Livornesi “pericolosi nelle contingenze belliche”.

Il 10 giugno 1940 resta nella storia come l’infausto giorno dell’entrata in guerra dell’Italia fascista, annunciata da Mussolini con la nota dichiarazione dal balcone in piazza Venezia a Roma che fu radio-diffusa e amplificata in tutte le piazze italiane, più o meno affollate ed entusiaste. Poche ore dopo, fra i primi provvedimenti previsti dalla Legge di Guerra (R. Decreto n, 1415, 5 settembre 1938, poi R. Decreto n. 566, 10 giugno 1940), furono arrestate centinaia di persone ritenute “pericolose nelle circostanze belliche”[1]. Per lo più si trattava dei non molti oppositori politici ancora in circolazione e di un certo numero di ebrei noti quali antifascisti o presunti disfattisti, destinati all’internamento, ossia la misura di polizia preventiva che prevedeva l’allontanamento coatto dalla città e dalle famiglie, nonché la privazione della libertà in campi di concentramento – ben 51 – o la residenza obbligata e vigilata in sperdute località della penisola[2].

A Livorno, il fatidico annuncio mussoliniano era stato trasmesso dagli altoparlanti posti sul balcone della Casa del Fascio in piazza Cavour, dove era assiepata una folla di livornesi “precettati” e inquadrati dai sindacati fascisti e dalle diverse organizzazioni del regime[3].

Al termine dell’adunata, una parte dei partecipanti si recò a manifestare sotto il Consolato tedesco in via Cairoli, «che ha più volte acclamato alla Germania e a Hitler» (Corriere del Tirreno, 11 giugno 1940).

Nelle prime ore del giorno seguente e nelle settimane successive, poliziotti e carabinieri prelevarono, senza clamore, nelle loro case i livornesi – in maggioranza uomini, ma anche alcune donne – da internare; lo stesso avvenne in numerose località della provincia. Per lo più erano “soggetti”, già inseriti nell’Elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze, in base al quale la Questura provvedeva periodicamente al loro fermo preventivo per alcuni giorni in coincidenza di manifestazioni di regime, ricorrenze proibite come la Comune di Parigi, il Primo Maggio o la Rivoluzione Russa, oppure in occasione delle visite in città di «alte personalità» del governo o della casa reale.

Dalla Questura furono quindi trasferiti al carcere dei “Domenicani”, in attesa che il Ministero dell’Interno convalidasse l’internamento proposto dalla locale Prefettura e, in taluni casi, l’attesa prima della traduzione nei luoghi assegnati si protrasse per alcune settimane.

Presso l’Archivio di Stato di Livorno sono conservati numerosi documenti riguardanti tali provvedimenti repressivi, nel fondo della Questura e di quello della Prefettura.

In vista di tale operazione, il 3 giugno, il questore di Livorno, Erminio Roselli, aveva inviato una “riservatissima” interna all’Ufficio Stranieri, all’Ufficio Politico e alla Squadra Mobile con le disposizioni in merito:

 

Prego farmi tenere – ognuno per quanto di competenza e non più tardi del giorno 8 corrente – l’elenco delle seguenti persone che – appena dichiarato lo stato di guerra – dovranno essere arrestate per l’internamento, perché ritenute pericolosissime in quanto capaci di commettere sabotaggi, attentati ed azioni delittuose, facendo – ognuno una breve relazione sui motivi che consigliano il provvedimento di rigore:

a) pregiudicati comuni

b) sovversivi

c) ebrei nazionali e stranieri

d) stranieri

Le conseguenze dell’internamento, per periodi più o meno lunghi, sulla vita delle persone, così come per la carcerazione e il confino, erano pesanti, in quanto non soltanto ne limitavano libertà, movimento e socialità, ma incidevano sulle condizioni delle rispettive famiglie. Come infatti emerge da corrispondenze, domande di grazia e rapporti delle stesse autorità, l’internamento di tanti lavoratori comportava lo stato d’indigenza per i loro nuclei familiari, appena supportati da miserandi sussidi statali. Dunque la “pena” dell’internamento ricadeva, oltre che su figlie e figli, soprattutto sulle donne (mogli, madri, sorelle), costrette a far fronte a situazioni economiche non di rado drammatiche; a tutto questo si aggiungeva il fatto che gli internati, perdendo il lavoro a seguito di tale misura repressiva, quando potevano essere prosciolti, trovavano un problematico reinserimento occupazionale al loro ritorno a casa.

 

GLI INTERNATI POLITICI

La categoria dei sovversivi fu la prima ad essere colpita dalla misura dell’internamento; non solo perché destava le maggiori preoccupazioni delle autorità, ma in quanto comprendeva un numero assai limitato di soggetti in “libertà provvisoria”, da tempo schedati, diffidati, ammoniti e strettamente sorvegliati, mentre la maggior parte degli oppositori che non erano riparati all’estero, si trovava già in carcere oppure al confino[4].

A seguito delle modeste attività di propaganda – manifestini e scritte murali – svolte in città nel 1939 erano seguite una quindicina di condanne al confino e una ventina di pesanti condanne detentive pronunciate dal Tribunale speciale che avevano falcidiato quanto restava dell’opposizione in città.

I pochi antifascisti ancora a piede libero, o appena scarcerati, risultavano inseriti in vari elenchi, redatti sia dai diversi Uffici della Questura che dall’Arma dei Carabinieri.

Una prima lista, relativa alla Provincia di Livorno, di poco antecedente l’entrata in guerra, comprendeva i Sovversivi pericolosi da arrestare in caso di emergenza, suddivisi in 4 elenchi, in base allo stimato grado di pericolosità per l’ordine costituito, per un totale di 27 nominativi, inclusi alcuni presunti “squilibrati di mente”.

Questa prima lista subì diverse variazioni e integrazioni e quella definitiva di coloro che, fra il 13 e il 30 giugno, furono arrestati e internati comprendeva 6 comunisti (Dino Demi, Amedeo Frosini, Guido Menconi, Mario Pellegrini, Umberto Combes Rossi, Dogali Simoncini), 5 anarchici livornesi (Virgilio Antonelli, Giovanni Biagini, Bruno Guerrieri, Nello Malacarne. Ilio Scali) e un anarchico di Piombino (Renzo Vanni)[5]. Simoncini era appena uscito dal carcere ad aprile dopo 5 anni di detenzione; mentre Antonelli, che era stato fra i primi confinati politici nel 1926, aveva già scontato nove anni di detenzione, fra confino e carcere.

Invece, Nello Malacarne nei vent’anni di regime fascista avrebbe complessivamente scontato sedici anni di detenzione, fra carcere, confino e internamento.

Quasi tutti furono deportati nel campo di concentramento di Manfredonia (Fg), mentre i «pericolosi fra i pericolosi» nel campo istituito presso l’isola confinaria di Ventotene.

Non furono invece internati, pur se nell’elenco degli arrestandi, gli anarchici ed ex arditi del popolo, Andrea Dodoli, perchè si trovava in carcere militare a Roma, e Augusto Consani che, pur ritenuto «elemento pericoloso per l’ordine nazionale dello Stato», era stato giudicato inidoneo in quanto affetto da tubercolosi, tanto che già nel 1926 dopo alcuni mesi di confino era stato rimesso in libertà condizionata e sotto ammonizione.

Quale «sospetto politico di disfattismo», Augusto Casagni, titolare della farmacia sul viale Regina Margherita (ora viale Italia,  fra via Funaioli e via Meyer), il 22 giugno fu internato nel campo di Manfredonia, in base a presunti discorsi critici verso l’Asse e favorevoli all’Inghilterra, venendo prosciolto tre mesi dopo.

Negli stessi giorni e nelle stesse ore, altri antifascisti della provincia livornese, ma residenti altrove, venivano arrestati su ordine delle rispettive Prefetture ed avviati anch’essi nei luoghi d’internamento. A Genova è quanto accadde a tre lavoratori, schedati come comunisti: il tranviere Fernando Benedetti, nato a Campiglia Marittima, e il meccanico Ruggero Berretti di Sassetta, entrambi deportati a Manfredonia, e l’elettricista Manlio Tondi, di Rio Marina, relegato a Istonio (Ch).

La maggior parte dei “politici” fu prosciolta entro il 1941, per fare spazio nei campi di concentramento ad altri internati (soprattutto slavi ed ebrei), ma furono sottoposti a ulteriori misure repressive (carcere, confino, diffida, ammonizione). Nei casi però dei livornesi Giovanni Biagini, anarchico, e Amedeo Frosini, comunista, nonchè dell’anarchico piombinese Adriano Vanni – l’internamento si sarebbe protratto sino al settembre 1943[6].

Nei mesi seguenti, per i sovversivi e i sospetti politici livornesi e piombinesi internati (incluse due donne, Adelina Barontini e Anna Maria Caluri, per il loro «atteggiamento antitaliano e disfattista») le destinazioni furono anche i campi di concentramento nelle isole confinarie di Ustica (Pa) e Tremiti (Fg), nonché di Colfiorito (Pg), Pisticci (Mt), Isernia, Istonio (cioè Vasto, Ch) e Ariano Irpino (Av); mentre, fra le «località d’internamento», più popolate di livornesi figurano i comuni di Apecchio e Sant’Angelo in Vado (Pu), Gorgoglione (Mt) e la colonia di Mormanno (Cs).

 

GLI INTERNATI EBREI

Il primo atto della politica antisemita del regime fascista era stato il Censimento degli ebrei nell’agosto 1938, finalizzato alla successiva promulgazione dei Provvedimenti per la difesa della razza italiana (R. Decreto Legge n. 1728, 17 novembre 1938), preceduti dalle misure nei confronti della «razza negra», nonché dei cittadini di etnia rom e sinti.

Raccomandando «riservatezza assoluta e massima precisione», il Ministero dell’Interno ordinò ad ogni Prefettura del Regno la schedatura di tutti gli ebrei non solo appartenenti alle «Comunità israelitiche riconosciute ma tutti coloro che risiedono codesta provincia anche temporaneamente e che comunque risultino di razza ebraica anche se professanti altra o nessuna religione o che abbiano abiurato in qualsiasi epoca ed anche se per matrimonio sono passati a fare parte di famiglie cristiane»[7]La rilevazione andava effettuata con ogni mezzo possibile, incluso il ricorso ad informatori, per predisporre un quadro attendibile della presenza ebraica in Italia alla mezzanotte del 22 agosto 1938. Stante lo «speciale delicato carattere della rilevazione», l’operazione non doveva «dare appigli alcun allarme trattandosi di rilevazione all’esclusivo fine di studio».

Con tali premesse statistiche, le prime disposizioni sui provvedimenti da adottare nei confronti degli ebrei, sospettati di diffondere «notizie false e tendenziose», furono impartite il 25 settembre 1939, poche settimane dopo l’invasione tedesca della Polonia che segnò l’inizio del conflitto mondiale, a partire da quelli stranieri presenti in Italia già soggetti ad espulsione.

In seguito, nell’approssimarsi dell’entrata in guerra dell’Italia, il 26 maggio 1940, il sottosegretario all’Interno, Guido Buffarini Guidi, aveva genericamente informato il capo della polizia Arturo Bocchini che «il DUCE desidera che si preparino dei campi di concentramento anche per gli ebrei, in caso di guerra».

A cui fecero subito seguito, il 27 maggio, il 31 maggio e il 6 giugno 1940, le seguenti disposizioni del Ministero dell’Interno ai Prefetti del Regno e al Questore di Roma, che disponevano l’internamento degli ebrei stranieri e di quelli italiani in relazione alla «loro capacità propaganda disfattista et attività spionistica».

Di fatto, per evidenti motivi tecnico-logistici legati all’elevato numero di cittadini italiani ebrei (circa 47 mila, compresi quelli di Fiume ed esclusi quelli nelle colonie italiane), pure fra i militari di carriera, molti dei quali si erano distinti come combattenti nelle «guerre italiane» (libica, mondiale, etiopica, spagnola) e quelli che – pure a Livorno – erano stati “fascisti della prima ora”, l’«appartenenza alla razza ebraica», ferme restando le limitazioni sancite dalla Carta della Razza del 1938, non costituì condizione sufficiente per l’internamento, a motivare il quale doveva sussistere anche una «reale pericolosità» politica o, quanto meno, il sospetto di una qualche espressione di dissenso nei confronti del regime e della guerra.

Anche a Livorno nel 1938, a supporto dell’approvazione delle Leggi razziali, era stata avviata una campagna di propaganda anti-ebraica su iniziativa del Partito nazionale fascista, attraverso varie conferenze pubbliche e sempre più frequenti articoli sulla stampa cittadina che incentivarono i gesti d’intolleranza antisemita. In particolare, su «Il Telegrafo» del 18 agosto 1938 era apparso, in prima pagina, un articolo dal titolo Il problema ebraico. Gli immigrati a Milano e i “portatori di bacilli”, in cui compariva anche un grafico che evidenziava come, dopo Trieste, Livorno vedeva la maggiore percentuale di «israeliti» (13 ogni mille abitanti).

Fra il giugno 1940 e il luglio 1943, complessivamente, sarebbero stati una settantina (67 secondo alcune fonti, su circa 400 in tutta Italia) gli ebrei e le ebree livornesi sottoposte all’internamento, prima che fra il 1943 e il ‘44, sotto la Repubblica di Salò, iniziassero i rastrellamenti nazi-fascisti e le deportazioni di massa verso i Lager, quando le famiglie ebree cercarono di sfuggire allo sterminio unendosi ai livornesi “sfollati” dalla città.

Considerando che, a livello nazionale, l’11,7 per cento degli internati italiani nel loro insieme fu costituito da ebrei, si può fondatamente ritenere che a Livorno il rapporto percentuale fra gli internati politici e quelli ebrei fu addirittura quasi paritario.

I primi provvedimenti contro gli ebrei livornesi scattarono il 16 giugno, ma soprattutto furono attuati nei giorni 23, 24 e 25 giugno, con l’internamento nei campi di concentramento di Campagna (Sa) e Urbisaglia (Mc), oppure relegati in piccoli comuni delle province di Avellino, Potenza e Pesaro, mentre otto ebrei vennero costretti a risiedere nei vicini comuni di Collesalvetti e Cecina.

Nel solo mese di giugno furono circa cinquanta gli ebrei e le ebree di Livorno per cui venne deciso l’internamento e, per alcuni di loro, fu l’inizio di una tragica odissea senza ritorno[8].

Altri ebrei nati a Livorno, ma non più residenti, furono internati per decisione di altre Prefetture, fra questi: il socialista Enrico Castelli (Firenze); Angiolo Giuili (Genova), per aver criticato il regime; Piero Dello Strologo, per aver svolto attività antifascista all’estero, e il dirigente socialista Giuseppe Passigli, già direttore de «Il Lavoratore» a Trieste (per entrambi, Prefettura di Milano).

Invece, Aristide  Dello Strologo, nato a Massa, ma residente a Livorno, già iscritto al Partito radicale ed oppositore del regime, fu internato nel mese di giugno su ordine della Direzione generale per la demografia e la razza, con proscioglimento il 10 ottobre 1940, al quale fu però confiscata la propria abitazione.

A parte alcuni schedati politicamente, come i socialisti Odoardo Della Torre (finito fucilato alle Ardeatine) e Abramo Funaro o il comunista Armando Abeniacar, si trattava di persone la cui identità politica era quella generica di antifascisti, oppure venivano loro attribuite pretestuosamente delle intenzioni avverse al regime, a seguito soprattutto di spiate anonime.

D’altronde, fra le accuse rivolte contro gli ebrei, vi era quella secondo cui il bolscevismo era parte del complotto ebraico contro i popoli d’Europa, così come come sostenuto dal noto Paolo Orano che aveva tenuto una conferenza a Livorno, presso l’Accademia navale.

Comunque, se in taluni casi si può cogliere la prevalente valutazione politica alla base dell’internamento, in altri questa appare pretestuosa rispetto alla persecuzione razziale antiebraica.

Tra le motivazioni indicate dalle autorità di polizia, oltre alla classificazione di ebreo o ebrea, vi erano quelle che alludevano a vaghe propensioni o stati d’animo, quali avere «un comportamento antifascista» o essere «sospetto di avversione al regime». Un’altra accusa, non meno aleatoria, degna d’essere segnalata fu quella di «Fa[re] parte di un gruppo di intellettuali ebrei, soliti a vedersi in qualche pubblico esercizio o altrove per manifestare idee di avversione alla Germania e critiche al regime fascista» (Giangiacomo Gallico e Renzo Toaff, arrestati e internati il 12 giougno1940).

Altrimenti, con riferimento alle opinioni riguardanti la guerra, era possibile trovare motivazioni a supporto della decisione d’internamento quali «ebreo capace di svolgere attività disfattista» (Luciano Orvieto, internato il 12 giugno 1940 a Collesalvetti) oppure «ebreo, per aver inneggiato alla Francia» (Renzo Cabib, arrestato il 22 giugno 1940 e giunto il 7 luglio seguente nel campo di concentramento a Urbisaglia).

