Giulio Guelfi, un sovversivo sullo scranno più alto del Comune di Cascina.

Tra le varie biografie di personaggi appartenenti al mondo socialista e comunista che hanno animato la vita sociale e politica della provincia pisana nel periodo che va dal 1919 fino all’avvento del fascismo, quella di Giulio Guelfi è tra le più significative ai fini della ricostruzione dell’immaginario collettivo dell’epoca, sia per i diversi ruoli che il personaggio ha assunto durante la sua militanza politica e sindacale, sia per gli incarichi istituzionali e la sua puntuale azione nella lotta antifascista in patria e poi in esilio. Ad un impegno militante e una fervente convinzione sul valore delle proprie idee, che manifesta nell’arco di tutta la sua vita, in Guelfi si evidenzia – elemento assolutamente non secondario – uno spirito ribelle, sovversivo, indomito, che ben racconta del carattere del popolano pisano di questi anni. È questa un’inclinazione che trova profonde radici nella storia popolare e sovversiva della provincia sin dai tempi della costituzione delle prime sezioni della Società democratica Internazionale[1].
Giulio Guelfi nasce a Cascina il 14 settembre 1888 da Riccardo e Liberata Bracci, di professione impiegato, poi commerciante. Vive la sua formazione umana e politica nei paesi di Casciavola e Navacchio (borgate ancora oggi nel Comune di Cascina) dove presumibilmente abbraccia gli ideali socialisti che sono particolarmente diffusi nella zona. Negli anni precedenti alla Prima guerra mondiale viene assunto come impiegato all’Ospedale di Piombino, rientrato a Cascina diventa ben presto uno dei promotori della sezione socialista di Casciavola e uno dei principali organizzatori della Camera confederale del Lavoro[2]. L’attività politica e sindacale di Guelfi è ricostruibile attraverso la lettura de «L’Ora nostra», il periodico della Federazione pisana del partito socialista che, tra il 1919 e il 1921 nelle cronache provinciali, riporta notizia di suoi numerosi comizi a supporto delle agitazioni contadine, bracciantili e operaie. Nello stesso periodo, secondo un profilo biografico della Prefettura pisana, Guelfi «aveva iniziata l’organizzazione delle squadre rosse e già aveva messo in funzione diverse squadre cicliste. Organizzò e fu sempre a capo di tutti i movimenti operai e sovversivi verificatisi dai primi del 1919 al 1922 nel Comune di Cascina»[3]. Lo stesso documento lo descrive «dotato di facilità di parola tanto che era riuscito ad acquistare tanto ascendente tra le masse operaie che lo seguivano ciecamente in qualsiasi violenza».
Le elezioni politiche del 1919 avevano premiato i partiti neutralisti, il PSI aveva superato il 41% dei voti ed era diventato il primo partito del collegio Livorno-Pisa e della provincia pisana[4]. Vanno nella stessa direzione le elezioni amministrative dell’autunno del 1920 che consegnano ai socialisti ben 26 comuni dei 42 della provincia, con punte di consenso straordinario a Pontedera dove ottengono il 78% dei voti[5]; l’eccezionale risultato elettorale dei socialisti si completa con l’assegnazione di 23 seggi sui 40 disponibili nel Consiglio provinciale.
Nelle elezioni amministrative dell’autunno del 1920 il PSI cascinese punta su Guelfi, che viene eletto consigliere comunale e poi Sindaco di Cascina. Il suo mandato, che dura dall’ottobre del 1920 al settembre del 1921, è un’esperienza breve ma particolarmente intensa e nella quale Guelfi riversa tutto il proprio portato umano, politico, sindacale[6] e non in ultimo il proprio carattere impulsivo e non incline alla sottomissione. Il ruolo istituzionale assunto esalta la sua figura di militante rivoluzionario e dallo scranno più alto del Comune detta la linea politica con la convinzione di preparare la strada ad un’imminente rivoluzione[7].
Il 16 ottobre è convocato il primo Consiglio comunale e i toni della seduta di insediamento ci aiutano a cogliere il clima di queste giornate; così come avviene in altri enti locali, anche nel Comune di Cascina si inneggia alla dittatura del proletariato e si propone come primo atto l’approvazione di un Ordine del giorno a favore della Russia rivoluzionaria e «pro condannati politici». L’ordine del giorno viene presentato dall’assessore Adolfo Mannocci che annuncia: «Noi percorriamo la strada che ci conduce verso il socialismo che affratella le genti pertanto la bandiera che qui abbiamo issato non l’ammaineremo giammai né per l’ambizione di un Re, né per la violenza dei governanti»[8]. Il Consiglio comunale chiede al Governo italiano l’immediato riconoscimento ufficiale della Russia dei Soviet e chiude la discussione di questo punto al grido di «Fuori dalle galere tutti condannati politici!». Nella stessa seduta, stimolato dagli interventi della minoranza che invitano la Giunta a «compiere atti di saggia e sana amministrazione», prende la parola anche il Sindaco Guelfi che annuncia e rivendica il ruolo politico della sua Amministrazione e, in risposta alla richiesta di illustrare il programma, replica: «La Direzione del Partito socialista impartirà le direzioni e noi le seguiremo […] Pel il bilancio 1921 […] colpiremo profondamente i proprietari […] governeremo e agiremo non curandoci delle pastoie delle leggi esistenti che muovono ingiustizia, faremo in odio e a dispetto della legge quello che riterremo giusto»[9]. Il Consiglio si scioglie con le conclusioni del Sindaco che ritorna sulla questione: «di programmi non ne abbiamo, so solo che abbiamo lottato, battuto e vinto in nome del Socialismo e legiferemo per il Socialismo e in nome di questo e del Popolo, che è il nostro re, dichiaro chiusa la discussione al grido di: Viva il Socialismo! Viva l’Internazionale!»[10].
Con le nuove giunte socialiste rivoluzionarie elette nell’autunno del 1920 arriva anche nella provincia pisana un nuovo cerimoniale che ha l’obiettivo di sostituire, anche nell’immaginario popolare, i simboli delle istituzioni: in alcuni Comuni viene rimossa la targa che riporta il Bollettino della Vittoria di Armando Diaz[11], il saluto alla Russia rivoluzionaria sostituisce il saluto al re e sulle facciate dei Comuni la bandiera rossa prende il posto del tricolore. Pratiche che scateneranno la reazione dello squadrismo fascista, dell’esercito[12] e i provvedimenti delle Prefetture. A Cascina la bandiera rossa sventola sulla Torre civica[13], Guelfi ha dato mandato di acquistarne una «con lo stemma dei Soviet e di quello del Comune medesimo»[14] e la spesa di £ 100,00, non prevista in bilancio, viene finanziata con un prelievo dal fondo di riserva del Sindaco.
Ad un massimalismo del linguaggio che inneggia ad una prossima insurrezione, Guelfi e i socialisti cascinesi fanno seguire un’attività amministrativa che mette in pratica le parole d’ordine che avevano animato la campagna elettorale: come primo atto la Giunta comunale incontra simbolicamente un gruppo di lavoratori fornai che chiedono un aumento del compenso giornaliero per raggiungere quello dei vicini colleghi pisani, senza che questo, sostengono durante l’incontro i lavoratori all’unisono con la Giunta, comporti un aumento del prezzo del pane[15].
Il Sindaco Guelfi caratterizza il suo mandato per interventi sociali ed economici volti ad una politica di redistribuzione delle ricchezze e al controllo dei prezzi dei beni di prima necessità e dà mandato agli uffici comunali di predisporre una «severa, precisa e improvvisa verifica»[16] sulla vendita dello zucchero alle persone ammalate e, per evitare speculazioni e lucri impropri, un attento riscontro dei buoni comunali emessi a favore degli indigenti. Si autorizza poi la vendita della carne agli ammalati anche nei giorni di chiusura dei negozi e si dà mandato all’Ente autonomo dei consumi del Comune di acquistare olio, baccalà e formaggio da rimettere in vendita a prezzo di acquisto per calmierare il mercato. Nella seduta consiliare del 9 dicembre il Sindaco Guelfi, nel valutare la situazione finanziaria dell’Ente e il disavanzo ereditato dalla precedente amministrazione[17], annuncia che non ricorrerà ad ulteriore indebitamento e dichiara che «i soldi dovranno darli coloro che li hanno» e che le tasse per l’anno 1921 saranno raddoppiate. Nella stesso consesso il Sindaco propone l’adesione alla Lega dei Comuni socialisti[18], motivando che questo percorso consentirà all’Ente di inserirsi in un progetto nazionale più ampio che porterà ad «ottenere l’applicazione dei principi socialisti, come ad esempio la progressività delle tasse superando il vecchio concetto dei massimi fiscali»[19].
Con la fine del 1920 si manifestano anche nella provincia pisana le prime violenze fasciste[20], siamo in un territorio che si inserisce a pieno titolo in quell’«Italia mediana» che ha visto sviluppare importanti laboratori politici ed ha assunto un ruolo centrale nell’affermazione della violenza fascista[21]. Nel dicembre 1920 gli squadristi pisani, con l’aiuto di squadre provenienti da tutta la regione, per ben due volte, impediscono l’insediamento del nuovo consiglio provinciale[22] che, una volta insediato, eleggerà presidente Ersilio Ambrogi[23] e vice presidente proprio Giulio Guelfi.
Nei mesi successivi le violenze fasciste arrivano anche nel piano cascinese e il primo omicidio politico avviene nel borgo di San Frediano a settimo, quando il 4 marzo Enrico Ciampi, segretario della prima sezione comunista costituitasi nel pisano[24], viene ucciso dal Marchese Serlupi, uno dei ras fascisti della zona[25]. Pochi mesi dopo, il 23 luglio, i fascisti fanno visita ad una casa colonica nella zona di Arnaccio, dove vive il consigliere socialista Oreste Bartoli e uccidono il figlio Archimede che reagisce alla bastonatura del padre.
Le parole di Guelfi all’insediamento, con le quali imprudentemente aveva annunciato che avrebbe governato non curandosi «delle pastoie delle leggi esistenti», incitano i controlli della Prefettura che già nei primi mesi di governo della giunta cascinese impugna e annulla una serie di delibere, tra questa anche quella che autorizza l’acquisto della bandiera con lo stemma comunale e la falce e martello in quanto, sostiene il Prefetto, «trattasi di spesa ispirata a criteri politici, mentre i consigli comunali non hanno dalla legge nessuna attribuzione a questo riguardo, ma devono limitarsi ad amministrare il Comune e provvedere ai servizi pubblici che dal Comune dipendono»[26].
La Giunta Guelfi continua a governare tra delibere annullate e proclami rivoluzionari basati su un marcato radicalismo verbale. Nei primi mesi del 1921 l’Amministrazione tratta l’acquisto del nuovo Teatro comunale, un’operazione sostenuta da una chiara scelta politica, afferma Guelfi in merito: «L’operaio, il lavoratore in genere deve progredire, istruirsi ed elevarsi e non essere più la macchina bruta che lavora e mangia per vivere e nelle ore di riposo gioca a carte nel proprio Circolo. Esso deve invece essere posto nelle condizioni di ricrearsi lo spirito andando a Teatro, giacché non è giusto che a Teatro possa andare il ricco che non lavora e l’operaio non possa permettersi neppure il cinematografo»[27].
L’esperienza da Sindaco di Guelfi si chiude presto, con i fatti del 18 settembre 1921. Per la giornata viene convocato, nel borgo cascinese di San Benedetto, un comizio tra le leghe confederate per organizzare la reazione sindacale ai licenziamenti e alla riduzione del salario dei lavoratori del piano di Cascina. I fascisti radunano oltre 400 squadristi, provenienti da varie parti della Toscana, con l’intento di impedire la manifestazione, intanto nel pomeriggio un folto gruppo di antifascisti parte in tram da Pontedera per raggiungere San Benedetto ma, passato l’aggregato urbano di Cascina, il convoglio viene aggredito da una scarica di colpi di rivoltella sparati da un piccolo gruppo di fascisti che, commesso il fatto, si dà alla fuga. Nell’aggressione rimangono uccisi Paris Profeti[28], segretario della sezione socialista di Pontedera, e Corrado Bellucci[29] di idee libertarie, mentre il comunista Medardo Cecconi[30] ferito viene portato all’Ospedale di Pontedera[31]. Le autorità, vista la tensione della giornata, vietano la manifestazione, nel contempo Guelfi ed altri socialisti cascinesi, non ancora a conoscenza del fatto, mentre si dirigono verso il luogo del comizio vengono assaliti a colpi di rivoltella da un gruppo di fascisti. I socialisti rispondono, ne scaturisce uno scontro a fuoco e l’unico arrestato della giornata è proprio Giulio Guelfi, con l’accusa di aver sparato un colpo di rivoltella contro i fascisti, e rinchiuso nelle Carceri di San Matteo a Pisa. Il Comune viene immediatamente commissariato e il 13 ottobre si svolge il primo consiglio comunale senza il sindaco Guelfi.
Intanto tra settembre e novembre le pressioni e le violenze fasciste nei confronti dei consiglieri socialisti e comunisti danno i propri risultati e al protocollo del Comune di Cascina giungono le dimissioni irrevocabili di gran parte degli eletti. Si tratta di comunicazioni che naturalmente non denunciano pressioni o violenza e adducono principalmente motivi personali, tra questi l’assessore Alfredo Vanni scrive che non ritiene «più opportuno ricoprire tale carica»[32], mentre solamente il consigliere comunale Modesto Marrucchi motiva le proprie dimissioni dichiarando di aver maturato la propria distanza dal Partito comunista. A queste dichiarazioni dei consiglieri comunali segue però un ultimo atto di resistenza istituzionale, una lettera di protesta inviata al Commissario prefettizio, che vede come primo firmatario Giulio Guelfi e di seguito tutti i consiglieri comunali socialisti e comunisti dimissionari. Nella nota i consiglieri comunali denunciano coraggiosamente le violenze fasciste subite: «Il fatto di aver alcuni di noi […] rassegnato le dimissioni non vuole significare la rinuncia ad amministrare, ma dette dimissioni devono essere la vibrata protesta contro chi minaccia le nostre persone e le nostre idealità […] Nel nostro Comune certo regna ancora il terrore e tutto si può commettere sotto gli occhi dell’autorità»[33].
Il 19 gennaio 1922 il re, che per lo Statuto Albertino è il garante delle istituzioni, firma il decreto di scioglimento del Consiglio comunale di Cascina[34].
Dopo la caduta dell’amministrazione da lui guidata Guelfi si trasferisce a Livorno dove assume compiti di direzione della locale Camera del lavoro. Nel febbraio del 1922 la moglie, Corinna Noccioli, è oggetto di un’imboscata a colpi di pistola nei pressi della stazione ferroviaria di Navacchio per mano di un gruppo di fascisti e la casa della famiglia è spesso oggetto di violazioni da parte degli squadristi locali. Nel marzo del 1922 Guelfi interviene al funerale di Comasco Comaschi[35], anarchico e ardito del popolo ucciso in un agguato da alcuni fascisti il 19 marzo 1922, denunciando il crimine fascista e pronunciando le seguenti parole: «Noi proletari siamo coloro che lavorano e che producono e non quelli che uccidono»[36]. La frase scatena l’ira degli squadristi locali che rispondono minacciosi dal settimanale «L’Idea fascista» facendo intendere che faranno pagare a Guelfi il suo ardimento: «Giulio Guelfi […] responsabile dell’assassinio di Zoccoli e Serlupi […] i Fascisti del comune di Cascina si impegnano pubblicamente, di fronte all’Autorità e ai cittadini, di ficcarlo in un sacco pieno di sterco»[37]. Guelfi nel suo ruolo di Sindaco subisce varie denunce e una violenta campagna stampa di denigrazione da parte dei fascisti locali e della stampa liberale che lo accusano di concussione nell’esercizio della sua funzione[38]. Per queste denunce subirà un processo che lo vedrà poi assolto dalla Corte di appello di Lucca insieme agli assessori Angelo Pasqualetti e Alfredo Vanni[39].
A Giulio Guelfi, come a gran parte dei primi antifascisti, non rimane che la strada dell’esilio, dopo un breve soggiorno a Genova si trasferisce con la famiglia a Parigi dove secondo la polizia fascista, in una nota dell’Ambasciata del 3 giugno 1926, è un membro attivo del «Comitato centrale antifascista»[40] e a seguito dell’espatrio è segnalato alla «Rubrica di frontiera» con indicazione di fermare e arrestare in caso di rimpatrio. Non è noto quando Guelfi aderisce al Partito comunista, ma già dalla metà degli anni Venti, durante appunto la sua permanenza in Francia, è segnalato come «comunista» e iscrive i propri figli alla scuola del partito a Ivry-sur-Seine: probabilmente la sua scelta matura nel 1924, a seguito dell’adesione al partito di Giacinto Menotti Serrati, faro del massimalismo socialista, che aveva illuminato la sua gioventù.
Nel 1929 Guelfi con l’intera famiglia si trasferisce a Vitry-sur-Seine, comune della Valle della Marna nella regione dell’Île-de-France, dove gestisce un piccolo albergo frequentato da noti sovversivi italiani e poco dopo si trasferisce definitivamente ad Arles dove rileva da un comunista cascinese, Giovanni Baroni, un locale che, secondo le carte di polizia, in breve tempo diventa un luogo di incontro di antifascisti. Guelfi è poi attivo nella propaganda a favore della Spagna repubblicana e nell’azione di ricerca di volontari da arruolare nelle Brigate internazionale, nelle cui file combatteranno i figli Ideale[41] e Silvano[42].
La polizia fascista mantiene un preciso controllo sulla vita di Guelfi e in un telespresso del Consolato generale di Marsiglia dell’agosto del 1937 lo definisce «il capo del movimento comunista e del soccorso rosso della regione»[43]. Giulio Guelfi muore improvvisamente ad Arles, poco dopo aver compiuto i cinquant’anni, il 7 febbraio 1939.
Dopo la Liberazione, una strada del borgo di Casciavola viene intestata al Sindaco “sovversivo” e antifascista, con la motivazione: «ex Sindaco del Comune di Cascina morto all’estero ove dovette fuggire per persecuzione politica da parte dei fascisti»[44]. La Giunta, si legge però nella delibera, si limita a prendere atto che l’intestazione è già avvenuta «per volontà popolare». All’interno del Comune di Cascina un lapide ancora oggi ricorda l’ultimo Sindaco eletto prima dell’avvento del fascismo: «I cittadini a ricordo di / Giulio Guelfi / Sindaco di Cascina (1920 -1921) / Combattente antifascista / Esule ad Arles (Francia) / Cascina 24 Ottobre 1971».

NOTE

1 Il 20 gennaio del 1871 viene approvato in Pisa lo statuto della Società Democratica Internazionale in Archivio di Stato di Pisa, Ufficio centrale della Pubblica Sicurezza b. 920. Sul periodo si v. A. Marianelli, Eppur si muove! Movimento operaio a Pisa e provincia dall’Unità d’Italia alla dittatura, Pisa, BFS, 2016; U. Sereni, Nel segno del liberato mondo. Vicende, culture, uomini e donne nel movimento operaio a Pisa tra Otto e Novecento, in La Camera del Lavoro di Pisa (1896-1980). Storia di un caso, a cura di G. Dinucci, Pisa, ETS, 2006, pp. 83-200; F. Bertolucci, Anarchismo e lotte sociali a Pisa 1871-1901. Dalla nascita dell’Internazionale alla Camera del Lavoro, Pisa, BFS, 1988; M. Bacchiet, Malfattori e birri nel fosco fin del secolo morente. Pisa 1872-1900, Pisa, BFS, 2023.

