Il terribile agosto del 1944 a nord delle Alpi Apuane

Nell’estate del 1944 l’attività partigiana nell’area apuano-lunigianese stava crescendo a ritmi sostenuti. Piccole bande formate da giovani provenienti da Carrara, dalla Lunigiana toscana, dalla Val di Magra e dalla Spezia contendevano il controllo del territorio alle autorità fasciste e ostacolavano i lavori di fortificazione tedeschi lungo la futura Linea Gotica/Linea Verde.

E’ in questo contesto che si colloca l’operato della 16a Panzergrenadier Division “Reichsführer-SS” nell’area apuana durante l’agosto 1944. Analogamente a quanto stava già facendo in Versilia, la divisione comandata dal generale Max Simon s’impegnò infatti a isolare i partigiani e a rendere sicura l’area per i tedeschi colpendo in modo indiscriminato e terroristico la popolazione civile.

Il primo scontro tra SS e partigiani locali avvenne il 24 luglio presso Canova di Aulla, quando due automezzi tedeschi furono attaccati dai partigiani. Per l’uccisione di un militare SS e il ferimento di altri tre furono fucilati quattro uomini e il paese incendiato. Alcuni giorni dopo, il 2 agosto, membri di un battaglione genieri SS di stanza a Fosdinovo furono attaccati dai partigiani della formazione “Ulivi” nei pressi del paese di Marciaso. Non ci furono vittime, ma la sparizione di due militari, datisi alla fuga e ritenuti morti, diede l’avvio a una nuova rappresaglia. Le SS circondarono Marciaso e catturarono decine di uomini, donne e bambini, poi liberati alla ricomparsa dei militari dispersi. L’intero paese fu comunque minato e fatto saltare il 3 agosto e sei anziani che non avevano lasciato le proprie case rimasero uccisi.

Walter Reder

Walter Reder

Lo spaventoso salto di qualità nelle pratiche repressive avvenne però nella seconda metà di agosto: il 17 i partigiani dell’ “Ulivi” si scontrano nuovamente con un reparto di genieri SS a Bardine di S.Terenzo Monti, nel comune di  Fivizzano. Nel combattimento i partigiani subirono alcune perdite, ma ebbero la meglio: 16 militari tedeschi rimasero uccisi e uno gravemente ferito. Nello stesso giorno le SS recuperarono i corpi dei loro commilitoni, incendiarono alcune case e uccisero due anziani coniugi, ma la vera rappresaglia sarebbe avvenuta due giorni dopo.

Il 19 agosto quattro compagnie del battaglione esplorante della 16a divisione SS, sotto il comando del maggiore Walter Reder, si portarono insieme ad altri reparti della stessa grande unità sul luogo dello scontro con i partigiani e vi uccisero 53 uomini rastrellati in Versilia alcuni giorni prima, lasciandone esposti i corpi legati agli alberi e ai pali dei filari delle viti. SS agli ordini di Reder si diressero poi a S.Terenzo Monti, dove uccisero il parroco, e nel vicino podere di Valla, presso il quale catturarono più di cento persone sfollate dalle proprie case per paura della rappresaglia. I prigionieri, in maggioranza donne e bambini, furono uccisi con raffiche di mitragliatrice. Si salvarono solo una donna e sua figlia, fuggite prima del massacro, e una bimba di sette anni che si  finse morta.

Come in Versilia, anche nel territorio apuano la “Reichsführer-SS” aveva ormai oltrepassato i limiti della semplice rappresaglia giungendo a pratiche di sterminio generalizzato di un’intera comunità che richiamavano quelle attuate sul fronte russo. La zona immediatamente a nord delle vette delle Alpi Apuane era stata inoltre identificata dalle SS come un covo di pericolosi “banditi”. Nei giorni successivi il comando della 16a divisione SS pianificò quindi un rastrellamento generale destinato a “ripulire” l’area da partigiani e presunti fiancheggiatori.

Il rastrellamento del 24 agosto (cartina di M.Fiorillo)

Il rastrellamento del 24 agosto (cartina di M.Fiorillo)

Il 24 agosto i rastrellatori circondarono da tutti i lati il basso fivizzanese, mentre il battaglione esplorante SS e reparti della Brigata Nera di Carrara risalivano la valle del torrente Lucido fino alla conca montana di Vinca. L’operazione, diretta dal maggiore Reder, si trasformò presto in un eccidio generalizzato di civili lungo tutto il percorso dei rastrellatori e soprattutto nell’area di Vinca.

Un totale di 171 persone, quasi tutti donne, bambini, anziani, infermi, furono uccisi nei giorni del rastrellamento. I partigiani presenti nell’area, formalmente uniti in un’unica brigata ma incapaci a coordinarsi, non furono in grado di contrastare efficacemente i rastrellatori.

Fino al suo trasferimento in Emilia, verso la metà di settembre, la “Reichsführer-SS” continuò a seminare il terrore nell’area settentrionale delle Apuane, mietendo vittime innocenti sia nel fivizzanese che nel carrarese.

Maurizio Fiorillo, dottore di ricerca presso l’Università di Pisa, collabora con l’Istituto spezzino per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea; si occupa di storia della seconda guerra mondiale e della Resistenza. Ha pubblicato saggi su riviste e un volume sulle formazioni partigiane della Lunigiana.




“Non solo staffette…”. Le donne nelle carte delle formazioni partigiane toscane: una (parziale) ricognizione.

Avvertenza: il testo che segue è una versione ridotta e riveduta di un intervento presentato dall’autore al convegno Si fa presto a dire “staffette”. Le donne nelle carte delle formazioni partigiane svoltosi il 25-26 novembre 2024 presso la Casa della Memoria di Milano. Il convegno intendeva promuovere una proposta di ricerca dedicata al tema della presenza delle donne nelle carte delle formazioni partigiane. Attualmente il progetto, sotto il titolo Censimento di fonti sul ruolo delle donne nelle formazioni partigiane, è in fase di inizializzazione ed è promosso da Istituto Nazionale Ferruccio Parri e Consiglio Nazionale delle Ricerche – Dipartimento di Scienze umane e sociali, patrimonio culturale (CNR-DSU), in collaborazione con la rete degli istituti associati alla Rete Parri.


Che senza la partecipazione delle donne la Resistenza al nazifascismo, anche quella in armi, non sarebbe stata possibile – in Italia, così come in tutta Europa – è un’affermazione perentoria quanto cristallina che nessuno oggi, informato sui fatti e privo di qualsiasi pregiudizio, si sentirebbe certo di smentire. Per lungo tempo, però, l’immagine e il giudizio prevalenti sul conto del ruolo giocato dalle donne all’interno della Resistenza italiana furono di tutt’altro segno. Poiché della già di per sé esigua minoranza che riuscì ad aggregarsi alle formazioni partigiane, solo una minima parte poté farlo a tutti gli effetti in qualità di combattenti in armi – vuoi per scelta personale vuoi a causa di radicati pregiudizi di genere che le costrinsero a ruoli più tipicamente femminili – della loro esperienza, a guerra finita, si ricordò prevalentemente i “compiti di cura” e non già le minoritarie ma a volte significative “mansioni di guerra”, troppo limitate e sporadiche, appunto, per emergere nel prevaricante paradigma memoriale del “maschio guerriero” con cui la Resistenza fu a lungo raccontata.

Perché le cose cominciassero a cambiare si dovette attendere, come noto, almeno la fine degli anni Sessanta, quando grazie a un radicale ribaltamento di prospettiva e all’emergere di una nuova consapevolezza politica da parte del nascente movimento femminista, le individualità, le intenzioni, le speranze, le illusioni – insomma le biografie di molte resistenti – tramite lo strumento dell’oralità e della testimonianza personale (ri)guadagnarono spazio e centralità, divenendo così fonte e risorsa determinante per una diversa interpretazione del ruolo storico giocato dalle donne. L’asse portante del paradigma armato della Resistenza ne risultò così profondamente incrinato a favore di altre progettualità ed esperienze, le quali poi, nei decenni a seguire, trovarono più idonea sistemazione in nuove e plurali categorie storiografiche di Resistenza (variamente definita come “senz’armi”, “civile” ecc.) entro le quali la gamma delle mansioni e del ruolo ricoperto dalle donne risultò assai più ampia, ricca, in ogni caso “diversamente” centrale per la sopravvivenza del movimento resistenziale. Non più e non solo, perciò, staffette o combattenti, secondo la tradizionale dicotomia escludente che le aveva sin lì relegate prevalentemente (e spesso con un diverso giudizio di valore) entro il primo dei due termini, ma più variamente, informatrici, sabotatrici, agenti oltre le linee, propagandiste, portaordini, infermiere, cuoche, ecc. ecc. Una varietà di mansioni e responsabilità che portò a riconoscere in esse il perno centrale e indiscutibile attorno al quale i partigiani poterono di fatto creare e mantenere i loro fondamentali collegamenti con il territorio e la popolazione civile e rurale.

La ricchezza del quadro poté esser raggiunta solo grazie all’emergere delle fonti della soggettività (memorie personali, diari, interviste, testimonianze dirette) raccolte e messe a disposizione per la prima volta da pioneristici lavori, di cui spesso le stesse donne si resero protagoniste, oltreché come testimoni dirette, anche come ricercatrici e storiche. Anche in Toscana, come in altri contesti regionali che avevano conosciuto importanti movimenti di resistenza, questi primi lavori cercarono coraggiosamente di andare oltre la tradizionale parzialità e reticenza delle fonti coeve ai fatti, quelle prodotte cioè nel farsi degli eventi o subito dopo la fine del conflitto dalle stesse formazioni partigiane e dagli organi dirigenti della Resistenza. La pubblicazione nel 1978 da parte del Comitato femminile antifascista per il 30° Anniversario della Resistenza e della Liberazione della Toscana del volume Donne e Resistenza in Toscana[1] costituì ad esempio un primo importante, benché per certi versi ancora incerto, tentativo di far emergere sui pochi documenti d’archivio e le consolidate ricostruzioni disponibili la voce diretta delle protagoniste[2]. Nonostante il valore aggiunto dei nuovi squarci conoscitivi proposti, il volume, soprattutto per alcune province, prendeva atto di un certo effettivo ritardo nella partecipazione femminile alla Resistenza, limite che veniva giustificato richiamando, da un lato, i tempi relativamente brevi della Resistenza toscana – la quale, nonostante la sua consistenza e il suo carattere intenso di lotta, era durata meno al confronto con quella sperimentata nelle regioni dell’Italia settentrionale – e, dall’altro, il peso della tradizionale struttura economica mezzadrile della regione, nella quale, alla centralità produttiva svolta dal lavoro delle donne non era corrisposta, a causa dell’isolamento da loro patito all’interno delle famiglie tradizionali, un’altrettanta centralità sociale che fosse in grado, soprattutto nelle campagne, di coinvolgere attivamente madri e figlie nelle organizzazioni antifasciste e resistenziali[3].

Comitato femminile Antifascista, “Donne e Resistenza in Toscana”, Giuntina, Firenze 1978

È curioso, ma al tempo significativo, che questi stessi caratteri che avrebbero costituito un freno alla partecipazione delle donne toscane al movimento resistenziale, dai primi storiografi della Resistenza venissero invece proposti positivamente come i tratti originali del modello resistenziale toscano, che era stato appunto temporalmente breve ma assai combattivo e capace soprattutto di farsi trovare nel momento di avvio del processo di liberazione dei territori regionali, inaugurato nell’estate del 1944, a uno stadio piuttosto avanzato di maturità politica e militare; un modello resistenziale che, oltretutto, se proprio in quel decisivo frangente era risultato vincente, lo doveva soprattutto alla stretta saldatura prodottasi tra mondo mezzadrile e Resistenza, tra contadini e partigiani[4]. Una conferma in più, insomma, d’una Resistenza sin lì letta ancora con un’ impostazione piuttosto carente sul piano della sensibilità di genere. Una lettura che, d’altra parte, anche la stessa documentazione partigiana coeva ai fatti tendeva spesso a confermare, anche se forse con qualche potenziale sfumatura in più.

Tornare a interrogare le carte partigiane del tempo, non già per chiedere a esse materiali e stimoli utili ad uno studio sulla storia delle donne nella Resistenza, quanto invece per indagare in modo possibilmente meno liquidatorio e parziale quale immagine (per quanto sfocata, silente, artefatta o limitata possa risultare) nei diversi contesti operativi e territoriali quelle stesse carte ci restituiscono dei percorsi e delle traiettorie femminili, può forse essere un tentativo valido e fruttuoso ai fini di un più approfondito studio sulla Resistenza tout court. Cogliere in sostanza “cosa” quelle carte partigiane – che intercettano, registrano o di contro tacciono la presenza femminile nelle formazioni partigiane – ci dicono della Resistenza stessa. Può essere che ne emerga un ritratto già noto e per certi versi stantio, ma anche che invece ne affiorino a tratti sfumature insolite e persino elementi inattesi. Certo, ciò se si è disposti a ritornare sulle carte delle formazioni – per così dire – senza pregiudizi di genere (da entrambe le parti), ma con la consapevolezza di quanto negli anni è stato acquisito grazie alla sollecitazione della soggettività delle protagoniste del tempo. Si tratta, naturalmente, di una ricerca ancora in buona sostanza da fare, anche per il caso toscano.

Quanto segue, non è perciò che una assai parziale e approssimativa restituzione di un primo tentativo di carotaggio condotto senza alcuna pretesa di esaustività su un campione assai ristretto di fonti partigiane coeve, raccolte nel fondo Resistenza armata in Toscana. Si tratta di un fondo conservato presso l’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea, nel quale sono contenute relazioni, bollettini, corrispondenza e documentazione varia (in originale e, soprattutto, in copia) relativa a tutte le formazioni partigiane della regione.

