Un partigiano di Gavorrano nella Resistenza fiorentina: la vicenda di Albo Orlandi

 Se l’improvviso tracollo dell’8-9 settembre segnava la profondità del baratro in cui la nazione era precipitata, esso era pure il punto di partenza di quella meravigliosa affermazione delle recondite virtù di nostra gente che si disse la Resistenza[1].

 

La notizia dell’armistizio, il disfacimento delle strutture militari italiane e la successiva occupazione tedesca aprirono una nuova fase, nella quale l’opposizione al fascismo poté tradursi in iniziative di organizzazione politica e di lotta armata. La provincia di Grosseto fu una delle zone in cui la Resistenza cominciò a organizzarsi precocemente: a partire dall’annuncio dell’armistizio – cui seguì soltanto il 13 ottobre la dichiarazione di guerra alla Germania – giovani e meno giovani iniziarono a intravedere la possibilità di riscatto, di libertà, di emancipazione, sentendo il bisogno di organizzarsi per uno scontro che si configurava non solo nei confronti dell’occupante tedesco ma anche dei fascisti rimasti fedeli a Mussolini, che il 23 settembre avrebbe costituito la Repubblica sociale italiana (RSI).

Inoltre, la situazione nella provincia di Grosseto si presentava particolare perché controllata fin da subito dalle forze tedesche del Comando supremo del fronte sud (Oberbefehlshaber Süd, OB Süd) del feldmaresciallo Albert Kesselring che erano riuscite, con facilità, a prevalere sulla debole resistenza opposta dai reparti del Regio Esercito[2]. La presenza di questo settore ebbe una rilevanza per la storia partigiana del grossetano: il 21 settembre 1943, infatti, le autorità tedesche, con il placet del Ministero dell’Interno, stabilirono per la provincia di Grosseto – la prima in Toscana – la chiamata in servizio del lavoro obbligatorio per tutti coloro che erano nati tra il 1921 e il 1925[3]. La chiamata interessò complessivamente altre quattordici province dell’Italia centrale: chi si fosse rifiutato sarebbe stato preso e consegnato al Tribunale militare e spedito in carcere. Ma la minaccia non sortì l’effetto sperato, come dimostra il numero esiguo di uomini che si presentarono nella provincia grossetana: alla fine di settembre, appena 599 su un totale di 3.120 obbligati[4].

La chiamata al lavoro obbligatorio giungeva a pochi giorni dalla liberazione di Mussolini da Campo Imperatore, compiuta dai tedeschi, e dai primi “ordini del giorno” da lui trasmessi su Radio Monaco: il primo di questi, la sera del 15 settembre 1943, riguardava proprio la ricostituzione degli uffici del Partito Fascista e delle formazioni della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale[5]. La linea portata avanti dalla nascente Repubblica Sociale Italiana si delineava così nel segno della continuità con il regime precedente: ripristinare il progetto fascista che già dalle sue origini aveva mostrato il carattere del militarismo, dell’oppressione, del controllo. E con questo proseguire la guerra al fianco della Germania e del Giappone.

A ulteriore conferma delle difficoltà incontrate dal fascismo nel mobilitare il consenso, si collocò, nelle settimane successive, la chiamata alle armi delle classi 1923, 1924 e 1925, disposta con bando del 9 novembre, per costituire il nuovo esercito repubblicano. Il provvedimento incontrò una forte opposizione e una larga renitenza alla leva[6], dimostrando l’inefficacia delle minacce fasciste che paventavano pesanti sanzioni non soltanto nei confronti dei renitenti, ma anche dei loro familiari. La situazione risultò ancora più difficile nella provincia di Grosseto, dove le operazioni di reclutamento procedettero con grande difficoltà e il richiamo alle armi venne rinviato al mese di dicembre[7]. Il capo della Provincia, Alceo Ercolani, si mostrò intransigente nel perseguire un elevato livello di arruolamento, anche per dimostrare la propria fedeltà a Mussolini e alla RSI, ma i risultati furono assai modesti: a due mesi dalla chiamata, dei 2.176 giovani grossetani richiamati, soltanto 312 si presentarono al distretto militare[8], contro una percentuale di circa il 50% registrata in Toscana alla fine di febbraio, raggiunta anche attraverso il ricorso a minacce e ricatti. La renitenza alla leva divenne così uno dei primi terreni di scontro tra la popolazione[9] e il nuovo apparato fascista repubblicano, impegnato, attraverso la mobilitazione militare, a ricostituire il proprio esercito e a riaffermare la propria autorità sul territorio. Le autorità fasciste tendevano a ricondurre la renitenza alla leva anche all’influenza esercitata dalle formazioni partigiane sui giovani e sulle loro famiglie, considerando i due fenomeni strettamente connessi. Questa interpretazione contribuì ad alimentare una politica repressiva, nella quale la caccia a renitenti e disertori finì per intrecciarsi con il contrasto al movimento resistenziale[10].

L’andata alla macchia coinvolse numerosi giovani e meno giovani delle Colline Metallifere, nel cuore della Maremma grossetana: c’era chi si avvicinava alla lotta partigiana nella speranza di riconquistare una libertà già conosciuta e chi, soprattutto tra i più giovani, aspirava a conoscerla per la prima volta; altri ancora sceglievano la clandestinità per sottrarsi alla chiamata alle armi di un regime responsabile di anni di guerra, repressione e violenze.

Albo Orlandi

Tra coloro che presero parte alla lotta antifascista vi fu Albo Orlandi, classe 1922, riconosciuto partigiano combattente[11] per il periodo compreso tra il 21 dicembre 1943 e il 7 settembre 1944 nella divisione “Giustizia e Libertà”. Fu, inoltre, detenuto al carcere fiorentino delle Murate dal 29 febbraio al 21 giugno 1944 e, una volta riuscito ad evadere il 26 giugno, fino al 6 settembre fu membro della Brigata Garibaldi “Bruno Fanciullacci”.

Orlandi era nato a Gavorrano il 23 febbraio 1922, pochi mesi prima della marcia su Roma che avrebbe segnato l’avvento del fascismo al potere. All’epoca, Gavorrano rivestiva un ruolo di primo piano nell’economia mineraria delle Colline Metallifere e dell’intero Paese, grazie all’estrazione della pirite, dalla quale si ricavava l’acido solforico.

Come molti coetanei che scelsero la lotta antifascista, Orlandi, cresciuto in un Paese nel quale le libertà politiche e civili erano state progressivamente soffocate dal regime, non sapeva che sapore avesse la libertà: le leggi fascistissime e l’autoritarismo avevano svuotato di contenuto le garanzie statutarie, restringendo drasticamente gli spazi di dissenso e di partecipazione politica.

Ventunenne, Orlandi, pur essendo diplomato maestro elementare, insegnava Lettere presso la Scuola di Avviamento Professionale di Gavorrano, dove iniziò a maturare la propria avversione al fascismo, anche grazie ad un suo grande amico, Selenio Crocchi, anch’egli gavorranese e studente di medicina a Siena, figlio di un notabile fascista, e da tempo membro di una cellula antifascista attiva nel centro universitario.

Inizialmente Orlandi beneficiava di un regolare congedo militare rilasciato in quanto capo di una famiglia numerosa: il padre, gravemente malato e ricoverato all’ospedale di Siena, la madre, il fratello maggiore, richiamato alle armi fin dal 1940 e prigioniero in Russia dal Natale del 1941, e quattro sorelle minori, due delle quali gravemente ammalate. Tuttavia, a seguito dell’entusiasmo pubblicamente manifestato in occasione della caduta di Mussolini e dell’annuncio dell’armistizio di Cassibile, Orlandi divenne inviso ai non pochi elementi che dopo la costituzione della Repubblica Sociale Italiana avevano provveduto a ricostituire la sezione fascista a Gavorrano. Dopo una serie di richiami e minacce, Orlandi si vide improvvisamente revocare dal Provveditorato l’incarico di insegnamento e dopo Natale ricevette anche la cartolina di richiamo alle armi da parte dell’Esercito della RSI.

Per queste ragioni, il 21 gennaio del 1944 fuggì a Firenze entrando in contatto con Giancarlo (Gianni) Facca e la moglie Silvia Benedetti del Partito d’Azione[12], una delle forze politiche che componevano il già costituito Comitato Toscano di Liberazione Nazionale (CTLN), organismo di coordinamento politico della Resistenza regionale, costituitosi nell’autunno del 1943 sulla linea di quello nazionale. Il CTLN, peraltro, raccoglieva l’eredità dell’esperienza del Comitato interpartiti, costituito alla fine del 1942 su iniziativa proprio del Partito d’Azione e comprendente rappresentanti dei principali partiti antifascisti[13]. Le forze politiche antifasciste organizzate videro nell’armistizio un possibile punto di svolta, nella prospettiva di una collaborazione con le autorità in vista dell’inevitabile scontro con le truppe tedesche[14].

Gli eventi presero tuttavia una direzione diversa: gran parte dell’apparato statale e burocratico aderì alla Repubblica Sociale Italiana oppure adottò un atteggiamento attendista, evitando di assumere una posizione netta. Le difficoltà furono particolarmente evidenti in ambito militare visto che il Comando della Difesa Territoriale si rifiutò di distribuire le armi alle forze popolari e ai partiti antifascisti ricostituiti, invitando invece alla calma e al rispetto delle leggi. Una linea di condotta che non impedì l’occupazione tedesca della città, iniziata l’11 settembre 1943.

Il 17 settembre 1943, inoltre, si ricostituì a Firenze la 92ª Legione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.)[15], al cui interno venne organizzato un Ufficio politico investigativo alla cui guida si pose il centurione Mario Carità[16], destinato a diventare noto come «Banda Carità»[17]. Il reparto, che assunse poi la denominazione di Reparto Servizi Speciali (R.S.S.), si specializzò nella repressione dell’opposizione politica e della Resistenza, ricorrendo anche a interrogatori violenti e alla tortura.

Ma come riuscì Orlandi a raggiungere Firenze e a entrare in contatto con gli ambienti della Resistenza? In Maremma Orlandi aveva conosciuto Mario Feistmann[18] del quale avrebbe scoperto soltanto in seguito il legame di parentela con Max Boris, che diventerà suo cognato: appartenente a una famiglia ebrea, di origine fiorentina sostanzialmente facoltosa, Feistmann si era trasferito nella provincia di Grosseto per sfuggire alle persecuzioni razziali, nascondendosi nella sua tenuta di Santa Teresa, nei pressi della stazione di Gavorrano. Tornava comunque periodicamente a Firenze e, al rientro in Maremma, portava con sé opuscoli e pubblicazioni della stampa clandestina, compreso il giornale Non Mollare, destinati a circolare tra gli antifascisti locali, fra i quali Orlandi, sempre più perseguitato dalla polizia fascista.

Fu proprio Feistmann a suggerire a quest’ultimo di rifugiarsi a Firenze, indirizzandolo presso i coniugi Facca[19]. Dopo avergli procurato una carta d’identità falsa, i due lo accompagnarono nell’appartamento di un altro antifascista, conosciuto come Rio[20], situato in via Fanti n. 31, di fronte a uno degli ingressi dello stadio comunale. Rio, all’anagrafe Sirio Biso, era un ex volontario della Guerra di Spagna dove aveva combattuto nella Colonna italiana di Carlo Rosselli e Aldo Garosci. Inviato a Firenze da Emilio Lussu, gli venne affidato il compito di organizzare militarmente una squadra cittadina del Partito d’Azione, sul modello dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP)[21], nella quale Orlandi fu subito inserito, insieme ai Facca e a Sandro Contini Bonacossi.

In città Orlandi conobbe anche Margherita Fasolo[22] e Maria Luigia Guaita[23], entrando progressivamente in contatto con altri esponenti dell’antifascismo fiorentino. Tra gli altri, ricorda che durante le sue attività ebbe modo di conoscere anche Bruno Niccoli detto “Bicchierai”, presentato come antifascista fidatissimo[24].

Nel corso del gennaio 1944 Orlandi partecipò a diverse attività di sabotaggio e propaganda antifascista, oltre a compiti di osservazione e raccolta di informazioni sui movimenti delle truppe e dei convogli tedeschi. La testimonianza conservata nell’archivio privato descrive così le attività svolte in quel periodo: «spostare le paline direzionali scritte in tedesco in modo da confondere e disorientare gli autisti degli automezzi tedeschi diretti al fronte di Anzio; cospargere nelle vie di transito chiodi tricuspidali; affiggere nelle vie della città manifestini antitedeschi ed antifascisti che esortavano i giovani, chiamati alle armi a raggiungere nelle montagne le bande partigiane già costituitesi in molte località per iniziative del Partito Comunista e del Partito d’Azione; annotare nella stazione di Rifredi il numero di treni in transito carichi di materiale bellico (carri armati, semoventi, cannoni; ecc.;) notizie che, tramite il comando militare del C.T.L.N. venivano comunicate (…) alla stazione Radio CORA trasmittente installata in un solaio di un appartamento di piazza D’Azeglio. Ovviamente tutte queste attività venivano esercitate particolarmente di notte con tanta precauzione.»[25]

Albo Orlandi con la Brigata Fanciullacci a Firenze

L’attività clandestina in cui Orlandi si inserì si svolgeva, pertanto, nel quadro dell’organizzazione politica e militare del CTLN. Già il 2 novembre 1943, in linea con l’indirizzo assunto dal CLN centrale a Roma[26], anche il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, costituitosi all’inizio del mese di ottobre, decise di elaborare una dichiarazione con cui si assumeva la responsabilità di guidare la lotta di liberazione, rivendicando il ruolo di governo autonomo e senza vincoli di subordinazione nei confronti del governo del Sud, per il trionfo delle idealità civili che fascismo e nazismo avevano negato[27]. La decisione fu presa all’unanimità in seguito alla notizia dell’arresto del comando militare del CTLN[28], avvenuto con l’intensificarsi delle azioni di spionaggio condotte da Mario Carità e dai suoi uomini. Sebbene in quella fase la repressione non avesse ancora assunto le forme sistematiche di tortura che avrebbero successivamente caratterizzato l’operato della cosiddetta “Banda Carità”, l’arresto contribuì a far conoscere il nome del suo responsabile negli ambienti antifascisti fiorentini. Il reparto, di lì a poco, si sarebbe distinto per la brutalità dei metodi e per la violenza politica e ideologica, espressione della natura totalitaria del fascismo squadristico[29] che nella sua fase repubblichina trovava continuità. Nonostante le rimostranze sollevate anche in alcuni ambienti istituzionali e militari, Carità mantenne il proprio incarico, a dimostrazione di come la banda – e i suoi metodi – fosse inserita a pieno titolo nelle strategie dell’esercito tedesco e nella repressione della RSI.[30]

La suddetta scelta fu anche mossa dall’ancora viva speranza che gli Alleati sarebbero arrivati presto e che il conflitto era ormai alle battute finali. Ma, come sappiamo, ogni speranza svanì a fine gennaio 1944 quando le truppe alleate furono fermate a Cisterna.

A tal proposito, a Firenze, mentre era ancora viva questa speranza, il 3 gennaio 1944 fu presentato un ordine del giorno che prevedeva che il CTLN, non appena le circostanze lo avessero consentito, diventasse organo di governo provvisorio della città e della provincia, con tre delegati per ognuno dei partiti rappresentati nel Comitato, e se ne indicavano anche le principali direttive. Il documento, presentato da Enzo Enriques Agnoletti, rappresentante del Partito d’Azione all’interno del Comitato, incontrò anche il consenso dei rappresentanti del Partito Socialista e del Partito Comunista. Con questo ordine del giorno si prevedeva che il governo provvisorio concentrasse nelle sue mani tutti i poteri civili e militari, che nessuna carica del precedente regime fosse riconosciuta, che i suoi provvedimenti fossero emanati in nome della costituente italiana, da eleggere, e che tra i primi provvedimenti, anzi proprio il primo, figurasse la proclamazione del diritto del popolo italiano a scegliere liberamente, attraverso la Costituente, le proprie forme istituzionali. Il documento stabiliva, inoltre, l’uguaglianza di tutti i cittadini, il riconoscimento del diritto e del dovere di contribuire, attraverso il lavoro manuale e intellettuale, al progresso civile del Paese, le libertà di parola, stampa, associazione, culto, riunione, il diritto a libere elezioni, al lavoro, all’assistenza e all’educazione. Era infine prevista la depurazione degli apparati pubblici dagli elementi compromessi con il regime e responsabili di tradimento[31].

Nei primi mesi del 1944, tuttavia, l’idea di un comando militare unitario rimaneva in larga misura un obiettivo teorico, nonostante a febbraio si fosse ricostituito il comando militare unico alle dipendenze del CTLN, sempre su iniziativa del Partito d’Azione, coadiuvato in questo dal Partito liberale: nella pratica, almeno fino a giugno[32], le organizzazioni dei diversi partiti conducevano le proprie azioni militari in modo autonomo, nel rispetto delle direttive politiche del CLN che poi veniva informato a  operazioni già avviate o già concluse. Questo era soprattutto vero per il Partito Comunista e per il Partito d’Azione. Specificamente rispetto a quest’ultimo, le sue attività di sabotaggio comprendevano l’abbattimento di pali e il taglio di cavi telefonici e telegrafici, soprattutto delle linee di rilevanza nazionale, la disseminazione di chiodi tricuspidali[33] sulle strade, il saccheggio di magazzini fascisti di armi e vettovaglie e anche lo spostamento della segnaletica stradale per disorientare le truppe tedesche. Per gli attentati contro obiettivi individuali e per le operazioni di sabotaggio con esplosivi, svolte soprattutto fuori dall’ambiente urbano, il Partito d’Azione poteva contare sulla squadra di Biso.

Uno dei problemi più rilevanti per le formazioni partigiane era proprio il reperimento delle armi necessarie a sostenere la lotta antifascista. Le bande operanti lontano dai centri urbani e dalle grandi vie di comunicazione generalmente venivano rifornite attraverso aviolanci alleati, con una frequenza più o meno regolare; più complesso risultava, invece, il rifornimento delle bande attive nelle vicinanze della città e delle squadre clandestine urbane. Per garantire queste operazioni era imprescindibile mantenere contatti costanti con il comando alleato, preferibilmente mediante missioni radio, al fine di definire e organizzare in ogni suo dettaglio il rifornimento. A questa esigenza rispondeva il servizio CO.RA. (Commissione Radio) del Partito d’Azione fiorentino[34], nato nel settembre 1943 con compiti di collegamento, informazione e intelligence militare.

Accanto alle comunicazioni radio, un ruolo essenziale – che finirà intrecciandosi con le vicende di Orlandi – era svolto dalla raccolta di informazioni militari e dal controspionaggio. Le notizie raccolte dalla rete clandestina venivano trasmesse al CLN e, una volta verificate, potevano essere comunicate agli Alleati. In questo contesto, il servizio CO.RA. operava in stretta collaborazione con Maria Luigia Guaita, responsabile di un altro ufficio fondamentale del Partito d’Azione, ovvero quello del servizio di falsificazione documenti: Guaita si occupava di procurare documenti d’identità, permessi di circolazione, licenze e congedi militari, oltre a tessere e altri documenti relativi alle organizzazioni del lavoro tedesche (nello specifico, Todt e Spear), strumenti indispensabili per consentire ai membri della rete clandestina di spostarsi e agire senza destare sospetti.

Albo Orlandi

La rete di collegamenti del Partito d’Azione consentì inoltre di entrare in contatto con la missione radio Rutland, affidata a Domenico Azzari, agente dello Special Operations Executive britannico (SOE) paracadutato nella zona di confine tra Lunigiana e Lucchesia e successivamente impegnato nella gestione e nella distribuzione di aviolanci alleati destinati alle formazioni partigiane toscane. I contatti con Azzari furono tenuti proprio dalla Guaita, con la collaborazione anche della partigiana viareggina Vera Vassalle[35], e grazie a ciò fu possibile organizzare, sotto la responsabilità di Marx Boris, il primo aviolancio sul Monte Giovi, nella notte del 14 febbraio, dal quale vennero recuperate ingenti quantità di armi e munizioni.

E proprio al lancio di Monte Giovi prese parte anche Albo Orlandi, un lancio molto importante giacché contribuì a trasportare e suddividere il materiale nei depositi fiorentini ubicati in Via Guicciardini e in Viale dei Mille[36].

Il Monte Giovi è una montagna del Mugello di circa 1.000 metri di altezza che si trova proprio a sovrastare le città di Rufina, Dicomano e Borgo S. Lorenzo. La scelta del luogo, come racconta lo stesso Boris, era stata possibile grazie all’esame delle carte dell’Istituto Geografico Militare: «Cercammo dei posti, in montagna, dove avremmo potuto far fare dei lanci: sulle carte si prendevano le coordinate e si trasmettevano a Brindisi. Poi abbiamo convenuto delle frasi, che avrebbero dovuto essere trasmesse da Radio Londra la sera alle otto, dopo il notiziario. Radio Londra era la nostra principale, per non dire sola, fonte di notizie; tutte le sere alle otto si ascoltavano notizie e messaggi. Sempre in gran segreto.»[37] Le condizioni meteorologiche resero tuttavia particolarmente difficile l’attesa, già gravosa per chi era costretto a vivere nascosto nei boschi: le abbondanti nevicate avevano ricoperto il pianoro individuato per l’operazione.

Fu lo stesso Facca, alla fine di gennaio, a ordinare a Orlandi di raggiungere il gruppo di Boris sul Monte Giovi. Gli indicò di arrivare in treno a Rufina e di proseguire poi a piedi fino ad Acone, dove avrebbe potuto fare riferimento al parroco del paese, don Egidio Brogi. La località costituiva un punto di appoggio per chi si sottraeva alla cattura e cercava di raggiungere le formazioni resistenziali. Questo villaggio, sopra Pontassieve, era uno dei maggiori centri di raccolta e di smistamento: fondamentale fu il sostegno della comunità giacché, nonostante le condizioni di povertà, le famiglie del paese contribuirono all’accoglienza e all’assistenza dei ricercati, mentre il pievano si adoperò per procurare loro risorse e alloggio.

