizie, rinunciando a trascorrerle in famiglia. “A Natale con il panettone continueremo l’occupazione” lo slogan che rimbalzò per tutta la penisola facendo scendere migliaia di studenti in Sicilia per le feste[4]. E naturalmente fu enorme la partecipazione ai veglioni di fine anno nelle varie facoltà occupate… Ma a Capodanno scesero tutti in piazza per dimostrare all’opinione pubblica che l’occupazione durante le feste non era soltanto un’occasione per divertirsi e far baldoria ma anche un momento di confronto per l’organizzazione della protesta.

 

LA PANTERA E IL FAX

Perché “Pantera”? Il nome deriva da un fatto di cronaca: una pantera, probabilmente addomesticata da qualche temerario e fuggita dal suo padrone, fu avvistata per le strade romane la notte del 27 dicembre del 1989, ma nessuno riuscì mai a trovarla. Aveva scelto la libertà… “era scappata di casa”, e naturalmente incuteva timore nei cittadini romani. A due giovani pubblicitari Fabio Ferrini e Stefano Maria Palombi questo fatto insolito fece venir in mente lo slogan “La pantera siamo noi” e disegnarono il logo rielaborando il simbolo delle Black Panters americane per poi donarlo agli studenti “ribelli”[5].  Fu accettato all’unanimità come simbolo della loro protesta: metaforicamente stava a significare che gli studenti non sono affatto addomesticati, che vogliono essere liberi, che possono avventurarsi in territori sconosciuti, che possono far paura! “La Pantera affila i denti, lotta insieme agli studenti[6].

Giornale “L’unità”. Foto scattata alla mostra “La Pantera siamo noi. Il Movimento studentesco del 90, tra protesta, progetti e speranze.” presso il MEUS di Bologna.

Il logo giunse agli occupanti proprio il giorno in cui si erano radunati in un’assemblea di interfacoltà alla Sapienza e fu inviato per via fax.  E proprio il fax sarà la vera novità comunicativa del movimento che grazie a questo strumento, in dotazione agli uffici amministrativi, le facoltà occupate si scambiavano messaggi, mozioni, documenti e comunicati stampa: una vera e propria rete fax per comunicare, precursore delle attuali e diffuse mailing list.

Come funzionava la rete fax. Fonte: Archivio Marco Pezzi, Bologna, in Massimiliano Denaro, “1990, il movimento studentesco della Pantera“, Tesi di laurea in Scienze politiche, anno accademico
2005-6.

Sex, Fax e Rock’ n’Rool” scritta che si poteva trovare in alcune segreterie di facoltà o nei corridoi giocando sul ruolo di quel fax diventato ormai l’arma segreta del movimento[7]. Nel linguaggio della Pantera il gioco di parole sembrava prevalere su tutto e si serviva di ricordi, frasi celebri e scampoli di libri di testo… rifacendosi un po’ alla stravaganza, alla derisione e all’umorismo di stampo dadaista: “Ruberti stai in campana se no la Pantera ti sbrana[8].

Ma ci furono anche delle vere e proprie forme artistiche, come i murales intesi dagli studenti come modo per riscrivere i muri delle facoltà. Alla fine del movimento le mura delle università italiane avevano davvero mutato in parte il loro colore, e molti dei grandi murales della Pantera resisteranno per anni. Ma, senza dubbio, l’espressione culturale più rappresentativa e che ebbe maggiore successo è stata la musica Rap italiana: una vera e propria esplosione politica e culturale fece il suo ingresso nelle facoltà occupate e nelle manifestazioni diventando la colonna sonora della contestazione contro la riforma Ruberti. Durante le occupazioni il rap ha cessato di essere un genere di nicchia per trasformarsi in uno strumento di comunicazione politica. Il linguaggio hip hop, con il suo ritmo incalzante, si adattava perfettamente alle esigenze della nuova generazione.

La creatività artistica permeava molte forme di protesta della Pantera, che oltre alla streetart e alla musica rap, realizzò video, happening, flashmob… si ricorda il corteo circense che sfilò per le vie di Roma, una sorta di sfilata in maschera con mimi e momenti di animazione, una manifestazione ironica di derisione, condita da inediti e taglienti slogan, a cui parteciparono più di cinquemila studenti che ebbe il suo momento massimo quando la vasca sotto il tempio di Minerva, ormai senza acqua e usata per lo skateboard, fu riempita di giornali stracciati e su quel “mare in tempesta” fu fatta navigare una barca di carta, simbolo del movimento in balia della “stampa di regime”[9].

La stampa nazionale inizialmente dette poco risalto, quasi ignorando, le occupazioni delle facoltà degli studenti palermitani, forse immaginando che fosse una protesta circoscritta in seno all’isola siciliana. Solo i due quotidiani locali, “Il giornale di Sicilia” e “L’Ora” ne davano notizia schierandosi l’uno contro e l’altro a favore: il primo criticava l’occupazione perché egemonizzata soltanto da una parte di studenti che non lasciavano alcun spazio a coloro che volevano continuare le lezioni; il secondo invece appoggiava appieno la protesta al punto tale di farsi promotore di un’iniziativa giornalistica che rimarrà quasi unica nello scenario editoriale italiano, offrendo agli stessi studenti una pagina settimanale sotto la cura tecnica della redazione, continuando però a commentare indipendentemente le loro iniziative[10]. Ma ci fu un momento in cui la Pantera rimbalzò su tutti i quotidiani nazionali, manifestandosi appunto come quella “stampa di regime” agli occhi di chi occupava: i primi di febbraio in un seminario autogestito del movimento romano “Vecchi e nuovi movimenti”, prese la parola un ex brigatista raccontando la propria esperienza nella lotta armata. Questo bastò per scatenare il giorno dopo la stampa nazionale: La Pantera nella trappola del terrorismo (Corriere della sera), Un’ombra sulla Pantera (Il Messaggero), L’ex BR al movimento: grazie a voi gli anni Ottanta sono proprio finiti (La Repubblica) … titoli del genere si sprecarono su quasi tutti i giornali. Una valanga di critiche volte a screditare il movimento studentesco che fino ad allora aveva cercato di apparire con intenti non ideologici ma trasversali e mai violenti[11]. “Non siamo terroristi. Giornali e televisione, in questi giorni, hanno affermato che vi sono state lezioni tenute da brigatisti all’Università occupata. Queste notizie sono false e tendenziose e tendono a screditarci agli occhi della gente che ci appoggia. Siamo un movimento democratico, apartitico e pacifico che mai si potrebbe riconoscere negli ideali del terrorismo (…)[12].

Pacifici, democratici e antifascisti” con questa dichiarazione si aprivano un po’ tutte le mozioni delle facoltà occupate, ed era come una volontà nel voler ribadire la propria identità per sfuggire dall’equivoco di apparire come un movimento impolitico o corporativo, e soprattutto per non rimanere intrappolati dall’egemonia delle organizzazioni politiche.

 

SAMARCANDA

Il rapporto con la stampa fin dall’inizio fu, dunque, complicato e contraddittorio; vi era una forte diffidenza nei confronti dei mass media responsabili secondo l’opinione degli studenti di travisare metodicamente il movimento. E infatti a tal proposito rifiutarono di intervenire in qualsiasi trasmissione televisiva che non fosse in diretta per paura di possibili manipolazioni senza possibilità di controllo. Si dovette attendere il giornalista Santoro con la sua trasmissione in diretta “Samarcanda” per avere visibilità in un canale nazionale e poter sfruttare l’occasione non solo per propagandare le occupazioni, ma anche per illustrare le proprie ragioni facendo piazza pulita di tanti equivoci. Il collegamento avvenne con gli studenti romani assiepati nell’aula 1 di Lettere e con quelli nell’Aula magna dell’università di Palermo. Quella trasmissione rappresentò un vero e proprio salto di qualità per l’intero movimento, che finalmente poteva farsi portavoce di un malcontento generale per il sistema universitario alla luce della riforma Ruberti, avendo un uditorio a livello nazionale senza correre il rischio di manipolazioni e fraintendimenti. Ora gli studenti potevano esprimersi senza mediazione e farsi conoscere per quello che rappresentavano dagli italiani: nessuno poteva più giocare sulle comode mistificazioni dei bravi ragazzi che vogliono solo una maggiore efficienza, o di una massa di indolenti che hanno trovato il pretesto per divertirsi anziché studiare e seguire le lezioni[13].

 

31 GENNAIO 1990: PRIMA ASSEMBLEA NAZIONALE A PALERMO

Non poteva che essere indetta a Palermo la prima assemblea nazionale, la città da cui era partita la protesta della Pantera, il centro propulsore del movimento. Nell’aspettativa di molti doveva essere un momento in cui il movimento trovava una forma di organizzazione democratica nazionale, un momento di confronto sulla linea politica da seguire, un’assemblea che avrebbe dovuto fornire spunti per la mobilitazione e su come ottenere il ritiro del disegno di legge Ruberti… e invece non avvenne niente di tutto ciò. Giunsero nel capoluogo siciliano studenti da tutta Italia, e già cominciarono i primi contrasti in quanto alcune facoltà non avevano accettato la regola dei 6 delegati, decidendo di essere rappresentate solo da studenti a titolo personale. Ci furono, quindi, centinaia e centinaia di presenze in più rispetto al numero preventivato rendendo impossibile effettuare l’assemblea: l’Aula Magna era praticamente assediata da migliaia di persone dentro e anche al di fuori che volevano partecipare al dibattito. Fu deciso di rimandarla il giorno dopo e di svolgerla all’aperto per garantire la possibilità a tutti di parteciparvi. Ma l’assenza di una direzione politica unita alla forte spontaneità del movimento crearono caos e confusione al punto che l’Assemblea di Palermo non riuscì a prendere decisioni nemmeno sulle cose più elementari… l’unica decisione presa fu continuare l’occupazione. Un’occupazione che cominciava sempre più a pesare sugli Atenei e sulla politica italiana e iniziarono le pressioni sugli studenti per far riprendere le lezioni e consentire lo svolgimento degli esami; come in un coro l’invocazione dei Rettori, dei partiti e delle più alte cariche dello Stato ripetevano come ad libidum: “Liberate gli atenei e accogliete l’offerta di trattare avanzata dal ministro Ruberti”.

Ma la Pantera non arretrava e la mobilitazione continuò coinvolgendo ancora più facoltà lungo tutta la penisola. Così come continuavano le critiche degli studenti contro quella mentalità liberista che avrebbe poi indirizzato le successive riforme dell’istruzione: quella massimizzazione dei profitti come scopo principale, se non l’unico, verso il quale la società doveva tendere[14].

 

 

NOTE:

[1] Nando Simeone, Gli studenti della Pantera. Storia di un movimento rimosso, Alegre, Roma 2010, P. 78.

[2] Ivi, p. 67.