Invece, in numerose motivazioni, si riscontrano paradossali processi alle intenzioni quali «colpito dalle leggi razziali potrebbe manifestare malcontento» (Egisto Piperno) oppure «ebreo, poiché gli è stata revocata la licenza di venditore ambulante, potrebbe dar luogo a manifestazioni di scontento» (ad es., Elio Pesaro), in cui affiora in modo evidente la persecuzione razziale, senza alcun specifico addebito politico.

Anche Simone Alfandari fu internato il 12 giugno 1940 per un ovvio «atteggiamento ostile al regime in seguito alle leggi razziali», ma il 14 dicembre dello stesso anno risultava rinchiuso in un manicomio, secondo un percorso drammaticamente comune a molti oppositori al regime[9].

Il 21 giugno 1940, la Prefettura di Livorno dispose l’internamento, seppure per breve tempo, anche del sessantenne rabbino maggiore, Alfredo Sabato Toaff, padre di Elio e Renzo, ritenendo che, avvalendosi della sua posizione potesse, attraverso la professione della religione e l’insegnamento, «dispiegare attività non consentita, volta alla tutela degli interessi della sua razza e dannosa a quelli politici della nazione».

Discorso analogo per le generiche motivazioni con cui, fra i mesi di giugno e luglio 1940, furono internate sei ebree livornesi, in quanto «pericolose nell’attuale momento» (Enrichetta Di Segni Cintoi, Marianna Di Segni, Ida Funaro), sottintendendo una posizione antifascista, oppure perché, dopo la revoca della licenza commerciale, avrebbero potuto «criticare il regime» (Elisa Suarez, Amelia Caden Bardavid), mentre per Clara Grego l’unica “colpa” era quella di insegnare presso la Scuola israelitica.

Furono tutte liberate dopo un mese, ma per Amelia Caden Bardavid, madre di quattro ragazzi, la persecuzione fascista avrebbe riservato un epilogo atroce. A seguito dell’ordinanza n. 5 del 30 novembre 1943, emanata dal Ministro dell’Interno della neonata Repubblica sociale, Buffarini Guidi, che disponeva l’arresto e l’invio nei «campi provinciali» di tutti gli ebrei, nel dicembre 1943 fu di nuovo arrestata e deportata nel lager di Auschwitz, dove fu sterminata assieme a tutti i familiari nel 1944, al capolinea della persecuzione iniziata nel 1938.

 

NOTE

 

[1] Durante la guerra, senza contare gli internati per motivi non politici e quelli decisi dalle autorità militari, complessivamente, su tutto il territorio nazionale, si contano almeno 2.711 internamenti, per ragioni politiche e/o razziali, quasi sempre su provvedimento delle Prefetture e, secondariamente, del Ministero dell’Interno e di altri organismi del regime (Polizia Politica, Ispettorati di PS, Ambasciate, OVRA, Direzione generale per la demografia e la razza…); tale dato, inevitabilmente incompleto, corrisponde ai fascicoli personali conservati all’Archivio Centrale di Stato reperiti e riportati nel principale, anche se datato, testo di riferimento: Simonetta Carolini [a cura di], “Pericolosi nelle contingenze belliche”. Gli internati dal 1940 al 1943, Roma, Anppia, 1987.

[2] Si veda  Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940 – 1943), Torino, Einaudi, 2004.

[3] Si rimanda a Marco Rossi, Vincere! Ma vinceremo? Livorno in stato di guerra (giugno 1940), Ghezzano, BFS, 2026.

[4] Durante il Ventennio fascista risultano essere stati confinati almeno 101 livornesi, fra cui una donna (Gioiosa Baldacci, socialista), rispettivamente schedati come come comunisti (40), antifascisti (32), anarchici (23), socialisti (5), repubblicani (1); si vedano i nominativi e le relative statistiche in Ivan Tognarini [a cura di], Livorno nel XX secolo. Gi anni cruciali di una città tra fascismo, resistenza e ricostruzione, Firenze, Polistampa, 2005, pp. 55, 56, 521-523.

[5] Nel 1940, fra Piombino, Cecina, Massa Marittima ed Isola d’Elba, oltre a Adriano Vanni, sarebbero stati internati altri 14 “sovversivi” (Enrico Gargarella, Guglielmo Spinelli, Gino Trovatelli, Alberto Del Favero, Giuseppe Bonomi, Beniamino Cordoni, Giovanni Pellegrinelli, Felice Gestarelli, Oreste Barachini, Nello Bertini, Claudio Cateni, Italo Barsellini, Ugo Bellini, Giuseppe Pasticcio).

[6] La liberazione degli internati fu disposta il 29 luglio 1943. dopo la caduta del regime, ma ad esclusione di anarchici, comunisti, agenti di spionaggio, resistenti jugoslavi. La liberazione dei comunisti fu disposta il 14 agosto e il 23 quella degli anarchici «non particolarmente pericolosi». Nonostante le disposizioni, non furono tuttavia pochi coloro che non vennero liberati o non riuscirono ad evadere prima dell’8 settembre 1943.

[7] Fra le disposizioni previste vi era l’obbligo per «tutti gli appartenenti alla razza ebraica» di fare denuncia, presso l’Ufficio di Stato Civile dei rispettivi Comuni, della propria «appartenenza alla razza ebraica», pena l’arresto fino ad un mese e un’ammenda sino a lire tremila (art. 9, D.L. n. 1728/1938). Sull’argomento si rinvia a Guido Fubini, La legislazione razziale. Orientamenti giurisprudenziali e dottrina giuridica, «Il Ponte», 30 novembre – 31 dicembre 1978.

[8] Questo fu il caso, fra gli altri, di Angelo Ajò, nato a Pitigliano, che la Prefettura di Livorno fece internare il 12 giugno 1940; nel maggio 1944, assieme alla moglie Fanny De Porto, fu rastrellato ad Asciano (Pi) e deportato nel campo di Bagno a Ripoli (Fi), poi a Fossoli (Mo) ed infine ad Auschwitz, dove perirono entrambi. Sirio Renzo Bueno, figlio di Ida Funaro, anche lei internata, fu internato dal 23 giugno 1940 al 29 settembre 1943 (Sant’Angelo in Vado, Avigliano, Castelnuovo di Garfagnana), venendo poi arrestato a Marlia (Lu) dai carabinieri l’8 dicembre ’43 e, dopo detenzioni temporanee a Bagni di Lucca, Firenze e Milano, il 30 gennaio 1944 fu deportato, senza ritorno, nel lager di Auschwitz. Anche Salomone Gabbai, internato dal 24 giugno 1940 all’agosto 1943, fu deportato e morì ad Auschwitz, così come Enrico Castelli, socialista, internato dal giugno 1940 all’aprile 1941, ma arrestato a Firenze nel marzo 1944 e deportato nel campo di Fossoli, prima di essere tradotto ad Auschwitz, il 16 maggio seguente, dove giunse il 23 maggio e fu ucciso in data imprecisata.

[9] Sull’argomento si rimanda a Matteo Petracci, I matti del duce, Manicomi e repressione politica nell’Italia fascista, Roma, Donzelli, 2014.

 

Articolo pubblicato nel maggio 2026




Piero Zerboglio (1907-1991): dalla Resistenza alla Repubblica

Piero Zerboglio nasce a Pisa il 19 luglio 1907 da Adolfo[1] e Maria Badoglio. La sua è una famiglia numerosa: ha due sorelle, Vera Carolina Laura Vincenza (Pisa, 21 aprile 1896-18 marzo 1977) e Carolina, detta Lina (Pisa, 8 febbraio 1903-29 maggio 1992), e un fratello, Vincenzo, detto Enzo. Quest’ultimo, nato a Pisa il 10 agosto 1898, parte per il fronte nel 1917 e muore il 26 ottobre 1918 a causa delle ferite riportate in combattimento sul Monte Solarolo; per il suo sacrificio viene insignito della medaglia d’oro al valor militare[2].

Il fratello Enzo è compagno di scuola, negli anni del liceo, di Giorgio Giglioli. Quest’ultimo, figlio di Italo e Constance Stocker, appartiene a una famiglia dalla solida tradizione patriottica risorgimentale; il padre, professore di chimica agraria all’Università di Pisa, è inoltre amico intimo e sodale di Adolfo[3]. A partire dal primo decennio del Novecento, le vicende delle due famiglie si intrecciano profondamente, segnando in modo determinante la formazione culturale di Piero.

Piero frequenta il liceo classico “G. Galilei”, seguendo il percorso del fratello, delle sorelle e dei figli dei Giglioli. Proprio con alcuni di loro, il 13 febbraio 1926, contribuisce alla fondazione della sezione di Pisa del Club Alpino Italiano (CAI)[4]. La passione per la montagna gli viene trasmessa dal padre, grande escursionista: quest’ultimo è originario del Piemonte, ma risiede a Pisa dove insegna Diritto penale sin dalla fine dell’Ottocento. La famiglia Zerboglio trascorre regolarmente le vacanze estive a Barga, in provincia di Lucca; anno dopo anno, il legame con il territorio si fa così profondo che il giurista, alle soglie dei sessant’anni, vi dedica un affettuoso ricordo attraverso un libro – una guida storico-culturale – intriso di stima e amore per la comunità barghigiana[5]. Spesso il padre – accompagnato dai figli o dagli amici, o talvolta in solitaria – approfitta delle pause dalle sue molteplici attività per inerpicarsi lungo le pendici dei monti e dei colli della zona. In queste lunghe e avventurose escursioni emerge un tratto distintivo della sua personalità, tanto che egli stesso scrive, con una punta di arguzia:

se si chiedesse a più d’uno, del professor Zerboglio, credo che nove su dieci ne esalterebbero la valentia “podistica” tacendo dei suoi volumi di diritto penale. Ed io, non sarei scontento perché tutti possono apprezzare benignamente l’energia delle mie gambe, e rari, invece, son coloro che sieno atti o propensi a giudicare, con coscienza ed equità, i prodotti del mio cervello!![6]

Barga è un piccolo comune della media Valle del Serchio, in provincia di Lucca, incastonato in una posizione suggestiva e strategica: il borgo appare infatti racchiuso tra l’imponente catena dell’Appennino Tosco-Emiliano e il profilo frastagliato delle Alpi Apuane. Situato a 410 metri sul livello del mare, l’abitato si adagia sulle alture delle ultime pendici occidentali del Monte Rondinaio, a circa quattro chilometri dalla riva sinistra del fiume Serchio.

Piero Zerboglio, alla fine degli anni Venti, frequenta la facoltà di Giurisprudenza all’Università di Pisa, dove si laurea il 4 luglio 1931[7]. In questo periodo conosce Gianna Donetti, figlia dell’avvocato Ettore: quest’ultimo, titolare di uno studio professionale a Genova, è solito trascorrere le vacanze estive con la famiglia a Barga, proprio come gli Zerboglio. Gianna e Piero si sposano il 19 settembre 1934; dalla loro unione nasce a Genova, il 28 agosto 1935, la figlia Piera che, seguendo le orme del padre e dei due nonni, si laureerà a sua volta in Giurisprudenza[8].

Dopo una breve esperienza a Genova presso lo studio del suocero, Piero Zerboglio abbandona la professione di avvocato per dedicarsi all’insegnamento. Tuttavia, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, viene arruolato come ufficiale nel 22° Reggimento di fanteria, di stanza nel territorio pisano.

Pisa, Lungarno Pacinotti, Palazzo Timpano, Casa Zerboglio prima del 1940. Foto dell’Archivio BFS

Piero matura la propria scelta liberal-socialista e antifascista proprio nei primi anni della Seconda guerra mondiale. Il punto di svolta, come ricorda Antonio Tozzi[9], va collocato nella primavera del 1942, in seguito agli incontri con Antonio D’Andrea, Mario Frezza ed Enrico De Negri e, in particolare, con Tancredi “Duccio” Galimberti – tra i fondatori del PdA nel cuneese, nonché ispiratore delle formazioni di “Giustizia e Libertà” e figura di spicco della Resistenza piemontese[10].

Così, nell’autunno del 1942, sotto la supervisione del professor Guido Calogero, nasce il “Comitato direttivo pisano” del partito. Il nucleo, composto da Piero Zerboglio, Antonio D’Andrea, Antonio Tozzi, Raffaele Micheletti, Ferruccio Michelazzi e Roberto Supino, allaccia rapidamente rapporti con le cellule azioniste di Lucca, Viareggio e Firenze. Piero Zerboglio descrive così quei momenti nelle memorie scritte per la famiglia e i nipoti:

Nel 1942 viene a trovarci a Pisa Duccio Galimberti, un avvocato studioso di diritto penale che si considera, in certo senso, allievo del nonno Adolfo, perché il nonno lo ha consigliato, ha recensito favorevolmente le sue pubblicazioni. Si sono incontrati più volte anche con la nonna Maria a dei congressi e hanno fatto tanta amicizia. Galimberti – che sarà poi un valoroso partigiano e morirà eroicamente, ucciso barbaramente dai fascisti – viene a Pisa per avere la nostra partecipazione a una forza antifascista che aveva origine da “Giustizia e libertà”: un movimento dei più significativi nella lotta contro il fascismo, del quale avevano fatto parte uomini come Rosselli, Parri, Ernesto Rossi.

Il nonno Adolfo è già molto anziano e Galimberti si rivolge soprattutto a me perché organizzi a Pisa il partito d’azione e prenda parte alla lotta antifascista. Io sono entusiasta, condivido pienamente gli ideali del partito d’azione: le forme istituzionali, i contenuti economici e sociali, i principi di giustizia e libertà, che sono da sempre i miei ideali politici, gli ideali liberal-socialisti[11].

Nella primavera del 1943, il Comitato del Partito d’Azione pisano contribuisce alla nascita del “Fronte antifascista” insieme ad alcuni esponenti comunisti e cattolici. Durante il periodo dell’occupazione tedesca, il gruppo svolge delicati compiti di collegamento tra il movimento clandestino cittadino e le formazioni partigiane attive sull’Appennino tosco-emiliano.

Il 31 agosto 1943, Piero e la sua famiglia assistono, dalla propria abitazione, al disastroso bombardamento della città, che colpisce con inaudita violenza la zona della stazione ferroviaria e il quartiere di Porta a Mare.

Nelle sue memorie, Piero ricorda come quel giorno la moglie si trovasse a Pisa con la figlia, nonostante fosse già sfollata a Barga proprio per sfuggire alle incursioni aeree. Intorno all’ora di pranzo, la città viene investita da quello che l’autore definisce «uno dei bombardamenti più forti e con più vittime» mai subiti dal capoluogo pisano.

Ci mettemmo abbracciati sotto gli archi di una porta mentre nonna gridava. “Mio dio, il terremoto!”. Gridava così perché anni prima, a Barga, era stata terrorizzata da un forte terremoto. Finito il bombardamento ci affacciammo a una finestra che dava sul Lungarno davanti alla Chiesa della Spina.

Da Porta a Mare si sentivano grida paurose; la Chiesa della Spina, quel piccolo capolavoro gotico proteso sulle spallette dell’Arno, non si vedeva più; a un tratto, avemmo la sensazione di una nube che si apriva e vedemmo riapparire la piccola chiesa; voi sapete che, purtroppo, il nonno non è un credente, ma se una volta, nella vita, ho avuto la sensazione di un miracolo è stata quella. Dopo gli scoppi delle bombe, le tragiche urla della gente, i nonni vivi, abbracciati, rividero come risorgere nel cielo, in mezzo alle macerie, la piccola e bella casa del Signore.

Con la nonna uscimmo e in bicicletta ci allontanammo fuori città. C’era tanta gente che correva disorientata, senza sapere dove andare. C’erano soldati, ufficiali senza giacca, senza cappello, senza armi. Si può dire che c’era solo il nonno con la divisa, le giberne, il fucile.

L’indomani mi toccò andare, al comando di un drappello di soldati, nella zona più colpita dal bombardamento: “Porta a Mare”, per il riconoscimento e il trasporto dei morti[12].

L’8 settembre Piero assiste al disfacimento dell’esercito: è uno dei pochi ufficiali ancora presenti nella caserma ormai semivuota, dalla quale tutti i superiori sono fuggiti. Poiché Pisa nei giorni seguenti viene interamente occupata dai reparti della Wehrmacht, decide di raggiungere la famiglia a Barga. Si reca a casa dei Giglioli per un cambio d’abiti civile e, in sella a una bicicletta, raggiunge la cittadina lucchese dopo dieci ore di viaggio, evitando con cura i posti di blocco tedeschi[13].

Una volta rassicurato sulle condizioni dei propri cari e dopo aver tentato invano di stabilire un contatto con i primi nuclei partigiani saliti in quota, Piero decide di rientrare a Pisa. Al suo ritorno, si riunisce clandestinamente con gli altri membri del Partito d’Azione, tra cui Cesare Salvestroni; quest’ultimo, forte della sua esperienza di ex combattente, assume la responsabilità del Comitato militare del CLN insieme a Fosco Dinucci, Alberto Bargagna e Severino Macci.