Dopo due giorni di cammino nella neve, Orlandi riuscì a raggiungere Boris che si trovava insieme ad altri tre compagni, “Lupo”, Radovich e Dragovic, questi ultimi due ex prigionieri slavi che avevano scelto di unirsi alla lotta contro il nazifascismo. Il gruppo di Boris era composto da uomini provenienti da diverse località del Mugello e da Firenze: «Ogni volta che c’era il messaggio – racconta Boris[38]  – ci ritrovavamo tutti in una capanna vicino al campo. Chi veniva da Borgo San Lorenzo, chi da Vicchio e chi da Ronta, il Mugello era ben rappresentato, chi da Firenze, un architetto, Riccardo Gizdulich, detto il capitano “Anselmi” che poi ha largamente contribuito alla ricostruzione del Ponte a Santa Trinità, Giuseppe Messini, operaio della Galileo, Sirio Biso, ex combattente spagnolo, Albo Orlandi, maestro maremmano, il mio futuro (ma non ci si immaginava ancora) cognato Mario Feistmann, tutti rigorosamente volontari.» A loro, ogni sera il parroco di Acone faceva arrivare un piatto di minestra calda, mentre i viveri venivano acquistati presso alcuni contadini che abitavano in due case, situate proprio sul crinale del monte[39].

Nel frattempo, l’attesa dei segnali radio continuava. I collegamenti radiofonici, del resto, seguivano una procedura rigorosa. I messaggi speciali trasmessi da Radio Londra costituivano il segnale attraverso il quale i partigiani potevano conoscere l’avvicinarsi dell’operazione. Come anche Orlandi ricorda, le parole convenute per il gruppo erano tre: «le foglie non volano», «le foglie volano» e «Dante e Petrarca».

Orlandi ricorda che per quattro o cinque giorni il gruppo rientrò al campo deluso per non aver ricevuto le parole convenute. Soltanto il 5 o il 6 febbraio[40] arrivò il messaggio «le foglie non volano», che comunicava l’impossibilità di procedere a causa delle condizioni atmosferiche contrarie. La stessa situazione si ripeté nei giorni successivi. Finalmente, la sera del 10 o dell’11 febbraio, secondo il ricordo di Orlandi, giunse il messaggio «le foglie volano», che preannunciava l’imminenza dell’operazione; ma la gioia esplose il 13 febbraio quando fu ricevuto il messaggio «Dante e Petrarca»: era giunto il momento di tenersi pronti.

Rientrati al campo, i partigiani ricevettero da Boris le istruzioni per predisporre il terreno: alcune lampade rosse dovevano essere collocate a intervalli sul pianoro, così da indicare all’aereo la direzione del lancio; Boris avrebbe inoltre utilizzato una potente lampada elettrica a pulsante per trasmettere in codice Morse la lettera F[41]. Ai lati del pianoro venne predisposto un accurato servizio di vigilanza. Le abbondanti nevicate e le difficoltà logistiche rendevano particolarmente complessa la preparazione, dalla quale dipendeva la buona riuscita dell’aviolancio.

«Ero proprio io di guardia – così racconta Orlandi – quando alle 2 precise (…)[42] udii molto in alto il caratteristico rumore dei quadrimotori americani e contemporaneamente, nel silenzio della notte, si udì anche l’ululato delle sirene di allarme dei paesi posti in basso. L’aereo cominciò a volteggiare per tre volte sempre più basso su di noi mentre noi avevamo acceso sul pianoro le lampade rosse. Improvvisamente un grosso uccellaccio passò ad una altezza di non più di cento metri dalle nostre teste ed un rumore assordante ed una folata di vento spazzò il cielo mentre dal ventre dell’aereo si aprirono nel cielo 15/16 paracaduti[43] appesi ai quali vi erano lunghi e grossi involucri che io, nell’euforia del momento, pensai fossero paracadutisti alleati. (…) I paracaduti lentamente si afflosciarono quasi tutti sul nevoso pianoro mentre tre rimasero impigliati fra i rami degli alberi vicinissimi al pianoro stesso. La raccolta dei contenitori assai pesanti durò per tutta la notte aiutati però da una ventina di giovani e robusti partigiani di una brigata garibaldina assai vicina al posto[44]. Nella capanna-seccatoio furono trasportati ed aperti contenitori abbondanti di materiale bene accatastato: “sten” smontati, esplosivo plastico simile al pongo, rotoli di miccia, bombe a pigna, tre quattro bidoncini ricolmi di proiettili, alcuni mitragliatori smontati ed anche generi di conforto come abbigliamento intimo pesante, scarponi, molta cioccolata e scatolette di carne in conserva simile alla nostra carne simmental.»[45]

Il materiale recuperato comprendeva dunque armi, munizioni, esplosivi ed equipaggiamento, oltre a generi alimentari e indumenti. Una parte venne nascosta sul monte, sotterrata insieme ai paracaduti[46], in attesa di poter essere utilizzata; una quantità minore fu invece trasferita clandestinamente a Firenze. Per il trasporto vennero impiegate automobili e camioncini camuffati, accompagnati da documenti tedeschi falsificati, nella speranza di superare i controlli senza destare sospetti.

Il materiale destinato alla città fu depositato in diversi nascondigli predisposti dal Partito d’Azione, tra cui un magazzino in via Guicciardini e uno in viale dei Mille.

L’operazione Monte Giovi si era così conclusa e Orlandi rientrò a Firenze[47].

Il ritorno in città lo riportò nel clima sempre più rischioso della clandestinità antifascista. Le attività di sabotaggio e il rafforzamento delle reti resistenziali erano contrastati dalle forze nazifasciste anche attraverso informatori e infiltrati, impiegati per individuare persone, collegamenti e luoghi utilizzati dalla Resistenza, attività in cui stava diventando sempre più specializzato il reparto guidato da Carità, sviluppando una rete investigativa particolarmente aggressiva contro gli antifascisti fiorentini.

Sirio Biso

La Banda Carità cambiò più volte sede nel corso della sua attività. Il suo insediamento più noto fu il palazzo di via Bolognese 67, passato alla memoria cittadina con il nome di “Villa Triste”, dove gli uomini di Carità svolgevano interrogatori, in modalità semplice o con torture[48]. La struttura disponeva di squadre incaricate degli interrogatori, degli arresti e dei rastrellamenti, di informatori e di uomini addetti alla custodia dei prigionieri. Tra le squadre era nota quella di Mario Perotto, chiamata anche «squadra della labbrata», per i metodi violenti impiegati contro gli arrestati.

L’azione della Banda Carità si incrociò drammaticamente con quelle di Orlandi e dei suoi compagni, colpendo direttamente la rete clandestina legata all’aviolancio di Monte Giovi. Il 26 febbraio 1944 gli uomini del reparto raggiunsero il magazzino di via Guicciardini; il 4 marzo fu coinvolto anche quello di viale dei Mille. Un ruolo determinante fu svolto da Aldo Citenni detto “Occhio”, infiltrato tra i partigiani[49], le cui informazioni avrebbero consentito agli uomini di Carità di individuare i depositi.

Nel magazzino di via Guicciardini venne sequestrato un ingente quantitativo di armi e materiale esplosivo, oltre a una linotype utilizzata per stampare il giornale clandestino La Libertà, di cui fu rinvenuta anche la tiratura del sesto numero. La scoperta dei depositi rappresentò un duro colpo per l’organizzazione resistenziale fiorentina: il materiale ottenuto con l’aviolancio, destinato a sostenere la lotta clandestina, diventò così una delle prove attraverso le quali la repressione nazifascista riuscì a colpire la rete che ne aveva organizzato il recupero e la distribuzione.

Le informazioni fornite da Citenni contribuirono a innescare una vasta operazione repressiva contro la rete clandestina fiorentina, che portò all’arresto di Max Boris e di Ottorino Orlandini, entrambi sottoposti a torture durante la detenzione[50]. Boris fu internato nel campo di Fossoli e successivamente deportato a Mauthausen, dove riuscì a sopravvivere grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca che gli consentì di svolgere mansioni di traduzione, mentre la sua robusta costituzione fisica, maturata anche attraverso l’esperienza alpinistica, gli permise di resistere alle condizioni estreme della prigionia. Ottorino Orlandini, che aveva partecipato come volontario alla guerra civile spagnola nelle formazioni antifasciste[51], era rientrato in Italia dopo l’8 settembre 1943, assumendo un ruolo di rilievo nell’organizzazione militare del Partito d’Azione. Riuscì a evadere dal carcere nel giugno 1944, approfittando della confusione provocata da un bombardamento aereo, e tornò a unirsi alla lotta partigiana.

Nonostante i colpi inferti alla rete clandestina, Orlandi continuò a partecipare alle operazioni di sabotaggio insieme al comandante Rio. Tra gli obiettivi delle azioni figuravano anche gli uomini del Reparto Speciale, in particolare il Maggiore Carità contro il quale era stato organizzato il piano per la sua eliminazione. Nella notte tra il 28 e il 29 febbraio 1944 (anno bisestile), tuttavia, fu lo stesso Orlandi a essere arrestato. Rio riuscì a fuggire gettandosi dalla finestra; per Orlandi, invece, non ci fu possibilità di scampo.

Nella dichiarazione scritta per il processo contro la Banda Carità, Orlandi ricostruì l’episodio dell’arresto: al suono del campanello, lui e Rio pensarono che potesse trattarsi di qualche compagno ricercato, in particolar modo dei coniugi Facca o Bicchierai, gli unici, insieme a loro, a conoscere il nascondiglio presso la pensione Cortese. Quando Biso aprì la porta, si trovò invece davanti tre individui in borghese con le rivoltelle puntate: «Al che Biso, con una mossa fulminea – ricorda Orlandi – puntava a sua volta la rivoltella mentre gli altri a questo gesto inaspettato fuggivano rapidamente»[52]. Solo durante l’interrogatorio Orlandi avrebbe appreso che le armi degli aggressori erano in sicura. I militi riuscirono comunque a entrare nell’appartamento, dove Orlandi era rimasto solo, non essendo riuscito a seguire Rio nella fuga perché ancora svestito. Convinti che fosse Biso, da tempo ricercato, iniziarono a colpirlo con calci e percosse, anticipando le violenze che lo avrebbero atteso nei giorni successivi. Durante la perquisizione rinvennero armi, bombe a pigna, manifestini antifascisti che esortavano i giovani a sottrarsi alla chiamata alle armi e a raggiungere le bande partigiane, nonché un cliché già composto e pronto per le rotative di una tipografia clandestina, che Orlandi aveva prelevato il giorno precedente dall’abitazione di Maria Luigia Guaita. Chiarito l’equivoco, Orlandi giustificò la propria presenza a Firenze dicendo di dover assistere la sorella malata e di essere giunto nell’appartamento su indicazione di un uomo incontrato in un ristorante. Nonostante le percosse, si rifiutò di rivelare dove fosse nascosto Biso. I militi lo ammanettarono e lo condussero in strada. Qui Orlandi vide un altro uomo, fatto chiamare dai fascisti. Temendo inizialmente che fosse Rio nel frattempo catturato, non riuscì a riconoscerlo subito a causa dell’oscurità. Notò però la confidenza con cui si muoveva insieme ai militi e l’assenza di segni di violenza o maltrattamenti, circostanze che gli fecero dubitare che fosse stato appena interrogato. Fu solo al Parterre, nonostante i suoi tentativi di nascondersi dietro ad un milite, che Orlandi riconobbe di chi si trattava: era Niccoli, detto “Bicchierai” o Baccheris”[53]. Il ricordo di quell’uomo e il sospetto del suo coinvolgimento nella repressione rimasero impressi nella memoria di Orlandi durante tutta la detenzione. Fu proprio il nome di questo delatore quello che pronunciò quando, nel carcere delle Murate, intravide Boris, per l’ultima volta.

Alle prime luci del mattino, dal Parterre Orlandi fu trasferito in via Bolognese, nella famigerata “Villa Triste”. Qui fu subito interrogato dal Maggiore Carità, interessato principalmente a ottenere informazioni su Biso. Orlandi mantenne l’alibi già fornito, senza cedere nemmeno questa volta davanti alle continue botte[54]. La giornata trascorse tra interrogatori e soste in celle nel sotterraneo e solo in serata fu condotto al carcere delle Murate, dove venne rinchiuso in una cella all’ultimo piano. Era il 29 febbraio 1944. Qui, “isolatissimo da tutti”, Orlandi aveva il solo pensiero di resistere e di non contraddirsi, ripetendo mentalmente il suo alibi in ogni singolo passaggio. Dopo due giorni, subì un nuovo interrogatorio e altre percosse. Per venti giorni non venne più interrogato, ma la tregua si interruppe nel momento in cui lo sentirono pronunciare il nome di “Bicchierai” a Boris[55], intravisto in carcere. A interrogarlo questa volta, tuttavia, fu il commissario Edmondo Zanti[56], il quale contestò il suo alibi e gli riferì che lo avevano sentito pronunciare quel nome al “Poggi”, alias Max Boris: per loro era la prova che non poteva essere estraneo all’organizzazione clandestina. Orlandi negò nuovamente ogni coinvolgimento, sostenendo che probabilmente si trattava di un altro detenuto. Di fronte a queste ferme dichiarazioni, Zanti concluse che ulteriori violenze non sarebbero servite a ottenere una confessione.

Trasferito al sesto braccio delle Murate[57], Orlandi fu rinchiuso insieme ad altri detenuti, in gran parte politici. Qui incontrò Mario Spinella, studente e militante del partito comunista, che gli confermò il tradimento di Niccoli[58], ormai divenuto uomo di fiducia delle milizie nazifasciste. Tra i detenuti vi era anche Edoardo Fallaci, rinchiuso in una cella adiacente alla sua, e Ottorino Orlandini con il quale ricordava – come a voler tenere vivi i ricordi affinché non si perdesse nessun dettaglio – il violentissimo pestaggio che aveva subito dalla Banda Carità. Inoltre, proprio nella sua cella, era rinchiuso Adriano Gozzoli, partigiano che una notte fu prelevato di cella e insieme ad altri due, loro renitenti alla leva, venne fucilato all’alba del 3 maggio a Campo di Marte.

Alle Murate Orlandi trovò anche Cesare Lipparini[59], un giovane proveniente da Massa Marittima, nel cuore della Maremma, con il quale si chiamava dalla cella, forse per sentire la sua terra più vicina.

Per Orlandi il periodo compreso tra la fine di aprile e il mese di maggio fu il più duro della sua detenzione: la tensione e la paura erano continue visto che «schiere di detenuti venivano prelevati ed inviati ad ignota destinazione»[60]. A rendere ancora più pesante il clima contribuì la notizia dell’uccisione di Giovanni Gentile, presidente dell’Accademia d’Italia, assassinato a Firenze il 15 aprile 1944 dal gappista comunista Bruno Fanciullacci, fatto che aumentò il timore di possibili rappresaglie contro i detenuti antifascisti. Alla fine di maggio, inoltre, la gestione del carcere delle Murate passò direttamente sotto il controllo delle SS tedesche.

Ai primi di giugno, secondo la testimonianza rilasciata da Orlandi all’Alto Commissariato per l’epurazione[61], nella sua cella arrivò Citenni che riferì dell’arresto di Niccoli, avvenuto lo stesso giorno della perquisizione in via Guicciardini: Orlandi manifestò perplessità rispetto al racconto dell’ex compagno e l’impressione fu che anche l’arresto si trattasse di una messinscena volta ad ingannare gli ex compagni e a occultare l’effettiva attività collaborazionista.

Intorno alla metà di giugno, mentre in Maremma l’avanzata alleata, con il supporto dei partigiani e della popolazione, metteva progressivamente in difficoltà le forze nazifasciste, i detenuti politici del sesto braccio furono prelevati dalle celle e fatti salire su tre camion, scortati da un consistente dispositivo armato[62]. Il convoglio lasciò Firenze ma, dopo circa un’ora di viaggio, i prigionieri furono fatti scendere a Prato e rinchiusi all’interno del Castello dell’Imperatore, allora sede della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR). È possibile che si trattasse soltanto di una tappa intermedia, prima del trasferimento a Fossoli e della successiva deportazione nel lager di Mauthausen.

Il 26 giugno Orlandi e altri tre compagni riuscirono a evadere, calandosi con una corda lungo il terrapieno e schivando i colpi esplosi da due soldati che si erano accorti della fuga. I quattro trovarono inizialmente riparo in un opificio abbandonato, per poi raggiungere Campi Bisenzio, territorio caratterizzato da una significativa presenza antifascista. Qui Orlandi fu accolto dai fratelli Ballerini, che avevano perso un fratello caduto sui monti della Calvana[63].

Appena tornato libero, Orlandi provò a ristabilire i contatti con i compagni di “Giustizia e Libertà”, senza successo; quindi, cercò di rimettersi in comunicazione con l’organizzazione di Max Boris, inviando un messaggio scritto ai Facca. La stessa Silvia[64], però, al timore di un tranello, sintomatico di quanto la tensione aleggiasse tra gli antifascisti alla luce dei traditori che erano circolati tra le fila del Partito d’azione, rispose al latore del messaggio di non conoscere tale Orlandi e di non aver mai avuto rapporti con lui.

Orlandi raggiunse così il Mugello, dove si unì a quella che, di lì a pochi giorni, sarebbe diventata la brigata garibaldina “Bruno Fanciullacci”, già attiva nella zona compresa tra Monte Tre Croci e Monte Morello. Per lui riprese la vita partigiana, segnata dalla necessità di sfuggire ai continui rastrellamenti nazifascisti e dalla persistente scarsità di armi: «Le azioni della banda – dichiara Orlandi – consistevano in improvvise imboscate notturne sulla via Bolognese transitata da autocarri tedeschi con le quali ci procuravano armi e viveri; Assalto alle caserme dei carabinieri sempre allo scopo di procurarci armi.»[65]

Tra gli episodi ricordati da Orlandi vi è il combattimento sulle pendici del Monte Morello, a metà luglio 1944[66]. Lo scontro, riconducibile alla battaglia della Fonte dei Seppi nota anche come battaglia degli Scollini, fu particolarmente violento e si protrasse per oltre tre ore, fino alla ritirata dei partigiani, con la perdita di alcuni compagni.

Il 14 agosto una staffetta portò alla banda la notizia della liberazione di Firenze da parte delle brigate partigiane attive nell’Oltrarno. La brigata “Bruno Fanciullacci”, di circa 150 uomini, si radunò allora sul Monte Morello e, pochi giorni dopo, scese a Sesto Fiorentino, contribuendo alla liberazione della città prima dell’arrivo delle truppe alleate, che raggiunsero la zona soltanto il 1° settembre.

Con lo scioglimento della brigata, Orlandi fece ritorno a Firenze e nella sede del Partito d’Azione, in piazza d’Azeglio n. 36, ritrovò i compagni della lotta clandestina: Tristano Codignola, Sirio Biso, Carlo Furno, Marco Ramat, Giorgio Spini, Paolo Barile, Maria Luigia Guaita, Margherita Fasolo. Fu da loro che apprese che Boris era stato trasferito al campo di concentramento di Fossoli; nessuno, tuttavia, sapeva ancora della sua successiva deportazione a Mauthausen. A Firenze Orlandi ritrovò anche Edoardo Fallaci, che lo ospitò per alcuni giorni nella propria abitazione. Fu in quell’occasione che conobbe la moglie e le figlie, tra cui Oriana, allora studentessa liceale. Nerina, la seconda figlia di Fallaci, si recò in bicicletta a prendere Licia, la sorella di Orlandi, e insieme i due fecero ritorno a Gavorrano.

Dopo mesi di assenza, Orlandi poté così fare ritorno al paese natale, dove ritrovò una comunità profondamente segnata dalla guerra e dalla Resistenza. Qui fu accolto dalla popolazione in festa e nominato presidente del CLN del paese.

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Note

[1] Pieri Piero, La storiografia italiana relativa al 25 luglio e all’8 settembre, Testo della relazione svolta al Convegno su «Forme e metodi dell’occupazione nazista in Italia» organizzato dall’Amministrazione provinciale di Roma (23-24 ottobre 1964), p. 4.

[2] Si veda Pera Lorenzo, «La guerra non è perduta»: la ripresa fascista tra strategie di mobilitazione e mancato consenso, in Campagna Stefano e Turbanti Adolfo (a cura di), Antifascismo, guerra e Resistenze in Maremma, ISGREC Quaderni 08, Edizioni Effigi, 2021, pp. 133-143.

[3] Cfr. Chiamata di alcune classi in varie province dell’Italia Centrale, «La Nazione» del 21 settembre 1943.

[4] Pera, La guerra non è perduta, p. 134.

[5] Cfr. Ordini del giorno, in Susmel Edoardo e Susmel Duilio (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, vol. XXXII, La Fenice, Firenze, 1960, p. 231.

[6] La repressione della renitenza si inasprì con il cosiddetto “Bando Graziani” del 18 febbraio 1944, che prevedeva la pena di morte «mediante fucilazione al petto» per i renitenti alla leva e i disertori nei casi previsti dal decreto. Tra gli studi dedicati si veda Battistelli Pier Paolo, Storia militare della Repubblica sociale italiana. Le forze armate della RSI. Nascita, sviluppo, organizzazione e la loro sorte nel dopoguerra, Amazon Italia Logistica, Torrazza Piemonte, 2020.

[7] Cfr. Ordine di chiamata alle armi, «La Maremma», 18 dicembre 1943. Si veda anche Grilli Marco, Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia, Isgrec-Effigi, Arcidosso, 2014.

[8] Archivio dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito [AUSSME], I-1, b. 10, f. 130, 49° Comando Militare Provinciale, Situazione sulla chiamata alle armi dei militari delle classi 1923-1924-1925 per conto dell’Esercito, 18 febbraio 1944.

[9] Si ricordi, a titolo d’esempio, la protesta di Montieri mossa da più di cento donne il 20 gennaio 1944 per richiedere il rilascio dei genitori di alcuni renitenti alla leva catturati come riscatto che causò la morte di un giovane tredicenne e di un minatore colpito a morte. Per approfondire si veda Grilli Marco, Montieri, 20 gennaio 1944, in Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2276

[10] Cfr. Pera, La guerra non è perduta, p. 143.