2 ACS, MI, Casellario politico centrale, ad nomen. Una biografia di Giulio Guelfi in Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa, in https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16235-guelfi-giulio?i=12 (consultato il 25/1/2025).

3 Profilo biografico della Prefettura di Pisa del 1927 in CPC, ad nomen.

4 Cfr. Il risultato delle elezioni, «Il Ponte di Pisa» 22-23 novembre 1919; F. Bertolucci, Alle radici della guerra civile a Pisa e nella provincia. Il nodo delle elezioni amministrative dell’autunno del 1920 e l’assassinio di Carlo Cammeo 13 aprile 1921, in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/alle-radici-della-guerra-civile-a-pisa-e-nella-provincia/ (consultato il 27/1/2025).

5 In questa tornata elettorale l’affluenza a Pontedera è inferiore al 50% degli aventi diritto. R. Cerri, Pontedera tra cronaca e storia. 1859-1922, Pontedera, Bandecchi e Vivaldi, 1982, p. 256.

6 Intanto nel luglio del 1920 presso il Teatro Verdi di Pisa si tiene il congresso provinciale della Camera del Lavoro confederale, Guelfi relazione sui nuovi Patti coloniali e nella stessa sessione viene eletto membro della Commissione esecutiva camerale. Il Congresso provinciale della Camera del Lavoro Confederale, «L’Ora nostra», 31 Luglio 1920.

7 Sulle vicende amministrative della giunta Guelfi cfr. anche D. Sassetti, Tra storia e memoria. Il Comune di Cascina tra ventennio e Liberazione, Pisa, Pacini, 2025, pp. 9-17.

8 Archivio storico del Comune di Cascina (d’ora in poi ASC Cascina), Verbale seduta Consiglio Comunale del 16 ottobre 1920.

9 ASC Cascina,Verbale seduta Consiglio Comunale del 16 ottobre 1920.

10 ASC Cascina,Verbale seduta Consiglio Comunale del 16 ottobre 1920.

11 Sulla questione si rimanda ai fatti di Cecina del gennaio 1921, cfr. T. Barsotti, Il conflitto di Cecina in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/il-conflitto-di-cecina/ (consultato il 30/1/2025).

12 Il 10 novembre 1920 a Livorno un gruppo di carabinieri e ufficiali dell’esercito entrano nel palazzo comunale e sostituiscono la bandiera rossa issata dopo la vittoria elettorale socialista, col tricolore. A seguito del fatto la Camera del Lavoro proclama lo sciopero generale, si registrano vari incidenti e una folla di lavoratori dei quartieri popolari riconquista il centro della città, ammaina il tricolore e al termine della giornata sul balcone del Comune rimane issata la sola parte rossa della bandiera. M. Rossi, La battaglia di Livorno, Pisa, BFS, 2021, p. 21.

13 La bandiera sventolerà sulla torre fino al 19 maggio 1921. Cfr. M. Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano 1919-1920, Roma, Bonacci, 1980, p. 163.

14 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 22 ottobre 1920.

15 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 22 ottobre 1920.

16 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 22 ottobre 1920.

17 La precedente Amministrazione era stata guidata, dal 1915, dal primo sindaco socialista, Massimo Palla (di professione calzolaio), in gioventù anarchico e tra i primi pisani a partire per il domicilio coatto, prima a Porto Ercole poi alle Tremiti, dove sconta due anni a seguito del processo avuto nel 1894 per «apologia dell’assassinio Caserio». La Giunta Palla non marca però il proprio mandato in termini socialisti rivoluzionali. Per una biografia di Massimo Palla si rimanda a M. Bacchiet, Riglione. Questa centrale e laboriosa borgata. Vita sociale e politica. 1861 – 1948, Pisa, BFS edizioni, 2017, pp. 70-71.

18 La Lega nasce nel 1910 su iniziativa della direzione del PSI per dare un indirizzo unitario alle amministrazioni comunali socialiste. Dopo le amministrative del 1920 alla Lega dei comuni socialisti, della quale dal 1916 è segretario nazionale Giacomo Matteotti, aderiscono oltre 2 mila amministrazioni delle 8 mila e ben 25 dei 75 Consigli provinciali.

19 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 9 dicembre 1920.

20 Cfr. tra gli altri F. Fabbri, Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al Fascismo, 1918-1921, Torino, Utet libreria, 2009 e M. Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista. 1919-1922, Milano, A. Mondadori, 2003. Per un inquadramento locale anche F. Bertolucci, Stato fascismo e antifascismo in provincia di Pisa 1920-1922, in Atti della giornata di studi su L’antifascismo rivoluzionario tra passato e presente. Pisa, 25 aprile 1992, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 1993, pp. 99-127; P. Nello, Liberalismo, democrazia e fascismo. Il caso di Pisa (1919-1925), Pisa, Giardini, 1995; M. Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano. 1919-1922, Roma, Bonacci, 1980; R. Vanni, Fascismo e antifascismo in Provincia di Pisa dal 1920 al 1944, Pisa, Giardini, 1967.

21 Cfr. A. Baravelli, Riflessioni sullo squadrismo, la comparazione regionale e l’Italia mediana, in 1921. Squadrismo e violenza politica in Toscana, a cura di Roberto Bianchi, Firenze, Leo S. Olschki, 2022, pp. 21-33.

22 Sulle violenze fasciste di questo periodo si vedano anche 1921. Squadrismo e violenza politica; Il biennio nero in Toscana. Crisi e dissoluzione del ceto politico liberale. Atti del convegno di studi. Sala del Gonfalone, Palazzo del Pegaso. 2-3 dicembre 2021, a cura di S. Rogari, Firenze, Consiglio Regionale della Toscana, 2022; «Piombo col piombo». Il 1921 e la guerra civile italiana, a cura di G. Sacchetti, Roma, Carocci, 2023. Per la zona pisana si rimanda anche a Emanuela Minuto, Squadrismo e violenza politica nella provincia di Pisa, in 1921. Squadrismo e violenza politica in Toscana, a cura di R. Bianchi, Firenze, Leo S. Olschki, 2022, pp. 66-68 e F. Bertolucci, Alle radici della guerra civile a Pisa e nella provincia. Il nodo delle elezioni amministrative dell’autunno del 1920 e l’assassinio di Carlo Cammeo 13 aprile 1921, in «Toscana Novecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/alle-radici-della-guerra-civile-a-pisa-e-nella-provincia/ (consultato il 27/1/2025).

23 Per il profilo biografico di Ersilio Ambrogi, cfr. F. Bertolucci, Dizionario Biografico degli anarchici italiani, vol. I, BFS Edizioni, Pisa, 2002, p. 32-33 e il Dizionario Biografico delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa in
https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/12902-ambrogi-ersilio (consultato il 28/1/2025). Su profilo biografico si rimanda anche a Federico Creatini, Ersilio Ambrogi: antifascista o informatore dell’OVRA? Il Partito comunista italiano e la clandestinità, in «Toscana Novecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/ersilio-ambrogi-antifascista-o-informatore-dellovra/#:~:text=Certo%2C%20le%20due%20parti%20in%20causa%20cercarono%20in,dei%20%C2%ABsovversivi%20attentatori%20o%20capaci%20di%20atti%20terroristici%C2%BB (consultato il 28/1/2025).

24 La Federazione pisana del partito comunista si costituisce a Pisa il 27 febbraio 1921. Pisa, «L’Ordine Nuovo», 20 febbraio 1921. Sull’argomento cfr. M. Bacchiet, Le origini del Partito Comunista d’Italia nella provincia pisana, in «Toscana Novecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/le-origini-del-partito-comunista-ditalia-nella-provincia-pisana/ (consultato il 29/1/2025) e M. Bacchiet, I primi comunisti. Per un dizionario biografico della provincia di Pisa (1921-1940), in Antifasciste e antifascisti. Storie, culture politiche e memorie dal fascismo alla Repubblica, a cura di G. Fulvetti e A. Ventura, Roma, Viella, 2024, pp. 229-242.

25 Per Ciampi Enrico, «L’Ora nostra», 11 marzo 1921. Per una biografia di Ciampi si rimanda al Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa in https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16079-ciampi-enrico (consultato il 29/1/2025).

26 Decreto del Prefetto della Provincia di Pisa del 14 dicembre 1920.

27 ASC Cascina, Verbale seduta di Consiglio Comunale del 13 febbraio 1921.

28 https://www.bfscollezionidigitali.org/oggetti/19415-paris-profeti-segretario-della-sezione-giovanile-socialista-di-pontedera-assassinato-dai-fascisti-nei-pressi-di-cascina-il-19-settembre-1921 (consultato il 30/1/2025).

29 https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/15073-bellucci-corrado (consultato il 30/1/2025).

30 Per una biografia di Metardo Cecconi si rimanda al Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa in https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/13748-cecconi-medardo (consultato il 30/1/2025).

31 Alla notizia dell’omicidio dei due antifascisti la Camera del Lavoro di Pontedera proclama lo sciopero generale fino al termine dei funerali. Il giorno delle esequie la camera ardente viene allestita all’interno della locale «istituzione operaia» e alla testa dell’imponente corteo funebre, per volontà delle varie organizzazioni, un solo gonfalone, quello del Comune di Pontedera del quale Profeti era consigliere. La bara di Profeti, riporta «L’Avanti!», è avvolta nella bandiera socialista, mentre il drappo rosso-nero del locale gruppo anarchico abbraccia il feretro di Bellucci. Gli imponenti funerali alle vittime dell’eccidio di Cascina, «L’Avanti!», 25 settembre 1921.

32 ASC Cascina, Elezioni amministrative 1920.

33 Ib.

34 Il decreto di scioglimento viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 6 aprile 1922.

35 Sul caso Comaschi, tra gli altri, si rimanda a F. Gori, 1922-2022. L’affaire Comaschi in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/1922-2022-laffaire-comaschi/ (consultato il 28/1/2025)

36 Il fascismo in Provincia spezza e travolge gli ultimi avanzi della tirannide rossa. Da San Frediano. La solita sfacciataggine, «L’Idea fascista», 9 aprile 1922.

37 I segretari dei Fasci di Cascina, Ogni promessa è debito, «L’Idea fascista», 4 giugno 1922.

38 Nel 1924, nei mesi immediatamente precedenti le elezioni politiche, per motivare e favorire la propria candidatura nel Listone, Arnaldo Dello Sbarba, in una bozza di promemoria per dimostrare la sua vicinanza e adesione al primo fascismo, rivendica il ruolo assunto per destituire i “sindaci rossi”, tra questi Giulio Guelfi. Cfr. R. Dello Sbarba, Arnaldo Dello Sbarba, autonomia d’una caduta in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/arnaldo-dello-sbarba-anatomia-duna-caduta/ (consultato il 20/3/2025)

39 Gli amministratori di Cascina. Assolti, «L’Avanti!», 3 luglio 1923.

40 ACS, MI, CPC, ad nomen.

41 Ideale Guelfi, Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16129-guelfi-ideale (consultato il 25/1/2025)

42 Silvano Guelfi, Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16128-guelfi-silvano (consultato il 25/1/2025)

43 ACS, MI, CPC, ad nomen.

44 ASC Cascina, Delibera della Giunta Comunale n. 287 del 15 novembre 1945. L’amministrazione comunale assume la proposta del CLN locale e prende atto che l’intestazione è «di fatto già avvenuta» per volontà popolare. La stessa strada durante il regime era stata intestata a Gino Salvadori, fascista pisano morto a Marina di Pisa durante uno scontro a fuoco tra la fazione “dissidente” di Bruno Santini e i sostenitori di Filippo Morghen. Sui fatti di Marina di Pisa cfr. Conflitto tra fascisti a Pisa, «Il Popolo», 20 settembre 1924 e Giudici, Giudizi e Giudicati, «Il Ponte di Pisa», 5-6 settembre 1925.




L’eccidio di Aiale

Linea Gotica, quell’imponente sistema di fortificazioni che, da Massa fino a Pesaro, divideva l’Italia liberata dai territori ancora in mano alle forze nazifasciste. La decisione di attestare la maggioranza delle truppe dietro tale schieramento, unita all’azione di guerriglia e sabotaggio delle formazioni partigiane che agivano nel territorio, resero meno difficoltosa la risalita degli Alleati portando in un breve periodo alla liberazione di numerose città: a giugno vennero liberate Roma, Pescara, Grosseto e Perugia, mentre a luglio fu il turno di Siena, Ancona ed Arezzo. L’intervento alleato non riguardò però unicamente la conquista dei grandi centri, ma comprese anche l’avanzamento in quei territori meno noti dove ancora si registrava la presenza del nemico e che quindi dovevano necessariamente essere ispezionati prima di continuare la risalita della penisola.

L’avanzamento in questi territori di campagna periferici riguarda vicende poco conosciute che raramente compaiono nei libri e nei manuali di storia, ma che al pari delle grandi battaglie e della liberazione delle grandi città detengono un’importanza fondamentale all’interno della liberazione dell’Italia.

Una mappa della Valdera

Nel mese di luglio la Vª Armata Americana del generale Clark attraversò la Valdera risalendo per due direttrici che da sud confluirono su Pontedera, il confine settentrionale della vallata: alcuni reparti avanzarono nei territori posti maggiormente nell’entroterra come Lajatico, Terricciola e Capannoli, mentre gli altri contingenti si occuparono delle zone più vicine alla costa, liberando i comuni di Chianni, Casciana Terme, Lari e Ponsacco. In poco più di una settimana le truppe americane riuscirono a conquistare l’intera zona, liberandola con relativa facilità dalla presenza tedesca. Nel corso dell’avanzata non si verificarono aspri combattimenti, ma si assistette al lento avanzare delle forze Alleate, preceduto talvolta dal cannoneggiamento contro i centri abitati. L’operazione venne facilitata dal disimpegno nemico e dal progressivo spostamento dell’intero apparato militare tedesco verso l’Italia settentrionale. Data l’inferiorità numerica i tedeschi tentarono di evitare sistematicamente qualsiasi forma di scontro diretto, limitandosi a rallentare l’avanzata alleata attraverso azioni di disturbo di vario tipo. Più in generale la parte meridionale della provincia di Pisa non fu teatro di aspri combattimenti, risultando una zona relativamente tranquilla dal punto di vista militare durante tutto l’arco della guerra1.

Il passaggio delle truppe americane in Valdera

Agli inizi di luglio gli Alleati penetrarono in Valdera dalla pianura nei pressi di Volterra e dalle alture che ne segnalano il confine naturale a sud-ovest. L’unico episodio bellico di una certa rilevanza si verificò dal 6 al 9 luglio sui rilievi del Montevaso, quando tedeschi e americani si fronteggiarono duramente per il possesso dell’altura che, oltre a designare una porta d’accesso alla vallata ne offriva una magnifica prospettiva, garantendo a coloro che l’avrebbero controllata una fondamentale posizione strategica.

Dopo la conquista del Monte, gli Alleati liberarono in rapida sequenza i principali centri abitati posti nelle zone meridionali: il 12 luglio Lajatico fu il primo paese ad essere liberato, poi toccò a Chianni ed infine il 14 fu il turno di Casciana Terme. La perdita del Montevaso portò i comandi tedeschi ad accelerare le operazioni di disimpegno, lasciando nelle retrovie alcuni gruppi di soldati per disturbare l’avanzata americana con alcuni timidi attacchi, accompagnati dal flebile sostegno dell’artiglieria. In queste concitate fasi i genieri tedeschi ricoprirono un ruolo fondamentale, ostacolando il cammino alleato attraverso la distruzione di ponti ed edifici.

E’ interessante ricordare la vicenda del paese di Chianni perché i tedeschi, fra le case che dovevano minare, risparmiarono una colonica con una grande cantina trasformata in rifugio per centinaia di civili lì radunati per sottrarsi agli attacchi dell’artiglieria americana che ormai da giorni sentivano riecheggiare nella vallata2. E infatti la distruzione che gli abitanti della Valdera dovettero subire non si limitò alle deflagrazioni strategiche attuate dai genieri tedeschi, ma si estese anche ai cannoneggiamenti che l’artiglieria degli Alleati effettuava prima dell’ingresso nei paesi. Uno dei pochi comuni che riuscì a salvarsi dal fuoco americano fu Lajatico, grazie all’azione di un partigiano che riuscì a raggiungere in tempo gli avamposti americani ed informali dell’assenza di nemici in paese3. Mentre altri paesi come Capannoli e Casciana Terme vennero invece intensamente colpiti dai bombardamenti nonostante non vi fosse più la presenza dei tedeschi. E il martellamento degli americani causò in alcuni casi la distruzione di importanti edifici e portò alla morte di numerosi civili che non attendevano altro che la liberazione.

Come abbiamo visto dopo la perdita del Montevaso i comandi tedeschi decisero di spostare i reparti a Pontedera e lungo tutta la vallata i civili assistettero alla lenta ritirata della Wehrmacht, quell’esercito che un tempo aveva fatto tremare mezza Europa, ora si trascinava stancamente verso l’Arno, esausto per le fatiche accumulate nel corso del conflitto e demoralizzato per l’andamento della guerra. Il giovane Filippo Sassetti, sfollato a Casciana Terme, ricorda nitidamente il passaggio delle truppe:

Una notte seduti su un muricciolo che costeggiava il viale d’ingresso, sentimmo un rumore insolito calare dalla strada di Chianni in cima al viale Magnani. Passava, molto lentamente e nel buio più assoluto, una colonna di mezzi diretti, attraverso il centro del paese, verso Pontedera, verso nord. Non erano solo macchine, perché accanto al rumore dei motori, c’era in sottofondo, uno scalpiccio di passi, un battere di zoccoli sull’asfalto e tanti cigolii di ruote di carro. Durò un quarto d’ora il passaggio di questa colonna, poi il suono si attutì e si spense. Dopo una mezz’ora rieccoti lo stesso trambusto: tinnare di oggetti metallici, starnuti di cavalli e motori imballati. Cominciò così la ritirata tedesca attraverso Casciana (…)”4.

Liberati i comuni meridionali, gli Alleati si apprestarono a conquistare la parte settentrionale della vallata, e dopo aver espugnato Casciana Terme, trovarono sulla loro strada Lari, un comune del pisano che fino al luglio del ‘44 non aveva conosciuto gli effetti devastanti della guerra, scorgendone soltanto le ripercussioni nel crescente numero di civili che nell’ultimo periodo era giunto in campagna per fuggire ai bombardamenti sulle città. Se in un primo momento le zone rurali avevano garantito agli abitanti dei centri urbani una rinnovata parvenza di normalità, l’arrivo del fronte determinò per gli sfollati un triste ritorno agli effetti provocati dalla guerra: anche nella remota Lari la guerra giunse con tutto il suo carico di distruzione e dolore.