Una delle prime priorità del Comitato è il reperimento di armi da inviare ai gruppi clandestini che si stanno organizzando sulle alture, in particolare nella zona di Volterra. Proprio Salvestroni, l’anno successivo, verrà catturato dai tedeschi e deportato: morirà in prigionia il 2 marzo 1945.

Piero decide di utilizzare la casa dei Giglioli come punto d’appoggio per i suoi spostamenti: le sorelle Beatrice e Irene si mostrano ampiamente disponibili a ospitarlo, dimostrando piena solidarietà verso la sua azione. Proprio in quelle settimane, un altro azionista, Carlo Alberto Ricci, fa la spola tra Firenze, Pisa e il Piemonte per mantenere vivi i contatti del partito, trovando anch’egli rifugio e supporto in quella stessa rete di ospitalità clandestina.

Il 24 settembre 1943, la residenza degli Zerboglio, situata ai piani superiori di Palazzo Timpano sul Lungarno Regio, viene completamente distrutta durante un violento bombardamento. L’esplosione travolge la vasta biblioteca e l’archivio del padre Adolfo, un patrimonio documentario di immenso valore[14]. Tra le macerie, grazie al coraggioso intervento delle sorelle Giglioli e di Antonio Ricci, si riescono a trarre in salvo soltanto alcune centinaia di volumi e pochi fascicoli d’archivio. La sventura bellica colpirà nuovamente la famiglia l’anno successivo: anche la casa di Barga, luogo di rifugio e protezione, andrà incontro alla medesima sorte, venendo rasa al suolo da un altro bombardamento.

In questo periodo, Piero e la sua famiglia si occupano attivamente anche dell’assistenza ai De Cori, una famiglia di origine ebraica. Grazie al supporto coordinato degli Zerboglio e dei Giglioli, l’avvocato Guido De Cori e la moglie Piera Pontecorvo – la cui abitazione era andata distrutta nel bombardamento del 31 agosto 1943 – riescono a porsi in salvo e a raggiungere la Svizzera.

Volantino del Partito d’Azione distribuito durante la lotta clandestina (1943-44)

Nei mesi successivi, facendo sempre capo alla villa dei Giglioli, Piero si sposta tra Pisa e Barga per mantenere i contatti con le diverse formazioni operanti nell’Appennino tosco-modenese. In questo periodo ha modo di constatare personalmente la ferocia della repressione antipartigiana condotta dai tedeschi, come nel caso delle stragi perpetrate tra la primavera e la fine del giugno 1944.

Piandelagotti, frazione del comune di Frassinoro, sorge a oltre 1200 metri sul livello del mare, al confine tra l’Emilia-Romagna e la Toscana. Il 28 giugno 1944, i nazisti circondano l’abitato e colgono di sorpresa i partigiani che vi stazionano: questi ultimi, tuttavia, riescono a mettersi in salvo, lasciando il borgo nelle mani dei reparti tedeschi. I militari catturano circa quaranta civili: dieci ostaggi vengono trucidati sul posto, mentre gli altri trenta sono condotti a Pievepelago.

Il successivo 30 giugno 1944, per rappresaglia, i tedeschi impiccano quattro patrioti a Cerreta di Pievepelago. È molto probabile che Piero Zerboglio, nell’ambito delle attività connesse alla militanza clandestina, si sia recato in queste località in più occasioni. Ne è preziosa testimonianza una lettera di Irene Giglioli alla sorella Lilia, nella quale si legge:

Piero mi ha detto che a Piandelagotti la guerra tra tedeschi e partigiani è stata orribilmente selvaggia e che i tedeschi hanno fatto cose di una crudeltà inaudita. Interi paesi sono stati incendiati, molte case arse con gli abitanti ancora dentro. Di Piandelagotti stesso parrebbe che non resti che la sola chiesa e che tutto il resto sia stato incendiato o distrutto. Spero ancora che non sia vero fino a questo punto, ma purtroppo fin dall’anno scorso [recte primavera scorsa, N.d.C.] Piero ci diceva di aver visto personalmente il paese di Civago [frazione di Villa Minozzo, N.d.C.], a pochi km da Piandelagotti, tutto distrutto dagli incendi tedeschi[15].

Piero Zerboglio si riferisce, con ogni probabilità, ai fatti accaduti il 20 marzo 1944: in quella data, il reparto esplorante della divisione corazzata paracadutisti “Hermann Göring”, coadiuvato dai militi della Guardia nazionale repubblicana (GNR) di Reggio Emilia, scatena un attacco brutale contro le comunità di Civago e Cervarolo. L’operazione antipartigiana si trasforma rapidamente in un eccidio sistematico, caratterizzato da violenze efferate e uccisioni indiscriminate tra la popolazione civile[16].

Dopo che Pisa e i suoi dintorni sono stati teatro del violento scontro tra la retroguardia tedesca e l’esercito anglo-americano nei mesi di luglio e agosto 1944 – subendo costanti bombardamenti e cannoneggiamenti – tra il 31 agosto e il 1° settembre i reparti tedeschi si ritirano definitivamente dalla città e dalle zone limitrofe. La ritirata avviene verso Ripafratta e successivamente Lucca, lasciando alle spalle un territorio segnato dalle feroci stragi compiute nelle settimane precedenti tra i comuni di San Giuliano Terme e Vecchiano.

Prima pagina della Relazione di Antonio Tozzi sulle attività del Partito d’Azione a Pisa e provincia [1945]. Foto dell’Archivio BFS

Il 1° settembre, su indicazione dei comandi alleati, una squadra partigiana di Coltano effettua una prima perlustrazione nella zona nord della città, rilevando l’assenza delle truppe occupanti.

Il giorno successivo, le avanguardie alleate fanno il loro ingresso in città, provenendo da Colignola e Mezzana (lungo la direttrice Calci-Cascina). Entrando da Porta a Lucca, le truppe incontrano due distinti gruppi di partigiani che, seguendo le direttive dei comandi alleati, hanno preceduto l’arrivo delle pattuglie: si tratta di alcuni elementi di Coltano e di un nucleo di patrioti della formazione “Nevilio Casarosa”, scesi appositamente dai monti per partecipare alla liberazione del centro urbano.

Secondo la testimonianza di Antonio Ricci – figlio della cuoca della famiglia e residente nella Villa Giglioli – alcune pattuglie di soldati americani penetrano in città, sempre il 2 settembre, utilizzando il ponte subacqueo del Viale delle Piagge, all’altezza del Tondo. Percorrendo buona parte del viale, i reparti raggiungono il centro cittadino attraverso via Maccatella[17].

Pochi giorni dopo, il 5 settembre, le autorità militari alleate confermano l’avvocato Mario Gattai nel ruolo di commissario prefettizio, affiancato da Italo Bargagna in qualità di commissario politico. Sarà proprio quest’ultimo a essere successivamente nominato dal CLN locale come primo sindaco della Pisa liberata[18].

Una bozza dettagliata della Relazione del Partito d’Azione, conservata tra le carte di Antonio Tozzi, riporta una testimonianza cruciale su quei momenti:

Allorché le truppe della V/a Armata, dopo 45 giorni di sosta, passarono l’Arno, vari elementi delle squadre servirono di guida alle pattuglie di avanguardia alleate. Al loro primo entrare nella città di Pisa, avvenuto dal sobborgo di Cisanello, ebbero appunto per guida appartenenti alle squadre del Partito d’Azione: per primo Benelli Nello, e quindi Bacci Fosco ed altri componenti della sua squadra, fra cui Orsolini Mario, il quale alle ore 10,10 del giorno 2 settembre 1944, accompagnò una pattuglia americana sulla torre pendente per issarvi la bandiera stellata[19].

All’indomani della liberazione di Pisa, l’impegno di Piero Zerboglio si sposta sul piano della riorganizzazione politica e civile. Entra a far parte del Comitato direttivo del Partito d’Azione per la città e la provincia insieme ad Antonio D’Andrea, assumendo l’incarico di segretario provinciale e ricoprendo diverse responsabilità all’interno del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN)[20].

In occasione del congresso regionale del Partito d’Azione, tenutosi nella primavera del 1945, Piero viene eletto nel Comitato regionale toscano, assumendo la rappresentanza ufficiale della provincia di Pisa in seno all’organismo dirigente[21].

Il 31 marzo 1946, Piero figura nelle liste dei candidati del Partito d’Azione per le elezioni amministrative di Pisa, insieme alla moglie Gianna Donetti. Nonostante il ruolo di assoluto rilievo ricoperto dal partito durante la clandestinità, l’esito delle urne è amaro: la formazione raccoglie appena 675 voti (l’1,7%), un risultato modesto che non consente a Piero l’elezione e che contribuisce ad aggravare la crisi identitaria del movimento azionista.

Piero prosegue con dedizione la propria attività di insegnante e, dopo lo scioglimento del Partito d’Azione nel 1947, si avvicina all’area socialista, seguendo la traiettoria intrapresa dalla maggioranza degli ex azionisti. Nel 1949, con la costituzione della FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane), vi aderisce prontamente: il suo obiettivo è preservare l’autonomia delle associazioni dei partigiani, mantenendole indipendenti dalle logiche e dai compromessi del sistema politico dell’epoca.

Nell’aprile del 1953 prende vita un nuovo soggetto politico, Unità Popolare (UP), che aggrega diverse formazioni di area liberal-socialista con l’obiettivo di contrastare la riforma elettorale maggioritaria, nota polemicamente come “legge truffa”. Dopo la battaglia elettorale del giugno 1953, UP avvia un percorso di progressivo avvicinamento al PSI. In occasione del convegno nazionale di Firenze (29-30 giugno 1957), Piero Zerboglio viene eletto nel Comitato Centrale del movimento, sedendo accanto a figure di primo piano della Resistenza e del socialismo italiano come Ferruccio Parri, Tristano Codignola, Pietro Caleffi e Riccardo Levi[22],

In questa veste, Piero partecipa attivamente alla fase conclusiva del movimento, che avvia le trattative per la confluenza definitiva nel Partito Socialista Italiano (PSI). Tale unione viene ufficialmente deliberata il 26 ottobre 1957, segnando la fine dell’esperienza organizzativa autonoma di Unità Popolare e il rientro della componente azionista e liberal-socialista nell’alveo del socialismo democratico[23].

Nel 1958, Piero assume la presidenza dell’Istituto di cure marine di Tirrenia[24], un incarico che manterrà per lungo tempo: sotto la sua gestione, il 16 febbraio 1971, l’istituto verrà ufficialmente elevato al rango di ente ospedaliero con apposito Decreto del Presidente della Repubblica.

Sul piano culturale e civile, la sua attività non viene meno: fin dal primo numero, collabora a «Lettera ai compagni», la rivista mensile della FIAP fondata da Ferruccio Parri nel febbraio 1969. In questi decenni complessi per la storia d’Italia e di Pisa, la sua figura, rimasta sempre ancorata ai principi democratici e socialisti, si consolida come un punto di riferimento imprescindibile per la difesa della memoria della Resistenza e dei valori dell’antifascismo.

Infine, nel 1973, Piero ripercorre le orme paterne: come già era accaduto ad Adolfo nel 1923, diventa socio della Cassa di Risparmio di Pisa, il principale istituto bancario cittadino, a testimonianza del prestigio e del radicamento sociale che la sua famiglia ha saputo mantenere nel tessuto civile della città attraverso le generazioni[25].

Il 21 maggio 1985, di fronte alla proposta dell’Università di Pisa e della Scuola Normale Superiore di realizzare una lapide commemorativa con l’elenco dei caduti della Seconda guerra mondiale, Piero interviene in prima persona. In qualità di esponente della FIAP, e insieme ai rappresentanti delle altre associazioni antifasciste, firma una lettera aperta indirizzata al Rettore: nel documento viene espressa una ferma opposizione all’inserimento del nome del filosofo e fascista Giovanni Gentile accanto a quello degli altri caduti.

Piero Zerboglio si spegne a Pisa il 5 febbraio 1991[26]. È sepolto nel cimitero di Barga, la cittadina che aveva dato rifugio e protezione a lui e alla sua famiglia nei drammatici anni 1943-’44. Lì riposa accanto al padre Adolfo, alla madre e agli altri componenti della famiglia, suggellando in quel luogo di memoria il legame profondo e grato con una terra che, pur non avendogli dato i natali, era diventata per lui una seconda patria elettiva.

Franco Bertolucci

9 aprile 2026

 

NOTE:

[1]Su Adolfo Zerboglio (1866-1952), giurista, deputato e senatore cfr. R. Gilardenghi, Zerboglio Adolfo, in Movimento operaio italiano Dizionario biografico, a cura di F. Andreucci e T. Detti, Roma, Editori riuniti, 1978, v. 5, pp. 294-297; C. Latini, Zerboglio Adolfo (1866-1952), in Dizionario biografico dei giuristi italiani (secc. XI-XX) [d’ora in poi DBGI], Bologna, 2013, v. 2, pp. 2088-2089; G. Marra, Zerboglio Adolfo, in Maestri d’Ateneo. I docenti dell’Università di Urbino nel Novecento, a cura di A. Tonelli, Urbino, Università degli studi di Urbino «Carlo Bo», 2013, pp. 599-600.

[2]Medaglie d’oro: Enzo Zerboglio, Enrico Toti, [a cura di[ A. Zerboglio, Milano, Imperia, 1923.

[3]Notizie sulla storia della famiglia Giglioli si possono leggere in  B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1944, a cura di F. Bertolucci, B. Cattaneo, G. Mangini, Ghezzano (PI), BFS, 2025, pp. 26-37. Cfr., inoltre, C. Giglioli-Stocker, Una famiglia di patrioti emiliani. I Giglioli di Brescello. Con appendice di 26 lettere inedite di patrioti del tempo, Milano, Società anonima editrice Date Alighieri, 1935.

[4]Soci promotori e fondatori, «Notiziario del Club Alpino Italiano sezione di Pisa», a. 37, n. 1, 2017, p. 6.

[5]A. Zerboglio, Barga: memorie e note vagabonde, con xilografie di Balduini, Barga, Sighieri & Gasperetti, 1929.

[6]Ivi, p. 48.

[7]Archivio generale dell’Università di Pisa, Fasc. studente Zerboglio Piero.

[8]P. Zerboglio, [Memorie familiari], dattiloscritto [1982], in Carte di A. Ricci, Archivio della Biblioteca F. Serantini, p. 35.

[9]Carte famiglia Tozzi, fasc. [Partito d’azione e guerra], doc. 1944-1964, [Appunti], s.d.

[10]Cfr. R. Vanni, La Resistenza dalla Maremma alle Apuane, Pisa, Giardini, 1972 p. 70, e G. De Luna, Storia del Partito d’azione 1942-1947, Milano, Feltrinelli, 1982, pp. 50-51.

[11]P. Zerboglio, [Memorie familiari], dattiloscritto [1982], cit., pp. 37-38.

[12]Ivi, p. 39.

[13]Ivi, p. 40.

[14]Ivi, p. 45.

[15]Lettera di Irene a Lilia Giglioli, Pisa, 26 ottobre 1944 in Archivio della Biblioteca F. Serantini, Carte famiglia Giglioli. Su queste stragi cfr. M. Storchi, Reggio Emilia, in La politica del terrore: stragi e violenze naziste e fasciste in Emilia Romagna: per un atlante delle stragi naziste in Italia, a cura di L. Casali e D. Gagliani, Napoli, L’Ancora, 2008, pp. 95-113.

[16]Di questo episodio ne fa cenno anche Beatrice Giglioli in una lettera alla sorella Lilia, Pisa, 12 aprile 1944 in Archivio della Biblioteca F. Serantini, Carte famiglia Giglioli.

[17] A. Ricci, Ricordi dell’estate 1944 in  B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1944, cit., pp. 298-310.

[18]Cfr. G. Bertini [a cura di], Pisa nella bufera: note dell’avvocato Mario Gattai commissario del Comune di Pisa. Giugno-settembre 1944, Pisa, Circoscrizione 6, 2001, inoltre S. Gallo, Pisa in guerra, 1943-1944, in G. Fulvetti [a cura di], Dalla guerra alla Liberazione. Pisa 1940-1945, Pisa-Bologna, Fondazione Palazzo Blu-Whitebook, 2024, pp. 67-77.

[19]Cfr. Carte famiglia Tozzi, [Partito d’Azione e guerra], 1944-1964, [Relazione al Patriot Branch. dattiloscritta sulle attività del PdAz nella primavera estate del 1944], s. d. ma presumibilmente dell’autunno del 1944.

[20]A. Tozzi, La Costituzione del Partito d’azione in provincia di Pisa, in Resistenza ai nostri giorni, a cura dell’ANPI di Pisa, 2005, pp. 59-61. Cfr. Il Partito d’azione in Toscana. Il congresso regionale dell’ottobre 1945, a cura di L. Menconi, Ospedaletto (Pisa), Pacini, 2024.