[11] Dal Rapporto informativo del Corpo Volontari della Libertà, Divisione “Giustizia e Libertà”, nel quale è riconosciuta l’attività di Orlandi durante l’aviolancio di Monte Giovi, nel successivo trasporto delle armi ai magazzini di via Guicciardini e di viale dei Mille a Firenze, nonché negli appostamenti per la tentata eliminazione di Carità. Archivio Albo Orlandi (d’ora in poi AAO), conservato presso l’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea (ISGREC).

[12] Nel Rapporto informativo del CVL si riferisce che Giancarlo Facca facesse parte del “Comitato militare interpartiti”, in AAO.

[13] «c’erano i comunisti che erano i più compatti, seguivano gli azionisti, pochi democristiani, pochissimi i socialisti ed i liberali. In questo Comitato generalmente c’era un rappresentante politico e un rappresentante militare.», Boris Max, Al tempo del fascismo e della guerra. Racconto della vita mia e altrui, a cura di Neri Serneri Simone, Polistampa, Firenze, 2006, p. 47. Per approfondire si veda Francovich Carlo, La Resistenza a Firenze, La Nuova Italia editrice, Firenze, 1974 ed Enriques Agnoletti Enzo, La politica del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, «Il Ponte», n. 5, agosto 1945, pp. 414-429.

[14] Si veda il proclama del Comitato interpartiti all’indomani dell’armistizio: «Nell’ora grave che il popolo italiano attraversa, tutti quanti sentono l’amore del proprio paese, debbono stringersi per l’estrema salvezza di questo e per la difesa della libertà. Difesa contro coloro che – incuranti della condanna morale che il popolo italiano ha per essi inesorabilmente pronunciata – tentano impossibili e grottesche resurrezioni; Difesa contro gli attacchi da qualsiasi provenienza. Essi invitano perciò gli italiani tutti ed in particolare i lavoratori a stringersi attorno ai soldati d’Italia e cooperare con essi: restino pertanto i loro posti di lavoro; e laddove si tenti di impedire o si impedisca o si sia impedita all’opera delle autorità responsabili, resistano ed usino i mezzi a loro disposizione per contrastare la prepotenza di ogni eventuale nemico.», Francovich, La Resistenza a Firenze, p. 38

[15] Con la riorganizzazione degli apparati di sicurezza della Repubblica Sociale Italiana, la 92ª Legione confluì nella Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), annunciata nel novembre 1943 e formalmente istituita l’8 dicembre, attraverso la fusione della M.V.S.N. con l’Arma dei Carabinieri e il Corpo di Polizia dell’Africa Italiana.

[16] In realtà Carità fu trasferito a Firenze da Milano nel 1936, poi partecipò alla spedizione in Albania e in Grecia. Dopo l’esperienza fiorentina Carità fu trasferito a Padova e qui portò avanti la sua politica poliziesca repressiva. Per un approfondimento si veda Caporale Riccardo, La “Banda Carità”. Storia del Reparto Servizi Speciali (1943-45), Edizioni S. Marco Litotipo, Lucca, 2005.

[17] Lo stesso nome è utilizzato dalla Corte Straordinaria d’Assise di Padova che celebrò il primo processo nell’ottobre 1945. Cfr. Caporale Riccardo, La Banda Carità. Storia del Reparto Servizi Speciali, in www.toscananovecento.org https://www.toscananovecento.it/custom_type/la-banda-carita-storia-del-reparto-servizi-speciali-1943-1945/

[18] AAO, Lettera a Max Boris del 15 ottobre 1995.

[19] Nella lettera a Boris, Orlandi riporta il nome di Rita Facca ma sembrerebbe un refuso, confondendo probabilmente con Margherita “Rita” Fasolo.

[20] Orlandi ignorò la vera identità di Rio per molto tempo, sapeva solo che aveva combattuto come volontario nella Guerra di Spagna e che fu catturato nel 1938, trascorrendo un periodo a Ventotene.

[21] Fusi Francesco, Cospiratore in Francia, guerrigliero in Spagna, partigiano in Italia: per una biografia transnazionale dell’antifascista libertario Sirio Biso, in «Spagna contemporanea», XXXIV, n. 67, 2025, pp. 59-82, pp.76-77.

[22] Sarà la più stretta collaboratrice di Codignola nell’organizzazione politica cittadina del Partito d’Azione.

[23] Maria Luigia Guaita era un’importante “staffetta” o meglio “ufficiale di collegamento” tra i vari settori dell’organizzazione, ma svolgeva anche incarichi di carattere militare e sovrintendeva al servizio dei timbri e delle tessere false.

[24] Questo dettaglio è riportato nella dichiarazione rilasciata da Orlandi il 21 marzo 1946 all’Alto Commissariato per l’epurazione, in AAO.

[25] AAO, Testimonianza al nipote, p. 3.

[26] Il CLN, nato il 9 settembre 1943 dal Comitato centrale delle opposizioni, il 16 ottobre 1943 propose di costituire un governo straordinario composto dalle forze politiche che avevano costantemente lottato contro la dittatura fascista e che fin dal 1939 si erano schierate contro la guerra nazista. Da questo momento il CLN si assunse la responsabilità di guidare la lotta di liberazione in modo autonomo.

[27] Per l’intero testo della decisione si veda Francovich, La Resistenza a Firenze, p. 85 e Agnoletti Enriques, La politica del Comitato, p. 418.

[28] Il comando militare nacque su iniziativa del Partito d’Azione e del Partito Liberale, cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, pp. 83-86.

[29] Per un approfondimento si veda Gentile Emilio, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, Roma-Bari, 2002.

[30] Qui si riporta, a dimostrazione del legame endemico con la natura del regime, la lettera inviata da Carità a Mussolini il 14 dicembre 1943: «Le pressioni esercitate dai soliti ex massoni, dalle solite contesse nei salotti le esagerazioni portate dalla fantasia italiana, molto ricca in proposito, dalla bastonatura che diventa omicidio, agli schiaffi che diventano tortura, sono argomenti all’ordine del giorno che portano i capi delle provincie alla repressione di tutte quelle che possono essere le energie nazionali, quelle energie, Duce, che Voi non potete avere dimenticato che nel 1919, 1920, 1921, 1922 Vi hanno messo in condizione di diventare il Capo della Patria.», in Oliva Gianni, L’ombra nera. Le stragi nazifasciste che non ricordiamo più, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007, p. 160.

[31] Cfr. Enriques Agnoletti, La politica del Comitato, p. 422.

[32] Si formò così il Corpo Volontari della Libertà il 9 giugno 1944.

[33] Tali chiodi venivano fabbricati in un numero dalla Ferrero, fabbrica con cui fu avviata un’intensa attività di collaborazione sia con la maestranza sia con i dirigenti per conseguire il comune obiettivo della lotta antifascista. Cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, p. 158.

[34] Per un approfondimento si veda Fusi Francesco, Il servizio Radio CO.RA. e il suo contributo alla lotta di Liberazione, https://www.toscananovecento.it/custom_type/il-servizio-radio-co-ra-e-il-suo-contributo-alla-lotta-di-liberazione/

[35] Vassalle sarà una delle 19 donne insignite della Medaglia d’oro al Valor Militare.

[36] Cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, P. 168.

[37] Boris, Al tempo del fascismo, pp. 56-57.

[38] Boris, Al tempo del fascismo, p. 58.

[39] AAO, Lettera a Boris.

[40] Così nella testimonianza di Orlandi.

[41] AAO, Lettera a Max Boris, e Boris, Al tempo del fascismo, pp. 59-60.

[42] Si precisa che nella Testimonianza al nipote Orlandi riferisce le date del 13 e 14 febbraio, ma in realtà si trattò della notte tra il 14 e il 15 febbraio.

[43] Boris riferisce che la maggior parte dei presenti ne contò 21, in Boris, Al tempo del fascismo, p. 60.

[44] Orlandi riferisce che inizialmente erano loro cinque a provare a recuperare tutto il materiale lanciato, poi, dopo qualche ora, arrivarono in soccorso altre persone, tra cui alcuni uomini di un gruppo di partigiani comunisti che, appostati lì vicino, avevano capito quanto era avvenuto (potrebbe trattarsi del distaccamento garibaldino “Faliero Pucci” noto anche come “Stella Rossa”). Cfr. AAO, Lettera a Boris. Si vedano anche Fusi Francesco, Guerra e Resistenza nel fiorentino. La 22ª brigata Garibaldi Lanciotto Ballerini, Viella, Roma, 2021 e Tagliaferri Loriana, Monte Giovi nella Resistenza, in AA.VV., Monte Giovi: se son rose fioriranno, Polistampa, Firenze, 2012, pp. 375-433.

[45] AAO, Testimonianza, pp. 3-4. Anche Boris racconta della notte del lancio, si veda Boris, Al tempo del fascismo, pp. 59-60.

[46] Orlandi testimonia che fu sotterrato materiale bellico ben oleato, sia con i paracaduti sia con i contenitori nella abetaia adiacente al pianoro. In AAO, Testimonianza, p. 4.

[47] 20-21 febbraio 1944. Tornato in città, Orlandi passò a trovare la sorella ricoverata a Pratolino, con la quale festeggiò il suo ventiduesimo compleanno, il 23 febbraio 1944.

[48] Cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, pp. 88-89.

[49] «Aldo Citenni, che era un ragazzo giovane – debole di carattere, di spirito – che lavorava con noi, poi era stato arrestato e aveva spifferato tutto ed era passato dall’altra parte, si è messo la divisa fascista. Ha denunziato tutti quelli che poteva, poi è scappato ed è tornato con i partigiani. Io non l’avevo mai visto, ti assicuro: il giorno dell’arresto, durante il primo interrogatorio, c’è questo qui che dice: “È lui, è lui, sì, sì lo riconosco benissimo, era a Monte Giovi, c’ero anch’io…”. Io ho sempre negato di averlo mai visto, non facevo fatica, anche perché veramente non lo avevo visto, però il nome me lo sono segnato in testa. E il giorno dopo mia madre lo sapeva e, il giorno dopo ancora, lo sapeva anche Codignola. Questo ragazzo alla Liberazione è rientrato a Firenze coi partigiani, è stato riconosciuto ed è stato condannato. Condanna immediatamente eseguita. Uno dei pochi, credo, che furono passati per le armi in piazza S. Maria Novella.», Boris, Al tempo del fascismo, pp. 66-67.

Edoardo Fallaci, nella sua dichiarazione rilasciata il 10 aprile 1946 all’Alto Commissariato per l’epurazione presente in AAO, sostenne che Citenni fu introdotto da Niccoli stesso per portare avanti azioni di spionaggio.

Sulle responsabilità di Citenni si veda anche Caporale, La “Banda Carità”, pp. 105-106.

[50] Nell’AAO è presente la dichiarazione rilasciata da Ottorino Orlandini all’Alto Commissariato per l’epurazione, in data 16 aprile 1946.

[51] Orlandini aveva ricevuto una educazione seminariale tale che quando scoppiò la guerra civile in Spagna e decise di prendervi parte per combattere a fianco dei russi fu preso da una crisi di coscienza. Proprio per questa ragione espresse le sue perplessità in una lettera a Don Luigi Sturzo, il quale lo spinse a seguire la sua coscienza e a battersi per la causa dei popoli, anche a fianco di comunisti e anarchici. Fece parte prima della colonna “Giustizia e Libertà” agli ordini di Carlo Rosselli e poi del battaglione “Garibaldi” di Randolfo Pacciardi Cfr. Francovich, La Resistenza in Toscana, p. 169.

[52] Caporale, La “Banda Carità”, p. 106.

[53] La ricostruzione dell’arresto è stata possibile attraverso l’analisi della testimonianza rilasciata durante il processo Carità, in Caporale, La “Banda Carità”, p. 106, e quella all’Alto Commissariato per l’epurazione conservata in AAO.

[54] Tra i fascisti autori di queste violenze Orlandi riferisce di un giovane di bassa statura con viso un po’ butterato e accento inconfondibilmente napoletano che si distinse per crudeltà.

[55] «Guarda che il delatore è BICCHIERAI -, ricordati del bicchiere», AAO, Lettera a Boris.

[56] Zanti era l’anima nera dell’ufficio politico, già noto a tutti gli antifascisti fiorentini che avessero manifestato il loro dissenso nei confronti del regime di Mussolini ancor prima del 25 luglio 1943, mosso da una spiccata acredine, particolarmente rivolta contro i liberalsocialisti. Ora era profondamente legato a Carità, cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, pp. 57-58.

[57] Durante queste settimane Orlandi, grazie alla collaborazione di uno “scopino”, riuscì a far sapere alla madre, a Gavorrano che si trovava in carcere. Nella settimana di Pasqua la donna riuscì a fargli pervenire alcuni generi alimentari, che il figlio condivise con i compagni di cella, tutti provati dalla fame e dalle condizioni detentive. Qualche giorno dopo la madre, accompagnata da altre due figlie, riuscì ad incontrarlo grazie all’intervento dell’Ufficio Assistenziale del Partito d’Azione: e fu proprio in quella occasione che Orlandi apprese della morte del padre avvenuta il 14 febbraio.

[58] Si veda anche Boris, Al tempo del fascismo, p. 62. Nella testimonianza rilasciata all’Alto Commissariato per l’epurazione Orlandi riporta che lo stesso Spinella gli riferì di essere stato obbligato a battere a macchina il verbale dell’arresto del 26 febbraio e qui dovette proprio scrivere che «dietro informazioni fornite da Niccoli Bruno, detto Bicchierai alias Bacchelis [sic], è stata compiuta una perquisizione nel garage di proprietà di Max Boris dove venivano trovate armi ecc.», in AAO.

[59] Per le memorie di Lipparini si veda Cesare Lipparini, Partigiano portami via. Memorie di Resistenza nelle Colline Metallifere, a cura di Lipparini Maurizio, Effigi, Arcidosso, 2026.

[60] AAO, Testimonianza, p. 5.

[61] AAO, Dichiarazione all’Alto Commissariato.

[62] Si precisa che la data del 10 giugno è riportata nella Testimonianza al nipote conservata nell’AAO, ma la Direzione carceraria attesta la presenza di Orlandi presso le Murate fino al 21 giugno 1944.

[63] Il fratello caduto in combattimento cui fa riferimento Orlandi è molto probabilmente Lanciotto Ballerini, ucciso nella battaglia di Valibona, sui monti della Calvana, il 3 gennaio 1944. Nella lettera del 1995, Orlandi colloca l’episodio nel mese di novembre, in discordanza con le fonti storiche. Si veda anche

[64] Anche in questo caso, Orlandi riporta il nome di Rita, in AAO, Testimonianza.

[65] AAO, Ibidem.

[66] Nella Lettera a Boris, Orlandi riporta la data del 13 luglio, ma in realtà lo scontro avvenne il 14 luglio. Per approfondire si veda Fusi Francesco, «L’officina dei partigiani», www.toscananovecento.it https://www.toscananovecento.it/custom_type/lofficina-dei-partigiani/




Piero Zerboglio (1907-1991): dalla Resistenza alla Repubblica

Piero Zerboglio nasce a Pisa il 19 luglio 1907 da Adolfo[1] e Maria Badoglio. La sua è una famiglia numerosa: ha due sorelle, Vera Carolina Laura Vincenza (Pisa, 21 aprile 1896-18 marzo 1977) e Carolina, detta Lina (Pisa, 8 febbraio 1903-29 maggio 1992), e un fratello, Vincenzo, detto Enzo. Quest’ultimo, nato a Pisa il 10 agosto 1898, parte per il fronte nel 1917 e muore il 26 ottobre 1918 a causa delle ferite riportate in combattimento sul Monte Solarolo; per il suo sacrificio viene insignito della medaglia d’oro al valor militare[2].

Il fratello Enzo è compagno di scuola, negli anni del liceo, di Giorgio Giglioli. Quest’ultimo, figlio di Italo e Constance Stocker, appartiene a una famiglia dalla solida tradizione patriottica risorgimentale; il padre, professore di chimica agraria all’Università di Pisa, è inoltre amico intimo e sodale di Adolfo[3]. A partire dal primo decennio del Novecento, le vicende delle due famiglie si intrecciano profondamente, segnando in modo determinante la formazione culturale di Piero.

Piero frequenta il liceo classico “G. Galilei”, seguendo il percorso del fratello, delle sorelle e dei figli dei Giglioli. Proprio con alcuni di loro, il 13 febbraio 1926, contribuisce alla fondazione della sezione di Pisa del Club Alpino Italiano (CAI)[4]. La passione per la montagna gli viene trasmessa dal padre, grande escursionista: quest’ultimo è originario del Piemonte, ma risiede a Pisa dove insegna Diritto penale sin dalla fine dell’Ottocento. La famiglia Zerboglio trascorre regolarmente le vacanze estive a Barga, in provincia di Lucca; anno dopo anno, il legame con il territorio si fa così profondo che il giurista, alle soglie dei sessant’anni, vi dedica un affettuoso ricordo attraverso un libro – una guida storico-culturale – intriso di stima e amore per la comunità barghigiana[5]. Spesso il padre – accompagnato dai figli o dagli amici, o talvolta in solitaria – approfitta delle pause dalle sue molteplici attività per inerpicarsi lungo le pendici dei monti e dei colli della zona. In queste lunghe e avventurose escursioni emerge un tratto distintivo della sua personalità, tanto che egli stesso scrive, con una punta di arguzia:

se si chiedesse a più d’uno, del professor Zerboglio, credo che nove su dieci ne esalterebbero la valentia “podistica” tacendo dei suoi volumi di diritto penale. Ed io, non sarei scontento perché tutti possono apprezzare benignamente l’energia delle mie gambe, e rari, invece, son coloro che sieno atti o propensi a giudicare, con coscienza ed equità, i prodotti del mio cervello!![6]

Barga è un piccolo comune della media Valle del Serchio, in provincia di Lucca, incastonato in una posizione suggestiva e strategica: il borgo appare infatti racchiuso tra l’imponente catena dell’Appennino Tosco-Emiliano e il profilo frastagliato delle Alpi Apuane. Situato a 410 metri sul livello del mare, l’abitato si adagia sulle alture delle ultime pendici occidentali del Monte Rondinaio, a circa quattro chilometri dalla riva sinistra del fiume Serchio.

Piero Zerboglio, alla fine degli anni Venti, frequenta la facoltà di Giurisprudenza all’Università di Pisa, dove si laurea il 4 luglio 1931[7]. In questo periodo conosce Gianna Donetti, figlia dell’avvocato Ettore: quest’ultimo, titolare di uno studio professionale a Genova, è solito trascorrere le vacanze estive con la famiglia a Barga, proprio come gli Zerboglio. Gianna e Piero si sposano il 19 settembre 1934; dalla loro unione nasce a Genova, il 28 agosto 1935, la figlia Piera che, seguendo le orme del padre e dei due nonni, si laureerà a sua volta in Giurisprudenza[8].

Dopo una breve esperienza a Genova presso lo studio del suocero, Piero Zerboglio abbandona la professione di avvocato per dedicarsi all’insegnamento. Tuttavia, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, viene arruolato come ufficiale nel 22° Reggimento di fanteria, di stanza nel territorio pisano.

Pisa, Lungarno Pacinotti, Palazzo Timpano, Casa Zerboglio prima del 1940. Foto dell’Archivio BFS

Piero matura la propria scelta liberal-socialista e antifascista proprio nei primi anni della Seconda guerra mondiale. Il punto di svolta, come ricorda Antonio Tozzi[9], va collocato nella primavera del 1942, in seguito agli incontri con Antonio D’Andrea, Mario Frezza ed Enrico De Negri e, in particolare, con Tancredi “Duccio” Galimberti – tra i fondatori del PdA nel cuneese, nonché ispiratore delle formazioni di “Giustizia e Libertà” e figura di spicco della Resistenza piemontese[10].

Così, nell’autunno del 1942, sotto la supervisione del professor Guido Calogero, nasce il “Comitato direttivo pisano” del partito. Il nucleo, composto da Piero Zerboglio, Antonio D’Andrea, Antonio Tozzi, Raffaele Micheletti, Ferruccio Michelazzi e Roberto Supino, allaccia rapidamente rapporti con le cellule azioniste di Lucca, Viareggio e Firenze. Piero Zerboglio descrive così quei momenti nelle memorie scritte per la famiglia e i nipoti:

Nel 1942 viene a trovarci a Pisa Duccio Galimberti, un avvocato studioso di diritto penale che si considera, in certo senso, allievo del nonno Adolfo, perché il nonno lo ha consigliato, ha recensito favorevolmente le sue pubblicazioni. Si sono incontrati più volte anche con la nonna Maria a dei congressi e hanno fatto tanta amicizia. Galimberti – che sarà poi un valoroso partigiano e morirà eroicamente, ucciso barbaramente dai fascisti – viene a Pisa per avere la nostra partecipazione a una forza antifascista che aveva origine da “Giustizia e libertà”: un movimento dei più significativi nella lotta contro il fascismo, del quale avevano fatto parte uomini come Rosselli, Parri, Ernesto Rossi.

Il nonno Adolfo è già molto anziano e Galimberti si rivolge soprattutto a me perché organizzi a Pisa il partito d’azione e prenda parte alla lotta antifascista. Io sono entusiasta, condivido pienamente gli ideali del partito d’azione: le forme istituzionali, i contenuti economici e sociali, i principi di giustizia e libertà, che sono da sempre i miei ideali politici, gli ideali liberal-socialisti[11].

Nella primavera del 1943, il Comitato del Partito d’Azione pisano contribuisce alla nascita del “Fronte antifascista” insieme ad alcuni esponenti comunisti e cattolici. Durante il periodo dell’occupazione tedesca, il gruppo svolge delicati compiti di collegamento tra il movimento clandestino cittadino e le formazioni partigiane attive sull’Appennino tosco-emiliano.

Il 31 agosto 1943, Piero e la sua famiglia assistono, dalla propria abitazione, al disastroso bombardamento della città, che colpisce con inaudita violenza la zona della stazione ferroviaria e il quartiere di Porta a Mare.

Nelle sue memorie, Piero ricorda come quel giorno la moglie si trovasse a Pisa con la figlia, nonostante fosse già sfollata a Barga proprio per sfuggire alle incursioni aeree. Intorno all’ora di pranzo, la città viene investita da quello che l’autore definisce «uno dei bombardamenti più forti e con più vittime» mai subiti dal capoluogo pisano.