Come molte altre serie documentali sulle formazioni toscane, anche per questo fondo esiste almeno un limite euristico che è il caso di premettere e che è connesso al problema della “coevità” delle fonti che raccoglie. Gran parte della documentazione che vi si conserva è costituita infatti dalle relazioni generali sull’attività delle formazioni che, in quanto stese nella gran parte dei casi a partire dalla liberazione dei territori dove queste ultime operarono, sono spesso di qualche mese successive ai fatti descritti. Vi è naturalmente anche corrispondenza e documentazione prodotta nel farsi degli eventi, ma questa costituisce una minoranza, e spesso è oltretutto lacunosa e incerta nei riferimenti. Delle relazioni generali delle formazioni, dunque, conosciamo già i conclamati limiti come fonti: esse costituiscono intanto documenti performativi, che puntano cioè a proporre una raffigurazione della Resistenza rispondente ad alcuni obiettivi successivi, quali quelli del riconoscimento partigiano, e pertanto risultano sensibili a diverse variabili, quali ad esempio i diversi rapporti di forza esistenti tra i partiti dell’unità antifascista. Oltretutto, il più delle volte, questa documentazione, che (con pochissime e quasi del tutto rare eccezioni) è scritta da uomini, riproduce una visione sostanzialmente combattentistica e marziale della Resistenza, priva perciò di un’equanime sensibilità nel registrare il diverso coinvolgimento e lo squilibrio dei ruoli tra i generi. Se la performatività di queste fonti rispetto al problema della partecipazione delle donne agisce spessissimo da filtro, va detto però che non sempre lo fa secondo le logiche di una deliberata esclusione o di un sostanziale ridimensionamento al ribasso del ruolo delle donne. A volte, infatti, emerge dalle relazioni partigiane l’interesse e la preoccupazione a che il ruolo e la presenza delle donne – seppur comunque difficile da inquadrare al di là delle consuete mansioni assistenziali loro riconosciute – non risultino però sottodimensionate. Da parte di qualche estensore di relazione si dichiara persino l’augurio esplicito a che alle proprie gregarie – benché presentate semplicemente come staffette – in nome del coraggio e del sacrificio dimostrati venga riconosciuta la qualifica di partigiane combattenti, indipendentemente da che i requisiti assai stringenti della normativa di riferimento lo consentano o meno.

(ISREC – Lucca) La viareggina Didala Ghilarducci con il compagno Ciro Bertini “Chittò” che seguì sulle Alpi Apuane per combattere i nazifascisti

Certo, l’impressione generale che si ricava da una ricognizione parziale di questo tipo, è che non vi siano stravolgimenti rispetto a quanto ci immaginiamo possa emergere sulla partecipazione delle donne dalle carte partigiane . Affiora però di contro e anche a dispetto dell’uso totalizzante della categoria di “staffette” una maggiore varietà dei campi di impiego del personale femminile, con mansioni e incarichi, continuativi o occasionali, che a volte si muovono lungo un confine piuttosto labile tra funzioni logistico-assistenziali e attività strettamente connesse con l’azione armata vera e propria (anche se poi,  rispetto a quest’ultima, le donne appaiono più spesso nelle vesti di coadiuvanti dei compagni maschi). Continua comunque a resistere alla luce della nostra parziale ricognizione, l’idea complessiva di una specializzazione delle donne all’interno delle formazioni declinata in attività preferenzialmente assistenziali o informative, specializzazione che è certo anche frutto di un’esclusione da un concorso in armi più rilevante prodotto negli estensori delle relazioni dal permanere inconscio di quadri mentali di riferimento che guardano alla presunta minorità (fisica, morale, emotiva) delle donne.
Talvolta, questa minorità filtra in modo esplicito nella documentazione partigiana stesa dai comandi, anche se come elemento forse inconscio legato a retoriche e strategie espressive consuetudinarie e introiettate: «benché donne…», pare talvolta di leggere in tralice nelle argomentazione dei loro comandanti, come a voler dire che non poche delle loro gregarie sembrano quasi sorprendere questi ultimi per le capacità di imporsi sacrifici e rispondere coraggiosamente al dovere che impone la lotta di Liberazione, quasi non fossero da meno degli uomini. Formule avversative di questo tipo non sono rare e se anche sono utilizzate per esprimere in realtà giudizi positivi su quelle singole personalità che si dimostrano in qualche modo capaci di superare le aspettative, spesso al ribasso, che la loro condizione di genere sembra suggerire, in realtà risultano sintomatiche di un filtro tipicamente maschile nella lettura dei caratteri individuali.

Le signorine Wanda Giorgi, Editta Pinelli e Alfonsine Blasta, riferisce ad esempio Vittorio Turri il comandante del servizio informazioni della Divisione partigiana “Lunense”, «benché tutte assai giovani», dimostrano «una serietà e una abilità non comune» e in parte, appunto, inattesa[5]. Di Maria Zannoni, lo stesso Turri dice d’essere questa «una delle migliori staffette sia per l’età che per l’aspetto»[6]. L’indulgere nell’osservazione della forma estetica, se può risultare fuori luogo, sottende probabilmente il fatto che quest’ultima può costituire al tempo una dote e un’arma utile nell’espletamento di una funzione non di rado attribuita al personale femminile, quella cioè della “persuasione” o, come recita la formula moralmente più compromettente spesso usata nelle carte partigiane, della “corruzione” del nemico, che, al pari di una seduzione, viene raggiunta da queste temerarie anche attraverso il loro personale fascino. Nel giugno del 1944, il comandante della 32° Brigata Rosselli “Renzo Galli”, che opera a Siena, dopo la cattura da parte dei tedeschi è processato e condannato a morte; tuttavia, si legge in un rapporto, «elementi femminili» appartenenti alla formazione «corrussero le sentinelle», di modo che il Galli poté approfittare, fuggendo ai suoi carcerieri attraverso una fogna[7]. Nel pistoiese, Giuliana Giavazzi della Brigata GL, mentre si «intratteneva coi militi» della GNR lasciava il tempo ai compagni di introdursi nella caserma per sottrarre armi e munizioni[8]. La già citata Wanda Giorgi, informatrice della Divisione “Lunense” e prima di essa della 4° Brigata “Ligure” operante in Lunigiana, nubile, ventenne, presumibilmente avvenente, si manteneva «in continuo contatto con i soldati tedeschi e fascisti» a cui «sapeva estorcere le notizie più importanti». Anche quando catturata dai tedeschi il 5 dicembre 1944, aggiungeva il rapporto, «ella sosteneva lo stretto interrogatorio senza fare alcuna rivelazione che potesse nuocere ai suoi compagni»[9].

Quella informativa, lo si sa, è una delle mansioni, assieme a quella di staffette, in cui le donne bene o male si specializzano, anche perché, come riconoscono i comandi, a loro è concessa una libertà che i compagni maschi non possiedono. Scrive, a riguardo, nella sua relazione conclusiva Antonio Mattesini, maresciallo di fanteria già appartenete al comando del SIM prima dell’8 settembre e poi ideatore nell’aretino di un nucleo clandestino di informazioni militari poi inglobato nella 23° brigata Garibaldi “Pio Borri”: «si è notato che i più anziani di età e le donne in specie (…) sono sempre stati i più abilissimi informatori in quanto indisturbati penetrano con facilità nei ritrovi e nei luoghi attingendo le più sicure fonti militari»[10]. E pur tuttavia, nonostante questa ammissione, l’impiego effettivo dell’elemento femminile nel centro informativo del Mattesini risulta piuttosto minoritario. Su 41 agenti attivi, 39 sono uomini e solo 2 donne, per di più sorelle (Rosa e Savina Palombi), mentre ancora tra i collaboratori occasionali 28 sono uomini e 4 donne. Decisamente più nutrita risulta invece la rappresentanza femminile entro il Servizio Informazioni Militari della citata Divisione Garibaldi “Lunense”, la formazione ispirata nell’agosto 1944 da Roberto Battaglia al confine tra Garfagnana e Lunigiana. Il servizio dispone infatti di una dozzina di «addette a vari osservatori», sorta di «staffette di vigilanza» alle quali è dato il compito di osservare da punti prestabiliti, spesso coincidenti col luogo di residenza o la sede lavorativa, tutti gli eventuali spostamenti di fascisti e tedeschi che esse poi riferiscono al comando della Divisione. Questo personale femminile svolge talvolta anche missioni mobili che comportano anche il doversi infiltrare presso il nemico nel tentativo di estorcere informazioni. È il caso della già citata Wanda Giorgi o di Editta Pinelli “Annetta” «in frequente contatto con i soldati tedeschi e fascisti» ai quali – viene detto della seconda – «sapeva prendere le notizie più importanti»[11]. Molte di queste informatrici sono per lo più giovani, nubili, spesso insegnanti o impiegate pubbliche nei comuni della zona da dove accedono perciò a informazioni preziose sugli occupanti. Vi sono però altre che vengono da famiglie contadine, come nel caso di Fanny Pellegrini di Fivizzano, e che oltretutto vivono nel difficile contesto di guerra disagiate condizioni economiche. Altre ancora sono sposate e hanno famiglia e prole, fatto questo che le espone ulteriormente a un pericolo maggiore. Arduina Grassi Incerti ne ha addirittura sei di figli; Maria Altieri, casalinga, ha tre bimbi in tenerissima età coi quali, oltretutto, è costretta a passare il fronte quando la sua attività di informatrice viene scoperta ed è perciò letteralmente inseguita dai tedeschi che le devastano pure casa[12].

Il “mimetismo” relativo cui beneficiano le donne nel contesto dell’occupazione, dove sono gli uomini a esser di per sé stessi sospetti, le rendono perciò adatte per compiti di collegamento e raccolta di informazioni, attività che richiedono mobilità e, appunto, passare inosservate. Aspetto, questo, che registrano puntualmente le carte partigiane: «il servizio di collegamento», si legge negli incarti della Brigata “Buozzi” legata al Psiup fiorentino, «doveva esser fatto attraverso il nostro elemento femminile, dato che ad esso soltanto poteva esser permessa una certa libertà di circolazione»[13]. Similmente si esprime anche il comandante della Brigata Garibaldi “Gino Menconi” operante sulle Apuane: «è di valore incalcolabile l’opera svolta dalle donne nel campo dei collegamenti sia nei momenti di stasi che in quelli di combattimento. Il maggior numero di staffette fu sempre reclutato fra le donne ed esse si dimostrarono insuperabili in determinati servizi che richiedevano la massima prudenza»[14].

Sui rischi in cui le staffette possono incorrere la casistica è sterminata, come i pericoli nei quali possono potenzialmente incappare. Giusto alcuni esempi che le carte delle formazioni toscane ci riportano. Il 3 luglio 1944 le sorelle Lidia e Anna Lia Innocenti, staffette della 23° Brigata aretina “Pio Borri”, sono inviate attraverso le linee nemiche nell’area di Rigutino per appurare l’eventuale spostamento delle artiglierie tedesche. Svolgono il loro incarico egregiamente, ma sulla via del ritorno sono seguite da due militari tedeschi che, insospettiti, si fanno condurre presso l’abitazione delle due giovani. Qui, accusate di spionaggio, le costringono a un duro interrogatorio: «siccome le due donne tengono un contegno sprezzante», si legge nel report della formazione, i militari le violentano. Anna Lia viene tragicamente uccisa sul momento, assieme alla madre che tenta di opporsi, mentre Lidia rimane gravemente ferita[15]. Il 7 luglio, un’altra collaboratrice di una compagnia di un battaglione poi rifuso nella stessa Brigata “Pio Borri” viene uccisa dai tedeschi nella zona di Castiglion Fiorentino in Val di Chiana durante un’analoga missione oltre le linee volta ad accertare la dislocazione e la consistenza delle artiglierie tedesche. La donna è Gabriella Brogi, una cittadina belga che porta il cognome del marito italiano, Pericle Brogi (il nome effettivo, che le carte partigiane non dicono, è Gabriella Maria De Jaquier De Rosée), e che si era fatta collaboratrice del movimento locale di resistenza sin dalle prime fasi. Fatto abbastanza singolare, a seguito della sua tragica morte, le sarà intitolata la 2° compagnia (“Gabriella Brogi”) del 2° battaglione della 23° Brigata “Pio Borri”[16]. Nell’agosto del 1944, in piena battaglia di Firenze, ci sono staffette che, come Teresa Cantini passano più volte il fronte tedesco attestato sul Mugnone per collegare gli insorti nei quartieri sotto controllo nemico con i comandi militari partigiani installati nella parte già liberata della città[17]. La staffetta Dina Giannelli, mentre si reca a portare una comunicazione al comando del distaccamento SAP del PCI prima zona di Firenze, viene colpita a morte da raffiche di mitragliatrice, mentre poco dopo un ordigno colpisce una sua compagna, la staffetta Lida Salani, che rimane gravemente ferita[18]. Il 3 settembre 1944, Giuliana Barbetti, 23 anni, staffetta del comitato militare del CLN di Lucca, incaricata di portare attraverso le linee alle avanguardie alleate rilievi topografici sulle fortificazioni tedesche della Gotica, incappa in un infernale fuoco d’artiglieria ed è ferita gravemente da schegge di granata al fianco e alla gamba[19].

(ISRT) Tina Lorenzoni, crocerossina e staffetta della Brigata GL “V”. Catturata e uccisa dai tedeschi durante la battaglia di Firenze.

Contrariamente agli esempi sopra riportati, ci sono formazioni, operanti in contesti di periferia e dal relativo valore militare, che non sembrano invece voler esporre i propri effettivi femminili a rischi inutili, anche se non è chiaro fino in fondo se ciò sia conseguenza di una consapevole volontà di salvaguardia dell’elemento femminile o di un’implicita ammissione della loro inadeguatezza a mansioni di guerra, o entrambe le cose. La Sap di Fibbiana, Montelupo Fiorentino, ad esempio, ha solo due donne all’attivo: Clara Pozzolini, che è un’impiegata dello stato civile del comune a cui sono stati attribuiti compiti di vigilanza, e la staffetta Maria Cioni. Come ci tengono a sottolineare i comandi nella relazione, sono però i soli effettivi maschi della formazione che vengono «impiegati in azioni pericolose», anche se poi la Cioni, che grazie alla sua conoscenza dell’inglese si troverà a far da interprete con le avanguardie alleate, dovrà espletare comunque questa sua mansione «anche in momenti particolarmente pericolosi per il violento cannoneggiamento»[20]. D’altro canto, nelle aree in cui si combatte, qualsiasi funzione anche non direttamente marziale attribuita al personale femminile si rivela lo stesso rischiosa: «pericolosissimo pure era il servizio di raccolta e di porta feriti disbrigato in maniera lodevole dalle staffette femminili», si legge nei report della Brigata Garibaldi fiorentina “Sinigaglia”, una delle più combattive. La Brigata GL “Vittorio Sorani”, attiva nei giorni della battaglia per Firenze nel quartiere fiorentino di Rifredi, allora sotto occupazione tedesca, organizza un ambulatorio clandestino per l’assistenza alla popolazione civile. Una sua effettiva, Tina Lorenzoni, crocerossina e tra le più attive staffette fiorentine, accompagna una partoriente in condizioni non ottimali «attraverso la linea nemica sotto varie raffiche di mitragliatrice» fino nel centro della città, già in mano alleata[21]. Non molto dopo, come noto, la stessa Lorenzoni, nel corso di un’altra missione di infiltrazione oltre le linee nemiche sulle colline a nord di Firenze verrà catturata e fucilata dai tedeschi.