[21]La ricostruzione in Toscana dal CLN ai partiti. 2. I partiti politici, a cura di E. Rotelli, Bologna, Il Mulino, 1981, p. 327.

[22]Bologna. Comitato centrale, elezione della direzione nazionale, «Il Piccolo, a. 76, n. s., n. 3316, 9 luglio 1957.

[23] Cfr. ebook formato EPUB2, F. Leonzio, Segretari e leader del socialismo italiano, Catania, ZeroBook, 2018, p. 137.

[24]«Gazzetta Ufficiale», n. 261, 28 ottobre 1958, p. 4093.

[25]A. Cecchella e R. Bernardini, Oltre… il 150°. Un secolo e mezzo nella vita socio-economica della provincia, Pisa, Cassa di Risparmio di Pisa e Pacini, 1984, vol. 1, pp. 185 e sgg.

[26]L. M. [L. Mercuri], Ricordiamo Dolci e Zerboglio, «Lettera ai compagni», n. 4, aprile 1991.

 




Un laboratorio civile, educativo e identitario di una città nel Novecento: la Casa della Cultura di Livorno

All’indomani della liberazione, Livorno si presentava come una delle città italiane più colpite dai bombardamenti alleati. Il centro storico era ridotto in macerie, gran parte della popolazione era sfollata e le attività produttive stentavano a riprendere. In questo contesto di profonda crisi materiale, il Comitato provinciale di liberazione nazionale, nella seduta del 20 gennaio 1945, riconobbe la necessità di un intervento culturale immediato. La decisione, sorprendente per l’urgenza delle necessità abitative e infrastrutturali, esprimeva tuttavia la convinzione che la cultura fosse parte integrante della rinascita democratica della città, un provvedimento che sottolineava la voglia di rinascita, e l’attesa per il futuro, che contraddistingueva la nuova classe politica. La cultura, dunque, non era considerata un lusso, ma un bisogno vitale al pari delle infrastrutture materiali, un investimento capace di restituire dignità e prospettiva alla cittadinanza.
Negli anni della ricostruzione maturò l’idea di destinare all’uso culturale un edificio storico della città. La scelta di collocare la nuova istituzione nel Cisternino di città, progettato da Pasquale Poccianti tra il 1837 e il 1846 come terminale dell’acquedotto di Colognole, ebbe un valore altamente simbolico. L’edificio, mai entrato in funzione come vera e propria cisterna e sopravvissuto ai bombardamenti, fu individuato dal Comune come sede privilegiata per la realizzazione di diverse attività culturali. L’utilizzo del Cisternino rappresentava una metafora potente, che prevedeva la trasformazione di un serbatoio d’acqua in una cisterna di cultura, destinata a contenere libri, mostre e dibattiti. L’edificio fu restaurato e riaperto al pubblico nel 1951 con il nome di Casa comunale della Cultura, sull’esempio di iniziative prese in altre città italiane. L’inaugurazione fu accompagnata dal convegno La Cultura come vita, titolo che ribadiva la centralità del sapere nella sopravvivenza e nel futuro collettivo di una città e di un territorio in uscita dalle temperie di una guerra mondiale.

La gestione pubblica come tratto distintivo

A differenza delle esperienze di Roma e Milano, dove le Case della Cultura nacquero da associazioni o da iniziative di partito, l’istituzione livornese si caratterizzò per una peculiare gestione direttamente pubblica. Il Comune di Livorno si assunse l’onere di programmare e sostenere economicamente la nuova istituzione, mettendo a disposizione i locali e il denaro per il sostentamento. Ciò rivelava una concezione della cultura come bene pubblico, accessibile a tutti e non riservato a particolari élite. Ciò seguiva l’esperienza, sorta all’inizio del secolo, dell’Università Popolare. Tale impostazione trasformò la Casa della Cultura in un fiore all’occhiello per l’attività amministrativa del sindaco della ricostruzione Furio Diaz e della sua giunta ormai alla fine dell’esperienza di collaborazione tra tutti i partiti antifascisti. La scelta amministrativa aveva un valore politico forte, nella quale la cultura diventava strumento di cittadinanza e di legittimazione democratica, integrata nei piani di ricostruzione della città.
La Casa della Cultura svolse fin da subito un ruolo eminentemente educativo. Nei suoi locali erano disponibili radio, un’emeroteca, una biblioteca circolante di letteratura contemporanea, dotata di circa 1500 volumi, selezionati tra le novità editoriali e, più tardi, televisione e apparecchi per l’ascolto di musica. La differenza rispetto alla Biblioteca comunale “Labronica”, più orientata alla conservazione del patrimonio erudita, era netta, così come la salvaguardia della rivista storico-letteraria comunale «Liburni Civitas». La Casa della Cultura rispondeva al bisogno di accedere a una cultura moderna, legata all’attualità e avulsa dagli schemi classici di stampo fascista.
Non bisogna dimenticare come l’esperimento si collocasse all’interno di un più ampio progetto di educazione popolare, promosso anche dal Partito comunista italiano, che vedeva nella diffusione dei saperi uno strumento di emancipazione sociale. In questo senso, la Casa rappresentò un’inedita forma di scuola civica parallela alle forme tradizionali di istruzione, aperta a giovani e adulti, capace di anticipare i modelli di educazione permanente che sarebbero emersi negli anni Sessanta e Settanta. A tenerla a battesimo fu, non a caso, l’assessore all’Istruzione e futuro sindaco Nicola Badaloni, storico della filosofia di impronta marxista.

Un laboratorio di pluralismo politico e culturale

Pur inserita nel clima della Guerra fredda, la Casa della Cultura riuscì a mantenere una notevole apertura al pluralismo ideologico e partitico. Le cronache di quegli anni ricordano come nello stesso edificio convivessero associazioni di stampo politico differente, mostre di arte d’avanguardia e iniziative di taglio più tradizionale. Erano in grado di confrontarsi non solo modelli e ideologie artistiche diametralmente opposte, ma anche partiti politici e associazioni di orientamento diverso. Ciò era reso possibile dalla struttura organizzativa del Circolo livornese della Casa della Cultura, animato da figure come Vittorio Marchi, pedagogista socialista, e Luca Badaloni, segretario instancabile, capace di coinvolgere amministratori di maggioranza e opposizione. La Casa divenne così uno spazio di confronto, un laboratorio di convivenza civile e politica che rispecchiava le contraddizioni e le ricchezze della società livornese nel dopoguerra.
Il culmine dell’attività culturale si ebbe tra il 1955 e il 1967 con l’istituzione del Premio “Modigliani”, che proiettò Livorno su un piano nazionale e internazionale. Nelle sale del Cisternino passarono artisti e critici di fama, tra cui Renato Guttuso, Giuseppe Sassu, Giulio Carlo Argan, Carlo Ludovico Ragghianti, Emilio Vedova, Enrico Baj, Giò e Arnaldo Pomodoro. Negli stessi anni, la Casa della Cultura ospitò mostre e importanti dibattiti sull’arte contemporanea, rendendo la città un punto di riferimento per le avanguardie artistiche italiane. Come sottolineano gli studiosi di storia dell’arte contemporanea, fu proprio in questo periodo che Livorno riuscì a sottrarsi al rischio di provincialismo insito nella pittura post-macchiaiola e a inserirsi nei circuiti più avanzati della cultura nazionale.

Crisi, continuità e metamorfosi

Dalla fine degli anni Cinquanta si manifestarono i primi segni di difficoltà, dovuti sia alla crescente “lottizzazione” partitica degli spazi pubblici, sia al mutamento dei modelli culturali nel quadro del boom economico. Negli anni Settanta la Casa della Cultura perse progressivamente centralità a favore di nuove istituzioni, come il Museo Progressivo d’Arte Contemporanea inaugurato nel 1974. Tuttavia, essa continuò a ospitare mostre, assemblee studentesche e attività associative, rimanendo un punto di riferimento per la cittadinanza, in particolare negli anni della contestazione studentesca.
La peculiarità della Casa della Cultura di Livorno stava nella sua duplice natura: istituzione culturale da un lato, e luogo identitario dall’altro. Essa fu non solo contenitore di iniziative artistiche ed educative, ma anche una sorta di genius loci della città, spazio simbolico in cui si condensavano i desideri di rinascita, i conflitti politici, le passioni artistiche e le memorie condivise. Non rinnegando le sue origini di “serbatoio” per la città, il Cisternino ha incarnato l’idea che la cultura fosse linfa vitale, necessità primaria della comunità, strumento di emancipazione e, insieme, custode di memorie vive. Non sorprende che ogni progetto di recupero – ad oggi parzialmente risolto con la destinazione a quei locali della Fondazione Livorno Euro Mediterranea (LEM) e dell’Informagiovani – richiami ancora la storia nella seconda metà del Novecento di quel bene.

Nota bene: le foto sono della Biblioteca Labronica F. D. Guerrazzi.

Articolo pubblicato nel febbraio 2026.




Giulio Guelfi, un sovversivo sullo scranno più alto del Comune di Cascina.