Ci mettemmo abbracciati sotto gli archi di una porta mentre nonna gridava. “Mio dio, il terremoto!”. Gridava così perché anni prima, a Barga, era stata terrorizzata da un forte terremoto. Finito il bombardamento ci affacciammo a una finestra che dava sul Lungarno davanti alla Chiesa della Spina.

Da Porta a Mare si sentivano grida paurose; la Chiesa della Spina, quel piccolo capolavoro gotico proteso sulle spallette dell’Arno, non si vedeva più; a un tratto, avemmo la sensazione di una nube che si apriva e vedemmo riapparire la piccola chiesa; voi sapete che, purtroppo, il nonno non è un credente, ma se una volta, nella vita, ho avuto la sensazione di un miracolo è stata quella. Dopo gli scoppi delle bombe, le tragiche urla della gente, i nonni vivi, abbracciati, rividero come risorgere nel cielo, in mezzo alle macerie, la piccola e bella casa del Signore.

Con la nonna uscimmo e in bicicletta ci allontanammo fuori città. C’era tanta gente che correva disorientata, senza sapere dove andare. C’erano soldati, ufficiali senza giacca, senza cappello, senza armi. Si può dire che c’era solo il nonno con la divisa, le giberne, il fucile.

L’indomani mi toccò andare, al comando di un drappello di soldati, nella zona più colpita dal bombardamento: “Porta a Mare”, per il riconoscimento e il trasporto dei morti[12].

L’8 settembre Piero assiste al disfacimento dell’esercito: è uno dei pochi ufficiali ancora presenti nella caserma ormai semivuota, dalla quale tutti i superiori sono fuggiti. Poiché Pisa nei giorni seguenti viene interamente occupata dai reparti della Wehrmacht, decide di raggiungere la famiglia a Barga. Si reca a casa dei Giglioli per un cambio d’abiti civile e, in sella a una bicicletta, raggiunge la cittadina lucchese dopo dieci ore di viaggio, evitando con cura i posti di blocco tedeschi[13].

Una volta rassicurato sulle condizioni dei propri cari e dopo aver tentato invano di stabilire un contatto con i primi nuclei partigiani saliti in quota, Piero decide di rientrare a Pisa. Al suo ritorno, si riunisce clandestinamente con gli altri membri del Partito d’Azione, tra cui Cesare Salvestroni; quest’ultimo, forte della sua esperienza di ex combattente, assume la responsabilità del Comitato militare del CLN insieme a Fosco Dinucci, Alberto Bargagna e Severino Macci.

Una delle prime priorità del Comitato è il reperimento di armi da inviare ai gruppi clandestini che si stanno organizzando sulle alture, in particolare nella zona di Volterra. Proprio Salvestroni, l’anno successivo, verrà catturato dai tedeschi e deportato: morirà in prigionia il 2 marzo 1945.

Piero decide di utilizzare la casa dei Giglioli come punto d’appoggio per i suoi spostamenti: le sorelle Beatrice e Irene si mostrano ampiamente disponibili a ospitarlo, dimostrando piena solidarietà verso la sua azione. Proprio in quelle settimane, un altro azionista, Carlo Alberto Ricci, fa la spola tra Firenze, Pisa e il Piemonte per mantenere vivi i contatti del partito, trovando anch’egli rifugio e supporto in quella stessa rete di ospitalità clandestina.

Il 24 settembre 1943, la residenza degli Zerboglio, situata ai piani superiori di Palazzo Timpano sul Lungarno Regio, viene completamente distrutta durante un violento bombardamento. L’esplosione travolge la vasta biblioteca e l’archivio del padre Adolfo, un patrimonio documentario di immenso valore[14]. Tra le macerie, grazie al coraggioso intervento delle sorelle Giglioli e di Antonio Ricci, si riescono a trarre in salvo soltanto alcune centinaia di volumi e pochi fascicoli d’archivio. La sventura bellica colpirà nuovamente la famiglia l’anno successivo: anche la casa di Barga, luogo di rifugio e protezione, andrà incontro alla medesima sorte, venendo rasa al suolo da un altro bombardamento.

In questo periodo, Piero e la sua famiglia si occupano attivamente anche dell’assistenza ai De Cori, una famiglia di origine ebraica. Grazie al supporto coordinato degli Zerboglio e dei Giglioli, l’avvocato Guido De Cori e la moglie Piera Pontecorvo – la cui abitazione era andata distrutta nel bombardamento del 31 agosto 1943 – riescono a porsi in salvo e a raggiungere la Svizzera.

Volantino del Partito d’Azione distribuito durante la lotta clandestina (1943-44)

Nei mesi successivi, facendo sempre capo alla villa dei Giglioli, Piero si sposta tra Pisa e Barga per mantenere i contatti con le diverse formazioni operanti nell’Appennino tosco-modenese. In questo periodo ha modo di constatare personalmente la ferocia della repressione antipartigiana condotta dai tedeschi, come nel caso delle stragi perpetrate tra la primavera e la fine del giugno 1944.

Piandelagotti, frazione del comune di Frassinoro, sorge a oltre 1200 metri sul livello del mare, al confine tra l’Emilia-Romagna e la Toscana. Il 28 giugno 1944, i nazisti circondano l’abitato e colgono di sorpresa i partigiani che vi stazionano: questi ultimi, tuttavia, riescono a mettersi in salvo, lasciando il borgo nelle mani dei reparti tedeschi. I militari catturano circa quaranta civili: dieci ostaggi vengono trucidati sul posto, mentre gli altri trenta sono condotti a Pievepelago.

Il successivo 30 giugno 1944, per rappresaglia, i tedeschi impiccano quattro patrioti a Cerreta di Pievepelago. È molto probabile che Piero Zerboglio, nell’ambito delle attività connesse alla militanza clandestina, si sia recato in queste località in più occasioni. Ne è preziosa testimonianza una lettera di Irene Giglioli alla sorella Lilia, nella quale si legge:

Piero mi ha detto che a Piandelagotti la guerra tra tedeschi e partigiani è stata orribilmente selvaggia e che i tedeschi hanno fatto cose di una crudeltà inaudita. Interi paesi sono stati incendiati, molte case arse con gli abitanti ancora dentro. Di Piandelagotti stesso parrebbe che non resti che la sola chiesa e che tutto il resto sia stato incendiato o distrutto. Spero ancora che non sia vero fino a questo punto, ma purtroppo fin dall’anno scorso [recte primavera scorsa, N.d.C.] Piero ci diceva di aver visto personalmente il paese di Civago [frazione di Villa Minozzo, N.d.C.], a pochi km da Piandelagotti, tutto distrutto dagli incendi tedeschi[15].

Piero Zerboglio si riferisce, con ogni probabilità, ai fatti accaduti il 20 marzo 1944: in quella data, il reparto esplorante della divisione corazzata paracadutisti “Hermann Göring”, coadiuvato dai militi della Guardia nazionale repubblicana (GNR) di Reggio Emilia, scatena un attacco brutale contro le comunità di Civago e Cervarolo. L’operazione antipartigiana si trasforma rapidamente in un eccidio sistematico, caratterizzato da violenze efferate e uccisioni indiscriminate tra la popolazione civile[16].

Dopo che Pisa e i suoi dintorni sono stati teatro del violento scontro tra la retroguardia tedesca e l’esercito anglo-americano nei mesi di luglio e agosto 1944 – subendo costanti bombardamenti e cannoneggiamenti – tra il 31 agosto e il 1° settembre i reparti tedeschi si ritirano definitivamente dalla città e dalle zone limitrofe. La ritirata avviene verso Ripafratta e successivamente Lucca, lasciando alle spalle un territorio segnato dalle feroci stragi compiute nelle settimane precedenti tra i comuni di San Giuliano Terme e Vecchiano.

Prima pagina della Relazione di Antonio Tozzi sulle attività del Partito d’Azione a Pisa e provincia [1945]. Foto dell’Archivio BFS

Il 1° settembre, su indicazione dei comandi alleati, una squadra partigiana di Coltano effettua una prima perlustrazione nella zona nord della città, rilevando l’assenza delle truppe occupanti.

Il giorno successivo, le avanguardie alleate fanno il loro ingresso in città, provenendo da Colignola e Mezzana (lungo la direttrice Calci-Cascina). Entrando da Porta a Lucca, le truppe incontrano due distinti gruppi di partigiani che, seguendo le direttive dei comandi alleati, hanno preceduto l’arrivo delle pattuglie: si tratta di alcuni elementi di Coltano e di un nucleo di patrioti della formazione “Nevilio Casarosa”, scesi appositamente dai monti per partecipare alla liberazione del centro urbano.

Secondo la testimonianza di Antonio Ricci – figlio della cuoca della famiglia e residente nella Villa Giglioli – alcune pattuglie di soldati americani penetrano in città, sempre il 2 settembre, utilizzando il ponte subacqueo del Viale delle Piagge, all’altezza del Tondo. Percorrendo buona parte del viale, i reparti raggiungono il centro cittadino attraverso via Maccatella[17].

Pochi giorni dopo, il 5 settembre, le autorità militari alleate confermano l’avvocato Mario Gattai nel ruolo di commissario prefettizio, affiancato da Italo Bargagna in qualità di commissario politico. Sarà proprio quest’ultimo a essere successivamente nominato dal CLN locale come primo sindaco della Pisa liberata[18].

Una bozza dettagliata della Relazione del Partito d’Azione, conservata tra le carte di Antonio Tozzi, riporta una testimonianza cruciale su quei momenti:

Allorché le truppe della V/a Armata, dopo 45 giorni di sosta, passarono l’Arno, vari elementi delle squadre servirono di guida alle pattuglie di avanguardia alleate. Al loro primo entrare nella città di Pisa, avvenuto dal sobborgo di Cisanello, ebbero appunto per guida appartenenti alle squadre del Partito d’Azione: per primo Benelli Nello, e quindi Bacci Fosco ed altri componenti della sua squadra, fra cui Orsolini Mario, il quale alle ore 10,10 del giorno 2 settembre 1944, accompagnò una pattuglia americana sulla torre pendente per issarvi la bandiera stellata[19].

All’indomani della liberazione di Pisa, l’impegno di Piero Zerboglio si sposta sul piano della riorganizzazione politica e civile. Entra a far parte del Comitato direttivo del Partito d’Azione per la città e la provincia insieme ad Antonio D’Andrea, assumendo l’incarico di segretario provinciale e ricoprendo diverse responsabilità all’interno del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN)[20].

In occasione del congresso regionale del Partito d’Azione, tenutosi nella primavera del 1945, Piero viene eletto nel Comitato regionale toscano, assumendo la rappresentanza ufficiale della provincia di Pisa in seno all’organismo dirigente[21].

Il 31 marzo 1946, Piero figura nelle liste dei candidati del Partito d’Azione per le elezioni amministrative di Pisa, insieme alla moglie Gianna Donetti. Nonostante il ruolo di assoluto rilievo ricoperto dal partito durante la clandestinità, l’esito delle urne è amaro: la formazione raccoglie appena 675 voti (l’1,7%), un risultato modesto che non consente a Piero l’elezione e che contribuisce ad aggravare la crisi identitaria del movimento azionista.

Piero prosegue con dedizione la propria attività di insegnante e, dopo lo scioglimento del Partito d’Azione nel 1947, si avvicina all’area socialista, seguendo la traiettoria intrapresa dalla maggioranza degli ex azionisti. Nel 1949, con la costituzione della FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane), vi aderisce prontamente: il suo obiettivo è preservare l’autonomia delle associazioni dei partigiani, mantenendole indipendenti dalle logiche e dai compromessi del sistema politico dell’epoca.

Nell’aprile del 1953 prende vita un nuovo soggetto politico, Unità Popolare (UP), che aggrega diverse formazioni di area liberal-socialista con l’obiettivo di contrastare la riforma elettorale maggioritaria, nota polemicamente come “legge truffa”. Dopo la battaglia elettorale del giugno 1953, UP avvia un percorso di progressivo avvicinamento al PSI. In occasione del convegno nazionale di Firenze (29-30 giugno 1957), Piero Zerboglio viene eletto nel Comitato Centrale del movimento, sedendo accanto a figure di primo piano della Resistenza e del socialismo italiano come Ferruccio Parri, Tristano Codignola, Pietro Caleffi e Riccardo Levi[22],

In questa veste, Piero partecipa attivamente alla fase conclusiva del movimento, che avvia le trattative per la confluenza definitiva nel Partito Socialista Italiano (PSI). Tale unione viene ufficialmente deliberata il 26 ottobre 1957, segnando la fine dell’esperienza organizzativa autonoma di Unità Popolare e il rientro della componente azionista e liberal-socialista nell’alveo del socialismo democratico[23].

Nel 1958, Piero assume la presidenza dell’Istituto di cure marine di Tirrenia[24], un incarico che manterrà per lungo tempo: sotto la sua gestione, il 16 febbraio 1971, l’istituto verrà ufficialmente elevato al rango di ente ospedaliero con apposito Decreto del Presidente della Repubblica.

Sul piano culturale e civile, la sua attività non viene meno: fin dal primo numero, collabora a «Lettera ai compagni», la rivista mensile della FIAP fondata da Ferruccio Parri nel febbraio 1969. In questi decenni complessi per la storia d’Italia e di Pisa, la sua figura, rimasta sempre ancorata ai principi democratici e socialisti, si consolida come un punto di riferimento imprescindibile per la difesa della memoria della Resistenza e dei valori dell’antifascismo.

Infine, nel 1973, Piero ripercorre le orme paterne: come già era accaduto ad Adolfo nel 1923, diventa socio della Cassa di Risparmio di Pisa, il principale istituto bancario cittadino, a testimonianza del prestigio e del radicamento sociale che la sua famiglia ha saputo mantenere nel tessuto civile della città attraverso le generazioni[25].

Il 21 maggio 1985, di fronte alla proposta dell’Università di Pisa e della Scuola Normale Superiore di realizzare una lapide commemorativa con l’elenco dei caduti della Seconda guerra mondiale, Piero interviene in prima persona. In qualità di esponente della FIAP, e insieme ai rappresentanti delle altre associazioni antifasciste, firma una lettera aperta indirizzata al Rettore: nel documento viene espressa una ferma opposizione all’inserimento del nome del filosofo e fascista Giovanni Gentile accanto a quello degli altri caduti.

Piero Zerboglio si spegne a Pisa il 5 febbraio 1991[26]. È sepolto nel cimitero di Barga, la cittadina che aveva dato rifugio e protezione a lui e alla sua famiglia nei drammatici anni 1943-’44. Lì riposa accanto al padre Adolfo, alla madre e agli altri componenti della famiglia, suggellando in quel luogo di memoria il legame profondo e grato con una terra che, pur non avendogli dato i natali, era diventata per lui una seconda patria elettiva.

Franco Bertolucci

9 aprile 2026

 

NOTE:

[1]Su Adolfo Zerboglio (1866-1952), giurista, deputato e senatore cfr. R. Gilardenghi, Zerboglio Adolfo, in Movimento operaio italiano Dizionario biografico, a cura di F. Andreucci e T. Detti, Roma, Editori riuniti, 1978, v. 5, pp. 294-297; C. Latini, Zerboglio Adolfo (1866-1952), in Dizionario biografico dei giuristi italiani (secc. XI-XX) [d’ora in poi DBGI], Bologna, 2013, v. 2, pp. 2088-2089; G. Marra, Zerboglio Adolfo, in Maestri d’Ateneo. I docenti dell’Università di Urbino nel Novecento, a cura di A. Tonelli, Urbino, Università degli studi di Urbino «Carlo Bo», 2013, pp. 599-600.

[2]Medaglie d’oro: Enzo Zerboglio, Enrico Toti, [a cura di[ A. Zerboglio, Milano, Imperia, 1923.

[3]Notizie sulla storia della famiglia Giglioli si possono leggere in  B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1944, a cura di F. Bertolucci, B. Cattaneo, G. Mangini, Ghezzano (PI), BFS, 2025, pp. 26-37. Cfr., inoltre, C. Giglioli-Stocker, Una famiglia di patrioti emiliani. I Giglioli di Brescello. Con appendice di 26 lettere inedite di patrioti del tempo, Milano, Società anonima editrice Date Alighieri, 1935.

[4]Soci promotori e fondatori, «Notiziario del Club Alpino Italiano sezione di Pisa», a. 37, n. 1, 2017, p. 6.

[5]A. Zerboglio, Barga: memorie e note vagabonde, con xilografie di Balduini, Barga, Sighieri & Gasperetti, 1929.

[6]Ivi, p. 48.

[7]Archivio generale dell’Università di Pisa, Fasc. studente Zerboglio Piero.

[8]P. Zerboglio, [Memorie familiari], dattiloscritto [1982], in Carte di A. Ricci, Archivio della Biblioteca F. Serantini, p. 35.

[9]Carte famiglia Tozzi, fasc. [Partito d’azione e guerra], doc. 1944-1964, [Appunti], s.d.

[10]Cfr. R. Vanni, La Resistenza dalla Maremma alle Apuane, Pisa, Giardini, 1972 p. 70, e G. De Luna, Storia del Partito d’azione 1942-1947, Milano, Feltrinelli, 1982, pp. 50-51.

[11]P. Zerboglio, [Memorie familiari], dattiloscritto [1982], cit., pp. 37-38.

[12]Ivi, p. 39.

[13]Ivi, p. 40.

[14]Ivi, p. 45.

[15]Lettera di Irene a Lilia Giglioli, Pisa, 26 ottobre 1944 in Archivio della Biblioteca F. Serantini, Carte famiglia Giglioli. Su queste stragi cfr. M. Storchi, Reggio Emilia, in La politica del terrore: stragi e violenze naziste e fasciste in Emilia Romagna: per un atlante delle stragi naziste in Italia, a cura di L. Casali e D. Gagliani, Napoli, L’Ancora, 2008, pp. 95-113.

[16]Di questo episodio ne fa cenno anche Beatrice Giglioli in una lettera alla sorella Lilia, Pisa, 12 aprile 1944 in Archivio della Biblioteca F. Serantini, Carte famiglia Giglioli.

[17] A. Ricci, Ricordi dell’estate 1944 in  B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1944, cit., pp. 298-310.

[18]Cfr. G. Bertini [a cura di], Pisa nella bufera: note dell’avvocato Mario Gattai commissario del Comune di Pisa. Giugno-settembre 1944, Pisa, Circoscrizione 6, 2001, inoltre S. Gallo, Pisa in guerra, 1943-1944, in G. Fulvetti [a cura di], Dalla guerra alla Liberazione. Pisa 1940-1945, Pisa-Bologna, Fondazione Palazzo Blu-Whitebook, 2024, pp. 67-77.

[19]Cfr. Carte famiglia Tozzi, [Partito d’Azione e guerra], 1944-1964, [Relazione al Patriot Branch. dattiloscritta sulle attività del PdAz nella primavera estate del 1944], s. d. ma presumibilmente dell’autunno del 1944.

[20]A. Tozzi, La Costituzione del Partito d’azione in provincia di Pisa, in Resistenza ai nostri giorni, a cura dell’ANPI di Pisa, 2005, pp. 59-61. Cfr. Il Partito d’azione in Toscana. Il congresso regionale dell’ottobre 1945, a cura di L. Menconi, Ospedaletto (Pisa), Pacini, 2024.

[21]La ricostruzione in Toscana dal CLN ai partiti. 2. I partiti politici, a cura di E. Rotelli, Bologna, Il Mulino, 1981, p. 327.

[22]Bologna. Comitato centrale, elezione della direzione nazionale, «Il Piccolo, a. 76, n. s., n. 3316, 9 luglio 1957.

[23] Cfr. ebook formato EPUB2, F. Leonzio, Segretari e leader del socialismo italiano, Catania, ZeroBook, 2018, p. 137.

[24]«Gazzetta Ufficiale», n. 261, 28 ottobre 1958, p. 4093.

[25]A. Cecchella e R. Bernardini, Oltre… il 150°. Un secolo e mezzo nella vita socio-economica della provincia, Pisa, Cassa di Risparmio di Pisa e Pacini, 1984, vol. 1, pp. 185 e sgg.

[26]L. M. [L. Mercuri], Ricordiamo Dolci e Zerboglio, «Lettera ai compagni», n. 4, aprile 1991.

 




L’eccidio di Aiale

Linea Gotica, quell’imponente sistema di fortificazioni che, da Massa fino a Pesaro, divideva l’Italia liberata dai territori ancora in mano alle forze nazifasciste. La decisione di attestare la maggioranza delle truppe dietro tale schieramento, unita all’azione di guerriglia e sabotaggio delle formazioni partigiane che agivano nel territorio, resero meno difficoltosa la risalita degli Alleati portando in un breve periodo alla liberazione di numerose città: a giugno vennero liberate Roma, Pescara, Grosseto e Perugia, mentre a luglio fu il turno di Siena, Ancona ed Arezzo. L’intervento alleato non riguardò però unicamente la conquista dei grandi centri, ma comprese anche l’avanzamento in quei territori meno noti dove ancora si registrava la presenza del nemico e che quindi dovevano necessariamente essere ispezionati prima di continuare la risalita della penisola.

L’avanzamento in questi territori di campagna periferici riguarda vicende poco conosciute che raramente compaiono nei libri e nei manuali di storia, ma che al pari delle grandi battaglie e della liberazione delle grandi città detengono un’importanza fondamentale all’interno della liberazione dell’Italia.

Una mappa della Valdera

Nel mese di luglio la Vª Armata Americana del generale Clark attraversò la Valdera risalendo per due direttrici che da sud confluirono su Pontedera, il confine settentrionale della vallata: alcuni reparti avanzarono nei territori posti maggiormente nell’entroterra come Lajatico, Terricciola e Capannoli, mentre gli altri contingenti si occuparono delle zone più vicine alla costa, liberando i comuni di Chianni, Casciana Terme, Lari e Ponsacco. In poco più di una settimana le truppe americane riuscirono a conquistare l’intera zona, liberandola con relativa facilità dalla presenza tedesca. Nel corso dell’avanzata non si verificarono aspri combattimenti, ma si assistette al lento avanzare delle forze Alleate, preceduto talvolta dal cannoneggiamento contro i centri abitati. L’operazione venne facilitata dal disimpegno nemico e dal progressivo spostamento dell’intero apparato militare tedesco verso l’Italia settentrionale. Data l’inferiorità numerica i tedeschi tentarono di evitare sistematicamente qualsiasi forma di scontro diretto, limitandosi a rallentare l’avanzata alleata attraverso azioni di disturbo di vario tipo. Più in generale la parte meridionale della provincia di Pisa non fu teatro di aspri combattimenti, risultando una zona relativamente tranquilla dal punto di vista militare durante tutto l’arco della guerra1.