[3] Cfr. Michele Sgobio, I loro incubi sono i nostri. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, “Diacronie studi di storia contemporanea”, 49 1/2022, pp. 114-15, e Luca Falciola, Le premesse di una nuova sinistra, in La meglio gioventù. Dalla Pantera ai nuovi movimenti, Left, Roma 2020, pp. 27-35

[4] Rino Csscio, Cenone in facoltà, in “Manifesto”, 3 gennaio 1990.

[5] La storia del logo la racconta Nando Simeone a pagina 75-6 del suo Gli studenti della Pantera, cit. Una storia un po’ diversa emerge dal racconto del Duka, all’epoca membro dell’Onda rossa, il quale sostiene che il simbolo furono loro a portarlo da Milano, stampato su di un volantino con la traduzione dei testi dei Public Enemy ricevuto al Cox18. PHILOPAT, Marco, Lumi di punk, Milano, Agenzia X, 2006, p. 64, in M. Sgobio, I loro incubi sono i nostri. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, cit., pp. 128-29.

[6] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., p. 78.

[7] Cfr. Massimiliano Denaro, Cento giorni. Cronache del movimento studentesco della Pantera, Marsala, Navarra Editore, 2007.

[8] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., p. 77.

[9] Carmelo Albanese, C’era un’Onda chiamata Pantera, Manifestolibri, Roma 2010, p. 66.

[10] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., pp. 56-7.

[11] Ivi, pp. 94-5.

[12] Lettera aperta degli studenti della Facoltà di Scienze Politiche occupata di Palermo, in Ivi, pp. 162-3.

[13] Ivi, p. 68.

[14] Cfr. Pietro Maltese, La Pantera: il primo movimento contro l’università neoliberale, Istituto poligrafico europeo, Palermo 2021.

 

Articolo pubblicato nel mese di giugno 2026.




Livornesi “pericolosi nelle contingenze belliche”.

Il 10 giugno 1940 resta nella storia come l’infausto giorno dell’entrata in guerra dell’Italia fascista, annunciata da Mussolini con la nota dichiarazione dal balcone in piazza Venezia a Roma che fu radio-diffusa e amplificata in tutte le piazze italiane, più o meno affollate ed entusiaste. Poche ore dopo, fra i primi provvedimenti previsti dalla Legge di Guerra (R. Decreto n, 1415, 5 settembre 1938, poi R. Decreto n. 566, 10 giugno 1940), furono arrestate centinaia di persone ritenute “pericolose nelle circostanze belliche”[1]. Per lo più si trattava dei non molti oppositori politici ancora in circolazione e di un certo numero di ebrei noti quali antifascisti o presunti disfattisti, destinati all’internamento, ossia la misura di polizia preventiva che prevedeva l’allontanamento coatto dalla città e dalle famiglie, nonché la privazione della libertà in campi di concentramento – ben 51 – o la residenza obbligata e vigilata in sperdute località della penisola[2].

A Livorno, il fatidico annuncio mussoliniano era stato trasmesso dagli altoparlanti posti sul balcone della Casa del Fascio in piazza Cavour, dove era assiepata una folla di livornesi “precettati” e inquadrati dai sindacati fascisti e dalle diverse organizzazioni del regime[3].

Al termine dell’adunata, una parte dei partecipanti si recò a manifestare sotto il Consolato tedesco in via Cairoli, «che ha più volte acclamato alla Germania e a Hitler» (Corriere del Tirreno, 11 giugno 1940).

Nelle prime ore del giorno seguente e nelle settimane successive, poliziotti e carabinieri prelevarono, senza clamore, nelle loro case i livornesi – in maggioranza uomini, ma anche alcune donne – da internare; lo stesso avvenne in numerose località della provincia. Per lo più erano “soggetti”, già inseriti nell’Elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze, in base al quale la Questura provvedeva periodicamente al loro fermo preventivo per alcuni giorni in coincidenza di manifestazioni di regime, ricorrenze proibite come la Comune di Parigi, il Primo Maggio o la Rivoluzione Russa, oppure in occasione delle visite in città di «alte personalità» del governo o della casa reale.

Dalla Questura furono quindi trasferiti al carcere dei “Domenicani”, in attesa che il Ministero dell’Interno convalidasse l’internamento proposto dalla locale Prefettura e, in taluni casi, l’attesa prima della traduzione nei luoghi assegnati si protrasse per alcune settimane.

Presso l’Archivio di Stato di Livorno sono conservati numerosi documenti riguardanti tali provvedimenti repressivi, nel fondo della Questura e di quello della Prefettura.

In vista di tale operazione, il 3 giugno, il questore di Livorno, Erminio Roselli, aveva inviato una “riservatissima” interna all’Ufficio Stranieri, all’Ufficio Politico e alla Squadra Mobile con le disposizioni in merito:

 

Prego farmi tenere – ognuno per quanto di competenza e non più tardi del giorno 8 corrente – l’elenco delle seguenti persone che – appena dichiarato lo stato di guerra – dovranno essere arrestate per l’internamento, perché ritenute pericolosissime in quanto capaci di commettere sabotaggi, attentati ed azioni delittuose, facendo – ognuno una breve relazione sui motivi che consigliano il provvedimento di rigore:

a) pregiudicati comuni

b) sovversivi

c) ebrei nazionali e stranieri

d) stranieri

Le conseguenze dell’internamento, per periodi più o meno lunghi, sulla vita delle persone, così come per la carcerazione e il confino, erano pesanti, in quanto non soltanto ne limitavano libertà, movimento e socialità, ma incidevano sulle condizioni delle rispettive famiglie. Come infatti emerge da corrispondenze, domande di grazia e rapporti delle stesse autorità, l’internamento di tanti lavoratori comportava lo stato d’indigenza per i loro nuclei familiari, appena supportati da miserandi sussidi statali. Dunque la “pena” dell’internamento ricadeva, oltre che su figlie e figli, soprattutto sulle donne (mogli, madri, sorelle), costrette a far fronte a situazioni economiche non di rado drammatiche; a tutto questo si aggiungeva il fatto che gli internati, perdendo il lavoro a seguito di tale misura repressiva, quando potevano essere prosciolti, trovavano un problematico reinserimento occupazionale al loro ritorno a casa.

 

GLI INTERNATI POLITICI

La categoria dei sovversivi fu la prima ad essere colpita dalla misura dell’internamento; non solo perché destava le maggiori preoccupazioni delle autorità, ma in quanto comprendeva un numero assai limitato di soggetti in “libertà provvisoria”, da tempo schedati, diffidati, ammoniti e strettamente sorvegliati, mentre la maggior parte degli oppositori che non erano riparati all’estero, si trovava già in carcere oppure al confino[4].

A seguito delle modeste attività di propaganda – manifestini e scritte murali – svolte in città nel 1939 erano seguite una quindicina di condanne al confino e una ventina di pesanti condanne detentive pronunciate dal Tribunale speciale che avevano falcidiato quanto restava dell’opposizione in città.

I pochi antifascisti ancora a piede libero, o appena scarcerati, risultavano inseriti in vari elenchi, redatti sia dai diversi Uffici della Questura che dall’Arma dei Carabinieri.

Una prima lista, relativa alla Provincia di Livorno, di poco antecedente l’entrata in guerra, comprendeva i Sovversivi pericolosi da arrestare in caso di emergenza, suddivisi in 4 elenchi, in base allo stimato grado di pericolosità per l’ordine costituito, per un totale di 27 nominativi, inclusi alcuni presunti “squilibrati di mente”.

Questa prima lista subì diverse variazioni e integrazioni e quella definitiva di coloro che, fra il 13 e il 30 giugno, furono arrestati e internati comprendeva 6 comunisti (Dino Demi, Amedeo Frosini, Guido Menconi, Mario Pellegrini, Umberto Combes Rossi, Dogali Simoncini), 5 anarchici livornesi (Virgilio Antonelli, Giovanni Biagini, Bruno Guerrieri, Nello Malacarne. Ilio Scali) e un anarchico di Piombino (Renzo Vanni)[5]. Simoncini era appena uscito dal carcere ad aprile dopo 5 anni di detenzione; mentre Antonelli, che era stato fra i primi confinati politici nel 1926, aveva già scontato nove anni di detenzione, fra confino e carcere.

Invece, Nello Malacarne nei vent’anni di regime fascista avrebbe complessivamente scontato sedici anni di detenzione, fra carcere, confino e internamento.

Quasi tutti furono deportati nel campo di concentramento di Manfredonia (Fg), mentre i «pericolosi fra i pericolosi» nel campo istituito presso l’isola confinaria di Ventotene.

Non furono invece internati, pur se nell’elenco degli arrestandi, gli anarchici ed ex arditi del popolo, Andrea Dodoli, perchè si trovava in carcere militare a Roma, e Augusto Consani che, pur ritenuto «elemento pericoloso per l’ordine nazionale dello Stato», era stato giudicato inidoneo in quanto affetto da tubercolosi, tanto che già nel 1926 dopo alcuni mesi di confino era stato rimesso in libertà condizionata e sotto ammonizione.

Quale «sospetto politico di disfattismo», Augusto Casagni, titolare della farmacia sul viale Regina Margherita (ora viale Italia,  fra via Funaioli e via Meyer), il 22 giugno fu internato nel campo di Manfredonia, in base a presunti discorsi critici verso l’Asse e favorevoli all’Inghilterra, venendo prosciolto tre mesi dopo.

Negli stessi giorni e nelle stesse ore, altri antifascisti della provincia livornese, ma residenti altrove, venivano arrestati su ordine delle rispettive Prefetture ed avviati anch’essi nei luoghi d’internamento. A Genova è quanto accadde a tre lavoratori, schedati come comunisti: il tranviere Fernando Benedetti, nato a Campiglia Marittima, e il meccanico Ruggero Berretti di Sassetta, entrambi deportati a Manfredonia, e l’elettricista Manlio Tondi, di Rio Marina, relegato a Istonio (Ch).

La maggior parte dei “politici” fu prosciolta entro il 1941, per fare spazio nei campi di concentramento ad altri internati (soprattutto slavi ed ebrei), ma furono sottoposti a ulteriori misure repressive (carcere, confino, diffida, ammonizione). Nei casi però dei livornesi Giovanni Biagini, anarchico, e Amedeo Frosini, comunista, nonchè dell’anarchico piombinese Adriano Vanni – l’internamento si sarebbe protratto sino al settembre 1943[6].

Nei mesi seguenti, per i sovversivi e i sospetti politici livornesi e piombinesi internati (incluse due donne, Adelina Barontini e Anna Maria Caluri, per il loro «atteggiamento antitaliano e disfattista») le destinazioni furono anche i campi di concentramento nelle isole confinarie di Ustica (Pa) e Tremiti (Fg), nonché di Colfiorito (Pg), Pisticci (Mt), Isernia, Istonio (cioè Vasto, Ch) e Ariano Irpino (Av); mentre, fra le «località d’internamento», più popolate di livornesi figurano i comuni di Apecchio e Sant’Angelo in Vado (Pu), Gorgoglione (Mt) e la colonia di Mormanno (Cs).