Tra le varie biografie di personaggi appartenenti al mondo socialista e comunista che hanno animato la vita sociale e politica della provincia pisana nel periodo che va dal 1919 fino all’avvento del fascismo, quella di Giulio Guelfi è tra le più significative ai fini della ricostruzione dell’immaginario collettivo dell’epoca, sia per i diversi ruoli che il personaggio ha assunto durante la sua militanza politica e sindacale, sia per gli incarichi istituzionali e la sua puntuale azione nella lotta antifascista in patria e poi in esilio. Ad un impegno militante e una fervente convinzione sul valore delle proprie idee, che manifesta nell’arco di tutta la sua vita, in Guelfi si evidenzia – elemento assolutamente non secondario – uno spirito ribelle, sovversivo, indomito, che ben racconta del carattere del popolano pisano di questi anni. È questa un’inclinazione che trova profonde radici nella storia popolare e sovversiva della provincia sin dai tempi della costituzione delle prime sezioni della Società democratica Internazionale[1].
Giulio Guelfi nasce a Cascina il 14 settembre 1888 da Riccardo e Liberata Bracci, di professione impiegato, poi commerciante. Vive la sua formazione umana e politica nei paesi di Casciavola e Navacchio (borgate ancora oggi nel Comune di Cascina) dove presumibilmente abbraccia gli ideali socialisti che sono particolarmente diffusi nella zona. Negli anni precedenti alla Prima guerra mondiale viene assunto come impiegato all’Ospedale di Piombino, rientrato a Cascina diventa ben presto uno dei promotori della sezione socialista di Casciavola e uno dei principali organizzatori della Camera confederale del Lavoro[2]. L’attività politica e sindacale di Guelfi è ricostruibile attraverso la lettura de «L’Ora nostra», il periodico della Federazione pisana del partito socialista che, tra il 1919 e il 1921 nelle cronache provinciali, riporta notizia di suoi numerosi comizi a supporto delle agitazioni contadine, bracciantili e operaie. Nello stesso periodo, secondo un profilo biografico della Prefettura pisana, Guelfi «aveva iniziata l’organizzazione delle squadre rosse e già aveva messo in funzione diverse squadre cicliste. Organizzò e fu sempre a capo di tutti i movimenti operai e sovversivi verificatisi dai primi del 1919 al 1922 nel Comune di Cascina»[3]. Lo stesso documento lo descrive «dotato di facilità di parola tanto che era riuscito ad acquistare tanto ascendente tra le masse operaie che lo seguivano ciecamente in qualsiasi violenza».
Le elezioni politiche del 1919 avevano premiato i partiti neutralisti, il PSI aveva superato il 41% dei voti ed era diventato il primo partito del collegio Livorno-Pisa e della provincia pisana[4]. Vanno nella stessa direzione le elezioni amministrative dell’autunno del 1920 che consegnano ai socialisti ben 26 comuni dei 42 della provincia, con punte di consenso straordinario a Pontedera dove ottengono il 78% dei voti[5]; l’eccezionale risultato elettorale dei socialisti si completa con l’assegnazione di 23 seggi sui 40 disponibili nel Consiglio provinciale.
Nelle elezioni amministrative dell’autunno del 1920 il PSI cascinese punta su Guelfi, che viene eletto consigliere comunale e poi Sindaco di Cascina. Il suo mandato, che dura dall’ottobre del 1920 al settembre del 1921, è un’esperienza breve ma particolarmente intensa e nella quale Guelfi riversa tutto il proprio portato umano, politico, sindacale[6] e non in ultimo il proprio carattere impulsivo e non incline alla sottomissione. Il ruolo istituzionale assunto esalta la sua figura di militante rivoluzionario e dallo scranno più alto del Comune detta la linea politica con la convinzione di preparare la strada ad un’imminente rivoluzione[7].
Il 16 ottobre è convocato il primo Consiglio comunale e i toni della seduta di insediamento ci aiutano a cogliere il clima di queste giornate; così come avviene in altri enti locali, anche nel Comune di Cascina si inneggia alla dittatura del proletariato e si propone come primo atto l’approvazione di un Ordine del giorno a favore della Russia rivoluzionaria e «pro condannati politici». L’ordine del giorno viene presentato dall’assessore Adolfo Mannocci che annuncia: «Noi percorriamo la strada che ci conduce verso il socialismo che affratella le genti pertanto la bandiera che qui abbiamo issato non l’ammaineremo giammai né per l’ambizione di un Re, né per la violenza dei governanti»[8]. Il Consiglio comunale chiede al Governo italiano l’immediato riconoscimento ufficiale della Russia dei Soviet e chiude la discussione di questo punto al grido di «Fuori dalle galere tutti condannati politici!». Nella stessa seduta, stimolato dagli interventi della minoranza che invitano la Giunta a «compiere atti di saggia e sana amministrazione», prende la parola anche il Sindaco Guelfi che annuncia e rivendica il ruolo politico della sua Amministrazione e, in risposta alla richiesta di illustrare il programma, replica: «La Direzione del Partito socialista impartirà le direzioni e noi le seguiremo […] Pel il bilancio 1921 […] colpiremo profondamente i proprietari […] governeremo e agiremo non curandoci delle pastoie delle leggi esistenti che muovono ingiustizia, faremo in odio e a dispetto della legge quello che riterremo giusto»[9]. Il Consiglio si scioglie con le conclusioni del Sindaco che ritorna sulla questione: «di programmi non ne abbiamo, so solo che abbiamo lottato, battuto e vinto in nome del Socialismo e legiferemo per il Socialismo e in nome di questo e del Popolo, che è il nostro re, dichiaro chiusa la discussione al grido di: Viva il Socialismo! Viva l’Internazionale!»[10].
Con le nuove giunte socialiste rivoluzionarie elette nell’autunno del 1920 arriva anche nella provincia pisana un nuovo cerimoniale che ha l’obiettivo di sostituire, anche nell’immaginario popolare, i simboli delle istituzioni: in alcuni Comuni viene rimossa la targa che riporta il Bollettino della Vittoria di Armando Diaz[11], il saluto alla Russia rivoluzionaria sostituisce il saluto al re e sulle facciate dei Comuni la bandiera rossa prende il posto del tricolore. Pratiche che scateneranno la reazione dello squadrismo fascista, dell’esercito[12] e i provvedimenti delle Prefetture. A Cascina la bandiera rossa sventola sulla Torre civica[13], Guelfi ha dato mandato di acquistarne una «con lo stemma dei Soviet e di quello del Comune medesimo»[14] e la spesa di £ 100,00, non prevista in bilancio, viene finanziata con un prelievo dal fondo di riserva del Sindaco.
Ad un massimalismo del linguaggio che inneggia ad una prossima insurrezione, Guelfi e i socialisti cascinesi fanno seguire un’attività amministrativa che mette in pratica le parole d’ordine che avevano animato la campagna elettorale: come primo atto la Giunta comunale incontra simbolicamente un gruppo di lavoratori fornai che chiedono un aumento del compenso giornaliero per raggiungere quello dei vicini colleghi pisani, senza che questo, sostengono durante l’incontro i lavoratori all’unisono con la Giunta, comporti un aumento del prezzo del pane[15].
Il Sindaco Guelfi caratterizza il suo mandato per interventi sociali ed economici volti ad una politica di redistribuzione delle ricchezze e al controllo dei prezzi dei beni di prima necessità e dà mandato agli uffici comunali di predisporre una «severa, precisa e improvvisa verifica»[16] sulla vendita dello zucchero alle persone ammalate e, per evitare speculazioni e lucri impropri, un attento riscontro dei buoni comunali emessi a favore degli indigenti. Si autorizza poi la vendita della carne agli ammalati anche nei giorni di chiusura dei negozi e si dà mandato all’Ente autonomo dei consumi del Comune di acquistare olio, baccalà e formaggio da rimettere in vendita a prezzo di acquisto per calmierare il mercato. Nella seduta consiliare del 9 dicembre il Sindaco Guelfi, nel valutare la situazione finanziaria dell’Ente e il disavanzo ereditato dalla precedente amministrazione[17], annuncia che non ricorrerà ad ulteriore indebitamento e dichiara che «i soldi dovranno darli coloro che li hanno» e che le tasse per l’anno 1921 saranno raddoppiate. Nella stesso consesso il Sindaco propone l’adesione alla Lega dei Comuni socialisti[18], motivando che questo percorso consentirà all’Ente di inserirsi in un progetto nazionale più ampio che porterà ad «ottenere l’applicazione dei principi socialisti, come ad esempio la progressività delle tasse superando il vecchio concetto dei massimi fiscali»[19].
Con la fine del 1920 si manifestano anche nella provincia pisana le prime violenze fasciste[20], siamo in un territorio che si inserisce a pieno titolo in quell’«Italia mediana» che ha visto sviluppare importanti laboratori politici ed ha assunto un ruolo centrale nell’affermazione della violenza fascista[21]. Nel dicembre 1920 gli squadristi pisani, con l’aiuto di squadre provenienti da tutta la regione, per ben due volte, impediscono l’insediamento del nuovo consiglio provinciale[22] che, una volta insediato, eleggerà presidente Ersilio Ambrogi[23] e vice presidente proprio Giulio Guelfi.
Nei mesi successivi le violenze fasciste arrivano anche nel piano cascinese e il primo omicidio politico avviene nel borgo di San Frediano a settimo, quando il 4 marzo Enrico Ciampi, segretario della prima sezione comunista costituitasi nel pisano[24], viene ucciso dal Marchese Serlupi, uno dei ras fascisti della zona[25]. Pochi mesi dopo, il 23 luglio, i fascisti fanno visita ad una casa colonica nella zona di Arnaccio, dove vive il consigliere socialista Oreste Bartoli e uccidono il figlio Archimede che reagisce alla bastonatura del padre.
Le parole di Guelfi all’insediamento, con le quali imprudentemente aveva annunciato che avrebbe governato non curandosi «delle pastoie delle leggi esistenti», incitano i controlli della Prefettura che già nei primi mesi di governo della giunta cascinese impugna e annulla una serie di delibere, tra questa anche quella che autorizza l’acquisto della bandiera con lo stemma comunale e la falce e martello in quanto, sostiene il Prefetto, «trattasi di spesa ispirata a criteri politici, mentre i consigli comunali non hanno dalla legge nessuna attribuzione a questo riguardo, ma devono limitarsi ad amministrare il Comune e provvedere ai servizi pubblici che dal Comune dipendono»[26].
La Giunta Guelfi continua a governare tra delibere annullate e proclami rivoluzionari basati su un marcato radicalismo verbale. Nei primi mesi del 1921 l’Amministrazione tratta l’acquisto del nuovo Teatro comunale, un’operazione sostenuta da una chiara scelta politica, afferma Guelfi in merito: «L’operaio, il lavoratore in genere deve progredire, istruirsi ed elevarsi e non essere più la macchina bruta che lavora e mangia per vivere e nelle ore di riposo gioca a carte nel proprio Circolo. Esso deve invece essere posto nelle condizioni di ricrearsi lo spirito andando a Teatro, giacché non è giusto che a Teatro possa andare il ricco che non lavora e l’operaio non possa permettersi neppure il cinematografo»[27].
L’esperienza da Sindaco di Guelfi si chiude presto, con i fatti del 18 settembre 1921. Per la giornata viene convocato, nel borgo cascinese di San Benedetto, un comizio tra le leghe confederate per organizzare la reazione sindacale ai licenziamenti e alla riduzione del salario dei lavoratori del piano di Cascina. I fascisti radunano oltre 400 squadristi, provenienti da varie parti della Toscana, con l’intento di impedire la manifestazione, intanto nel pomeriggio un folto gruppo di antifascisti parte in tram da Pontedera per raggiungere San Benedetto ma, passato l’aggregato urbano di Cascina, il convoglio viene aggredito da una scarica di colpi di rivoltella sparati da un piccolo gruppo di fascisti che, commesso il fatto, si dà alla fuga. Nell’aggressione rimangono uccisi Paris Profeti[28], segretario della sezione socialista di Pontedera, e Corrado Bellucci[29] di idee libertarie, mentre il comunista Medardo Cecconi[30] ferito viene portato all’Ospedale di Pontedera[31]. Le autorità, vista la tensione della giornata, vietano la manifestazione, nel contempo Guelfi ed altri socialisti cascinesi, non ancora a conoscenza del fatto, mentre si dirigono verso il luogo del comizio vengono assaliti a colpi di rivoltella da un gruppo di fascisti. I socialisti rispondono, ne scaturisce uno scontro a fuoco e l’unico arrestato della giornata è proprio Giulio Guelfi, con l’accusa di aver sparato un colpo di rivoltella contro i fascisti, e rinchiuso nelle Carceri di San Matteo a Pisa. Il Comune viene immediatamente commissariato e il 13 ottobre si svolge il primo consiglio comunale senza il sindaco Guelfi.
Intanto tra settembre e novembre le pressioni e le violenze fasciste nei confronti dei consiglieri socialisti e comunisti danno i propri risultati e al protocollo del Comune di Cascina giungono le dimissioni irrevocabili di gran parte degli eletti. Si tratta di comunicazioni che naturalmente non denunciano pressioni o violenza e adducono principalmente motivi personali, tra questi l’assessore Alfredo Vanni scrive che non ritiene «più opportuno ricoprire tale carica»[32], mentre solamente il consigliere comunale Modesto Marrucchi motiva le proprie dimissioni dichiarando di aver maturato la propria distanza dal Partito comunista. A queste dichiarazioni dei consiglieri comunali segue però un ultimo atto di resistenza istituzionale, una lettera di protesta inviata al Commissario prefettizio, che vede come primo firmatario Giulio Guelfi e di seguito tutti i consiglieri comunali socialisti e comunisti dimissionari. Nella nota i consiglieri comunali denunciano coraggiosamente le violenze fasciste subite: «Il fatto di aver alcuni di noi […] rassegnato le dimissioni non vuole significare la rinuncia ad amministrare, ma dette dimissioni devono essere la vibrata protesta contro chi minaccia le nostre persone e le nostre idealità […] Nel nostro Comune certo regna ancora il terrore e tutto si può commettere sotto gli occhi dell’autorità»[33].
Il 19 gennaio 1922 il re, che per lo Statuto Albertino è il garante delle istituzioni, firma il decreto di scioglimento del Consiglio comunale di Cascina[34].
Dopo la caduta dell’amministrazione da lui guidata Guelfi si trasferisce a Livorno dove assume compiti di direzione della locale Camera del lavoro. Nel febbraio del 1922 la moglie, Corinna Noccioli, è oggetto di un’imboscata a colpi di pistola nei pressi della stazione ferroviaria di Navacchio per mano di un gruppo di fascisti e la casa della famiglia è spesso oggetto di violazioni da parte degli squadristi locali. Nel marzo del 1922 Guelfi interviene al funerale di Comasco Comaschi[35], anarchico e ardito del popolo ucciso in un agguato da alcuni fascisti il 19 marzo 1922, denunciando il crimine fascista e pronunciando le seguenti parole: «Noi proletari siamo coloro che lavorano e che producono e non quelli che uccidono»[36]. La frase scatena l’ira degli squadristi locali che rispondono minacciosi dal settimanale «L’Idea fascista» facendo intendere che faranno pagare a Guelfi il suo ardimento: «Giulio Guelfi […] responsabile dell’assassinio di Zoccoli e Serlupi […] i Fascisti del comune di Cascina si impegnano pubblicamente, di fronte all’Autorità e ai cittadini, di ficcarlo in un sacco pieno di sterco»[37]. Guelfi nel suo ruolo di Sindaco subisce varie denunce e una violenta campagna stampa di denigrazione da parte dei fascisti locali e della stampa liberale che lo accusano di concussione nell’esercizio della sua funzione[38]. Per queste denunce subirà un processo che lo vedrà poi assolto dalla Corte di appello di Lucca insieme agli assessori Angelo Pasqualetti e Alfredo Vanni[39].
A Giulio Guelfi, come a gran parte dei primi antifascisti, non rimane che la strada dell’esilio, dopo un breve soggiorno a Genova si trasferisce con la famiglia a Parigi dove secondo la polizia fascista, in una nota dell’Ambasciata del 3 giugno 1926, è un membro attivo del «Comitato centrale antifascista»[40] e a seguito dell’espatrio è segnalato alla «Rubrica di frontiera» con indicazione di fermare e arrestare in caso di rimpatrio. Non è noto quando Guelfi aderisce al Partito comunista, ma già dalla metà degli anni Venti, durante appunto la sua permanenza in Francia, è segnalato come «comunista» e iscrive i propri figli alla scuola del partito a Ivry-sur-Seine: probabilmente la sua scelta matura nel 1924, a seguito dell’adesione al partito di Giacinto Menotti Serrati, faro del massimalismo socialista, che aveva illuminato la sua gioventù.
Nel 1929 Guelfi con l’intera famiglia si trasferisce a Vitry-sur-Seine, comune della Valle della Marna nella regione dell’Île-de-France, dove gestisce un piccolo albergo frequentato da noti sovversivi italiani e poco dopo si trasferisce definitivamente ad Arles dove rileva da un comunista cascinese, Giovanni Baroni, un locale che, secondo le carte di polizia, in breve tempo diventa un luogo di incontro di antifascisti. Guelfi è poi attivo nella propaganda a favore della Spagna repubblicana e nell’azione di ricerca di volontari da arruolare nelle Brigate internazionale, nelle cui file combatteranno i figli Ideale[41] e Silvano[42].
La polizia fascista mantiene un preciso controllo sulla vita di Guelfi e in un telespresso del Consolato generale di Marsiglia dell’agosto del 1937 lo definisce «il capo del movimento comunista e del soccorso rosso della regione»[43]. Giulio Guelfi muore improvvisamente ad Arles, poco dopo aver compiuto i cinquant’anni, il 7 febbraio 1939.
Dopo la Liberazione, una strada del borgo di Casciavola viene intestata al Sindaco “sovversivo” e antifascista, con la motivazione: «ex Sindaco del Comune di Cascina morto all’estero ove dovette fuggire per persecuzione politica da parte dei fascisti»[44]. La Giunta, si legge però nella delibera, si limita a prendere atto che l’intestazione è già avvenuta «per volontà popolare». All’interno del Comune di Cascina un lapide ancora oggi ricorda l’ultimo Sindaco eletto prima dell’avvento del fascismo: «I cittadini a ricordo di / Giulio Guelfi / Sindaco di Cascina (1920 -1921) / Combattente antifascista / Esule ad Arles (Francia) / Cascina 24 Ottobre 1971».

NOTE

1 Il 20 gennaio del 1871 viene approvato in Pisa lo statuto della Società Democratica Internazionale in Archivio di Stato di Pisa, Ufficio centrale della Pubblica Sicurezza b. 920. Sul periodo si v. A. Marianelli, Eppur si muove! Movimento operaio a Pisa e provincia dall’Unità d’Italia alla dittatura, Pisa, BFS, 2016; U. Sereni, Nel segno del liberato mondo. Vicende, culture, uomini e donne nel movimento operaio a Pisa tra Otto e Novecento, in La Camera del Lavoro di Pisa (1896-1980). Storia di un caso, a cura di G. Dinucci, Pisa, ETS, 2006, pp. 83-200; F. Bertolucci, Anarchismo e lotte sociali a Pisa 1871-1901. Dalla nascita dell’Internazionale alla Camera del Lavoro, Pisa, BFS, 1988; M. Bacchiet, Malfattori e birri nel fosco fin del secolo morente. Pisa 1872-1900, Pisa, BFS, 2023.

2 ACS, MI, Casellario politico centrale, ad nomen. Una biografia di Giulio Guelfi in Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa, in https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16235-guelfi-giulio?i=12 (consultato il 25/1/2025).

3 Profilo biografico della Prefettura di Pisa del 1927 in CPC, ad nomen.

4 Cfr. Il risultato delle elezioni, «Il Ponte di Pisa» 22-23 novembre 1919; F. Bertolucci, Alle radici della guerra civile a Pisa e nella provincia. Il nodo delle elezioni amministrative dell’autunno del 1920 e l’assassinio di Carlo Cammeo 13 aprile 1921, in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/alle-radici-della-guerra-civile-a-pisa-e-nella-provincia/ (consultato il 27/1/2025).

5 In questa tornata elettorale l’affluenza a Pontedera è inferiore al 50% degli aventi diritto. R. Cerri, Pontedera tra cronaca e storia. 1859-1922, Pontedera, Bandecchi e Vivaldi, 1982, p. 256.

6 Intanto nel luglio del 1920 presso il Teatro Verdi di Pisa si tiene il congresso provinciale della Camera del Lavoro confederale, Guelfi relazione sui nuovi Patti coloniali e nella stessa sessione viene eletto membro della Commissione esecutiva camerale. Il Congresso provinciale della Camera del Lavoro Confederale, «L’Ora nostra», 31 Luglio 1920.

7 Sulle vicende amministrative della giunta Guelfi cfr. anche D. Sassetti, Tra storia e memoria. Il Comune di Cascina tra ventennio e Liberazione, Pisa, Pacini, 2025, pp. 9-17.

8 Archivio storico del Comune di Cascina (d’ora in poi ASC Cascina), Verbale seduta Consiglio Comunale del 16 ottobre 1920.

9 ASC Cascina,Verbale seduta Consiglio Comunale del 16 ottobre 1920.

10 ASC Cascina,Verbale seduta Consiglio Comunale del 16 ottobre 1920.

11 Sulla questione si rimanda ai fatti di Cecina del gennaio 1921, cfr. T. Barsotti, Il conflitto di Cecina in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/il-conflitto-di-cecina/ (consultato il 30/1/2025).

12 Il 10 novembre 1920 a Livorno un gruppo di carabinieri e ufficiali dell’esercito entrano nel palazzo comunale e sostituiscono la bandiera rossa issata dopo la vittoria elettorale socialista, col tricolore. A seguito del fatto la Camera del Lavoro proclama lo sciopero generale, si registrano vari incidenti e una folla di lavoratori dei quartieri popolari riconquista il centro della città, ammaina il tricolore e al termine della giornata sul balcone del Comune rimane issata la sola parte rossa della bandiera. M. Rossi, La battaglia di Livorno, Pisa, BFS, 2021, p. 21.

13 La bandiera sventolerà sulla torre fino al 19 maggio 1921. Cfr. M. Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano 1919-1920, Roma, Bonacci, 1980, p. 163.

14 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 22 ottobre 1920.

15 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 22 ottobre 1920.

16 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 22 ottobre 1920.

17 La precedente Amministrazione era stata guidata, dal 1915, dal primo sindaco socialista, Massimo Palla (di professione calzolaio), in gioventù anarchico e tra i primi pisani a partire per il domicilio coatto, prima a Porto Ercole poi alle Tremiti, dove sconta due anni a seguito del processo avuto nel 1894 per «apologia dell’assassinio Caserio». La Giunta Palla non marca però il proprio mandato in termini socialisti rivoluzionali. Per una biografia di Massimo Palla si rimanda a M. Bacchiet, Riglione. Questa centrale e laboriosa borgata. Vita sociale e politica. 1861 – 1948, Pisa, BFS edizioni, 2017, pp. 70-71.

18 La Lega nasce nel 1910 su iniziativa della direzione del PSI per dare un indirizzo unitario alle amministrazioni comunali socialiste. Dopo le amministrative del 1920 alla Lega dei comuni socialisti, della quale dal 1916 è segretario nazionale Giacomo Matteotti, aderiscono oltre 2 mila amministrazioni delle 8 mila e ben 25 dei 75 Consigli provinciali.

19 ASC Cascina, Verbale seduta Giunta Comunale del 9 dicembre 1920.

20 Cfr. tra gli altri F. Fabbri, Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al Fascismo, 1918-1921, Torino, Utet libreria, 2009 e M. Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista. 1919-1922, Milano, A. Mondadori, 2003. Per un inquadramento locale anche F. Bertolucci, Stato fascismo e antifascismo in provincia di Pisa 1920-1922, in Atti della giornata di studi su L’antifascismo rivoluzionario tra passato e presente. Pisa, 25 aprile 1992, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 1993, pp. 99-127; P. Nello, Liberalismo, democrazia e fascismo. Il caso di Pisa (1919-1925), Pisa, Giardini, 1995; M. Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano. 1919-1922, Roma, Bonacci, 1980; R. Vanni, Fascismo e antifascismo in Provincia di Pisa dal 1920 al 1944, Pisa, Giardini, 1967.

21 Cfr. A. Baravelli, Riflessioni sullo squadrismo, la comparazione regionale e l’Italia mediana, in 1921. Squadrismo e violenza politica in Toscana, a cura di Roberto Bianchi, Firenze, Leo S. Olschki, 2022, pp. 21-33.