Il passaggio delle truppe americane in Valdera

Agli inizi di luglio gli Alleati penetrarono in Valdera dalla pianura nei pressi di Volterra e dalle alture che ne segnalano il confine naturale a sud-ovest. L’unico episodio bellico di una certa rilevanza si verificò dal 6 al 9 luglio sui rilievi del Montevaso, quando tedeschi e americani si fronteggiarono duramente per il possesso dell’altura che, oltre a designare una porta d’accesso alla vallata ne offriva una magnifica prospettiva, garantendo a coloro che l’avrebbero controllata una fondamentale posizione strategica.

Dopo la conquista del Monte, gli Alleati liberarono in rapida sequenza i principali centri abitati posti nelle zone meridionali: il 12 luglio Lajatico fu il primo paese ad essere liberato, poi toccò a Chianni ed infine il 14 fu il turno di Casciana Terme. La perdita del Montevaso portò i comandi tedeschi ad accelerare le operazioni di disimpegno, lasciando nelle retrovie alcuni gruppi di soldati per disturbare l’avanzata americana con alcuni timidi attacchi, accompagnati dal flebile sostegno dell’artiglieria. In queste concitate fasi i genieri tedeschi ricoprirono un ruolo fondamentale, ostacolando il cammino alleato attraverso la distruzione di ponti ed edifici.

E’ interessante ricordare la vicenda del paese di Chianni perché i tedeschi, fra le case che dovevano minare, risparmiarono una colonica con una grande cantina trasformata in rifugio per centinaia di civili lì radunati per sottrarsi agli attacchi dell’artiglieria americana che ormai da giorni sentivano riecheggiare nella vallata2. E infatti la distruzione che gli abitanti della Valdera dovettero subire non si limitò alle deflagrazioni strategiche attuate dai genieri tedeschi, ma si estese anche ai cannoneggiamenti che l’artiglieria degli Alleati effettuava prima dell’ingresso nei paesi. Uno dei pochi comuni che riuscì a salvarsi dal fuoco americano fu Lajatico, grazie all’azione di un partigiano che riuscì a raggiungere in tempo gli avamposti americani ed informali dell’assenza di nemici in paese3. Mentre altri paesi come Capannoli e Casciana Terme vennero invece intensamente colpiti dai bombardamenti nonostante non vi fosse più la presenza dei tedeschi. E il martellamento degli americani causò in alcuni casi la distruzione di importanti edifici e portò alla morte di numerosi civili che non attendevano altro che la liberazione.

Come abbiamo visto dopo la perdita del Montevaso i comandi tedeschi decisero di spostare i reparti a Pontedera e lungo tutta la vallata i civili assistettero alla lenta ritirata della Wehrmacht, quell’esercito che un tempo aveva fatto tremare mezza Europa, ora si trascinava stancamente verso l’Arno, esausto per le fatiche accumulate nel corso del conflitto e demoralizzato per l’andamento della guerra. Il giovane Filippo Sassetti, sfollato a Casciana Terme, ricorda nitidamente il passaggio delle truppe:

“Una notte seduti su un muricciolo che costeggiava il viale d’ingresso, sentimmo un rumore insolito calare dalla strada di Chianni in cima al viale Magnani. Passava, molto lentamente e nel buio più assoluto, una colonna di mezzi diretti, attraverso il centro del paese, verso Pontedera, verso nord. Non erano solo macchine, perché accanto al rumore dei motori, c’era in sottofondo, uno scalpiccio di passi, un battere di zoccoli sull’asfalto e tanti cigolii di ruote di carro. Durò un quarto d’ora il passaggio di questa colonna, poi il suono si attutì e si spense. Dopo una mezz’ora rieccoti lo stesso trambusto: tinnare di oggetti metallici, starnuti di cavalli e motori imballati. Cominciò così la ritirata tedesca attraverso Casciana (…)”4.

Liberati i comuni meridionali, gli Alleati si apprestarono a conquistare la parte settentrionale della vallata, e dopo aver espugnato Casciana Terme, trovarono sulla loro strada Lari, un comune del pisano che fino al luglio del ‘44 non aveva conosciuto gli effetti devastanti della guerra, scorgendone soltanto le ripercussioni nel crescente numero di civili che nell’ultimo periodo era giunto in campagna per fuggire ai bombardamenti sulle città. Se in un primo momento le zone rurali avevano garantito agli abitanti dei centri urbani una rinnovata parvenza di normalità, l’arrivo del fronte determinò per gli sfollati un triste ritorno agli effetti provocati dalla guerra: anche nella remota Lari la guerra giunse con tutto il suo carico di distruzione e dolore.

Anna Maria Vanni Morelli, all’epoca sedicenne, ricorda che la notte del 10 luglio bussò alla porta della sua casa a Lari Robert Mӧller, un capitano tedesco che nei mesi precedenti aveva soggiornato da loro e con il quale la famiglia, come del resto gli altri civili, avevano un piacevole ricordo. All’inizio della primavera il graduato aveva dovuto abbandonare la Valdera per dirigersi nel sud Italia a prestare il proprio supporto nel tentativo di contenere l’avanzata alleata all’altezza di Cassino. Ma con lo sfondamento della Linea Gustav e le prospettive cambiate drasticamente, il capitano si trovava nuovamente in Valdera in procinto di abbandonare la vallata con il proprio reparto. Prima di dirigersi verso Pontedera Mӧller ricambiò l’ospitalità ricevuta informando la famiglia Morelli dell’imminente arrivo del fronte e della necessità di trovare un rifugio per scampare ai colpi d’artiglieria5.

Anna Maria Vanni Morelli

Venuti a conoscenza degli incombenti pericoli i Morelli si trasferirono in un rudimentale rifugio immerso nella vegetazione appena fuori l’abitato di Lari. Con l’avvicinarsi del fronte anche altri larigiani si trasferirono in quel rifugio provocando un sovraffollamento dei locali che portò la famiglia a decidere di recarsi da alcuni parenti nella vicina Aiale, una borgata distante pochi minuti da Lari. Rispetto al precedente nascondiglio quello odierno offriva garanzie di sicurezza maggiori: era formato da “tre grandi cantine scavate nel tufo, collegate tra loro da tre corridoi nei quali un uomo poteva stare in piedi”, inoltre gli ingressi erano protetti dagli argini della strada che in quel punto erano molto alti, rendendolo un luogo difficilmente bersagliabile6.

Le giornate nel rifugio trascorrevano lentamente e tra le mura della cantina correvano le voci più disparate: prima gli americani venivano segnalati a Volterra, per poi essere avvistati a Collesalvetti o essere addirittura già entrati a Pontedera… Insomma, stando a queste voci gli Alleati erano dovunque tranne che a Lari, dove invece segnalavano la loro presenza solamente a suon di colpi d’artiglieria. La mattina del 16 le voci di un loro arrivo si fecero via via più insistenti, la notizia ebbe il duplice effetto di fugare i dubbi che serpeggiavano all’interno del rifugio e di risvegliare l’animo dei presenti. Le persone che affollavano la cantina erano ora percorse da un’euforia contagiosa, desiderose di poter scorgere finalmente quei soldati americani di cui tanto si parlava ma che ancora non si era riusciti a vedere. Per celebrare l’imminente arrivo le donne si misero a preparare la pasta al ragù, mentre gli uomini si occuparono di infiascare il vino dalle damigiane. Nell’entusiasmo collettivo qualcuno si affacciò cautamente dall’entrata del rifugio per poter segnalare l’arrivo degli americani. Quando ormai l’acqua per la pasta bolliva e si era già iniziato a brindare in barba a qualsiasi forma di superstizione si udì urlare “Eccoli! Eccoli! Sono arrivati!”. Udite quelle parole tutti i presenti immediatamente si riversarono all’entrata per ammirare il sospirato arrivo degli americani: accalcati all’uscio videro avanzare lungo la strada, che da Lari porta ad Aiale, un gruppo di una decina di soldati procedere in modo guardingo. Di fronte a loro gli abitanti del rifugio non riuscirono a reprimere le proprie emozioni e si lanciarono per strada acclamando ed abbracciando quei salvatori con l’elmetto. Dopo un’iniziale titubanza i fanti si lasciarono anch’essi trasportare dall’entusiasmo, accettando di buon grado i bicchieri di vino che gli venivano offerti e le numerose pacche che piovevano sulle loro spalle. In una frazione di secondo, come d’incanto, la guerra con il suo carico di sofferenza sparì per far spazio ad un momento di beatitudine che pervase tutti i presenti e cancellò per un istante tutti i brutti momenti7.

8. Ancora Anna Maria Vanni Morelli ricorda con dolore quella straziane scena, “Quando mi ebbi e riaprii gli occhi mi accorsi che accanto a me c’era il corpo di un uomo mezzo bruciato e attorno, a raggiera, altri tredici cadaveri orrendamente mutilati. C’era un silenzio di morte e io credetti di essere l’unica persona ancora in vita”. Quella che sembrava la prima giornata di pace si tramutò improvvisamente in un nuovo giorno di lutto.

Nel corso degli anni l’episodio ha prestato il fianco a numerose interpretazioni, dividendo la popolazione locale tra coloro che sostengono che si sia trattata di un’azione di guerra che involontariamente ha colpito le persone uscite dal rifugio e coloro che invece affermano che si trattò di un deliberato attacco nei confronti dei civili. Nonostante il colpo di artiglieria abbia colpito anche i soldati americani, l’eccidio di Aiale non si può non far rientrare all’interno delle violenze perpetrate dalle truppe in ritirata, in quanto rappresenta un attacco deliberato e ingiustificato contro un gruppo di persone inermi, intente a festeggiare la liberazione. Ad oggi non conosciamo ancora con esattezza il reparto della Wehrmacht responsabile della strage, poiché non è mai stata condotta un’inchiesta che potesse individuare i responsabili dell’accaduto.

In una recente ricerca condotta da Chiara Brogi è stato evidenziato come il numero di vittime che a lungo è stato riportato sia probabilmente da dover ridimensionare. La studiosa ha condotto un’accurata indagine confrontando gli atti di morte conservati all’interno dell’archivio comunale e i registri della Propositura di Santa Maria Assunta e San Leonardo di Lari con i nominativi delle vittime riportati sulle targhe commemorative presenti sul luogo dell’eccidio. Da questo esame è emerso come due delle persone che vengono incluse all’interno del numero complessivo di vittime risultino in realtà decedute nei giorni immediatamente precedenti il fatto. La ricerca ci porta dunque a ritenere che il numero più corretto di civili uccisi sia quello di quindici piuttosto che quello di diciassette. È doveroso ricordare che la tendenza ad inglobare all’interno del numero complessivo delle vittime dovute ad una strage anche le morti avvenute in prossimità dell’evento è un errore piuttosto diffuso, comune a numerosi eccidi avvenuti nella penisola9.

12 ha poi aggiunto a pochi metri dalla lapide una lastra di vetro recante i nomi delle vittime. Infine, nel 2023, il writer larigiano Ozmo, al secolo Gionata Gesi, ha realizzato su un muro posto a fianco del rifugio dove si è consumato l’eccidio un murales raffigurante un cielo azzurro solcato da un arcobaleno. Nell’ottica dell’artista l’opera vuole fornire a tale spazio nuova vita, favorendone l’utilizzo quale luogo d’incontro e di dialogo e non limitarlo alla funzione meramente ossequiosa13.

Le lastre collocate sul luogo dove si è consumato l’eccidio

 

Il murales di Ozmo

NOTE:

1 La parte meridionale della provincia di Pisa è tristemente nota soprattutto per la strage di Guardistallo, nella quale persero la vita 46 civili.

2 F. Pettinelli, Quando passò il fronte, (La provincia di Pisa nel 1944), CLD Libri, Fornacette-Pisa 2005, p. 68.

3 Ivi, p. 74.

4 Testimonianza di Filippo Sassetti citata in F. Pettinelli, Quando passò il fronte, cit., p. 57.

5 Testimonianza di Anna Maria Vanni Morelli citata in F. Pettinelli, 1944. Uomini e fatti della guerra in Valdera, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera 1990, p. 131.

6 Ivi, p. 132.

7 Ivi, pp. 132-133.

8 Stando alle testimonianze erano caduti tre soldati americani.

9 C. Brogi, Scheda sulla strage di Aiale sull’Atlante delle stragi nazifasciste, https://www.straginazifasciste.it/wp-content/uploads/schede/aiale_cascianaterme-lari_19440716.pdf.

10 Nel corso della seconda metà del Novecento l’unico riferimento all’eccidio è rintracciabile in una pubblicazione del 1990 del giornalista Fausto Pettinelli.

11 I. Mencacci, 60 anni…per non dimenticare, Lari in diretta. Periodico d’informazione dell’Amministrazione Comunale di Lari, luglio 2004, p. 3.

12 Il comune di Casciana Terme Lari è stato istituito nel 2014, in seguito al referendum indetto dalle amministrazioni di Lari e Casciana Terme che ha portato alla loro fusione.

 

 

Articolo pubblicato nell’ottobre 2025




Da tecnico cinematografico a partigiano

L’8 settembre 1943 l’annuncio dell’armistizio colse il Paese impreparato e in uno stato di profonda confusione. Pietro Badoglio, nel suo messaggio radiofonico, comunicò la cessazione delle ostilità con gli angloamericani, ma non fornì ulteriori indicazioni, lasciando nell’incertezza le forze armate e la popolazione civile. Le truppe italiane si trovarono allo sbando, prive di una strategia comune: molte furono disarmate dai tedeschi, altre cercarono di resistere, altre ancora si dispersero nel caos.

 

 

La Germania, fino a quel momento alleata, reagì con durezza occupando militarmente gran parte del territorio e instaurando un regime di controllo diretto. Nel giro di pochi giorni l’Italia si ritrovò divisa in due: il Sud controllato dagli Alleati e il Centro-nord in mano ai nazifascisti con un popolo spaesato, incerto se dover scegliere di collaborare o resistere. L’armistizio invece di rappresentare la fine della guerra segnò dunque l’inizio di una nuova fase, ancor più dolorosa e incerta, fatta di fame e di bombardamenti, di violenze e di soprusi.

Anche in Versilia la proclamazione dell’armistizio venne accolta con sentimenti contrastanti da parte degli antifascisti locali. Tra gli oppositori del regime non era presente una strategia condivisa su come affrontare la situazione, vi erano coloro che propendevano per un atteggiamento attendista e altri che invece sostenevano la necessità di dover intervenire immediatamente. Tra i più accesi oppositori al fascismo dominava la volontà di voler sfruttare il momento d’incertezza per assestare un colpo alle forze occupanti e sperare in un’insurrezione generale da parte della popolazione, mentre tra le fazioni moderate regnava l’indecisione, dettata dall’incapacità di prevedere l’evolversi degli eventi e dall’ormai ventennale inattività politica dovuta alla soppressione dei partiti.

Il comunicato di Badoglio aveva portato numerosi giovani e soldati dell’ormai disciolto esercito a ritirarsi sulle Apuane in attesa di conoscere l’evolversi della situazione. Sebbene fossero alimentati da una notevole determinazione i primi combattenti versiliesi dovettero ben presto riconoscere che la volontà e gli uomini non erano di per sé sufficienti per fronteggiare un nemico numericamente e tecnologicamente superiore. A parte qualche fucile trovato in cantina e qualche arma sottratta alle caserme i primi combattenti non disponevano di armamenti necessari per combattere i nazifascisti. Era dunque vitale per la nascente Resistenza versiliese riuscire ad incrementare il numero di equipaggiamenti bellici[1].

In questo momento della storia entra in scena il protagonista del nostro racconto, il ventinovenne Manfredo Bertini, nome di battaglia Maber. Nel 1943 Manfredo era ormai un affermato tecnico cinematografico che aveva curato la fotografia di numerosi film dell’epoca come Pioggia d’estate (1937), Ragazza che dorme (1941) e Il Re d’Inghilterra non paga (1941)[2]. Grazie a questa professione era stato esentato dal servizio militare e non aveva preso parte al conflitto. Nel corso del Ventennio Manfredo non aveva aderito a nessun gruppo clandestino e non aveva evidenziato un particolare interesse nei confronti della politica, limitandosi a concentrare l’attenzione sulla sua carriera di tecnico cinematografico. Nonostante ciò, dopo l’8 settembre Manfredo fu fra i primi a prender parte alla neonata Resistenza versiliese, non tanto per un’affinità con gli ideali comunisti quanto semmai per la comune avversione nei confronti di un nemico che opprimeva la popolazione e ne limitava la libertà.

 

 

Il lavoro che svolgeva gli aveva permesso di restare ai margini della guerra oltre a garantirgli ottimi guadagni che lo avevano messo al riparo dalle difficoltà economiche generalmente legate al conflitto, ma malgrado ciò, decise di sposare la causa della Resistenza e di accettare i rischi che questa comportava. Coloro che ebbero la fortuna di conoscerlo lo ricordano unanimemente come un uomo solare e spiritoso, capace di infondere fiducia e speranza alle persone che lo circondavano. Oltre ad essere un individuo particolarmente carismatico Maber era anche dotato di una notevole intelligenza e di una rapidità di pensiero che gli consentivano di risolvere situazioni all’apparenza insolubili.

 

I titoli di coda del film “Cenerentola e il signor Bonaventura”

 

Per ovviare alla situazione di stallo creatasi dopo l’8 settembre Manfredo propose agli esponenti della Resistenza versiliese di inviare una persona oltre le linee nemiche per stringere un contatto con gli Alleati, segnalare la propria presenza agli angloamericani, e richiederli i rifornimenti necessari per combattere gli occupanti. Manfredo per questa missione, denominata Operazione Gedeone, propose sua cognata, Vera Vassalle, una ventitreenne viareggina, persona fidata e capace, dalle profonde convinzioni antifasciste. La decisione di affidare l’incarico ad una ragazza poteva sembrare un azzardo, ma era invece motivata dalla considerazione che difficilmente avrebbe attirato le attenzioni dei nemici; inoltre ad avvalorare ulteriormente questo ragionamento contribuiva anche l’andamento claudicante di Vera, dovuto alla poliomielite che l’aveva colpita nell’infanzia. Partita da Viareggio il 14 settembre 1943, affrontò un estenuante viaggio durato due settimane, al termine del quale riuscì a varcare la linea del fronte e raggiungere gli americani a Montella, un piccolo comune montano in provincia di Avellino. Informati delle sue intenzioni, i militari la misero immediatamente in contatto con la sede dell’OSS (Office of Strategic Services) situata a Napoli. Una volta giunta nel capoluogo campano fu addestrata all’utilizzo delle telecomunicazioni e alla conoscenza dei sistemi informativi.

Terminato il periodo di formazione la giovane fu segretamente sbarcata nei pressi di Orbetello, nel gennaio 1944, da dove risalì fino a Viareggio, portando con sé l’attrezzatura necessaria per trasmettere e ricevere i messaggi degli Alleati. L’operazione si concluse positivamente e Vera riuscì a giungere nella sua città natale il 19 gennaio 1944[3].

 

Vera Vassalle

 

Ma non fu semplice riuscire subito ad attivare le comunicazioni con gli Alleati. Il radiotelegrafista affiancato ai combattenti toscani aveva smarrito i piani di comunicazione rendendo quindi impossibile qualsiasi contatto con gli angloamericani. Nonostante questo intoppo, i partigiani non interruppero però la loro attività e riuscirono a rendersi protagonisti di alcune azioni di disturbo ai danni delle forze occupanti e ad organizzare il primo rifornimento nella notte del 18 febbraio. Per l’occasione Maber coniò l’espressione “per chi non crede”, il segnale convenuto per dare il via all’iniziativa; il messaggio oltre a rappresentare l’avvio dell’operazione voleva anche rappresentare un invito a coloro che per paura o incertezza non avevano ancora sposato la causa. L’aviolancio si concluse con successo e i partigiani nascosti sulle Apuane riuscirono a raccogliere complessivamente diciassette bidoni carichi di materiali fondamentali per la lotta ai nazifascisti[4].

Radio “Rosa” divenne operativa solamente nel marzo 1944 con l’arrivo di Mario Robello, il tecnico inviato dagli Alleati con i nuovi piani di comunicazione. Nel corso della sua attività la stazione non limitò la propria azione al sostegno della Resistenza versiliese, ma estese il suo supporto anche all’assistenza degli altri gruppi sparsi per la regione, rappresentando un utile legame tra gli angloamericani e le unità impossibilitate a ricevere o fornire notizie. Nel corso della sua attività Radio “Rosa” organizzò numerosi rifornimenti e tenne costantemente aggiornati gli Alleati sugli spostamenti nemici.

Il primo rifornimento del 18 febbraio non passò inosservato attirando le attenzioni dei fascisti locali che organizzarono un rastrellamento nella zona: diversi componenti della formazione partigiana furono arrestati compreso Maber fermato presso l’abitazione del padre la mattina del 5 marzo, ma che riuscì a scappare con uno stratagemma. Prima di essere portato in caserma Manfredo chiese di poter utilizzare il bagno, uno dei militi entrò nella stanza e vedendo una minuscola finestrella dalla quale ipotizzò che fosse impossibile passare gli accordò il permesso. E una volta nel bagno Maber, grazie al suo fisico minuto, riuscì a passare da quell’angusto pertugio facendo perdere le sue tracce[5].