 

GLI INTERNATI EBREI

Il primo atto della politica antisemita del regime fascista era stato il Censimento degli ebrei nell’agosto 1938, finalizzato alla successiva promulgazione dei Provvedimenti per la difesa della razza italiana (R. Decreto Legge n. 1728, 17 novembre 1938), preceduti dalle misure nei confronti della «razza negra», nonché dei cittadini di etnia rom e sinti.

Raccomandando «riservatezza assoluta e massima precisione», il Ministero dell’Interno ordinò ad ogni Prefettura del Regno la schedatura di tutti gli ebrei non solo appartenenti alle «Comunità israelitiche riconosciute ma tutti coloro che risiedono codesta provincia anche temporaneamente e che comunque risultino di razza ebraica anche se professanti altra o nessuna religione o che abbiano abiurato in qualsiasi epoca ed anche se per matrimonio sono passati a fare parte di famiglie cristiane»[7]La rilevazione andava effettuata con ogni mezzo possibile, incluso il ricorso ad informatori, per predisporre un quadro attendibile della presenza ebraica in Italia alla mezzanotte del 22 agosto 1938. Stante lo «speciale delicato carattere della rilevazione», l’operazione non doveva «dare appigli alcun allarme trattandosi di rilevazione all’esclusivo fine di studio».

Con tali premesse statistiche, le prime disposizioni sui provvedimenti da adottare nei confronti degli ebrei, sospettati di diffondere «notizie false e tendenziose», furono impartite il 25 settembre 1939, poche settimane dopo l’invasione tedesca della Polonia che segnò l’inizio del conflitto mondiale, a partire da quelli stranieri presenti in Italia già soggetti ad espulsione.

In seguito, nell’approssimarsi dell’entrata in guerra dell’Italia, il 26 maggio 1940, il sottosegretario all’Interno, Guido Buffarini Guidi, aveva genericamente informato il capo della polizia Arturo Bocchini che «il DUCE desidera che si preparino dei campi di concentramento anche per gli ebrei, in caso di guerra».

A cui fecero subito seguito, il 27 maggio, il 31 maggio e il 6 giugno 1940, le seguenti disposizioni del Ministero dell’Interno ai Prefetti del Regno e al Questore di Roma, che disponevano l’internamento degli ebrei stranieri e di quelli italiani in relazione alla «loro capacità propaganda disfattista et attività spionistica».

Di fatto, per evidenti motivi tecnico-logistici legati all’elevato numero di cittadini italiani ebrei (circa 47 mila, compresi quelli di Fiume ed esclusi quelli nelle colonie italiane), pure fra i militari di carriera, molti dei quali si erano distinti come combattenti nelle «guerre italiane» (libica, mondiale, etiopica, spagnola) e quelli che – pure a Livorno – erano stati “fascisti della prima ora”, l’«appartenenza alla razza ebraica», ferme restando le limitazioni sancite dalla Carta della Razza del 1938, non costituì condizione sufficiente per l’internamento, a motivare il quale doveva sussistere anche una «reale pericolosità» politica o, quanto meno, il sospetto di una qualche espressione di dissenso nei confronti del regime e della guerra.

Anche a Livorno nel 1938, a supporto dell’approvazione delle Leggi razziali, era stata avviata una campagna di propaganda anti-ebraica su iniziativa del Partito nazionale fascista, attraverso varie conferenze pubbliche e sempre più frequenti articoli sulla stampa cittadina che incentivarono i gesti d’intolleranza antisemita. In particolare, su «Il Telegrafo» del 18 agosto 1938 era apparso, in prima pagina, un articolo dal titolo Il problema ebraico. Gli immigrati a Milano e i “portatori di bacilli”, in cui compariva anche un grafico che evidenziava come, dopo Trieste, Livorno vedeva la maggiore percentuale di «israeliti» (13 ogni mille abitanti).

Fra il giugno 1940 e il luglio 1943, complessivamente, sarebbero stati una settantina (67 secondo alcune fonti, su circa 400 in tutta Italia) gli ebrei e le ebree livornesi sottoposte all’internamento, prima che fra il 1943 e il ‘44, sotto la Repubblica di Salò, iniziassero i rastrellamenti nazi-fascisti e le deportazioni di massa verso i Lager, quando le famiglie ebree cercarono di sfuggire allo sterminio unendosi ai livornesi “sfollati” dalla città.

Considerando che, a livello nazionale, l’11,7 per cento degli internati italiani nel loro insieme fu costituito da ebrei, si può fondatamente ritenere che a Livorno il rapporto percentuale fra gli internati politici e quelli ebrei fu addirittura quasi paritario.

I primi provvedimenti contro gli ebrei livornesi scattarono il 16 giugno, ma soprattutto furono attuati nei giorni 23, 24 e 25 giugno, con l’internamento nei campi di concentramento di Campagna (Sa) e Urbisaglia (Mc), oppure relegati in piccoli comuni delle province di Avellino, Potenza e Pesaro, mentre otto ebrei vennero costretti a risiedere nei vicini comuni di Collesalvetti e Cecina.

Nel solo mese di giugno furono circa cinquanta gli ebrei e le ebree di Livorno per cui venne deciso l’internamento e, per alcuni di loro, fu l’inizio di una tragica odissea senza ritorno[8].

Altri ebrei nati a Livorno, ma non più residenti, furono internati per decisione di altre Prefetture, fra questi: il socialista Enrico Castelli (Firenze); Angiolo Giuili (Genova), per aver criticato il regime; Piero Dello Strologo, per aver svolto attività antifascista all’estero, e il dirigente socialista Giuseppe Passigli, già direttore de «Il Lavoratore» a Trieste (per entrambi, Prefettura di Milano).

Invece, Aristide  Dello Strologo, nato a Massa, ma residente a Livorno, già iscritto al Partito radicale ed oppositore del regime, fu internato nel mese di giugno su ordine della Direzione generale per la demografia e la razza, con proscioglimento il 10 ottobre 1940, al quale fu però confiscata la propria abitazione.

A parte alcuni schedati politicamente, come i socialisti Odoardo Della Torre (finito fucilato alle Ardeatine) e Abramo Funaro o il comunista Armando Abeniacar, si trattava di persone la cui identità politica era quella generica di antifascisti, oppure venivano loro attribuite pretestuosamente delle intenzioni avverse al regime, a seguito soprattutto di spiate anonime.

D’altronde, fra le accuse rivolte contro gli ebrei, vi era quella secondo cui il bolscevismo era parte del complotto ebraico contro i popoli d’Europa, così come come sostenuto dal noto Paolo Orano che aveva tenuto una conferenza a Livorno, presso l’Accademia navale.

Comunque, se in taluni casi si può cogliere la prevalente valutazione politica alla base dell’internamento, in altri questa appare pretestuosa rispetto alla persecuzione razziale antiebraica.

Tra le motivazioni indicate dalle autorità di polizia, oltre alla classificazione di ebreo o ebrea, vi erano quelle che alludevano a vaghe propensioni o stati d’animo, quali avere «un comportamento antifascista» o essere «sospetto di avversione al regime». Un’altra accusa, non meno aleatoria, degna d’essere segnalata fu quella di «Fa[re] parte di un gruppo di intellettuali ebrei, soliti a vedersi in qualche pubblico esercizio o altrove per manifestare idee di avversione alla Germania e critiche al regime fascista» (Giangiacomo Gallico e Renzo Toaff, arrestati e internati il 12 giougno1940).

Altrimenti, con riferimento alle opinioni riguardanti la guerra, era possibile trovare motivazioni a supporto della decisione d’internamento quali «ebreo capace di svolgere attività disfattista» (Luciano Orvieto, internato il 12 giugno 1940 a Collesalvetti) oppure «ebreo, per aver inneggiato alla Francia» (Renzo Cabib, arrestato il 22 giugno 1940 e giunto il 7 luglio seguente nel campo di concentramento a Urbisaglia).

Invece, in numerose motivazioni, si riscontrano paradossali processi alle intenzioni quali «colpito dalle leggi razziali potrebbe manifestare malcontento» (Egisto Piperno) oppure «ebreo, poiché gli è stata revocata la licenza di venditore ambulante, potrebbe dar luogo a manifestazioni di scontento» (ad es., Elio Pesaro), in cui affiora in modo evidente la persecuzione razziale, senza alcun specifico addebito politico.

Anche Simone Alfandari fu internato il 12 giugno 1940 per un ovvio «atteggiamento ostile al regime in seguito alle leggi razziali», ma il 14 dicembre dello stesso anno risultava rinchiuso in un manicomio, secondo un percorso drammaticamente comune a molti oppositori al regime[9].

Il 21 giugno 1940, la Prefettura di Livorno dispose l’internamento, seppure per breve tempo, anche del sessantenne rabbino maggiore, Alfredo Sabato Toaff, padre di Elio e Renzo, ritenendo che, avvalendosi della sua posizione potesse, attraverso la professione della religione e l’insegnamento, «dispiegare attività non consentita, volta alla tutela degli interessi della sua razza e dannosa a quelli politici della nazione».

Discorso analogo per le generiche motivazioni con cui, fra i mesi di giugno e luglio 1940, furono internate sei ebree livornesi, in quanto «pericolose nell’attuale momento» (Enrichetta Di Segni Cintoi, Marianna Di Segni, Ida Funaro), sottintendendo una posizione antifascista, oppure perché, dopo la revoca della licenza commerciale, avrebbero potuto «criticare il regime» (Elisa Suarez, Amelia Caden Bardavid), mentre per Clara Grego l’unica “colpa” era quella di insegnare presso la Scuola israelitica.

Furono tutte liberate dopo un mese, ma per Amelia Caden Bardavid, madre di quattro ragazzi, la persecuzione fascista avrebbe riservato un epilogo atroce. A seguito dell’ordinanza n. 5 del 30 novembre 1943, emanata dal Ministro dell’Interno della neonata Repubblica sociale, Buffarini Guidi, che disponeva l’arresto e l’invio nei «campi provinciali» di tutti gli ebrei, nel dicembre 1943 fu di nuovo arrestata e deportata nel lager di Auschwitz, dove fu sterminata assieme a tutti i familiari nel 1944, al capolinea della persecuzione iniziata nel 1938.