22 Sulle violenze fasciste di questo periodo si vedano anche 1921. Squadrismo e violenza politica; Il biennio nero in Toscana. Crisi e dissoluzione del ceto politico liberale. Atti del convegno di studi. Sala del Gonfalone, Palazzo del Pegaso. 2-3 dicembre 2021, a cura di S. Rogari, Firenze, Consiglio Regionale della Toscana, 2022; «Piombo col piombo». Il 1921 e la guerra civile italiana, a cura di G. Sacchetti, Roma, Carocci, 2023. Per la zona pisana si rimanda anche a Emanuela Minuto, Squadrismo e violenza politica nella provincia di Pisa, in 1921. Squadrismo e violenza politica in Toscana, a cura di R. Bianchi, Firenze, Leo S. Olschki, 2022, pp. 66-68 e F. Bertolucci, Alle radici della guerra civile a Pisa e nella provincia. Il nodo delle elezioni amministrative dell’autunno del 1920 e l’assassinio di Carlo Cammeo 13 aprile 1921, in «Toscana Novecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/alle-radici-della-guerra-civile-a-pisa-e-nella-provincia/ (consultato il 27/1/2025).

23 Per il profilo biografico di Ersilio Ambrogi, cfr. F. Bertolucci, Dizionario Biografico degli anarchici italiani, vol. I, BFS Edizioni, Pisa, 2002, p. 32-33 e il Dizionario Biografico delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa in
https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/12902-ambrogi-ersilio (consultato il 28/1/2025). Su profilo biografico si rimanda anche a Federico Creatini, Ersilio Ambrogi: antifascista o informatore dell’OVRA? Il Partito comunista italiano e la clandestinità, in «Toscana Novecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/ersilio-ambrogi-antifascista-o-informatore-dellovra/#:~:text=Certo%2C%20le%20due%20parti%20in%20causa%20cercarono%20in,dei%20%C2%ABsovversivi%20attentatori%20o%20capaci%20di%20atti%20terroristici%C2%BB (consultato il 28/1/2025).

24 La Federazione pisana del partito comunista si costituisce a Pisa il 27 febbraio 1921. Pisa, «L’Ordine Nuovo», 20 febbraio 1921. Sull’argomento cfr. M. Bacchiet, Le origini del Partito Comunista d’Italia nella provincia pisana, in «Toscana Novecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/le-origini-del-partito-comunista-ditalia-nella-provincia-pisana/ (consultato il 29/1/2025) e M. Bacchiet, I primi comunisti. Per un dizionario biografico della provincia di Pisa (1921-1940), in Antifasciste e antifascisti. Storie, culture politiche e memorie dal fascismo alla Repubblica, a cura di G. Fulvetti e A. Ventura, Roma, Viella, 2024, pp. 229-242.

25 Per Ciampi Enrico, «L’Ora nostra», 11 marzo 1921. Per una biografia di Ciampi si rimanda al Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa in https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16079-ciampi-enrico (consultato il 29/1/2025).

26 Decreto del Prefetto della Provincia di Pisa del 14 dicembre 1920.

27 ASC Cascina, Verbale seduta di Consiglio Comunale del 13 febbraio 1921.

28 https://www.bfscollezionidigitali.org/oggetti/19415-paris-profeti-segretario-della-sezione-giovanile-socialista-di-pontedera-assassinato-dai-fascisti-nei-pressi-di-cascina-il-19-settembre-1921 (consultato il 30/1/2025).

29 https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/15073-bellucci-corrado (consultato il 30/1/2025).

30 Per una biografia di Metardo Cecconi si rimanda al Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa in https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/13748-cecconi-medardo (consultato il 30/1/2025).

31 Alla notizia dell’omicidio dei due antifascisti la Camera del Lavoro di Pontedera proclama lo sciopero generale fino al termine dei funerali. Il giorno delle esequie la camera ardente viene allestita all’interno della locale «istituzione operaia» e alla testa dell’imponente corteo funebre, per volontà delle varie organizzazioni, un solo gonfalone, quello del Comune di Pontedera del quale Profeti era consigliere. La bara di Profeti, riporta «L’Avanti!», è avvolta nella bandiera socialista, mentre il drappo rosso-nero del locale gruppo anarchico abbraccia il feretro di Bellucci. Gli imponenti funerali alle vittime dell’eccidio di Cascina, «L’Avanti!», 25 settembre 1921.

32 ASC Cascina, Elezioni amministrative 1920.

33 Ib.

34 Il decreto di scioglimento viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 6 aprile 1922.

35 Sul caso Comaschi, tra gli altri, si rimanda a F. Gori, 1922-2022. L’affaire Comaschi in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/1922-2022-laffaire-comaschi/ (consultato il 28/1/2025)

36 Il fascismo in Provincia spezza e travolge gli ultimi avanzi della tirannide rossa. Da San Frediano. La solita sfacciataggine, «L’Idea fascista», 9 aprile 1922.

37 I segretari dei Fasci di Cascina, Ogni promessa è debito, «L’Idea fascista», 4 giugno 1922.

38 Nel 1924, nei mesi immediatamente precedenti le elezioni politiche, per motivare e favorire la propria candidatura nel Listone, Arnaldo Dello Sbarba, in una bozza di promemoria per dimostrare la sua vicinanza e adesione al primo fascismo, rivendica il ruolo assunto per destituire i “sindaci rossi”, tra questi Giulio Guelfi. Cfr. R. Dello Sbarba, Arnaldo Dello Sbarba, autonomia d’una caduta in «ToscanaNovecento», https://www.toscananovecento.it/custom_type/arnaldo-dello-sbarba-anatomia-duna-caduta/ (consultato il 20/3/2025)

39 Gli amministratori di Cascina. Assolti, «L’Avanti!», 3 luglio 1923.

40 ACS, MI, CPC, ad nomen.

41 Ideale Guelfi, Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16129-guelfi-ideale (consultato il 25/1/2025)

42 Silvano Guelfi, Dizionario delle comuniste e dei comunisti della provincia di Pisa https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/16128-guelfi-silvano (consultato il 25/1/2025)

43 ACS, MI, CPC, ad nomen.

44 ASC Cascina, Delibera della Giunta Comunale n. 287 del 15 novembre 1945. L’amministrazione comunale assume la proposta del CLN locale e prende atto che l’intestazione è «di fatto già avvenuta» per volontà popolare. La stessa strada durante il regime era stata intestata a Gino Salvadori, fascista pisano morto a Marina di Pisa durante uno scontro a fuoco tra la fazione “dissidente” di Bruno Santini e i sostenitori di Filippo Morghen. Sui fatti di Marina di Pisa cfr. Conflitto tra fascisti a Pisa, «Il Popolo», 20 settembre 1924 e Giudici, Giudizi e Giudicati, «Il Ponte di Pisa», 5-6 settembre 1925.




Firenze 1975 : “… bandiera rossa la trionferà”

 “Voto comunista perché ricordo la primavera del 1945,

e poi anche quella del 1946 e del 1947.

Voto comunista perché ricordo la primavera del 1965

e anche quella del 1966 e del 1967.

Voto comunista , perché nel momento del voto,

Sono trascorsi cinquant’anni da quel 15 giugno, giorno in cui nella politica italiana ciò che si era sempre cercato di tenere a freno, di contenere, di contrastare con ogni mezzo, avvenne con le elezioni amministrative del 1975: la più grande avanzata comunista di tutta la storia elettorale del dopoguerra, un’avanzata tale da modificare profondamente i rapporti di forza di molte città e in ogni regione. Il PCI balzava dal 28,3 delle politiche del 1972 al 33,5, mentre la DC scendeva da 38,4 a 35,2. Era stata una nuova sconfitta del segretario democristiano Amintore Fanfani e della sua politica di scontro frontale con i comunisti dopo la batosta avvenuta nel Referendum sul divorzio del 1974. Le conseguenze del 15 giugno si fecero sentire in fretta con la sinistra che andò al potere in cinque regioni, quarantuno province, trentasette capoluogo di provincia, oltre ad una miriade di centri minori. E naturalmente il risultato di queste elezioni provocò reazioni oltre che nazionali a livello internazionale: il Segretario di Stato americano Henry Kissinger ammoniva che gravi problemi sarebbero sorti con i comunisti al governo in un’Italia che faceva parte della NATO e che era al centro del mediterraneo già turbato dall’annosa questione del Medio Oriente e dai recenti avvenimenti sia in Portogallo, dove sembrava prendere il sopravvento anche lì la tendenza comunista e “comunisteggiante”, sia in Spagna dove il regime di Franco era agli sgoccioli. E non c’era molto da meravigliarsi se l’Economist a quell’epoca definì il Mediterraneo come il ventre molle della NATO.

Nella DC in mezzo allo smarrimento, al caos e ai ripensamenti dopo le elezioni, il consiglio democristiano con 103 voti contrari e 69 favorevoli, respinse la mozione di fiducia chiesta da Fanfani cosicché il 23 luglio il segretario democristiano fu costretto a rinunciare all’incarico. Il partito profondamente diviso dalle varie correnti decise di nominare segretario Benigno Zaccagnini, un uomo notoriamente al di fuori dei gruppi di potere, e a lui si consegnava il delicato compito di rassettare le file democristiane. Inoltre non mancò neanche l’esternazione del Papa Paolo VI che ricordava quanto cristianesimo e marxismo fossero inconciliabili.

Dall’altra parte il PCI confermava di non avere fretta, di non voler forzare i tempi. Il suo segretario Enrico Berlinguer vedeva il successo elettorale delle Amministrative dare ragione alla sua “tattica” del compromesso storico. Di fronte agli avvenimenti internazionali, alla politica americana, alla crisi economica, all’offensiva terroristica sia di destra che di sinistra ma convergente nella lotta alle istituzioni, Berlinguer auspicava un incontro tra le masse cattoliche e quelle comuniste grazie all’impegno del PCI nella maggioranza parlamentare e nel governo a livello nazionale oltre che locale: «La gravità dei problemi del Paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande “compromesso storico”, nel senso di accordo politico in cui ciascuno rinuncia a qualcosa per il bene comune, tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano»1.

Lo scossone provocato dalla massiccia avanzata del PCI causò una situazione forse senza via di uscita se non le elezioni anticipate (non desiderate da alcun grande schieramento) e il governo Moro, in carica dal novembre 1974, che già andava avanti in un mare di difficoltà fra crisi economica, disoccupazione, prezzi crescenti, bilancio dello Stato passivo galoppante, fu aiutato a non cadere anche e proprio dai comunisti con astensioni al momento di insidiose votazioni in parlamento e a moderare le richieste sindacali di aumenti salariali. E infatti Aldo Moro, che aveva traghettato la DC nel centrosinistra, era quell’uomo politico dell’altra parte sensibile a quel ragionamento del compromesso storico per uscire dalla crisi e far fare un passo avanti al sistema politico italiano in modo da preparare le condizioni di una futura alternanza. Sappiamo che ciò non poté realizzarsi per il rapimento dello statista democristiano e la sua uccisione da parte delle Brigate Rosse… ma questa è un’altra storia.

La campagna elettorale che precedette il voto amministrativo fu caratterizzata da un clima di diffusa violenza. I neofascisti che non avevano abbandonato la strategia della tensione il 28 maggio 1974 appena due settimane dopo il referendum sul divorzio, fecero esplodere una bomba in Piazza della Loggia a Brescia durante un comizio uccidendo otto persone. Il 4 agosto dello stesso anno esplose un’altra bomba su un treno nel tratto tra Bologna e Firenze provocando altri dodici morti. A partire dai primi mesi del 1975 si moltiplicarono gli scontri durante le manifestazioni: a Roma venne ucciso Giorgio Mantekas, uno studente greco simpatizzante dell’MSI, poi a Milano il 15 aprile dello stesso anno un neofascista assassinò Claudio Varalli del Movimento studentesco, e il giorno seguente durante una manifestazione di protesta per l’assassinio del giovane di sinistra, sempre a Milano, un automezzo della polizia investì e uccise Giannino Zibecchi dei comitati antifascisti. Il 18 aprile a Firenze durante una manifestazione di protesta per l’uccisione dei due compagni Vassalli e Zibecchi, Rodolfo Boschi, iscritto al PCI, rimase a terra colpito da un proiettile sparato probabilmente da un poliziotto al termine di cruenti scontri con le forze dell’ordine2.

In questo clima Amintore Fanfani presentò il suo partito come l’unico in grado di assicurare “legge e ordine”, facendo affidamento alla legge Reale, una nuova normativa per l’ordine pubblico, di cui la DC aveva caldeggiato con forza la sua approvazione. Ma la campagna elettorale di Fanfani, che aveva rispolverato i logori strumenti dell’anticomunismo delle politiche del 1948, non fu premiata alle urne, mentre il PCI dal canto suo puntando il dito sulla corruzione, sul clientelismo e sul caos che regnavano nelle giunte locali controllate dai democristiani, riuscì ad ottenere la fiducia dell’elettorato3.

«La sconfitta della DC è senza attenuanti, il disegno integralista del gruppo dirigente fanfaniano si è frantumato. La DC infatti non solo si è presentata senza un programma organico ma ha rafforzato solo le faide personalistiche, rivelando così il reale livello morale e politico della sua battaglia»4.

Fu una vittoria laica e progressista, che aprì la strada a un’Italia più moderna, pluralista e meno legata ai dettami religiosi. L’Italia mostrò di essere un “Paese in movimento” attraversato da una robusta mobilitazione civile, tutta proiettata all’allargamento del perimetro democratico.

Il giornale L’Unità sottolineò il contributo fornito in tutta la penisola, dalle regioni industriali ai centri operai, dalle metropoli alla campagne. «Il voto dimostra la grande maturità delle masse lavoratrici e popolari italiane, la presa di coscienza nuova di stati intermedi della popolazione, la profonda aspirazione delle masse giovanili ad un avvenire diverso, la crescente consapevolezza che è necessario per uscire dalla crisi, superare il distacco esistente tra la grande maturazione avutasi nel paese e le classi dirigenti che hanno sin qui governato»5.

A questo spirito di rinnovamento democratico si legò anche una significativa riforma del sistema elettorale che abbassava l’età minima per votare da 21 a 18 anni, ampliando la base democratica e dando voce ad una generazione politicamente attiva, spesso incline a posizioni di sinistra: «Il voto giovanile, dei ragazzi e delle ragazze che sono andati a votare alle urne per la prima volta, è stato un voto di sinistra e in forte e prevalente percentuale un voto comunista»6. E infatti da più parti si attribuì a questi giovani neo votanti lo “slittamento” a sinistra che si era registrato nel paese. Con la legge del 8 marzo 1975 circa tre milioni e mezzo di giovani ebbero così la possibilità, per la prima volta, di esercitare il diritto di voto, facendo un ingresso deciso sulla scena politica italiana. Le elezioni regionali e amministrative di quell’anno segnarono un vero e proprio piccolo “terremoto” elettorale, in un contesto in cui le variazioni nei consensi ai partiti erano solitamente minime, spesso limitate a pochi decimali di punto. Se non fosse stato per la diffidenza, i timori e i sospetti (che poi si rivelarono reali) dei gruppi dirigenti della Democrazia Cristiana che nutrivano nei confronti delle nuove generazioni — diffidenza acuita dall’esplosione del movimento di contestazione giovanile — i diciottenni avrebbero potuto accedere al voto già nelle consultazioni regionali e amministrative del 1970 e in quelle politiche del 19727. Del resto, non si trattava solo di una questione anagrafica, ma di una sfida più ampia ai meccanismi di rappresentanza tradizionali: l’ingresso dei giovani nell’elettorato segnava anche una rottura simbolica con un sistema politico percepito come statico, poco incline al rinnovamento. L’estensione del diritto di voto ai diciottenni non fu quindi soltanto una conquista giuridica, ma un evento che contribuì a ridisegnare gli equilibri della democrazia italiana, aprendo nuovi spazi di partecipazione e di conflitto. Senza l’ondata di contestazione e la massiccia partecipazione giovanile alla vita politica e sindacale, senza l’impegno nelle lotte sociali e nella difesa dei valori dell’antifascismo e della Resistenza, questo diritto probabilmente non sarebbe stato ottenuto in quel periodo. Fu il frutto di una mobilitazione collettiva che trasformò la rivendicazione di diritti in un processo di maturazione civile e politica per un’intera generazione.

Oltre al voto dei giovani che avevano contribuito a una spinta verso sinistra non si può non rilevare che si verificò uno spostamento, e le cifre delle elezioni lo dimostrano, di grande dimensioni di votanti cattolici, di elettori ex democristiani che sembrerebbe abbiano trasferito direttamente il loro voto sul Partito Comunista. E d’altra parte taluni elettori che alla vigilia del voto avevano auspicato uno spostamento a sinistra per scuotere la DC dall’inerzia, ora si mostravano preoccupati, quasi pentiti, per il troppo consistente successo del PCI.