Il giorno dopo fece recapitare a suo padre un sarcastico messaggio che riassume meglio di tante altre parole la figura di Manfredo, capace di scherzare perfino in un frangente drammatico come quello:

Caro vecchio padre volevo mandarti una serratura nuova per sostituire quella rotta per colpa mia, ma fino ad ora me ne è mancato il tempo. Se tu per caso avessi modo di rivedere quei signori che vennero a cercarmi la mattina del cinque, avrei caro che tu cercassi di giustificarmi presso di loro per quella mia brutta maniera di andarmene senza salutarli. In ogni modo appena potrò di nuovo vederli, mi scuserò personalmente a voce e li persuaderò di tutte le mie buone intenzioni[6].

 

Il biglietto inviato al padre

 

Durante il periodo di clandestinità Manfredo venne nascosto nell’abitazione delle sorelle Anna e Maria Barsella,  che contribuirono enormemente alla lotta al nazifascismo rendendo la loro casa il quartier generale della Resistenza viareggina, un luogo dove poter occultare armi e documenti compromettenti e dove poter organizzare gli incontri con gli esponenti delle altre formazioni toscane. Pur non potendosi mostrare pubblicamente, Maber continuò a coordinare la lotta ai nazifascisti e a rappresentare un importante legame con gli Alleati e gli altri gruppi di ribelli.

Tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate si registrò un raffreddamento nei contatti tra i combattenti versiliesi e gli angloamericani: il numero degli aviolanci diminuì e gli Alleati divennero più vaghi nelle comunicazioni. Per ravvivare il legame Maber ritenne necessario un incontro analogamente a quanto aveva fatto Vera qualche mese prima e insieme all’amico Gaetano De Stefanis partirono a bordo di una motocicletta alla volta del sud Italia. Lungo il tragitto vennero fermati ad un posto di blocco e avevano addosso ogni genere di materiale sensibile, come mappe e documenti, ma nonostante la sfortunata circostanza Maber riuscì miracolosamente a salvarsi anche in questa situazione, iniziando a pronunciare una sequela di parolacce che alle orecchie dei tedeschi non avevano alcun significato, ma che inspiegabilmente riuscirono a dare il tempo a quest’ultimo di potersi appartare e gettare il materiale compromettente prima che procedessero alla perquisizione[7].

Una volta entrati in contatto con gli Alleati Manfredo e Gaetano vennero indirizzati presso gli uffici dell’OSS. Visti gli ottimi risultati raggiunti in Versilia gli angloamericani decisero di sfruttare le capacità acquisite negli ultimi mesi e incaricarono loro di creare un altro centro d’informazione nel nord Italia che li tenesse informati sugli spostamenti dei nazisti (Missione Balilla). Nell’agosto 1944 i due partigiani vennero paracadutati nel piacentino, più precisamente nella zona intorno a Pecorara dove operava la Divisone “Piacenza” di Giustizia e Libertà, comandata da Fausto Cossu. Nei primi mesi ci fu l’invio di numerosi messaggi dal quartier generale della Sanese e furono organizzati gli aviolanci con l’arrivo dei fusti di metallo paracadutati dal cielo.

 

Alcuni componenti della Divisione “Piacenza”

 

La situazione precipitò quando agli inizi di ottobre Manfredo fu ferito mentre viaggiava su un’auto nel tratto di strada che da Pecorara porta a Pianello. Le circostanze dell’infortunio rimangono ancora poco chiare: non sappiamo se è stato colpito dai nazifascisti o addirittura dai compagni partigiani perché sembra si trovasse su un’automobile tedesca. Il fatto è che Maber venne colpito al braccio sinistro e la ferita purtroppo si rivelò più grave del previsto, peggiorando di giorno in giorno e procurandogli un dolore continuo. Fu quindi trasferito in casa di una cugina di Fanny Zambarbieri, Caterina Politi, e curato dal Dott. Ricci Oddi, un medico partigiano[8].

 

Manfredo insieme al dott. Ricci Oddi

 

Costretto a letto dalla dolorosa ferita riceveva ogni giorno le visite di Fanny e dell’amica Pia Bertani, alle quali chiedeva spesso di cantargli Firenze sogna di Cesare Cesarini. Da Manfredo si recavano sovente anche i comandanti partigiani per parlare di questioni organizzative, in quel caso le due ragazze si allontanavano dall’abitazione. Andavano a visitarlo anche il Dott. Ricci Oddi e un’infermiera, una ragazza di Pianello Val Tidone che pare gli somministrasse anche della morfina quando lui non riusciva più a resistere al dolore. Con il passare dei giorni, però, la ferita non migliorava costringendolo a ricorrere sempre più spesso alle iniezioni di morfina per alleviare il dolore. All’epoca gli antibiotici erano pressoché inesistenti e la ferita era probabilmente infetta[9].

Agli inizi di novembre arrivarono notizie allarmanti riguardo un massiccio concentramento di forze tedesche a Castel San Giovanni. I partigiani della Divisione Piacenza furono costretti a sciogliere le formazioni e fuggire nei vicini boschi, ed anche Maber nella notte tra il 23 e il 24 novembre insieme ad alcun compagni si incamminò per raggiungere il comando situato alla Sanese portandosi dietro il maggior numero di armi. Ma la ferita non era migliorata e Manfredo febbricitante faticava a stare dietro ai propri compagni. Arrivati alla Sanese chiese agli altri partigiani di installare l’antenna della radio su di un alto castagno e riprovò insistentemente a contattare gli Alleati senza riuscire a ricevere nessuna risposta[10].

Probabilmente è in questo momento che Manfredo maturò la decisione di abbandonare definitivamente il gruppo. Tallonati dai nazisti e privi di qualsiasi sostegno, gli uomini della “Piacenza” avevano ormai le ore contate e Maber si sentiva un peso perché la sua presenza rallentava la loro fuga. L’abbandono degli Alleati e il martellamento incessante dell’artiglieria nemica lo convinsero sempre più della scelta meditata in quei giorni, e dopo l’ennesima richiesta di aiuto agli angloamericani caduta nel vuoto, si allontanò con una scusa e si fece esplodere con una granata. Ai compagni non restò che comporne i resti mortali e dargli sepoltura sotto ad un albero, nei pressi della cascina, avvolgendolo nel telo del paracadute con cui era atterrato nel Piacentino appena un paio di mesi prima.

Prima di togliersi la vita Manfredo aveva scritto ai suoi compagni una lettera d’addio:

“Date le mie condizioni di salute, veramente pessime, a seguito della ferita ricevuta tre mesi orsono, sentendomi incapace a proseguire con mezzi propri, anche per la fatica sostenuta durante la giornata di oggi e di ieri, sono costretto a fare quello che sono in procinto di compiere per consentire agli altri componenti la missione di mettersi in salvo e continuare il lavoro. Sono certo infatti che la fatica che li attende sarà tale da non consentire la cura del sottoscritto; e sono certo d’altra parte, dati anche i rapporti di parentela e di stretta amicizia che mi legano con icomponenti la Missione Balilla I e Balilla II, che per nessuna altra ragione al mondo, diversa da quella che io stesso sto per procurare, i detti componenti abbandonerebbero il sottoscritto. Giuro di fronte a Dio che la mia di stanotte non è una fuga e questo desidero sappia mio figlio. Groppo 24 novembre 1944 Manfredo Bertini”[11]

Nonostante si sia distinto nel corso della Guerra di Liberazione e sia stato insignito della medaglia d’oro al valor militare, dopo la sua scomparsa la figura di Manfredo Bertini non è stata ampiamente celebrata.  Il suo ricordo affiora sporadicamente nella toponomastica della provincia di Lucca e Massa, senza però lasciare un segno indelebile o destare l’attenzione dei passanti[12]. Il tributo più significativo lo troviamo a Montecarlo, il paese natale di Manfredo, dove nel 1975 è stata affissa una targa sulla facciata dell’abitazione nella quale era cresciuto[13]. Un ulteriore riferimento alla sua memoria si incontra sul lungomare di Viareggio, dove sorge lo stabilimento Maber, donato nel secondo dopoguerra dal Comune alla vedova, come gesto di riconoscenza per la scomparsa del marito.

 

Targa posta sulla facciata dell’abitazione dove nacque Manfredo

 

Più recentemente il ricordo di Manfredo è riemerso nel 2011, in occasione del Festival del Cinema di Viareggio, nel corso del quale sono stati proposti al pubblico alcuni fotogrammi di Pioggia d’estate, l’inedito film girato nel 1937 da Mario Monicelli, a cui aveva collaborato. Il tutto è stato reso possibile grazie alla ricerca del regista Riccardo Mazzoni, che è riuscito a rinvenire il materiale nell’archivio di Andrea Bertini, il figlio di Manfredo[14].

 

 

[1]      L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”: Resistenza e Alleati, Vangelista, Milano 1987, pp. 32-33.

[2]      https://www.imdb.com/it/name/nm1068683/.

[3]      F. Bergamini, G. Bimbi, Antifascismo e Resistenza in Versilia, A.N.P.I. Versilia, Viareggio 1983, pp. 58-60.

[4]      L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”, cit., pp. 77-78.

[5]      F. Bergamini, G. Bimbi, Antifascismo e Resistenza in Versilia, cit., pp. 81-85.

[6]      Messaggio inviato da Manfredo Bertini al padre, citato in L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”, cit., pp. 82-83.

[7]      F. Bergamini, G. Bimbi, Antifascismo e Resistenza in Versilia, cit., pp. 110-112.

[8]      L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”, cit., p. 137.

[9]      Intervista a Giovanna Fanny Zambarbieri, https://www.youtube.com/watch?v=xR2vujiKFoY.

[10]    L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”, cit., pp.154-157.

[11]    Lettera d’addio di Manfredo Bertini, citata in L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”, cit., p. 163.

[12]    Abbiamo una via dedicata a Manfredo Bertini a Viareggio, Camaiore, Lucca e una piazza a San Salvatore, frazione del comune di Montecarlo.

[13]    L’abitazione dove Maber è cresciuto si trova in via Cerruglio.

[14]    https://www.iltirreno.it/versilia/cronaca/2011/10/11/news/cosi-ho-ritrovato-i-fotogrammi-di-pioggia-d-estate-1.2737038.

 

Articolo pubblicato nel settembre 2025




Beatrice Giglioli, una donna sulla linea del fronte

1. I Giglioli di Pisa
Beatrice Elena Giglioli nasce a Portici (NA) il 5 febbraio 1892 da Italo[1] e Costanza Stocker[2]. I suoi due nomi richiamano due persone della storia della famiglia, uno per quella materna e uno per quella paterna. Grazie al Book IV. 1 dei Family Memorials of the Giglioli-Casella, scritte ad uso della famiglia da Maria Elena Casella (1888-1959), si apprende che Beatrice aveva una zia materna con lo stesso nome, Beatrice Alicia Ramsay Stocker[3], che nell’anno della nascita della nipote si imbarca per gli Stati Uniti per unirsi alle tribù dei Sioux come missionaria presbiteriana. Il secondo nome ricorre con continuità nel succedersi delle generazioni e si riferisce alla nonna paterna, Ellen Hillyer, per la devozione nei suoi confronti da parte di Italo, padre di Beatrice Elena[4].
La famiglia discende da Giuseppe Giglioli (1804-1865), figlio di Domenico (1775-1848) e Maria Luigia Palmerini (?-1862), patriota, membro della Giovine Italia e amico personale di G. Mazzini. Esule in Inghilterra, G. Giglioli aveva sposato Ellen Hillyer (1819-1894) e dalla loro unione erano nati cinque figli: Enrico (1845-1909), Augusto (1846-1901), Alfredo (1847-1897), Italo (1852-1920) e Elena (1858-1941).

Beatrice Giglioli nei primi anni venti. [Archivio Biblioteca Serantini]

Nel 1903 in seguito al trasferimento del padre Italo – già direttore alla Scuola superiore di agricoltura di Portici –, tutta la famiglia si stabilisce a Roma e dove Beatrice inizia gli studi superiori nel liceo ginnasio T. Tasso. Il suo percorso liceale si completerà al liceo classico G. Galilei di Pisa, perché nel 1904 il padre verrà nominato docente di chimica agraria alla locale Scuola superiore di agraria. Iscrittasi alla Facoltà di Lettere dell’Università di Pisa nell’ottobre del 1912, nel novembre 1913 sostiene l’esame al concorso per un posto di alunna aggregata senza sussidio alla Scuola Normale Superiore, classe di lettere e filosofia. La prova scritta di italiano a quell’esame si intitola L’opera di Dante considerata come sussidio alla conoscenza diretta e piena della Commedia. Vince il concorso e successivamente, per il merito dimostrato negli esami sostenuti, viene ammessa come alunna aggregata con sussidio.
Agli inizi della guerra, avendone conseguito il diploma il 6 aprile 1915, presta la propria opera di aiuto-infermiera della Croce Rossa Italiana. Il suo nome è anche nel 1° elenco dei soci del Club Alpino Italiano chiamati alle armi e il suo servizio sui treni ospedali inizia il 10 agosto 1915. Le infermiere volontarie e le aiuto-infermiere della CRI di Pisa svolgono servizio anche presso l’Ospedale militare di riserva, nel Palazzo Arcivescovile, nell’Ospedale succursale Pisa e negli istituti di rieducazione per soldati mutilati. In questo periodo Beatrice intrattiene corrispondenza con ufficiali e sottufficiali al fronte, quasi tutti studenti dell’Università di Pisa. Tra questi c’è Piero Pieri, in seguito tra i maggiori storici italiani della Prima guerra mondiale.
Nel giugno 1917 si laurea in lettere a pieni voti con una tesi su Il problema della decadenza dell’Impero romano negli storici moderni. Il relatore è Vincenzo Costanzi (1863-1929), ordinario di storia antica. Per nomina ministeriale, Beatrice viene incaricata dell’insegnamento di storia, geografia e diritti e doveri per l’anno scolastico 1917-18 nella Scuola tecnica Nicola Pisano di Pisa. Nel maggio 1918, presso l’Università di Pisa, supera l’esame di abilitazione all’insegnamento della lingua inglese per gli istituti d’istruzione media di 2° grado.
Nell’agosto 1918 si trasferisce a Londra, dove, il 26 dello stesso mese, ottiene per esame il posto di traduttrice al War Office (Ministero della guerra), con il compito di tradurre in inglese documenti e opuscoli italiani e francesi concernenti la guerra europea. Poche settimane dopo, il 21 settembre 1918, si dimette dall’incarico in seguito alla nomina ad assistente presso la Facoltà di Italiano dell’Università di Cambridge. Durante la sua permanenza in Inghilterra segue corsi di perfezionamento di filologia e letteratura inglese, tiene conferenze a Londra e a Edimburgo sulla storia e la letteratura italiana. Nel gennaio 1919 e per i due trimestri successivi assume l’incarico di insegnare lingua e letteratura italiana presso la stessa Università di Cambridge, impegno che prosegue fino al luglio successivo, quando è costretta a rientrare in Italia per l’aggravamento delle condizioni di salute del padre.
Nel frattempo, le profonde trasformazioni geo-politiche legate al riassetto seguito alla Prima guerra mondiale, generano tensioni politiche in tutta Europa. Il legame della famiglia Giglioli con la tradizione risorgimentale mazziniana e con il tema dell’autodeterminazione politica delle nazionalità, si manifesta nel sostegno alla spedizione fiumana di D’Annunzio, alle rivendicazioni dell’italianità della Dalmazia e all’indipendenza ceco-slovacca.
Nell’autunno del 1920 Beatrice diviene insegnante supplente di lingua inglese all’Istituto tecnico Antonio Pacinotti di Pisa, dove rimane negli anni scolastici 1920-21 e 1921-22. Vince il concorso generale a cattedre di lingua inglese per gli istituti tecnici e si trasferisce per un anno a Sassari, dove insegna all’Istituto tecnico Alberto Lamarmora. Dall’a.s. 1923-24 e 1924-25 insegna presso l’Istituto tecnico Germano Sommeiller di Torino, nel corso superiore della Sezione commercio e ragioneria. A Torino, nel 1925, per l’editore Paravia traduce dall’inglese la guida pratica di J.E. Russell, Lezioni intorno al terreno. A partire dall’a.s. 1925-26 torna a Pisa, al Liceo ginnasiale G. Galilei dove lei stessa aveva studiato e dove diventerà titolare di lingua e letteratura inglese dall’a.s. 1935-36. Dall’a.a. 1925-1926 è incaricata del lettorato di lingua inglese della Scuola Normale Superiore, incarico riconfermato fino al 1959. Presso la SNS sono conservati i registri delle sue lezioni a partire dall’anno 1932 e tra i testi da lei più utilizzati nei corsi compare Oliver Twist di C. Dickens.
Oltre che sul piano professionale, Beatrice è attiva anche su quello civile: quando il 13 febbraio 1926 viene fondata la Sezione di Pisa del CAI, risulta – insieme ai fratelli Irene e Giorgio, oltre che a Piero Zerboglio – tra i promotori e fondatori[5].
Il 25 febbraio 1933 firma il giuramento di “fedeltà” al Re e al regime fascista. Il verbale del giuramento riporta i nomi dei testimoni, Giovanni Gentile, direttore della SNS, e i docenti Francesco Arnaldi e Giovanni Ricci[6].

Ingresso Villa dei Giglioli, 1938 [Archivio Biblioteca Serantini]

Quella di Beatrice al fascismo non è un’adesione ideologico-politica, è invece un’adesione solo formale, dovuta alla necessità di rimanere come insegnante alla SNS, per poter continuare a provvedere a sé stessa e all’anziana madre. La sua precedente attività di volontaria della CRI nella Prima guerra mondiale e la partecipazione, insieme al padre, alla campagna a favore dell’indipendenza ceco-slovacca nel 1920, sono impegni pubblici di tipo “patriottico” nel segno della tradizione mazziniana, ma negli anni che vanno dal 1922 al 1933 non c’è nessuna sua presa di posizione in senso nazionalista. Del resto, nel libro sulla storia dei Giglioli scritto dalla madre di Beatrice e pubblicato nel 1935, benché l’argomento riguardi la tradizione risorgimentale della famiglia, non vi è traccia di alcun accenno al fascismo e al suo leader, in cui evidentemente l’autrice non riconosceva alcuna continuità con la storia del mazzinianesimo[7].
Dall’anno scolastico 1935-1936, oltre che al Liceo ginnasio G. Galilei, è nominata titolare di lingua e letteratura inglese anche alla scuola media R. Fucini di Pisa. Nel 1935 pubblica per R. Pironti di Napoli la traduzione di Much ado about nothing di W. Shakspeare.

2. Sulla linea del fronte: 31 agosto 1943-1° gennaio 1945
Durante gli anni di guerra con meticolosa puntualità Beatrice Giglioli annota su piccole agendine gli avvenimenti familiari e locali. Con la sorella Irene, Beatrice ha vissuto a Cisanello, sobborgo di Pisa, per gran parte del Novecento. Oltre alle notizie sugli eventi quotidiani, nelle sue agendine registra alcune dinamiche relazionali e sociali, che vengono alla luce, paradossalmente, per effetto dei bombardamenti su Pisa, che iniziano il 31 agosto 1943 e proseguono a lungo. Alla dimensione verticale delle bombe che cadono dall’alto e che producono morte e distruzione, subentra quella orizzontale degli effetti generati dalle esplosioni, a partire dai comportamenti di chi, sopravvissuto, si trova ad agire in una realtà fisica (edifici, ponti, strade) e umana (morti, feriti) drammaticamente colpita e dove la vita, per continuare, deve affrontare difficoltà inedite in una situazione che è mutata profondamente. Nella vita civile niente è più come prima: provvedere alle cure mediche per i malati e ora anche per i feriti, spostarsi da un luogo all’altro della città, a piedi, in bicicletta o con qualche altro mezzo, procurarsi cibo e rifornirsi di provviste, dare e avere notizie sulle persone care o conosciute, poter continuare o meno a svolgere il proprio lavoro, poter contare o meno sul funzionamento delle istituzioni, dei servizi postali, dei trasporti ferroviari e delle infrastrutture in genere, ecc. Le bombe, inoltre, producono anche un elevato numero di sfollati, le cui sorti sono esposte a grave rischio, costretti come sono a cercare ospitalità, un alloggio o almeno un riparo.