 

NOTE

 

[1] Durante la guerra, senza contare gli internati per motivi non politici e quelli decisi dalle autorità militari, complessivamente, su tutto il territorio nazionale, si contano almeno 2.711 internamenti, per ragioni politiche e/o razziali, quasi sempre su provvedimento delle Prefetture e, secondariamente, del Ministero dell’Interno e di altri organismi del regime (Polizia Politica, Ispettorati di PS, Ambasciate, OVRA, Direzione generale per la demografia e la razza…); tale dato, inevitabilmente incompleto, corrisponde ai fascicoli personali conservati all’Archivio Centrale di Stato reperiti e riportati nel principale, anche se datato, testo di riferimento: Simonetta Carolini [a cura di], “Pericolosi nelle contingenze belliche”. Gli internati dal 1940 al 1943, Roma, Anppia, 1987.

[2] Si veda  Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940 – 1943), Torino, Einaudi, 2004.

[3] Si rimanda a Marco Rossi, Vincere! Ma vinceremo? Livorno in stato di guerra (giugno 1940), Ghezzano, BFS, 2026.

[4] Durante il Ventennio fascista risultano essere stati confinati almeno 101 livornesi, fra cui una donna (Gioiosa Baldacci, socialista), rispettivamente schedati come come comunisti (40), antifascisti (32), anarchici (23), socialisti (5), repubblicani (1); si vedano i nominativi e le relative statistiche in Ivan Tognarini [a cura di], Livorno nel XX secolo. Gi anni cruciali di una città tra fascismo, resistenza e ricostruzione, Firenze, Polistampa, 2005, pp. 55, 56, 521-523.

[5] Nel 1940, fra Piombino, Cecina, Massa Marittima ed Isola d’Elba, oltre a Adriano Vanni, sarebbero stati internati altri 14 “sovversivi” (Enrico Gargarella, Guglielmo Spinelli, Gino Trovatelli, Alberto Del Favero, Giuseppe Bonomi, Beniamino Cordoni, Giovanni Pellegrinelli, Felice Gestarelli, Oreste Barachini, Nello Bertini, Claudio Cateni, Italo Barsellini, Ugo Bellini, Giuseppe Pasticcio).

[6] La liberazione degli internati fu disposta il 29 luglio 1943. dopo la caduta del regime, ma ad esclusione di anarchici, comunisti, agenti di spionaggio, resistenti jugoslavi. La liberazione dei comunisti fu disposta il 14 agosto e il 23 quella degli anarchici «non particolarmente pericolosi». Nonostante le disposizioni, non furono tuttavia pochi coloro che non vennero liberati o non riuscirono ad evadere prima dell’8 settembre 1943.

[7] Fra le disposizioni previste vi era l’obbligo per «tutti gli appartenenti alla razza ebraica» di fare denuncia, presso l’Ufficio di Stato Civile dei rispettivi Comuni, della propria «appartenenza alla razza ebraica», pena l’arresto fino ad un mese e un’ammenda sino a lire tremila (art. 9, D.L. n. 1728/1938). Sull’argomento si rinvia a Guido Fubini, La legislazione razziale. Orientamenti giurisprudenziali e dottrina giuridica, «Il Ponte», 30 novembre – 31 dicembre 1978.

[8] Questo fu il caso, fra gli altri, di Angelo Ajò, nato a Pitigliano, che la Prefettura di Livorno fece internare il 12 giugno 1940; nel maggio 1944, assieme alla moglie Fanny De Porto, fu rastrellato ad Asciano (Pi) e deportato nel campo di Bagno a Ripoli (Fi), poi a Fossoli (Mo) ed infine ad Auschwitz, dove perirono entrambi. Sirio Renzo Bueno, figlio di Ida Funaro, anche lei internata, fu internato dal 23 giugno 1940 al 29 settembre 1943 (Sant’Angelo in Vado, Avigliano, Castelnuovo di Garfagnana), venendo poi arrestato a Marlia (Lu) dai carabinieri l’8 dicembre ’43 e, dopo detenzioni temporanee a Bagni di Lucca, Firenze e Milano, il 30 gennaio 1944 fu deportato, senza ritorno, nel lager di Auschwitz. Anche Salomone Gabbai, internato dal 24 giugno 1940 all’agosto 1943, fu deportato e morì ad Auschwitz, così come Enrico Castelli, socialista, internato dal giugno 1940 all’aprile 1941, ma arrestato a Firenze nel marzo 1944 e deportato nel campo di Fossoli, prima di essere tradotto ad Auschwitz, il 16 maggio seguente, dove giunse il 23 maggio e fu ucciso in data imprecisata.

[9] Sull’argomento si rimanda a Matteo Petracci, I matti del duce, Manicomi e repressione politica nell’Italia fascista, Roma, Donzelli, 2014.

 

Articolo pubblicato nel maggio 2026




L’Archivio Giglioli tra passato e futuro

L’Archivio della famiglia Giglioli di Pisa, donato tra il 2020 e il 2023 da Antonio Ricci alla Biblioteca Franco Serantini, è una parte della documentazione di una famiglia italiana che prima dell’Unità d’Italia visse in esilio nel Regno Unito e che, tornata in Italia, mantenne il bilinguismo e i rapporti con i parenti d’oltremanica.

Dorso dell’App. XXIII dei Family Memorials of the Giglioli-Casella. Risorgimento I. Garibaldi e Mazzini

Domenico Giglioli, notaio di simpatie napoleoniche, nel 1821 è coinvolto nei moti carbonari. Incarcerato, negli anni successivi, insieme ai figli Luigi, Domenico Napoleone e Giuseppe, sconta l’esilio in Francia. Dopo il fallimento dei moti del 1831, il figlio Giuseppe, laureato in giurisprudenza, conosce Mazzini a Marsiglia, al quale resta legato da un’amicizia che dura anche nel periodo dell’esilio londinese. In Inghilterra, Giuseppe si laurea in medicina e nel 1844 sposa la protestante Ellen Hillyer. Dal loro matrimonio nascono Enrico, Augusto e Alfredo, questi ultimi militari di carriera. Enrico, zoologo e antropologo, partecipa ad alcune spedizioni scientifiche, come il viaggio intorno al mondo della pirocorvetta Magenta (1865-1868), sul quale pubblica una monumentale relazione. La maggior parte delle sue collezioni di reperti, documenti e volumi verrà poi donata e in parte venduta dalla famiglia a istituti culturali, tra i quali l’attuale Museo delle Civiltà di Roma. Dei figli di Enrico, Odoardo diventa storico dell’arte e direttore del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze a partire dal 1918, mentre Guido Yule è medico e docente di patologia del lavoro.

Italo Giglioli ritratto nei primi mesi del 1920 nel suo studio.

Quando Giuseppe Giglioli, dopo le alterne vicende della storia risorgimentale, torna in Italia, ricopre incarichi nell’ambito della pubblica amministrazione e svolge attività di insegnamento sulle cattedre di logica e antropologia dell’università di Pavia e di Pisa, dove muore nel 1865. Durante il soggiorno a Genova nascono anche Italo, nel 1852, ed Elena, nel 1858. Italo, formatosi in Inghilterra, diventa agronomo di fama internazionale, tra i principali innovatori delle pratiche agricole in Italia. Docente e direttore di istituti e stazioni di sperimentazione agraria (Portici e Roma), viene chiamato anche a ricoprire la cattedra di chimica agraria all’Università di Pisa dove si stabilisce con la famiglia. Dal suo matrimonio con la scrittrice Constance Hamilton Dunbar Stocker, nascono Lilia (musicologa e insegnante), Alberto morto prematuramente, Beatrice (docente di inglese), Margherita anch’essa morta in tenera età, Giorgio (medico specializzato in malattie tropicali, noto sul piano internazionale per i suoi studi sulla malaria) e Irene (pittrice e docente di lettere classiche).

L’ultima figlia di Giuseppe Giglioli, Elena, si sposa con Raffaello Casella. La loro figlia Maria Elena, grazie al suo lavoro di bibliotecaria alla Biblioteca Nazionale di Torino, alla Biblioteca Alessandrina e alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, oltre alle competenze bibliografiche affina anche quelle archivistiche. Sarà lei una delle principali artefici, insieme alla zia Constance e alle cugine Lilia, Beatrice e Irene, ad organizzare una parte consistente dell’archivio di famiglia.
I documenti e i contenuti dell’Archivio Giglioli di Pisa possono essere analizzati non solo come fonte per gli studi storici, ma anche in una prospettiva didattica perché si prestano ad essere affrontati da vari punti di vista, ponendone in rilievo l’attualità anche per chi, per ragioni anagrafiche, culturali, geografiche, ecc. è distante da quelle esperienze.

Un primo contributo alla conoscenza dell’Archivio è apparso pochi mesi fa proprio su Toscana Novecento, per raccontare la vita di Beatrice Giglioli (1892-1988) in un momento particolare della sua esistenza quando, durante l’occupazione nazifascista di Pisa tra il 1943 e 1944, tenne un diario dei fatti vissuti da lei, dalla sorella Irene e da amici e conoscenti in quel periodo. Di tale diario è stata pubblicata una traduzione annotata[1]. Si tratta di due taccuini minuti, due anni “tascabili”, fitti di rapidi appunti giornalieri che, confrontati con altri documenti dentro e fuori da quell’Archivio, restituiscono un punto di vista privilegiato per osservare ciò che avvenne attorno a una casa diventata, nel corso della guerra, centro di aggregazione e punto di passaggio nel quartiere periferico di Cisanello. Vi si legge la quotidianità che si fa storia: dalle attività giornaliere più comuni (in un’economia di guerra, Beatrice annota ad esempio il sistema per preservare dalla muffa i vasi di conserve), si passa a una drammatica sequenza di eventi in cui la casa di Cisanello vede la “grande storia” fare irruzione dal cancello del giardino, quasi demolito da un carro armato tedesco con i soldati occupanti che costringono allo sfollamento le proprietarie e i loro ospiti.

Se le agendine di Beatrice consentono di approfondire due anni di vita cruciali per lei, la sorella e lo stesso Antonio Ricci, che all’epoca era un ragazzino vissuto fin da piccolo in casa Giglioli insieme alla madre, il resto dell’Archivio Giglioli permette di ampliare lo sguardo a molte altre vicende che attraversano il periodo che va dalla metà dell’800 fino al secondo dopoguerra.
Il suo riordino è stato realizzato nel 2025 con un primo elenco analitico di consistenza che permetterà prossimamente di rendere l’archivio disponibile agli studi. Tale riordino ha permesso di scoprire come la conservazione delle carte arrivate sino ad oggi, sia stata determinata in gran parte dalla volontà della famiglia di trasmetterle da una generazione all’altra, di accrescerle nei decenni a partire dal nucleo originario del periodo risorgimentale. Nello stesso momento in cui la famiglia si preoccupa di conservare le carte, dall’altra ne seleziona alcuni nuclei, che trasferisce a diversi istituti culturali italiani conservando per sé il nucleo più strettamente privato. Beatrice, l’ultima sopravvissuta della sua generazione, alla sua morte lascerà ciò che resta dell’Archivio ad Antonio Ricci che lo ha donato alla Biblioteca Franco Serantini.
Le vicende della seconda guerra mondiale avrebbero potuto determinarne la perdita. Nel suo diario Beatrice annota infatti come durante l’occupazione di Pisa e della casa di Cisanello da parte dei tedeschi, lei e la sorella nascondano beni di prima necessità ma anche ricordi di famiglia. Attraverso di essi si trattava di salvaguardare la propria storia.