Firenze volta pagina

Nel giugno del 1975 Firenze visse uno dei momenti più significativi della sua storia repubblicana: le sinistre guidate dal Partito Comunista Italiano riconquistarono dopo ventiquattro anni la guida di Palazzo Vecchio. Fu il coronamento di un lungo percorso di radicamento e mobilitazione popolare che trovò espressione in una vittoria ampia e netta. La città celebrò l’esito delle urne con entusiasmo diffuso e partecipazione di massa, in una sorta di rito collettivo che confermava l’orientamento che era emerso alle elezioni regionali8. La tornata elettorale segnò una cesura simbolica e politica e come scrisse L’Unità, “Firenze ha voltato pagina9.

A Firenze il PCI promosse una campagna elettorale capillare, fondata sul radicamento nei quartieri, sul ruolo delle Case del Popolo e sulla partecipazione diretta dei cittadini. Assemblee popolari, incontri pubblici, dibattiti nei circoli e nei mercati diedero forma a un vero e proprio “laboratorio democratico” diffuso, come evidenziavano anche le cronache del giornale l’Unità. Oltre 357.000 elettori erano attesi alle urne, inclusi quasi 15.000 diciottenni alla loro prima esperienza elettorale. I seggi, 640 in tutto, furono allestiti anche negli ospedali a testimonianza della cura con cui si cercava di garantire la partecipazione di tutti. L’obiettivo era chiaro: voltare pagina dopo anni di amministrazione centrista, aprire una stagione nuova improntata al decentramento, all’efficienza dei servizi e al controllo popolare.

Disegno di Vinicio Berti, pittore ed ideatore del personaggio di “Atomino”, apparso sul “Pioniere” dell’ “Unità” dal 1953 in poi. Con questo disegno V. Berti conclude il proprio impegno per la campagna elettorale del PCI.

A guidare la nuova giunta di Palazzo Vecchio, all’indomani delle elezioni del 1975, fu scelto Elio Gabbuggiani, unico sindaco comunista di Firenze insieme a Mario Fabiani che aveva ricoperto la carica tra il 1946 e il 1951. Figura autorevole e al tempo stesso vicina al mondo del lavoro, Gabbuggiani rispondeva all’esigenza di un profilo esperto e rispettato.

Attivo fin da giovane nella Resistenza, Gabbuggiani ha rappresentato per decenni un punto di riferimento delle istituzioni pubbliche toscane. Dal 1962 al 1970 fu presidente della Provincia di Firenze contribuendo in modo decisivo alla fase preparatoria che portò all’istituzione della Regione Toscana, le cui assemblee furono ufficialmente insediate nel 1970 e fu proprio Gabbuggiani il primo presidente del Consiglio Regionale Toscano. Durante gli anni del suo mandato seppe distinguersi per la capacità di mediazione e per l’equilibrio politico, riuscendo a garantire alla città una fase di stabilità amministrativa10.

Il 15 giugno 1975 le urne diedero un responso inequivocabile: il PCI ottenne il 41,46% dei voti (migliorando il già eccellente 41,03% delle regionali) e conquistò 26 seggi. A questi si aggiunsero i 6 seggi del PSI e 1 del PDUP, garantendo una maggioranza assoluta al fronte delle sinistre. La Democrazia Cristiana, principale forza di governo uscente, subì una sconfitta pesante, confermata anche a livello nazionale. Dopo ventiquattro anni, la sinistra tornava al governo della città con una legittimazione popolare forte e diffusa11.

Già nella notte dello spoglio Firenze fu attraversata da una straordinaria ondata di entusiasmo: cortei spontanei percorsero le vie, bandiere rosse spuntarono alle finestre dei quartieri popolari, si cantarono inni e cori politici fino a tarda notte: “una notte rossa di gioia e speranza”. La sede della Federazione comunista in via Alamanni fu circondata da una folla festante «di cittadini, di compagni, di democratici: vogliono colmare insieme il “tempo vuoto” che intercorre fra il lavoro incessante di propaganda, di convincimento, di sensibilizzazione svolto nelle sezioni casa per casa, di vigilanza attuato nei seggi, e la conoscenza dei risultati»12.

 

In tutte le città toscane grandi folle di compagni, lavoratori, cittadini hanno sostato davanti alle Federazioni del PCI in attesa dei risultati elettorali. 

Una grande folla saluta l’annuncio dei dati elettorali davanti alla federazione comunista fiorentina che segnano il clamoroso successo del PCI.

Il culmine si ebbe il 19 giugno, quando decine di migliaia di persone si ritrovarono in piazza Santa Croce per una manifestazione pubblica, con la presenza di Giorgio Napolitano della direzione del PCI e di altri dirigenti del partito comunista di Firenze e della Toscana. Non era solo una festa, era una dichiarazione collettiva di fiducia e cambiamento. Mentre nella piazza risuonavano gli inni del movimento operaio decine e decine di cortei con bandiere rosse giungevano dai quartieri della città e dai comuni vicini, che ritrovavano il loro naturale legame con Firenze. Sul palco erano presenti anche i familiari di Rodolfo Boschi, quel ragazzo ucciso dai colpi sparati da un agente di polizia in borghese durante quell’oscuro e grave episodio verificatosi in città il 18 aprile.

La grande folla in piazza Santa Croce che saluta la vittoria del PCI con il pugno alzato.

Nel comizio di chiusura, il segretario della Federazione comunista fiorentina Michele Ventura sottolineò il significato nazionale della vittoria: «La Toscana e anche Firenze, ora che avrà un’amministrazione di sinistra, si costituiranno come punti di riferimento essenziali dell’unità di tutte le forze democratiche e popolari»13. Elio Gabbuggiani, consapevole delle aspettative altissime, dichiarò: «Non è tempo di trionfalismi: anni di cattivo governo non si recuperano in breve tempo»14. Entrambi rivendicarono una nuova concezione della politica locale, fondata su trasparenza, partecipazione e rapporto diretto con i quartieri.

La vittoria del 1975 segnò un punto di svolta per la città. Firenze tornava nelle mani di quelle forze che, nel dopoguerra, ne avevano guidato la ricostruzione. Ma era una nuova sinistra, più giovane, più aperta, più attenta ai temi dell’ambiente, del lavoro, della cultura e dei diritti civili. Come testimoniarono le settimane successive, la sfida era ora di trasformare quella spinta popolare in buona amministrazione, in un governo capace di ascoltare e agire. Una stagione nuova era cominciata.

I risultati elettorali del giugno 1975 smantellarono senza dubbio quelle posizioni che considerano le elezioni come inutili esercitazioni ingannatrici perché in ogni caso il potere resta sempre nelle stesse mani, e dimostrarono quindi che le elezioni servono, che incidono nella vita e nell’azione degli organi elettivi modificandone la composizione e che possono pure cambiare radicalmente la situazione politica generale15.

NOTE

1 Discorso di Enrico Berlinguer in Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 2006, p. 480.

2 Andrea Tanturli, Prima linea. L’altra lotta armata (1974-1981), DeriveApprodi, Roma 2018, pp. 57-62.

3 P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., p. 501.

4 Discorso di Michele Ventura, segretario della Federazione Comunista fiorentina, in «L’Unità», 19 giugno 1975.

5 Dichiarazione del compagno Ventura. Una grande forza politica unitaria, «L’Unità», 18 giugno 1975.

6 Ghini Celso, Il terremoto del 15 giugno, Feltrinelli, Milano 1976, p. 230.

7 Ibid, p. 232.

8 Cfr. Le elezioni del 15-16 giugno 1975 in Toscana. Un primo commento, Regione Toscana/ Giunta regionale. Dipartimento statistica, elaborazione dati, documentazione, Firenze, luglio 1975.

9 Firenze ha voltato pagina. Grande entusiasmo per la vittoria delle sinistre che ritornano a Palazzo vecchio dopo 24 anni, «L’Unità», 19 giugno 1975.

10 Gabbuggiani si occupò del decentramento del potere locale attraverso la costituzione e il potenziamento dell’autonomia dei consigli di quartiere e diede un forte impulso alla gestione del patrimonio culturale cittadino, in Maria Sechi (a cura di), Elio Gabbuggiani: un uomo al servizio delle istituzioni toscane: 12-13 luglio 2019, Palazzo del Pegaso, Firenze, Consiglio Regionale della Toscana, 2019.

11 Entusiasmo in tutta la Toscana per la meravigliosa affermazione delle liste comuniste. Il PCI avanza di oltre il 4%. Gli eletti nel Consiglio regionale passano da 23 a 26 seggi, quelli del PSI da 3 a 6, mentre il PDUP mantiene il suo seggio. La DC e il PSDI perdono 2 seggi ciascuno, mentre scompare il PLI. Il successo del PCI è stato generale, nei piccoli centri come nei grandi, nelle zone operaie e in quelle contadine, «L’Unità», 17 giugno 1975, p. 9.

12 Splendida vittoria comunista. PCI e PSI più forti in tutta la regione. Sconfitto nettamente il centro sinistra si delinea una maggioranza di sinistra a Palazzo Vecchio,

13 Firenze ha voltato pagina, «L’Unità», 19 giugno 1975, cit.

14 Ibidem.

15G. Celso, Il terremoto del 15 giugno, cit., p. 269.

 

Articolo pubblicato nel settembre 2025




11 agosto 1944: insurrezione!

Nell’estate del 1943, lo sbarco degli anglo-americani e la caduta del fascismo fecero sperare nella imminente fine della guerra. La Toscana visse invece un anno di durissima occupazione nazifascista, colpita dai bombardamenti aerei degli Alleati, vessata da ruberie e deportazioni, martoriata da rappresaglie e stragi di civili.
Nell’estate seguente divenne teatro di aspri combattimenti tra l’esercito tedesco in ritirata verso le difese della linea Gotica, approntata sulla cresta appenninica, e gli Alleati che, conquistata Cassino a maggio erano giunti ai primi di luglio fino a Siena e alla Valdichiana. Da lì, fermati alle porte di Arezzo, mossero attraverso il Chianti direttamente verso Firenze.

Per otto mesi la città aveva assistito alla lotta impari quanto cruenta tra i gruppi armati della Resistenza e le forze, anzitutto la feroce banda guidata da Mario Carità, che davano la caccia ai cittadini ebrei, ai resistenti, ai renitenti, a quanti non sottostavano all’occupante tedesco e al governo fascista repubblicano. Anche nelle campagne, le formazioni partigiane si erano consolidate, passando all’offensiva.
In giugno, il Comitato toscano di liberazione nazionale, guida politica della Resistenza, chiamò per la prima volta in Italia all’insurrezione armata, che cacciasse i tedeschi dalla città già prima dell’arrivo degli Alleati, per affiancarne apertamente l’azione militare e così affermare la propria capacità di autogoverno. Un progetto tanto chiaro quanto difficile da realizzare.

I timori diffusi per i rischi notevoli, le preoccupazioni delle forze più moderate, le lusinghe di chi propugnava un ritiro concordato sotto le insegne della “città aperta”, guadagnarono campo con il forzato rallentare degli Alleati. Mentre i fascisti più compromessi abbandonavano la città, ma lasciandovi molte decine di “franchi tiratori” pronti a colpire nascostamente gli avversari e gli stessi civili, l’incertezza cresceva: i tedeschi si sarebbero ritirati o avrebbero atteso il nemico dentro la città d’arte? Gli Alleati avrebbero accettato lo scontro? E i partigiani, dotati di coraggio più che di uomini e armi, quale ruolo avrebbero potuto giocare?

Foto 1 fronteInterrogativi travolti infine dagli eventi. A fine luglio, sgomberate le rive dell’Arno, i tedeschi si attestarono su quella settentrionale e distrussero i ponti e una vasta area attorno al Ponte Vecchio, l’unico risparmiato, nella notte tra il 3 e il 4 agosto, giorno in cui gran parte delle forze partigiane e le prime pattuglie Alleate entrarono nei quartieri d’Oltrarno, subito aggredite dai “franchi tiratori”.

L’insurrezione fu proclamata soltanto l’11 agosto, quando i tedeschi lasciarono il centro cittadino e i partigiani poterono finalmente guadare il fiume. Dovettero subito impegnarsi in intensi combattimenti contro gli avversari, attestati da est a ovest lungo il passante ferroviario e il corso del Mugnone. Affiancati alcuni giorni dopo da pattuglie Alleate, ne contennero le controffensive e, attorno al 18 del mese, li respinsero sulle alture collinari. Ma solo alla fine di un lunghissimo agosto riuscirono a liberare i quartieri più settentrionali della città.
Foto 2 fronteOltre duecento morti e molte centinaia di feriti furono il prezzo pagato dagli uomini e dalle donne della Resistenza nella battaglia di Firenze. Un prezzo oltremodo elevato, giacché i partigiani giunti in città furono meno di millecinquecento e le squadre cittadine ne contavano pochi di più e nemmeno per metà armati. Ancor di più furono le vittime civili, notevolissimi i danni agli edifici e i disagi conseguenti per gli sfollati.

Eppure, l’insurrezione fu anche e soprattutto una festa, per la libertà riconquistata con le proprie forze e il proprio sacrificio e per la dimostrata capacità – legittimata anche dagli Alleati – di fondare sull’assunzione di responsabilità democraticamente condivise il diritto e il potere di governare la città e gli istituti della sua vita civile, economica e sociale.

Articolo pubblicato nell’agosto del 2014.




IL CANDIDATO DEL FASCISMO AGRARIO MAREMMANO

Profilandosi ormai chiaramente la minaccia fascista, i socialisti, non solo non presero nessuna misura per fronteggiarla, ma col loro atteggiamento tendevano a impedire che ci si organizzasse a difesa. Il fascismo era infatti considerato dai dirigenti socialisti come un fenomeno di mera provocazione, tendente a far intervenire, contro le masse, le forze repressive dello stato borghese. «Non accettare la provocazione» fu fino all’ultimo la parola d’ordine dei dirigenti socialisti. Come se di fronte a bande armate che bastonavano e uccidevano, bruciavano le sedi delle organizzazioni operaie e scioglievano con la forza le amministrazioni socialiste, fosse possibile restarsene passivi, per non fare il gioco dei «provocatori». Istintivamente le masse sentivano che bisognava far qualcosa…”.
(L. Bianciardi, C. Cassola, I minatori della Maremma)

La recentissima pubblicazione del libro di Franco Dominici e Silvio Antonini, Gino Aldi Mai. Il Candidato agrario. Tra il Biennio rosso e l’avvento del Fascismo nella Maremma e nella Tuscia (1919-1924), edito da Effigi, col patrocinio dell’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea, conferma la rilevanza del cosiddetto squadrismo agrario nella genesi politico-militare dei Fasci di combattimento e, in seguito, nella restaurazione economica-sociale delle campagne durante il regime fascista.
Dalla Lomellina al Molinellese, dal Polesine di Matteotti alle Puglie di Di Vittorio, il fascismo mussoliniano potè insediarsi, trovare finanziamenti e svilupparsi in territori in cui il padronato agrario, per lo più latifondista, aveva già una lunga “tradizione” di controllo e dominio della manodopera bracciantile e, più in generale, delle lavoratrici e dei lavoratori agricoli subordinati, attraverso l’impiego di propri “uomini” a cui erano demandati quei metodi violenti che non sempre potevano essere assicurati dai pur zelanti Carabinieri.
Secondo le zone, si trattava di piccoli eserciti privati formati occasionalmente da “guardie campestri”, sovrastanti, fattori, “caporali”, “factotum”, braccianti ingaggiati come crumiri, disoccupati assoldati alla giornata… che richiamavano i “bravi” di manzoniana memoria.
A loro era demandato il compito di fronteggiare proteste, scioperi ed occupazioni di terre, ma sovente erano anche la “longa manus” dei proprietari terrieri per “regolare conti” ed intimidazioni fuori dall’ambito lavorativo.

Foto della Squadra d’azione laziale, 1920, tratta da “Squadristi” di Franzinelli.

Le prime squadre fasciste s’inserirono quindi su questo terreno conflittuale, fornendo giovani votati alla violenza ed ex-combattenti per contrastare le Leghe – sia “rosse” che “bianche” – dei lavoratori della terra, compiere spedizioni punitive nei paesi non sottomessi, perpetrare persecuzioni individuali ed esecuzioni “mirate”.
L’intesa era nel reciproco interesse delle parti: i possidenti terrieri, per la tutela dei propri interessi e privilegi, potevano contare su una più efficiente guardia privata, operante come una forza politica, mentre i Fasci usufruivano di legittimazione e ingente sostegno economico, estendendo così la loro influenza, a spese del sindacalismo di classe e dell’associazionismo popolare.
Grazie alla disponibilità di camion e altri veicoli – ma in alcune zone anche di cavalli – lo squadrismo “tricolorato introdusse la tattica della “guerra di movimento”, ma risulta evidente la continuità funzionale con i pre-esistenti “mazzieri dell’Agraria”, così come appare evidente in alcune foto delle prime squadre fasciste nella campagne. Ai bastoni e alle doppiette da caccia si aggiungevano le armi da guerra, ma non vi erano ancora divise paramilitari ed elmetti e le rare camicie nere erano quelle “da fatica” allora normalmente usate dai contadini nel lavoro dei campi.
La situazione della Maremma, sia Toscana che Laziale, conferma perfettamente tale dinamica, seppure a fianco dell’importante realtà agricola vi erano non meno importanti insediamenti industriali e minerari che talvolta – come in Val di Cecina – vedevano un analogo “feudalesimo industriale”.