Bombardamento di Pisa, dicembre 1943 [The U.S. National Archives and Record Administration (NARA)]

Pochi giorni dopo il primo bombardamento, inoltre, in seguito all’armistizio con gli Alleati annunciato l’8 settembre, si determina un ulteriore cambiamento, che ha ripercussioni notevoli sulla società civile e rende ancora più precaria la situazione di Pisa e che peggiora con l’arrivo delle truppe d’occupazione naziste, alle quali gli uomini della RSI, sorta nel frattempo, sono del tutto subalterni.
Di tutto ciò si trova ampia traccia nei diari di Beatrice[8]. Quella che si raccoglieva nella villa di Cisanello prima dei bombardamenti era una fitta rete di rapporti fatta di legami parentali, amicali, professionali e culturali, sostenuta da una rete altrettanto fitta di vicini di casa, affittuari, conoscenti e persone provenienti per lo più dal territorio circostante per le collaborazioni domestiche (cucina, pulizie e lavori di casa) e per la fornitura di servizi (materie prime, cibo, servizi di manutenzione della casa, ecc.). A questi va aggiunta la cura dei numerosi animali (cani, gatti, galline, conigli, capre, api), e il conforto rappresentato dal giardino, con l’attenzione esperta ai fiori, alle verdure e alle piante da frutto, esito evidente delle competenze di Italo Giglioli trasmesse alle figlie. Dopo il bombardamento di Pisa, le sorelle Giglioli vogliono subito vederne gli effetti per valutarne la portata e si attivano per far fronte a tutto, a partire dal fatto che accorrono subito presso le macerie della casa degli amici Zerboglio, colpita in pieno da una bomba sul Lungarno Regio (odierno Lungarno Pacinotti), per mettere in salvo la maggior quantità possibile dell’archivio e dei numerosissimi libri che vi erano raccolti. La rete dei rapporti d’amicizia è un bene prezioso, che va tenuta attiva nei momenti difficili, come si vede quando il 23 settembre 1943, dopo aver saputo che l’amico Aldo Visalberghi (1919-2007) era stato ferito nella difesa di Roma, Beatrice Giglioli si affretta a informarne gli amici comuni della famiglia Barletta. La rete di solidarietà si manifesta accogliendo in casa sfollati, curando gli esseri umani e gli animali, continuando ad avere la stessa attenzione di prima anche per il giardino e ospitando amici e parenti a pranzo, a cena, per la notte o anche solo per il tè, cercando, procurando e distribuendo risorse alimentari e facendo di necessità virtù con quelle disponibili. Le sorelle Giglioli intendono in ogni momento ricostituire una comunità di fraternità e integrazione civile, il che rappresenta, per i loro interlocutori, una risorsa preziosa su cui contare. Fra gli amici ospitati più frequentemente a casa Giglioli ci sono persone di differente appartenenza religiosa, come anglicani e valdesi (il pastore Attilio Arias o l’insegnante e collega Laura Revel), o ebrei (alcuni esponenti della famiglia De Cori, Giulia Letizia Aghib, l’insegnante e collega Maria Sacerdotti), nonostante fossero in vigore le leggi razziali fasciste emanate nel 1938 e la persecuzione anti-ebraica si fosse inasprita dopo la nascita della RSI. È la storia stessa della famiglia Giglioli, con il suo ramo protestante inglese degli Hillyer e degli Stocker, a fornire esempio vissuto di costruzione comunitaria. Le Giglioli, del resto, non si fanno intimidire nemmeno dall’arrivo delle truppe tedesche nella loro casa, una prima volta ad aprile 1944 e poi altre due volte tra luglio e agosto.
Gli interlocutori delle sorelle Giglioli sono soprattutto insegnanti, colleghi di Irene e di Beatrice, la quale, insegnando sia nelle scuole secondarie che alla SNS, si trova a contatto con molti dei più noti intellettuali e scienziati attivi a Pisa (G. Gentile, L. Tonelli, L. Russo, S. Timpanaro sr. ecc.). Tra questi ci sono anche alcuni medici molto noti in città, come Francesco Niosi o Silvio Luschi, che prestano cure alle sorelle, amici e vicini. Nelle pagine di Beatrice si coglie bene anche il pesante impatto della guerra sulla vita della scuola. Il lavoro di Beatrice presso la SNS l’ha portata a essere insegnante di molti studenti poi noti nell’ambito delle professioni e che, come nel caso di Visalberghi, sono diventati anche amici. Alla costruzione di questa parte dei rapporti delle sorelle Giglioli con il mondo universitario ha anche contribuito la precedente attività di docente a Pisa del padre Italo, la cui amicizia con Adolfo Zerboglio, per esempio, ha portato all’amicizia fraterna tra le figlie di Giglioli e il figlio di Zerboglio, Piero, importante figura dell’antifascismo azionista toscano, il cui nome ricorre molto frequentemente nelle pagine del Diario. In effetti, dal Diario traspare la posizione antifascista delle Giglioli, tanto che la loro casa, oltre che un riferimento sicuro per Zerboglio, lo è anche per un altro esponente azionista, Carlo Ricci, frequente ospite a Cisanello, così come accadeva anche per altri antifascisti.

Arrivo soldati a Pisa settembre 1944 [The U.S. National Archives and Record Administration (NARA)]

Non sono solo le numerose presenze di persone e cose a caratterizzare il Diario, ma anche alcune assenze. Può sembrare strano che in quelle pagine, così attente ad annotare tutto ciò che va dalla minuta vita quotidiana ai grandi avvenimenti politici e militari, manchino due fatti di grande rilievo. In effetti, non c’è alcuna citazione dell’uccisione di Giovanni Gentile, avvenuta a Firenze il 15 aprile 1944, e nemmeno dell’eccidio per mano nazista avvenuto a Pisa il 1° agosto 1944 in casa di Giuseppe Pardo Roques, presidente della comunità ebraica pisana, che era stato amico di Italo Giglioli. È probabilmente la gravità dei due fatti a indurre in Beatrice un’evidente auto-censura a scopo precauzionale. È nella corrispondenza con la sorella Lilia, svolta attraverso scambi realizzati fuori dal circuito postale grazie a mani amiche, che i due fatti vengono citati e commentati.

Negli anni della guerra Beatrice Giglioli continua a lavorare come insegnante al Liceo G. Galilei e come lettrice alla SNS, dove la conferma del suo incarico giunge anche per l’a.a. 1943-44 da parte del nuovo direttore, Leonida Tonelli, rinnovato anche da Luigi Russo[9]. Dall’anno accademico 1942-1943 fino al 1948-1949 è docente incaricata di lingua e letteratura inglese all’Università di Pisa. A causa delle vicende belliche nell’a.a. 1943-44 inizia le lezioni il 1° febbraio 1944 e può tenere solo lezioni saltuarie fino ad aprile.
Dopo la fase dell’occupazione tedesca della città e i mesi di guerra dell’estate del 1944, riprenderà l’insegnamento alla SNS il 25 gennaio 1945. Uno dei suoi interlocutori è il meridionalista Giuseppe Isnardi (1886-1965), collaboratore dell’Animi, che dal 1928 al 1934 insegna al Liceo classico Carducci-Ricasoli di Grosseto e dal 1934 al 1951 a Pisa, dove insegna lettere al ginnasio G. Galilei, collega di Beatrice, insieme a G. Raniolo e a Ildebrando Imberciadori, che insegna lettere al triennio liceale.
Sull’esempio della madre, Beatrice si dedica alla cura dell’archivio di famiglia con l’aiuto della sorella Irene e della cugina Maria Elena Casella. Il ruolo di Beatrice nel conservare l’archivio di famiglia è ricordato proprio dalla Casella in alcuni passi delle sue Family Memorials: «The passage was marked by Italo Giglioli in the book found for me by Beatrice Giglioli at Cisanello, in September 1958» (p. 80); «I once found by chance, in Beatrice’s study, a notebook with some notes jotted down by Italo Giglioli» (p. 150).
Beatrice muore a Pisa il 7 febbraio 1988. Le ceneri per sua volontà sono state collocate nel cimitero di Pisa accanto a quelle delle sorelle Irene e Lilia. L’archivio è lasciato ad Antonio Ricci, che lo ha donato alla Biblioteca F. Serantini.

Note

  1. Italo nasce a Genova il 1° maggio 1852 da Giuseppe e Ellen Hillyer. Si laurea in agraria al Royal Agricultural College di Cirencester, contea di Gloucestershire. Muore a Pisa il 1° ottobre 1920.
  2. Costanza nasce a Roma il 2 ottobre 1856 dal reverendo anglicano Edward Seymour Stocker (1828-1900) e da Jean Hamilton Dunbar (1829-1862). Nel 1885 incontra Italo Giglioli e sarà suo padre Edward, il 26 agosto 1886, a celebrare il loro matrimonio a Londra. Oltre alla cura dei figli, Costanza coltiva le sue passioni e, grazie alla vicinanza del marito e alla conoscenza della storia della famiglia Giglioli, si interessa alle vicende del Risorgimento italiano, in particolare alle avanguardie democratiche e giacobine attive a Napoli tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento. Da questi studi nasce il volume dedicato alla rivoluzione napoletana del 1799, pubblicato in Inghilterra nel 1903.
  3. Nata a Roma il 13 marzo 1858, Beatrice A.R. Stocker muore il 23 febbraio 1935 a Sonoma, in California, dov’è sepolta. Tracce molto interessanti della sua esperienza di missionaria si ritrovano in alcune lettere da lei inviate alla sorella Constance Giglioli Stocker, cfr. A Doorkeeper in the House of God: The Letters of Beatrice A. R. Stocker, Missionary to the Sioux, 1892-1893, a cura di A.M. Baker, «South Dakota History», vol. 22, n. 1, 24 marzo 1992, pp. 38-63.
  4. L’ultima figlia di Ellen Hillyer è stata chiamata Elena, così come quest’ultima ha voluto chiamare Maria Elena la sua unica figlia. Beatrice Elena non ha fatto a tempo a conoscere la nonna Ellen, morta nel 1894 in Abruzzo, a Chieti, dove risiedeva presso la famiglia del genero Raffaello Casella, marito di Elena Giglioli.
  5. «Notiziario» CAI – Sezione di Pisa, a. xxxvii, n. 1, 2017.
  6. SNS, Centro archivistico, fasc. Giglioli Beatrice. Dal fascicolo risulta che Beatrice Giglioli è iscritta al Pnf dal 31 luglio 1933, tessera n. 671151, e all’Afs (Associazione fascista della Scuola) dal 1934, tessera n. 022270.
  7. C. Giglioli Stocker, Una famiglia di patrioti emiliani. I Giglioli di Brescello, con appendice di 26 lettere inedite di patrioti del tempo, Milano [etc.], Società editrice Dante Alighieri, 1935.
  8. B. Giglioli, Diario 21 agosto 1943 – 1° gennaio 1945. Ricordi dell’estate 1944 di Antonio Ricci, a cura di F. Bertolucci, B. Cattaneo e G. Mangini, Ghezzano (PI), BFS edizioni, 2025.
  9. SNS, Centro archivistico, fasc. Giglioli Beatrice. L’incarico alla sns termina nell’a. a. 1959-60.



La solitaria impresa di Mario Bonacchi

La figura del comandante è spesso decisiva per la vita di una formazione partigiana. Un capo autorevole e carismatico che unisce all’abilità di condurre la guerriglia anche qualità di natura etica come il coraggio e lo spirito di sacrificio può fare la differenza. Un uomo con queste caratteristiche è sicuramente il primo comandante delle squadre armate lucchesi, Roberto Bartolozzi, che però, alla fine di giugno 1944, viene ucciso dai fascisti in un agguato. Proprio la consapevolezza dell’importanza per un capo di dare l’esempio ai suoi uomini, così come per mesi ha fatto Bartolozzi, spingerà il suo successore a essere protagonista di un’iniziativa tra le più audaci nella storia della Resistenza armata a Lucca.

Castelnuovo di Garfagnana, domenica 20 agosto 1944.

Silla Turri, da alcuni giorni a capo del locale distaccamento della XXXVI Brigata nera “B. Mussolini” e commissario prefettizio del Comune, si trova nella sala consiliare della Rocca ariostesca. Non sa che nel corso della notte alcuni partigiani della Brigata garfagnina della Divisione Garibaldi Lunense hanno piazzato una bomba a orologeria sotto la pedana del tavolo riservato al podestà. Tuttavia, Turri non è seduto al suo posto. Così, quando l’ordigno esplode, a rimanere ucciso è il sergente della Brigata nera Giovanni Battaglini. Turri rimane ferito e con lui altre due Camicie nere, Giulio Tamburi e Antonio Broglio detto “Zacchia”, oltre all’impiegato comunale Francesco Simonetti.

Vengono subito arrestate e tradotte al carcere di San Giorgio a Lucca diverse persone, tra cui un manovale quarantunenne appartenente al III Battaglione della Brigata garfagnina della Lunense, Giorgio Giorgi, e un’impiegata del Comune, Luciana Bertolini, accusata di aver dato le chiavi della sala ai partigiani. Il giorno successivo ai due si aggiunge anche Gina Gualtierotti: è fidanzata con Michele Bertagni, fratello di Giovanni Battista comandante proprio del III Battaglione. È in realtà quest’ultimo il vero obiettivo dei fascisti: ventitré anni, di Pieve Fosciana, ha combattuto sul fronte balcanico e dopo l’armistizio è rientrato in Garfagnana. A metà giugno 1944 si aggrega a una neonata formazione armata che si è costituita a Careggine e che sarà l’embrione della futura Garibaldi Lunense. In meno di due mesi, egli trova il modo di portare a termine diverse azioni di sabotaggio e, per la fantasia e il clamore che esse suscitano, il gruppo da lui comandato diventa ben presto noto anche tra la popolazione civile come “Battaglione Casino”. Così, quando c’è da trovare un responsabile dell’attentato a Turri, le indagini puntano subito nella direzione di Giovanni Battista Bertagni.

Lucca, mercoledì 23 agosto 1944

Il CLN di Castelnuovo informa degli arresti Pietro Mori, del Comitato Militare del CLN comunale di Lucca e questi coinvolge il Plotone Questura: già da alcuni mesi si è formato, in seno alla Questura di Lucca, un gruppo di effettivi e ausiliari che partecipa alla lotta partigiana cittadina come una sorta di quinta colonna, soprattutto controllando l’attività delle truppe tedesche e delle autorità repubblicane e informandone il CLN. Ne è a capo il tenente Luigi Giusti che, peraltro, proprio quel giorno sta sostituendo il questore Carlo Alberto Gusmitta: grazie a questa circostanza viene a sapere che Bertolini, Giorgi e Gualtierotti sono in procinto di essere fucilati. Capisce che non c’è tempo da perdere: qualcuno deve agire prima che qualcuno dei tre catturati parli o che la sentenza di morte sia eseguita.

Il Plotone Questura è inquadrato nella formazione partigiana comandata, da un mese e mezzo, da Mario Bonacchi. Ventisette anni, reduce dalla campagna di Russia, dai primi mesi del 1944 guida il gruppo del quartiere di Sant’Anna. Dopo l’uccisione di Roberto Bartolozzi, il CLN lucchese ha affidato a lui la riorganizzazione e il comando dei partigiani lucchesi. Pertanto, Giusti si rivolge a Bonacchi per organizzare in poche ore una spedizione che liberi le persone catturate e a rischio uccisione. Il piano è tanto semplice quanto rischioso e si basa su un finto ordine di scarcerazione a scopo di interrogatorio con tanto di timbro della Brigata nera e firma falsa del tenente Carlo Dinelli. Ci vuole però qualcuno che entri in carcere travestito da milite della Brigata: sarà Bonacchi stesso.

Lucca, giovedì 24 agosto 1944, ore 18

Il capo partigiano, procuratosi una divisa da brigatista, la camuffa sotto una giacca blu, nasconde il mitra e l’elmetto in una borsa di paglia e si avvia in bicicletta verso San Giorgio. Una volta arrivato vicino al carcere, incontra Anna Maria Nardi: le lascia la borsa e la giacca blu e la trasformazione in milite fascista è completata; un’altra partigiana, Wilma Franceschini, è appostata in via San Giorgio, mentre Enzo e Guglielmo Bini (padre e figlio) sono davanti al carcere per segnalare eventuali pericoli.

Bonacchi entra dunque con il suo mitra in carcere e presenta il documento di scarcerazione: il secondino, dopo avergli ordinato di deporre l’arma, lo accompagna nell’ufficio competente. Bonacchi esegue, ma il timore di trovarsi disarmato di fronte a qualche vero milite della Brigata nera è forte. È fortunato: prima che qualcuno si accorga dell’inganno, i tre detenuti vengono portati da lui. Il quartetto si può dirigere ora verso l’esterno, con il capo partigiano che ancora non può svelare la sua vera identtià e sempre con il timore di venire scoperto. Ancora una volta tutto va bene e gli viene restituito il mitra. Una volta fuori dal carcere, Bonacchi svela chi è veramente  raccomandando ai tre liberati di far finta di niente: Bertolini e Gualtierotti vengono affidate a Wilma Franceschini, che le nasconde nel convento di Santa Zita in piazza Sant’Agostino (e lì rimarranno fino all’arrivo degli Alleati), a poche centinaia di metri da San Giorgio, mentre Giorgi fugge con i Bini: il giorno successivo ripartirà per la Garfagnana.

Lucca, venerdì 25 agosto

Dinelli si presenta al carcere e chiede dei prigionieri. Saputo che sono stati liberati dietro presentazione di un documento recante la sua firma, vengono passati in rivista tutti i militi della Brigata nera, quelli veri. Nessuno di loro è quello visto dai secondini del carcere. I sospetti si dirigono su uomini della Questura, perché solo lì possono avere carta intestata e timbri, e tutti sono sottoposti a una prova calligrafica, per capire chi può essere stato a falsificare la firma. Il principale indiziato è Giusti, ma il perito grafologo non avvalora tale ricostruzione.

Lucca, domenica 27 agosto, mattina

Idreno Utimpergher, comandante della XXXVI Brigata nera, è furioso per lo smacco subìto e, nonostante non siano state raccolte prove, ordina l’arresto e la consegna ai tedeschi di Ferdinando Lucchesi, professore di disegno caposquadra del plotone Questura, dello stesso Giusti e di tutti gli ausiliari di polizia. Alcuni di loro verranno deportati in Nord Italia e torneranno a Lucca soltanto a guerra finita, mentre Giusti e altri riescono a sfuggire alla cattura.

 

Il motivo per cui è Bonacchi stesso a eseguire la liberazione in prima persona verrà da lui spiegato in un articolo pubblicato un anno dopo sul quotidiano La Nazione:

Gli Alleati si avvicinavano a Lucca; il giorno dell’insurrezione era prossimo. I componenti le squadre di città dovevano avere la prova definitiva che [il comandante, NdA] non sarebbe rimasto in preda a timori o esitazioni.

Articolo pubblicato nel febbraio 2024.




Antifascista per sé: Cristina Lenzini (1903-1944)

“In seguito ad un accanito rastrellamento operato da ingenti forze tedesche contro la formazione, l’Ardemanni che proteggeva con la mitragliatrice il ripiegamento dei suoi compagni, veniva colpita gravemente da un colpo di mortaio nemico per cui decedeva all’istante.”[1] Con queste parole la Commissione regionale per il riconoscimento partigiano attribuisce a Cristina Lenzini in Ardimanni la qualifica di partigiana combattente caduta[2].

L’8 agosto 1944 sul monte Gabberi le compagnie III e IV della X bis brigata Garibaldi “Gino Lombardi”, guidate da Bandelloni, Palma e dal Porto, sono impegnate contro nazisti e fascisti per la seconda volta nel giro di pochi giorni dopo gli scontri sul monte Ornato, con pochi mezzi e isolate rispetto al resto della Brigata che ha deciso di ripiegare sul Lucese[3].
Lo scontro s’inserisce pienamente nel contesto dell’estate 1944 in cui alla guerra civile (patriottica e di classe) s’intreccia la cosiddetta “guerra ai civili”: la linea Gotica – che rappresenta uno spazio di demarcazione tra due eserciti regolari stranieri, due modelli di occupazione, e due schieramenti opposti di italiani, e un territorio che le comunità vedono mutare profondamento grazie alla guerra -, diventa per i nazisti uno spazio da “bonificare” integralmente, in cui è necessaria una “omogeneizzazione” per il dominio e lo sfruttamento, le cui retrovie devono essere epurate dal pericolo dei banditen, e in cui anche le popolazioni locali vengono ritenute responsabili, assimilate ai partigiani, e quindi soggette alla punizione .
Ma, tornando alla Lenzini, quello in cui perde la vita combattendo è soltanto uno dei tanti momenti in cui la donna lotta contro il fascismo. Purtroppo alla fase attuale della ricerca la sua biografia è ripercorribile a singhiozzi, il periodo antifascista precedente al 1944 è possibile intuirlo tra le pieghe delle fonti di polizia relative agli uomini a cui era legata. Infatti Cristina Lenzini in Ardimanni nata a Pisa nel 1903 da Angelo (Angiolo), bracciante, e Bartolai Rosa, casalinga, è sostanzialmente la moglie di Alfredo Ardimanni nel fascicolo del Casellario Politico Centrale, schedato come comunista (ma vicino anche agli ambienti anarchici); è con lui che condivide le idee antifasciste e con cui nel 1924, insieme al figlio Alberto, sceglie come molti la strada del fuoriuscitismo in Francia, dopo che sarebbero stati proprio due suoi fratelli squadristi a consigliarle, secondo quanto ricostruito dall’Anpi Versilia, di espatriare per evitare le persecuzioni fasciste.
A quanto si apprende dall’interrogatorio di Alfredo, arrestato a Ventimiglia nel 1943, sappiamo qualcosa sulla loro vita in Francia: dalla possibile attività di Alfredo come intercettatore di volontari per la guerra civile in Spagna (negata nelle dichiarazioni ufficiali), al suo internamento allo scoppio della guerra nel campo di S. Cyprien al confine tra Francia e Spagna, dall’andamento altalenante della loro relazione, cui l’Ardimanni attribuisce responsabilità alla condotta morale della moglie Cristina, alla sua messa a disposizione volontaria insieme al figlio per lavorare al servizio dei tedeschi e poi delle truppe di occupazione italiane a Tolone. Non abbiamo fonti a sufficienza che possano smentire o confermare ciò che Alfredo afferma durante l’interrogatorio, non possiamo garantire che sia frutto di una dissimulazione per un estremo tentativo di salvataggio o se si tratti di opportunismo politico.
Nel frattempo ritroviamo Cristina, che per i funzionari di pubblica sicurezza “[è] immune da pregiudizi penali e politici, risulta di buona condotta in genere”, nel 1932 fra la documentazione relativa a Bucchioni Azelio, schedato come pericoloso comunista nel Cpc[4]; originario di Pisa, dove “abitava in prossimità delle abitazioni di Di Paco Ferdinando detto Umberto, del quale ha assunto le generalità, e del comunista Ardimanni Alfredo di Abele col quale era in intimi rapporti di amicizia. Il Bucchioni conviverebbe presentemente con certa Lenzini Cristina, moglie del comunista Ardimanni Alfredo col quale egli avrebbe perciò troncato ogni rapporto di amicizia”.
È, quindi, una storia personale che possiamo percepire solo fra gli interstizi della documentazione, ma guardare in controluce ci permette di osservare possibili vuoti da colmare e di provare a formulare ipotesi di ricerca. Cristina Lenzini è pensata talmente all’ombra delle figure maschili che non ha un fascicolo di riferimento, sintomo che i funzionari di P.S. non pensavano potesse svolgere attività politica, o quantomeno non che potesse farlo in autonomia per propria identità e coscienza, a fianco, insieme e in condivisione delle idee con gli uomini sopra citati: è sorvegliata perché è la moglie di Ardimanni, la convivente o amante di Bucchioni. Esattamente come altre donne antifasciste la Lenzini viene osservata col filtro di uomini che di fatto non concepiscono che le donne possano uscire dalla sfera privata cui dovrebbero essere relegate per svolgere attività politica in autonomia[5]. Non abbiamo fonti al momento che possano colmare i buchi, non siamo a conoscenza, ad esempio, se la donna sia attiva durante la guerra civile in Spagna o quale sia il suo percorso dagli anni Trenta ai Quaranta, ma sappiamo che nel 1942 torna a sua volta in Italia e che entro il 1944 ha maturato con determinazione la scelta resistente.
L’attività partigiana è perciò soltanto l’ultimo atto di un’antifascista di lungo corso, in cui la scelta di resistere imbracciando le armi è probabilmente una decisione vissuta come una necessità di fronte alle violenze del nemico[6]. Una scelta presa per sé, in autonomia, con convinzione e doppiamente in libertà perché, come pure per tutte le donne protagoniste delle varie forme di resistenza, svincolata dagli obblighi imposti agli uomini dai bandi di arruolamento della Rsi: la guerra civile, seppur fase di crisi, permette che si aprano spazi pubblici, politici e militari, che le donne possono occupare, sconfinando dalla sfera privata e al di fuori dal tracciato tradizionale per assumersi la responsabilità delle proprie azioni e trovare una diversa collocazione sociale[7]. Cristina Lenzini, come altre nella sua condizione, decide di resistere rompendo l’ordine naturale delle cose per il quale tradizionalmente la militarizzazione femminile è vista come un fenomeno eccezionale e di disturbo, poiché infrange la statica divisione dei ruoli per cui le armi sono attributi prettamente maschili, mentre alle donne è demandato l’onere riproduttivo. Quest’ultime, concepite “per natura” come più pacifiche rispetto agli uomini, nel momento in cui imbracciano le armi vengono viste come anomalie, dal comportamento sessuale in qualche modo irregolare, “sessualmente libere e disponibili, oppure dalla sessualità «sospesa>» o proibita come le vedove o le vergini”[8]. Ed effettivamente dalle testimonianze raccolte dall’Anpi Versilia e dal linguaggio utilizzato nella documentazione partigiana emerge che la figura della Lenzini è vista o come una eroina spersonalizzata, una combattente pronta all’estremo sacrificio con la mitragliatrice in mano per permettere la ritirata dei compagni, o una donna sola, al pari di una vedova, ricordata dal partigiano Moreno Costa come “una donna decisa, pareva come una mamma con i suoi quarant’anni, a noi che eravamo quasi tutti molto giovani”. Eppure, nonostante questa correlazione con il tradizionale ruolo di madre, ciò non sovrasta o riduce il suo operato, e Cristina è riconosciuta sia formalmente sia informalmente come una combattente dal contributo fondamentale[9]. A lei, che per tutta la vita è stata osservata e giudicata dalla pubblica sicurezza fascista perché antifascisti erano gli uomini con cui aveva relazioni affettive, le viene finalmente riconosciuto, in una singolare forma di giustizia postuma, il merito della scelta e la determinazione nell’averla portata avanti.
Ricostruire biografie fuor di retorica, tentando comunque di restituire un percorso individuale di partecipazione attiva all’antifascismo e alla Resistenza, ci permette oggi di avviare ricerche e approfondimenti che possano riportare alla luce storie personali per provare sia a ridare dignità a chi come singolo ha lottato contro i fascismi, sia ad aggiungere un tassello nella complessiva storia dei fenomeni di antifascismo e Resistenza.