Dorso dell’App. XXII dei Family Memorials of the Giglioli-Casella. Ricordi della guerra 1914-1918

Negli anni di formazione dell’Archivio si stabilisce un patto tra generazioni in cui genitori e figli, zii e cugini, si riconoscono in una storia comune ed ognuno si sente responsabilizzato a fare la sua parte. Proprio questo dialogo tra generazioni smentisce in parte le divisioni tra le età della vita a cui si è abituati a pensare.
Nel 1917 Beatrice, che era stata anche crocerossina nel primo conflitto mondiale, si laurea in lettere all’Università di Pisa. Nell’agosto 1918 si trasferisce a Londra, dove, il 26 dello stesso mese, ottiene per esame il posto di traduttrice al War Office, con il compito di tradurre in inglese documenti e opuscoli italiani e francesi concernenti la guerra europea. Poche settimane dopo, il 21 settembre 1918, si dimette dall’incarico in seguito alla sua nomina ad assistente presso la Facoltà italiana dell’Università di Cambridge, dove dal 1919 insegna lingua e letteratura italiana fino al 1920, quando rientra in Italia per le condizioni di salute del padre Italo, professore di chimica agraria all’Università di Pisa.

Di questo soggiorno tra Londra e Cambridge è rimasta una significativa corrispondenza tra Beatrice e sua madre Constance.
Nell’Archivio della famiglia Giglioli sono conservate migliaia di lettere, la maggior parte delle quali scambiate tra i vari componenti della famiglia, come quelle, appunto, tra Beatrice e sua madre. Non si tratta di semplici comunicazioni quotidiane. Nello spazio limitato di una cartolina postale, con una grafia fitta e minuta, vengono riversate informazioni e riflessioni su incontri, attività e progetti. È intuitivo riconoscere l’attualità della storia di una ragazza di ventisei anni che, poco più di cent’anni fa, parte dall’Italia per una prima esperienza lavorativa all’estero, appoggiata dalla famiglia e in particolare dalla madre, alla quale non fa mancare dettagli della sua vita quotidiana. “I will now give you a detailed account of my movements in the last few days and of my life here”, scrive in una lettera del 29 settembre 1918 dal numero 10 di Endsleigh Street a Londra. Dal 25 novembre si trasferisce al 10 di Millmann Street. Entrambi gli alloggi sono in una zona centrale della metropoli e Beatrice disegna sulle lettere le planimetrie delle sale in cui studia, lavora, vive, arricchendole di legende intepretative che segnalano il posto dal quale sta scrivendo alla madre, la posizione delle finestre, dei tavoli, dei vasi di fiori, ecc. C’è qualcosa di molto familiare in questa esperienza di Beatrice: con i mezzi di allora (carta e penna), rende partecipe la famiglia di ogni momento della sua vita; oggi, lo avrebbe fatto probabilmente in tempo reale con una videochiamata in chat.
Sarebbe superficiale e riduttivo, tuttavia, voler ricondurre una corrispondenza famigliare di inizio Novecento a un mero confronto tra la comunicazione odierna e quella di allora. Resta comunque un esempio concreto sul valore delle testimonianze documentali che, come in questo caso, possono essere rilette e comprese per l’universalità di esperienze, aspettative, emozioni espresse da una giovane di un secolo prima. Diventa così più comprensibile richiamare l’attenzione sul ruolo degli archivi e della loro conservazione, sulla possibilità che le carte d’archivio non siano solo fonti per gli storici ma anche strumento per confrontare il vissuto delle persone e i cambiamenti della società. Gli scambi tra madre e figlie, mettono in evidenza un rapporto che punta a renderle culturalmente e professionalmente autonome. Oltre che nei confronti di Beatrice, lo si vede anche in quelli con Lilia, che sceglierà la strada dell’insegnamento musicale (e che documenterà con album di fotografie, programmi di saggi scolastici, ritagli di giornale); con Irene, incoraggiata ad esprimersi attraverso il disegno e la pittura, che la porteranno a pubblicare nel 1922, insieme alla madre, un libro per bambini (Rebecca. Not a Moral Tale, stampato a Londra da Thornton Butterworth), del quale sono conservate le tavole originali. Beatrice e le sorelle sono immerse dalla nascita in una cultura internazionale (una famiglia vissuta tra Italia e Gran Bretagna, con rapporti non occasionali con la Germania, parenti e amici negli Stati Uniti, Nuova Zelanda, Sud Africa, India) e, grazie ai documenti che hanno prodotto e conservato, si possono seguire nella loro crescita culturale e professionale, nelle relazioni che hanno saputo costruire. In definitiva, queste carte non sono arrivate per caso fino ai nostri giorni: la famiglia Giglioli ha voluto dare spazio e ordine alla propria memoria.
Probabilmente è proprio Italo il primo ad averne una chiara consapevolezza quando il 3 maggio 1896 scrive da Portici, dove era direttore della Scuola superiore di agricoltura, al fratello Alfredo, militare di carriera:
… A proposito dei figliuoli, io ho parecchie volte pensato che quelle due vite nobilissime e sante che furono le vite del nostro Padre e della nostra Madre [Giuseppe ed Ellen n.d.r.] sparirebbero dalla memoria dei loro discendenti, se non vi sarà qualcheduno che pensi a narrare loro qualche cosa sopra il significato e gl’intenti di quei due, ai quali noi tutti dobbiamo tanto. Avevo, dunque, pensato gradatamente di raccogliere ed ordinare le notizie sulla loro vita, per poi farne un racconto, che dovrebbe essere quasi come un testamento di esempi e di insegnamenti ch’essi lasciano a quelli che vengono dopo di loro… Dunque, tu pensa su questo mio progetto e, se ti pare buono ed utile, aiutami a compierlo; in modo che, prima che venga il mio tramonto, io abbia fatto il dover mio verso quelli che vennero prima di me, ed ai quali tutti noi abbiamo il debito di una eredità ricca di quanto può servire a rendere nobile ed utile ed operosa la vita”.
Nonostante la morte di Alfredo dell’anno successivo, Italo sarà sostenuto nel suo progetto dalla moglie che, aiutata anche dalle figlie e dalla nipote Maria Elena Casella, pubblicherà nel 1935 un volume sui Giglioli di Brescello, ramo originario della famiglia del marito[2].
La conservazione e il riordino delle carte si concentra inizialmente proprio sul nucleo risorgimentale. Constance si occupa ad esempio di trascrivere la corrispondenza di Giuseppe Giglioli, probabilmente anche a causa dell’estrema fragilità dei supporti cartacei, corrosi dagli inchiostri ferro-gallici.
An even greater admiration, gratitude and love for Aunt Cona [diminutivo di Constance n.d.r.], who undertook the immense work of copying the letters, which make 2 volumes of manuscript, respectively of 395 and 101 pages”, dirà di lei la nipote Maria Elena Casella per questa opera di trascrizione.
Contestualmente, dopo la morte di Italo nel 1920, la famiglia si prende cura anche di ciò che la stessa generazione di Italo e dei suoi fratelli ha prodotto. È un lascito intellettuale che non va sperperato. Constance e i figli, ad esempio, si trovano a decidere sul destino della raccolta bibliografica di opuscoli ordinati e schedati da Italo. Il 19 luglio 1925 Constance scrive a Beatrice, in quel momento a Torino:
My Dear Trice,
I think yesterday I hadn’t room to tell you I had a note from the Librarian of the
International Institute at Rome about the Schede, which he thinks would be useful in helping to build up the Library there, which he says in on the way to becoming the most important of its kind in the world”.
La madre si consiglia con la figlia sulla possibilità di donare circa 10.000 opuscoli alla Biblioteca dell’Istituto Internazionale d’Agricoltura, fondato nel 1905 dal filantropo David Lubin. L’Istituto era sorto per la cooperazione agricola internazionale e, dal suo scioglimento nel 1945, nascerà la FAO. Dal 1909, presso lo stesso Istituto, Italo era stato direttore della sezione di informazioni agricole e malattie delle piante. Grazie alla traccia fornita da questa corrispondenza è quindi possibile ricostruire le origini della donazione: se oggi gli opuscoli di Italo Giglioli costituiscono ancora uno dei fondi storici più significativi della Biblioteca della FAO, lo si deve non a una eredità casuale, ma ad una precisa pianificazione tra l’istituzione e la famiglia. Constance manifesta nella cartolina un solo desiderio, che il dono venga contrassegnato su ogni pezzo con il nome del marito:
“I should only like to ask that they should put a label on each publication, p. es. Dono Giglioli, or better, something which recalls Italo Giglioli”.
Il dono del 1925 non è il solo di quell’anno. Il 30 aprile 1925 viene rogato l’atto di donazione al costituendo Museo mazziniano di Pisa, di 17 lettere autografe di Giuseppe Mazzini a Giuseppe Giglioli (1831-1847), oltre che ritratti di Giuseppe Giglioli, una medaglia commemorativa della Giovine Italia in ricordo dei fratelli Bandiera (1844) e una fotografia di Italo Giglioli.