Anna Maria Vanni Morelli, all’epoca sedicenne, ricorda che la notte del 10 luglio bussò alla porta della sua casa a Lari Robert Mӧller, un capitano tedesco che nei mesi precedenti aveva soggiornato da loro e con il quale la famiglia, come del resto gli altri civili, avevano un piacevole ricordo. All’inizio della primavera il graduato aveva dovuto abbandonare la Valdera per dirigersi nel sud Italia a prestare il proprio supporto nel tentativo di contenere l’avanzata alleata all’altezza di Cassino. Ma con lo sfondamento della Linea Gustav e le prospettive cambiate drasticamente, il capitano si trovava nuovamente in Valdera in procinto di abbandonare la vallata con il proprio reparto. Prima di dirigersi verso Pontedera Mӧller ricambiò l’ospitalità ricevuta informando la famiglia Morelli dell’imminente arrivo del fronte e della necessità di trovare un rifugio per scampare ai colpi d’artiglieria5.

Anna Maria Vanni Morelli

Venuti a conoscenza degli incombenti pericoli i Morelli si trasferirono in un rudimentale rifugio immerso nella vegetazione appena fuori l’abitato di Lari. Con l’avvicinarsi del fronte anche altri larigiani si trasferirono in quel rifugio provocando un sovraffollamento dei locali che portò la famiglia a decidere di recarsi da alcuni parenti nella vicina Aiale, una borgata distante pochi minuti da Lari. Rispetto al precedente nascondiglio quello odierno offriva garanzie di sicurezza maggiori: era formato da “tre grandi cantine scavate nel tufo, collegate tra loro da tre corridoi nei quali un uomo poteva stare in piedi”, inoltre gli ingressi erano protetti dagli argini della strada che in quel punto erano molto alti, rendendolo un luogo difficilmente bersagliabile6.

Le giornate nel rifugio trascorrevano lentamente e tra le mura della cantina correvano le voci più disparate: prima gli americani venivano segnalati a Volterra, per poi essere avvistati a Collesalvetti o essere addirittura già entrati a Pontedera… Insomma, stando a queste voci gli Alleati erano dovunque tranne che a Lari, dove invece segnalavano la loro presenza solamente a suon di colpi d’artiglieria. La mattina del 16 le voci di un loro arrivo si fecero via via più insistenti, la notizia ebbe il duplice effetto di fugare i dubbi che serpeggiavano all’interno del rifugio e di risvegliare l’animo dei presenti. Le persone che affollavano la cantina erano ora percorse da un’euforia contagiosa, desiderose di poter scorgere finalmente quei soldati americani di cui tanto si parlava ma che ancora non si era riusciti a vedere. Per celebrare l’imminente arrivo le donne si misero a preparare la pasta al ragù, mentre gli uomini si occuparono di infiascare il vino dalle damigiane. Nell’entusiasmo collettivo qualcuno si affacciò cautamente dall’entrata del rifugio per poter segnalare l’arrivo degli americani. Quando ormai l’acqua per la pasta bolliva e si era già iniziato a brindare in barba a qualsiasi forma di superstizione si udì urlare “Eccoli! Eccoli! Sono arrivati!”. Udite quelle parole tutti i presenti immediatamente si riversarono all’entrata per ammirare il sospirato arrivo degli americani: accalcati all’uscio videro avanzare lungo la strada, che da Lari porta ad Aiale, un gruppo di una decina di soldati procedere in modo guardingo. Di fronte a loro gli abitanti del rifugio non riuscirono a reprimere le proprie emozioni e si lanciarono per strada acclamando ed abbracciando quei salvatori con l’elmetto. Dopo un’iniziale titubanza i fanti si lasciarono anch’essi trasportare dall’entusiasmo, accettando di buon grado i bicchieri di vino che gli venivano offerti e le numerose pacche che piovevano sulle loro spalle. In una frazione di secondo, come d’incanto, la guerra con il suo carico di sofferenza sparì per far spazio ad un momento di beatitudine che pervase tutti i presenti e cancellò per un istante tutti i brutti momenti7.

8. Ancora Anna Maria Vanni Morelli ricorda con dolore quella straziane scena, “Quando mi ebbi e riaprii gli occhi mi accorsi che accanto a me c’era il corpo di un uomo mezzo bruciato e attorno, a raggiera, altri tredici cadaveri orrendamente mutilati. C’era un silenzio di morte e io credetti di essere l’unica persona ancora in vita”. Quella che sembrava la prima giornata di pace si tramutò improvvisamente in un nuovo giorno di lutto.

Nel corso degli anni l’episodio ha prestato il fianco a numerose interpretazioni, dividendo la popolazione locale tra coloro che sostengono che si sia trattata di un’azione di guerra che involontariamente ha colpito le persone uscite dal rifugio e coloro che invece affermano che si trattò di un deliberato attacco nei confronti dei civili. Nonostante il colpo di artiglieria abbia colpito anche i soldati americani, l’eccidio di Aiale non si può non far rientrare all’interno delle violenze perpetrate dalle truppe in ritirata, in quanto rappresenta un attacco deliberato e ingiustificato contro un gruppo di persone inermi, intente a festeggiare la liberazione. Ad oggi non conosciamo ancora con esattezza il reparto della Wehrmacht responsabile della strage, poiché non è mai stata condotta un’inchiesta che potesse individuare i responsabili dell’accaduto.

In una recente ricerca condotta da Chiara Brogi è stato evidenziato come il numero di vittime che a lungo è stato riportato sia probabilmente da dover ridimensionare. La studiosa ha condotto un’accurata indagine confrontando gli atti di morte conservati all’interno dell’archivio comunale e i registri della Propositura di Santa Maria Assunta e San Leonardo di Lari con i nominativi delle vittime riportati sulle targhe commemorative presenti sul luogo dell’eccidio. Da questo esame è emerso come due delle persone che vengono incluse all’interno del numero complessivo di vittime risultino in realtà decedute nei giorni immediatamente precedenti il fatto. La ricerca ci porta dunque a ritenere che il numero più corretto di civili uccisi sia quello di quindici piuttosto che quello di diciassette. È doveroso ricordare che la tendenza ad inglobare all’interno del numero complessivo delle vittime dovute ad una strage anche le morti avvenute in prossimità dell’evento è un errore piuttosto diffuso, comune a numerosi eccidi avvenuti nella penisola9.

12 ha poi aggiunto a pochi metri dalla lapide una lastra di vetro recante i nomi delle vittime. Infine, nel 2023, il writer larigiano Ozmo, al secolo Gionata Gesi, ha realizzato su un muro posto a fianco del rifugio dove si è consumato l’eccidio un murales raffigurante un cielo azzurro solcato da un arcobaleno. Nell’ottica dell’artista l’opera vuole fornire a tale spazio nuova vita, favorendone l’utilizzo quale luogo d’incontro e di dialogo e non limitarlo alla funzione meramente ossequiosa13.

Le lastre collocate sul luogo dove si è consumato l’eccidio

 

Il murales di Ozmo

NOTE:

1 La parte meridionale della provincia di Pisa è tristemente nota soprattutto per la strage di Guardistallo, nella quale persero la vita 46 civili.

2 F. Pettinelli, Quando passò il fronte, (La provincia di Pisa nel 1944), CLD Libri, Fornacette-Pisa 2005, p. 68.

3 Ivi, p. 74.

4 Testimonianza di Filippo Sassetti citata in F. Pettinelli, Quando passò il fronte, cit., p. 57.

5 Testimonianza di Anna Maria Vanni Morelli citata in F. Pettinelli, 1944. Uomini e fatti della guerra in Valdera, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera 1990, p. 131.

6 Ivi, p. 132.

7 Ivi, pp. 132-133.

8 Stando alle testimonianze erano caduti tre soldati americani.

9 C. Brogi, Scheda sulla strage di Aiale sull’Atlante delle stragi nazifasciste, https://www.straginazifasciste.it/wp-content/uploads/schede/aiale_cascianaterme-lari_19440716.pdf.

10 Nel corso della seconda metà del Novecento l’unico riferimento all’eccidio è rintracciabile in una pubblicazione del 1990 del giornalista Fausto Pettinelli.

11 I. Mencacci, 60 anni…per non dimenticare, Lari in diretta. Periodico d’informazione dell’Amministrazione Comunale di Lari, luglio 2004, p. 3.

12 Il comune di Casciana Terme Lari è stato istituito nel 2014, in seguito al referendum indetto dalle amministrazioni di Lari e Casciana Terme che ha portato alla loro fusione.

 

 

Articolo pubblicato nell’ottobre 2025




Ada Cheli

Mentre si continuava a combattere e morire sui fronti della Prima guerra mondiale, dal 1° al 5 settembre 1918 si tenne a Roma il XV Congresso del Partito Socialista Italiano; quello precedente, convocato per i primi di novembre del 1917, era stato vietato dal governo, con duplice decreto del Prefetto di Roma. Mancavano due mesi esatti alla fine del terribile conflitto, con il collasso dell’Esercito austro-ungarico e l’offensiva dell’Esercito italiano passata alla storia come la battaglia di Vittorio Veneto, ma in quel settembre ancora non si vedeva la fine dell’infinita strage e gli stessi vertici militari alleati prevedevano, nel migliore dei casi, la conclusione vittoriosa della guerra per la primavera del 1919.
In questo clima si svolse dunque, a porte chiuse, il Congresso nazionale socialista, nonostante l’assenza di dirigenti importanti quali Costantino Lazzari, Giacinto Menotti Serrati e Arturo Vella che si trovavano in carcere per la loro opposizione alla guerra. Celestino Ratti e Filiberto Smorti erano invece al fronte e Giacomo Matteotti “distaccato” in Sicilia. Nicola Bombacci, invece, potè partecipare all’assise: arrestato per “disfattismo” nel gennaio precedente, era stato rilasciato in attesa di processo, per poi essere di nuovo incarcerato il 31 ottobre successivo.
Il Congresso, oltre ad eleggere le nuove cariche dirigenti, doveva sciogliere diversi nodi politici: l’analisi della condotta del Partito nei confronti della guerra e quindi la definizione della linea da tenersi nel perdurante conflitto e nella prospettiva del dopo-guerra, in rapporto alle divergenze emerse fra il Gruppo parlamentare socialista, di prevalente orientamento riformista, e la Direzione del Partito e la redazione del quotidiano «Avanti!», di tendenza “intransigente”.
Il Gruppo parlamentare e l’ala riformista in genere, facente capo a Filippo Turati e Giuseppe Emanuele Modigliani, seppure quest’ultimo con posizioni più attente agli ideali socialisti e meno subordinate al governo, sin dall’inizio della guerra si erano infatti dimostrati – soprattutto dopo la disfatta di Caporetto – disponibili a non sabotare lo sforzo bellico e a sostenere la strenua difesa contro l’avanzata austro-ungarica oltre i confini nazionali, pur confermando l’aspirazione pacifista propria del socialismo. Al contrario, la Frazione intransigente – pur comprendendo anch’essa posizioni diverse – si opponeva ad ogni collaborazione patriottica col governo e, richiamandosi all’internazionalismo proletario e alla rivoluzione russa, riteneva necessario dare impulso all’agitazione socialista nella classe lavoratrice in una prospettiva rivoluzionaria.
Come è stato osservato e come appare evidente dal dibattito durante il Congresso, entrambi i posizionamenti erano soprattutto teorici, mancando del tutto le indicazioni concrete e praticabili che venivano sollecitate da molti delegati e militanti, nonchè dai settori più avanzati della classe lavoratrice. Al centro del confronto congressuale fu piuttosto la critica degli intransigenti nei confronti dell’operato del Gruppo parlamentare che non aveva rispettato le indicazioni più risolute della Direzione del Partito; ossia uno scontro interno conseguente al compromesso sancito all’inizio della guerra con l’ambigua formula del “Non aderire, non sabotare”.
A difendere le posizioni assunte in autonomia dal Gruppo parlamentare vi fu soprattutto l’onorevole livornese G. E. Modigliani che intervenne una novantina di volte, fronteggiando e cercando di rivolgere contro i “massimalisti” le accuse di incoerenza, irrisolutezza e irresponsabilità.
Al quinto giorno, finalmente, si giunse alla votazione dei tre ordini del giorno presentati: quello “intransigente”, a firma del versiliese Luigi Salvatori[1]; quello “centrista”, proposto dal bergamasco Alessandro Tiraboschi che, pur ricalcando quasi integralmente quello di Salvatori, escludeva l’espulsione per quanti non s’adeguavano alle decisioni della Direzione; quello di Modigliani e altri dirigenti, teso a salvaguardare la dissonante posizione del Gruppo parlamentare socialista.
Una prima versione della mozione “intransigente” che, oltre a sconfessare il Gruppo parlamentare, criticava la debolezza della stessa Direzione del Partito, era stata clamorosamente osteggiata da Modigliani che aveva minacciato le sue dimissioni e di tutti i deputati, tanto che venne modificata e resa meno radicale.
I risultati del voto furono inequivocabili, confermando lo spostamento a sinistra del Partito: la mozione Salvatori fu approvata con 14.015 voti (sezioni 433), mentre quella di Tiraboschi[2] ebbe 2.507 voti (sezioni 130) e quella “riformista” di Modigliani 2.505 voti (sezioni 95)[3].
Va comunque osservato che, se riguardo la linea politica tenuta dal Partito nel recente passato, il Congresso si pronunciò in modo negativo, rispetto invece il “che fare” nel presente e per il futuro non produsse alcuna concreta indicazione, nonostante si tornasse a parlare di uno sciopero generale contro la guerra, dopo che nel 1915 e nel 1917 le dirigenze del PSI e della CGdL ne avevano impedito l’attuazione[4].
La sconfitta registrata da Modigliani risultò ancora più significativa per il fatto che la sua mozione non era stata votata dai socialisti della “sua” Livorno, rappresentati dalla giovane socialista sua concittadina, Ada Cheli, che – in rappresentanza dei 140 iscritti della sezione di Livorno – votò per la mozione Salvatori, approvata con larga maggioranza. Modigliani invece potè riversare sulla propria mozione soltanto 29 e 19 voti, rispettivamente delle sezioni di Ardenza e Antignano di cui era delegato.
Nel 1918 Ada era stata eletta nel Comitato federale livornese del Partito socialista e la sua nomina a rappresentante livornese al Congresso risaliva al 26 agosto 1918, a seguito del suo intervento alla riunione tenutasi presso il Circolo socialista, a cui avevano partecipato 50 socialisti, 5 donne della Sezione socialista femminile d’Ardenza e l’on. Modigliani, così come riportato in un’informativa prefettizia:
«Cheli Ada, dopo aver parlato anch’essa del prossimo congresso nazionale socialista presentò un ordine del giorno in cui propose la continuazione della propaganda socialista, una maggiore e più efficace opera di organizzazione fra le classi operaie da costituire la forza suprema per tutti gli eventi del dopo guerra, protesta continua contro gli abusi delle autorità e della Magistratura e protesta fervente contro il decreto Sacchi. Detto ordine del giorno venne approvato all’unanimità. Su proposta dell’on. Modigliani, la Cheli venne nominata all’unanimità rappresentante del partito socialista livornese al prossimo congresso socialista Nazionale a Roma».
E’ presumibile che Cheli fosse stata designata quale delegata pure in considerazione del fatto che era fra le militanti più attive contro la guerra, rappresentando idealmente anche le numerose socialiste e operaie protagoniste delle agitazioni pacifiste a Livorno. Peraltro, al Congresso nazionale, fu una delle pochissime donne delegate[5].
Pur contando sull’appoggio della maggioranza “intransigente” dei compagni livornesi e del segretario federale, Ferruccio Grazzini, al momento del voto la scelta della socialista livornese non fu certo supina a logiche paternalistiche, votando contro la mozione dell’on. Modigliani, che aveva dieci anni di più ed era, oltre che uno dei fondatori del Partito socialista a Livorno nel 1894, un indiscusso esponente del socialismo internazionale[6].
Infatti, in coerenza con le proprie convinzioni, Ada Cheli – con i suoi 140 voti – optò per la mozione Salvatori e, alla luce di quanto sappiamo della sua militanza, tale determinazione non sorprende più di tanto.

UNA SOCIALISTA “DI SVEGLIATA INTELLIGENZA”

Ada Cheli[7] era nata a Livorno il 23 gennaio 1882, figlia di Italo e Giulia Beghi, ed aveva studiato sino alla III classe del Liceo Classico e poi frequentato, come uditrice, il primo anno di Medicina all’Università di Pisa. Da quanto si può dedurre dalle notizie reperite, all’epoca in cui venne “attenzionata” dalla Polizia – nel 1916 – per l’attivismo anti-bellicista, lavorava come «rappresentante di commercio e commessa di negozio». Sempre secondo le informazioni riportate nel suo fascicolo del Casellario politico centrale, viveva da sola in una soffitta in via Ricasoli 18 (l’attuale civico 126)[8].
Al momento della sua prima “schedatura” era stata classificata come «socialista rivoluzionaria», in relazione con Livia Pupeschi di Castelfiorentino, segretaria della Federazione femminile socialista toscana.
Si annotava inoltre: «fa propaganda delle idee che professa specialmente nell’elemento femminile e con discreto profitto. Legge e riceve giornali e stampe sovversive. Ha qualche volta scritto articoli sul giornale “La parola dei socialisti” che si pubblicava in questa città. E’ capace di tenere conferenze e qualcuna ne ha tenuta nelle private riunioni della Sezione socialista […] Prese attiva parte al congresso giovanile socialista che ebbe luogo qui il 20 agosto [1916] e al comizio privato che il 24 corrente mese [settembre 1916] fu qui tenuto nella sede della Federazione, pro Carlo Tresca e dove parlò il Deputato Arturo Caroti».
Nel luglio 1917, aveva seguito la vertenza dei ragazzi avventizi del Cantiere navale per l’aumento di paga. Il 18 giugno 1918 era stata arrestata per disfattismo, presso il Politeama Livornese, in quanto, assieme al segretario della Federazione socialista, Ferruccio Grazzini, avrebbe «tenuto un contegno decisamente ostile e di disprezzo mentre veniva letto il Comunicato Diaz annunciante la resistenza dell’Esercito italiano sul Piave», tanto da essere ritenuta anarchica. Condannata in primo grado a 2 mesi di carcere e Lire 300 di multa, sarebbe stata poi assolta dalla Corte di appello di Lucca, così come il Grazzini, già scagionato per insufficienza di prove («Gazzetta livornese», 2-3 agosto 1918).
Tale denuncia non sarebbe stata l’ultima, in quanto il 7 ottobre seguente, venne denunciata a seguito del corteo spontaneo tenutosi quel giorno a favore dell’armistizio, assieme ai socialisti Pio Carpitelli, Ferruccio Grazzini, Nello Marcaccini, Salvatore Papi e all’anarchico Natale Moretti, tutti per il reato di manifestazione non autorizzata e, per Marcaccini, Moretti e Papi, anche per disfattismo.
Da parte sua, Modigliani criticò i cinque socialisti in quanto si erano mossi senza aspettare le indicazioni del Partito e «non riuscirono altro che a provocare lo sdegno dei cittadini, ed anche delle masse operaie».
Pochi giorni dopo, il 15 ottobre, nel corso di una riunione della Segreteria della Federazione socialista di Livorno, presso la sede sugli Scali del Corso 2, alla presenza di Modigliani che relazionò sul Congresso di Roma, secondo un’informativa del prefetto Gasperini di Livorno al Ministero dell’Interno, «[Salvatore] Papi ebbe parole di biasimo perché la Cheli votò al congresso nazionale l’ordine del giorno degli intransigenti anziché quello dell’on. Modigliani», anche se più probabilmente – come riferisce lo storico Luigi Tomassini – fu proprio Modigliani ad aver «dovuto severamente richiamare la delegata livornese». Non risulta, comunque, che sia stata messa in discussione la sua presenza nella Segreteria.
Secondo quanto riporta la storica Franca Pieroni Bortolotti, Ada Cheli avrebbe quindi partecipato al Convegno socialista di Bologna (22-23 dicembre 1918), come delegata della Sezione femminile socialista di Ardenza, di notoria tendenza massimalista[9].
«Socialista pericolosa», durante il regime fascista viene sorvegliata costantemente in quanto «professa tuttora idee socialiste», conducendo – da quanto si può evincere dalle informazioni disponibili – una vita all’insegna della precarietà: nel 1931 risulta titolare di un’attività commerciale (categoria “Chincaglierie”), in via Vittorio Emanuele 20 (l’attuale via Grande), ed è costretta a cambiare di continuo residenza, presso affittacamere oppure ospite di famiglie[10].
Dopo la Liberazione riprendeva l’impegno politico e nel 1947, allorché venne costituito il Comitato direttivo della Sezione femminile del Partito socialista livornese, fu chiamata a dirigere il settore Stampa e Propaganda: incarico che poté assolvere soltanto per un anno, in quanto deceduta a Livorno l’8 ottobre 1948, a soli sessantasei anni.
Incredibilmente, la memoria della sua militanza – di tutto rispetto – appare esclusa dalla storia del socialismo labronico, forse non perdonandole proprio quell’atto di disobbedienza verso l’on. Modigliani.