Nella documentazione partigiana, non di rado si trovano a riguardo del personale femminile notazioni che rimandano ad attività collaterali all’azione militare vera a propria, spesso legate al sabotaggio, le quali, se non implicano nella pratica l’uso delle armi, richiedono quantomeno il possesso di conoscenze tecniche o un minimo di dimestichezza bellica e balistica normalmente appannaggio delle componenti maschili. Le due staffette della citata Brigata “Buozzi”, Lidia Albertoni e Ludovica Marcella Paperini, mentre la formazione è impegnata a Firenze sulla linea del Mugnone, vengono incaricate di recarsi oltre il tracciato difensivo tedesco «per individuare i punti di collocamento delle mine» che devono esser fatte brillare per rallentare la ritirata tedesca[22]; un compito che, immaginiamo, presupponeva il possesso di qualche cognizione sul funzionamento e la portata degli esplosivi. Meno complessi, tecnicamente, ma non meno rischiosi risultano altri incarichi di sabotaggio, talvolta affidati a personale femminile interno o esterno alle bande. La signora Poggi, ad esempio, collaboratrice della formazione comandata dal capitano della regia Marina Giuseppe Cecchini e attiva nella bassa valle del Serchio, in provincia di Lucca, veniva spesso incaricata dal comando di «recarsi in determinati punti a tagliare i fili telefonici»[23].

La questione capitale del porto effettivo delle armi da parte del personale femminile sembra invece sfuggire o appena trapelare dalla documentazione collazionata per questa parziale ricognizione. Ogni volta che nelle carte si trovano descrizioni dettagliate su azioni militari e se ne indicano i membri che ne prendono parte, molto raramente compaiono tra essi nomi femminili. La ragione, naturalmente, è ovvia e rispecchia l’effettiva esiguità della partecipazione in armi da parte delle donne aggregate alle formazioni nel contesto di combattimenti. È oltremodo significativo, comunque, il fatto che le volte in cui si trovano nei documenti riferimenti di questo tipo non di rado è in conseguenza di un coinvolgimento improvviso e casuale da parte di staffette o componenti femminili in scontri col nemico . Nel resoconto relativo a un attacco subito dalla 4° compagnia del 1° battaglione della 23° Brigata aretina “Pio Borri”, ad esempio, delle patriote Detti Concetta, Ciofini Ester e Romani Anna Maria si specifica che «accorse sul posto di combattimento ad informare il comandante di compagnia circa i movimenti tedeschi vengono coinvolte con i partigiani nel combattimento e rimangono anch’esse ferite»[24]. Diversamente, in un contesto d’emergenza in cui gli effettivi partigiani scarseggiano, come accade ad esempio in una situazione di prima linea, può esser richiesto alle stesse staffette di svolgere attività di vigilanza armata e quindi, all’occorrenza, l’uso delle armi. Tra il 9 e il 10 agosto 1944, si riporta ad esempio in un report della 3° Brigata “Rosselli” impegnata nella liberazione di Firenze, «dato il precipitare della situazione tutti, indistintamente, dai comandanti alle staffette femminili, prestarono ininterrotto servizio armato».

La guerra partigiana nelle carte delle formazioni risulta principalmente affare per uomini. D’altra parte, la lente tradizionale attraverso la quale si legge da subito quell’esperienza è tipicamente maschile e mette al centro del discorso le virtù marziali, i valori combattentistici, la morte, gli eroismi. La partecipazione femminile, pur se molto più articolata, continua perciò a rimanere espressa con formule discorsive e retoriche prettamente ancillari, che ne mettono in luce semmai il ruolo di assistenza materiale e morale alla Resistenza in armi. Non è però questo sguardo, così parziale e soggettivo, esito esclusivo del fatto che a compilare le carte delle formazioni siano quasi sempre partigiani maschi. Appare significativo in tal senso che, anche per il caso toscano, questa visione ancillare della Resistenza delle donne trovi alcune conferme persino in quelle pochissime relazioni stese da attiviste e compagne responsabili di organizzazioni femminili legate alla Resistenza. Un esempio, tra altri, può essere la relazione stesa da Flora Giannini, responsabile del gruppo femminile della SAP di Carrara legata alla FAI (Federazione Anarchica Italiana). Si tratta di sette cartelle fitte che rivendicano al gruppo di donne in questione una gamma di attività in grado di spingersi ben oltre i meri aiuti materiali forniti ai partigiani delle Apuane e che abbraccia invece anche servizi di spionaggio, di porta armi e munizioni o di cura morale e psicologica ai combattenti. C’è, inoltre, racchiusa in quelle pagine, la netta rivendicazione di un’adesione indefessa e incondizionata da parte delle donne carrarine alla causa della Resistenza, adesione che non si cura dei sacrifici e delle difficoltà subite, e che anzi vuol porre in sodo la capacità di resistenza e adattamento delle donne della formazione alle stesse dure condizioni di vita in montagna che sperimentano i partigiani in armi. Ma, oltre a questo, pare emergere in filigrana come il loro ruolo, per quanto effettivo ed entusiasta, risponda a una vocazione orientata a dare tutto in funzione dei partigiani combattenti, che esse seguono infatti quasi come ombre, fornendo loro tutto ciò di cui essi abbisognano e non sono in grado di procurarsi. Una certa idea di sussidiarietà, forse imposta dalla forma mentis della società del tempo o forse in parte anche dalla volontà di toccare in chi doveva legger e valutare quel documento le giuste corde sentimentali e psicologiche, non era perciò del tutto assente nel modo con cui si descriveva da parte delle stesse protagoniste la collaborazione del gruppo femminile. Peraltro, il tutto espresso con un linguaggio intriso di patos sacrificale che non si discostava molto da quello infuso in molte altre relazioni partigiane di fatti d’armi:

Per le brave compagne non esistevano né pesi né fatiche, ma animate da quel coraggio che è forza e fede dell’ideale seguivano quei prodi da uno sganciamento all’altro, sotto il tiro del cannone e sotto il fischio della mitraglia, pur di portare loro il necessario: armi, munizioni e viveri abbondanti. Esse erano messaggere in tutti i pericoli, sempre pronte alla voce del dovere di giorno e di notte, non arrestandosi davanti a nessun ostacolo pur di portare a termine le loro missioni […] Esse con fulgido esempio sfuggendo alle insidie nemiche, salivano i monti affrontando tutti i pericoli, sfidando la morte per portare non solo il pane, nutrimento materiale, ma la loro buona parola che era conforto morale a quei prodi, che celati tra le creste frastagliate, passavano i giorni pieni di tristezza e privazioni, lontani dalle loro case, dai loro cari, dove un pensiero costante li portava ogni dì, dove l’attesa di quella libertà li tendeva frementi d’azione. Era vicino a loro, che esse si portavano dopo i duri combattimenti per raccogliere i feriti, prodigando loro cure ed attenzioni, dando sepolture occasionali e degne per toglierli dalle mani del nemico e toglierli al loro oltraggio.[25]

Anche quella della partigiana-Antigone che, come la grossetana Norma Parenti, a suo rischio personale sottrae i corpi dei compagni caduti all’oltraggio del nemico assicurandone contro il divieto di quest’ultimo degna sepoltura – una funzione caritatevole quanto rischiosa, coraggiosa quanto deflagrante sul piano della disobbedienza al comando della guerra nazifascista –, è elemento che trapela talvolta nelle stesse carte partigiane, anche se forse non in tutta la sua pienezza di significato.

(ToscanaNovecento) Norma Parenti, antifascista e partigiana grossetana, catturata, seviziata e uccisa dai tedeschi. Medaglia d’oro al valor militare.

Da questa ricognizione incerta e parziale, sfuggono invece molte altre questioni, sulle quali talvolta, ma non sempre, le carte partigiane tacciono o si mostrano reticenti, ma che proprio per questo sono però altrettanto importanti. Tra queste, ad esempio, il problema della convivenza e della condivisione degli stessi spazi e delle stesse condizioni di vita partigiana all’interno delle formazioni tra personale maschile e femminile, e dunque la questione della moralità e della disciplina che tali rapporti sollevano. Come ha ricordato tra altri Santo Peli, la presenza di donne giovani e potenzialmente desiderabili tra le file partigiane sollevò talvolta da parte dei comandi decisi «moralismi», volti a frenare l’insorgere nella truppa maschile di speculari «fantasie»[26], moralismi che lasciarono tracce entro i codici disciplinari che le singole formazioni si diedero e nei provvedimenti disciplinari che i comandi in alcuni casi sanzionarono. Tracce, queste, talvolta recuperabili nei carteggi e nella documentazione partigiana coeva.

Altra questione che trapela dagli incarti partigiani, con sensibile accelerazione a partire dalla vigilia della fine della guerra, è quella inerente il problema del riconoscimento partigiano per staffette e, più in generale, per il personale femminile. Considerazioni e sensibilità anche divergenti sul da farsi presero in quel frangente ad animarsi tre le stesse file partigiane. Sicuramente, da un lato, agì da parte di alcuni comandi la volontà di mantenere la guerra di Liberazione nell’alveo del paradigma combattentistico del maschio guerriero, certificandone perciò i suoi effettivi come tali e mantenendo di conseguenza la partecipazione femminile su di un piano meramente assistenziale. Dall’altro, invece, non mancarono preoccupazioni contrarie, perché si tenesse conto cioè, premiandolo adeguatamente, del valore non solo sussidiario e simbolico del contributo offerto alla Resistenza dalle donne. Il tenente di fanteria Luigi Geri, comandante della formazione “Valoris” collegata al PCI di Pistoia, ad esempio, dopo aver parlato dell’opera svolta dalle sue staffette Liana Pisaneschi e Marina Capponi chiudeva la sua relazione generale con queste parole: «Ritengo doveroso segnalare l’operato delle staffette che si sono prodigate sprezzando il pericolo, fino all’inverosimile, portando attraverso le maglie nemiche armi, munizioni e materiale di propaganda. A queste, pur non avendo partecipato a combattimenti deve spettare la qualifica di partigiane combattenti»[27].

Talvolta, come può leggersi nei carteggi che si scambiano i comandi partigiani toscani già a partire dalla fine del 1944, nella compilazione dei ruolini e nel rilascio dei primi attestati può succedere che alcuni di essi si dimostrino un po’ laschi nel concedere a collaboratrici e patriote il riconoscimento di partigiane combattenti, talvolta facendo ciò a scopi puramente assistenziali, talaltra seguendo anche logiche premiali su base politica o dietro mirate raccomandazioni. Situazioni che però si scontrarono spesso con chi, non solo insisteva perché il rilascio delle qualifiche rispecchiasse i criteri di legge, ma si dimostrava preoccupato di contenere l’esperienza resistenziale entro un canone puramente combattentistico e, come tale, eminentemente maschile. Di fronte alla troppo leggera concessione di alcuni tesserini attestanti la qualifica di partigiane combattenti per una ventina di donne della fiorentina Brigata Garibaldi “Sinigaglia”, un piccato esposto inviato nel settembre 1944 al comando delle Garibaldi fiorentine protestava asserendo trattarsi in quel caso di donne chiamate in realtà dalla formazione «a disimpegnare il lavoro di pulizia, di cucina e di sguattere». Valutata la situazione, in quel caso il comando garibaldino propose di considerarle perciò come «servizio ausiliario», includendole tra le richiedenti la qualifica di «patriota»; grado che poi la Commissione regionale toscana riconobbe per alcune di loro. Almeno una di esse, sappiamo,  fece ricorso alla Commissione di secondo grado per ottenere il titolo di partigiana combattente, che tuttavia le fu rigettato[28].

Che vi siano nella documentazione partigiana coeva spunti e appigli ancora utili per approfondire e problematizzare alcune fondamentali questioni potenzialmente in grado di illuminare non solo (o non tanto) il ruolo effettivo della partecipazione femminile alla Resistenza ma in senso più in generale la stessa conoscenza complessiva della vicenda resistenziale e partigiana è qualcosa per cui davvero può valer la pena di riprendere le carte d’archivio e interrogarle con dovuta acribia e rinnovata sensibilità.