Come in tutti i lavori di riordino e inventariazione, anche per le carte Giglioli pervenute alla Biblioteca Franco Serantini i due primi obiettivi sono stati quelli di individuare i soggetti produttori delle carte e verificare l’esistenza di documenti che facessero emergere eventuali criteri adottati dalla famiglia nell’ordinare e conservare le carte stesse. Proprio in riferimento a questo secondo aspetto, come risulta chiaro dagli esempi precedenti, l’archivio offre una significativa quantità di documenti che parlano dell’archivio e del suo destino. Accanto a corrispondenza occasionale, appunti e note, sono presenti anche materiali maggiormente strutturati in forma di registri e indici, aspetto che rinforza l’idea che la famiglia avesse chiaro il valore del proprio archivio come testimonianza della propria storia. La terza e quarta generazione della famiglia (cioè quella di Italo e Constance e dei loro figli) ha tenuto in considerazione le intenzioni originariamente manifestate da Italo nella lettera al fratello Alfredo e le ha poi applicate in modo sistematico.
Benché corrispondenza, documenti personali, scritti per studi e pubblicazioni, fotografie, disegni, album dei componenti della famiglia si riferiscano in larga misura al ramo dei Giglioli di Pisa, cioè di Italo e dei suoi discendenti, vi è la presenza significativa di documenti riferibili anche agli altri rami parentali, cioè quelli dei fratelli e della sorella di Italo. È a quest’ultima, Elena, scrittrice a sua volta, che si deve il primo contatto con Constance Stocker nel 1884 per ragioni editoriali legate alla proposta di traduzione in italiano di un racconto della Stocker apparso sulla rivista inglese «Leisure hour». La storia d’amore tra Constance e Italo, maturata a seguito dell’amicizia di penna tra Elena e Constance, non è tanto una romantica storia ottocentesca, ma l’incontro di due culture e di due famiglie. Anche se meno documentato, infatti, non manca anche quella parte di archivio legata alla famiglia della Stocker. Le lettere che riceve dalla sorella Beatrice Alicia Ramsay Stocker, missionaria presbiteriana tra le popolazioni native degli Stati Uniti, sono interessanti da vari punti di vista: i fatti che narrano, il contesto storico a cui fanno riferimento, la relazione tra le due sorelle. Se si pensa che il loro legame famigliare si mantiene solo tramite la corrispondenza perché, data la difficoltà dei viaggi, non si sarebbero più incontrate di persona, è facile comprendere il coraggio e la determinazione di chi affrontava rischi “senza rete”. Conservare tali documenti non è quindi per i Giglioli solo una scelta determinata dagli affetti, ma la speranza di tramandare virtù ed esempio. Per questo non è un caso che Beatrice Giglioli, nata nel 1892, porti proprio il nome della zia appena partita per la missione statunitense.

Copertina del quaderno “I Giglioli di Brescello. Recensioni e Lettere”

La generazione di Beatrice Giglioli e della cugina Maria Elena Casella è l’ultima che si fa carico della trasmissione di ciò che resta dell’Archivio dopo i diversi lasciti. Maria Elena, rimasta presto orfana di padre, troverà negli zii Italo e Constance e nelle cugine un punto di riferimento. La professione di bibliotecaria, come accennato, la porterà ad acquisire anche una particolare sensibilità archivistica. Lo ricorda sua cugina Lilia scrivendo che la pubblicazione dei Giglioli di Brescello era avvenuta “quando mia madre aveva 79 anni! Le mancarono le forze per raccogliere, per la famiglia, ricordi e corrispondenze dei figli di Giuseppe e Ellen Giglioli. Lo ha fatto ora Maria Casella”.
La Casella, in realtà, non si limita semplicemente a “raccogliere” i materiali appartenuti a genitori e zii, ma li organizza e arricchisce con annotazioni, etichette, inserti fotografici, interventi di rilegatura che rendono anche semplici opuscoli a stampa dei veri e propri “pezzi unici”. Indicizza documenti per temi e per autori, li riporta su rubriche. Crea, in definitiva, mappe di riferimento così da potersi orientare nella molteplicità delle carte. Alla fine di questo immenso lavoro, scrive quelli che intitola i Family Memorials of the Giglioli-Casella. Si tratta di quaderni, poi riprodotti in ciclostilato, che dedica ad ognuno dei figli di Giuseppe Giglioli e alla loro discendenza.

Frontespizio del dattiloscritto “Italo Giglioli. Family Memorials of the Giglioli-Casella. Book IV.1

I Family Memorials si dipanano come un racconto che, tuttavia, a differenza della maggior parte della memorialistica di famiglia, affidata molto spesso ai soli ricordi, si basa anche sulle fonti per certificarne l’attendibilità. In questo, probabilmente, Maria Elena Casella oltre che alla sua formazione di bibliotecaria, deve molto anche all’esempio della zia Constance, non solo scrittrice, ma anche storica attenta, già a partire dalla pubblicazione del volume Naples in 1799, an account of the revolution of 1799 and of the rise and fall of the Parthenopean republic, pubblicato a Londra nel 1903 presso l’editore Murray. L’attenzione sull’uso delle fonti dei Family Memorials si comprende anche dalla loro organizzazione secondo un doppio binario: da un lato i Books, cioè i racconti storicamente documentati dei membri della famiglia, dove le fonti vengono citate in nota o nel testo;
dall’altro le Appendix, appendici di testi e documenti per la maggior parte a stampa quali fonti di contesto e di riferimento alle vicende narrate nei Books.
In un documento del 1962 lasciato alle cugine, la Casella scrive:
La prima copia dei ‘Ricordi’ (scritti in Inglese), con gli Album, le Appendici e gl’Indici resta a me. Alla mia morte, tutto passerà ai Giglioli di Pisa. Se mi sarà possibile, farò una copia dei Libri (senza fotografie) per i varii rami dei Giglioli. I Casella si estinguono con me. Ho scritto i “Ricordi” per la Famiglia, e non ne desidero la pubblicazione, almeno finché sono in vita. Dopo, la Famiglia deciderà. Dovendoli pubblicare, andrebbero però rifusi e completati, giacché restano ancora molte ricerche da fare”.
Mentre i Family Memorials costituiscono una serie archivistica organica, frutto di una rielaborazione di materiali d’archivio, nel lavoro attuale di riordino, il resto dell’Archivio Giglioli è stato descritto in altre 16 serie: una di esse è dedicata ai documenti “comuni” di famiglia (come album fotografici e fotografie, materiali relativi alle donazioni decise collegialmente, ecc.), le altre 15 serie descrivono le carte di singole figure dei diversi rami famigliari.

Le carte dell’Archivio Giglioli presentano quindi almeno tre motivi di interesse: per i loro contenuti; per come sono giunte fino a noi e per come sono state organizzate dalla famiglia; per il modo in cui possono essere utilizzate anche in chiave didattica.
Da ciò che è stato delineato fin qui, c’è una domanda che occorre porsi pensando al ruolo delle generazioni odierne: fra una settantina d’anni, quando agli adolescenti e ai giovani di oggi subentreranno i loro discendenti, nelle case ci saranno ancora scatoloni di fotografie, documenti, lettere? Cosa erediteranno i nipoti della memoria di vite vissute dai propri famigliari?
Non si tratta solo del noto processo in corso che riguarda la dematerializzazione della documentazione in tutti gli ambiti delle attività umane, ma anche del fatto che ricade sulla sensibilità dei singoli la lungimiranza o meno nel conservare racconti, descrizioni, fotografie e video che viaggiano su messaggi in chat tra famigliari e amici, nelle e-mail, negli album condivisi via social, ecc. Se sul fronte pubblico è importante per il singolo potersi appellare al diritto all’oblio, su quello privato tutto è lasciato all’iniziativa individuale: conservare su cloud o sull’hardware di casa i propri ricordi, preoccuparsi che in futuro siano accessibili ai propri congiunti, eventualmente stamparli, ordinarli, ecc., sono operazioni che presuppongono una consapevolezza del futuro che rischia di passare in secondo piano, pressati dalle sollecitazioni esterne del “qui e ora” della società contemporanea.
Il discorso è troppo ampio e da tempo al centro del dibattito su aspetti tecnologici, sociologici, giuridici, ecc. perché se ne possa anche solo minimamente far cenno qui. Per lo stesso motivo, nel porre la domanda sulle generazioni di oggi fra settant’anni, le etichette “generazione Z”, “millennials”, ecc., comunemente utilizzate nella conversazione quotidiana, non hanno valore dal punto di vista degli studi sociali, i quali hanno reso evidente che le persone non si comportano in modo diverso solo perché appartengono a gruppi di età diversa5.
Le domande delle righe precedenti e la riflessione su quello che potranno essere un domani gli archivi di singole persone o di famiglie, si basano su ciò che oggi si intende per archivi, vale a dire raccolte più o meno organizzate di documenti, corrispondenza, fotografie, ecc. Oltre che essere una fonte per gli studi storici, possono avere anche una funzione culturale in senso lato. I giovani che, per il progressivo cambiamento delle pratiche e delle abitudini sociali, potrebbero già percepire un archivio di famiglia come qualcosa di lontano dalla loro esperienza, nell’avvicinarsi ad un archivio come quello della
famiglia Giglioli potrebbero essere indotti a porre maggiore attenzione a ciò che essi stessi producono con altri mezzi e con altre possibilità di trasmissione futura, rispetto a ciò che si faceva nel passato.

NOTE

1 B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1945, a cura di F. Bertolucci, B. Cattaneo e G. Mangini, BFS edizioni, Pisa, 2025. Il diario di Beatrice è scritto in inglese ed è stato tradotto in italiano.

2 C. Giglioli Stocker, Una famiglia di patrioti emiliani. I Giglioli di Brescello, Società anonima editrice Dante Alighieri, Milano-Genova-Roma-Napoli, 1935 (Biblioteca storica del Risorgimento italiano, 3).

3 Cfr. M. G., Perennials, Società e lavoro dopo la fine delle generazioni, Luiss University Press, Roma, 2024.

L’Autrice è libera professionista impegnata nella valorizzazione di archivi iconografici e documentari come fonte e
strumento per la ricerca storica e la didattica collaboratrice della Biblioteca F. Serantini

Tutte le fotografie appartengono all’archivio della famiglia Giglioli (Biblioteca Franco Serantini) e vengono concesse al sito di ToscanaNovecento in relazione all’articolo ma non è concessa l’autorizzazione alla riproduzione.

Articolo pubblicato nel marzo 2026

 




Un laboratorio civile, educativo e identitario di una città nel Novecento: la Casa della Cultura di Livorno

All’indomani della liberazione, Livorno si presentava come una delle città italiane più colpite dai bombardamenti alleati. Il centro storico era ridotto in macerie, gran parte della popolazione era sfollata e le attività produttive stentavano a riprendere. In questo contesto di profonda crisi materiale, il Comitato provinciale di liberazione nazionale, nella seduta del 20 gennaio 1945, riconobbe la necessità di un intervento culturale immediato. La decisione, sorprendente per l’urgenza delle necessità abitative e infrastrutturali, esprimeva tuttavia la convinzione che la cultura fosse parte integrante della rinascita democratica della città, un provvedimento che sottolineava la voglia di rinascita, e l’attesa per il futuro, che contraddistingueva la nuova classe politica. La cultura, dunque, non era considerata un lusso, ma un bisogno vitale al pari delle infrastrutture materiali, un investimento capace di restituire dignità e prospettiva alla cittadinanza.
Negli anni della ricostruzione maturò l’idea di destinare all’uso culturale un edificio storico della città. La scelta di collocare la nuova istituzione nel Cisternino di città, progettato da Pasquale Poccianti tra il 1837 e il 1846 come terminale dell’acquedotto di Colognole, ebbe un valore altamente simbolico. L’edificio, mai entrato in funzione come vera e propria cisterna e sopravvissuto ai bombardamenti, fu individuato dal Comune come sede privilegiata per la realizzazione di diverse attività culturali. L’utilizzo del Cisternino rappresentava una metafora potente, che prevedeva la trasformazione di un serbatoio d’acqua in una cisterna di cultura, destinata a contenere libri, mostre e dibattiti. L’edificio fu restaurato e riaperto al pubblico nel 1951 con il nome di Casa comunale della Cultura, sull’esempio di iniziative prese in altre città italiane. L’inaugurazione fu accompagnata dal convegno La Cultura come vita, titolo che ribadiva la centralità del sapere nella sopravvivenza e nel futuro collettivo di una città e di un territorio in uscita dalle temperie di una guerra mondiale.