NOTE

1. Sull’attività politica, prima socialista massimalista e poi comunista, di Luigi Salvatori (Seravezza 1881 – Marina di Pietrasanta 1946), avvocato, si rimanda all’articolo biografico: https://www.senzatregua.it/2021/07/20/lattivita-politica-di-luigi-salvatori-dirigente-del-movimento-operaio-in-versilia/

2. Sull’intensa e lunga militanza socialista di Alessandro Antonio Luigi Tiraboschi (Bergamo 1873 – 1965), avvocato, si rimanda alla sua scheda biografica sul portale on-line L’anagrafe dei sovversivi bergamaschi 1903-1943, dell’Archivio di Stato di Bergamo (http://asb.midainformatica.it/eGallery/main.htm).

3. Questi sono i dati presenti nel Resoconto stenografico del XV Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano, Milano, Libreria Editrice «Avanti!», 1919. Leggermente discrepanti le cifre riportate in dettaglio sull’Almanacco socialista italiano 1919, pubblicato dalla medesima casa editrice: Salvatori (438 sezioni, 13.748 voti), Modigliani (96 sezioni, 2.667 voti), Tiraboschi (134 sezioni, 2.655 voti), più 680 astenuti della sezione milanese.

4. Inoltre, nonostante l’approvazione della mozione intransigente, inclusa la clausola finale che impegnava il Gruppo parlamentare ad attenersi all’indirizzo deciso dalla Direzione del Partito, ne venne comunque “sanato” il comportamento passato e, solo pochi mesi dopo, il Gruppo parlamentare tornò a muoversi in modo dissonante. Di fatto, quindi, il Congresso eluse le questioni di fondo riducendosi ad uno scambio polemico di accuse e contro-accuse su singole contingenze, senza entrare sul terreno della condotta che il Partito doveva portare avanti nel paese, all’interno della classe e a livello internazionale, come la situazione bellica imponeva.

5. Le altre erano Cristina Bacci (Ravenna), Ester Garbaccio (Novara), Rita Maierotti (Bari), Vittoria Mariani in Rambelli (Forlì), Nella Valli (Reggio Emilia) ed Elvira Zocca (Torino).

6. Va comunque annotato che Modigliani era stato eletto al Parlamento nell’ottobre 1913, quale deputato nel Collegio bolognese di Budrio-Molinella con 5.408 voti, mentre a Livorno ne aveva ottenuti soltanto 3.142, nei rispettivi ballottaggi.

7. All’anagrafe di Livorno risulta registrata come Ada Cesarina, mentre negli incartamenti di polizia figura con i nomi di Ada Maria Cesira.

8. Secondo la classica visione sessista emergente dalle schedature poliziesche delle militanti politiche, fra le annotazioni riportate nel fascicolo troviamo la seguente descrizione fisica: «corporatura grossa; espressione fisionomica maschile; abbigliamento abituale decente; segni speciali viso piuttosto maschile, piatto non bello». Inoltre, si riferiva che «nell’opinione pubblica riscuote cattiva fama essendo donna di liberi costumi», con due amanti (padre e figlio), ossia Ferruccio e Astro Grazzini, e veniva indicata come «di svegliata intelligenza» ma «fanatica delle sue idee» (ACS, CPC, Busta 1281, [Cheli Ada Maria Cesira])

9. Da un gruppo di giovani lavoratrici d’Ardenza, già impegnate nella locale Sezione giovanile socialista, nell’agosto 1916 era stata costituita un’attiva Sezione femminile socialista, animata dalle sorelle Balardi (Bianca, Santuzza ed Ebra), la cui prima segretaria fu Iris Contini. Dopo lo scioglimento della Sezione – anche a seguito della scissione comunista – il Gruppo femminile socialista d’Ardenza fu ricostituito nel maggio 1922 (notizie riguardanti la Sezione si trovano sul giornale «La Difesa delle Lavoratrici»).

10. Nel 1933 risulta abitare in via della Madonna, seguono poi cambi di residenza sino al 1937 in via Pola, via Fiorenza, via Maggi, via Ricasoli, via Garibaldi e via Malenchini.

 




Da tecnico cinematografico a partigiano

L’8 settembre 1943 l’annuncio dell’armistizio colse il Paese impreparato e in uno stato di profonda confusione. Pietro Badoglio, nel suo messaggio radiofonico, comunicò la cessazione delle ostilità con gli angloamericani, ma non fornì ulteriori indicazioni, lasciando nell’incertezza le forze armate e la popolazione civile. Le truppe italiane si trovarono allo sbando, prive di una strategia comune: molte furono disarmate dai tedeschi, altre cercarono di resistere, altre ancora si dispersero nel caos.

 

 

La Germania, fino a quel momento alleata, reagì con durezza occupando militarmente gran parte del territorio e instaurando un regime di controllo diretto. Nel giro di pochi giorni l’Italia si ritrovò divisa in due: il Sud controllato dagli Alleati e il Centro-nord in mano ai nazifascisti con un popolo spaesato, incerto se dover scegliere di collaborare o resistere. L’armistizio invece di rappresentare la fine della guerra segnò dunque l’inizio di una nuova fase, ancor più dolorosa e incerta, fatta di fame e di bombardamenti, di violenze e di soprusi.

Anche in Versilia la proclamazione dell’armistizio venne accolta con sentimenti contrastanti da parte degli antifascisti locali. Tra gli oppositori del regime non era presente una strategia condivisa su come affrontare la situazione, vi erano coloro che propendevano per un atteggiamento attendista e altri che invece sostenevano la necessità di dover intervenire immediatamente. Tra i più accesi oppositori al fascismo dominava la volontà di voler sfruttare il momento d’incertezza per assestare un colpo alle forze occupanti e sperare in un’insurrezione generale da parte della popolazione, mentre tra le fazioni moderate regnava l’indecisione, dettata dall’incapacità di prevedere l’evolversi degli eventi e dall’ormai ventennale inattività politica dovuta alla soppressione dei partiti.

Il comunicato di Badoglio aveva portato numerosi giovani e soldati dell’ormai disciolto esercito a ritirarsi sulle Apuane in attesa di conoscere l’evolversi della situazione. Sebbene fossero alimentati da una notevole determinazione i primi combattenti versiliesi dovettero ben presto riconoscere che la volontà e gli uomini non erano di per sé sufficienti per fronteggiare un nemico numericamente e tecnologicamente superiore. A parte qualche fucile trovato in cantina e qualche arma sottratta alle caserme i primi combattenti non disponevano di armamenti necessari per combattere i nazifascisti. Era dunque vitale per la nascente Resistenza versiliese riuscire ad incrementare il numero di equipaggiamenti bellici[1].

In questo momento della storia entra in scena il protagonista del nostro racconto, il ventinovenne Manfredo Bertini, nome di battaglia Maber. Nel 1943 Manfredo era ormai un affermato tecnico cinematografico che aveva curato la fotografia di numerosi film dell’epoca come Pioggia d’estate (1937), Ragazza che dorme (1941) e Il Re d’Inghilterra non paga (1941)[2]. Grazie a questa professione era stato esentato dal servizio militare e non aveva preso parte al conflitto. Nel corso del Ventennio Manfredo non aveva aderito a nessun gruppo clandestino e non aveva evidenziato un particolare interesse nei confronti della politica, limitandosi a concentrare l’attenzione sulla sua carriera di tecnico cinematografico. Nonostante ciò, dopo l’8 settembre Manfredo fu fra i primi a prender parte alla neonata Resistenza versiliese, non tanto per un’affinità con gli ideali comunisti quanto semmai per la comune avversione nei confronti di un nemico che opprimeva la popolazione e ne limitava la libertà.

 

 

Il lavoro che svolgeva gli aveva permesso di restare ai margini della guerra oltre a garantirgli ottimi guadagni che lo avevano messo al riparo dalle difficoltà economiche generalmente legate al conflitto, ma malgrado ciò, decise di sposare la causa della Resistenza e di accettare i rischi che questa comportava. Coloro che ebbero la fortuna di conoscerlo lo ricordano unanimemente come un uomo solare e spiritoso, capace di infondere fiducia e speranza alle persone che lo circondavano. Oltre ad essere un individuo particolarmente carismatico Maber era anche dotato di una notevole intelligenza e di una rapidità di pensiero che gli consentivano di risolvere situazioni all’apparenza insolubili.

 

I titoli di coda del film “Cenerentola e il signor Bonaventura”

 

Per ovviare alla situazione di stallo creatasi dopo l’8 settembre Manfredo propose agli esponenti della Resistenza versiliese di inviare una persona oltre le linee nemiche per stringere un contatto con gli Alleati, segnalare la propria presenza agli angloamericani, e richiederli i rifornimenti necessari per combattere gli occupanti. Manfredo per questa missione, denominata Operazione Gedeone, propose sua cognata, Vera Vassalle, una ventitreenne viareggina, persona fidata e capace, dalle profonde convinzioni antifasciste. La decisione di affidare l’incarico ad una ragazza poteva sembrare un azzardo, ma era invece motivata dalla considerazione che difficilmente avrebbe attirato le attenzioni dei nemici; inoltre ad avvalorare ulteriormente questo ragionamento contribuiva anche l’andamento claudicante di Vera, dovuto alla poliomielite che l’aveva colpita nell’infanzia. Partita da Viareggio il 14 settembre 1943, affrontò un estenuante viaggio durato due settimane, al termine del quale riuscì a varcare la linea del fronte e raggiungere gli americani a Montella, un piccolo comune montano in provincia di Avellino. Informati delle sue intenzioni, i militari la misero immediatamente in contatto con la sede dell’OSS (Office of Strategic Services) situata a Napoli. Una volta giunta nel capoluogo campano fu addestrata all’utilizzo delle telecomunicazioni e alla conoscenza dei sistemi informativi.

Terminato il periodo di formazione la giovane fu segretamente sbarcata nei pressi di Orbetello, nel gennaio 1944, da dove risalì fino a Viareggio, portando con sé l’attrezzatura necessaria per trasmettere e ricevere i messaggi degli Alleati. L’operazione si concluse positivamente e Vera riuscì a giungere nella sua città natale il 19 gennaio 1944[3].

 

Vera Vassalle

 

Ma non fu semplice riuscire subito ad attivare le comunicazioni con gli Alleati. Il radiotelegrafista affiancato ai combattenti toscani aveva smarrito i piani di comunicazione rendendo quindi impossibile qualsiasi contatto con gli angloamericani. Nonostante questo intoppo, i partigiani non interruppero però la loro attività e riuscirono a rendersi protagonisti di alcune azioni di disturbo ai danni delle forze occupanti e ad organizzare il primo rifornimento nella notte del 18 febbraio. Per l’occasione Maber coniò l’espressione “per chi non crede”, il segnale convenuto per dare il via all’iniziativa; il messaggio oltre a rappresentare l’avvio dell’operazione voleva anche rappresentare un invito a coloro che per paura o incertezza non avevano ancora sposato la causa. L’aviolancio si concluse con successo e i partigiani nascosti sulle Apuane riuscirono a raccogliere complessivamente diciassette bidoni carichi di materiali fondamentali per la lotta ai nazifascisti[4].

Radio “Rosa” divenne operativa solamente nel marzo 1944 con l’arrivo di Mario Robello, il tecnico inviato dagli Alleati con i nuovi piani di comunicazione. Nel corso della sua attività la stazione non limitò la propria azione al sostegno della Resistenza versiliese, ma estese il suo supporto anche all’assistenza degli altri gruppi sparsi per la regione, rappresentando un utile legame tra gli angloamericani e le unità impossibilitate a ricevere o fornire notizie. Nel corso della sua attività Radio “Rosa” organizzò numerosi rifornimenti e tenne costantemente aggiornati gli Alleati sugli spostamenti nemici.

Il primo rifornimento del 18 febbraio non passò inosservato attirando le attenzioni dei fascisti locali che organizzarono un rastrellamento nella zona: diversi componenti della formazione partigiana furono arrestati compreso Maber fermato presso l’abitazione del padre la mattina del 5 marzo, ma che riuscì a scappare con uno stratagemma. Prima di essere portato in caserma Manfredo chiese di poter utilizzare il bagno, uno dei militi entrò nella stanza e vedendo una minuscola finestrella dalla quale ipotizzò che fosse impossibile passare gli accordò il permesso. E una volta nel bagno Maber, grazie al suo fisico minuto, riuscì a passare da quell’angusto pertugio facendo perdere le sue tracce[5].

Il giorno dopo fece recapitare a suo padre un sarcastico messaggio che riassume meglio di tante altre parole la figura di Manfredo, capace di scherzare perfino in un frangente drammatico come quello:

Caro vecchio padre volevo mandarti una serratura nuova per sostituire quella rotta per colpa mia, ma fino ad ora me ne è mancato il tempo. Se tu per caso avessi modo di rivedere quei signori che vennero a cercarmi la mattina del cinque, avrei caro che tu cercassi di giustificarmi presso di loro per quella mia brutta maniera di andarmene senza salutarli. In ogni modo appena potrò di nuovo vederli, mi scuserò personalmente a voce e li persuaderò di tutte le mie buone intenzioni[6].

 

Il biglietto inviato al padre

 

Durante il periodo di clandestinità Manfredo venne nascosto nell’abitazione delle sorelle Anna e Maria Barsella,  che contribuirono enormemente alla lotta al nazifascismo rendendo la loro casa il quartier generale della Resistenza viareggina, un luogo dove poter occultare armi e documenti compromettenti e dove poter organizzare gli incontri con gli esponenti delle altre formazioni toscane. Pur non potendosi mostrare pubblicamente, Maber continuò a coordinare la lotta ai nazifascisti e a rappresentare un importante legame con gli Alleati e gli altri gruppi di ribelli.

Tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate si registrò un raffreddamento nei contatti tra i combattenti versiliesi e gli angloamericani: il numero degli aviolanci diminuì e gli Alleati divennero più vaghi nelle comunicazioni. Per ravvivare il legame Maber ritenne necessario un incontro analogamente a quanto aveva fatto Vera qualche mese prima e insieme all’amico Gaetano De Stefanis partirono a bordo di una motocicletta alla volta del sud Italia. Lungo il tragitto vennero fermati ad un posto di blocco e avevano addosso ogni genere di materiale sensibile, come mappe e documenti, ma nonostante la sfortunata circostanza Maber riuscì miracolosamente a salvarsi anche in questa situazione, iniziando a pronunciare una sequela di parolacce che alle orecchie dei tedeschi non avevano alcun significato, ma che inspiegabilmente riuscirono a dare il tempo a quest’ultimo di potersi appartare e gettare il materiale compromettente prima che procedessero alla perquisizione[7].

Una volta entrati in contatto con gli Alleati Manfredo e Gaetano vennero indirizzati presso gli uffici dell’OSS. Visti gli ottimi risultati raggiunti in Versilia gli angloamericani decisero di sfruttare le capacità acquisite negli ultimi mesi e incaricarono loro di creare un altro centro d’informazione nel nord Italia che li tenesse informati sugli spostamenti dei nazisti (Missione Balilla). Nell’agosto 1944 i due partigiani vennero paracadutati nel piacentino, più precisamente nella zona intorno a Pecorara dove operava la Divisone “Piacenza” di Giustizia e Libertà, comandata da Fausto Cossu. Nei primi mesi ci fu l’invio di numerosi messaggi dal quartier generale della Sanese e furono organizzati gli aviolanci con l’arrivo dei fusti di metallo paracadutati dal cielo.

 

Alcuni componenti della Divisione “Piacenza”

 

La situazione precipitò quando agli inizi di ottobre Manfredo fu ferito mentre viaggiava su un’auto nel tratto di strada che da Pecorara porta a Pianello. Le circostanze dell’infortunio rimangono ancora poco chiare: non sappiamo se è stato colpito dai nazifascisti o addirittura dai compagni partigiani perché sembra si trovasse su un’automobile tedesca. Il fatto è che Maber venne colpito al braccio sinistro e la ferita purtroppo si rivelò più grave del previsto, peggiorando di giorno in giorno e procurandogli un dolore continuo. Fu quindi trasferito in casa di una cugina di Fanny Zambarbieri, Caterina Politi, e curato dal Dott. Ricci Oddi, un medico partigiano[8].

 

Manfredo insieme al dott. Ricci Oddi

 

Costretto a letto dalla dolorosa ferita riceveva ogni giorno le visite di Fanny e dell’amica Pia Bertani, alle quali chiedeva spesso di cantargli Firenze sogna di Cesare Cesarini. Da Manfredo si recavano sovente anche i comandanti partigiani per parlare di questioni organizzative, in quel caso le due ragazze si allontanavano dall’abitazione. Andavano a visitarlo anche il Dott. Ricci Oddi e un’infermiera, una ragazza di Pianello Val Tidone che pare gli somministrasse anche della morfina quando lui non riusciva più a resistere al dolore. Con il passare dei giorni, però, la ferita non migliorava costringendolo a ricorrere sempre più spesso alle iniezioni di morfina per alleviare il dolore. All’epoca gli antibiotici erano pressoché inesistenti e la ferita era probabilmente infetta[9].

Agli inizi di novembre arrivarono notizie allarmanti riguardo un massiccio concentramento di forze tedesche a Castel San Giovanni. I partigiani della Divisione Piacenza furono costretti a sciogliere le formazioni e fuggire nei vicini boschi, ed anche Maber nella notte tra il 23 e il 24 novembre insieme ad alcun compagni si incamminò per raggiungere il comando situato alla Sanese portandosi dietro il maggior numero di armi. Ma la ferita non era migliorata e Manfredo febbricitante faticava a stare dietro ai propri compagni. Arrivati alla Sanese chiese agli altri partigiani di installare l’antenna della radio su di un alto castagno e riprovò insistentemente a contattare gli Alleati senza riuscire a ricevere nessuna risposta[10].