 

 

 

[1] Comitato femminile antifascista, Donne e Resistenza in Toscana, La Giuntina, Firenze 1978.
[2] P. Gabrielli, Antifascisti e antifasciste, in M. Palla (a cura di), Storia della Resistenza in Toscana, vol. 1, Regione Toscana-Carocci, Roma 2006, p. 42.
[3] L. Mattei, La partecipazione delle donne, in AA.VV., Storia della Resistenza senese, Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età Contemporanea “V. Meoni”, Betti editrice, Siena 2021, pp. 191-192.
[4] Per un esempio classico di questa interpretazione storiografica del modello resistenziale toscano cfr. R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1979, p. 357.
[5] Archivio Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea (AISRT), Resistenza armata in Toscana, b. 3, fasc. 7.5.2 Divisione Garibaldi Lunense, Servizio Informazioni Militari, Relazione sull’attività svolta dal Servizio Informazioni Militari della Divisione Garibaldi Lunense, p. 26.
[6] Ivi, Elenco dei partigiani del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) della Divisione Garibaldi Lunense, p. 13.
[7] Ivi, b. 1, fasc. 3.1.3 XXII Brigata Fratelli Rosselli, Div. GL 32° Brigata Carlo Rosselli, si vedano i riferimenti alle date del 29 e 26 giugno 1944 nelle due diverse versioni presenti dell’Elenco delle azioni.
[8] Ivi, b. 5 [4], fasc. 15.13 Brigata GL Pistoia, relazione a firma del comandante la Brigata Riccardo Morosi e del comandante la XII zona Vincenzo Nardi, pp. 2-3.
[9] Ivi, b. 3, fasc. 7.5.2 Divisione Garibaldi Lunense, Servizio Informazioni Militari, Elenco dei partigiani del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) della Divisione Garibaldi Lunense, pp. 4-5.
[10] Ivi, b. 1, fasc. 1.1.16 XXIII Brigata Garibaldi “P. Borri”, III Btg., Relazione organico forza e sue variazioni centrale e compagnia “I”, Costituzione del nucleo clandestino d’informazioni di Castel Focognanon (Arezzo), p. 3
[11] Ivi, b. 3, fasc. 7.5.2 Divisione Garibaldi Lunense, Servizio Informazioni Militari, Elenco dei partigiani del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) della Divisione Garibaldi Lunense, p. 5.
[12] Ivi, pp. 4, 12, 14; ivi, Relazione sull’attività svolta dal Servizio Informazioni Militari della Divisione Garibaldi Lunense, p. 29.
[13] Ivi, b. 2, fasc. 5.1.2.13 Divisione Potente brigata B. Buozzi, Relazione sulle operazioni clandestine ed azioni di guerra della III zona settore S, 1 agosto 1944, p. 5.
[14] Ivi, b. 3, fasc. 7.3.1. Brigata Garibaldi “Gino Menconi”, Relazione Brigata Garibaldi “Gino Menconi”, collegamenti, p. 13.
[15] Ivi, b. 8 [Resistenza in Toscana], fasc. 29.3 Relazione sull’attività della 2° compagnia “Gabriella Brogi” del II battaglione della XXIII Brigata Garibaldi “Pio Borri”, 3 luglio 1944, pp. 21-22.
[16] Ivi, 7 luglio 1944, pp. 24-25.
[17] Ivi, b. 2, fasc. 5.1.2.13 Divisione Potente brigata B. Buozzi, Relazione dell’attività svolta dalla squadra socialista di Peretola nel periodo maggio-agosto 1944, p. 1.
[18] Ivi, b. 2, fasc. 5.1.5 Sap I zona PCI Firenze, Relazione dell’attività svolta dalla costutuzione delle Squadre d’azione SAP fino allo scioglimento, p. 12; ivi, Rapporto relativo all’attività svolta dalla 2° compagnia I zona, p. 2.
[19] Ivi, b. 3, fasc. 8.1 Comitato militare clandestino dei patrioti lucchesi, Relazione, ottobre 1944, p. 40.
[20] Ivi, b. 1, fasc. 3.1.4 Sap Fibbiana, Attività svolta, p. 1.
[21] Ivi, b. 2, fasc. 5.1.2.3 Brigata V, Relazione della Brigata “V”, 29 dicembre 1944, pp. 3,6,
[22] , b. 2, fasc. 5.1.2.13 Divisione Potente brigata B. Buozzi, Relazione sulle operazioni clandestine ed azioni di guerra della III zona settore S per la Liberazione di Firenze, p. 6.
[23] Ivi, b. 3, fasc. 8.8. Formazione Cecchini, Relazione del capitano della regia marina Cecchini Giuseppe, Lucca, 2 novembre 1944, p. 3.
[24] Ivi, b. 1, fasc. 1.1.8 XIII Brigata Garibaldi “Pio Borri” I Btg. IV Cpg., Attività operativa, 14 luglio 1944, p.
[25] Ivi, b. 3, fasc. 7.1.4 SAP F.A.I., Relazione militare femminile (Gruppo Flora) SAP-FAI, p. 2.

[26] S. Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Einaudi, Torino 1004, p. 215.
[27] Ivi, b. 5, fasc. 15.22, Banda Valoris, Relazione, Pistoia, 3 maggio 1946, p. 7.
[28] Ivi, Anpi Firenze, b. 3, fasc. Carteggio 1944 non datato, istanza a firma Marco Pieri al Comando Divisione Potente e ai vecchi comandanti della Brigata Sinigaglia e risposta a firma di “Gracco” e altri del 20 novembre 1945.

Articolo pubblicato nel marzo del 2025.




“Distruggono Firenze!”: la notte dei ponti, 3-4 agosto 1944

Da poco era cominciato ad imbrunire lievemente perché siamo nel plenilunio, quando cinque minuti avanti le ventidue è parso che un terremoto scuotesse la terra, abbiamo udito un boato prima sordo e poi fragoroso […] Ci siamo guardati in faccia: evidentemente i tedeschi cominciano la loro opera di infame distruzione”.

Con queste parole l’avvocato Gaetano Casoni rievoca nel suo diario il momento in cui, chiuso nella propria abitazione con i suoi familiari, avverte come tutti i fiorentini che i nazisti hanno iniziato a far saltare le mine posizionate ai piloni dei ponti. L’ora da tempo attesa è scoccata.

La rapida avanzata degli eserciti Alleati, dopo lo sfondamento della Linea Gustav e la liberazione di Roma, da questi agevolmente attraversata grazie allo status di “città aperta” riconosciuto dalle parti belligeranti, aveva spinto i comandi nazisti a rapide contromisure. Per consentire il completamento dei lavori della linea Gotica fra Spezia e Rimini, lungo la dorsale appenninica, viene attuata una strategia di “ritirata aggressiva” che grava sui comuni e sulle popolazioni della costa e dell’interno. Ai disagi e alle rovine causate dal passaggio delle truppe dei diversi eserciti si uniscono quelle dei combattimenti lungo le diverse linee di difesa tracciate sul territorio, oltre che ad una specifica strategia di “guerra ai civili” con il conseguente stillicidio di saccheggi, rappresaglie, singole uccisioni, stragi delle comunità delle aree attraversate dalle truppe in ritirata.
L’Arno rappresenta l’ultima grande trincea naturale su cui potersi attestare. Il passaggio del fiume deve essere impedito. Firenze, che ne è attraversata, diviene così centrale nelle strategie naziste. Il destino dei ponti è segnato.  I comandi nazisti non vogliono ripetere l’esperienza di Roma, anche se il confronto sull’attribuzione dello status di “città aperta” anima le giornate di luglio fra illusorie speranze e volontà di attribuire al nemico la responsabilità della mancata proclamazione. Al tempo stesso  si fa riferimento al presunto impegno  nazista a risparmiare la città dalle conseguenze “di un’azione combattuta entro l’abitato urbano”, come si legge nell’Avvertenza ai fiorentini, fatta pubblicare sulla “Nazione” del 27 luglio, viene usato per premere sulla popolazione affinché non compia atti di sabotaggio o aggressione nei confronti delle truppe tedesche.

Ma ogni illusione viene meno il pomeriggio del 29 luglio quando viene affissa sui muri della città l’ordinanza di sgombero dei Lungarni, pubblicata il giorno dopo sull’ultimo numero della “Nazione”. Consapevoli del pericolo imminente, a sera si riuniscono in Arcivescovado con il cardinale Elia Dalla Costa, il vice prefetto Gigli, il vice podestà De Francisci, il Soprintendente alle Belle Arti, il console svizzero Steinhäuslin. Dopo la fuga delle autorità fasciste repubblicane, gli ultimi rappresentanti delle Istituzioni cercano di adoperarsi per Firenze. Redigono un “Memorandum” per ricordare le precedenti assicurazioni date da Hitler e da Kesselring a tutela della città, che, insieme anche al rettore Marsili Libelli consegnano il giorno dopo al colonnello Fuchs, da pochi giorni comandante in capo della piazza di Firenze. Precedentemente, fino alla sua partenza il giorno 25, anche il console tedesco Gerhard Wolf si era mosso nella stessa direzione, cercando di tutelare il patrimonio artistico della città. Ma Fuchs non lascia spazio ad illusioni, richiamando le conseguenze negative subite dall’esercito nazista a seguito della proclamazione di Roma “città aperta” e mostrando un volantino lanciato da aerei inglesi in cui si invitava la popolazione a difendere la città e favorire la rapida avanzata alleata. La scelta è già stata presa. L’ultimo tentativo avanzato dalla delegazione di ottenere un lasciapassare per raggiungere il comando Alleato e ottenere precise garanzie sulla loro condotta si spenge, infatti, nella mancata risposta tedesca.

Il Comitato toscano di liberazione nazionale (CTLN) non aveva creduto nella possibilità di una trattativa e riteneva che la città potesse essere salvata solo da un’azione insurrezionale, ma è colto di sorpresa dall’ordinanza del 29 luglio. Le truppe alleate sono ancora troppo distanti dalla città, così come le formazioni partigiane, e il caos diffusosi fra la popolazione dei lungarni rende impossibile qualsiasi azione immediata.

Subito dopo l’annuncio dello sgombero, decine di migliaia di persone devono abbandonare le proprie case, con la consapevolezza di non farvi più ritorno, e trovarsi un luogo sicuro dove potersi riparare nell’imminenza della battaglia. Il carcere delle Murate, chiese, caserme, abitazioni di amici e conoscenti diventano mete ambite. In Oltrarno moltissimi sfollano a Palazzo Pitti. La reggia dei Granduchi e dei re d’Italia diviene l’alloggio del popolo di Firenze che ne occupa sale, corridoi, cortili e loggiati, dove vivranno i giorni della battaglia e trascorreranno il mese di agosto in condizioni di grave precarietà, ma sperimentando anche diffuse manifestazioni di solidarietà umana, grazie all’organizzazione che viene approntata per gestire i bisogni più imminenti e naturali.

Il precipitare della situazione è palesato il 3 agosto dalla proclamazione dello stato d’emergenza. Il comando tedesco ordina ai fiorentini di non uscire dalle proprie case. Chiusi nelle abitazioni, spesso senza adeguate riserve di acqua e di vivere, i fiorentini attendono la battaglia imminente. A sera squadre partigiane cercano di tagliare i fili delle mine al Ponte della Vittoria e alla Carraia, ma sono respinti dalle preponderanti e ben armate truppe tedesche.

I resti di Ponte Santa Trinita

I resti di Ponte Santa Trinita

Nel corso della notte fra il 3 e il 4 agosto le esplosioni provocano boati e scosse che fanno tremare la città, come un terremoto. Scrive sempre Casoni: “Ogni due ore circa si rinnovano gli scoppi di grossissime mine, i boati, i colpi che sembrano determinati da proiettili destinati a cadere su di noi; nuove nuvole si innalzano paurose quasi a precipitare l’enormità del disastro”. Ad uno ad uno sono abbattuti i ponti, fino a quello di Santa Trinita che è così saldo sui suoi piloti da richiedere tre cariche di esplosivo prima di crollare. La scelta di salvare Ponte Vecchio, particolarmente ammirato da Hitler nelle sue visite in città, comporta la distruzione del cuore medioevale di Firenze, alle sue estremità, su entrambe le sponde dell’Arno. I quartieri di Por Santa Maria e di Borgo San Jacopo, via Bardi e via Guicciardini, con le antiche e caratteristiche case torri e la casa di Machiavelli, sono dilaniati e rasi al suolo.

Al mattino, quando i fiorentini più coraggiosi salgono sui tetti o cercano di raggiungere i lungarni si trovano di fronte uno spettacolo spaventoso: monconi di pietre al posto dei piloni in Arno e montagne di macerie fumanti ai lati di Ponte Vecchio. Le esplosioni sono state così forti che pezzi del Santa Trinita sono giunti fino in via Cerretani. L’avvicinarsi del fronte ha così drammaticamente marchiato Firenze e la sua popolazione. Mentre le primi truppe delle truppe coloniali britanniche avanzano da via Senese ed entrano da Porta Romana in città e le brigate partigiane, dopo i primi combattimenti a Gavinana il giorno precedente, penetrano in Oltrarno fra l’entusiasmo della popolazione, la città è divisa in due nell’imminenza della battaglia per l’insurrezione.




Livornesi “pericolosi nelle contingenze belliche”.

Il 10 giugno 1940 resta nella storia come l’infausto giorno dell’entrata in guerra dell’Italia fascista, annunciata da Mussolini con la nota dichiarazione dal balcone in piazza Venezia a Roma che fu radio-diffusa e amplificata in tutte le piazze italiane, più o meno affollate ed entusiaste. Poche ore dopo, fra i primi provvedimenti previsti dalla Legge di Guerra (R. Decreto n, 1415, 5 settembre 1938, poi R. Decreto n. 566, 10 giugno 1940), furono arrestate centinaia di persone ritenute “pericolose nelle circostanze belliche”[1]. Per lo più si trattava dei non molti oppositori politici ancora in circolazione e di un certo numero di ebrei noti quali antifascisti o presunti disfattisti, destinati all’internamento, ossia la misura di polizia preventiva che prevedeva l’allontanamento coatto dalla città e dalle famiglie, nonché la privazione della libertà in campi di concentramento – ben 51 – o la residenza obbligata e vigilata in sperdute località della penisola[2].

A Livorno, il fatidico annuncio mussoliniano era stato trasmesso dagli altoparlanti posti sul balcone della Casa del Fascio in piazza Cavour, dove era assiepata una folla di livornesi “precettati” e inquadrati dai sindacati fascisti e dalle diverse organizzazioni del regime[3].

Al termine dell’adunata, una parte dei partecipanti si recò a manifestare sotto il Consolato tedesco in via Cairoli, «che ha più volte acclamato alla Germania e a Hitler» (Corriere del Tirreno, 11 giugno 1940).

Nelle prime ore del giorno seguente e nelle settimane successive, poliziotti e carabinieri prelevarono, senza clamore, nelle loro case i livornesi – in maggioranza uomini, ma anche alcune donne – da internare; lo stesso avvenne in numerose località della provincia. Per lo più erano “soggetti”, già inseriti nell’Elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze, in base al quale la Questura provvedeva periodicamente al loro fermo preventivo per alcuni giorni in coincidenza di manifestazioni di regime, ricorrenze proibite come la Comune di Parigi, il Primo Maggio o la Rivoluzione Russa, oppure in occasione delle visite in città di «alte personalità» del governo o della casa reale.