Note:

1. AISRECLU, Ricompart, b. 237, L. Bandelloni, fasc. Ardemanni Cristina.
2. F. Bergamini, G. Bimbi, «Per chi non crede». Antifascismo e Resistenza in Versilia, a cura dell’ANPI Versilia, 1983.
3. Sono i luoghi lungo il versante occidentale della linea Gotica in cui la ritirata aggressiva di nazisti e fascisti è caratterizzata dalle stragi e da episodi di violenza che risulterebbero essere 49 soltanto in Versilia e nelle aree collinari e montane, tra cui citiamo la strage di tipo eliminazionista di Sant’Anna di Stazzema. Cfr. G. Fulvetti, P. Pezzino (a cura di), Zone di guerra, geografie di sangue. L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia (1943-1945), Bologna, Il Mulino, 2016; Cfr. M. Battini, P. Pezzino, Guerra ai civili. Occupazione e politica del massacro. Toscana 1944, Venezia, Marsilio, 1997; Cfr. P. Pezzino, Sant’anna di Stazzema. Storia di una strage, Bologna, Il Mulino, 2013; Cfr. Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 2006; Cfr. L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia 1943 – 1945, Torino, Bollati Boringhieri, 1993.
4. ACS, Cpc, b. 877, fasc. Bucchioni Azelio; http://www.antifascistispagna.it/?page_id=758&ricerca=852 [ultima consultazione: 31/03/2023]. Bucchioni Azelio emigra in Francia, in Belgio e poi in Corsica, immerso in una discreta rete di antifascisti comunisti, fa attività di propaganda e nel 1936 durante la guerra civile in Spagna partecipa come combattente nella Sezione italiana. Nel 1941 è in Francia nuovamente dove pare svolgere “attività politica di orientamento anarchico” e poi arrestato in Belgio nel 1943, da cui viene deportato dalle autorità tedesche prima nel campo di concentramento di detenzione temporanea e di transito di Herzogenbusch in Olanda e successivamente a Neuengamme (Amburgo), dove muore il 18 febbraio 1945. Su Bucchioni Azelio si v. anche la voce nel Dizionario biografico degli anarchici italiani online: https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/13256-bucchioni-azelio?i=0 [ultima consultazione: 31/03/2023]
5. M. Guerrini, Donne contro. Ribelli, sovversive, antifasciste nel Casellario Politico Centrale, Milano, Zero in condotta, 2013; G. De Luna, Donne in oggetto. L’antifascismo nella società italiana 1922-1939, Torino, Bollati Boringhieri, 1995.
6. Cfr. L. Martin, «Come ti ho fatto ti disfo». Intorno a donne e violenza agita nella Resistenza, «Zapruder», n. 32, 2013,
7. Cfr. D. Gagliani, E. Guerra, L. Mariani, F. Tarozzi (a cura di), Donne, guerra, politica. Esperienze e memorie della Resistenza, Clueb, Bologna 2000; R. Fossati, Donne guerra e Resistenza tra scelta politica e vita quotidiana, «Italia contemporanea», n. 199, 1995.
8. P. Di Cori, Partigiane, repubblichine, terroriste. Le donne armate come problema storiografico in (a cura di) G. Ranzato, Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea, Torino, Bollati Boringhieri, 1994; Ead., Donne armate e donne inermi. Questioni di identità sessuale e di rapporto tra le generazioni in Laura Derossi (a cura di), 1945. Il voto alle donne, Milano, F. Angeli, 1998.
9. A. Bravo, Resistenza armata, resistenza civile in ivi.




Contro discriminazioni e sfruttamento. Le scelte di Alessandro Sinigaglia

Alessandro Sinigaglia nasce in una villa nel comune di Fiesole il 2 gennaio 1902, la madre Cynthia White è una “negra” come si diceva allora, americana, protestante, cameriera della famiglia Smith, trasferitasi pochi anni prima dagli USA, il padre, David Sinigaglia, di famiglia ebrea, meccanico, assunto presso la villa, di nove anni più giovane della moglie. Il fatto che il bimbo nasca solo sei mesi dopo le nozze alimenta le malelingue,  si diffondono anche voci che sia figlio di figure ben più illustri di quella casa. Alessandro è quindi figlio di minoranze più o meno accettate, ma che avevano conosciuto segregazioni e che anche in quel momento sperimentavano diffidenze e disprezzo. I pregiudizi sulle donne nere ammaliatrici e selvagge certo concorrono ad alimentare le false voci sulla sua nascita. I primi anni trascorrono sereni alla Villa, figlio dei domestici formato alla cultura americana dalla madre. Ma dal 1908 con l’ingresso a scuola iniziano i problemi, ad inizio Novecento non facile essere accettato per chi è diverso. Lui poi è la sintesi perfetta dei pregiudizi: figlio di madre nera e padre ebreo.

Segue gli sconvolgimenti del suo tempo fra il primo conflitto mondiale, la rivoluzione russa, un senso di crescente insofferenza per la condizione di serva della madre che peraltro muore nel 1920. Nel contesto del primo dopoguerra Alessandro è attratto dagli Arditi del popolo, anche se presto deluso dal rapido esaurirsi. Nel ’21 a seguito della volontà del padre di sposarsi in seconde nozze con un’ebrea e a fronte delle idee politiche del ragazzo, sono fatti allontanare dalla Villa. Vanno ad abitare in via Ghibellina n. 28 nel quartiere di Santa Croce, reso celebre da Pratolini nei suoi romanzi, ma il ragazzo vive male le scelte paterne.

Ad inizio ’22 è richiamato alla leva, marina, sommergibilista, è testimone della ferocia del bombardamento di Corfù nella crisi italo-greca del ’23 e ne è disgustato e anche per questo vuole lasciare e ci riesce dopo 21 mesi, congedo anticipato quale figlio unico di padre vedovo. Quando torna trova un’altra Firenze. Lavora come meccanico in vari stabilimenti. Dopo il congedo effettivo nel ’24 si avvicina al partito comunista non per scelta familiare, ma sente che la madre ne avrebbe capito l’ansia di libertà. Il suo primo impegno ufficiale sono le elezioni del ’24, quelle della legge Acerbo, ma tutto presto precipita fra l’omicidio Matteotti e la seconda ondata dello squadrismo in città a fronte di una sinistra e di un partito comunista peraltro segnati da divisioni interne e tattiche. Dopo l’instaurazione piena della Dittatura con le leggi fascistissime, sa di essere schedato anche se ancora non è diffidato né ammonito. La repressione sempre più capillare, l’assenza di informazioni con i fuoriusciti e il centro estero, il consolidarsi del regime rendono sempre più difficile la vita di chi si oppone integralmente al fascismo. Nel febbraio del ’28 la repressione distrugge la rete comunista fiorentina, Alessandro riesce a fuggire sfuggendo all’ondata di arresti, ma ormai è segnato. Alessandro lascia l’Italia, emigrando in Francia, anche per non mettere in pericolo le persone che lo hanno precedentemente aiutato. Per volontà del Partito, viene poi inviato in URSS, dove, come tutti si affida all’organizzazione del Soccorso rosso internazionale, scoprendo la presenza di centinaia di italiani a Mosca. Assume l’identità clandestina di Luigi Gallone. Non mancano i pericoli, essendo presenti anche i fascisti, essendo stati ristabiliti i rapporti diplomatici fra i due paesi ed essendo quindi presente l’Ambasciata con tutte le sue strutture, compreso i reticolo dei fiduciari ben inseriti nei circoli degli immigrati politici. Lo tengono sotto controllo anche i comunisti per valutarne affidabilità, disciplina e ortodossia, a partire dalla temuta polizia segreta sovietica. Il desiderio di dare notizie di sé al padre lo tradisce. La censura fascista intercetta una lettera e accresce la sorveglianza sia sui contatti italiani sia su di lui Mosca. Intanto segue il corso di propaganda e si innamora, ricambiato, di una giovane russa, Nina di origini asiatiche, che lavora al Soccorso rosso e che gli insegna la lingua; è portato allo studio delle lingue, conosce già francese e inglese, nel 1930 diventa padre di una bambina, Margherita, un periodo sereno mentre nelle informative della polizia fascista è indelicato sempre più come soggetto pericoloso. Nei primi anni Trenta è “emissario” cioè inviato del partito in altri paesi, ma viene tradito da Luigi Tolentino ex funzionario dell’Internazionale comunista che denuncia centinaia di compagni in cambio di un rientro protetto in Italia. Intanto deve affrontare anche i mesi cupi delle repressioni staliniane fra fine ’34 e inizio ’35 che si abbattono anche su italiani accusati di non essere in linea con lo stalinismo, deve essere sempre più riservato e guardingo. Nella primavera del ’35 lascia la Russia per la Svizzera per l’ennesima missione, salutando Nina e la bambina. Non farà più ritorno in URSS. Viene infatti arrestato il 28 agosto a poche decine di chilometri dal confine italiano, probabilmente su delazione. Il governo elvetico comunque ne decreta l’espulsione ma senza consegnarlo all’Italia e passa quindi in Francia dove riesce a scomparire per i successivi tre anni. Si trasferisce a Parigi sede del Comitato centrale del PCdI in esilio, svolge attività da corriere anche in Italia ma per viaggi sempre molto brevi. Nel ’36, dopo il golpe dei generali, parte per la Spagna, assume il nome di battaglia di Sabino. Ad Albacete incontra i volontari antifascisti fra i quali il livornese Mazzini Chiesa. Conosce l’esperienza della lotta armata in una dimensione bellica nuova rispetto ad ogni altra precedente esperienza condotta in Italia prima o durante la clandestinità. In virtù delle esperienze fatte durante il servizio militare viene arruolato nella Marina repubblicana come tecnico silurista alla base navale di Cartagena, il porto più importante della Spagna, sottotenente di vascello viene imbarcato su un incrociatore, contribuendo alla riorganizzazione dell’arma navale. Immediato lo scontro non solo con i golpisti ma anche con i fascisti italiani che intervengono attaccando le navi con i sommergibili, attuando una guerra di pirateria assolutamente illegale sulla base delle norme del diritto internazionale. Per la conoscenza delle lingue è nominato ufficiale di collegamento fra il comando della marina repubblicana e un gruppo di consulenti sovietici. Costante il rapporto con Longo che informa puntualmente delle condizioni della marina. Viene poi inviato a Barcellona per operare la bonifica degli accessi del porto, ed assiste ai bombardamenti fascisti sulla città. A fronte del crollo della repubblica, come tanti, cerca riparo in Francia. Alessandro finisce nel campo di raccolta di Saint Cyprien nei Pirenei orientali all’interno di una comunità multietnica e multirazziale di spagnoli, italiani, polacchi, rappresentanti di oltre 50 paesi. Viene poi trasferito nel campo di internamento di Gurs, il più grande del sud della Francia: 28 ettari per 18.500 “ospiti” suddivisi in 362 baracche, arriverà ad accogliere 24.500 persone. A seguito dell’invasione nazista della Francia e del rifiuto di arruolarsi nei servizi ausiliari, viene condotto nel campo di Vernet, a 100 km dalla frontiera con i Pirenei, il campo peggiore di tutta la Francia per le condizioni igienico sanitarie, la violenza dei gendarmi e l’ambiente atmosferico. Dopo l’occupazione nazista il campo passa sotto Vichy che nei mesi successivi procede ai rimpatri degli antifascisti, che di fatto sono solo costi inutili. Alessandro torna in Italia in manette.

Viene condannato al confino: a Ventotene dove arriva il 14 giugno 1941. Il confino, come sottolineano molti storici, è l’arma peggiore che il regime usa contro gli oppositori. Al di là dell’allontanamento dalla propria residenza, il confino è sottoposto a vigilanza e regole stringenti e a un sostanziale isolamento anche all’interno della comunità dove è trasferito, ad esempio non può sedere in locali e osterie ma consumare al massimo al banco “in piedi e nel più breve tempo possibile”. I confinati sono circa 850, di questi i politici sono 650 (gli altri alcolizzati, spacciatori, usurai…) fra i quali nomi noti come Terracini, Pertini, Rossi, Secchia, per i quali è previsto un pedinamento costante da parte di un milite. Lo colpisce incontrare anche qui ebrei e persone di colore, fra i primi Spinelli, Colorni, Curiel, fra i secondi l’eritreo Menghistù. Ma lo colpisce anche la storia di una ragazza di 28 anni, Monica Esposito, salernita, mandata al confino perché accusata di essere andata a letto con nero, violando così la legge 882 del 13 maggio in tema di relazioni affettive interraziali. L’attacco naziata all’URSS scuote anche i confinati e riapre dialoghi fra i diversi gruppi politici. Nel novembre del ’41 riceve la notizia della morte del padre. Il Ministero degli Interni prima tarda a concedergli la licenza per il funerale poi quando gliela assegna è troppo tardi e così gliela revoca, essendo venuto meno il motivo. Il passare dei mesi rende sempre peggiori le condizioni di vita fra freddo, penuria di cibo (tanto che viene concesso ai confinati di coltivare la terra), malattie.

Estate ’43 gli Alleati si avvicinano e l’isola è colpita dai combattimenti, viene affondato il battello che consentiva i collegamenti. Sapranno della “caduta” di Mussolini solo il 26 luglio. Tuttavia il nuovo Governo, in perfetta continuità, non muta le direttive di ordine pubblico e mantiene il confino per anarchici e comunisti. Solo le proteste variegate spingono il capo della polizia a rettificare con nuova circolare del 14 agosto.

A fine agosto ’43 Alessandro torna a Firenze. I comunisti sono fra i più organizzati, si ritrovano nella libreria di Giulio Montelatici in via Martelli o a casa di Fosco Frizzi in Santo Spirito, mentre fanno parte del Comitato interpartitico poi riorganizzato in CTLN dopo l’annuncio dell’armistizio. L’esperienza dell’attività clandestina rendono i comunisti consapevoli dei pericoli e pronti ad affrontare l’occupazione nazisti e i pericoli conseguenti. Nella riunione con Secchia del 14 settembre viene affidato ad Alessandro la responsabilità dell’organizzazione militare in città, così come in altre città della regione, come Arezzo dove invia il meccanico Romeo Landini, con cui aveva condiviso la guerra in Spagna, l’internamento in Francia, il confino a Ventotene. La scelta è dovuta alla valutazione delle sue esperienze del suo carisma e grande attivismo. Fascisti e nazisti sono consapevoli della sua pericolosità. Intanto il pci avvia l’organizzazione della propria struttura militare con le brigate Garibaldi in ottobre. Alessandro frequenta varie abitazioni di amici, cercando di sottrarsi al pericolo della cattura da parte di fascisti e nazisti, fra questi il direttore d’orchestra russo, ma con passaporto svizzero, Igor Markevitch. Contro lo strapotere nazifascista in città (segnato anche dalle razzie contro gli ebrei), i comunisti iniziano a pensare ad una strategia di lotta armata urbana, formando i GAP, istituti da fine settembre dal Comando centrale delle Brigate Garibaldi, ricalcando un tipo di lotta di resistenza armata diffusa in Francia, sia pur riadattata. Servono uomini di grande esperienza, a guidare i gap infatti di solito sono tutti ex volontari delle Brigate internazionali in Spagna, i componenti uomini di fede assoluta, consapevoli del rischio, con grandi capacità militari., fondamentale il coraggio e la segretezza (non devono conoscersi neppure fra di loro, se non i componenti di ogni piccola unità). Devono compiere attentati o azioni rapide, dimostrare che i nazifascisti non controllano le città, colpire bersagli simbolo. Il divieto di uso delle biciclette nelle città da parte dei nazisti è proprio conseguente a queste azioni, in quanto era il principale mezzo per agire e spostarsi. Alessandro dirige i GAP e coordina tutti i gruppi comunisti toscani. In provincia di Firenze azioni gappiste vi sono già in novembre in varie cittadine e conseguente è la riorganizzazione dei fascisti con la riorganizzazione della milizia nella nuova organizzazione della Guardia nazionale repubblicana. La prima azione dei GAP fiorentini è l’uccisione del ten. Col. Gino Gobbi capo della leva fascista e quindi simbolo del sistema militare imposto agli italiani per proseguire la guerra a fianco del nazismo, il 1° dicembre del ’43. La reazione è immediata all’alba del 2 dicembre cinque detenuti antifascisti sono fucilati alle Cascine (Oreste Ristori, Gino Manetti, Armando Gualtieri, Luigi Pugi, Orlando Storai). Il cardinale Della Costa condanna la violenza gappista difesa non solo dalla stampa clandestina comunista ma anche da quella azionista.

Su Alessandro pesano responsabilità sempre più complesse e solo lui ha l’esperienza necessaria ad affrontare quel tipo di lotta: dare indicazioni organizzative, di addestramento militare, gestire trasporto armi ed esplosivi, organizzare i gruppi, gestire le comunicazioni interne e con i vertici. Inizia a gestire anche contatti con gli operai delle fabbriche della città. 14 gennaio: gap fanno esplodere 9 ordigni in nove punti diversi della città contemporaneamente, impiegando di fatto tutti i gappisti e suscitando sconcerto fra fascisti e nazisti. La caccia ad Alessandro viene quindi affidata a due esponenti fra i più pericolosi della Banda Carità: Natale Cardini e Valerio Menichetti che con Luciano Sestini e Antonio Natali formano il gruppo dei così detti “4 santi” noto per i tratti di spietata ferocia. Il 17 gennaio attentato dei gap, fallito, al capitano della milizia Averardo Mazzuoli e interruzione in tre punti della ferrovia Firenze-Roma presso Varlungo. 21 gennaio bomba alla casa di tolleranza di via delle Terme, messa a disposizione di nazisti e fascisti. 27 gennaio sostegno allo sciopero alla Pignone, gli operai ottengono una distribuzione supplementare di tessere di pane, 30 gennaio bomba al Teatro La Pergola mentre è in corso una manifestazione fascista., 3 febbraio ucciso un sergente tedesco, 5 attaccata una pattuglia della GNR, uccisi due militi. Ad inizio febbraio avventori del bar Paszkosky picchiano una persona di colore. L’8 febbraio il noto tentativo di Tosca Bucarelli e Antonio Ignesti di mettere una bomba nel bar. Anche per consentire la fuga al compagno, la Bucarelli è catturata, torturata dalla Banda Carità, viene poi rinchiusa nel carcere di Santa Verdiana. 9 febbraio viene giustiziato un sergente della GNR alla Fortezza. L’11 febbraio un gap lancia sette bombe contro la sede della Feld Gendarmerie in via dei Serragli. Intanto Alessandro è   impegnato su più fronti organizzativi, a partire da uno sciopero operaio in risposta ai licenziamenti di dicembre ai danni degli operai rifiutatisi di trasferirsi a nord. 13 febbraio nuovi attentati sulla linea ferroviaria Firenze-Roma. La sera Alessandro ha fissato a cena con Antonio Lari vecchio amico e compagno, nella trattoria di via Pandolfini dove va a mangiare spesso. Ma entrano i “santi”, una spia ne ha denunciato la presenza. Vano tentare la fuga. Sinigaglia viene ucciso. Quando si sparge la notizia, tanti fiorentini scrivono sui muri scritte inneggianti ad Alessandro, tanto che è naturale e immediato che la 22 bis Brigata Garibaldi assuma il suo nome, sarà la prima ad entrare a Firenze per liberare la città.