Probabilmente è in questo momento che Manfredo maturò la decisione di abbandonare definitivamente il gruppo. Tallonati dai nazisti e privi di qualsiasi sostegno, gli uomini della “Piacenza” avevano ormai le ore contate e Maber si sentiva un peso perché la sua presenza rallentava la loro fuga. L’abbandono degli Alleati e il martellamento incessante dell’artiglieria nemica lo convinsero sempre più della scelta meditata in quei giorni, e dopo l’ennesima richiesta di aiuto agli angloamericani caduta nel vuoto, si allontanò con una scusa e si fece esplodere con una granata. Ai compagni non restò che comporne i resti mortali e dargli sepoltura sotto ad un albero, nei pressi della cascina, avvolgendolo nel telo del paracadute con cui era atterrato nel Piacentino appena un paio di mesi prima.

Prima di togliersi la vita Manfredo aveva scritto ai suoi compagni una lettera d’addio:

“Date le mie condizioni di salute, veramente pessime, a seguito della ferita ricevuta tre mesi orsono, sentendomi incapace a proseguire con mezzi propri, anche per la fatica sostenuta durante la giornata di oggi e di ieri, sono costretto a fare quello che sono in procinto di compiere per consentire agli altri componenti la missione di mettersi in salvo e continuare il lavoro. Sono certo infatti che la fatica che li attende sarà tale da non consentire la cura del sottoscritto; e sono certo d’altra parte, dati anche i rapporti di parentela e di stretta amicizia che mi legano con icomponenti la Missione Balilla I e Balilla II, che per nessuna altra ragione al mondo, diversa da quella che io stesso sto per procurare, i detti componenti abbandonerebbero il sottoscritto. Giuro di fronte a Dio che la mia di stanotte non è una fuga e questo desidero sappia mio figlio. Groppo 24 novembre 1944 Manfredo Bertini”[11]

Nonostante si sia distinto nel corso della Guerra di Liberazione e sia stato insignito della medaglia d’oro al valor militare, dopo la sua scomparsa la figura di Manfredo Bertini non è stata ampiamente celebrata.  Il suo ricordo affiora sporadicamente nella toponomastica della provincia di Lucca e Massa, senza però lasciare un segno indelebile o destare l’attenzione dei passanti[12]. Il tributo più significativo lo troviamo a Montecarlo, il paese natale di Manfredo, dove nel 1975 è stata affissa una targa sulla facciata dell’abitazione nella quale era cresciuto[13]. Un ulteriore riferimento alla sua memoria si incontra sul lungomare di Viareggio, dove sorge lo stabilimento Maber, donato nel secondo dopoguerra dal Comune alla vedova, come gesto di riconoscenza per la scomparsa del marito.

 

Targa posta sulla facciata dell’abitazione dove nacque Manfredo

 

Più recentemente il ricordo di Manfredo è riemerso nel 2011, in occasione del Festival del Cinema di Viareggio, nel corso del quale sono stati proposti al pubblico alcuni fotogrammi di Pioggia d’estate, l’inedito film girato nel 1937 da Mario Monicelli, a cui aveva collaborato. Il tutto è stato reso possibile grazie alla ricerca del regista Riccardo Mazzoni, che è riuscito a rinvenire il materiale nell’archivio di Andrea Bertini, il figlio di Manfredo[14].

 

 

[1]      L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”: Resistenza e Alleati, Vangelista, Milano 1987, pp. 32-33.

[2]      https://www.imdb.com/it/name/nm1068683/.

[3]      F. Bergamini, G. Bimbi, Antifascismo e Resistenza in Versilia, A.N.P.I. Versilia, Viareggio 1983, pp. 58-60.

[4]      L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”, cit., pp. 77-78.

[5]      F. Bergamini, G. Bimbi, Antifascismo e Resistenza in Versilia, cit., pp. 81-85.

[6]      Messaggio inviato da Manfredo Bertini al padre, citato in L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”, cit., pp. 82-83.

[7]      F. Bergamini, G. Bimbi, Antifascismo e Resistenza in Versilia, cit., pp. 110-112.

[8]      L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”, cit., p. 137.

[9]      Intervista a Giovanna Fanny Zambarbieri, https://www.youtube.com/watch?v=xR2vujiKFoY.

[10]    L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”, cit., pp.154-157.

[11]    Lettera d’addio di Manfredo Bertini, citata in L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”, cit., p. 163.

[12]    Abbiamo una via dedicata a Manfredo Bertini a Viareggio, Camaiore, Lucca e una piazza a San Salvatore, frazione del comune di Montecarlo.

[13]    L’abitazione dove Maber è cresciuto si trova in via Cerruglio.

[14]    https://www.iltirreno.it/versilia/cronaca/2011/10/11/news/cosi-ho-ritrovato-i-fotogrammi-di-pioggia-d-estate-1.2737038.

 

Articolo pubblicato nel settembre 2025




IL CANDIDATO DEL FASCISMO AGRARIO MAREMMANO

Profilandosi ormai chiaramente la minaccia fascista, i socialisti, non solo non presero nessuna misura per fronteggiarla, ma col loro atteggiamento tendevano a impedire che ci si organizzasse a difesa. Il fascismo era infatti considerato dai dirigenti socialisti come un fenomeno di mera provocazione, tendente a far intervenire, contro le masse, le forze repressive dello stato borghese. «Non accettare la provocazione» fu fino all’ultimo la parola d’ordine dei dirigenti socialisti. Come se di fronte a bande armate che bastonavano e uccidevano, bruciavano le sedi delle organizzazioni operaie e scioglievano con la forza le amministrazioni socialiste, fosse possibile restarsene passivi, per non fare il gioco dei «provocatori». Istintivamente le masse sentivano che bisognava far qualcosa…”.
(L. Bianciardi, C. Cassola, I minatori della Maremma)

La recentissima pubblicazione del libro di Franco Dominici e Silvio Antonini, Gino Aldi Mai. Il Candidato agrario. Tra il Biennio rosso e l’avvento del Fascismo nella Maremma e nella Tuscia (1919-1924), edito da Effigi, col patrocinio dell’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea, conferma la rilevanza del cosiddetto squadrismo agrario nella genesi politico-militare dei Fasci di combattimento e, in seguito, nella restaurazione economica-sociale delle campagne durante il regime fascista.
Dalla Lomellina al Molinellese, dal Polesine di Matteotti alle Puglie di Di Vittorio, il fascismo mussoliniano potè insediarsi, trovare finanziamenti e svilupparsi in territori in cui il padronato agrario, per lo più latifondista, aveva già una lunga “tradizione” di controllo e dominio della manodopera bracciantile e, più in generale, delle lavoratrici e dei lavoratori agricoli subordinati, attraverso l’impiego di propri “uomini” a cui erano demandati quei metodi violenti che non sempre potevano essere assicurati dai pur zelanti Carabinieri.
Secondo le zone, si trattava di piccoli eserciti privati formati occasionalmente da “guardie campestri”, sovrastanti, fattori, “caporali”, “factotum”, braccianti ingaggiati come crumiri, disoccupati assoldati alla giornata… che richiamavano i “bravi” di manzoniana memoria.
A loro era demandato il compito di fronteggiare proteste, scioperi ed occupazioni di terre, ma sovente erano anche la “longa manus” dei proprietari terrieri per “regolare conti” ed intimidazioni fuori dall’ambito lavorativo.

Foto della Squadra d’azione laziale, 1920, tratta da “Squadristi” di Franzinelli.

Le prime squadre fasciste s’inserirono quindi su questo terreno conflittuale, fornendo giovani votati alla violenza ed ex-combattenti per contrastare le Leghe – sia “rosse” che “bianche” – dei lavoratori della terra, compiere spedizioni punitive nei paesi non sottomessi, perpetrare persecuzioni individuali ed esecuzioni “mirate”.
L’intesa era nel reciproco interesse delle parti: i possidenti terrieri, per la tutela dei propri interessi e privilegi, potevano contare su una più efficiente guardia privata, operante come una forza politica, mentre i Fasci usufruivano di legittimazione e ingente sostegno economico, estendendo così la loro influenza, a spese del sindacalismo di classe e dell’associazionismo popolare.
Grazie alla disponibilità di camion e altri veicoli – ma in alcune zone anche di cavalli – lo squadrismo “tricolorato introdusse la tattica della “guerra di movimento”, ma risulta evidente la continuità funzionale con i pre-esistenti “mazzieri dell’Agraria”, così come appare evidente in alcune foto delle prime squadre fasciste nella campagne. Ai bastoni e alle doppiette da caccia si aggiungevano le armi da guerra, ma non vi erano ancora divise paramilitari ed elmetti e le rare camicie nere erano quelle “da fatica” allora normalmente usate dai contadini nel lavoro dei campi.
La situazione della Maremma, sia Toscana che Laziale, conferma perfettamente tale dinamica, seppure a fianco dell’importante realtà agricola vi erano non meno importanti insediamenti industriali e minerari che talvolta – come in Val di Cecina – vedevano un analogo “feudalesimo industriale”.

Non di meno, lo squadrismo «tricolorato» dovette fare i conti col forte radicamento socialista, anarchico e sindacalista, ricorrendo – con la connivenza delle forze dell’ordine e dei comandi militari – a metodi terroristici; basti pensare alla Strage di Roccastrada che nel luglio 1921 anticipò le rappresaglie nazi-fasciste “10 per 1”.
La compiacenza della forza pubblica anche nell’assalto fascista a Grosseto venne confermata da una testimonianza, pubblicata sul quotidiano anarchico «Umanità nova» del 6 luglio 1921, che riferì «dei reali carabinieri allineati fare il presentatarm allo stato maggiore fascista».
La biografia di Gino Aldi Mai, ricco proprietario terriero grossetano, prima liberale e poi decisamente fascista, che rivestì importanti cariche pubbliche e istituzionali (sindaco, podestà, senatore…), al centro del saggio degli storici Dominici e Antonini, appare in effetti paradigmatica per comprendere l’involuzione, dal paternalismo alla reazione, della borghesia agraria non solo in in Maremma, ma simile nel resto della Toscana e del Lazio, così come nella Valle Padana e nel Meridione.
Le “patriottiche motivazioni ideali” di tale passaggio al Fascismo, ebbero il loro riscontro durante il regime quando, come scrive Franco Dominici: «Il padrone tornava a essere tale a tutti gli effetti e delegava il fattore, o agente agrario. I vecchi usi e prestazioni di tipo medievale erano adesso codificati dalla legge; i mezzadri dovevano consegnare nuovamente al padrone gli animali da cortile, le uova, la legna e quelle che diventeranno le “massaie rurali” saranno obbligate a prestarsi ai servizi padronali. Le leggi sugli infortuni agrari vennero abrogate, così come la mutua dei “rossi” il patronato dei “bianchi”; la divisione degli utili dei dei diversi prodotti (latte, suini, monta, castagne, ma anche prodotti come tabacco, barbabietola e pomodori), precedentemente a favore dei mezzadri, fu riportata dalle leggi fasciste al 50% fra le due parti. Il colono tornava a condizioni di vita più misere, a un lavoro con minori certezza, alle angherie dei fattori ed a una dieta alimentare più povera».
La lettura del libro offre anche l’occasione di riflettere su come, prima sui giornali di destra e nei rapporti di polizia e in seguito nella narrazione epica dello squadrismo, il clima di guerra civile instaurato dagli «schiavisti agrari» (seconda una nota definizione dannunziana) venne mistificato come un’eroica e disinteressata battaglia per salvare l’Italia dal bolscevismo e dall’anarchia, con la conseguente glorificazione dei pochi “martiri fascisti” a fronte di migliaia di vittime, perlopiù inermi, della classe lavoratrice e la criminalizzazione di quanti impugnarono le armi per la difesa delle libertà sociali.
I necrologi commemorativi dei fascisti rimasti uccisi nel grossetano e nel viterbese, citati nel libro, forniscono un esempio dello stilema retorico utilizzato per trasformare gli aggressori in vittime e gli oppositori in criminali.
Lo squadrista ventunenne Rino Daus che, da Siena, era giunto a Grosseto per espugnare militarmente il rosso capoluogo maremmano, veniva quindi definito come un «giovinetto» che morendo avrebbe invocato «Italia! Mamma!», mentre Giovanni Migliori, «tutto dedito alla casa e la lavoro», fu ucciso in un’imboscata da «una bieca figura di comunista» a Giuncarico. Giovanni Dessy, fondatore del Fascio di Orbetello, cadde in una sparatoria con alcuni malviventi, ma la sua morte fu il pretesto per rappresaglie contro i “rossi”. Il fascista grossetano Ivo Saletti rimase ucciso al ritorno da una spedizione punitiva a Roccastrada, probabilmente colpito da un colpo partito accidentalmente da un camerata che si trovava a bordo del medesimo camion, causando per ritorsione l’eccidio indiscriminato di dieci inermi paesani. Invece, lo squadrista grossetano Andrea Agnelli, mortalmente accoltellato da uno sconosciuto e la cui uccisione fu subito attribuita «a odio di parte», a distanza di tempo fu escluso dal martirologio fascista. Nello stigmatizzare l’uccisione del fascista viterbese Amoroso Melito venne invece sottolineato il fatto che era un mutilato, ma tale condizione non gli aveva impedito di «prendere parte a parecchie spedizioni punitive».
Un ventennio dopo lo stesso schema sarebbe stato ripreso dalla propaganda della Repubblica sociale contro i partigiani: i «ragazzi di Salò», vittime dei «banditi», ed ancora oggi viene riproposto nel tentativo di riscrivere la storia, dimenticando anche Roccastrada.




LA COPPA MONTENERO-CIANO

La prima edizione della Coppa Montenero si svolse il 25 settembre 1921. La manifestazione, che nel proprio comitato organizzativo non contava ancora personalità politiche, nacque dall’intuizione di un gruppo di circa quindici livornesi legati al mondo giornalistico e all’aristocrazia cittadina[1]. L’esito di questa prima edizione fu alquanto modesto, con la partecipazione alla gara di sole otto auto[2].
Nel 1922 la gara fu anticipata di un mese, a fine agosto, per cercare di aumentare l’adesione dei piloti e il prestigio della competizione. La mossa non portò al risultato sperato e l’evento rimase una manifestazione dalla valenza prettamente regionale. Una differenza in questo secondo anno, rispetto alla prima edizione, fu comunque il notevole aumento di interesse da parte di alcune delle maggiori personalità del mondo politico e industriale cittadino[3]. Come membri del comitato d’onore figurarono infatti Salvatore Orlando, Guido Donegani e Costanzo Ciano, capitani d’industria locali che avevano agevolato e sostenuto nei mesi precedenti l’ascesa politica del Fascio livornese, completatasi proprio ad inizio agosto del 1922, a poche settimane dalla gara, con la conquista violenta del comune e il conseguente allontanamento del sindaco socialista Mondolfi[4].
Fu a partire da questa edizione che Costanzo Ciano, dall’anno successivo presidente del Comitato d’onore, intuì le potenzialità propagandistiche dell’evento e capì quanto avrebbe potuto giovare in termini di rilevanza se avesse fatto “sua” la competizione aumentandone il prestigio nazionale e divenendone l’uomo copertina.
Un cambiamento importante si concretizzò proprio nel 1923, in seguito alla costituzione, in primavera, della sezione livornese dell’Auto Moto Club[5]. Quest’ultima, a causa delle problematiche economiche riscontrate dal comitato esecutivo nelle prime due edizioni, assunse le redini organizzative dell’evento[6]. Vi fu così un miglioramento dell’intero complesso organizzativo e un conseguente primo interessamento da parte delle principali testate sportive italiane.
La svolta definitiva della Coppa Montenero si ebbe con la quinta edizione, quella del 1925, evento che riuscì ad attirare il doppio dei piloti rispetto alle quattro edizioni precedenti e ad ottenere contestualmente una maggiore copertura giornalistica sulla stampa nazionale e locale. In particolar modo proprio le due principali testate locali, «Il Telegrafo» e «La Gazzetta Livornese», controllate da Costanzo Ciano[7], seguirono con un minuzioso coinvolgimento quotidiano tutte le giornate d’avvicinamento e quelle successive di celebrazione dell’evento con articoli e approfondimenti[8].
Questo importante cambiamento fu dettato in primo luogo dal ruolo centrale che Emanuele Tron assunse nell’organizzazione. Tron fu prima membro di primaria importanza dell’Auto Moto Club Livorno (sin dalla sua prima fondazione), poi ne divenne presidente e, successivamente, con il pieno sostegno di Costanzo Ciano, fu scelto per gestire in solitaria il coordinamento dell’evento motoristico[9]. Oltre alle funzioni esercitate nel mondo dei motori, sin dall’avvento del fascismo a Livorno si ritagliò un ruolo di primo ordine anche all’interno della vita politica cittadina. Membro del direttorio del Fascio locale dal maggio 1921[10], non si limitò ad una mera rappresentanza politica, partecipando attivamente ai mesi di violenze e tensioni che culminarono con gli eventi dell’agosto 1922[11] . Nel dicembre del 1925, a pochi mesi dal gran successo dalla quinta edizione della Coppa Montenero, fu nominato inoltre segretario politico del Fascio di Livorno. Anche grazie ai risultati ottenuti nel mondo dei motori, nel 1932 venne chiamato inoltre a presiedere l’U.S. Livorno[12]. Durante gli anni della sua presidenza fu edificato il nuovo stadio intitolato ad Edda Ciano Mussolini[14].
Un importante cambiamento che mutò parzialmente la formula delle gare sul circuito del Montenero avvenne a ridosso della settima edizione dell’evento, quando fu introdotta la Coppa Ciano dedicata proprio al presidente del comitato d’onore Costanzo[15]. Per i primi due anni la Coppa Ciano fu assegnata da una corsa separata, organizzata in concomitanza a quella con cui si conferiva la Coppa Montenero. Le cose cambiarono a partire dal 1929, quando la Coppa Ciano e la Coppa Montenero divennero un’unica gara. Il trofeo del vincitore della Montenero continuò poi ad essere conferito come Coppa Ciano fino all’ultima edizione della manifestazione, svoltasi prima dello scoppio della guerra. Con la trasformazione della Coppa Montenero in Coppa Ciano si completò definitivamente quel progetto di controllo sulla kermesse che Costanzo Ciano aveva iniziato a plasmare sin dalle prime edizioni della competizione.
Di edizione in edizione si susseguirono numerosi ospiti illustri, tra i quali spiccarono autorità politiche di primaria importanza e illustri uomini di sport, che affiancavano pubblicamente Ciano e i suoi familiari durante l’intera giornata della manifestazione. Ciano non si fece però mai rubare la scena, muovendosi sempre con estrema accortezza per restare negli anni il volto dell’evento. Ogni quotidiano, locale e non, impegnato a seguire la parte sportiva della competizione riservò infatti sempre, parallelamente alla cronaca delle gare, un ampio spazio di approfondimento a Ciano e al suo ruolo. «Il Telegrafo», che era ancora sotto il suo controllo, offrì quasi ad ogni edizione della Montenero un resoconto specifico di ogni spostamento in città di Ciano nei giorni di svolgimento delle varie gare, come se le azioni compiute in quelle ore dal “Ganascia” fossero di pari importanza agli esiti sportivi di quello che avveniva tra le monoposto in pista. L’associazione diretta del nome Ciano con l’evento, il più importante della città non solo in ambito sportivo e capace di attirare già da diverse edizioni l’interesse di tutta Italia, fu quindi fondamentale nel sublimare ulteriormente il potere dell’ex militare su Livorno, suo feudo personale, e nell’alimentare di conseguenza nella popolazione livornese il culto della sua personalità.
Dopo quasi un decennio in cui la competizione si consolidò come uno degli appuntamenti motoristici più importanti dell’intero panorama nazionale, nel 1937 vi fu un cambiamento che rese l’evento ancora più rilevante. Questa edizione fu la più importante della storia della competizione, segnata dallo spostamento del Gran Premio d’Italia dal circuito di Monza al tracciato livornese[16]. La decisione di trasferire la gara automobilistica più importante d’Italia a Livorno, un riconoscimento per il comitato organizzativo con ancora a capo Emanuele Tron, arrivò grazie alla forte influenza della famiglia Ciano, estremamente volenterosa di esibire all’interno delle proprie mura cittadine un evento di estrema importanza, ma soprattutto grazie alla decisione delle principali autorità del mondo automobilistico italiano di allontanarsi dal circuito di Monza che era ormai divenuto territorio di totale dominio delle auto tedesche. Ciononostante la competizione non perse i legami con la sua storia recente e le precedenti edizioni, mantenendo anche per questa edizione speciale il titolo di Coppa Ciano. La gara non portò però il risultato atteso: a vincere fu una monoposto Mercedes-Benz, ragione per cui a partire dall’anno seguente il Gran Premio d’Italia fu trasferito nuovamente a Monza.
L’ultima edizione del Gran Premio del Montenero-Coppa Ciano, negli anni del fascismo, si svolse nell’estate del 1939, a pochi giorni dallo scoppio della guerra, che negli anni successivi impedì l’organizzazione delle più importanti gare in tutta Europa. A caratterizzare quest’ultima edizione fu il fatto che ebbe luogo a poche settimane dalla dipartita di Costanzo Ciano e fu quindi dedicata alla sua memoria[17]. La gara automobilistica, il cui prestigio era cresciuto enormemente nel corso del Ventennio fascista, nel dopoguerra non avrebbe più raggiunto i fasti delle edizioni degli anni Venti e Trenta. La sua rilevanza si affievolì dunque in modo simbolico con la morte della principale figura legata alla competizione.
Ciò che ci restituisce l’evoluzione della manifestazione, nel corso di nemmeno due decenni, è principalmente l’utilizzo strumentale che ne fece Ciano. Egli si servì dell’evento, con l’aiuto di uomini a lui fedeli come Tron, come strumento di promozione politica e per accrescere la propria autorevolezza a livello locale e nazionale.