Dalla Questura furono quindi trasferiti al carcere dei “Domenicani”, in attesa che il Ministero dell’Interno convalidasse l’internamento proposto dalla locale Prefettura e, in taluni casi, l’attesa prima della traduzione nei luoghi assegnati si protrasse per alcune settimane.

Presso l’Archivio di Stato di Livorno sono conservati numerosi documenti riguardanti tali provvedimenti repressivi, nel fondo della Questura e di quello della Prefettura.

In vista di tale operazione, il 3 giugno, il questore di Livorno, Erminio Roselli, aveva inviato una “riservatissima” interna all’Ufficio Stranieri, all’Ufficio Politico e alla Squadra Mobile con le disposizioni in merito:

 

Prego farmi tenere – ognuno per quanto di competenza e non più tardi del giorno 8 corrente – l’elenco delle seguenti persone che – appena dichiarato lo stato di guerra – dovranno essere arrestate per l’internamento, perché ritenute pericolosissime in quanto capaci di commettere sabotaggi, attentati ed azioni delittuose, facendo – ognuno una breve relazione sui motivi che consigliano il provvedimento di rigore:

a) pregiudicati comuni

b) sovversivi

c) ebrei nazionali e stranieri

d) stranieri

Le conseguenze dell’internamento, per periodi più o meno lunghi, sulla vita delle persone, così come per la carcerazione e il confino, erano pesanti, in quanto non soltanto ne limitavano libertà, movimento e socialità, ma incidevano sulle condizioni delle rispettive famiglie. Come infatti emerge da corrispondenze, domande di grazia e rapporti delle stesse autorità, l’internamento di tanti lavoratori comportava lo stato d’indigenza per i loro nuclei familiari, appena supportati da miserandi sussidi statali. Dunque la “pena” dell’internamento ricadeva, oltre che su figlie e figli, soprattutto sulle donne (mogli, madri, sorelle), costrette a far fronte a situazioni economiche non di rado drammatiche; a tutto questo si aggiungeva il fatto che gli internati, perdendo il lavoro a seguito di tale misura repressiva, quando potevano essere prosciolti, trovavano un problematico reinserimento occupazionale al loro ritorno a casa.

 

GLI INTERNATI POLITICI

La categoria dei sovversivi fu la prima ad essere colpita dalla misura dell’internamento; non solo perché destava le maggiori preoccupazioni delle autorità, ma in quanto comprendeva un numero assai limitato di soggetti in “libertà provvisoria”, da tempo schedati, diffidati, ammoniti e strettamente sorvegliati, mentre la maggior parte degli oppositori che non erano riparati all’estero, si trovava già in carcere oppure al confino[4].

A seguito delle modeste attività di propaganda – manifestini e scritte murali – svolte in città nel 1939 erano seguite una quindicina di condanne al confino e una ventina di pesanti condanne detentive pronunciate dal Tribunale speciale che avevano falcidiato quanto restava dell’opposizione in città.

I pochi antifascisti ancora a piede libero, o appena scarcerati, risultavano inseriti in vari elenchi, redatti sia dai diversi Uffici della Questura che dall’Arma dei Carabinieri.

Una prima lista, relativa alla Provincia di Livorno, di poco antecedente l’entrata in guerra, comprendeva i Sovversivi pericolosi da arrestare in caso di emergenza, suddivisi in 4 elenchi, in base allo stimato grado di pericolosità per l’ordine costituito, per un totale di 27 nominativi, inclusi alcuni presunti “squilibrati di mente”.

Questa prima lista subì diverse variazioni e integrazioni e quella definitiva di coloro che, fra il 13 e il 30 giugno, furono arrestati e internati comprendeva 6 comunisti (Dino Demi, Amedeo Frosini, Guido Menconi, Mario Pellegrini, Umberto Combes Rossi, Dogali Simoncini), 5 anarchici livornesi (Virgilio Antonelli, Giovanni Biagini, Bruno Guerrieri, Nello Malacarne. Ilio Scali) e un anarchico di Piombino (Renzo Vanni)[5]. Simoncini era appena uscito dal carcere ad aprile dopo 5 anni di detenzione; mentre Antonelli, che era stato fra i primi confinati politici nel 1926, aveva già scontato nove anni di detenzione, fra confino e carcere.

Invece, Nello Malacarne nei vent’anni di regime fascista avrebbe complessivamente scontato sedici anni di detenzione, fra carcere, confino e internamento.

Quasi tutti furono deportati nel campo di concentramento di Manfredonia (Fg), mentre i «pericolosi fra i pericolosi» nel campo istituito presso l’isola confinaria di Ventotene.

Non furono invece internati, pur se nell’elenco degli arrestandi, gli anarchici ed ex arditi del popolo, Andrea Dodoli, perchè si trovava in carcere militare a Roma, e Augusto Consani che, pur ritenuto «elemento pericoloso per l’ordine nazionale dello Stato», era stato giudicato inidoneo in quanto affetto da tubercolosi, tanto che già nel 1926 dopo alcuni mesi di confino era stato rimesso in libertà condizionata e sotto ammonizione.

Quale «sospetto politico di disfattismo», Augusto Casagni, titolare della farmacia sul viale Regina Margherita (ora viale Italia,  fra via Funaioli e via Meyer), il 22 giugno fu internato nel campo di Manfredonia, in base a presunti discorsi critici verso l’Asse e favorevoli all’Inghilterra, venendo prosciolto tre mesi dopo.

Negli stessi giorni e nelle stesse ore, altri antifascisti della provincia livornese, ma residenti altrove, venivano arrestati su ordine delle rispettive Prefetture ed avviati anch’essi nei luoghi d’internamento. A Genova è quanto accadde a tre lavoratori, schedati come comunisti: il tranviere Fernando Benedetti, nato a Campiglia Marittima, e il meccanico Ruggero Berretti di Sassetta, entrambi deportati a Manfredonia, e l’elettricista Manlio Tondi, di Rio Marina, relegato a Istonio (Ch).

La maggior parte dei “politici” fu prosciolta entro il 1941, per fare spazio nei campi di concentramento ad altri internati (soprattutto slavi ed ebrei), ma furono sottoposti a ulteriori misure repressive (carcere, confino, diffida, ammonizione). Nei casi però dei livornesi Giovanni Biagini, anarchico, e Amedeo Frosini, comunista, nonchè dell’anarchico piombinese Adriano Vanni – l’internamento si sarebbe protratto sino al settembre 1943[6].

Nei mesi seguenti, per i sovversivi e i sospetti politici livornesi e piombinesi internati (incluse due donne, Adelina Barontini e Anna Maria Caluri, per il loro «atteggiamento antitaliano e disfattista») le destinazioni furono anche i campi di concentramento nelle isole confinarie di Ustica (Pa) e Tremiti (Fg), nonché di Colfiorito (Pg), Pisticci (Mt), Isernia, Istonio (cioè Vasto, Ch) e Ariano Irpino (Av); mentre, fra le «località d’internamento», più popolate di livornesi figurano i comuni di Apecchio e Sant’Angelo in Vado (Pu), Gorgoglione (Mt) e la colonia di Mormanno (Cs).

 

GLI INTERNATI EBREI

Il primo atto della politica antisemita del regime fascista era stato il Censimento degli ebrei nell’agosto 1938, finalizzato alla successiva promulgazione dei Provvedimenti per la difesa della razza italiana (R. Decreto Legge n. 1728, 17 novembre 1938), preceduti dalle misure nei confronti della «razza negra», nonché dei cittadini di etnia rom e sinti.

Raccomandando «riservatezza assoluta e massima precisione», il Ministero dell’Interno ordinò ad ogni Prefettura del Regno la schedatura di tutti gli ebrei non solo appartenenti alle «Comunità israelitiche riconosciute ma tutti coloro che risiedono codesta provincia anche temporaneamente e che comunque risultino di razza ebraica anche se professanti altra o nessuna religione o che abbiano abiurato in qualsiasi epoca ed anche se per matrimonio sono passati a fare parte di famiglie cristiane»[7]La rilevazione andava effettuata con ogni mezzo possibile, incluso il ricorso ad informatori, per predisporre un quadro attendibile della presenza ebraica in Italia alla mezzanotte del 22 agosto 1938. Stante lo «speciale delicato carattere della rilevazione», l’operazione non doveva «dare appigli alcun allarme trattandosi di rilevazione all’esclusivo fine di studio».

Con tali premesse statistiche, le prime disposizioni sui provvedimenti da adottare nei confronti degli ebrei, sospettati di diffondere «notizie false e tendenziose», furono impartite il 25 settembre 1939, poche settimane dopo l’invasione tedesca della Polonia che segnò l’inizio del conflitto mondiale, a partire da quelli stranieri presenti in Italia già soggetti ad espulsione.

In seguito, nell’approssimarsi dell’entrata in guerra dell’Italia, il 26 maggio 1940, il sottosegretario all’Interno, Guido Buffarini Guidi, aveva genericamente informato il capo della polizia Arturo Bocchini che «il DUCE desidera che si preparino dei campi di concentramento anche per gli ebrei, in caso di guerra».

A cui fecero subito seguito, il 27 maggio, il 31 maggio e il 6 giugno 1940, le seguenti disposizioni del Ministero dell’Interno ai Prefetti del Regno e al Questore di Roma, che disponevano l’internamento degli ebrei stranieri e di quelli italiani in relazione alla «loro capacità propaganda disfattista et attività spionistica».

Di fatto, per evidenti motivi tecnico-logistici legati all’elevato numero di cittadini italiani ebrei (circa 47 mila, compresi quelli di Fiume ed esclusi quelli nelle colonie italiane), pure fra i militari di carriera, molti dei quali si erano distinti come combattenti nelle «guerre italiane» (libica, mondiale, etiopica, spagnola) e quelli che – pure a Livorno – erano stati “fascisti della prima ora”, l’«appartenenza alla razza ebraica», ferme restando le limitazioni sancite dalla Carta della Razza del 1938, non costituì condizione sufficiente per l’internamento, a motivare il quale doveva sussistere anche una «reale pericolosità» politica o, quanto meno, il sospetto di una qualche espressione di dissenso nei confronti del regime e della guerra.

Anche a Livorno nel 1938, a supporto dell’approvazione delle Leggi razziali, era stata avviata una campagna di propaganda anti-ebraica su iniziativa del Partito nazionale fascista, attraverso varie conferenze pubbliche e sempre più frequenti articoli sulla stampa cittadina che incentivarono i gesti d’intolleranza antisemita. In particolare, su «Il Telegrafo» del 18 agosto 1938 era apparso, in prima pagina, un articolo dal titolo Il problema ebraico. Gli immigrati a Milano e i “portatori di bacilli”, in cui compariva anche un grafico che evidenziava come, dopo Trieste, Livorno vedeva la maggiore percentuale di «israeliti» (13 ogni mille abitanti).

Fra il giugno 1940 e il luglio 1943, complessivamente, sarebbero stati una settantina (67 secondo alcune fonti, su circa 400 in tutta Italia) gli ebrei e le ebree livornesi sottoposte all’internamento, prima che fra il 1943 e il ‘44, sotto la Repubblica di Salò, iniziassero i rastrellamenti nazi-fascisti e le deportazioni di massa verso i Lager, quando le famiglie ebree cercarono di sfuggire allo sterminio unendosi ai livornesi “sfollati” dalla città.

Considerando che, a livello nazionale, l’11,7 per cento degli internati italiani nel loro insieme fu costituito da ebrei, si può fondatamente ritenere che a Livorno il rapporto percentuale fra gli internati politici e quelli ebrei fu addirittura quasi paritario.

I primi provvedimenti contro gli ebrei livornesi scattarono il 16 giugno, ma soprattutto furono attuati nei giorni 23, 24 e 25 giugno, con l’internamento nei campi di concentramento di Campagna (Sa) e Urbisaglia (Mc), oppure relegati in piccoli comuni delle province di Avellino, Potenza e Pesaro, mentre otto ebrei vennero costretti a risiedere nei vicini comuni di Collesalvetti e Cecina.

Nel solo mese di giugno furono circa cinquanta gli ebrei e le ebree di Livorno per cui venne deciso l’internamento e, per alcuni di loro, fu l’inizio di una tragica odissea senza ritorno[8].

Altri ebrei nati a Livorno, ma non più residenti, furono internati per decisione di altre Prefetture, fra questi: il socialista Enrico Castelli (Firenze); Angiolo Giuili (Genova), per aver criticato il regime; Piero Dello Strologo, per aver svolto attività antifascista all’estero, e il dirigente socialista Giuseppe Passigli, già direttore de «Il Lavoratore» a Trieste (per entrambi, Prefettura di Milano).

Invece, Aristide  Dello Strologo, nato a Massa, ma residente a Livorno, già iscritto al Partito radicale ed oppositore del regime, fu internato nel mese di giugno su ordine della Direzione generale per la demografia e la razza, con proscioglimento il 10 ottobre 1940, al quale fu però confiscata la propria abitazione.

A parte alcuni schedati politicamente, come i socialisti Odoardo Della Torre (finito fucilato alle Ardeatine) e Abramo Funaro o il comunista Armando Abeniacar, si trattava di persone la cui identità politica era quella generica di antifascisti, oppure venivano loro attribuite pretestuosamente delle intenzioni avverse al regime, a seguito soprattutto di spiate anonime.

D’altronde, fra le accuse rivolte contro gli ebrei, vi era quella secondo cui il bolscevismo era parte del complotto ebraico contro i popoli d’Europa, così come come sostenuto dal noto Paolo Orano che aveva tenuto una conferenza a Livorno, presso l’Accademia navale.

Comunque, se in taluni casi si può cogliere la prevalente valutazione politica alla base dell’internamento, in altri questa appare pretestuosa rispetto alla persecuzione razziale antiebraica.