La gestione pubblica come tratto distintivo

A differenza delle esperienze di Roma e Milano, dove le Case della Cultura nacquero da associazioni o da iniziative di partito, l’istituzione livornese si caratterizzò per una peculiare gestione direttamente pubblica. Il Comune di Livorno si assunse l’onere di programmare e sostenere economicamente la nuova istituzione, mettendo a disposizione i locali e il denaro per il sostentamento. Ciò rivelava una concezione della cultura come bene pubblico, accessibile a tutti e non riservato a particolari élite. Ciò seguiva l’esperienza, sorta all’inizio del secolo, dell’Università Popolare. Tale impostazione trasformò la Casa della Cultura in un fiore all’occhiello per l’attività amministrativa del sindaco della ricostruzione Furio Diaz e della sua giunta ormai alla fine dell’esperienza di collaborazione tra tutti i partiti antifascisti. La scelta amministrativa aveva un valore politico forte, nella quale la cultura diventava strumento di cittadinanza e di legittimazione democratica, integrata nei piani di ricostruzione della città.
La Casa della Cultura svolse fin da subito un ruolo eminentemente educativo. Nei suoi locali erano disponibili radio, un’emeroteca, una biblioteca circolante di letteratura contemporanea, dotata di circa 1500 volumi, selezionati tra le novità editoriali e, più tardi, televisione e apparecchi per l’ascolto di musica. La differenza rispetto alla Biblioteca comunale “Labronica”, più orientata alla conservazione del patrimonio erudita, era netta, così come la salvaguardia della rivista storico-letteraria comunale «Liburni Civitas». La Casa della Cultura rispondeva al bisogno di accedere a una cultura moderna, legata all’attualità e avulsa dagli schemi classici di stampo fascista.
Non bisogna dimenticare come l’esperimento si collocasse all’interno di un più ampio progetto di educazione popolare, promosso anche dal Partito comunista italiano, che vedeva nella diffusione dei saperi uno strumento di emancipazione sociale. In questo senso, la Casa rappresentò un’inedita forma di scuola civica parallela alle forme tradizionali di istruzione, aperta a giovani e adulti, capace di anticipare i modelli di educazione permanente che sarebbero emersi negli anni Sessanta e Settanta. A tenerla a battesimo fu, non a caso, l’assessore all’Istruzione e futuro sindaco Nicola Badaloni, storico della filosofia di impronta marxista.

Un laboratorio di pluralismo politico e culturale

Pur inserita nel clima della Guerra fredda, la Casa della Cultura riuscì a mantenere una notevole apertura al pluralismo ideologico e partitico. Le cronache di quegli anni ricordano come nello stesso edificio convivessero associazioni di stampo politico differente, mostre di arte d’avanguardia e iniziative di taglio più tradizionale. Erano in grado di confrontarsi non solo modelli e ideologie artistiche diametralmente opposte, ma anche partiti politici e associazioni di orientamento diverso. Ciò era reso possibile dalla struttura organizzativa del Circolo livornese della Casa della Cultura, animato da figure come Vittorio Marchi, pedagogista socialista, e Luca Badaloni, segretario instancabile, capace di coinvolgere amministratori di maggioranza e opposizione. La Casa divenne così uno spazio di confronto, un laboratorio di convivenza civile e politica che rispecchiava le contraddizioni e le ricchezze della società livornese nel dopoguerra.
Il culmine dell’attività culturale si ebbe tra il 1955 e il 1967 con l’istituzione del Premio “Modigliani”, che proiettò Livorno su un piano nazionale e internazionale. Nelle sale del Cisternino passarono artisti e critici di fama, tra cui Renato Guttuso, Giuseppe Sassu, Giulio Carlo Argan, Carlo Ludovico Ragghianti, Emilio Vedova, Enrico Baj, Giò e Arnaldo Pomodoro. Negli stessi anni, la Casa della Cultura ospitò mostre e importanti dibattiti sull’arte contemporanea, rendendo la città un punto di riferimento per le avanguardie artistiche italiane. Come sottolineano gli studiosi di storia dell’arte contemporanea, fu proprio in questo periodo che Livorno riuscì a sottrarsi al rischio di provincialismo insito nella pittura post-macchiaiola e a inserirsi nei circuiti più avanzati della cultura nazionale.

Crisi, continuità e metamorfosi

Dalla fine degli anni Cinquanta si manifestarono i primi segni di difficoltà, dovuti sia alla crescente “lottizzazione” partitica degli spazi pubblici, sia al mutamento dei modelli culturali nel quadro del boom economico. Negli anni Settanta la Casa della Cultura perse progressivamente centralità a favore di nuove istituzioni, come il Museo Progressivo d’Arte Contemporanea inaugurato nel 1974. Tuttavia, essa continuò a ospitare mostre, assemblee studentesche e attività associative, rimanendo un punto di riferimento per la cittadinanza, in particolare negli anni della contestazione studentesca.
La peculiarità della Casa della Cultura di Livorno stava nella sua duplice natura: istituzione culturale da un lato, e luogo identitario dall’altro. Essa fu non solo contenitore di iniziative artistiche ed educative, ma anche una sorta di genius loci della città, spazio simbolico in cui si condensavano i desideri di rinascita, i conflitti politici, le passioni artistiche e le memorie condivise. Non rinnegando le sue origini di “serbatoio” per la città, il Cisternino ha incarnato l’idea che la cultura fosse linfa vitale, necessità primaria della comunità, strumento di emancipazione e, insieme, custode di memorie vive. Non sorprende che ogni progetto di recupero – ad oggi parzialmente risolto con la destinazione a quei locali della Fondazione Livorno Euro Mediterranea (LEM) e dell’Informagiovani – richiami ancora la storia nella seconda metà del Novecento di quel bene.

Nota bene: le foto sono della Biblioteca Labronica F. D. Guerrazzi.

Articolo pubblicato nel febbraio 2026.




La vita di Idalberto Targioni: una ricostruzione attraverso le carte d’archivio

Il fondo Idalberto Targioni viene depositato nel 2019 presso l’archivio dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea da Simonetta Chiappini, erede delle carte familiari. Si tratta di un archivio di persona composto da materiali prodotti dal soggetto e da documentazione raccolta e conservata postuma dagli eredi.

Il fondo Targioni consente di ricostruire la vicenda di una figura insieme affascinante e contraddittoria. Nato trovatello, Targioni porta con sé per tutta la vita lo stigma delle origini, sintetizzato nell’epiteto con cui veniva appellato da ragazzino, “il Bastardo”. Contadino autodidatta, si costruisce uno spazio di riconoscimento pubblico grazie alla parola: diventa un abile poeta estemporaneo, capace di imporsi nelle gare di improvvisazione e di conquistare il soprannome di “Usignolo”.

Militante socialista e acceso anticlericale, diventa protagonista della vita politica locale, ottenendo il soprannome di “Diavolo Rosso” e arrivando a ricoprire la carica di sindaco di Lamporecchio. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, inizialmente schierato su posizioni neutraliste, si converte all’interventismo e successivamente al fascismo, fino a diventarne uno dei principali esponenti nel territorio pistoiese. Questo passaggio segna una frattura profonda nella sua vita, nonché nella memoria pubblica del personaggio: Targioni diventa “il Convertito”, e la sua parabola politica e personale conosce una progressiva marginalizzazione, fino a cadere nell’oblio.

Una prima restituzione complessiva della figura di Targioni è offerta dal lavoro del Prof. Roberto Bianchi, che nel 2018 pubblica Una storia, un archivio. Idalberto Targioni nell’Italia tra Ottocento e Novecento[1], volume che rappresenta un primo punto di riferimento per la ricostruzione biografica del personaggio. Nell’appendice del libro trovano spazio l’elenco di consistenza dell’archivio, curato da Daniele Lovito, e una significativa testimonianza dell’erede Simonetta Chiappini.

La vicenda di Idalberto Targioni permette di interrogare, attraverso una prospettiva microstorica, alcuni nodi centrali della storia italiana tra Ottocento e Novecento: la formazione politica dei ceti popolari, il rapporto tra autodidattismo e militanza, le fratture prodotte dalla guerra e il passaggio di una parte del socialismo al fascismo. In questo senso, lo studio del fondo Targioni offre un osservatorio privilegiato sugli intrecci tra esperienza individuale e processi storici più ampi.

Idalberto Targioni nasce a Firenze il 19 ottobre del 1868, quando la città era capitale del Regno d’Italia. A poche ore dalla nascita viene portato dalla levatrice Irene Gragnani allo Spedale degli Innocenti insieme al segno di riconoscimento (un pezzo di tela verde ricamata) destinato a consentire un eventuale riscatto del bambino, ancora oggi conservato presso l’archivio dell’istituzione.

Battezzato col nome di Edelberto, inizia subito l’iter riservato agli esposti. I tenutari cui viene affidato sono contadini, in linea con le politiche dello Spedale degli Innocenti che, in accordo con l’Accademia dei Georgofili, individuano nel mondo mezzadrile l’unico sbocco lavorativo, sociale ed economico per i trovatelli. Questo sistema orienta da subito il destino sociale dei gettatelli toscani, inscrivendoli in un orizzonte di lavoro agricolo e di subalternità che Targioni cercherà sempre di oltrepassare.

Nella sua autobiografia inedita e dattiloscritta – Cinquant’anni della mia vita – Targioni racconta della sua infanzia e adolescenza, di come siano state segnate dalla costrizione del mondo rurale e da episodi di sfruttamento, dalla volontà di emanciparsi, dalle punizioni, nonché da un costante senso di impotenza che traduce in una aggressività difficile da contenere[2].

Dopo vari passaggi presso famiglie affidatarie, i tenutari dai quali si stabilizza sono Domenico e Giuditta Capecchi, del Popolo di San Baronto, nel comune di Lamporecchio a Pistoia. Pur impiegato come forza lavoro, impara a leggere e scrivere da autodidatta. Insofferente alla disciplina e profondamente ostile al lavoro dei campi, Targioni non sopporta di ubbidire ai comandi del padre. In più occasioni si allontana da San Baronto; una delle sue fughe più significative riguarda il periodo, tra il 1885 e il 1887, quando lavora alle Caldine, nel comune di Fiesole, alla costruzione della linea ferroviaria Firenze–Cecina. Qui si rende conto che le ingiustizie non dominano solo nelle campagne, ma anche tra gli operai nelle città. Il contatto col mondo del lavoro operaio favorisce l’incontro con la politica e col socialismo: sono gli anni della Seconda Internazionale e per Targioni la moderna tendenza del socialismo si innesta sul suo persistente desidero di riscatto, dando avvio a un impegno politico che nasce dal basso e si fa progressivamente più ambizioso.