 

Questo articolo è un estratto della tesi dell’Autore Livorno e il mondo dello sport durante il fascismo. Il caso labronico negli anni del regime (relatore prof. Gianluca Fulvetti), discussa presso il Dipartimento di Civiltà Forme del Sapere dell’Università di Pisa nell’Anno Accademico 2023/2024.

 

Note

  1. Cfr. M. Mazzoni, Lampi sul Tirreno. Le moto e l’auto sul Circuito di Montenero a Livorno, Consiglio regionale della Toscana. Comune di Livorno, Livorno 2006, p. 37; Le gare automobilistiche per la Coppa Montenero, “Gazzetta Livornese”, 22 settembre 1921.
  2. Cfr. La corsa automobilistica per la Coppa Montenero. La vittoria di Corrado Lotti, “Gazzetta Livornese”, 26 settembre 1921.
  3. Cfr. http://www.circuitodelmontenero.it/2/images/1922_pub_004.jpg.
  4. Cfr. T. Abse, Sovversivi e fascisti a Livorno (1918-1922): la lotta politica e sociale in una città industriale della Toscana, Franco Angeli, Milano 1991, p. 225-245; M. Tredici, Umberto Mondolfi, il sindaco rosso. L’amministrazione socialista a Livorno 1920-1922), Media Print Editore, Livorno 2022.
  5. Secondo tempo della “Montenero”, Rivista ufficiale del Reale Automobile Club d’Italia, 29 agosto 1937; La prima marcia turistica auto-moto-ciclistica, “Il Telegrafo”, 15 giugno 1923.
  6. I preparativi per la terza Coppa Montenero, “Gazzetta Livornese”, 3 luglio 1923.
  7. A. Viani, Il Telegrafo di Giovanni Ansaldo 1936-1943, Belforte, Livorno 1998, pp. 24-25.
  8. La V Coppa Montenero, “Il Telegrafo”, 3 agosto 1925; Il meraviglioso successo della V Coppa Montenero, ivi, 11 agosto 1925; La V Coppa Montenero. Il successo della competizione organizzata dall’Auto Moto Club Livorno, ivi, 12 agosto 1925; Al fiorentino Emilio Materassi su Itala la V Coppa Montenero, ivi, 17 agosto 1925; L’attività dell’Auto Moto Club Livorno. Per lo sport e per Livorno, ivi, 31 agosto 1925.
  9. L’indiscutibile successo della IV Coppa Montenero, ivi, 21 agosto 1924; Un’altra bella affermazione dell’Auto Moto Club Livorno, ivi, 26 agosto 1924.
  10. R. Cecchini, Livorno nel ventennio fascista, Editrice l’informazione, Livorno 2005, p. 20.
  11. N. Badaloni, F. Pieroni Bortolotti, Movimento operaio e lotta politica a Livorno: 1900-1926, Editori Riuniti, Roma 1977, pp. 138-139.
  12. P. Ceccotti, Il fascismo a Livorno: dalla nascita alla prima amministrazione podestarile, Ibiskos Editrice, Empoli 2006, p. 166.
  13. Il comm. Tron nominato Presidente della Sezione calcistica della “Livorno Sportiva, “Il Telegrafo”, 1° luglio 1932.
  14. I. Bianchi, Lo stadio di Livorno, in «Liburni Civitas», A. VIII, N. I, Belforte, 1935, pp. 4-18.
  15. Le grandi manifestazioni dell’Automobile Club di Livorno, ivi, 3 marzo 1927.
  16. Il XV Gran Premio d’Italia a Livorno, ivi, 26 agosto 1937.
  17. In memoria dell’eroe, ivi, 31 luglio 1939.

Articolo pubblicato nel giugno 2025.




AGOSTO 1917. LIVORNO IN GUERRA. L’AFFONDAMENTO DELL’UMBERTO I

A Livorno, in piazza Luigi Orlando (Porta a Mare), all’ingresso di quello che fu il Cantiere Navale Orlando, è visibile una lapide che, con retorica patriottica, ricorda 14 operai del Cantiere caduti «sulle trionfate alture o nei gorghi del nostro mare aperti da nemica insidia» durante il Primo conflitto mondiale.
Tra questi lavoratori del Cantiere morti in guerra, ben cinque perirono nello stesso evento bellico, ossia l’affondamento della nave Umberto I su cui erano imbarcati, avvenuto il 14 agosto 1917; i loro nomi, non sempre riportati correttamente, erano: Gino Magherini, Sergio Magrini, Gino Nencini, Oscar Ratti e Vincenzo Spinelli.
Tra i 26 marinai dell’Umberto I morti in tale frangente vi erano anche altri due livornesi, Antonio Ammagliati e Pilade Coscetti, di cui si ignora l’occupazione civile[1].
Questa è la ricostruzione sommaria – sulla base delle informazioni disponibili – di quel tragico quanto misconosciuto affondamento, ma anche di quanto avvenne al Cantiere Navale appena ne giunse notizia.

L’Umberto I

L’Umberto I era stata una nave passeggeri di lusso, costruita nei cantieri scozzesi Mc Millan & Sons di Dumbarton per conto della società genovese “Rocco Piaggio e Figli”: varata il 15 agosto 1878, venne intitolata al nuovo re d’Italia, appena salito al trono.
La nave con scafo in ferro e rivestimenti esterni in legno, lunga 109,72 metri e con una stazza lorda di 2746 tonnellate, aveva una propulsione mista, ossia a vela e motore, e poteva raggiungere la considerevole velocità di 13/14 nodi. Destinata al trasporto passeggeri sulle rotte per il Sud America (Genova- Montevideo-Buenos Aires e Genova-Rio della Plata); disponeva di due ponti e tre classi: prima, per circa 90 passeggeri in lussuose cabine ubicate a poppa; seconda, con cabine per 80 passeggeri a centro nave; terza, a prua, per 800-870 emigranti. L’equipaggio, invece, contava 80 uomini.
Dopo il passaggio di proprietà, nel 1885, alla Navigazione Generale Italiana, il piroscafo aveva continuato a trasportare passeggeri verso il Sud America, con un viaggio che durava una ventina di giorni.
Nell’ottobre del 1887, a seguito dei gravi danni riportati incagliandosi nei pressi dell’isola di Ponza, dovette essere rimorchiata sino a La Spezia dove venne sottoposta a lavori di riparazione protrattisi per tre mesi.
Nel 1890 il piroscafo fu noleggiato per il trasferimento del 4º Reggimento di Fanteria a Cagliari.
A partire dal 1894 l’Umberto I venne trasferito dalle linee oceaniche a quelle mediterranee per l’Egitto prestandovi servizio sino al 1896 quando fu requisito dalla Regia Marina durante la guerra d’Etiopia per essere adibito a nave ospedale, dislocata nel porto di Massaua.
Al termine della campagna d’Africa, tornò alla navigazione civile sulla linea celere Napoli – Palermo – Tunisi.
Nel 1908, alle dipendenze del Ministero dell’Interno, venne impiegata per portare soccorso a Messina dopo il devastante terremoto.
La nave, ormai usurata, nel 1910 venne venduta alla Società Nazionale di Servizi Marittimi che la utilizzò come nave da carico.
Nel 1913 fu quindi acquistata all’armatore G. Orlando ed immatricolata nel compartimento di Livorno.
Nel 1915, allo scoppio della Prima guerra mondiale, fu di nuovo requisita dalla Marina militare che la convertì al ruolo di incrociatore ausiliario, con un armamento costituito da un cannone da 120/40 mm. e due da 76/40 mm., collocati a prua e a poppa della nave.
Il suo impiego fu principalmente quello di scorta per i convogli, anche se – secondo alcuni fonti – avrebbe pure operato come trasporto truppe.
La sua ultima missione fu comunque col compito di scorta: salpato da Genova, alle ore 8.30 del 14 agosto 1917, l’Umberto I era alla testa di un convoglio con destinazione Gibilterra composto da sette piroscafi, tre italiani e quattro norvegesi.
É presumibile che, dato che attraverso Gibilterra giungevano i rifornimenti di carbone, alimentari e di materie prime provenienti dai paesi alleati, i sette mercantili, dopo aver scaricato a Genova stavano tornando indietro, fossero pressoché vuoti; per questo motivo, l’Umberto I appariva come l’obiettivo più importante.
Alle 18.30 mentre stava navigando all’altezza di Albenga, a circa 800 metri a est dell’Isola Gallinara, fu raggiunto da due siluri lanciati dal sommergibile tedesco UC 35 [talvolta confuso col sommergibile U 35] al comando di Hans Paul Korsch. I siluri colpirono lo scafo a poppa, all’altezza della paratia divisorio fra la stiva n. 3 e la sala macchine, distruggendo le scialuppe collocate nella zona poppiera ed il locale del radiotelegrafo; nonostante le sette paratie stagne, in pochi minuti seguì l’affondamento, causando la morte di 26 uomini su un totale di 80 membri dell’equipaggio (41 civili “militarizzati” e 39 militari). La maggior parte delle vittime rimase bloccata sottocoperta, senza avere il tempo di salire sul ponte, e in particolare non ebbe scampo il personale addetto alla sala macchine.
Tra questi, sicuramente, vi erano gli operai militarizzati del Cantiere dato che le loro qualifiche erano rispettivamente: capo meccanico di 1ª classe (Spinelli), 2° capo elettricista (Magherini), capo macchinista (Ratti), fuochista scelto (Nencini), macchinista marittimo (Magrini).
Gli altri due livornesi periti nell’affondamento, il marinaio Ammagliati e il marinaio scelto Coscetti, erano invece – presumibilmente – a tutti gli effetti arruolati nella Marina militare.
Secondo alcune fonti, mentre la nave stava affondando, l’elica ancora in funzione avrebbe fatto altre vittime tra i naufraghi in mare ed invano, il comandante Ernesto Astarita avrebbe tentato di scendere sottocoperta, tra le fiamme, per fermare le macchine, perdendovi la vita. Si salvò, invece, il tenente di vascello Cesare Pagani, anch’egli livornese, decorato con Medaglia d’argento al valor militare.
Il personale dei rimorchiatori e i pescatori di Albenga, per l’opera di soccorso prestata, vennero proposti per una riconoscimento civile al valore di marina. Al comandante militare Pagani e al tenente commissario di bordo Ruspini fu conferita la medaglia d’argento al valore militare, al radiotelegrafista Coen la medaglia di bronzo così come alla memoria del capitano di macchina Oscar Ratti, mentre al comandante Astarita fu attribuita la croce di guerra.
Il relitto dell’Umberto I si trova ancora dove affondò; adagiato, sul lato di babordo, su un fondale sabbioso a 50 metri di profondità; le immersioni subacquee hanno rivelato una grande spaccatura, causato dal siluramento, che divide lo scafo in due tronconi, avvolto dai resti di innumerevoli reti da pesca.

L’UC 35

Sin dalla primavera del 1915, un consistente numero di sommergibili tedeschi vennero inviati, via mare e – smontati – via terra, alle basi adriatiche di Pola e Cattaro per operare nel Mediterraneo, sotto la bandiera da guerra asburgica e alle dipendenze del comando supremo della flotta austro-ungarica. Grazie a tale inquadramento piratesco i sommergibili tedeschi poterono attaccare anche le navi italiane, ancor prima della dichiarazione italiana di guerra alla Germania imperale (28 agosto 1916), rimanendo inseriti nella flotta austro-ungarica pure dopo la dichiarazione di belligeranza.
Fra i 45 sommergibili della Kaiserliche Marine operanti da Pola e Cattaro vi era l’UC 35, un sommergibile posamine costiero del tipo UC II, dal 14 giugno 1917 posto sotto il comando dell’Oberleutnant zur See Hans Paul Korsch, decorato con la Croce di Ferro di prima e seconda classe.
L’UC 35 era stato varato nel 1916 nei cantieri Blohm & Voss di Amburgo: lungo 50,4 metri e con un dislocamento di 427 ton. (509 sotto la superficie), poteva immergersi sino a 50 metri sotto la superficie ed aveva un equipaggio di 26 uomini.
Oltre a 18 mine tipo UC200, disponeva di 7 siluri e, in coperta, di un cannone da 88 mm e una mitragliatrice. Dopo che il piccolo convoglio alleato venne avvistato vicino ad Albenga, lo attaccò in immersione lanciando due siluri da prua, riuscendo poi a dileguarsi.
L’Umberto I era il suo 27° obiettivo colpito (fra cui 16 nave italiane), operando nel Mar Ionio, nel Canale di Sicilia, nel Mar Tirreno e in quello Ligure. Altre 26 unità – di varia nazionalità – furono successivamente attaccate dall’UC 35 per un totale di 48 navi affondate (71.084 ton.) e 5 danneggiate (16.706 ton.), prima d’essere a sua volta individuato il 16 maggio 1918 a sud-ovest della Sardegna e affondato dal pattugliatore francese Ailly a colpi di cannone. Dell’equipaggio, vi furono solo cinque marinai superstiti, mentre gli altri 21 sommergibilisti, tra cui il comandante Korsch, perirono in mare.

Morire di guerra e di lavoro

La notizia dell’affondamento, seppure non riportata sui giornali sottoposti a censura militare, era comunque subito arrivata e circolata a Livorno, presumibilmente perché la nave era di proprietà dei Fratelli Orlando, oppure attraverso i livornesi superstiti.
Infatti, il 16 agosto 1917 gli operai del Cantiere Navale, attraverso la Commissione interna, richiesero ed ottennero di astenersi dal lavoro nel turno pomeridiano, in segno di lutto sia per la morte avvenuta due giorni prima del compagno Angelo Ciopi, operaio sessantaduenne, vittima del lavoro, che per la tragica fine degli ex-compagni “militarizzati” sull’Umberto I, vittime della guerra.
Per tragico paradosso, durante il conflitto, nel Cantiere Navale di Livorno, dove gli operai “esonerati” dall’arruolamento erano comunque sottoposti a disciplina militare, furono costruiti anche sette sommergibili per la Regia Marina italiana.
La Direzione del Cantiere, onde evitare un’agitazione interna, aveva infatti acconsentito alla partecipazione delle maestranze – già entrate in sciopero in altre occasioni – al funerale dell’operaio Ciopi, svoltosi nella serata del 16 agosto con la partecipazione degli aderenti alla Federazione metallurgica (FIOM). Tenendo conto del sottinteso significato politico che veniva ad assumere il funerale, il Prefetto predispose, preventivamente, «un largo servizio di vigilanza per garantire l’ordine pubblico» . La stampa locale, da parte sua, riferì in cronaca del funerale dell’operaio, ovviamente senza alcun riferimento ai morti in mare dell’Umberto I.
Pochi giorni prima, il papa Benedetto XV aveva rivolto «ai Capi dei popoli belligeranti» l’appello alla pace, noto per il riferimento alla «inutile strage».

Nota

  1. L’elenco completo delle vittime si trova, a cura di Silvia Musi, nel portale di storia Pietri Grande Guerra. Storie di uomini e donne nella Prima guerra mondiale (https://pietrigrandeguerra.it/wp-content/uploads/2012/04/Elenco-caduti-UMBERTO-I-1.pdf).



PISA 1944, IL RITORNO DEL GATTOPARDO

Dall’incrocio di archivi pubblici e privati, il racconto di come, nel caso emblematico di Pisa, poté imporsi quella continuità di uomini e apparati che segnò il dopoguerra[1].

Per vent’anni aveva vissuto in esilio a Roma, sognando ogni giorno il grande ritorno. Con la Liberazione il momento era arrivato. In una provincia devastata dalla guerra, c’era chi invocava l’avvento di un ordine nuovo. Lui no: già settantenne, ma in ottima forma, lui voleva chiudere in fretta non solo la “parentesi fascista”, ma anche quella partigiana.
Così tornò a Pisa l’ex Ministro Arnaldo Dello Sbarba nell’anno di grazia 1944. Agendo da regista tra Roma, la “sua” Pisa e l’ancor più “sua” Volterra, strinse la giovane forza dei CLN in una morsa di poteri convergenti: prefetti, partiti moderati, governo Bonomi, tribunale, stampa. Ecco come fece e chi lo aiutò.

Collesalvetti, 31 agosto 1944: il CLN di Pisa tiene la sua ultima riunione clandestina. I nazisti abbandonano la linea dell’Arno, dopodomani si entra in città. Tutti i ponti sono stati fatti saltare, la guerra ha fatto migliaia di vittime. Ma in quest’ultima seduta si respira l’aria dei giorni grandi. Vanno nominati gli uomini che la rivoluzione democratica insedierà ai vertici di tutti gli enti pubblici, dal comune agli ospedali, dalla Cassa di Risparmio alla polizia municipale. Come sindaco viene proposto Italo Bargagna, commissario politico della 23a Brigata bis Garibaldi “G. Boscaglia”; come questore Alberto Bargagna, comandante della stessa Brigata Garibaldi; come prefetto il comunista Armando Monasterio. Su ogni nomina il CLN dovrà fare i conti con il governatore militare alleato. E mette le mani avanti: “Si delibera di mandare una relazione al governo di Roma allo scopo di evitare la nomina di Dello Sbarba a prefetto di Pisa”[2].