Tra le motivazioni indicate dalle autorità di polizia, oltre alla classificazione di ebreo o ebrea, vi erano quelle che alludevano a vaghe propensioni o stati d’animo, quali avere «un comportamento antifascista» o essere «sospetto di avversione al regime». Un’altra accusa, non meno aleatoria, degna d’essere segnalata fu quella di «Fa[re] parte di un gruppo di intellettuali ebrei, soliti a vedersi in qualche pubblico esercizio o altrove per manifestare idee di avversione alla Germania e critiche al regime fascista» (Giangiacomo Gallico e Renzo Toaff, arrestati e internati il 12 giougno1940).

Altrimenti, con riferimento alle opinioni riguardanti la guerra, era possibile trovare motivazioni a supporto della decisione d’internamento quali «ebreo capace di svolgere attività disfattista» (Luciano Orvieto, internato il 12 giugno 1940 a Collesalvetti) oppure «ebreo, per aver inneggiato alla Francia» (Renzo Cabib, arrestato il 22 giugno 1940 e giunto il 7 luglio seguente nel campo di concentramento a Urbisaglia).

Invece, in numerose motivazioni, si riscontrano paradossali processi alle intenzioni quali «colpito dalle leggi razziali potrebbe manifestare malcontento» (Egisto Piperno) oppure «ebreo, poiché gli è stata revocata la licenza di venditore ambulante, potrebbe dar luogo a manifestazioni di scontento» (ad es., Elio Pesaro), in cui affiora in modo evidente la persecuzione razziale, senza alcun specifico addebito politico.

Anche Simone Alfandari fu internato il 12 giugno 1940 per un ovvio «atteggiamento ostile al regime in seguito alle leggi razziali», ma il 14 dicembre dello stesso anno risultava rinchiuso in un manicomio, secondo un percorso drammaticamente comune a molti oppositori al regime[9].

Il 21 giugno 1940, la Prefettura di Livorno dispose l’internamento, seppure per breve tempo, anche del sessantenne rabbino maggiore, Alfredo Sabato Toaff, padre di Elio e Renzo, ritenendo che, avvalendosi della sua posizione potesse, attraverso la professione della religione e l’insegnamento, «dispiegare attività non consentita, volta alla tutela degli interessi della sua razza e dannosa a quelli politici della nazione».

Discorso analogo per le generiche motivazioni con cui, fra i mesi di giugno e luglio 1940, furono internate sei ebree livornesi, in quanto «pericolose nell’attuale momento» (Enrichetta Di Segni Cintoi, Marianna Di Segni, Ida Funaro), sottintendendo una posizione antifascista, oppure perché, dopo la revoca della licenza commerciale, avrebbero potuto «criticare il regime» (Elisa Suarez, Amelia Caden Bardavid), mentre per Clara Grego l’unica “colpa” era quella di insegnare presso la Scuola israelitica.

Furono tutte liberate dopo un mese, ma per Amelia Caden Bardavid, madre di quattro ragazzi, la persecuzione fascista avrebbe riservato un epilogo atroce. A seguito dell’ordinanza n. 5 del 30 novembre 1943, emanata dal Ministro dell’Interno della neonata Repubblica sociale, Buffarini Guidi, che disponeva l’arresto e l’invio nei «campi provinciali» di tutti gli ebrei, nel dicembre 1943 fu di nuovo arrestata e deportata nel lager di Auschwitz, dove fu sterminata assieme a tutti i familiari nel 1944, al capolinea della persecuzione iniziata nel 1938.

 

NOTE

 

[1] Durante la guerra, senza contare gli internati per motivi non politici e quelli decisi dalle autorità militari, complessivamente, su tutto il territorio nazionale, si contano almeno 2.711 internamenti, per ragioni politiche e/o razziali, quasi sempre su provvedimento delle Prefetture e, secondariamente, del Ministero dell’Interno e di altri organismi del regime (Polizia Politica, Ispettorati di PS, Ambasciate, OVRA, Direzione generale per la demografia e la razza…); tale dato, inevitabilmente incompleto, corrisponde ai fascicoli personali conservati all’Archivio Centrale di Stato reperiti e riportati nel principale, anche se datato, testo di riferimento: Simonetta Carolini [a cura di], “Pericolosi nelle contingenze belliche”. Gli internati dal 1940 al 1943, Roma, Anppia, 1987.

[2] Si veda  Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940 – 1943), Torino, Einaudi, 2004.

[3] Si rimanda a Marco Rossi, Vincere! Ma vinceremo? Livorno in stato di guerra (giugno 1940), Ghezzano, BFS, 2026.

[4] Durante il Ventennio fascista risultano essere stati confinati almeno 101 livornesi, fra cui una donna (Gioiosa Baldacci, socialista), rispettivamente schedati come come comunisti (40), antifascisti (32), anarchici (23), socialisti (5), repubblicani (1); si vedano i nominativi e le relative statistiche in Ivan Tognarini [a cura di], Livorno nel XX secolo. Gi anni cruciali di una città tra fascismo, resistenza e ricostruzione, Firenze, Polistampa, 2005, pp. 55, 56, 521-523.

[5] Nel 1940, fra Piombino, Cecina, Massa Marittima ed Isola d’Elba, oltre a Adriano Vanni, sarebbero stati internati altri 14 “sovversivi” (Enrico Gargarella, Guglielmo Spinelli, Gino Trovatelli, Alberto Del Favero, Giuseppe Bonomi, Beniamino Cordoni, Giovanni Pellegrinelli, Felice Gestarelli, Oreste Barachini, Nello Bertini, Claudio Cateni, Italo Barsellini, Ugo Bellini, Giuseppe Pasticcio).

[6] La liberazione degli internati fu disposta il 29 luglio 1943. dopo la caduta del regime, ma ad esclusione di anarchici, comunisti, agenti di spionaggio, resistenti jugoslavi. La liberazione dei comunisti fu disposta il 14 agosto e il 23 quella degli anarchici «non particolarmente pericolosi». Nonostante le disposizioni, non furono tuttavia pochi coloro che non vennero liberati o non riuscirono ad evadere prima dell’8 settembre 1943.

[7] Fra le disposizioni previste vi era l’obbligo per «tutti gli appartenenti alla razza ebraica» di fare denuncia, presso l’Ufficio di Stato Civile dei rispettivi Comuni, della propria «appartenenza alla razza ebraica», pena l’arresto fino ad un mese e un’ammenda sino a lire tremila (art. 9, D.L. n. 1728/1938). Sull’argomento si rinvia a Guido Fubini, La legislazione razziale. Orientamenti giurisprudenziali e dottrina giuridica, «Il Ponte», 30 novembre – 31 dicembre 1978.

[8] Questo fu il caso, fra gli altri, di Angelo Ajò, nato a Pitigliano, che la Prefettura di Livorno fece internare il 12 giugno 1940; nel maggio 1944, assieme alla moglie Fanny De Porto, fu rastrellato ad Asciano (Pi) e deportato nel campo di Bagno a Ripoli (Fi), poi a Fossoli (Mo) ed infine ad Auschwitz, dove perirono entrambi. Sirio Renzo Bueno, figlio di Ida Funaro, anche lei internata, fu internato dal 23 giugno 1940 al 29 settembre 1943 (Sant’Angelo in Vado, Avigliano, Castelnuovo di Garfagnana), venendo poi arrestato a Marlia (Lu) dai carabinieri l’8 dicembre ’43 e, dopo detenzioni temporanee a Bagni di Lucca, Firenze e Milano, il 30 gennaio 1944 fu deportato, senza ritorno, nel lager di Auschwitz. Anche Salomone Gabbai, internato dal 24 giugno 1940 all’agosto 1943, fu deportato e morì ad Auschwitz, così come Enrico Castelli, socialista, internato dal giugno 1940 all’aprile 1941, ma arrestato a Firenze nel marzo 1944 e deportato nel campo di Fossoli, prima di essere tradotto ad Auschwitz, il 16 maggio seguente, dove giunse il 23 maggio e fu ucciso in data imprecisata.

[9] Sull’argomento si rimanda a Matteo Petracci, I matti del duce, Manicomi e repressione politica nell’Italia fascista, Roma, Donzelli, 2014.

 

Articolo pubblicato nel maggio 2026




Una provincia in armi: la Resistenza pistoiese. Origini, sviluppo e caratteristiche

La Resistenza italiana rappresenta uno degli episodi più significativi e complessi della storia del nostro paese durante la Seconda guerra mondiale. Tra il 1943 e il 1945 il movimento di Resistenza si oppose alla Repubblica Sociale Italiana e all’occupazione tedesca, lasciando un’impronta indelebile sulla società, sulla politica e sulla cultura dell’Italia Repubblicana.

Nel contesto della Resistenza italiana, la provincia di Pistoia, pur di dimensioni relativamente contenute, divenne un punto di riferimento strategico, teatro di scontri, lotte e resistenze che segnarono indelebilmente il destino delle comunità locali.

La Resistenza pistoiese s’inserisce nel quadro di quella toscana: in parte ebbe origini autoctone e in parte fu promossa, coordinata e supportata dai partiti. In tutta la regione furono i partiti comunista e azionista ad avviare un’azione incisiva per lo sviluppo del partigianato, sebbene non mancassero forti spinte autonomiste. La lotta armata fu una scelta di pochi e l’adesione fu varia sia per estrazione sociale, sia per ideologia politica, sia per le motivazioni di tale scelta, che furono complesse. Si intrecciarono frequentazioni amicali o scolastiche, fattori ambientali, appartenenze familiari, retroterra personali. Ai vertici delle formazioni partigiane troviamo uomini che avevano subito arresti, pestaggi, confino o esilio volontario nell’Italia fascista fin dalla metà degli anni ‘20, come Gino Bozzi o Natale Tamburini. Oltre a questi componenti dell’antifascismo storico, una forte novità fu rappresentata dalla presenza a capo delle bande partigiane di giovani nati e cresciuti nel ventennio mussoliniano – come Manrico Ducceschi, Silvano Fedi, Giovanni La Loggia – di cui alcuni già perseguitati dal Regime.

Il Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale (CPLN) ebbe una genesi tormentata. Non registriamo una data ufficiale di fondazione, come per quello Toscano, ma una serie di riunioni clandestine – già dopo la caduta di Mussolini – svolte in città e in campagna, spesso nelle canoniche, dove partecipavano i membri dei principali partiti (Comunista, Azionista, Democristiano, Libertari). Il Comitato si assunse il compito di coordinare le attività partigiane e di difendere la popolazione, anche se non fu sempre possibile per le difficoltà logistiche e strutturali di un progetto su larga scala. Una delle attività più complesse fu proprio quella di tenere i rapporti con la campagna pistoiese, la montagna e tutta la Valdinievole. L’unità di intenti accomunava i partiti antifascisti, ma ognuno cercò di mantenere le proprie specificità. Le problematiche locali si unirono a quelle del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, i cui membri furono in gran parte catturati i primi di novembre. Lo stesso CLN pistoiese, già colpito dallo sfollamento seguito al primo bombardamento aereo alleato, fu scosso da retate e arresti a fine 1943. Fino alla primavera il contributo del CPLN fu limitato e concorse a rendere difficile l’organizzazione dei primi gruppi resistenziali, in balia unicamente delle direttive partitiche e delle iniziative di singoli uomini.

Nella Resistenza pistoiese è possibile, infatti, osservare tre fasi. La prima, iniziata dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, di scarsa presenza e minime azioni militari, di difficoltà organizzative, di forti misure di vigilanza e repressione. I partigiani della prima ora furono pochi, limitatamente supportati dall’esterno e malamente armati. Furono occupati principalmente in attività logistiche, in azioni di saccheggio e di assalto a depositi, nella diffusione di stampa antifascista, nel reclutamento di uomini, nell’aiuto ai prigionieri alleati in fuga, in qualche atto di sabotaggio a mezzi tedeschi o alla segnaletica stradale lungo le vie di comunicazione. In questo periodo nasce anche un’organizzazione partigiana femminile (denominata Gruppo di Difesa).

La seconda fase prese avvio nel febbraio 1944 e si sviluppò nel corso della primavera. È un momento di ricostituzione, di crescita e di rafforzamento militare e politico delle formazioni partigiane, sia in montagna che in pianura, supportato dall’afflusso di giovani. L’arrivo di numerosi uomini è incentivato dalle condizioni ambientali, dall’accettazione da parte delle forze antifasciste della prospettiva della guerra di lunga durata, dall’atteggiamento ostile della popolazione nei confronti dei nazifascisti, dal bando di leva repubblicano per le classi 1923-1924-1925. A rinforzare le fila della Resistenza si aggiunsero anche sovietici, disertori della Wehrmacht ed ebrei. Il numero dei partigiani crebbe esponenzialmente ed emersero nuove figure dirigenziali, mentre la Repubblica Sociale Italiana si indeboliva. In alcuni casi i comandanti partigiani rinvigorirono i gruppi che avevano contribuito a creare nei mesi precedenti, basti esaminare la storia delle Squadre Franche Libertarie o dell’XI Zona. In altri casi, dalla crisi invernale emersero nuovi dirigenti politici e militari che parteciparono sia alla nascita di nuove squadre sia al rinforzo di quelle superstiti.

La terza e ultima fase, avviata nel giugno 1944 e conclusasi con la liberazione di parte del territorio pistoiese, fu favorita sia dall’avanzata alleata in Toscana, sia da altri fattori, come la nascita del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (CVL), la ritirata tedesca verso la Linea Gotica nell’Appennino e lo sfaldamento degli organi locali della Repubblica Sociale Italiana. È il periodo dell’estate di sangue e delle violenze dei tedeschi sulla popolazione civile. In questo contesto occorre inserire il nuovo assetto della lotta armata pistoiese che, dopo mesi di crescita, fu finalmente guidata e coordinata da un forte e organizzato Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale. Il 12 giugno 1944, il CPLN sotto la guida del suo presidente promosse la realizzazione di un unico «Comando» che raggruppasse tutte le formazioni che operavano nella XIIª Zona del CVL. Nel corso dell’estate, si moltiplicarono gli attacchi armati, i sabotaggi, le azioni di guerriglia contro i tedeschi. Non mancarono operazioni di ampio raggio, come l’uccisione del contrammiraglio della marina giapponese Tōyō Mitsunobu e la liberazione dei prigionieri politici e razziali dal carcere delle Ville Sbertoli.