Parallelamente, Targioni non smette mai di lavorare alla sua formazione. Racimola libri come può, impara molti classici a memoria e costruisce un patrimonio di letture che eccede di molto rispetto a quello tipico del mondo contadino. In linea con la tradizione della poesia estemporanea, diventa un eccezionale esempio di prontezza nell’improvvisare ottave cantando. Partecipa a molte gare di poesia – contrasti o contraddittori – alcune delle quali sono state da lui riscritte a mano o a macchina e sono oggi conservate nel fondo Targioni. I temi spaziano dalle donne, alla natura, alla politica. Alcuni dei suoi canti conobbero una notevole fortuna, diffondendosi oralmente tra Pistoia e Firenze e mantenendosi vivi nella memoria locale.[3]

Accanto all’attività estemporanea, Targioni pubblica diversi componimenti. Tra questi, il Canzoniere di poesie popolari (1895) e il Canzoniere di poesie sociali (1912). Il primo, tratta prevalentemente di temi bucolici e idilliaci, sebbene nelle poesie coeve rimaste manoscritte emerga già un deciso interesse per la cosa pubblica e la giustizia sociale. Il secondo, è invece dedicato interamente a temi socialisti. Un socialismo che risulta di stampo umanitario e risorgimentale, povero di basi teoriche marxiste che dimostra di conoscere solo in modo superficiale.

Stabilizzatosi di nuovo a Lamporecchio nel 1891, Targioni si sposa e diventa padre della sua prima figlia, Velia. Tuttavia, la vita matrimoniale entra in crisi: Idalberto intrattiene diverse relazioni extraconiugali, la più rilevante con Sofia Bacarelli, dalla quale ha una figlia, Idalberta.; la convivenza con Sofia dura fino alla morte di lui, come attestano le lettere tra Sofia e Velia.

Nel 1895 si iscrive al Partito Socialista Italiano e inizia una costante e impegnata militanza politica. È affascinato dalla prospettiva offerta dall’ideologia socialista da lui descritta come «la migliore, la più giusta, l’unicamente vera, […], fulgidamente bella»[4].

Nel 1901, in un contesto locale privo di organizzazioni socialiste strutturate, Targioni contribuisce alla fondazione di un circolo di Studi Sociali a Lamporecchio. Nel 1898 affida il manifesto del proprio credo politico al componimento Un colloquio con la mia musa, scritto durante la detenzione nel carcere delle Stinche di Pistoia in occasione dei moti del maggio ‘98. Attraverso la personificazione della musa-socialismo, il testo restituisce l’adesione ideale e militante a una causa percepita come strumento di emancipazione degli “infelici” [5].

L’impegno per la propaganda socialista continua assiduamente in giro per la Toscana e anche all’estero. Il primo riconoscimento che Targioni ottiene arriva nel 1901, quando viene eletto consigliere comunale a Lamporecchio. Insieme a lui, venne scelto anche l’amico Domizio Torrigiani[6], un avvocato che avrebbe fatto carriera nel Grande Oriente, una delle più strutturate logge massoniche d’Italia. Targioni in questo periodo scrisse su vari periodici, quali: «La Martinella» di Colle Val d’Elsa dal 1899 al 1901, «l’Avvenire» di Pistoia dal 1901 al 1915 – ne fu direttore dal 1908 al 1913 –, «Vita nuova di Empoli» dal 1901 al 1915.

Nel biennio 1911-1912, Targioni si distingue come protagonista della campagna socialista contraria alla guerra in Libia: le sue conferenze in versi e i suoi articoli su «l’Avvenire» gli valgono un elogiativo articolo in prima pagina sull’ «Avanti!», dove viene definito «uno dei nostri più ferventi e modesti propagandisti del socialismo»[7].

Tra il 1913 e il 1914 inizia per Targioni una fitta campagna elettorale: si candida per il PSI alle elezioni politiche del 1913 per il Collegio di Pistoia I. Anche se non viene eletto, per Targioni si sta avvicinando l’opportunità più importante della sua carriera politica da socialista. Il momento che segna l’apogeo del suo percorso politico, è l’elezione a sindaco di Lamporecchio nel 1914, unitamente alla nomina di consigliere comunale a Cerreto Guidi (FI). L’amministrazione Targioni è la prima socialista del circondario di Pistoia.

Tuttavia, la sua posizione di sindaco si incrina ben presto: la riforma tributaria varata da Targioni per finanziare un ambizioso programma riformatore incontra l’ostilità di una ristretta cerchia di notabili locali, verosimilmente timorosi che il nuovo sistema fiscale possa intaccare le loro ricchezze; questi trovano un alleato nel segretario comunale, entrato in contrasto con il sindaco per motivi apparentemente marginali. A ciò si aggiunge l’attenzione delle autorità prefettizie, che sottopongono l’operato dell’amministrazione a continui controlli, ufficialmente motivati da presunti favoritismi in materia fiscale ma sostanzialmente volti a colpire uno dei principali esponenti del neutralismo pistoiese.

Con l’approssimarsi dell’entrata in guerra dell’Italia, Targioni viene arrestato con l’accusa di aver fomentato manifestazioni antibelliciste a Empoli. L’episodio segna un punto di svolta decisivo: sentendosi abbandonato dai compagni di partito e percependo l’inevitabilità del conflitto, si sposta su posizioni interventiste e decide di uscire dal Partito Socialista Italiano; per coerenza rassegna le dimissioni da consigliere comunale a Cerreto Guidi e da sindaco di Lamporecchio, ma queste ultime non vengono accettate e Targioni continua a guidare il Comune nel pieno del conflitto.

Nel primo dopoguerra, ormai orientato verso posizioni sempre più nazionalistiche e bollato dai suoi ex compagni come traditore, viene duramente contestato dai socialisti durante un comizio al teatro Berni di Lamporecchio in occasione delle festività pasquali; il 14 giugno viene infine costretto a lasciare la carica di primo cittadino[8]. Si avvicina progressivamente al fascismo, diventando uno dei principali animatori nel Montalbano e nei territori limitrofi. Nel 1921 fonda il Fascio di combattimento di Lamporecchio e si afferma come attivo propagandista nelle provincia fiorentina, affiancando all’azione politica un’intensa attività giornalistica: collabora con periodici fascisti — tra cui «Giovinezza» (1921-1923), «La Riscossa» (1921-1922), «L’Azione fascista» (1922-1923) e «Battaglia fascista» (1924-1926) — e fonda due testate proprie, «L’Alleanza» (1921) e «L’Ordine» (1922).

Nel 1923 viene nominato segretario dei sindacati fascisti per l’agricoltura della provincia di Firenze e nel 1924 è eletto consigliere provinciale. Nonostante questi incarichi, i suoi rapporti con gli apparati del Partito nazionale fascista si deteriorano progressivamente: deluso dallo scarso riconoscimento ottenuto per il lavoro svolto, Targioni si ritira gradualmente dalla vita pubblica. Minato da cattive condizioni di salute e da ristrettezze economiche, muore a Lamporecchio il 25 maggio 1930.

Il fondo Idalberto Targioni consta di quattordici buste archivistiche e di circa duecento volumi a stampa; al termine del lavoro di inventariazione, curato da Marta Bonsanti, la documentazione viene organizzata in sette serie, restituendo una struttura coerente a un corpus documentario ampio e articolato. La prima serie raccoglie la corrispondenza di Targioni, familiare e non; la seconda e la terza comprendono la produzione edita e inedita di carattere letterario e politico; la quarta è dedicata alla documentazione relativa al fascio di Lamporecchio e alle organizzazioni sindacali fasciste; la quinta conserva i documenti personali, tra cui atti giuridici e materiali fotografici; la sesta riunisce materiali a stampa, in parte riconducibili alla biblioteca privata del soggetto produttore; l’ultima serie è composta da documentazione prodotta o raccolta dai familiari, in larga misura postuma.

Per ricostruire la sua vita sono stati altresì consultati: l’Archivio dell’Ospedale degli Innocenti di Firenze, il Casellario Politico Centrale, l’Archivio del Comune di Lamporecchio, l’ Archivio di Gabinetto della Sottoprefettura di Pistoia e l’Archivio della Questura di Firenze.

Il fondo Targioni non è solo un insieme di documenti ma una finestra aperta su una vita immersa nelle grandi trasformazioni politiche e sociali a cavallo tra Ottocento e Novecento. È una memoria viva, che continua a parlare a chi la interroga, offrendoci la possibilità di ripensare il passato e di scoprire nuove sfumature di una figura complessa come quella di Idalberto Targioni.

Nel solco del lavoro del Prof. Roberto Bianchi, la figura di Targioni è stata indagata e approfondita dalle ricerche di Giulia Bruni – confluite nella sua tesi magistrale Idalberto Targioni. L’uomo, il poeta e il politico. Una biografia dalla nascita alla Grande Guerra, Università di Firenze, 2024 – e di Andrea Cerofolini che, nella sua tesi magistrale attualmente in fase di stesura, ha proseguito l’indagine concentrandosi sulla seconda parte della vita di Targioni, segnata dall’adesione al fascismo.

[1] Roberto Bianchi, Una storia, un archivio. Idalberto Targioni nell’Italia tra Ottocento e Novecento, Firenze, Firenze University Press, 2018

[2] Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea (ISRT), fondo Idalberto Targioni, S.II Manoscritti di Targioni, B.6, Segnatura II.5.1, Cinquant’anni della mia vita (ricordi e memorie), 1920, pagine non numerate.

[3] Su questo si può consultare l’intervista a Florio Londi, Carmignano (PO) del 14/02/1993. Testimonianza orale rilasciata a Giovanni Contini e Doriano Cirri, conservata presso Archivio della cultura contadina, Comune di Carmignano. L’intervista completa si trova alla pagina web: https://www.comune.carmignano.po.it/output_allegato.php?id=409448 consultata il 16/05/2024.

[4] Cinquant’anni, cit., pp. nn.

[5] «La Martinella», I.Targioni, Un colloquio con la mia musa, 1° maggio 1899.

[6] Il fondo Domizio Torrigiani è stato donato dagli eredi all’Isrt nel 2010.

[7] «Avanti!», T.Tosi, Un poeta socialista improvvisatore, 26 settembre 1911.

[8] L’intera vicenda è ricostruita dal punto di vista del protagonista in I.Targioni, Vent’anni di propaganda e cinque anni d’Amministrazione Socialista nel Comune di Lamporecchio, Tipografia Grazzini, Pistoia, 1920.