Da giorni circolano voci in proposito. A Roma il governo del CLN è guidato da Ivanoe Bonomi, che ha resuscitato un “Partito democratico del Lavoro” (PDL) raccogliendo vecchi notabili del prefascismo. Per Claudio Pavone “partito trasformista per eccellenza”[3]. Si sa che Bonomi, nell’Italia già liberata, sta sostituendo i “prefetti del CLN” con funzionari di carriera o con compagni del suo stesso partito. A Roma ha nominato prefetto Giovanni Persico, suo braccio destro.
Si sa che Arnaldo Dello Sbarba è tra i cofondatori di questo PDL: “A Roma, prima del 25 Luglio – racconta lui stesso – io mi tenevo in contatto con alcuni dei principali esponenti dell’antifascismo”[4]. Si sa che nella Siena appena liberata è stato lo stesso CLN a proporre a Dello Sbarba di fare il commissario dell’ospedale di Santa Maria della Scala. Lui ha declinato l’invito: gli interessa tornare a casa. A Volterra. E poi a Pisa.


Anni ’20, Arnaldo Dello Sbarba, (secondo da destra) ministro del governo Facta, in una cerimonia a Roma

L’ex ministro conta su protezioni altolocate. Come quella di Adalberto Berruti, potente capo di gabinetto al Ministero dell’interno (che il presidente Bonomi ha tenuto per sé). Berruti è stato prefetto di Pisa dal 1941 al 1943: “In quel periodo – scriverà Berruti – ebbi occasione di conoscere l’on. Arnaldo Dello Sbarba e di avere con lui, in parecchie circostanze, colloqui e scambi di vedute. Ebbi così modo di apprezzare l’elevatezza di pensiero e di sentimento dell’on. Dello Sbarba. Dopo il 25 luglio 1943 fu tra i miei più validi collaboratori nella liquidazione del fascismo pisano”[5]. I due non si erano più persi di vista. Appena lasciata Pisa, Berruti aveva ricontattato Arnaldo: “Eccellenza, le mando da Roma il mio saluto. Conservo di Lei il miglior ricordo e mi auguro di incontrarla presto”. Come dire: si tenga pronto[6].
Berruti è un piemontese la cui antipatia verso i fascisti è pari al suo rigore istituzionale[7]. Diventato capo di gabinetto, Berruti ha voce in capitolo sulla nomina dei prefetti. Pisa gli sta particolarmente a cuore. Vi destina quindi un suo uomo di fiducia: Vincenzo Peruzzo. Anche la vita di Peruzzo si era già incrociata con quella di Arnaldo Dello Sbarba. Peruzzo era stato dal 1921 al 1922 al Gabinetto per le pensioni di guerra nel governo in cui Arnaldo era ministro del lavoro. La carriera di Peruzzo aveva attraversato il fascismo. Per otto anni aveva addirittura lavorato per l’ufficio stampa di Mussolini. Il suo rapporto col regime si era guastato con la guerra: “Per noi – scrive nella sua autobiografia – si sarebbe comunque conclusa con una disfatta: soggiogati dai tedeschi vincitori, o vinti dagli alleati”[8].

Vincenzo Peruzzo arriva a Pisa il 7 settembre 1944: è “il primo prefetto dopo la Liberazione”. Scosso dalle drammatiche condizioni della città, Peruzzo se ne prende cura con una dedizione che la gente ammira. Con la politica però è diverso: ha rapporti difficili col sindaco Bargagna, consulta il meno possibile i CLN, appena può sostituisce i sindaci nominati dalla Resistenza, soprattutto se comunisti. Ai politici preferisce i tecnici. “Ma i tecnici da lui nominati – scrive Carla Forti nel suo saggio su Pisa nel dopoguerra – sono immancabilmente o rappresentanti dei poteri forti, o funzionari pubblici in carica nel precedente ventennio”[9].

Peruzzo lega subito con Arnaldo. Già il 5 ottobre – ignorando i desiderata del CLN – lo nomina commissario della Cassa di Risparmio di Pisa. “Dopo i primi sondaggi con le autorità locali e con le persone più autorevoli dell’ambiente pisano – racconta Peruzzo – mi parve di aver scelto l’uomo adatto al posto importante”.
Secondo passo. Nel novembre il prefetto nomina la giunta provinciale. “Dopo opportuni sondaggi”, Peruzzo designa come presidente il democristiano Aldo Fascetti e, tra gli assessori, l’avvocato Gino Sossi. Sossi è cognato di Arnaldo Dello Sbarba, nonché suo socio in affari e in politica.
Terzo passo. Il 23 novembre Peruzzo istituisce la “Commissione provinciale istruttoria per l’epurazione” composta dal presidente del Tribunale Tito Cangini, dal magistrato Giovanni Miele e dal matematico Leonida Tonelli. Anche Tito Cangini è legato ad Arnaldo Dello Sbarba: è stato giudice al tribunale di Volterra e presidente della locale Cassa di Risparmio[10]. In entrambi gli ambiti Arnaldo è di casa. La commissione per l’epurazione, scrive Carla Forti, “giudicherà da non punirsi quasi tutti i sospesi dal servizio”. In perfetta assonanza col prefetto che, preso in consegna dagli alleati il campo di prigionia per ex fascisti di Coltano, lo svuoterà a tempo di record dei 32.000 internati “con la liberazione – scrive ancora Forti – di quasi tutti i prigionieri”[11].

Come se non bastasse, all’inizio del 1945 il prefetto Peruzzo nomina Arnaldo Dello Sbarba anche presidente del neo-istituito “Comitato provinciale per la ricostruzione”, con l’incarico di fare “la ricognizione dei danni e le opportune proposte da sottoporre al governo per chiedere aiuti adeguati”. Il comitato ha un ruolo vitale per la ripresa economica e sociale della provincia pisana. Ma è anche uno schiaffo al sindaco Bargagna, che “senza un preventivo concerto tra noi – dice Peruzzo – aveva pure pensato di costituire una commissione”. Per Peruzzo, però, è dal prefetto e non dal Comune che devono passare le relazioni con Roma.

L’incarico per la ricostruzione offre ad Arnaldo Dello Sbarba la possibilità di dire la sua sulle scelte della città. Lo fa grazie a compiacenti interviste sul «Tirreno» diretto dal suo vecchio amico Athos Gastone Banti. Banti nel 1924 dirigeva a Firenze il «Nuovo Giornale» e aveva tentato di promuovere la candidatura di Dello Sbarba nel “Listone” fascista con una intensa campagna di stampa. Arnaldo lo compensò con due assegni da 5.000 lire firmati dal direttore della Solvay di Rosignano, generosa finanziatrice della sua carriera politica. Adesso, sul «Tirreno» di Livorno, Dello Sbarba può vantarsi della sua intimità col ministro dei Lavori Pubblici Meuccio Ruini, suo compagno di partito: “Sono mesi che io faccio la spola tra Pisa e Roma!”[12].

Oltre a Pisa c’è Volterra. Arnaldo la considera città “sua”. Ma Volterra è il baluardo della 23a Brigata bis Garibaldi “G. Boscaglia” e i partigiani pretendono l’epurazione radicale degli ex fascisti. A Volterra è forte il Partito d’azione, il più determinato a chiedere un cambio netto di classe dirigente. Presidente del CLN è l’intellettuale azionista Umberto Borgna, innovatore nell’arte dell’alabastro. Azionisti sono Giovanni Salghetti Drioli, dirigente del CLN nell’ufficio tecnico del Comune, e lo scrittore Carlo Cassola, direttore del settimanale «Volterra Libera». Membri del CLN nel giorno della liberazione sono anche il socialista Amedeo Meini, i comunisti Mario Giustarini e Fernando Frattini e il democristiano Aldo Tozzi. Ma il personale disponibile scarseggia. Così nella Giunta comunale ricorrono gli stessi nomi, ma a parti scambiate: Meini sindaco e Borgna vice, oltre a due comunisti e due socialisti come assessori e un agrario “apolitico” come unica concessione agli Alleati. In città si sono concentrati gli uomini della Brigata Garibaldi. E il governatore alleato Clive Robinson ha in linea di massima avvallato le nomine del CLN.
La più importante delle quali è il consiglio di amministrazione del grande ospedale psichiatrico che, con oltre 4.500 pazienti e centinaia di sanitari, è il maggior datore di lavoro della città. Presidente è Mario Basile del Partito d’azione (anche direttore del carcere), membri sono Amedeo Meini (anche sindaco), Mario Giustarini e Aldo Tozzi (anche assessori comunali) e Alfredo Zoppi (anche presidente della bonifica)[13].

Arnaldo Dello Sbarba considera però l’ospedale psichiatrico una propria creatura. Per diversi anni aveva infatti presieduto la “Congregazione di carità”, ente giuridico dell’istituto, in un sodalizio sempre più stretto col geniale direttore Luigi Scabia, che aveva fatto del “Frenocomio di San Girolamo” un modello d’avanguardia della psichiatria europea[14]. Da allora Scabia era diventato l’appassionato sostenitore dell’ascesa politica di Arnaldo e Arnaldo lo strenuo difensore di Scabia dagli attacchi dei fascisti. Arnaldo considerava insomma gli amministratori nominati dal CLN come spine nel fianco. E si era messo in moto.

Il 13 novembre 1944, i partiti liberale, democristiano e demo-laburista volterrani inviano una lettera di fuoco al prefetto e al questore di Pisa. Attaccano violentemente il CLN volterrano, invocano “il ritorno alla normalità” e denunciano, nell’ordine: “arbìtri (incitamento alla rivolta, detenzione abusiva di armi, minacce ecc.), accentramento di cariche, illegalità della costituzione del CDA dell’Ospedale psichiatrico”[15].
Detto, fatto. Il 23 novembre il prefetto Vincenzo Peruzzo dispone lo scioglimento del CDA e nomina un commissario prefettizio “fino alla ricostituzione dell’ordinaria rappresentanza”[16] .
La reazione del CLN volterrano è immediata. Dietro l’azione – mette a verbale il 26 novembre – c’è un ristretto gruppo “risultato chiaramente far capo ad Arnaldo Dello Sbarba, che viene aspramente giudicato per la slealtà”. I commissariamenti – ricorda il CLN – li usavano i fascisti contro Scabia. Lo stesso sistema è ora invocato da “ben individuati gruppetti reazionari e fascistoidi” a colpi di ”anonima delazione e intrighi di corridoio”[17]. Il CLN di Volterra chiede l’immediato ritiro del commissario e un incontro urgente col Prefetto.

Ma prima che la delegazione guidata da Borgna e Meini riesca a farsi ricevere dal Prefetto, un’altra tegola “sbarbiana” cade sulla testa del CLN volterrano. Il 3 dicembre 1944 l’avvocato Arnaldo Frattini, membro comunista del CLN provinciale, porta da Pisa la notizia di “una probabile ammissione dell’avv. Arnaldo Dello Sbarba in seno al CLN provinciale” in rappresentanza del Partito demo-laburista. Per i volterrani è il colmo. In una seduta straordinaria in cui i democristiani sono “assenti perché non invitati”, vista la loro posizione sull’ospedale psichiatrico, comunisti, socialisti e azionisti redigono “una relazione sulla figura morale e politica del Dello Sbarba, stilata dai presenti in base a documentazioni potute raccogliere e firmata dal presidente Borgna“, da inviare ai CLN provinciale, regionale e nazionale, nonché agli organi periferici e centrali dei partiti della sinistra[18].

La relazione è durissima. “Il Dello Sbarba – accusa Borgna – che ama presentarsi come ex deputato antifascista, sin dalle origini del fascismo collaborò con questo, riuscendo ad esservi ammesso dopo il 1935”.
A prova della compromissione di Arnaldo, Borgna cita la sua candidatura nel 1921 come capolista del “Blocco nazionale” di Giolitti, che comprendeva anche i fascisti. “Dura ancora nella memoria del popolo di Volterra – scrive – il ricordo della triste giornata di violenze esperite dalle squadre del fascio volterrano il 7 Maggio 1921 dopo il comizio elettorale tenuto al teatro Persio Flacco dal Dello Sbarba, nel quale egli rivolse infiammate parole ai fascisti”.
Quella giornata fu un vero shock per la città. Quel giorno, scriverà un testimone oculare, l’alabastraio socialista Arnaldo Fratini, “Arnaldo Dello Sbarba scese l’ultimo gradino della sua carriera politica. Durante il corteo che si svolse per le vie della città, i fascisti al suo seguito distribuirono diversi pattoni a chi, al loro passaggio, non si toglieva il cappello. Giunti all’altezza della trattoria di Balosce, di fronte al Cinema Centrale, vi entrarono spaccando tutto e picchiando tutti coloro che vi si trovavano”[19].
Nella risposta a quello che con disprezzo chiamò “Libello Borgna”, Arnaldo minimizzerà il ruolo dei fascisti quel giorno. Ma la cronaca pubblicata dal «Corazziere», giornale monarchico e conservatore cittadino, conferma che tra gli oratori ufficiali in teatro ci fu anche “il fascista signor Davino Volterrani”, che il corteo si svolse “tra canti e inni patriottici” e che di seguito il PSI affisse un manifesto che diceva: “Chi vota per Arnaldo Dello Sbarba vota per il fascismo contro il socialismo”[20].
Questo per il passato. Sul presente, Borgna cita il commissariamento dell’ospedale psichiatrico, provocato da Dello Sbarba con “l’intensa opera disgregatrice e diffamatoria che ha svolto presso la Prefettura di Pisa dove purtroppo le sue parole sembrano ancora trovare credito”. La relazione si conclude con l’appello al CLN provinciale “di respingere la richiesta d’ammissione nel suo seno dell’avv. Arnaldo Dello Sbarba”.

Arnaldo viene avvertito della relazione Borgna prima a voce da Tito Cangini, poi per lettera da Mario Piccioli, rappresentante del PDL nel CLN pisano: “Ottenni il rinvio della discussione. È opportuno che Lei prepari una esauriente risposta”. La risposta non arriva subito. Prima arrivano, firmate dai segretari volterrani di DC, PLI e PDL, tre lettere di protesta per le “violente accuse contro l’avv. Arnaldo Dello Sbarba”. Le tre lettere sono opera di una stessa mano: tra le carte private di Arnaldo se ne trova la minuta scritta con la sua inconfondibile calligrafia[21].

Il 27 dicembre arriva finalmente l’autodifesa di Arnaldo Dello Sbarba: “È venuta l’ora di gridare basta!” scrive l’accusato. “Il libello Borgna non è che la continuazione di quella caccia all’uomo, di marca squisitamente fascista, di cui sono vittima da vent’anni”[22]. Nella sua abile autodifesa Arnaldo sfrutta il vantaggio che ha, su avversari che conoscono poco della sua vera vita, per dire mezze verità – e pure qualche non verità – senza tema di smentita.
La tessera fascista ad esempio non la nega, ma la minimizza: “La conferì Ettore Muti a tutti gli ex combattenti” e lui, che non l’aveva chiesta, l’accettò. Ma “anche con quella bella tessera le diffidenze contro di me non cessarono”. E soprattutto: “nessuno mi ha mai visto né in montura, né in adunate, né in collaborazioni dirette o indirette”[23].
Arnaldo elenca invece con precisione “le persecuzioni fasciste” che ha patito: la devastazione di casa e l’ufficio sul Lungarno a Pisa; l’assedio a sua madre a Volterra; il divieto di esercitare la professione nella città della Torre pendente; l’incendio di un suo rifugio a Pietrasanta; l’aggressione degli squadristi della “banda Buffarini” alla stazione di Pisa; l’esilio a Roma; la vigilanza di polizia subita dal 1925 al 1929; il mandato di cattura spiccato dal prefetto repubblichino Adami nell’ottobre 1943 e infine la latitanza nella campagna senese.
Tutto vero. Ma sulle cruciali elezioni politiche del 1924, che segnarono la rottura del fascismo pisano con l’ex ministro, Arnaldo è molto più reticente. Scrive che i fascisti intransigenti gli impedirono “di far parte di quella lista di minoranza che la legge elettorale consentiva per i NON ADERENTI AL FASCISMO” (il maiuscolo è suo). E qui mente.
Gli archivi documentano tutt’altra verità. Raccontano cioè i tentativi da lui fatti per oltre un anno di ottenere una candidatura non di minoranza, ma direttamente nel “Listone” di Mussolini, con l’appoggio dello stesso Duce e del suo braccio destro Cesare Rossi, che elogiava “il suo contributo di affiancatore del movimento fascista in varie sue fasi”[24]. L’adesione a una lista di minoranza Arnaldo Dello Sbarba la considerò solo per qualche ora, il giorno in cui la sua candidatura coi fascisti saltò. Tentazione fugace e subito accantonata. A sera assicurò a Mussolini il suo pubblico appello a votare comunque la lista fascista come “mio disinteressato aiuto alla forte battaglia che Tu combatti con pugno sicuro”[25].

Anni ’30, Arnaldo Dello Sbarba avvocato d’affari a Roma

Sugli anni dell’esilio romano di Arnaldo, il CLN e l’opinione pubblica pisana erano ancora meno informati. L’odio fascista per Dello Sbarba era infatti concentrato a Pisa. A Roma poteva invece frequentare i palazzi del potere e diventare un avvocato d’affari di successo, salvo fare attenzione a mantenersi “indifferente” verso il regime, come segnalavano nel 1927 le autorità romane di polizia che lo sorvegliavano[26].
A proposito d’affari, dalle ricerche svolte presso l’Archivio centrale dello Stato di Roma sono emerse delle carte davvero sorprendenti. Nel 1926 Arnaldo Dello Sbarba entra in società addirittura con Marcello Piacentini, l’architetto di Mussolini, e Angelo Rossellini, grande impresario edile (e padre del futuro regista Roberto). I tre si uniscono nell’A.P.I.S. “Anonima Per le Industrie Stabili”, allo scopo di riedificare completamente l’area tra Piazza Barberini e Piazza S. Bernardo[27]. Per alcuni anni Arnaldo ha il suo studio di avvocato nella sede dell’A.P.I.S. in via S. Niccolò da Tolentino, in area Barberini. Piacentini – che presiede la società – si occupa di progettazione, Rossellini di costruzioni e Arnaldo di finanza, cioè di reperire i capitali necessari per realizzare le opere.
In questo Arnaldo ci sapeva fare, era versatile, efficiente, instancabile. Da ex Ministro al lavoro e alla previdenza sociale sapeva come attrarre gli investimenti dei grandi istituti di previdenza, delle banche pubbliche e para-pubbliche, delle assicurazioni sociali. Quello di Arnaldo era un ruolo chiave per Piacentini, diventato l’architetto prediletto dal Duce proprio per l’abilità con cui riusciva a portare a termine progetti smisurati.
Partiti i lavori nel 1926, Mussolini visitò il cantiere nel settembre del 1930 e – racconta Paolo Nicoloso nella sua biografia di Piacentini – ne rimase compiaciuto. Definì la nuova via Barberini “un’arteria di grande respiro”, ammirò “le linee architettoniche dei palazzi (…) e il nuovo cinematografo” che era stato da poco inaugurato e fu per l’epoca un’opera avveniristica[28].
Nel 1934 l’A.P.I.S. aveva già concluso la sua missione e Arnaldo ne era potuto uscire “con qualche cosa alla mano – scrisse al fratello Bruno – che vedrò come impiegare utilmente”[29].