La liberazione dal nazifascismo ricalcò in molte zone lo stesso schema. Può essere applicato in maniera appropriata alla maggior parte della provincia pistoiese e suddiviso in quattro fasi: i tedeschi si ritiravano dall’area e arretravano verso nord; gli angloamericani prendevano contatto con le formazioni partigiane e avanzavano prudentemente; i partigiani assumevano il possesso della città; gli alleati giungevano con le proprie truppe e imponevano il controllo sul territorio. Pistoia e gran parte della provincia vennero liberate dai partigiani nel settembre 1944. Le più recenti ricerche stimano la presenza in provincia di 67 formazioni partigiane e tre comandi (comunista, azionista, CLN Pescia) per un totale di 1381 partigiani combattenti e 937 patrioti.

La guerra per molti partigiani proseguì anche dopo settembre 1944. Da una parte, la provincia di Pistoia non fu liberata interamente prima dell’avanzata finale alleata nell’aprile 1945; dall’altra, oltre cinquecento partigiani risposero all’appello per arruolarsi nei sei Gruppi di Combattimento italiani che affiancarono le truppe alleate e l’esercito italiano del Regno del Sud durante le fasi finali della guerra.

 

 

Matteo Grasso (Pescia, 1990), è impegnato attivamente in vari enti culturali: Istituto storico della Resistenza di Pistoia – di cui è stato Direttore dal 2016 al 2024 -, Istituto Ernesto de Martino, Liberation Route Italia, Associazione Culturale Orizzonti.

I suoi ambiti di ricerca vertono sulla Resistenza, sulle stragi naziste e fasciste, sull’internamento militare. È stato curatore scientifico di mostre e progetti, tra cui quelli internazionali On the run. Helpers and Allied servicemen in the Pistoia area e Guerra aerea a Pistoia. Le fonti orali per lo studio dei bombardamenti alleati svolti in sinergia con l’University of Lincoln (UK).

Autore di numerose monografie, ha coordinato opere collettanee e redatto saggi su rivista. Tra le sue pubblicazioni: Tesori in guerra. L’arte di Pistoia tra salvezza e distruzione (con Alessia Cecconi), Pacini Editore, 2017; Guerra totale in Valdinievole. Monsummano Terme tra occupazione nazista, Resistenza e Liberazione. 1943-1944, ISRPT Editore, 2021; Erano giorni bigi allora. Guerra, Shoah, Resistenza: Lamporecchio 1943-1944, ETS, 2023; Le stragi naziste e fasciste in provincia di Pistoia. Un’analisi storica e storiografica, in Le rappresaglie nazifasciste sulle popolazioni toscane, Edizioni ANFIM, 2024; Una storia incompiuta? Rassegna storiografica sulla Resistenza pistoiese dal dopoguerra ad oggi, in La Resistenza armata nell’Italia centrale, Carocci, 2026.




L’eccidio di Aiale

Linea Gotica, quell’imponente sistema di fortificazioni che, da Massa fino a Pesaro, divideva l’Italia liberata dai territori ancora in mano alle forze nazifasciste. La decisione di attestare la maggioranza delle truppe dietro tale schieramento, unita all’azione di guerriglia e sabotaggio delle formazioni partigiane che agivano nel territorio, resero meno difficoltosa la risalita degli Alleati portando in un breve periodo alla liberazione di numerose città: a giugno vennero liberate Roma, Pescara, Grosseto e Perugia, mentre a luglio fu il turno di Siena, Ancona ed Arezzo. L’intervento alleato non riguardò però unicamente la conquista dei grandi centri, ma comprese anche l’avanzamento in quei territori meno noti dove ancora si registrava la presenza del nemico e che quindi dovevano necessariamente essere ispezionati prima di continuare la risalita della penisola.

L’avanzamento in questi territori di campagna periferici riguarda vicende poco conosciute che raramente compaiono nei libri e nei manuali di storia, ma che al pari delle grandi battaglie e della liberazione delle grandi città detengono un’importanza fondamentale all’interno della liberazione dell’Italia.

Una mappa della Valdera

Nel mese di luglio la Vª Armata Americana del generale Clark attraversò la Valdera risalendo per due direttrici che da sud confluirono su Pontedera, il confine settentrionale della vallata: alcuni reparti avanzarono nei territori posti maggiormente nell’entroterra come Lajatico, Terricciola e Capannoli, mentre gli altri contingenti si occuparono delle zone più vicine alla costa, liberando i comuni di Chianni, Casciana Terme, Lari e Ponsacco. In poco più di una settimana le truppe americane riuscirono a conquistare l’intera zona, liberandola con relativa facilità dalla presenza tedesca. Nel corso dell’avanzata non si verificarono aspri combattimenti, ma si assistette al lento avanzare delle forze Alleate, preceduto talvolta dal cannoneggiamento contro i centri abitati. L’operazione venne facilitata dal disimpegno nemico e dal progressivo spostamento dell’intero apparato militare tedesco verso l’Italia settentrionale. Data l’inferiorità numerica i tedeschi tentarono di evitare sistematicamente qualsiasi forma di scontro diretto, limitandosi a rallentare l’avanzata alleata attraverso azioni di disturbo di vario tipo. Più in generale la parte meridionale della provincia di Pisa non fu teatro di aspri combattimenti, risultando una zona relativamente tranquilla dal punto di vista militare durante tutto l’arco della guerra1.

Il passaggio delle truppe americane in Valdera

Agli inizi di luglio gli Alleati penetrarono in Valdera dalla pianura nei pressi di Volterra e dalle alture che ne segnalano il confine naturale a sud-ovest. L’unico episodio bellico di una certa rilevanza si verificò dal 6 al 9 luglio sui rilievi del Montevaso, quando tedeschi e americani si fronteggiarono duramente per il possesso dell’altura che, oltre a designare una porta d’accesso alla vallata ne offriva una magnifica prospettiva, garantendo a coloro che l’avrebbero controllata una fondamentale posizione strategica.

Dopo la conquista del Monte, gli Alleati liberarono in rapida sequenza i principali centri abitati posti nelle zone meridionali: il 12 luglio Lajatico fu il primo paese ad essere liberato, poi toccò a Chianni ed infine il 14 fu il turno di Casciana Terme. La perdita del Montevaso portò i comandi tedeschi ad accelerare le operazioni di disimpegno, lasciando nelle retrovie alcuni gruppi di soldati per disturbare l’avanzata americana con alcuni timidi attacchi, accompagnati dal flebile sostegno dell’artiglieria. In queste concitate fasi i genieri tedeschi ricoprirono un ruolo fondamentale, ostacolando il cammino alleato attraverso la distruzione di ponti ed edifici.

E’ interessante ricordare la vicenda del paese di Chianni perché i tedeschi, fra le case che dovevano minare, risparmiarono una colonica con una grande cantina trasformata in rifugio per centinaia di civili lì radunati per sottrarsi agli attacchi dell’artiglieria americana che ormai da giorni sentivano riecheggiare nella vallata2. E infatti la distruzione che gli abitanti della Valdera dovettero subire non si limitò alle deflagrazioni strategiche attuate dai genieri tedeschi, ma si estese anche ai cannoneggiamenti che l’artiglieria degli Alleati effettuava prima dell’ingresso nei paesi. Uno dei pochi comuni che riuscì a salvarsi dal fuoco americano fu Lajatico, grazie all’azione di un partigiano che riuscì a raggiungere in tempo gli avamposti americani ed informali dell’assenza di nemici in paese3. Mentre altri paesi come Capannoli e Casciana Terme vennero invece intensamente colpiti dai bombardamenti nonostante non vi fosse più la presenza dei tedeschi. E il martellamento degli americani causò in alcuni casi la distruzione di importanti edifici e portò alla morte di numerosi civili che non attendevano altro che la liberazione.

Come abbiamo visto dopo la perdita del Montevaso i comandi tedeschi decisero di spostare i reparti a Pontedera e lungo tutta la vallata i civili assistettero alla lenta ritirata della Wehrmacht, quell’esercito che un tempo aveva fatto tremare mezza Europa, ora si trascinava stancamente verso l’Arno, esausto per le fatiche accumulate nel corso del conflitto e demoralizzato per l’andamento della guerra. Il giovane Filippo Sassetti, sfollato a Casciana Terme, ricorda nitidamente il passaggio delle truppe:

Una notte seduti su un muricciolo che costeggiava il viale d’ingresso, sentimmo un rumore insolito calare dalla strada di Chianni in cima al viale Magnani. Passava, molto lentamente e nel buio più assoluto, una colonna di mezzi diretti, attraverso il centro del paese, verso Pontedera, verso nord. Non erano solo macchine, perché accanto al rumore dei motori, c’era in sottofondo, uno scalpiccio di passi, un battere di zoccoli sull’asfalto e tanti cigolii di ruote di carro. Durò un quarto d’ora il passaggio di questa colonna, poi il suono si attutì e si spense. Dopo una mezz’ora rieccoti lo stesso trambusto: tinnare di oggetti metallici, starnuti di cavalli e motori imballati. Cominciò così la ritirata tedesca attraverso Casciana (…)”4.

Liberati i comuni meridionali, gli Alleati si apprestarono a conquistare la parte settentrionale della vallata, e dopo aver espugnato Casciana Terme, trovarono sulla loro strada Lari, un comune del pisano che fino al luglio del ‘44 non aveva conosciuto gli effetti devastanti della guerra, scorgendone soltanto le ripercussioni nel crescente numero di civili che nell’ultimo periodo era giunto in campagna per fuggire ai bombardamenti sulle città. Se in un primo momento le zone rurali avevano garantito agli abitanti dei centri urbani una rinnovata parvenza di normalità, l’arrivo del fronte determinò per gli sfollati un triste ritorno agli effetti provocati dalla guerra: anche nella remota Lari la guerra giunse con tutto il suo carico di distruzione e dolore.

Anna Maria Vanni Morelli, all’epoca sedicenne, ricorda che la notte del 10 luglio bussò alla porta della sua casa a Lari Robert Mӧller, un capitano tedesco che nei mesi precedenti aveva soggiornato da loro e con il quale la famiglia, come del resto gli altri civili, avevano un piacevole ricordo. All’inizio della primavera il graduato aveva dovuto abbandonare la Valdera per dirigersi nel sud Italia a prestare il proprio supporto nel tentativo di contenere l’avanzata alleata all’altezza di Cassino. Ma con lo sfondamento della Linea Gustav e le prospettive cambiate drasticamente, il capitano si trovava nuovamente in Valdera in procinto di abbandonare la vallata con il proprio reparto. Prima di dirigersi verso Pontedera Mӧller ricambiò l’ospitalità ricevuta informando la famiglia Morelli dell’imminente arrivo del fronte e della necessità di trovare un rifugio per scampare ai colpi d’artiglieria5.

Anna Maria Vanni Morelli

Venuti a conoscenza degli incombenti pericoli i Morelli si trasferirono in un rudimentale rifugio immerso nella vegetazione appena fuori l’abitato di Lari. Con l’avvicinarsi del fronte anche altri larigiani si trasferirono in quel rifugio provocando un sovraffollamento dei locali che portò la famiglia a decidere di recarsi da alcuni parenti nella vicina Aiale, una borgata distante pochi minuti da Lari. Rispetto al precedente nascondiglio quello odierno offriva garanzie di sicurezza maggiori: era formato da “tre grandi cantine scavate nel tufo, collegate tra loro da tre corridoi nei quali un uomo poteva stare in piedi”, inoltre gli ingressi erano protetti dagli argini della strada che in quel punto erano molto alti, rendendolo un luogo difficilmente bersagliabile6.

Le giornate nel rifugio trascorrevano lentamente e tra le mura della cantina correvano le voci più disparate: prima gli americani venivano segnalati a Volterra, per poi essere avvistati a Collesalvetti o essere addirittura già entrati a Pontedera… Insomma, stando a queste voci gli Alleati erano dovunque tranne che a Lari, dove invece segnalavano la loro presenza solamente a suon di colpi d’artiglieria. La mattina del 16 le voci di un loro arrivo si fecero via via più insistenti, la notizia ebbe il duplice effetto di fugare i dubbi che serpeggiavano all’interno del rifugio e di risvegliare l’animo dei presenti. Le persone che affollavano la cantina erano ora percorse da un’euforia contagiosa, desiderose di poter scorgere finalmente quei soldati americani di cui tanto si parlava ma che ancora non si era riusciti a vedere. Per celebrare l’imminente arrivo le donne si misero a preparare la pasta al ragù, mentre gli uomini si occuparono di infiascare il vino dalle damigiane. Nell’entusiasmo collettivo qualcuno si affacciò cautamente dall’entrata del rifugio per poter segnalare l’arrivo degli americani. Quando ormai l’acqua per la pasta bolliva e si era già iniziato a brindare in barba a qualsiasi forma di superstizione si udì urlare “Eccoli! Eccoli! Sono arrivati!”. Udite quelle parole tutti i presenti immediatamente si riversarono all’entrata per ammirare il sospirato arrivo degli americani: accalcati all’uscio videro avanzare lungo la strada, che da Lari porta ad Aiale, un gruppo di una decina di soldati procedere in modo guardingo. Di fronte a loro gli abitanti del rifugio non riuscirono a reprimere le proprie emozioni e si lanciarono per strada acclamando ed abbracciando quei salvatori con l’elmetto. Dopo un’iniziale titubanza i fanti si lasciarono anch’essi trasportare dall’entusiasmo, accettando di buon grado i bicchieri di vino che gli venivano offerti e le numerose pacche che piovevano sulle loro spalle. In una frazione di secondo, come d’incanto, la guerra con il suo carico di sofferenza sparì per far spazio ad un momento di beatitudine che pervase tutti i presenti e cancellò per un istante tutti i brutti momenti7.

8. Ancora Anna Maria Vanni Morelli ricorda con dolore quella straziane scena, “Quando mi ebbi e riaprii gli occhi mi accorsi che accanto a me c’era il corpo di un uomo mezzo bruciato e attorno, a raggiera, altri tredici cadaveri orrendamente mutilati. C’era un silenzio di morte e io credetti di essere l’unica persona ancora in vita”. Quella che sembrava la prima giornata di pace si tramutò improvvisamente in un nuovo giorno di lutto.