Non di meno, lo squadrismo «tricolorato» dovette fare i conti col forte radicamento socialista, anarchico e sindacalista, ricorrendo – con la connivenza delle forze dell’ordine e dei comandi militari – a metodi terroristici; basti pensare alla Strage di Roccastrada che nel luglio 1921 anticipò le rappresaglie nazi-fasciste “10 per 1”.
La compiacenza della forza pubblica anche nell’assalto fascista a Grosseto venne confermata da una testimonianza, pubblicata sul quotidiano anarchico «Umanità nova» del 6 luglio 1921, che riferì «dei reali carabinieri allineati fare il presentatarm allo stato maggiore fascista».
La biografia di Gino Aldi Mai, ricco proprietario terriero grossetano, prima liberale e poi decisamente fascista, che rivestì importanti cariche pubbliche e istituzionali (sindaco, podestà, senatore…), al centro del saggio degli storici Dominici e Antonini, appare in effetti paradigmatica per comprendere l’involuzione, dal paternalismo alla reazione, della borghesia agraria non solo in in Maremma, ma simile nel resto della Toscana e del Lazio, così come nella Valle Padana e nel Meridione.
Le “patriottiche motivazioni ideali” di tale passaggio al Fascismo, ebbero il loro riscontro durante il regime quando, come scrive Franco Dominici: «Il padrone tornava a essere tale a tutti gli effetti e delegava il fattore, o agente agrario. I vecchi usi e prestazioni di tipo medievale erano adesso codificati dalla legge; i mezzadri dovevano consegnare nuovamente al padrone gli animali da cortile, le uova, la legna e quelle che diventeranno le “massaie rurali” saranno obbligate a prestarsi ai servizi padronali. Le leggi sugli infortuni agrari vennero abrogate, così come la mutua dei “rossi” il patronato dei “bianchi”; la divisione degli utili dei dei diversi prodotti (latte, suini, monta, castagne, ma anche prodotti come tabacco, barbabietola e pomodori), precedentemente a favore dei mezzadri, fu riportata dalle leggi fasciste al 50% fra le due parti. Il colono tornava a condizioni di vita più misere, a un lavoro con minori certezza, alle angherie dei fattori ed a una dieta alimentare più povera».
La lettura del libro offre anche l’occasione di riflettere su come, prima sui giornali di destra e nei rapporti di polizia e in seguito nella narrazione epica dello squadrismo, il clima di guerra civile instaurato dagli «schiavisti agrari» (seconda una nota definizione dannunziana) venne mistificato come un’eroica e disinteressata battaglia per salvare l’Italia dal bolscevismo e dall’anarchia, con la conseguente glorificazione dei pochi “martiri fascisti” a fronte di migliaia di vittime, perlopiù inermi, della classe lavoratrice e la criminalizzazione di quanti impugnarono le armi per la difesa delle libertà sociali.
I necrologi commemorativi dei fascisti rimasti uccisi nel grossetano e nel viterbese, citati nel libro, forniscono un esempio dello stilema retorico utilizzato per trasformare gli aggressori in vittime e gli oppositori in criminali.
Lo squadrista ventunenne Rino Daus che, da Siena, era giunto a Grosseto per espugnare militarmente il rosso capoluogo maremmano, veniva quindi definito come un «giovinetto» che morendo avrebbe invocato «Italia! Mamma!», mentre Giovanni Migliori, «tutto dedito alla casa e la lavoro», fu ucciso in un’imboscata da «una bieca figura di comunista» a Giuncarico. Giovanni Dessy, fondatore del Fascio di Orbetello, cadde in una sparatoria con alcuni malviventi, ma la sua morte fu il pretesto per rappresaglie contro i “rossi”. Il fascista grossetano Ivo Saletti rimase ucciso al ritorno da una spedizione punitiva a Roccastrada, probabilmente colpito da un colpo partito accidentalmente da un camerata che si trovava a bordo del medesimo camion, causando per ritorsione l’eccidio indiscriminato di dieci inermi paesani. Invece, lo squadrista grossetano Andrea Agnelli, mortalmente accoltellato da uno sconosciuto e la cui uccisione fu subito attribuita «a odio di parte», a distanza di tempo fu escluso dal martirologio fascista. Nello stigmatizzare l’uccisione del fascista viterbese Amoroso Melito venne invece sottolineato il fatto che era un mutilato, ma tale condizione non gli aveva impedito di «prendere parte a parecchie spedizioni punitive».
Un ventennio dopo lo stesso schema sarebbe stato ripreso dalla propaganda della Repubblica sociale contro i partigiani: i «ragazzi di Salò», vittime dei «banditi», ed ancora oggi viene riproposto nel tentativo di riscrivere la storia, dimenticando anche Roccastrada.




LA COPPA MONTENERO-CIANO

La prima edizione della Coppa Montenero si svolse il 25 settembre 1921. La manifestazione, che nel proprio comitato organizzativo non contava ancora personalità politiche, nacque dall’intuizione di un gruppo di circa quindici livornesi legati al mondo giornalistico e all’aristocrazia cittadina[1]. L’esito di questa prima edizione fu alquanto modesto, con la partecipazione alla gara di sole otto auto[2].
Nel 1922 la gara fu anticipata di un mese, a fine agosto, per cercare di aumentare l’adesione dei piloti e il prestigio della competizione. La mossa non portò al risultato sperato e l’evento rimase una manifestazione dalla valenza prettamente regionale. Una differenza in questo secondo anno, rispetto alla prima edizione, fu comunque il notevole aumento di interesse da parte di alcune delle maggiori personalità del mondo politico e industriale cittadino[3]. Come membri del comitato d’onore figurarono infatti Salvatore Orlando, Guido Donegani e Costanzo Ciano, capitani d’industria locali che avevano agevolato e sostenuto nei mesi precedenti l’ascesa politica del Fascio livornese, completatasi proprio ad inizio agosto del 1922, a poche settimane dalla gara, con la conquista violenta del comune e il conseguente allontanamento del sindaco socialista Mondolfi[4].
Fu a partire da questa edizione che Costanzo Ciano, dall’anno successivo presidente del Comitato d’onore, intuì le potenzialità propagandistiche dell’evento e capì quanto avrebbe potuto giovare in termini di rilevanza se avesse fatto “sua” la competizione aumentandone il prestigio nazionale e divenendone l’uomo copertina.
Un cambiamento importante si concretizzò proprio nel 1923, in seguito alla costituzione, in primavera, della sezione livornese dell’Auto Moto Club[5]. Quest’ultima, a causa delle problematiche economiche riscontrate dal comitato esecutivo nelle prime due edizioni, assunse le redini organizzative dell’evento[6]. Vi fu così un miglioramento dell’intero complesso organizzativo e un conseguente primo interessamento da parte delle principali testate sportive italiane.
La svolta definitiva della Coppa Montenero si ebbe con la quinta edizione, quella del 1925, evento che riuscì ad attirare il doppio dei piloti rispetto alle quattro edizioni precedenti e ad ottenere contestualmente una maggiore copertura giornalistica sulla stampa nazionale e locale. In particolar modo proprio le due principali testate locali, «Il Telegrafo» e «La Gazzetta Livornese», controllate da Costanzo Ciano[7], seguirono con un minuzioso coinvolgimento quotidiano tutte le giornate d’avvicinamento e quelle successive di celebrazione dell’evento con articoli e approfondimenti[8].
Questo importante cambiamento fu dettato in primo luogo dal ruolo centrale che Emanuele Tron assunse nell’organizzazione. Tron fu prima membro di primaria importanza dell’Auto Moto Club Livorno (sin dalla sua prima fondazione), poi ne divenne presidente e, successivamente, con il pieno sostegno di Costanzo Ciano, fu scelto per gestire in solitaria il coordinamento dell’evento motoristico[9]. Oltre alle funzioni esercitate nel mondo dei motori, sin dall’avvento del fascismo a Livorno si ritagliò un ruolo di primo ordine anche all’interno della vita politica cittadina. Membro del direttorio del Fascio locale dal maggio 1921[10], non si limitò ad una mera rappresentanza politica, partecipando attivamente ai mesi di violenze e tensioni che culminarono con gli eventi dell’agosto 1922[11] . Nel dicembre del 1925, a pochi mesi dal gran successo dalla quinta edizione della Coppa Montenero, fu nominato inoltre segretario politico del Fascio di Livorno. Anche grazie ai risultati ottenuti nel mondo dei motori, nel 1932 venne chiamato inoltre a presiedere l’U.S. Livorno[12]. Durante gli anni della sua presidenza fu edificato il nuovo stadio intitolato ad Edda Ciano Mussolini[14].
Un importante cambiamento che mutò parzialmente la formula delle gare sul circuito del Montenero avvenne a ridosso della settima edizione dell’evento, quando fu introdotta la Coppa Ciano dedicata proprio al presidente del comitato d’onore Costanzo[15]. Per i primi due anni la Coppa Ciano fu assegnata da una corsa separata, organizzata in concomitanza a quella con cui si conferiva la Coppa Montenero. Le cose cambiarono a partire dal 1929, quando la Coppa Ciano e la Coppa Montenero divennero un’unica gara. Il trofeo del vincitore della Montenero continuò poi ad essere conferito come Coppa Ciano fino all’ultima edizione della manifestazione, svoltasi prima dello scoppio della guerra. Con la trasformazione della Coppa Montenero in Coppa Ciano si completò definitivamente quel progetto di controllo sulla kermesse che Costanzo Ciano aveva iniziato a plasmare sin dalle prime edizioni della competizione.
Di edizione in edizione si susseguirono numerosi ospiti illustri, tra i quali spiccarono autorità politiche di primaria importanza e illustri uomini di sport, che affiancavano pubblicamente Ciano e i suoi familiari durante l’intera giornata della manifestazione. Ciano non si fece però mai rubare la scena, muovendosi sempre con estrema accortezza per restare negli anni il volto dell’evento. Ogni quotidiano, locale e non, impegnato a seguire la parte sportiva della competizione riservò infatti sempre, parallelamente alla cronaca delle gare, un ampio spazio di approfondimento a Ciano e al suo ruolo. «Il Telegrafo», che era ancora sotto il suo controllo, offrì quasi ad ogni edizione della Montenero un resoconto specifico di ogni spostamento in città di Ciano nei giorni di svolgimento delle varie gare, come se le azioni compiute in quelle ore dal “Ganascia” fossero di pari importanza agli esiti sportivi di quello che avveniva tra le monoposto in pista. L’associazione diretta del nome Ciano con l’evento, il più importante della città non solo in ambito sportivo e capace di attirare già da diverse edizioni l’interesse di tutta Italia, fu quindi fondamentale nel sublimare ulteriormente il potere dell’ex militare su Livorno, suo feudo personale, e nell’alimentare di conseguenza nella popolazione livornese il culto della sua personalità.
Dopo quasi un decennio in cui la competizione si consolidò come uno degli appuntamenti motoristici più importanti dell’intero panorama nazionale, nel 1937 vi fu un cambiamento che rese l’evento ancora più rilevante. Questa edizione fu la più importante della storia della competizione, segnata dallo spostamento del Gran Premio d’Italia dal circuito di Monza al tracciato livornese[16]. La decisione di trasferire la gara automobilistica più importante d’Italia a Livorno, un riconoscimento per il comitato organizzativo con ancora a capo Emanuele Tron, arrivò grazie alla forte influenza della famiglia Ciano, estremamente volenterosa di esibire all’interno delle proprie mura cittadine un evento di estrema importanza, ma soprattutto grazie alla decisione delle principali autorità del mondo automobilistico italiano di allontanarsi dal circuito di Monza che era ormai divenuto territorio di totale dominio delle auto tedesche. Ciononostante la competizione non perse i legami con la sua storia recente e le precedenti edizioni, mantenendo anche per questa edizione speciale il titolo di Coppa Ciano. La gara non portò però il risultato atteso: a vincere fu una monoposto Mercedes-Benz, ragione per cui a partire dall’anno seguente il Gran Premio d’Italia fu trasferito nuovamente a Monza.
L’ultima edizione del Gran Premio del Montenero-Coppa Ciano, negli anni del fascismo, si svolse nell’estate del 1939, a pochi giorni dallo scoppio della guerra, che negli anni successivi impedì l’organizzazione delle più importanti gare in tutta Europa. A caratterizzare quest’ultima edizione fu il fatto che ebbe luogo a poche settimane dalla dipartita di Costanzo Ciano e fu quindi dedicata alla sua memoria[17]. La gara automobilistica, il cui prestigio era cresciuto enormemente nel corso del Ventennio fascista, nel dopoguerra non avrebbe più raggiunto i fasti delle edizioni degli anni Venti e Trenta. La sua rilevanza si affievolì dunque in modo simbolico con la morte della principale figura legata alla competizione.
Ciò che ci restituisce l’evoluzione della manifestazione, nel corso di nemmeno due decenni, è principalmente l’utilizzo strumentale che ne fece Ciano. Egli si servì dell’evento, con l’aiuto di uomini a lui fedeli come Tron, come strumento di promozione politica e per accrescere la propria autorevolezza a livello locale e nazionale.

 

Questo articolo è un estratto della tesi dell’Autore Livorno e il mondo dello sport durante il fascismo. Il caso labronico negli anni del regime (relatore prof. Gianluca Fulvetti), discussa presso il Dipartimento di Civiltà Forme del Sapere dell’Università di Pisa nell’Anno Accademico 2023/2024.

 

Note

  1. Cfr. M. Mazzoni, Lampi sul Tirreno. Le moto e l’auto sul Circuito di Montenero a Livorno, Consiglio regionale della Toscana. Comune di Livorno, Livorno 2006, p. 37; Le gare automobilistiche per la Coppa Montenero, “Gazzetta Livornese”, 22 settembre 1921.
  2. Cfr. La corsa automobilistica per la Coppa Montenero. La vittoria di Corrado Lotti, “Gazzetta Livornese”, 26 settembre 1921.
  3. Cfr. http://www.circuitodelmontenero.it/2/images/1922_pub_004.jpg.
  4. Cfr. T. Abse, Sovversivi e fascisti a Livorno (1918-1922): la lotta politica e sociale in una città industriale della Toscana, Franco Angeli, Milano 1991, p. 225-245; M. Tredici, Umberto Mondolfi, il sindaco rosso. L’amministrazione socialista a Livorno 1920-1922), Media Print Editore, Livorno 2022.
  5. Secondo tempo della “Montenero”, Rivista ufficiale del Reale Automobile Club d’Italia, 29 agosto 1937; La prima marcia turistica auto-moto-ciclistica, “Il Telegrafo”, 15 giugno 1923.
  6. I preparativi per la terza Coppa Montenero, “Gazzetta Livornese”, 3 luglio 1923.
  7. A. Viani, Il Telegrafo di Giovanni Ansaldo 1936-1943, Belforte, Livorno 1998, pp. 24-25.
  8. La V Coppa Montenero, “Il Telegrafo”, 3 agosto 1925; Il meraviglioso successo della V Coppa Montenero, ivi, 11 agosto 1925; La V Coppa Montenero. Il successo della competizione organizzata dall’Auto Moto Club Livorno, ivi, 12 agosto 1925; Al fiorentino Emilio Materassi su Itala la V Coppa Montenero, ivi, 17 agosto 1925; L’attività dell’Auto Moto Club Livorno. Per lo sport e per Livorno, ivi, 31 agosto 1925.
  9. L’indiscutibile successo della IV Coppa Montenero, ivi, 21 agosto 1924; Un’altra bella affermazione dell’Auto Moto Club Livorno, ivi, 26 agosto 1924.
  10. R. Cecchini, Livorno nel ventennio fascista, Editrice l’informazione, Livorno 2005, p. 20.
  11. N. Badaloni, F. Pieroni Bortolotti, Movimento operaio e lotta politica a Livorno: 1900-1926, Editori Riuniti, Roma 1977, pp. 138-139.
  12. P. Ceccotti, Il fascismo a Livorno: dalla nascita alla prima amministrazione podestarile, Ibiskos Editrice, Empoli 2006, p. 166.
  13. Il comm. Tron nominato Presidente della Sezione calcistica della “Livorno Sportiva, “Il Telegrafo”, 1° luglio 1932.
  14. I. Bianchi, Lo stadio di Livorno, in «Liburni Civitas», A. VIII, N. I, Belforte, 1935, pp. 4-18.
  15. Le grandi manifestazioni dell’Automobile Club di Livorno, ivi, 3 marzo 1927.
  16. Il XV Gran Premio d’Italia a Livorno, ivi, 26 agosto 1937.
  17. In memoria dell’eroe, ivi, 31 luglio 1939.

Articolo pubblicato nel giugno 2025.