Anni ’30, Arnaldo Dello Sbarba avvocato d’affari a Roma

Ma perfino a Pisa Arnaldo Dello Sbarba riuscì a operare nonostante l’esilio. San Giuliano Terme è un borgo termale appena fuori Pisa. Il 20 giugno del 1923, nello studio dell’avvocato Gino Sossi sul Lungarno Mediceo, venne fondata la società anonima “Regie Terme di San Giuliano” e firmato il contratto di gestione dei bagni per sessant’anni, un canone basso e l’impegno di forti investimenti. “Il perno della compagine societaria – scrive Mirella Scardozzi nella sua storia dei “Bagni di Pisa” – non era un imprenditore nel senso comune del termine, ma un personaggio politico di notevole rilievo locale e nazionale, l’avvocato Arnaldo Dello Sbarba”[30]. Come sappiamo, Sossi era cognato di Arnaldo e della società era socio anche il fratello Bruno.
Da Ministro alla previdenza, Arnaldo si era occupato intensamente di termalismo e per le “Regie Terme” il suo risiedere a Roma si rivelò vitale. Quando la crisi del 1929 farà crollare il turismo termale di lusso, sarà infatti grazie alle convenzioni con la Cassa Nazionale delle Assicurazioni Sociali che Arnaldo riuscirà a tappare i buchi nel bilancio. E quando neppure questo basterà, e le “Regie Terme”, a un passo dal fallimento, verranno accusate di inadempienza negli investimenti, sarà proprio all’Istituto Nazionale Fascista per la Previdenza Sociale che Arnaldo riuscirà a vendere sia la società che gli stabilimenti – e non in una, ma in ben tre cessioni frazionate, l’ultima nel luglio 1939. Grazie a questo, scrive Mirella Scardozzi, “i 16 anni di vita della società non si rivelarono per i suoi azionisti così negativi come farebbero pensare i bilanci sempre in rosso”.

Ma torniamo al dicembre 1944 e al “libello Borgna”. Non fu la diatriba sul suo passato a far vincere Arnaldo Dello Sbarba, ma due semplici argomentazioni giuridiche della sua autodifesa. E cioè: primo, le regole istitutive dei CLN non prevedono “il diritto di sindacazione politica sulle persone delegate dai rispettivi partiti a rappresentarle”. E, secondo: il “Libello Borgna” è nullo, poiché approvato escludendo a priori una parte del CLN. Sulla questione il CLN provinciale vota infine il 29 dicembre 1944: “A maggioranza di voti si ammette l’on. Dello Sbarba in seno al CLN di Pisa”[31].
La decisione fa probabilmente parte di un unico pacchetto. Il giorno prima infatti era stato chiuso anche il conflitto sull’ospedale psichiatrico. Il prefetto Vincenzo Peruzzo era salito a Volterra e aveva negoziato col CLN un nuovo consiglio di amministrazione. Del vecchio erano rimasti in due, il presidente Mario Basile e Mario Giustarini. Tutti gli altri erano nuovi: l’ingegner Giovanni Salghetti Drioli, Emilio Vanni e un colonnello, Piero Ricci. La composizione era gradita al Prefetto, il commissario fu ritirato[32].
La questione politica invece restò aperta. Il CLN volterrano venne tartassato per mesi di domande dal CLN nazionale e dal governo Bonomi. Se la sua composizione fosse regolare, perché a Volterra PLI e PDL non fossero ammessi, quando e da chi fosse stato approvato il “Libello Borgna” e così via. I volterrani da accusatori erano diventati imputati[33].

La situazione precipita nell’aprile 1945. Il 10 il CLN di Volterra, a conclusione di una vasta raccolta di informazioni, vuole finalmente deliberare sull’epurazione degli ex fascisti. E comincia dall’assemblea dei soci della Cassa di Risparmio di Volterra. I democristiani propongono di delegare il compito alla Cassa stessa, ma la sinistra fa muro: “non è logico che gli epurandi possano decidere sulla loro stessa epurazione!”. La lista viene approvata, contiene 14 nomi, su 6 la DC vota contro. Ci sono cognomi che contano: Ciapetti, Guidi, Lagorio, Inghirami, Ginori. C’è anche Arnaldo Dello Sbarba – quella è la sua “banca di casa”. È un azzardo.
Il giorno dopo Borgna e compagni vengono convocati d’urgenza dal Governatore alleato. Si tratta delle misure contro gli ex fascisti. La seduta è drammatica. Riferendosi ad arresti di fascisti in zona, il governatore dice che “non si può trattenere una persona verso la quale non vi siano denunce specifiche”. Borgna ribatte: “i maggiormente responsabili ed in special modo i sovvenzionatori ed i sostenitori del fascismo” hanno sempre agito nell’ombra. Coi criteri del Governatore “non potranno mai essere arrestati né colpiti“. Il Governatore non cede. Cede il CLN, riservandosi di raccogliere denunce più circonstanziate e intanto di spiegare alla popolazione “la ragione dei mancati arresti”[34].
Ma non basta. In base a due successive circolari del CLN provinciale, il CLN di Volterra prima è costretto ad accogliere il PLI, poi a fare marcia indietro sull’epurazione. Va delegata agli enti interessati: proprio quel che pochi giorni prima era stato giudicato “illogico”.
Alla fine – ed è il 24 aprile, proprio alla vigilia della Liberazione – Umberto Borgna si dimette dal CLN. Si dimettono anche Amedeo Meini, il sindaco, e Mario Basile, il presidente dell’ospedale. Formalmente perché l’ennesima circolare da Pisa vieta il cumulo delle cariche.
Ma la realtà è diversa. Umberto Borgna mette a verbale una sua emozionata dichiarazione. “Lascio il CLN con molto dolore – dice Borgna – non voglio né posso continuare la lotta sleale fatta di questioni personali, di piccole, grette ambizioni. Non sono uomo politico. Rimpiango il lungo e snervante periodo della lotta clandestina. Lo rimpiango per quello spirito di fraternità che tutti ci animava”. Ribadisce che per lui, azionista, i CLN sono “la base della futura politica italiana, la più pura espressione del popolo antifascista, del popolo italiano di domani”. Un popolo “che ha veramente sofferto e che è buono e deve essere aiutato, amato, sorretto nella dura lotta di ricostruzione materiale e morale”.
Quella di Borgna non è però una rinuncia: “Ho altre responsabilità cittadine – dichiara – alle quali debbo doverosamente portare tutto il mio massimo contributo”. Intende innanzitutto la giunta comunale, di cui è il vicesindaco. La scelta è lungimirante. Sarà infatti proprio attraverso le istituzioni cittadine che, negli anni a venire, potranno fruttificare le istanze antifasciste, con il partigiano comunista Mario Giustarini sindaco amatissimo di Volterra per ben 34 anni, dal 1946 al 1980[35].

Anni ’50, Arnaldo Dello Sbarba a Pisa

Ma nell’aprile del 1945 nemmeno l’uscita di Borgna basta a calmare le acque attorno al CLN volterrano. Tra il maggio e il giugno 1945 Tito Cangini, presidente del tribunale di Pisa, accusa «Volterra Libera» di parlare di “magistratura reazionaria”. Cangini respinge “le ingiurie di questo fogliuccio volterrano” e annuncia querele contro “il professor Cassola” se non viene sconfessato. A luglio il CLN provinciale sconfessa Cassola e “deplora l’attacco di Volterra Libera contro la magistratura”[36].
La guerra a mezzo stampa contro «Volterra Libera» e il CLN riprende in agosto con l’uscita del «Il Porcellino», quindicinale ispirato, finanziato e in parte scritto da Arnaldo Dello Sbarba. Nelle carte private di Arnaldo si trovano lunghi manoscritti su presunte malversazioni del “trio Borgna-Meini-Salghetti”. Uno è indirizzato al prefetto Peruzzo. Non si sa se gliel’abbia spedito[37].
In parallelo l’ascesa di Arnaldo Dello Sbarba continua. Il 25 novembre 1945 viene designato a Roma nella “Commissione di studio per la riorganizzazione dello Stato”, organo della “Consulta nazionale” che fa da parlamento provvisorio. Lì ritrova l’amico prefetto Adalberto Berruti, che per la commissione lavora.
Il 18 aprile 1946 Arnaldo passa da commissario a presidente regolarmente eletto della Cassa di Risparmio di Pisa. Lo rimarrà fino alla fine del 1951. Di qui alla sua morte (1958) diventerà anche presidente dell’ACI, della Croce Rossa, del Gioco del Ponte, degli Istituti riuniti di ricovero ed educazione di Pisa, della Domus Galileiana, del Credito Agrario[38].

Il 2 giugno 1946 viene proclamata la Repubblica. I CLN vengono sciolti, ma la loro esperienza si è logorata da tempo. In seguito al conflitto su epurazione e ruolo dei CLN, tra il dicembre 1944 e il giugno 1945 ha governato a Roma per sette mesi un “Bonomi ter” da cui socialisti e Partito d’azione sono rimasti polemicamente fuori. Sono gli stessi sette mesi in cui si è consumata la resa di conti tra Arnaldo Dello Sbarba e il CLN volterrano.
Siamo all’epilogo. Il 31 luglio 1946 il prefetto Adalberto Berruti lascia il Ministero degli interni. Due mesi dopo anche il prefetto Vincenzo Peruzzo lascia Pisa. Arnaldo gli dedica un pubblico saluto: “Fu il prefetto che fece concorde la nostra discordia“. Missione compiuta.

NOTE

[1] Per questo articolo sono stati consultati i seguenti archivi: Archivio della Biblioteca Guarnacci di Volterra, Fondo A. Dello Sbarba, (d’ora in poi BGV/FAdS); Archivio storico postunitario del comune di Volterra, Fascicolo CLN-Verbali delle adunanze (d’ora in poi ASCV-Postunitario); Archivio di Stato di Pisa, Fondo Comitato di Liberazione Nazionale (d’ora in poi ASPi/CLN); Archivio centrale dello Stato di Roma, Fondo Dello Sbarba Arnaldo (d’ora in poi ACS/FAdS); Ivi, Casellario Politico Centrale, b. 1695 Dello Sbarba Arnaldo, (d’ora in poi ACS/CPC); Archivi privati di famiglia (d’ora in poi AP/AdS). Ringrazio la forte squadra di amici di Volterra per l’infaticabile aiuto: Danilo Cucini, Gian Paolo Debidda e Giovanni Tamburini dell’ANPI; Silvia Trovato, archivista del comune e Elena Dello Sbarba, custode delle memorie familiari.

[2]      ASPi/CLN, Verbale 31 agosto 1944.

[3]      Cfr. C. Pavone, Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello stato, Torino, Bollati Boringhieri, 1995. In particolare i cap. 2 e 3. Sullo sfondo storico: C. Pavone, Una guerra civile, Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino, Bollati Borignhieri, 1991. Sulla continuità dello Stato e degli apparati militari: D. Conti, Gli uomini di Mussolini: prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana, Torino, Einaudi, 2017.

[4]      ASPi/CLN, “È venuta l’ora di gridare basta!”, prot. 1000/2-A, 30 dicembre 1944.

[5]      BGV/FAdS, Memoria di Adalberto Berruti per Arnaldo Dello Sbarba, 6 giugno 1948.

[6]      BGV/FAdS, Cartolina di  Adalberto Berruti, 22 agosto 1943.

[7]      Cfr. L’ombra del potere. Biografie di capi di gabinetto e degli uffici legislativi, a cura di G. Tosatti, Società per gli studi di storia delle istituzioni, 2016,  pp. 33-35.

[8]      Per tutte le citazioni del prefetto Peruzzo cfr. Vincenzo Peruzzo, ricordi del primo prefetto di Pisa dopo la Liberazione, a cura di C. Forti, Pisa, Pacini, 2012.

[9]      Cfr. C. Forti, Dopoguerra in provincia, microstorie pisane e lucchesi, 1944-1948, Milano, F. Angeli, 2007, pp. 100-112.

[10]      Cfr. Cangini Tito, in Dizionario di Volterra, a cura di L. Lagorio, Pisa, Pacini, 1984, pp. 926-927.

[11]      Cfr. C. Forti, Dopoguerra in provincia, microstorie pisane e lucchesi, 1944-1948, cit., pp. 72-79. Nel saggio sono riportati i seguenti dati: Il campo di Coltano passò all’amministrazione italiana il 28 agosto 1945. Ospitava 32.229 internati. Il 27 settembre 1945 cominciarono gli interrogatori, che si conclusero il 29 ottobre. Circa 30.000 internati furono subito liberati e 2.700 trattenuti, ma parecchi fuggirono o, trasferiti in un campo presso Arezzo, furono presto liberati. 313 furono prelevati dalle Questure competenti, 45 ufficiali dell’esercito furono trasferiti al Forte Boccea a Roma e 187 ufficiali di Marina al campo di Narni.

[12]      Cfr. Il Tirreno, 25 maggio 1945.

[13]      ASCV-Postunitario, CLN-Verbali delle adunanze, Adunanza del 14 luglio 1944, n. 7. Il “Libro dei verbali del CLN di Volterra, dal 9 luglio 1944 al 4 settembre 1945” è stato conservato da Luigi Riondino e donato all’Archivio del Comune di Volterra il 9 luglio 2024, in occasione dell’80° anniversario della Liberazione della città.

[14]      Cfr. V. Fiorino, Le officine della follia, Il frenocomio di Volterra, Pisa, ETS, 2011.

[15]      BGV/FAdS, Lettera Dc, PLI e PDL del 13 novembre 1944.

[16]      ASPi, Gabinetto del prefetto, Decreto 6973, div. 2/2, del 23 novembre 1944.

[17]      ASCV-Postunitario, CLN-Verbali delle adunanze, Adunanza 26 novembre 1944, n. 17.

[18]      ASPi/CLN, b. 1 f. 5, Attività e posizione politica dell’avv. Arnaldo Dello Sbarba, Memoriale del 4 dicembre 1944 del CLN volterrano al CPLN e p.c. al CTLN.

[19]      AP/AdS, A. Fratini, Appunti per una storia del socialismo volterrano, esemplare originale dattiloscritto dell’autore, pp. 58-59.

[20]      Cfr. «Il Corazziere», nn. 1° e 14 maggio 1921.

[21]      BGV/FAdS, Lettere del 23 dicembre 1944 della Dc, del PLI e del PDL e minuta manoscritta non datata.

[22]      ASPi/CLN, “È venuta l’ora di gridare basta!”, cit.

[23]      In BGV/FAdS: Arnaldo Dello Sbarba torna sulla vicenda in una autobiografia in terza persona scritta nel 1948: “Venuto segretario del partito fascista Ettore Muti, il quale dichiarò che la rivoluzione fascista era finita e bisognava rientrare nella costituzionalità e nella legalità, fece appello all’associazione combattenti a collaborare con la di lui opera; molti amici della provincia di Pisa fecero premura all’onorevole Dello Sbarba, ex combattente iscritto, di esaminare se non fosse dovere civico e patriottico di non estraniarsi dall’assecondare il richiamo del Muti. Si recarono a Roma per avere un colloquio con Muti ed avutolo per due volte a distanza in una sala dell’hotel Moderno, Muti confermò le promesse dichiarando che se queste non si fossero verificate egli avrebbe lasciato la sua carica. Scongiurò i combattenti di non fare un secondo Aventino. Allora fu deciso di accogliere l’invito tanto quanto bastava per rendere possibile un’eventuale futura collaborazione per cui fu accettata la tessera. Ma rimasero nell’attesa. Questa tessera è rimasta lettera morta, l’onorevole Dello Sbarba e gli altri rimasero in disparte e in silenzio, delusi ed umiliati di essere stati così ingenui da credere non a Muti, il quale in realtà se ne andò, ma alla possibilità che il fascismo si trasformasse”.

[24]      BGV/FAdS, Lettera di Cesare Rossi al senatore Ginori Conti del 9 dicembre 1923.

[25]      BGV/FAdS, Lettera di Arnaldo Dello Sbarba a Benito Mussolini del 20 febbraio 1924. Sulle lotte interne al fascismo pisano e la tentata candidatura di Arnaldo Dello Sbarba nel “Listone” fascista del 1924, cfr. R. Dello Sbarba, Arnaldo Dello Sbarba: anatomia di una caduta, in «ToscanaNovecento», portale di storia contemporanea. https://www.toscananovecento.it/custom_type/arnaldo-dello-sbarba-anatomia-duna-caduta/?print=print

[26]      Cfr ACS/CPC, Segnalazione del 7 luglio 1927 del Prefetto di Roma Paolo D’Ancona al Ministero dell’Interno, Direzione generale di P.S., Divisione affari generali e riservati: “Pregioimi comunicare che l’ex deputato Dello Sbarba avv. Arnaldo abitante in via Viminale 43 e con studio in via Pie’ di Marmo 18, da vari anni non risulta che esplichi alcuna attività politica e serba regolare condotta. Nei riguardi dell’attuale regime fascista dimostrasi indifferente”.

[27]      Cfr. ACS, Guida Monaci, Guida commerciale, scientifica e artistica della città di Roma, aa. dal 1926 al 1946.

[28]      Cfr. P. Nicoloso, Marcello Piacentini. Architettura e potere: una biografia, Udine, Gaspari, 2018, pp. 121-122.

[29]      BGV/FAdS, Lettera di Arnaldo al fratello Bruno Dello Sbarba del 16 aprile 1933.

[30]      Cfr. M. Scardozzi, Un paese intorno alle terme, da Bagni di Pisa a San Giuliano Terme, 1742-1935, Pisa, ETS, 2014.

[31]      ASPi/CLN, Verbale della seduta del 29 dicembre 1944.

[32]      ASCV-Postunitario, CLN-Verbali delle adunanze, Adunanza 28 dicembre 1944, n. 20.

[33]      ASPi/CLN, Corrispondenza tra CPLN, CCLN, CLN Volterra, Gabinetto governo Bonomi, Uffici centrali e periferici di PLI e PDL, tra il 1° gennaio e il 30 marzo 1945.

[34]      ASCV-Postunitario, CLN-Verbali delle adunanze, Adunanza 11 aprile 1945, n. 21.

[35]      ASCV-Postunitario, CLN-Verbali delle adunanze, Adunanza 24.04.45, n. 32. Su Mario Giustarini si v. M. Bacchiet, Giustarini Mario, in Dizionario biografico online delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa, Biblioteca Franco Serantini, Istituto di storia sociale, della Resistenza e dell’età contemporanea. https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16112-giustarini-mario?i=10

[36]      ASPi/CLN, Corrispondenza tra CPLN e Tito Cangini dal 15 maggio 1945 al 29 luglio 1945.

[37]      BGV/FAdS, diverse memorie stilate da Arnaldo Dello Sbarba tra il 1944 e il 1945, tra cui un intero “Blocco di appunti”.

[38]          Cfr. E. Dello Sbarba e S. Trovato, Inventario dell’archivio di Arnaldo Dello Sbarba, «Rassegna volterrana», a. 90, 2013.