Nel corso degli anni l’episodio ha prestato il fianco a numerose interpretazioni, dividendo la popolazione locale tra coloro che sostengono che si sia trattata di un’azione di guerra che involontariamente ha colpito le persone uscite dal rifugio e coloro che invece affermano che si trattò di un deliberato attacco nei confronti dei civili. Nonostante il colpo di artiglieria abbia colpito anche i soldati americani, l’eccidio di Aiale non si può non far rientrare all’interno delle violenze perpetrate dalle truppe in ritirata, in quanto rappresenta un attacco deliberato e ingiustificato contro un gruppo di persone inermi, intente a festeggiare la liberazione. Ad oggi non conosciamo ancora con esattezza il reparto della Wehrmacht responsabile della strage, poiché non è mai stata condotta un’inchiesta che potesse individuare i responsabili dell’accaduto.

In una recente ricerca condotta da Chiara Brogi è stato evidenziato come il numero di vittime che a lungo è stato riportato sia probabilmente da dover ridimensionare. La studiosa ha condotto un’accurata indagine confrontando gli atti di morte conservati all’interno dell’archivio comunale e i registri della Propositura di Santa Maria Assunta e San Leonardo di Lari con i nominativi delle vittime riportati sulle targhe commemorative presenti sul luogo dell’eccidio. Da questo esame è emerso come due delle persone che vengono incluse all’interno del numero complessivo di vittime risultino in realtà decedute nei giorni immediatamente precedenti il fatto. La ricerca ci porta dunque a ritenere che il numero più corretto di civili uccisi sia quello di quindici piuttosto che quello di diciassette. È doveroso ricordare che la tendenza ad inglobare all’interno del numero complessivo delle vittime dovute ad una strage anche le morti avvenute in prossimità dell’evento è un errore piuttosto diffuso, comune a numerosi eccidi avvenuti nella penisola9.

12 ha poi aggiunto a pochi metri dalla lapide una lastra di vetro recante i nomi delle vittime. Infine, nel 2023, il writer larigiano Ozmo, al secolo Gionata Gesi, ha realizzato su un muro posto a fianco del rifugio dove si è consumato l’eccidio un murales raffigurante un cielo azzurro solcato da un arcobaleno. Nell’ottica dell’artista l’opera vuole fornire a tale spazio nuova vita, favorendone l’utilizzo quale luogo d’incontro e di dialogo e non limitarlo alla funzione meramente ossequiosa13.

Le lastre collocate sul luogo dove si è consumato l’eccidio

 

Il murales di Ozmo

NOTE:

1 La parte meridionale della provincia di Pisa è tristemente nota soprattutto per la strage di Guardistallo, nella quale persero la vita 46 civili.

2 F. Pettinelli, Quando passò il fronte, (La provincia di Pisa nel 1944), CLD Libri, Fornacette-Pisa 2005, p. 68.

3 Ivi, p. 74.

4 Testimonianza di Filippo Sassetti citata in F. Pettinelli, Quando passò il fronte, cit., p. 57.

5 Testimonianza di Anna Maria Vanni Morelli citata in F. Pettinelli, 1944. Uomini e fatti della guerra in Valdera, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera 1990, p. 131.

6 Ivi, p. 132.

7 Ivi, pp. 132-133.

8 Stando alle testimonianze erano caduti tre soldati americani.

9 C. Brogi, Scheda sulla strage di Aiale sull’Atlante delle stragi nazifasciste, https://www.straginazifasciste.it/wp-content/uploads/schede/aiale_cascianaterme-lari_19440716.pdf.

10 Nel corso della seconda metà del Novecento l’unico riferimento all’eccidio è rintracciabile in una pubblicazione del 1990 del giornalista Fausto Pettinelli.

11 I. Mencacci, 60 anni…per non dimenticare, Lari in diretta. Periodico d’informazione dell’Amministrazione Comunale di Lari, luglio 2004, p. 3.

12 Il comune di Casciana Terme Lari è stato istituito nel 2014, in seguito al referendum indetto dalle amministrazioni di Lari e Casciana Terme che ha portato alla loro fusione.

 

 

Articolo pubblicato nell’ottobre 2025




11 agosto 1944: insurrezione!

Nell’estate del 1943, lo sbarco degli anglo-americani e la caduta del fascismo fecero sperare nella imminente fine della guerra. La Toscana visse invece un anno di durissima occupazione nazifascista, colpita dai bombardamenti aerei degli Alleati, vessata da ruberie e deportazioni, martoriata da rappresaglie e stragi di civili.
Nell’estate seguente divenne teatro di aspri combattimenti tra l’esercito tedesco in ritirata verso le difese della linea Gotica, approntata sulla cresta appenninica, e gli Alleati che, conquistata Cassino a maggio erano giunti ai primi di luglio fino a Siena e alla Valdichiana. Da lì, fermati alle porte di Arezzo, mossero attraverso il Chianti direttamente verso Firenze.

Per otto mesi la città aveva assistito alla lotta impari quanto cruenta tra i gruppi armati della Resistenza e le forze, anzitutto la feroce banda guidata da Mario Carità, che davano la caccia ai cittadini ebrei, ai resistenti, ai renitenti, a quanti non sottostavano all’occupante tedesco e al governo fascista repubblicano. Anche nelle campagne, le formazioni partigiane si erano consolidate, passando all’offensiva.
In giugno, il Comitato toscano di liberazione nazionale, guida politica della Resistenza, chiamò per la prima volta in Italia all’insurrezione armata, che cacciasse i tedeschi dalla città già prima dell’arrivo degli Alleati, per affiancarne apertamente l’azione militare e così affermare la propria capacità di autogoverno. Un progetto tanto chiaro quanto difficile da realizzare.

I timori diffusi per i rischi notevoli, le preoccupazioni delle forze più moderate, le lusinghe di chi propugnava un ritiro concordato sotto le insegne della “città aperta”, guadagnarono campo con il forzato rallentare degli Alleati. Mentre i fascisti più compromessi abbandonavano la città, ma lasciandovi molte decine di “franchi tiratori” pronti a colpire nascostamente gli avversari e gli stessi civili, l’incertezza cresceva: i tedeschi si sarebbero ritirati o avrebbero atteso il nemico dentro la città d’arte? Gli Alleati avrebbero accettato lo scontro? E i partigiani, dotati di coraggio più che di uomini e armi, quale ruolo avrebbero potuto giocare?

Foto 1 fronteInterrogativi travolti infine dagli eventi. A fine luglio, sgomberate le rive dell’Arno, i tedeschi si attestarono su quella settentrionale e distrussero i ponti e una vasta area attorno al Ponte Vecchio, l’unico risparmiato, nella notte tra il 3 e il 4 agosto, giorno in cui gran parte delle forze partigiane e le prime pattuglie Alleate entrarono nei quartieri d’Oltrarno, subito aggredite dai “franchi tiratori”.

L’insurrezione fu proclamata soltanto l’11 agosto, quando i tedeschi lasciarono il centro cittadino e i partigiani poterono finalmente guadare il fiume. Dovettero subito impegnarsi in intensi combattimenti contro gli avversari, attestati da est a ovest lungo il passante ferroviario e il corso del Mugnone. Affiancati alcuni giorni dopo da pattuglie Alleate, ne contennero le controffensive e, attorno al 18 del mese, li respinsero sulle alture collinari. Ma solo alla fine di un lunghissimo agosto riuscirono a liberare i quartieri più settentrionali della città.
Foto 2 fronteOltre duecento morti e molte centinaia di feriti furono il prezzo pagato dagli uomini e dalle donne della Resistenza nella battaglia di Firenze. Un prezzo oltremodo elevato, giacché i partigiani giunti in città furono meno di millecinquecento e le squadre cittadine ne contavano pochi di più e nemmeno per metà armati. Ancor di più furono le vittime civili, notevolissimi i danni agli edifici e i disagi conseguenti per gli sfollati.

Eppure, l’insurrezione fu anche e soprattutto una festa, per la libertà riconquistata con le proprie forze e il proprio sacrificio e per la dimostrata capacità – legittimata anche dagli Alleati – di fondare sull’assunzione di responsabilità democraticamente condivise il diritto e il potere di governare la città e gli istituti della sua vita civile, economica e sociale.

Articolo pubblicato nell’agosto del 2014.




La guerra partigiana, un progetto didattico dell’ISRPT

L’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea della provincia di Pistoia, in collaborazione con il Sindacato Pensionati CGIL Lega Ugo Schiano, l’ANPI e la Fondazione Valore Lavoro, da anni promuove il progetto “La guerra partigiana” rivolto alle scuole del territorio pistoiese, in particolare agli studenti delle classi quinte delle scuole primarie e alle classi delle scuole secondarie di primo grado.

Il progetto si propone di fare storia contemporanea tenendo conto della percezione che gli studenti hanno del rapporto tra passato e presente al fine di “conoscere il passato per costruire il futuro”.

Gli studenti pertanto seguono un percorso di approfondimento sul Novecento attraverso lezioni sulla seconda Guerra mondiale con focus sulla storia locale, figure di rilievo e visite guidate ai luoghi della storia con i ricercatori ISRPT e altri esperti locali.

Le lezioni introduttive si svolgono in classe, hanno carattere generale e sono arricchite da materiali fotografici e indicazioni di approfondimento, riferimenti alle fonti, disponibili anche on line, e materiali audiovisivi su proposta dei ricercatori dell’Istituto.

A queste si aggiunge la possibilità per le classi aderenti al progetto di approfondire la storia locale con percorsi di urban trekking differenziati in città, per esempio presso la Fortezza Santa Barbara o nel centro storico di Pistoia, al cimitero Brasiliano di San Rocco oppure, con un’uscita più strutturata, sul Passo della Collina dove si snodava la Linea Gotica. La visita ai luoghi permette di raggiungere uno step ulteriore unendo la consapevolezza dell’importanza del patrimonio del territorio alla conoscenza storica.

Un altro percorso offerto dal progetto è quello laboratoriale da svolgersi in classe. Si tratta del laboratorio di Lego History: gli studenti dopo aver approfondito il tema della Seconda Guerra mondiale e la guerra partigiana sono chiamati a realizzare dei diorami con i mattoncini e personaggi Lego che rappresentino la Resistenza, ambientando le scene in uno spazio urbano, in montagna o in campagna e ricostruendo storie conosciute o verosimili. In tal modo gli studenti agendo le proprie conoscenze attraverso il gioco e grazie alla metodologia del cooperative learning, lavorano in piccolo gruppo e partecipando ad un’attività altamente inclusiva.

L’ultima parte del laboratorio prevede una restituzione fatta da uno o più studenti per gruppo che consiste nella narrazione alla classe della scena riprodotta e dei ruoli dei protagonisti inseriti nel contesto scelto (partigiani, fascisti, spie, soldati tedeschi, civili e staffette…). Tale momento si rivela fondamentale per comprendere, oltre alle conoscenze acquisite in precedenza dagli studenti, come la memoria collettiva di un evento abbia influito in un quel contesto. Successivamente l’insegnante e il ricercatore dell’istituto che nel processo educativo fungono da mediatori, possono correggere eventuali imprecisioni o letture che hanno a che fare più con la memoria che con la storia, soprattutto in ambito locale.

A questo punto le classi, lavorando con i propri insegnanti, sono invitate a produrre materiali di vario genere (dal disegno all’articolo sul giornalino di scuola, dal testo scritto al power point, ecc.) per una restituzione collettiva.

La scelta di una didattica attiva in questo senso si rivela particolarmente importante per la valorizzazione del pensiero critico, la riflessione metacognitiva, la risoluzione di problemi e non ultimo il coinvolgimento della pluralità degli alunni.

Quest’anno, in occasione del 50’ della Liberazione dal nazifascismo, il progetto che nel suo complesso ha coinvolto 150 studenti, ha previsto una giornata conclusiva, svoltasi il 24 maggio presso la sala Soci Coop di Pistoia con gli studenti e gli insegnanti. Dopo la restituzione delle esperienze didattiche si è svolta la consegna degli attestati. La mattinata è stata un ultimo passaggio per condivisione collettiva alla presenza di genitori e pubblico cittadino inserendosi a buon titolo nelle pratiche della public history of education.

 

 

Alice Vannucchi ha conseguito la laurea specialistica in Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Firenze. Docente nella scuola primaria, è responsabile della didattica dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Pistoia, membro della redazione del periodico “Farestoria” dell’ISRPt, membro del Consiglio direttivo e dell’Ufficio di Presidenza dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età Contemporanea di Pistoia e Vicepresidente. Tra le sue attività e campi di ricerca ci sono esuli istriani in Toscana, la Resistenza toscana e nazionale. la storia culturale, editoria e storia locale, leggi razziali e Shoah, la formazione delle classi dirigenti, nello specifico, le scuole di partito del PCI del secondo dopoguerra con particolare attenzione alla regione Toscana.  Si occupa di didattica della storia, metodologie e letteratura per ragazzi di argomento storico. Per l’area didattica dell’istituto cura l’attività didattica, la preparazione e coordinamento per l’offerta formativa e la formazione docenti. Tra le pubblicazioni e curatele: Alice Vannucchi, Giovanna Sgueglia, Un posto mio in un mondo straniero. Gli esuli istriano giuliano dalmati a Pistoia, in Una vicenda del Novecento. Nazionalismi, foibe ed esodo tra storia e narrazione pubblica, in Edoardo Lombardi (a cura di) Atti del seminario «Il confine non è una semplice linea. Storie e memorie tra antislavismo, foibe ed esodo». Pistoia, 10 febbraio 2021, Pistoia, ISRPt, 2022; Alice Vannucchi (a cura di), G. Bruschi, Un Partigiano di nome Annibale, Pistoia, Settegiorni Editore, 2015; Alice Vannucchi, Giovanni Tellini libraio ed editore, Pistoia, ISRPt, 2014. Tra gli articoli, Alice Vannucchi, La letteratura divulgativa per ragazzi al tempo del federalismo, in «Quaderni di Farestoria»,1, (2012);  Alice Vannucchi, Le scuole di Partito nel PCI di Togliatti. Il caso toscano 1945-1953, «Quaderni di Farestoria», 2, (2010).